don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

«Se chiederete qualcosa al Padre, ve la darà nel mio Nome»

(Gv 16,23-28)

 

Nelle religioni antiche la preghiera è prestazione del credente, un atto dovuto da parte della creatura alla maestà divina.

Anche per s. Tommaso la virtù di Religione è un aspetto della virtù cardinale della Giustizia: l’essere inferiore è tenuto alla lode e al dovere di culto.

Ma anche membro di una assemblea, nella Fede il figlio di Dio ha pieno accesso al Padre in modo personale, come Gesù.

E il Dialogo che nasce ha il carattere della spontaneità. Il linguaggio: irripetibile per ciascuno [come in una storia d’amore].

Cristo in noi è l'autentico protagonista della preghiera ‘nel suo Nome’. Ma non si sostituisce ai fedeli - né li assume, come farebbe un intermediario o un intercessore esterno.

Il Signore ci unisce a Sé, in carne e sangue.

 

Il contatto col Padre è «in Gesù di Nazaret»: nel portato dei suoi stessi desideri, parole, azioni, delusioni, gioie, persino attività di denuncia delle false credenze.

Esse che illudono e spengono la genesi reale, la quale si annida nello specifico dell’orazione dei figli. Non espressione e frutto di una spiritualità vuota.

Siamo collegati alla sua stessa Persona - non a un’altra vicenda storica più scintillante o tranquilla, armonica e quieta: nello Spirito d’incarnazione, totalmente.

Poi il Padre ha rispetto della nostra identità-carattere in Cristo. Ne coglie i tratti e li incorpora, per suggerirci la Via della realizzazione particolare.

Tutto secondo età, Chiamata e personalità profonda, genio del tempo, mondo di relazioni e sensibilità irripetibile.

 

Nella ricchezza del Mistero le vicende del Figlio e dei figli si intrecciano. Il Suo Nome si fonde con il nostro nome.

Insomma, la Sua storia di persecuzioni e beffe è tutta di noi tutti. La si riconosce, già a prima vista.

I soliti falsari della religione di maniera [arcaica o alla moda] sono sempre all’opera, ma non hanno nulla di speciale, sapiente, celeste.

Pertanto nelle orazioni il Risorto non fa da “mediatore”.

Egli è il solco, la traccia, la strada completamente nostra, da non perdere di vista e da ascoltare attentamente; sia per vagliare l’opzione globale della vita che per regolarsi di volta in volta.

 

Carattere particolare della preghiera cristiana è l’Ascolto, la percezione, l’accoglienza; non la prestazione.

Altrimenti tutto rimarrebbe in sospeso: non si entrerebbe nella profondità critica e feconda dell’Amore, del suo sviluppo. Né della reciprocità in Cristo - nel vero Signore.

Siamo uditori della Parola, dei segni del tempo, delle vicende personali, degli incontri, dell’esperienza, del cuore o dei consigli, del carattere e delle inclinazioni - a partire dal nostro Seme creaturale.

Proprio come Gesù col Padre: rimaniamo con Lui dentro, e (uniti a Lui) nel suo Dialogo mistico e perenne col senso degli accadimenti.

In essi si svela il Padre, vero Soggetto che si esprime. E l’Eterno traspare negli eventi che ci porge nella sua sapiente Provvidenza.

Quindi la persona orante è quella in Ascolto - allo stesso modo di come Gesù si relazionava al Padre, per comprendere le sue stesse vicende.

L’orante - sebbene eremita - non è uomo isolato, solo come un cane, o peggio, ripiegato e plagiato.

Neppure somiglia a un intimidito che si raccomanda a qualche “protettore”, o fa elenchi di richieste come se il Cielo non si fosse accorto.

 

Onde incontrare noi stessi, i fratelli, il mondo, e cogliere il senso degli eventi e della nostra missione, rimaniamo nel Nome di Gesù.

La storia del figlio del falegname ci riguarda: così ancor più esigiamo di introdurci nell’avventura e nell’onda vitale della Fede.

In tal guisa, l’esodo nello Spirito a partire dai nostri strati profondi non è lo stesso che vita spirituale devota e qualunque.

Così l’orazione che appartiene alla nostra Chiamata non ha nulla a che fare con atteggiamenti mediocri, subalterni - non correlativi in primo luogo a un fatto storico: la vita del Maestro.

Nell’anima  dei suoi intimi, Egli stesso ascolta, interpreta, assimila. E si rivolge «con-noi» al Padre.

Tale amicizia e sintonia [talora cruda] ci consente di assimilare la sua Persona autentica; non artefatta, non edulcorata, non di contrabbando.

La preghiera nel Nome di Cristo contiene la sua potenza radicale, fa capire il senso delle ostilità e ferite.

In Lui diventano terreno di condivisione e corrispondenza profonda.

Qui il Signore ci abita e continua la sua azione creatrice.

 

La preghiera nel Nome tramuta la nostra polvere in stupore vivo e splendore di Relazione concreta, da pari a pari.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quale spazio ha nella tua preghiera il pensiero di Gesù, le sue azioni, i suoi sogni, le sue Parole?

E la sua attività di denuncia?

E i suoi rimproveri (e quel genere di rivendicazioni, come riportati nei Vangeli - non altri giustapposti)?

 

 

Due Uscite, nel Nome

 

Le piaghe di Gesù sono ancora presenti sulla terra. Per riconoscerle è necessario uscire da noi stessi e andare incontro ai fratelli bisognosi, ai malati, agli ignoranti, ai poveri, agli sfruttati. È l’«esodo» che Papa Francesco ha indicato ai cristiani nell’omelia della messa celebrata sabato mattina, 11 maggio, nella cappella della Domus Sanctae Marthae.

Si tratta — ha spiegato il Pontefice — di «un uscire da noi stessi» reso possibile dalla preghiera «verso il Padre in nome di Gesù». La preghiera che «ci annoia», invece, è «sempre dentro noi stessi, come un pensiero che va e viene. Ma la vera preghiera è uscire da noi stessi verso il Padre in nome di Gesù, è un esodo da noi stessi» che si compie «con l’intercessione proprio di Gesù, che davanti al Padre gli fa vedere le sue piaghe».

Ma come riconoscere queste piaghe di Gesù? Come è possibile avere fiducia in queste piaghe se non le si conosce? E qual è «la scuola dove si impara a conoscere le piaghe di Gesù, queste piaghe sacerdotali, di intercessione?». La risposta del Papa è stata esplicita: «Se noi non riusciamo a fare questa uscita da noi stessi verso quelle piaghe, non impareremo mai la libertà che ci porta nell’altra uscita da noi stessi, verso le piaghe di Gesù».

Da qui l’immagine delle due «uscite da noi stessi» indicate dal Santo Padre: la prima è «verso le piaghe di Gesù, l’altra verso le piaghe dei nostri fratelli e sorelle. E questa è la strada che Gesù vuole nella nostra preghiera». Parole che trovano conferma nel Vangelo di Giovanni (16, 23-28) della liturgia del giorno. Un brano nel quale Gesù è di una chiarezza disarmante: «In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualcosa al Padre nel mio nome, Egli ve la darà». In queste parole — ha notato il Pontefice — c’è una novità nella preghiera: «Nel mio nome». Il Padre dunque «ci darà tutto, ma sempre nel nome di Gesù».

Cosa significa questo chiedere nel nome di Gesù? È una novità che Gesù rivela proprio «nel momento in cui lascia la terra e torna al Padre». Nella solennità dell’Ascensione […] ha ricordato il Papa — è stato letto un brano della Lettera agli Ebrei, dove si dice tra l’altro: «Poiché abbiamo la libertà di andare al Padre». Si tratta di «una nuova libertà. Le porte sono aperte: Gesù, andando dal Padre, ha lasciato la porta aperta». Non perché «si sia dimenticato di chiuderla», ma perché «lui stesso è la porta». È lui «il nostro intercessore, e per questo dice: “Nel mio nome”». Nella nostra preghiera, caratterizzata da «quel coraggio che ci dà Gesù stesso», chiediamo allora al Padre nel nome di Gesù: «Guarda tuo Figlio e fammi questo!».

Il Santo Padre ha poi richiamato l’immagine di Gesù che «entra nel santuario del Cielo, come un sacerdote. E Gesù, fino alla fine del mondo, è come sacerdote, fa l’intercessione per noi: lui intercede per noi». E quando noi «chiediamo al Padre dicendo “Gesù”, segnaliamo, diciamo, facciamo un riferimento all’intercessore. Lui prega per noi davanti al Padre».

Riferendosi quindi alle piaghe di Gesù, il Pontefice ha notato che Cristo «nella sua risurrezione, ha avuto un corpo bellissimo: le piaghe della flagellazione, delle spine, sono sparite, tutte. I lividi dei colpi sono spariti». Ma egli, ha aggiunto, «ha voluto avere sempre le piaghe, e le piaghe sono precisamente la sua preghiera di intercessione al Padre». Questa è «la novità che Gesù ci dice», invitandoci ad «avere fiducia nella sua passione, avere fiducia nella sua vittoria sulla morte, avere fiducia nelle sue piaghe». È lui, infatti, il «sacerdote e questo è il sacrificio: le sue piaghe». Tutto ciò ci «dà fiducia, ci dà il coraggio di pregare», perché, come scriveva l’apostolo Pietro, «dalle sue piaghe siete stati guariti».

In conclusione il Santo Padre ha ricordato un altro passo del Vangelo di Giovanni: «Finora non avete chiesto nulla nel mio nome: chiedete ed otterrete, perché la vostra gioia sia piena». Il riferimento — ha spiegato — è alla «gioia di Gesù», alla «gioia che viene». Questo è «il nuovo modo di pregare: con la fiducia», con quel «coraggio che ci fa sapere che Gesù è davanti al Padre» e gli mostra le sue piaghe; ma anche con l’umiltà per riconoscere e trovare le piaghe di Gesù nei suoi fratelli bisognosi. È questa la nostra preghiera nella carità.

«Che il Signore — ha auspicato il Pontefice — ci dia questa libertà di entrare in quel santuario dove Lui è sacerdote e intercede per noi e qualsiasi cosa che chiederemo al Padre nel suo nome, ce la darà. Ma anche ci dia il coraggio di andare in quell’altro “santuario” che sono le piaghe dei nostri fratelli e sorelle bisognosi, che soffrono, che portano ancora la Croce e ancora non hanno vinto, come ha vinto Gesù».

(Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 12/05/2013)

Venerdì, 08 Maggio 2026 04:34

Carità e Fede

1. La fede come risposta all'amore di Dio.

Già nella mia prima Enciclica ho offerto qualche elemento per cogliere lo stretto legame tra queste due virtù teologali, la fede e la carità. Partendo dalla fondamentale affermazione dell’apostolo Giovanni: «Abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16), ricordavo che «all'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva... Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10), l'amore adesso non è più solo un ”comandamento”, ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro» (Deus caritas est, 1). La fede costituisce quella personale adesione – che include tutte le nostre facoltà – alla rivelazione dell'amore gratuito e «appassionato» che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo. L’incontro con Dio Amore che chiama in causa non solo il cuore, ma anche l’intelletto: «Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l'amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell'atto totalizzante dell'amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l'amore non è mai “concluso” e completato» (ibid., 17). Da qui deriva per tutti i cristiani e, in particolare, per gli «operatori della carità», la necessità della fede, di quell'«incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro animo all'altro, così che per loro l'amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell'amore» (ibid., 31a). Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore - «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) –, è aperto in modo profondo e concreto all'amore per il prossimo (cfr ibid., 33). Tale atteggiamento nasce anzitutto dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio.

«La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! ... La fede, che prende coscienza dell'amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l'amore. Esso è la luce – in fondo l'unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire» (ibid., 39). Tutto ciò ci fa capire come il principale atteggiamento distintivo dei cristiani sia proprio «l'amore fondato sulla fede e da essa plasmato» (ibid., 7).

2. La carità come vita nella fede

Tutta la vita cristiana è un rispondere all'amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il «sì» della fede segna l’inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza. Dio però non si accontenta che noi accogliamo il suo amore gratuito. Egli non si limita ad amarci, ma vuole attiraci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (cfr Gal 2,20).

Quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità. Aprirci al suo amore significa lasciare che Egli viva in noi e ci porti ad amare con Lui, in Lui e come Lui; solo allora la nostra fede diventa veramente «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) ed Egli prende dimora in noi (cfr 1 Gv 4,12).

La fede è conoscere la verità e aderirvi (cfr 1 Tm 2,4); la carità è «camminare» nella verità (cfr Ef 4,15). Con la fede si entra nell'amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (cfr Gv 15,14s). La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (cfr Gv 13,13-17). Nella fede siamo generati come figli di Dio (cfr Gv 1,12s); la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22). La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare (cfr Mt 25,14-30).

3. L'indissolubile intreccio tra fede e carità

Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non possiamo mai separare o, addirittura, opporre fede e carità. Queste due virtù teologali sono intimamente unite ed è fuorviante vedere tra di esse un contrasto o una «dialettica». Da un lato, infatti, è limitante l'atteggiamento di chi mette in modo così forte l'accento sulla priorità e la decisività della fede da sottovalutare e quasi disprezzare le concrete opere della carità e ridurre questa a generico umanitarismo. Dall’altro, però, è altrettanto limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall'attivismo moralista.

L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l'amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo come lo zelo degli Apostoli per l’annuncio del Vangelo che suscita la fede è strettamente legato alla premura caritatevole riguardo al servizio verso i poveri (cfr At 6,1-4). Nella Chiesa, contemplazione e azione, simboleggiate in certo qual modo dalle figure evangeliche delle sorelle Maria e Marta, devono coesistere e integrarsi (cfr Lc 10,38-42). La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede (cfr Catechesi all’Udienza generale del 25 aprile 2012). Talvolta si tende, infatti, a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. E’ importante, invece, ricordare che massima opera di carità è proprio l’evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». Non v'è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l'evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell'Enciclica Populorum progressio, è l'annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo (cfr n. 16). E’ la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr Enc. Caritas in veritate, 8).

In sostanza, tutto parte dall'Amore e tende all'Amore. L'amore gratuito di Dio ci è reso noto mediante l'annuncio del Vangelo. Se lo accogliamo con fede, riceviamo quel primo ed indispensabile contatto col divino capace di farci «innamorare dell'Amore», per poi dimorare e crescere in questo Amore e comunicarlo con gioia agli altri.

A proposito del rapporto tra fede e opere di carità, un’espressione della Lettera di san Paolo agli Efesini riassume forse nel modo migliore la loro correlazione: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (2, 8-10). Si percepisce qui che tutta l'iniziativa salvifica viene da Dio, dalla sua Grazia, dal suo perdono accolto nella fede; ma questa iniziativa, lungi dal limitare la nostra libertà e la nostra responsabilità, piuttosto le rende autentiche e le orienta verso le opere della carità. Queste non sono frutto principalmente dello sforzo umano, da cui trarre vanto, ma nascono dalla stessa fede, sgorgano dalla Grazia che Dio offre in abbondanza. Una fede senza opere è come un albero senza frutti: queste due virtù si implicano reciprocamente. La Quaresima ci invita proprio, con le tradizionali indicazioni per la vita cristiana, ad alimentare la fede attraverso un ascolto più attento e prolungato della Parola di Dio e la partecipazione ai Sacramenti, e, nello stesso tempo, a crescere nella carità, nell’amore verso Dio e verso il prossimo, anche attraverso le indicazioni concrete del digiuno, della penitenza e dell’elemosina.

4. Priorità della fede, primato della carità

Come ogni dono di Dio, fede e carità riconducono all'azione dell'unico e medesimo Spirito Santo (cfr 1 Cor 13), quello Spirito che in noi grida «Abbà! Padre» (Gal 4,6), e che ci fa dire: «Gesù è il Signore!» (1 Cor 12,3) e «Maranatha!» (1 Cor 16,22; Ap 22,20).

La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso, piena e perfetta adesione alla volontà del Padre e infinita misericordia divina verso il prossimo; la fede radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l'unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte. La fede ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell’attesa fiduciosa che la vittoria dell'amore di Cristo giunga alla sua pienezza. Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr Rm 5,5).

Il rapporto che esiste tra queste due virtù è analogo a quello tra due Sacramenti fondamentali della Chiesa: il Battesimo e l'Eucaristia. Il Battesimo (sacramentum fidei) precede l'Eucaristia (sacramentum caritatis), ma è orientato ad essa, che costituisce la pienezza del cammino cristiano. In modo analogo, la fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa. Tutto parte dall'umile accoglienza della fede («il sapersi amati da Dio»), ma deve giungere alla verità della carità («il saper amare Dio e il prossimo»), che rimane per sempre, come compimento di tutte le virtù (cfr 1 Cor 13,13).

[Papa Benedetto, Messaggio per la Quaresima 2013]

Venerdì, 08 Maggio 2026 04:31

(Catechismo: Preghiera)

2725 La preghiera è un dono della grazia e da parte nostra una decisa risposta. Presuppone sempre uno sforzo. I grandi oranti dell'Antica Alleanza prima di Cristo, come pure la Madre di Dio e i santi con lui ce lo insegnano: la preghiera è una lotta. Contro chi? Contro noi stessi e contro le astuzie del tentatore che fa di tutto per distogliere l'uomo dalla preghiera, dall'unione con il suo Dio. Si prega come si vive, perché si vive come si prega. Se non si vuole abitualmente agire secondo lo Spirito di Cristo, non si può nemmeno abitualmente pregare nel suo nome. Il « combattimento spirituale » della vita nuova del cristiano è inseparabile dal combattimento della preghiera.

2765. L’espressione tradizionale «Orazione domenicale» (cioè «Preghiera del Signore ») significa che la preghiera al Padre nostro ci è insegnata e donata dal Signore Gesù. Questa preghiera che ci viene da Gesù è veramente unica: è « del Signore ». Da una parte, infatti, con le parole di questa preghiera, il Figlio unigenito ci dà le parole che il Padre ha dato a lui: è il maestro della nostra preghiera. Dall’altra, Verbo incarnato, egli conosce nel suo cuore di uomo i bisogni dei suoi fratelli e delle sue sorelle in umanità, e ce li manifesta: è il modello della nostra preghiera.

[Catechismo della Chiesa Cattolica]

Venerdì, 08 Maggio 2026 04:21

Due Uscite, nel Nome

Le piaghe di Gesù sono ancora presenti sulla terra. Per riconoscerle è necessario uscire da noi stessi e andare incontro ai fratelli bisognosi, ai malati, agli ignoranti, ai poveri, agli sfruttati. È l’«esodo» che Papa Francesco ha indicato ai cristiani nell’omelia della messa celebrata sabato mattina, 11 maggio, nella cappella della Domus Sanctae Marthae.

Si tratta — ha spiegato il Pontefice — di «un uscire da noi stessi» reso possibile dalla preghiera «verso il Padre in nome di Gesù». La preghiera che «ci annoia», invece, è «sempre dentro noi stessi, come un pensiero che va e viene. Ma la vera preghiera è uscire da noi stessi verso il Padre in nome di Gesù, è un esodo da noi stessi» che si compie «con l’intercessione proprio di Gesù, che davanti al Padre gli fa vedere le sue piaghe».

Ma come riconoscere queste piaghe di Gesù? Come è possibile avere fiducia in queste piaghe se non le si conosce? E qual è «la scuola dove si impara a conoscere le piaghe di Gesù, queste piaghe sacerdotali, di intercessione?». La risposta del Papa è stata esplicita: «Se noi non riusciamo a fare questa uscita da noi stessi verso quelle piaghe, non impareremo mai la libertà che ci porta nell’altra uscita da noi stessi, verso le piaghe di Gesù».

Da qui l’immagine delle due «uscite da noi stessi» indicate dal Santo Padre: la prima è «verso le piaghe di Gesù, l’altra verso le piaghe dei nostri fratelli e sorelle. E questa è la strada che Gesù vuole nella nostra preghiera». Parole che trovano conferma nel Vangelo di Giovanni (16, 23-28) della liturgia del giorno. Un brano nel quale Gesù è di una chiarezza disarmante: «In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualcosa al Padre nel mio nome, Egli ve la darà». In queste parole — ha notato il Pontefice — c’è una novità nella preghiera: «Nel mio nome». Il Padre dunque «ci darà tutto, ma sempre nel nome di Gesù».

Cosa significa questo chiedere nel nome di Gesù? È una novità che Gesù rivela proprio «nel momento in cui lascia la terra e torna al Padre». Nella solennità dell’Ascensione celebrata giovedì scorso — ha ricordato il Papa — è stato letto un brano della Lettera agli Ebrei, dove si dice tra l’altro: «Poiché abbiamo la libertà di andare al Padre». Si tratta di «una nuova libertà. Le porte sono aperte: Gesù, andando dal Padre, ha lasciato la porta aperta». Non perché «si sia dimenticato di chiuderla», ma perché «lui stesso è la porta». È lui «il nostro intercessore, e per questo dice: “Nel mio nome”». Nella nostra preghiera, caratterizzata da «quel coraggio che ci dà Gesù stesso», chiediamo allora al Padre nel nome di Gesù: «Guarda tuo Figlio e fammi questo!».

Il Santo Padre ha poi richiamato l’immagine di Gesù che «entra nel santuario del Cielo, come un sacerdote. E Gesù, fino alla fine del mondo, è come sacerdote, fa l’intercessione per noi: lui intercede per noi». E quando noi «chiediamo al Padre dicendo “Gesù”, segnaliamo, diciamo, facciamo un riferimento all’intercessore. Lui prega per noi davanti al Padre».

Riferendosi quindi alle piaghe di Gesù, il Pontefice ha notato che Cristo «nella sua risurrezione, ha avuto un corpo bellissimo: le piaghe della flagellazione, delle spine, sono sparite, tutte. I lividi dei colpi sono spariti». Ma egli, ha aggiunto, «ha voluto avere sempre le piaghe, e le piaghe sono precisamente la sua preghiera di intercessione al Padre». Questa è «la novità che Gesù ci dice», invitandoci ad «avere fiducia nella sua passione, avere fiducia nella sua vittoria sulla morte, avere fiducia nelle sue piaghe». È lui, infatti, il «sacerdote e questo è il sacrificio: le sue piaghe». Tutto ciò ci «dà fiducia, ci dà il coraggio di pregare», perché, come scriveva l’apostolo Pietro, «dalle sue piaghe siete stati guariti».

In conclusione il Santo Padre ha ricordato un altro passo del Vangelo di Giovanni: «Finora non avete chiesto nulla nel mio nome: chiedete ed otterrete, perché la vostra gioia sia piena». Il riferimento — ha spiegato — è alla «gioia di Gesù», alla «gioia che viene». Questo è «il nuovo modo di pregare: con la fiducia», con quel «coraggio che ci fa sapere che Gesù è davanti al Padre» e gli mostra le sue piaghe; ma anche con l’umiltà per riconoscere e trovare le piaghe di Gesù nei suoi fratelli bisognosi. È questa la nostra preghiera nella carità.

«Che il Signore — ha auspicato il Pontefice — ci dia questa libertà di entrare in quel santuario dove Lui è sacerdote e intercede per noi e qualsiasi cosa che chiederemo al Padre nel suo nome, ce la darà. Ma anche ci dia il coraggio di andare in quell’altro “santuario” che sono le piaghe dei nostri fratelli e sorelle bisognosi, che soffrono, che portano ancora la Croce e ancora non hanno vinto, come ha vinto Gesù».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 12/05/2013]

Giovedì, 07 Maggio 2026 03:29

La Rivelazione operante nella Comunità

Afflizione e gioia nei dolori del parto

(Gv 16,20-23a)

 

Una credenza diffusa al tempo di Gesù era che il tempo ultimo sarebbe stato preceduto da un eccesso di tribolazioni e violenze.

Il gaudio dell'età d’oro futura sarebbe stato annunciato da un periodo di prove senza precedenti.

L’immagine della partoriente esprimeva il senso della storia intensamente dolorosa nel volgere dei tempi.

Tempi che ci si attendeva non eccessivamente durevoli - compensati da una liberazione la quale avrebbe fatto trasalire di gioia.

Lo spirito di autosufficienza e finta sicurezza del mondo circostante [anche della casta religiosa, preoccupata di salvaguardarsi] avrebbe condotto i membri di chiesa a una terrificante solitudine.

I fedeli contraddicevano il modo “pio” e imperiale di considerare la vita, fondato su false sicurezze e spirito di affermazione.

Il momento storico sembrava invaso da tristezza e insieme da un’aspettativa ineffabile, radicale, che paradossalmente sorgeva dalla medesima causa delle persecuzioni.

L’esclusione produceva senso di sconforto, ma era anche una molla che attivava sguardi incisivi, e l’azione, per un appagamento a rovescio - nell’esperienza viva della Presenza divina.

L’allontanamento sociale faceva scattare una situazione di Libertà: diventava Dono inatteso, proficuo, tangibile.

Tutto si mostrava utile a conciliare la molteplicità dei volti con la propria storia dispersa, i fratelli e sorelle, il futuro di Dio.

Fine delle incomprensioni.

Alla luce dell’esperienza reale della Visione-Fede operante, anche nei malesseri non vi sarebbero state questioni da avanzare: solo risposte.

Il mistero dell’esistenza di ciascuno veniva chiarito in modo eloquente, senza più interrogativi dispersivi: piuttosto, con guide interiori.

 

Nella figura di Gesù che “saluta” i suoi, Gv introduce il Dono del Paraclito. Spirito che reca la gioia della Presenza [silenziosa] del Maestro.

Ancora «in mezzo» - Egli stava facendo nascere il mondo nuovo.

Le allusioni frequenti alle sofferenze intime descrivono nel testo la realtà delle comunità giovannee dell’Asia Minore di fine primo secolo, tormentate da defezioni.

L’oppressione sotto Domiziano aumentava, e molti fratelli di comunità erano impazienti: avevano bisogno d’una chiave d’interpretazione profonda, e di una prospettiva.

Non ce l’avrebbero fatta da soli, a partire da se stessi.

Gv intende sostenere le pene dei credenti ed evitare fughe, incoraggiando tutti a vedere nelle persecuzioni un meccanismo generatore di vita nuova [doglie del parto: v.21].

Solo così chi aveva la morte davanti agli occhi non temeva di proseguire nella sua franchezza di testimone: doveva avere una Speranza forte.

Su tale raggio di luce e sulla scia di Dio nella storia, passo dopo passo tutto diventava chiaro.

Nella vita della donna e dell’uomo di Fede, malinconia e gioia andavano a braccetto - anzi, erano le prove assolute e laceranti che sprigionavano un flusso vitale.

La morte del Cristo e dei suoi rendeva possibile una nuova Nascita dell’umanità.

Mistero della vita, delle tribolazioni, e dell’essere in pienezza «nuove creature» ‘di genesi in genesi’.

 

Proprio il travaglio produceva nei figli di Dio la gioia d’una ritrovata Presenza, nel tempo lungo dell’evangelizzazione - sempre in pericolo di smarrire e nella tentazione di cedere.

Bisogna ricordarsi questo ritmo: mestizia del congedo e cuore nuovo, gioia e tristezza…

Paradossale sinergia che può far crescere la nostra unione coinvolgente col Risorto, riconosciuto «Signore personale».

 

 

[Venerdì 6.a sett. di Pasqua, 15 maggio 2026]

Giovedì, 07 Maggio 2026 03:26

La Rivelazione operante nella Comunità

Afflizione e gioia nei dolori del parto

(Gv 16,20-23a)

 

Una credenza diffusa al tempo di Gesù era che il tempo ultimo sarebbe stato preceduto da un eccesso di tribolazioni e violenze.

Il gaudio dell'età d’oro futura sarebbe stato annunciato da un periodo di prove senza precedenti.

L’immagine della partoriente esprimeva il senso della storia intensamente dolorosa nel volgere dei tempi.

Tempi che ci si attendeva non eccessivamente durevoli - compensati da una liberazione la quale avrebbe fatto trasalire di gioia.

Lo spirito di autosufficienza e finta sicurezza del mondo circostante (anche della casta religiosa, preoccupata di salvaguardarsi) avrebbe condotto i membri di chiesa a una terrificante solitudine.

I fedeli contraddicevano il modo pio e imperiale di considerare la vita, fondato su false sicurezze e spirito di affermazione.

Il momento storico sembrava invaso da tristezza e insieme da un’aspettativa ineffabile, radicale, che paradossalmente sorgeva dalla medesima causa delle persecuzioni.

L’esclusione produceva senso di sconforto, ma era anche una molla che attivava sguardi incisivi, e l’azione, per un appagamento a rovescio - nell’esperienza viva della Presenza divina.

L’allontanamento sociale faceva scattare una situazione di Libertà: diventava Dono inatteso, proficuo, tangibile.

Tutto si mostrava utile a conciliare la molteplicità dei volti con la propria storia dispersa, i fratelli e sorelle, il futuro di Dio.

Fine delle incomprensioni.

Alla luce dell’esperienza reale della Visione-Fede operante, anche nei malesseri non vi sarebbero state questioni da avanzare: solo risposte.

Il mistero dell’esistenza di ciascuno veniva chiarito in modo eloquente, senza più interrogativi dispersivi: piuttosto, con guide interiori.

 

Nella figura di Gesù che “saluta” i suoi, Gv introduce il Dono del Paraclito. Spirito che reca la gioia della Presenza [silenziosa] del Maestro.

Ancora in mezzo - Egli stava facendo nascere il mondo nuovo.

Le allusioni frequenti alle sofferenze intime descrivono nel testo la realtà delle comunità giovannee dell’Asia Minore di fine primo secolo, tormentate da defezioni.

L’oppressione sotto Domiziano aumentava, e molti fratelli di comunità erano impazienti: avevano bisogno d’una chiave d’interpretazione profonda, e di una prospettiva.

Non ce l’avrebbero fatta da soli, a partire da se stessi.

Gv intende sostenere le pene dei credenti ed evitare fughe, incoraggiando tutti a vedere nelle persecuzioni un meccanismo generatore di vita nuova [doglie del parto: v.21].

Solo così chi aveva la morte davanti agli occhi non temeva di proseguire nella sua franchezza di testimone: doveva avere una Speranza forte.

Su tale raggio di luce e sulla scia di Dio nella storia, passo dopo passo tutto diventava chiaro.

Nella vita della donna e dell’uomo di Fede, malinconia e gioia andavano a braccetto - anzi, erano le prove assolute e laceranti che sprigionavano il flusso vitale.

La morte del Cristo e dei suoi rendeva possibile una nuova Nascita dell’umanità.

Mistero della vita, delle tribolazioni, e dell’essere in pienezza nuove creature, di genesi in genesi.

 

Nella Bibbia la Felicità è percezione di pienezza di vita, luogo della festa che trasporta la persona e la fraternità intera, dai malesseri del viaggio - è il grande segnale del Mondo nuovo.

Ma le comunità primitive facevano esperienza che la gioia intima nasceva dalle lacrime d’un parto doloroso: così doveva essere anche per il mondo avvenire; di conquista inedita e libertà.

Dalle doglie sorgeva appunto una vita differente, primordiale, colma di un’esultanza altra: dissonante da vecchi moduli, nomenclature, e propositi, persino per chi partoriva.

Insomma, la sofferenza non negava l’irradiazione dello Spirito: era una legge della nascita [non forza negativa] che poteva sì annientare, ma solo coloro che avevano lo sguardo ripiegato.

Così era anche per il Regno: la sua instaurazione accadeva all’interno di una lotta, mai innocua - che pur feriva fuori e dentro anche la sostanza umana, nel riposto del cuore e delle relazioni.

Ma essa poi riarmonizzava e più, nel brivido delle scoperte, nelle suggestioni che palpitavano - dalle quali scaturiva una nuova creazione.

Alle note ufficiali della vera Chiesa [una santa cattolica apostolica] bisognava forse aggiungere: vessata, flagellata, inchiodata. In tal guisa, rafforzata da una Parola-Persona che risuonava dentro.

Da tutto ciò è derivato sin dai primi tempi un “gusto” senza impedimenti, che subito incorre nell’ostilità mondana. Nulla a che vedere con l’impero e la sua logica piramidale-feudale.

Proprio nel travaglio, ogni prova produceva nei figli di Dio la gioia d’una ritrovata Presenza, nel tempo lungo dell’evangelizzazione - sempre in pericolo di smarrire e nella tentazione di cedere.

Bisogna ricordarsi di questo ritmo: mestizia del congedo e cuore nuovo, gioia e tristezza…

Paradossale sinergia che può far crescere la nostra unione coinvolgente col Risorto, riconosciuto Signore.

 

 

Spe Salvi

 

Desideriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure dalla morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti. Non possiamo cessare di protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo sperimentare o realizzare non è ciò che bramiamo. Questa « cosa » ignota è la vera « speranza » che ci spinge e il suo essere ignota è, al contempo, la causa di tutte le disperazioni come pure di tutti gli slanci positivi o distruttivi verso il mondo autentico e l'autentico uomo. La parola « vita eterna » cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola insufficiente che crea confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura; « vita » ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l'altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia. Così lo esprime Gesù nel Vangelo di Giovanni: « Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia » (16,22). Dobbiamo pensare in questa direzione, se vogliamo capire a che cosa mira la speranza cristiana, che cosa aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo.

[Papa Benedetto, Spe Salvi n.12]

Giovedì, 07 Maggio 2026 03:23

Spe Salvi

Desideriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure dalla morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti. Non possiamo cessare di protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo sperimentare o realizzare non è ciò che bramiamo. Questa « cosa » ignota è la vera « speranza » che ci spinge e il suo essere ignota è, al contempo, la causa di tutte le disperazioni come pure di tutti gli slanci positivi o distruttivi verso il mondo autentico e l'autentico uomo. La parola « vita eterna » cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola insufficiente che crea confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura; « vita » ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l'altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia. Così lo esprime Gesù nel Vangelo di Giovanni: « Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia » (16,22). Dobbiamo pensare in questa direzione, se vogliamo capire a che cosa mira la speranza cristiana, che cosa aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo.

[Papa Benedetto, Spe Salvi n.12]

1. Abbiamo già più volte udito da San Paolo che “la gioia è frutto dello Spirito Santo” (Gal 5, 22), come lo sono l’amore e la pace, di cui abbiamo trattato nelle precedenti catechesi. È chiaro che l’Apostolo parla della vera gioia, quella che colma il cuore umano, non certo di una gioia superficiale e transitoria, come è spesso quella mondana.

Non è difficile, ad un osservatore che si muova anche solo sulla linea della psicologia e dell’esperienza, scoprire che il degrado, nel campo del piacere e dell’amore, è proporzionale al vuoto lasciato nell’uomo dalle fallaci e deludenti gioie cercate in quelle che San Paolo chiamava le “opere della carne”: “Fornicazione, impurità, libertinaggio . . . ubriachezze, orge e cose del genere” (Gal 5, 19.21). A queste false gioie si possono aggiungere - e vi sono spesso collegate - quelle cercate nel possesso e nell’uso smodato della ricchezza, nel lusso, nell’ambizione del potere, insomma in quella passione e quasi frenesia dei beni terreni che facilmente produce cecità di mente, come avverte San Paolo (cf. Ef 4, 18-19), e lamenta Gesù (cf. Mc 4, 19).

2. Paolo si riferiva alla situazione del mondo pagano, per esortare i convertiti a guardarsi dalle nefandezze: “Voi non così avete imparato a conoscere Cristo, se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 20-24). È la “nuova creatura” (2 Cor 5, 17), che è opera dello Spirito Santo, presente nell’anima e nella Chiesa. Perciò l’Apostolo conclude così la sua esortazione alla buona condotta e alla pace: “Non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno santo della redenzione” (Ef 4, 30).

Se il cristiano “rattrista” lo Spirito Santo, vivente nell’anima, non può certo sperare di possedere la vera gioia, che viene da lui: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace . . .” (Gal 5, 22). Solo lo Spirito Santo dà la gioia profonda, piena e durevole, a cui aspira ogni cuore umano. L’uomo è un essere fatto per la gioia, non per la tristezza. Lo ha ricordato Paolo VI ai cristiani e a tutti gli uomini del nostro tempo con l’esortazione apostolica “Gaudete in Domino”. E la gioia vera è dono dello Spirito Santo.

3. Nel testo della Lettera ai Galati Paolo ci ha detto che la gioia è legata alla carità (cf. Gal 5, 22). Essa non può quindi essere un’esperienza egoistica, frutto di un amore disordinato. La vera gioia include la giustizia del regno di Dio, del quale dice San Paolo che “è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 4, 17).

Si tratta della giustizia evangelica, consistente nella conformità alla volontà di Dio, nell’obbedienza alle sue leggi, nella personale amicizia con Lui. Fuori di questa amicizia non c’è vera gioia. Anzi “la tristezza come male e vizio - spiega San Tommaso - è causata dall’amore disordinato di se stessi, il quale . . . è la radice generale dei vizi” (S. Thomae, Summa theologiae, II-II, q. 28, a. 4, ad 1; cf. Ivi, I-II, q. 72, a. 4). Specialmente il peccato è fonte di tristezza, perché è una deviazione e quasi una distorsione dell’animo dal giusto ordine di Dio, che dà consistenza alla vita. Lo Spirito Santo, che opera nell’uomo la nuova giustizia nella carità, elimina la tristezza e dà la gioia: quella gioia che vediamo fiorire nel Vangelo.

4. Il Vangelo è un invito alla gioia e un’esperienza di gioia vera e profonda. Così nell’Annunciazione, Maria viene invitata alla gioia: “Rallegrati (Khaire), piena di grazia” (Lc 1, 28). È il coronamento di tutta una serie di inviti formulati dai profeti nell’Antico Testamento (cf. Zc 9, 9; Sof 3, 14-17; Gl 2, 21-27; Is 54, 1). La gioia di Maria si realizzerà con la venuta dello Spirito Santo, annunciata a Maria come motivo del “Rallègrati”.

Nella Visitazione, Elisabetta è piena di Spirito Santo e di gioia, nella partecipazione naturale e soprannaturale alla esultanza del figlio che è ancora nel suo seno: “Il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo” (Lc 1, 44). Elisabetta percepisce la gioia del figlio, e la manifesta, ma è lo Spirito Santo che, secondo l’evangelista, riempie ambedue di tale gioia. Maria, a sua volta proprio allora sente sgorgare dal cuore il canto di esultanza che esprime la gioia umile, limpida e profonda che la riempie quasi in attuazione del “Rallegrati” dell’Angelo: “Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore” (Lc 1, 47). Anche in queste parole di Maria echeggia la voce di gioia dei profeti, quale risuona nel Libro di Abacuc: “Io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio salvatore” (Ab 3, 18).

Un prolungamento di questa esultanza si ha durante la presentazione del bambino Gesù al Tempio, quando, all’incontro con lui, Simeone gioisce sotto l’impulso dello Spirito Santo che gli aveva fatto desiderare di vedere il Messia e lo aveva spinto a recarsi al Tempio (cf. Lc 2, 26-32); e a sua volta la profetessa Anna, così chiamata dall’evangelista, che pertanto la presenta come una donna consacrata a Dio e interprete dei suoi pensieri e comandi, secondo la tradizione d’Israele (cf. Es 15, 20; Gdc 4, 9; 2 Re 22, 14), esprime con la lode a Dio l’intima gioia che anche in lei ha origine dallo Spirito Santo (Lc 2, 36-38).

5. Nelle pagine evangeliche riguardanti la vita pubblica di Gesù, leggiamo che, a un certo momento, egli stesso “esultò nello Spirito Santo” (Lc 10, 21). Gesù esprime gioia e gratitudine in una preghiera che celebra la benevolenza del Padre: “Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto” (Lc 10, 21). In Gesù la gioia assume tutta la sua forza nello slancio verso il Padre. Così è per le gioie stimolate e sostenute dallo Spirito Santo nella vita degli uomini: la loro carica di vitalità segreta li orienta nel senso di un amore pieno di gratitudine verso il Padre. Ogni vera gioia ha come ultimo termine il Padre.

Ai discepoli Gesù rivolge l’invito a rallegrarsi, a vincere la tentazione della tristezza per la partenza del Maestro, perché questa partenza è condizione disposta nel disegno divino per la venuta dello Spirito Santo: “È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Paraclito; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò” (Gv 16, 7). Sarà il dono dello Spirito a procurare ai discepoli una gioia grande, anzi la pienezza della gioia, secondo l’intenzione espressa da Gesù. Il Salvatore, infatti, dopo aver invitato i discepoli a rimanere nel suo amore, aveva detto: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11; cf. Gv 17, 13). È lo Spirito Santo a mettere nel cuore dei discepoli la stessa gioia di Gesù, gioia della fedeltà all’amore che viene dal Padre.

San Luca attesta che i discepoli, i quali al momento dell’Ascensione avevano ricevuto la promessa del dono dello Spirito Santo, “tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24, 52-53). Negli Atti degli Apostoli risulta che, dopo la Pentecoste, si era creato negli Apostoli un clima di profonda gioia, che si comunicava alla comunità, in forma di esultanza e di entusiasmo nell’abbracciare la fede, nel ricevere il battesimo e nel vivere insieme, come dimostra quel “prendere i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (At 2, 46-47). Il libro degli Atti annota: “I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo” (At 13, 52).

6. Ben presto sarebbero venute le tribolazioni e persecuzioni predette da Gesù proprio nell’annunciare la venuta del Paraclito-Consolatore (cf. Gv 16,1ss.). Ma secondo gli Atti la gioia perdura anche nella prova: vi si legge infatti che gli Apostoli, tradotti davanti al Sinedrio, fustigati, ammoniti e rimandati a casa, se ne tornarono “lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù. E ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo” (At 5, 41-42).

Questa, del resto, è la condizione e la sorte dei cristiani, come ricorda San Paolo ai Tessalonicesi: “Voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione” (1 Ts 1, 6). I cristiani, secondo Paolo, ripetono in sé il mistero pasquale di Cristo, che ha come cardine la Croce. Ma il suo coronamento è la “gioia dello Spirito Santo” per coloro che perseverano nelle prove. È la gioia delle beatitudini, e più particolarmente della beatitudine degli afflitti, e dei perseguitati (cf. Mt 5, 4.10-12). Non affermava forse l’apostolo Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi . . .” (Col 1, 24)? E Pietro, per parte sua, esortava: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pt 4, 13).

Preghiamo lo Spirito Santo perché accenda sempre più in noi il desiderio dei beni celesti e ce ne faccia godere un giorno la pienezza: “Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna”.

Amen.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 19 giugno 1991]

Giovedì, 07 Maggio 2026 03:11

Dalla tristezza alla Gioia

«Non aver paura», soprattutto nei momento difficili: ecco il messaggio che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata venerdì 30 maggio nella cappella della Casa Santa Marta. Un messaggio di speranza che sprona a essere coraggiosi e ad avere «la pace nell’anima» proprio nelle prove — la malattia, la persecuzione, i problemi di tutti giorni in famiglia — sicuri che dopo si vivrà la gioia vera, perché «dopo il buio arriva sempre il sole».

In questa prospettiva il Pontefice ha indicato subito la testimonianza di san Paolo — un uomo «molto coraggioso» — presentata negli Atti degli apostoli (18, 9-18). Paolo, ha spiegato, «ha fatto tante cose perché aveva la forza del Signore, la sua vocazione per portare avanti la Chiesa, per predicare il Vangelo». Eppure sembra che anche lui alcune volte avesse timore. Tanto che il Signore una notte, in visione, lo ha invitato espressamente a «non avere paura».

Dunque anche san Paolo «conosceva quello che succede a tutti noi nella vita», avere cioè «un po’ di paura». Una paura che ci porta persino a rivedere la nostra vita cristiana, chiedendoci magari se, in mezzo a tanti problemi, in fondo «non sarebbe meglio abbassare un po’ il livello» per essere «non tanto cristiano», cercando «un compromesso con il mondo» in modo che «le cose non siano tanto difficili».

Un ragionamento, però, che non è appartenuto a san Paolo, il quale «sapeva che quello che faceva non piaceva né ai giudei né ai pagani». E gli Atti degli apostoli raccontano le conseguenze: è stato portato in tribunale, poi ecco «le persecuzioni, i problemi». Tutto questo, ha proseguito il Pontefice, ci riporta anche «nelle nostre paure, nei nostri timori». E viene da chiederci se aver paura è da cristiano. Del resto, ha ricordato il Papa, «lo stesso Gesù ne ha avuta. Pensate alla preghiera del Getsemani: “Padre allontana da me questo calice”. Aveva angoscia». Però Gesù dice anche: «Non spaventarti, vai avanti!». Proprio di questo parla nel discorso di congedo dai suoi discepoli, nel Vangelo di Giovanni (16, 20-23), quando dice loro chiaramente: «Voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà»; di più, si farà beffa di voi.

Cosa, poi, puntualmente avvenuta. «Pensiamo — ha rimarcato il vescovo di Roma — a quegli spettacoli del Colosseo, per esempio con i primi martiri» che sono stati condotti a «morire mentre la gente si rallegrava» dicendo: «Questi sciocchi che credono nel Risorto adesso che finiscano così!». Per tanti il martirio dei cristiani «era una festa: vedere come morivano!». È avvenuto dunque proprio quanto aveva detto Gesù ai discepoli: «il mondo si rallegrerà» mentre «voi sarete nella tristezza».

C’è, allora, «la paura del cristiano, la tristezza del cristiano». Del resto, ha spiegato il Papa, «noi dobbiamo dirci la verità: non tutta la vita cristiana è una festa. Non tutta! Si piange, tante volte si piange!». Le situazioni difficili della vita sono molteplici: per esempio, ha notato, «quando tu sei malato, quando tu hai un problema in famiglia, con i figli, con la figlia, la moglie, il marito. Quando tu vedi che lo stipendio non arriva alla fine del mese e hai un figlio malato e tu vedi che non puoi pagare il mutuo della casa e devi andartene via». Sono «tanti problemi che noi abbiamo». Eppure «Gesù ci dice: non aver paura!».

C’è anche «un’altra tristezza», ha aggiunto Papa Francesco: quella «che viene a tutti noi quando andiamo per una strada che non è buona». O quando, «per dirla semplicemente, compriamo, andiamo a comprare la gioia, l’allegria del mondo, quella del peccato». Con il risultato che «alla fine c’è il vuoto dentro di noi, c’è la tristezza». E questa è proprio «la tristezza della cattiva allegria».

Ma se il Signore non nasconde la tristezza, non ci lascia però soltanto con questa parola. Va avanti e dice: «Ma se voi siete fedeli, la vostra tristezza si cambierà in gioia». Ecco il punto chiave: «La gioia cristiana è una gioia in speranza che arriva. Ma nel momento della prova noi non la vediamo». È infatti «una gioia che viene purificata per le prove, anche per le prove di tutti i giorni». Dice il Signore: «La vostra tristezza si cambierà in gioia». Un discorso difficile da far comprendere, ha riconosciuto il Papa. Lo si vede, per esempio, «quando tu vai da un ammalato, da un’ammalata che soffre tanto, per dire: coraggio, coraggio, domani tu avrai gioia!». Si tratta di far sentire quella persona che soffre «come l’ha fatta sentire Gesù». È «un atto di fede nel Signore» e lo è anche per noi «quando siamo proprio nel buio e non vediamo nulla». Un atto che ci fa dire: «Lo so, Signore, che questa tristezza si cambierà in gioia. Non so come, ma lo so!».

In questi giorni, ha osservato il Pontefice, nella liturgia la Chiesa celebra il momento in cui «il Signore se n’è andato e ha lasciato i discepoli soli». In quel momento «forse alcuni di loro avranno sentito paura». Ma in tutti «c’era la speranza, la speranza che quella paura, quella tristezza si cambierà in gioia». E «per farci capire bene che questo è vero, il Signore prende l’esempio della donna che partorisce», spiegando: «Sì, è vero, nel parto la donna soffre tanto, ma poi quando ha il bambino con sé si dimentica» di tutto il dolore. E «quello che rimane è la gioia», la gioia «di Gesù: una gioia purificata nel fuoco delle prove, delle persecuzioni, di tutto quello che si deve fare per essere fedeli». Solo questa «è la gioia che rimane, una gioia nascosta in alcuni momenti della vita, che non si sente nei momenti brutti, ma che viene dopo». È, appunto, «una gioia in speranza».

Ecco allora «il messaggio della Chiesa oggi: non aver paura», essere «coraggiosi nella sofferenza e pensare che dopo viene il Signore, dopo viene la gioia, dopo il buio arriva il sole». Il Pontefice ha quindi espresso l’auspicio che «il Signore dia a tutti noi questa gioia in speranza». E ha spiegato che la pace è «il segno che noi abbiamo di questa gioia in speranza». A dare testimonianza di questa «pace nell’anima» sono, in particolare, tanti «ammalati alla fine della vita, con i dolori». Perché proprio «la pace — ha concluso il Papa — è il seme della gioia, è la gioia in speranza». Se infatti «hai pace nell’anima nel momento del buio, nel momento delle difficoltà, nel momento delle persecuzioni, quando tutti si rallegrano del tuo male», è il segno chiaro «tu hai il seme di quella gioia che verrà dopo».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 31/05/2014]

«Un tempo brevissimo»: non siamo in sala d’aspetto

(Gv 16,16-20)

 

La comunione umana dei primi discepoli col Maestro è stata suggestiva, non esauriente. Essa deve ora rinnovarsi.

Ciò avviene nel passaggio di Gesù dal mondo al Padre. Quindi nel cammino e dialogo fuori di ogni cerchia, cui gli apostoli stessi sono chiamati.

Il distacco terreno dal Signore è stato drammatico. Ma anche oggi siamo spinti a vivere e crescere nella ‘Chiesa in uscita’.

Spostamento che obbliga i fedeli in Cristo a transitare dai fratelli e sorelle di comunità a un rapporto totalizzante con la famiglia umana.

L’immediata percezione diventerebbe infrangibile: Gesù deve andare e lasciarci soli perché entriamo nel Mistero, in ricerca.

Ciò affinché sia il Risorto e il totalmente Altro a emergere in questo distacco, nella nebbia e notte dell’Esodo ribadito, tutto reale e tutto nuovo.

Anche per noi, la certezza si fa problema; la stabilità conosce le scosse. 

Non siamo dei protetti - come nella religione pagana, dove gli dèi scendevano nelle difficoltà e parteggiavano per gli amici.

C’è un distacco dalle rappresentazioni di Dio, persino dal nostro modo comune di pensare il Risorto.

Egli diventa eco dell’anima, che guida. E si fa ‘corpo’ ossia Chiesa; nonché “chiamata” alla frantumazione degl’idoli, alla testimonianza in uscita.

L'attività evangelizzatrice degli apostoli genuini va di pari passo con il Signore, e ne riflette le vicende, l’insegnamento, il tipo di confronti.

In tal guisa il Vivente si fa presente e operante in noi, senza soluzioni di continuità.

 

Gv riflette una catechesi a domande e risposte rivolta a coloro che non riuscivano a comprendere il senso della morte del Maestro e chiedevano spiegazioni.

Ebbene: «un tempo brevissimo» o «entro breve tempo» sono espressioni che ribadiscono e marcano la continuità fra esperienza di vicinanza fisica con Gesù e ‘visione’ del Risorto.

Trasfigurato e Signore in-noi, è il medesimo Maestro che riconosciamo nella sua vicenda terrena, compresi gli aspetti meno felici. Ad es. di rifiuto, denuncia, rimprovero.

Proprio come di uno che non sa stare al mondo.

Sono momenti inestimabili: tempi di riscoperta della vicinanza cosmica e divina, ovviamente purificata da illusioni di gloria o conformismo sociale.

Malgrado l’ambiente ostile, la situazione interiore del discepolo non muta: è di ‘unità permanente e non subisce interruzione, anzi diventa più incisiva e diretta al fine.

Fede è Relazione penetrante: anche oggi, non più legata al sentire, al vissuto rituale o ai segni di una civitas christiana consolidata - bensì all’acutezza e incisività dell’adesione personale.

Talora sembra dileguarsi? Subito dopo un dubbio che sorge, ogni cosa si capovolge.

La franchezza nell’aspro confronto con il potere consolidato o con le idee conformiste Lo rende improvvisamente Presente.

Vivo e fastidioso, ma stupefacente.

È vero: quando tutto sa di tristezza e prova, in un istante la situazione si rovescia.

È il momento della Felicità profonda: della ‘visione’ dell’Amico [invisibile] che si manifesta nella sua Sapienza e forza reali.

Incarnazione che continua nei testimoni critici e nelle assemblee che si configurano quali risveglio luminoso del Signore.

Esse affrontano la medesima Passione d’amore e non scansano i problemi: li fanno fiorire come Novità vitale di Dio.

 

 

[Giovedì 6.a sett. di Pasqua, 14 maggio 2026]

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This Name clearly expresses that the God of the Bible is not some kind of monad closed in on itself and satisfied with his own self-sufficiency but he is life that wants to communicate itself, openness, relationship [Pope Benedict]
Questo nome esprime dunque chiaramente che il Dio della Bibbia non è una sorta di monade chiusa in se stessa e soddisfatta della propria autosufficienza, ma è vita che vuole comunicarsi, è apertura, relazione [Papa Benedetto]
There, however, in the place that should have been taken up by the encounter between God and man, he found livestock merchants and money-changers who occupied this place of prayer with their commerce […] In the temple's purification, however, it was a matter of more than fighting abuses. A new time in history was foretold (Pope Benedict)
Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera […] Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia (Papa Benedetto)
«Ask Jesus for the grace to follow him closely», so as not to leave him alone, thus overcoming the temptations of looking at ourselves to «share the cake» of personal interests [Pope Francis]
«Chiedere a Gesù la grazia di seguirlo da vicino», per non lasciarlo solo, superando così le tentazioni di guardare noi stessi per «spartirsi la torta» degli interessi personali [Papa Francesco]
First, in Nazareth, he makes him grow, raises him, educates him, but then follows him: "Your mother is there" (Pope Francis)
Prima, a Nazareth, lo fa crescere, lo alleva, lo educa, ma poi lo segue: “La tua madre è lì” (Papa Francesco)
Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
Will he find a response? Or will what happened to the vine of which God says in Isaiah: "He waited for it to produce grapes but it yielded wild grapes", also happen to us? Is not our Christian life often far more like vinegar than wine? [Pope Benedict]
Troverà una risposta? O accade con noi come con la vigna, di cui Dio dice in Isaia: "Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica"? La nostra vita cristiana spesso non è forse molto più aceto che vino? [Papa Benedetto]

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