Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Cari fratelli e sorelle,
abbiamo rievocato, nella meditazione, nella preghiera e nel canto, il cammino di Gesù sulla via della Croce: una via che sembrava senza uscita e che invece ha cambiato la vita e la storia dell’uomo, ha aperto il passaggio verso i «cieli nuovi e la nuova terra» (cfr Ap 21,1). Specialmente in questo giorno del Venerdì Santo, la Chiesa celebra, con intima adesione spirituale, la memoria della morte in croce del Figlio di Dio, e nella sua Croce vede l’albero della vita, fecondo di una nuova speranza.
L’esperienza della sofferenza segna l’umanità, segna anche la famiglia; quante volte il cammino si fa faticoso e difficile! Incomprensioni, divisioni, preoccupazione per il futuro dei figli, malattie, disagi di vario genere. In questo nostro tempo, poi, la situazione di molte famiglie è aggravata dalla precarietà del lavoro e dalle altre conseguenze negative provocate dalla crisi economica. Il cammino della Via Crucis, che abbiamo spiritualmente ripercorso questa sera, è un invito per tutti noi, e specialmente per le famiglie, a contemplare Cristo crocifisso per avere la forza di andare oltre le difficoltà. La Croce di Gesù è il segno supremo dell’amore di Dio per ogni uomo, è la risposta sovrabbondante al bisogno che ha ogni persona di essere amata. Quando siamo nella prova, quando le nostre famiglie si trovano ad affrontare il dolore, la tribolazione, guardiamo alla Croce di Cristo: lì troviamo il coraggio per continuare a camminare; lì possiamo ripetere, con ferma speranza, le parole di san Paolo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati» (Rm 8,35.37).
Nelle afflizioni e nelle difficoltà non siamo soli; la famiglia non è sola: Gesù è presente con il suo amore, la sostiene con la sua grazia e le dona l’energia per andare avanti. Ed è a questo amore di Cristo che dobbiamo rivolgerci quando gli sbandamenti umani e le difficoltà rischiano di ferire l’unità della nostra vita e della famiglia. Il mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo incoraggia a camminare con speranza: la stagione del dolore e della prova, se vissuta con Cristo, con fede in Lui, racchiude già la luce della risurrezione, la vita nuova del mondo risorto, la pasqua di ogni uomo che crede alla sua Parola.
In quell’Uomo crocifisso, che è il Figlio di Dio, anche la stessa morte acquista nuovo significato e orientamento, è riscattata e vinta, è il passaggio verso la nuova vita: «se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Affidiamoci alla Madre di Cristo. Lei che ha accompagnato il suo Figlio sulla via dolorosa, Lei che stava sotto la Croce nell’ora della sua morte, Lei che ha incoraggiato la Chiesa al suo nascere perché viva alla presenza del Signore, conduca i nostri cuori, i cuori di tutte le famiglie attraverso il vasto mysterium passionis verso il mysterium paschale, verso quella luce che prorompe dalla Risurrezione di Cristo e mostra la definitiva vittoria dell’amore, della gioia, della vita, sul male, sulla sofferenza, sulla morte. Amen.
[Papa Benedetto, Via Crucis al Colosseo 6 aprile 2012]
13. Per i credenti e per le persone di buona volontà la grande sfida in questo nostro tempo è sostenere una comunicazione veritiera e libera, che contribuisca a consolidare il progresso integrale del mondo. A tutti è chiesto di saper coltivare un attento discernimento e una costante vigilanza, maturando una sana capacità critica di fronte alla forza persuasiva dei mezzi di comunicazione.
Anche in questo campo i credenti in Cristo sanno di poter contare sull'aiuto dello Spirito Santo. Aiuto ancor più necessario se si considera quanto amplificate possano risultare le difficoltà intrinseche della comunicazione a causa delle ideologie, del desiderio di guadagno e di potere, delle rivalità e dei conflitti tra individui e gruppi, come pure a motivo delle umane fragilità e dei mali sociali. Le moderne tecnologie aumentano in maniera impressionante la velocità, la quantità e la portata della comunicazione, ma non favoriscono altrettanto quel fragile scambio tra mente e mente, tra cuore e cuore, che deve caratterizzare ogni comunicazione al servizio della solidarietà e dell'amore.
Nella storia della salvezza Cristo si è presentato a noi come «comunicatore» del Padre: «Dio, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,2). Parola eterna fatta carne, Egli, nel comunicarsi, manifesta sempre rispetto per coloro che ascoltano, insegna la comprensione della loro situazione e dei loro bisogni, spinge alla compassione per la loro sofferenza e alla risoluta determinazione nel dire loro quello che hanno bisogno di sentire, senza imposizioni o compromessi, inganno o manipolazione. Gesù insegna che la comunicazione è un atto morale: «L'uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio, poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato» (Mt 12,35-37).
14. L'apostolo Paolo ha un chiaro messaggio per quanti sono impegnati nella comunicazione sociale — politici, comunicatori professionisti, spettatori: «Bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri [...] Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano» (Ef 4,25.29).
Agli operatori della comunicazione, e specialmente ai credenti che operano in questo importante ambito della società, applico l'invito che fin dall'inizio del mio ministero di Pastore della Chiesa universale ho voluto lanciare al mondo intero: «Non abbiate paura!».
Non abbiate paura delle nuove tecnologie! Esse sono «tra le cose meravigliose» — «inter mirifica» — che Dio ci ha messo a disposizione per scoprire, usare, far conoscere la verità, anche la verità sulla nostra dignità e sul nostro destino di figli suoi, eredi del suo Regno eterno.
Non abbiate paura dell'opposizione del mondo! Gesù ci ha assicurato «Io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).
Non abbiate paura nemmeno della vostra debolezza e della vostra inadeguatezza! Il divino Maestro ha detto: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Comunicate il messaggio di speranza, di grazia e di amore di Cristo, mantenendo sempre viva, in questo mondo che passa, l'eterna prospettiva del Cielo, prospettiva che nessun mezzo di comunicazione potrà mai direttamente raggiungere: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo: queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).
A Maria, che ci ha donato il Verbo della vita e di Lui ha serbato nel cuore le imperiture parole, affido il cammino della Chiesa nel mondo d'oggi. Ci aiuti la Vergine Santa a comunicare con ogni mezzo la bellezza e la gioia della vita in Cristo nostro Salvatore.
[Papa Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica ai responsabili delle comunicazioni sociali, 24 gennaio 2005]
«La mia mano è il suo sostegno, / il mio braccio è la sua forza» (Sal 88,22). Così pensa il Signore quando dice dentro di sé: «Ho trovato Davide, mio servo, / con il mio santo olio l’ho consacrato» (v. 21). Così pensa il nostro Padre ogni volta che “trova” un sacerdote. E aggiunge ancora: «La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui / … Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, / mio Dio e roccia della mia salvezza”» (vv. 25.27).
E’ molto bello entrare, con il Salmista, in questo soliloquio del nostro Dio. Egli parla di noi, suoi sacerdoti, suoi preti; ma in realtà non è un soliloquio, non parla da solo: è il Padre che dice a Gesù: “I tuoi amici, quelli che ti amano, mi potranno dire in modo speciale: Tu sei mio Padre” (cfr Gv 14,21). E se il Signore pensa e si preoccupa tanto di come potrà aiutarci, è perché sa che il compito di ungere il popolo fedele non è facile, è duro; ci porta alla stanchezza e alla fatica. Lo sperimentiamo in tutte le forme: dalla stanchezza abituale del lavoro apostolico quotidiano fino a quella della malattia e della morte, compreso il consumarsi nel martirio.
La stanchezza dei sacerdoti! Sapete quante volte penso a questo: alla stanchezza di tutti voi? Ci penso molto e prego di frequente, specialmente quando ad essere stanco sono io. Prego per voi che lavorate in mezzo al popolo fedele di Dio che vi è stato affidato, e molti in luoghi assai abbandonati e pericolosi. E la nostra stanchezza, cari sacerdoti, è come l’incenso che sale silenziosamente al Cielo (cfr Sal 140,2; Ap 8,3-4). La nostra stanchezza va dritta al cuore del Padre.
Siate sicuri che la Madonna si accorge di questa stanchezza e la fa notare subito al Signore. Lei, come Madre, sa capire quando i suoi figli sono stanchi e non pensa a nient’altro. “Benvenuto! Riposati, figlio. Dopo parleremo… Non ci sono qui io, che sono tua Madre?” – ci dirà sempre quando ci avviciniamo a Lei (cfr Evangelii gaudium, 286). E a suo Figlio dirà, come a Cana: «Non hanno vino» (Gv 2,3).
Succede anche che, quando sentiamo il peso del lavoro pastorale, ci può venire la tentazione di riposare in un modo qualunque, come se il riposo non fosse una cosa di Dio. Non cadiamo in questa tentazione. La nostra fatica è preziosa agli occhi di Gesù, che ci accoglie e ci fa alzare: “Venite a me quando siete stanchi e oppressi, io vi darò ristoro” (cfr Mt 11,28). Quando uno sa che, morto di stanchezza, può prostrarsi in adorazione, dire: “Basta per oggi, Signore”, e arrendersi davanti al Padre, uno sa anche che non crolla ma si rinnova, perché chi ha unto con olio di letizia il popolo fedele di Dio, il Signore pure lo unge: “cambia la sua cenere in diadema, le sue lacrime in olio profumato di letizia, il suo abbattimento in canti” (cfr Is 61,3).
Teniamo ben presente che una chiave della fecondità sacerdotale sta nel come riposiamo e nel come sentiamo che il Signore tratta la nostra stanchezza. Com’è difficile imparare a riposare! In questo si gioca la nostra fiducia e il nostro ricordare che anche noi siamo pecore e abbiamo bisogno del pastore, che ci aiuti. Possono aiutarci alcune domande a questo proposito.
So riposare ricevendo l’amore, la gratuità e tutto l’affetto che mi dà il popolo fedele di Dio? O dopo il lavoro pastorale cerco riposi più raffinati, non quelli dei poveri ma quelli che offre la società dei consumi? Lo Spirito Santo è veramente per me “riposo nella fatica”, o solo Colui che mi fa lavorare? So chiedere aiuto a qualche sacerdote saggio? So riposare da me stesso, dalla mia auto-esigenza, dal mio auto-compiacimento, dalla mia auto-referenzialità? So conversare con Gesù, con il Padre, con la Vergine e san Giuseppe, con i miei Santi protettori amici per riposarmi nelle loro esigenze – che sono soavi e leggere –, nel loro compiacimento – ad essi piace stare in mia compagnia –, e nei loro interessi e riferimenti – ad essi interessa solo la maggior gloria di Dio – …? So riposare dai miei nemici sotto la protezione del Signore? Vado argomentando e tramando fra me, rimuginando più volte la mia difesa, o mi affido allo Spirito Santo che mi insegna quello che devo dire in ogni occasione? Mi preoccupo e mi affanno eccessivamente o, come Paolo, trovo riposo dicendo: «So in chi ho posto la mia fede» (2 Tm 1,12)?
Ripassiamo un momento, brevemente, gli impegni dei sacerdoti, che oggi la liturgia ci proclama: portare ai poveri la Buona Notizia, annunciare la liberazione ai prigionieri e la guarigione ai ciechi, dare la libertà agli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore. Isaia dice anche curare quelli che hanno il cuore spezzato e consolare gli afflitti.
Non sono compiti facili, non sono compiti esteriori, come ad esempio le attività manuali – costruire un nuovo salone parrocchiale, o tracciare le linee di un campo di calcio per i giovani dell’oratorio…; gli impegni menzionati da Gesù implicano la nostra capacità di compassione, sono impegni in cui il nostro cuore è “mosso” e commosso. Ci rallegriamo con i fidanzati che si sposano, ridiamo con il bimbo che portano a battezzare; accompagniamo i giovani che si preparano al matrimonio e alla famiglia; ci addoloriamo con chi riceve l’unzione nel letto di ospedale; piangiamo con quelli che seppelliscono una persona cara… Tante emozioni… Se noi abbiamo il cuore aperto, questa emozione e tanto affetto affaticano il cuore del Pastore. Per noi sacerdoti le storie della nostra gente non sono un notiziario: noi conosciamo la nostra gente, possiamo indovinare ciò che sta passando nel loro cuore; e il nostro, nel patire con loro, ci si va sfilacciando, ci si divide in mille pezzetti, ed è commosso e sembra perfino mangiato dalla gente: prendete, mangiate. Questa è la parola che sussurra costantemente il sacerdote di Gesù quando si sta prendendo cura del suo popolo fedele: prendete e mangiate, prendete e bevete… E così la nostra vita sacerdotale si va donando nel servizio, nella vicinanza al Popolo fedele di Dio… che sempre, sempre stanca.
Vorrei ora condividere con voi alcune stanchezze sulle quali ho meditato.
C’è quella che possiamo chiamare “la stanchezza della gente, la stanchezza delle folle”: per il Signore, come per noi, era spossante – lo dice il Vangelo –, ma è una stanchezza buona, una stanchezza piena di frutti e di gioia. La gente che lo seguiva, le famiglie che gli portavano i loro bambini perché li benedicesse, quelli che erano stati guariti, che venivano con i loro amici, i giovani che si entusiasmavano del Rabbì…, non gli lasciavano neanche il tempo per mangiare. Ma il Signore non si seccava di stare con la gente. Al contrario: sembrava che si ricaricasse (cfr. Evangelii gaudium, 11). Questa stanchezza in mezzo alla nostra attività è solitamente una grazia che è a portata di mano di tutti noi sacerdoti (cfr ibid., 279). Che bella cosa è questa: la gente ama, desidera e ha bisogno dei suoi pastori! Il popolo fedele non ci lascia senza impegno diretto, salvo che uno si nasconda in un ufficio o vada per la città con i vetri oscurati. E questa stanchezza è buona, è una stanchezza sana. E’ la stanchezza del sacerdote con l’odore delle pecore…, ma con il sorriso di papà che contempla i suoi figli o i suoi nipotini. Niente a che vedere con quelli che sanno di profumi cari e ti guardano da lontano e dall’alto (cfr ibid., 97). Siamo gli amici dello Sposo, questa è la nostra gioia. Se Gesù sta pascendo il gregge in mezzo a noi non possiamo essere pastori con la faccia acida, lamentosi, né, ciò che è peggio, pastori annoiati. Odore di pecore e sorriso di padri… Sì, molto stanchi, ma con la gioia di chi ascolta il suo Signore che dice: «Venite, benedetti del Padre mio» (Mt 25,34).
C’è anche quella che possiamo chiamare “la stanchezza dei nemici”. Il demonio e i suoi seguaci non dormono e, dato che le loro orecchie non sopportano la Parola di Dio, lavorano instancabilmente per zittirla o confonderla. Qui la stanchezza di affrontarli è più ardua. Non solo si tratta di fare il bene, con tutta la fatica che comporta, bensì bisogna difendere il gregge e difendere sé stessi dal male (cfr Evangelii gaudium, 83). Il maligno è più astuto di noi ed è capace di demolire in un momento quello che abbiamo costruito con pazienza durante lungo tempo. Qui occorre chiedere la grazia di imparare a neutralizzare - è un’abitudine importante: imparare a neutralizzare -: neutralizzare il male, non strappare la zizzania, non pretendere di difendere come superuomini ciò che solo il Signore deve difendere. Tutto questo aiuta a non farsi cadere le braccia davanti allo spessore dell’iniquità, davanti allo scherno dei malvagi. La parola del Signore per queste situazioni di stanchezza è: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). E questa parola ci darà forza.
E per ultima – ultima perché questa omelia non vi stanchi troppo – c’è anche “la stanchezza di sé stessi” (cfr Evangelii gaudium, 277). E’ forse la più pericolosa. Perché le altre due provengono dal fatto di essere esposti, di uscire da noi stessi per ungere e darsi da fare (siamo quelli che si prendono cura). Invece questa stanchezza, è più auto-referenziale: è la delusione di sé stessi ma non guardata in faccia, con la serena letizia di chi si scopre peccatore e bisognoso di perdono, di aiuto: questi chiede aiuto e va avanti. Si tratta della stanchezza che dà il “volere e non volere”, l’essersi giocato tutto e poi rimpiangere l’aglio e le cipolle d’Egitto, il giocare con l’illusione di essere qualcos’altro. Questa stanchezza mi piace chiamarla “civettare con la mondanità spirituale”. E quando uno rimane solo, si accorge di quanti settori della vita sono stati impregnati da questa mondanità, e abbiamo persino l’impressione che nessun bagno la possa pulire. Qui può esserci una stanchezza cattiva. La parola dell’Apocalisse ci indica la causa di questa stanchezza: «Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore» (2,3-4). Solo l’amore dà riposo. Ciò che non si ama, stanca male, e alla lunga stanca peggio.
L’immagine più profonda e misteriosa di come il Signore tratta la nostra stanchezza pastorale è quella che «avendo amato i suoi…, li amò sino alla fine» (Gv 13,1): la scena della lavanda dei piedi. Mi piace contemplarla come la lavanda della sequela. Il Signore purifica la stessa sequela, Egli si «coinvolge» con noi (Evangelii gaudium, 24), si fa carico in prima persona di pulire ogni macchia, quello smog mondano e untuoso che ci si è attaccato nel cammino che abbiamo fatto nel suo Nome.
Sappiamo che nei piedi si può vedere come va tutto il nostro corpo. Nel modo di seguire il Signore si manifesta come va il nostro cuore. Le piaghe dei piedi, le slogature e la stanchezza, sono segno di come lo abbiamo seguito, di quali strade abbiamo fatto per cercare le sue pecore perdute, tentando di condurre il gregge ai verdi pascoli e alle acque tranquille (cfr ibid., 270). Il Signore ci lava e ci purifica da tutto quello che si è accumulato sui nostri piedi per seguirlo. E questo è sacro. Non permette che rimanga macchiato. Come le ferite di guerra Lui le bacia, così la sporcizia del lavoro Lui la lava.
La sequela di Gesù è lavata dallo stesso Signore affinché ci sentiamo in diritto di essere “gioiosi”, “pieni”, “senza paura né colpa” e così abbiamo il coraggio di uscire e andare “sino ai confini del mondo, a tutte le periferie”, a portare questa buona notizia ai più abbandonati, sapendo che “Lui è con noi, tutti i giorni fino alla fine del mondo”. E per favore, chiediamo la grazia di imparare ad essere stanchi, ma ben stanchi!
[Papa Francesco, omelia del Crisma 2 aprile 2015]
Pasqua, Ascensione. (Ci sono prove che Vive)
Qual è il destino, la traiettoria di una vita spesa nella fedeltà a una vocazione profetica? L’esito terreno di Gesù - il Figlio fedele - sembrerebbe quello dei falliti d’ogni tempo.
Allora vale la pena essere se stessi? Non sarebbe più costruttivo regolarsi sulla base di convenienze personali e opportunismi di gruppo?
Insomma, con la Pasqua e Ascensione di Gesù, cosa è cambiato?
La gente continua come prima a viaggiare o stare ferma, a comprare e vendere, a lavorare o fare festa, a gioire o piangere...
Ma come in un paesaggio caratterizzato da nebbie, all’improvviso sorge il sole e vediamo profili netti, godiamo della brillantezza di colori, persino delle sfumature.
Una Visione più nitida, nell’esperienza di Fede.
La Pasqua celebra una gioia: è la festa di coloro che si rendono conto che le sconfitte non restano lati oscuri. Nascondono Gemme sproporzionate.
Del nostro passaggio rimane una fioritura piena. E non è vero che una vita distrutta o vessata sia sciupata o finisca male, lasciandoci orfani.
Piuttosto, essa acuisce l’ascolto e tutta la percezione. Così impariamo ad accogliere l’oggettivo degli altri e la loro-nostra irripetibilità.
Apprendiamo a dialogare con la cruda realtà e anzitutto con noi stessi; così finalmente onorare Dio rispettandoci in modo integrale.
Nelle icone orientali la Pasqua è raffigurata come Discesa agli Inferi: vittoria della donna e dell’uomo comuni [riportati alla vita].
Ancora nelle icone, il Mistero dell’Ascensione è raffigurato con due angeli in bianche vesti che indicano agli apostoli il nimbo glorioso del Signore, seduto in trono.
Come dire: contemplate dove è giunta una vita sprecata secondo gli uomini, ma realizzata secondo il Padre.
Obbedire alla nostra vocazione senza compromessi e in modo integrale può sembrare imprudente, temerario. Invece è pieno rispetto di sé, e ci conduce alla nostra Patria.
La natura delle nostre fibre animate dall’Amico interiore fa appello non a traguardi sociali da raggiungere, ma a ciò che siamo davvero - e il nostro Nome profondo dispiegato nel cammino di Fede accompagna infallibilmente alla Culla.
Lasciarsi influenzare e diventare esterni è perdere se stessi e smarrire la Guida, rovinando la completezza dell’essere.
Malgrado l’apparente fallimento e i rimproveri che l’inedito personale e sociale suscita, ascoltando quel Fuoco inestinguibile che ci abita, realizziamo la vita in modo integrale.
Se l'attenzione non è sullo scenario di ciò che attorno accade, trasaliamo per la nuova consapevolezza d’una genesi in atto della nostra personalità e missione: un prototipo e modalità di noi stessi che stanno misteriosamente fiorendo, e hanno valore.
A meno che non ci lasciamo condizionare e soverchiare da interferenze o calcoli esterni e circostanze dattorno, avvertiamo che c’è già un binario caratterizzante il quale chiama da dentro.
Ci si accorge che possiamo stare con noi stessi e crescere senza preclusioni d’inatteso, né codici già comunemente paradigmatici, perché Dio si esprime creando rinnovati cieli dentro di noi e sulla terra.
Il Cielo: decollare senz’allontanarsi. Non siamo soli. E il meglio deve ancora Venire.
P.S. Oggi più che mai siamo nell’era delle vetrine sociali, che palesano ogni aspetto della storia e della cronaca anche private.
Quando valorizziamo l’aspetto dell’anima che comunica con le scorze dei target, la tagliamo o squilibriamo con pensieri dominanti lasciando che venga plagiata da manipolatori - anche spirituali.
Ma il cuore che smarrisce l’Intero non traccia più il sentiero che canta il nostro Seme. Esso pretende di esprimersi. Altrimenti procederemmo a vanvera o a cliché.
Insomma, non siamo un giudizio, un’opinione, una crisi, un ricordo, bensì inventori di strade che attingono a un’acqua sempre sorgiva.
Non a un pozzo, né ad una palude, dove tutto è già accaduto, ma a una Sorgente.
[Ascensione del Signore]
(Mt 28,16-20)
Mt non descrive l’Ascensione, ma propone il medesimo messaggio di At 1,1-11 (usando immagini diverse): il passaggio di consegne.
A differenza di Lc e Gv, Mt colloca l’incontro col Risorto in Galilea - non a Gerusalemme, centro sacro. L’ambientazione ha un peso teologico.
Egli non si rende presente e visibile nella città santa, bensì in ‘periferia’, e gli apostoli sono invitati a ricalcare le orme del Maestro a partire da dove la sua missione ha avuto inizio.
I componenti delle comunità di Galilea e Siria cui Mt si rivolge provenivano dal giudaismo, ma subivano il disprezzo dei giudei osservanti, che li consideravano doppiamente traditori della loro cultura.
A motivo delle invasioni da nord e dall’est, la popolazione di quelle terre era eterogenea, e gli ortodossi guardavano con sospetto tale mescolanza.
In più, con l’adesione a Cristo avevano messo in dubbio consuetudini e autorità degli insegnamenti identificativi tradizionali.
È proprio a queste persone poco stimate che viceversa si rivolge il Vangelo del Signore, e a partire dall’esperienza de «il Monte» (v.16).
Nella cultura biblica e semitica in genere, Monte è il luogo dell’esperienza speciale dell’Eterno, delle sue manifestazioni.
In Mt il termine allude allo scenario delle Beatitudini: luogo della nuova opera di salvezza di Dio che supera la Legge.
Gerusalemme non doveva più essere il centro del culto e della religiosità. Il velo del Tempio è squarciato (Mt 27,51): l’accesso al Padre non più circoscritto ad un luogo.
Ogni credente in Cristo, di qualsiasi estrazione, che decideva di soppiantare i princìpi della “pianura” [modo di pensare e agire competitivo e comune] con quelle de «il Monte», era abilitato a divenire un santuario vivente.
L'evangelista colloca appunto Gesù su «il Monte» quando intende sottolineare un richiamo o un gesto fondamentale - alternativo all’immaginario fideista.
È “luogo” nel senso dei momenti forti dello Spirito, delle coincidenze fra natura divina e umana: dove sperimentiamo Cristo manifestare la sua “autorità” esistenziale su tutto l’arco della vita.
Vetta che rende palesi i criteri della Missione - col simbolismo della Rivelazione divina e alludendo alla sua stessa condizione post-pasquale [una situazione alta, “celeste”].
E solo chi ha assimilato l’insegnamento de «il Monte» - unicamente chi ha fatto esperienza del Risorto - può svolgere tale Missione.
Infatti il mandato e l’invio dei discepoli è fatto decisivo. Introduce un cambiamento radicale nella relazione coi discepoli, che in Lui scoprono il divino (v.17a) e al contempo restano con le loro perplessità (v.17b).
Mt è consapevole dei dubbi che serpeggiano. Malgrado ciò, proprio l’incertezza e il comportamento scandaloso dei primi seguaci diretti gli consente di incoraggiare i fratelli di comunità [anche se nella sua redazione si nota la tendenza a presentare gli apostoli come modelli piuttosto integri].
Le “chiese” non sono composte di figli perfetti. Anzi, ricorda (in tal modo) un aspetto inedito che Gesù aveva introdotto nei criteri del discernimento e della vita reale: la compresenza dei volti.
Mentre l’esistenza religiosa veniva concepita in termini di procedure, cesellatura dei sentimenti, “evidenza” e progresso ascendente, il Maestro aveva insegnato l’integrazione delle etnie, degli affetti, delle misture emotive e perfino dei lati opposti.
Secondo il nuovo Rabbi, la vita nello Spirito porta Gioia perché scopre tesori nascosti proprio nei lati in ombra delle persone malferme e delle situazioni traballanti.
Lo stesso dubbio di Giuseppe è stato più che fecondo (cf Mt 1,18ss).
È un bene credere in Gesù e - al contempo - avere punti interrogativi: è la differenza tra Fede e religiosità comune.
Solo a Cristo è data ogni «Ex-ousìa» (v.18): autorità non imposta, che sprigiona dal Mistero senza forzature, quindi accettata liberamente [ovvero una sorta di autorevolezza a partire dall’essere stesso].
Il momento è decisivo, per tracciare i criteri dell’azione ecclesiale che rende presente Gesù.
Egli ci affida un compito, conferisce i suoi stessi “poteri”, introduce nella comunione di vita.
Sembra paradossale, ma è su una piattaforma di mescolanze [base solida e oscillante] che la Chiesa si fa capace dei recuperi inspiegabili - e che gli apostoli vengono inviati (vv.19-20).
È tale sfondo di energie competitive e plasmabili, assunte e assimilate, che cambia la vita e prepara il futuro di Dio - non la castrazione o sterilizzazione di massa.
Fede ed evidenza religiosa ora si scontrano, fanno scintille.
Per questo - su terreno insicuro - c’è l’apertura al mondo intero (v.19), mentre in un passo precedente Mt aveva limitato la missione alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 10,5-6).
L’esperienza viva nella coesistenza e convivialità delle differenze ha consentito di comprendere la vitalità del caos che fa spostare lo sguardo, lo amplia; obbliga a superare l’unilateralità.
Confusione e rivolgimento che - come ben sanno i missionari - risolvono i veri problemi, aprendo orizzonti imprevisti dal valore incalcolabile.
L’imperfezione è stata feconda di esiti inopinati e ha spalancato un’era: la novità dell’ecclesiologia dilatata.
Ora la Luce accesa sul popolo immerso nelle tenebre quando Gesù si era stabilito da Nazaret a Cafarnao (Mt 4,13-) deve dispiegarsi ovunque, attraverso un discepolato esteso ai popoli [pagani: v.19 testo greco] «tutti i giorni e sino alla consumazione del secolo» (v.20).
Il particolarismo prima riconosciuto [forse nel rispetto della qualità comunitaria e dei limiti spazio-temporali] cede il passo alla nuova Inaugurazione.
Ora i confini decadono, per un totale universalismo - senza frontiera alcuna.
L’immersione [v.19: senso greco del termine Battesimo] nella meraviglia che avvolge la Persona del Signore, impregna il discepolo di Cristo fin nelle midolla - senza più bisogno di procedure e norme vincolanti, assodate ma esterne.
Luce animata dalla promessa del Risorto che richiamando l’Emmanuele Dio-Con, chiude il Vangelo di Mt così com’era iniziato e annunciato dai Profeti (cf. Mt 1,22-23).
L’Ascensione non è taglio, separazione e partenza, bensì Comunione. La profezia è divenuta permanente realtà.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come entri nell’Alleanza Nuova? Sei attento alla dialettica tra Fede e dubbio?
Lo consideri un fatto propulsivo o meno, sia per una nuova contemplazione che per la fioritura di nuove energie?
Come trascorre in te l’autorivelazione di Gesù? Quale forza ti ha trasmesso? Che peso hanno l’esperienza e il vigore de «il Monte»?
Pasqua, Ascensione. Decollare senz’allontanarsi
Ci sono prove che Vive
Qual è il destino di una vita spesa nella fedeltà a una vocazione profetica?
L’esito terreno di Gesù - il Figlio fedele - sembrerebbe quello dei falliti d’ogni tempo e di qualsiasi cultura, filosofia o religione.
Allora vale la pena essere se stessi?
Non sarebbe più costruttivo regolarsi sulla base di convenienze personali e opportunismi di gruppo?
La Pasqua celebra una gioia: è la festa di coloro che si rendono conto che le sconfitte non restano lati oscuri. Nascondono Gemme sproporzionate.
Del nostro passaggio rimane una fioritura piena. E non è vero che una vita distrutta sia sciupata o finisca male.
Nelle icone orientali la Pasqua è raffigurata come Discesa agli Inferi: vittoria della donna e dell’uomo comuni.
Ancora nelle icone, il Mistero dell’Ascensione è in genere raffigurato con due angeli in bianche vesti che indicano agli Apostoli il nimbo glorioso del Signore, seduto in trono.
Come a dire: contemplate dove è giunta una vita sprecata secondo gli uomini ma realizzata secondo il Padre.
Obbedire alla nostra Chiamata senza compromessi e in modo integrale può sembrare imprudente e temerario. Invece è pieno rispetto di sé, e ci porta alla nostra Patria.
La natura delle nostre fibre animate dall’Amico interiore fa appello non a traguardi sociali da raggiungere, ma a ciò che siamo davvero.
E la nostra identità profonda dispiegata nel cammino di Fede conduce infallibilmente alla Culla dell’essere.
Lasciarsi influenzare e diventare esterni è perdere la guida, rovinando la completezza delle capacità innate.
Malgrado l’apparente fallimento e i rimproveri che l’inedito personale e sociale suscita, ascoltando la nostra Chiamata per Nome e quel Fuoco inestinguibile che ci abita, realizziamo la vita.
Oggi più che mai siamo nell’era delle vetrine sociali, che palesano ogni aspetto della storia e della cronaca anche personali.
Ma il tronco, i rami, i fiori, i germogli e i frutti nascono dalle radici. Esse vivono ben nascoste.
Il nostro Cielo è intrecciato alla nostra terra e alla nostra polvere: sta dentro e in basso, non dietro le nuvole.
Se non c’è tempo per un’accurata percezione e un’intima riflessione, manca il modo di rinascere alla Novità di Dio.
Su tutte le pieghe dell’andare, anche spirituale, diventiamo sempre più sensibili ai commenti e giudizi che giungono in tempo reale.
Diventati membri a pieno titolo della società dell’epidermide, perdiamo la meridiana, spesso la capacità di evolvere e far crescere gli altri.
Non rinvenendo il lato segreto che c’inabita, scoraggiamo.
Perdendo lo sguardo nei meandri del giudizio diffuso e tutto esteriore, si smarrisce la capacità di gestazione del Gesù personale, e non lo si partorisce più.
Al massimo lo si farà assomigliare a una sua paradigmatica parvenza; magari convincendo che sia effettivamente quello, tutto esteriore.
In tal guisa, il Signore diventa un Gesù parere degli altri, dattorno; del gruppo, degli stendardi patronali; o quello della “diretta” [il parere di chi fa audience].
Se valorizziamo l’aspetto dell’anima che comunica con le scorze dei target, la tagliamo o squilibriamo con pensieri dominanti, lasciando che venga plagiata da manipolatori - anche spirituali.
Ma il cuore che perde l’intero non guida più l’anima in ciò che caratterizza la Vocazione e il nostro Seme.
L’intimo pretende di esprimersi. Ovvero procedemmo a vanvera, o a cliché.
Manon siamo un giudizio, un’opinione, una crisi, un ricordo, bensì inventori di strade che attingono a un’acqua sempre sorgiva.
Non a un pozzo, né ad una palude, dove tutto è già accaduto - ma a una Sorgente.
Se l'attenzione non è sullo scenario conformista di ciò che un tempo è stato o attorno accade, trasaliamo per la nuova consapevolezza d’una genesi in atto.
Una ri-nascita della nostra personalità e missione: un prototipo e modalità di noi stessi che stanno misteriosamente fiorendo e hanno valore.
A meno che non ci lasciamo condizionare e soverchiare da interferenze culturali o calcolo di circostanze, avvertiamo che c’è un binario caratterizzante che ci chiama.
Ci si accorge che possiamo stare con noi stessi e crescere senza preclusioni d’inatteso, o codici già comunemente paradigmatici.
Perché Dio non si esprime emanando normative tuttologhe, ma creando rinnovati cieli dentro di noi e già sulla terra.
Insomma, con la Pasqua e Ascensione di Gesù cosa è cambiato?
Apparentemente nulla, perché la gente continua come prima a viaggiare o stare ferma, a comprare e vendere, a lavorare o fare festa, a gioire o piangere...
Eppure, come in un paesaggio caratterizzato da nebbie, d’improvviso sorge il sole e vediamo profili netti, godiamo della brillantezza di colori, persino delle sfumature.
Si acuisce l’ascolto e tutta la percezione.
Impariamo ad accogliere l’oggettivo degli altri e la loro-nostra irripetibilità.
Apprendiamo a dialogare con la realtà e anzitutto con noi stessi; così finalmente ad onorare l’Eterno, rispettandoci in modo integrale.
Il Cielo: decollare senz’allontanarsi. Non siamo soli. E il meglio deve ancora Venire.
Ascensione del Signore: non siamo orfani
(At 1,1-11)
Al termine del suo Vangelo Lc colloca l’Ascensione di Gesù nel medesimo giorno di Pasqua, a Betania e nell’atto perenne del benedirci (Lc 24,50-51) - con una forma di presentazione comprensibile secondo le conoscenze cosmologiche del tempo.
Lo stesso dicasi in At 1, dove il medesimo redattore situa l’evento dopo quaranta giorni [simbolo della continuità con l’insegnamento di Gesù: v.3] e sul Monte detto degli Ulivi (cf. v.12).
Certo, sul Calvario Gesù aveva promesso allo sventurato che lo chiama per nome: «Oggi con me sarai nel Paradiso» (Lc 23,43).
L'evangelista e autore degli Atti degli Apostoli non vuole trasmettere informazioni, bensì un insegnamento in favore delle sorti missionarie delle sue chiese - fisicamente prive del Maestro.
Lc desidera scuotere e sciogliere i dubbi affiorati nelle comunità, anzitutto circa il senso del passaggio di consegne ai discepoli, quindi della sua Presenza operante nello Spirito (vv.8.16).
Egli illumina i seguaci di terza generazione sul mistero della Pasqua del Signore, usando immagini e un genere letterario comprensibili ai suoi contemporanei, provenienti per lo più dal mondo pagano.
In un clima di attesa viva, gli scrittori apocalittici annunciavano imminente l’avvento del Regno di Dio. E nella mentalità comune l’effusione dello Spirito portava con sé l’inaugurazione del tempo ultimo.
Da tale convinzione scaturiva la speranza di una Manifestazione subitanea (limitata a Israele).
Il Veniente e il suo nuovo ordine di cose sarebbero giunti fra sconvolgimenti cosmici: diluvio, terremoti, fuoco purificatore dal cielo, risurrezione dei giusti e inizio di un mondo finalmente appagante.
Anche in alcuni fedeli si stava creando un clima di esaltazione, il quale però confliggeva con la morte del Maestro e il ritardo della sua apparizione gloriosa attesa.
Ogni speculazione sulla prossimità della fine del mondo antico si risolveva in un fiasco.
Ciò fino a esporsi a facili ironie [2Pt 3,4: «Diranno: Dov’è la sua venuta, che Egli ha promesso? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della creazione»].
Ma intanto in tutte le comunità si ripeteva «Vieni Signore!» (Marana tha). Però gli anni passavano e gli eventi scorrevano come prima.
La vita quotidiana - come quella dell’impero - non sembrava cambiare granché.
In tale situazione deludente, che interrogava i membri di comunità circa lo spessore della Fede, Lc si rende conto dell’equivoco: la Risurrezione ha segnato l’inizio del Regno, non la conclusione della storia.
Il mondo nuovo non si edifica attraverso scorciatoie, eventi repentini, situazioni immediate, o per procura - né sorge immaginando particolarismi, che viceversa andavano sgretolati.
I tempi erano e sono sempre lunghi, e l’impegno ricomincia da zero ogni giorno: nessuna facile età dell’oro; nessun personaggio definitivamente risolutore, garante dell’ordine e del benessere - come il Messia atteso.
Per correggere le false aspettative (i coloriti racconti degli apocrifi sono decisamente fantasiosi) At descrive l’evento d’intronizzazione regale [Ef 1,20-22; Ef 4,8-10; ebraico-cultuale in Eb 9,24-28.10,19-21; cf. Sal 110, messianico per eccellenza] in modo sobrio, e lo introduce con il dialogo fra Gesù Risorto e gli Apostoli.
La loro domanda era quella che risuonava sulle labbra dei discepoli al volgere del primo secolo: «Quando?» (v.6).
Il senso del testo: ciò non è importante, bisogna solo non perdere di vista la condizione divina del giudicato dagli uomini ma assunto a sé dal Padre.
A Dio non interessano i dibattiti e le curiosità: conta unicamente la missione universale affidata (vv.7-8).
L’esatto contrario di quanto avveniva in alcune realtà cristiane, dove alcuni avevano addirittura iniziato a trascurare i doveri di ogni giorno.
Si noti che il Risorto si rivolge ai suoi durante lo spezzare del Pane (cf. v.4) - mentre la scena dell’Ascensione si sposta al Monte degli Ulivi (vv.9-11.12).
Lc adopera quale sfondo narrativo l’icona biblica del rapimento di Elia (2Re 2,9-15) per indicare che Cristo effonde il suo Spirito e abilita i fratelli a proseguirne la missione nel mondo.
Infatti il libro dei Re narra delle opere dell’allievo Eliseo: esse avevano ricalcato le medesime del maestro, Elia.
La scenografia grandiosa usata dell'autore degli Atti non deve confondere: è per chiarire il senso del passaggio di consegne e dell’invio.
La vittoria del Risorto è il suo popolo in uscita: tale resta l’accesso alla gloria del Padre.
Nel Primo Testamento la Nube (v.9) indicava la presenza divina in un certo luogo.
Lc impiega tale immagine per indicare che la vita di Gesù non è stata fallimentare, bensì accolta da Dio.
Il mondo di Dio [i due in bianche vesti, gli stessi al sepolcro nel giorno di Pasqua: Lc 24,4-6] lo proclama in verità Signore - sebbene condannato dalle autorità come malfattore, peccatore, maledetto.
I «due uomini» (Lc 24,4) sono probabilmente Mosè ed Elia - come nella Trasfigurazione (Lc 9,30) - ossia la Legge e i Profeti, testimoni fondamentali che Cristo è l’Inviato da Dio.
Lo sguardo rivolto al cielo (vv.10-11) è invece quello dei discepoli che ancora sperano forse in un “ritorno” [termine mai adoperato nei Vangeli] di Gesù, affinché riprenda la sua opera violentemente interrotta.
Ma il messaggio «dal cielo» (v.11) chiarisce che non sarà Lui a portare a compimento il suo stesso Sogno.
Dopo i quaranta giorni [v.3: nel linguaggio del giudaismo, tempo simbolico necessario alla preparazione del discepolo] i seguaci ne hanno ricevuto lo Spirito, la forza interiore arricchita dal discernimento.
Ciò a una condizione, ben compresa dalle icone orientali, le quali nel mistero dell’Ascensione raffigurano appunto due angeli biancovestiti che indicano agli apostoli il nimbo glorioso del Signore.
Come nel racconto del rapimento di Elia, è necessario che i discepoli «vedano» dove è finita una vita donata - anche disprezzata dagli uomini, eppur benedetta dal Padre.
Quindi ne vale la pena.
In tal guisa, bisogna che ciascuno la smetta di rivolgere il nasino all’insù, estraniandosi dal mondo: costi quel che costi.
Infatti, possibile solo... «Se mi vedrai» (2Re 2,10).
Nello Spirito, la Visione-Fede riempie di Cielo i nostri occhi: stacca dai giudizi della religiosità banale; dona l’intelligenza delle pieghe della storia, l’impulso per affrontare la vita faccia a faccia, la comprensione della strabiliante fecondità della Croce; la capacità di cogliere, attivare e anticipare futuro.
Da ciò deriva la «grande gioia» (Lc 24,52) degli apostoli, altrimenti incomprensibile dopo un commiato.
«Cari fratelli e sorelle, il Signore, aprendoci la via del Cielo, ci fa pregustare già su questa terra la vita divina. Un autore russo del Novecento, nel suo testamento spirituale, scriveva: “Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, … intrattenetevi … col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete” (N. Valentini - L. Žák [a cura], Pavel A. Florenskij. Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Milano 2000, p. 418)».
[Papa Benedetto, Regina Coeli 16 maggio 2010]
Questo giorno, nel quale posso per la prima volta insediarmi sulla Cattedra del Vescovo di Roma quale successore di Pietro, è il giorno in cui in Italia la Chiesa celebra la Festa dell’Ascensione del Signore. Al centro di questo giorno, troviamo Cristo. E solo grazie a Lui, grazie al mistero del suo ascendere, riusciamo a comprendere il significato della Cattedra, che è a sua volta il simbolo della potestà e della responsabilità del Vescovo. Cosa ci vuol dire allora la Festa dell’Ascensione del Signore? Non vuol dirci che il Signore se ne è andato in qualche luogo lontano dagli uomini e dal mondo. L’Ascensione di Cristo non è un viaggio nello spazio verso gli astri più remoti; perché, in fondo, anche gli astri sono fatti di elementi fisici come la terra. L’Ascensione di Cristo significa che Egli non appartiene più al mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli appartiene completamente a Dio. Egli – il Figlio Eterno – ha condotto il nostro essere umano al cospetto di Dio, ha portato con sé la carne e il sangue in una forma trasfigurata. L’uomo trova spazio in Dio; attraverso Cristo, l’essere umano è stato portato fin dentro la vita stessa di Dio. E poiché Dio abbraccia e sostiene l’intero cosmo, l’Ascensione del Signore significa che Cristo non si è allontanato da noi, ma che adesso, grazie al Suo essere con il Padre, è vicino ad ognuno di noi, per sempre. Ognuno di noi può darGli del tu; ognuno può chiamarLo. Il Signore si trova sempre a portata di voce. Possiamo allontanarci da Lui interiormente. Possiamo vivere voltandoGli le spalle. Ma Egli ci aspetta sempre, ed è sempre vicino a noi.
Dalle letture della liturgia odierna impariamo anche qualcosa in più sulla concretezza con cui il Signore realizza questo Suo essere vicino a noi. Il Signore promette ai discepoli il Suo Spirito Santo. La prima lettura ci dice che lo Spirito Santo sarà "forza" per i discepoli; il Vangelo aggiunge che sarà guida alla Verità tutt’intera. Gesù ha detto tutto ai Suoi discepoli, essendo Egli stesso la Parola vivente di Dio, e Dio non può dare più di sé stesso. In Gesù, Dio ci ha donato tutto sé stesso - cioè - ci ha donato tutto. Oltre a questo, o accanto a questo, non può esserci nessun’altra rivelazione in grado di comunicare maggiormente o di completare, in qualche modo, la Rivelazione di Cristo. In Lui, nel Figlio, ci è stato detto tutto, ci è stato donato tutto. Ma la nostra capacità di comprendere è limitata; perciò la missione dello Spirito è di introdurre la Chiesa in modo sempre nuovo, di generazione in generazione, nella grandezza del mistero di Cristo. Lo Spirito non pone nulla di diverso e di nuovo accanto a Cristo; non c’è nessuna rivelazione pneumatica accanto a quella di Cristo - come alcuni credono - nessun secondo livello di Rivelazione. No: "prenderà del mio", dice Cristo nel Vangelo (Gv 16, 14). E come Cristo dice soltanto ciò che sente e riceve dal Padre, così lo Spirito Santo è interprete di Cristo. "Prenderà del mio". Non ci conduce in altri luoghi, lontani da Cristo, ma ci conduce sempre più dentro la luce di Cristo. Per questo, la Rivelazione cristiana è, allo stesso tempo, sempre antica e sempre nuova. Per questo, tutto ci è sempre e già donato. Allo stesso tempo, ogni generazione, nell’inesauribile incontro col Signore - incontro mediato dallo Spirito Santo - impara sempre qualcosa di nuovo.
Così, lo Spirito Santo è la forza attraverso la quale Cristo ci fa sperimentare la sua vicinanza. Ma la prima lettura dice anche una seconda parola: mi sarete testimoni. Il Cristo risorto ha bisogno di testimoni che Lo hanno incontrato, di uomini che Lo hanno conosciuto intimamente attraverso la forza dello Spirito Santo. Uomini che avendo, per così dire, toccato con mano, possono testimoniarLo. È così che la Chiesa, la famiglia di Cristo, è cresciuta da "Gerusalemme… fino agli estremi confini della terra", come dice la lettura. Attraverso i testimoni è stata costruita la Chiesa – a cominciare da Pietro e da Paolo, e dai Dodici, fino a tutti gli uomini e le donne che, ricolmi di Cristo, nel corso dei secoli hanno riacceso e riaccenderanno in modo sempre nuovo la fiamma della fede. Ogni cristiano, a suo modo, può e deve essere testimone del Signore risorto. Quando leggiamo i nomi dei santi possiamo vedere quante volte siano stati – e continuino ad essere – anzitutto degli uomini semplici, uomini da cui emanava - ed emana - una luce splendente capace di condurre a Cristo.
Ma questa sinfonia di testimonianze è dotata anche di una struttura ben definita: ai successori degli Apostoli, e cioè ai Vescovi, spetta la pubblica responsabilità di far sì che la rete di queste testimonianze permanga nel tempo. Nel sacramento dell’ordinazione episcopale vengono loro conferite la potestà e la grazia necessarie per questo servizio. In questa rete di testimoni, al Successore di Pietro compete uno speciale compito. Fu Pietro che espresse per primo, a nome degli apostoli, la professione di fede: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16, 16). Questo è il compito di tutti i Successori di Pietro: essere la guida nella professione di fede in Cristo, il Figlio del Dio vivente. La Cattedra di Roma è anzitutto Cattedra di questo credo. Dall’alto di questa Cattedra il Vescovo di Roma è tenuto costantemente a ripetere: Dominus Iesus – "Gesù è il Signore", come Paolo scrisse nelle sue lettere ai Romani (10, 9) e ai Corinzi (1 Cor 12, 3). Ai Corinzi, con particolare enfasi, disse: "Anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra… per noi c’è un solo Dio, il Padre…; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui" (1 Cor 8, 5). La Cattedra di Pietro obbliga coloro che ne sono i titolari a dire - come già fece Pietro in un momento di crisi dei discepoli - quando tanti volevano andarsene: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6, 68ss). Colui che siede sulla Cattedra di Pietro deve ricordare le parole che il Signore disse a Simon Pietro nell’ora dell’Ultima Cena: "….e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli…." (Lc 22, 32). Colui che è il titolare del ministero petrino deve avere la consapevolezza di essere un uomo fragile e debole - come sono fragili e deboli le sue proprie forze - costantemente bisognoso di purificazione e di conversione. Ma egli può anche avere la consapevolezza che dal Signore gli viene la forza per confermare i suoi fratelli nella fede e tenerli uniti nella confessione del Cristo crocifisso e risorto. Nella prima lettera di san Paolo ai Corinzi, troviamo il più antico racconto della risurrezione che abbiamo. Paolo lo ha fedelmente ripreso dai testimoni. Tale racconto dapprima parla della morte del Signore per i nostri peccati, della sua sepoltura, della sua risurrezione, avvenuta il terzo giorno, e poi dice: "Cristo apparve a Cefa e quindi ai Dodici…" (1 Cor 15, 4), Così, ancora una volta, viene riassunto il significato del mandato conferito a Pietro fino alla fine dei tempi: essere testimone del Cristo risorto.
Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo. Così la Cattedra è il simbolo della potestas docendi, quella potestà di insegnamento che è parte essenziale del mandato di legare e di sciogliere conferito dal Signore a Pietro e, dopo di lui, ai Dodici. Nella Chiesa, la Sacra Scrittura, la cui comprensione cresce sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e il ministero dell’interpretazione autentica, conferito agli apostoli, appartengono l’una all’altro in modo indissolubile. Dove la Sacra Scrittura viene staccata dalla voce vivente della Chiesa, cade in preda alle dispute degli esperti. Certamente, tutto ciò che essi hanno da dirci è importante e prezioso; il lavoro dei sapienti ci è di notevole aiuto per poter comprendere quel processo vivente con cui è cresciuta la Scrittura e capire così la sua ricchezza storica. Ma la scienza da sola non può fornirci una interpretazione definitiva e vincolante; non è in grado di darci, nell’interpretazione, quella certezza con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire. Per questo occorre un mandato più grande, che non può scaturire dalle sole capacità umane. Per questo occorre la voce della Chiesa viva, di quella Chiesa affidata a Pietro e al collegio degli apostoli fino alla fine dei tempi.
Questa potestà di insegnamento spaventa tanti uomini dentro e fuori della Chiesa. Si chiedono se essa non minacci la libertà di coscienza, se non sia una presunzione contrapposta alla libertà di pensiero. Non è così. Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo. Lo fece Papa Giovanni Paolo II, quando, davanti a tutti i tentativi, apparentemente benevoli verso l’uomo, di fronte alle errate interpretazioni della libertà, sottolineò in modo inequivocabile l’inviolabilità dell’essere umano, l’inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. La libertà di uccidere non è una vera libertà, ma è una tirannia che riduce l’essere umano in schiavitù. Il Papa è consapevole di essere, nelle sue grandi decisioni, legato alla grande comunità della fede di tutti i tempi, alle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della Chiesa. Così, il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità di far sì che questa Parola continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza, così che non venga fatta a pezzi dai continui cambiamenti delle mode.
La Cattedra è - diciamolo ancora una volta - simbolo della potestà di insegnamento, che è una potestà di obbedienza e di servizio, affinché la Parola di Dio - la sua verità! - possa risplendere tra di noi, indicandoci la strada. Ma, parlando della Cattedra del Vescovo di Roma, come non ricordare le parole che Sant’Ignazio d’Antiochia scrisse ai Romani? Pietro, provenendo da Antiochia, sua prima sede, si diresse a Roma, sua sede definitiva. Una sede resa definitiva attraverso il martirio con cui legò per sempre la sua successione a Roma. Ignazio, da parte sua, restando Vescovo di Antiochia, era diretto verso il martirio che avrebbe dovuto subire in Roma. Nella sua lettera ai Romani si riferisce alla Chiesa di Roma come a "Colei che presiede nell’amore", espressione assai significativa. Non sappiamo con certezza che cosa Ignazio avesse davvero in mente usando queste parole. Ma per l’antica Chiesa, la parola amore, agape, accennava al mistero dell’Eucaristia. In questo Mistero l’amore di Cristo si fa sempre tangibile in mezzo a noi. Qui, Egli si dona sempre di nuovo. Qui, Egli si fa trafiggere il cuore sempre di nuovo; qui, Egli mantiene la Sua promessa, la promessa che, dalla Croce, avrebbe attirato tutto a sé. Nell’Eucaristia, noi stessi impariamo l’amore di Cristo. E’ stato grazie a questo centro e cuore, grazie all’Eucaristia, che i santi hanno vissuto, portando l’amore di Dio nel mondo in modi e in forme sempre nuove. Grazie all’Eucaristia la Chiesa rinasce sempre di nuovo! La Chiesa non è altro che quella rete - la comunità eucaristica! - in cui tutti noi, ricevendo il medesimo Signore, diventiamo un solo corpo e abbracciamo tutto il mondo. Presiedere nella dottrina e presiedere nell’amore, alla fine, devono essere una cosa sola: tutta la dottrina della Chiesa, alla fine, conduce all’amore. E l’Eucaristia, quale amore presente di Gesù Cristo, è il criterio di ogni dottrina. Dall’amore dipendono tutta la Legge e i Profeti, dice il Signore (Mt 22, 40). L’amore è il compimento della legge, scriveva San Paolo ai Romani (13, 10) […]
[Papa Benedetto, omelia Insediamento 7 maggio 2005)
1. In molti Paesi, tra i quali l'Italia, è stata posticipata ad oggi la solennità dell'Ascensione di Cristo. Con questa festa ricordiamo che Gesù, dopo la sua risurrezione, si mostrò vivo ai discepoli per quaranta giorni (At 1,3), al termine dei quali, avendoli condotti sul monte degli Ulivi, "fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo" (At 1,9). Risorto e asceso al Cielo, il Redentore costituisce per i credenti l'àncora di salvezza e di conforto nel quotidiano impegno al servizio della verità e della pace, della giustizia e della libertà. Salendo al Cielo, Egli ci riapre la via verso la Patria beata, non però per alienarci dalla storia, ma per dare al nostro cammino il respiro della speranza.
2. Ogni giorno, infatti, dobbiamo confrontarci con le realtà di questo mondo. Ce lo ricorda anche la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che quest'oggi celebriamo.
I più recenti progressi nelle comunicazioni e nelle informazioni hanno posto la Chiesa di fronte a inedite possibilità di evangelizzazione. Ho pensato, perciò, di proporre quest'anno un tema di grande attualità: "Internet: un nuovo forum per proclamare il Vangelo".
Dobbiamo entrare in questa moderna e sempre più fitta rete di comunicazione con realismo e fiducia, persuasi che, se viene utilizzata con competenza e consapevole responsabilità, può offrire opportunità valide per la diffusione del messaggio evangelico.
Non si abbia, pertanto, paura di "prendere il largo" nel vasto oceano informatico. Anche attraverso di esso la Buona Notizia può raggiungere il cuore degli uomini e delle donne del nuovo millennio.
3. Non va, tuttavia, mai dimenticato che il segreto di ogni azione apostolica è anzitutto la preghiera. E proprio in intensa preghiera, dopo l'Ascensione, i discepoli vissero nel Cenacolo attendendo lo Spirito Santo promesso da Cristo. In mezzo a loro stava anche Maria, la Madre di Gesù (At 1,14). Mentre ci prepariamo a celebrare, domenica prossima, la solenne festa della Pentecoste, invochiamo con Maria lo Spirito Santo, perché infonda nei cristiani rinnovato slancio missionario e guidi i passi dell'umanità sulla via della solidarietà e della pace.
[Papa Giovanni Paolo II, Angelus 12 maggio 2002]
Oggi, in Italia e in altri Paesi, si celebra la solennità dell’Ascensione del Signore. Il brano del Vangelo (cfr Mt 28,16-20) ci mostra gli Apostoli che si radunano in Galilea, «sul monte che Gesù aveva loro indicato» (v. 16). Qui avviene l’ultimo incontro del Signore risorto con i suoi, sul monte. Il “monte” ha una forte carica simbolica. Su un monte Gesù ha proclamato le Beatitudini (cfr Mt 5,1-12); sui monti si ritirava a pregare (cfr Mt 14,23); là accoglieva le folle e guariva i malati (cfr Mt 15,29). Ma questa volta, sul monte, non è più il Maestro che agisce e insegna, guarisce ma è il Risorto che chiede ai discepoli di agire e di annunciare, affidando a loro il mandato di continuare la sua opera.
Li investe della missione presso tutte le genti. Dice: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (vv. 19-20). I contenuti della missione affidata agli Apostoli sono questi: annunciare, battezzare, insegnare e camminare sulla via tracciata dal Maestro, cioè il Vangelo vivo. Questo messaggio di salvezza implica prima di tutto il dovere della testimonianza - senza testimonianza non si può annunciare -, alla quale anche noi, discepoli di oggi, siamo chiamati per rendere ragione della nostra fede. Di fronte a un compito così impegnativo, e pensando alle nostre debolezze, ci sentiamo inadeguati, come di certo si sentirono anche gli Apostoli stessi. Ma non bisogna scoraggiarsi, ricordando le parole che Gesù ha rivolto a loro prima di ascendere al Cielo: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (v. 20).
Questa promessa assicura la presenza costante e consolante di Gesù tra di noi. Ma in che modo si realizza questa presenza? Mediante il suo Spirito, che conduce la Chiesa a camminare nella storia come compagna di strada di ogni uomo. Quello Spirito che, inviato da Cristo e dal Padre, opera la remissione dei peccati e santifica tutti coloro che, pentiti, si aprono con fiducia al suo dono. Con la promessa di rimanere con noi sino alla fine dei tempi, Gesù inaugura lo stile della sua presenza nel mondo come Risorto. Gesù è presente nel mondo ma con un altro stile, lo stile del Risorto, cioè una presenza che si rivela nella Parola, nei Sacramenti, nell’azione costante e interiore dello Spirito Santo. La festa dell’Ascensione ci dice che Gesù, pur essendo salito al Cielo per dimorare glorioso alla destra del Padre, è ancora e sempre tra noi: da qui derivano la nostra forza, la nostra perseveranza e la nostra gioia, proprio dalla presenza di Gesù tra noi con la forza dello Spirito Santo.
La Vergine Maria accompagni il nostro cammino con la sua materna protezione: da Lei impariamo la dolcezza e il coraggio per essere testimoni nel mondo del Signore risorto.
[Papa Francesco, Regina Coeli 24 maggio 2020]
(Gv 16,23-28)
Nelle religioni antiche la preghiera è prestazione del credente, un atto dovuto da parte della creatura alla maestà divina.
Ma anche membro di una assemblea, nella Fede il figlio di Dio ha pieno accesso al Padre in modo personale, come Gesù.
E il Dialogo che nasce ha il carattere della spontaneità. Il linguaggio: irripetibile per ciascuno [come in una storia d’amore].
Cristo in noi è l'autentico protagonista della preghiera ‘nel suo Nome’. Ma non si sostituisce ai fedeli - né li assume, come farebbe un intermediario o un intercessore esterno.
Il Signore ci unisce a Sé, in carne e sangue.
Il contatto col Padre è «in Gesù di Nazaret»: nel portato dei suoi stessi desideri, parole, azioni, delusioni, gioie, persino attività di denuncia delle false credenze.
Siamo collegati alla sua stessa Persona - non a un’altra vicenda storica più scintillante o tranquilla, armonica e quieta: nello Spirito d’incarnazione, totalmente.
Poi il Padre ha rispetto della nostra identità-carattere in Cristo. Ne coglie i tratti e li incorpora, per suggerirci la Via della realizzazione particolare.
Nella ricchezza del Mistero le vicende del Figlio e dei figli si intrecciano. Il Suo Nome si fonde con il nostro ‘nome’.
Insomma, la Sua storia di persecuzioni e beffe è tutta di noi tutti. La si riconosce, già a prima vista.
Pertanto nelle orazioni il Risorto non fa da “mediatore”.
Egli è il solco dentro, la traccia intima, la strada completamente nostra, da non perdere di vista e da ascoltare attentamente, sia per vagliare l’opzione globale della vita che per regolarsi di volta in volta.
Siamo uditori della Parola, dei segni del tempo, delle vicende personali, degli incontri, dell’esperienza, del cuore o dei consigli, del carattere e delle inclinazioni - a partire dal nostro Seme creaturale.
Proprio come Gesù col Padre: rimaniamo con Lui dentro, e (uniti a Lui) nel suo Dialogo mistico e perenne col senso degli accadimenti.
In essi si svela il Padre, vero Soggetto che si esprime. E l’Eterno traspare negli eventi che ci porge nella sua sapiente Provvidenza.
Quindi la persona orante è quella in Ascolto - allo stesso modo di come Gesù si relazionava al Padre, per comprendere le sue stesse vicende.
Onde incontrare noi stessi, i fratelli, il mondo, e cogliere il senso degli eventi e della nostra missione, rimaniamo nel Nome di Gesù.
La storia del figlio del falegname ci riguarda: così ancor più esigiamo di introdurci nell’avventura e nell’onda vitale della Fede.
In tal guisa, l’esodo nello Spirito a partire dai nostri strati profondi non è lo stesso che vita spirituale devota e qualunque.
Così l’orazione che appartiene alla nostra Chiamata non ha nulla a che fare con atteggiamenti mediocri, subalterni - non correlativi in primo luogo a un fatto storico: la vita del Maestro.
Nell’anima dei suoi intimi, Egli stesso ascolta, interpreta, assimila. E si rivolge «con-noi» al Padre.
Tale amicizia e sintonia [talora cruda] ci consente di assimilare la sua Persona autentica; non artefatta, non edulcorata, non di contrabbando.
La preghiera nel Nome di Cristo contiene la sua potenza radicale, fa capire il senso delle ostilità e ferite.
In Lui diventano terreno di condivisione e corrispondenza profonda.
Qui il Signore ci abita e continua la sua azione creatrice.
La preghiera nel Nome tramuta la nostra polvere in stupore vivo e splendore di Relazione concreta, da pari a pari.
[Sabato 6.a sett. di Pasqua, 16 maggio 2026]
This Name clearly expresses that the God of the Bible is not some kind of monad closed in on itself and satisfied with his own self-sufficiency but he is life that wants to communicate itself, openness, relationship [Pope Benedict]
Questo nome esprime dunque chiaramente che il Dio della Bibbia non è una sorta di monade chiusa in se stessa e soddisfatta della propria autosufficienza, ma è vita che vuole comunicarsi, è apertura, relazione [Papa Benedetto]
There, however, in the place that should have been taken up by the encounter between God and man, he found livestock merchants and money-changers who occupied this place of prayer with their commerce […] In the temple's purification, however, it was a matter of more than fighting abuses. A new time in history was foretold (Pope Benedict)
Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera […] Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia (Papa Benedetto)
«Ask Jesus for the grace to follow him closely», so as not to leave him alone, thus overcoming the temptations of looking at ourselves to «share the cake» of personal interests [Pope Francis]
«Chiedere a Gesù la grazia di seguirlo da vicino», per non lasciarlo solo, superando così le tentazioni di guardare noi stessi per «spartirsi la torta» degli interessi personali [Papa Francesco]
First, in Nazareth, he makes him grow, raises him, educates him, but then follows him: "Your mother is there" (Pope Francis)
Prima, a Nazareth, lo fa crescere, lo alleva, lo educa, ma poi lo segue: “La tua madre è lì” (Papa Francesco)
Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
Will he find a response? Or will what happened to the vine of which God says in Isaiah: "He waited for it to produce grapes but it yielded wild grapes", also happen to us? Is not our Christian life often far more like vinegar than wine? [Pope Benedict]
Troverà una risposta? O accade con noi come con la vigna, di cui Dio dice in Isaia: "Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica"? La nostra vita cristiana spesso non è forse molto più aceto che vino? [Papa Benedetto]
don Giuseppe Nespeca
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