don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Mercoledì, 14 Ottobre 2026 01:23

Chiesa funzionale? Il discernimento del Fuoco

Fiamma e Pace, Immersione e divisione. Non quietismo tattico

(Lc 12,49-53)

 

«Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già divampato!» (Lc 12,49).

 

La differenza tra religiosità e Fede si rende palese nella comparazione tra la mentalità che identifica il Fuoco biblico con il castigo, e quella d’una sacra Fiamma riversata con passione d’amore (v.49) che evoca il Dono a nostro favore.

Francesco proclamava: «Laudato sie, mi Signore, per frate focu,/ per lo quale ennalumini la notte:/ et ello è bello e iocundo/ et robustoso et forte».

Per il Poverello d’Assisi il fuoco era elemento «nobile e utile fra le creature dell’Altissimo» [Legenda antiqua].

Egli aveva con «frate focu» uno sconcertante rapporto di cortesia. Certo esso non scacciava la notte allo stesso modo del Sole, ma vi portava luce.

Invece la vampa dei discepoli non era granché: Giacomo e Giovanni volevano che incenerisse avversari o malcapitati (Lc 9,54).

Prima di Gesù, Giovanni il battezzatore attendeva ancora un Messia che immergesse tutti in un falò divoratore e giustiziere (Lc 3,17).

Nel passo ad es. di Mt 19,13-15 la medesima tematica si confonde con l’ardore purista e fondamentalista degli apostoli che a tutti i costi volevano distaccare Gesù dai suoi diletti, i quali non avevano la minima intenzione di stare sottomessi.

 

L’incendio della Fede annunciata dalla Persona e dall’attività del Figlio non consuma, non corrode; è viceversa come un cibo: pienezza di energia per una vita completa, non elemento distruttivo o separatore.

Tutto ciò fa rinascere persone, rapporti e realtà circostante. Modifica la nostra Relazione con Dio, con noi stessi e il prossimo. Tale la divisione proclamata (v.51): il discrimine della nostra Chiamata.

Nella devozione comune l’errore di valutazione o la condizione di debolezza è considerata un’infermità, da additare, correggere, punire.

Dottrina e disciplina costituiscono l’armatura esteriore delle coscienze, e il culto le celebra e inculca [non di rado, in modo conformista e scadente, sebbene pretenzioso].

Le “impurità” non andrebbero “fuse” nel Fuoco divino e provvidente: solo normalizzate secondo ataviche prescrizioni, o idee sofisticate à la page.

Per la vita nello Spirito, viceversa, l’attenzione è altrove: le oscillazioni personali diventano possibilità; gli abbattimenti una nuova Forza.

Senso d’incapacità, insuccesso e impedimenti suscitano intensità,  scambio, dialogo, nuove elaborazioni, ricerca di altri processi; anche rabbie di sdegno che divampano e stimolano al riscatto.

La Fede si accende onda su onda, nell’accogliere e corrispondere Dio che si rivela, chiama e ancora propone - addirittura mescolanze trasversali, che impigliano i purismi astratti.

 

«Sogniamo come un’unica umanità» - sottolinea l'enciclica Fratelli Tutti (n.8), gioendo «per la diversità» che ci abita (cf. n.10).

Nell’imperfezione di situazioni critiche, il Padre non ci scaglia addosso pietre, ma Pane [non raffermo - come nelle ideologie antiche].

Sono Alimento e Fiamma anche le nostre situazioni insoddisfacenti: i macigni che sembravano schiacciare e ci facevano negativi vengono assunti, diventano benzina che proietta; giubilo, che - invece di “sistemarci” - fa crescere ancora.

Chiamati a collaborare, partecipiamo alla stessa azione creatrice, gratuita e rallegrante del Signore.

Egli orienta alla Pace inedita della completezza in divenire, dell’umanizzazione a tutto tondo ancora da acquisire.

 

Il Disegno d’Amore evolve e irrobustisce attraverso eventi concreti, non escluse le coinvolgenti dinamiche che scaturiscono dalla consapevolezza del proprio confine - di cui non va fatta piazza pulita.

La Fede non crea idoli disgreganti, che parificano eccentricità e peccato, solo vi posa lo sguardo per capire, lasciando che si sciolgano e sboccino da quel magma energetico plasmabile, trasfigurandoci.

Per le credenze vetuste era inimmaginabile che l’Altissimo non provasse ripugnanza della nostra condizione - e proprio sulle pieghe della precarietà carnale volesse edificare una storia di salvezza.

Invece il Figlio ci è complice. Strizza l’occhiolino persino a quegli aspetti che lo sguardo conformista gabella come squilibri, disturbi, malattie.

Vuol fare di ciascuno di noi non un censore o un buonista, bensì un irripetibile capolavoro - non costruito in provetta, ma che non t’aspetti.

Il Signore non standardizza né sterilizza, pretendendo recite o scalate fuori natura. È Lui che si umanizza - persino nelle nostre stranezze.

Si riconosce in ciò ch’è impastato di attese e sudori, sebbene ritenuto sconveniente per l’uomo [anche devoto, o viceversa, sofisticato] che brama innalzarsi.

Ci sentiamo accasati e “arrivati”? Solo qui non c’è ‘fuoco’, passione, scoperta, genesi, né terapia - e non siamo neanche alle soglie della Fede.

 

«Incarnazione» è il recupero dei lati opposti: l’imperfezione diventa una molla, coi suoi Tesori che non vediamo, nascosti dietro lati oscuri.

Sono quei versanti che poi domineranno il nostro Desiderio.

Questa è tutta la partita: si parte da dove siamo, e l'attenzione alle occasioni del presente scorretto - che non bisogna precipitarsi a disinfettare - ci farà trasalire per la vita inattesa che lì ri-sorge.

La Fiamma dello Spirito che sta edificando la Novità di Dio si annida nelle braci e nei lati ritenuti inconcludenti o contrapposti - non colloca se stessa in vetrina per soffocare subito l’istinto.

Così la Chiesa: non “funzionale”, bensì capace di dare vita. Regno e territorio non segnati da pacifismo tattico, che anestetizza.

In tal guisa, il Battesimo non è una rubrica o una mano di grigio e d’opinione comune, né un congegno che marchia, mettendo immediatamente all’angolo personalità e tensioni - bensì una Immersione (v.50 testo greco).

 

«Ora, perché non giudicate anche da voi stessi ciò che è giusto?» (v.57).

In Cristo abbiamo capacità di pensiero e veniamo fatti autonomi, per una fraternità solida con noi stessi, che si è ‘fermata’ - e che si dispiega rivitalizzando l’Unicità.

Accudendo le parti trascurate e fondendo i lati estranei o difformi, dall’esteriorità delle cose siamo riportati all’Origine di quanto accade.

Mercoledì, 14 Ottobre 2026 01:16

Pace: pagando di persona

C’è un’espressione di Gesù, nel Vangelo di questa domenica, che attira ogni volta la nostra attenzione e richiede di essere ben compresa. Mentre è in cammino verso Gerusalemme, dove lo attende la morte di croce, Cristo confida ai suoi discepoli: "Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione". E aggiunge: "D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera" (Lc 12,51-53). Chiunque conosca minimamente il Vangelo di Cristo, sa che è messaggio di pace per eccellenza; Gesù stesso, come scrive san Paolo, "è la nostra pace" (Ef 2,14), morto e risorto per abbattere il muro dell’inimicizia e inaugurare il Regno di Dio che è amore, gioia e pace. Come si spiegano allora queste sue parole? A che cosa si riferisce il Signore quando dice di essere venuto a portare – secondo la redazione di san Luca – la "divisione", o – secondo quella di san Matteo – la "spada" (Mt 10,34)?

Questa espressione di Cristo significa che la pace che Egli è venuto a portare non è sinonimo di semplice assenza di conflitti. Al contrario, la pace di Gesù è frutto di una costante lotta contro il male. Lo scontro che Gesù è deciso a sostenere non è contro uomini o poteri umani, ma contro il nemico di Dio e dell’uomo, Satana. Chi vuole resistere a questo nemico rimanendo fedele a Dio e al bene deve necessariamente affrontare incomprensioni e qualche volta vere e proprie persecuzioni. Perciò, quanti intendono seguire Gesù e impegnarsi senza compromessi per la verità devono sapere che incontreranno opposizioni e diventeranno, loro malgrado, segno di divisione tra le persone, addirittura all’interno delle loro stesse famiglie. L’amore per i genitori infatti è un comandamento sacro, ma per essere vissuto in modo autentico non può mai essere anteposto all’amore di Dio e di Cristo. In tal modo, sulle orme del Signore Gesù, i cristiani diventano "strumenti della sua pace", secondo la celebre espressione di san Francesco d’Assisi. Non di una pace inconsistente e apparente, ma reale, perseguita con coraggio e tenacia nel quotidiano impegno di vincere il male con il bene (cfr Rm 12,21) e pagando di persona il prezzo che questo comporta.

La Vergine Maria, Regina della Pace, ha condiviso fino al martirio dell’anima la lotta del suo Figlio Gesù contro il Maligno, e continua a condividerla sino alla fine dei tempi. Invochiamo la sua materna intercessione, perché ci aiuti ad essere sempre testimoni della pace di Cristo, mai scendendo a compromessi con il male.

[Papa Benedetto, Angelus 19 agosto 2007]

Mercoledì, 14 Ottobre 2026 01:11

Pace Giustizia Perdono

1. Quest'anno la Giornata Mondiale della Pace viene celebrata sullo sfondo dei drammatici eventi dell'11 settembre scorso. In quel giorno, fu perpetrato un crimine di terribile gravità: nel giro di pochi minuti migliaia di persone innocenti, di varie provenienze etniche, furono orrendamente massacrate. Da allora, la gente in tutto il mondo ha sperimentato con intensità nuova la consapevolezza della vulnerabilità personale ed ha cominciato a guardare al futuro con un senso fino ad allora ignoto di intima paura. Di fronte a questi stati d'animo la Chiesa desidera testimoniare la sua speranza, basata sulla convinzione che il male, il mysterium iniquitatis, non ha l'ultima parola nelle vicende umane. La storia della salvezza, delineata nella Sacra Scrittura, proietta grande luce sull'intera storia del mondo, mostrando come questa sia sempre accompagnata dalla sollecitudine misericordiosa e provvida di Dio, che conosce le vie per toccare gli stessi cuori più induriti e trarre frutti buoni anche da un terreno arido e infecondo.

È questa la speranza che sostiene la Chiesa all'inizio del 2002: con la grazia di Dio il mondo, in cui il potere del male sembra ancora una volta avere la meglio, sarà realmente trasformato in un mondo in cui le aspirazioni più nobili del cuore umano potranno essere soddisfatte, un mondo nel quale prevarrà la vera pace.

La pace: opera di giustizia e di amore

2. Quanto è recentemente avvenuto, con i terribili fatti di sangue appena ricordati, mi ha stimolato a riprendere una riflessione che spesso sgorga dal profondo del mio cuore, al ricordo di eventi storici che hanno segnato la mia vita, specialmente negli anni della mia giovinezza.

Le immani sofferenze dei popoli e dei singoli, tra i quali anche non pochi miei amici e conoscenti, causate dai totalitarismi nazista e comunista, hanno sempre interpellato il mio animo e stimolato la mia preghiera. Molte volte mi sono soffermato a riflettere sulla domanda: qual è la via che porta al pieno ristabilimento dell'ordine morale e sociale così barbaramente violato? La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l'ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell'amore che è il perdono.

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la xxxv Giornata Mondiale della Pace]

Mercoledì, 14 Ottobre 2026 01:00

Il Fuoco

[Il Vangelo di] (Lc 12,49-53) fa parte degli insegnamenti di Gesù rivolti ai discepoli lungo la sua salita verso Gerusalemme, dove l’attende la morte in croce. Per indicare lo scopo della sua missione, Egli si serve di tre immagini: il fuoco, il battesimo e la divisione. Oggi desidero parlare della prima immagine: il fuoco.

Gesù la esprime con queste parole: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (v.49). Il fuoco di cui Gesù parla è il fuoco dello Spirito Santo, presenza viva e operante in noi dal giorno del nostro Battesimo. Esso – il fuoco - è una forza creatrice che purifica e rinnova, brucia ogni umana miseria, ogni egoismo, ogni peccato, ci trasforma dal di dentro, ci rigenera e ci rende capaci di amare. Gesù desidera che lo Spirito Santo divampi come fuoco nel nostro cuore, perché è solo partendo dal cuore che l’incendio dell’amore divino potrà svilupparsi e far progredire il Regno di Dio. Non parte dalla testa, parte dal cuore. E per questo Gesù vuole che il fuoco entri nel nostro cuore. Se ci apriamo completamente all’azione di questo fuoco che è lo Spirito Santo, Egli ci donerà l’audacia e il fervore per annunciare a tutti Gesù e il suo consolante messaggio di misericordia e di salvezza, navigando in mare aperto, senza paure.

Nell’adempimento della sua missione nel mondo, la Chiesa - cioè tutti noi che siamo la Chiesa - ha bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo per non lasciarsi frenare dalla paura e dal calcolo, per non abituarsi a camminare entro i confini sicuri. Questi due atteggiamenti portano la Chiesa ad essere una Chiesa funzionale, che non rischia mai. Invece, il coraggio apostolico che lo Spirito Santo accende in noi come un fuoco ci aiuta a superare i muri e le barriere, ci rende creativi e ci sprona a metterci in movimento per camminare anche su strade inesplorate o scomode, offrendo speranza a quanti incontriamo. Con questo fuoco dello Spirito Santo siamo chiamati a diventare sempre più comunità di persone guidate e trasformate, piene di comprensione, persone dal cuore dilatato e dal volto gioioso. Più che mai oggi c’è bisogno di sacerdoti, di consacrati e di fedeli laici, con lo sguardo attento dell’apostolo, per commuoversi e sostare dinanzi ai disagi e alle povertà materiali e spirituali, caratterizzando così il cammino dell’evangelizzazione e della missione con il ritmo sanante della prossimità. È proprio il fuoco dello Spirito Santo che ci porta a farci prossimi degli altri, dei bisognosi, di tante miserie umane, di tanti problemi, dei rifugiati, dei profughi, di quelli che soffrono.

In questo momento, penso anche con ammirazione soprattutto ai numerosi sacerdoti, religiosi e fedeli laici che, in tutto il mondo, si dedicano all’annuncio del Vangelo con grande amore e fedeltà, non di rado anche a costo della vita. La loro esemplare testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di burocrati e di diligenti funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’ardore di portare a tutti la consolante parola di Gesù e la sua grazia. Questo è il fuoco dello Spirito Santo. Se la Chiesa non riceve questo fuoco o non lo lascia entrare in sé, diviene una Chiesa fredda o soltanto tiepida, incapace di dare vita, perché è fatta da cristiani freddi e tiepidi. Ci farà bene, oggi, prendere cinque minuti e domandarci: “Ma come va il mio cuore? È freddo? È tiepido? È capace di ricevere questo fuoco?” Prendiamoci cinque minuti per questo. Ci farà bene a tutti.

[Papa Francesco, Angelus 14 agosto 2016]

Martedì, 13 Ottobre 2026 05:32

Non «ritorno», e gente libera

Presenza e Venuta senza contese

(Lc 12,39-48)

 

Gesù tira le orecchie a quelli di Casa, non per autolesionismo: non è amore né libertà non poter capire in quale direzione andare, non avere una mèta che trasmetta senso al nostro pellegrinare in ricerca.

Già nelle comunità dei primi secoli era viva l’idea della fine del mondo e dell’immediatamente successivo «ritorno» del Risorto ad aggiustare le cose - come un qualsiasi Messia. Così qualcuno non s’impegnava più. Altri rimanevano col nasino all’insù, per scrutare il cielo.

Ma la Venuta del Cristo è sempre imminente, e il Giudizio sulle cose del mondo è già stato pronunciato sulla Croce.

Nel suo Spirito che fa nuove tutte le cose, e nei suoi intimi, il Signore non si è mai trasferito (altrove; o in alto) [cf. Mt 28,20].

La fase finale della storia inizia appunto da questo germe di Fede non alienata, di Persona non repressa, e di società alternativa; ma la storia da scrivere è compito della Chiesa.

Il nuovo cielo e la nuova terra della Presenza che divinizza è già palpitante. In tal guisa, Egli è accanto a noi quando lottiamo per la realizzazione e la vita piena di tutti.

Poi, in nessun passo dei Vangeli è scritto che Gesù «tornerà»: sebbene non percepibile ai sensi, non si è mai allontanato.

Gode di una Vita piena, non condizionata da coordinate spazio temporali come la nostra.

Egli è ‘il Veniente’ [testo greco, passim]: colui che Viene senza posa, e si fa compagno di viaggio - non solo in figura eccezionale.

L’attenzione delle persone impressionabili già negli anni 80 si spostava (purtroppo) sul Ritorno invece che sulla «Venuta incessante»: ossia, percezione della sua Amicizia nelle cose anche comuni, nell’Appello dei bisognosi; nel Richiamo delle intuizioni, della Parola, degli accompagnatori del nostro viaggio; nel genio del tempo, e persino nelle vicende di tutti i giorni.

«Venuta» è: nei traguardi che sorridono, ma persino e forse ancor più negli scogli da vivere - o aggirare, spostando lo sguardo; nelle delusioni, che ci guidano a cercare una gioia meno esteriore.

Così - secondo il desiderio del Signore - la buona guida della comunità cristiana si farà servitrice degli smarriti, non si approprierà dei beni della Chiesa, diverrà vigilante anche in favore altrui.

È fondamentale che i primi della classe non si lascino trascinare dal desiderio adolescenziale di autoaffermarsi, con avidità di privilegi e incetta di mansioni rilevanti.

La fedeltà è atteggiamento richiesto specialmente a coloro che nelle assemblee hanno un compito particolare e preciso, di guida: vietato abusarne!

L’unica smania da cui devono sentirsi presi è quella di affrettare l’ora della Comunione e introdurre un’energia rigeneratrice, anche nei ruoli.

Pietro è però condizionato dal falso insegnamento tradizionale, del tutto antitetico, e non riesce a concepirlo.

Secondo il Maestro, invece, capi e responsabili di comunità non sono dei privilegiati o eletti esclusivi, bensì coloro cui è chiesto di fare più e meglio.

Gente libera.

Unico obbiettivo plausibile del cammino particolare nella potenza del Risorto è di carattere materno e universale: «partorire un mondo nuovo, dove tutti siamo fratelli» [FT n.278].

 

 

[Mercoledì 29.a sett. T.O.  21 Ottobre 2026]

(Lc 12,39-48)

 

«Anche voi siate pronti perché, nell’ora che non credete il Figlio dell’uomo viene» (Lc 12,40).

 

Gesù tira le orecchie a quelli di Casa, non per autolesionismo: non è amore né libertà non poter capire in quale direzione andare, non avere una mèta che trasmetta senso al nostro pellegrinare in ricerca.

Già nelle comunità dei primi secoli era viva l’idea della fine del mondo e dell’immediatamente successivo «ritorno» del Risorto ad aggiustare le cose - come un qualsiasi Messia.

Così qualcuno non si impegnava più. Altri rimanevano col nasino all’insù, per scrutare il cielo.

Ma la Venuta del Cristo è sempre imminente, e il Giudizio sulle cose del mondo è già stato pronunciato sulla Croce.

Nel suo Spirito che fa nuove tutte le cose, e nei suoi intimi, il Signore non si è mai trasferito (altrove; o in alto) [cf. Mt 28,20].

La fase finale della storia inizia appunto da questo germe di Fede non alienata, di Persona non repressa, e di società alternativa; ma la storia da scrivere è compito della Chiesa.

Il nuovo cielo e la nuova terra della Presenza che divinizza è già palpitante. In tal guisa, Egli è accanto a noi quando lottiamo per la realizzazione e la vita piena di tutti.

Per tale motivo, in epigrafe all’enciclica Fratelli Tutti, ecco stagliarsi la figura pratica ed eloquente di s. Francesco «che si sentiva fratello del sole, del mare e del vento, sapeva di essere ancora più unito a quelli che erano della sua stessa carne. Dappertutto seminò pace e camminò accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi» [n.2].

I Vangeli e il Magistero recente - non più neutrale - intonano il de profundis alla spiritualità periferica, intimista e vuota che ha segnato il cattolicesimo di massa in Occidente.

 

Chiaro il motivo per cui in nessun passo dei Vangeli è scritto che Gesù «tornerà»: sebbene non percepibile ai sensi, non si è mai allontanato.

Gode di una Vita piena, non condizionata da coordinate spazio temporali.

Egli è ‘il Veniente’ [testo greco, passim]: colui che Viene senza posa, e si fa compagno di viaggio - non solo nelle figure eccezionali come il Santo d’Assisi.

Tuttavia già negli anni 80 del primo secolo l’attenzione delle persone impressionabili si stava spostando (purtroppo) sul Ritorno invece che sulla Venuta provvidente - perno della Fede positiva nella vita stessa, che rivela il Volto del Dio-Con.

«Venuta incessante»: è percezione della sua Amicizia nelle cose, anche comuni, nell’Appello dei bisognosi; nel Richiamo delle intuizioni, della Parola, e degli accompagnatori del nostro viaggio.

«Venuta» è: nei traguardi che sorridono, ma persino e forse ancor più negli scogli da vivere - o aggirare, spostando lo sguardo; nelle delusioni, che ci guidano a cercare una gioia meno esteriore.

È «Avvento» del Cristo: l’istinto vocazionale che ci attiva, il senso della fraternità vitale, l’amicizia sensibile di tutti coloro che sanno comprendere, introdurre e coordinare - nonché la predilezione per le relazioni di qualità; la Fiducia nel genio del tempo, persino nelle vicende di tutti i giorni.

In tal guisa e secondo il desiderio del Signore, la buona guida della comunità cristiana si farà servitrice degli smarriti, non si approprierà dei beni della Chiesa, e diverrà vigilante anche in favore altrui.

È fondamentale che i primi della classe non si lascino trascinare dal desiderio adolescenziale di autoaffermarsi, con avidità di privilegi e incetta di mansioni rilevanti.

La fedeltà è atteggiamento richiesto specialmente a coloro che nelle assemblee hanno un compito particolare e preciso, di guida: vietato abusarne!

L’unica smania da cui devono sentirsi presi è quella di affrettare l’ora della Comunione e introdurre un’energia rigeneratrice, anche nei ruoli.

Pietro è però condizionato dal falso insegnamento tradizionale, del tutto antitetico; e non riesce a concepirlo.

Secondo il Maestro, invece, i capi e responsabili di comunità non sono dei privilegiati o eletti esclusivi, bensì coloro cui è chiesto di fare più e meglio - non in favore loro!

Il mondo e la Chiesa hanno bisogno di meno finti padroni - piuttosto, di servitori diligenti e convinti, che attirino per testimonianza diretta. Non per prestigio di titoli e ruoli.

Gente libera.

Unico obbiettivo plausibile del cammino particolare nella potenza del  Risorto è di carattere materno e universale: «partorire un mondo nuovo, dove tutti siamo fratelli» [FT n.278].

 

Dice il Tao (LXVI): «La ragione per cui fiumi e mari possono essere sovrani di cento valli è che ben se ne tengono al disotto: perciò possono essere sovrani di cento valli. Così chi vuol stare disopra al popolo con i detti se ne pone al disotto, chi vuol stare davanti al popolo con la persona ad esso si pospone».

E il maestro Ho shang-Kung commenta: «Il mondo non si sazia del santo, perché costui non contende con gli altri per il primo o l’ultimo posto».

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Nella tua comunità hai incontrato servitori o padroni?

Le guide ti aiutano a cercare il balzo, la realizzazione autentica, la gioia interiore?

La prima caratteristica, che il Signore richiede dal servo, è la fedeltà. Gli è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il servo deve rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato. Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente. Con ciò li introduciamo nella verità e nella libertà, che deriva dalla verità. La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati. Sappiamo come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune. Il Signore traccia con poche linee un'immagine del servo malvagio, il quale si mette a gozzovigliare e a percuotere i dipendenti, tradendo così l'essenza del suo incarico. In greco, la parola che indica "fedeltà" coincide con quella che indica "fede". La fedeltà del servo di Gesù Cristo consiste proprio anche nel fatto che egli non cerca di adeguare la fede alle mode del tempo. Solo Cristo ha parole di vita eterna, e queste parole dobbiamo portare alla gente. Esse sono il bene più prezioso che ci è stato affidato. Una tale fedeltà non ha niente di sterile e di statico; è creativa. Il padrone rimprovera il servo, che aveva nascosto sottoterra il bene consegnatogli per evitare ogni rischio. Con questa apparente fedeltà il servo ha in realtà accantonato il bene del padrone, per potersi dedicare esclusivamente ai propri affari. Fedeltà non è paura, ma è ispirata dall'amore e dal suo dinamismo. Il padrone loda il servo, che ha fatto fruttificare i suoi beni. La fede richiede di essere trasmessa: non ci è stata consegnata soltanto per noi stessi, per la personale salvezza della nostra anima, ma per gli altri, per questo mondo e per il nostro tempo. Dobbiamo collocarla in questo mondo, affinché diventi in esso una forza vivente; per far aumentare in esso la presenza di Dio.

[Papa Benedetto, omelia per l’ordinazione episcopale 12 settembre 2009]

Martedì, 13 Ottobre 2026 05:15

Chiamata: a servire

3. - “...come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28).

Gesù è davvero il modello perfetto del “servo” di cui parla la Scrittura. Egli è colui che s’è spogliato radicalmente di sé per assumere “la condizione di servo” (Fil 2,7), e dedicarsi totalmente alle cose del Padre (cfr Lc 2,49), quale Figlio prediletto in cui il Padre si compiace (cfr Mt 17,5). Gesù non è venuto per esser servito, “ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28); ha lavato i piedi dei suoi discepoli e ha obbedito al progetto del Padre fino alla morte e alla morte di cro- ce (cfr Fil 2,8). Per questo il Padre stesso lo ha esaltato dandogli un no- me nuovo e facendolo Signore del cielo e della terra (cfr Fil 2,9-11).

Come non leggere nella vicenda del “servo Gesù” la storia d’ogni vocazione, quella storia pensata dal Creatore per ogni essere umano, storia che inevitabilmente passa attraverso la chiamata a servire e culmina nella scoperta del nome nuovo, pensato da Dio per ciascuno? In tale “nome” ciascuno può cogliere la propria identità, orientandosi verso una realizzazione di se stesso che lo renderà libero e felice. Come non leggere, in particolare, nella parabola del Figlio, Servo e Signore, la storia vocazionale di chi è da Lui chiamato a seguirlo più da vicino, ad esser cioè servo nel ministero sacerdotale o nella consacrazione religiosa? In effetti, la vocazione sacerdotale o religiosa è sempre, per natura sua, vocazione al servizio generoso a Dio e al prossimo.

Il servizio diventa allora via e mediazione preziosa per giungere a meglio comprendere la propria vocazione. La diakonia è vero e proprio itinerario pastorale vocazionale (cfr Nuove vocazioni per una nuova Europa, 27c).

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la XL Giornata Mondiale per le Vocazioni, 11 maggio 2003]

Nell’odierna pagina del Vangelo (Lc 12,32-48), Gesù parla ai suoi discepoli dell’atteggiamento da assumere in vista dell’incontro finale con Lui, e spiega come l’attesa di questo incontro deve spingere ad una vita ricca di opere buone. Tra l’altro dice: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma» (v. 33). E’ un invito a dare valore all’elemosina come opera di misericordia, a non riporre la fiducia nei beni effimeri, a usare le cose senza attaccamento ed egoismo, ma secondo la logica di Dio, la logica dell’attenzione agli altri, la logica dell’amore. Noi possiamo, essere tanto attaccati al denaro, avere tante cose, ma alla fine non possiamo portarle con noi. Ricordatevi che “il sudario non ha tasche”.

L’insegnamento di Gesù prosegue con tre brevi parabole sul tema della vigilanza. Questo è importante: la vigilanza, essere attenti, essere vigilanti nella vita. La prima è la parabola dei servi che aspettano nella notte il ritorno del padrone. «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli» (v. 37): è la beatitudine dell’attendere con fede il Signore, del tenersi pronti, in atteggiamento di servizio. Egli si fa presente ogni giorno, bussa  alla porta del nostro cuore. E sarà beato chi gli aprirà, perché avrà una grande ricompensa: infatti il Signore stesso si farà servo dei suoi servi - è una bella ricompensa - nel grande banchetto del suo Regno passerà Lui stesso a servirli. Con questa parabola, ambientata di notte, Gesù prospetta la vita come una veglia di attesa operosa, che prelude al giorno luminoso dell’eternità. Per potervi accedere bisogna essere pronti, svegli e impegnati al servizio degli altri, nella consolante prospettiva che, “di là”, non saremo più noi a servire Dio, ma Lui stesso ci accoglierà alla sua mensa. A pensarci bene, questo accade già ogni volta che incontriamo il Signore nella preghiera, oppure nel servire i poveri, e soprattutto nell’Eucaristia, dove Egli prepara un banchetto per nutrirci della sua Parola e del suo Corpo.

La seconda parabola ha come immagine la venuta imprevedibile del ladro. Questo fatto esige una vigilanza; infatti Gesù esorta: «Tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (v. 40). Il discepolo è colui che attende il Signore e il suo Regno. Il Vangelo chiarisce questa prospettiva con la terza parabola: l’amministratore di una casa dopo la partenza del padrone. Nel primo quadro, l’amministratore esegue fedelmente i suoi compiti e riceve la ricompensa. Nel secondo quadro, l’amministratore abusa della sua autorità e percuote i servi, per cui, al ritorno improvviso del padrone, verrà punito. Questa scena descrive una situazione frequente anche ai nostri giorni: tante ingiustizie, violenze e cattiverie quotidiane nascono dall’idea di comportarci come padroni della vita degli altri. Abbiamo un solo padrone a cui non piace farsi chiamarsi “padrone” ma “Padre”. Noi tutti siamo servi, peccatori e figli: Lui è l’unico Padre.

Gesù oggi ci ricorda che l’attesa della beatitudine eterna non ci dispensa dall’impegno di rendere più giusto e più abitabile il mondo. Anzi, proprio questa nostra speranza di possedere il Regno nell’eternità ci spinge a operare per migliorare le condizioni della vita terrena, specialmente dei fratelli più deboli. La Vergine Maria ci aiuti ad essere persone e comunità non appiattite sul presente, o, peggio, nostalgiche del passato, ma protese verso il futuro di Dio, verso l’incontro con Lui, nostra vita e nostra speranza.

[Papa Francesco, Angelus 7 agosto 2016]

Lunedì, 12 Ottobre 2026 22:32

29a Domenica T.O.

29a Domenica T.O. (anno A)  [18 ottobre 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia 45,1-6

Quando Isaia scrive questo testo, gli Ebrei sono in esilio a Babilonia da quasi cinquant’anni. Nel 587 a.C. gli eserciti di Nabucodonosor avevano conquistato Gerusalemme, distrutto e saccheggiato il Tempio e deportato i sopravvissuti. Ora, però, arrivano le notizie delle conquiste di Ciro, re di Persia, il nuovo padrone del mondo. Per gli Ebrei queste notizie sono una buona speranza, perché Ciro sta conquistando rapidamente tutta la regione. Ciro si distingue dagli altri sovrani perché adotta una politica più umanitaria: non uccide i vinti, non distrugge né saccheggia le loro città e non deporta le popolazioni. Anzi, nei territori conquistati permette agli esiliati di tornare nella loro patria, restituisce loro i beni sottratti dai precedenti conquistatori e offre anche i mezzi per ricostruire il Paese. Probabilmente comprende che un imperatore ha interesse a governare popoli felici. In questo contesto Isaia pronuncia una profezia che è soprattutto una professione di fede e di speranza. Dice: «Così parla il Signore al suo consacrato, a Ciro». Probabilmente il messaggio non è rivolto direttamente a Ciro, che non avrebbe ascoltato un profeta ebreo, ma agli Ebrei esiliati, per ridare loro speranza. Questa speranza si basa su due convinzioni fondamentali. Anzitutto, Dio è fedele alla sua Alleanza.

Dio non ha abbandonato il suo popolo: Israele rimane il suo servo e il suo eletto. Anche se ha perso la libertà, la terra, il Tempio, il re e l’indipendenza politica, Dio continua a essere fedele all’Alleanza con Giacobbe e Israele. Questa certezza è particolarmente importante proprio nel momento in cui gli Ebrei potrebbero pensare che Dio li abbia abbandonati. In secondo luogo,

Dio è il Signore della storia. Dio afferma: «Io sono il Signore, non ce n’è un altro». Anche il potente Ciro è nelle sue mani. Le espressioni relative al dare un titolo, prendere per mano e aprire le porte richiamano i riti dell’incoronazione dei re: il re riceveva il titolo di figlio di Dio, veniva unto con l’olio e posto nelle mani di Dio; le porte aperte simboleggiavano anche la conquista delle città nemiche. Isaia applica quindi a Ciro immagini tipiche dell’incoronazione dei re d’Israele, presentandolo come un re scelto e consacrato da Dio, anche se pagano. Questo prova che è sempre Dio a mantenere l’iniziativa e il controllo degli eventi.

 

Salmo responsoriale (95/96) 

In questi pochi versetti corre un fremito, anzi un'esaltazione. Si sente la fede che fa vibrare questo popolo, anzi, ancor meglio, la speranza che è la gioia della fede. E’ la speranza che permette di affermare con certezza ciò che non si possiede ancora, come dice la lettera agli Ebrei (1,1). Se ci fermiamo a leggere gli ultimi versetti comprendiamo che questo salmo ci trasporta già alla fine del mondo, in quel giorno benedetto in cui tutti i popoli senza eccezione riconosceranno Dio come l'unico Dio. Gioia nel cielo! Esulti la terra! Mugghino le masse del mare, tutta la campagna sia in festa. Danzino di gioia gli alberi delle foreste davanti al Signore, perché viene a giudicare la terra. Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli secondo la sua verità! Si canta qui già il giorno benedetto che si attende. Immaginiamo la scena: siamo a Gerusalemme, tutti i popoli, le nazioni, le razze si accalcano intorno al Tempio. La spianata brulica, i gradini del cortile sono neri di gente, affluiscono folle da ogni parte del mondo, aumenta il numero dei pellegrini a perdita d'occhio e Gerusalemme non basta a contenerli. Tutti cantano a squarciagola, come una vera sinfonia, "Dio regna!" È un clamore immenso e gigantesco come l'ovazione che si faceva a ogni nuovo re il giorno dell'incoronazione. Questa volta però non è il popolo d'Israele che acclama un re della terra, è l'umanità intera che acclama il Re del mondo: "Grande è il Signore, altamente lodato, tremendo". E non è solo l'umanità, ma la terra stessa trema e pure i mari entrano nella sinfonia mentre le campagne fanno festa e gli alberi danzano perché sanno riconoscere il loro Creatore. Tra tanti idoli e falsi dèi, non c'è possibilità di errore e persino gli alberi non si lasciano ingannare. Gli uomini, invece, si sono lasciati ingannare a lungo ed è incredibile che ci abbiano messo così tanto a riconoscere il loro Creatore, il loro Padre.  Questa volta però è successo e tutti vengono a Gerusalemme per acclamare Dio perché finalmente risuona la buona notizia: "di giorno in giorno Israele ha proclamato la sua salvezza… l’opera incessante di liberazione... di giorno in giorno Israele ha testimoniato che Dio lo ha liberato dall'Egitto prima, poi da ogni sorta di schiavitù e la più terribile delle schiavitù è mettere la propria fiducia in falsi valori, falsi dèi che non possono che deludere.  Israele ha la fortuna immensa di sapere e di essere incaricato di dire che il nostro Dio è l'unico Dio come viene proclamato nello Shema Israel: "Ascolta Israele, il Signore nostro Dio è l'Unico"(Dt6,4). È il mistero della vocazione di Israele secondo quanto si legge nel Deuteronomio: "Ti è stato dato di vedere tutto questo, perché tu sappia che è il Signore è Dio, non ce n'è un altro" (Dt4,32). Ma il popolo eletto non ha mai dimenticato che se gli è stato dato di vedere, è perché lo faccia sapere e in attesa che questo sogno si realizzi, Israele fa risuonare questo salmo per rinnovare la sua fede e la sua speranza.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1,1-5)

Si tratta del primo scritto cristiano, anche se siamo abituati a vedere i Vangeli all'inizio del Nuovo Testamento rischiando così di dimenticare che sono posteriori alle lettere di Paolo. La Prima lettera ai Tessalonicesi risale a solo una ventina d'anni dopo la Risurrezione di Cristo e abbiamo quindi qui le prime affermazioni della predicazione cristiana. È la prima volta che si cerca di formulare per iscritto il mistero di Gesù Cristo. Siamo verso l'anno 50 e il Vangelo è già annunciato lontano da Gerusalemme perché Tessalonica è in Europa, a Nord della Grecia, nella regione che si chiama Macedonia. Prima di arrivare fin lì, Paolo ha già avuto il tempo di fondare comunità in tutto il Sud, il centro e persino nella costa Ovest della Turchia. È dagli Atti degli Apostoli che sappiamo come sono andate le cose: Paolo era in missione sulla costa ovest della Turchia, quando una notte ebbe la visione di un Macedone che lo supplicava: "Passa in Macedonia e vieni in nostro soccorso". E Luca che era del viaggio racconta: "In seguito a questa visione di Paolo, cercammo subito di partire per la Macedonia, perché ne deducemmo che Dio ci chiamava a portarvi la Buona Novella" (At16,9-10. Paolo, Luca e Sila  arrivano sulla costa greca nella città di Filippi dove dapprima sono ben accolti, ma presto sono accusati di turbare l'ordine pubblico, vengono battuti e gettati in prigione. Grazie a un provvidenziale terremoto sono liberati e, lasciata la città, vanno a Tessalonica. Secondo gli Atti degli Apostoli, la predicazione di Paolo era sempre la stessa: "Per tre sabati discusse con loro a partire dalle Scritture, di cui apriva il senso per stabilire che il Cristo doveva soffrire e risuscitare dai morti e aggiungeva: 'Il Cristo è questo Gesù che io vi annuncio'". Il testo aggiunge "Alcuni di loro (cioè dei Giudei incontrati in sinagoga)si lasciarono convincere e si unirono a Paolo e a Sila, con una grande moltitudine di Greci che adoravano Dio e con un buon numero di donne notabili"(At17,2-4). Ma, come al solito, Paolo non ha suscitato solo entusiasmo perché, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: "I Giudei, presi da gelosia, radunarono sulla piazza pubblica alcuni farabutti; avendo provocato assembramenti, seminavano disordine in città" (At 17,5) tanto che sembrò molto prudente a Paolo e Sila di lasciare il territorio. Paolo ha dunque lasciato questa nuova comunità troppo in fretta ed è rimasto per un po' inquieto a suo riguardo. Quando scrive questa lettera che iniziamo a leggere oggi, è appena stato rassicurato da Sila e Timoteo che erano rimasti in Macedonia e gli riportano ottime notizie. Questo spiega il tono particolarmente gioioso dell’inizio della lettera: "Paolo, Silvano (altro nome di Sila) e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo. A voi grazia e pace. In ogni momento rendiamo grazie a Dio a riguardo di tutti voi". Fin da questa prima frase, si è sorpresi dalla solennità del saluto: questa comunità è piccolissima, e lui la chiama pomposamente "la Chiesa di Tessalonica che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo". Questo immenso rispetto di Paolo per le comunità cristiane, anche modeste, è caratteristico di tutte le sue lettere. 

 

Dal Vangelo secondo san Matteo (22,15-21)

"È lecito pagare il tributo all'imperatore?" Gesù risponde trattando gli interroganti da "ipocriti"! Perché "ipocriti"? Perché questa non è una domanda e loro sono  ipocriti per due ragioni: anzitutto perché questa domanda da tempo l'hanno già risolta. Pagare il tributo all'imperatore, "Rendere a Cesare quel che è di Cesare", lo fanno e Gesù non dà loro torto. Ora tendono una trappola e cercano di cogliere Gesù in fallo... E il tono falsamente rispettoso che precede la domanda forza ancora il tratto: "Maestro, sappiamo che sei sempre veritiero e insegni la via di Dio secondo verità". Tutte queste gentilezze non sono che un preambolo per una domanda-trappola tesa a mettere in difficoltà Gesù.  Se Gesù incita i suoi compatrioti a rifiutare l'imposta prelevata a profitto dell'occupante romano sarà facile denunciarlo alle autorità, come resistente o addirittura come rivoluzionario e sarà condannato. Se poi consiglia di pagare l'imposta lo si potrà screditare agli occhi del popolo come collaboratore, perdendo ogni possibilità di essere riconosciuto come il Messia perché il Messia atteso deve essere un re indipendente e sovrano sul trono di Gerusalemme, il che passa necessariamente attraverso una rivolta contro l'occupante romano. La trappola è ben organizzata e in ogni caso, qualsiasi sia la sua risposta, Gesù è perduto. Si sta infatti cercando la prima occasione opportuna per farlo morire perché la Passione si profila già all'orizzonte dato che siamo negli ultimissimi momenti a Gerusalemme. Nella sua risposta, Gesù mostra bene di aver capito: "Ipocriti! Perché volete mettermi alla prova?" Non è ingenuo davanti alla trappola che gli si tende... Eppure non cerca di mettere in imbarazzo i suoi interlocutori perché Gesù non lo ha mai fatto e non ha cercato mai di tendere una trappola a qualcuno: questo sarebbe indegno del Dio la cui luce illumina i buoni e i cattivi.

Gesù non replica dunque alla trappola con un'altra trappola, ma prende sul serio la domanda e risponde davvero argomentando in tre punti: "Rendete a Cesare quello che è di Cesare… e rendete a Dio quel che è di Dio. Primo, "Rendete a Cesare quel che è di Cesare", compreso pagando l'imposta. Con questo invita a riconoscere che Cesare è il detentore del potere e questo non ha nulla a vedere con una servile collaborazione; al contrario, è accettare una situazione di fatto e inoltre, nella prospettiva dell'Antico Testamento, si considerava che ogni potere viene da Dio. Gesù stesso, nel corso della sua Passione, dirà a Pilato: "Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto" (Gv19,11). D'altra parte,  anche Isaia  l'ha ricordato nella prima lettura parlando del re Ciro: Dio può far volgere ogni regalità umana al bene del suo popolo. I farisei conoscono meglio di noi il testo di Isaia su Ciro; sanno dunque che ogni potere, anche pagano, è nelle mani di Dio. Notiamo comunque di passaggio che il Cesare del momento si chiamava in realtà "Tiberio" e il nome "Cesare" era diventato un titolo dell’imperatore romano. Secondo, "Non rendete a Cesare che quel che è di Cesare": quando Cesare - cioè l'imperatore romano - esige l'imposta, è nel suo diritto, ma quando esige di essere chiamato Signore e che gli si renda un culto, vi espone all'idolatria e qui non bisogna transigere. All'epoca in cui Matteo scrive il suo Vangelo, questa ipotesi era una realtà. Numerosi martiri hanno pagato con la vita questo rifiuto di rendere un culto all'imperatore romano. Importante è quindi l’invito: "Rendete a Dio quel che è di Dio". La vera questione è lì: siete sicuri di rendere a Dio quel che è di Dio? Perché non riconoscete in Gesù colui che "è di Dio"? Senza voler trarre da questo testo una teoria del potere politico, che certamente Gesù qui non ha voluto fare, si può però trarre da questa pagina evangelica ancora una volta una sorprendente lezione di libertà. Cesare non è che Cesare e i re della terra non sono che dei piccoli re la cui regalità è passeggera, mentre il regno di Dio è di tutt'altro ordine: è in seno stesso ai regni della terra che ogni opera d'amore e di fraternità fa crescere l'unico vero regno, il Regno di Dio.

 

+Giovanni D’Ercole

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There are also serious, dangerous omissions and we have to recognize with healthy realism that in this way things are not all right, it is not all right when errors are made. However, we must also be certain at the same time that if, here and there, the Church is dying because of the sins of men and women, because of their non-belief, at the same time she is reborn (Pope Benedict)
Ci sono anche cadute gravi, pericolose, e dobbiamo riconoscere con sano realismo che così non va, non va dove si fanno cose sbagliate. Ma anche essere sicuri, allo stesso tempo, che se qua e là la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini, a causa della loro non credenza, nello stesso tempo, nasce di nuovo (Papa Benedetto)
The question makes apparent the concern, present in ancient Jewish tradition, over finding a unifying principle in the various formulations of God's will […] Emphasis is placed on the totality of this dedication to God, listing the three faculties that define man in his deep psychological structures: heart, soul and mind. The word mind, diánoia, contains the rational element (Pope Benedict)
La domanda lascia trasparire la preoccupazione, presente nell’antica tradizione giudaica, di trovare un principio unificatore delle varie formulazioni della volontà di Dio […] L’accento è posto sulla totalità di questa dedizione a Dio, elencando le tre facoltà che definiscono l’uomo nelle sue strutture psicologiche profonde: cuore, anima e mente. Il termine mente, diánoia, contiene l’elemento razionale (Papa Benedetto)
A “year” of grace: the period of Christ’s ministry, the time of the Church before his glorious return, an interval of our life (Pope Francis)
Un “anno” di grazia: il tempo del ministero di Cristo, il tempo della Chiesa prima del suo ritorno glorioso, il tempo della nostra vita (Papa Francesco)
The Church, having before her eyes the picture of the generation to which we belong, shares the uneasiness of so many of the people of our time (Dives in Misericordia n.12)
Avendo davanti agli occhi l'immagine della generazione a cui apparteniamo, la Chiesa condivide l'inquietudine di tanti uomini contemporanei (Dives in Misericordia n.12)
Addressing this state of mind, the Church testifies to her hope, based on the conviction that evil, the mysterium iniquitatis, does not have the final word in human affairs (Pope John Paul II)
Di fronte a questi stati d'animo la Chiesa desidera testimoniare la sua speranza, basata sulla convinzione che il male, il mysterium iniquitatis, non ha l'ultima parola nelle vicende umane (Papa Giovanni Paolo II)
Jesus reminds us today that the expectation of the eternal beatitude does not relieve us of the duty to render the world more just and more liveable (Pope Francis)
Gesù oggi ci ricorda che l’attesa della beatitudine eterna non ci dispensa dall’impegno di rendere più giusto e più abitabile il mondo (Papa Francesco)
Those who open to Him will be blessed, because they will have a great reward: indeed, the Lord will make himself a servant to his servants — it is a beautiful reward — in the great banquet of his Kingdom He himself will serve them [Pope Francis]
E sarà beato chi gli aprirà, perché avrà una grande ricompensa: infatti il Signore stesso si farà servo dei suoi servi - è una bella ricompensa - nel grande banchetto del suo Regno passerà Lui stesso a servirli [Papa Francesco]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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