Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
(Mc 11,11-25)
La maledizione sceneggiata da Gesù (vv.13-14) introduce la cacciata dei venditori dal Tempio, divenuto un covo di ladri usurai (vv.15-17).
Era l’attrito che ci voleva per attivare la rivoluzione dei meccanismi che mortificavano la vita della gente.
Cristo non è un figlio devoto e obbediente della sua cultura e devozione; viceversa, un adulto che rischia di non piacere - senza complessi d’inferiorità nei confronti della catena di comando.
Dunque il fico sterile del passo di Vangelo non è solo Israele: soprattutto è figura del Santuario, ricolmo di magnificenza e privo di tenerezza.
Esso non faceva battere i cuori e trasalire di gioia, piuttosto escludeva proprio i deboli.
Ma era il suo tramonto (v.11): il Signore preferisce fare esodo verso una piccola realtà famigliare, di soli fratelli e sorelle. A Betania non vigeva quello strisciante senso di compromesso.
In tal guisa, Cristo - che coi suoi intimi ‘esce’ dal Tempio - si rivela geloso [autentico] custode del luogo sacro, purtroppo divenuto un organismo tentacolare.
Riconosciuta quella radice oppressiva, senza più scampo di conversione - poco dopo sarà costretto ad annunciarne la disfatta (13,1-2).
Intuizione libera e fulminante: il Maestro non si limita a proclamare un restyling, come facevano tutti - anche i profeti, che infine si accontentavano di predicare una semplice purificazione.
Insomma, il Padre avrebbe sognato dal suo popolo di figli i frutti gustosi, teneri e zuccherini dell’amore, eppure si è dovuto accontentare delle ‘foglie’ (v.13).
La trasformazione del Tempio di Gerusalemme in mercato riflette l’andazzo dei tanti luoghi di culto dell’antichità: come altrove, il luogo sacro era divenuto una realtà esterna.
Per questo motivo Gesù proclama il primato della Fede personale sulle apparenze devote formali (vv.22-24) ove i ceti dominanti riciclavano tutto.
I più colpiti e vessati dai lati ambigui della situazione teatrante e disgustosa erano proprio gli strati di popolazione più insicura.
Per le offerte “dovute”, i miseri potevano rivolgersi non ai venditori di armenti, ma di colombe [verso i quali si appunta l’ira del Maestro: v.15].
Erano i malfermi le vere vittime sacrificali del bel sistema ufficiale.
Le creature bisognose erano manipolate infatti come greggi, immolate alla logica dell’istituzione - sequestrata da attenti doganieri.
Del resto buona parte della popolazione della città santa viveva dell’indotto economico del Tempio [«fico» dai frutti immangiabili].
Per questo motivo il popolo eletto è divenuto infecondo, e così il suo centro caratteristico, identitario - ormai un albero secco (vv.20-21).
Lo sguardo delle autorità era puntato sulle ambizioni. Essi tutto avevano meno l’idea della Casa di Preghiera (v.17) come santuario vivente e luogo d’incontro universale.
Nulla a che vedere con la Fede, che non è assenso ideologico, bensì azione critica, gesto eccezionale e difforme; in grado di spalancare la porta anche a giudizi severi, taglienti, non redditizi.
Essa parte da una Visione e se ne appropria (v.24) attirandola come calamita; attualizzando e anticipando futuro. Scoprendo meraviglie sbalorditive e difformi proprio in ciò che la religiosità del momento, conformista, può considerare impuro, illecito, disadorno, inappropriato, sconveniente; fuori moda. E non remunerativo.
Figuriamoci immaginare che un nuovo popolo senza peso strategico, digiuno di sostegni militari o diplomatici, privo di mezzi realmente deterrenti, potesse soppiantare i meccanismi piramidali, “ideali” e produttivi, delle belle maniere e dell’impero.
E fornire un nuovo Messaggio globale sul volto di Dio, della donna, dell’uomo, del mondo... Impossibile come immaginare una montagna che sprofonda nel mare (v.23).
Lo stesso vale per la sua espressione irripetibile nell’orazione (v.24): un colpo di mano, anche graffiante - che segue l’Ascolto di un Dio che si rivela nell’anima del suo ‘inviato’, senza allestire troppi spettacoli.
Dall’adesione intimamente amicale deriva un coinvolgimento in prima persona e una sensibilità particolari, i quali si fanno Dialogo intenso, Immagine-Visione, Scoperta crescente; Azione d’anticipo.
Solo da una mente realizzata secondo istinto e vocazione nascerà poi uno spontaneo perdono (vv.25-26): perché lo sguardo di chi ha lasciato introdurre energie inattese è già spostato ben oltre il dispetto ricevuto. O addirittura, proprio quest’ultimo ne è stato la feconda matrice.
Fede e Preghiera non sono dunque realtà intimiste e paludose, come nella vita pia normalizzata, epidermica e banale, ma propulsive di novità grandi - addirittura epocali.
È qui tratteggiato il paragone fra Tempio e Persona, dottrina e Fede, disciplina e comportamento, presunzione e autentico Incontro.
Confronto analogo a quello ancora tutto attuale: tra istituzione e unicità, rappresentazione e realtà, bandiera e ‘sacramento’ generoso.
Per la fede biblica - acutamente personale - ciò che vale davvero è scoprire Dio che si rivela sulla propria strada, anche fatta di elementi vili e opposti.
Da ciò il cedere e lasciarsi condurre - non… rappresentarlo con idee senza spina dorsale, o con magnifiche, epidermiche, vuote esibizioni.
[Venerdì 8.a sett. T.O. 29 maggio 2026]
(Mc 11,11-26): Fico sterile, cacciata dei venditori e cambiavalute usurai, Fede calamita, Preghiera, Perdono: Spazio dell’Incontro.
La maledizione sceneggiata da Gesù (vv.13-14) introduce la cacciata dei venditori dal Tempio, divenuto un covo di ladri usurai (vv.15-17).
Era l’attrito che ci voleva per attivare la rivoluzione dei santi meccanismi che mortificavano la vita della gente.
Cristo non è un figlio devoto e obbediente della sua cultura e religione, ma un adulto che rischia di non piacere - senza complessi d’inferiorità nei confronti della catena di comando tradizionale consolidata.
Dunque il fico sterile del passo di Vangelo non è solo Israele: soprattutto è figura del Santuario - ricolmo di magnificenza e privo di tenerezza. Non faceva battere i cuori e trasalire di gioia, piuttosto escludeva (proprio) i deboli.
Ma era il suo tramonto (v.11): il Signore preferisce fare esodo verso una piccola realtà famigliare, dove respirava ossigeno; di soli fratelli e sorelle. A Betania non vigeva quello strisciante senso di compromesso!
Solo in tale raggio di luce fondamentale e dialettico, affatto immaturo, Cristo - che coi suoi esce dal Tempio - si rivela geloso (autentico) custode del luogo sacro, purtroppo divenuto un organismo tentacolare.
Riconosciuta quella radice oppressiva - senza più scampo di conversione - poco dopo sarà costretto ad annunciarne la disfatta (13,1-2). Intuizione libera e fulminante: il Maestro non si limita a proclamare un restyling, come facevano tutti - anche profeti, che infine si accontentavano di predicare una (semplice) purificazione.
Insomma: il Padre avrebbe sognato dal suo popolo di figli i frutti gustosi, teneri e zuccherini dell’amore, ma si è dovuto accontentare delle foglie (v.13) le quali finivano per coprire realtà ripugnanti - proprio a partire dal ceto dei profittatori della Casa di Dio.
La trasformazione del Tempio di Gerusalemme in mercato riflette l’andazzo dei tanti luoghi di culto dell’antichità: come altrove.
Per questo motivo Gesù proclama il primato della Fede personale sulle apparenze devote formali (vv.22-24) ove i ceti dominanti riciclano tutto (e impongono ai senza voce d’ingoiare le loro squallide pietanze).
I più colpiti e vessati dai lati ambigui della situazione teatrante e disgustosa erano proprio gli strati di popolazione insicura - che per le offerte “dovute” potevano rivolgersi non ai venditori di armenti, ma di colombe (verso i quali si appunta l’ira del Maestro: v.15).
Erano i malfermi le vere vittime sacrificali del bel sistema religioso ufficiale: i plagiati dalla paura di Dio e dai timori della propria indegnità (inoculata goccia a goccia da false guide interessate).
Le creature bisognose erano come greggi immolate alla logica dell’istituzione - sequestrata da attenti doganieri - solo in funzione e nella misura sempre formalmente indiretta del proprio (infedele) mantenimento.
I mercanti erano il fulcro e i primi complici mirati di tutta la filiera che i sacerdoti scremavano, costituita e sacralizzata per egoismo d’interessi. Del resto buona parte della popolazione della città santa viveva dell’indotto economico del Tempio («fico» dai frutti immangiabili).
Insomma: la devozione antica e la sua sordida attività di traffico ambiguo mungeva e tosava la vita della massa ingenua; e insieme alle ossessioni d’inadempienza, non dava respiro alla gente (appesantita irrealizzata infelice).
(Di fronte a fatiche titaniche artificiose di certe proposte anche ecclesiali, i giovani d’oggi si rendono subito conto che spendere tante energie per lottare contro il proprio carattere vocazionale personale, per poi diventare un funzionario del sacro o un suo supporter, non vale la pena).
Per questo motivo il popolo eletto è divenuto infecondo, e così il suo centro identitario - ormai un albero secco (vv.20-21).
Lo sguardo delle autorità era puntato sulle ambizioni - essi tutto avevano meno l’idea della casa di preghiera (v.17) come santuario vivente e luogo d’incontro universale.
Lì Gesù si accorge (era palese) che il suo popolo aveva perduto la fecondità cui era stato chiamato dal disegno del Padre - in via definitiva.
Sterilità legata a meccanismi costituiti, valutati diritto inalienabile acquisito dalla casta dei “gestori” senza ricambio.
Nulla a che vedere con la Fede genuina, che non è assenso ideologico, ma relazione-gesto eccezionale e difforme: spalanca la porta anche a giudizi severi, taglienti, non redditizi.
Essa parte da una Visione e se ne appropria (v.24) attirandola come calamita: attualizzando e anticipando futuro; scoprendo meraviglie sbalorditive eccentriche proprio in ciò che la religione conformista considera impuro, illecito, disadorno, inappropriato, sconveniente.
E non remunerativo.
Figuriamoci immaginare che un popolo senza peso strategico, digiuno di sostegni militari o diplomatici, privo di mezzi realmente deterrenti, potesse soppiantare i meccanismi piramidali, “ideali” e produttivi della tradizione e dell’impero.
E fornire un nuovo Messaggio globale sul volto di Dio e dell’umanità... Impossibile come immaginare una montagna che sprofonda di suo nel mare (v.23).
Sfruttando e depauperando la gente malferma, qualsiasi regime opportunista o religione disincarnata mostra di non amare ciò ch’è umano: la povertà dei semplici.
Non sentendo le passioni dell’anima e non percependo alcun impulso del cuore per il coinvolgimento in favore dei bisognosi, nessuno corre più l’avventura della Fede Amore a tutto tondo - scommessa che si riversa sul comportamento stravagante, e comunque attiva un altro regno.
La Fede che rischia Amore è questo: niente di molle - perfino disputa aperta coi dirigenti dell’ufficialità rituale. Non è il grigiore del diplomatico accomodante e sdolcinato, manierista, mai rude, che dice e non dice, sembra ma non fa.
E lo stesso vale per la sua espressione irripetibile nell’orazione (v.24): colpo di mano - anche graffiante - che segue l’Ascolto di un Dio che si rivela nell’anima dell’inviato, senza allestire troppi spettacoli esterni.
Dall’adesione intimamente amicale deriva il coinvolgimento in prima persona e una sensibilità particolari, che si fanno Dialogo intenso, Immagine-Visione, Scoperta crescente, Azione d’anticipo.
Solo da una mente realizzata secondo istinto e vocazione nascerà poi uno spontaneo perdono (vv.25-26): perché lo sguardo di chi ha lasciato introdurre energie inattese è già spostato ben oltre il dispetto ricevuto, o addirittura proprio quest’ultimo ne è stato la feconda matrice.
Fede e Preghiera non sono dunque (come nella vita pia normalizzata e banale) realtà intimiste e paludose, bensì propulsive di novità grandi - addirittura epocali.
L’ultimo soggiorno di Gesù a Gerusalemme porta con sé le parole sacre e inviolabili del suo Testamento critico, e del giudizio sulla terra infedele (ma osservante) della Giudea - sleale con la sua stessa chiamata d’un tempo.
Anche da Risorto, Gesù sceglierà la Galilea (16,7).
I simboli di vita salvata (vita da salvati) per tutti i popoli della terra si sono isteriliti, chiudendosi nel proprio mondo di prescrizioni, senza frutto delicato - se non d’apparenze.
Addirittura impedendo l’accesso alla «casa di preghiera per le moltitudini» (v.17).
È il paragone fra Tempio e Persona, dottrina e Fede, disciplina e comportamento, presunzione e autentico Incontro.
Confronto analogo a quello ancora tutto attuale fra istituzione e unicità, rappresentazione e realtà, bandiera e “sacramento” (generoso).
Dice il Tao Tê Ching (XLIX): «Il Santo non ha un cuore immutabile: ha per cuore il cuore dei cento cognomi (...) Il Santo sta nel mondo tutto timoroso, e per il mondo rende promiscuo il suo cuore».
A commento, aggiunge il maestro Ho-shang Kung: «Il Santo rende promiscuo e intorbida il suo cuore, come se fosse stupido e insipiente».
Per la fede biblica - acutamente personale - ciò che vale davvero è scoprire Dio che si rivela sulla propria strada (anche fatta di elementi vili e opposti).
Quindi cedere e lasciarsi condurre - non rappresentarlo con magnifiche e vuote esibizioni.
Liberazione e Personalizzazione: differenza tra religiosità e Fede
Piccola Casa di Dio o luogo di affari? Non si mercanteggia più
(Lc 19,45-48)
Gesù nota che attorno all’attività che si svolgeva nei perimetri del Tempio si era articolata tutta un’ambigua struttura di peccato.
La smania affaristica del Santuario non era neppure nascosta - anzi, addirittura lo fronteggiava.
Ma le prospettive sacerdotali del santo tributo e gli orizzonti di vita piena del popolo confliggevano.
Idem per gli scopi di giuristi e dottori, che volentieri si affollavano in specie sotto il portico di Salomone [dall’altra parte, verso est] a “concedere” consulenze.
L’esclusiva funzione di favorire l’incontro con la presenza di Dio veniva totalmente mortificata.
L’area sacra era divenuta covo di astuti mercanti, affaristi perennemente a caccia, sempre intenti a cambiar valuta.
Ciò col beneplacito della setta dei dominanti sadducei, che non sapevano resistere alla tentazione di tirare le fila dei lauti commerci.
Cacciando i falsi amici del Padre soccorrevole, parassiti della religiosità, il Signore non si orienta tanto a risarcire la purezza del Luogo, né a rabberciare e riproporre lo smalto del sobrio culto originario - come pur volevano i Profeti.
Rende un servizio santo non al Dio antico (come nelle religioni) bensì alla gente - da quel sistema [o groviglio] resa totalmente inconsapevole della propria dignità vocazionale: solo incatenata, munta, e tosata.
Infatti gli Zeloti puntavano a restaurare la purezza dei riti. Immaginavano in qualche modo di poterne recuperare la coerenza.
Gli Esseni avevano invece del tutto abbandonato il Tempio. Essi consideravano la vergognosa situazione ormai compromessa.
Giovanni il Battezzatore aveva operato il medesimo distacco.
Sebbene di stirpe sacerdotale, predicava al popolo il perdono dei peccati attraverso una conversione di vita, non mediante i sacrifici della liturgia [solo in Gerusalemme].
L’autentico Angelo dell’Alleanza era invece definitivamente intransigente, assai più radicale di tutti loro!
Infatti secondo i primissimi cristiani, che pur rifrequentavano il Tempio, il luogo dell’incontro con Dio, la terra dalla quale irradiava il suo Amore, non era più legata ad aspetti materiali.
Neppure in sé religiosi; tantomeno impregnata di osservanze dottrinali, codici moralisti, o visioni del mondo unilaterali.
In tal guisa, anche per noi la Presenza divina e la sua Comunione non si colgono nella mitica purità, nell’antica magnificenza, negli sforzi perfezionisti - o nell’adesione à la page.
Il servizio a Dio è onore della donna e dell’uomo così come e dove sono: il sacro rispetto parte da un Dono che già attraversa la nostra vita. Le opinioni non servono.
L’Amico sconosciuto vuole dimorare in noi non per appropriarsi, ma per fondersi e dilatare le capacità relazionali e qualitative. Quelle nostre, non altrui o a contorno.
In Cristo, dall’obbedienza a norme più o meno datate [fossero anche futuribili] passiamo allo stile di Somiglianza personale. Ciò che edifica Santuari viventi.
L’onore al Padre si realizza non nei dettagli o nello spirito di corpo già dettato, bensì nei figli e figlie, comunque - se vivono in fraternità.
Questo avviene in specie quando essi assimilano l’Insegnamento di Gesù [sulla Grazia] (v.47).
Così nel tempo, da Lui stesso imparano la convivialità, e insieme sono incoraggiati a dialogare con la loro eccezionale e irripetibile Vocazione, la quale avvince perché corrisponde davvero.
E l’intima convinzione è sola, incomparabile e preziosa energia di valenza trasformatrice - che porta a non recedere da se stessi, dalla propria eccezionalità, né soprassedere la realtà dei fratelli.
Piuttosto induce a fare Esodo, esplorare nuove condizioni dell’essere, trasfigurare la percezione in azione beata.
Solo da qui, deriva la coesistenza.
E Peccato resta sì deviazione, ma non più trasgressione alla legge - bensì incapacità a corrispondere alla Chiamata che caratterizza, che sprigiona e potenzia una sorprendente unicità di Relazione.
La prima Tenda di Dio è dunque l’umanità stessa, il suo cuore pulsante - non uno spazio di pietre e mattoni, fisso, delimitato, o fantasioso… da ornare con sovraggiunte.
Entrato in Gerusalemme, il Maestro prende possesso della Casa celeste - che non è il Tempio, bensì il Popolo.
Per questo Egli caccia fuori dall’immaginifico sacrale inculcato agli ingenui, proprio i tratti più diseducativi del festival - e specialmente insegna ai malfermi, a sentirsi già adeguati!
Incredibile: a ciascuno Cristo cambia l’atmosfera mentale.
Il Signore vero non insegna a entrare in armature abitudinarie o astratte e formali, accette al contorno ma distanti da noi stessi, dalle creature.
Piuttosto, stimola a non frenare la nostra vera natura con delle cappe di costume [datate o meno] secondo le quali “non è mai abbastanza”.
Dietro la nostra essenza caratteriale si cela una Chiamata feconda, irripetibile, singolare; dai risvolti visuali e sociali che non sappiamo.
Come siamo - proprio così - andiamo bene.
Non c’è bisogno di esorcizzare nulla del nostro essere profondo, che spontaneamente manifesta i suoi disagi compressi e le corrispondenze gioiose, anche nelle eccentricità esteriori.
Piuttosto, ogni domesticazione convenzionale epidermica, di adattamento, o astuta, soffoca il nucleo della Chiamata per Nome - autentica Guida, impulso dello Spirito.
Il nostro mondo interno non va istericamente considerato alla stregua di un pericoloso estraneo da riconfigurare.
Le radici innate e la nostra energia naturale hanno il diritto di fiorire e prevalere sulle maniere o idee comuni: sono traccia sperimentale del Divino.
In esse sussiste un legame Personale.
La rivendicazione del Signore è immediatamente contrastata dall’ostilità dei paludati, interessati al dare-avere di quel teatrino manierista.
Lo fanno passare per squilibrato, da eliminare subito: sognatore pericolosissimo, perché attiva e valorizza le anime, invece della struttura di mediazione.
Ecco la condanna impartita dai “grandi” in società: esito d’ogni operazione di verità.
Così si cerca di appannare qualsiasi tentativo d’emancipazione dei vessati nello spirito, nel nucleo di sé - sia per paura di Dio che per ossessione d’indegnità.
Ma nella realtà attuale, che ci tallona, il Risorto continua a demitizzare l’eccessiva preoccupazione per i luoghi identificati, le “alture” di carattere stanziale e materiale.
Coi loro risvolti che non nutrono in modo pieno e stabile - viceversa diventano un tarlo.
Insomma, bisogna cambiare approccio.
È Lui stesso il punto essenziale del culto all’Eterno.
In tale luce di Persona nella sua Persona, ciascuno può abbracciare proposte che non sono altrui e intruse; che non risulteranno zavorra.
E prestigio autentico della Chiesa sarà far echeggiare l’Annuncio che libera e piace davvero.
Provocando ovviamente le medesime tensioni mercantili; cartina al tornasole della nostra azione divina.
Per opera di apostoli impauriti dalle maniere spicce delle autorità, e forse essi stessi proni al compromesso - il magnifico santuario che Gesù aveva esplicitamente definito come una tana di marpioni ridiventerà il centro dell’assemblea ecclesiale [Lc 24,53; At 5,12].
Provvederà in modo più efficace… non la coscienza che brucia, bensì la tragica storia della città santa, a farne tramontare l’eccesso d’importanza.
Anche oggi: il fantasmagorico culmine antico sta diventando periferia, decade. E a ritrovarsi, facciamo difficoltà.
Occasione da non perdere per procedere in modo vivo e singolare, in sintonia con un sempre nuovo insegnamento sull’Amore inedito, che prende il nostro passo.
È l’Appello bruciante de «il Monte», che centra sulla passione: proprio sul Desiderio.
Non più un severo richiamo ai “no” delle grandi apparenze - ma finalmente Ascolto della Voce nell’anima, che stupisce (v.48).
Autentico sacro del tempio.
L’insegnamento di Gesù nel luogo venerando viene presentato da Lc 19,47 come duraturo: «stava insegnando ogni giorno» [testo greco].
Attraverso la Parola che non resta in alto ma partecipa della nostra umanità (finalmente spalancata) Egli ritrova anche oggi il suo Tempio.
Dimora sgombrata da vetusti e nuovi cacciatori.
Egli brama solo il suo Popolo - donne e uomini liberati dalla spelonca di briganti [Ger 7,11; Lc 19,46] che ancora tenta di penetrare la nostra qualità di relazione.
Parafrasando l’enciclica Fratelli Tutti (n.226) volentieri ribadiamo con Papa Francesco: «non c’è più spazio per diplomazie vuote, per dissimulazioni, discorsi doppi, occultamenti, buone maniere che nascondono la realtà» (irritante) dei soci in affari con Dio.
La spazzatura va eliminata. La posta in palio è troppo alta e personale.
Con ciò che non corrisponde, anche dal punto di vista culturale, sociale e spirituale, non si mercanteggia più.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Hai ancora bisogno di tempi stabiliti, luoghi ritagliati, gesti di espiazione e propiziazione, o con Dio senti una relazione vivente?
Qual è la tua Casa di Preghiera?
Chiese di servizio, non supermercato.
Il più importante tempio di Dio è il nostro cuore
«Chiese di servizio, chiese gratuite, come è stata gratuita la salvezza, e non “chiese supermercato”»: non ha usato giri di parole Papa Francesco nel riproporre l’attualità del gesto di Gesù di scacciare i mercanti dal tempio. E «vigilanza, servizio e gratuità» sono le tre parole chiave che ha rilanciato nella messa celebrata venerdì 24 novembre a Santa Marta.
«Ambedue le letture della liturgia di oggi — ha spiegato il Pontefice — ci parlano del tempio, anzi della purificazione del tempio». Prendendo spunto dal passo del primo libro dei Maccabei (4, 36-37.52-59), il Papa ha fatto notare come «dopo la sconfitta della gente che Antioco Epìfane aveva inviato per paganizzare il popolo, Giuda Maccabeo e i suoi fratelli vogliono purificare il tempio, quel tempio dove ci sono stati sacrifici pagani e ripristinare la bellezza spirituale del tempio, il sacro del tempio». Per questo «il popolo era gioioso». Si legge infatti nel testo biblico che «grandissima fu la gioia del popolo, perché era stata cancellata l’onta dei pagani». Dunque, ha aggiunto il Papa, «il popolo ritrova la propria legge, si ritrova con il proprio essere; il tempio diventa, un’altra volta, il posto dell’incontro con Dio».
«Lo stesso fa Gesù quando scaccia quelli che vendevano nel tempio: purifica il tempio» ha affermato Francesco, richiamandosi al passo evangelico di Luca (19, 45-48). Così facendo il Signore rende il tempio «come deve essere: puro, solo per Dio e per il popolo che va a pregare». Ma, da parte nostra, «come purificare il tempio di Dio?». La risposta, ha detto il Papa, sta in «tre parole che possono aiutarci a capire. Prima: vigilanza; seconda: servizio; terza: gratuità».
«Vigilanza», dunque, è la prima parola suggerita dal Pontefice: «Non solo il tempio fisico, i palazzi, i templi sono i templi di Dio: il più importante tempio di Dio è il nostro cuore, la nostra anima». Tanto che, ha fatto presente il Papa, san Paolo ci dice: «Voi siete tempio dello Spirito Santo». Dunque, ha rilanciato Francesco, «dentro di noi abita lo Spirito Santo».
E proprio «per questo la prima parola» proposta da Francesco è, appunto, «vigilanza». Da qui alcune domande per un esame di coscienza: «Cosa succede nel mio cuore? Cosa succede dentro di me? Come mi comporto con lo Spirito Santo? Lo Spirito Santo è uno in più dei tanti idoli che io ho dentro di me o ho cura dello Spirito Santo? Ho imparato a vigilare dentro di me, perché il tempio nel mio cuore sia solo per lo Spirito Santo?».
Ecco, allora, l'importanza di «purificare il tempio, il tempio interiore, e vigilare» ha affermato il Papa. Con un invito esplicito: «Stai attento, stai attenta: cosa succede nel tuo cuore? Chi viene, chi va... Quali sono i tuoi sentimenti, le tue idee? Tu parli con lo Spirito Santo? Ascolti lo Spirito Santo?». Si tratta, perciò, di «vigilare: stare attenti a cosa succede nel tempio nostro, dentro di noi».
La «seconda parola è servizio» ha proseguito il Pontefice. «Gesù — ha ricordato — ci fa capire che lui è presente in un modo speciale nel tempio di quelli che hanno bisogno». E «lo dice chiaramente: è presente negli ammalati, quelli che soffrono, negli affamati, nei carcerati, è presente lì». Anche per la parola «servizio» Francesco ha suggerito alcune domande da porre a se stessi: «So custodire quel tempio? Mi prendo cura del tempio con il mio servizio? Mi avvicino per aiutare, per vestire, per consolare quelli che hanno bisogno?».
«San Giovanni Crisostomo — ha fatto notare Francesco — rimproverava quelli che facevano tante offerte per ornare, per abbellire il tempio fisico e non prendevano cura dei bisognosi: rimproverava e diceva: “No, questo non va bene, prima il servizio poi le ornamentazioni”». Insomma, siamo chiamati a «purificare il tempio che sono gli altri». E per farlo bene, occorre domandarci: «Come io aiuto a purificare quel tempio?». La risposta è semplice: «Con il servizio, con il servizio ai bisognosi. Gesù stesso dice che lui è presente lì». E «lui è presente lì — ha spiegato il Papa — e quando noi ci avviciniamo a prestare un servizio, ad aiutare, assomigliamo a Gesù che è lì dentro».
Francesco, a questo proposito, ha confidato di aver «visto un’icona tanto bella del Cireneo che aiutava Gesù a portare la croce: guardando bene quell’icona, il Cireneo aveva la stessa faccia di Gesù». Dunque, «se tu custodisci quel tempio che è l’ammalato, il carcerato, il bisognoso e l’affamato, anche il tuo cuore sarà più simile a quello di Gesù». Proprio «per questo custodire il tempio significa servizio».
«La prima parola, vigilanza» ha riepilogato il Pontefice, esprime qualcosa che «succede dentro di noi». Mentre «la seconda parola» ci porta verso il «servizio ai bisognosi: quello è purificare il tempio». E «la terza parola che mi viene in mente — ha proseguito — leggendo il Vangelo è gratuità». Nel brano del Vangelo, Gesù dice: «La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Proprio tenendo in mente queste parole del Signore, ha affermato il Papa, «quante volte con tristezza entriamo in un tempio — pensiamo a una parrocchia, un vescovado — e non sappiamo se siamo nella casa di Dio o in un supermercato: ci sono lì i commerci, anche c’è la lista dei prezzi per i sacramenti» e «manca la gratuità».
Ma «Dio ci ha salvato gratuitamente, non ci ha fatto pagare nulla» ha insistito il Pontefice, invitando a essere di aiuto «affinché le nostre chiese, le nostre parrocchie non siano un supermercato: che siano casa di preghiera, che non siano un covo di ladri, ma che siano servizio gratuito». Certo, ha aggiunto il Papa, qualcuno potrebbe obiettare che «dobbiamo avere dei soldi per mantenere la struttura e anche dobbiamo avere dei soldi per dare da mangiare ai preti, ai catechisti». La risposta del Pontefice è chiara: «Tu da’ con gratuità e Dio farà il resto, Dio farà quello che manca».
«Custodire il tempio — ha affermato, dunque, Francesco — significa questo: vigilanza, servizio e gratuità». Anzitutto «vigilanza nel tempio del nostro cuore: cosa succede lì, stare attenti perché è il tempio dello Spirito Santo». Poi «servizio ai bisognosi» ha ripetuto, suggerendo anche di leggere il capitolo 25 del vangelo di Matteo. Servizio anche «agli affamati, agli ammalati, ai carcerati, a quelli che hanno bisogno perché lì è Cristo», sempre con la certezza che «il bisognoso è il tempio di Cristo».
Infine, ha concluso il Papa, il «terzo» punto è la «gratuità nel servizio che si dà nelle nostre chiese: chiese di servizio, chiese gratuite, come è stata gratuita la salvezza, e non “chiese supermercato”».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 25/11/2017]
Durante l’ingresso a Gerusalemme, la gente rende omaggio a Gesù come figlio di Davide con le parole del Salmo 118 [117] dei pellegrini: "Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!" (Mt 21, 9). Poi Egli arriva al tempio. Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera. Certo, il bestiame lì in vendita era destinato ai sacrifici da immolare nel tempio. E poiché nel tempio non si potevano usare le monete su cui erano rappresentati gli imperatori romani che stavano in contrasto col Dio vero, bisognava cambiarle in monete che non portassero immagini idolatriche. Ma tutto ciò poteva essere svolto altrove: lo spazio dove ora ciò avveniva doveva essere, secondo la sua destinazione, l’atrio dei pagani. Il Dio d’Israele, infatti, era appunto l’unico Dio di tutti i popoli. E anche se i pagani non entravano, per così dire, nell’interno della Rivelazione, potevano tuttavia, nell’atrio della fede, associarsi alla preghiera all’unico Dio. Il Dio d’Israele, il Dio di tutti gli uomini, era in attesa sempre anche della loro preghiera, della loro ricerca, della loro invocazione. Ora, invece, vi dominavano gli affari – affari legalizzati dall’autorità competente che, a sua volta, era partecipe del guadagno dei mercanti. I mercanti agivano in modo corretto secondo l’ordinamento vigente, ma l’ordinamento stesso era corrotto. "L’avidità è idolatria", dice la Lettera ai Colossesi (cfr 3, 5). È questa l’idolatria che Gesù incontra e di fronte alla quale cita Isaia: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera" (Mt 21, 13; cfr Is 56, 7) e Geremia: "Ma voi ne fate una spelonca di ladri" (Mt 21, 13; cfr Ger 7, 11). Contro l’ordine interpretato male Gesù, con il suo gesto profetico, difende l’ordine vero che si trova nella Legge e nei Profeti.
Tutto ciò deve oggi far pensare anche noi come cristiani: è la nostra fede abbastanza pura ed aperta, così che a partire da essa anche i "pagani", le persone che oggi sono in ricerca e hanno le loro domande, possano intuire la luce dell’unico Dio, associarsi negli atri della fede alla nostra preghiera e con il loro domandare diventare forse adoratori pure loro? La consapevolezza che l’avidità è idolatria raggiunge anche il nostro cuore e la nostra prassi di vita? Non lasciamo forse in vari modi entrare gli idoli anche nel mondo della nostra fede? Siamo disposti a lasciarci sempre di nuovo purificare dal Signore, permettendoGli di cacciare da noi e dalla Chiesa tutto ciò che Gli è contrario?
Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia. Adesso sta cominciando ciò che Gesù aveva annunciato alla Samaritana riguardo alla sua domanda circa la vera adorazione: "È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori" (Gv 4, 23). È finito il tempo in cui venivano immolati a Dio degli animali. Già da sempre i sacrifici di animali erano stati una miserevole sostituzione, un gesto di nostalgia del vero modo di adorare Dio. La Lettera agli Ebrei, sulla vita e sull’operare di Gesù ha posto come motto una frase del Salmo 40 [39]: "Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato" (Ebr 10, 5). Al posto dei sacrifici cruenti e delle offerte di vivande subentra il corpo di Cristo, subentra Lui stesso. Solo "l’amore sino alla fine", solo l’amore che per gli uomini si dona totalmente a Dio, è il vero culto, il vero sacrificio. Adorare in spirito e verità significa adorare in comunione con Colui che è la verità; adorare nella comunione col suo Corpo, nel quale lo Spirito Santo ci riunisce.
[Papa Benedetto, omelia delle Palme 16 marzo 2008]
Ho parlato di fruttificazione, e mi soccorre anche in questo il Vangelo, allorché propone - lettura che abbiamo incontrato di recente nella sacra liturgia - la similitudine del fico sterile, che è minacciato di sradicamento (Lc 13,6-9). L’uomo deve fruttificare nel tempo, cioè durante la vita terrena, e non soltanto per sé, ma anche per gli altri, per la società di cui è parte integrante. Tuttavia questo suo operare nel tempo, proprio perché egli è “contenuto” nel tempo, non deve fargli né dimenticare né trascurare l’altra essenziale sua dimensione, di essere che è orientato verso l’eternità: l’uomo, dunque, deve fruttificare simultaneamente anche per l’eternità.
E se togliamo questa prospettiva all’uomo, egli rimarrà un fico sterile.
Da una parte, egli deve “riempire di sé” il tempo in maniera creativa, perché la dimensione ultraterrena non lo dispensa di certo dal dovere di operare responsabilmente ed originalmente, partecipando con efficacia ed in collaborazione con tutti gli altri uomini all’edificazione della società secondo le concrete esigenze del momento storico, in cui si trova a vivere. È, questo, il senso cristiano della “storicità” dell’uomo. D’altra parte, questo impegno di fede immerge il giovane in una contemporaneità, che porta in se stessa, in un certo senso, una visione contraria al cristianesimo.
Questa anti-visione presenta queste caratteristiche, che ricordo in modo sia pure sommario.
All’uomo d’oggi manca spesso il senso del trascendente, delle realtà soprannaturali, di qualche cosa che lo supera. L’uomo non può vivere senza qualche cosa che vada più in là, che lo superi. L’uomo vive se stesso se è consapevole di questo, se deve sempre superare se stesso, trascendere se stesso. Questa trascendenza è inscritta profondamente nella costituzione umana della persona.
Ecco, nella anti-visione, come ho detto, contemporanea, il significato dell’esistenza dell’uomo viene perciò ad essere “determinato” nell’ambito di una concezione materialistica in ordine ai vari problemi, quali ad esempio quelli della giustizia, del lavoro ecc...: di qui scaturiscono quei contrasti multiformi tra le categorie sociali o tra le entità nazionali, in cui si manifestano i vari egoismi collettivi. È necessario, invece, superare tale concezione chiusa e, in fondo, alienante, contrapponendo ad essa quel più vasto orizzonte che già la retta ragione ed ancor più la fede cristiana ci fanno intravvedere. Lì, infatti, i problemi trovano una soluzione più piena; lì la giustizia assume completezza ed attuazione in tutti i suoi aspetti; lì i rapporti umani, esclusa ogni forma di egoismo, vengono a corrispondere alla dignità dell’uomo, come persona sulla quale risplende il volto di Dio.
Da tutto ciò emerge l’importanza di quella scelta, che voi giovani dovete fare! Fatela con Cristo, seguendolo animosamente ed aderendo al suo insegnamento, consapevoli dell’eterno amore che in lui ha trovato la sua espressione suprema e la sua definitiva testimonianza. Nel dirvi questo, io non posso certo ignorare gli ostacoli e i pericoli, purtroppo né lievi né infrequenti, che a voi si presentano nei diversi ambienti dell’odierno contesto sociale. Ma non dovete lasciarvi sviare; non dovete mai cedere alla tentazione, sottile e per ciò stesso più insidiosa, di pensare che una tale scelta possa contraddire alla formazione della vostra personalità. Io non esito ad affermare che questa opinione è del tutto falsa: ritenere che la vita umana, nel processo della sua crescita e della sua maturazione, possa essere “diminuita” dall’influsso della fede in Cristo, è un’idea da respingere.
È vero esattamente il contrario: come la civiltà sarebbe depauperata e monca senza la presenza della componente religiosa così la vita del singolo uomo e, segnatamente, del giovane sarebbe incompleta e carente senza una forte esperienza di fede, attinta da un contatto diretto con Cristo crocifisso e risorto. Il cristianesimo, la fede, credetemi, giovani, dà completezza e coronamento alla nostra personalità: esso, incentrato com’è nella figura di Cristo, vero Dio e vero uomo e, come tale, redentore dell’uomo, vi apre alla considerazione, alla comprensione, al gusto di tutto ciò che di grande, di bello e di nobile è nel mondo e nell’uomo. L’adesione a Cristo non comprime, ma dilata ed esalta le “spinte” che la sapienza di Dio creatore ha deposto nelle vostre anime. L’adesione a Cristo non mortifica, ma irrobustisce il senso del dovere morale, dandovi il desiderio e la soddisfazione di impegnarvi per “qualcosa che veramente vale”, dandovi, ripeto, il desiderio e la soddisfazione di impegnarvi così, e premunendo lo spirito contro le tendenze, oggi non di rado affioranti nell’animo giovanile, a “lasciarsi andare” o nella direzione di una irresponsabile e neghittosa abdicazione, o nella via della violenza cieca e omicida. Soprattutto - ricordatelo sempre - l’adesione a Cristo sarà fonte di una gioia autentica, di una gioia intima che il mondo non può dare e che - come egli stesso preannunciò ai suoi discepoli - nessuno potrà mai togliervi (cf. Gv 16,22), anche essendo nel mondo.
Questa gioia, come frutto di una fede pasquale e - come ho detto stamane - frutto “di contatto” con Cristo, come dono ineffabile del suo Spirito, vuol essere il punto d’arrivo dell’odierno mio colloquio con voi. Voglio arrivare a questa parola “gioia”. Voglio arrivare a questa parola, perché viviamo la settimana pasquale. Il cristianesimo è gioia, e chi lo professa e lo fa trasparire nella propria vita ha il dovere di testimoniarla, di comunicarla e di diffonderla intorno a sé. Ecco perché ho citato queste due figure. Don Bosco: sono andato ancora a trovare la sua tomba, e mi è sembrato sempre gioioso, sempre sorridente. E Pier Giorgio: era un giovane di una gioia trascinante, una gioia che superava anche tante difficoltà della sua vita perché il periodo giovanile è sempre anche un periodo di prova delle forze.
Come giovani, voi vi preparate a costruire non solo il vostro avvenire, ma anche quello delle generazioni future: che cosa trasmetterete ad esse? Vi dovete porre questa domanda. Solo dei beni materiali, con l’aggiunta, magari, di una più ricca cultura, di una scienza più progredita, di una tecnologia più avanzata? Oppure, oltre a questo, anzi prima ancora di questo, non volete forse trasmettere quella superiore prospettiva, alla quale ho accennato, a quei beni di ordine spirituale, che si chiamano amore e libertà. Vero amore, vera libertà, vi dico, perché si possono facilmente sfruttare queste grandissime parole: amore e libertà. Si possono facilmente sfruttare. Nella nostra epoca noi siamo testimoni di uno sfruttamento terribile di queste parole: amore e libertà. Occorre ritrovare il vero senso delle due parole: amore e libertà. Vi dico: dovete tornare al Vangelo. Dovete tornare alla scuola di Cristo. Trasmetterete poi questi beni di ordine spirituale: senso della giustizia, in tutti i rapporti umani, promozione e tutela della pace. E vi dico di nuovo, sono parole sfruttate, molte, molte volte sfruttate. Si deve sempre tornare alla scuola di Cristo, per ritrovare il vero, pieno, profondo significato di queste parole. Il necessario supporto per questi valori non sta che nel possesso di una fede sicura e sincera, di una fede che abbracci Dio e l’uomo, l’uomo in Dio. Dove c’è Dio e dove c’è Gesù Cristo, suo Figlio, un tale fondamento è ben saldo; è profondo, è profondissimo. Non c’è una dimensione più adeguata, più profonda, da dare a questa parola “uomo”, a questa parola “amore”, a questa parola “libertà”, a queste parole “pace” e “giustizia”: altra non c’è, non c’è che Cristo. Allora, tornando sempre a questa scuola, ecco la ricerca di quei doni preziosi che voi giovani dovete trasmettere alle generazioni future, al mondo di domani; sarà con lui più facile e non potrà non riuscire.
Sul punto di congedarmi da voi, io desidero sollevarvi a questa visione di trascendenza e bellezza, onde la vostra vita cristiana acquisti solidità e cresca “di virtù in virtù” (Sal 83,8) e fiorisca - perché siete giovani, dovete fiorire - fiorisca in opere e, anche per la società terrena, siano premessa e promessa di un avvenire più umano e, perciò, più sereno. È l’imperativo maggiore di questa nostra epoca che diventa triste, e che sarà ancora più triste, più tragica, se non vedrà quella prospettiva che solamente voi giovani potete dare ad essa, al nostro secolo, alla nostra generazione, alla nostra Italia, al nostro mondo!
[Papa Giovanni Paolo II, Discorso ai giovani 13 aprile 1980]
«Tre modi di vivere la vita». Li ha indicati Papa Francesco durante la messa a Santa Marta di venerdì 29 maggio, attingendo al passo liturgico del Vangelo di Marco (11, 11-25) che propone appunto tre atteggiamenti legati ad altrettante figure: quella «dell’albero di fico», quella degli «affaristi nel tempio» e quella «dell’uomo di fede».
Già giovedì 28, nella celebrazione mattutina, Papa Francesco aveva tratteggiato le caratteristiche di tre tipi di discepoli di Gesù — quelli «che non sentivano il grido di aiuto» del cieco, quelli che «allontanavano la gente da Gesù» e, infine, «quelli che aiutavano la gente che aveva bisogno ad andare da Gesù» — invitando tutti a un esame di coscienza per individuare il gruppo nel quale riconoscersi. Il giorno successivo è tornato su una riflessione simile, ispirata al brano evangelico di Marco.
Il fico, ha spiegato in proposito, «rappresenta la sterilità, cioè una vita sterile, incapace di dare qualsiasi cosa». Una vita, cioè, che non porta frutti, «incapace di fare il bene», perché quel tipo di uomo «vive per sé; tranquillo, egoista», non vuole «problemi». Nel brano evangelico Gesù maledice l’albero di fico perché è sterile, «perché non ha fatto del suo per dare frutto», divenendo così il simbolo della «persona che non fa niente per aiutare, che vive sempre per se stessa, affinché non le manchi nulla».
Queste persone, ha continuato il Papa, alla fine «diventano nevrotiche». E «Gesù condanna la sterilità spirituale, l’egoismo spirituale» di chi pensa: «Io vivo per me: che a me non manchi nulla che gli altri si arrangino!».
C’è poi un secondo «modo di vivere la vita», ed è quello «degli sfruttatori, degli affaristi nel tempio». Costoro «sfruttano anche il luogo sacro di Dio per fare degli affari: cambiano le monete, vendono gli animali per il sacrificio, anche fra loro hanno come un sindacato per difendersi». Uno stile «non solo tollerato, ma anche permesso dai sacerdoti del tempio». Per far comprendere meglio, il Pontefice ha richiamato un’altra scena, «molto brutta», narrata nella Bibbia, che descrive «quelli che fanno della religione un affare»: è la storia del sacerdote i cui figli «spingevano la gente a dare offerte e guadagnavano tanto, anche dai poveri». Per questi «Gesù non risparmia le parole» e ai mercanti nel tempio dice: «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi, invece, ne avete fatto un covo di ladri!». Un passaggio duro, sul quale il Papa si è soffermato: la gente «andava in pellegrinaggio lì a chiedere la benedizione del Signore, a fare un sacrificio» e proprio lì «quella gente era sfruttata»; i sacerdoti «non insegnavano a pregare, non davano loro la catechesi... Era un covo di ladri». Non interessava loro se ci fosse vera devozione: «pagate, entrate...». Compivano i riti «senza vera devozione». Da qui Francesco è partito per invitare a una riflessione: «Non so se ci farà bene pensare se da noi accade qualcosa del genere in qualche posto»: ossia «utilizzare le cose di Dio per il proprio profitto».
Vi è infine una terza tipologia, ed è quella «che consiglia Gesù e cioè la vita di fede». Per descriverlo, il Pontefice ha ripreso la lettura del Vangelo di Marco e ha ricordato come quando i discepoli videro l’albero di fichi secco fin dalla radice «perché Gesù lo aveva maledetto», Pietro gli disse: «Maestro, guarda! L’albero di fichi che hai maledetto si è seccato!». E Gesù cogliendo l’occasione per indicare il giusto «stile di vita» gli rispose: «Abbiate fede in Dio. Se uno dicesse a questo monte: “levati e gettati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò avverrà. Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà». Quindi, ha spiegato il Papa, «accadrà proprio quello che noi con fede chiediamo: è lo stile di vita della fede».
Qualcuno potrebbe chiedere: «Padre, cosa devo fare per questo?». La risposta per Francesco è semplice: «Chiedilo al Signore, che ti aiuti a fare cose buone, ma con fede». Semplice, ma a «una condizione» che è lo stesso Gesù a dettare: «Quando voi vi metterete a pregare chiedendo questo, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate. È l’unica condizione, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni voi, le vostre colpe».
Vivere, quindi, «la fede per aiutare gli altri, per avvicinarsi a Dio», la fede «che fa miracoli», è il terzo stile di vita suggerito. Il Pontefice ha perciò riassunto le tre possibili strade che si presentano al cristiano: la prima è quella della «persona sterile» che non non desidera «dare frutti nella vita» e trascorre «la vita comoda, tranquilla, senza problemi e se ne va»: lo stile di chi non si preoccupa di fare il bene. Poi ci sono quelli «che sfruttano gli altri, anche nella casa di Dio; gli sfruttatori, gli affaristi del tempio», quelli che Gesù «caccia via» con la frusta. Infine lo stile di chi ha «fiducia in Dio» e sa che quello che chiede al Signore con fede, «accadrà». Ed è proprio questo «che Gesù ci consiglia: la strada di Gesù», che si può percorrere a una sola condizione: «perdonate, perdonate gli altri, affinché il Padre vostro perdoni voi di tante cose».
Concludendo, il Papa ha invitato tutti a chiedere al Signore — «nel sacrificio dell’Eucaristia» — che insegni a «ognuno di noi, alla Chiesa», a non cadere mai «nella sterilità e nell’affarismo».
[Papa Francesco, omelia a s. Marta, Osservatore Romano 30.05.15]
(Mc 10,46-52)
Il passo di Mc è l’agile frutto dell’intreccio fra una catechesi di spiegazione del brano immediatamente precedente [le mire degli Apostoli] e l’insegnamento su primissime forme di liturgia battesimale riservate ai nuovi credenti, chiamati ‘photismòi-illuminati’ [coloro che dal buio della vita pagana aprivano finalmente gli occhi alla Luce].
Il brano illustra cosa accade a una persona quando incontra Cristo e ne riceve l’orientamento esistenziale: abbandona le posizioni consolidate ma non personalmente rielaborate, e diviene testimone critico.
La narrazione è impostata sul confronto tra sguardi materiali verso il basso (come quelli dei pagani o dei seguaci arroganti) e sguardi aperti, in grado di sollevare l’occhio dell’uomo da pastoie di sembianti, abitudinarietà, e potenze esteriori o interiori distruttive.
Cosa dunque è necessario per vedere con la percezione di Dio, oltre le apparenze, e risollevarsi da una grigia vita di elemosine, letteralmente a terra? Come curare la visuale di chi non si raccapezza?
Bartimeo [testualmente, il ‘figlio dell’apprezzato’] ci rappresenta: non è uomo libero, capace di attivarsi - ma suggestionato da un’affannosa ricerca di prestigio e riconoscimenti.
Il «figlio dell’onorato» non è biologicamente cieco, ma uno che si regola a casaccio. Non riesce a «guardare in su» [il verbo-chiave greco ai vv.51-52 è aná-blépein] perché non coltiva ideali; si accontenta di quello che passa il contorno, che lo anestetizza.
Se ci si ritrova a questo livello di miopia, meglio «sollevare lo sguardo» ripiegato sul proprio ombelico, per piccinerie da tornaconto a breve.
Bartimeo è uomo abitudinario, viene accompagnato agli stessi posti ogni giorno dalle medesime persone.
Sta fermo, «seduto» (v.46) ai margini di una strada dove la gente procede e non si limita come lui a sopravvivere rassegnata, senza scatti.
I tipi alla Bartimeo tutto si attendono dal riconoscimento altrui; vivono solo di questua. Non fanno che ripetere parole e gesti sempre identici.
Il loro orizzonte a portata di mano non consente di entrare nel flusso della Via dove le persone si danno da fare edificando, evolvendo, esprimendo se stesse, provvedendo ai fratelli meno fortunati.
Una esistenza trascinata ai margini di qualsiasi interesse che non sia il proprio neghittoso sacchetto.
Vivono del movimento altrui; campano di piccole benevolenze e opinioni barattate da chi passa, per svogliatezza mai riesaminate e fatte proprie.
Ma la Parola del Nazareno fa scattare l’indolente. E la sua nuova attitudine diventa quella del “neonato”. In tal guisa, si adopera in un modello di vita industrioso, creativo, pratico - avveniristico.
Risorge dinamico, sbarazzandosi degli stracci sui quali si attendeva che altri deponessero qualcosa in suo favore.
L’abito vecchio finisce nella polvere - gettato lontano come nelle antiche liturgie battesimali: a qualsiasi età intraprende, surclassando sicurezze di piccolo cabotaggio.
Cambia vita, la guarda in faccia; sebbene sappia di complicarsela, rendendola impegnativa e controcorrente.
Il contatto personale con Gesù ha corretto lo sguardo, gli ha fatto recuperare l’ottica ideale.
Ora egli comprendere il senso primordiale e rigenerante - anzi, ricreante - della Novità di Dio.
L’Incontro faccia a faccia gli ha trasmesso un modello diametralmente opposto di uomo riuscito; non sottomesso al tatticismo.
Insomma, Gesù corregge la miopia inerte di chi è affezionato al suo posto mediocre.
Religiosità o Fede personale: la scelta è dirimente.
Significa adattarsi pigramente alle mode di circostanza o al vestito vecchio dei comportamenti già “detti” e solite amicizie, aspettando solo qualche soluzione-fulmine che non coinvolga troppo...
Ovvero partire via da lì, reinventarsi la vita, abbandonare il ‘mantello’ [cf. Mc 10,50] sul quale si raccoglievano commenti e oboli comuni.
Aprendo gli occhi e «sollevandoli», come farebbe un uomo già divino. Intascando null’altro che perle di luce, invece di elemosine.
Su strade fangose ci si può sporcare e si è incerti, ma vi possiamo procedere nel movimento del sacerdozio di Cristo, con percezione sana.
Infatti - come in questo episodio - non di rado i Vangeli insistono sul criterio (devotamente assurdo) che il nemico di Dio non sia il peccato, bensì la ‘vita media’ e passiva dell’«onorato», ormai identificato e piazzato.
[Giovedì 8.a sett. T.O. 28 maggio 2026]
Il movimento del sacerdozio di Cristo
(Mc 10,46-52)
L’enciclica Fratelli Tutti invita a uno sguardo prospettico, che non si adatta.
Papa Francesco propone visuali che suscitano decisione e azione: occhi nuovi, energetici, visionari, temerari, ricolmi di “passaggio” e Speranza.
Essa «ci parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui vive. Ci parla di una sete, di un’aspirazione, di un anelito di pienezza, di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito verso cose grandi, come la verità, la bontà e la bellezza, la giustizia e l’amore. [...] La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa» (n.55) [cit. da un Saluto ai giovani de L’Avana, settembre 2015].
Affranto, Paolo VI ammetteva:
«Sì, vi sono molti cristiani mediocri; e non solo perché sono deboli o mancanti di formazione, ma perché vogliono essere mediocri e perché hanno le loro così dette buone ragioni del giusto mezzo, del ne quid nimis, quasi che il Vangelo fosse una scuola d’indolenza morale, o quasi che esso autorizzasse servire al conformismo. Non è ipocrisia? Incoerenza? Relativismo secondo il vento che tira?» [passim].
Sembra il ritratto della vita scadente e cieca di Bartimeo: “nulla di troppo”, “mai l’eccessivo”.
Una sorta di esistenza alla don Abbondio, a contrasto del quale Manzoni delinea l’icona dell’uomo di Fede - che appunto spicca sul mediocre devoto - nella solenne e decisa figura del cardinal Federigo.
Prelato che invece «ebbe a combattere co’ galantuomini del ne quid nimis, i quali, in ogni cosa, avrebbero voluto farlo star ne’ limiti, cioè ne’ loro limiti».
Non il qualunquismo rassicurato d’un pio vigliacco e situazionalista, che finge di non vedere, si accontenta della sua nicchia da mezza tacca; si siede nell’aia scadente del minimo sindacale, si barcamena e non s’espone.
Il passo di Mc è l’agile frutto dell’intreccio fra una catechesi di spiegazione del brano immediatamente precedente [le mire degli Apostoli] e l’insegnamento su primissime forme di liturgia battesimale riservate ai nuovi credenti, chiamati ‘photismòi-illuminati’ [coloro che dal buio della vita pagana aprivano finalmente gli occhi alla Luce].
Il brano illustra cosa accade a una persona quando incontra Cristo e ne riceve l’orientamento esistenziale: abbandona le posizioni consolidate ma non personalmente rielaborate, e diviene testimone critico.
La narrazione è impostata sul confronto tra sguardi materiali verso il basso (come quelli dei pagani o dei seguaci arroganti) e sguardi aperti, in grado di sollevare l’occhio dell’uomo da pastoie di sembianti, abitudinarietà, e potenze esteriori o interiori distruttive.
La comparazione fa affiorare ciò che conta nella vita, quel che ha peso e non viene spazzato via dagli impedimenti d’una spiritualità vuota, rapita o attratta da brame epidermiche; imbrigliate su falsarighe di ruoli sociali o conformismi culturali e spirituali - da consuetudini ereditate ma non vagliate.
Insomma: il Signore ci vuol far comprendere che il conformismo all’ambiente e la vuota devozione inculcano un intendere paludoso, esanime, poco rilevante.
Cosa dunque è necessario per «vedere» con la percezione di Dio, oltre le apparenze, e risollevarsi da una grigia vita di elemosine, letteralmente a terra? E come curare la visuale di chi non si raccapezza?
Anche i “vicini” hanno aspettative più o meno chiare su come entrare nel Movimento del sacerdozio di Cristo.
I discepoli stessi sono suggestionati da una folla spesso qualunquista attorno che si attende ben poco, se non quiete, svago e favori; e che preme perché si entri «ne’ loro limiti».
L’accovacciato ai bordi Bartimeo [testualmente, il ‘figlio dell’apprezzato’] ci rappresenta: non è uomo libero, capace di attivarsi.
Piuttosto, suggestionato da un’affannosa ricerca di prestigio e riconoscimenti - fame e sete che sono state trasmesse dalla sua stessa famiglia e da tutta una mentalità antica, rimasta altezzosa.
Il «figlio dell’onorato» non è biologicamente cieco (la traduzione italiana è incerta) ma uno che si regola a casaccio.
Non riesce a «guardare in su» [il verbo-chiave greco ai vv.51-52 è aná-blépein] perché non coltiva ideali; si accontenta di quello che passa il contorno, che lo anestetizza.
Condizionato da falsi maestri e guide spirituali approssimative, sedotte da tutta una civiltà dell’esterno, anch’egli è bloccato da spirito di letargo - grandioso solo in velleità - che tuttavia punta la sua esistenza a ribasso.
Conseguenza spirituale: le vittime di un’ideologia indolente possono confondere il Figlio di Dio che dona tutto di sé e trasmette vitalità, con il figlio di Davide (vv.47-48) che non dà bensì toglie vita.
Gesù somiglia e rimanda al Padre, non a un sovrano pur prestigioso come Davide; uomo abile e svelto, figura di uno stile di dominio violento e in continua rivalsa.
L’equivoco ha pesanti conseguenze.
Inizialmente ogni cercatore di Dio rischia di scambiare il Signore con un superuomo e capitano fenomenale che benedice e favorisce gli amici nelle loro aspettative di tranquillità, noncuranza e stasi mediocre, o di gloria e prestigio mondano.
Un bel difetto di vista, perché s’invertono affatto i criteri dell’esistenza sapiente e solida - rischiando di conficcarla in una pozzanghera d’illusioni; al massimo, trascinarla rasoterra.
Se ci si ritrova a questo livello di miopia, meglio «sollevare lo sguardo» ripiegato sul proprio ombelico, per piccinerie da tornaconto a breve.
Bartimeo è uomo abitudinario, viene accompagnato agli stessi posti ogni giorno dalle medesime persone.
Sta fermo, «seduto» (v.46) ai margini di una strada dove la gente procede e non si limita come lui a sopravvivere rassegnata, senza scatti.
[Mentre scrivevo un mio prof del liceo, persona di gran fede e dinamismo - mi ha inviato un proverbio indiano: «se davanti a te vedi tutto grigio, sposta l’elefante»].
I tipi alla Bartimeo tutto si attendono dal riconoscimento altrui; vivono solo di questua. Non fanno che ripetere parole e gesti sempre identici.
Il loro orizzonte a portata di mano non consente di entrare nel flusso della Via dove le persone si danno da fare edificando, evolvendo, esprimendo se stesse, provvedendo ai fratelli meno fortunati.
Una esistenza trascinata ai margini di qualsiasi interesse che non sia il proprio neghittoso sacchetto.
Eppure sono dotati d’uno spiccato senso religioso antico; ma proprio per questo - mancando del balzo di Fede - centrati su di sé e sulle idee che sono state trasmesse.
Vivono del movimento altrui; campano di piccole benevolenze e opinioni barattate da chi passa, per svogliatezza mai riesaminate e fatte proprie.
La Parola del Nazareno [nel linguaggio dei Vangeli l’epiteto “essere di Nazaret” significava “rivoluzionario, testa calda, sovversivo”] fa scattare l’indolente.
La sua nuova attitudine diventa piuttosto quella del “neonato”. In tal guisa, si adopera in un modello di vita industrioso, creativo, pratico - avveniristico.
Risorge dinamico, sbarazzandosi degli stracci sui quali si attendeva che altri deponessero qualcosa in suo favore.
L’abito vecchio finisce nella polvere - gettato lontano come nelle antiche liturgie battesimali: a qualsiasi età intraprende, surclassando sicurezze di piccolo cabotaggio.
Cambia vita, la guarda in faccia; sebbene sappia di complicarsela, rendendola impegnativa e controcorrente.
Il contatto personale con Gesù ha corretto lo sguardo, gli ha fatto recuperare l’ottica ideale.
Ora egli comprendere il senso primordiale e rigenerante - anzi, ricreante - della Novità di Dio.
L’Incontro faccia a faccia gli ha trasmesso un modello diametralmente opposto di uomo riuscito; non sottomesso al tatticismo.
Insomma, Gesù corregge la miopia inerte di chi è affezionato al suo posto mediocre.
“Il vento che tira” c’infonde un letale veleno: quello rinunciatario dell’identificarci-e-assomigliare, che fa rima con l’arrenderci e invecchiare.
La guarigione da tale cecità non può essere un... Miracolo! Religiosità o Fede personale: è scelta dirimente.
Significa adattarsi pigramente alle mode di circostanza o al vestito vecchio dei comportamenti già “detti” e solite amicizie, aspettando solo qualche soluzione-fulmine che non coinvolga troppo...
Ovvero partire via da lì, reinventarsi la vita, abbandonare il ‘mantello’ [cf. Mc 10,50] sul quale si raccoglievano commenti e oboli comuni.
Aprendo gli occhi e «sollevandoli», come farebbe un uomo già divino. Intascando null’altro che perle di luce, invece di elemosine.
Su strade fangose ci si può sporcare e si è incerti, ma vi possiamo procedere in contezza: sulla via che ci appartiene; nel movimento del sacerdozio di Cristo. Con percezione sana.
Infatti - come in questo episodio - non di rado i Vangeli insistono sul criterio (devotamente assurdo) che il nemico di Dio non sia il peccato, bensì la ‘vita media’ e passiva dell’«onorato», ormai identificato e piazzato.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
L’incontro con Cristo ti ha tolto come un velo dagli occhi?
Hai colto l’occasione per nascere come uomo nuovo, e sollevare lo sguardo? O rimani miope e inerte?
Il Passaggio della Pasqua
Un giorno Gesù, avvicinandosi alla città di Gerico, compì il miracolo di ridare la vista a un cieco che mendicava lungo la strada (cfr Lc 18,35-43). Oggi vogliamo cogliere il significato di questo segno perché tocca anche noi direttamente. L’evangelista Luca dice che quel cieco era seduto sul bordo della strada a mendicare (cfr v. 35). Un cieco a quei tempi – ma anche fino a non molto tempo fa – non poteva che vivere di elemosina. La figura di questo cieco rappresenta tante persone che, anche oggi, si trovano emarginate a causa di uno svantaggio fisico o di altro genere. E’ separato dalla folla, sta lì seduto mentre la gente passa indaffarata, assorta nei propri pensieri e in tante cose...E la strada, che può essere un luogo di incontro, per lui invece è il luogo della solitudine. Tanta folla che passa...E lui è solo.
E’ triste l’immagine di un emarginato, soprattutto sullo sfondo della città di Gerico, la splendida e rigogliosa oasi nel deserto. Sappiamo che proprio a Gerico giunse il popolo di Israele al termine del lungo esodo dall’Egitto: quella città rappresenta la porta d’ingresso nella terra promessa. Ricordiamo le parole che Mosè pronuncia in quella circostanza: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città nella terra che il Signore, tuo Dio, ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso. Poiché i bisognosi non mancheranno mai nella terra, allora io ti do questo comando e ti dico: Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nella tua terra» (Dt 15,7.11). E’ stridente il contrasto tra questa raccomandazione della Legge di Dio e la situazione descritta dal Vangelo: mentre il cieco grida invocando Gesù, la gente lo rimprovera per farlo tacere, come se non avesse diritto di parlare. Non hanno compassione di lui, anzi, provano fastidio per le sue grida. Quante volte noi, quando vediamo tanta gente nella strada – gente bisognosa, ammalata, che non ha da mangiare – sentiamo fastidio. Quante volte, quando ci troviamo davanti a tanti profughi e rifugiati, sentiamo fastidio. È una tentazione che tutti noi abbiamo. Tutti, anch’io! È per questo che la Parola di Dio ci ammonisce ricordandoci che l’indifferenza e l’ostilità rendono ciechi e sordi, impediscono di vedere i fratelli e non permettono di riconoscere in essi il Signore. Indifferenza e ostilità. E a volte questa indifferenza e ostilità diventano anche aggressione e insulto: “ma cacciateli via tutti questi!”, “metteteli in un’altra parte!”. Quest’aggressione è quello che faceva la gente quando il cieco gridava: “ma tu vai via, dai, non parlare, non gridare”.
Notiamo un particolare interessante. L’Evangelista dice che qualcuno della folla spiegò al cieco il motivo di tutta quella gente dicendo: «Passa Gesù, il Nazareno!» (v. 37). Il passaggio di Gesù è indicato con lo stesso verbo con cui nel libro dell’Esodo si parla del passaggio dell’angelo sterminatore che salva gli Israeliti in terra d’Egitto (cfr Es 12,23). È il “passaggio” della pasqua, l’inizio della liberazione: quando passa Gesù, sempre c’è liberazione, sempre c’è salvezza! Al cieco, quindi, è come se venisse annunciata la sua pasqua. Senza lasciarsi intimorire, il cieco grida più volte verso Gesù riconoscendolo come il Figlio di Davide, il Messia atteso che, secondo il profeta Isaia, avrebbe aperto gli occhi ai ciechi (cfr Is 35,5). A differenza della folla, questo cieco vede con gli occhi della fede. Grazie ad essa la sua supplica ha una potente efficacia. Infatti, all’udirlo, «Gesù si fermò e ordinò che lo conducessero da lui» (v. 40). Così facendo Gesù toglie il cieco dal margine della strada e lo pone al centro dell’attenzione dei suoi discepoli e della folla. Pensiamo anche noi, quando siamo stati in situazioni brutte, anche situazioni di peccato, com’è stato proprio Gesù a prenderci per mano e a toglierci dal margine della strada e donarci la salvezza. Si realizza così un duplice passaggio. Primo: la gente aveva annunciato una buona novella al cieco, ma non voleva avere niente a che fare con lui; ora Gesù obbliga tutti a prendere coscienza che il buon annuncio implica porre al centro della propria strada colui che ne era escluso. Secondo: a sua volta, il cieco non vedeva, ma la sua fede gli apre la via della salvezza, ed egli si ritrova in mezzo a quanti sono scesi in strada per vedere Gesù. Fratelli e sorelle, Il passaggio del Signore è un incontro di misericordia che tutti unisce intorno a Lui per permettere di riconoscere chi ha bisogno di aiuto e di consolazione. Anche nella nostra vita Gesù passa; e quando passa Gesù, e io me ne accorgo, è un invito ad avvicinarmi a Lui, a essere più buono, a essere un cristiano migliore, a seguire Gesù.
Gesù si rivolge al cieco e gli domanda: «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (v. 41). Queste parole di Gesù sono impressionanti: il Figlio di Dio ora sta di fronte al cieco come un umile servo. Lui, Gesù, Dio, dice: “Ma cosa vuoi che io ti faccia? Come tu vuoi che io ti serva?” Dio si fa servo dell’uomo peccatore. E il cieco risponde a Gesù non più chiamandolo “Figlio di Davide”, ma “Signore”, il titolo che la Chiesa fin dagli inizi applica a Gesù Risorto. Il cieco chiede di poter vedere di nuovo e il suo desiderio viene esaudito: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato» (v. 42). Egli ha mostrato la sua fede invocando Gesù e volendo assolutamente incontrarlo, e questo gli ha portato in dono la salvezza. Grazie alla fede ora può vedere e, soprattutto, si sente amato da Gesù. Per questo il racconto termina riferendo che il cieco «cominciò a seguirlo glorificando Dio» (v. 43): si fa discepolo. Da mendicante a discepolo, anche questa è la nostra strada: tutti noi siamo mendicanti, tutti. Abbiamo bisogno sempre di salvezza. E tutti noi, tutti i giorni, dobbiamo fare questo passo: da mendicanti a discepoli. E così, il cieco si incammina dietro al Signore entrando a far parte della sua comunità. Colui che volevano far tacere, adesso testimonia ad alta voce il suo incontro con Gesù di Nazaret, e «tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio» (v. 43). Avviene un secondo miracolo: ciò che è accaduto al cieco fa sì che anche la gente finalmente veda. La stessa luce illumina tutti accomunandoli nella preghiera di lode. Così Gesù effonde la sua misericordia su tutti coloro che incontra: li chiama, li fa venire a sé, li raduna, li guarisce e li illumina, creando un nuovo popolo che celebra le meraviglie del suo amore misericordioso. Lasciamoci anche noi chiamare da Gesù, e lasciamoci guarire da Gesù, perdonare da Gesù, e andiamo dietro Gesù lodando Dio. Così sia!
[Papa Francesco, Udienza Generale 15 giugno 2016]
Il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo ha una posizione rilevante nella struttura del Vangelo di Marco. E’ collocato infatti alla fine della sezione che viene chiamata «viaggio a Gerusalemme», cioè l’ultimo pellegrinaggio di Gesù alla Città santa, per la Pasqua in cui Egli sa che lo attendono la passione, la morte e la risurrezione. Per salire a Gerusalemme dalla valle del Giordano, Gesù passa da Gerico, e l’incontro con Bartimeo avviene all’uscita dalla città, «mentre – annota l’evangelista – Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla» (10,46), quella folla che, di lì a poco, acclamerà Gesù come Messia nel suo ingresso in Gerusalemme. Proprio lungo la strada stava seduto a mendicare Bartimeo, il cui nome significa «figlio di Timeo», come dice lo stesso evangelista. Tutto il Vangelo di Marco è un itinerario di fede, che si sviluppa gradualmente alla scuola di Gesù. I discepoli sono i primi attori di questo percorso di scoperta, ma vi sono anche altri personaggi che occupano un ruolo importante, e Bartimeo è uno di questi. La sua è l’ultima guarigione prodigiosa che Gesù compie prima della sua passione, e non a caso è quella di un cieco, una persona cioè i cui occhi hanno perso la luce. Sappiamo anche da altri testi che la condizione di cecità ha un significato pregnante nei Vangeli. Rappresenta l’uomo che ha bisogno della luce di Dio, la luce della fede, per conoscere veramente la realtà e camminare nella via della vita. Essenziale è riconoscersi ciechi, bisognosi di questa luce, altrimenti si rimane ciechi per sempre (cfr Gv 9,39-41).
Bartimeo, dunque, in quel punto strategico del racconto di Marco, è presentato come modello. Egli non è cieco dalla nascita, ma ha perso la vista: è l’uomo che ha perso la luce e ne è consapevole, ma non ha perso la speranza, sa cogliere la possibilità di incontro con Gesù e si affida a Lui per essere guarito. Infatti, quando sente che il Maestro passa sulla sua strada, grida: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (Mc 10,47), e lo ripete con forza (v. 48). E quando Gesù lo chiama e gli chiede che cosa vuole da Lui, risponde: «Rabbunì, che io veda di nuovo!» (v. 51). Bartimeo rappresenta l’uomo che riconosce il proprio male e grida al Signore, fiducioso di essere sanato. La sua invocazione, semplice e sincera, è esemplare, e infatti – come quella del pubblicano al tempio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13) – è entrata nella tradizione della preghiera cristiana. Nell’incontro con Cristo, vissuto con fede, Bartimeo riacquista la luce che aveva perduto, e con essa la pienezza della propria dignità: si rialza in piedi e riprende il cammino, che da quel momento ha una guida, Gesù, e una strada, la stessa che Gesù percorre. L’evangelista non ci dirà più nulla di Bartimeo, ma in lui ci presenta chi è il discepolo: colui che, con la luce della fede, segue Gesù «lungo la strada» (v. 52).
Sant’Agostino, in uno dei suoi scritti, fa sulla figura di Bartimeo un’osservazione molto particolare, che può essere interessante e significativa anche oggi per noi. Il Santo Vescovo di Ippona riflette sul fatto che, in questo caso, Marco riporti il nome non solo della persona che viene guarita, ma anche del padre, e giunge alla conclusione che «Bartimeo, figlio di Timeo, era un personaggio decaduto da prosperità molto grande, e la sua condizione di miseria doveva essere universalmente nota e di pubblico dominio in quanto non era soltanto cieco ma un mendicante che sedeva lungo la strada. Per questo motivo Marco volle ricordare lui solo, perché l’avere egli ricuperato la vista conferì al miracolo tanta risonanza quanto era grande la fama della sventura capitata al cieco» (Il consenso degli evangelisti, 2, 65, 125: PL 34, 1138). Così Sant’Agostino.
Questa interpretazione, che Bartimeo sia una persona decaduta da una condizione di «grande prosperità», ci fa pensare; ci invita a riflettere sul fatto che ci sono ricchezze preziose per la nostra vita che possiamo perdere, e che non sono materiali. In questa prospettiva, Bartimeo potrebbe rappresentare quanti vivono in regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è affievolita, e si sono allontanati da Dio, non lo ritengono più rilevante per la vita: persone che perciò hanno perso una grande ricchezza, sono «decadute» da un’alta dignità - non quella economica o di potere terreno, ma quella cristiana -, hanno perso l’orientamento sicuro e solido della vita e sono diventati, spesso inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza. Sono le tante persone che hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, cioè di un nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1), che può aprire nuovamente i loro occhi e insegnare loro la strada. E’ significativo che, mentre concludiamo l’Assemblea sinodale sulla Nuova Evangelizzazione, la Liturgia ci proponga il Vangelo di Bartimeo. Questa Parola di Dio ha qualcosa da dire in modo particolare a noi, che in questi giorni ci siamo confrontati sull’urgenza di annunciare nuovamente Cristo là dove la luce della fede si è indebolita, là dove il fuoco di Dio è come un fuoco di brace, che chiede di essere ravvivato, perché sia fiamma viva che dà luce e calore a tutta la casa.
La nuova evangelizzazione riguarda tutta la vita della Chiesa. Essa si riferisce, in primo luogo, alla pastorale ordinaria che deve essere maggiormente animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si radunano nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna. Vorrei qui sottolineare tre linee pastorali emerse dal Sinodo. La prima riguarda i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. E’ stata riaffermata l’esigenza di accompagnare con un’appropriata catechesi la preparazione al Battesimo, alla Cresima e all’Eucaristia. È stata pure ribadita l’importanza della Penitenza, sacramento della misericordia di Dio. Attraverso questo itinerario sacramentale passa la chiamata del Signore alla santità, rivolta a tutti i cristiani. Infatti, è stato più volte ripetuto che i veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con le opere della carità.
In secondo luogo, la nuova evangelizzazione è essenzialmente connessa con la missione ad gentes. La Chiesa ha il compito di evangelizzare, di annunciare il Messaggio di salvezza agli uomini che tuttora non conoscono Gesù Cristo. Anche nel corso delle riflessioni sinodali è stato sottolineato che esistono tanti ambienti in Africa, in Asia e in Oceania i cui abitanti aspettano con viva attesa, talvolta senza esserne pienamente coscienti, il primo annuncio del Vangelo. Pertanto occorre pregare lo Spirito Santo affinché susciti nella Chiesa un rinnovato dinamismo missionario i cui protagonisti siano, in modo speciale, gli operatori pastorali e i fedeli laici. La globalizzazione ha causato un notevole spostamento di popolazioni; pertanto, il primo annuncio si impone anche nei Paesi di antica evangelizzazione. Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani – sacerdoti, religiosi e laici –, di annunciare la Buona Notizia.
Un terzo aspetto riguarda le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo. Nel corso dei lavori sinodali è stato messo in luce che queste persone si trovano in tutti i continenti, specialmente nei Paesi più secolarizzati. La Chiesa ha un’attenzione particolare verso di loro, affinché incontrino nuovamente Gesù Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica religiosa nella comunità dei fedeli. Oltre ai metodi pastorali tradizionali, sempre validi, la Chiesa cerca di adoperare anche metodi nuovi, curando pure nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo, proponendo la verità di Cristo con un atteggiamento di dialogo e di amicizia che ha fondamento in Dio che è Amore. In varie parti del mondo, la Chiesa ha già intrapreso tale cammino di creatività pastorale, per avvicinare le persone allontanate o in ricerca del senso della vita, della felicità e, in definitiva, di Dio. Ricordiamo alcune importanti missioni cittadine, il «Cortile dei gentili», la missione continentale, e così via. Non c’è dubbio che il Signore, Buon Pastore, benedirà abbondantemente tali sforzi che provengono dallo zelo per la sua Persona e per il suo Vangelo.
Cari fratelli e sorelle, Bartimeo, avuta di nuovo la vista da Gesù, si aggiunse alla schiera dei discepoli, tra i quali sicuramente ve n’erano altri che, come lui, erano stati guariti dal Maestro. Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro caratteristica è una gioia del cuore, che dice con il Salmista: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia» (Sal 125,3). Anche noi, oggi, ci rivolgiamo al Signore Gesù, Redemptor hominis e Lumen gentium, con gioiosa riconoscenza, facendo nostra una preghiera di San Clemente di Alessandria: «Fino ad ora ho errato nella speranza di trovare Dio, ma poiché tu mi illumini, o Signore, trovo Dio per mezzo di te, e ricevo il Padre da te, divengo tuo coerede, poiché non ti sei vergognato di avermi per fratello. Cancelliamo, dunque, cancelliamo l’oblio della verità, l’ignoranza: e rimuovendo le tenebre che ci impediscono la vista come nebbia per gli occhi, contempliamo il vero Dio …; giacché una luce dal cielo brillò su di noi sepolti nelle tenebre e prigionieri dell’ombra di morte, [una luce] più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù» (Protrettico, 113,2 – 114,1). Amen.
[Papa Benedetto, conclusione del Sinodo 28 ottobre 2012]
1. Guardando all'obiettivo primario del Giubileo, che è "il rinvigorimento della fede e della testimonianza dei cristiani" (Tertio millennio adveniente, 42), dopo aver delineato nelle precedenti catechesi i tratti fondamentali della salvezza offerta da Cristo, ci fermiamo oggi a riflettere sulla fede che egli si attende da noi.
A Dio che si rivela - insegna la Dei Verbum - è dovuta "l'obbedienza della fede" (n. 5). Dio si è rivelato nell'Antica Alleanza, domandando al popolo da lui scelto una fondamentale adesione di fede. Nella pienezza dei tempi, questa fede è chiamata a rinnovarsi e svilupparsi, per rispondere alla rivelazione del Figlio di Dio incarnato. Gesù la richiede espressamente, rivolgendosi ai discepoli nell'ultima Cena: "Avete fede in Dio; abbiate fede anche in me" (Gv 14,1).
2. Gesù aveva già chiesto al gruppo dei dodici Apostoli una professione di fede nella sua persona. Presso Cesarea di Filippo, dopo aver interrogato i discepoli sui pareri espressi dalla gente circa la sua identità, egli domanda: "Voi chi dite che io sia?" (Mt 16,15). La risposta viene da Simone: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (16,16).
Immediatamente Gesù conferma il valore di questa professione di fede, sottolineando che essa non procede semplicemente da un pensiero umano, ma da un'ispirazione celeste: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16,17). Queste espressioni di forte colore semitico designano la rivelazione totale, assoluta e suprema: quella che si riferisce alla persona del Cristo Figlio di Dio.
La professione di fede fatta da Pietro rimarrà espressione definitiva dell'identità di Cristo. Marco ne riprende i termini per introdurre il suo Vangelo (cfr Mc 1,1), Giovanni vi fa riferimento alla conclusione del suo, affermando di averlo scritto perché si creda "che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio", e perché, credendo, si possa avere la vita nel suo nome (cfr Gv 20,31).
3. In che cosa consiste la fede? La Costituzione Dei Verbum spiega che con essa "l'uomo si abbandona a Dio tutt'intero liberamente, prestandogli 'il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà' e acconsentendo volontariamente alla rivelazione data da Lui" (n. 5). La fede non è, dunque, solo adesione dell'intelligenza alla verità rivelata, ma anche ossequio della volontà e dono di sé a Dio che si rivela. E' un atteggiamento che impegna l'intera esistenza.
Il Concilio ricorda ancora che per la fede sono necessari "la grazia di Dio, che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità" (ibid.). Si vede così come la fede, da una parte, fa accogliere la verità contenuta nella Rivelazione e proposta dal magistero di coloro che, come Pastori del Popolo di Dio, hanno ricevuto un "carisma certo di verità" (Dei Verbum, 8). D'altra parte, la fede spinge anche ad una vera e profonda coerenza, che deve esprimersi in tutti gli aspetti di una vita modellata su quella di Cristo.
4. Frutto com'è della grazia, la fede esercita un influsso sugli avvenimenti. Lo si vede mirabilmente nel caso esemplare della Vergine Santa. Nell'Annunciazione la sua adesione di fede al messaggio dell'angelo è decisiva per la stessa venuta di Gesù nel mondo. Maria è Madre di Cristo perché prima ha creduto in Lui.
Alle nozze di Cana Maria per la sua fede ottiene il miracolo. Dinanzi a una risposta di Gesù che sembrava poco favorevole, Ella mantiene un atteggiamento fiducioso, diventando così modello della fede audace e costante che supera gli ostacoli.
Audace e insistente fu anche la fede della cananea. A questa donna, venuta a chiedere la guarigione della figlia, Gesù aveva opposto il piano del Padre, che limitava la sua missione alle pecore perdute della casa d'Israele. La cananea rispose con tutta la forza della sua fede e ottenne il miracolo: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri" (Mt 15,28).
5. In molti altri casi il Vangelo testimonia la potenza della fede. Gesù esprime la sua ammirazione per la fede del centurione: "In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande" (Mt 8,10). E a Bartimeo dice: "Va', la tua fede ti ha salvato" (Mc 10,52). La stessa cosa ripete all'emorroissa (cfr Mc 5,34).
Le parole rivolte al padre dell'epilettico, che desiderava la guarigione del figlio, non sono meno impressionanti: "Tutto è possibile per chi crede" (Mc 9,23).
Il ruolo della fede è di cooperare con questa onnipotenza. Gesù chiede tale cooperazione al punto che, tornando a Nazaret, non opera quasi nessun miracolo per il motivo che gli abitanti del suo villaggio non credevano in lui (cfr Mc 6,5-6). Ai fini della salvezza, la fede ha per Gesù un'importanza decisiva.
San Paolo svilupperà l'insegnamento di Cristo quando, in contrasto con quanti volevano fondare la speranza di salvezza sull'osservanza della legge giudaica, affermerà con forza che la fede in Cristo è la sola fonte di salvezza: "Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28). Non bisogna, tuttavia, dimenticare che san Paolo pensava a quella fede autentica e piena "che opera per mezzo della carità" (Gal 5,6). La vera fede è animata dall'amore verso Dio, che è inseparabile dall'amore verso i fratelli.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 18 marzo 1998]
Oggi iniziamo un nuovo ciclo di catechesi sul tema della preghiera. La preghiera è il respiro della fede, è la sua espressione più propria. Come un grido che esce dal cuore di chi crede e si affida a Dio.
Pensiamo alla storia di Bartimeo, un personaggio del Vangelo (cfr Mc 10,46-52 e par.) e, vi confesso, per me il più simpatico di tutti. Era cieco, stava seduto a mendicare sul bordo della strada alla periferia della sua città, Gerico. Non è un personaggio anonimo, ha un volto, un nome: Bartimeo, cioè “figlio di Timeo”. Un giorno sente dire che Gesù sarebbe passato di là. In effetti, Gerico era un crocevia di gente, continuamente attraversata da pellegrini e mercanti. Allora Bartimeo si apposta: avrebbe fatto tutto il possibile per incontrare Gesù. Tanta gente faceva lo stesso: ricordiamo Zaccheo, che salì sull’albero. Tanti volevano vedere Gesù, anche lui.
Così quest’uomo entra nei Vangeli come una voce che grida a squarciagola. Lui non ci vede; non sa se Gesù sia vicino o lontano, ma lo sente, lo capisce dalla folla, che a un certo punto aumenta e si avvicina… Ma lui è completamente solo, e nessuno se ne preoccupa. E Bartimeo cosa fa? Grida. E grida, e continua a gridare. Usa l’unica arma in suo possesso: la voce. Comincia a gridare: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (v. 47). E così continua, gridando.
Le sue urla ripetute danno fastidio, non sembrano educate, e molti lo rimproverano, gli dicono di tacere: “Ma sii educato, non fare così!”. Ma Bartimeo non tace, anzi, grida ancora più forte: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (v. 47). Quella testardaggine tanto bella di coloro che cercano una grazia e bussano, bussano alla porta del cuore di Dio. Lui grida, bussa. Quella espressione: “Figlio di Davide”, è molto importante; vuol dire “il Messia” – confessa il Messia –, è una professione di fede che esce dalla bocca di quell’uomo disprezzato da tutti.
E Gesù ascolta il suo grido. La preghiera di Bartimeo tocca il suo cuore, il cuore di Dio, e si aprono per lui le porte della salvezza. Gesù lo fa chiamare. Lui balza in piedi e quelli che prima gli dicevano di tacere, ora lo conducono dal Maestro. Gesù gli parla, gli chiede di esprimere il suo desiderio – questo è importante – e allora il grido diventa domanda: “Che io veda di nuovo, Signore!” (cfr v. 51).
Gesù gli dice: «Va’, la tua fede ti ha salvato» (v. 52). Riconosce a quell’uomo povero, inerme, disprezzato, tutta la potenza della sua fede, che attira la misericordia e la potenza di Dio. La fede è avere due mani alzate, una voce che grida per implorare il dono della salvezza. Il Catechismo afferma che «l’umiltà è il fondamento della preghiera» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2559). La preghiera nasce dalla terra, dall’humus – da cui deriva “umile”, “umiltà” –; viene dal nostro stato di precarietà, dalla nostra continua sete di Dio (cfr ibid., 2560-2561).
La fede, lo abbiamo visto in Bartimeo, è grido; la non-fede è soffocare quel grido. Quell’atteggiamento che aveva la gente, nel farlo tacere: non era gente di fede, lui invece sì. Soffocare quel grido è una specie di “omertà”. La fede è protesta contro una condizione penosa di cui non capiamo il motivo; la non-fede è limitarsi a subire una situazione a cui ci siamo adattati. La fede è speranza di essere salvati; la non-fede è abituarsi al male che ci opprime e continuare così.
Cari fratelli e sorelle, cominciamo questa serie di catechesi con il grido di Bartimeo, perché forse in una figura come la sua c’è già scritto tutto. Bartimeo è un uomo perseverante. Intorno a lui c’era gente che spiegava che implorare era inutile, che era un vociare senza risposta, che era chiasso che disturbava e basta, che per favore smettesse di gridare: ma lui non è rimasto in silenzio. E alla fine ha ottenuto quello che voleva.
Più forte di qualsiasi argomentazione contraria, nel cuore dell’uomo c’è una voce che invoca. Tutti abbiamo questa voce, dentro. Una voce che esce spontanea, senza che nessuno la comandi, una voce che s’interroga sul senso del nostro cammino quaggiù, soprattutto quando ci troviamo nel buio: “Gesù, abbi pietà di me! Gesù, abbi pietà di me!”. Bella preghiera, questa.
Ma forse, queste parole, non sono scolpite nell’intero creato? Tutto invoca e supplica perché il mistero della misericordia trovi il suo compimento definitivo. Non pregano solo i cristiani: essi condividono il grido della preghiera con tutti gli uomini e le donne. Ma l’orizzonte può essere ancora allargato: Paolo afferma che l’intera creazione «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Gli artisti si fanno spesso interpreti di questo grido silenzioso del creato, che preme in ogni creatura ed emerge soprattutto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è un “mendicante di Dio” (cfr CCC, 2559). Bella definizione dell’uomo: “mendicante di Dio”. Grazie.
[Papa Francesco, Udienza Generale 6 maggio 2020]
This Name clearly expresses that the God of the Bible is not some kind of monad closed in on itself and satisfied with his own self-sufficiency but he is life that wants to communicate itself, openness, relationship [Pope Benedict]
Questo nome esprime dunque chiaramente che il Dio della Bibbia non è una sorta di monade chiusa in se stessa e soddisfatta della propria autosufficienza, ma è vita che vuole comunicarsi, è apertura, relazione [Papa Benedetto]
There, however, in the place that should have been taken up by the encounter between God and man, he found livestock merchants and money-changers who occupied this place of prayer with their commerce […] In the temple's purification, however, it was a matter of more than fighting abuses. A new time in history was foretold (Pope Benedict)
Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera […] Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia (Papa Benedetto)
«Ask Jesus for the grace to follow him closely», so as not to leave him alone, thus overcoming the temptations of looking at ourselves to «share the cake» of personal interests [Pope Francis]
«Chiedere a Gesù la grazia di seguirlo da vicino», per non lasciarlo solo, superando così le tentazioni di guardare noi stessi per «spartirsi la torta» degli interessi personali [Papa Francesco]
First, in Nazareth, he makes him grow, raises him, educates him, but then follows him: "Your mother is there" (Pope Francis)
Prima, a Nazareth, lo fa crescere, lo alleva, lo educa, ma poi lo segue: “La tua madre è lì” (Papa Francesco)
Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
Will he find a response? Or will what happened to the vine of which God says in Isaiah: "He waited for it to produce grapes but it yielded wild grapes", also happen to us? Is not our Christian life often far more like vinegar than wine? [Pope Benedict]
Troverà una risposta? O accade con noi come con la vigna, di cui Dio dice in Isaia: "Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica"? La nostra vita cristiana spesso non è forse molto più aceto che vino? [Papa Benedetto]
don Giuseppe Nespeca
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