Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
Gesù dà lezione con i fatti ai cultori del sabato.
Rispettare tale giorno era più importante della vita, della persona stessa, collocata in periferia, prona ai piedi delle sacre leggi.
La vita può attendere, per questi cultori farisaici; ma secondo Gesù non è così, e lo dimostra.
Anche per Francesco non era così!
L’uomo di Dio, fin dai primordi della sua chiamata, mise al primo posto la persona da salvare e per la quale Cristo è morto e risorto.
Quante volte, nella sua umiltà, si prostrò dinanzi ai suoi fratelli malati, poveri, onorandovi la Presenza divina del Signore!
Quanti ne guarì per quella Carità che lo infiammava e dirigeva nel cammino!
È impensabile un Francesco latore di novità e "schiavo" della legge. Profondamente obbediente, ma libero nella sua squisita coscienza di creatura, aveva a cuore la vita di tutti.
Nelle Fonti troviamo molti episodi in merito.
"Nella città di Narni, per l’insistenza del vescovo, benedisse un paralitico, privo dell’uso di tutte le membra, tracciandogli un segno di croce dalla testa ai piedi, e gli ridonò salute perfetta" (FF 1214).
"Nella città di Fano c’era un rattrappito, che aveva le tibie ulcerate, ripiegate all’indietro e appiccicate al corpo e talmente maleodoranti che nessuno si sentiva disposto ad accoglierlo in ospedale.
Egli implorò la misericordia del beatissimo padre Francesco, e poco dopo ebbe la gioia di vedersi completamente ristabilito" (FF 548).
Inoltre "Dimostrava una grande compassione per gli infermi e una tenera sollecitudine per le loro necessità […]
Mangiava perfino nei giorni di digiuno, perché gli infermi non provassero rossore, e non si vergognava nei luoghi pubblici della città di questuare carne per un frate ammalato" (FF 761).
La stessa Madre Chiara, mossa da tenera compassione verso le inferme, poneva al centro della sua attenzione le anime per le quali Cristo aveva versato il suo Sangue.
Infatti nella Regola:
«Quelle che sono inferme, potranno usare pagliericci e avere guanciali di piuma sotto il capo; e quelle che hanno bisogno di calze e di materasso di lana, ne possono usare […]» (FF 2799).
Quando era in ballo la salvezza dei fratelli e sorelle, Francesco e Chiara non si facevano problema di norma o di giorno.
La Carità era al di sopra di tutto: ventiquattro ore su ventiquattro.
Guardavano Gesù, Autore e Perfezionatore della Legge, cui Egli aveva dato compimento con l’Amore, senza il quale siamo solo cembali che tintinnano.
«Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato» (Gv 5,16)
Martedì 4a sett. Quaresima (Gv 5,1-16)
Gesù [che pure attribuisce ai segni un grande valore e li compie per condurre a credere, rivelando la sua gloria] rimprovera al funzionario del re la fede immatura, troppo abbarbicata ai miracoli.
Francesco la considerava il banco di prova della sua testimonianza, vedendo in essa il segreto del saper vivere le vicende umane - una volta che si viene ‘istruiti’ dalla Passione del Figlio di Dio.
Il Minimo scorgeva nei poveri e malati il Cristo che ha assunto le nostre infermità e le guarisce.
Ce lo racconta un episodio delle Fonti, tratto dalla Leggenda maggiore:
"Un pellegrino, debilitato da una febbre acutissima, che l’aveva precedentemente colpito, stava tornando dai paesi d’oltremare a bordo di una nave […]
Siccome non era ancora perfettamente libero dalla febbre, si sentiva tormentato da una sete ardente.
Sebbene, ormai, non ci fosse più acqua, egli incominciò a gridare ad alta voce:
«Andate con fiducia a prendermi da bere, perché il beato Francesco ha riempito d’acqua il mio barilotto!».
Cosa davvero meravigliosa: trovarono pieno d’acqua il recipiente che prima avevano lasciato vuoto" (FF 1284).
Un giorno il padre disse ad un frate che aveva disprezzato un povero e malato:
«Vuoi che ti dica come hai peccato contro di lui, o meglio contro Cristo?
Ecco: quando vedi un povero, devi considerare colui in nome del quale viene, Cristo cioè, fattosi uomo per prendere la nostra povertà e infermità. Nella povertà e nella malattia di questo mendicante dobbiamo scorgere con amore la povertà e l’infermità del Signore nostro Gesù Cristo, le quali egli portò nel suo corpo per la salvezza del genere umano» (FF 1645).
Anche il Poverello guarì tante persone afflitte da febbre e vari mali,
evidenziando però quello che scorgeva oltre il segno pur importante.
Richiamò sempre ad una fede solida, granitica, i suoi fratelli.
Parlava loro di quella, esprimendola in una adesione discepolare che oltrepassava l’immediato e riposava sull’Unione con Cristo.
Ben comprendiamo la preghiera da lui pronunciata davanti al Crocifisso di San Damiano, in cui rivolto a Dio, diceva:
«dame fede dricta» (FF 276).
La Parola ruminata e vissuta dal Poverello accresceva di giorno in giorno la fiducia nel Signore, che ha su di noi progetti di Pace e non di sventura.
Anche Chiara, abbandonata a Cristo, guarì con il segno della croce una sorella.
Non i segni, ma il Segno cambia la vita, la storia di ogni creatura.
"Un’altra tra le sorelle, di nome Amata, era a letto affetta da idropisia da tredici mesi e per giunta aveva febbre, tosse e male da un lato.
Su di lei Donna Chiara, mossa da pietà, ricorre a quel nobile sistema della sua arte medica.
La segna con la croce nel nome del suo Cristo e subito le ridona piena salute" (FF 3223).
Questa la fede che affonda nella Parola incarnata e trasforma il cammino, riposa su Cristo morto e risorto per tutti, ed è faro sicuro nella notte.
«Se non vedete segni e prodigi, non credete» (Gv 4,48)
Lunedì 4a sett. Quaresima (Gv 4,43-54)
In questa quarta domenica di Quaresima il Vangelo di Giovanni presenta la guarigione del cieco nato, messa in discussione dai farisei ai quali Gesù, dinanzi alla loro incredulità, fa la fotografia della grave condizione in cui versano:
«Se foste ciechi, non avreste peccato; ma adesso dite: "Vediamo", il vostro peccato rimane» (Gv 9,41).
Francesco ogni giorno andava spiritualmente "a Siloe", piangendo i suoi peccati e quelli di tutto il mondo, danneggiando così gli occhi e divenendo cieco.
Ma temeva la cecità interiore prodotta dal peccato, più di quella fisica. Egli guarì, durante e dopo la sua vita terrena, molte persone cieche fin dalla nascita, rendendo gloria a Dio.
Nelle Fonti leggiamo:
"A una bambina cieca di Bevagna restituì la vista desiderata, spalmandole gli occhi con lo sputo per tre volte, nel nome della Trinità" (FF1218).
"Una donna di nome Sibilla, da molti anni cieca, viene un giorno condotta, cieca e triste, sulla tomba del Santo. Recupera istantaneamente la vista e se ne torna a casa lieta e giuliva.
Così anche un uomo di Spello recupera la vista, da tempo perduta, davanti al sepolcro del Santo" (FF 553).
Chiara d’Assisi, inoltre, spesso piangeva la Passione di Cristo e il demonio, ricorrendo alle sue astuzie, le fece notare che sarebbe divenuta cieca per questo.
Ma lei, con arditezza di spirito, rispose:
«Non sarà cieco chi vedrà Dio» (FF 3198), confondendo il nemico.
A riprova della sua solida fede.
Il cuore farisaico non crede ai miracoli, ma quello fondato sulla salda roccia della Parola sperimenta guarigione e gioia, come i due Poveri d’Assisi, strumenti di salute per il popolo nelle mani di Dio.
4.a Domenica Quaresima A (Gv 9,1-41)
Nella parabola del fariseo e pubblicano Gesù evangelizza quanti presumevano di essere giusti, disprezzando gli altri.
Francesco si sentì sempre un nulla davanti a Dio sprofondando nella sua umiltà come il seme nella terra.
Temeva la superbia al pari della peste e la detestava profondamente.
Apparire, mostrare, insuperbire, erano verbi con cui non volle mai allacciare alcun legame: li aborriva.
Leggiamo nella Vita prima del Celano:
"Un giorno, pieno di ammirazione per la misericordia del Signore in tutti i benefici a lui elargiti, desiderava conoscere […] che cosa sarebbe stato della sua vita e di quella dei suoi frati.
A questo scopo si ritirò, come spesso faceva, in un luogo adatto per la preghiera.
Vi rimase a lungo invocando con timore e tremore il Dominatore di tutta la terra, ripensando con amarezza gli anni passati malamente e ripetendo:
«O Dio, sii propizio a me peccatore!»” (FF 363).
Temeva ogni forma di vanto e sfoggio di opere; ripugnava il sentirsi a posto e ogni genere di superbia.
Nella Regola bollata (1223) ai suoi frati diceva:
«Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino i frati da ogni superbia, vanagloria, invidia, avarizia, cure e preoccupazioni di questo mondo, dalla detrazione e dalla mormorazione» (FF 103).
Nella Regola di Chiara, al comma 2809 delle Fonti, ritroviamo la stessa enunciazione - come ad evidenziare la medesima preoccupazione: mantenere le distanze da ogni forma di vanagloria.
Francesco (e pure Chiara) si percepiva grande peccatore, alla stregua del pubblicano del Vangelo, che non osava alzare neppure lo sguardo verso il cielo.
L’umiltà e la consapevolezza della propria penuria lo conducevano ad assumere un profilo molto basso, senza gloriarsi di nulla, né davanti a Dio né davanti agli uomini.
Infatti, nelle sue Ammonizioni, leggiamo:
«Beato quel servo il quale non si inorgoglisce per il bene che il Signore dice e opera per mezzo di lui, più per il bene che dice e opera per mezzo di un altro. Pecca l’uomo che vuol ricevere dal suo prossimo più di quanto non vuole dare di sé al Signore Dio» (FF 166).
E ancora:
«A questo segno si può riconoscere il servo di Dio, se ha lo Spirito del Signore: se, quando il Signore compie, per mezzo di lui, qualcosa di buono, la sua «carne» non se ne inorgoglisce - poiché la «carne» è sempre contraria ad ogni bene -, ma piuttosto si ritiene ancora vile ai propri occhi e si stima più piccolo di tutti gli altri uomini» (FF 161).
«O Dio, sii benigno con me peccatore […] perché chiunque s’innalza sarà abbassato, ma chi invece si abbassa sarà innalzato» (Lc 18,13-14)
Sabato 3a sett. Quaresima (Lc 18,9-14)
Agli scribi che chiedono qual è il comandamento grande Gesù risponde in modo spiazzante: Ascolta! Amare Dio e il prossimo con tutto se stessi vale più di mille sacrifici!
Allo scriba, che aveva compreso tutto questo, Gesù evidenzia che non è lontano dal Regno di Dio.
Il Povero Assisano aveva le idee ben chiare sulle priorità da dare nel cammino spirituale.
Per lui l’amore a Dio con tutte le fibre del suo essere, e al prossimo, era una dolcissima verità scolpita nel cuore a lettere di fuoco.
Nel merito ci assistono le Fonti, ricche di episodi di vita.
"L’anima era tutta assetata del suo Cristo e a Lui si offriva interamente nel corpo e nello spirito […]
Cercava sempre un luogo appartato, dove potersi unire non solo con lo spirito, ma con le singole membra, al suo Dio.
E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col mantello.
E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica, per non svelare la manna nascosta […]
Spesso, senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo.
In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva a Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente" (FF 681-682).
Altresì, fin dagli inizi della sua conversione, l’amore ai fratelli, la compassione per le loro sofferenze e bisogni, erano motivo conduttore dei suoi gesti.
"Prese con sé molto denaro e si recò all’ospizio dei lebbrosi; li riunì e distribuì a ciascuno l’elemosina, baciandogli la mano.
Nel ritorno, il contatto che dianzi gli riusciva repellente, quel vedere cioè e toccare dei lebbrosi, gli si trasformò veramente in dolcezza […] per Grazia di Dio diventò compagno e amico dei lebbrosi così che, come afferma nel suo Testamento, stava in mezzo a loro e li serviva umilmente" (FF 1408).
Chiara, fedele discepola di Francesco, faceva la medesima cosa fra le mura damianite, pronta sempre a servire amorevolmente le sorelle della sua comunità e quanti bussavano alla porta del Monastero.
"Lavava lei stessa i sedili delle inferme, li detergeva proprio lei, con quel suo nobile animo, senza rifuggire dalle sozzure né schifare il fetore" (FF 3181).
"Molto spesso lavava i piedi delle servigiali che tornavano da fuori e, lavatili, li baciava" (FF 3182).
Amare il Signore con tutte le forze e il prossimo come se stessi vale più degli olocausti; i due Giganti assisani lo avevano ben compreso, testimoniandolo a tutti.
«E amerai il Signore Dio tuo da tutto il tuo cuore e da tutta la tua vita e da tutta la tua mente e da tutta la tua forza […] Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mc 12,30-31)
Venerdì 3.a sett. Quaresima (Mc 12,28b-34)
In questo brano del Vangelo di Luca Gesù scaccia un demonio da un uomo muto che, liberato, comincia a parlare. Subito alcuni lo accusano di farlo in nome del principe dei demoni. Ma Gesù attesta di agire mediante il Dito di Dio, per opera di Dio.
Come Gesù, così Francesco ebbe tentazioni e fu grandemente provato dal demonio.
Ma il Dito di Dio, lo Spirito Santo, vinse in lui ogni battaglia, estendendo il Regno dei cieli nei cuori.
Al pari di Francesco, anche Chiara incontrò prove in tal senso da cui, per la Grazia di Dio, uscì sempre immune, perché non divisa, ma totalmente unita a Cristo.
Le Fonti sono portavoci eloquenti, di grande verità esistenziale. Guardiamo cosa ci dicono nel merito.
“In quei luoghi doveva lottare corpo a corpo col demonio, che l’affrontava per spaventarlo non solo con tentazioni interiori, ma anche esteriormente con strepiti e rovine.
Ma Francesco, da fortissimo soldato di Cristo, ben sapendo che il suo Signore poteva tutto dovunque, non si lasciava per nulla intimorire, ma ripeteva in cuor suo:
«Non puoi, o maligno, scatenare contro di me le armi della tua malizia, in questi luoghi più di quanto mi faresti se fossimo tra la folla» (FF 446).
E un frate, che da tempo veniva molestato dagli assalti del demonio e in pianto ai piedi di Francesco, fu da lui liberato:
“Il Padre ne sentì pietà, e comprendendo che era tormentato da istigazioni maligne:
«Io vi ordino, o demoni, - esclamò - in virtù di Dio di non tormentare più d’ora in avanti il mio fratello, come avete osato finora».
Subito si dissipò quel buio tenebroso, il frate si alzò libero e non sentì più alcun tormento, come se ne fosse sempre stato esente” (FF 697).
Altresì Chiara fu più volte attaccata dal nemico.
“Mentre una volta piangeva, in piena notte, le apparve l’angelo delle tenebre in forma di nero fanciullo, e così la ammonì: Non piangere tanto, perché diventerai cieca!
Ma, rispondendogli lei subito: «Non sarà cieco chi vedrà Dio», confuso si allontanò” (FF 3198).
E nella prima lettera alla sua figlia spirituale, Agnese di Boemia, Chiara stessa si esprime in tal guisa:
«L’uomo coperto di vestiti non può pretendere di lottare con un ignudo, perché è più presto gettato a terra chi offre una presa all’avversario» (FF 1867).
I servi di Dio, nella loro semplicità, hanno le idee chiare, perché guidati dal Dito di Dio - e non mollano la Vocazione autentica.
«Ma se con il Dito di Dio io scaccio i demoni, quindi è arrivato per voi il Regno di Dio» (Lc 11,20)
Giovedì 3.a sett. Quaresima (Lc 11,14-23)
Nel brano di Vangelo oggi proposto, Gesù proclama di essere venuto per dare pieno compimento alla Legge.
Quindi non per demolire o trasgredire la Parola, ma osservarla amando.
L’amore è il vero compimento della Legge del Signore, che è perfetta e rinfranca l’anima.
Francesco lo aveva ben compreso vivendo e insegnando alla sua fraternità a fare altrettanto.
Le Fonti forniscono, attraverso vari tasselli, preziosi esempi di vita. Nella Lettera ai reggitori dei popoli:
«Vi supplico […] con tutta la riverenza di cui sono capace, di non dimenticare il Signore, assorbiti come siete dalle cure e preoccupazioni di questo mondo, e di non deviare dai suoi comandamenti, poiché tutti coloro che dimenticano il Signore e si allontanano dai comandamenti di lui, sono maledetti e saranno dimenticati da lui» (FF 211).
Al tempo stesso, il Poverello, con quell’equilibrio ed elasticità che lo contraddistingueva, sottolinea:
«E ogniqualvolta sopravvenga la necessità, sia consentito a tutti i frati, ovunque si trovino, di prendere tutti i cibi che gli uomini possono mangiare, così come il Signore dice di David, il quale mangiò i pani dell’offerta che non era permesso mangiare se non ai sacerdoti […] Similmente, ancora, in tempo di manifesta necessità tutti i frati provvedano per le cose loro necessarie così come il Signore darà loro la grazia, poiché la necessità non ha legge» (FF 33).
Secondo il pensiero di Francesco, ciò che danneggia l’amore è la detrazione. Infatti, nella Leggenda maggiore, leggiamo:
"Il vizio della detrazione, nemico radicale della pietà e della grazia, lo aveva in orrore come il morso del serpente e come la più dannosa pestilenza […]
«La cattiveria dei detrattori - diceva - è tanto maggiore di quella dei ladri, quanto maggiore è la forza con cui la legge di Cristo, che trova il suo compimento nell’amore, ci obbliga a bramare la salvezza delle anime più di quella dei corpi»" (FF 1141).
Chiara stessa, nella Regola, avverte:
«Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino le sorelle da ogni superbia, vanagloria, invidia, avarizia, cura e sollecitudine di questo mondo, dalla detrazione e mormorazione, dalla discordia e divisione» (FF 2809).
«Siano invece sollecite di conservare sempre reciprocamente l’unità della scambievole carità, che è il vincolo della perfezione» (FF 2810).
L’Amore era la Regola dei frati e delle Povere Dame di San Damiano: «[…] e così, portando il giogo della carità vicendevole, con facilità adempiremo la legge di Cristo. Amen.» (FF 2918 - Lettera ad Ermentrude di Bruges).
«Non crediate che io sia venuto ad abbattere la Legge o i Profeti; non sono venuto a demolire, ma a dare compimento» (Mt 5,17)
Mercoledì 3a sett. Quaresima (Mt 5,17-19)
Mt narra la parabola del servo perdonato, e spietato.
Dimentico della misericordia avuta in dono, costui tralascia di applicare la gratuità ricevuta, nei confronti del prossimo nella sua stessa condizione - o forse meno grave.
La Parola ci esorta ad esercitare verso i fratelli bisognosi, quanto già avuto in serbo.
Francesco aveva di speciale tante qualità, ma eccelleva in una: la stabile e solida memoria della Misericordia divina china su di lui, al punto di condonargli tutti gli errori della vita passata.
Aveva fatto esperienza della paternità e maternità di Dio, assorbito da quelle viscere di misericordia che lo avevano visitato e guarito interiormente.
Per lui compatire e perdonare (come pure correggere, ove fosse necessario) erano due atteggiamenti basilari nel cammino fraterno.
Ormai portava scolpita nel cuore la risposta di Gesù alla domanda di Pietro: quante volte concedere il perdono.
Il Signore gli risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22). Come dire: "in ogni caso e sempre".
Francesco d’Assisi al riguardo, in un passo della Lettera ad un Ministro, spiega bene la disponibilità continua a perdonare, e ricominciare senza stancarsi. Gli accenti del passo sono commoventi.
«Io ti dico […] che quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo […] tutto questo devi ritenere come una grazia […] E ama coloro che agiscono con te in questo modo […]» (FF 234).
E ancora: «E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto più è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli» (FF 235).
La lettera, vero gioiello, fra quelle scritte dal Poverello, continua:
«Se qualcuno dei frati, per istigazione del nemico, avrà peccato mortalmente, sia tenuto per obbedienza a ricorrere al suo guardiano. E tutti frati, che fossero a conoscenza del peccato di lui, non gli facciano vergogna né dicano male di lui, ma ne abbiano grande misericordia e tengano assai segreto il peccato del loro fratello, perché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati» (FF 237).
«Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, come anch’io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,21-35)
Martedì 3a sett. Quaresima (Mt 18,21-35)
Nel passo di Lc affiora l’incredulità e la diffidenza della gente di Nazareth nei confronti di Gesù, le provocazioni addotte e le risposte del Signore che sottolineano l’inaccoglienza sorda al suo Messaggio.
Francesco d’Assisi era ammirato della santità ordinaria di chiunque, ma in modo speciale dei suoi frati.
Spesso ripeteva che è da compiangere il predicatore che nella predicazione cerca la propria gloria anziché la salvezza delle anime.
A costoro sarebbe preferibile uno semplice e privo di “lingua”, ma capace di spingere gli altri al bene.
Si rallegrava molto quando sapeva che i suoi frati sparsi per il mondo, con la santità quotidiana della vita, inducevano molti a tornare sulla retta via.
Un giorno, recatosi in una chiesa della borgata di Assisi, si mise a fare le pulizie.
Lì venne a sapere che un certo Giovanni, uomo semplice, stava arando un suo campo vicino alla chiesa.
"E subito andò da lui e lo trovò intento a pulire. Gli disse: «Fratello, dà la scopa a me, voglio aiutarti».
Prese lui la scopa e finì di fare pulizia.
Poi si misero a sedere, e Giovanni prese a dire: «Da molto tempo ho intenzione di servire a Dio, soprattutto da quando ho inteso parlare di te e dei tuoi fratelli. Ma non sapevo come unirmi a te. Ma dal momento che è piaciuto al Signore ch’io ti vedessi, sono disposto a fare tutto quello che ti piace».
Osservando il fervore di lui, Francesco esultò nel Signore, anche perché allora aveva pochi fratelli e perché quell’uomo con la sua semplicità gli dava affidamento che sarebbe stato un buon religioso".
Francesco lo invitò a donare ai poveri i beni posseduti, come dice il Vangelo.
Giovanni, il semplice, non se lo fece ripetere due volte e obbedì al Poverello in tutto, vendendo un bue per darlo ai poveri.
Continuano le Fonti:
"Francesco, cui piacque sempre la pura e santa semplicità in se stesso e negli altri, ebbe grande affetto per Giovanni.
E appena lo ebbe vestito del saio, prese lui come suo compagno.
Era questi talmente semplice, che si riteneva obbligato a fare qualunque cosa facesse Francesco.
Quando il Santo stava a pregare in una chiesa o in un luogo appartato, Giovanni voleva vederlo e fissarlo, per ripetere tutti i gesti di lui: se Francesco piegava le ginocchia, se alzava al cielo le mani giunte, se sputava o tossiva, anche lui faceva altrettanto.
Pur essendo incantato da tale semplicità di cuore, Francesco cominciò a rimproverarlo. Ma Giovanni rispose: «Fratello ho promesso di fare tutto quello che fai tu; e perciò intendo fare tutto quello che tu fai».
Il Santo era meravigliato e felice davanti a tanta purità e semplicità. Giovanni fece tali progressi in tutte le virtù, che Francesco e gli altri restavano stupefatti della sua santità.
E dopo non molto tempo egli morì in questa santa perfezione. Francesco, colmo di letizia nell’intimo ed esteriormente, raccontava ai frati la vita di lui, e lo chiamava «san Giovanni» in luogo di «frate Giovanni» (FF 1566).
Gli astanti si meravigliano della santità manifesta nell’ordinario di chi vive la Parola concretamente e si chiedevano: «Non é costui il Figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22).
La vita semplice e trasparente spiazza quanti hanno della santità idee astruse; la credono legata a sontuose discendenze, dimenticando che Dio ama e annuncia nell’ordinario.
«Nessun profeta è accetto nella sua patria» (Lc 4,24)
Lunedì 3.a sett. Quaresima (Lc 4,24-30)
Dear friends, the mission of the Church bears fruit because Christ is truly present among us in a quite special way in the Holy Eucharist. His is a dynamic presence which grasps us in order to make us his, to liken us to him. Christ draws us to himself, he brings us out of ourselves to make us all one with him. In this way he also inserts us into the community of brothers and sisters: communion with the Lord is always also communion with others (Pope Benedict)
Cari amici, la missione della Chiesa porta frutto perché Cristo è realmente presente tra noi, in modo del tutto particolare nella Santa Eucaristia. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a Sé. Cristo ci attira a Sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola con Lui. In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli: la comunione con il Signore è sempre anche comunione con gli altri (Papa Benedetto)
«Doctrina eius (scilicet Catharinae) non acquisita fuit; prius magistra visa est quam discipula» [Pope Pius II, Canonization Edict]
«Doctrina eius (scilicet Catharinae) non acquisita fuit; prius magistra visa est quam discipula» [Papa Pio II, Bolla di Canonizzazione]
In this passage, the Lord tells us three things about the true shepherd: he gives his own life for his sheep; he knows them and they know him; he is at the service of unity [Pope Benedict]
In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità [Papa Benedetto]
Let us permit St Augustine to speak once more: "If only good shepherds be not lacking! Far be it from us that they should be lacking, and far be it from divine mercy not to call them forth and establish them. It is certain that if there are good sheep, there are also good shepherds: in fact it is from good sheep that good shepherds are derived." (Sermones ad populum, Sermo XLIV, XIII, 30) [John Paul II]
Lasciamo ancora una volta parlare Sant’Agostino: “Purché non vengano a mancare buoni pastori! Lungi da noi che manchino, e lungi dalla misericordia divina il non farli sorgere e stabilirli. Certo è che se ci sono buone pecore, ci sono anche buoni pastori: infatti è dalle buone pecore che derivano i buoni pastori” (S. Agostino, Sermones ad populum, I, Sermo XLIV, XIII, 30) [Giovanni Paolo II]
Jesus, Good Shepherd and door of the sheep, is a leader whose authority is expressed in service, a leader who, in order to command, gives his life and does not ask others to sacrifice theirs. One can trust in a leader like this (Pope Francis)
Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare (Papa Francesco)
To be Christians means to be missionaries, to be apostles (cfr. Decree Apostolicam Actuositatem, n.2). It is not enough to discover Christ - you must bring Him to others! [John Paul II]
Essere cristiani significa essere missionari-apostoli (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 2). Non basta scoprire Cristo - bisogna portarlo agli altri! [Giovanni Paolo II]
What is meant by “eat the flesh and drink the blood” of Jesus? Is it just an image, a figure of speech, a symbol, or does it indicate something real? (Pope Francis)
Che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? (Papa Francesco)
don Giuseppe Nespeca
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