Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

Giu 15, 2026

12a Domenica T.O.

Pubblicato in Art'working

12a Domenica T.O. (anno A)

(Mt 10, 26-33)

 

Matteo 10:26 Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 

Matteo 10:27 Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.

Matteo 10:28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo.

 

Se Gesù dà l’ordine di non aver paura, vuol dire che la paura c'è. Non è solo il timore della mia vita, ma anche il timore del fallimento del bene; che il bene resti sempre velato, nascosto, che la gente non lo capisca, anche questa è la paura che abbiamo, come anche la paura che tutto sia inutile. Poi la tragedia che se fallisce il bene è qualcosa di veramente grave: dov’è Dio? Questa è la paura dei discepoli. Un primo motivo, infatti, che giustifica il “non abbiate paura” è che tutto ciò che ora sembra incomprensibile sarà palesato: “nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto”. C’è un velo, un nascondimento che verrà tolto e svelato. Cerchiamo di comprendere.

Il grande velo di Dio è la Croce. Sulla Croce Lui si rivela e si rende manifesto come amore, e come è nella vita di Gesù così sarà nella vita del discepolo: quella che sembra essere la sconfitta, in realtà si rivelerà come la vittoria. Tutto viene giocato tra il tempo presente e quello futuro, tra l’oggi dell’uomo e il domani di Dio. In altri termini, il senso oscuro dell’oggi, in cui l’uomo è chiamato a vivere, trova la sua piena comprensione nella luce divina di Gesù Risorto. Solo questa luce è in grado di illuminare l’umanità e di rivelarle il senso nascosto della sua storia. Così tutta la storia non è altro che uno svelarsi progressivo del mistero di Dio.

Se il v. 26 afferma un principio generale, su cui fondare il proprio non temere, il v. 27 gli dà concreta attuazione. C'è, infatti, un parallelismo nei termini così che i primi spiegano i secondi: il “nascosto” trova il suo corrispondente nelle “tenebre”; lo “svelato” si riflette nella “luce”; il “segreto” si aggancia a “orecchio”; il “conosciuto” si ritrova nei “tetti”. I verbi del v. 26, inoltre, da impersonali (“nulla vi è”, “non sarà svelato”, “non sarà conosciuto”), diventano nel v. 27 personali e hanno soggetti ben determinati: io-voi, Gesù-discepoli. Si passa, quindi, dal principio alla sua concretizzazione.

Gesù sta ammaestrando i suoi discepoli, parlando loro di nascosto, in segreto, lontano dalla folla, cioè non in pubblico ma in privato. Vi è una contrapposizione tra lo stadio dell’annuncio all’epoca di Gesù, fatto in maniera discreta, e lo stadio della predicazione dei discepoli, i quali sono tenuti a proclamare con coraggio e pubblicamente il messaggio della salvezza. Gli apostoli sono coloro ai quali è svelato il segreto. Questo insegnamento segreto e nascosto, non dovrà per sempre rimanere segreto e nascosto. Dovrà essere gridato al mondo intero in modo pubblico, udibile e comprensibile da tutti. Gesù ora parla a loro quasi nel silenzio. Saranno poi loro a parlare al mondo intero gridando il suo messaggio, la sua Parola, il suo insegnamento, dopo l’evento pasquale. Allora, ecco che ciò che è nelle tenebre sarà detto nella luce, e ciò che ora è semplicemente sussurrato nell’intimo a poche persone, raggiungerà tutti. Quindi il bene non è sconfitto, non temete. Non abbiate paura, la storia è nelle mani di Dio.

Tutta la contrapposizione ruota intorno al confronto uomini-Dio, con i quali il discepolo deve rapportarsi nello svolgimento della sua missione. Alla radice di questo confronto ci sta l’implicita domanda se è meglio ubbidire a Dio o agli uomini. È questa la realtà quotidiana a cui sono posti di fronte i discepoli: essi sono chiamati ad annunciare e a testimoniare delle realtà che infastidiscono gli uomini al punto tale che questi non esitano a sopprimerli fisicamente. Gesù prospetta ai discepoli la possibilità di una morte violenta, ma li esorta a non temere gli uomini che possono al massimo privarli della vita fisica. Devono temete piuttosto Dio che nel giudizio può condannarli alla dannazione eterna. Vale la pena di sopportare il martirio per ottenere la vita imperitura nel cielo.

Noi abbiamo una grande paura di morire, eppure moriamo lo stesso. La nostra vita non è il corpo, la nostra vita è il fatto che siamo figli di Dio. Questa è la vita eterna che viviamo già ora, è questa da non perdere, l’altra la perdiamo comunque e chi cerca di salvarla in tutti i modi, non ci riesce. Allora, non sia la paura della morte a governare la nostra vita. Dobbiamo aver paura, invece, di perdere il senso della nostra vita.

Dio è padrone dell’anima e del corpo, della vita e della morte. Quindi temiamo Lui. Oggi, che non c’è più timore di Dio, si hanno infinite fobie. Perché? Perché senza timore di Dio la morte diventa l’assoluto da evitare. Se, invece, poniamo il timore di Dio, cioè tieniamo conto di Dio che ci è Padre, che ci ha dato la vita, ecco che cambia la nostra vita.

La Geenna, dall'ebraico “ghe-Hinnom” (valle del fiume Hinnom), era una sorta di precipizio posto a sud-ovest di Gerusalemme. In questa valle, anticamente si erano eretti dei templi al dio Moloch, al quale venivano sacrificati dei bambini, secondo riti pagani cananei, a cui partecipavano anche gli ebrei. Il re Giosia (640-609 a.C.), nel riformare e nel ristabilire il vero culto a Dio, fece abbattere questi templi e ridusse la valle a un deposito di immondizie e di cadaveri che non potevano avere sepoltura e dove il tutto veniva bruciato. Il fuoco, qui, era dunque perenne. Da qui, per similitudine, la Geenna divenne la rappresentazione del luogo di ogni impurità sottoposto ad un fuoco eterno, cioè l’Inferno. Questo concetto è stato ripreso nel Nuovo Testamento in cui il termine Geenna indica il luogo della perdizione eterna e del giudizio divino.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
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Giu 8, 2026

11a Domenica T.O.

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(Mt 9,36 – 10,8)

Matteo 10:1 Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. 

Matteo 10:2 I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; 

Matteo 10:3 Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; 

Matteo 10:4 Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì. 

 

Il v. 1 si apre con il verbo “chiamare” al participio aoristo (proskalesàmenos), che indica un’azione puntuale nel tempo, da cui è scaturita la chiamata. Ogni atto salvifico inizia sempre con una chiamata, che nasce da Dio stesso, e ogni chiamata è strettamente legata a una missione. La missione, quindi, è il punto d’incontro tra la volontà divina e la disponibilità dell’uomo a farsi portatore, per conto e in nome di Dio, della salvezza.

La chiamata divina possiede anche un potere trasformante, assegna una nuova identità al chiamato. È significativo come nella creazione genesiaca Dio, dopo aver creato, chiami la sua creatura per nome. L’atto creativo, infatti, chiama all’essere le cose, ma è soltanto con il definirle per nome che si dà loro sostanza e identità. Il nome, nella Bibbia, esprime l’essere stesso della persona e ne indica l’essenza. Conoscere il nome significa in qualche modo conoscere la persona, entrare nella sua intimità; mentre imporre il nome significa esercitare il proprio potere sulla stessa. Per questo Dio, dopo aver creato gli animali, li presenta all’uomo perché imponesse loro un nome, stabilendo in tal modo un ordine gerarchico tra le cose.

Similmente, il popolo d’Israele ai piedi del Sinai viene definito da Yahweh come sua proprietà, popolo di sacerdoti e nazione santa. Non era sufficiente, quindi, la sua liberazione dall’Egitto per costituirlo popolo di Dio, ma fu necessario che Dio ne definisse l’essenza (con la Torah e l'Alleanza), perché il popolo si ponesse di fronte a Dio e alle genti con una sua precisa identità e, quindi, quale valido interlocutore di Dio tra gli uomini. La chiamata, dunque, ha anche attinenza con la costituzione di una nuova realtà. In definitiva essa dice appartenenza a Colui che chiama. 

L’essere chiamati da Dio porta l’uomo ad essere proprietà stessa di Dio. Il verbo “chiamare” in greco è “kaléō”, ma qui Matteo, per esprimere la chiamata dei Dodici, usa un verbo particolarmente significativo: “proskaléō”; esso è composto dalla preposizione “pros” + “kaleō”, e letteralmente significa “chiamare verso di sé”, “avocare a sé”. Non è, quindi, una chiamata per attirare l’attenzione del chiamato, ma indica una convocazione, che implica, a sua volta, un riorientamento esistenziale, che fa del chiamato, di fatto, una proprietà di Dio. Non a caso i discepoli chiamati sono definiti con l’aggettivo possessivo “suoi”, per indicare come tale chiamata diviene una sorta di appropriazione del chiamato da parte di Dio, una sua elezione consacratoria. Similmente lo fu anche ai piedi del Sinai, dove Dio definisce il suo popolo come “sua proprietà” e, di conseguenza, anche popolo di sacerdoti e nazione santa (Es 19,4-6).

Un secondo termine, che qualifica i discepoli, è il numero “dodici”. Il numero è chiaramente simbolico e allude alle dodici tribù d’Israele, indicando nei chiamati la nuova comunità messianica, destinata a dar vita ad un nuovo popolo, il nuovo Israele, generato non più secondo la carne, ma nella fede. Gli apostoli rappresentano il resto santo d’Israele, i padri spirituali del rinnovato popolo di Dio. Si tratta, dunque, di una nuova creazione, per indicare la sostituzione del vecchio Israele secondo la carne, che ha rifiutato il messaggio di Gesù, con quello nuovo generato dallo Spirito, dove si potranno attuate tutte le promesse divine.

La chiamata viene perfezionata attraverso la necessaria investitura del potere che viene da Gesù: “diede loro il potere”. Gesù dà agli apostoli poteri soprannaturali, in tutto simili a quelli da Lui posseduti. Essenzialmente questi poteri sono due: quello di scacciare gli spiriti immondi e quello di compiere ogni guarigione. Gesù pone gli spiriti immondi e ogni male fisico che il peccato ha generato nell’umanità sotto il potere conferito ai discepoli. Nulla potrà resistere loro. Tutto è loro sottoposto. Con questi poteri ciò che può Gesù, lo possono anche i Dodici. Dare autorità o potere significa che si viene a formare una sorta di identificazione tra chi conferisce l’autorità e chi riceve l’autorità. Gesù, dunque, prolunga se stesso nei discepoli, divenendo, egli stesso, operativo in loro con la sua potenza.

La missione dei discepoli, pertanto, è la continuazione della missione stessa di Gesù. Di conseguenza l’operare dei discepoli è l’operare stesso di Cristo. L’autorità data ai discepoli, però, non è assoluta, ma è finalizzata all’attuazione di un progetto salvifico, che si manifesta nel cacciare gli spiriti immondi e nel guarire ogni sorta di malattia e infermità. In altri termini, l’operare dei discepoli è finalizzata alla costituzione del Regno di Dio in mezzo agli uomini, che trova il suo esatto opposto nella sottomissione dell’uomo al potere degli spiriti immondi, che generano nell’uomo malattia e infermità.

Da notare come i discepoli come primo compito non sono incaricati di andare in giro a fare della dottrina alla gente. Il compito specifico del discepolo sarà quello di comunicare vita agli altri, scacciando i demoni. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Giu 1, 2026

Corpus Domini

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Corpo e Sangue di Cristo  (anno A)

(1Cor 10,16-17)

 

1Corinzi 10:16 il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?

1Corinzi 10:17 Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane.

 

Viene qui indicata la ragione di fondo che ci obbliga a fuggire l’idolatria, ed è in stretto legame con la celebrazione della Cena del Signore, durante la quale si faceva in tutto come aveva fatto Gesù nell’Ultima Cena. Si prendeva il calice e lo si benediceva, si prendeva il pane e lo si spezzava. Venivano anche pronunciate le stesse parole che Gesù aveva pronunciato sul calice e sul pane, per cui pane e calice dopo le parole erano e sono corpo e sangue di Cristo.

Il calice di benedizione è il calice eucaristico, che noi benediciamo, ossia consacriamo. La consacrazione viene detta benedizione, perché è preceduta e seguita da varie preghiere. È anche “comunione” (gr. koinōnia = partecipazione, comunione) con il sangue di Cristo, in modo che chi beve di questo calice, cioè del vino contenuto in esso, viene ad essere partecipe e a bere il sangue di Gesù, e a restare intimamente unito a lui. Similmente il pane eucaristico, che noi spezziamo, è comunione con il corpo del Signore, e chi mangia di questo pane resta incorporato intimamente a Cristo. Se il bere di questo calice e il mangiare di questo pane, è partecipare al sangue e al corpo di Cristo, si ha qui una prova evidentissima che nell'Eucaristia vi è realmente e sostanzialmente presente Cristo. Ognuno allora beve il sangue di Cristo, ognuno mangia il corpo di Cristo. Si crea una comunione così profonda con Cristo da superare ogni altra forma di comunione esistente sulla terra. È una comunione che unisce Cielo e terra.

Noi partecipando all’Eucarestia, partecipando del corpo e del sangue di Cristo, entriamo in comunione con lui, formiamo un unico corpo. Cioè la nostra Eucarestia, che poi è il centro di tutta la vita cristiana, è il mangiare questo pane, che è lui, ed è il vivere in comunione con lui. Vivendo in comunione con il Figlio di Dio divento ciò che sono, figlio di Dio, raggiungo la mia identità, la mia verità. Non mangiando di questo pane non sono ciò che dovrei essere, non raggiungo la mia identità: mi distruggo.

Mangiare e bere il calice è entrare in comunione con il corpo e il sangue di Cristo, e mangiando e bevendo Cristo noi siamo trasformati in ciò che Lui è: in natura spirituale, santa, anche nel nostro corpo e non solo nell’anima. Questa verità è così evidente, che Paolo non vuole che venga accolta solo come un principio di fede, ma come un atto dell’intelligenza. La fede invece è nell’accogliere che la benedizione e le parole pronunciate sul pane e sul calice trasformano il pane in corpo di Cristo e il calice in sangue di Cristo. Questa verità non può essere deduzione della ragione. Essa è annuncio di fede, è testimonianza degli apostoli che hanno ascoltato il comando di Cristo, lo hanno vissuto loro per primi e poi hanno compreso il significato di quanto Cristo aveva fatto per loro e per tutti quelli che avrebbero creduto nel suo nome. Gli apostoli hanno anche ricevuto l’autorità di poterlo compiere per tutti i giorni della loro vita trasmettendo questo potere ai loro successori e a quanti sceglievano come presbiteri nella comunità dei credenti.

Siccome le cose spirituali non si possono vedere, allora si esprimono con i segni, cioè attraverso il gesto, quindi si esprimono attraverso il rito; per cui il pane e il vino sono dei segni. Si esprimono necessariamente attraverso dei segni, perché le parole non sono adeguate ad esprimerle, e dietro quei segni vediamo un significato infinito che Dio ci ha indicato attraverso la sua parola.

Che segni sono il pane e il vino? Sono segni del nutrimento, della commensalità, della comunione, della famiglia, della vita: mangiare e bere vuol significare la vita. Dietro questi segni che cosa ci dice la rivelazione? È il dono che Gesù ha fatto del suo corpo. Ci dice che lui è la nostra vita e ha dato la sua vita per noi. Allora, questi segni diventano il memoriale, cioè riportano al mio cuore tutto l’amore di Dio che dà la vita per me. Capiamo quanto è necessario il segno per il rito. Per cui quel piccolo pezzo di pane è importantissimo: è tutto, perché è tutto ciò che Dio ci vuol dare, cioè se stesso. Non potendo dare se stesso in modo visibile, e noi abbiamo bisogno del visibile, ce lo significa attraverso un piccolo segno.

Non so se riusciamo a capire tutto il valore dei riti. Se uno guarda il rito con banalità e superficialità, per lui il rito non ha alcun significato. Se lo guarda invece con profondità di comprensione, attraverso il segno vedrà che si manifesta tutto il significato dell’opera salvifica di Dio. Allora, capiamo cosa vuol dire che quel pane e quel vino è comunione col corpo di Cristo che è dato per noi, è comunione alla vita stessa di Dio nel Figlio, per cui diventiamo figli, diventiamo come Cristo: divinizzati. Spero che anche noi cristiani di oggi lo sappiamo: quelli che erano all’inizio lo sapevano.

La celebrazione eucaristica termina con: “Ite, missa est”. Nell'antica Chiesa di Roma vi era la seguente usanza: terminata la celebrazione, il vescovo affidava alcune particole del pane eucaristico ai diaconi, perché le portassero ai fedeli che non avevano potuto assistere di persona, oppure ai presbiteri che avrebbero presieduto l'Eucarestia in chiese minori. In questo senso le parole “missa est” sarebbero da interpretare come «abbiamo già mandato la comunione», oppure «[l'offerta] è stata mandata». Quindi l’Eucarestia termina con la missione agli altri. Se tu hai sperimentato la mensa del Padre, sei mandato a tutto il mondo per testimoniare a tutti; sei come il Figlio inviato al mondo.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Mag 25, 2026

Ss. Trinità

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Ss. Trinità (anno A)

(2Cor 13,11-13)

 

11 Per il resto, fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi.

12 Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.

13 La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. 

 

È il grande finale della seconda lettera ai Corinzi di San Paolo. È una sintesi mirabile di come si compie il cammino della santità cristiana in seno alla comunità.

“Siate gioiosi”. Perché ci sia gioia occorre che nel cuore vi dimori la verità di Cristo, che vi sia una fede pura in Dio. In questa certezza il cristiano deve sempre crescere. Può un uomo mantenere la gioia vivendo in un mondo di sofferenza e di peccato? La risposta è sì, perché quando si è nella gioia di Dio, tutto il resto diviene sopportabile, tutto il resto si trasforma in un inno di onore e di gloria per il Signore nostro Dio. Gesù Cristo ha mandato i suoi nel mondo per portare questa certezza.

“Tendete alla perfezione”. Il battesimo non ci fa perfetti, ci immette sulla via della perfezione. Ognuno sarà responsabile di se stesso al fine di raggiungere la perfezione cui il Signore lo chiama. La perfezione è il raggiungimento della forma di vita di Cristo in noi. Vivere come è vissuto Cristo non significa compiere le cose che lui ha compiuto, ma ubbidire al Padre celeste come lui ha ubbidito.

“Fatevi coraggio a vicenda”. Nel cammino verso la perfezione, non siamo soli. Camminiamo insieme agli altri, formiamo una comunità, siamo un popolo in marcia verso il raggiungimento della terra promessa, che per noi è il paradiso. In questo lungo cammino, a volte duro e faticoso, è necessario che ci si sostenga a vicenda, che ci si incoraggi, che ci si offra la mano per aiutarci e aiutare. A volte è sufficiente una parola, un richiamo, un incoraggiamento, perché l’altro non si abbatti, non si scoraggi, non torni indietro. L’incoraggiamento deve essere un frutto di amore che sgorga dal nostro cuore pieno di Gesù Cristo. Se Gesù non è nel nostro cuore, non possiamo incoraggiare; l’incoraggiamento potrebbe rivelarsi deleterio per l’altro, perché potrebbe essere interpretato male dall’altro, come un giudizio severo, o peggio, come una umiliazione. Quando invece l’amore di Cristo sovrabbonda in noi, l’altro lo vede, lo coglie, può lasciarsi salvare da esso, riprendendo il cammino della perfezione verso il raggiungimento della salvezza.

“Abbiate gli stessi sentimenti”. È l'atteggiamento delle persone “simpatiche” che sanno entrare in sim-patia. Troppe volte la nostra comunità cristiana ha una faccia anti-patica e le persone molto devote e molto praticanti per lo più risultano antipatiche. Non è di certo autentica devozione se l'andare tante volte a messa e se lo stare tanto in chiesa produce un aspetto antipatico, per cui di fronte all'altro anziché “sentire insieme” ci si scontra. L'incontro con Dio deve renderci capaci di avere gli stessi sentimenti, di diventare simpatici, capaci di relazioni buone con gli altri. Gli stessi sentimenti sappiamo quali devono essere: sono quelli che erano nel cuore di Cristo Gesù, ovvero essere tra i fratelli colui che serve, non colui che è servito.

“Vivete in pace”. Non c’è lettera di Paolo che non risuoni di questo invito, che non sia un appello accorato alla pace. La pace è dono di Dio, ma come ogni dono, essa è posta nella volontà dell’uomo, il quale deve essere lui a voler conservare la pace che Dio ha posto nel cuore.  

“E il Dio dell'amore e della pace sarà con voi”. Realizzando la pace, i credenti avranno la gioia di  sperimentare la presenza di Dio in mezzo a loro. Dio si offre per primo; se l’uomo gli apre la porta, egli rimane nel suo cuore e nella sua vita. Se invece l’uomo gli chiude la porta, e gliela può chiudere in ogni momento, Dio abbandona la sua dimora e al suo posto subentra il satana che prende posto nel cuore dell’uomo e lo dirige verso il male.

“La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”. Questo augurio, o preghiera, uno dei più bei testi trinitari del Nuovo Testamento, è divenuto saluto iniziale nella santa messa.

Nell'originale greco non c'è il verbo che la traduzione italiana riporta con “siano”. La liturgia adopera il singolare “sia” perché è una realtà sola, è il mistero trinitario. La grazia del Signore Gesù è la stessa cosa dell'amore di Dio ed è la stessa cosa della comunione dello Spirito Santo. Non sono tre cose che si sommano ma sono una unica realtà, e allora il testo greco, correttamente, non adopera il verbo. Il latino è una copia perfetta del greco: “Dominus vobiscum” cioè “Il Signore con voi”. Il verbo essere non c'è.

La formula “Il Signore con voi” sembra più asseverativa (cioè, sostiene una realtà), piuttosto che un augurio. Dal momento che nella celebrazione eucaristica siamo riuniti come assemblea credente, come Corpo di Cristo, allora “Il Signore con voi” diventa una presa di coscienza della realtà: Il Signore è presente perché siamo raccolti, noi sue membra, a formare il suo corpo che è la Chiesa.

La charis (grazia), l'agapē (l'amore divino), e la koinōnìa (la comunione). Le tre Persone divine sono qualificate da questi tre aspetti che però sono quasi sinonimi. Grazia, amore e comunione indicano lo stare insieme con affetto, con amicizia, con bontà, e la comunità può costituirsi come Chiesa di Dio solo se riceve continuamente questo stile che unisce la vita trinitaria. La Chiesa è il riflesso della Trinità, la Chiesa può essere Chiesa solo se vive dell'amore trinitario.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Mag 18, 2026

Pentecoste

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Pentecoste (anno A)

 

(1Cor 12,3b-7.12-13)

 

1Corinzi 12:3 ...così nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l'azione dello Spirito Santo.

1Corinzi 12:4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito;

1Corinzi 12:5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;

1Corinzi 12:6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.

1Corinzi 12:7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune:

 

Tutti coloro che non sono sotto la guida dello Spirito Santo altro non sanno fare che lasciarsi muovere e trascinare dagli impulsi. Lo Spirito Santo, invece, porta alla vera confessione di chi è Gesù. Chi è nello Spirito vede ogni cosa secondo verità. Se non vede secondo verità egli non è nello Spirito. Pertanto, chi è nello Spirito Santo non può dire una falsità su Cristo. Parimenti, nessuno può proferire la verità su Cristo se non sotto l'azione dello Spirito Santo. Quindi ogni spirito che non ci porta ad amare Gesù non è un buono spirito, qualunque sia la manifestazione che ha. Se non ci porta ad amare Gesù è dal diavolo. Ogni spirito che non porta ad amare Cristo, porta alla perdizione.

Or vi è diversità di doni, ma v'è un medesimo Spirito. E vi è diversità di ministeri, ma non v'è che un medesimo Signore. E vi è varietà di operazioni, ma non v'è che un medesimo Iddio, il quale opera tutte le cose in tutti” (vv. 4-6). Si parla tre volte di diversità e tre volte di unità. L’unità è attribuita allo Spirito che è lo Spirito Santo, al Signore che è Gesù, e a Dio che è il Padre. Praticamente la Trinità fa da sottofondo alla nostra diversità e unità, perché la Trinità è il primo luogo della diversità e unità. La diversità è necessaria alla relazione, all’amore. La diversità, nell’amore diventa unità. Siccome Dio è amore, allora l’amore necessita della diversità; e la diversità è il luogo stesso dell’unione, mentre per noi, generalmente, la diversità è il luogo del litigio, perché non accettiamo la diversità. Oggi si cerca di abolire la diversità. C’è unità nella non identità, nella distruzione della persona.

“C’è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito”. Qui abbiamo la parola charismatōn. Deriva dalla stessa radice del termine “grazia” - charis - significa “manifestazioni della grazia” e dunque “doni”. Il carisma in sé è una particolare grazia attraverso la quale noi possiamo manifestare al mondo la ricchezza di Dio. Il carisma è grazia perché dato gratuitamente all’uomo. Nessuno può farsene un vanto personale, proprio in quanto carisma, cioè grazia concessa.

Affermata questa prima verità, Paolo ne afferma subito un’altra. Se i carismi sono tanti, uno solo però è il suo Autore: lo Spirito Santo di Dio. Perché Paolo tiene a precisare questa verità? I pagani credevano che le diverse doti di una persona dovessero attribuirsi a diversi dèi, l'uno dei quali dava la sapienza, l'altro la forza, ecc. Affinché i cristiani non pensassero che qualcosa di analogo avvenisse per i diversi doni loro dati, l'apostolo li avvisa che, benché i doni siano diversi, uno però è lo Spirito da cui procedono. Inoltre, dicendo che è lo Spirito l’unica fonte della grazia che è in noi, vuole invitare i Corinzi a riconoscere la Signoria di Dio in ogni opera che Lui compie per nostro mezzo.

“Vi è diversità di ministeri”. Ministeri, diakoniōn, vuol dire: diaconie, servizi. Quindi introduce un altro concetto: ogni carisma, ogni dono che abbiamo è un servizio per gli altri.

“Non v’è che un medesimo Signore”. Tutti questi servizi sono stabiliti e regolati dalla volontà suprema dell’unico capo della Chiesa: il Signore Gesù. Quindi ogni nostro servizio trova la sua origine in Gesù, che si è fatto servo di tutti; e ogni dono trova il modello in Gesù.

“E vi è varietà di operazioni”. Il termine “operazioni” traduce il termine energēmàtōn, che deriva dalla parola normalmente usata per indicare “opera”. Anche le opere che facciamo per il servizio del Regno di Dio devono essere ricondotte a Dio Padre Onnipotente, il quale dall’alto dei cieli fortifica la nostra volontà, infonde energia e vigore al corpo perché si possa operare secondo Dio. È Dio che suscita il volere e l’operare.

“Ma non v’è che un medesimo Iddio”. Per la terza volta Paolo asserisce che non vi possono essere divisioni fra gli uomini in base ai “doni”, perché è lo stesso Dio che elargisce i doni in tutta la loro diversità. E appunto perché tutti i doni procedono da Dio, non possono essere diretti che ad un fine degno di Dio. Ogni uomo è uno strumento nelle mani di Dio. Se Dio usa uno strumento per una cosa e un altro strumento per un’altra cosa, forse che lo strumento può entrare in gelosia, può comportarsi con invidia, può dire al Signore perché usi me e non l’altro, oppure perché usi l’altro e non me?

Se Dio ha disposto che uno eserciti un ministero con un carisma particolare e un altro agisca secondo un altro ministero e con un carisma altrettanto differente, chi è l’uomo perché possa dire a Dio: perché mi hai fatto così e perché mi hai fatto in modo differente dagli altri? Se è Dio che opera in noi, allora è giusto pregare il Signore che agisca in noi secondo il dono di cui ci ha arricchiti, ma anche che dia vigore al dono con cui ha arricchito gli altri.

In questi versetti abbiamo l’impalcatura profonda della struttura di una vita comunitaria e anche di coppia, cioè la diversità e l’unità. Che non sono un’insidia l’una all’altra, ma sono necessarie l’una all’altra, se no, è impossibile vivere. Il discorso è molto grande perché vale sia al livello strettamente personale, sia a livello sociale. Sono valori di fondo nei quali è in gioco il destino dell’umanità, cioè come viviamo ciò che siamo.

Or a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l'utile comune” (v. 7). Ogni dono che non porta all’utilità comune non è più un dono; sarebbe un dono, ma lo stiamo usando in modo opposto. Tutto ciò che ho e sono serve per amare Dio e il prossimo, e ciò che non porta in questa direzione ce ne appropriamo indebitamente, e quindi lo stiamo usando diabolicamente. Tutti i doni sono doni di Dio, ma possiamo farne un uso giusto o sbagliato.

Un ministero, un dono, un carisma, una grazia non sono per la persona che li riceve, sono per l’utilità comune. Ognuno deve sentirsi arricchito dal carisma dell’altro. Da questo principio enunciato da Paolo nasce per ogni cristiano un problema serio di coscienza. Se il carisma dell’altro è per la mia utilità, posso io trascurarlo, posso non servirmene se esso mi è necessario?

Ignorare il carisma dell’altro, non servirsene, non volere che questo carisma porti frutti abbondanti è un peccato che si riversa contro di me. Se il carisma dell’altro è per me, privandomene, mi privo del nutrimento di cui necessito. Il rifiuto del carisma dell’altro, e soprattutto il rifiuto per motivi di cattiva coscienza del carisma altrui, mi pone in un serio pericolo di fallire nella mia vita cristiana, perché mi privo del sostegno e del nutrimento che il Signore mi ha posto accanto.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Mag 12, 2026

Ascensione del Signore

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Ascensione del Signore (anno A)

(Mt 28,16-20)

 

Matteo 28:19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 

Matteo 28:20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo". 

 

I vv. 19-20 sono dedicati alla missione affidata agli apostoli, i quali dovranno andare nel mondo rivestiti della stessa autorità di Gesù Cristo. Una missione che ha degli obiettivi e degli strumenti di attuazione. Innanzitutto il proselitismo, come dice il verbo “mathēteusate”, “rendere discepolo” attraverso il far conoscere. Scopo della missione è “fare discepoli”. Il cristiano è un discepolo, uno che instaura una relazione stretta e personale con Cristo: il discepolo si lega alla persona del maestro e si impegna a condividere la sua stessa visione della vita. Gli apostoli devono recarsi presso ogni popolo. Devono lasciare la Galilea. Devono uscire fuori dai confini d'Israele. Li attende il mondo intero. Dovranno insegnare a tutte le nazioni.

Quindi il messaggio di Dio, non è rivolto ad un singolo popolo, ma a tutte le nazioni perché nessuna nazione possa pretendere o rivendicare di essere la prediletta da Dio. Quando un popolo pensa di avere Dio dalla sua parte, lo adopera per dominare gli altri. Quando un popolo si sente popolo eletto, è sempre pericoloso, perché in nome di questa elezione pensa di avere un compito verso gli altri popoli: dominarli. Nella banconota da un dollaro americano c'è scritto “In God we trust” (in Dio confidiamo), quasi avessero scambiato Dio per la banca della Federal Reserve. La loro risorsa è nel dollaro, non in Dio. Fate [miei] discepoli “tutti” i popoli - dice Gesù - in modo che nessun popolo possa rivendicare una superiorità sopra gli altri.

In secondo luogo vi è il battesimo, che funge da strumento di incorporazione nella nuova fede. Il battesimo viene dato “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Si tratta, quindi, di uno strumento che conduce il nuovo credente nel seno della Trinità, mettendolo in stretta relazione con essa, di cui condivide, ora, la vita. Infatti il battesimo è “nel” nome, è un entrare “dentro il nome”, entrare in un rapporto di fedeltà. La missione viene concepita come un raccogliere le genti attorno all'annuncio di salvezza, per ricondurle tutte in seno a Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Allo stesso tempo, “nome” al singolare (non “nomi”) sottolinea l'unicità delle tre Persone trinitarie.

Il terzo momento è l'insegnamento, espresso dal verbo “didáskō”. Esso riguarda tutte quante le cose che Gesù ha comandato. Gli apostoli non devono limitarsi a battezzare. Devono insegnare a quanti sono stati battezzati, come si compie la volontà di Dio. Il loro insegnamento deve essere duplice, in tutto simile a quello di Gesù: con la parola e con le opere. Devono mostrare visibilmente – e non solo per via uditiva – come si osserva tutto ciò che Gesù ha comandato. Se l'insegnamento manca della via visibile, esso non è più vero insegnamento, è invece insegnamento monco. Non produce frutti. Come ha insegnato Cristo, così devono insegnare loro al mondo intero. È questa la legge della vera evangelizzazione. Tutto il resto è teoria sterile.

Ora Gesù fa loro una grande promessa: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Sarà con loro fino alla consumazione dei secoli. Con questa fede gli Inviati dovranno presentarsi dinanzi ad ogni uomo. La presenza di Gesù non è di compagnia. È presenza operativa. Gesù opererà in loro e per mezzo di loro le sue grandi opere di salvezza e di redenzione. Ieri e oggi, domani e sempre, così dovrà essere svolta l'evangelizzazione dei popoli.

Il vangelo di Matteo termina come era cominciato. All’inizio ci fu annunciato il nome dell’Emmanuele, Dio con noi, come era stato annunziato dal profeta Isaia (Mt 1,23). Ora ci  assicura che quella profezia è diventata realtà permanente: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. In altre parole, Gesù continua ad essere l’Emmanuele, il Dio con noi. La storia è fatta di tanti “giorni” ed ogni giorno Gesù è con noi. Non c’è giorno sì, giorno no, giorni alterni: ogni giorno, nella quotidianità della vita. Che dramma aver relegato il Signore in cielo e non essersi accorti del Signore che sta con noi tutti i giorni, un Signore che crediamo non sia diventato muto col tempo, ma che continua a parlare anche se non è ascoltato.

Concludendo il suo vangelo, Matteo ha formulato le ultime parole di Gesù ai suoi discepoli sul modello di quello che chiudeva la bibbia ebraica, la quale termina con il secondo libro delle Cronache,  con  le  parole  di  Ciro  re  di  Persia,  quello  che  concesse  la  libertà  agli  ebrei deportati in Babilonia: 

2Cronache 36:23 «Dice Ciro re di Persia: Il Signore, Dio dei cieli, mi ha consegnato tutti i regni della terra. Egli mi ha comandato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e parta!».

Con il decreto di Ciro gli israeliti da Babilonia, terra di prigionia, erano invitati ad andare in Giudea, terra di libertà; con Gesù, i discepoli, dalla Giudea devono andare verso tutte le nazioni. Il decreto di Ciro era per andare a costruire un tempio; tramite gli apostoli Gesù costruirà un nuovo tempio – la chiesa  - e questo è il finale straordinario di questo vangelo.

In aggiunta, il vangelo di Matteo inizia con le parole: “Biblos geneseōs Iēsou Christou” (Mt 1,1), “Libro della genesi di Gesù Cristo”. Inizia cioè con le parole del primo libro della bibbia (Genesi), e lo chiude con quelle dell’ultimo libro della bibbia ebraica (2Cronache): è una maniera per racchiudere in Gesù tutta la storia del popolo di Israele. Dall’inizio della bibbia alla fine della bibbia tutto è racchiuso in Gesù, e adesso non è finito, bisogna rimboccarsi le maniche - e coscienti che lui è presente, andare verso tutti gli uomini.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Mag 5, 2026

6a Domenica di Pasqua

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6a Domenica di Pasqua (anno A)

(Gv 14,15-21)

 

Giovanni 14:15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.

Giovanni 14:16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre,

Giovanni 14:17 lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.

Giovanni 14:18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi.

Giovanni 14:19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete.

Giovanni 14:20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.

Giovanni 14:21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».

 

Prima viene l'amore e poi l'osservanza dei comandamenti. Si ama Cristo e per questo si osservano i comandamenti. L'amore per Cristo è una forza travolgente. Quando questa forza è nel cuore si è capaci anche del martirio. Se ci lasceremo prendere dall'amore di Cristo, in questo amore ritroveremo l'amore per noi stessi e ritrovando l'amore per noi ritroveremo anche il giusto amore per gli altri. Chi non si lascia conquistare dall'amore di Cristo, mai potrà osservare i suoi comandamenti. I comandamenti da se stessi sono un obbligo, un dovere, un peso. Invece dall’amore di Gesù i comandamenti sono trasformati in desiderio, in volontà. Si dona la vita a Gesù perché Gesù ami attraverso di noi. Ma chi può creare in noi l’amore per Cristo e quindi l’amore per compiere la sua volontà?

Se noi vogliamo amare Gesù, se chiediamo a Lui che diventi la nostra stessa vita, Egli viene in nostro soccorso, e compie il nostro desiderio. Come? Gesù pregherà il Padre e il Padre ci darà un altro Paraclito, perché rimanga sempre con noi. Il Paràclito è l’Avvocato, ma anche il Maestro, l’Aiuto, il Sostegno, il Suggeritore, la Guida, Colui che ci prende per mano e ci conduce a Cristo, affinché in Cristo, con Cristo, per Cristo, possiamo avere accesso al Padre. Il Paràclito è il ”frutto” della preghiera di Gesù Cristo. Il Padre lo dona a tutti coloro che amano Cristo e osservano i suoi comandamenti. 

Lo Spirito Santo è dato per via sacramentale. Agisce nei sacramenti. Ci rigenera e ci fa figli nel Figlio. Ci fa testimoni di Cristo. Ci consacra e ci rende sacerdoti di Cristo. Per lo Spirito Santo che agisce in lui, il sacerdote perdona i peccati e trasforma un pezzo di pane e qualche goccia di vino in Corpo e Sangue di Cristo Signore. Lo Spirito Santo agisce – si insegnava una volta – “Ex opere operato non ex opera operantis”. Questo insegnamento è vero. Altrimenti non avremmo la certezza della validità di nessun sacramento. Una cosa che si insegna poco è però questa: la conversione, l’attrazione a Cristo, la santificazione delle persone, avvengono attraverso lo Spirito Santo che agisce nel cristiano, chiunque esso sia – fedele laico o sacerdote. L'amore di Cristo che vive nel cristiano diviene e si trasforma in lui in potenza di Spirito Santo e lo Spirito attrae a Cristo, a Lui converte, a Lui conforma, a Lui rende simili. Più forte è l’amore di Cristo in noi e più grande è la forza dello Spirito Santo operante in noi.

Lo Spirito Paràclito è lo Spirito di verità. Nello Spirito conosciamo la verità del Padre e la verità del Figlio. Lo Spirito è anche la nostra verità. Se siamo nello Spirito Santo ci conosciamo. Se non siamo nello Spirito mai ci potremo conoscere. Ma perché il mondo non può ricevere lo Spirito di verità? Perché il mondo è sotto il potere del principe di questo mondo che è spirito di inganno, di menzogna. Chi vive nel mondo, prima deve lasciare il mondo. Abbandonato il mondo, lasciatosi afferrare da Cristo, ama Cristo, osserva i suoi comandamenti, riceve lo Spirito di verità. Quello che avviene il giorno di Pentecoste deve avvenire ogni giorno.

Per noi ricevere lo Spirito Santo non necessita l’uscita dal mondo. Basta la blanda frequenza di due o tre anni alla catechesi. Basta una formazione razionale per la conoscenza delle verità della nostra santa fede. Questa è immane stoltezza. Se uno non esce dal mondo, non riceve lo Spirito! Lo Spirito non opera in chi rimane nel mondo; opera in chi esce dal mondo. Il cristiano è chiamato ad uscire dal mondo, cioè dal peccato, dalla menzogna, dalla falsità, dagli idoli. Convertirsi dagli idoli a Dio è condizione indispensabile perché lo Spirito Santo possa agire ed operare in noi e per mezzo nostro.

Essendo nelle tenebre, il mondo né vede e né conosce lo Spirito di verità. I discepoli conosceranno lo Spirito Santo perché lo Spirito rimarrà presso di loro e sarà in loro. Lo Spirito Santo sarà l’anima della loro anima, il cuore del loro cuore, lo spirito del loro spirito, il sentimento dei loro sentimenti, la volontà della loro volontà, il pensiero dei loro pensieri. Loro Lo conosceranno perché Lui abiterà in loro, dimorerà in loro, si farà conoscere da loro. La conoscenza dello Spirito Santo non avviene per via razionale. È invece per trasformazione in spirito di tutta la nostra vita. Questa trasformazione solo Lui la può operare. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Sal 17 (18)

Questa monumentale ode, che il titolo attribuisce a Davide, è un Te Deum del re d'Israele, è il suo inno di ringraziamento a Dio perché è stato liberato da tutti i suoi nemici e dalla mano di Saul. Davide riconosce che solo Dio è stato il suo Liberatore, il suo Salvatore.

Davide inizia con una professione di amore (v. 2). Grida al mondo il suo amore per il Signore. La parola che usa è «rāḥam», significa amare molto teneramente, come nel caso dell'amore di una madre. Il Signore è la sua forza. Davide è debole in quanto uomo. Con Dio, che è la sua forza, lui è forte. È la forza di Dio che lo rende forte. Questa verità vale per ogni uomo. Ogni uomo è debole, e rimane tale se Dio non diviene la sua forza.

Dio per Davide è tutto (v. 3). Il Signore per Davide è roccia, fortezza. È il suo Liberatore. È la rupe in cui si rifugia. È lo scudo che lo difende dal nemico. Il Signore è la sua potente salvezza e il suo  baluardo. Il Signore è semplicemente la sua vita, la protezione, la difesa. È una vera dichiarazione di amore e di verità.

La salvezza di Davide è dal Signore (v. 4). Non è dal suo valore. Il Signore è degno di lode. Dio non si può non lodare. Fa tutto bene. A Davide è sufficiente che invochi il Signore e sarà salvato dai suoi nemici. Sempre il Signore risponde quando Davide lo invoca. La salvezza di Davide è dalla sua preghiera, dalla sua invocazione.

Poi Davide descrive da quali pericoli il Signore lo ha liberato. Lui era circondato da flutti di morte, come un uomo che sta per annegare travolto dalle onde. Era travolto da torrenti impetuosi. Da queste cose nessuno si può liberare da sé. Da queste cose solo il Signore libera e salva.

L’arma  vincente  di  Davide  è la  fede  che si  trasforma in preghiera accorata da elevare al Signore, perché solo il Signore poteva aiutarlo ed è a Lui che Davide grida nella sua angustia. Ecco  cosa  fa  Davide:  nell’angoscia  non  si  perde,  non  si abbatte, non smarrisce la sua fede, rimane integro. Trasforma la sua fede in preghiera. Invoca il Signore. Grida a Lui. A Lui chiede aiuto e soccorso. Dio ascolta la voce di Davide, l’ascolta dal suo tempio. Gli giunge il suo grido.

Dio si adira perché vede il suo eletto in pericolo. L’ira del Signore produce uno sconvolgimento di tutta la terra. La terra trema e si scuote. Le fondamenta dei  monti si scuotono. È come se un forte terremoto mettesse a soqquadro il globo terrestre. Il fatto spirituale viene tradotto in uno sconvolgimento della natura così profondo che si ha l'impressione che la creazione stessa stia per cessare di esistere. In questa catastrofe che incute terrore, il giusto viene tratto in salvo.

Il Signore libera Davide perché gli vuole bene. Ecco il segreto dell’esaudimento della preghiera: il Signore vuole bene a Davide (v. 20). Il Signore vuole bene a Davide perché Davide ama il Signore. La preghiera è una relazione di amore tra l'uomo e Dio. Davide invoca l'amore di Dio. L'amore di Dio risponde e lo trae in salvo.

«Integro sono stato con lui e mi sono guardato dalla colpa» (v. 24). La coscienza di Davide testimonia per lui. Davide ha pregato con coscienza retta, con cuore puro. Questo non lo dice solo a Dio, ma ad ogni uomo. Tutti devono sapere che il giusto è veramente giusto. Il mondo deve conoscere l'integrità dei figli di Dio. Noi abbiamo il dovere di confessarla. È sull’integrità che si possono costruire rapporti veramente umani. Senza integrità ogni rapporto si stringe sulla falsità e sulla menzogna.

«La via di Dio è diritta, la parola del Signore è provata al fuoco» (v. 31). Qual è il segreto perché Dio è con Davide? È il rimanere di Davide nella Parola di Dio. Davide ha una certezza: la via indicata dalla Parola di Dio è diritta. La si deve solo seguire. Questa certezza oggi manca nel cuore di molti. Molti non credono nella purezza della Parola di Dio. Molti pensano che ormai essa sia superata. La modernità non può stare sotto la Parola di Dio.

«Infatti, chi è Dio, se non il Signore? O chi è rupe, se non il nostro Dio?». Ora Davide professa la sua fede nel Signore per farla sapere a tutti. Vi è forse un altro Dio al di fuori del Signore? Solo Dio è il Signore. Solo Dio è la rupe di salvezza. Cercare un altro Dio è idolatria. Questa professione di fede va sempre fatta a voce alta (ricordiamoci del “Credo”). C'è bisogno di persone convinte. Una fede nascosta nel cuore è morta. Un seme posto nel terreno spunta fuori e rivela la natura dell’albero. La fede che è nel cuore deve spuntare fuori e rivelare la sua natura di verità, di santità, di giustizia, di amore e speranza. Una fede che non rivela la sua natura è morta. È una fede inutile.

«Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato, a Davide e alla sua discendenza per sempre» (v. 51). In questo Salmo Davide si vede opera delle mani di Dio. Per questo lo benedice, lo loda, lo magnifica. La fedeltà e i grandi favori di Dio per Davide non finiscono con Davide. La fedeltà di Dio è per tutta la sua discendenza. Sappiamo che la discendenza di Davide è Gesù Cristo. Con Gesù Dio è fedelissimo in eterno. Con gli altri discendenti, Dio sarà fedele se essi saranno fedeli a Gesù Cristo.

Ecco dunque che scompare la figura di Davide per lasciare il posto a quella del re perfetto in cui si concentra l'azione salvifica che Dio offre al mondo. Alla luce di questa rilettura l'ode è entrata nella liturgia cristiana come un canto di vittoria di Cristo, il “figlio di Davide”, sulle forze del male e come inno della salvezza da lui offerta.

 

 

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We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
The lamp is a symbol of the faith that illuminates our life, while the oil is a symbol of the charity that nourishes the light of faith, making it fruitful and credible (Pope Francis)
La lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede (Papa Francesco)
Jesus wants our existence to be laborious, that we never lower our guard, so as to welcome with gratitude and wonder each new day given to us by God. Every morning is a blank page on which a Christian begins to write with good works (Pope Francis)
Gesù vuole che la nostra esistenza sia laboriosa, che non abbassiamo mai la guardia, per accogliere con gratitudine e stupore ogni nuovo giorno donatoci da Dio. Ogni mattina è una pagina bianca che il cristiano comincia a scrivere con le opere di bene (Papa Francesco)
And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore (Papa Benedetto)
Despite the scarcity of information about him, St Bartholomew stands before us to tell us that attachment to Jesus can also be lived and witnessed to without performing sensational deeds. Jesus himself, to whom each one of us is called to dedicate his or her own life and death, is and remains extraordinary (Pope Benedict)
La figura di san Bartolomeo, pur nella scarsità delle informazioni che lo riguardano, resta comunque davanti a noi per dirci che l'adesione a Gesù può essere vissuta e testimoniata anche senza il compimento di opere sensazionali. Straordinario è e resta Gesù stesso, a cui ciascuno di noi è chiamato a consacrare la propria vita e la propria morte (Papa Benedetto)
Faith is more than just empirical or historical facts; it is an ability to grasp the mystery of Christ’s person in all its depth [Pope Benedict]
La fede va al di là dei semplici dati empirici o storici, ed è capace di cogliere il mistero della persona di Cristo nella sua profondità [Papa Benedetto]
Consequently, just as for Christ carrying the cross was not an option but a mission to be embraced for love, so it is for Christians too. In our world today, where the forces that divide and destroy seem to dominate, Christ does not cease to offer to all his clear invitation [Pope Benedict]
Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito [Papa Benedetto]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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