don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Domenica, 12 Luglio 2026 03:41

Accesso al Regno

In effetti, il regno di Cristo non è di questo mondo, ma porta a compimento tutto il bene che, grazie a Dio, esiste nell’uomo e nella storia. Se mettiamo in pratica l’amore per il nostro prossimo, secondo il messaggio evangelico, allora facciamo spazio alla signoria di Dio, e il suo regno si realizza in mezzo a noi. Se invece ciascuno pensa solo ai propri interessi, il mondo non può che andare in rovina.

Cari amici, il regno di Dio non è una questione di onori e di apparenze, ma, come scrive san Paolo, è "giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17). Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti. Perciò, non sa che farsene di quelle forme ipocrite di chi dice "Signore, Signore" e poi trascura i suoi comandamenti (cfr Mt 7,21). Nel suo regno eterno, Dio accoglie quanti si sforzano giorno per giorno di mettere in pratica la sua parola. Per questo la Vergine Maria, la più umile di tutte le creature, è la più grande ai suoi occhi e siede Regina alla destra di Cristo Re. Alla sua celeste intercessione vogliamo affidarci ancora una volta con fiducia filiale, per poter realizzare la nostra missione cristiana nel mondo.

[Papa Benedetto, Angelus 23 novembre 2008]

Domenica, 12 Luglio 2026 03:37

Vangelo della Mitezza… e della Conversione

6. Ma quella “mitezza e umiltà di cuore” in nessun modo significa debolezza. Al contrario, Gesù è esigente. Il suo Vangelo è esigente. Non è proprio lui ad ammonire: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”? E poco dopo: “Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà” (Mt 10, 38-39). È una sorta di radicalismo non solo nel linguaggio evangelico, ma anche nelle reali esigenze della sequela di Cristo, delle quali egli non esita a ribadire spesso tutta l’estensione: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace - egli dice un giorno - ma una spada” (Mt 10, 34). È un modo forte per dir che il Vangelo è anche una fonte di “inquietudine” per l’uomo, Gesù vuol farci capire che il Vangelo è esigente, e che esigere vuol dire agitare le coscienze, non permettere che si adagino in una falsa “pace”, nella quale diventano sempre più insensibili e ottuse, così che in esse le realtà spirituali si svuotano di valore, perdendo ogni risonanza. Gesù dirà davanti a Pilato: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18, 37). Queste parole riguardano anche la luce che egli porta su tutto il campo delle azioni umane, sgominando l’oscurità dei pensieri e specialmente delle coscienze per far trionfare in ogni uomo la verità. Si tratta però di mettersi dalla parte della verità. “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, dirà Gesù (Gv 18, 37). Per questo Gesù è esigente. Non duro o inesorabilmente severo: ma forte e inequivocabile nel richiamare chiunque alla vita nella verità.

7. Così le esigenze del Vangelo di Cristo penetrano nel campo della legge e della morale. Colui che è il “testimone fedele” (Ap 1, 5) della verità divina, della verità del Padre, dice fin dall’inizio del discorso della montagna: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei cieli” (Mt 5, 19). E nell’esortare alla conversione, non esita a rimproverare le stesse città dove la gente rifiuta di credere: “Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida!” (Lc 10, 13), mentre ammonisce tutti e ciascuno: “. . . se non vi convertirete, perirete” (Lc 13, 3).

8. Così il Vangelo della mitezza e dell’umiltà va di pari passo con il Vangelo delle esigenze morali, e persino delle severe minacce a coloro che non vogliono convertirsi. Non vi è contraddizione tra l’uno e l’altro. Gesù vive della verità che annunzia e dell’amore che rivela, e questo è un amore esigente come la verità da cui promana. Del resto l’amore ha posto le più grandi esigenze a Gesù stesso nell’ora del Getsemani, nell’ora del Calvario, nell’ora della croce. Gesù ha accettato e assecondato queste esigenze fino in fondo, perché, come ci avverte l’evangelista, egli “amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Si trattava di un amore fedele, per il quale il giorno prima di morire egli poteva dire al Padre: “Le parole che hai dato a me io le ho date a loro” (Gv 17, 8).

9. Come “testimone fedele” Gesù ha compiuto la missione ricevuta dal Padre nelle profondità del mistero trinitario. Era una missione eterna, inclusa nel pensiero del Padre che lo generava e che lo predestinava a compierla “nella pienezza dei tempi” per la salvezza dell’uomo - di ogni uomo - e per il bene perfetto di tutta la creazione. Gesù aveva la coscienza di questa sua missione al centro del piano creatore e redentore del Padre; e perciò, con tutto il realismo della verità e dell’amore portati al mondo, poteva dire: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 8 giugno 1988]

Domenica, 12 Luglio 2026 03:26

Sono Corazìn? Sono Betsaida? Sono Cafarnao?

Papa Francesco, nell’ omelia della Messa a Casa Santa Marta, invita a riflettere sull’ ipocrisia dei giusti, che vivono il cristianesimo “come un’abitudine sociale”, non portano Gesù nella vita quotidiana e così lo cacciano dal cuore. Se facciamo così “siamo cristiani, ma viviamo come pagani”

Noi, che siamo nati in una società cristiana, rischiamo di  vivere il cristianesimo “come un’abitudine sociale”, formalmente, con “l’ipocrisia dei giusti”, che hanno “paura di lasciarsi amare”. E finita la Messa lasciamo Gesù in chiesa, “non torna con noi a casa”, nella vita quotidiana. Guai a noi, così cacciamo Gesù dal nostro cuore: “Siamo cristiani, ma viviamo come pagani”. Papa Francesco invita tutti ad un esame di coscienza, nell’omelia della Messa del mattino celebrata a Casa Santa Marta, commentando il Vangelo di San Luca e il rimprovero di Gesù alla gente di Betsàida, Corazìn e Cafàrnao, che non hanno creduto in lui nonostante i miracoli.

Gesù piange per chi non è capace di amare

Gesù “è addolorato per essere respinto”, spiega Francesco, mentre città pagane come Tiro e Sidone, vedendo i suoi miracoli “di sicuro avrebbero creduto”. E piange, “perché questa gente non era stata capace di amare”, mentre Lui “voleva arrivare a tutti i cuori, con un messaggio che non era un messaggio dittatoriale, ma era un messaggio d’amore”.

Noi, nati cristiani, che ci dimentichiamo di Gesù

Al posto degli abitanti delle tre città, mettiamo noi, mettiamo me, prosegue il Papa. “Io che ho ricevuto tanto dal Signore, sono nato in una società cristiana, ho conosciuto Gesù Cristo, ho conosciuto la salvezza”, sono stato educato alla fede. E con molta facilità mi dimentico di Gesù. Poi invece “sentiamo notizie di altra gente che subito ascolta l’annuncio di Gesù, si converte e lo segue”. Ma noi, commenta il Pontefice, siamo “abituati”.

E quest’abitudine ci fa male, perché riduciamo il Vangelo a un fatto sociale, sociologico, e non a un rapporto personale con Gesù. Gesù parla a me, parla a te, parla a ognuno di noi. La predica di Gesù è per ognuno di noi. Come mai quei pagani che, appena sentono la predica di Gesù, vanno con lui, e io che sono nato, sono nata, qui, in una società cristiana, mi abituo, e il cristianesimo è come fosse un’abitudine sociale, una veste che ho indosso e poi la lascio? E Gesù piange, su ognuno di noi quando noi viviamo il cristianesimo formalmente, non realmente.

L'ipocrisia dei giusti è paura di lasciarsi amare

Se facciamo così, chiarisce Papa Francesco, siamo un po’ ipocriti, con l’ipocrisia dei giusti.

C’è l’ipocrisia dei peccatori, ma l’ipocrisia dei giusti è la paura dell’amore di Gesù, la paura di lasciarsi amare. E in realtà, quando noi facciamo questo, cerchiamo di gestire noi il rapporto con Gesù. “Sì, io vado alla Messa ma tu fermati nella chiesa che io poi vado a casa”. 

“E Gesù non torna con noi a casa: nella famiglia, nell’educazione dei figli, nella scuola, nel quartiere…”

Facciamo finta di avere Gesù, ma lo abbiamo cacciato

Così Gesù rimane là in Chiesa, commenta amaro Francesco, “O rimane nel crocifisso o l’immaginetta”.

Oggi può essere per noi una giornata di esame di coscienza, con questo ritornello: “Guai a te, guai a te”, perché ti ho dato tanto, ho dato me stesso, ti ho scelto per essere cristiano, essere cristiana, e tu preferisci una vita a metà e metà, una vita superficiale: un po’ sì di cristianesimo e acqua benedetta ma niente di più. In realtà, quando si vive questa ipocrisia cristiana, quello che noi facciamo è cacciare via Gesù dal nostro cuore. Facciamo finta di averlo, ma lo abbiamo cacciato via. “Siamo cristiani, fieri di essere cristiani”, ma viviamo come pagani.

La preghiera: tu mi hai dato tanto, io sono ingrato

Ognuno di noi, conclude il Papa, pensi: “Sono Corazìn? Sono Betsàida? Sono Cafarnao?”. E se Gesù piange, chiedere la grazia di piangere anche noi. Con questa preghiera: “Signore, tu mi hai dato tanto. Il mio cuore è tanto duro che non ti lascia entrare. ho peccato di ingratitudine, sono un ingrato, sono una ingrata”. “E chiediamo allo Spirito Santo che ci spalanchi le porte del cuore, affinché Gesù possa entrare, affinché non solo udiamo Gesù”, ma ascoltiamo il suo messaggio di salvezza e “rendiamo grazie per tante cose buone che ha fatto per ognuno di noi”.

 

[Papa Francesco, s. Marta; Alessandro Di Bussolo (a cura di)

https://www.vaticannews.va/it/papa-francesco/messa-santa-marta/2018-10/papa-francesco-omelia-messa-santa-marta-guai-cristiani-ipocriti.html]

Sabato, 11 Luglio 2026 15:58

Reputazione e domesticazioni, o Croce

Reputazione e obbedienza: crocevia della Verità di Fede

(Mt 10,34-11,1)

 

Ci chiediamo: cosa impedisce la crescita? Cosa viceversa rende intimi al Padre?

Portare la Croce è farsi “obbediente” alla propria Missione personale. Cristo vuole gente nuova e libera; non celebrità.

L’identificazione dell’apostolo è con la vita di Gesù di Nazaret, il pubblico ribelle alle autorità ufficiali, amico di pubblicani e peccatori (Mt 11,19) condannato per mancanza di conformismo.

Solo spingendoci verso il basso e incontrando il medesimo rifiuto,  incontriamo Dio (v.40) nella Libertà da ogni forma di condizionamento.

Il fedele non è riconosciuto per gesti eroici (vv.41-42), o prestigio - bensì nella scelta sociale.

Si tratta di una istintiva predilezione verso il ceto in basso; quello che non resiste alla Novità di Dio.

Il missionario non è contraddistinto da qualità straordinarie: spicca nella piccolezza (v.42).

Chi apprezza solo cose grandi non edifica il nuovo Regno, perché sotto sotto coltiva la vecchia ideologia di potenza che a proclami condanna.

 

Un confronto fra i testi paralleli in lingua greca di Mt 10,38 e Lc 14,27 (Gv 12,26) fa comprendere il significato di «prendere» o «sollevare la croce» per un discepolo che rivive Cristo e lo dilata nella storia degli uomini.

L’amico di Gesù si gioca l’onore. La sua fonte di vita raggiunge il dono totale anche sotto il profilo della pubblica considerazione.

Dopo la sentenza di tribunale, il condannato al supplizio veniva costretto a caricarsi sulle spalle il braccio orizzontale del patibolo.

Era il momento più straziante, perché di massima solitudine e percezione di fallimento.

Lo sventurato e già svergognato doveva in tal guisa procedere al luogo della crocifissione passando fra due ali di folla che per dovere religioso deridevano e malmenavano il disgraziato - ritenuto maledetto da Dio.

Pertanto, ai suoi intimi Gesù non indica la Croce nel senso corrivo d’una necessaria sopportazione delle inevitabili contrarietà della vita, che poi attraverso l’esercizio forzato cesellerebbe animi più capaci di abbozzare [oggi si dice: resilienti].

Rispetto alle solite proposte di sana disciplina esteriore e interiore, uguali per tutti e utili solo per tenere buona la situazione, il Maestro sta viceversa suggerendo un comportamento assai più radicale.

Il Signore indica un’ascetica totalmente differente da quella delle tante credenze antiche, addirittura capovolta: la paradossale opportunità del rifiuto sprezzante presso l’opinione pubblica.

 

Il Padre non dà alcuna “croce”, né siamo tenuti ad accettarla per obbedienza o forza maggiore: il discepolo la «prende» (v.38) in modo non passivo, indipendentemente dal credito che si aspetta!

Insomma, il seguace di Cristo rinuncia alla reputazione e ad ogni vetrina di consenso esteriore.

È uno spunto essenziale, propulsivo, dirimente, della persona di Fede. L’impegno per la rinomanza è totalmente incompatibile; non diffonde vita senza limiti.

Chi è legato alla sua buona fama, ai ruoli, al personaggio da recitare, alla mansione, al livello acquisito, non somiglierà mai al Signore.

Così anche oggi l’annuncio dell’autentico Messia crea divisioni.

La «spada» della sua Persona (v.34) separa la vicenda di ciascuno dal mondo di valori del clan di appartenenza, o dall’idea di rispettabilità.

E carica ogni apostolo della Croce di beffe conseguenti.

Eppure la ‘notte’ che incalza può farci vivere più arditi, preparati all’azione e al Dialogo.

Quindi: nessun legame di domesticazione - neppure con Dio.

 

 

[Lunedì 15.a sett. T.O.  13 luglio 2026]

Sabato, 11 Luglio 2026 15:55

Reputazione e domesticazioni, o Croce

Reputazione e obbedienza: crocevia della Verità di Fede

 

(Mt 10,34-11,1)

 

Ci chiediamo: cosa impedisce la crescita? Cosa viceversa rende intimi al Padre?

Portare la Croce... nel senso di essere un figlio devoto e sottomesso… oppure… “obbediente” alla propria Missione?

Cristo vuole gente nuova e libera.

L’identificazione dell’apostolo non è con celebrità e personaggi di rilievo sociale o ascetico, bensì con la vita di Gesù di Nazaret, il pubblico ribelle alle autorità ufficiali, amico di pubblicani e peccatori (Mt 11,19) condannato per mancanza di conformismo.

Solo spingendoci verso il basso e incontrando il medesimo rifiuto, qui - a partire dai propugnatori di valori sacri - incontriamo Dio (v.40) nella Libertà da ogni forma di condizionamento, religioso, affettivo, mentale.

Il fedele non è riconosciuto per gesti eroici e magnificenti (vv.41-42), eccellenza e visibilità d’incarico, carisma e credito, peso e prestigio - bensì nella scelta sociale.

Si tratta di una istintiva predilezione verso il ceto in basso nella scala anche ecclesiale; quello che non resiste alla Novità di Dio.

Il missionario non è contraddistinto da qualità straordinarie: spicca nella piccolezza (v.42).

Chi apprezza solo cose grandi non edifica il nuovo Regno, perché sotto sotto coltiva la vecchia ideologia di potenza che a proclami condanna.

Un confronto fra i testi paralleli in lingua greca di Mt 10,38 e Lc 14,27 (Gv 12,26) fa comprendere il significato di «prendere» o «sollevare la croce» per un discepolo che rivive Cristo e lo dilata nella storia degli uomini.

L’amico di Gesù si gioca l’onore.

Immerso nella sua Fonte di vita, raggiunge il dono totale - anche sotto il profilo della pubblica considerazione.

Dopo la sentenza di tribunale, il condannato al supplizio veniva costretto a caricarsi sulle spalle il braccio orizzontale del patibolo.

Era il momento più straziante, perché di massima solitudine e percezione di fallimento.

Lo sventurato e già svergognato doveva in tal guisa procedere al luogo della crocifissione, passando fra due ali di folla che per dovere religioso deridevano e malmenavano il ritenuto maledetto da Dio.

Pertanto, ai suoi intimi Gesù non indica la Croce nel senso corrivo d’una necessaria sopportazione delle inevitabili contrarietà della vita, che poi attraverso l’esercizio forzato cesellerebbe animi più capaci di abbozzare [oggi si dice: resilienti].

Rispetto alle solite proposte di sana disciplina esteriore e interiore, uguali per tutti e utili solo per tenere buona la situazione (di privilegio altrui), il Maestro sta viceversa suggerendo un comportamento assai più radicale.

Il Signore indica un’ascetica totalmente differente da quella delle tante credenze antiche, addirittura capovolta: la paradossale opportunità del castigo e flagello [devianze del Dio delle religioni] e il rifiuto sprezzante dell’opinione pubblica.

Il Padre non dà alcuna “croce”, né siamo tenuti ad accettarla per obbedienza o forza maggiore: il discepolo la «prende» (v.38) in modo non passivo, indipendentemente dal credito che si aspetta!

Insomma, il seguace di Cristo deve assai spesso rinunciare alla reputazione e ad ogni vetrina di consenso esteriore - perfino devoto e in sé opportuno [come quello dei maestri, dei connazionali e famigliari].

È uno spunto essenziale, propulsivo e dirimente della persona di Fede. L’impegno per la rinomanza prestigiosa - trattenuta per sé - è totalmente incompatibile, non diffonde vita senza limiti (neanche per se stessi).

Chi è legato alla sua buona fama, ai ruoli, al personaggio da recitare, alla mansione, al livello acquisito, non somiglierà mai al Signore - e neppure colui che non dilata la dimensione tribale dell’interesse di “parentela”.

Sin dai primi tempi, l’annuncio dell’autentico Messia creava divisioni: la «spada» della sua Persona (v.34) separava la vicenda di ciascuno dal mondo di valori del clan di appartenenza, o dall’idea di rispettabilità, anche nazionale.

Oggi capita la stessa cosa dove qualcuno annuncia il Vangelo com’è, e tenta di rinnovare i meccanismi inceppati della Chiesa alla moda, o di quella abitudinaria, attempata, ipocrita, di finto sangue blu sul territorio. Caricandosi della Croce di beffe conseguenti.

Una separazione e taglio nettissimo, per l'unità nuova: quella che fa da crocevia della Verità senza doppiezze.

 

Non ci accorgiamo, ma mète e tappe intermedie assorbite per influsso della civiltà dell’esterno non sono davvero nostre - malgrado questo ‘secondo cervello’ epidermico tenda a invaderci l’essere.

Il conformismo a contorno sembra un rifugio che attrae, ma diventa solo una tana di lusinghe.

Secondo il pensiero cinese, per acquistare smalto e fuggire un servilismo inquinato e logoro, i Santi «si fanno insegnare dalle bestie l’arte di evitare gli effetti nocivi della domesticazione, che la vita in società impone».

Infatti: «Gli animali domestici muoiono prematuramente. E così gli uomini, cui le convenzioni sociali vietano di obbedire spontaneamente al ritmo della vita universale».

«Queste convenzioni impongono un’attività continua, interessata, estenuante [mentre è opportuno] alternare i periodi di vita rallentata e di tripudio».

«Il Santo non si sottomette al ritiro o al digiuno se non al fine di giungere, grazie all’estasi, a evadere per lunghi viaggi. Questa liberazione è preparata da giochi vivificanti, che la natura insegna».

«Ci si allena alla vita paradisiaca imitando i sollazzi degli animali. Per santificarsi, bisogna prima abbrutirsi – si intenda: imparare dai bambini, dalle bestie, dalle piante, l’arte semplice e gioiosa di non vivere che in vista della vita» [M. Granet, Il Pensiero Cinese, Adelphi 2019, kindle pp. 6904-6909].

 

La suggestione del passato da perpetuare, il laccio dei giudizi ristretti o glamour, e i legami di club, possono sottrarci la ricchezza celata, rubando il presente e il futuro: questo il vero errore da evitare!

Ciò che conta non è essere cool o copiare gli antichi, e identificarsi per stare quieti e non sbagliare, bensì rinnovare se stessi per evolvere, crescere, espandere, stupire in modo personale. 

Altrimenti i nostri goffi problemi saranno sempre identici - e non ci sarà Cammino esuberante né Terra Promessa, ma solo un circolo vizioso di fantasie o rimpianti, e finte rassicurazioni.

Per vivere la Fede dell’attimo reale - avventura non rinunciataria e che mette le cose in fila - non si può essere scolaretti ripetenti del luogo, del tempo, o del giorno prima.

Se ai pareri omologanti dei “migliori” saremo costretti a rimuovere o nascondere le emozioni autentiche, assomiglieremo loro vanamente  - disperdendo la ricchezza della Vocazione.

 

Quando l’esperto invece di aiutare ad allargare il panorama impone di non accettare cambiamenti caratteriali, la persona non ritrova la propria semplicità.

E la vita [anche quella spesa più nobilmente, nel dono di sé] diventa prima o poi un incubo.

Basta ai dirigenti che pretendono di intervenire coi loro conformismi e stili di vita “adeguati” o inadeguati!

Non di rado i direttori mettono sotto una cappa asfissiante di maniera, proprio il sentiero che ci spetta secondo natura.

 

Fede terrestre: La nostra vita non si gioca sull’iniziativa di ciò che siamo già in grado di allestire e praticare - o interpretare, disegnare e prevedere - ma sull’Attenzione.

Qui la dimensione ‘Discernimento evangelico’ subentra ai luoghi comuni delle idee e del fare.

L’illusione di sentirsi nella luce invece che agli inferi - o viceversa - inceppa i meccanismi inediti, assorbe l’essere che siamo, il suo occhio e l’alta riflessività (non cerebrale) della nostra coscienza.

Lo sguardo ottuso che sta sotto l’influsso dell’approvazione ufficiale [o del facile successo a corte e in società] affastella l’essenza propria e altrui di cliché epidermici, impulsi dipendenti, che sono la vera impurità della vita.

Così la persona convenzionale si ritrova non in grado di produrre cambiamenti di fondo, tanto più reali quanto meno immediatamente appariscenti.

I disturbi illuminati dalla natura profonda hanno invece molto da insegnare.

 

Le questioni personali e dei fratelli non vengono a trovarci onde esser collocate precipitosamente sotto la cappa perbene d’una valutazione qualunquista, bensì per farci una proposta di nuove visuali che potrebbero renderci più indipendenti - solo così intimi al Signore.

L’anima chiama all’unicità e all’Uno, alla diversità e alla Convivialità - in rapporto d’interesse radicale fra chi dona e chi accoglie.

 

La ‘notte’ che incalza può farci vivere più arditi, preparati all’azione e al Dialogo.

Quindi: nessun legame di domesticazione - neppure con Dio.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quali mutamenti senti come tua Chiamata?

La reputazione e l’opinione degli altri in comunità, favorisce o ti blocca? Per quale motivo?

La tua “famiglia” è rinchiusa in se stessa o motiva l’apertura d’orizzonte?

Sabato, 11 Luglio 2026 15:52

Pace e lotta: pagando di persona

C’è un’espressione di Gesù, nel Vangelo di questa domenica, che attira ogni volta la nostra attenzione e richiede di essere ben compresa. Mentre è in cammino verso Gerusalemme, dove lo attende la morte di croce, Cristo confida ai suoi discepoli: "Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione". E aggiunge: "D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera" (Lc 12,51-53). Chiunque conosca minimamente il Vangelo di Cristo, sa che è messaggio di pace per eccellenza; Gesù stesso, come scrive san Paolo, "è la nostra pace" (Ef 2,14), morto e risorto per abbattere il muro dell’inimicizia e inaugurare il Regno di Dio che è amore, gioia e pace. Come si spiegano allora queste sue parole? A che cosa si riferisce il Signore quando dice di essere venuto a portare – secondo la redazione di san Luca – la "divisione", o – secondo quella di san Matteo – la "spada" (Mt 10,34)?

Questa espressione di Cristo significa che la pace che Egli è venuto a portare non è sinonimo di semplice assenza di conflitti. Al contrario, la pace di Gesù è frutto di una costante lotta contro il male. Lo scontro che Gesù è deciso a sostenere non è contro uomini o poteri umani, ma contro il nemico di Dio e dell’uomo, Satana. Chi vuole resistere a questo nemico rimanendo fedele a Dio e al bene deve necessariamente affrontare incomprensioni e qualche volta vere e proprie persecuzioni. Perciò, quanti intendono seguire Gesù e impegnarsi senza compromessi per la verità devono sapere che incontreranno opposizioni e diventeranno, loro malgrado, segno di divisione tra le persone, addirittura all’interno delle loro stesse famiglie. L’amore per i genitori infatti è un comandamento sacro, ma per essere vissuto in modo autentico non può mai essere anteposto all’amore di Dio e di Cristo. In tal modo, sulle orme del Signore Gesù, i cristiani diventano "strumenti della sua pace", secondo la celebre espressione di san Francesco d’Assisi. Non di una pace inconsistente e apparente, ma reale, perseguita con coraggio e tenacia nel quotidiano impegno di vincere il male con il bene (cfr Rm 12,21) e pagando di persona il prezzo che questo comporta.

La Vergine Maria, Regina della Pace, ha condiviso fino al martirio dell’anima la lotta del suo Figlio Gesù contro il Maligno, e continua a condividerla sino alla fine dei tempi. Invochiamo la sua materna intercessione, perché ci aiuti ad essere sempre testimoni della pace di Cristo, mai scendendo a compromessi con il male.

[Papa Benedetto, Angelus 19 agosto 2007]

Sabato, 11 Luglio 2026 15:49

Non è un modo di dire

5. Come la croce può ridursi ad oggetto ornamentale, così "portare la croce" può diventare un modo di dire. Nell'insegnamento di Gesù quest'espressione non mette, però, in primo piano la mortificazione e la rinuncia. Non si riferisce primariamente al dovere di sopportare con pazienza le piccole o grandi tribolazioni quotidiane; né, ancor meno, intende essere un'esaltazione del dolore come mezzo per piacere a Dio. Il cristiano non ricerca la sofferenza per se stessa, ma l'amore. E la croce accolta diviene il segno dell'amore e del dono totale. Portarla dietro a Cristo vuol dire unirsi a Lui nell'offrire la prova massima dell'amore.

Non si può parlare di croce senza considerare l'amore di Dio per noi, il fatto che Dio ci vuole ricolmare dei suoi beni. Con l'invito *seguimi+ Gesù ripete ai suoi discepoli non solo: prendimi come modello, ma anche: condividi la mia vita e le mie scelte, spendi insieme con me la tua vita per amore di Dio e dei fratelli. Così Cristo apre davanti a noi la *via della vita+, che è purtroppo costantemente minacciata dalla "via della morte". Il peccato è questa via che separa l'uomo da Dio e dal prossimo, provocando divisione e minando dall'interno la società.

La "via della vita", che riprende e rinnova gli atteggiamenti di Gesù, diviene la via della fede e della conversione. La via della croce, appunto. E' la via che conduce ad affidarsi a Lui e al suo disegno salvifico, a credere che Lui è morto per manifestare l'amore di Dio per ogni uomo; è la via di salvezza in mezzo ad una società spesso frammentaria, confusa e contraddittoria; è la via della felicità di seguire Cristo fino in fondo, nelle circostanze spesso drammatiche del vivere quotidiano; è la via che non teme insuccessi, difficoltà, emarginazioni, solitudini, perché riempie il cuore dell'uomo della presenza di Gesù; è la via della pace, del dominio di sé, della gioia profonda del cuore.

6. Cari giovani, non vi sembri strano se, all'inizio del terzo millennio, il Papa vi indica ancora una volta la croce come cammino di vita e di autentica felicità. La Chiesa da sempre crede e confessa che solo nella croce di Cristo c'è salvezza.

Una diffusa cultura dell'effimero, che assegna valore a ciò che piace ed appare bello, vorrebbe far credere che per essere felici sia necessario rimuovere la croce. Viene presentato come ideale un successo facile, una carriera rapida, una sessualità disgiunta dal senso di responsabilità e, finalmente, un'esistenza centrata sulla propria affermazione, spesso senza rispetto per gli altri.

Aprite però bene gli occhi, cari giovani: questa non è la strada che fa vivere, ma il sentiero che sprofonda nella morte. Dice Gesù: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà". Gesù non ci illude: "Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?" (Lc 9, 24‑25). Con la verità delle sue parole, che suonano dure, ma riempiono il cuore di pace, Gesù ci svela il segreto della vita autentica (cfr Discorso ai giovani di Roma, 2 aprile 1998).

Non abbiate paura, dunque, di camminare sulla strada che il Signore per primo ha percorso. Con la vostra giovinezza, imprimete al terzo millennio che si apre il segno della speranza e dell'entusiasmo tipico della vostra età. Se lascerete operare in voi la grazia di Dio, se non verrete meno alla serietà del vostro impegno quotidiano, farete di questo nuovo secolo un tempo migliore per tutti.

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la 16.a Giornata Mondiale della Gioventù, 14 febbraio 2001]

Sabato, 11 Luglio 2026 15:44

Prendere la propria croce

Non si tratta solo di sopportare con pazienza le tribolazioni quotidiane, ma di portare con fede e responsabilità quella parte di fatica, quella parte di sofferenza che la lotta contro il male comporta. La vita dei cristiani è sempre una lotta. La Bibbia dice che la vita del credente è una milizia: lottare contro il cattivo spirito, lottare contro il Male.

Così l’impegno di “prendere la croce” diventa partecipazione con Cristo alla salvezza del mondo. Pensando a questo, facciamo in modo che la croce appesa alla parete di casa, o quella piccola che portiamo al collo, sia segno del nostro desiderio di unirci a Cristo nel servire con amore i fratelli, specialmente i più piccoli e fragili. La croce è segno santo dell’Amore di Dio, è segno del Sacrificio di Gesù, e non va ridotta a oggetto scaramantico oppure a monile ornamentale. Ogni volta che fissiamo lo sguardo sull’immagine di Cristo crocifisso, pensiamo che Lui, come vero Servo del Signore, ha realizzato la sua missione dando la vita, versando il suo sangue per la remissione dei peccati. E non lasciamoci portare dall’altra parte, nella tentazione del Maligno. Di conseguenza, se vogliamo essere suoi discepoli, siamo chiamati a imitarlo, spendendo senza riserve la nostra vita per amore di Dio e del prossimo.

La Vergine Maria, unita al suo Figlio fino al calvario, ci aiuti a non indietreggiare di fronte alle prove e alle sofferenze che la testimonianza del Vangelo comporta per tutti noi.

[Papa Francesco, Angelus 30 agosto 2020]

Nella differenza tra religiosità comune e Fede

(Mt 13,1-23)

 

Le parabole pongono a confronto la realtà vissuta e il mondo dello Spirito:

«Altri [grani] poi caddero sulla terra quella bella e davano frutto, chi cento, chi sessanta, chi trenta» (v.8).

Il terreno sassoso e il clima rovente della Palestina non rendevano facile la vita dei lavoratori che vivevano di agricoltura.

La scarsità di piogge e l’intrusione nei campi di chi voleva abbreviare il cammino distruggeva le piante.

Un’azione faticosa e pochi risultati tangibili.

Malgrado le enormi difficoltà, ogni anno il contadino gettava chicchi a spaglio, generosamente - e arava, animato dalla fiducia nella forza vitale interna del seme e nella munificenza della natura.

L’aratura era successiva alla seminagione, per evitare che le zolle di terreno rivoltato seccassero immediatamente sotto la potente calura, e non consentissero ai grani di attecchire grazie a un minimo di umidità. 

Quindi il seminatore non selezionava anzitempo i diversi tipi di terreno.

 

Il Seme già opera: il nuovo ‘Regno che Viene’ non è glorioso, ma qua e là alligna e produce - anche dove non t’aspetti.

A norma di mentalità religiosa antica sembra una follia, ma il divino Agricoltore non sceglie il tipo di “terreno”, né lo discrimina sulla base della percentuale produttiva - che pur sembrerebbe facile prevedere.

Il Seminatore accetta persino che il suo ‘chicco’ caduto sul terreno «bello» [v.8 testo greco] frutti in maniera diversa: il cento, il sessanta, il trenta per uno.

Con il termine «bello» (in senso orientale) s’intende il terreno pieno e fecondo [l’anima e l’opera dei discepoli più intimi, anche anonimi].

 

Il Signore vuol dire che un sapiente impegno di evangelizzazione non è misurabile con pignoleria.

La sua Parola permane come Inizio gettato nel cuore umano da Colui che non è taccagno, né esclusivo - bensì magnanimo.

In tal guisa, la Chiesa suo Popolo nuovo è un piccolo mondo alternativo sia all’Impero che alle religioni selettive.

Il nuovo Rabbi non aveva intenzione di ritagliarsi discepoli migliori di altri - isolati dalla realtà della famiglia umana.

Proponeva un nuovo stile di vita, convivente.

Insomma, Dio non forza la crescita del ‘granello’ in ciascuno di noi, in modo astratto; ma attende con pazienza.

Accetta perfino che nasca male o che non spunti affatto. Conosce dove andare.

 

Visto che sparge in modo trabocchevole su tutti i generi di cuori (anche sull’asfalto), sa che verrà tacciato di essere poco accorto.

Ma Egli non si preoccupa della quantità, né dei frutti esteriori immediati della sua ‘semente’.

Non si cura che il lavoro risulti “efficace in partenza”!

Tale la amabile, umanizzante e divina, genitoriale Tolleranza che salva. Essa non ci sequestra ogni attimo, a pianificare.

Gl’interessa piuttosto farci capire che non è un Dio calcolatore e avaro, esteriore, taccagno e prevenuto; bensì Padre munifico e conciliante.

Signore del Regno che non attende prima le nostre piccole ‘perfezioni’.

 

La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che l’eventuale scarsità di risultato non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina, bensì alla libertà dell’uomo; alla sua condizione di limite o incoerenza.

 

Purtroppo, fin dalle prime generazioni di credenti, il richiamo positivo di Gesù è stato reinterpretato un po’ al contrario: con venature moraliste e individualiste (vv.10-23) che ne hanno intaccato la genuinità.

In tal guisa, la iniziale proposta di Fede personale si è contaminata con la consuetudinaria ottica purista e di ripiego [colpevolizzante] tipica delle filosofie e religioni circostanti, come del pensiero comune.

Alcune configurazioni di ordine ecclesiale hanno di seguito normalizzato la stessa potenza eccezionale del Messaggio; così inedito. In particolare, il nuovo senso di adeguatezza, fiducia e autostima che il Figlio di Dio intendeva comunicare ai suoi amici, e al mondo dei piccoli.

 

 

[15.a Domenica T.O. (anno A)  12 luglio 2026]

(Mt 13,1-23)

 

In un mondo che ha perduto i riferimenti ma forse tenta di crearne di più autentici e profondi, la missione di maternità e paternità di coloro che hanno esperienza non è solo un appoggio materiale: si allarga al discernimento più antico sulle cose dell’anima.

Il terreno sassoso e il clima rovente della Palestina non rendevano facile la vita dei lavoratori che vivevano di agricoltura.

La scarsità di piogge e l’intrusione nei campi di chi voleva abbreviare il cammino distruggeva le piante.

Un’azione faticosa e pochi risultati tangibili.

Malgrado le enormi difficoltà, ogni anno il contadino gettava il seme a spaglio, generosamente - e arava, animato dalla fiducia nella forza vitale interna del seme e nella munificenza della natura.

L’aratura era successiva alla seminagione, per evitare che le zolle di terreno rivoltato seccassero immediatamente sotto la potente calura e non consentissero al seme di attecchire, grazie a un minimo di umidità. 

Quindi il seminatore non selezionava anzitempo i diversi tipi di terreno.

 

Le parabole pongono a confronto la realtà vissuta e il mondo dello Spirito.

Il seme già opera: il nuovo ‘Regno che Viene’ non è glorioso, ma qua e là attecchisce e produce - anche dove non t’aspetti.

A norma di mentalità perbene sembra una follia, ma il divino Agricoltore non sceglie il tipo di “terreno”, né lo discrimina sulla base della percentuale produttiva [che pur sembrerebbe facile prevedere].

Il Seminatore accetta persino che il suo ‘chicco’ caduto sul terreno «bello» (v.8 testo greco) ossia pieno e fecondo [dei suoi discepoli e non] frutti in maniera diversa: «e davano frutto chi cento chi sessanta chi trenta».

Gesù vuol dire che l’opera di evangelizzazione non è misurabile con pignoleria.

La sua Parola permane come Inizio gettato nel cuore umano da Colui che non è spilorcio, né esclusivo - bensì magnanimo.

La sua Chiesa è un piccolo mondo alternativo sia all’Impero che alle religioni selettive: non ha intenzione di ritagliarsi discepoli “migliori” di altri e isolati dalla realtà della famiglia umana.

Un nuovo stile di vita.

 

Dice il Tao Tê Ching (XL): «Il tornare è il movimento del Tao; la debolezza è quel che adopra il Tao. Le diecimila creature che sono sotto il cielo hanno vita dall’essere; l’essere ha vita dal non-essere».

E il maestro Wang Pi commenta: «L’essere ha per utilità il non-essere: questo è il suo tornare». Aggiunge il maestro Ho-shang Kung: «La radice è quella verso cui muove il Tao, che nel suo moto fa vivere le diecimila creature. Se esse lo contrastano, periscono. Il Tao s’avvale sempre della mollezza e della debolezza, per questo può durare a lungo».

Dio non forza la crescita del ‘granello’ in ciascuno di noi, ma attende con pazienza. Accetta anche che nasca male, o che non spunti affatto.

Visto che sparge in modo trabocchevole su tutti i generi di cuori [anche sull’asfalto] sa che verrà tacciato di essere poco accorto: non si preoccupa della quantità (!), né dei frutti esteriori immediati (!) della sua ‘semente’ - non si cura che il lavoro risulti “efficace in partenza” (!).

Ma gl’interessa farci capire che è Padre, non il Dio calcolatore delle più varie credenze: avaro, esteriore, taccagno, scostante, e prevenuto.

 

La parabola del Seminatore come storicamente narrata da Gesù (vv.3-9) denota la totale positività del suo Messaggio: Egli proclama un mondo nuovo; anzitutto un Cielo differente, tollerante e benevolo.

Principio della nostra vita da salvati non è quanto noi facciamo per Dio, bensì ciò che Lui - Generoso e Sereno - fa per noi. Proprio come un Genitore condiscendente e longanime, il quale ripropone incessantemente occasioni di vita.

Il Regno del Signore non va preparato e allestito [secondo le normali precomprensioni] bensì accolto.

Il Maestro intendeva spostare il criterio della vita pia: dallo sforzo personale al ‘lasciarsi salvare’.

La Redenzione ha radici d’inedito che spiazza i propostiti e le aspettative.

Essa non fonda sui binari tracciati.

Si delinea a partire da un’iniziativa provvidente, nella gratuita liberalità; per la calma tollerante del Cielo - che ci consente un processo e un tempo largo di crescita.

 

La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che l’eventuale scarsità di risultato non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina, bensì alla libertà dell’uomo; alla sua condizione di limite o incoerenza.

 

Purtroppo, la riflessione successiva - sin da pochi decenni dalla morte del Signore - inizia a risentire del cliché culturale dominante [facendo scattare una ridicola competizione con le religioni].

Le aspettative puriste a contorno hanno intaccato via via sia il senso dell’annuncio del Regno vicino e sovrabbondante, sia la natura del Dono, nonché la trasparenza della sua remissiva disponibilità verso tutti.

Il Figlio proclamava esclusivamente la longanimità del Padre: Soggetto, Motivo e Motore della nostra capacità di accogliere la Vocazione, e affrontare il cammino personale.

Nella rielaborazione successiva, le parabole originali diventano allegorie, stracolme di simboli dal significato moralistico definito.

Le allegorie sono in genere narrazioni tutto sommato banali, venate di considerazioni impersonali e primordiali [qui, sulla “qualità del terreno”].

Questo passaggio testimonia la difficoltà di comprensione dello sbalorditivo Richiamo originario del Figlio di Dio.

Egli intendeva proporre a tutti un sentiero di Fede, proprio per soppiantare il peso ansiogeno dell’archetipo oppressivo delle varie dottrine e casistiche comportamentali.

 

Il giogo eticista non parte dall’Amore: suppone spilorcerie, inadeguatezze, e vergogne ovunque; anche nella vita spirituale [rattrappita, perennemente in bilico, sempre e ovunque insufficiente].

Protagonista del brano (dal v.19) non è più Dio e il suo gesto munifico [che non bada a spese nel gettare il Suo Seme a spaglio], bensì il tipo di terra: l’apostolo stesso - che diverrebbe così il soggetto del cammino spirituale.

Un disastro.

Colpevole sempre (vv.19-23): non hai vigilato su chi rapisce il Seme; hai avuto un fervore solo iniziale, non hai radice in te e sei incostante; e se preoccupato, sedotto o bramoso, sarai infruttuoso...

Infine, se anche tu fossi terreno «quello bello» (v.23) dovresti ancora stare attento... perché si possono avere diversi risultati: «chi cento chi sessanta chi trenta» (v.23).

Impossibile farcela. Insomma, devozione e ossessione sembra vadano a braccetto [contro la ‘natura’].

Ma si entra in un campo minato - contromano rispetto alle linee portanti di ogni inclinazione e talento personale, o carisma autentico perfino di gruppo.

Sembra che siano la donna e l’uomo [chi riceve la Parola] a doversi centrare su di sé, individuare i propri difetti, e - avendone finalmente contezza e capacità nitida - adoperarsi a «migliorare», sotto pena di esclusione dal novero appunto dei “migliori”.

Tutto ciò indurrebbe proprio le persone più motivate o euforiche alla spersonalizzazione del carattere stesso della Chiamata, alla negazione della loro vita intima, a un pazzesco dispendio di energie.

 

Cancellata la fiducia nella marea del Seme che Viene - ossia, smarrito il dinamismo propulsivo dell’esistenza ordinaria e delle sue opportunità di vita - ciascuno troverebbe sempre davanti a sé quelle imperfezioni che poi intralciano la strada.

Infatti, coloro che non conoscono le difformi e normalissime energie dell’uomo [tutte plasmabili e potenzialmente preparatorie degli sviluppi; da percepire a tutto tondo, assumere e investire] trascurano la propria essenza e si trasformano in quelle alcove mortifere (di sé e degli altri) che a proclami non vorrebbero mai essere.

A motivo degli sforzi estrinseci o reconditi, proprio i “fenomeni” unilaterali, e gli sterilizzati, finiscono per smarrire la strada dello stupore di Dio che spiazza.

Ciò a partire dalla valorizzazione degli opposti.

Nonché, più delle anime spontanee, proprio tali primi della classe mettono in bilico la loro reale inclinazione dell’anima - magari scambiando la natura caratteriale per zavorra.

Risultato (storico): eccoci tutti pronti all’attacco, gli uni degli altri. È la foto delle lacerazioni odierne; dei soliti guelfi contro ghibellini.

Ciò per il fatto che siamo passati dall’affascinante proposta di Fede, alla fatica del ripiegamento religioso [e moralizzatore] sul “terreno”.

Landa paradossalmente sempre più superficiale, inconsistente, dura, sassosa, soffocata, non integrata - a senso unico ed esterno!

 

 

Parabole, e il mistero della cecità: Narrazione e trasmutazione

 

Smarrirsi, per la trasformazione

(Mt 13,10-17; cf. Mc 4,10-12.25; Lc 8,9-10.18)

 

San Paolo esprime il senso del “mistero della cecità” che gli fa contrasto nel cammino con la celebre espressone «spina nel fianco»: dovunque andasse, erano già pronti i nemici; e disaccordi inattesi.

Così anche per noi: eventi funesti, catastrofi, emergenze, disgregazione delle antiche certezze rassicuranti - tutte esterne e paludose; sino a poco prima valutate con senso di permanenza.

Forse nell’arco della nostra esistenza, già ci siamo resi conto che le incomprensioni sono state i modi migliori per riattivarci, e introdurre le  energie della Vita rinnovata.

Si tratta di quelle risorse o situazioni che forse mai avremmo immaginato alleate della nostra e altrui realizzazione.

Dice Erich Fromm:

«Vivere significa nascere in ogni istante. La morte si produce quando si cessa di nascere. La nascita non è quindi un atto; è un processo ininterrotto. Lo scopo della vita è di nascere pienamente, ma la tragedia è che la maggior parte di noi muore prima di essere veramente nato».

Infatti, nel clima dei disordini o delle divergenze assurde [che ci obbligano a rigenerare] si affacciano talora le più trascurate virtù intime.

Energie nuove - che cercano spazio - e potenze esterne. Entrambi plasmabili; inconsuete, inimmaginabili, eterodosse.

Ma che trovano le soluzioni, la vera via d’uscita ai nostri problemi; la strada per un futuro che non sia un semplice riassetto della situazione precedente, o di come abbiamo immaginato “si sarebbe dovuti essere e fare”.

Concluso un ciclo, iniziamo una nuova fase; forse con maggiore rettitudine e franchezza - più luminosa e naturale, umanizzante, vicina al ‘divino’.

 

Il contatto autentico e coinvolgente con i nostri stati dell’essere profondi viene generato in modo acuto proprio dai distacchi.

Essi ci portano al dialogo dinamico con le riserve eterne di forze trasmutatrici che ci abitano, e più ci appartengono.

Esperienza primordiale che arriva dritta al cuore.

Dentro di noi tale via “pesca” l’opzione creativa, fluttuante, inedita.

In tal guisa il Signore trasmette e apre la sua proposta servendosi di ‘immagini’.

Freccia di Mistero che va oltre i frammenti della coscienza, della cultura, delle procedure, di ciò che è comune.

Per una conoscenza di se stessi e del mondo che travalica quella della storia e della cronaca; per la consapevolezza attiva di altri contenuti.

Sino a che il travaglio e il caos stesso guidano l’anima e la obbligano a un Altro inizio, a un differente sguardo (tutto spostato), a un’inedita comprensione di noi stessi e del mondo.

Ebbene, la trasformazione dell’universo non può esser frutto di un insegnamento cerebrale o dirigista; piuttosto, di una esplorazione narrativa - che non allontana la gente da se stessa.

E Gesù lo sa.

 

 

Nuova interpretazione dei diversi Terreni

 

Evoluzione dell’Alleanza, nel tempo della crisi: solite pecche, diverse armonizzazioni

(Mt 13,18-23)

 

Dio è munifico, in modo particolare nell’età della rinascita dalla crisi: anch’esso tempo di generosa seminagione da parte del Padre.

Egli permane Agricoltore delle sue pianticelle - più avventurose e meno perbene che tradizionaliste, o alla moda.

Ovviamente la Parola del Maestro e Signore mette in guardia da tutto ciò che potrebbe impedire una nuova Genesi - anzitutto per il fatto che spesso attendiamo di tornare meccanicamente ai ruoli antichi e al vecchio sistema di cose; al modello assuefatto, esteriore, dirigista.

Siamo forse ancora troppo legati a brame e precedenti livelli economici (v.22) ormai travolti dalle cose... non accettando l’affacciarsi degli opposti che mai avevamo sperimentato né programmato (v.19).

Pensiamo ancora di poter tornare al “tutto come prima”; alla superficialità della società del look non radicato nel convincimento; dell’esteriorità subito entusiasta (vv.20-21) e che non fa spostare lo sguardo.

Invece la marea difforme Viene affinché impariamo a fissare l’occhio dentro, altrove, e oltre - per mettere a fuoco la nostra e altrui ‘figura unica’ nella convivialità delle differenze.

È probabile che il sapere o stile di vita che vorremmo ribadire sia ancora legato a standards, graditi, vecchi, o à la page - ora inadeguati a dare risposte nuove a domande nuove.

E forse tutto ciò ci ha portato troppo a ricalcare e imitare lo squalificato “avere-apparire”, invece che l’essere, e quel carattere prezioso al centro della nostra Chiamata per Nome.

Non è escluso che ci siamo lasciati avvezzare a nomenclature decisionali o alla precipitazione per ansia di prestazioni.

Esse non badano al «terreno bello» dell’unicità, del dono vocazionale inedito [porterebbe a un migliore contatto con le energie disattese della nostra inclinazione genuina - annidata fra le inconsistenze].

Eccoci anzi, tutti presi dalle preoccupazioni del ripristino “come prima” o “come dovremmo essere”...

Ciò, malgrado i traumi attuali siano espliciti segnali ad allargare le consapevolezze finora soffocate (come da «rovi»: v.22).

Appelli eloquenti - anche contemporanei - a lanciare ogni lato verso l’Esodo, per la conquista di rinnovate libertà; territori dell’anima, pur reconditi, nel nucleo dell’essenza.

 

Tutto l’influsso di una spiritualità vuota e formale che ci trasciniamo, inibisce ancora una buona percezione dell’oggi, e snerva, toglie forza intima.

Non consente di seguire il proprio impulso in armonia col mondo interno - o le stesse tendenze in ascolto del Richiamo incessante dei Vangeli [che ancora viene disseminato da profeti non omologati, per annunciare la verità e la creazione d’un mondo alternativo].

Ebbene, qualcosa o l’intera vita potrebbero risultare frastornate; più che mai non andare dalla parte giusta e sgombra: non renderci speciali come il Seminatore desidererebbe - proprio per gli stereotipi o i vuoti emotivi che rubano il Seme, ovvero soffocano la pianta, oppure a motivo della solita presunzione che vuol tornare a svettare subito e così impedisce di farci mettere «radici» profonde.

Bisognerà allora deporre i turbinii cerebrali e i parapiglia volitivi unilaterali; lasciare spazio e cedere alla nuova corrente di qualità che ci sta portando.

E abbandonarsi alle proposte della marea di ‘chicchi che vengono’ per guidarci oltre le vecchie contese: all’energia naturale, originale, della Provvidenza, che ne sa più di noi.

Al Vento dello Spirito che dispiega oltre, i granellini - dove non ti aspetti - non importa la percentuale produttiva (v.23b) ma la nostra sintonia «bella» (v.23a testo greco) che aiuta a rimetterci all’altezza della realtà di lungimiranti mescolanze.

Esse riordineranno altrimenti ogni cosa: al di là dei sistemi mentali abitudinari - e ogni risultato sarà più avveduto, in favore delle Periferie.

Senza troppa disposizione e calcolo nella scelta del terreno [un tempo pretenziosamente rimosso e sanificato a monte] ci renderemo conto che il Seminatore avrà infine sgretolato tanti piedistalli mondani; non per umiliare qualcuno, ma per donare sorprese di fecondità sbalorditiva, anche per la crescita di ogni credo (tutte le denominazioni).

La sua è ovunque e sempre un’Azione generosa e creatrice d’eccezione, messa in campo per rigenerare e dare potenza alle convinzioni.

Non per farci rifare le solite azioni o cliché da manuale [e riprendere a giocare con la performance, o con ristrettezze incatenate di schemi largamente approvati].

Se vogliamo sincronizzare lo stesso movimento del Seminatore, bisogna con Lui e come Lui muoversi verso l’indigenza dei vari terreni (situazioni esistenziali).

Ristrettezza speciale - ancor più acuta, nel tempo dell’emergenza globale - che obbliga a ‘spostarsi’, divenire itineranti, disseminare ovunque.

E non solo raccogliere il «cento» (v.23) nel solito ‘centro’ protetto.

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Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)

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