don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Mercoledì, 11 Marzo 2026 04:44

Annunciazione a Giuseppe

Contatto con la terra: devianze e Risalita

 

Incarnazione disinvolta, in tenuità e densità

(Mt 1,1-17)

 

Nell’oriente antico le genealogie indicavano solo uomini, e sorprende che Mt riporti il nome di ben cinque donne - considerate creature solo servili, inaffidabili, impure per natura.

Ma nella vicenda delle quattro compagne di Maria c’è non poco di a-normale [anche per il modello di vita scelto] che però vale la pena.

Eccoci allora interpellati dal Vangelo sul peso da dare alla rigidità delle norme, le quali nella storia della spiritualità hanno spesso divorato l’essere spontaneo dei chiamati dal Padre (semplicemente a esprimersi).

Anche le culture animate da Sapienza di Natura ne attestano il peso.

Scrive il Tao Tê Ching (LVII): «Quando con la correzione si governa il mondo, con la falsità s’adopran l’armi [...] Per questo il santo dice: io non agisco e il popolo da sé si trasforma [...] io non bramo e il popolo da sé si fa semplice».

Per giungere alla pienezza umana del Figlio, Dio non ha preteso superare le vicende concrete, viceversa le ha assunte e valorizzate.

Il cammino che porta a Cristo non è questione di scalate, né di risultati o performance da calibrare sempre meglio in un crescendo lineare quindi moralizzatore e dirigista (che non impone svolte che contano, né risolve i veri problemi).

 

Commentando il Tao (i) il maestro Ho-shang Kung scrive: «Mistero è il Cielo. Dice che tanto l’uomo che ha desideri quanto quello che non ne ha ricevono parimenti il ch’ì dal Cielo. All’interno del cielo c’è un altro cielo; nel ch’ì c’è densità e tenuità».

Nella storia, l’Eterno riesce a dare ali spiegate non tanto alla forza e al genio, ma a tutte le povere origini, alla pochezza della nostra natura, la quale d’improvviso si tramuta in ricchezza totalmente imprevedibile. 

E se di continuo strappiamo il filo, il Signore lo riannoda - non per aggiustare, metterci una pezza e riprendere come prima, ma per rifare un’intera trama nuova. Proprio a partire dalle cadute.

Sono quei momenti del discrimine terra-terra che costringono l'umanità a cambiare direzione simbolo e non ripetersi, stagnando nel circuito dei soliti perimetri cerebrali e puristi - abitudinari, e dove tutto è normale.

In seguito a schianti interiori e ripensamenti, quante persone hanno realizzato il proprio destino, deviando il percorso tracciato, quieto, protetto e confortevole (Cottolengo, madre Teresa, così via)!

Dal fango della palude spuntano fiori splendidi e puliti, che neppure somigliano a quelli cui nelle varie fasi della vita avevamo mai immaginato di poter contemplare.

 

I ruzzoloni dei protagonisti della storia della salvezza non sono arrivati per debolezza. Erano segnali d’un cattivo o parziale utilizzo delle risorse; stimoli a modificare l’occhio, rivalutare il punto di vista e tante speranze.

Quei crolli hanno configurato nuove sfide: sono state interpretati come provocazioni forti: a spostare energie e cambiare binario.

Le Risalite conseguenti ai ribassi si sono tramutate in nuove opportunità, affatto impreviste, appieno discordanti con le soluzioni già pronte che spengono i caratteri.

Anche la nostra crisi diventa seria solo quando i fallimenti non sfociano in nuove cognizioni e differenti percorsi che non avevamo pensato (forse in nessuno dei nostri buoni propositi).

Strano questo legame tra i nostri abissi e gli apici dello Spirito: è l’Incarnazione, nessuna teoria - tutta realtà.

Non esiste Dono che ci rassomiglia al top divino e che giunga a noi senza passare e coinvolgere la dimensione della finitudine.

I buchi nell’acqua trasmettono la cifra tutta umana di quel che siamo - dietro le illusioni o le stesse apparenze che non vogliamo deporre, per autoconvincerci di essere invece “personaggi” identificati.

Ma le ambivalenze e le falle continuano a voler schiodare il nostro sguardo e destino altrove, rispetto alle attese comuni [oggi anche il parossismo del punto nei sondaggi].

Dietro la maschera e oltre le convinzioni acquisite dall’ambiente, dai modi o dalle procedure... c’è il grande Segreto del Padre su di noi.

 

Proprio le discese spiritualizzano, attraverso un lavorio dell’anima che viene speronata dalle vicende, affinché volga ad acquistare nuove consapevolezze, interiorizzi differenti valutazioni, veda e abbracci altri variegati orizzonti anche missionari.

Il crack che butta giù può essere più consistente di ogni progresso; non perché avvia un’ascesi: diventa contatto con la “terra” - dove troviamo la linfa che ci corrisponde davvero, per rigenerare.

Il calo o addirittura la rovina di uno status rassicurante ha in ogni accadimento una funzione propulsiva, rigenerativa, trasmutativa; normale, in fondo, e in cui la storia di Dio si riconosce totalmente.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quali sono stati i tuoi momenti di svolta?

Quale deviazione ti ha realizzato?

 

 

Non solo mediante uomini, bensì Con loro

 

Con l’odierna Liturgia entriamo nell’ultimo tratto del cammino dell’Avvento, che esorta ad intensificare la nostra preparazione, per celebrare con fede e con gioia il Natale del Signore, accogliendo con intimo stupore Dio che si fa vicino all’uomo, a ciascuno di noi.

La prima lettura ci presenta l’anziano Giacobbe che raduna i suoi figli per la benedizione: è un evento di grande intensità e commozione. Questa benedizione è come un sigillo della fedeltà all’alleanza con Dio, ma è anche una visione profetica, che guarda in avanti e indica una missione. Giacobbe è il padre che, attraverso le vie non sempre lineari della propria storia, giunge alla gioia di radunare i suoi figli attorno a sé e tracciare il futuro di ciascuno e della loro discendenza. In particolare, oggi abbiamo ascoltato il riferimento alla tribù di Giuda, di cui si esalta la forza regale, rappresentata dal leone, come pure alla monarchia di Davide, rappresentata dallo scettro, dal bastone del comando, che allude alla venuta del Messia. Così, in questa duplice immagine, traspare il futuro mistero del leone che si fa agnello, del re il cui bastone di comando è la Croce, segno della vera regalità. Giacobbe ha preso progressivamente coscienza del primato di Dio, ha compreso che il suo cammino è guidato e sostenuto dalla fedeltà del Signore, e non può che rispondere con adesione piena all’alleanza e al disegno di salvezza di Dio, diventando a sua volta, insieme con la propria discendenza, anello del progetto divino.

Il brano del Vangelo di Matteo ci presenta la "genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo" (Mt 1,1), sottolineando ed esplicitando ulteriormente la fedeltà di Dio alla promessa, che Egli attua non soltanto mediante gli uomini, ma con loro e, come per Giacobbe, talora attraverso vie tortuose e impreviste. Il Messia atteso, oggetto della promessa, è vero Dio, ma anche vero uomo; Figlio di Dio, ma anche Figlio partorito dalla Vergine, Maria di Nazaret, carne santa di Abramo, nel cui seme saranno benedetti tutti i popoli della terra (cfr Gen 22,18). In questa genealogia, oltre a Maria, vengono ricordate quattro donne. Non sono Sara, Rebecca, Lia, Rachele, cioè le grandi figure della storia d’Israele. Paradossalmente, invece, sono quattro donne pagane: Racab, Rut, Betsabea, Tamar, che apparentemente "disturbano" la purezza di una genealogia. Ma in queste donne pagane, che appaiono in punti determinanti della storia della salvezza, traspare il mistero della chiesa dei pagani, l’universalità della salvezza. Sono donne pagane nelle quali appare il futuro, l’universalità della salvezza. Sono anche donne peccatrici e così appare in loro anche il mistero della grazia: non sono le nostre opere che redimono il mondo, ma è il Signore che ci dà la vera vita. Sono donne peccatrici, sì, in cui appare la grandezza della grazia della quale noi tutti abbiamo bisogno. Queste donne rivelano tuttavia una risposta esemplare alla fedeltà di Dio, mostrando la fede nel Dio di Israele. E così vediamo trasparire la chiesa dei pagani, mistero della grazia, la fede come dono e come cammino verso la comunione con Dio. La genealogia di Matteo, pertanto, non è semplicemente l’elenco delle generazioni: è la storia realizzata primariamente da Dio, ma con la risposta dell’umanità. È una genealogia della grazia e della fede: proprio sulla fedeltà assoluta di Dio e sulla fede solida di queste donne poggia la prosecuzione della promessa fatta a Israele

[Papa Benedetto, omelia al Centro Aletti, 17 dicembre 2009]

 

L’uomo, cognome di Dio

 

L’uomo è il cognome di Dio: il Signore infatti prende il nome da ognuno di noi — sia che siamo santi, sia che siamo peccatori — per farlo diventare il proprio cognome. Perché incarnandosi il Signore ha fatto storia con l’umanità: la sua gioia è stata condividere la sua vita con noi, «e questo fa piangere: tanto amore, tanta tenerezza».

È con il pensiero rivolto al Natale ormai imminente che Papa Francesco ha commentato martedì 17 dicembre le due letture proposte dalla liturgia della parola, tratte rispettivamente dalla Genesi (49, 2.8-10) e dal Vangelo di Matteo (1, 1-17). Nel giorno del suo settantasettesimo compleanno, il Santo Padre ha presieduto come di consueto la messa mattutina nella cappella di Santa Marta. Ha concelebrato tra gli altri il cardinale decano Angelo Sodano, che gli ha espresso gli auguri di tutto il collegio cardinalizio.

All’omelia, incentrata sulla presenza di Dio nella storia dell’umanità, il vescovo di Roma ha individuato in due termini — eredità e genealogia — le chiavi per interpretare rispettivamente la prima lettura (riguardante la profezia di Giacobbe che raduna i propri figli e predice una discendenza gloriosa per Giuda) e il brano evangelico contenente la genealogia di Gesù. Soffermandosi in particolare su quest’ultima, ha sottolineato che non si tratta di «un elenco telefonico», ma di «un argomento importante: è pura storia», perché «Dio ha inviato il suo figlio» in mezzo agli uomini. E, ha aggiunto, «Gesù è consostanziale al padre, Dio; ma anche consostanziale alla madre, una donna. E questa è quella consostanzialità della madre: Dio si è fatto storia, Dio ha voluto farsi storia. È con noi. Ha fatto cammino con noi».

Un cammino — ha proseguito il vescovo di Roma — iniziato da lontano, nel Paradiso, subito dopo il peccato originale. Da quel momento, infatti, il Signore «ha avuto questa idea: fare cammino con noi». Perciò «ha chiamato Abramo, il primo nominato in questa lista, in questo elenco, e lo ha invitato a camminare. E Abramo ha cominciato quel cammino: ha generato Isacco, e Isacco Giacobbe, e Giacobbe Giuda». E così via, avanti nella storia dell’umanità. «Dio cammina con il suo popolo», dunque, perché «non ha voluto venire a salvarci senza storia; lui ha voluto fare storia con noi».

Una storia, ha affermato il Pontefice, fatta di santità e di peccato, perché nell’elenco della genealogia di Gesù ci sono santi e peccatori. Tra i primi il Papa ha ricordato «il nostro padre Abramo» e «Davide, che dopo il peccato si è convertito». Tra i secondi ha individuato «peccatori di alto livello, che hanno fatto peccati grossi», ma con i quali Dio ugualmente «ha fatto storia». Peccatori che non hanno saputo rispondere al progetto che Dio aveva immaginato per loro: come «Salomone, tanto grande e intelligente, finito come un poveraccio che non sapeva nemmeno come si chiamasse». Eppure, ha constatato Papa Francesco, Dio era anche con lui. «E questo è il bello: Dio fa storia con noi. Di più, quando Dio vuol dire chi è, dice: io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe».

Ecco perché alla domanda «qual è il cognome di Dio?» per Papa Francesco è possibile rispondere: «Siamo noi, ognuno di noi. Lui prende da noi il nome per farne il suo cognome». E nell’esempio offerto dal Pontefice non ci sono solo i padri della nostra fede, ma anche gente comune. «Io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Pedro, di Marietta, di Armony, di Marisa, di Simone, di tutti. Da noi prende il cognome. Il cognome di Dio è ognuno di noi», ha spiegato.

Da qui la constatazione che prendendo «il cognome dal nostro nome, Dio ha fatto storia con noi»; anzi, di più: «si è lasciato scrivere la storia da noi». E noi ancora oggi continuiamo a scrivere «questa storia», che è fatta «di grazia e di peccato», mentre il Signore non si stanca di venirci dietro: «questa è l’umiltà di Dio, la pazienza di Dio, l’amore di Dio». Del resto, anche «il libro della Sapienza dice che la gioia del Signore è tra i figli dell’uomo, con noi».

Ecco allora che «avvicinandosi il Natale», a Papa Francesco — com’egli stesso ha confidato concludendo la sua riflessione — è venuto naturale pensare: «Se lui ha fatto la sua storia con noi, se lui ha preso il suo cognome da noi, se lui ha lasciato che noi scrivessimo la sua storia», noi da parte nostra dovremmo lasciare che Dio scriva la nostra. Perché, ha chiarito, «la santità» è proprio «lasciare che il Signore scriva la nostra storia». E questo è l’augurio di Natale che il Pontefice ha voluto fare «per tutti noi». Un augurio che è un invito ad aprire il cuore: «Fa’ che il Signore ti scriva la storia e che tu lasci che te la scriva».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 18/12/2013]

 

 

Annunciazione a Giuseppe: senso e valore del Dubbio

 

(Mt 1,16.18-21.24)

 

«Anche attraverso l’angustia di Giuseppe passa la volontà di Dio, la sua storia, il suo progetto. Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande» [Patris Corde n.2].

 

Nei Vangeli dell’infanzia di Mt Dio assume due Nomi: Redentore [Yeshua: Dio è Salvatore] e Con-noi. Il senso di tali prerogative divine non è meccanico, bensì teologico.

Il Nome proprio del Figlio Gesù descrive la sua Opera di recupero di tutto l’essere. E l’attributo caratteristico Immanu’el (tratto da Isaia) ne puntualizza i molti recapiti - i suoi tanti indirizzi, che siamo ciascuno di noi, in crescita nel tempo.

Incarnazione: il Padre si colloca a fianco dei suoi figli e figlie. Non solo non teme di rendersi impuro nel contatto con le cose che riguardano le dinamiche umane: addirittura si riconosce nella loro Condizione.

Per questo motivo, dall’imbarazzo di Giuseppe scaturisce addirittura il culmine dell’intera Storia di Salvezza.

Le fonti attestano che non era affatto un personaggio col giglio in mano, ma forse questo può interessarci sino a un certo punto.

La narrazione di Mt colpisce, perché il discrimine e le possibilità d’irruzione (della vetta stessa) del Disegno di Dio sull’umanità sembrano scaturiti non da una certezza, ma da un Dubbio.

Il punto interrogativo coinvolge. Il disagio semina dentro un nuovo Germe. Strappa e abbatte le pianticelle tutte uguali dell’erba infestante la vita piena - che era Legge cesellata sulle apparenze.

Il “problema” guida a sognare ben altri orizzonti da aprire, e in prima persona; perché la soluzione non è a portata di mano.

La perplessità conduce fuori dalle gabbie mentali che mortificano i rapporti prima ridotti a casistiche - sorvolando gl’ingranaggi che spersonalizzano.

La perplessità fa valicare l’opinione comune, che attenua e spegne la Novità di Dio.

L’esitazione cerca fenditure esistenziali, perché vuole introdurci in territori di vita - dove anche gli altri possono attingere esperienze differenti, percezioni variegate, e momenti in cui avere in dono intuizioni decisive.

La sua Energia sapiente trova brecce e piccoli varchi; agisce per farci evolvere come figli dell’Eternità - anche suscitando disagi che inondano l’esistenza di sospensioni creative e nuova passione.

La sua lucida Azione s’introduce attraverso Sogni che scrollano di dosso i progetti consueti, o stati d’animo che mettono in bilico; e le strettoie di un pensiero emarginato che fa ritrovare il motivo per cui siamo nati, scoprire la nostra parte nel mondo.

Ogni oscillazione, ogni dolore, ogni pericolo, ogni trasloco, possono diventare un parto verso l’Originalità - senza prima le identificazioni.

L’Unicità non fa smarrire la Fonte che “veglia” in noi. Guai a sottrarsi: perderemmo la nostra destinazione.

Ciò mentre le cerchie dei risoluti restano lì e inaridiscono, proprio perché sempre pronte alla spiegazione di tutto.

Così ad es. come per la Famiglia di Nazaret, la vita in solitudine - costretta o non - diventa rigenerante, più che terribile.

 

Lo Spirito che s’infila nei pertugi delle mentalità standard trova un “punto” intimo che consente di fiorire diversamente adesso, in grado di far venir fuori l’essenza di chi siamo autenticamente, smettendo di copiare cliché.

Così invece di chiedersi come mai sia capitato qualcosa, dopo la prima esperienza discriminante che non teme la paura di restare isolati, forse rientriamo più di frequente nel nostro Nucleo, il quale senza posa zampilla per un Dialogo superiore.

Allora non continueremo a chiederci ‘Ma di chi è la colpa? Come tamponare la situazione? A chi conviene appoggiarsi?’. Bensì: ‘Qual è la nuova vita che devo esplorare? Cosa c’è ancora da scoprire?’.

Si uscirà con ben altra virtù di vocazione, perché lo Spirito Santo che fa breccia nelle crepe delle norme che rendono conformisti, poi smantella e rovescia quei muri. Infine dilaga, per costruire la sua storia - che non è prevedibile, “a modo” come quella di tutti i legati alla comparazione.

Sentire il fastidio di partecipare a rituali di composta identificazione causa molti problemi, ma può essere la grande occasione della vita per dilatare gli orizzonti... anche di coloro che non gradiscono percorrere la via mediocre dell’assicurarsi - rendendosi per timore dipendenti dall’opinione, dai luoghi comuni, dal sentirsi subito festeggiati.

Felicità apparente. Infatti il morso dei dubbi non fa diventare credenti-spazzatura, come ipotizzato nelle religioni disciplinate, legaliste - nelle filosofie puritane dalla sapienza artificiosa - bensì amici, figli adottivi [ossia scelti] ed eredi.

Grazie alla Relazione di Fede, non siamo più persi nel deserto - perché le tante cose e gli azzardi diventano dialogo di peso specifico: siamo a Casa, nel rispetto del nostro misterioso carattere e Chiamata.

Già qui e ora ci spostiamo dalle tante cose che vincolano di costrizioni e pretese il nostro Centro - e sia il pensiero che l’azione.

Solo in tal guisa non siamo più folla mitologica o assuefatta, stracolma di colpe, doveri e appartenenze - bensì Famiglia e informalità colloquiale delle dissonanze.

Non più massa, ma (a tutto tondo) Persone: proprio nel nostro essere nel limite facciamo rima con grande-Missione.

Iniziamo come Giuseppe a essere presenti a noi stessi. E cambiando sguardo, si godrà la Bellezza del Nuovo.

 

«San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine» [Patris Corde intr.].

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quali sono stati i tuoi momenti di svolta? Quale deviazione ti ha realizzato?

In quale occasione il dubbio ti ha aperto orizzonti da sbalordire?

Quando e se hai cambiato lo sguardo conformista, hai conosciuto o meno l’accendersi nel tuo mondo interiore di prospettive, relazioni ed energie rigeneranti?

Come hai percepito accanto e “visto” o “sognato” ciò che prima restava Invisibile e Altrove?

Sei forse partito da una tua certezza?

Quest'oggi, 19 marzo, ricorre la solennità di San Giuseppe, ma, in coincidenza con la terza Domenica di Quaresima, la sua celebrazione liturgica è posticipata a domani. Tuttavia, il contesto mariano dell'Angelus invita a soffermarsi oggi con venerazione sulla figura dello sposo della Beata Vergine Maria e Patrono della Chiesa universale. Mi piace ricordare che di San Giuseppe era molto devoto anche l'amato Giovanni Paolo II, il quale gli dedicò l'Esortazione apostolica Redemptoris Custos - Custode del Redentore e sicuramente ne sperimentò l'assistenza nell'ora della morte.

La figura di questo grande Santo, pur rimanendo piuttosto nascosta, riveste nella storia della salvezza un'importanza fondamentale. Anzitutto, appartenendo egli alla tribù di Giuda, legò Gesù alla discendenza davidica, così che, realizzando le promesse sul Messia, il Figlio della Vergine Maria può dirsi veramente "figlio di Davide". Il Vangelo di Matteo, in modo particolare, pone in risalto le profezie messianiche che trovarono compimento mediante il ruolo di Giuseppe: la nascita di Gesù a Betlemme (2, 1-6); il suo passaggio attraverso l'Egitto, dove la santa Famiglia si era rifugiata (2, 13-15); il soprannome di "Nazareno" (2, 22-23). In tutto ciò egli si dimostrò, al pari della sposa Maria, autentico erede della fede di Abramo: fede nel Dio che guida gli eventi della storia secondo il suo misterioso disegno salvifico. La sua grandezza, al pari di quella di Maria, risalta ancor più perché la sua missione si è svolta nell'umiltà e nel nascondimento della casa di Nazaret. Del resto, Dio stesso, nella Persona del suo Figlio incarnato, ha scelto questa via e questo stile - l'umiltà e il nascondimento - nella sua esistenza terrena.

Dall'esempio di San Giuseppe viene a tutti noi un forte invito a svolgere con fedeltà, semplicità e modestia il compito che la Provvidenza ci ha assegnato. Penso anzitutto ai padri e alle madri di famiglia, e prego perché sappiano sempre apprezzare la bellezza di una vita semplice e laboriosa, coltivando con premura la relazione coniugale e compiendo con entusiasmo la grande e non facile missione educativa. Ai Sacerdoti, che esercitano la paternità nei confronti delle comunità ecclesiali San Giuseppe ottenga di amare la Chiesa con affetto e piena dedizione, e sostenga le persone consacrate nella loro gioiosa e fedele osservanza dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza. Protegga i lavoratori di tutto il mondo, perché contribuiscano con le loro varie professioni al progresso dell'intera umanità, e aiuti ogni cristiano a realizzare con fiducia e con amore la volontà di Dio, cooperando così al compimento dell'opera della salvezza.

[Papa Benedetto, Angelus 19 marzo 2006]

Mercoledì, 11 Marzo 2026 04:37

Il matrimonio con Maria

2. «Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,20-21).

In queste parole è racchiuso il nucleo centrale della verità biblica su san Giuseppe, il momento della sua esistenza a cui in particolare si riferiscono i padri della Chiesa.

L'evangelista Matteo spiega il significato di questo momento, delineando anche come Giuseppe lo ha vissuto. Tuttavia, per comprenderne pienamente il contenuto ed il contesto, è importante tener presente il passo parallelo del Vangelo di Luca. Infatti, riferendoci al versetto che dice: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo» (Mt 1,18), l'origine della gravidanza di Maria «per opera dello Spirito Santo» trova una descrizione più ampia ed esplicita in quel che leggiamo in Luca circa l'Annunciazione della nascita di Gesù: «L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1,26-27). Le parole dell'angelo: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28), provocarono un turbamento interiore in Maria ed insieme la spinsero a riflettere. Allora il messaggero tranquillizza la Vergine ed al tempo stesso le rivela lo speciale disegno di Dio a suo riguardo: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai e partorirai un figlio, e lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre» (Lc 1,30-32).

L'Evangelista aveva poco prima affermato che, al momento dell'Annunciazione, Maria era «promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe». La natura di queste «nozze» viene spiegata indirettamente, quando Maria, dopo aver udito ciò che il messaggero aveva detto della nascita del Figlio, chiede: «Come avverrà questo? Non conosco uomo» (Lc 1,34). Allora le giunge questa risposta: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35). Maria, anche se già «sposata» con Giuseppe, rimarrà vergine, perché il bambino, concepito in lei sin dall'Annunciazione, era concepito per opera dello Spirito Santo.

A questo punto il testo di Luca coincide con quello di Matteo (1,18) e serve a spiegare ciò che in esso leggiamo. Se, dopo le nozze con Giuseppe, Maria «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo», questo fatto corrisponde a tutto il contenuto dell'Annunciazione e, in particolare, alle ultime parole pronunciate da Maria: «Avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Rispondendo al chiaro disegno di Dio, Maria col trascorrere dei giorni e delle settimane si rivela davanti alla gente e davanti a Giuseppe come «incinta», come colei che deve partorire e porta in sé il mistero della maternità.

3. In queste circostanze «Giuseppe suo sposo che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (Mt 1,19). Egli non sapeva come comportarsi di fronte alla «mirabile» maternità di Maria. Certamente cercava una risposta all'inquietante interrogativo, ma soprattutto cercava una via di uscita da quella situazione per lui difficile. «Mentre dunque stava pensando a queste cose, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te, Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati"» (Mt 1,20-21).

Esiste una stretta analogia tra l'«Annunciazione» del testo di Matteo e quella del testo di Luca. Il messaggero divino introduce Giuseppe nel mistero della maternità di Maria. Colei che secondo la legge è la sua «sposa», rimanendo vergine, è divenuta madre in virtù dello Spirito Santo. E quando il Figlio, portato in grembo da Maria, verrà al mondo, dovrà ricevere il nome di Gesù. Era, questo, un nome conosciuto tra gli Israeliti ed a volte veniva dato ai figli. In questo caso, però, si tratta del Figlio che - secondo la promessa divina - adempirà in pieno il significato di questo nome: Gesù - Yehossua', che significa: Dio salva.

Il messaggero si rivolge a Giuseppe come allo «sposo di Maria», a colui che a suo tempo dovrà imporre tale nome al Figlio che nascerà dalla Vergine di Nazaret, a lui sposata. Si rivolge, dunque, a Giuseppe affidandogli i compiti di un padre terreno nei riguardi del Figlio di Maria.

«Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). Egli la prese in tutto il mistero della sua maternità, la prese insieme col Figlio che sarebbe venuto al mondo per opera dello Spirito Santo: dimostrò in tal modo una disponibilità di volontà, simile a quella di Maria, in ordine a ciò che Dio gli chiedeva per mezzo del suo messaggero.

[Papa Giovanni Paolo II, Redemtoris Custos]

Oggi mediteremo su San Giuseppe come padre di Gesù. Gli Evangelisti Matteo e Luca lo presentano come padre putativo di Gesù e non come padre biologico. Matteo lo precisa, evitando la formula “generò”, usata nella genealogia per tutti gli antenati di Gesù; ma lo definisce «sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù detto il Cristo» (1,16). Mentre Luca lo afferma dicendo che era padre di Gesù «come si riteneva» (3,23), cioè appariva come padre.

Per comprendere la paternità putativa o legale di Giuseppe, occorre tener presente che anticamente in Oriente era molto frequente, più di quanto non sia ai nostri giorni, l’istituto dell’adozione. Si pensi al caso comune presso Israele del “levirato” così formulato nel Deuteronomio: «Quando uno dei fratelli morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si sposerà con uno di fuori, con un estraneo. Suo cognato si unirà a lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito che ella metterà al mondo, andrà sotto il nome del fratello morto, perché il nome di questi non si estingua in Israele» (25,5-6). In altre parole, il genitore di questo figlio è il cognato, ma il padre legale resta il defunto, che attribuisce al neonato tutti i diritti ereditari. Lo scopo di questa legge era duplice: assicurare la discendenza al defunto e la conservazione del patrimonio.

Come padre ufficiale di Gesù, Giuseppe esercita il diritto di imporre il nome al figlio, riconoscendolo giuridicamente. Giuridicamente è il padre, ma non generativamente, non l’ha generato.

Anticamente il nome era il compendio dell’identità di una persona. Cambiare il nome significava cambiare sé stessi, come nel caso di Abramo, il cui nome Dio cambia in “Abraham”, che significa “padre di molti”, «perché – dice il Libro della Genesi – sarà padre di una moltitudine di nazioni» (17,5). Così per Giacobbe, che viene chiamato “Israele”, che significa “colui che lotta con Dio”, perché ha lottato con Dio per obbligarlo a dargli la benedizione (cfr Gen 32,29; 35,10).

Ma soprattutto dare il nome a qualcuno o a qualcosa significava affermare la propria autorità su ciò che veniva denominato, come fece Adamo quando conferì un nome a tutti gli animali (cfr Gen 2,19-20).

Giuseppe sa già che per il figlio di Maria c’è un nome preparato da Dio – il nome a Gesù lo dà il vero padre di Gesù, Dio – il nome “Gesù”, che significa “Il Signore salva”, come gli spiega l’Angelo: «Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Questo particolare aspetto della figura di Giuseppe ci permette oggi di fare una riflessione sulla paternità e sulla maternità. E questo credo che sia molto importante: pensare alla paternità, oggi. Perché noi viviamo un’epoca di notoria orfanezza. È curioso: la nostra civiltà è un po’ orfana, e si sente, questa orfanezza. Ci aiuti la figura di San Giuseppe a capire come si risolve il senso di orfanezza che oggi ci fa tanto male.

Non basta mettere al mondo un figlio per dire di esserne anche padri o madri. «Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti» (Lett. ap. Patris corde). Penso in modo particolare a tutti coloro che si aprono ad accogliere la vita attraverso la via dell’adozione, che è un atteggiamento così generoso e bello. Giuseppe ci mostra che questo tipo di legame non è secondario, non è un ripiego. Questo tipo di scelta è tra le forme più alte di amore e di paternità e maternità. Quanti bambini nel mondo aspettano che qualcuno si prenda cura di loro! E quanti coniugi desiderano essere padri e madri ma non riescono per motivi biologici; o, pur avendo già dei figli, vogliono condividere l’affetto familiare con chi ne è rimasto privo. Non bisogna avere paura di scegliere la via dell’adozione, di assumere il “rischio” dell’accoglienza. E oggi, anche, con l’orfanezza, c’è un certo egoismo. L’altro giorno, parlavo sull’inverno demografico che c’è oggi: la gente non vuole avere figli, o soltanto uno e niente di più. E tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno soltanto uno perché non ne vogliono altri, ma hanno due cani, due gatti … Eh sì, cani e gatti occupano il posto dei figli. Sì, fa ridere, capisco, ma è la realtà. E questo rinnegare la paternità e la maternità ci sminuisce, ci toglie umanità. E così la civiltà diviene più vecchia e senza umanità, perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità. E soffre la Patria, che non ha figli e – come diceva uno un po’ umoristicamente – “e adesso chi pagherà le tasse per la mia pensione, che non ci sono figli? Chi si farà carico di me?”: rideva, ma è la verità. Io chiedo a San Giuseppe la grazia di svegliare le coscienze e pensare a questo: ad avere figli. La paternità e la maternità sono la pienezza della vita di una persona. Pensate a questo. È vero, c’è la paternità spirituale per chi si consacra a Dio e la maternità spirituale; ma chi vive nel mondo e si sposa, deve pensare ad avere figli, a dare la vita, perché saranno loro che gli chiuderanno gli occhi, che penseranno al suo futuro. E anche, se non potete avere figli, pensate all’adozione. È un rischio, sì: avere un figlio sempre è un rischio, sia naturale sia d’adozione. Ma più rischioso è non averne. Più rischioso è negare la paternità, negare la maternità, sia la reale sia la spirituale. Un uomo e una donna che volontariamente non sviluppano il senso della paternità e della maternità, mancano qualcosa di principale, di importante. Pensate a questo, per favore. Auspico che le istituzioni siano sempre pronte ad aiutare in questo senso dell’adozione, vigilando con serietà ma anche semplificando l’iter necessario perché possa realizzarsi il sogno di tanti piccoli che hanno bisogno di una famiglia, e di tanti sposi che desiderano donarsi nell’amore. Tempo fa ho sentito la testimonianza di una persona, un dottore – importante il suo mestiere – non aveva figli e con la moglie hanno deciso di adottarne uno. E quando è arrivato il momento, ne hanno offerto loro uno e hanno detto: “Ma, non sappiamo come andrà la salute di questo. Forse può avere qualche malattia”. E lui disse – lo aveva visto – disse: “Se lei mi avesse domandato questo prima di entrare, forse avrei detto di no. Ma l’ho visto: me lo porto”. Questa è la voglia di essere padre, di essere madre anche nell’adozione. Non abbiate paura di questo.

Prego perché nessuno si senta privo di un legame di amore paterno. E coloro che sono ammalati di orfanezza vadano avanti senza questo sentimento così brutto. Possa San Giuseppe esercitare la sua protezione e il suo aiuto sugli orfani; e interceda per le coppie che desiderano avere un figlio. Per questo preghiamo insieme:

San Giuseppe,
tu che hai amato Gesù con amore di padre,
sii vicino a tanti bambini che non hanno famiglia
e desiderano un papà e una mamma.
Sostieni i coniugi che non riescono ad avere figli,
aiutali a scoprire, attraverso questa sofferenza, un progetto più grande.
Fa’ che a nessuno manchi una casa, un legame,
una persona che si prenda cura di lui o di lei;
e guarisci l’egoismo di chi si chiude alla vita,
perché spalanchi il cuore all’amore.

[Papa Francesco, Udienza Generale 5 gennaio 2022]

Martedì, 10 Marzo 2026 04:53

L’opera, da questo (e dalle infrazioni)

(Gv 5,17-30)

 

Il centro della speranza giudaica era il ritorno ai tempi antichi, che però si trasferiva in un futuro indeterminato [“ultimo giorno”].

Secondo il Maestro, la vita da salvati inizia ora, e dall’ascolto della sua specifica Parola-Persona (v.24) che soppianta ogni codice.

Egli si attribuisce una caratura (anche giuridica) totale. Essa sostituisce l’ambito un tempo creduto appannaggio del solo Dio: «Ha dato ogni giudizio al Figlio» (v.22).

Di fronte al risuonare del Logos presente e al Sogno incisivo e vivificante del Padre che si fa attuale, la morte perde qualsiasi efficacia distruttrice.

L’aspetto di realtà umana e operante prevale su ciò che alle religioni sembrava fosse riservato al solo Dio del Cielo, e proiettato in un futuro perfetto.

Il Memoriale è adesso. Per rifare il trionfo - attraverso il Golgotha, qui.

Impossibile confondere la portata della vita incessante con le osservanze.

Difficile chiamare Dio col termine Padre [Abba, papà] se Egli ci trasmettesse voglia di essere e fare, solo con distacco.

La guarigione del paralitico (vv.1-16) ha infatti tratti esistenziali che trascorrono in carattere divino; essa non è paragonabile ai risultati dell’attività di un medico, bensì all’opera dello Spirito in noi.

 

È finito il tempo della diminuzione dell’uomo davanti all’Altissimo: il suo disegno non è per l’angustia, bensì per la crescita - che autenticamente manifesta il Giudizio dell’Eterno.

Giudizio non di custodia dell’ordine, ma d’amore e rigenerazione: impronta umana nel trasmetterci la condizione divina (v.18) in pienezza di essere e libertà, nell’intima esperienza del suo Cuore.

Gesù esprime l’immanenza col Padre dilatandone l’opera creatrice, che non è affatto terminata: continua a vivificarci.

Dio sostiene l’universo e il nostro essere, quindi è sempre attivo. Qui e ora; non all’altra riva del tempo - quindi non c’inclina al quieto sopore della coscienza.

Il Padre opera sempre, il Figlio - sua impronta prima e incessante - ne imita la qualità d’azione in continuità.

È Patto concreto per il popolo: il suo Consiglio tutto da recepire viene realmente a noi.

A tale scopo non teme di trasgredire un precetto approssimativo e angusto, idolo della sacrale, pur devotissima, tradizione antica.

Del resto, anche nel riposo del sabato il Creatore benedice e consacra (Gn 2,3).

 

Tutta la storia molteplice è in una sorta di principio d’unità: tempo d’intervento per la salvezza e relazione col Mistero.

Ovunque procediamo, chi riflette Dio non stordisce di pregiudizi sulla realtà umana: è invece già lì e rimane a oltranza.

Figli nel «Figlio dell’uomo» (v.27) - per dialogare, aprire, sorreggere, dare ristoro, rendere intensa e delicata ogni situazione.

Onorare l’Altissimo è onorare l'umanità bisognosa di tutto, in qualsiasi momento.

Solo questo lo ‘manifesta’, anche nelle ‘infrazioni - terra ricca di nuove sorgenti che accorciano le distanze.

Questa l’Opera reciproca e singolare di Dio (Gv 6,29): amare, non «opere» (v.28) grevi di legge e da nomenclatura.

 

 

[Mercoledì 4.a sett. Quaresima, 18 marzo 2026]

Martedì, 10 Marzo 2026 04:48

L’opera, da questo (e dalle infrazioni)

(Gv 5,17-30)

 

Il centro della speranza giudaica era il ritorno ai tempi antichi, che però si trasferiva in un futuro indeterminato [“ultimo giorno”].

Secondo il Maestro, la vita da salvati inizia ora, e dall’ascolto della sua specifica Parola-Persona (v.24) che soppianta ogni codice.

Egli si attribuisce una caratura (anche giuridica) totale. Essa sostituisce l’ambito un tempo creduto appannaggio del solo Dio: «Ha dato ogni giudizio al Figlio» (v.22).

Di fronte al risuonare del Logos presente e al Sogno efficace e vivificante del Padre che si fa attuale, la morte perde qualsiasi efficacia distruttrice.

L’aspetto di realtà umana e operante prevale su ciò che alle religioni sembrava fosse riservato al solo Dio del Cielo, e proiettato in un futuro perfetto.

Il Memoriale è adesso. Per rifare il trionfo - attraverso il Golgotha, qui.

 

Dice il Tao Tê Ching (xxi): «Dai tempi antichi sino a oggi, il suo Nome non passa, e così acconsente a tutti gli inizi. Da che conosco il modo di tutti gli inizi? Da questo».

Gesù esprime l’intima immanenza col Padre dilatandone l’opera creatrice, che non è affatto terminata: continua a vivificarci. Egli sostiene l’universo e il nostro essere, quindi è sempre attivo.

Impossibile confondere la portata della vita incessante con le osservanze.

Difficile chiamare Dio col termine Padre [Abba, papà] se Egli ci trasmettesse voglia di essere e fare, solo con distacco.

La guarigione del paralitico (vv.1-16) ha infatti tratti esistenziali che trascorrono in carattere divino; essa non è paragonabile ai risultati dell’attività di un medico, bensì all’opera dello Spirito in noi.

È finito il tempo della diminuzione dell’uomo davanti all’Altissimo: il suo disegno non è per l’angustia, bensì per la crescita - che autenticamente manifesta il Giudizio dell’Eterno.

Giudizio non di custodia dell’ordine, ma d’amore e rigenerazione: impronta umana nel trasmetterci la condizione divina [(v.18); cf. commento a Gv 10,31-42: Ti fai Dio, voi siete Dèi] in pienezza di essere e libertà, nell’intima esperienza del suo Cuore.

 

Qui e ora; non all’altra riva del tempo - quindi non c’inclina al quieto sopore della coscienza.

Indulgente sì, ma a motivo delle cadute nel rischio - di testimoniare almeno una sua briciola d’immagine dentro, senza minimo denominatore.

Nell’incontro con la Persona di Gesù ci accorgiamo della sua potenza di risuscitazione: priva di parzialità, consistente e oggettiva sia sul terreno della vita che della morte, della remissione, e del giudizio.

Incessantemente assimiliamo i suoi pensieri, impulsi, parole, azioni, vicende cariche: tutto diviene giovane esperienza di Dio che si rivela.

Il Padre opera sempre, il Figlio - sua impronta prima e incessante - ne imita la qualità d’azione in continuità.

È Patto concreto per il popolo: il suo Consiglio tutto da recepire viene realmente a noi.

A tale scopo non teme di trasgredire un precetto approssimativo e angusto, idolo della sacrale, pur devota, tradizione antica.

Del resto, anche nel riposo del sabato il Creatore benedice e consacra (Gn 2,3).

Padre e Figlio non sono custodi della tranquillitas ordinis, né inducono al sopore della coscienza.

 

Tutta la storia molteplice è in una sorta di principio d’unità: tempo d’intervento per la salvezza, e relazione col Mistero.

Ovunque procediamo, chi riflette Dio non stordisce di pregiudizi sulla realtà umana: è invece già lì e rimane a oltranza.

Figli nel «Figlio dell’uomo» (v.27) - per dialogare, aprire, sorreggere, dare ristoro, rendere intensa e delicata ogni situazione.

Onorare l’Altissimo è onorare l'umanità bisognosa di tutto, in qualsiasi momento.

Solo questo lo manifesta, anche nelle infrazioni - terra ricca di nuove sorgenti che accorciano le distanze.

Questa l’Opera reciproca e singolare di Dio (Gv 6,29): amare, non «opere» (v.28) grevi di legge e da nomenclatura.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come essere volto del Padre, creatore di vita, amico e fratello, che fa risorgere?

Come riconoscerlo Alleanza nuova e corrispondere? Cosa significa per te credere nella vittoria della vita sulla morte?

 

 

Ti fai Dio

(Gv 10,31-42)

 

In Gv il termine Giudei indica non il popolo, bensì le guide spirituali. Un Gesù blasfemo rivendica la mutua immanenza col Padre, e osa dilatare a noi i confini del Mistero che lo avvolge e riempie.

Ma la condizione divina che si manifesta nella sua pienezza umana viene rifiutata dai capi religiosi proprio in nome dell’adesione all’Eterno.

Le autorità rigettano il Figlio in nome dell’Altissimo e della fedeltà all’idea tradizionale, all’immagine irriducibile del Dio vincitore (da cui scaturisce un certo tipo di società competitiva, spietata anche nella vita spirituale).

Secondo Gesù il Padre non è rivelato da ragionamenti e argomentazioni cerebrali, bensì dalla qualità indistruttibile delle opere «belle» (vv.32-33).

Il termine greco sta a indicare il senso di pienezza e meraviglia - verità, bontà, fascino, stupore - che emana dall’unica azione richiesta in qualsiasi opera (di rilievo o minuta): l'amore che risuscita il bisognoso.

E la Scrittura riconosce in ciascuno di noi questa sacra scintilla, che dà a tutti gli accadimenti e alle emozioni il passo della Vertigine che supera le cose circostanti, o come “dovrebbero” essere fatte.

Certo, a nostro sostegno abbiamo bisogno d’un Volto, di una relazione e di una vicenda di stretta parentela per identificare ciò che ci muove, per scrutare dentro quel che appare o viene suscitato.

L’Unità di nature - Lui in noi e noi col Padre - ci corrisponde nel Volto del Cristo, e si rende manifesta nell’ascoltare, accogliere, non precipitarsi a condannare, ma rendere forte il debole.

La simbiosi con Dio nelle nostre attività, col nostro modo di proporre o reagire, durante tutta la nostra vita, dispiega in ciascun Figlio la sua Somiglianza, anche nelle circostanze difficili.

Ogni cosa che accade, anche le persecuzioni e i tentativi di omicidio per incomprensione o invidia spirituale, può essere guardata in un’altra ottica.

Sono eventi, accadimenti esterni che attivano energie complessive: si fanno cosmiche fuori e acutamente divine in noi.

Più che pericoli e fastidi, tracciano un destino di Esodo - come un fiume che trasporta, ma che in Cristo ci scampa dalle mani d’una stasi mortifera (v.39), e risintonizza mirabilmente sulle forze che guidano alle periferie - dove dobbiamo andare.

 

 

Da Figlio di Davide a Figlio dell’uomo

 

La Chiesa è cattolica perché Cristo abbraccia nella sua missione di salvezza tutta l’umanità. Mentre la missione di Gesù nella sua vita terrena era limitata al popolo giudaico, «alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24), era tuttavia orientata dall’inizio a portare a tutti i popoli la luce del Vangelo e a far entrare tutte le nazioni nel Regno di Dio. Davanti alla fede del Centurione a Cafarnao, Gesù esclama: «Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,11). Questa prospettiva universalistica affiora, tra l’altro, dalla presentazione che Gesù fece di se stesso non solo come «Figlio di Davide», ma come «figlio dell’uomo» (Mc 10,33), come abbiamo sentito anche nel brano evangelico poc’anzi proclamato. Il titolo di «Figlio dell’uomo», nel linguaggio della letteratura apocalittica giudaica ispirata alla visione della storia nel Libro del profeta Daniele (cfr 7,13-14), richiama il personaggio che viene «con le nubi del cielo» (v. 13) ed è un’immagine che preannuncia un regno del tutto nuovo, un regno sorretto non da poteri umani, ma dal vero potere che proviene da Dio. Gesù si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso. Ed è proprio nella sequela di Gesù, nel lasciarsi attrarre dentro la sua umanità e dunque nella comunione con Dio che si entra in questo nuovo regno, che la Chiesa annuncia e anticipa, e che vince frammentazione e dispersione.

[Papa Benedetto, allocuzione al Concistoro 24 novembre 2012]

Martedì, 10 Marzo 2026 04:42

Spe salvi facti sumus

44. La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (cfr Ef 2,12). Solo Dio può creare giustizia. E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa. L'immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un'immagine terrificante, ma un'immagine di speranza; per noi forse addirittura l'immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche un'immagine di spavento? Io direi: è un'immagine che chiama in causa la responsabilità. Un'immagine, quindi, di quello spavento di cui sant'Ilario dice che ogni nostra paura ha la sua collocazione nell'amore. Dio è giustizia e crea giustizia. È questa la nostra consolazione e la nostra speranza. Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto. Ambedue – giustizia e grazia – devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore. La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore. Contro un tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione, per esempio, Dostoëvskij nel suo romanzo « I fratelli Karamazov ». I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato. Vorrei a questo punto citare un testo di Platone che esprime un presentimento del giusto giudizio che in gran parte rimane vero e salutare anche per il cristiano. Pur con immagini mitologiche, che però rendono con evidenza inequivocabile la verità, egli dice che alla fine le anime staranno nude davanti al giudice. Ora non conta più ciò che esse erano una volta nella storia, ma solo ciò che sono in verità. « Ora [il giudice] ha davanti a sé forse l'anima di un [...] re o dominatore e non vede niente di sano in essa. La trova flagellata e piena di cicatrici provenienti da spergiuro ed ingiustizia [...] e tutto è storto, pieno di menzogna e superbia, e niente è dritto, perché essa è cresciuta senza verità. Ed egli vede come l'anima, a causa di arbitrio, esuberanza, spavalderia e sconsideratezza nell'agire, è caricata di smisuratezza ed infamia. Di fronte a un tale spettacolo, egli la manda subito nel carcere, dove subirà le punizioni meritate [...] A volte, però, egli vede davanti a sé un'anima diversa, una che ha fatto una vita pia e sincera [...], se ne compiace e la manda senz'altro alle isole dei beati ». Gesù, nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31), ha presentato a nostro ammonimento l'immagine di una tale anima devastata dalla spavalderia e dall'opulenza, che ha creato essa stessa una fossa invalicabile tra sé e il povero: la fossa della chiusura entro i piaceri materiali, la fossa della dimenticanza dell'altro, dell'incapacità di amare, che si trasforma ora in una sete ardente e ormai irrimediabile. Dobbiamo qui rilevare che Gesù in questa parabola non parla del destino definitivo dopo il Giudizio universale, ma riprende una concezione che si trova, fra altre, nel giudaismo antico, quella cioè di una condizione intermedia tra morte e risurrezione, uno stato in cui la sentenza ultima manca ancora.

47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la « durata » di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il « momento » trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del « passaggio » alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo. Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », parakletos (cfr 1 Gv 2,1).

[Spe salvi]

Martedì, 10 Marzo 2026 04:38

L'esperienza del Padre in Gesù

1. “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 1, 3). Queste parole di Paolo ben ci introducono nella grande novità della conoscenza del Padre quale emerge dal Nuovo Testamento. Qui Dio appare nel suo volto trinitario. La sua paternità non si limita più ad indicare il rapporto con le creature, ma esprime la relazione fondamentale che caratterizza la sua vita intima; non è più un tratto generico di Dio, ma proprietà della prima Persona in Dio. Nel suo mistero trinitario, infatti, Dio è padre per essenza, padre da sempre, in quanto dall’eterno genera il Verbo a lui consustanziale e a lui unito nello Spirito Santo “che procede dal Padre e dal Figlio”. Con la sua incarnazione redentrice, il Verbo si fa solidale con noi proprio per introdurci a questa vita filiale che egli possiede dall’eternità. “A quanti l’hanno accolto - dice l’evangelista Giovanni - ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12).

2. Alla base di questa specifica rivelazione del Padre c’è l’esperienza di Gesù. Dalle sue parole e dai suoi atteggiamenti traspare che Egli sperimenta il rapporto col Padre in una maniera del tutto singolare. Nei Vangeli possiamo constatare come Gesù abbia differenziato “la sua filiazione da quella dei suoi discepoli non dicendo mai ‘Padre nostro’ tranne che per comandar loro: ‘Voi dunque pregate così: Padre nostro’ (Mt 6, 9); e ha sottolineato tale distinzione: ‘Padre mio e Padre vostro’ (Gv 20, 17)” (CCC, 443).

Fin da piccolo, a Maria e a Giuseppe che lo stavano cercando con angoscia, risponde: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2, 48s.). Ai Giudei che continuavano a perseguitarlo perché aveva operato di sabato una guarigione miracolosa, egli risponde: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv 5, 17). Sulla croce invoca il Padre perché perdoni i suoi carnefici e accolga il suo spirito (23, 34.46). La distinzione tra il modo con cui Gesù percepisce la paternità di Dio nei suoi confronti e quella che riguarda tutti gli altri esseri umani, è radicata nella sua coscienza e viene da lui ribadita con le parole che rivolge a Maria di Magdala dopo la risurrezione: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20, 17).

3. Il rapporto di Gesù con il Padre è unico. Egli sa di essere esaudito sempre, sa che il Padre manifesta attraverso di Lui la sua gloria, anche quando gli uomini possono dubitarne ed hanno bisogno di esserne da Lui stesso convinti. Constatiamo tutto questo nell'episodio della risurrezione di Lazzaro: “Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato'” (Gv 11, 41s.). In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità, com'egli sottolinea nell'inno di giubilo: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27) (cfr CCC, 240). Da parte sua, il Padre manifesta questo rapporto singolare che il Figlio intrattiene con Lui chiamandolo il suo “prediletto”: così al battesimo nel Giordano (cfr Mc 1, 11) e nella Trasfigurazione (cfr Mc 9, 7). Gesù è anche adombrato come figlio in senso speciale nella parabola dei cattivi vignaioli che maltrattano prima i due servi e poi il “figlio prediletto” del padrone, inviati a riscuotere i frutti della vigna (cfr Mc 12, 1-11, spec. v. 6).

4. Il Vangelo di Marco ci ha conservato il termine aramaico “Abbà” (cfr Mc 14, 36), con cui Gesù, nell’ora dolorosa del Getsemani, ha invocato il Padre, pregandolo di allontanare da lui il calice della passione. Il Vangelo di Matteo ce ne ha riportato nello stesso episodio la traduzione “Padre mio” (cfr Mt 26, 39, cfr anche v. 42) mentre Luca ha semplicemente “Padre” (cfr Lc 22, 42). Il termine aramaico, che potremmo tradurre nelle lingue moderne con “papà”, “babbo caro”, esprime la tenerezza affettuosa di un figlio. Gesù lo usa in maniera originale per rivolgersi a Dio e per indicare, nella piena maturità della sua vita che sta per concludersi sulla croce, lo stretto rapporto che anche in quell’ora drammatica lo lega al Padre suo. “Abbà” indica la straordinaria vicinanza tra Gesù e Dio Padre, un’intimità senza precedenti nel contesto religioso biblico o extra-biblico. In forza della morte e risurrezione di Gesù, Figlio unico di questo Padre, anche noi, al dire di san Paolo, siamo elevati alla dignità di figli e possediamo lo Spirito Santo che ci spinge a gridare “Abbà, Padre!” (cfr Rm 8, 15; Gal 4, 6). Questa semplice espressione del linguaggio infantile, in uso quotidiano nell'ambiente di Gesù e presso tutti i popoli, ha assunto così un significato dottrinale di profonda rilevanza, per esprimere la singolare paternità divina nei riguardi di Gesù e dei suoi discepoli.

5. Nonostante si sentisse unito al Padre in modo così intimo, Gesù ha dichiarato di ignorare l'ora dell'avvento finale e decisivo del Regno: “Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre” (Mt 24, 36). Questo aspetto ci mostra Gesù nella condizione di abbassamento propria dell'Incarnazione, che nasconde alla sua umanità il termine escatologico del mondo. In tal modo Gesù disillude i calcoli umani per invitarci alla vigilanza e alla fiducia nel provvido intervento del Padre. D’altra parte, nella prospettiva dei vangeli, l'intimità e l’assolutezza del suo essere “figlio” non vengono minimamente pregiudicate da questa non conoscenza. Al contrario, proprio l'essersi fatto tanto solidale con noi, lo rende decisivo per noi davanti al Padre: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10, 32s.).

Riconoscere Gesù davanti agli uomini è indispensabile per poter essere riconosciuti da lui davanti al Padre. In altri termini, la nostra relazione filiale con il Padre celeste dipende dalla nostra coraggiosa fedeltà verso Gesù, Figlio prediletto.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 3 marzo 1999]

Martedì, 10 Marzo 2026 04:29

Memoriale adesso: rifare il trionfo

Attraverso la celebrazione eucaristica lo Spirito Santo ci rende partecipi della vita divina che è capace di trasfigurare tutto il nostro essere mortale. E nel suo passaggio dalla morte alla vita, dal tempo all’eternità, il Signore Gesù trascina anche noi con Lui a fare Pasqua. Nella Messa si fa Pasqua. Noi, nella Messa, stiamo con Gesù, morto e risorto e Lui ci trascina avanti, alla vita eterna. Nella Messa ci uniamo a Lui. Anzi, Cristo vive in noi e noi viviamo in Lui. «Sono stato crocifisso con Cristo – dice San Paolo -, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,19-20). Così pensava Paolo.

Il suo sangue, infatti, ci libera dalla morte e dalla paura della morte. Ci libera non solo dal dominio della morte fisica, ma dalla morte spirituale che è il male, il peccato, che ci prende ogni volta che cadiamo vittime del peccato nostro o altrui. E allora la nostra vita viene inquinata, perde bellezza, perde significato, sfiorisce.

Cristo invece ci ridà la vita; Cristo è la pienezza della vita, e quando ha affrontato la morte la annientata per sempre: «Risorgendo distrusse la morte e rinnovò la vita» (Preghiera eucaristica IV). La Pasqua di Cristo è la vittoria definitiva sulla morte, perché Lui ha trasformato la sua morte in supremo atto d’amore. Morì per amore! E nell’Eucaristia, Egli vuole comunicarci questo suo amore pasquale, vittorioso. Se lo riceviamo con fede, anche noi possiamo amare veramente Dio e il prossimo, possiamo amare come Lui ha amato noi, dando la vita.

Se l’amore di Cristo è in me, posso donarmi pienamente all’altro, nella certezza interiore che se anche l’altro dovesse ferirmi io non morirei; altrimenti dovrei difendermi. I martiri hanno dato la vita proprio per questa certezza della vittoria di Cristo sulla morte. Solo se sperimentiamo questo potere di Cristo, il potere del suo amore, siamo veramente liberi di donarci senza paura. Questo è la Messa: entrare in questa passione, morte, risurrezione, ascensione di Gesù; quando andiamo a Messa è come se andassimo al calvario, lo stesso. Ma pensate voi: se noi nel momento della Messa andiamo al calvario – pensiamo con immaginazione – e sappiamo che quell’uomo lì è Gesù. Ma, noi ci permetteremo di chiacchierare, di fare fotografie, di fare un po’ lo spettacolo? No! Perché è Gesù! Noi di sicuro staremmo nel silenzio, nel pianto e anche nella gioia di essere salvati. Quando noi entriamo in chiesa per celebrare la Messa pensiamo questo: entro nel calvario, dove Gesù dà la sua vita per me. E così sparisce lo spettacolo, spariscono le chiacchiere, i commenti e queste cose che ci allontano da questa cosa tanto bella che è la Messa, il trionfo di Gesù.

Penso che ora sia più chiaro come la Pasqua si renda presente e operante ogni volta che celebriamo la Messa, cioè il senso del memoriale. La partecipazione all’Eucaristia ci fa entrare nel mistero pasquale di Cristo, donandoci di passare con Lui dalla morte alla vita, cioè lì nel calvario. La Messa è rifare il calvario, non è uno spettacolo.

[Papa Francesco, Udienza Generale 22 novembre 2017]

Lunedì, 09 Marzo 2026 12:58

4a Domenica di Quaresima, Laetare

IV domenica di Quaresima  [15 marzo 2026]  Domenica Laetare

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Questa domenica è una pausa di luce nel cammino penitenziale. Nel vangelo Gesù dona la vista al cieco. Laetare significa questo: la luce sta già vincendo le ombre. Anche se siamo ancora in Quaresima, la Pasqua è vicina. La gioia del cieco è conquistata attraverso interrogatori, rifiuti e solitudine. Laetare non è evasione dal dolore, ma gioia che nasce dentro la prova. Laetare è il sorriso della Chiesa nel mezzo del deserto: se mi lascio illuminare da Cristo, la mia notte non è definitiva. Il cieco nato diventa così icona del catecumeno, ma anche di ogni credente che, nel cuore della Quaresima, scopre che la luce è già presente e che la gioia cristiana nasce dall’incontro con Lui.

 

*Prima Lettura dal primo libro di Samuele (16, 1b.6-7.10-13a)

 Leggendo questo testo biblico si comprende che il grande profeta Samuele dovette imparare a cambiare il suo sguardo. Inviato da Dio a designare il futuro re tra i figli di Iesse a Betlemme, apparentemente aveva solo l’imbarazzo della scelta. Iesse fece venire per primo il figlio maggiore, di nome Eliab: alto, bello, con l’aspetto degno di succedere all’attuale re, Saul. Ma no: Dio fece sapere a Samuele che la sua scelta non cadeva su di lui: Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura… Dio non guarda come guarda l’uomo: l’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore (cf 1 Sam 16,7).

Allora Iesse fece passare i suoi figli uno dopo l’altro, in ordine di età, davanti al profeta. Ma la scelta di Dio non si posò su nessuno di loro. Alla fine dovette far chiamare l’ultimo, quello a cui nessuno aveva pensato: Davide, la cui unica occupazione era custodire il gregge. Ebbene, proprio lui Dio aveva scelto per custodire il suo popolo! Il racconto biblico sottolinea ancora una volta che la scelta di Dio si posa sul più piccolo: “Ciò che è debole nel mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti”, dirà San Paolo (1 Cor 1,27), perché “la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12,9). Ecco una buona ragione per cambiare decisamente il nostro modo di guardare gli uomini! Da questo testo traiamo almeno tre  insegnamenti sulla regalità in Israele:

Primo: il re è l’eletto di Dio, ma l’elezione è per una missione. Come Israele è scelto per il servizio dell’umanità, così il re è scelto per il servizio del popolo. Questo comporta anche la possibilità di essere destituito, come avvenne per Saul: se l’eletto non compie più la sua missione, viene sostituito. Secondo: il re riceve l’unzione con l’olio; è letteralmente il “messia”, cioè “l’unto”. Dio dice a Samuele: “Riempi d’olio il tuo corno e parti! Ti mando da Iesse il Betlemita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re (1 Sam 16,1). Terzo: l’unzione conferisce lo Spirito di Dio. “Samuele prese il corno pieno d’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli e lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi” (1 Sam 16,13). Il re diventa così il rappresentante di Dio sulla terra, chiamato a governare secondo il pensiero di Dio e non secondo quello del mondo. C’è poi un grande altro insegnamento: Gli uomini si fermano all’apparenza, Dio guarda il cuore.  Molti racconti biblici insistono su questo mistero: Dio sceglie spesso i più piccoli. Davide era l’ultimo dei figli di Iesse; nessuno pensava a lui per un grande futuro. Mosè si dichiarava impacciato nel parlare (Es 4,10). Geremia si riteneva troppo giovane (Ger 1,6).Lo stesso Samuele era inesperto quando fu chiamato. Timoteo era di salute fragile. E il popolo d’Israele era piccolo tra le nazioni. Queste scelte non si spiegano secondo criteri umani. Come dice Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8-9). Il testo lo riassume così: “Non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1 Sam 16,7). Questa verità protegge da due pericoli: la presunzione e lo scoraggiamento. Non è questione di merito, ma di disponibilità. Nessuno possiede in sé le forze necessarie: sarà Dio a donarle nel momento opportuno.    

 

*Salmo responsoriale (22/23) 

Abbiamo appena ascoltato questo salmo per intero: è uno dei più brevi del salterio, ma è di una tale densità che i primi cristiani lo scelsero come salmo privilegiato della notte di Pasqua. In quella notte, i nuovi battezzati, risalendo dalla vasca battesimale, cantavano il salmo 22/23 mentre si dirigevano verso il luogo della loro Confermazione e della prima Eucaristia. Per questo fu chiamato il “salmo dell’iniziazione cristiana”. Se i cristiani vi hanno potuto leggere il mistero della vita battesimale, è perché già per Israele questo salmo esprimeva in modo privilegiato il mistero della vita nell’Alleanza, della vita nell’intimità con Dio. È il mistero della scelta di Dio, che ha eletto questo popolo preciso senza altra ragione apparente se non la sua sovrana libertà. Ogni generazione si meraviglia di questa elezione e di questa Alleanza proposta: “Interroga pure i tempi antichi che ti hanno preceduto, dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra… è mai accaduta una cosa così grande?” (Dt 4,32-35). A questo popolo, liberamente scelto da Dio, è stato dato di entrare per primo nella sua intimità, non per goderne egoisticamente, ma per aprire la porta agli altri. Per esprimere la felicità del credente, il salmo 22/23 si riferisce a due esperienze: quella di un levita (un sacerdote) e quella di un pellegrino. Conosciamo l’istituzione dei leviti: secondo la Genesi, Levi era uno dei dodici figli di Giacobbe, da cui presero nome le dodici tribù d’Israele. Ma la tribù di Levi ebbe fin dall’inizio un posto particolare: al momento della divisione della terra promessa, non ricevette alcun territorio, perché consacrata al servizio del culto. Si dice che Dio stesso sia la loro eredità; immagine ripresa anche in un altro salmo: “Signore, mia parte di eredità e mio calice… per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi” (Sal 15/16,5). I leviti abitavano dispersi nelle città delle altre tribù e vivevano delle decime; a Gerusalemme erano dedicati al servizio del Tempio. Il levita del nostro salmo canta con tutto il cuore:”Bontà e fedeltà mi saranno compagne  tutti i giorni della mia vita, abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni”. La sua esperienza è immagine dell’elezione d’Israele: come il levita è felice di essere consacrato al servizio di Dio, così Israele è consapevole della sua vocazione particolare in mezzo all’umanità. Inoltre Israele si presenta come un pellegrino che sale al Tempio per offrire un sacrificio di rendimento di grazie. Durante il cammino è come una pecora: il suo pastore è Dio. Nella cultura del vicino Oriente antico, i re erano chiamati “pastori del popolo”, e anche Israele usa questo linguaggio. Il re ideale è un buon pastore, attento e forte per proteggere il gregge. Ma in Israele si affermava con forza che l’unico vero re è Dio; i re della terra sono soltanto suoi rappresentanti. Così il vero pastore d’Israele è Dio stesso: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia”. Il profeta Ezechiele ha sviluppato a lungo questa immagine. Allo stesso modo, l’Antico Testamento presenta spesso Israele come il gregge di Dio: “Egli è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce” (Sal 94/95,7). Questo richiama l’esperienza dell’Esodo: è lì che Israele ha sperimentato la premura di Dio, che lo ha guidato e fatto sopravvivere tra mille ostacoli. Per questo, quando Gesù isse: “Io sono il Buon Pastore” (Gv 10), le sue parole ebbero un effetto sconvolgente: significavano “Io sono il Re-Messia, il vero re d’Israele”. Tornando al salmo: il pellegrinaggio può essere pericoloso. Il pellegrino può incontrare nemici (“Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici”), può attraversare «la valle oscura” della morte; ma non teme, perché Dio è con lui: “Non temo alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Giunto al Tempio, offre il sacrificio di rendimento di grazie e partecipa al banchetto rituale che lo segue: una festa gioiosa, con calice traboccante e profumo d’olio sul capo. Si comprende allora perché i primi cristiani abbiano visto in questo salmo l’espressione della loro esperienza: Cristo è il vero Pastore (Gv 10); nel battesimo conduce fuori dalla valle della morte verso le acque della vita; la mensa e il calice evocano l’Eucaristia; l’olio profumato richiama la Confermazione. Ancora una volta, i cristiani scoprono con stupore che Gesù non abolisce l’esperienza di fede del suo popolo, ma la porta a compimento, donandole pienezza.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (5,8-14) 

Spesso, nelle Scritture, è la fine del testo che ne offre la chiave. Partiamo dall’ultima frase: “Per questo è detto: Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”. La formula “Per questo è detto…” mostra chiaramente che l’autore non inventa questo canto, ma lo cita. Doveva essere un inno battesimale molto conosciuto nelle prime comunità cristiane. Svegliati… risorgi… e Cristo ti illuminerà era dunque un canto dei nostri primi fratelli nella fede: e questo non può lasciarci indifferenti. Così comprendiamo meglio l’inizio del testo: serve semplicemente a spiegare le parole di quel canto. È come se, dopo una celebrazione battesimale, qualcuno avesse chiesto al teologo di turno — Paolo, o uno dei suoi discepoli (poiché non è del tutto certo che la Lettera agli Efesini sia stata scritta personalmente da lui) —: “Che cosa significano le parole che abbiamo cantato durante il battesimo?” E la risposta è questa: Grazie al battesimo è iniziata una vita nuova, radicalmente nuova. Tanto che il nuovo battezzato veniva chiamato neofita, cioè “pianta nuova”. L’autore spiega così il canto: la pianta nuova che siete diventati è profondamente diversa. Quando si fa un innesto, il frutto dell’albero innestato è diverso da quello originario; ed è proprio per questo che si fa l’innesto. Dal colore si distingue facilmente ciò che appartiene alla nuova pianta e ciò che è residuo del passato. È lo stesso per il battesimo: i frutti dell’uomo nuovo sono opere di luce; prima dell’innesto, eravate tenebra, e i vostri frutti erano opere di tenebra. Ma può accadere che riaffiorino le vecchie abitudini: per questo è importante riconoscerle. Per l’autore la distinzione è semplice: i frutti dell’uomo nuovo sono bontà, giustizia e carità. Tutto ciò che non è bontà, giustizia e carità è un germoglio dell’albero vecchio. Chi può farvi produrre frutti di luce? Gesù Cristo. Egli è tutta bontà, tutta giustizia, tutta carità. Come una pianta ha bisogno del sole per fiorire, così noi dobbiamo esporci alla sua luce. Il canto esprime insieme l’opera di Cristo e la libertà dell’uomo: “Svegliati, risorgi” — è la libertà che viene chiamata in causa. “Cristo ti illuminerà” — solo lui può farlo. Per san Paolo, come per i profeti dell’Antico Testamento, la luce è attributo di Dio. Dire “Cristo ti illuminerà” significa due cose: anzitutto, Cristo è Dio. L’unico modo di vivere in armonia con Dio è restare uniti a Cristo, cioè vivere concretamente nella giustizia, nella bontà e nella carità. Viene in mente il testo di Isaia(Is 58): condividi il pane con l’affamato, accogli il povero, vesti chi è nudo… Allora la tua luce sorgerà come l’aurora. Si tratta della gloria del Signore, la sua luce che siamo chiamati a riflettere. Come dice Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 3,18): noi riflettiamo la gloria del Signore e veniamo trasformati nella sua immagine. Riflettere significa che Cristo è la luce; noi ne siamo il riflesso. Ecco la vocazione dei battezzati: riflettere la luce di Cristo. Per questo, nel battesimo, si consegna una candela accesa al cero pasquale. In secondo luogo, una luce non brilla per sé stessa: illumina ciò che la circonda. Nella lettera ai Filippesi, Paolo scrive: “Voi brillate come astri nel mondo” (Fil 2,14-16). È il suo modo di tradurre le parole di Gesù Cristo “Voi siete la luce del mondo”. La Lettera agli Efesini, scritta direttamente da Paolo o da un suo discepolo (secondo il procedimento allora comune della “pseudepigrafia”), rimane per la Chiesa una testimonianza fondamentale della vocazione battesimale, chiamata a passare dalle tenebre alla luce.

   

*Dal Vangelo secondo Giovanni (9, 1-41)

La peggiore cecità non è quella che si pensa. Qui sentiamo come un’illustrazione di ciò che San Giovanni scrive all’inizio del suo Vangelo, nel cosiddetto Prologo:

“Il Verbo era la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo ha riconosciuto” (Gv 1,9-10). È quello che potremmo chiamare il dramma dei Vangeli. Ma Giovanni continua: “A quanti però lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. È esattamente ciò che accade qui: il dramma di coloro che si oppongono a Gesù e rifiutano ostinatamente di riconoscerlo come l’Inviato di Dio; ma anche, e per fortuna, la salvezza di chi ha la grazia di aprire gli occhi, come il cieco nato.

Giovanni insiste nel farci capire che esistono due tipi di cecità: la cecità fisica, che quest’uomo aveva dalla nascita e, molto più grave, la cecità del cuore.

Gesù incontra la prima volta il cieco e lo guarisce dalla cecità naturale. Lo incontra poi per la seconda volta e gli apre il cuore a un’altra luce, la vera luce. Non a caso Giovanni si premura di spiegare il significato del nome “Siloe”, che vuol dire “Inviato”. In altri casi non traduce i termini: qui lo fa perché è importante. Gesù è davvero l’Inviato del Padre per illuminare il mondo. Eppure torniamo alla stessa domanda: come mai colui che è stato mandato per portare la luce di Dio è stato rifiutato proprio da coloro che lo attendevano con più fervore? L’episodio del cieco nato avviene subito dopo la festa delle Capanne, grande solennità a Gerusalemme, durante la quale si invocava con ardore la venuta del Messia. E grande può essere il pericolo delle certezze. Al tempo di Gesù Cristo l’attesa del Messia era intensissima. La domanda era una sola: è davvero l’Inviato del Padre o è un impostore? È il Messia, sì o no? I suoi gesti erano paradossali: compiva le opere attese dal Messia — restituiva la vista ai ciechi, la parola ai muti — ma sembrava non rispettare il sabato. E proprio la guarigione del cieco avviene di sabato. Ora, se fosse davvero inviato da Dio, pensavano molti, dovrebbe osservare il sabato. Era “evidente”. Ma sono proprio queste “evidenze” il problema. Molti avevano idee troppo rigide su come doveva essere il Messia e non erano pronti alla sorpresa di Dio. Il cieco, invece, non è prigioniero di schemi. Ai farisei che gli chiedono spiegazioni, risponde semplicemente: “l’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango , me lo ha spalmato sugli occhi… mi sono lavato e ho acquistato la vista”. I farisei si dividono: Non viene da Dio, perché non osserva il sabato. Come può un peccatore compiere segni simili?  Il cieco ragiona con semplicità e libertà: Se costui non venisse da Dio, non potrebbe far nulla  (cfr. Gv 9,31-33). È sempre la stessa storia: chi si chiude nelle proprie certezze finisce per non vedere più nulla; chi invece fa un passo nella fede è pronto ad accogliere la grazia. E allora può ricevere da Gesù la vera luce. Questo episodio si inserisce in un contesto polemico tra Gesù e i farisei. Per due volte Gesù li aveva rimproverati di  “giudicare secondo l’apparenza” (Gv 7,24; 8,15). Viene spontaneo ricordare anche l’episodio della scelta di Davide: “L’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16,7). La peggiore cecità, dunque, non è quella degli occhi, ma quella di un cuore che non vuole lasciarsi illuminare. Il cieco nato non riceve solo la vista: riceve uno sguardo nuovo. All’inizio vede Gesù come “un uomo”; poi come “profeta”; infine lo riconosce come “Signore” e si prostra davanti a Lui. Il vero miracolo non è soltanto l’apertura degli occhi, ma l’apertura del cuore. Qui si intreccia anche la sapienza del “piccolo principe” (romanzo di A.M. de Saint-Exupéry) : “L’essenziale è invisibile agli occhi”. I farisei vedono con gli occhi, ma restano ciechi dentro; il mendicante, invece, passando attraverso il rifiuto e la prova, arriva a vedere l’Invisibile. La conclusione è questa: la fede è un cammino dalla luce esterna alla luce interiore. Si può avere occhi sani e restare nelle tenebre; oppure essere stati ciechi e diventare testimoni della luce. Il cieco nato ci insegna che la vera vista è riconoscere Cristo come Luce del mondo e lasciarsi illuminare nel cuore.

 

+Giovanni D’Ercole

 

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Jesus seems to say to the accusers: Is not this woman, for all her sin, above all a confirmation of your own transgressions, of your "male" injustice, your misdeeds? (John Paul II, Mulieris Dignitatem n.14)
Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia «maschile», dei vostri abusi? (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem n.14)
Here we can experience first hand that God is life and gives life, yet takes on the tragedy of death (Pope Francis)
Qui tocchiamo con mano che Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte (Papa Francesco)
The people thought that Jesus was a prophet. This was not wrong, but it does not suffice; it is inadequate. In fact, it was a matter of delving deep, of recognizing the uniqueness of the person of Jesus of Nazareth and his newness. This is how it still is today: many people draw near to Jesus, as it were, from the outside (Pope Benedict)
La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità. Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
In the rite of Baptism, the presentation of the candle lit from the large Paschal candle, a symbol of the Risen Christ, is a sign that helps us to understand what happens in the Sacrament. When our lives are enlightened by the mystery of Christ, we experience the joy of being liberated from all that threatens the full realization (Pope Benedict)
God approached man in love, even to the total gift, crossing the threshold of our ultimate solitude, throwing himself into the abyss of our extreme abandonment, going beyond the door of death (Pope Benedict)
Dio si è avvicinato all’uomo nell’amore, fino al dono totale, a varcare la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi nell’abisso del nostro estremo abbandono, oltrepassando la porta della morte (Papa Benedetto)

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