Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.
5a Domenica di Quaresima (anno A)
(Rm 8,8-11)
Romani 8:8 Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.
Romani 8:9 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
Romani 8:10 E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione.
Paolo non vuole che qualcuno si faccia illusioni: quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio. Dall'accettazione di questa verità nasce in noi la possibilità di un cammino nuovo. Se invece ci lasciamo conquistare dall'illusione, ogni cammino verso l'alto diventa impossibile, ed è sempre impossibile finché l'uomo avrà l'illusione di piacere a Dio mentre invece a Dio non piace, perché è guidato e condotto dalla sua carne. Non può piacere a Dio perché la carne vuole l'affermazione di sé e l'annullamento di Dio, vuole la divinizzazione dell'uomo e di conseguenza la sottrazione dell'uomo a Dio. Chi vive secondo la carne è in rivolta a Dio, anzi Dio gli è nemico, è colui che toglie spazio all'uomo perché ne vuole governare la vita. Costui per affermarsi nella sua carne vuole la morte di Dio.
Questa drammaticità nella scelta divenne realtà con Gesù Cristo. Egli fu messo in croce, perché la sua presenza richiedeva la morte della carne nella quale si era caduti. La carne uccise Dio, lo appese al legno della croce, lo tolse di mezzo. Questa opposizione accompagnerà l'uomo per tutti i giorni della sua vita, poi si trasformerà o in morte eterna o in vita eterna, o per sempre lontano da Dio, o per sempre vicino a Dio.
Ma noi possiamo e dobbiamo piacere a Dio. Lo possiamo e lo dobbiamo perché non siamo sotto il dominio della carne, ma sotto il dominio dello Spirito Santo che abita in noi. “Voi però non siete sotto il dominio della carne”, afferma San Paolo. Questa è la verità che deve essere fatta propria da ogni cristiano. L'uscita dal dominio della carne significa che l'uomo è stato veramente riscattato, liberato, è iniziato il cammino lungo, faticoso, pieno di pericoli che dovrà condurlo verso la patria del cielo, nella completa libertà da ogni schiavitù.
Altra verità che Paolo non smette mai di ricordare è che il cristiano è sotto il dominio dello Spirito e lo attesta il fatto che lo Spirito di Dio abita in lui. La carne è menzogna, egoismo, disobbedienza, allontanamento da Dio. Lo Spirito invece crea libertà, amore, comunione, obbedienza, sottomissione a Dio. Pertanto, “se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene”: Affermazione ovvia e banale, se non fosse per il fatto che troppo facilmente si presume di essere di Cristo. Se lo Spirito opera la distruzione della carne, se lo Spirito crea l'uomo nuovo, se lo Spirito conduce il credente verso la pienezza della vita e della verità, è anche vero che chi è senza lo Spirito di Cristo non può appartenere a Cristo. Non appartiene a Cristo perché appartiene alla carne, e anche se Cristo lo ha comprato a caro prezzo spargendo il suo sangue sulla croce, se l'uomo è ritornato per sua volontà sotto il dominio della carne, quest'uomo non può appartenere a Cristo. Appartenere a Cristo non è semplicemente una appartenenza dovuta al fatto che con il sacramento del battesimo l'uomo è uscito dal dominio della carne per entrare in quello dello Spirito. Questa è appartenenza iniziale, incipiente. È necessario che questa appartenenza si trasformi in dimora abituale dello Spirito dentro di noi. Siamo di Cristo, apparteniamo a Lui perché Lui ci ha comprati con il suo sangue preziosissimo, ma noi possiamo liberamente uscire da questa appartenenza attraverso la nostra consegna al peccato e alla morte.
“E se Cristo è in voi”: Cristo è in noi se il suo Spirito abita in noi. Lo Spirito vi abita se l'uomo rimane nella verità. Se il credente ha conformato veramente il proprio modo di vivere allo Spirito di Cristo, allora “Il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione”. Lo spirito dell'uomo è stato ricolmato della vita di Cristo, ma questa vita non è un frutto prodotto dall'interno dell'uomo, come l'albero produce naturalmente i suoi frutti. Questa vita gli viene dall'esterno, gli viene a causa della giustificazione, cioè della volontà di Dio di rendere l'uomo giusto in Cristo.
La giustificazione non avviene automaticamente, senza la partecipazione della volontà dell'uomo. Essa si compie nell'uomo attraverso un atto di fede in Cristo. La giustificazione non è senza fede, perché altrimenti l'uomo sarebbe privato della sua volontà. Ora, ciò che rende uomini è proprio la volontà, tolta la quale non si è più uomini. Dio permette che un uomo finisca nelle tenebre eterne anziché privarlo della sua essenza di uomo. È questo il mistero tremendo della costituzione ontologica dell'uomo ed è in questa costituzione ontologica anche il mistero del peccato. Quelli che propugnano una giustificazione puramente oggettiva nella quale ogni uomo viene salvato e redento, quelli che propongono l'abolizione dell'inferno o la sua temporaneità, costoro non sanno che propugnando tali teorie essi distruggono se stessi nella loro realtà ontologica, perché si dichiarano non uomini, esseri cioè non dotati di volontà e di autodeterminazione.
Purtroppo oggi l'uomo non si conosce più, e non si conosce perché non conosce Dio, e non conoscendo Dio non può neanche conoscere se stesso. Che l'uomo non si conosca, lo attesta proprio il fatto che si è autodistrutto nella sua realtà ontologica. Ma la distruzione dell'uomo attesta un'altra tremenda realtà. Se l'uomo non si conosce è perché lo Spirito di verità non abita in lui. Se il cristiano non si conosce è il segno manifesto che è ritornato nella carne, perché solo chi è nella carne non conosce Dio, e l'ignoranza nella quale egli vive è a suo gravissimo danno.
Il cristiano non ha una vocazione alla mediocrità, o semplicemente a non peccare. Il cristiano possiede una vocazione alla più alta santità. Egli è chiamato a sviluppare ogni dono di grazia e di verità per farlo fruttificare al massimo. Il minimalismo, la mediocrità, la superficialità, non sono la vocazione del cristiano. La sua vocazione è invece il raggiungimento della conformazione a Gesù Signore. Oggi ci stiamo dimenticando della vocazione che abbiamo ricevuto. Stiamo vivendo come se fossimo senza alcuna vocazione da realizzare, addirittura come se il nostro corpo fosse condannato a peccare. Invece San Paolo ci dice che il cristiano o è uno che è preso e condotto dallo Spirito Santo, o non è cristiano.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
(Disponibili su Amazon)
4a Domenica di Quaresima (anno A)
(Gv 9,1-41)
Giovanni 9:8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?».
Giovanni 9:9 Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Giovanni 9:10 Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?».
Giovanni 9:11 Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista».
Giovanni 9:12 Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».
Giovanni 9:13 Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco:
Giovanni 9:41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».
I vv. 8-9 nel presentare gli attori principali di questa inchiesta, la gente e il cieco, pongono sotto indagine l'identità del cieco guarito, che viene definito come “mendicante” e che “stava seduto”. L'essere seduto parla di una condizione di vita che rendeva incapace l'uomo di una qualsiasi autonomia, ponendolo ai margini della vita sociale e religiosa. Ad accentuare questo stato di cose viene sottolineato come la sua vita miserevole dipendesse dalla generosità dei passanti. Ma è il suo stato di cecità che lo isola e lo immobilizza completamente, impedendogli un qualsiasi normale rapporto sociale. In buona sostanza viene qui descritto lo stato spirituale di un Israele reso cieco da una religiosità fondata sulla lettera della Legge e che lo rendeva incapace di una qualsiasi evoluzione spirituale verso Dio, riducendo il suo rapporto ad una mera esecuzione fisica della Torah. Israele, dunque, era spiritualmente in panne. Su questo stato di cose si accende il dibattito sotto forma di indagine. Attori di questa indagine sono “quelli che lo avevano visto prima”.
Ci si trova di fronte ad un'indagine posta all'interno di un quadro confuso e incerto, da un susseguirsi di pareri discordi e convulsi: “Alcuni dicevano: È lui; altri dicevano: No, ma gli assomiglia. Ed egli diceva: sono io!” (v. 9). Tutti i verbi sono posti all'imperfetto indicativo per indicare la continuità di questo interrogarsi, di questo indagare, che solo il cieco risanato è in grado, almeno in parte, di dipanare.
Il v. 10 pone la questione fondamentale: “Allora gli chiesero: Come dunque ti furono aperti gli occhi?”. Si tratta ancora di un'indagine superficiale perché si chiede soltanto come sia avvenuta la sua guarigione. Ma qui Giovanni pone di fatto un principio sistematico di interpretazione dei segni: di fronte ad un evento straordinario e portentoso è necessario interrogarsi, indagare sul suo compiersi, ma senza fermarsi alle apparenze, interrogandosi piuttosto su queste, trascenderle per giungere a ciò che esse esprimono. Serve dunque una seconda lettura più profonda perché i miracoli, ancor prima di essere espressione dell'irrompere della potenza divina in mezzo agli uomini, sono dei segni che rimandano a ciò che essi significano nelle loro apparenze. Proprio per questo il cieco dettaglierà quanto gli è successo, perché, riflettendo e indagando sul segno si giunga a scoprire quella luce che lo ha illuminato (v. 11).
I vv. 11-12 riportano da un lato la testimonianza del cieco guarito, che descrive quanto gli è successo, ma senza andare oltre (v. 11); dall'altro compare la prima domanda di senso: “Dov'è questo tale?” (v. 12), che spingerà oltre la ricerca e l'indagine su Gesù, portando il caso alle autorità religiose (v. 13).
La prima risposta che il cieco dà ai suoi interlocutori è una indicazione generica: “Quell'uomo che si chiama Gesù”. Significativo qui l'uso del termine “anthrōpos” che indica un uomo in senso generico, non ben definito, denunciando in tal modo una conoscenza ancora imperfetta del suo guaritore. Egli certo ne conosce il nome, ma soltanto per sentito dire (“si chiama Gesù”); sa che attraverso una sua ritualità e dei comandi da lui impartiti e di cui non conosce il senso, gli ha acceso la luce negli occhi e nel cuore; ma gli manca ancora l'esperienza diretta, che, sola, gli può fornire una conoscenza piena, portando a compimento il suo cammino di illuminazione. Ma prima di giungere a questo egli deve attraversare ancora molti interrogativi e superare molti ostacoli; deve dare ancora altre testimonianze, difendere e annunciare lui stesso il suo salvatore, e, cacciato dalla sinagoga, giungere fino ad una scelta obbligata, quella dell'abbandono della sua vita precedente. Soltanto a questo punto egli lo incontrerà e lo proclamerà “Signore” (v. 38).
Ma quanto il cieco risanato ha attestato ai suoi interlocutori (v. 11) è ancora del tutto insufficiente per definire chi veramente sia questo Gesù. Si rende, quindi, necessario trovarlo, sapere dove si trova: “Gli dissero: Dov'è questo tale? Rispose: non lo so”. Il nome di Gesù è sostituito da un pronome (“questo tale”), che indica come la conoscenza di Gesù sia ancora superficiale e abbia quindi bisogno di una maggiore investigazione prima di giungere al nome, che nella cultura degli antichi indica l'essenza stessa della persona. L'esito di questa ricerca, infatti, risulta inefficace: “Non lo so”, letteralmente “Non ho visto” (ouk oida) e quindi non so. È dunque l'assenza del vedere, la sua cecità che gli ha impedito di cogliere “Dove” si trova il suo salvatore. Certo il cieco risanato ha incontrato Gesù, che lo ha guarito, ma questa esperienza di Gesù egli l'ha fatta quando ancora era cieco, quando ancora doveva arrivare alla vasca di Siloe e lavarsi con l'acqua viva. Fu dunque un incontro salvifico sì, ma che richiedeva tutto un cammino per giungere pienamente a vedere il suo salvatore. Per questo egli ancora “Non sa”.
È dunque giocoforza che la ricerca continui, ora presso le autorità religiose, quelle che dovrebbero essere la luce che illumina Israele. Il cieco viene condotto presso i farisei per essere sottoposto alla loro valutazione. Significativa l'annotazione con cui termina il v. 13: “quello che era stato cieco”, per sottolineare, da un lato, l'avvenuto cambiamento di stato di vita: da cieco a vedente; da incredulo a credente; dall'altro, per indicare che qui sotto processo ci sta andando quello che era un tempo cieco, cioè un giudeo poi convertitosi al cristianesimo. Infatti la presa di posizione di questo che era stato cieco a favore di Gesù, che emergerà sempre più evidente man mano che il racconto procede, e la sua espulsione finale dalla sinagoga stanno ad indicare la rottura di questo ex cieco con il giudaismo.
Questo dunque il contesto entro cui va letto il dibattimento processuale, che vede i Farisei nelle vesti del giudice per le indagini preliminari, e il cieco guarito in quelle momentaneamente di persona informata sui fatti e poi in quella di imputato. Su questo sfondo processuale emerge un po' alla volta l'identità di Gesù, che si concluderà con l'espulsione del cieco dalla sinagoga, presupposto indispensabile per poter incontrare Gesù e riconoscerlo nella sua divinità.
Il v. 41, nel concludere il racconto, riporta la risposta di Gesù a questo giudaismo che si riteneva illuminato dalla Torah: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”. La sentenza, che di fatto è una implicita accusa di presunzione, innesca un confronto tra il cieco nato, metafora di un giudaismo disponibile e accogliente, che è giunto alla piena illuminazione; e questo giudaismo saccente, che convinto di essere illuminato dalla Torah, e sui cui parametri anche Gesù era stato valutato come peccatore (v. 16), si era precluso ogni possibilità di accesso al Mistero. Non vi è dunque una evoluzione né spirituale né culturale per questo tipo di giudaismo. Per questa sua impermeabilità al manifestarsi del Cristo di Dio, questo giudaismo rimane nel suo peccato, che per Giovanni è incredulità, che in ultima analisi altro non è che il rifiuto di Dio.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
(Disponibili su Amazon)
3a Domenica di Quaresima (anno A)
(Rm 5,1-2.5-8)
Romani 5:1 Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo;
Romani 5:2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio.
Paolo vede il credente in Gesù in una situazione di grazia. Questo stato di grazia lo esprime con la parola "giustificati". La giustificazione è compiuta. È questa la verità che Paolo proclama. Il passaggio dalla vita alla morte, dal peccato alla grazia, avviene, è avvenuto, avverrà sempre per la fede in Gesù Cristo. Usando l'aoristo participio passivo (= essendo stati giustificati) Paolo sottolinea che quest'opera ormai ci appartiene. Allude a un momento preciso della vita dei cristiani che appartiene al passato: si tratta del battesimo. Siamo giustificati “ek pisteōs” - dalla fede. Gesù Cristo morto-risorto è il luogo sacramentale dove si attua questa giustificazione, a cui si accede per mezzo della fede. Siamo giustificati nel momento in cui crediamo e accogliamo Gesù Cristo come unica e sola Parola di vita eterna.
Cosa avviene nel momento in cui si compie la nostra giustificazione? Siamo in pace con Dio. L'autore della salvezza è anche l'autore della pace: non c'è vera pace se non in Cristo. Questa pace si è instaurata quando noi, nemici di Dio, siamo stati riconciliati con Dio da Gesù Cristo. La pace non è uno stato di equilibrio interiore e neppure il nostro comportamento pacifico. La pace è il ristabilimento della relazione con Dio, perché riappacificati a seguito della giustificazione. Quando si è in pace con Dio si ritrova anche la pace con gli uomini; si ritrova anche la pace con il creato, da custodire e da coltivare, in quanto bene affidato da Dio alle nostre cure perché sappiamo farne la casa dove l'uomo possa abitare con dignità, sapienza, e nella gioia. L'errore dell'uomo, oggi, è pensare che vi possa essere pace tra gli uomini e con il creato, rimanendo l'uomo nella sua falsità e nel suo peccato. La pace nasce solo dalla giustificazione e solo finché l'uomo vive da giustificato.
Si è nella pace se si è in Cristo, si è nella pace se si vive nella parola di Cristo, si è nella pace solo per mezzo di Cristo. Questo è il grido che Paolo fa risuonare nelle sue chiese, perché si convincano che fuori di Cristo nessuna pace sarà mai possibile. L'illusione è pensare una pace senza giustificazione, pensare una pace fuori di Cristo. La Pace è Cristo, è in Cristo, è per mezzo di Cristo. È lui la via attraverso la quale un uomo può andare in pace verso un altro uomo. Chi esclude Cristo, si preclude la strada della vera pace. Senza Cristo non vi potrà mai essere pace, perché l'uomo non è nella verità.
La fede pertanto è fede in Dio che ha costituito Cristo unica via per avere la salvezza. La nostra fede in Dio diventa però operativa solo se è fede nell'opera di Cristo. Dio Padre e Gesù Cristo sono un unico principio di fede, un'unica fede che salva. È attraverso questa fede che si ottiene il dono della pace, perché è attraverso questa fede che siamo giustificati, Dio cioè cancella il nostro debito, ci fa suoi figli in Cristo, ci ristabilisce nella sua amicizia. Questa è la pace.
"Per suo mezzo": Cristo è lo strumento e la chiave di accesso alla nuova condizione di vita che si è realizzata in Lui. La pace di cui si parla al v. 1, viene considerata sotto un altro aspetto nel v. 2: è una grazia. Paolo dice di aver avuto accesso a "questa grazia nella quale ci troviamo". La grazia va intesa come la redenzione operata da Cristo attraverso la sua morte e risurrezione. Paolo va molto fiero di questa grazia. E quel "ci vantiamo" non è frutto di presunzione umana, ma è la gioia che nasce dalla coscienza di essere stati eletti e salvati per mezzo di Cristo e in Cristo, nonostante la miserevole condizione di peccatori, e che fa in qualche modo pregustare lo stato della gloria piena e definitiva. Paolo si vanta per magnificare e lodare il Signore, per benedirlo ed esaltarlo per il suo grande amore. Tutto quello che Paolo è, tutto quello che i credenti sono e diventeranno è solo per grazia, e di questo bisogna vantarsi, non per i propri meriti.
Il vanto di Paolo riposa su una verità: lui è ben saldo "nella speranza della gloria di Dio", cioè gioisce nella speranza di partecipare un giorno alla gloria di Dio, che per i giustificati sarà la corona e il fine di tutte le cose. Paolo sa che lo attende una smisurata gloria eterna. È questa la sua forza: la speranza che nasce in lui dalla fede. Una speranza che non va pensata come semplice desiderio umano; ma essa è già certezza, poiché definisce una realtà che già c'è e in cui già ci si trova, anche se non è ancora raggiunta in modo pieno e definitivo: però fin d'ora siamo chiamati a viverla, conformando la nostra vita a questa nuova realtà di cui viviamo. Così che la nostra vita è una vita escatologica, profondamente segnata da un già e un non ancora.
Chi non ha questa speranza, si impelaga nelle cose di questo mondo e viene soffocato come le spine soffocano il buon grano. Oggi stiamo perdendo quasi tutti la speranza della gloria di Dio. Stiamo quasi tutti costruendo un cristianesimo orizzontale, senza la sua verità portante. Dobbiamo riprenderci, rafforzarci nella specificità della nostra fede. Dobbiamo trovare la fierezza del nostro essere cattolici, discepoli, ministri, ambasciatori, araldi di Gesù Cristo, nella speranza della gloria futura. Se il credente perde di vista la speranza, il suo essere cristiano è senza scopo. Quando invece nel credente dimora la vera fede, c'è anche una speranza forte; quando manca la speranza è segno evidente che la sua fede è debole, o inesistente. È una fede che non riesce ad aprire la porta dell'eternità e senza l'apertura di questa porta, la poca fede che vi risiede, prima o poi si perderà, poiché la caratteristica della fede è camminare verso la gloria eterna di Dio nel suo regno di luce e di pace eterna.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
(Disponibili su Amazon)
Seconda Domenica di Quaresima (anno A) [Mt 17,1-9]
Matteo 17:3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Matteo 17:4 Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Matteo 17:5 Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».
Matteo 17:6 All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.
Matteo 17:7 Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete».
Matteo 17:8 Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
Matteo 17:9 E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».
Accanto al Gesù trasfigurato e rilucente della stessa luce di Dio, si affiancano all'improvviso e in modo inaspettato due personaggi veterotestamentari di rilevante importanza: Mosè ed Elia. Il primo è colui che Dio scelse per liberare il suo popolo dall'oppressione dell'Egitto e perché lo conducesse nella terra promessa ai Patriarchi. Mosè è colui che parlava con Dio faccia a faccia, rivelando così la familiarità che intercorreva tra i due. Mosè è colui che ricevette direttamente da Dio la Torah, e la rivelò al popolo. Fu un intercessore, l'intermediario dell'alleanza tra Dio e Israele. Elia, invece, fu colui che contrastò i tradimenti del popolo e dei suoi governanti e, sfidando le ire della regina Gezabele e le pretese dei sacerdoti di Baal, cercò di affermare la signoria di Dio in mezzo al popolo, mettendo a repentaglio la propria vita.
La presenza di questi personaggi si deve anche al fatto che Gesù nel cap. 5 del Vangelo aveva detto: “non pensate che io sia venuto ad abolire la legge e i profeti”, cioè Gesù non è venuto a distruggere le promesse dell’Antico Testamento, contenute nella legge e nei profeti, ma a portarle a compimento, a pienezza. Con la loro presenza, Mosè ed Elia rendono testimonianza a Gesù, e mostrano che Egli è il fine a cui era ordinata sia la legge che i profeti. Costoro sono anche i due personaggi che nell’Antico Testamento hanno parlato con Dio. Come Mosè ed Elia parlavano con Dio, ora essi parlano con Gesù e a lui soltanto. Non viene detto che Gesù parla con loro, ma che loro parlano con Gesù; sono loro che convergono verso Gesù e non viceversa. Non vi è, dunque, un interscambio dialogico. Elia e Mosè, tutta la rivelazione data da Dio ai padri, parla con Gesù.
La scena è carica di simbolismo e di significati. Matteo l'ha inserita per far comprendere il significato nuovo della figura di Gesù rispetto ai personaggi simbolo dell'Antico Testamento. Gesù non è un'aggiunta a Mosè e ad Elia, non è un loro prolungamento, ma il loro punto di convergenza. Essi, per un certo verso, definiscono il senso della sua missione e del suo essere: come Mosè, Gesù è stato inviato ad Israele e all'intera umanità per liberarla dalla schiavitù del peccato e ricondurla al Padre. Nel contempo si costituisce anche come mediatore tra Dio e gli uomini, una sorta di pontefice, che collega l'umanità a Dio, in un patto tra Dio e gli uomini, sicuro e definitivo, che non verrà mai meno. Similmente ad Elia, il profeta che spese la sua vita e la pose a rischio per riaffermare il culto di Dio in seno al suo popolo, anche Gesù è venuto a ripristinare la volontà del Padre in mezzo agli uomini, a rivelarne le esigenze e a sollecitare un loro ritorno a Dio. Mosè ed Elia, pertanto, erano figure paradigmatiche, tipiche, che preannunciarono in loro stessi i tratti essenziali della figura di Gesù, in cui essi convergono e trovano il loro compimento.
Il v. 4 denuncia un errore di prospettiva in cui cadrà il giudeo-cristianesimo: ritenere Gesù un grande personaggio, un profeta di spicco, un messia di rilievo, ma che non si discostava dai suoi predecessori veterotestamentari, significati in Mosè ed Elia, anzi a questi si doveva legare. Pietro, infatti, ha davanti a sé Gesù, Mosè ed Elia e, senza distinzione alcuna, propone loro tre tende, una per ciascuno di loro, tutti e tre alla pari. Come dire che Pietro, e con lui il giudeo-cristianesimo, ancora non riusciva a cogliere la novità racchiusa nel mistero di Gesù, che egli pone sullo stesso piano di Mosè ed Elia e ad essi associa.
Con il v. 5 giungiamo nel cuore del racconto, finalizzato a sottolineare la figliolanza divina di Gesù e, quindi, la sua stessa divinità. La rivelazione tocca qui il suo vertice poiché sulla questione è ora impegnato Dio stesso, la cui presenza è richiamata da due elementi teofanici: la nube e la voce. La prima richiama da vicino la “shekinàh”, la presenza gloriosa di Yahweh, mentre la seconda è legata alla prima e indica il rivelarsi di Dio.
La luminosità della nube contrasta con il verbo epeskíasen, “adombrò”, “oscurò”. È stupefacente come una nube incandescente di luce divina possa oscurare e adombrare. In realtà questo gioco di parole parla di rivelazione e di nuova comprensione. Ciò che questa nube oscura, infatti, sono quei Gesù, Mosè ed Elia, che Pietro aveva posto tutti in egual modo, sullo stesso piano, senza rilevarne la sostanziale differenza. È questo errore, che riparametra Gesù sulla falsariga dell'Antico Testamento, riconducendolo al suo interno, che viene per così dire adombrato, nascosto; mentre all'interno della luce divina viene rivelato il vero mistero che sottende la persona di Gesù.
La Chiesa non ha più niente da prendere da Mosè o da Elia, se non quelle parti che sono compatibili con il messaggio di Gesù. L’evangelista non dice che bisogna buttar via l’Antico Testamento, ma Gesù diventa la norma per l’interpretazione dell’Antico Testamento. Questo è un monito attuale più che mai, perché da sempre ci sono gruppi che sono tentati di valorizzare alcune norme dell’Antico Testamento e integrarle nella comunità cristiana.
Il brano termina (v. 9) con i discepoli ricondotti entro la normalità del vivere quotidiano: essi, infatti, scendono dal monte; ed è proprio durante tale rientro che Gesù ordina il silenzio circa la visione. Vieta loro di parlarne prima della risurrezione, perché solo allora capiranno cos’è la trasfigurazione: è l’anticipo della resurrezione. Intanto, lasceranno che il mistero intuito maturi in loro.
È necessario, quindi, attendere i tempi stabiliti perché Gesù venga compreso nella sua interezza, e questi tempi vengono soltanto dopo che Gesù avrà la glorificazione della sua persona (“risorto dai morti”). Solo allora apparirà con chiarezza il senso del suo essere, della sua divinità e della sua messianicità. Solo allora le Scritture potranno essere ricomprese e acquisiranno un significato nuovo; solo allora, nel Risorto, la Legge e i Profeti troveranno il loro compimento. Il mistero, ora, deve essere avvolto nel silenzio di una imperfetta comprensione, che si può intuire, ma non ancora raggiungere nella pienezza. Nell'attesa che il mistero si compia è necessario il silenzio, perché il mistero non venga banalizzato o rifiutato.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
(Disponibili su Amazon)
1a Domenica di Quaresima (anno A)
(Mt 4,1-1)
Matteo 4:1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.
Matteo 4:2 E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.
Matteo 4:3 Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane».
Matteo 4:4 Ma egli rispose: «Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. Ci si può chiedere, per quale motivo lo Spirito deve portare qualcuno in una situazione di pericolo? Qui non ci sono dubbi, è proprio lo Spirito Santo che spinge Gesù a scontrarsi con il diavolo, e quindi con tutte le false aspettative dell'epoca riguardo la figura del Messia, che a questo punto capiamo erano aspettative diaboliche.
Il termine greco per tentazione è "peirazō", che significa principalmente "mettere alla prova, esaminare", ma anche “tentare” in senso morale di sollecitazione al male. Il verbo si può tradurre sia mettere alla prova e sia tentare. Quando è Dio che compie l'azione, allora abbiamo il senso di mettere alla prova, perché è qualcosa che serve per la crescita e la maturità della persona, in modo che la persona possa fare una verifica seria della propria vita. È qualcosa di positivo. Anche nei Vangeli troviamo che Gesù mette qualche volta alla prova i suoi discepoli, per vedere se hanno capito i suoi insegnamenti. Quando invece questo verbo ha come soggetto Satana, allora si parla di tentare, di porre la persona in una situazione di pericolo, per distoglierlo dal proprio dovere. Nel nostro testo il diavolo cerca di distogliere Gesù dal suo compito messianico.
“Diavolo”, in greco, vuol dire divisore, separatore, e il suo corrispondente ebraico, “satan”, vuol dire “avversario”. È il nemico e l'avversario dell'uomo, che vuole ostacolare Gesù e anche ogni uomo nel suo cammino con Dio. Come dire: Io voglio proseguire per questa strada, ma a un certo momento la strada mi viene sbarrata; questo è Satana, il diavolo, qualcuno che vuole sviarmi.
Gesù fu condotto nel deserto, a ovest di Gerico, sul monte della Quarantena. Ma qui non è il luogo geografico che interessa. Il deserto rappresenta il luogo della prova. È il luogo in cui il popolo d’Israele poteva dimostrare la sua fedeltà a Dio, oppure la sua infedeltà; era il luogo in cui l'uomo doveva verificare le proprie scelte. È il luogo dove possiamo scoprire la verità, perché la vera lotta non è tanto contro qualcuno, ma è in noi. Possiamo dire che il deserto è una situazione esistenziale per tutti. La verità la troviamo solo nel deserto, perché finché c’è qualcuno vicino a noi, possiamo sempre dire: è stato lui, è colpa sua. Ma se siamo soli, possiamo vedere solo i mali che sono in noi. Quindi bisogna saper fare il deserto, il silenzio, andare nella verità e non aver paura della verità. Il deserto è il luogo della ricerca, del cammino, ed è qui che troviamo il diavolo, cioè il divisore, la scissione, troviamo il male. È proprio qui che ci porta lo Spirito! Noi pensiamo che la vita spirituale sia qualcosa di privilegiato, invece è esattamente il contrario, ci porta nella realtà, ci porta nella tentazione, nella prova, nel dubbio, nella difficoltà di discernere, di decidere, nella lotta.
Il verbo peiraō (tentare) signifca anche “imparare dall'esperienza”, “fare l'esperienza”, “provare”, così è attraverso la tentazione che l’uomo passa attraverso il male, e quindi diventa esperto, fa esperienza. E la tentazione la subisce chi ha fatto la scelta giusta. Se uno sta rubando ed è tentato di smettere, quella non si chiama tentazione, ma buona ispirazione! Quindi dobbiamo considerare la prova e la tentazione come un luogo in cui se uno sceglie il bene, si scontra con il male. Ecco perché è lo Spirito che spinge nel deserto, cioè è lo Spirito stesso di Dio che mi spinge a fare una scelta, a fare chiarezza, a fare verità.
Alla fine dei quaranta giorni e delle quaranta notti Gesù ha fame. Questa fame va interpretata come uno stato di necessità. Di ogni necessità si serve il diavolo per tentare l’uomo, sempre. Anche nelle famiglie, è molto più facile litigare quando ci sono delle necessità che non quando le cose vanno bene, proprio perché il diavolo ha l’occasione di mettersi di mezzo.
“Il tentatore allora gli si accostò”. Qui viene cambiato il nome, non si parla del diavolo ma del tentatore. È un'espressione che usa solo Matteo, perché il verbo “tentare” è il verbo tipico che l'evangelista userà parlando dei farisei, dei sommi sacerdoti e dei sadducei quando vanno da Gesù per tentarlo. Sono gli esecutori materiali delle tentazioni di Gesù. Per questo motivo l'evangelista cambia il nome e presenta Satana come il tentatore, per ricordare che saranno altri che agiranno per conto del diavolo a tentare Gesù.
La prima tentazione comincia con la proposta: se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane. La tentazione può essere letta in diversi modi: Approfitta della tua posizione per il tuo bene personale, fa che questi sassi possano saziare la tua fame. Se puoi farlo, fallo.
Fatte salve le dovute eccezioni, tutte le tentazioni sono sempre a fin di bene. Nessuno di noi fa il male perché è male, ma perché ci pare un bene. Tranne quelle poche volte - o tante - che lo si fa per debolezza, quando cioè si sa che è male, ma non riesco a far diversamente, i gravi errori sono quelli che si fa a fin di bene. Dio ci liberi dal male che possiamo fare pensando che sia bene! Sono come le guerre giuste di anglo-sionista memoria: non finiscono più, proprio perché sono giuste! Quindi bisogna stare attenti quando si agisce a fin di bene: è pericolosissimo! Non bisogna agire a fin di bene, bisogna fare ciò che è bene. Si può essere diabolici a fin di bene!
Un'altra lettura della tentazione è la seguente: Gesù è sollecitato ad usare la sua autorità di Figlio di Dio, per imprimere una svolta alla storia del suo popolo o, se vogliamo, di dare ascolto alle attese messianiche di Israele, che attendeva un messia politico-militare e religioso, liberatore e restauratore della grandezza di Israele. In questa ottica, la prima tentazione è quella di un messianismo economico: pensare, cioè, di portare l’era messianica con il benessere economico terreno. In altre parole, Gesù è tentato di mutare i sassi in pane per compiere un’azione prodigiosa agli occhi dell’umanità: se è lui il Figlio di Dio, potrà estinguere il problema della fame nel mondo, potrà farsi riconoscere e acclamare come benefattore. È molto interessante la rilettura di questa tentazione fatta da Fëdor Dostoevskij, nella “Leggenda del grande inquisitore: «Vedi queste pietre nel deserto nudo e infuocato? Mutale in pane e l’umanità ti seguirà come un gregge docile e riconoscente».
La prima tentazione può essere letta anche come una falsa alternativa: o pane, o parola. Mentre noi diciamo: sì la parola di Dio è bella, adesso però c’è la vita concreta, devo pensare a questo e a quell’altro. Questo è un grande male, perché se la parola di Dio non c’entra con la vita concreta, Dio non esiste. In realtà, la prima cosa è la parola di Dio che ordina il mio modo di rapportarmi alle cose, e quindi la mia vita concreta, il mio pane. Come risposta al tentatore, Gesù gli ricorda che è nella fedeltà alla parola di Dio che l'uomo può trovare il vero significato della sua esistenza.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
(Disponibili su Amazon)
6a Domenica T.O. (anno A)
(Mt 5,17-37)
Matteo 5:19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Questo verso presenta un parallelismo caratteristico del modo di procedere della retorica ebraica, che qui pone a confronto il trasgredire con l'osservare, il minimo con il grande, o se vogliamo il relativo con il tutto, evidenziando come il più piccolo dei comandamenti riesca a rendere piccolo chi non lo osserva, dimostrando in tal modo la grande forza spirituale che riveste un comandamento stimato piccolo dai sofismi umani, ma comunque grande perché in esso si rispecchia e si esprime la volontà di Dio, che va sempre eseguita.
Si noti come questa sentenza di Gesù si dispieghi in due momenti i quali, benché tra loro radicalmente contrapposti, trovano tuttavia il loro comune punto di ricongiunzione nel verbo "insegnare". Per essere minimi o grandi non è sufficiente “trasgredire” o “osservare”, ma ci deve essere anche l'insegnare. È, quindi, il modo di porsi e di relazionarsi all'interno della comunità, còlta qui come luogo del regno dei cieli, che rende minimo o grande in essa.
Non è sufficiente una semplice violazione personale del comandamento per essere degradato, ma questa deve essere accompagnata anche da un insegnamento speso in tal senso. La violazione personale di per sé non sembra assumere un livello di gravità tale da condannare la persona, ipso facto, forse perché tale violazione è considerata frutto della stessa debolezza umana; ma quando l'errore viene trasmesso attraverso uno specifico insegnamento, allora vi è un radicamento in esso e una volontà precisa di espanderlo, che diventa pertanto motivo d'inciampo per il prossimo. Parimenti, l'osservare scrupolosamente i comandamenti nella propria vita privata non giova se non è accompagnato da una pubblica testimonianza, poiché la lampada va sempre posta sul candeliere affinché faccia luce a tutti coloro che sono in casa.
In Israele, infatti, l'osservanza o la violazione della Legge non era mai considerata un fatto privato, benché impegnasse personalmente ogni singolo israelita nella sua pratica. Il patto sinaitico era un patto sancito con il popolo e la sua violazione è sempre stata intesa prevalentemente come una colpa collettiva a cui seguiva sempre un castigo collettivo, e ce ne dà testimonianza lo stesso esilio babilonese e, ancor prima, la distruzione del regno del nord d'Israele ad opera degli Assiri. In tutta la storia d’Israele, poi, Dio non parla mai alla singola persona, ma soltanto al popolo o ai suoi legittimi rappresentanti. Per questo, l'insegnare è ciò che qualifica la violazione o l'osservanza, stabilendo la rispettiva posizione di ogni membro all'interno del regno dei cieli, di cui la nuova comunità è sacramento.
Che cosa sono i comandamenti minimi? Su questo c’è della confusione. Sono tutti i precetti della Legge? Ma se noi stiamo a vedere quello che gli evangelisti ci hanno tramandato di Gesù, vediamo per esempio che Gesù non ha osservato le leggi della purità riguardante i lebbrosi (li ha toccati). Gesù quando parla del ripudio, parla in maniera diversa da Mosè; salva un’adultera dalla lapidazione. In alcune occasioni non ha osservato la legge più importante, quella del sabato, almeno secondo l’interpretazione farisaica, e così via.
Dobbiamo allora intendere le parole di Gesù tenendo conto che questi comandamenti minimi, non sono altro che quelli che ha appena proclamato dal Monte attraverso l’immagine delle Beatitudini. Perché sono considerati minimi? Perché questa espressione? È quello che Gesù dichiarerà a quelli che lo vogliono seguire: “il mio giogo è leggero e il mio carico non è un carico pesante”. In questo senso noi possiamo interpretare i comandamenti minimi. È vero che mettere in pratica il messaggio comporta degli impegni e che tante volte sono impegni forti, ma non sono mai impegni che schiacciano come faceva la Legge con tutti quelli che tentavano di metterla in pratica.
Gesù, parlando delle beatitudini come dei comandamenti minimi, ci sta dicendo che sebbene l'osservanza comporti un impegno, non è un impegno che non si riesce a portare avanti, come una specie di giogo messo sul collo che non permette di camminare. Chi nella comunità tradisce il messaggio - i comandamenti delle Beatitudini - e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli; ma sarà considerato grande chi li metterà in pratica e li insegnerà.
Le due categorie, la contrapposizione tra minimo e grande, non riguarda una gerarchia, come se nel regno o nella comunità ci fossero cristiani di serie A o B, è piuttosto il modo di parlare secondo il linguaggio semitico: essere minimo significa escluso da una realtà; essere grande vuol dire essere partecipe di quella realtà. Gesù dice che chi tradisce lo spirito delle Beatitudini, chi non vive secondo questo insegnamento è meglio che lasci perdere; non può sentirsi parte integrante della comunità del regno, si esclude da solo. Al contrario, la piena partecipazione al regno è di coloro che metteranno in pratica e insegneranno a fare così.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
(Disponibili su Amazon)
5a Domenica T.O. (anno A)
(Mt 5,13-16)
Matteo 5:15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
Matteo 5:16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.
Dice Gesù: quando si accende una lampada non la si può mettere sotto un recipiente, sarebbe assurdo, ma la si pone su di un candeliere, perché possa dare luce a tutti quelli che sono nella casa. Questo è il compito dei discepoli, che mettendo in pratica il messaggio delle beatitudini possono rendere un servizio vitale al mondo. I credenti sono definiti luce e lucerna. Il significato è identico dato che la lucerna ha a che fare con la luce che illumina, ma diversa è la loro illuminazione. In quanto luce la comunità è in riferimento al mondo e deve rendersi visibile in mezzo agli uomini come una città che è posta su un monte; mentre i singoli credenti, definiti nei loro rapporti intracomunitari, sono chiamati ad essere lucerne nei confronti di “tutti quelli che sono nella casa”.
La luce, quindi, deve brillare sia all'interno che all'esterno della comunità. La luce che illumina gli uomini deve partire dall'interno della comunità, per poi irradiarsi su tutti. È una luce che sgorga dall'intimo stesso di ogni credente, radicato nel Cristo risorto, che permea l'intera comunità, espandendosi, poi, sul mondo. Solo se ogni singolo credente brilla della luce del Risorto, la comunità ne sarà illuminata e diventerà luce per il mondo. La luce non modifica la realtà, la luce fa vedere la realtà.
Infatti, la conseguenza immediata della luce è proprio il vedere: "perché vedano" (v. 16), cioè l'accorgersi di una cosa nuova che è nata in mezzo agli uomini - l’agire stesso di Dio tra di loro - che devono vedere attraverso "le vostre opere buone". Queste opere buone del credente richiamano da vicino il ritornello della creazione: "E Dio vide che questo era buono". Le buone opere compiute dal credente sono in parallelo alla creazione di Dio. È significativo come l'atto creatore di Dio incominci proprio con la luce (Gn 1,3), e in questo contesto di luce, viene poi collocata l'intera creazione. Così il compiersi delle opere buone da parte del discepolo diventa la nuova dimensione in cui l'umanità è chiamata a entrare. Anzi, sono proprio queste opere buone che diventano la causa di una nuova umanità che loda Dio: "rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli". Dare gloria è un’espressione un po’ astratta. Spiegando in maniera semplice, possiamo dire: l’amore tradotto in opere. Quando gli uomini vogliono rendere gloria a Dio, non devono far altro che tradurre l’amore che vivono in gesti concreti verso gli altri. Lo scopo di queste opere è che gli uomini possano riconoscere Dio, e sentendosi amati possano scoprire nella propria vita che c’è un Dio che è Padre, che manifesta questo amore.
Il verbo “doxazō”, tradotto “rendere gloria”, verrà in seguito presentato da Gesù parlando ai farisei che vogliono “essere lodati dagli uomini” (Mt 6,2), vogliono essere glorificati dalle proprie opere; questa è la vera idolatria. Se facendo le mie opere, le opere buone, non cerco la gloria di Dio, ma cerco la mia gloria, mi sostituisco a Dio e voglio essere io il punto di attenzione, il soggetto che si attira il plauso, le lodi. Se le opere hanno questo risvolto negativo, non abbiamo più la luce che risplende.
La luce del cristiano è la sua nuova vita che vive tra gli uomini. Vita fatta di verità e di carità, di misericordia e di perdono. La diversità di vita fa la differenza, e questa differenza si trasforma in rendimento di gloria a Dio. Oggi è proprio questa differenza che fa difetto. Se la differenza non esiste, è segno che le opere del cristiano non sono di luce.
La fede non viene “dimostrata” ma viene “mostrata”, semplicemente, non attraverso una dimostrazione, che è un fatto intellettuale, che magari sa anche di dialettica: convincere l’altro. La fede si mostra: la relazione che hai con Dio e con gli altri brilla, fa capire, fa sentire, comunica. Allora viene glorificato il Padre che è nei cieli.
È grande sotto ogni aspetto la nostra responsabilità di cristiani.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
(Disponibili su Amazon)
(Mt 5,1-12a)
Matteo 5:3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Così inizia la prima beatitudine, la più importante, perché posta in prima posizione da Matteo. Notiamo innanzitutto la parola "beati". Proviamo a dire a un povero "beato tu che sei povero": lo insultiamo. In genere si dice "beati i ricchi". Le beatitudini di Gesù sono la contraddizione esatta di quello che noi pensiamo, sono parole che capovolgono radicalmente tutti i criteri terreni. C’è una vera e propria carica eversiva nelle beatitudini.
C’è una disparità di forze tra ricchezza e povertà, a tutto svantaggio del povero, schiacciato dall'avidità e dall'orgoglio del ricco. Nel messaggio di Gesù la povertà acquista una nuova dignità, sconosciuta fino a quel momento. Gesù è venuto per restituire dignità a questa umanità. Infatti, per Gesù è necessario liberarsi dall'attaccamento dei beni terreni per poter abbracciare pienamente la sua causa, che porta l'uomo a un livello di vita superiore e compiuto. Ma non è sufficiente questo primo livello di povertà materiale. Per Gesù serve un ulteriore passo: lo spogliarsi del proprio modo di pensare e di vedere le cose, per assumere quello di Dio; è necessario collocarsi dalla parte di Dio e vedere le cose dalla sua prospettiva.
C'è un salto di qualità: dalla povertà materiale a una povertà interiore. La povertà materiale non è sufficiente per ereditare il regno, ma deve avere radici nel cuore stesso dell'uomo. Per questo Matteo dice “beati i poveri in spirito”. Letteralmente povero in spirito può significare carente di spirito, ma Gesù non può proclamare felice uno che è carente di spirito.
L’espressione poveri in spirito deriva da Is 66,2 il cui testo ebraico dice: ‘ānî ûnekēh rûaḥ, «Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui ch'è povero e contrito di spirito». Il termine ‘ānî (povero) è affine a ‘ānāw (umile). Nei LXX viene reso spesso con ptōchòs, che indica la povertà del mendicante, costretto ad abbassarsi, a curvarsi, cioè ad umiliarsi per sopravvivere. Questa concezione della povertà si affermerà come valore positivo soprattutto dopo l’esilio babilonese. Il povero viene a designare l’uomo umile, pio, timorato di Dio. Gli ‘ānāwîm, che si rivolgono a Dio in preghiera e con fede, sono persone povere, che appartengono alle classi sociali più basse. Disprezzati, angariati, ripongono la loro fiducia e sicurezza in Dio. Da lui soltanto attendono protezione e aiuto con un atteggiamento interiore di umiltà e di dipendenza filiale.
Quindi la povertà benedetta non riguarda una situazione sociale, ma è quella che implica la fiducia nella protezione divina; designa innanzitutto un atteggiamento spirituale nei confronti di Dio. I poveri in spirito sono coloro che si reputano mendicanti davanti a Dio, che sanno di non poter provocare a forza l’avvento del regno dei cieli, ma che dev’essere Dio a concederlo loro.
La beatitudine è ora, non ha bisogno di attendere la fine dei tempi. Il verbo della frase "di essi è il regno dei cieli", è posto al presente. Cioè il regno è già di essi. E il regno di Dio è ricchezza. È la realizzazione del mondo nuovo. Già ora. Il regno dei cieli non è semplicemente l'aldilà. Voi qua soffrite, però starete bene nell'aldilà. No, il regno dei cieli è Dio che regna sui suoi. Gesù non dice che di essi “sarà” il regno dei cieli, non fa una promessa per il futuro, ma dice di essi “è”, nell'immediato.
Va notata anche un'altra cosa: Gesù non parla al singolare, ma al plurale, Gesù è venuto a cambiare la società umana. Per questo non serve tanto il gesto del singolo, ma di una comunità che cambi radicalmente il proprio modo di agire. Ecco l’importanza della Chiesa come comunità.
Per riassumere, i poveri sono sì coloro che sono privi di ricchezze, ma vi si aggiunge “in spirito” per dimostrare che non é la povertà per sé sessa che sia accetta a Dio; ma quella povertà che comporta un distacco del cuore dalle cose del mondo, perché chi è attaccato alle cose del mondo non è disposto a condividerle con il fratello. I poveri in spirito sono naturalmente anche quelli che sopportano con pazienza la loro povertà, e tutti coloro che non pongono la loro felicità nell'accumulare tesori. Gesù distrugge così l'idea giudaica di un regno messianico fondato sulla potenza terrena, e mostra come il distacco dalle ricchezze sia la prima condizione per aver parte al regno dei cieli.
Capisco che queste parole son difficili da comprendere e da vivere: il Signore ce lo conceda. Tutte le altre beatitudini scaturiscono dalla prima. Tutte le altre sette beatitudini altro non sono che delle varianti sul tema della povertà.
Per esempio: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati”. Anche qui c’è la beatitudine presente: ora siete beati. Non perché si è afflitti, ma perché si è consolati, così come i poveri sono beati non perché sono poveri, ma perché il regno è loro. Il Signore consola gli afflitti. La consolazione è una caratteristica di Dio che non lascia solo chi è afflitto. Afflitto è colui che sulla terra soffre a causa delle ingiustizie dell'uomo. Ogni ingiustizia genera sempre un'afflizione. Più grande è l'ingiustizia e più grande sarà l'afflizione.
È interessante che la beatitudine è ora nel presente ma la consolazione è nel futuro. E allora tra il presente e il futuro cosa c’è? C’è il cammino verso la consolazione. Il senso positivo della storia è che si passerà dall’afflizione alla consolazione. In questo cammino, l'afflitto deve vivere nella santità la sua afflizione. L'afflizione si vive nella santità in un solo modo: offrendola al Signore come dono per la salvezza del mondo. Guardando Cristo crocifisso, ognuno può sapere chi è il vero afflitto. Guardando Cristo risorto, ognuno sa la grandezza delle consolazioni di Dio.
Guardiamo la cosa da un altro punto di vista. Avete mai visto uno allegro che viene consolato? Io mai! Se è allegro come si fa a consolarlo? La beatitudine divina è una consolazione per chi è afflitto non per chi è allegro. Perché ci sia la consolazione, la persona mentre viene consolata deve essere afflitta.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
(Disponibili su Amazon)
(Mt 4,12-23)
Matteo 4:13 e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali,
Matteo 4:14 perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Matteo 4:15 Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali,
sulla via del mare, al di là del Giordano,
Galilea delle genti;
Matteo 4:16 il popolo immerso nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte
una luce si è levata.
Matteo 4:17 Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Il v. 13 ci offre la geografia entro cui si muove Gesù:
· lasciata Nazaret;
· venne ad abitare a Cafarnao;
· presso il mare;
· nel territorio di Zabulon e di Neftali.
Questa precisione geografica ha un doppio intento: narrativo e teologico. Nazaret è il luogo del silenzio, dove Gesù ha trascorso quasi tutta la sua vita. Su di lui, durante questo periodo, sappiamo ben poco. Il Figlio di Dio passa trent’anni in un paese anonimo. A fare cosa? A imparare il mestiere di vivere, come ogni uomo, vivendo le giornate, le notti, le fatiche, il sudore, il caldo, il freddo, la gioia: tutte le cose normali della vita. Se non avesse fatto quei trent’anni, non avrebbe senso la sua incarnazione. Ha vissuto la nostra vita nella sua quotidianità, ha preso veramente su di sé la nostra vita.
Lasciare Nazaret, chiuso tra le colline e isolato, per Cafarnao, una industriosa cittadina in riva al lago di Galilea, posta in un luogo strategico di notevole importanza commerciale e militare, lungo la "via maris", che collega la Siria con l'Egitto, incrocio di genti, significa girare pagina, uscire allo scoperto, dare una svolta nuova alla propria vita. Un luogo, quindi, ottimale per l'annuncio del regno. È da qui che Gesù darà inizio alla sua attività missionaria. Cafarnao diventa la seconda patria di Gesù. La maggior parte del vangelo di Matteo si svolge qui, in questo paese di Cafarnao.
Lasciare Nazaret per Cafarnao, dal punto di vista del racconto, significa dare uno stacco netto tra il prima e il dopo e preparare il lettore a qualcosa di nuovo che sta per accadere. Infatti, la meticolosa descrizione geografica del luogo fa pensare che Matteo avesse ben altre intenzioni, che quella di darci l'indirizzo della nuova residenza di Gesù. Infatti, subito ci dice che questo avviene "perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta". Dunque, quello che qui sta accadendo non è dettato dal caso, ma sta seguendo l’evolversi un preciso disegno in atto, che obbedisce alle logiche di un piano divino prestabilito.
Gesù, non solo si muove in base ad un piano prestabilito, ma ne è il compimento. Cafarnao, nella Galilea delle genti, è un luogo a metà strada tra Israele e i pagani. E siccome la salvezza è sia per Israele che per i pagani, ecco che il luogo più adatto per l’annuncio del vangelo è proprio questa zona, un insieme di giudei e di pagani.
Il popolo è immerso nelle tenebre. L’uomo fa dell’ombra e della morte la sua casa. Proprio a questa tenebra è donata una grande luce. Tutta l’attività di Gesù è vista come luce che dissolve le tenebre. La luce è principio di vita (è il primo atto creatore di Dio), la luce fa essere le cose quelle che sono, senza luce non c’è niente. La salvezza consiste nella illuminazione, cioè nell’aprire gli occhi sulla realtà, come Dio ce l’ha data, e vivere di conseguenza.
Matteo riporta un fatto che senza dubbio costituiva per le attese religiose del tempo una sorpresa, se non uno scandalo. Difatti, era logico aspettarsi che l’annuncio messianico partisse dal cuore del giudaismo, cioè da Gerusalemme, e invece partì da una regione periferica, generalmente disprezzata e ritenuta contaminata dalla presenza pagana. Collocato da Matteo in questo quadro geografico, Gesù dà un colore universale e rivoluzionario alla sua missione, preannunciando, fin da subito, la presa di distanza dal modo tradizionale di aspettarsi la salvezza.
"Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire" (v. 17). Inizia così l’attività di Gesù, che in realtà non comincia a “predicare”, ma a proclamare, “kēryssein”, come dice il testo greco. La differenza tra predicare e proclamare è grossa. Predicare è quella cosa noiosa (per chi l’ascolta). Proclamare, invece, è annunciare pubblicamente un fatto (che è ben diverso). Il proclama non spiega, è un annuncio di qualcosa. La proclamazione è pubblica. Cosa proclama Gesù? La necessità della conversione.
Dice qualcosa di dirompente: “metanoeite”, un imperativo, che va al di là di un semplice invito alla conversione. Potremmo tradurre il termine “metanoeite” con "cambiate modo di pensare; riorientate il vostro pensiero". Si tratta di modificare radicalmente l'uomo, la sua interiorità, e da qui deve tradursi in un modo di vivere conformato alle esigenze di Dio. La rigenerazione dell'uomo, quindi, deve partire dal piano dell'essere, per poi attuarsi sul piano dell'agire e del vivere.
La necessità di questo cambiamento sta nel fatto che il regno dei cieli è vicino. Il regno dei cieli è il regno della luce. Il regno del principe di questo mondo è invece il regno delle tenebre. Bisogna convertirsi perché Gesù è venuto per instaurare in mezzo a noi il regno della luce e in questo regno si può entrare solo abbandonando il regno del principe di questo mondo. La conversione è l’abbandono delle tenebre della nostra mente e il consegnarsi pienamente alla luce che proviene dalla parola di Cristo. A quanti attendevano il regno dei cieli, Gesù annuncia questa buona novella: il regno dei cieli è vicino. Se è vicino, preparatevi ad entrarvi, e si entra attraverso la porta stretta della conversione.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
(Disponibili su Amazon)
(1Cor 1,1-3)
1Corinzi 1:1 Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene,
1Corinzi 1:2 alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro:
Il mittente e i destinatari della lettera ai Corinzi sono indicati in modo particolarmente solenne, cosa che rende l'inizio di questa lettera molto importante dal punto di vista teologico. Paolo non è che fa una cosa di sua iniziativa; no, lui dice di essere “chiamato”, dalla “volontà di Dio”, a fare che cosa? A essere “apostolo di Cristo”, ossia inviato di Cristo. Paolo rappresenta Cristo. Questa sua nuova vita, di essere cioè apostolo di Gesù Cristo, non nasce da lui ma lo è per volontà di Dio. Dio lo ha chiamato personalmente. Ecco perché la Chiesa deve essere apostolica, cioè fondata sulla testimonianza degli apostoli. Questo è molto importante, perché quando uno mi viene a dire: Guarda c'è uno che ha avuto una rivelazione e ha fondato una nuova chiesa; che si tenga pure la sua rivelazione e la sua chiesa!
In altre parole, noi abbiamo bisogno della testimonianza storica che si rifà a chi ha visto Gesù. La nostra fede non si rifà a visioni personali. Neanche a delle idee personali o a teorie nuove, ma è un fatto storico. Innanzitutto di Israele, della sua storia che culmina in Gesù, che è la rivelazione ultima di Dio, e gli apostoli ci testimoniano questo, cioè gli apostoli sono stati inviati per annunciare Gesù e questa tramandazione è giunta fino a noi. Per questo la chiesa è essenzialmente apostolica, non solo per il passato, ma anche per il futuro. La tramandazione continua. È così che il cristianesimo si è trasmesso. Paolo non è da solo a far questo, è insieme al fratello Sostène. Non si è mai soli, non è mai un'impresa personale.
Paolo si rivolge alla “chiesa di Dio che è in Corinto”. Non ci sono chiese, ma la “chiesa”. Ci sono più comunità dove la chiesa è presente. Corinto è l’espressione locale di una realtà universale. La parola chiesa, dal verbo greco ekkaléō, da cui il sostantivo ekklēsia vuol dire chiamare fuori, cioè i cristiani sono chiamati fuori. Da cosa e perché? Chiamati fuori ad uscire dalle categorie mondane, da una logica e da una filosofia di vita mondana. Chiamati fuori a prendere coscienza della verità. In altre parole chiamati fuori a essere “santificati in Cristo Gesù” (v. 2). Il “luogo” dove la santificazione si compie è Cristo. Siamo santificati in lui. In lui diveniamo tralci della sua vite. Cristo è la linfa della nostra santificazione. È questa la nuova coscienza cristiana che ci chiama fuori dagli altri e che poi ci manda agli altri, quasi fosse un paradosso. E allora non siamo chiamati fuori per dire che non c'importa degli altri e facciamo il nostro cammino, no! Siamo chiamati fuori per far capire anche agli altri.
Santo vuol dire separato, cioè diverso. La diversità è il fatto che noi viviamo nella misericordia di Dio. Mentre il mondo vive nel calcolo, nell'egoismo, nell'interesse, nel tornaconto, sotto il dominio della schiavitù della paura della morte, perché si sentono figli di nessuno, e quindi devono amministrare al meglio la loro vita, noi invece sappiamo che la nostra vita è nelle mani di Dio, che ci è Padre, ci ha amati, ci ha salvati, ha dato il Figlio per noi, la nostra morte è l'incontro con Lui. Questa è quella santità radicale che ci fa vivere in modo diverso.
Il senso della nostra vita allora è diventare santi, cioè diventare come Cristo. Senza avere idee di onnipotenza: Cristo è morto in croce. Siamo chiamati a sviluppare tutta la potenza di grazia e di verità insita nella Parola del Vangelo. I Corinzi – dice Paolo – sono santi per “chiamata”, cioè per iniziativa divina sono stati scelti a credere e a far parte del popolo di Dio. Il testo originale non dice "chiamati a essere santi", ma "chiamati santi". Chiamati a essere santi dà al testo un significato etico (ce la farò a diventare santo?). Invece il testo vuole esprimere un'azione di Dio: chiamati santi; i santi portano questo nome non perché sono stati bravi, ma perché sono stati santificati da Dio. La Chiesa è santa in quanto comunità di persone beneficiarie dell'azione e della vocazione divina.
È interessante, poi, che questa santità non è un fatto privato, ma siamo chiamati insieme con tutti quelli che in ogni luogo hanno ricevuto la stessa chiamata. Non con quelli che ci scegliamo, ma “con tutti” quelli che sono “in ogni luogo”. La vocazione alla santità è di tutti insieme. Insieme dobbiamo tendere alla santità, ognuno con l’altro. La solitudine non è del cristiano. Qui si fonda la cattolicità della Chiesa che è aperta. La mia fraternità è aperta, ma se non vivo da fratello e comincio a pestare i piedi a chi mi sta a destra e chi a sinistra, che fraternità cristiana vivo? La fraternità la realizzo innanzitutto con i fratelli che non ho scelto. Chi non ama il fratello che non ha scelto, non ama nessuno.
E cosa fanno questi chiamati ad essere santi? “Invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo”. L'elezione non è più solo per il popolo di Israele, ma è per tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore. Questa è una bella definizione di cristiano: colui che invoca il nome del Signore Gesù Cristo. L’invocazione non è semplicemente un fatto formale, ma è qualcosa di esistenziale, vitale, cioè un riferimento di vita a Lui. È lui che dà senso e significato alla mia esistenza. Questo poi si traduce nella pratica con l’acclamazione liturgica a Cristo, glorificato quale Signore della comunità cristiana e del mondo.
Nell’antichità invocare il nome significava avere relazione, entrare in comunione con quella persona. Il cristiano è colui che è in comunione con Gesù come suo Signore, come colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Lui mi ama e io rispondo col mio amore, e questo mi rende simile a Lui: figlio. Per questo, invocare il nome di Gesù è sinonimo di salvezza, non per qualcosa di magico, ma se entro in comunione con Lui che è il Figlio, divento figlio, e attraverso Lui sono in comunione con il Padre e con i fratelli.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
(Disponibili su Amazon)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
In the rite of Baptism, the presentation of the candle lit from the large Paschal candle, a symbol of the Risen Christ, is a sign that helps us to understand what happens in the Sacrament. When our lives are enlightened by the mystery of Christ, we experience the joy of being liberated from all that threatens the full realization (Pope Benedict)
Nel rito del Battesimo, la consegna della candela, accesa al grande cero pasquale simbolo di Cristo Risorto, è un segno che aiuta a cogliere ciò che avviene nel Sacramento. Quando la nostra vita si lascia illuminare dal mistero di Cristo, sperimenta la gioia di essere liberata da tutto ciò che ne minaccia la piena realizzazione (Papa Benedetto)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)
Each of us can discover in Joseph – the man who goes unnoticed, a daily, discreet and hidden presence – an intercessor, a support and a guide in times of trouble. Saint Joseph reminds us that those who appear hidden or in the shadows can play an incomparable role in the history of salvation. A word of recognition and of gratitude is due to them all [Patris Corde, intr.]
Knowing God, knowing Christ, always means loving him, becoming, in a sense, one with him by virtue of that knowledge and love. Our life becomes authentic and true life, and thus eternal life, when we know the One who is the source of all being and all life (Pope Benedict)
Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.