Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
24a Domenica T.O. (anno A) [13 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del Siracide (27,30-28,7)
Nell’insegnamento del saggio Ben Sira, vissuto verso il 180 poco prima della nascita di Gesù, si sente la progressiva scoperta del perdono nell’Antico Testamento. La Bibbia infatti può considerarsi come il tentativo paziente di Dio, attraverso i profeti, di estirpare la vendetta dal nostro cuore. Caino fu vendicato 7 volte e dopo di lui la spirale della violenza era così diffusa che Lamek si vantava di vendicarsi settanta volte sette. C‘è voluto uno sforzo paziente attraverso le leggi e la predicazione dei profeti, per cambiare questa tendenza. Ben Sira è al termine di questa catena di vendette e mette in luce la scoperta di Israele di determinarne la fine. Nell’odierno testo Ben Sira ricorre a tre utili considerazioni per predicare l’indulgenza. Anzitutto, non si deve dimenticare la costante fedeltà di Dio verso il suo popolo, che invece spesso gli è stato infedele. Inoltre, se vuoi osservare i comandamenti di Dio non puoi conservare rancore verso il prossimo perché il precetto di amare il prossimo come se stessi implica di saper perdonare. E infine se pensassimo alla nostra morte, rinunceremmo facilmente a ogni forma di odio e di vendetta. Dice Ben Sira: “Per questo il Signore è paziente verso loro ed effonde su di loro la sua misericordia, vede e sa che la loro sorte è penosa perché abbonda nel perdono. La misericordia dell’uomo riguarda il suo prossimo mentre la misericordia del Signore concerne ogni essere vivente (Si 18,11-13). Il saggio invita a saper andare oltre le offese. Inoltre, nella frase “l’uomo che si vendica sperimenterà la vendetta di Dio” c’è una verità concreta che ci tocca da vicino. Sono i piccoli passi nella logica della misericordia che ci preparano ad accogliere la misericordia di Dio e del resto come immaginare che Dio sia verso di noi misericordioso se noi rifiutiamo il più piccolo gesto di perdono verso gli altri? Infine l’ultimo versetto: “Ricorda i precetti e non odiare il prossimo” ci porta a pensare alle parole di Gesù in croce: “Padre perdonali perché non sanno quel che fanno”. Ci fa capire che talora facciamo il male senza valutarne ogni conseguenza. e l’indulgenza divina va fino a dire che commettiamo il male per ignoranza. La traduzione ecumenica della Bibbia propone questa traduzione del versetto (28,7) “ricordati dell’alleanza di Dio e va oltre l’offesa” una bella definizione di perdono. Non si può certo cancellare un’offesa, ma occorre saper andare al di là. Dopo una ferita la pelle conserva la cicatrice ed è uguale per le ferite morali perché niente può cancellare una calunnia, un gesto di disprezzo, l’infedeltà. Le parole e i comportamenti producono frutti di veleno e non si può pensare di tornare indietro come se nulla fosse. Come dice Ben Sira, andare oltre non significa ignorare il passato, ma provare a cercare di riallacciare una relazione lacerata per una offesa accettando la possibilità di un nuovo avvenire. La parola perdono “per e dono” può dirci che è possibile il perdono che vada al di là dell’offesa e il perdono perfetto è in fondo opera dello Spirito santo.
Salmo responsoriale (102/103)
Il Salmo 102/103 contiene 22 versetti, tanti quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico. Per questo è chiamato salmo alfabetico e appartiene alla tradizione dei salmi di ringraziamento per l’Alleanza. È un grande canto di riconoscenza a Dio per tutti i suoi doni e le sue benedizioni. Un’altra caratteristica del salmo è il parallelismo: ogni versetto presenta due frasi che si richiamano e si completano, quasi come un dialogo tra due cori. Questo modo di esprimersi è molto comune nella Bibbia e serviva sia a facilitare la memoria sia a rendere più profondo il significato delle parole. Nel primo versetto «Benedici il Signore, anima mia, benedici il suo Nome santo, tutto il mio essere» il parallelismo ci fa comprendere due cose importanti. Innanzitutto, nella Bibbia il Nome indica la persona stessa: benedire il Nome del Signore significa quindi benedire Dio nella sua totalità. In secondo luogo, la parola «anima» non indica semplicemente una parte spirituale dell’uomo contrapposta al corpo. Nella mentalità biblica l’uomo è visto come un essere unificato: «anima» significa quindi la persona intera, tutto il proprio essere. Il salmo insiste poi sulla misericordia di Dio: «Non è in lite per sempre, non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe». Dio non segue la logica del «dare per avere», né quella del castigo proporzionato alla colpa. La sua logica è quella della gratuità e della misericordia. La Bibbia mostra come Israele abbia scoperto progressivamente il vero volto di Dio: non un Dio che tiene i conti delle nostre colpe, ma un Dio «tenero e misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore» (Es 34,6). È questa la grande rivelazione biblica: Dio è completamente diverso dalle nostre immagini umane di giustizia e di giudizio. Per questo anche l’espressione «timore di Dio» deve essere compresa correttamente. Non significa avere paura di Dio. Quando scopriamo che Dio è Padre misericordioso e pieno di tenerezza, la paura può trasformarsi in atteggiamento filiale. Il timore di Dio, in senso biblico, è quindi un rispetto profondo unito alla fiducia, alla gratitudine e al desiderio di seguire la sua volontà. È come un bambino che ascolta il padre quando gli dice di non avvicinarsi al fuoco: non obbedisce perché ha paura del padre, ma perché sa che il padre lo ama e vuole proteggerlo. Il Salmo stesso lo esprime con un’immagine bellissima: «Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono». Il cammino spirituale consiste quindi nel trasformare la paura in fiducia, fino a vivere davanti a Dio come figli amati. Dio non ci chiede una perfezione senza errori: quando cadiamo, la sua misericordia ci permette di ricominciare. La sua tenerezza «passa sopra» i nostri peccati e ci rialza. È la stessa tenerezza che Gesù mostrerà nella parabola del Padre misericordioso e del figlio prodigo. In sintesi: il Salmo 102/103 ci invita a benedire Dio con tutto il nostro essere e a riconoscere che il suo amore è molto più grande delle nostre colpe. Il vero «timore di Dio» non è terrore, ma fiducia, rispetto e amore filiale. Con Dio possiamo sempre ricominciare, perché la sua misericordia non viene meno.
Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (14,7-9)
La frase centrale del testo è «Noi apparteniamo al Signore. Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso» (Rm 14,7). San Paolo ci ricorda che non siamo persone isolate, indipendenti le une dalle altre. Attraverso il tempo e lo spazio siamo profondamente solidali. Il progetto di Dio è un’umanità così unita da diventare una cosa sola in Cristo, unità che trova il suo fondamento nella morte e risurrezione di Gesù, diventato «Signore dei morti e dei vivi». Il problema è che, anche tra i cristiani, possono nascere divisioni. Al tempo di Paolo le discussioni riguardavano soprattutto le regole alimentari: alcuni cristiani, provenienti dal giudaismo, erano molto rigorosi; altri, provenienti dal mondo pagano, erano più liberi. Paolo invita tutti a non giudicarsi: «Tu, chi sei per giudicare il servitore di un altro?» (Rm 14,4). La cosa essenziale non è avere tutti le stesse abitudini nel vivere la fede. L’essenziale è che tutti apparteniamo a Cristo. Anche oggi le divisioni possono nascere da questioni liturgiche o da differenti orientamenti sociali e politici perché coloro che condividono la stessa fede e lo stesso Battesimo possono compiere scelte diverse. Per Paolo nessuno deve sentirsi autorizzato a giudicare l’altro: ma ciascuno cerchi sinceramente di servire il Signore secondo la propria coscienza: «Chi mangia, mangia per il Signore, perché rende grazie a Dio; e chi non mangia, lo fa per il Signore e rende grazie a Dio». Questo significa che non esiste un’unica maniera di rendere grazie a Dio e la stessa fede può essere espressa in modi differenti. Il vero «sacrificio spirituale» consiste nell’offrire a Dio tutta la propria persona, con sincerità e amore facendolo ognuno secondo ciò che ritiene giusto con forme diverse, persino opposte, ma ciò che conta è il desiderio sincero di servire Dio. Paolo indica ciò che deve restare il centro della vita cristiana:«Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). Occorre cercare ciò che costruisce la comunità, favorisce la pace e rafforza le relazioni e la regola fondamentale è l’amore reciproco: «Rivalutatevi nel rispetto gli uni degli altri». Questo è il messaggio centrale: Il Battesimo ci rende tutti appartenenti a Cristo e per questo le nostre differenze — nelle pratiche religiose, nelle sensibilità, nelle scelte sociali o politiche — non devono diventare motivo di giudizio e divisione. Ciò che ci unisce è molto più importante di ciò che ci divide e la maturità cristiana consiste nel rispettare chi vive la fede in modo diverso dal nostro, evitando di giudicarlo, sapendo che tutti siamo chiamati a costruire pace, unità, rispetto e amore, dato che «nessuno di noi vive per se stesso» : apparteniamo infatti tutti al Signore.
Dal Vangelo secondo Matteo (18,21-35)
Il vangelo presenta la parabola del servo spietato in tre momenti. 1. Il re condona il debito: una parabola sull’amore gratuito di Dio, che supera ogni nostro calcolo. Un servo ha contratto con il re un debito enorme, impossibile da restituire e secondo le leggi del tempo dovrebbe essere imprigionato insieme alla sua famiglia. L’uomo però supplica il re di avere pazienza e, mosso a compassione, il sovrano non solo gli concede più tempo, ma gli condona completamente il debito: «Non mi devi più nulla». 2. Il servo che non sa perdonare. Lo stesso servo, appena uscito, incontra un uomo che gli deve una somma piccolissima rispetto a quella che gli è stata condonata e, invece di avere pietà, pretende immediatamente il pagamento e lo fa mettere in prigione. Ha ricevuto un dono immenso, ma non è capace di concedere agli altri neppure una piccola parte di ciò che ha ricevuto. Per questo il re lo rimprovera: «Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?» 3. Perdonare senza fare calcoli. Pietro chiede a Gesù: «Signore, quante volte dovrò perdonare il mio fratello? Fino a sette volte?» Gesù risponde: «Non sette volte, ma settanta volte sette», cioè senza limite. Il perdono non può diventare una contabilità: non dobbiamo stabilire quante volte abbiamo già perdonato o fino a dove siamo obbligati di farlo. Gesù rovescia la logica della storia di Caino e Lamech, quando la vendetta genera altra vendetta e la violenza si moltiplica senza fine. Gesù, alla vendetta senza misura di Lamech, contrappone un perdono senza misura e così, nella Bibbia Dio conduce progressivamente l’umanità fuori dalla spirale della violenza: dalla legge del taglione (occhio per occhio e dente per dente), che almeno limita la vendetta, si arriva alla scoperta del perdono rivelazione che raggiunge il pieno compimento nel sacrificio della Croce. Ma perché il servo della parabola perde il beneficio di ciò che aveva ricevuto? Non perché Dio smetta di donare, ma perché il nostro cuore può diventare incapace di accogliere e di trasmettere ciò che riceve. È come una terra diventata secca e impermeabile quando anche una pioggia abbondante non riesce a penetrarla perché prima bisogna lavorarla. Allo stesso modo, imparare a perdonare apre il nostro cuore e ci rende disponibili a ricevere nuovamente ciò che Dio ci offre. Un cuore chiuso nel rancore diventa incapace di lasciarsi trasformare. Il servo avrebbe dovuto essere così profondamente riconoscente per il debito che gli era stato condonato da non rifiutare la richiesta del suo compagno. Il punto centrale della parabola è che chi riconosce ciò che ha ricevuto diventa capace di donarlo a sua volta. Lo vediamo anche nell’episodio della donna adultera (Gv 8). Gli accusatori arrivano con le pietre in mano, pronti per lapidarla; Gesù li invita a guardare prima dentro se stessi, e uno dopo l’altro se ne vanno, cominciando dai più anziani non sentendosi più autorizzati a giudicare l’adultera perché consapevoli della propria fragilità. La scena completa così il messaggio della parabola di questa domenica: prima di condannare l’altro, ricordati che anche tu vivi grazie alla pazienza e alla bontà di Dio. Il cristiano non è colui che non sbaglia mai, ma colui che, avendo sperimentato la possibilità di ripartire, ne offre anche agli altri possibilità. Ci convertiamo veramente quando ciò che riceviamo da Dio trasforma il nostro modo di trattare gli altri.
+Giovanni D’Ercole
23a Domenica T.O. (anno A) [6 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (33,7-9)
Il profeta Ezechiele, sacerdote di Gerusalemme nel VI secolo a.C., fu deportato a Babilonia nel 597 a.C. durante la prima deportazione voluta da Nabucodonosor. Visse presso il fiume Chebar, nel villaggio di Tel-Aviv, dove apprese la tragica notizia della caduta di Gerusalemme e della distruzione del Tempio nel 587 a.C. Nonostante queste catastrofi, Ezechiele non perse la speranza. Nei circa vent’anni del suo ministero durante l’esilio, dedicò la sua vita a sostenere il popolo e a mantenere viva la speranza del ritorno. Il nome della moderna città di Tel Aviv richiama proprio il villaggio in cui visse, come omaggio al profeta che contribuì alla sopravvivenza spirituale di Israele. La sua missione si sviluppò su due fronti: aiutare gli esiliati a stabilirsi e sopravvivere; mantenere viva la speranza del ritorno nella terra promessa. Dio gli affidò il compito di essere una sentinella (guardiano) per Israele (Ez 3,17). Come una sentinella che avverte la città del pericolo, Ezechiele doveva trasmettere gli avvertimenti di Dio e invitare il popolo alla conversione. Se avesse taciuto, sarebbe stato responsabile della loro rovina. Tuttavia il popolo spesso ascoltava senza mettere in pratica la Parola di Dio. Le persone apprezzavano la bellezza della sua predicazione, ma non cambiavano vita (Ez 33,31-32). Per questo il profeta sperimentò scoraggiamento, con l’impressione di “predicare nel deserto”. Nonostante ciò, rimase fedele alla sua missione. Ezechiele fu una sentinella in due sensi: attento alla Parola di Dio vigile nell’attendere l’alba della salvezza. Con immagini potenti e grande coraggio annunciò la speranza della rinascita, proclamando la promessa di Dio: Vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio, e vi ricondurrò nella terra d’Israele» (Ez 37,12). Anche quando sembrava che tutto fosse perduto, dopo la caduta di Gerusalemme, Ezechiele continuò ad annunciare che la restaurazione era possibile se il popolo fosse tornato a Dio. Dio infatti non desidera la morte del peccatore, ma la sua conversione: “Perché dovreste morire, casa d’Israele? Convertitevi e vivrete” (Ez 33,11). Il testo si collega all’odierna pagina del Vangelo, in cui Gesù affida ai discepoli una missione simile: vigilare gli uni sugli altri con amore fraterno, correggendo chi sbaglia perché, come insegna anche il Levitico (19,17-18), correggere con carità è autentico atto d’amore perché aiuta il fratello a evitare il male e a ritrovare la strada della vita. Come una sentinella veglia sulla città, così il profeta e ogni discepolo deve vegliare sul bene degli altri.
Salmo Responsoriale (94/95)
L’ultima strofa del Salmo 95/94 richiama l’episodio di Massa e Meriba (Es 17,1-7), quando il popolo d’Israele, nel deserto, rimase senz’acqua e dubitò di Dio. Dopo aver accusato Mosè pensando che Dio volesse lasciarli morire di sete, il Signore fece sgorgare abbondante acqua dalla roccia. Da allora Massa e Meriba sono il simbolo della mancanza di fiducia in Dio. Il Salmo invita: “Oggi, se ascoltate la sua voce, non indurite il cuore”. Questa è la vita di fede e la vera domanda è: “Possiamo fidarci di Dio che è presente nella nostra vita?” La fede è fiducia e credere significa fidarsi. La parola ebraica per indicare la fede è appoggiarsi a Dio e dalla stessa radice deriva “Amen”, che significa “saldo”, “stabile”: è come dire: mi affido completamente a Dio. Per questo il profeta Isaia afferma: Se non crederete, non resterete saldi (Is 7,9). Ascoltare significa fidarsi. L’invito del Salmo: “Oggi ascolterete la sua Parola?”, non chiede solo di udire, ma di accogliere con fiducia. Chi si fida ascolta davvero. Per questo la preghiera dello Shema Israel (Dt 6,4) inizia con: “Ascolta, Israele” e amare Dio con tutto il cuore significa affidarsi totalmente a Lui. Anche il verbo obbedire deriva dall’idea di ascoltare: l’obbedienza biblica non è sottomissione cieca, ma ascolto fiducioso della Parola. La fiducia nasce dall’esperienza. Israele fonda la sua fede sull’esperienza concreta della liberazione dall’Egitto. Se Dio ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, non può abbandonarlo nel deserto. Per questo il Salmo proclama: “Acclamiamo la Roccia della nostra salvezza.” La roccia non è immagine poetica: ricorda la roccia da cui Dio fece scaturire l’acqua a Massa e Meriba. Dio è roccia sicura su cui appoggiarsi ed è scelta da rinnovare ogni giorno La parola “Oggi” è fondamentale: ogni giorno è un nuovo inizio; ogni giorno possiamo tornare ad ascoltare Dio e fidarci di Lui. È lo stesso messaggio annunciato da Ezechiele agli esiliati scoraggiati: non perdere la speranza e confidare ancora nel Signore. La fede non è un fatto individuale, ma appartiene a un popolo che cammina insieme verso Dio e per questo il Salmo è sempre al plurale: “Noi siamo il popolo che Dio guida”.. Questa dimensione comunitaria è una caratteristica fondamentale della Bibbia e rappresenta anche una sfida per la Chiesa di oggi. Il testo conclude ricordando che la stessa questione della fiducia attraversa tutta la Bibbia: quando san Paolo invita a riconciliarsi con Dio, chiede di smettere di dubitare delle sue intenzioni; quando Gesù invita a convertirsi e a credere al Vangelo, chiede di credere alla Buona Notizia cioè che Dio ci ama e vuole il nostro bene. Anche il racconto di Adamo ed Eva può essere letto in questa prospettiva: la prova fondamentale non è l’obbedienza esteriore, ma la fiducia che Dio desideri sempre la nostra libertà, la nostra vita e la nostra felicità. La fede consiste nel credere che, anche nelle prove, nelle limitazioni e nelle sconfitte, Dio può far nascere una vita nuova, la libertà e la risurrezione.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (13, 8-10)
Se vogliamo trovare un filo conduttore di questo testo è la “doppia fedeltà: buon cittadino e discepolo”. In altre parole, come vivere da cristiani in un mondo non cristiano. Per capire bisogna rimettere il testo nel suo contesto. Dal capitolo 12 della lettera ai Romani, Paolo dà consigli ai cristiani su come vivere da cristiani in un mondo che non è nostro. Vivere da cristiano è fare della vita un “sacrificio santo” (testo di Paolo di domenica scorsa dove aggiunge di non conformarsi alla mentalità mondana, ma trasformarsi rinnovando la mente per discernere qual è la volontà di Dio” (Rm 12,2). Oggi siamo al capitolo 13 e Paolo entra nel concreto della vita sociale, il rapporto con le autorità. Quando si legge tutto il capitolo, si constata con stupore le precisazioni che dà sugli obblighi dei cittadini: il rispetto dei tribunali, il pagamento dell’imposta e delle tasse, la sottomissione a tutte le autorità. In sintesi: un buon cristiano deve essere un buon cittadino “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite” (Rm 13,1). Siamo franchi, questa indicazione ha dovuto sorprenderne più di uno perché tra Ebrei e Romani c’erano due diverse concezioni del potere. Nel mondo ebraico dell’AT tali parole non avrebbero sorpreso nessuno, perché il potere politico era nelle mani delle autorità religiose; la legge civile non si distingueva dalla Legge di Dio. In quest’ottica Gesù aveva potuto dire alla folla e ai discepoli: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo” (Mt 23,1-2.) Ma non si poteva dire lo stesso del mondo romano; le autorità in questione erano gli imperatori romani e tutta la gerarchia dei loro governatori, magistrati e soldati, per i quali la volontà di Dio era ovviamente l’ultimo dei pensieri! E se Paolo scrive di con conformarsi a questo mondo, è perché l’ideale della società romana era spesso agli antipodi dell’ideale cristiano. Allora, obbedire a un’autorità immersa nel paganesimo è possibile? Questa domanda è all’origine del nostro testo. Paolo risponde in due punti:
Primo punto: non usare la fede per sfuggire alle responsabilità civili e ragiona così: “Non c’è autorità se non da Dio; e quelle che esistono sono stabilite da Dio” (Rm 13,1) e qui Si risuona Gesù che dice a Pilato: “Non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19,11). Altro argomento: siccome in tutti i Paesi la legge è di norma al servizio della giustizia e difesa dei deboli, Paolo dice: “L’autorità è al servizio di Dio per il tuo bene... è infatti vendicatrice e ministra di Dio per punire chi fa il male” (Rm 13,4). Gli ebrei come i primi cristiani - i Romani non facevano tra loro differenza - erano dispensati dalle leggi romane che urtavano la loro coscienza: per esempio bruciare incenso davanti alla statua dell’imperatore, o fare il servizio militare. Quindi, dice san Paolo di obbedite alle leggi romane poiché non si è esenti dalle leggi contrarie alla religione.
Secondo punto: essere in regola non basta, serve il “debito d’amore”. Non si è buon ebreo o buon cristiano se si è in regola con l’autorità civile perché qui non si arriva fino in fondo alla carità. Questo dice la prima frase della lettura di oggi: “Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole” (Rm 13,8). “Non abbiate alcun debito con nessuno” cioè non basta essere in regola con tutti, ma occorre andare oltre. Il senso ultimo della Torah è amare i fratelli, cioè non basta non uccidere, rubare, commettere adulterio perché, osserva san Paolo, tutto questo si riassume in questo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Rm 13,9) e questo vuol dire essere in regola con la Legge di Mosè. Paolo aggiunge che occorre una conversione profonda che Paolo indicandola con queste parole “Trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio: ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2). La vera novità si scopre quando Cristo al giovane ricco, osservante della Torah, chiede di abbandonare tutto e seguirlo “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri... poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). Scelta che può portare molto lontano!
Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)
Gesù insegna che la correzione fraterna è salvare la persona, non condannarla. San Paolo nella seconda lettura ci ricorda di non avere debiti con nessuno, se non quello di un amore vicendevole essendo compimento perfetto della Legge l’amore (Rm 13,8.10). Tutto il capitolo 18 del Vangelo di Matteo tratta sotto diversi angoli il compimento di questo amore nelle relazioni all’interno della comunità cristiana. In particolare tocca due temi: la priorità data ai piccoli e ai deboli, e il perdono reciproco. Per introdurre queste raccomandazioni Gesù racconta la parabola della pecora perduta, un’immagine ben nota a chi lo ascoltava e paragona i capi della comunità a pastori delegati dal pastore supremo che è Dio e il Padre celeste non vuole che si perda nessuno di questi piccoli (Mt 18,14). Si tratta del dovere di vigilanza reciproca, secondo il modello che Ezechiele già indicava: “Guai ai pastori d’Israele... (Ez 34,2). Gesù affida ai discepoli vigilanza reciproca, di non lasciare smarrirsi i fratelli e questo dovere è prima di tutto dei responsabili della comunità, i pastori. Ma il dovere di vigilanza reciproca esiste anche all’interno del gregge; non solo i pastori hanno la responsabilità del buon andamento del gregge ma anche le pecore sono responsabili le une delle altre come scrive ancora Ezechiele: “Così parla il Signore Dio: io stesso giudicherò tra pecora grassa e pecora magra.. (Ez 34,20-22). Ezechiele annunciava allora che Dio stesso avrebbe ripreso in mano il suo gregge tramite il suo Messia: “Io susciterò per loro un pastore unico, che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le pascerà, egli sarà il loro pastore” (Ez 34,23). Gesù è il buon pastore che conosce le sue pecore e da cui le pecore sono conosciute (cf Gv10) e dà indicazioni per la vita del gregge, in particolare riguardo al sostegno e all’aiuto fraterno perché nessuno “si perda”. Per riprendere chi si perde ci vuole un amore esigente perché se ami realmente qualcuno, sei disposto a tutto per soccorrerlo se è in pericolo. Dio è Amore e siamo chiamati a somigliargli, il che è terribilmente esigente. E se tra i cristiani qualcuno si smarrisce, Gesù indica la via da seguire: prima cercare personalmente il dialogo e fare tutto perché possa raggiungere il gregge e se non riesci alla fine consideralo come pagano e pubblicano, che non significa un’esclusione definitiva. Come allora interpretare la frase: Se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano? Alla luce di tutto ciò che sappiamo su Gesù e sulla sua accoglienza continua ai pubblicani e ai peccatori, non può trattarsi di un rifiuto definitivo ma del rispetto della libertà di ciascuno... in attesa che Zaccheo o il pubblicano Matteo si converta. Ciò che emerge dalla progressione raccomandata da Cristo è la necessità assoluta del rispetto verso chiunque e in particolare verso chi si dice peccatore e tutti i passi per riannodare la comunione devono essere segnati da una delicata discrezione. Queste sono le regole base della vita nella Chiesa e rispettarle è seme di vita eterna: “In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo” (Mt 18,18). Uno sguardo all’ultima frase: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Nelle massime dei Padri Ebrei (i Pirké Avot), leggiamo: “Quando due sono seduti insieme e si occupano delle parole della Torah, la Shekinah, cioè la presenza di Dio è in mezzo a loro” (Avot 3,2).
+Giovanni D’Ercole
(Mt 1,1-16.18-23)
Fin dal VII secolo l’evento di prima Aurora che precede la Venuta del Sole di Giustizia è identificato da papa Sergio nella nascita di Maria - secondo Dante «termine fisso d’eterno consiglio».
La Madre di Dio è figura che nel panorama della spiritualità reca una novità radicale, perché non genera l’atteso Davide, bensì la Persona più dimessa e favorevole, dall'energia non aggressiva.
Nella sua icona di «bimba appena generata», Ella è anche immagine dell'umanità nuova, ma reale, “complice” della nostra condizione; dal cuore non più artificioso e di pietra [legalista] bensì di carne.
Quindi la Festa di oggi è una sorta di prefigurazione del Natale, evento di Rivelazione d’uno sconcertante ma finalmente autentico Volto di Dio - e delle creature realizzate.
Eccoci allora interpellati dal Vangelo sul peso da dare alla rigidità delle norme, le quali nella storia della spiritualità hanno spesso divorato l’essere spontaneo dei chiamati dal Padre.
Genuinità che stimola semplicemente a esprimersi, a partire dal proprio carattere vocazionale.
Anche le culture animate da Sapienza di Natura ne attestano il peso.
Scrive il Tao Tê Ching (LVII): «Quando con la correzione si governa il mondo, con la falsità s’adopran l’armi [...] Per questo il santo dice: io non agisco e il popolo da sé si trasforma [...] io non bramo e il popolo da sé si fa semplice».
Nell’oriente antico le genealogie indicavano solo uomini, e sorprende che Mt riporti il nome di ben cinque donne, considerate creature solo servili, inaffidabili, impure per natura.
Ma nella vicenda delle quattro compagne di Maria c’è non poco di a-normale (anche per il modello di vita scelto) che però vale la pena.
Per giungere alla pienezza umana del Figlio, Dio non ha preteso superare le vicende storiche, viceversa le ha assunte e valorizzate.
Il cammino che porta a Cristo non è questione di scalate, né di risultati o performance da calibrare sempre meglio in un crescendo lineare - quindi moralizzatore e dirigista, che non impone svolte che contano, né risolve i veri problemi.
Nelle vicende, l’Eterno riesce a dare ali spiegate non tanto alla forza e al genio, ma a tutte le povere origini, alla pochezza della nostra natura, la quale d’improvviso si tramuta in ricchezza totalmente imprevedibile.
E se di continuo strappiamo il filo, il Signore lo riannoda - non per aggiustare, metterci una pezza e riprendere come prima, ma per rifare un’intera trama nuova. Proprio a partire dalle cadute.
È l’energia dell’inadeguatezza e dei fallimenti che ci fa rientrare in noi stessi e perdere finalmente la testa. Altre configurazioni dell’anima ci attendono.
Nei Vangeli dell’infanzia di Mt Dio assume due Nomi: Redentore [Yeshua: Dio è Salvatore] e Con-noi. Il senso di tali prerogative non è meccanico, bensì teologico.
Il Nome proprio del Figlio Gesù descrive la sua Opera di recupero di tutto l’essere.
E l’attributo caratteristico Immanu’El [tratto da Isaia] ne puntualizza i (molti) recapiti - i suoi (tanti) indirizzi, che siamo ciascuno di noi, in crescita nel tempo.
Incarnazione: il Padre si colloca a fianco dei suoi figli e figlie.
Non solo non teme di rendersi impuro nel contatto con le cose che riguardano le dinamiche di terra: addirittura si riconosce nella loro Condizione.
Per questo motivo, dal disagio di Giuseppe scaturisce addirittura il culmine dell’intera Storia di Salvezza.
Quello che colpisce della narrazione di Mt è: il discrimine e le possibilità d’irruzione della vetta del Disegno salvifico scaturiscono non da una certezza religiosa, ma da un Dubbio!
Ogni Dono eminente passa attraverso la carne, e qui - nel malsicuro - ciò che sembrava controverso diventa fecondo.
L’imbarazzo e l’improbabile attivano infine vita intensa e piena.
Lo Spirito che s’infila nei pertugi delle mentalità standard trova un ‘punto’ dentro di noi che consente di fiorire diversamente adesso, in trasparenza.
Le vere svolte della storia. La differenza fra devozione e Fede.
[Natività della Beata Vergine Maria, 8 settembre]
Cari fratelli e sorelle,
con il nostro grande pellegrinaggio a Mariazell celebriamo la festa patronale di questo Santuario, la festa della Natività di Maria. Da 850 anni vengono qui persone da vari popoli e nazioni, persone che pregano portando con sé i desideri dei loro cuori e dei loro Paesi, le preoccupazioni e le speranze del loro intimo. Così Mariazell è diventata per l’Austria, e molto al di là delle sue frontiere, un luogo di pace e di unità riconciliata. Qui sperimentiamo la bontà consolatrice della Madre; qui incontriamo Gesù Cristo, nel quale Dio è con noi, come afferma oggi il brano evangelico - Gesù, di cui nella lettura del profeta Michea abbiamo sentito: Egli sarà la pace (cfr 5,4). Oggi ci inseriamo nel grande pellegrinaggio di molti secoli. Facciamo una sosta dalla Madre del Signore e la preghiamo: Mostraci Gesù. Mostra a noi pellegrini Colui che è insieme la via e la meta: la verità e la vita.
Il brano evangelico, che abbiamo appena ascoltato, apre ulteriormente il nostro sguardo. Esso presenta la storia di Israele a partire da Abramo come un pellegrinaggio che, con salite e discese, per vie brevi e per vie lunghe, conduce infine a Cristo. La genealogia con le sue figure luminose e oscure, con i suoi successi e i suoi fallimenti, ci dimostra che Dio può scrivere diritto anche sulle righe storte della nostra storia. Dio ci lascia la nostra libertà e, tuttavia, sa trovare nel nostro fallimento nuove vie per il suo amore. Dio non fallisce. Così questa genealogia è una garanzia della fedeltà di Dio; una garanzia che Dio non ci lascia cadere, e un invito ad orientare la nostra vita sempre nuovamente verso di Lui, a camminare sempre di nuovo verso Cristo.
Andare in pellegrinaggio significa essere orientati in una certa direzione, camminare verso una meta. Ciò conferisce anche alla via ed alla sua fatica una propria bellezza. Tra i pellegrini della genealogia di Gesù ce n’erano alcuni che avevano dimenticato la meta e volevano porre sé stessi come meta. Ma sempre di nuovo il Signore aveva suscitato anche persone che si erano lasciate spingere dalla nostalgia della meta, orientandovi la propria vita. Lo slancio verso la fede cristiana, l’inizio della Chiesa di Gesù Cristo è stato possibile, perché esistevano in Israele persone con un cuore in ricerca – persone che non si sono accomodate nella consuetudine, ma hanno scrutato lontano alla ricerca di qualcosa di più grande: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, Maria e Giuseppe, i Dodici e molti altri. Poiché il loro cuore era in attesa, essi potevano riconoscere in Gesù Colui che Dio aveva mandato e diventare così l’inizio della sua famiglia universale. La Chiesa delle genti si è resa possibile, perché sia nell’area del Mediterraneo sia nell’Asia vicina e media, dove arrivavano i messaggeri di Gesù, c’erano persone in attesa che non si accontentavano di ciò che facevano e pensavano tutti, ma cercavano la stella che poteva indicare loro la via verso la Verità stessa, verso il Dio vivente.
Di questo cuore inquieto e aperto abbiamo bisogno. È il nocciolo del pellegrinaggio. Anche oggi non è sufficiente essere e pensare in qualche modo come tutti gli altri. Il progetto della nostra vita va oltre. Noi abbiamo bisogno di Dio, di quel Dio che ci ha mostrato il suo volto ed aperto il suo cuore: Gesù Cristo. Giovanni, con buona ragione, afferma che Lui è l’Unigenito Dio che è nel seno del Padre (cfr Gv 1,18); così solo Lui, dall’intimo di Dio stesso, poteva rivelare Dio a noi – rivelarci anche chi siamo noi, da dove veniamo e verso dove andiamo. Certo, ci sono numerose grandi personalità nella storia che hanno fatto belle e commoventi esperienze di Dio. Restano, però, esperienze umane con il loro limite umano. Solo Lui è Dio e perciò solo Lui è il ponte, che veramente mette in contatto immediato Dio e l’uomo. Se noi cristiani dunque lo chiamiamo l’unico Mediatore della salvezza valido per tutti, che interessa tutti e del quale, in definitiva, tutti hanno bisogno, questo non significa affatto disprezzo delle altre religioni né assolutizzazione superba del nostro pensiero, ma solo l’essere conquistati da Colui che ci ha interiormente toccati e colmati di doni, affinché noi potessimo a nostra volta fare doni anche agli altri. Di fatto, la nostra fede si oppone decisamente alla rassegnazione che considera l’uomo incapace della verità – come se questa fosse troppo grande per lui. Questa rassegnazione di fronte alla verità è, secondo la mia convinzione, il nocciolo della crisi dell’Occidente, dell’Europa. Se per l’uomo non esiste una verità, egli, in fondo, non può neppure distinguere tra il bene e il male. E allora le grandi e meravigliose conoscenze della scienza diventano ambigue: possono aprire prospettive importanti per il bene, per la salvezza dell’uomo, ma anche – e lo vediamo – diventare una terribile minaccia, la distruzione dell’uomo e del mondo. Noi abbiamo bisogno della verità. Ma certo, a motivo della nostra storia abbiamo paura che la fede nella verità comporti intolleranza. Se questa paura, che ha le sue buone ragioni storiche, ci assale, è tempo di guardare a Gesù come lo vediamo qui nel santuario di Mariazell. Lo vediamo in due immagini: come bambino in braccio alla Madre e, sull’altare principale della basilica, come crocifisso. Queste due immagini della basilica ci dicono: la verità non si afferma mediante un potere esterno, ma è umile e si dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo essere vera. La verità dimostra se stessa nell’amore. Non è mai nostra proprietà, un nostro prodotto, come anche l’amore non si può produrre, ma solo ricevere e trasmettere come dono. Di questa interiore forza della verità abbiamo bisogno. Di questa forza della verità noi come cristiani ci fidiamo. Di essa siamo testimoni. Dobbiamo trasmetterla in dono nello stesso modo in cui l’abbiamo ricevuta, così come essa si è donata.
“Guardare a Cristo”, è il motto di questo giorno. Questo invito, per l’uomo in ricerca, si trasforma sempre di nuovo in una spontanea richiesta, una richiesta rivolta in particolare a Maria, che ci ha donato Cristo come il Figlio suo: “Mostraci Gesù!” Preghiamo oggi così con tutto il cuore; preghiamo così anche al di là di questa ora, interiormente alla ricerca del Volto del Redentore. “Mostraci Gesù!”. Maria risponde, presentandoLo a noi innanzitutto come bambino. Dio si è fatto piccolo per noi. Dio non viene con la forza esteriore, ma viene nell’impotenza del suo amore, che costituisce la sua forza. Egli si dà nelle nostre mani. Chiede il nostro amore. Ci invita a diventare anche noi piccoli, a scendere dai nostri alti troni ed imparare ad essere bambini davanti a Dio. Egli ci offre il Tu. Ci chiede di fidarci di Lui e di imparare così a stare nella verità e nell’amore. Il bambino Gesù ci ricorda naturalmente anche tutti i bambini del mondo, nei quali vuole venirci incontro. I bambini che vivono nella povertà; che vengono sfruttati come soldati; che non hanno mai potuto sperimentare l’amore dei genitori; i bambini malati e sofferenti, ma anche quelli gioiosi e sani. L’Europa è diventata povera di bambini: noi vogliamo tutto per noi stessi, e forse non ci fidiamo troppo del futuro. Ma priva di futuro sarà la terra solo quando si spegneranno le forze del cuore umano e della ragione illuminata dal cuore – quando il volto di Dio non splenderà più sopra la terra. Dove c’è Dio, là c’è futuro.
“Guardare a Cristo”: gettiamo ancora brevemente uno sguardo al Crocifisso sopra l’altare maggiore. Dio ha redento il mondo non mediante la spada, ma mediante la Croce. Morente, Gesù stende le braccia. Questo è innanzitutto il gesto della Passione, in cui Egli si lascia inchiodare per noi, per darci la sua vita. Ma le braccia stese sono allo stesso tempo l’atteggiamento dell’orante, una posizione che il sacerdote assume quando nella preghiera allarga le braccia: Gesù ha trasformato la passione – la sua sofferenza e la sua morte – in preghiera, e così l’ha trasformata in un atto di amore verso Dio e verso gli uomini. Per questo le braccia stese del Crocifisso sono, alla fine, anche un gesto di abbraccio, con cui Egli ci attrae a sé, vuole racchiuderci nelle mani del suo amore. Così Egli è un’immagine del Dio vivente, è Dio stesso, a Lui possiamo affidarci.
“Guardare a Cristo!” Se questo noi facciamo, ci rendiamo conto che il cristianesimo è di più e qualcosa di diverso da un sistema morale, da una serie di richieste e di leggi. È il dono di un’amicizia che perdura nella vita e nella morte: “Non vi chiamo più servi, ma amici” (cfr Gv 15,15), dice il Signore ai suoi. A questa amicizia noi ci affidiamo. Ma proprio perché il cristianesimo è più di una morale, è appunto il dono di un’amicizia, proprio per questo porta in sé anche una grande forza morale di cui noi, davanti alle sfide del nostro tempo, abbiamo tanto bisogno. Se con Gesù Cristo e con la sua Chiesa rileggiamo in modo sempre nuovo il Decalogo del Sinai, penetrando nelle sue profondità, allora ci si rivela come un grande, valido, permanente ammaestramento. Il Decalogo è innanzitutto un “sì” a Dio, a un Dio che ci ama e ci guida, che ci porta e, tuttavia, ci lascia la nostra libertà, anzi, la rende vera libertà (i primi tre comandamenti). È un “sì” alla famiglia (quarto comandamento), un “sì” alla vita (quinto comandamento), un “sì” ad un amore responsabile (sesto comandamento), un “sì” alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un “sì” alla verità (ottavo comandamento) e un “sì” al rispetto delle altre persone e di ciò che ad esse appartiene (nono e decimo comandamento). In virtù della forza della nostra amicizia col Dio vivente noi viviamo questo molteplice “sì” e al contempo lo portiamo come indicatore di percorso in questa nostra ora del mondo.
“Mostraci Gesù!”. Con questa domanda alla Madre del Signore ci siamo messi in cammino verso questo luogo. Questa stessa domanda ci accompagnerà quando torneremo nella nostra vita quotidiana. E sappiamo che Maria esaudisce la nostra preghiera: sì, in qualunque momento, quando guardiamo verso Maria, lei ci mostra Gesù. Così possiamo trovare la via giusta, seguirla passo passo, pieni della gioiosa fiducia che la via conduce nella luce – nella gioia dell’eterno Amore. Amen.
[Papa Benedetto, omelia 8 settembre 2007]
Noi oggi celebriamo “con gioia la Natività della Beata Vergine Maria: da Lei è sorto il sole di giustizia, Cristo, nostro Dio!”.
Questa festività mariana è tutta un invito alla gioia, proprio perché con la nascita di Maria Santissima Dio dava al mondo quasi la garanzia concreta che la salvezza era ormai imminente: l’umanità che da millenni, in forme più o meno coscienti, aveva atteso qualcosa o qualcuno che la potesse liberare dal dolore, dal male, dall’angoscia, dalla disperazione, e che nel Popolo eletto aveva trovato, specialmente nei Profeti, i portavoce della Parola di Dio, rassicurante e consolatrice, poteva finalmente guardare, commossa e trepidante, a Maria “Bambina”, la quale era il punto di convergenza e di arrivo di un complesso di promesse divine, echeggiate misteriosamente nel cuore stesso della storia.
È proprio questa Bambina, ancor piccola e fragile, la “Donna” del primo annuncio della Redenzione futura, contrapposta da Dio al serpente tentatore: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno!” (Gen 3, 15).
È proprio questa Bambina la “Vergine” che “concepirà e partorirà un Figlio, che sarà chiamato Emanuele, che significa: Dio con noi” (cf. Is 7, 14; Mt 1, 23).
È proprio questa Bambina la “Madre” che partorirà a Betlemme “colui che deve essere il dominatore di Israele” (cf. Mt 5, 1s).
La Liturgia odierna applica a Maria nascente il brano della Lettera ai Romani, in cui San Paolo descrive il piano misericordioso di Dio nei confronti degli eletti: Maria è predestinata dalla Trinità ad una altissima missione; è chiamata; è santificata; è glorificata.
Dio l’ha predestinata ad essere intimamente associata alla vita ed all’opera del suo Figlio unigenito. Per questo l’ha santificata, in maniera mirabile e singolare, fin dal primo momento della sua concezione, costituendola “piena di grazia” (cf. Lc 1, 28); l’ha resa conforme all’immagine del suo Figlio: una conformità che, possiamo dire, fu unica, perché Maria è stata la prima e la più perfetta discepola del Figlio.
Il disegno di Dio in Maria è culminato poi in quella glorificazione, che ha reso il suo corpo mortale conforme al corpo glorioso di Gesù risuscitato; l’assunzione di Maria al cielo, in anima e corpo, rappresenta come l’ultima tappa della vicenda di questa Creatura, nella quale il Padre celeste ha manifestato, in maniera esaltante, il suo divino compiacimento.
La Chiesa tutta, pertanto, non può oggi non gioire nel celebrare la Natività di Maria Santissima, la quale - come afferma con accenti commossi san Giovanni Damasceno - è quella “porta verginale e divina, dalla quale e attraverso la quale Dio, che è al di sopra di ogni cosa, sta per fare il suo ingresso sulla terra corporalmente... Oggi è spuntato un rampollo dal tronco di Jesse, dal quale nascerà al mondo un Fiore sostanzialmente unito alla divinità. Oggi, sulla terra, dalla natura terrena, Colui che un tempo separò il firmamento dalle acque e lo elevò in alto, ha creato un cielo, e questo cielo è di gran lunga divinamente più splendido del primo!” (S. Giovanni Damasceno, Omelia sulla Natività di Maria: PG 96,661s).
3. Guardare a Maria significa specchiare noi stessi in un modello che Dio stesso ci ha donato per la nostra elevazione e per la nostra santificazione.
E Maria oggi ci insegna anzitutto a conservare intatta la fede in Dio, quella fede che ci è stata donata nel Battesimo e che deve continuamente crescere e maturare in noi nelle varie tappe della nostra vita cristiana. Commentando le parole di san Luca (Lc 2, 19), sant’Ambrogio così si esprime: “Riconosciamo in tutto la verecondia della Vergine santa, che, intemerata nel corpo non meno che nelle parole, meditava nel suo cuore gli argomenti della fede”(S. Ambrogio, Expos. Evang. sec. Lucam, II, 54: CCL, XIV,p. 4). Anche noi, fratelli e sorelle carissimi, dobbiamo continuamente meditare nel nostro cuore “gli argomenti della fede”, dobbiamo cioè essere aperti e disponibili alla Parola di Dio, per far sì che la nostra vita quotidiana - a livello personale, familiare, professionale - sia sempre in perfetta sintonia ed in armoniosa coerenza col messaggio di Gesù, con l’insegnamento della Chiesa, con gli esempi dei Santi.
Maria, la Vergine-Madre, riafferma oggi a noi tutti il valore altissimo della maternità, gloria e gioia della donna, ed altresì quello della verginità cristiana, professata ed accolta “in vista del Regno dei Cieli” (cf. Mt 19, 12), cioè come una testimonianza, in questo mondo caduco, di quel mondo finale, in cui i salvati saranno “come gli angeli di Dio” (cf. Mt 22, 30).
[Papa Giovanni Paolo II, omelia in Frascati 8 settembre 1980]
«Nel piccolo c’è tutto». Lo stile di Dio che agisce nelle piccole cose ma che ci apre grandi orizzonti è stato al centro della meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 8 settembre, memoria liturgica della natività di Maria.
Richiamando il testo della colletta pronunciata poco prima — nella quale si chiede al Signore «la grazia dell’unità e della pace» — il Pontefice ha puntato l’attenzione su due verbi già evidenziati nelle omelie dei «giorni scorsi»: riconciliare e pacificare. Dio, ha detto, «riconcilia: riconcilia il mondo con sé e in Cristo». Gesù, portato a noi da Maria, pacifica, «dà la pace a due popoli, e di due popoli fa uno: degli ebrei e delle genti. Un solo popolo. Fa la pace. La pace nei cuori». Ma, si è chiesto il Papa, «come riconcilia, Dio?». Quale è il suo «stile»? Forse egli «fa una grande assemblea? Si mettono tutti d’accordo? Firmano un documento?». No, ha risposto, «Dio pacifica con una modalità speciale: riconcilia e pacifica nel piccolo e nel cammino».
La riflessione di Francesco è quindi iniziata a partire dal concetto di “piccolo”, quel “piccolo” di cui si legge nella prima lettura (Michea, 5, 1-4): «E tu, Betlemme di Efrata, così piccola...». Questo il commento del Papa: «Così piccola: ma sarai grande, perché da te nascerà la tua guida e lui sarà la pace. Egli stesso sarà la pace», perché da quel “piccolo” «viene la pace». Ecco lo stile di Dio, che sceglie «le cose piccole, le cose umili per fare le grandi opere». Il Signore, ha spiegato il Papa, «è il Grande» e noi «siamo i piccoli», ma il Signore «ci consiglia di farci piccoli come i bambini per poter entrare nel regno dei Cieli», dove «i grandi, i potenti, i superbi, gli orgogliosi non potranno entrare». Dio, perciò, «riconcilia e pacifica nel piccolo».
Il Pontefice ha quindi affrontato il secondo concetto, secondo il quale il Signore riconcilia «anche nel cammino: camminando». E ha spiegato: «Il Signore non ha voluto pacificare e riconciliare con la bacchetta magica: oggi — pum! — tutto fatto! No. Si è messo a camminare con il suo popolo». Un esempio di questa azione di Dio si ritrova nel vangelo del giorno (Matteo, 1, 1-16.18-23). Un brano, quello della genealogia di Gesù, che può apparire un po’ ripetitivo: «Questo generò questo, questo generò questo, questo generò questo... È un elenco», ha fatto notare Francesco. Eppure, ha spiegato, «è il cammino di Dio: il cammino di Dio fra gli uomini, buoni e cattivi, perché in questo elenco ci sono santi e ci sono criminali peccatori».
Un elenco, quindi, dove si incontra anche «tanto peccato». Tuttavia «Dio non si spaventa: cammina. Cammina con il suo popolo. E in questo cammino fa crescere la speranza del suo popolo, la speranza nel Messia». È questa la «vicinanza» di Dio. Lo aveva detto Mosè ai suoi: «Ma pensate: quale nazione ha un Dio tanto vicino come noi?». Ecco allora che «questo camminare nel piccolo, con il suo popolo, questo camminare con buoni e cattivi ci dà il nostro stile di vita». Per «camminare da cristiani», per «pacificare» e «riconciliare» come ha fatto Gesù, abbiamo la strada: «Con le beatitudini e con quel protocollo sul quale tutti saremo giudicati. Matteo, 25: “Fate così: piccole cose”». Questo significa «nel piccolo e nel cammino».
A questo punto il Papa ha aggiunto un altro elemento. Il popolo d’Israele, ha detto, «sognava la liberazione», aveva «questo sogno perché gli era stato promesso». Anche «Giuseppe sogna» e il suo sogno «è un po’ come il riassunto del sogno di tutta questa storia di cammino di Dio con il suo popolo». Ma, ha aggiunto Francesco, «non solo Giuseppe ha dei sogni: Dio sogna. Il nostro Padre Dio ha dei sogni, e sogna cose belle per il suo popolo, per ognuno di noi, perché è Padre e essendo Padre pensa e sogna il meglio per i suoi figli».
In conclusione: «Questo Dio onnipotente e grande, ci insegna a fare la grande opera della pacificazione e della riconciliazione nel piccolo, nel cammino, nel non perdere la speranza con quella capacità» di fare «grandi sogni», di avere «grandi orizzonti».
Perciò il Pontefice ha invitato tutti — in questa commemorazione dell’inizio di una tappa determinante della storia della salvezza, la nascita della Madonna — a chiedere «la grazia che abbiamo chiesto nella preghiera, dell’unità, cioè della riconciliazione, e della pace». Ma «sempre in cammino, in vicinanza con gli altri» e «con grandi sogni». Con lo stile del “piccolo”, quel piccolo, ha ricordato, che si ritrova nella celebrazione eucaristica: «un piccolo pezzo di pane, un po’ di vino...». In «questo “piccolo” c’è tutto. C’è il sogno di Dio, c’è il suo amore, c’è la sua pace, c’è la sua riconciliazione, c’è Gesù».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 09/09/2015]
Leggo sul giornale che dei pavoni che hanno invaso una cittadina.
La notizia è stata pubblicata tempo fa - solo che qualche giorno addietro il giornale riportava la notizia che un signore con l’auto ne ha travolto qualcuno.
E allora ecco lo spunto per una riflessione.
Il pavone è uno dei animali più affascinanti; da tempo rappresenta un simbolo di bellezza.
Raffigura generalmente l’autocompiacimento. E tutto si concentra sull’esteriorità.
La femmina del pavone è meno appariscente del maschio, è più piccola, e a differenza del maschio quando sfoggia la coda facendo la ruota non possiede le piume colorate.
È nota anche la favola di Esopo dove un corvo per apparire bello si adorna con le piume di un pavone.
Nella mitologia greca il pavone era il simbolo della dea Giunone: il piumaggio della coda deriverebbe dal gigante Argo Panoptes che aveva cento occhi.
Alla sua morte la dea pose i suoi occhi sulla coda del pavone.
Secondo tradizioni più antiche il pavone con gli occhi e gli splendidi colori della sua coda evoca il cielo stellato, e spesso veniva associato all’idea di immortalità.
Comportamenti da pavone esistono anche nella specie umana.
Anche gli uomini aprono la loro “coda”.
E anche qui tutto è una questione di quantità.
Un conto è mostrare la propria “coda” ogni tanto o se viene richiesta; un altro è vivere sempre con la coda aperta, e visibile perennemente.
Penso che sia anche stancante, prima per sé e poi anche per gli altri.
Come il pavone apre la sua coda per farsi notare e per attirare le pavone femmine, l’essere pavone ostenta tutte le sue “arti “ per attrarre su di se l’ammirazione, per procurarsi consenso del pubblico .
Anche qui preciso: il normale desiderio di mostrare il meglio di sé non coincide con l’aspetto psicopatologico contraddistinto da una assenza di empatia e da una grandezza demolitrice incessante.
Tali atteggiamenti non riguardano solo i singoli individui: spesso tali comportamenti riguardano anche gli individui quando diventano genitori.
Essi prima dei bisogni e le esigenze emotive del bambino mettono davanti a tutti la loro immagine, cercando l’ammirazione di figli, desiderando l’’approvazione delle persone circostanti.
Con simili genitori i bambini crescono male, devono cercare sempre l’affetto dell’adulto che invece dovrebbe essere donato gratuitamente.
Questi genitori vogliono apparire perfetti e pretendono che i figli li rispecchino: anche loro devono essere i migliori sugli altri, attraverso il successo scolastico, una forma fisica, un abbigliamento ricercato.
Ma questa facciata, questa bellissima “coda del pavone” nasconde delle criticità.
Simili genitori difficilmente si assumono la responsabilità dei propri comportamenti. Quando fanno qualcosa di inadeguato, quasi mai si scusano.
Si mostrano superiori per occultare le proprie debolezze.
A volte capita di avere comportamenti sbagliati coi nostri figli - ma non dobbiamo sempre far passare l’idea che abbiamo agito correttamente.
La reazione del figlio può essere giusta.
Se noi pretendiamo di avere sempre ragione rischiamo di creare confusione nei figli su come percepire fatti reali.
Il genitore pavone poi percepisce ogni richiesta di crescita e di autonomia del figlio come un’offesa.
E in età adulta, stabilire delle giuste distanze o distacchi diventa una lotta difficile.
Spesso questa tipologia di genitori pretende anche l’attenzione continua dei figli, e ogni relazione di essi diventa fonte di sospetto o di gelosia.
Questi genitori diventano manipolatori e spesso minano le basi dell’indipendenza e dell’autonomia.
Crescere con simili individui o genitori può far insorgere dei comportamenti insicuri, con probabilità’ di sviluppare atteggiamenti dubbiosi ansiogeni, poiché inconsapevolmente devono soddisfare le richieste altrui.
Ho toccato l’argomento genitori pavoni perché’ avendo lavorato nel settore dell’età evolutiva, sovente tali atteggiamenti li ho riscontrati maggiormente nelle figure genitoriali e solo di rimando nelle figure dei minori.
Vorrei dire o ricordare un concetto di Jung: l’inconscio del bambino deriva dall’inconscio genitoriale.
Ho anche notato che pavoneggiarsi era più frequente nelle figure genitoriali dei professionisti. Persone con un grado culturale elevato.
In questi casi, per questo loro modo di agire, risolvere la situazione diventava complicato.
Molte volte questi genitori decidevano loro quando terminare il trattamento psicoterapeutico, perché si stancavano di accompagnare il figlio alle sedute, o perché si sentivano chiamati in causa - e allora si allontanavano da esso.
Riguardando l’ultimo articoletto - titolato «l’istrione», mi viene in mente che fa rima con «pavone».
Come sempre queste riflessioni sono state ricavate dalla formazione specifica e dai riscontri vissuti nel lavoro professionale - principalmente nel campo dell’età evolutiva.
Dott. Francesco Giovannozzi - psicologo - psicoterapeuta
Sollecitudini diverse, e l’Azione Umanizzante
(Lc 6,6-11)
Procurare il bene e sollevare la persona reale - così com’è, nella propria unicità - è l’unico valore assoluto; criterio di tutto il Vangelo.
Anche la Torah nel suo nucleo e senso voleva essere un mezzo importante della pedagogia umana, personale, religiosa - non il fine.
Le norme ci accompagnano ben volentieri, quando facilitano la strada per dialogare con il Signore in noi e nei fratelli. Ma la “lettera” è fredda e immotivata.
Avvenuto l’Incontro, la precedenza va data al Progetto di Dio, sollecito a realizzarci e farci fiorire; non alle procedure.
Infatti, le prescrizioni mettono tutti e sempre in allerta nei confronti del ‘bisogno diverso’.
Per questo, solidarietà e fraternità sono poste al di sopra di qualsiasi ossequio devoto e identitario, o necessità dottrinale, nonché osservanza esteriore del culto (se vissuto da automi).
Le stesse norme vanno comprese affinché conducano alla vita con e in Cristo - per la realizzazione e pienezza di essere.
Altrimenti la virtù scrupolosa di religione si converte in azione maligna e vizio di fede - che perde la totalità della persona [v.9 testo greco].
In tal guisa, nel giorno della sinagoga non si deve celebrare una restaurazione che timbri il cartellino.
Piuttosto, ci si raduna in assemblea per meglio restituire la donna e l’uomo alla loro dignità di esseri sublimi, da promuovere in modo illimitato.
Il sabato del Messia non è giorno delle parzialità di costume: è tempo di benessere recuperato - di Liberazione e Creazione, di promozione delle energie vitali, secondo il Disegno originario e pieno del Padre.
Infatti, nel luogo del rito abitudinario, dove vige la mentalità compassata, Gesù non va a pregare, bensì a insegnare e curare.
Neppure il paralizzato aveva chiesto guarigione - tanto gli sembrava normale stare lì in quel modo e non ricevere attenzioni, né alcuno stimolo; neanche il bene.
Nondimeno l’Amore è nucleo ed essenza della Legge: anche in giorno di precetto l’aiuto era pur consentito dalle stesse prescrizioni, in caso di necessità estrema o ripercussione sugli altri.
Gesù sta dicendo che sbloccare la persona che non riesce a fare nulla di buono [«mano destra arida»: v.6] è questione di vita o di morte, anche per tutta la comunità [guarire o «annientare»: v.9].
Osservare il giorno del Signore significa, anche per noi: potenziare le possibilità espressive dell’umanità e reintegrarla in un ‘ordine nuovo’.
Per adempiere il “precetto” redentivo, gli atteggiamenti devianti vanno per primi anch’essi assunti, e salvati - al pari di energie preparatorie di nuovi assetti.
Non possiamo permetterci ulteriori trascuratezze.
La crisi che investe tutti fa trapelare la differenza tra… contenuti inconsci e verità, fossilizzazioni ed energie nascoste; religiosità e Fede - discrimine della vita in Cristo e nello Spirito.
Nei suoi lati di limitazione e Completezza, legalismo o Liberazione, stasi e Rinascita, ritorno a “come sempre” o Rigenerazione, formalismo e Letizia [così via], oggi il discernimento si fa più acuto.
[Lunedì 23.a sett. T.O. 7 settembre 2026]
Mary "Girl" [...] point of convergence and arrival of a complex of divine promises, mysteriously echoed in the very heart of history (Pope John Paul II)
Maria “Bambina” […] punto di convergenza e di arrivo di un complesso di promesse divine, echeggiate misteriosamente nel cuore stesso della storia (Papa Giovanni Paolo II)
Luke’s passage puts before the eyes a double slavery: that of man «with his hand paralyzed, slave of his illness», and that of the «Pharisees, scribes, slaves of their rigid, legalistic attitudes» (Pope Francis)
Il racconto di Luca mette davanti agli occhi una duplice schiavitù: quella dell’uomo «con la mano paralizzata, schiavo della sua malattia», e quella «dei farisei, degli scribi, schiavi dei loro atteggiamenti rigidi, legalistici» (Papa Francesco)
Origen says “we should practise this symphony” (Commentary on the Gospel according to Matthew, 14,1), in other words this harmony within the Christian community [Pope Benedict]
Dice Origene che “dobbiamo esercitarci in questa sinfonia” (Commento al Vangelo di Matteo 14, 1), cioè in questa concordia all’interno della comunità cristiana [Papa Benedetto]
Thus in communion with Christ, in a faith that creates charity, the entire Law is fulfilled. We become just by entering into communion with Christ who is Love (Pope Benedict)
Così nella comunione con Cristo, nella fede che crea la carità, tutta la Legge è realizzata. Diventiamo giusti entrando in comunione con Cristo che è l'amore (Papa Benedetto)
«Francis was reproaching his brethren too harsh towards themselves, and who came to exhaustion by means of vigils, fasts, prayers and corporal penances» [FS 1470]
«Francesco muoveva rimproveri ai suoi fratelli troppo duri verso se stessi, e che arrivavano allo sfinimento a forza di veglie, digiuni, orazioni e penitenze corporali» [FF 1470]
From a human point of view, he thinks that there should be distance between the sinner and the Holy One. In truth, his very condition as a sinner requires that the Lord not distance Himself from him, in the same way that a doctor cannot distance himself from those who are sick (Pope Francis)
Da un punto di vista umano, pensa che ci debba essere distanza tra il peccatore e il Santo. In verità, proprio la sua condizione di peccatore richiede che il Signore non si allontani da lui, allo stesso modo in cui un medico non può allontanarsi da chi è malato (Papa Francesco)
The life of the Church in the Third Millennium will certainly not be lacking in new and surprising manifestations of "the feminine genius" (Pope John Paul II)
Il futuro della Chiesa nel terzo millennio non mancherà certo di registrare nuove e mirabili manifestazioni del « genio femminile » (Papa Giovanni Paolo II)
And it is not enough that you belong to the Son of God, but you must be in him, as the members are in their head. All that is in you must be incorporated into him and from him receive life and guidance (Jean Eudes)
E non basta che tu appartenga al Figlio di Dio, ma devi essere in lui, come le membra sono nel loro capo. Tutto ciò che è in te deve essere incorporato in lui e da lui ricevere vita e guida (Giovanni Eudes)
Consequently, just as for Christ carrying the cross was not an option but a mission to be embraced for love, so it is for Christians too. In our world today, where the forces that divide and destroy seem to dominate, Christ does not cease to offer to all his clear invitation [Pope Benedict]
don Giuseppe Nespeca
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