Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
(Mt 28,16-20)
Mt non descrive l’Ascensione, ma propone il medesimo messaggio di At 1,1-11 (usando immagini diverse): il passaggio di consegne.
A differenza di Lc e Gv, Mt colloca l’incontro col Risorto in Galilea - non a Gerusalemme, centro sacro. L’ambientazione ha un peso teologico.
Egli non si rende presente e visibile nella città santa, bensì in periferia, e gli apostoli sono invitati a ricalcare le orme del Maestro a partire da dove la sua missione ha avuto inizio.
I componenti delle comunità di Galilea e Siria cui Mt si rivolge provenivano dal giudaismo, ma subivano il disprezzo dei giudei osservanti, che li consideravano doppiamente traditori della loro cultura.
A motivo delle invasioni da nord e dall’est, la popolazione di quelle terre era eterogenea, e gli ortodossi guardavano con sospetto tale mescolanza. In più, con l’adesione a Cristo avevano messo in dubbio consuetudini e autorità degli insegnamenti identificativi tradizionali.
È proprio a queste persone poco stimate che viceversa si rivolge il Vangelo del Signore, e a partire dall’esperienza de «il Monte» (v.16).
Nella cultura biblica e semitica in genere, Monte è il luogo dell’esperienza speciale dell’Eterno, delle sue manifestazioni.
In Mt il termine allude allo scenario delle Beatitudini: luogo della nuova opera di salvezza di Dio che supera la Legge.
Gerusalemme non doveva più essere il centro del culto e della religiosità. Il velo del Tempio è squarciato (Mt 27,51): l’accesso al Padre non più circoscritto a un luogo.
Ogni credente in Cristo, di qualsiasi estrazione, che decideva di soppiantare i princìpi della “pianura” (modo di pensare e agire competitivo e comune) con quelle de «il Monte» era abilitato a divenire un santuario vivente.
L'evangelista colloca appunto Gesù su «il Monte» quando intende sottolineare un richiamo o un gesto fondamentale (alternativo all’immaginario fideista).
È “luogo” nel senso dei momenti forti dello Spirito, delle coincidenze fra natura divina e umana: dove sperimentiamo Cristo manifestare la sua “autorità” esistenziale su tutto l’arco della vita.
Vetta che rende palesi i criteri della Missione - col simbolismo della Rivelazione divina e alludendo alla sua stessa condizione post-pasquale (una situazione alta, “celeste”).
E solo chi ha assimilato l’insegnamento de «il Monte» - unicamente chi ha fatto esperienza del Risorto - può svolgere tale Missione.
Infatti il mandato e l’invio dei discepoli è fatto decisivo. Introduce un cambiamento radicale nella relazione coi discepoli, che in Lui scoprono il divino (v.17a) e al contempo restano con le loro perplessità (v.17b).
Mt è consapevole dei dubbi che serpeggiano. Ma proprio l’incertezza e il comportamento scandaloso dei primi seguaci diretti gli consente di incoraggiare i fratelli di comunità (anche se nella sua redazione si nota la tendenza a presentare gli apostoli come modelli piuttosto integri).
Le “chiese” non sono composte di figli perfetti. Anzi, ricorda (in tal modo) un aspetto inedito che Gesù aveva introdotto nei criteri del discernimento e della vita reale: la compresenza dei volti.
Mentre l’esistenza religiosa veniva concepita in termini di procedure, cesellatura dei sentimenti, “evidenza” e progresso ascendente, il Maestro aveva insegnato l’integrazione delle etnie, degli affetti, delle misture emotive e perfino dei lati opposti.
Secondo il nuovo Rabbi, la vita nello Spirito porta Gioia perché scopre tesori nascosti proprio nei lati in ombra delle persone malferme e delle situazioni traballanti. Lo stesso dubbio di Giuseppe è stato fecondo (cf Mt 1,18ss).
È un bene credere in Gesù e - al contempo - avere punti interrogativi: è la differenza tra Fede e religiosità comune.
Solo a Cristo è data ogni «Ex-ousìa» (v.18): autorità non imposta, che sprigiona dal Mistero senza forzature, quindi accettata liberamente (ovvero una sorta di autorevolezza a partire dall’essere stesso).
Il momento è decisivo, per tracciare i criteri dell’azione ecclesiale che rende presente Gesù. Egli ci affida un compito, conferisce i suoi stessi “poteri”, introduce nella comunione di vita.
Sembra paradossale, ma è su una piattaforma di mescolanze (base solida e oscillante) che la Chiesa si fa capace dei recuperi inspiegabili - e che gli apostoli vengono inviati (vv.19-20).
È lo sfondo di energie competitive e plasmabili, assunte e assimilate, che cambia la vita e prepara il futuro di Dio - non la castrazione o sterilizzazione di massa.
Fede ed evidenza religiosa ora si scontrano, fanno scintille.
Per questo - su terreno insicuro - c’è l’apertura al mondo intero (v.19), mentre in un passo precedente Mt aveva limitato la missione alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 10,5-6).
L’esperienza viva nella convivialità delle differenze ha consentito di comprendere la vitalità del caos che fa spostare lo sguardo, lo amplia, obbliga a superare l’unilateralità.
Confusione e rivolgimento che - come ben sanno i missionari - risolvono i veri problemi, aprendo orizzonti imprevisti dal valore incalcolabile.
L’imperfezione è stata feconda di esiti inopinati e ha spalancato un’era: la novità dell’ecclesiologia dilatata.
Ora la Luce accesa sul popolo immerso nelle tenebre quando Gesù si era stabilito da Nazaret a Cafarnao (Mt 4,13-) deve dispiegarsi ovunque, attraverso un discepolato esteso ai popoli (pagani: v.19 testo greco) «tutti i giorni e sino alla consumazione del secolo» (v.20).
Il particolarismo prima riconosciuto (forse nel rispetto della qualità comunitaria e dei limiti spazio-temporali) cede il passo alla nuova Inaugurazione.
Ora i confini decadono, per un totale universalismo - senza frontiera alcuna.
L’immersione (v.19: senso greco del termine Battesimo) nella meraviglia che avvolge la Persona del Signore, impregna il discepolo di Cristo fin nelle midolla - senza più bisogno di procedure e norme vincolanti, assodate ma esterne.
Luce animata dalla promessa del Risorto che, richiamando l’Emmanuele - Dio-Con - chiude il Vangelo di Mt così com’era iniziato e annunciato dai Profeti (cf. Mt 1,22-23).
L’Ascensione non è taglio, separazione e partenza, bensì Comunione. La profezia è divenuta permanente realtà.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come entri nell’Alleanza Nuova? Sei attento alla dialettica tra Fede e dubbio? Lo consideri un fatto propulsivo o meno, sia per una nuova contemplazione che per la fioritura di nuove energie?
Come trascorre in te l’autorivelazione di Gesù? Quale forza ti ha trasmesso? Che peso hanno l’esperienza e il vigore de «il Monte»?
Gv 3,16-18(7-21)
Sollevare la Croce va ben oltre la capacità di resilienza.
Andare su e andare giù, andare oltre o retrocedere
(Vangelo dell’Esaltazione della santa Croce: Gv 3,13-17)
Niente da fare, malgrado due millenni di simboli, formule e riti cristiani, soprattutto in Italia restiamo al solito palo: guelfi contro ghibellini; persino mentre incombe un destino traballante.
Come mai una fede così ripiegata e incapace di liberare da puntigli occasionali? Perché - pur incamminati verso una montagna di debiti - continuiamo a comportarci come coloro che non smettono di papparsi a vicenda?
Abbiamo bisogno di una bella Conversione, con le piramidi rovesciate del “primato” e della gloria: arroganti, aggressivi, intransigenti e aitanti che divengono umili, miti, benevoli e deboli.
Non aver mai bisogno? Avere un gran bisogno! Motivo in più per aggrapparci al Crocifisso.
Del resto, uno dei primi compagni di Francesco - fra’ Egidio - diceva: «La via per andare in su è andare in giù». Ci chiediamo: qual è il senso di tale paradosso?
La festa di oggi ha il titolo di Esaltazione (o Invenzione - derivante dal latino: ritrovamento). Il Vangelo parla invece di «Innalzamento».
Certo, sinonimo di farsi vedere e notare, ma sotto una «specie contraria». Dunque, come elevare la vita fissando Gesù crocifisso? Il passo di Nicodemo suggerisce una risposta.
Il dottore della Legge, fariseo e membro del Sinedrio è «nella notte»perché diseducato all’idea normale di uomo riuscito: se Dio è “qualcuno”, anche il seguace… gli deve somigliare negli attributi di possesso, potenza e gloria.
Tuttavia giunge il momento in cui anche il costume popolare o teologico e l’antiquato modo di vedere le cose viene scosso dal dubbio, dall’alternativa di Cristo.
Davvero la persona ch’evolve è quella che s’impone? Sul serio l’uomo riuscito è quello che sale sugli altri - trattati a sgabello - o non sarà per caso colui che ha la libertà di scendere per farci respirare?
Tutto con spontaneità e fluidità, non sforzo: imporsi scalate di rinuncia e dolore non è terapeutico e non estrae da noi il meglio. Anzi ci separa da quella plasticità e semplicità che producono nel mondo le cose migliori.
La Croce non è una disciplina di purificazioni standard, del tipo: voler cambiare vita, mettere a posto i rapporti soffocando le incoerenze che ci appartengono, mettersi in testa di centrare traguardi e farcela (anche spiritualmente) a tutti i costi...
Questi sono i soliti programmi di miglioramento a cliché che spesso non ci rendono naturali, bensì pieni d’artifizio - e non consentono di stare a viso aperto con noi stessi, quindi neppure con gli altri.
In Cristo la Croce apre orizzonti intatti, perché non dà più nulla per scontato. È un nuovo Giudizio, globale e di merito.
Affiorano altre possibilità, le quali ci fanno incontrare il cambiamento che risolve i veri problemi - proprio nell’incedere di vacillamenti sregolati.
Se vissuta nella Fede, la mescolanza pencolante è una realtà profondamente energetica, plasmabile ed evolutiva.
Porta sì in una situazione di caos, disordine nel quale però emerge un migliore rapporto con le azioni e il nostro destino, persino recuperando tutto quanto pensavamo irrealizzabile.
Ciò avviene nell’indeterminazione che ci accosta alla nostra essenza - nei giorni in cui le vicende si fanno serie, e invochiamo risorse, aria pura, relazioni più solide.
Abbiamo allora necessità di un balzo, non di retrocedere [stare lì e ripiegarci (centrando su di sé) per individuare problemi e difetti, quindi correggerli in modo precipitoso e innaturale...].
Sarebbe un dispendio assurdo di virtù e occasioni di crescita nella ricerca del nostro territorio.
Anche nel cammino spirituale, infatti, tutto facciamo per ottenere vita completa, realizzazione totale, libertà forte. Non per essere visti perfetti.
Il passaggio nel clima del disprezzo sociale sarà inevitabile.
Il Crocifisso non dice “come dovremmo essere e ancora non siamo” (in modo convenzionale): perché ci accostiamo alla nostra Vocazione solo se sorprendiamo noi stessi e gli altri - proprio quando l’opinione comune e conformista ci giudica incoerenti.
Non significa che stiamo rifiutando il patibolo.
Le situazioni di condanna possono diventare creative, così la forca che ci appartiene in quella situazione - sebbene comprometta la reputazione - non deve poi tormentare l’anima oltre misura.
Disavventure, sconvolgimenti, contrarietà, contesti amari… riplasmano l’anima e il punto di vista, mettendo in discussione l’idea (che ci siamo già fatti) di noi stessi.
Aprono anzi spalancano sbalorditivi nuovi percorsi repentini - realizzazioni altrimenti soffocate in partenza, per convincimenti esterni.
Ecco perché nella proposta di Gesù c’è qualcosa di paradossale e assurdo: per crescere, raggiungere pienezza e completarsi bisogna perdere; non fare l’opportunista, non essere svelto, non approfittarsi. Tutti atteggiamenti insulsi e puerili che non rigenerano, che ci riportano agli attriti, ai conformismi inattendibili, e li accentuano.
Logica sconcertante quella della Croce: su due piedi sembra umiliarci. Viceversa pone al riparo dal veleno d’una religiosità vana, di belle maniere e pessime abitudini.
Spiritualità vuota, consolatoria o solo teatrale, la quale produce ambienti conflittuali ma inerti [fanno cadere le braccia: inutili e infestanti].
Tutti sanno che bisogna imparare ad accettare le inevitabili contrarietà dell’esistenza. Ma non è questo il senso della Croce.
Dio non redime per dolore, ma con Amore - quello che non ripiega e accartoccia, bensì dilata la vita e le capacità inespresse.
La Croce provvidenziale non viene data da Dio, ma presa attivamente, e accolta dal discepolo. Nei Vangeli sta a significare l’accettazione dell’inevitabile onta che comporta la sequela di Gesù - anche in un panorama comicamente vanitoso, sebbene di cartapesta.
Per chi sceglie di essere se stesso nel mondo del “sembrare” e della nomea, la sorte (esteriore) di persecuzione, incomprensione, beffa e calunnia, mancanza di credito e allori - come fossimo dei falliti - è segnata.
Ma nel Giudizio del Crocifisso è questa la giusta posizione per divenire figli che trovano completezza umana, stanno saldi nelle scelte di peso specifico - e partoriscono frutti corrispondenti: spesso il miglior tempo della propria storia.
Dono gratuito, per una Vita da Salvati, la Croce redime dalle attrattive dell’apprezzamento in società che volentieri sul versante del banale e dell’estrinseco elargisce ampi crediti, i quali però spengono la nostra crescita personale completa.
Essa ci salva dai pericoli di piedistalli che sgretolano, sui quali non vale la pena continuare a salire per farsi notare e inutilmente - astutamente - compiacere. Come farebbe un qualsiasi manipolatore che ama la poderosità; anche pio, colmo d’attributi di vigore, ma inesorabilmente vecchio e votato alla morte - impantanato e sterile - incapace di generare creature nuove e far rinascere se stesso.
Le occasioni migliori per uno sviluppo, la realizzazione e il completamento emergono da lati di noi stessi e situazioni che non vogliamo. Appunto; persino da ferite profonde, che investono tutto un modo di essere, fare e apparire.
Non è la fine del mondo. Oggi la crisi globale ha già annientato il nostro aspetto potente, eppure sta facendo trapelare la virtù del lato fragile; prima messo in ombra per esigenze di passerella sociale.
Ecco il Crocifisso, che sanguina non solo per guarire, ingentilire e togliere zavorre, ma per rovesciare, sostituire orizzonti e soppiantare l’intero sistema di conformismi assuefatti; e “punti” anche sedicenti alternativi, modi di pensare che sembravano chissà cosa.
Tutto ciò, per Fede. Non con tensione e disegno identificato, ma per attitudine battesimale alla nuova integrità che Viene: donata, accolta, riconosciuta.
Così la Croce abbracciata ci salva.
Essa sembra un sabotaggio al nostro lato “infallibile”, invece è l’Antidoto alla città assopita sui medesimi sentieri di prima - nei soliti modi di essere e scendere in campo (ormai senza futuro).
Sollevare la Croce va ben oltre la capacità di resilienza.
«Di là verrà a giudicare»: Genesi Rinascita Giudizio
Gv 3,16-21(7-21)
Ogni uomo posto di fronte al Mistero non comprende bene ciò che sente, fino a quando non accetta la scommessa e s’introduce in una nuova esistenza.
La vecchia vita presenta solo conti da pagare, che sempre riemergono; viceversa, la nuova Chiamata soppianta le categorie di giudizio e le scelte normalizzate.
Si passa come attraverso uno svuotamento del cuore.
Dice infatti il Tao [Via] Tê Ching (xxi):
«Il contenere di chi ha la virtù del vuoto, solo al Tao s’adegua. Per le creature il Tao è indistinto e indeterminato [...] nel suo seno racchiude le immagini [...] nel suo seno racchiude gli archetipi [...] nel suo seno racchiude l’essenza dell’essere! Questa essenza è assai genuina [...] e così acconsente a tutti gli inizi».
Fuori della Via cosmica e personale l’esistenza dell’uomo non ha un senso generativo.
Anche la vicenda spirituale dell’esperto e ben inserito ristagna fino a non poter più tacitare le grandi domande di senso, la sua fiction, o l’accidia.
La vita nello Spirito procede per nuove Nascite e spira dove vuole.
Non secondo un progresso scandito da meccanismi, maniere, perbenismi, abilità, o libretti d’istruzione: in modo sconcertante - ma porta diverso refrigerio, e Pace anche repentina.
È una realtà presente e operante, sebbene inesplicabile - che però arricchisce, lasciandoci penetrare o piombare in un’altra configurazione della realtà.
Altro regno, che nel «Figlio dell’uomo» unisce i due mondi.
Nicodemo era maestro del solo Testamento Antico. Egli controllava ogni stagnazione o progresso comparandoli alla sapienza delle cose di Dio su una base di attese più che conosciute.
Ma non di rado la nostra crescita procede a visioni e balzi - neppure secondo “intelligenza” naturale. Figuriamoci per la vita spirituale.
Non basta esercitarsi e andare d’accordo con le idee dei padri o ielle alla moda, né rimanere concordi a propositi normali.
Assimilare saperi altrui e acquisire perizie già attese è non di rado cianfrusaglia che blocca i veri sviluppi - quelli che ci appartengono.
Purtroppo, nella vita religiosa si procede spesso in modo meccanico, e sembra non vi sia bisogno alcuno di lasciarsi salvare o sorprendere dagli accadimenti.
Al massimo ci si espone a qualche venticello, schiavo di linguaggi terrestri, limitato alla dimensione di “fenomeni” tutti rasoterra - che escludono e liquidano Cristo.
Nell’avventura di Fede battistrada, che disorienta, il Progetto divino e l’Opera radicale del Figlio non si dispiegano in modo ragionevole, bensì per Amore senza misura.
Livello di Eternità che immette chi l’accoglie nel tu-per-tu unico col Padre e la sua Vita esuberante.
L’unità di misura dello Spirito è differente da quella delle consuetudini concordi. Il suo impeto è Vento inafferrabile, “visibile” solo negli effetti ecclesiali e personali.
Il Segreto è «dall’Alto» (v.7), fuori scala. Si annida nella imprevedibilità di crocevia, eccedenze, e nuove creazioni.
La Beatitudine non procede per argomenti alla noia: sporge o impallidisce.
In tal guisa, si può avere spesso in mano l’Eucaristia o le Scritture e non comprendere che la strada già battuta può dare solo illusioni di dottorato spirituale.
«Di là verrà a giudicare» è un articolo del Credo Apostolico.
Riuscita o fallimento della vita saranno valutate «dalla Croce», ossia con il criterio della nuova percezione, Dono di sé e Rinnovo sino in fondo.
Rovesciamento di prospettive; capovolgimento di visuale.
Fonte di Speranza e nuovo scatto in avanti: dove l’umiliazione si tramuta in Nascita autentica e trionfo della Vita indistruttibile.
Questa la Beatitudine che scopre fioriture, tesori nascosti e perle preziose, dietro i nostri lati oscuri.
Qui perfino le persecuzioni dei nemici e dei beffardi diventano vettori che introducono difformi energie, ci obbligano a migliorare.
E s’immaginava che la vita divina appartenesse solo alla sfera celeste; invece giunge paradossalmente alla nostra portata.
Nicodemo sapeva: nel deserto molti erano caduti vittime d’insidie, ma Gesù fa capire che gli israeliti non erano stati risanati gratuitamente da un’effigie di bronzo, bensì dall’aver ‘elevato lo sguardo’.
Il Signore si rifà a tale episodio e lo interpreta come scenario del proprio insegnamento; simbolo della sua vicenda estrema.
Chi lo contemplerà ha già in sé il senso pieno, acuto e totale delle Scritture, e la stessa Vita dell’Eterno.
In tal senso è necessario «nascere dall’alto», spostare la percezione contemplativa, riconoscersi, e tenere gli occhi puntati sull’amore vero.
È per una nuova Genesi del proprio essere e dei criteri per cui ci si gioca la vita, che il Crocifisso diventa punto di riferimento di ogni nostra scelta.
Non per masochismo dolorista e finta consolazione. Non per usarlo come monile, e imbellettarsene.
Non amuleto; né emblema posto a forza sulle alture, che indicherebbe la conquista di territori.
Neppure la sacralizzazione d’un ambiente, o una figura “culturale”.
Secondo lo stile rabbinico, Mt 25 ricorre all’immagine del Giudizio universale per richiamare l’importanza e le conseguenze delle scelte che facciamo.
In Gv il tema del Giudizio sembra rovesciato: è come se fossimo noi a “giudicare” Dio - nel senso che al suo cospetto siamo e ci troveremo disarmati, riconoscendo che il suo Cuore è ben maggiore del nostro.
Così pure nell’esperienza della vita di Fede, che attira e apre il futuro impossibile.
Il quarto Vangelo infatti esclude che il Padre giudichi i figli. Gv parla di un Giudizio che si attua nel Presente, che è solo redenzione - a nostro esclusivo favore: per una vita da salvati.
“Quando” Dio agisce crea. Egli Giustifica: fa qualcosa di nuovo, globale, impareggiabile.
Non ripete. Fa nascere altre eccedenze, in solchi variegati, nella trama della storia, “imponendo” giuste posizioni - anzitutto dove giustizia non c’è.
Secondo una Sapienza che fa udire non pochi pareri inattesi.
Pur impiegando sfondi e linguaggio differenti, sia Mt che Gv si ritrovano nella medesima «verità» (v.21).
Il Giudizio viene pronunciato dalla Croce - secondo criteri difformi da quelli mondani, sempre precipitosi o manierati (e banalissimi).
Il Signore fa udire e vedere le sue opinioni, di fronte a qualsiasi accadimento e scelta - mettendo in guardia dalle opzioni di morte autentica.
L’opera di coloro che gestiscono assai male e sprecano la vita «finirà bruciata, e quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco» (1Cor 3,15).
Le difformità si commisurano sin d’ora sulla Persona del Figlio. Il Giudizio è già cominciato.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quali ritieni siano state le tue Nascite? E le tue scelte autentiche?
Sei ancora nella direzione del venticello dei padri antichi o delle mode attorno?
Dispieghi le vele secondo la direzione del Vento dello Spirito, che butta all’aria le tue sicurezze, anche di gruppo o denominazionali?
Cosa ammiri, e cosa hai collocato “in alto” nella tua vita? È forse paglia già finita e bruciata?
Cosa finora ti ha esaltato, e pensavi invece potesse elevarti?
Ha tanto amato, e ha dato
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Qui c’è il cuore del Vangelo, qui c’è il fondamento della nostra gioia. Il contenuto del Vangelo, infatti, non è un’idea o una dottrina, ma è Gesù, il Figlio che il Padre ci ha donato perché noi avessimo la vita. Gesù è il fondamento della nostra gioia: non è una bella teoria su come essere felici, ma è sperimentare di essere accompagnati e amati nel cammino della vita. “Ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio”. Soffermiamoci, fratelli e sorelle, un momento su questi due aspetti: “ha tanto amato” e “ha dato”.
Prima di tutto, Dio ha tanto amato. Queste parole, che Gesù rivolge a Nicodemo – un anziano giudeo che voleva conoscere il Maestro – ci aiutano a scorgere il vero volto di Dio. Egli da sempre ci ha guardati con amore e per amore è venuto in mezzo a noi nella carne del Figlio suo. In Lui ci è venuto a cercare nei luoghi in cui ci siamo smarriti; in Lui è venuto a rialzarci dalle nostre cadute; in Lui ha pianto le nostre lacrime e guarito le nostre piaghe; in Lui ha benedetto per sempre la nostra vita. Chiunque crede in Lui, dice il Vangelo, non va perduto (ibid.). In Gesù, Dio ha pronunciato la parola definitiva sulla nostra vita: tu non sei perduto, tu sei amato. Sempre amato.
Se l’ascolto del Vangelo e la pratica della nostra fede non ci allargano il cuore per farci cogliere la grandezza di questo amore, e magari scivoliamo in una religiosità seriosa, triste, chiusa, allora è segno che dobbiamo fermarci un po’ e ascoltare di nuovo l’annuncio della buona notizia: Dio ti ama così tanto da darti tutta la sua vita. Non è un dio che ci guarda indifferente dall’alto, ma è un Padre, un Padre innamorato che si coinvolge nella nostra storia; non è un dio che si compiace della morte del peccatore, ma un Padre preoccupato che nessuno vada perduto; non è un dio che condanna, ma un Padre che ci salva con l’abbraccio benedicente del suo amore.
E veniamo alla seconda parola: Dio “ha dato” il suo Figlio. Proprio perché ci ama così tanto, Dio dona sé stesso e ci offre la sua vita. Chi ama esce sempre da sé stesso – non dimenticatevi di questo: chi ama esce sempre da sé stesso. L’amore sempre si offre, si dona, si spende. La forza dell’amore è proprio questa: frantuma il guscio dell’egoismo, rompe gli argini delle sicurezze umane troppo calcolate, abbatte i muri e vince le paure, per farsi dono. Questa è la dinamica dell’amore: è farsi dono, darsi. Chi ama è così: preferisce rischiare nel donarsi piuttosto che atrofizzarsi trattenendosi per sé. Per questo Dio esce da sé stesso, perché “ha tanto amato”. Il suo amore è così grande che non può fare a meno di donarsi a noi. Quando il popolo in cammino nel deserto fu attaccato dai serpenti velenosi, Dio fece fare a Mosè il serpente di bronzo; in Gesù, però, innalzato sulla croce, Lui stesso è venuto a guarirci dal veleno che dà la morte, si è fatto peccato per salvarci dal peccato. Non ci ama a parole Dio: ci dona suo Figlio perché chiunque lo guarda e crede in Lui sia salvato (cfr Gv 3,14-15).
Più si ama e più si diventa capaci di donare. Questa è anche la chiave per comprendere la nostra vita. È bello incontrare persone che si amano, che si vogliono bene e condividono la vita; di loro si può dire come di Dio: si amano così tanto da dare la loro vita. Non conta solo ciò che possiamo produrre o guadagnare, conta soprattutto l’amore che sappiamo donare.
E questa è la sorgente della gioia! Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Da qui prende senso l’invito che la Chiesa rivolge in questa domenica: «Rallegrati [...]. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione» (Antifona d’ingresso; cfr Is 66,10-11). Ripenso a ciò che abbiamo vissuto una settimana fa in Iraq: un popolo martoriato ha esultato di gioia; grazie a Dio, alla sua misericordia.
A volte cerchiamo la gioia dove non c’è, la cerchiamo nelle illusioni che svaniscono, nei sogni di grandezza del nostro io, nell’apparente sicurezza delle cose materiali, nel culto della nostra immagine, e tante cose... Ma l’esperienza della vita ci insegna che la vera gioia è sentirci amati gratuitamente, sentirci accompagnati, avere qualcuno che condivide i nostri sogni e che, quando facciamo naufragio, viene a soccorrerci e a condurci in un porto sicuro.
[Papa Francesco, omelia in occasione dei 500 anni dell’evangelizzazione delle Filippine, 14 marzo 2021]
Ss. Trinità
Pr 8,22-31; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15 (anno C)
Carta d’identità dei figli è la fede in un Dio che crea, fa Alleanza, è vicino, redime, consente la fioritura in qualsiasi accadimento o età.
Così nel cammino intrapreso non ci affidiamo più all’esterno, e smettiamo di sottovalutarci.
Infatti la Scrittura attesta che il Signore procede col suo popolo e si manifesta nella storia, ma non è legato a un territorio o alture particolari, bensì alla donna e all’uomo.
L’Eterno è «Dio di Abramo e di Isacco e di Giacobbe» (Mt 22,32; Mc 12,26; Lc 20,37; cf. Es 3,6).
Egli è «Colui che sarà» [Es 3,14 testo ebraico] ossia: nello svolgersi degli eventi le persone fanno esperienza essenziale del Vivente come Liberatore, e Sposo [cf. l’oscillante vicenda affettiva di Osea].
Ma nella pienezza del suo cuore, unicamente Gesù lo manifesta - ancora nella Prima Alleanza confuso con un legislatore arcigno, notaio, giudice che interviene per tagliare o distinguere, poi attende per la resa dei conti.
L’Onnipotente sogna di trasmettere vita e creare Famiglia, non dividere amici incontaminati da nemici impuri, o capaci e incapaci.
Tale diventa l’intima espressione della donna e dell’uomo autentici; cifra dell’identità della Chiesa che non si pronuncia al minimo.
Insomma, specifico dei figli è l’adesione ad un Vivente che trasmette e rallegra la vita, si compromette e salva, consente ogni crescita, recupera - crea un dinamismo armonico di opposti.
La prima Lettura mette in luce il Progetto del Padre, il quale dispiega il suo essere mentre viene assistito dalla deliziosa figura della Sapienza.
La Creazione riflette il proponimento d’amore divino, che si manifesta nell’incanto d’un passeggiare gioioso con noi. Egli desidera rimanere sulla terra, senza condizioni.
Il gaudio del Padre Creatore è solo questo: dilettarsi come un Artista che esplode di letizia per la sua opera. Egli è felice di stare sul globo terrestre, in specie tra i figli dell’uomo (vv. 30-31).
Sua Beatitudine? La stessa nostra; di ogni creatura, che ama fiorire malgrado i conflitti.
Ciò appunto - se il figlio pur malfermo non si sente frutto del caso, anzi coglie gli attimi di confusione della vita come fossero quelli d’un cantiere [perché il Disegno sa dove andare].
Disordine, materiali accatastati, scompiglio, inediti a ogni pie’ sospinto; ma non ci si perde: dentro l'anima permane un’immagine guida, il Sogno e prototipo di una sintonia intima e cosmica che si svolge.
Essa evolve nel nostro vagare. Consente tentativi ed errori, anzi fa leva su di essi.
È un Progetto che recupera tutte le cose sparse e i sentieri interrotti, creando intese, varietà impensabili; quindi essenze svariate.
Non solo con abilità, bensì per Sapienza ideale. E insieme Novità incomparabile: di chi non ripete, bensì pone in essere.
È il miracolo della vita, sempre nuova - appunto, cavalcando i nostri tentativi ed errori!
Il Padre è esuberante, non un totem che non accetta energie scomposte. Non si esprime emanando leggi come un sovrano.
Egli crea policromie sinfoniche inedite, altre essenze - poliedriche - come farebbe un genitore che si compiace della ricca prole, delle differenti opere dei suoi intimi (nei più svariati campi) manifestate in mille sfaccettature.
La chiave di tutto - l’Orizzonte che accompagna, correlando tappe e ridefinendosi - è del Creatore. Suo il Progetto che guida.
La vetta ‘unica’ e l’Azione esemplare - l’Opera - sono un evento storicamente configurato: la Parola-evento e Persona del Figlio.
La seconda Lettura fa comprendere che l’Eterno Padre non ha considerato conclusa la sua attività, concedendo il semplice input all’essere e alle essenze - abbandonando poi la realtà e gli uomini, e ritirandosi lassù in cielo.
Per Grazia, nella Fede siamo partecipi di Dio, abbiamo accesso diretto alla sua azione indipendente, a Lui stesso (Rm 5,2).
Neppure la nostra radicale incompletezza è motivo di astio, per Chi non ci ha creato angelici - ma sognanti, sì.
Né riusciremmo a scalfirlo e renderlo impuro, come fosse qualcuno a portata di mano e che possiamo inquinare raggiungendolo di nostro - tirandoci su col nostro genio, a forza di muscoli o con una impalcatura.
La Persona, Verbo e vicenda di Gesù narrano di un Regno nel quale non si teme che la santità sia messa in pericolo dall’incompiutezza delle creature e dal contatto col mondo.
C’è un solo problema che taglia il Dialogo con l’Altissimo (v.3): credere [devotamente] che il nostro vanto sia di genere “ovvio”.
Di fronte ai nostri simili ci gloriamo di traguardi, ruoli, titoli e successi. Capita anche nel cammino di perfezione religiosa.
Ma il Signore non è come un preparatore atletico che si compiace del più svelto dei suoi giocatori - mentre agl’inabili e gregari infligge umiliazioni, travagli, panchina e castighi.
Il Figlio annuncia il Volto autentico del Padre: solo Comprensione senza riserve - immeritata, perché l’Opera perfetta è unicamente del Cristo uomo; nostro ‘complice’.
Egli toglie così il disonore e il senso d’inadeguatezza.
In tal guisa, esclusivo spicco della donna e dell’uomo, e motore della crescita solida, è il suo Amore senza riserve. Unica realtà affidabile - non ambigua di doppiezze o dissociazioni isteriche.
Spesso di fronte società dello show anche alcuni religiosi si compiacciono di obbiettivi raggiunti.
Essi al cospetto dell’Eterno palesano meriti propri - come un commerciante in difficoltà, che in vetrina allestisce tutto il meglio.
La Fede-Speranza (Eb 11,1; Rm 5,4) invece ricolloca nella giusta posizione presso i fratelli, e davanti al Signore. Senza alibi.
Impariamo in trasparenza e finalmente che l’ossessione di farsi ammirare dall’esterno - e il piacere dell’approvazione a ogni costo - non sono affatto “la” Via.
Infatti la vera Scia - l’Opera genuina - è unicamente del Figlio, il quale avendo corrisposto sino in fondo all’iniziativa di Dio Padre, Giustifica.
Nulla può intaccarci.
Il mondo che non vediamo ha capacità trasmutative.
Beninteso, l’Amico interiore non ci ‘rende giusti’ rivestendoci esteriormente e in modo puntuale, bensì in un processo esistenziale, che sposta gli equilibri (vv.3-4).
Il Signore opera nell’intimo tramite l’esperienza. Lo fa anche assediando “l’altro” noi-stessi che abbiamo messo da parte.
Così modificando il cuore rattrappito e migliorandoci con la sua Amicizia appassionata, riproposta in nuove opportunità di vita.
Come testimoniato da Paolo, la Salvezza non è un meccanismo vicario e datato.
Il Mistero dimora, c’incontra e attraversa da protagonisti, e malgrado i nostri capricci si esprime in una vita da salvati.
Fede in Dio Figlio è avere consapevolezza che l’Amore può registrare insuccessi parziali, non sconfitta e annientamento definitivo.
Ovvio che ci siano cadute - sia per condizione di precarietà, sia per il fatto che non è immediato comprendere la logica del Crocifisso: ecco l’Azione dello Spirito.
Il Vangelo di oggi fa appello al senso misterioso, incognito, del Dono totale di sé.
Si rinasce cedendo: non è semplice portare quel «peso» [Gv 16,12 allude alla Croce] né coglierne i risvolti e immaginarne la paradossale Fecondità.
Lo Sviluppo che sgorga dalla sovrabbondanza e intensità di relazione Padre-Figlio è l’empatia, il portato, l’azione dello Spirito.
Impulso e gesto che erompe dentro e appunto fa intuire la fertilità della Gratuità.
È lo Spirito che interiorizza questa proposta non solo stranissima, ma assurda: quella del trionfo nella perdita, e persino della Vita dalla morte.
Lo sperimentiamo in atto: nei momenti in cui il suo impeto produce recuperi inspiegabili che “rendono gloria a Dio” (v.14) - ossia rinnovano i rapporti e rimettono in piedi persone che neppure hanno stima di sé.
Ma cui lo Spirito ha suggerito che l’anima si riattiva accogliendo, più che combattendo ansie, paure, indecisioni, amarezze, timori di crescere.
Solo in questo modo si attua il Disegno di Salvezza.
Uscendo dall’ombra altrui, l’opportunista diventa giusto, il dubbioso più sicuro, l’infelice riprende a sperare; tutti possono vivere felicemente.
Le vecchie idee e antiche costruzioni scricchiolano? È forse l’ora di andare oltre le mode o il passato di propositi e orizzonti artificiosi - i quali generano solo idee comuni, preoccupazioni, e modelli.
A differenza dell’ascolto-e-trasalire suscitati dallo Svelamento senza steccati della Fede, le credenze refrattarie all’Esodo hanno bisogno di compattezza dottrinale: codici, consuetudini, collocazioni culturali e sociali fisse - altrimenti sgretolano.
Ma il loro costrutto si accontenta di schemi adeguati. Che ci snaturano di vie apprezzate o confortevoli.
Nelle dinamiche dell’avventura di Fede, ossia nella Rivelazione dell’Amore eccentrico accolto, tenero e inclusivo, la Diversità accettata diventa impulso all’arricchimento e matrice di sviluppo.
L’Amore che non tradisce e non abbandona - unico vanto (non produzione propria) - rende praticabile la Novità di Dio, il Sogno impossibile che nessuna filosofia potrà domare.
L’identificazione sociale non c’entra più. In noi c’è altro.
Egli stesso è «Colui che sarà»: via le zavorre, il Meglio deve ancora Venire. Motivo per non scappare più dai grandi Desideri.
Questo nome esprime dunque chiaramente che il Dio della Bibbia non è una sorta di monade chiusa in se stessa e soddisfatta della propria autosufficienza, ma è vita che vuole comunicarsi, è apertura, relazione. Parole come “misericordioso”, “pietoso”, “ricco di grazia” ci parlano tutte di una relazione, in particolare di un Essere vitale che si offre, che vuole colmare ogni lacuna, ogni mancanza, che vuole donare e perdonare, che desidera stabilire un legame saldo e duraturo. La Sacra Scrittura non conosce altro Dio che il Dio dell’Alleanza, il quale ha creato il mondo per effondere il suo amore su tutte le creature (cfr Messale Romano, Pregh. Euc. IV) e che si è scelto un popolo per stringere con esso un patto nuziale, farlo diventare una benedizione per tutte le nazioni e così formare dell’intera umanità una grande famiglia (cfr Gn 12,1-3; Es 19,3-6). Questa rivelazione di Dio si è pienamente delineata nel Nuovo Testamento, grazie alla parola di Cristo. Gesù ci ha manifestato il volto di Dio, uno nell’essenza e trino nelle persone: Dio è Amore, Amore Padre - Amore Figlio - Amore Spirito Santo. Ed è proprio nel nome di questo Dio che l’apostolo Paolo saluta la comunità di Corinto, e saluta tutti noi: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio [Padre] e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2 Cor 13,13).
C’è dunque, in queste Letture, un contenuto principale che riguarda Dio, e in effetti la festa di oggi ci invita a contemplare Lui, il Signore, ci invita a salire in un certo senso “sul monte” come fece Mosè. Questo sembra a prima vista portarci lontano dal mondo e dai suoi problemi, ma in realtà si scopre che proprio conoscendo Dio più da vicino si ricevono anche le indicazioni fondamentali per questa nostra vita: un po’ come accadde a Mosè, che salendo sul Sinai e rimanendo alla presenza di Dio ricevette la legge incisa sulle tavole di pietra, da cui il popolo trasse la guida per andare avanti, per trovare la libertà e per formarsi come popolo in libertà e giustizia. Dal nome di Dio dipende la nostra storia; dalla luce del suo volto il nostro cammino.
Da questa realtà di Dio, che Egli stesso ci ha fatto conoscere rivelandoci il suo “nome”, cioè il suo volto, deriva una certa immagine di uomo, cioè il concetto di persona. Se Dio è unità dialogica, essere in relazione, la creatura umana, fatta a sua immagine e somiglianza, rispecchia tale costituzione: essa pertanto è chiamata a realizzarsi nel dialogo, nel colloquio, nell’incontro: è un essere in relazione. In particolare, Gesù ci ha rivelato che l’uomo è essenzialmente “figlio”, creatura che vive nella relazione con Dio Padre, e così in relazione con tutti i suoi fratelli e sorelle. L’uomo non si realizza in un’autonomia assoluta, illudendosi di essere Dio, ma, al contrario, riconoscendosi quale figlio, creatura aperta, protesa verso Dio e verso i fratelli, nei cui volti ritrova l’immagine del Padre comune. Si vede bene che questa concezione di Dio e dell’uomo sta alla base di un corrispondente modello di comunità umana, e quindi di società. E’ un modello che sta prima di ogni regolamentazione normativa, giuridica, istituzionale, ma direi anche prima delle specificazioni culturali; un modello di umanità come famiglia, trasversale a tutte le civiltà, che noi cristiani esprimiamo affermando che gli uomini sono tutti figli di Dio e quindi tutti fratelli. Si tratta di una verità che sta fin dal principio dietro di noi e al tempo stesso ci sta sempre davanti, come un progetto a cui sempre tendere in ogni costruzione sociale.
[Papa Benedetto, omelia Genova 18 maggio 2008]
1. "Sia benedetto Dio Padre, e l'unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo: perché grande è il suo amore per noi" (Ant. d'inizio).
Sempre, ma specialmente nell'odierna festa della Santissima Trinità, l'intera Liturgia è orientata al mistero trinitario, sorgente di vita per ogni credente.
"Gloria al Padre, gloria al Figlio, gloria allo Spirito Santo": ogni volta che proclamiamo queste parole, sintesi della nostra fede, adoriamo l'unico e vero Dio in tre Persone. Contempliamo attoniti questo mistero che ci avvolge totalmente. Mistero di amore; mistero di ineffabile santità.
"Santo, Santo, Santo il Signore, Dio dell'universo" canteremo tra poco, entrando nel cuore della Preghiera eucaristica. Il Padre ha tutto creato con saggezza e amorevole provvidenza; il Figlio con la sua morte e risurrezione ci ha redenti; lo Spirito Santo ci santifica con la pienezza dei suoi doni di grazia e di misericordia.
Possiamo a giusto titolo definire l'odierna solennità una "festa della santità". In questo giorno, pertanto, trova la sua più opportuna cornice la cerimonia di canonizzazione di cinque Beati: Luigi Scrosoppi, Agostino Roscelli, Bernardo da Corleone, Teresa Eustochio Verzeri, Rafqa Pietra Choboq Ar-Rayès.
2. "Giustificati... per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo" (Rm 5,1).
Per l'apostolo Paolo, come abbiamo ascoltato nella seconda Lettura, la santità è dono che il Padre ci comunica mediante Gesù Cristo. La fede in Lui è, infatti, principio di santificazione. Per la fede l'uomo entra nell'ordine della grazia; per la fede egli spera di prendere parte alla gloria di Dio. Questa speranza non è vana illusione, ma frutto sicuro di un cammino ascetico tra tante tribolazioni, affrontate con pazienza e virtù provata.
Fu questa l'esperienza di san Luigi Scrosoppi, durante una vita interamente spesa per amore di Cristo e dei fratelli, specialmente dei più deboli e indifesi.
"Carità! Carità!": quest'esclamazione sgorgò dal suo cuore nel momento di lasciare il mondo per il Cielo. La carità egli esercitò in modo esemplare, soprattutto nei confronti delle ragazze orfane e abbandonate, coinvolgendo un gruppo di maestre, con le quali diede inizio all'Istituto delle "Suore della Divina Provvidenza".
La carità fu il segreto del suo lungo e instancabile apostolato, nutrito di costante contatto con Cristo, contemplato e imitato nell'umiltà e nella povertà della sua nascita a Betlemme, nella semplicità della vita laboriosa a Nazaret, nella completa immolazione sul Calvario, nell'eloquente silenzio dell'Eucaristia. Per questo la Chiesa lo addita ai sacerdoti e ai fedeli quale modello di profonda ed efficace sintesi tra la comunione con Dio e il servizio dei fratelli. Modello, in altre parole, di un'esistenza vissuta in comunione intensa con la Santissima Trinità.
3. "Grande è il suo amore per noi". L'amore di Dio per gli uomini si è manifestato con particolare evidenza nella vita di sant'Agostino Roscelli, che oggi contempliamo nel fulgore della santità. La sua esistenza, tutta permeata di fede profonda, può essere considerata un dono offerto per la gloria di Dio e per il bene delle anime. Fu la fede a renderlo sempre obbediente alla Chiesa e ai suoi insegnamenti, in docile adesione al Papa e al proprio Vescovo. Dalla fede seppe attingere conforto nelle ore tristi, nelle aspre difficoltà e negli avvenimenti dolorosi. Fu la fede la roccia solida alla quale seppe aggrapparsi per non cedere mai allo scoraggiamento.
Questa stessa fede sentì il dovere di comunicare agli altri, soprattutto a coloro che accostava nel ministero della confessione. Divenne maestro di vita spirituale specialmente per le Suore che egli fondò, le quali lo videro sereno pur in mezzo alle situazioni più critiche. Sant'Agostino Roscelli esorta anche noi a confidare sempre in Dio, immergendoci nel mistero del suo amore.
4. "Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo". Alla luce del mistero della Trinità acquista singolare eloquenza la testimonianza evangelica di san Bernardo da Corleone, anch'egli elevato oggi agli onori degli altari. Di lui tutti si meravigliavano e si domandavano come un frate laico potesse discorrere così altamente del mistero della Santissima Trinità. In effetti, la sua vita fu tutta protesa verso Dio, attraverso uno sforzo costante di ascesi, intessuta di preghiera e di penitenza. Coloro che lo hanno conosciuto attestano concordi che "egli sempre stava intento nell'orazione", "mai cessava di orare", "orava di continuo " (Summ., 35). Da questo colloquio ininterrotto con Dio, che trovava nell'Eucaristia il suo centro propulsore, traeva linfa vitale per il suo coraggioso apostolato, rispondendo alle sfide sociali del tempo, non scevro di tensioni e di inquietudini.
Anche oggi il mondo ha bisogno di santi come Fra' Bernardo immersi in Dio e proprio per questo capaci di trasmetterne la verità e l'amore. L'umile esempio di questo Cappuccino costituisce un incoraggiamento a non stancarci di pregare, essendo proprio la preghiera e l'ascolto di Dio l'anima dell'autentica santità.
5. "Lo Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera" (Anti. di Comunione). Teresa Eustochio Verzeri, che quest'oggi contempliamo nella gloria di Dio, nella sua breve ma intensa vita si lasciò condurre docilmente dallo Spirito Santo. A lei Dio si rivelò come misteriosa presenza davanti a cui ci si deve inchinare con profonda umiltà. Sua gioia era considerarsi sotto la costante protezione divina, sentendosi nelle mani del Padre celeste, nel quale imparò a confidare sempre.
Abbandonandosi all'azione dello Spirito, Teresa visse la particolare esperienza mistica "dell'assenza di Dio". Solo una fede incrollabile le impedì di non smarrire la confidenza in questo Padre provvidente e misericordioso, che la metteva alla prova: "E' giusto - ella scriveva - che la sposa, dopo aver seguito lo sposo in tutte le sue pene che ne accompagnarono la vita, abbia parte ancora con lui alla più terribile" (Libro dei doveri, III, 130).
E' questo l'insegnamento che santa Teresa lascia all'Istituto delle "Figlie del Sacro Cuore di Gesù", da lei fondato. Questo è l'insegnamento che lascia a tutti noi. Anche in mezzo alle contrarietà e alle sofferenze intime ed esteriori occorre mantenere viva la fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
6. Canonizzando la beata Rafqa Choboq Ar-Rayes, la Chiesa illumina in modo particolare il mistero dell'amore donato e accolto per la gloria di Dio e la salvezza del mondo. Questa monaca dell'Ordine libanese maronita desiderava amare e dare la propria vita per i suoi fratelli. Nelle sofferenze che non hanno cessato di tormentarla negli ultimi ventinove anni della sua esistenza, santa Rafqa ha sempre manifestato un amore generoso e appassionato per la salvezza dei fratelli, traendo dalla sua unione con Cristo, morto sulla croce, la forza di accettare volontariamente e di amare la sofferenza, autentica via di santità.
Possa santa Rafqa vegliare su quanti conoscono la sofferenza, in particolare sui popoli del Medio Oriente che devono affrontare la spirale distruttrice e sterile della violenza! Per sua intercessione, chiediamo al Signore di aprire i cuori alla ricerca paziente di nuove vie per la pace, affrettando i giorni della riconciliazione e della concordia!
7. "O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!" (Sal 8,2.10). Contemplando questi fulgidi esempi di santità, ritorna spontanea nel cuore l'invocazione del Salmista. Il Signore non cessa di donare alla Chiesa e al mondo mirabili esempi di uomini e donne, nei quali si riflette la sua gloria trinitaria. La loro testimonianza ci spinga a guardare verso il Cielo e a cercare senza posa il Regno di Dio e la sua giustizia.
Maria, Regina di tutti i Santi, che per prima hai accolto la chiamata dell'Altissimo, sostienici nel servire Dio e i fratelli. E voi camminate con noi, santi Luigi Scrosoppi, Agostino Roscelli, Bernardo da Corleone, Teresa Eustochio Verzeri, Rafqa Pietra Choboq Ar-Rayès, perché la nostra esistenza, come la vostra, sia lode al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Amen!
[Papa Giovanni Paolo II, omelia del 10 giugno 2001]
Il Vangelo di oggi (cfr Gv 3,16-18), festa della Santissima Trinità, mostra – col linguaggio sintetico dell’apostolo Giovanni – il mistero dell’amore di Dio per il mondo, sua creazione. Nel breve dialogo con Nicodemo, Gesù si presenta come Colui che porta a compimento il piano di salvezza del Padre in favore del mondo. Egli afferma: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (v. 16). Queste parole stanno a indicare che l’azione delle tre Persone divine – Padre, Figlio e Spirito Santo – è tutta un unico disegno d’amore che salva l’umanità e il mondo, è un disegno di salvezza per noi.
Dio ha creato il mondo buono, bello, ma dopo il peccato il mondo è segnato dal male e dalla corruzione. Noi uomini e donne siamo peccatori, tutti, pertanto Dio potrebbe intervenire per giudicare il mondo, per distruggere il male e castigare i peccatori. Invece, Egli ama il mondo, nonostante i suoi peccati; Dio ama ciascuno di noi anche quando sbagliamo e ci allontaniamo da Lui. Dio Padre ama talmente il mondo che, per salvarlo, dona ciò che ha di più prezioso: il suo Figlio unigenito, il quale dà la sua vita per gli uomini, risorge, torna al Padre e insieme a Lui manda lo Spirito Santo. La Trinità è dunque Amore, tutta al servizio del mondo, che vuole salvare e ricreare. Oggi, pensando a Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, pensiamo all’amore di Dio! E sarebbe bello che noi ci sentissimo amati. “Dio mi ama”: questo è il sentimento di oggi.
Quando Gesù afferma che il Padre ha dato il suo Figlio unigenito, ci viene spontaneo pensare ad Abramo e alla sua offerta del figlio Isacco, di cui parla il libro della Genesi (cfr 22,1-14): ecco la “misura senza misura” dell’amore di Dio. E pensiamo anche a come Dio si rivela a Mosè: pieno di tenerezza, misericordioso, pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà (cfr Es 34,6). L’incontro con questo Dio ha incoraggiato Mosè, il quale, come narra il libro dell’Esodo, non ebbe paura di frapporsi tra il popolo e il Signore, dicendogli: «Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità» (v. 9). E così ha fatto Dio inviando il suo Figlio. Noi siamo figli nel Figlio con la forza dello Spirito Santo! Noi siamo l’eredità di Dio!
Cari fratelli e sorelle, la festa di oggi ci invita a lasciarci nuovamente affascinare dalla bellezza di Dio; bellezza, bontà e verità inesauribile. Ma anche bellezza, bontà e verità umile, vicina, che si è fatta carne per entrare nella nostra vita, nella nostra storia, nella mia storia, nella storia di ciascuno di noi, perché ogni uomo e donna possa incontrarla e avere la vita eterna. E questo è la fede: accogliere Dio-Amore, accogliere questo Dio-Amore che si dona in Cristo, che ci fa muovere nello Spirito Santo; lasciarsi incontrare da Lui e confidare in Lui. Questa è la vita cristiana. Amare, incontrare Dio, cercare Dio; e Lui ci cerca per primo, Lui ci incontra per primo.
La Vergine Maria, dimora della Trinità, ci aiuti ad accogliere con cuore aperto l’amore di Dio, che ci riempie di gioia e dà senso al nostro cammino in questo mondo, orientandolo sempre alla meta che è il Cielo.
[Papa Francesco, Angelus 7 giugno 2020]
L’autorevolezza di Gesù e nostra
(Mc 11,27-33)
«Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato questa autorità per fare queste cose?» (Mc 11,28).
Nell’ambiente tradizionale giudaizzante delle prime comunità rimbalzavano domande circa l’autorevolezza di Cristo nel porre sotto assedio il sistema religioso ordinario, e il suo distinguersi perfino da profeti riconosciuti come il Battista.
Unica risposta: la ‘potenza’ di Dio che si esprimeva nel segno dei tempi - fermentando le coscienze.
Ciò a Roma, per la grave crisi della guerra civile di fine anni 60. In Palestina, a motivo della rivolta giudaica e la distruzione della città santa.
La missione di Gesù non è stata regolare: sconcertava l’atmosfera, quindi la sua Parola viva e tagliente andava circoscritta a ogni costo.
Un comportamento così audace sarebbe sembrato irriverente nei confronti delle guide politiche e spirituali, perfino se adottato dal Messia atteso in persona.
E un senza-terra non poteva che essere un suo falso pretendente...
I leaders religiosi che il Signore fronteggiava - radicati in schemi di pensiero e strategie consolidate - si accontentavano sempre di adattare il Cielo entro canovacci chiusi.
Anche i fedeli delle comunità romane sembravano sotto la tutela d’interessi, strade, parole e gesti imposti dal clima imperiale.
Mc tenta di aiutare le sue piccole chiese: dovevano continuare impavide, e non lasciarsi sedurre da pratiche religiose ufficiali, né inquinare dall’ideologia imperiale, corriva.
L’evangelista sembra anche suggerire ai fedeli in Cristo di evitare diatribe puntigliose, con i rappresentanti di un mondo solo in apparenza stabile - viceversa destinato a implodere sulle proprie contraddizioni.
Dopo la cacciata dal Tempio dei venditori e usurai profanatori (Mc 11,15-17), la sorte di Gesù è segnata (v.18).
Ma attraverso i suoi intimi, il nuovo Regno - ormai slegato da pastoie - si deve proporre nello spirito di disinteresse, e come Sorpresa.
Solo il Padre può aver gestione di seme, radici e sviluppo.
Nessun uomo può dare “autorizzazione” a una qualsiasi persona di poter essere riflessiva e disciolta.
C’è un percorso imprevedibile anche per chi è abituato a sentirsi dirigere in ogni vicenda. Mentre le garanzie ingombrano le menti e intasano le vie che poi sfociano in esperienze di frontiera.
Il seme portato dal vento dello Spirito fa la sua pianta, che non necessariamente somiglia a quelle circostanti: non si vincola nella sua espressività particolare, e vola anche ‘fuori confine’.
In tal guisa, palesiamo indipendenza e libertà, perché Gesù stesso l’ha dimostrate - sorvolando qualsiasi aspettativa e proposito.
Prima o poi i capi sarebbero rimasti costernati da chi non sopporta le ratifiche, riconoscendo infine la loro ignoranza.
Si sarebbero incagliati definitivamente, da soli - persino a motivo della volontà di non esporsi (vv.31-33a). Perplessità tattica, che rivela incredulità - tiepidezza - mancanza totale di Fede.
Insomma, il Silenzio di quanti sono in Cristo, e gradiscono una Chiesa più attenta e meno esteriore, è spesso l’eco giusto di Dio, più eloquente di tante brillanti disquisizioni (v.33b).
Così Gesù evita l’ambiguità della restrizione mentale o della semantica evasiva: in Lui la non-risposta ai dirigenti si trasforma in domanda.
Il Signore resta appunto silente, ma senza sviare il quesito.
[Sabato 8.a sett. T.O. 30 maggio 2026]
La parola che Gesù rivolge agli uomini apre immediatamente l’accesso al volere del Padre e alla verità di se stessi. Non così, invece, accadeva agli scribi, che dovevano sforzarsi di interpretare le Sacre Scritture con innumerevoli riflessioni. Inoltre, all’efficacia della parola, Gesù univa quella dei segni di liberazione dal male. Sant’Atanasio osserva che «comandare ai demoni e scacciarli non è opera umana ma divina»; infatti, il Signore «allontanava dagli uomini tutte le malattie e ogni infermità. Chi, vedendo il suo potere … avrebbe ancora dubitato che Egli fosse il Figlio, la Sapienza e la Potenza di Dio?» (Oratio de Incarnatione Verbi 18.19: PG 25, 128 BC.129 B). L’autorità divina non è una forza della natura. È il potere dell’amore di Dio che crea l’universo e, incarnandosi nel Figlio Unigenito, scendendo nella nostra umanità, risana il mondo corrotto dal peccato. Scrive Romano Guardini: «L’intera esistenza di Gesù è traduzione della potenza in umiltà… è la sovranità che qui si abbassa alla forma di servo» (Il Potere, Brescia 1999, 141.142).
Spesso per l’uomo l’autorità significa possesso, potere, dominio, successo. Per Dio, invece, l’autorità significa servizio, umiltà, amore; significa entrare nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi dei discepoli (cfr Gv 13,5), che cerca il vero bene dell’uomo, che guarisce le ferite, che è capace di un amore così grande da dare la vita, perché è Amore. In una delle sue Lettere, santa Caterina da Siena scrive: «E’ necessario che noi vediamo e conosciamo, in verità, con la luce della fede, che Dio è l’Amore supremo ed eterno, e non può volere altro se non il nostro bene» (Ep. 13 in: Le Lettere, vol. 3, Bologna 1999, 206).
[Papa Benedetto, Angelus 29 gennaio 2012]
“La pietra scartata dai costruttori, è divenuta testata d’angolo” (Sal 118, 22).
La liturgia pasquale esprime con queste parole del Salmo una verità centrale della fede. La Chiesa crede che Dio costruisce nel mondo il suo Regno. La costruzione poggia sulla pietra angolare. Il mistero pasquale è la rivelazione di questa pietra, su cui Dio stesso costruisce il suo Regno. Il fatto che gli uomini abbiano scartato questa pietra rivela ancora più chiaramente che Dio stesso è il costruttore del Regno, il quale si realizza però negli uomini ed attraverso gli uomini, nonostante le loro contraddizioni; il Regno di Dio, infatti, è la loro ultima eterna vocazione.
Questa realtà trova la sua drammatica espressione proprio nel mistero pasquale: […] la liturgia lo ha attestato in modo speciale. Del resto, lo attesta sempre, ogni giorno, in ogni celebrazione eucaristica, mettendo in evidenza la verità su Cristo, che è la testata d’angolo. Scartato dai costruttori, Cristo si è manifestato come Colui sul quale poggia pienamente tutta la costruzione del Regno di Dio nel mondo.
[Papa Giovanni Paolo II, omelia 7 aprile 1991]
Quanto male fanno i cristiani «incoerenti» e i pastori «schizofrenici» che non danno testimonianza allontanandosi così dallo stile del Signore, dalla sua autentica «autorità». Ruota intorno a queste parole chiave l’omelia del Papa nella messa di martedì mattina, 14 gennaio, a Casa Santa Marta, rivolta al popolo di Dio, un popolo «mite» e «saggio» che tollera ma sa distinguere.
«Gesù insegnava come uno che ha autorità». Il Vangelo di Marco (1,21b-28) ci narra di Gesù che insegna al tempio e della reazione che tra la gente suscita il suo modo di agire con «autorità», diversamente dagli scribi. È da questa comparazione che il Papa ha preso spunto subito per spiegare la differenza che esiste tra «avere autorità», «autorità interiore» come Gesù appunto, e «esercitare l’autorità senza averla, come gli scribi», i quali pur essendo specialisti nell’insegnamento della legge e ascoltati dal popolo, non erano creduti.
«Qual è l’autorità che ha Gesù?» si è interrogato Francesco, e ha spiegato: «È quello stile del Signore, quella “signoria” — diciamo così — con la quale il Signore si muoveva, insegnava, guariva, ascoltava». E ha aggiunto: «questo stile signorile — che è una cosa che viene da dentro — fa vedere... Cosa fa vedere? Coerenza. Gesù aveva autorità perché era coerente tra quello che insegnava e quello che faceva, [cioè] come viveva. Quella coerenza è quello che dà l’espressione di una persona che ha autorità: “Questo ha autorità, questa ha autorità, perché è coerente”, cioè dà testimonianza. L’autorità si fa vedere in questo: coerenza e testimonianza».
Al contrario, gli scribi non erano coerenti e Gesù — ha fatto notare il Papa — da una parte ammonisce il popolo a «fare ciò che dicono ma non ciò che fanno», dall’altra non perde occasione per rimproverarli, perché «con questo atteggiamento — ha rimarcato — sono caduti in una schizofrenia pastorale: dicono una cosa e ne fanno un’altra». E accade in diversi episodi del Vangelo che il Papa accenna: a volte Gesù reagisce — ha detto — mettendoli all’angolo, a volte non dando loro alcuna risposta e altre volte ancora, “qualificandoli”». E qui il Papa si è soffermato: «E la parola che usa Gesù per qualificare questa incoerenza, questa schizofrenia, è “ipocrisia”. È un rosario di qualificativi!». Quindi, facendo riferimento al capitolo ventitreesimo di Matteo, ha ricordato quando Gesù li qualifica «ipocriti» e ha chiarito: «L’ipocrisia è il modo di agire di coloro che hanno responsabilità sulla gente — in questo caso responsabilità pastorale — ma non sono coerenti, non sono signori, non hanno autorità. E il popolo di Dio è mite e tollera; tollera tanti pastori ipocriti, tanti pastori schizofrenici che dicono e non fanno, senza coerenza».
Ma il popolo di Dio — ha aggiunto ancora Francesco — che tanto tollera, sa distinguere la forza della grazia. A questo proposito Francesco ha fatto riferimento alla prima Lettura della liturgia, in cui l’anziano Eli «aveva perso tutta l’autorità» e «soltanto gli rimaneva la grazia dell’unzione e con quella grazia» — ha spiegato — «benedice e fa il miracolo» ad Anna che affranta dal dolore sta pregando per essere madre. Da qui nasce la considerazione finale del Papa sul popolo di Dio, sui cristiani e sui pastori: «Il popolo di Dio — ha affermato — distingue bene fra l’autorità di una persona e la grazia dell’unzione. “Ma tu vai a confessarti da quello, che è questo, e questo e questo...?” — “Ma per me quello è Dio. Punto. Quello è Gesù”. E questa è la saggezza del nostro popolo che tollera tante volte, tanti pastori incoerenti, pastori come gli scribi, e anche cristiani? — che vanno a messa tutte le domeniche e poi vivono come pagani. E la gente dice: “Questo è uno scandalo, un’incoerenza”. Quanto male fanno i cristiani incoerenti che non danno testimonianza e i pastori incoerenti, schizofrenici che non danno testimonianza!».
L’occasione che offre dunque questa riflessione è la preghiera che il Papa ha elevato al Signore, a conclusione dell’omelia, perché tutti i battezzati abbiano «l’autorità», «che non consiste in comandare e farsi sentire, ma nell’essere coerente, essere testimone e per questo, essere compagni di strada nella via del Signore».
[Papa Francesco a s. Marta, Osservatore Romano 15.01.2020]
This Name clearly expresses that the God of the Bible is not some kind of monad closed in on itself and satisfied with his own self-sufficiency but he is life that wants to communicate itself, openness, relationship [Pope Benedict]
Questo nome esprime dunque chiaramente che il Dio della Bibbia non è una sorta di monade chiusa in se stessa e soddisfatta della propria autosufficienza, ma è vita che vuole comunicarsi, è apertura, relazione [Papa Benedetto]
There, however, in the place that should have been taken up by the encounter between God and man, he found livestock merchants and money-changers who occupied this place of prayer with their commerce […] In the temple's purification, however, it was a matter of more than fighting abuses. A new time in history was foretold (Pope Benedict)
Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera […] Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia (Papa Benedetto)
«Ask Jesus for the grace to follow him closely», so as not to leave him alone, thus overcoming the temptations of looking at ourselves to «share the cake» of personal interests [Pope Francis]
«Chiedere a Gesù la grazia di seguirlo da vicino», per non lasciarlo solo, superando così le tentazioni di guardare noi stessi per «spartirsi la torta» degli interessi personali [Papa Francesco]
First, in Nazareth, he makes him grow, raises him, educates him, but then follows him: "Your mother is there" (Pope Francis)
Prima, a Nazareth, lo fa crescere, lo alleva, lo educa, ma poi lo segue: “La tua madre è lì” (Papa Francesco)
Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
Will he find a response? Or will what happened to the vine of which God says in Isaiah: "He waited for it to produce grapes but it yielded wild grapes", also happen to us? Is not our Christian life often far more like vinegar than wine? [Pope Benedict]
Troverà una risposta? O accade con noi come con la vigna, di cui Dio dice in Isaia: "Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica"? La nostra vita cristiana spesso non è forse molto più aceto che vino? [Papa Benedetto]
don Giuseppe Nespeca
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