Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
«Pescare», portare alla vita. Attrazione e attenzione (feriali)
(Lc 5,1-11)
L’episodio della Chiamata dei discepoli in Lc indica l’attrazione della Parola di Gesù - che agisce in noi, come una sorta di Sé eminente.
La Vocazione si manifesta in un luogo e giorno feriale, non all’interno d’un recinto sacro, né in data stabilita (di rito ufficiale e pubblico).
Il Messaggio di Cristo non collima con quello esclusivo dei soliti maestri di sinagoga, che si rivolgevano a una platea di persone scelte.
Il Signore è per qualsiasi luogo, e dove c’è gente non selezionata - che desideri ascoltarlo.
Poi è interpellato proprio il responsabile della Chiesa: primo a farsi esempio di affidamento. Se così, tutti gli altri seguiranno.
La Barchetta è simbolo della comunità, da cui ci si deve attendere proclamazione e attenzione verso la Parola.
Forza che si fa evento - malgrado sembra che il Signore chieda gesti inutili e insensati.
Nella relazione di Fede, l’Amicizia e il fidarsi sponsale diventa più determinante di ciò che la mentalità comune e i convincimenti normali suggeriscono all’io inferiore [con aggiunta di riunioni, assemblee, consigli, progetti, schemi, sussiego alla catena di comando, obbedienza conformista estranea alla nostra quintessenza; e propaganda, carta, avvisi].
Per fare il balzo e dare un colpo d’ali alla realtà e all’uomo spento, meglio dell’organizzare e pianificare vale il consegnarsi alla Parola, che vibra all’unisono con l’anima.
L’esperienza del recupero altrui, della vicinanza - prossimità della condizione divina in Gesù, nella potenza del suo Verbo - ci fa comprendere chi siamo, e incontrare noi stessi in verità (v.8).
Qui la soluzione dei problemi non rinnega il portato umano, bensì tenta di farlo parlare, nei disagi di tutti, nell’ascoltarne i sintomi, nel dargli piena voce - perché sono spie che già sanno in se stesse cosa non va (v.8).
È il frutto interiore dell’esperienza della missione: una nuova e più lucida consapevolezza di sé, ormai senza rimozioni, che ridona naturalezza, e a sua volta apre nuovi canali di comunicazione.
Il rispetto del buonsenso, e di pareri comuni, dei giudizi conformisti, meccanismi, propositi più logici… non ha la molla della rigenerazione. Vale anche nel tempo della crisi globale.
La nuova nascita si attua nel trasformare ciò ch’è oscuro o incompiuto in quel che fa intuire e conoscere noi stessi e la vita intima dell’Eterno, aiutando i fratelli, vivendo in simbiosi coi guai della gente.
Pertanto chi guida la Chiesa deve scostarsi dalla “riva” che sa, e ha l’obbligo di condurre nel «profondo» [v.4 testo greco] anche dei marosi.
Nella cultura semitica il mare è simbolo del caos, della morte, del demoniaco, delle forze contrarie alla vita. È il contesto in cui si affoga.
I pesci stanno benone nell’acqua, e non son contenti di essere tratti fuori. Però nell’acqua gli uomini non si trovano altrettanto a loro agio, in specie quando si tratta di mare cupo e agitato.
La Missione è «tirar fuori vivi» [v.10 testo greco] gli uomini sopraffatti da liquami putridi, sommersi da onde impetuose, trascinati sul fondo (a profondità abissali) dalla violenza di forze inumane.
Il verbo greco non indica un “pescare” bensì un «catturare vivi», il «prendere per mantenere in vita», dunque «portare alla vita»: recuperare alla luce, al respiro; essere sospinti oltre gli abissi inquinati che soffocano gli indigenti in attesa di compassione.
Un venire innalzati dal contesto tenebroso degl’impedimenti interiori e a contorno, che imbrigliano l’esistere e smorzano lo sviluppo.
Esser guidati dove la vita non attenua né annega: afferrati e sollevati a libertà e compiutezza; emancipati, collocati in ambito puro, qualitativamente relazionale, animato da spirito di benessere integrale.
Portare avanti l’opera del Maestro significa aiutare a esistere intensamente; recuperare le persone coinvolte in contesti mortiferi, travolte da gorghi e onde che trascinano in basso - affinché possano tuffarsi in un’acqua non più torbida ma sana.
Accanto all’adesione alla Chiamata che corrisponde alla nostra essenza profonda, è questa attività di recupero che consente di superare il senso d’inadeguatezza, producendo sovrabbondanza di libertà e virtù.
Opera che si configura nella sinergia plurale delle chiese, perché nessuna di esse riesce a farsi completa da sola (v.7).
L’obiettivo comune della missione in favore degli uomini fa superare alle denominazioni particolari qualsiasi distinguo o ripartizione, ogni conflitto tra fraternità di fede.
Malgrado le incertezze e l’ora forse inadatta, credere che la Parola di Cristo possa realizzare l’impossibile val più dell’abilità e delle opinioni.
Pronti o meno, in orario o fuori dei tempi giusti (e forse già inappagati per l’insuccesso: v.5) quel Logos rimane il cardine della comunione tra differenti realtà - e farà succedere ciò che afferma.
Ecco infatti manifestarsi la forza e l’azione della Fede in avanti, col suo differente portato rispetto alla logica comune - quando nelle scelte diventa determinante il cedere all’Appello di Dio, e lanciarsi.
Richiamo che irrompe nel caos, con una carica umanizzante, di totale novità: consente di far entrare nel mondo un’altra potenza, discreta ma che infine realizza quel che dice.
Essa non appartiene alla sfera dei programmi o dei successivi “rimedi”! Capiremo allora per quale motivo il Signore non disdegna le stravaganze dei trasgressivi.
Se anche per noi tutti i giorni sembrano uguali, inserendo nelle frustrazioni e nella fatica questa Novità di Luce non conformista, daremo respiro e renderemo nitido, marcato e fecondo qualsiasi lavoro.
Comprenderemo la Vocazione di Gesù, che insegna in qualsiasi luogo e a ciascuno - operando recuperi inspiegabili.
Egli continua a rivolgersi non solo al “suo” pubblico di eletti, predestinati al sacro; apparentemente tutti d’un pezzo, imperterriti e scelti. Ma che talora covano di ripescare e innalzare solo se stessi.
Lasciamo dunque scivolar via le opinioni condizionanti la nostra natura e vocazione, da parte di false sirene: è stato ben altro l'impulso che ci ha incalzati, allargando le prospettive sul mondo - e dato frutto.
Senza sforzo, riusciremo a far scivolar via le opinioni condizionanti la natura e la stessa Chiamata.
Sulla Tua Parola, e i sintomi
(Mt 5,5)
L’uomo comune si compiace dei suoi traguardi, il religioso dei suoi meriti, ma la persona di Fede della sua debolezza redenta.
Proprio quando ci si percepisce insufficienti, l’esperienza del Gratis risulta impareggiabile fonte di Felicità.
Se dobbiamo affrontare una sconfitta, lo sguardo della Fede ricupera l’umiliazione in occasione di fioritura e migliore Ricchezza.
Una spiritualità cresciuta lontano dall’equilibrio della Parola di Dio faceva leva sulle virtù attive e sul volontarismo personale.
Il Sogno del Padre è viceversa quello di uno sviluppo armonioso dei suoi figli, creature insufficienti per natura, non per colpa.
Non dobbiamo annientarci per superare continuamente i limiti, distruggendo le linee portanti della nostra personalità - con lo sforzo di valicare continuamente gli steccati.
A volte non riusciamo a capire le situazioni, talora non siamo in grado di comprendere fini e mezzi adeguati a conseguire un buon risultato.
Spesso, quand’anche capissimo il da farsi, proprio non ce la facciamo a imporci una disciplina; e siamo tutti qui (non geni forzuti).
San Tommaso affermava: «Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu». Ciascuna creatura ha bisogno di aiuto - non siamo onnipotenti nel bene.
Comprendere e attuare tutte le correlazioni e gli equilibri valutativi è fuori dalla nostra portata: scampare da voragini e incertezze è puro Dono.
«Tirare su gli uomini alla vita» [Lc 5,10: «catturare vivi», testo greco] - persone sommerse da flutti soffocanti in acque velenose - verso la luce e il respiro: palesa il Progetto e l’Azione liberante di Dio sull’intera umanità.
Per affacciarsi all’essere proprio e altrui con piglio battesimale, conviene allora trascurare il dolorismo e la mistica del patire, che nel passato ha soppiantato il senso dell’accoglienza di sé, del prossimo e degli eventi, contenuto nella Parola.
Jacopone da Todi poteva esprimersi in modo paradossale nella lauda «O Segnor, per cortesia, manname la malsania» [Signore per cortesia mandami la malattia].
Nel suo poema il rigorista elenca decine d’infermità comuni, e (malgrado ciò) non le considera una espiazione sufficiente, per la nostra stolta irriconoscenza - come se fossimo noi a dover consolare l’Eterno almeno con uno zuccherino:
«Signor mio, non è vendetta/ tutta la pena c’ho ditta:/ ché me creasti en tua diletta/ e io t’ho morto a villanìa».
Termini come ingratitudine nostra, penitenza, mortificazione… sono sconosciuti ai Vangeli; hanno costituito viceversa la trama della religiosità che ancora stordisce alcune folle praticanti.
Purtroppo parliamo della più diffusa piattaforma di spiritualità popolare.
Noi preti sentiamo spesso persone di preghiera chiedersi per quale motivo sono state punite con un tonfo particolare della vita, che altri non subiscono in tal guisa.
I farisei avrebbero sottolineato (proprio così): «Benedetto il Giudice Giusto!». Come dire: «imprudenti e peccatori hanno avuto la punizione spettante».
«Lasciamoli al loro destino, intanto si purifichino. Non solo gli fa bene, evitiamo pure di contaminarci!».
Solo con Gesù tutto questo è finito.
Di fronte agli smacchi, Egli non ha mai sottolineato la volontà di Dio, né ha detto: «È la tua croce...».
Non si è neppure immaginato che qualcuno in un tempo futuro potesse giungere a mettergli in bocca il consiglio devoto di “offrire” al Cielo le proprie umiliazioni (divagazione incredibile!).
È il Creatore stesso che negli accadimenti e nell’aiuto dei fratelli si porge a noi per dare senso alla crescita, persino su territori ardui; anche nei momenti dello sconforto, dell’indifferenza, dell’insuccesso.
Il Disegno del Padre non è quello di cristallizzare eroi indifferenti ai traumi; irriducibili i quali perfezionano se stessi esercitando resilienza.
Tutto nelle difficoltà, giungendo a una santità sterilizzata - e sconfortante, che distacca questi “fenomeni” dalla famiglia terrena cui siamo accomunati in carne e sangue.
Il Progetto di redenzione è che diventiamo Figli attraverso una pratica gratuita di Amore simile al suo; unico che non scarta nulla del nostro essere, anzi lo ricupera e dilata.
Non c’è religiosità o tattica paragonabili all’Incarnazione; affinché si soccorra e trasmetta respiro vitale - prossimo e famigliare - a chi è sommerso da onde di morte.
Col carico della sua straordinaria esperienza, Annalena Tonelli designava gli emarginati e disagiati con l’epiteto eccentrico di «Mozart assassinati».
Qui la soluzione dei problemi non rinnega il portato umano, bensì tenta di farlo parlare; negli squilibri di tutti, nell’ascoltarne i sintomi, nel dargli piena voce - perché sono spie che già sanno in se stesse cosa non va (v.8).
Solo sulla Parola di Gesù riusciremo ad attuare recuperi inspiegabili - sperimentando noi stessi autenticamente.
E faremo sbocciare futuro, «tirando su» quelle scorze (e i lati cui non abbiamo dato spazio) che nascondono Perle.
Da «Maestro» (v.5) a «Signore» (v.8): l’Amico interiore si fa presenza, relazione intima, sistema di riconoscimento e autostima; appoggio non esterno, e trampolino.
Principio e Motore di Pace, pienezza d’essere, temerarietà e sequela (vv.10-11) - quindi Annuncio, fantasia, incisività e conciliazione.
Come sottolineato da papa Benedetto (Angelus 10 febbraio 2013):
«Osserviamo che, prima di questo segno, Simone si rivolge a Gesù chiamandolo “Maestro” (v. 5), mentre dopo lo chiama “Signore” (v. 7). E’ la pedagogia della chiamata di Dio, che non guarda tanto alle qualità degli eletti, ma alla loro fede, come quella di Simone che dice: “Sulla tua parola getterò le reti” (v. 5)».
«Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio ravvivi anche in noi e nelle nostre comunità cristiane il coraggio, la fiducia e lo slancio nell’annunciare e testimoniare il Vangelo. Gli insuccessi e le difficoltà non inducano allo scoraggiamento: a noi spetta gettare le reti con fede, il Signore fa il resto».
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quali opinioni condizionanti la tua natura e vocazione devi ancora far scivolare via?
Qual è stato invece l’impulso che ti ha incalzato, e dato frutto?
Qual è stata la tua esperienza di prospettive allargate sul mondo, e di recupero inspiegabile?
Credi che tutto ciò possa avvenire anche nel tempo della crisi globale?
Cari fratelli e sorelle!
Nella liturgia odierna, il Vangelo secondo Luca presenta il racconto della chiamata dei primi discepoli, con una versione originale rispetto agli altri due Sinottici, Matteo e Marco (cfr Mt 4,18-22; Mc 1,16-20; ). La chiamata, infatti, è preceduta dall’insegnamento di Gesù alla folla e da una pesca miracolosa, compiuta per volontà del Signore (Lc 5,1-6). Mentre infatti la folla si accalca sulla riva del lago di Gennèsaret per ascoltare Gesù, Egli vede Simone sfiduciato per non aver pescato nulla tutta la notte. Dapprima gli chiede di poter salire sulla sua barca per predicare alla gente stando a poca distanza dalla riva; poi, finita la predicazione, gli comanda di uscire al largo con i suoi compagni e di gettare le reti (cfr v. 5). Simone obbedisce, ed essi pescano una quantità incredibile di pesci. In questo modo, l’evangelista fa vedere come i primi discepoli seguirono Gesù fidandosi di Lui, fondandosi sulla sua Parola, accompagnata anche da segni prodigiosi. Osserviamo che, prima di questo segno, Simone si rivolge a Gesù chiamandolo «Maestro» (v. 5), mentre dopo lo chiama «Signore» (v. 7). E’ la pedagogia della chiamata di Dio, che non guarda tanto alle qualità degli eletti, ma alla loro fede, come quella di Simone che dice: «Sulla tua parola getterò le reti» (v. 5).
L’immagine della pesca rimanda alla missione della Chiesa. Commenta al riguardo sant’Agostino: «Due volte i discepoli si misero a pescare dietro comando del Signore: una volta prima della passione e un’altra dopo la risurrezione. Nelle due pesche è raffigurata l’intera Chiesa: la Chiesa come è adesso e come sarà dopo la risurrezione dei morti. Adesso accoglie una moltitudine impossibile a enumerarsi, comprendente i buoni e i cattivi; dopo la risurrezione comprenderà solo i buoni» (Discorso 248,1). L’esperienza di Pietro, certamente singolare, è anche rappresentativa della chiamata di ogni apostolo del Vangelo, che non deve mai scoraggiarsi nell’annunciare Cristo a tutti gli uomini, fino ai confini del mondo. Tuttavia, il testo odierno fa riflettere sulla vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata. Essa è opera di Dio. L’uomo non è autore della propria vocazione, ma dà risposta alla proposta divina; e la debolezza umana non deve far paura se Dio chiama. Bisogna avere fiducia nella sua forza che agisce proprio nella nostra povertà; bisogna confidare sempre più nella potenza della sua misericordia, che trasforma e rinnova.
Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio ravvivi anche in noi e nelle nostre comunità cristiane il coraggio, la fiducia e lo slancio nell’annunciare e testimoniare il Vangelo. Gli insuccessi e le difficoltà non inducano allo scoraggiamento: a noi spetta gettare le reti con fede, il Signore fa il resto. Confidiamo anche nell’intercessione della Vergine Maria, Regina degli Apostoli. Alla chiamata del Signore, Ella, ben consapevole della sua piccolezza, rispose con totale affidamento: «Eccomi». Col suo materno aiuto, rinnoviamo la nostra disponibilità a seguire Gesù, Maestro e Signore.
[Papa Benedetto, Angelus 10 febbraio 2013]
6. Le pesche miracolose sono per gli apostoli e per la chiesa i “segni” della fecondità della loro missione se si manterranno profondamente uniti alla potenza salvifica di Cristo (cf. Lc 5, 4-10; Gv 21, 3-6). Difatti Luca inserisce nella narrazione il fatto di Simon Pietro che si getta alle ginocchia di Gesù esclamando: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5, 8), e la risposta di Gesù: “Non temere: d’ora in poi sarai pescatore di uomini”(Lc 5, 10). Giovanni a sua volta fa seguire alla narrazione della pesca dopo la risurrezione, il mandato di Cristo a Pietro. “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle” (cf. Gv 21, 15-17). È un accostamento significativo.
7. Si può dunque dire che i miracoli di Cristo, manifestazione della onnipotenza divina nei riguardi della creazione, che si rivela nel suo potere messianico su uomini e cose, sono nello stesso tempo i “segni” mediante i quali si rivela l’opera divina della salvezza, l’economia salvifica che con Cristo viene introdotta e si attua in modo definitivo nella storia dell’uomo e viene così inscritta in questo mondo visibile, che è pure sempre opera divina. La gente che - così come gli apostoli sul lago - vedendo i “miracoli” di Cristo s’interroga: “Chi è . . . costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?” (Mc 4, 41), mediante questi “segni” viene preparata ad accogliere la salvezza offerta all’uomo da Dio nel suo Figlio.
Questo è lo scopo essenziale di tutti i miracoli e segni fatti da Cristo agli occhi dei suoi contemporanei, e di quei miracoli che nel corso della storia saranno compiuti dai suoi apostoli e discepoli in riferimento alla potenza salvifica del suo nome: “Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” (At 3, 6).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 2 dicembre 1987]
Il Vangelo […] racconta – nella redazione di san Luca – la chiamata dei primi discepoli di Gesù (Lc 5,1-11). Il fatto avviene in un contesto di vita quotidiana: ci sono alcuni pescatori sulla sponda del lago di Galilea, i quali, dopo una notte di lavoro passata senza pescare nulla, stanno lavando e sistemando le reti. Gesù sale sulla barca di uno di loro, quella di Simone, detto Pietro, e gli chiede di staccarsi un poco da riva e si mette a predicare la Parola di Dio alla gente che si era radunata numerosa. Quando ha finito di parlare, gli dice di prendere il largo e di gettare le reti. Simone aveva già conosciuto Gesù e sperimentato la potenza prodigiosa della sua parola, perciò gli risponde: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (v. 5). E questa sua fede non viene delusa: infatti le reti si riempirono di una tale quantità di pesci che quasi si rompevano (cfr v. 6).
Di fronte a questo evento straordinario, i pescatori sono presi da grande stupore. Simon Pietro si getta ai piedi di Gesù dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (v. 8). Quel segno prodigioso lo ha convinto che Gesù non è solo un formidabile maestro, la cui parola è vera e potente, ma che Egli è il Signore, è la manifestazione di Dio. E tale presenza ravvicinata suscita in Pietro un forte senso della propria meschinità e indegnità. Da un punto di vista umano, pensa che ci debba essere distanza tra il peccatore e il Santo. In verità, proprio la sua condizione di peccatore richiede che il Signore non si allontani da lui, allo stesso modo in cui un medico non può allontanarsi da chi è malato.
La risposta di Gesù a Simon Pietro è rassicurante e decisa: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (v. 10). E di nuovo il pescatore di Galilea, ponendo la sua fiducia in questa parola, lascia tutto e segue Colui che è diventato il suo Maestro e Signore. E così fecero anche Giacomo e Giovanni, soci di lavoro di Simone. Questa è la logica che guida la missione di Gesù e la missione della Chiesa: andare in cerca, “pescare” gli uomini e le donne, non per fare proselitismo, ma per restituire a tutti la piena dignità e libertà, mediante il perdono dei peccati. Questo è l’essenziale del cristianesimo: diffondere l’amore rigenerante e gratuito di Dio, con atteggiamento di accoglienza e di misericordia verso tutti, perché ognuno possa incontrare la tenerezza di Dio e avere pienezza di vita. E qui, in maniera particolare, penso ai confessori: sono i primi a dover dare la misericordia del Padre seguendo l’esempio di Gesù, come hanno fatto anche i due Frati santi, padre Leopoldo e padre Pio.
Il Vangelo di oggi ci interpella: sappiamo fidarci veramente della parola del Signore? Oppure ci lasciamo scoraggiare dai nostri fallimenti? In questo Anno Santo della Misericordia siamo chiamati a confortare quanti si sentono peccatori e indegni di fronte al Signore e abbattuti per i propri errori, dicendo loro le stesse parole di Gesù: “Non temere”. “E’ più grande la misericordia del Padre dei tuoi peccati! E’ più grande, non temere!”. Ci aiuti la Vergine Maria a comprendere sempre più che essere discepoli significa mettere i nostri piedi sulle orme lasciate dal Maestro: sono le orme della grazia divina che rigenera vita per tutti.
[Papa Francesco, Angelus 7 febbraio 2016]
La Potenza della Parola
(Lc 4,38-44)
«Anche alle altre città io devo annunziare la buona notizia del Regno di Dio, poiché sono stato mandato per questo» (Lc 4,43).
Usciti dal luogo di culto, i discepoli autentici si mettono a servizio della vita, recuperando le persone.
Le rimettono in piedi non per paternalismo d’elemosina, ma con dignità e rispettandone le inclinazioni; così esse diventano desiderose di trasmettere gioia agli altri.
È l’esperienza nuova che siamo chiamati a porgere anche a donne e uomini di estrazione culturale e mentalità differente dalla nostra.
La suocera di Pietro è probabilmente emblema di una coordinatrice di comunità - della Casa di Pietro [forse tratta da un retaggio antico] - che grazie all’Incontro decisivo ha fatto esperienza di guarigione e rinascita piena, sino al servizio altrui.
Nella cultura semitica, al calar del sole e con lo spuntare della prima stella nel cielo, nasce un nuovo giorno: qui c’è una nuova Creazione.
Si rigenera l’umanità emarginata - prima costretta solo ad abbassarsi, inerte - che riprende ad alzare la testa e fare bene.
Tutti i considerati impuri, indegni e inadeguati, che non sapevano a chi far ricorso e alla mercé della pubblica benevolenza, sono ora toccati da Dio.
Egli non si arresta di fronte alle speranze di riscatto dei senza peso.
Un tocco, quello del Signore e di chi nella Chiesa (o fuori) lo reca - che assorbe le presunte indegnità e mancanze.
Una carezza che fa sentire accolti e adeguati, e reintegra nella convivenza sociale persino le persone considerate repellenti.
Nel corso d’un primo approccio alla Via nello Spirito può capitare che si confonda il Figlio di Dio [chi somiglia a Dio] con «il» Cristo (v.41) atteso: «quel» Messia che tutti sapevano; vendicatore glorioso, che avrebbe recato vittoria, salute, opulenza immediate.
Il condottiero che avrebbe abilmente rimesso le cose a posto con atti di forza perentori - e sottomessi i popoli, repentinamente garantito alla stirpe eletta una facile età dell’oro a scapito altrui.
Niente male: sarebbe uno da trattenere senz’altro (v.42). Prevale invece nel Maestro l’insistenza sulla Missione di Annuncio, senza la quale le idee stereotipe si fissano, umiliando la vita.
Dio ha cura di tutti, anche lontani e slegati da interessi di Casa - non è qualcuno di cui ci si può impossessare.
Occuparsi personalmente dei fratelli è faticoso; spostarsi di continuo oltre le frontiere del proprio sodalizio o ambiente, anche.
Ma ciò rivela la stupenda presenza dell’Amico: si creano situazioni, e tutti scoprono Perle inespresse che ricreano l’esistenza del mondo.
Quando invece pensiamo e ci fermiamo ai risultati a portata di mano, e non manteniamo vivo il senso dell’Evangelizzazione, la realtà diventa paludosa; lo Spirito non si scatena - si sceglie il limite, e tutto vien trascinato nell’indolenza.
Ci si accontenterebbe (lusingando) di grandi gesti normalizzati e confinati: luci, esaltazioni, formule rassicuranti... ma non vi sarebbe più un chicco nuovo che possa nascere ogni giorno.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Ti senti eclissato nell’Annuncio e nell’itineranza, o viceversa potenziato?
Cosa ti dona forza e rimette in piedi, o ti seduce, ammalia, e blocca?
[Mercoledì 22.a sett. T.O. 2 settembre 2026]
(Creatività al femminile)
(Lc 4,38-44)
«L’essenziale è stare nell’ascolto di ciò che sale da dentro.
Le nostre azioni spesso non sono altro che imitazione, dovere ipotetico
o rappresentazione erronea di che cosa deve essere un essere umano.
Ma la sola vera certezza che tocca la nostra vita e le nostre azioni
può venire solo dalle sorgenti che zampillano nel profondo di noi stessi.
Si è a casa sotto il cielo si è a casa dovunque su questa terra se si porta tutto in noi stessi.
Spesso mi sono sentita, e ancora mi sento, come una nave che ha preso a bordo un carico prezioso:
le funi vengono recise e ora la nave va, libera di navigare dappertutto».
(Etty Hillesum, Diario)
«Anche alle altre città io devo annunziare la buona notizia del Regno di Dio, poiché sono stato mandato per questo» (Lc 4,43).
Usciti dal luogo di culto, i discepoli autentici si mettono a servizio della vita, recuperando le persone.
Le rimettono in piedi non per paternalismo d’elemosina, ma con dignità e rispettandone le inclinazioni; così esse diventano desiderose di trasmettere gioia agli altri.
È l’esperienza nuova che siamo chiamati a porgere anche a donne e uomini di estrazione culturale e mentalità differente dalla nostra.
La suocera di Pietro è probabilmente emblema di una coordinatrice di comunità - della Casa di Pietro [forse tratta da un retaggio antico] - che grazie all’Incontro decisivo ha fatto esperienza di guarigione e rinascita piena, sino al servizio altrui.
Nella cultura semitica, al calar del sole e con lo spuntare della prima stella nel cielo, nasce un nuovo giorno: qui c’è una nuova Creazione.
Si rigenera l’umanità emarginata - prima costretta solo ad abbassarsi, inerte - che riprende ad alzare la testa e fare bene.
Tutti i considerati impuri, indegni e inadeguati, che non sapevano a chi far ricorso e alla mercé della pubblica benevolenza, sono ora toccati da Dio.
Egli non si arresta di fronte alle speranze di riscatto dei senza peso.
Un tocco, quello del Signore e di chi nella Chiesa (o fuori) lo reca - che assorbe le presunte indegnità e mancanze.
Una carezza che fa sentire accolti e adeguati, e reintegra nella convivenza sociale persino le persone considerate repellenti.
Nel corso d’un primo approccio alla Via nello Spirito può capitare che si confonda il Figlio di Dio [chi somiglia a Dio] con «il» Cristo (v.41) atteso: «quel» Messia che tutti sapevano; vendicatore glorioso, che avrebbe recato vittoria, salute, opulenza immediate.
Il condottiero che avrebbe abilmente rimesso le cose a posto con atti di forza perentori - e sottomessi i popoli, repentinamente garantito alla stirpe eletta una facile età dell’oro a scapito altrui.
Niente male: sarebbe uno da trattenere senz’altro (v.42). Prevale invece nel Maestro l’insistenza sulla Missione di Annuncio, senza la quale le idee stereotipe si fissano, umiliando la vita.
Dio ha cura di tutti, anche lontani e slegati da interessi di Casa - non è qualcuno di cui ci si può impossessare.
Occuparsi personalmente dei fratelli è faticoso; spostarsi di continuo oltre le frontiere del proprio sodalizio o ambiente, anche.
Ma ciò rivela la stupenda presenza dell’Amico: si creano situazioni, e tutti scoprono Perle inespresse che ricreano l’esistenza del mondo.
Quando invece pensiamo e ci fermiamo ai risultati a portata di mano, e non manteniamo vivo il senso dell’Evangelizzazione, la realtà diventa paludosa; lo Spirito non si scatena - si sceglie il limite, e tutto vien trascinato nell’indolenza.
Ci si accontenterebbe (lusingando) di grandi gesti normalizzati e confinati: luci, esaltazioni, formule rassicuranti... ma non vi sarebbe più un chicco nuovo che possa nascere ogni giorno.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Ti senti eclissato nell’Annuncio e nell’itineranza, o viceversa potenziato?
Cosa ti dona forza e rimette in piedi, o ti seduce, ammalia, e blocca?
La suocera liberata e il suo cammino (al femminile)
Una ultima nota sulla pennellata di Mt circa la vicenda della suocera di Pietro, “donna” che ritrova le sue capacità inespresse grazie al contatto con la persona del Signore.
Icona d’un modello mentale ancora ristretto, che soffoca la gioventù di essere e fare.
Figura antica, d’una tradizione (di religiosità ereditata) che trattiene le intime risorse del popolo [in ebraico Israèl è di genere femminile].
Mondo di ristrettezze che mettono a disagio, a motivo delle energie soffocate, compresse - prima di Cristo scomparse. Sino al punto da non rendersi conto di averle dentro, ancora.
Immagino appunto che tale vecchietta la quale letteralmente «risorge»possa essere reinterpretata con frutto spirituale, per il cammino di tutti noi.
Il Signore libera; cura le “infiammazioni”. Dona maggiore gioia di vivere.
Egli trasmette un elisir di giovinezza - in specie quando ci sentiamo tenuti come dipendenti o schiavi, senza spazio.
Fermi e resi muti dalla cultura trasmessa o dalla situazione, non solo di salute.
«Ora levatosi dalla sinagoga entrò nella Casa di Simone. Ora la suocera di Simone era oppressa da una grande febbre, e lo pregarono per lei, e chinatosi sopra di lei minacciò la febbre e la lasciò. Ora levatasi sull’istante li serviva» (vv.38-39).
Ci sono sintomi rivelatori del disagio: ad es una vita - anche spirituale - che non calza... perché nega le capacità, le costringe, le tiene in un angolo; non consente si utilizzino.
Fino a non sapere più cosa siano.
Ecco subentrare sintomatologie che ci sdraiano: ansiogene, mortificanti, e sensi di costrizione e dipendenza.
Si vorrebbe forse fare qualcosa di diverso, ma vi sono poi timori, strette al petto che chiudono l’orizzonte e rendono tesi, (anche a quel tempo) messi a disagio, stressati, bloccati.
Nell’anima del popolo antico, i talenti disattesi, negati, non utilizzati erano diventati stenti.
Ora in Cristo Presente il ritorno alla vita fluida, nonché la cura di sé e degli altri, diviene facile, anche con gesti minimi.
Le capacità che facevano intimo appello, affiorano, dilatano anche in favore altrui.
Sollevata, la “suocera” respira e vince l’invecchiamento.
Prima si affacciava forse la tristezza, perché il desiderio di una nuova nascita era soffocato dalle molte faccende da svolgere o altre brame (febbri) che ci piantano lì e non riavviano i sentimenti.
Sappiamo però che la vita riparte nel momento in cui qualcuno aiuta a curare le azioni nitide [«mano» costretta: Mt 8,15; Mc 1,31] e divaricare lo sguardo verso ciò che in noi sta viceversa fiorendo.
Spostando la percezione da quanto ci assilla (tormenta ed è di ostacolo) a ciò che sorge più spontaneamente ed è finalmente e inaspettatamente valutato, ecco sparire i blocchi dell’energia tenera e fresca.
Allora si depone l’abito del ruolo antico e non si rinuncia più ad esprimersi.
Anche - per noi - senza troppo chiudersi nel solito ambiente e modo di fare, che intimamente non ci appartengono.
Chi dona all’altro un giusto spazio attinge dalle virtù dei nostri stati primordiali interni, sempreverdi - e apre quelle di tutti.
Tutto per una crescita che non corrisponde solo a un innalzamento precipitoso, quanto piuttosto a un migliore radicamento nell’essere di persone.
Mandando in letargo il fardello dei doveri o modelli che non ci corrispondono, si rinnova la vita.
Ci accorgiamo di essere come abitati dall’Oro divino che vuole affiorare ed esprimersi con larghezza, invece di restare teso e controllato.
Questa l’azione risanatrice di Gesù, tutta alle porte di ciascuno.
Potenza della Parola e Creatività sanante di Gesù, al femminile
(Lc 4,38-39)
Nelle comunità di estrazione pagana di Lc ci si chiedeva: «Beatitudini» e «Ahimé per voi» di «pianura»... creano esclusioni (cf. Lc 6,17.20-26)?
O corrispondono alle speranze e alla sensibilità profonda del cuore umano, di ogni luogo e tempo (es. Lc 7,9.13,28-29)?
I lontani dal giudaismo religioso possedevano una spiccata intuizione per le novità dello Spirito, e scoprivano il vissuto di Fede da altre posizioni [non installate, meno legate a concatenazioni conformi; forse scomode].
Gli ultimi arrivati che possedevano la freschezza dell’intuizione sostanziale, vedevano chiaro. Essi proponevano salutari scossoni di Fiducia schietta, sposata alla Novità di Dio.
A differenza dei provenienti dalla religiosità abituale o marcatamente etnica (persino d’Israele) i nuovi intuivano che non era necessario chiedere esplicitamente l’intervento di Cristo - come si faceva con gli dei antichi, secondo mentalità consueta.
Bastava comunicare a tu per tu col Signore, in un senso d’amicizia sicura (Mt 8,2-7) - non sollecitarlo al miracolo: acquisizione fondamentale, per poter anche oggi attivare un nuovo corso, e finalmente uscir fuori dall’idea di cultura organica ben cesellata ed eletta.
È il Risorto a fare autenticamente il bene opportuno... e tutto il resto: come in Gesù - forti dell’esperienza intima del Padre nello Spirito - anche a noi basta la Fede, ossia la confidenza nuziale e fertile nella Parola, efficace (Lc 4,39) e inventiva.
Non c’è bisogno di chissà quali aggiunte a questo segreto, per rinascere.
Dio è Azione immediata già nella sua Voce che «minaccia» il male (v.39): non ama farsi “pregare e ripregare” - come fosse un sovrano qualsiasi, che si compiace di costringere i sudditi alle deferenze [in vista d’un conseguente paternalismo di rapporti].
La Relazione fra donna-uomo comune e il Padre in Cristo è sobria e istantanea, senza mezzucci di mediazione alcuna: il lavoro della Grazia è affatto condizionato da riconoscimenti e formule, o titoli “interni”, rango da veterani; né inchini mirati, “mazzette” previe, o trafile.
Partendo dalla sua semplice esperienza, il centurione del brano parallelo di Mt (8,5-17) comprende il valore “a distanza” della Parola e l’effetto-calamita della vera Fede [che non pretende ”contatti” o elementi materiali e locali: Mt 8,8-9].
Non è come nelle magie: l’intima sensibilità della relazione personale diretta comunica all’occhio dell’anima una Visione di nuova genesi. Non dottrina, disciplina, morale, appuntamenti di rito (Lc 4,38) e così via.
Si tratta di un quadro fortemente esistenziale; coinvolgente non per un risultato egoista: è per la promozione della vita, ovunque. Ciò corrisponde all’anelito più radicato del nostro cuore.
Infatti, altra grande novità della proposta del nuovo Rabbi - che si diffondeva - era l’accettazione delle donne quali diremmo oggi “diaconesse” [v.39 verbo greco] della Chiesa [qui nella figura della «Casa di Simone»: v.38].
Era quanto stava accadendo fin dalla metà del primo secolo (cf. Rm 16,1) e che ha ancora molto da insegnarci. Con Dio non ci si può abituare alle formalità (pluri)secolari svuotate di vita.
Ma le tradizioni religiose resistevano all’arrembaggio dell’esperienza di Fede-Amore: ancora a metà anni 80, persino le comunità di Lc non si sentivano libere di raccogliere i bisognosi di cura se non scoccata la sera (v.40).
Secondo il passo parallelo di Mc 1,21.29-34 [fonte del brano di Mt e Lc] era infatti giorno di sabato (v.38) - e dopo l’uscita dalla sinagoga. Lo stesso impedimento e ritardo descritto nell’episodio della Maddalena al sepolcro, la mattina di Pasqua.
Il retaggio culturale e il sacro conformismo religioso restavano un bel fardello per l’esperienza del Cristo Salvatore personale, e la completa scoperta della potenza di Vita piena contenuta nella nuova proposta totale e creatrice di Felicità «su un luogo pianeggiante» [cf. Lc 6,17] per «una grande folla di suoi discepoli e una grande moltitudine del popolo da tutta la Giudea e Gerusalemme»: il centro osservante.
Scrive il Tao (xxviii):
«Chi sa d’esser maschio, e si mantiene femmina, è la forza del mondo; essendo la forza del mondo, la virtù mai si separa da lui, ed ei ritorna a essere un pargolo. Chi sa d’esser candido, e si mantiene oscuro, è il modello del mondo; essendo il modello del mondo, la virtù mai non si scosta da lui; ed ei ritorna all’infinito. Chi sa d’esser glorioso, e si mantiene nell’ignominia, è la valle del mondo; essendo la valle del mondo, la virtù sempre si ferma in lui; ed ei ritorna ad esser grezzo [genuino, non artefatto]. Quando quel ch’è grezzo vien tagliato, allora se ne fanno strumenti; quando l’uomo santo ne usa, allora ne fa i primi tra i ministri. Per questo il gran governo non danneggia».
E così commenta il maestro Wang Pi:
«Quella del maschio è qui la categoria di chi precede, quella della femmina è la categoria di chi segue. Chi sa d’essere il primo del mondo deve porsi per ultimo: per questo il santo pospone la sua persona e la sua persona vien premessa. Una gola fra i monti non cerca le creature, ma queste da sé si volgono ad essa. Il pargolo non s’avvale della sapienza, ma s’adegua alla sapienza della spontaneità».
Nel Vangelo apocrifo di Tommaso leggiamo ai nn.22-23:
«Gesù vide dei piccoli che prendevano il latte
E disse ai suoi discepoli:
“Questi piccoli lattanti somigliano a coloro
Che entrano nel Regno”.
Loro gli chiesero:
“Se saremo come quei bimbi, entreremo nel Regno?”
Gesù rispose loro:
“Quando farete di due cose una unità e farete
L’interno uguale all’esterno e l’esterno uguale all’interno
E il superiore uguale all’inferiore,
Quando ridurrete il maschio e la femmina a un unico essere
Così che il maschio non sia solo maschio
E la femmina non resti solo femmina,
Quando considerate due occhi come unità di occhio
Ma una mano come unità di mano
E un piede come unità di piede,
Una funzione vitale in luogo di una funzione vitale
Allora troverete l’entrata del Regno”».
«Gesù ha detto:
“Io vi sceglierò uno fra mille e due fra diecimila
E questi si troveranno ad essere un individuo solo”».
Il Vangelo ora ascoltato comincia con un episodio molto simpatico, molto bello ma anche pieno di significato. Il Signore si reca alla casa di Simon Pietro ed Andrea e trova ammalata con febbre la suocera di Pietro; la prende per mano, la solleva e la donna è guarita e si mette a servire. In questo episodio appare simbolicamente tutta la missione di Gesù. Gesù venendo dal Padre si reca nella casa dell'umanità, sulla nostra terra e trova un'umanità ammalata, ammalata di febbre, di quella febbre che sono le ideologie, le idolatrie, la dimenticanza di Dio. Il Signore ci dà la sua mano, ci solleva e ci guarisce. E lo fa in tutti i secoli; ci prende per mano con la sua parola, e così dissipa le nebbie delle ideologie, delle idolatrie. Prende la nostra mano nei sacramenti, ci risana dalla febbre delle nostre passioni e dei nostri peccati mediante l'assoluzione nel sacramento della riconciliazione. Ci dà la capacità di alzarci, di stare in piedi davanti a Dio e davanti agli uomini. E proprio con questo contenuto della liturgia domenicale il Signore si incontra con noi, ci prende per mano, ci solleva e ci sana sempre di nuovo con il dono della sua parola, il dono di se stesso.
Ma anche la seconda parte di questo episodio è importante, questa donna appena guarita si mette a servirli, dice il Vangelo. Subito comincia a lavorare, ad essere a disposizione degli altri, e così diventa rappresentanza di tante buone donne, madri, nonne, donne nelle diverse professioni, che sono disponibili, si alzano e servono, e sono anima della famiglia, anima della parrocchia. E qui vedendo il dipinto sopra l'altare, vediamo che non fanno solo servizi esteriori, sant'Anna introduce la grande figlia, la Madonna, nelle Sacre Scritture, nella speranza di Israele, nella quale lei sarebbe stata proprio il luogo dell'adempimento. Le donne sono anche le prime portatrici della parola di Dio del Vangelo, sono vere evangeliste. E mi sembra che questo Vangelo con questo episodio apparentemente così modesto, proprio qui nella chiesa di sant'Anna ci dà l'occasione di dire un grazie sentito a tutte le donne che animano questa parrocchia, alle donne che servono in tutte le dimensioni, che ci aiutano sempre di nuovo a conoscere la parola di Dio non solo con l'intelletto, ma col cuore.
Ritorniamo al Vangelo: Gesù dorme nella casa di Pietro, ma di prima mattina quando ancora è buio, si alza ed esce e cerca un luogo deserto e prega. E qui appare il vero centro del mistero di Gesù. Gesù sta in colloquio con il Padre ed eleva la sua anima umana nella comunione con la persona del Figlio, così che l'umanità del Figlio, unita a Lui, parla nel dialogo trinitario col Padre; e così rende possibile anche a noi la vera preghiera. Nella liturgia Gesù prega con noi, noi preghiamo con Gesù e così noi entriamo in contatto reale con Dio, entriamo nel mistero dell'eterno amore della Santissima Trinità.
Gesù parla con il Padre, questa è la fonte ed il centro di tutte le attività di Gesù; vediamo la sua predicazione, le guarigioni, i miracoli e infine la passione, escono da questo centro, dal suo essere col Padre. E così questo Vangelo ci insegna il centro della fede e della nostra vita cioè il primato di Dio. Dove Dio non c'è, anche l'uomo non è più rispettato. Solo se lo splendore di Dio rifulge sul volto dell'uomo, l'uomo immagine di Dio è protetto da una dignità che poi da nessuno deve essere violata.
Il primato di Dio. Vediamo nel "Padre nostro" come le tre prime domande si riferiscano proprio a questo primato di Dio: che il nome di Dio sia santificato, che il rispetto del mistero divino sia vivo e animi tutta la nostra vita; che "venga il regno di Dio" e "sia fatta la sua volontà" sono due aspetti diversi della stessa medaglia; dove è fatta la volontà di Dio c'è già il cielo, comincia anche in terra un po' di cielo, e dove viene fatta la volontà di Dio è presente il Regno Dio. Perché il Regno di Dio non è una serie di cose, il Regno di Dio è la presenza di Dio, l'unione dell'uomo con Dio. E verso questo obiettivo Gesù ci vuole guidare.
Centro del suo annuncio è il regno di Dio, cioè Dio come fonte e centro della nostra vita, e ci dice: solo Dio è la redenzione dell'uomo. E possiamo vedere nella storia del secolo scorso, come negli Stati dove Dio era abolito, non solo l'economia è stata distrutta, ma soprattutto le anime. Le distruzioni morali, le distruzioni della dignità dell'uomo sono le distruzioni fondamentali e il rinnovamento può venire solo dal ritorno di Dio, cioè dal riconoscimento della centralità di Dio. In questi giorni un vescovo del Congo in visita ad limina mi ha detto: gli europei ci danno generosamente molte cose per lo sviluppo, ma c'è un'esitazione nell'aiutarci per la pastorale; sembra che considerino inutile la pastorale, che sia importante solo lo sviluppo tecnico-materiale. Ma è vero il contrario - ha detto - dove non c'è parola di Dio lo sviluppo non funziona, e non dà risultati positivi. Solo se c'è la parola di Dio prima, solo se l'uomo è riconciliato con Dio, anche le cose materiali possono andare bene.
Il Vangelo stesso con la sua continuazione conferma questo fortemente. Gli apostoli dicono a Gesù: ritorna, tutti ti cercano. E lui dice: no, devo andare negli altri paesi per annunciare Dio e per scacciare via i demoni, le forze del male; per questo sono venuto. Gesù è venuto - nel testo greco è scritto: "sono uscito dal Padre" - non per portare le comodità della vita, ma per portare la condizione fondamentale della nostra dignità, per portarci l'annuncio di Dio, la presenza di Dio e così vincere le forze del male. Questa priorità egli indica con grande chiarezza: non sono venuto per guarire - anche questo faccio, ma come segno - sono venuto per riconciliarvi con Dio. Dio è il nostro creatore, Dio ci ha dato la vita, la nostra dignità: E a lui dobbiamo soprattutto rivolgerci.
[Papa Benedetto, s. Anna 5 febbraio 2006]
2. L’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI ricorda che il primo evangelizzatore è Cristo stesso.
Guardiamo alla luce dell’odierna pericope liturgica come si presenta un giorno (e una notte) dell’attività evangelizzatrice di Cristo.
Ci troviamo a Cafarnao.
Cristo esce dalla Sinagoga e, insieme con Giacomo e Giovanni, si reca alla casa di Simone e Andrea. Lì guarisce la suocera di Simone (Pietro), di modo che quella può subito alzarsi e servirli.
Dopo il tramonto del sole, vengono portati a Cristo “tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta” (Mc 1,32-33). Gesù non parla, ma compie la guarigione: “Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”. Contemporaneamente, una significativa osservazione: “non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano” (Mc 1,34).
Forse tutto ciò si protrasse fino a tarda sera.
Di buon mattino Gesù è già in preghiera.
Viene Simone con i suoi compagni, per dirgli: “Tutti ti cercano” (Mc 1,37).
Ma Gesù risponde: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto” (Mc 1,38).
Leggiamo in seguito: “E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni” (Mc 1,39).
3. In sintesi, in base a quella giornata, trascorsa a Cafarnao, si può affermare che l’evangelizzazione condotta da Cristo stesso consiste nell’insegnamento sul regno di Dio e nel servizio ai sofferenti.
Gesù ha compiuto dei segni, e tutti questi si componevano nell’insieme di un Segno. In questo Segno i figli e le figlie del popolo, che avevano conosciuto l’immagine del Messia, descritto dai profeti e soprattutto da Isaia, possono scoprire senza difficoltà che “il regno di Dio è vicino”: ecco colui che “si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4).
Gesù non soltanto predica il Vangelo come hanno fatto tutti dopo di lui, ad esempio il meraviglioso Paolo, le cui parole abbiamo meditato poco fa. Gesù è il Vangelo!
Un grande capitolo nel suo servizio messianico è indirizzato a tutte le categorie della sofferenza umana: spirituali e fisiche.
7. Abbiamo letto nel Vangelo odierno che di buon mattino Gesù perseverava nella preghiera e venne a lui Simon Pietro e gli disse: “Tutti ti cercano”.
Come lontano successore di questo Pietro nella Sede romana, desidero ripetere a Cristo in mezzo alla vostra comunità parrocchiale queste parole: Signore, tutti ti cercano!
In queste parole trovi conferma, cari fratelli e sorelle, che voi fate “tutto per il Vangelo, per diventarne partecipi”.
Così sia!
[Papa Giovanni Paolo II, omelia 7 febbraio 1982]
Il Vangelo di questa domenica prosegue la descrizione di una giornata di Gesù a Cafarnao, un sabato, festa settimanale per gli ebrei (cfr Mc 1,21-39). Questa volta l’evangelista Marco mette in risalto il rapporto tra l’attività taumaturgica di Gesù e il risveglio della fede nelle persone che incontra. Infatti, con i segni di guarigione che compie per i malati di ogni tipo, il Signore vuole suscitare come risposta la fede.
La giornata di Gesù a Cafarnao incomincia con la guarigione della suocera di Pietro e termina con la scena della gente di tutta la cittadina che si accalca davanti alla casa dove Lui alloggiava, per portargli tutti i malati. La folla, segnata da sofferenze fisiche e da miserie spirituali, costituisce, per così dire, “l’ambiente vitale” in cui si attua la missione di Gesù, fatta di parole e di gesti che risanano e consolano. Gesù non è venuto a portare la salvezza in un laboratorio; non fa la predica da laboratorio, staccato dalla gente: è in mezzo alla folla! In mezzo al popolo! Pensate che la maggior parte della vita pubblica di Gesù è passata sulla strada, fra la gente, per predicare il Vangelo, per guarire le ferite fisiche e spirituali. E’ una umanità solcata da sofferenze, questa folla, di cui il Vangelo parla molte volte. È un’umanità solcata da sofferenze, fatiche e problemi: a tale povera umanità è diretta l’azione potente, liberatrice e rinnovatrice di Gesù. Così, in mezzo alla folla fino a tarda sera, si conclude quel sabato. E che cosa fa dopo, Gesù?
Prima dell’alba del giorno seguente, Egli esce non visto dalla porta della città e si ritira in un luogo appartato a pregare. Gesù prega. In questo modo sottrae anche la sua persona e la sua missione ad una visione trionfalistica, che fraintende il senso dei miracoli e del suo potere carismatico. I miracoli infatti sono “segni”, che invitano alla risposta della fede; segni che sempre sono accompagnati dalle parole, che li illuminano; e insieme, segni e parole, provocano la fede e la conversione per la forza divina della grazia di Cristo.
La conclusione del brano odierno (vv. 35-39) indica che l’annuncio del Regno di Dio da parte di Gesù ritrova il suo luogo più proprio nella strada. Ai discepoli che lo cercano per riportarlo in città – i discepoli sono andati a trovarlo dove Lui pregava e volevano riportarlo in città -, che cosa risponde Gesù? «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là» (v. 38). Questo è stato il cammino del Figlio di Dio e questo sarà il cammino dei suoi discepoli. E dovrà essere il cammino di ogni cristiano. La strada, come luogo del lieto annuncio del Vangelo, pone la missione della Chiesa sotto il segno dell’“andare”, del cammino, sotto il segno del “movimento” e mai della staticità.
La Vergine Maria ci aiuti ad essere aperti alla voce dello Spirito Santo, che spinge la Chiesa a porre sempre più la propria tenda in mezzo alla gente per recare a tutti la parola risanatrice di Gesù, medico delle anime e dei corpi.
[Papa Francesco, Angelus 4 febbraio 2018]
Predicare e Guarire
Predicare e guarire: questa è l’attività principale di Gesù nella sua vita pubblica. Con la predicazione Egli annuncia il Regno di Dio e con le guarigioni dimostra che esso è vicino, che il Regno di Dio è in mezzo a noi. Venuto sulla terra per annunciare e realizzare la salvezza di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, Gesù mostra una particolare predilezione per coloro che sono feriti nel corpo e nello spirito: i poveri, i peccatori, gli indemoniati, i malati, gli emarginati. E’ il vero Salvatore: Gesù salva, Gesù cura, Gesù guarisce. L’opera salvifica di Cristo non si esaurisce con la sua persona e nell’arco della sua vita terrena; essa continua mediante la Chiesa, sacramento dell’amore e della tenerezza di Dio per gli uomini. Curare un ammalato, accoglierlo, servirlo, è servire Cristo: il malato è la carne di Cristo. Pertanto, ciascuno di noi è chiamato a portare la luce della Parola di Dio e la forza della grazia a coloro che soffrono e a quanti li assistono. , familiari, medici, infermieri, perché il servizio al malato sia compiuto sempre più con umanità, con dedizione generosa, con amore evangelico, con tenerezza. (Angelus, 8 febbraio 2015)
[https://www.vaticannews.va/it/vangelo-del-giorno-e-parola-del-giorno/2019/09/04.html]
22a Domenica T.O. (anno A) [30 agosto 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Geremia (20,7-9).
Il filo conduttore qui è il dibattito interiore di Geremia: il fuoco della Parola. La sua è un’esperienza di persecuzione e lacerazione interiore che ha vissuto tutta la vita. E non è il solo: molti altri profeti e, più tardi, Gesù stesso hanno affrontato situazioni simili. Geremia esercitò il ministero nei 40 anni che precedettero il disastro di Gerusalemme nel 587 a.C. e la deportazione a Babilonia. 40 anni di decadenza spirituale. Il suo compito era predire la catastrofe, non per fare l’uccello del malaugurio, ma al contrario nella speranza di ottenere in extremis la conversione del re e del popolo. Non trascura nulla per allertare i contemporanei, se è ancora tempo, ma loro non trascurano nulla per far tacere questo guastafeste. È in questo contesto polemico e angosciante che nascono le confidenze di cui abbiamo letto un brano: le sue “confessioni”. Purtroppo la parola “geremiadi”, che viene da lì, è diventata peggiorativa, ed è ingiusto: le confessioni di Geremia sono magnifiche, piene di dolore sì, ma ancora più piene di fede e passione per la causa del suo Dio. Nel testo di oggi ci consegna il dibattito interiore che si gioca nel profondo: lacerato tra la chiamata di Dio che lo spinge a parlare e la saggezza umana che lo spinge a tacere: «Dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9). Mollare significherebbe abbandonare i concittadini al loro triste destino e tradire la fiducia di Dio. Si capisce perché questo testo ci è proposto nella domenica in cui ascoltiamo il Vangelo che segue la confessione di Pietro a Cesarea. Quando Gesù chiese ai discepoli «Voi chi dite che io sia?», Pietro rispose che Gesù era il Messia atteso. Ma subito dopo Gesù svela ai discepoli la sorte che lo attende: Passione, croce, morte, risurrezione (Mt 16,21). Pietro si ribella: Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai. Ma Gesù lo tratta da Satana e avverte i discepoli che non saranno stati trattati meglio del Maestro: “Se qualcuno vuole venire dietro a me… (Mt 16,24-25). Questo prova che ogni vero profeta è inevitabilmente fastidioso per le idee di moda del momento. Il fuoco divorante della Parola di Dio che invita alla conversione non è fatto per piacere: «Sono diventato oggetto di scherno tutto il giorno; ognuno si fa beffe di me» confessa Geremia, e non nasconde che a volte ha paura. Sente la gente parlare alle sue spalle e complottare per eliminarlo: “Odo le calunnie di molti” (Ger 20,10). Il profeta è tanto più scomodo perché essendo l’inviato del Signore, questi gli dà la forza di continuare nonostante tutte le persecuzioni, così che non c’è modo di farlo tacere. Si capisce perché la persecuzione è inevitabile. I versetti che precedono la lettura di oggi descrivono un episodio durissimo: Geremia aveva stancato tutti nel Tempio con i suoi rimproveri, tanto che il sacerdote Pascur lo fece legare alla berlina a testa in giù sulla piazza pubblica. Il giorno dopo, quando Pascur stesso venne a scioglierlo pensando che quella punizione l’avesse calmato, Geremia riprese più forte e se la prese proprio con Pascur. Eppure queste confessioni di Geremia, impregnate di dolore, sono insieme ammissione della passione divorante che lo brucia e, alla fine, illumina la sua vita: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre” (Ger20,7). Si lamenta sì, ma non darebbe il suo posto a nessun altro. La Parola era un fuoco ardente nel mio cuore, fuoco divorante che fa pensare al Sal 68/69: “Lo zelo per la tua casa mi ha consumato”, che esprime bene la persecuzione subita da tutti i profeti. Per cominciare, fu il caso del popolo d’Israele, investito di una missione profetica al servizio delle nazioni. Tutta la sua storia ha cercato di restare fedele alla missione e questo gli valse a tratti terribili persecuzioni. Poi fu il caso di tutti i profeti, uno dopo l’altro, poi i primi cristiani imitando Gesù che alla fine ridotto al silenzio. Ma nulla può far tacere la Parola di Dio: Cristo è risorto; e ora sappiamo che verrà un giorno in cui gli uomini ascolteranno la Parola e vi troveranno finalmente la loro luce.
Salmo Responsoriale (62/63)
Questo salmo fa eco all’esperienza di Geremia, che incontriamo nella prima lettura, il quale viveva una lacerazione interiore e aggressioni continue anche se la sua passione per Dio più forte di tutto lo aiutava a sopportare ogni minaccia e umiliazione. Questo salmo non è stato però composto per parlare di Geremia, è piuttosto come una preghiera che il re Davide avrebbe composto mentre era braccato dai nemici. L’AT riferisce almeno 3 episodi in cui Davide dovette rifugiarsi nel deserto di Giuda: Le prime 2 volte per sfuggire alla follia omicida del re Saul diventato così geloso di Davide da volerlo uccidere. La terza volta fu ancora più drammatica: chi inseguiva e voleva uccidere Davide era il figlio Assalonne, troppo frettoloso di prendere il trono e di affrettare la morte del padre e che aveva già eliminato il fratello maggiore. Davide non capì subito il pericolo e quando capì, era troppo tardi: Assalonne era sul punto di conquistare Gerusalemme; restava una sola soluzione, la fuga. E tutta Gerusalemme vide il suo re, umiliato, fuggire a piedi dalla città santa e salire piangendo il monte degli Ulivi (cf. 2Sam 15,23-28). A Davide si attribuiscono le parole di questo salmo: “Il tuo amore vale più della vita” (v.4). Come è noto il titolo dei salmi non designa l’autore, ad esempio qui il re Davide. Questo salmo in particolare contiene diverse chiare allusioni al Tempio di Gerusalemme che, certo, Davide non conobbe perché il tempio fu costruito solo da suo figlio Salomone. Salmo di Davide» qui significa “alla maniera di Davide, l’assetato di Dio”. La preghiera “Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco; di te ha sete l’anima mia” può essere stata di Davide, ma è anche quella di tutte le generazioni del popolo eletto da Abramo fino al Giorno della salvezza. Nei periodi più drammatici la preghiera prendeva ancora più forza come durante l’Esilio a Babilonia. Al ritorno dall’Esilio, il popolo rende grazie: “Sì, sei stato il mio aiuto; esulto al riparo delle tue ali”. Sono le ali dei cherubini che ricoprono l’Arca dell’Alleanza nel Santo dei Santi; ma ricordano anche le ali della grande aquila del deserto che protegge la nidiata quando le insegna a volare: e Mosè aveva ripreso quest’immagine per esprimere con quale sollecitudine Dio aveva circondato il suo popolo: «Vi ho portati come su ali d’aquila», aveva detto Dio (cf. Es 19,4; Dt 32,10-11). Poi ci sono stati i periodi ancora più terribili delle persecuzioni nel II sec. a. C del re greco Antioco Epifane quando molti ebrei morirono, in nome della loro fede, proclamando: “Il tuo amore, Signore, vale più della vita”. Questo versetto risuona particolarmente in questa domenica in cui ascolteremo Gesù dire ai suoi discepoli: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà” (Mt 16,25). Questa è la battaglia di tutti i profeti.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (12,1-2)
“Vi esorto, fratelli, per la tenerezza di Dio”: questo è il tema della lettera ai Romani. I primi undici capitoli trattano i grandi temi della teologia di Paolo e sono esposti a lungo e in profondità: l’universalità del peccato, la giustificazione per fede, il mistero pasquale, l’azione dello Spirito, la salvezza promessa e data a tutti. Ma tutto questo ritorna sempre a un unico soggetto: la tenerezza di Dio. Ora, come in tutte le sue lettere, Paolo trae per i suoi lettori le conseguenze del suo insegnamento: la scoperta dell’immensa tenerezza di Dio non può che sconvolgere, o meglio irrigare d’ora in poi tutta la nostra vita. «Vi esorto, fratelli, per la tenerezza di Dio...». Ciò che dirà ora è in stretto legame con tutto quello che ha scritto fin qui, in particolare nelle ultime righe del capitolo precedente: “Dio vuole usare misericordia a tutti.” che sono seguite dall’inno di ringraziamento che abbiamo letto domenica scorsa: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,32-33). La risposta logica è offrirsi come “sacrificio vivente, santo”. Dunque, dice san Paolo, non c’è da esitare: a questo Dio così sorprendente per la sua tenerezza e volontà di salvare tutta l’umanità una sola risposta è possibile: quella dell’abbandono fiducioso offrendoci a lui in sacrifico perché compia in noi la sua opera. Il verbo “sacrificare vuol dire “rendere sacro” e san Paolo invita a fare della nostra vita una cosa sacra cioè una cosa divina. Paolo dedicherà il seguito della lettera ai Romani a presentare la natura dell’impegno cristiano: ciascuno, in funzione dei suoi doni e qualità, è invitato a tenere il suo posto nella missione della Chiesa che è il servizio di tutti gli uomini. Questo impegno è una partecipazione attiva alla “volontà di Dio”. Ciò esige senza dubbio che accettiamo ogni giorno di trasformarci cioè “rinnovare la nostra mente” che per noi, è a volte, una vera conversione perché, troppo spesso, i nostri pensieri non sono i pensieri di Dio, ma quelli degli uomini, come ha rimproverato Gesù a Pietro, a Cesarea di Filippo e leggiamo nel vangelo di questa domenica. Ma lo Spirito ci è stato dato per suscitare in noi questo rinnovamento che esige l’accettazione di non conformarci alla mentalità di questo secolo (Rm 12,2). La vera libertà consiste nel tracciare la nostra strada, qualunque siano le sirene della moda, amare il mondo senza essere schiavi dei comportamenti del mondo, immersi sempre nella tenerezza di Dio anche se sappiamo bene che non è facile.
Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)
Dal “Tu sei il Cristo” al rifiuto della croce. Questo racconto segue la memorabile professione di fede di Pietro che abbiamo ascoltato domenica scorsa: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, affermazione che gli valse questa risposta di Gesù: “Beato sei tu, Simone figlio di Giona: non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, (cioè non l’hai indovinato da solo), ma il Padre mio che è nei cieli. Come ogni beatitudine, questa “Beato sei tu” suona come complimento – e che complimento! – ma anche come incoraggiamento. E in effetti ci vorrà molto coraggio a Pietro per restare fedele a questa prima professione di fede. Perché non ne conosce ancora tutta la portata e Gesù non ha finito di sorprenderlo. Infatti Gesù accetta almeno implicitamente il riconoscimento da parte di Pietro del suo titolo di Messia: “Il Padre mio te l’ha rivelato”. E subito dopo presenta il suo programma che non quadra per nulla con l’idea che ci si faceva comunemente del Messia: “Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto... (Mt 16,21). Era il mondo alla rovescia: un re senza armi né privilegi... Peggio, un re maltrattato e apparentemente consenziente... Parla di soffrire molto e di essere addirittura messo a morte! Pietro ha qualche ragione di insorgere perché come molti suoi contemporanei, aspettava un Messia-re trionfante, glorioso, potente, che scacciasse da Gerusalemme l’occupante romano. Ciò che annuncia Gesù è pertanto inaccettabile: il Dio onnipotente non può lasciare che accadano cose simili! Si potrebbe quasi intitolare questo testo: Il primo rinnegamento di Pietro, primo rifiuto di seguire il Messia nella sofferenza. Gesù affronta questo rifiuto spontaneo di Pietro come una vera tentazione per sé stesso e glielo dice con veemenza: “Va’ dietro di me, Satana! Tu mi sei di scandalo (Mt 16,23). Bisogna lasciare che lo Spirito trasformi, a volte sconvolga completamente i nostri progetti e le nostre idee, se vogliamo restare fedeli al piano di Dio. Come dice Paolo nella seconda lettura, dobbiamo lasciare che lo Spirito di Dio trasformi i nostri modi di vedere: (cf Rm 12,2) e sperimentiamo delle belle sorprese perché le maniere di Dio sono tutte diverse dalle nostre visioni. Non bisogna mai perdere di vista la famosa frase di Isaia: “Dio che parla: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. (Is 55,8-9). «Se comprendessi Dio, non sarebbe Dio» diceva sant’Agostino. Dobbiamo dunque accettare di essere sorpresi: gli apostoli e tutti gli ebrei del loro tempo lo furono, Pietro per primo. Con rare eccezioni, avevano previsto un Messia potente, trionfante; invece Gesù è agli antipodi di queste belle previsioni. Il disegno di Dio non è altro che la salvezza del mondo, cioè la nascita dell’umanità nuova, quella che vivrà solo di tenerezza e pietà, a immagine di Dio stesso. Occorre la logica della croce per salvare l’uomo e la salvezza degli uomini, cioè la nostra conversione totale e definitiva all’amore e al perdono, alla fraternità e alla pace, alla condivisione e alla giustizia, non può avvenire con un colpo di bacchetta magica. La salvezza degli uomini passa inevitabilmente per una lenta trasformazione degli uomini ma come trasformare gli uomini senza mostrargli la strada? Allora, bisognava proprio che Gesù percorresse fino in fondo la strada della dolcezza, della bontà, del perdono, per dare a noi qualche chance di percorrerla. Per questo Gesù, spiegando la sua passione e morte ai discepoli di Emmaus, dirà “bisognava”, nel senso di “purtroppo bisognava”. Il piano di salvezza di Dio non si concilia con un Messia trionfante. Perché gli uomini giungano alla piena conoscenza della verità (1Tm 2,4), bisogna scoprire il Dio della tenerezza e del perdono, della misericordia e della pietà e questo non avviene con la potenza ma nel dono supremo della vita del Figlio. Si capisce meglio allora questa frase di Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Solo questa suprema prova d’amore può portarci a percorrere anche noi la strada dell’amore.
NOTA. “Tu mi sei di scandalo” skandalon in greco significa “pietra d’inciampo” - e le nostre fragilità, i nostri dubbi possono diventare pietre d’inciampo per noi o per gli altri.
+Giovanni D’Ercole
Mary "Girl" [...] point of convergence and arrival of a complex of divine promises, mysteriously echoed in the very heart of history (Pope John Paul II)
Maria “Bambina” […] punto di convergenza e di arrivo di un complesso di promesse divine, echeggiate misteriosamente nel cuore stesso della storia (Papa Giovanni Paolo II)
Luke’s passage puts before the eyes a double slavery: that of man «with his hand paralyzed, slave of his illness», and that of the «Pharisees, scribes, slaves of their rigid, legalistic attitudes» (Pope Francis)
Il racconto di Luca mette davanti agli occhi una duplice schiavitù: quella dell’uomo «con la mano paralizzata, schiavo della sua malattia», e quella «dei farisei, degli scribi, schiavi dei loro atteggiamenti rigidi, legalistici» (Papa Francesco)
Origen says “we should practise this symphony” (Commentary on the Gospel according to Matthew, 14,1), in other words this harmony within the Christian community [Pope Benedict]
Dice Origene che “dobbiamo esercitarci in questa sinfonia” (Commento al Vangelo di Matteo 14, 1), cioè in questa concordia all’interno della comunità cristiana [Papa Benedetto]
Thus in communion with Christ, in a faith that creates charity, the entire Law is fulfilled. We become just by entering into communion with Christ who is Love (Pope Benedict)
Così nella comunione con Cristo, nella fede che crea la carità, tutta la Legge è realizzata. Diventiamo giusti entrando in comunione con Cristo che è l'amore (Papa Benedetto)
«Francis was reproaching his brethren too harsh towards themselves, and who came to exhaustion by means of vigils, fasts, prayers and corporal penances» [FS 1470]
«Francesco muoveva rimproveri ai suoi fratelli troppo duri verso se stessi, e che arrivavano allo sfinimento a forza di veglie, digiuni, orazioni e penitenze corporali» [FF 1470]
From a human point of view, he thinks that there should be distance between the sinner and the Holy One. In truth, his very condition as a sinner requires that the Lord not distance Himself from him, in the same way that a doctor cannot distance himself from those who are sick (Pope Francis)
Da un punto di vista umano, pensa che ci debba essere distanza tra il peccatore e il Santo. In verità, proprio la sua condizione di peccatore richiede che il Signore non si allontani da lui, allo stesso modo in cui un medico non può allontanarsi da chi è malato (Papa Francesco)
The life of the Church in the Third Millennium will certainly not be lacking in new and surprising manifestations of "the feminine genius" (Pope John Paul II)
Il futuro della Chiesa nel terzo millennio non mancherà certo di registrare nuove e mirabili manifestazioni del « genio femminile » (Papa Giovanni Paolo II)
And it is not enough that you belong to the Son of God, but you must be in him, as the members are in their head. All that is in you must be incorporated into him and from him receive life and guidance (Jean Eudes)
E non basta che tu appartenga al Figlio di Dio, ma devi essere in lui, come le membra sono nel loro capo. Tutto ciò che è in te deve essere incorporato in lui e da lui ricevere vita e guida (Giovanni Eudes)
Consequently, just as for Christ carrying the cross was not an option but a mission to be embraced for love, so it is for Christians too. In our world today, where the forces that divide and destroy seem to dominate, Christ does not cease to offer to all his clear invitation [Pope Benedict]
don Giuseppe Nespeca
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