don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 27 Luglio 2026 11:07

18a Domenica T.O.

18a Domenica T.O. (anno A)  [2 agosto 2016]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (55, 1-3)

Siamo al termine del secondo libro di Isaia, tutto rivolto alla fine dell’Esilio e al ritorno nella terra promessa, per questo chiamato “libro della consolazione d’Israele”.  Il cap. 54 annuncia il ritorno tanto atteso e questo capitolo precisa con quale spirito rientrare. Sono quattro i temi maggiori evocati. Primo tema: la gratuità dei doni di Dio:“venite, comprate senza pagare”. Il più difficile da accettare talora è proprio la gratuità. Si pensa a meriti e dignità da riconquistare per presentarci davanti a Dio, mentre la misericordia si china sui peccatori pentiti. Isaia afferma:“Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie” (55,8-9).    Diceva Voltaire: “Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e l’uomo gliel’ha resa bene”. Aveva ragione perché talora si immagina un Dio dagli stessi nostri sentimenti – che si vendica e punisce - mentre nella Bibbia Dio mostra sempre un’abbondanza totalmente gratuita e generosa da poter dire che al supermercato di Dio, tutto è sempre gratuito. Ma se tutto è gratuito, noi possiamo fare il bello e il cattivo tempo? Sicuramente no, perché se siamo colpiti dall’amore di Dio, il cuore cambia e cominceremo a somigliargli. In una società fondata più sul commercio che sul servizio, i cristiani devono far germogliare il regno della gratuità perché se usciamo dal registro della gratuità, siamo lontani dalle vie di Dio. Il secondo tema è la lotta contro l’idolatria, tentazione che rinasce sempre. Solo Dio detiene le chiavi della nostra felicità e libertà e, con Lui, tutto è dato. Basta fidarsi. Terzo tema è l’ascolto, la fiducia – “prestate orecchio e vivrete”  “Porgi l’orecchio e vieni a me, ascolta e vivrai” (55,3). Si presta ascolto a tanta pubblicità commerciale, perché non convince questa pubblicità di Isaia, a nome di Dio, segnata dalla gratuità? La via della gratuità sta al di sopra delle nostre vie di calcolo e di “do ut des”, Quarto tema: la fedeltà di Dio all’Alleanza , altra linea forte delle prediche del secondo Isaia: esiliati, si temeva di essere abbandonati da Dio per sempr e invece il suo amore è totalmente gratuito e senza condizioni, e non mette mai in discussione la sua Alleanza; anzi la rinnova a ogni istante.  

 

Salmo responsoriale (144/145)

Il Salmo 144/145 è salmo alfabetico di lode all’Alleanza.  La prima lettura di questa domenica dice la gratuità e l’abbondanza dei doni di Dio; questo salmo non dice altro che questo!  È un salmo alfabetico, acrostico: ha tanti versetti quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico, ogni versetto inizia con una lettera alfabetica. Questo stile di composizione ha un senso preciso, sempre lo stesso: dire a Dio la riconoscenza dei credenti per il dono dell’Alleanza. Non stupisce quindi trovare in questo salmo l’evocazione di tutti gli aspetti dell’Alleanza: la scoperta straordinaria di un Dio insieme onnipotente e vicino all’uomo. Il libro della Sapienza lo diceva chiaro: “Tu, Signore, che disponi della forza, giudichi con mitezza, ci governi con molta indulgenza, perché quando vuoi puoi usare la forza” (12,16-18). Prima del libro della Sapienza, altri testi dell’AT avevano detto con forza la grandezza e la bontà di Dio. In apertura il v.8 del salmo è l’eco della rivelazione di Dio a Mosè sul Sinai: “Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6); il roveto ardente: Es 3,1-6 è la doppia rivelazione: Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente mentre pascolava il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian (Cf Es3,7). Di si rivela sempre compassionevole e misericordioso = letteralmente “cuore aperto alle nostre miserie”, che parteggia per chi è nella miseria. Mosè, che prima si era velato il volto, capisce che non deve aver paura. “Il mio popolo” è richiamo all’Alleanza con il popolo da Abramo. Come aveva visto la miseria di Abramo, anziano senza figli, Dio ha visto la miseria del suo popolo. In conclusione questo salmo, come il racconto dell’Esodo, è importante per la fede d’Israele e quindi per la nostra: mostra la doppia Rivelazione che Dio è insieme il Tutto-Altro, ET il Tutto-Vicino. È il Tutto-Altro, che si avvicina solo con timore e rispetto, e insieme il Tutto-Vicino, che vede la miseria del suo popolo e suscita un liberatore. Nei versetti scelti dal Sal 144/145 per questa domenica, l’accento è messo su questa tenerezza di Dio, una convinzione che irriga per sempre la fede degli ebrei e la nostra, come riempiva il cuore di Gesù di Nazareth.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 35. 37-39)

 Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio: con quest’affermazione si chiude lil cap. 8 che leggiamo da diverse settimane, in cui Paolo si meraviglia dell’amore di Dio. Al cap. 5 aveva detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5). Qui lascia libero corso all’esultazione che riempie il cuore dei credenti quando realizzano l’opera di Dio per loro: “Dio, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi”( Rm 8,32).  Da ora nessuno può spezzare l’Alleanza così stretta tra Dio e noi. Come dice la prima Preghiera Eucaristica della riconciliazione, “con le braccia tese sulla croce hai disegnato tra cielo e terra il segno indelebile dell’alleanza”. Da ora, ogni tentativo di separazione è destinato al fallimento. Paolo riprende uno dei temi maggiori della Scrittura: tutta la posta in gioco della vita dei figli di Adamo è restare attaccati a Dio, senza asciarsi separare da Lui dal Tentatore. Gesù nel deserto ha conosciuto l’offensiva del Tentatore che gli suggeriva potere, facilità, onori. Pietro stesso ha tentato Gesù per farlo fuggire dalla persecuzione inevitabile. Ma nulla, né la fame né i miraggi del successo, potevano separare il Figlio dal Padre.  A loro volta Paolo e gli altri apostoli attingono dallo Spirito di Cristo la forza per restare innestati in Lui. Paolo ci consegna qui una grande professione di fede: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita… nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, Signore nostro” (Rm 8,38-39.) Non è orgoglio, è certezza di fede: Paolo non considera un minuto che il merito di questa fedeltà spetti a lui. Quando afferma “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati”, la parola importante è “grazie” a Lui.  La sua dichiarazione somiglia a quella del profeta Isaia sul Servo di Dio: “Il Signore Dio mi viene in aiuto; per questo non resto confuso”(Is 50,7). 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (14,13 -21)

Lepisodio della moltiplicazione dei pani segue subito l’annuncio dell’esecuzione di Giovanni Battista. Matteo racconta la morte di Giovanni e conclude: “I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù”(14,12).  La prima reazione di Gesù, che sembra prudenza, è la ritirata: “Avuta questa notizia, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte” (14,13).  Ma è subito raggiunto dalle richieste della folla e “ne ebbe compassione”  letteralmente “fu preso alle viscere” dice Matteo. Gesù umanamente compie una folle imprudenza. Imprudenza politica perché la saggezza in quel momento era farsi dimenticare poiché la sua popolarità gli attirerà l’odio dei capi farisei; follia perché insensato credere che cinque pani e due pesci bastino a sfamare una tale folla. I discepoli, realisti, lo fanno notare, ma Gesù dice imperturbabile: “Date loro voi stessi da mangiare”(14,16). Questo episodio fa pensare al profeta Eliseo, nel Regno del Nord, 800 anni prima, di cui tutti conoscevano la storia. In piena carestia, un fedele aveva portato in offerta le primizie del raccolto: venti pani d’orzo che normalmente spettavano a Eliseo, ma lui, viste le circostanze, decise di farne beneficiare tutti. Venti pani erano troppi per un solo profeta, ma erano ridicoli per gli affamati attorno a lui: il testo dice che c’erano cento persone. Eliseo aveva detto al servo: “Dallo da mangiare alla gente”, ma il servo aveva visto che i conti non tornavano: “Come posso metterlo davanti a cento persone?”.  E il profeta insiste: “Dallo da mangiare alla gente. Poiché dice il Signore: Ne mangeranno e ne avanzerà”. E il servo distribuì: “Quelli mangiarono e ve ne avanzò, secondo la parola del Signore”(2Re 4,42-44). Anche in questo miracolo si nota la sproporzione tra il numero dei commensali, i pochi pani e pesci a disposizione e la raccolta degli avanzi. Matteo tiene a notare: “Tutti mangiarono a sazietà; e dei pezzi avanzati portarono via dodici ceste piene” (14,20.) Che cosa hanno in comune Gesù ed Eliseo? Qual è il loro segreto? Anzitutto, entrambi credono possibile la condivisione, qualunque sia il numero dei commensali, perché entrambi si affidano a Dio. In comune anche la menzione degli avanzi e la precisione “tutti mangiarono a sazietà”. Questo miracolo fa pensare al dono della manna nell’Esodo: “Vi sazierò di pane e saprete che io sono il Signore vostro Dio” (Es 16,12.). Gesù, come scrive l’evangelista, era partito per un luogo deserto in disparte in cerca di un po’ di tranquillità, ma accetta di lasciarsi raggiungere, di farsi prossimo della gente e questo lo porta a commettere la folle imprudenza di cui parlavo all’inizio. I discepoli di tutti i tempi sono a loro volta invitati a nutrire questa imprudente follia: basta cioè avere fede per ricordare che la condivisione fa miracoli. E occorre imparare a rallegrarsi della propria indigenza perché è il luogo privilegiato dell’azione di Dio. Quando riconosciamo la nostra impotenza, allora chiamiamo Dio in nostro aiuto, e questa è sempre la prima cosa da fare. Se la prima lettura, tratta da Isaia, proclama l’abbondanza e la gratuità dei doni di Dio, la moltiplicazione dei pani di Gesù ne è una magnifica illustrazione.

 

+Giovanni D’Ercole

Puro e impuro: Legge di Dio oppure cecità formale

(Mt 15,1-2.10-14)

 

L’Amico invisibile in noi è l’unica Guida che è opportuno seguire con accortezza e puntiglio.

Unico Maestro di Spirito che comprende il diverso e non lo molesta - perché non ci usa.

Ecco affacciarsi il paradosso ‘legge o costumi’: «Perché anche voi trasgredite il Comandamento di Dio in nome della vostra Tradizione?» (v.3).

Certo, le abitudini normalizzano le maniere.

Nel tempo, le usanze meccanicamente adempiute fanno perdere il senso dei Comandamenti da cui erano scaturite.

E i vacui standard poi rovinano la vita (vv.4-9), indispettiscono, esacerbano gli animi.

 

Le leggi di purità discriminavano le persone e le colmavano di risentimento.

Invece, al Banchetto eucaristico non si devono introdurre esclusivismi. Né si fa parte della Comunità del Signore sulla base di selezioni artificiose.

L’abluzione delle mani fino ai gomiti era prassi consueta, che proclamava il distacco dei giudaizzanti dal mondo pagano: una sorta di rito che celebrava la separazione fra (supposti) puri e impuri.

Allo ‘spezzare il pane’ invece si accede senza trafile o discipline dell’arcano, né radiografie preventive.

Tutti sono ben accolti, perché è l’Incontro con Dio che rende viva e sana l’umanità di qualsiasi estrazione culturale.

Cristo apre una Via completamente nuova, per avvicinare la gente normale a un maggiore equilibrio, animato da fiducia sponsale, creativa.

Per Gesù l’accesso al Padre è immediato e gratuito.

 

Nell’ambito di Fede è la Vita che vince la morte.

Secondo la religiosità usuale, è viceversa il germe di morte che contamina la purità.

In questa prigione d’idee sballate, la gente viveva con il timore di peccato e delle trasgressioni (anche involontarie) sempre appiccicato addosso.

Per liberare le masse oppresse dall’ideologia arcaica che le sottoponeva a uno stillicidio quotidiano su tutti gli aspetti della vita, Gesù si vede costretto a rovesciare la gerarchia ‘dentro-fuori’ (v.11).

I leaders spirituali inculcavano l’idea che l'impurità provenisse dall’esterno, e fosse talmente incisiva da contaminare perfino le persone sante [anche per un semplice struscio - figuriamoci le masse destinate a un’esistenza ordinaria di privazioni].

Gesù invece ci fa sentire bene: inverte le virtù in campo. Lo fa, ben consapevole della potenza della Vita.

In tal guisa, Egli colloca il dibattito sul “puro o impuro” ad altro livello: di profondità, comportamento, e relazione.

 

Padre Figlio Spirito ci emancipano da atteggiamenti corporativi e dallo stare sempre sulla difensiva; per restituirci autostima, gioia di vivere, e farci sentire adeguati, come in un Focolare.

Il suo obbiettivo è lasciarci vivere intensamente, con la percezione di essere Lui in noi stessi a guidare il timone; sapientemente, invece che farci finire male - come in una medesima, solita fossa comune (v.14).

 

 

[Martedì 18.a sett. T.O. (anno A), 4 agosto 2026]

(Mt 15,1-2.10-14)

 

L’enciclica Fratelli Tutti invita a uno sguardo prospettico, che suscita la decisione e l’azione: un occhio nuovo, colmo di Speranza.

Essa «ci parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui vive. Ci parla di una sete, di un’aspirazione, di un anelito di pienezza, di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito verso cose grandi, come la verità, la bontà e la bellezza, la giustizia e l’amore. [...] La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa» (n.55; da un Saluto ai giovani de L’Avana, settembre 2015).

 

L’Amico invisibile in noi è l’unica Guida che è opportuno seguire con accortezza e puntiglio.

Unico Maestro di Spirito che comprende il diverso e non lo molesta - perché non ci usa (per promuovere se stesso o la propria categoria).

Il paradosso Legge o Tradizione appartiene al v.3 - inizialmente compreso, poi escluso dalla Liturgia: “Perché anche voi trasgredite il Comandamento di Dio in nome della vostra Tradizione?”.

 

Le abitudini normalizzano le maniere.

Nel tempo, le usanze meccanicamente adempiute fanno perdere il senso dei Comandamenti da cui erano scaturite.

E i vacui costumi morali poi rovinano la vita (vv.4-9), indispettiscono, esacerbano gli animi.

Le leggi di purità discriminavano le persone e le colmavano di risentimento.

Invece, al Banchetto eucaristico non si devono introdurre esclusivismi. Né si fa parte della Comunità del Signore sulla base di selezioni ambigue.

 

L’abluzione delle mani fino ai gomiti era prassi consueta, che proclamava il distacco dei giudaizzanti dal mondo pagano: una sorta di rito che celebrava la separazione fra (supposti) puri e impuri.

All’Eucaristia invece si accede senza trafile o discipline dell’arcano, né radiografie preventive.

Tutti sono ben accolti, perché è l’Incontro con Dio che rende viva e sana l’umanità di qualsiasi estrazione culturale.

 

Per Gesù l’accesso al Padre non può essere normato: dipende dalla persona e le sue vicende.

Quindi la comunione con Dio è immediata e gratuita, del tutto priva di condizioni di perfezione a monte.

Secondo lui i figli possono comparire davanti al Padre in qualsiasi situazione, momento o maniera: in rapporto di immediatezza e libertà. 

Solo la scarsa qualità di relazione col prossimo può contaminare la donna e l’uomo, non altro.

Non ci sono altri obblighi o timori che possano ossessionarci d’imperfezione, inadeguatezza, indegnità.

Viceversa le persone vivevano in un clima di ossessione, stracolme di timori su dettagli che a Dio non interessavano.

E nell’effervescenza della cultura semitica non mancava una corrente più sensibile alle esigenze sociali e reali della vita [legata alla teologia dei profeti e dei salmi] che ha generato Gesù di Nazaret.

 

Un numero crescente di fedeli non concordavano più con l’insegnamento legalista delle guide ufficiali.

In aggiunta, l’attesa del Messia li aiutava a sperare in un cammino di “purezza” legato alla qualità di vita, e ai rapporti concreti.

Cristo apre una Via completamente nuova, per avvicinare la gente normale a un maggiore equilibrio; ad una intesa e Comunione col Padre, animate da fiducia sponsale, creativa.

 

Nell’ambito di Fede è la Vita che vince la morte.

Secondo la religiosità usuale, è viceversa il germe di morte che contamina la purità.

In questa prigione d’idee sballate, la gente viveva con il timore di peccato e delle trasgressioni (anche involontarie) sempre appiccicato addosso.

 

Per liberare le masse oppresse dall’ideologia moralista e devota che le sottoponeva a uno stillicidio quotidiano su tutti gli aspetti della vita, Gesù si vede costretto a rovesciare la gerarchia ‘dentro-fuori’ (v.11).

I leaders spirituali inculcavano l’idea che l'impurità provenisse dall’esterno, e fosse talmente incisiva da contaminare perfino le persone sante [anche per un semplice struscio - figuriamoci le masse destinate a un’esistenza ordinaria di privazioni].

Gesù invece ci fa sentire bene.

Egli inverte le virtù in campo, ben consapevole della potenza della Vita - e colloca il dibattito sul puro o impuro ad altro livello: di profondità, comportamento e relazione.

 

Ancora oggi la Fede ci trasmette equilibrio e fiducia piena nella marea provvidente della Grazia reale, la quale anche nel tempo della rinascita dalla crisi viene per riattivarci coi suoi inattesi impulsi - tutt’altro che approssimativamente religiosi o asettici.

Senza posa apre nuovi cammini, per farci realizzare e giungere a Dio. 

Padre Figlio Spirito ci emancipano da atteggiamenti corporativi e dallo stare sempre sulla difensiva; per restituirci autostima, gioia di vivere, e farci sentire come in un Focolare.

Insomma, l’insegnamento di Cristo è Buona Notizia proprio perché è l’esatto contrario di quello delle convenzioni installate.

Il suo obbiettivo è lasciarci vivere intensamente, con la percezione di essere Lui in noi stessi a guidare il timone. E farlo più sapientemente, invece che farci finire male - come in una medesima, solita fossa comune [v.14; dove sono fatte salve solo alcune posizioni artefatte di leadership e plagio - senza senso per noi].

 

 

Per una convivenza trasparente

 

Gesù e la mania di governare: il cieco e i resi ciechi

[rif. Lc 6,39-45)]

 

«Lasciateli! Sono ciechi guide. Ma se un cieco guida un cieco, entrambi cadranno in una fossa» (Mt 15,14).

 

«Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali!» (Papa Francesco FT n.100).

Per vivere in modo fraterno e sapiente non basta stare insieme in due, tre, dieci o più: potremmo essere come tanti ciechi che non sanno dimorare con se stessi.

In tal caso, la vita di relazione si fa esteriore e può diventare vuota - solo colma di giudizi: fiscale, ostinata e pedestre.

Allora sorge dentro il risentimento, per essere costretti in uno spazio maniacale che non ci corrisponde.

L’inevitabile malessere inizia a declinare se e quando proprio chi coordina la comitiva o la compagnia vive il suo esser vicino con estrema modestia, con senso dei suoi stessi confini.

La Via dello Spirito è infatti iniziativa-risposta vocazionale al bisogno di una Guida autentica.

I pastori autentici aiutano solo quando si mettono in discussione prima degli altri, quando non restano impigliati in un esercizio di vacuo indottrinamento e moralismo che esacerba gli animi, indispettisce.

Così l’Amico interiore che conduce infallibilmente le anime vuole sì riflettersi nei “maestri” - ma nella misura in cui essi c’introducono a incontrare noi stessi e la saggezza della Scrittura (più volentieri che a trastullarsi in propri ambiti megalomani).

Commentando il Tao xxix, il maestro Ho-shang Kung puntualizza (di chi vuol essere signore del mondo):

«Vuole governare le creature con l’azione. A mio parere non vi riuscirà, poiché la Via del Cielo e il cuore degli uomini sono chiari.

La Via del Cielo [Perfezione dell’armonia] detesta la confusione [riguardo la propria natura, spontaneamente espressa] e l’impurità [artifizio], il cuore umano detesta le troppe brame».

 

L’antico popolo eletto s’è ritrovato duro di cuore, smarrito e privo di orizzonte, perché malguidato da capi religiosi fiscali e terra terra.

La loro cecità ottenebrante e artificiosa è stata la rovina concreta del destino e della qualità di vita di tutta la nazione.

Gesù si rivolge agli apostoli affinché le sue assemblee d’ingenui, umili e disorientati non facciano la medesima fine - a motivo d’una mancanza di rettitudine proprio dei responsabili di comunità.

Questi ultimi - se inebriati da autocompiacimento - talora invece di umanizzare, promuovere e rallegrare l’esistenza della gente comune, volentieri la soffocano di minuzie e deviano verso nullaggini.

Il Signore non vuole assolutamente che gli animatori delle sue fraternità si permettano il lusso di farsi superiori agli altri e padroni della verità. La Verità evangelica non è qualcosa che si ha, ma che si fa.

 

Il Maestro non è colui che impartisce lezioni: accompagna gli allievi e vive con loro; non si limita alle maniere.

Non insegna materie varie, etichetta, manierismi, buona creanza: trasmette piuttosto la Persona viva e globale del Cristo - anche quella senza galateo - non spersonalizzando il discepolo.

Insomma, il Risorto non è solo un esempio da imitare, un modello che fa assumere impegni e minuzie, un fondatore d’istituto, d’ideologia mirata, o di religione (grammatica, dottrina, stile e disciplina).

In Gesù siamo chiamati a identificarci - non “a orecchio”, né copiando. La Fede stessa è relazione poliedrica.

Essa ci spinge a reinterpretare Cristo in modo inedito; ciascuno di noi in correlazione alla storia di vita, alle nuove situazioni, accadimenti, emergenze culturali, sensibilità, genio del tempo.

È l’esperienza diretta e personale del Padre come propugnata dal Figlio. Conquista che sconvolge le misure puerili, mondane o consuetudinarie.

Scaturigine e appropriazione che consente di coglierci temerariamente già redenti, per passare dalle tenebre alla luce senza condizioni né trafile martellanti.

 

Quella del Signore è Luce frutto d’Azione inedita e forte dello Spirito.

Intuizione dei segni e Virtù che vince il disorientamento d’ogni sviato, se prigioniero di opinioni, piccinerie, egoismo solitario e non.

Energia inattesa che tuttavia scende in campo anche grazie alle situazioni paludose cui sente di reagire; e si fa potenza rigenerante, vita inaspettata (dei salvati già qui e ora).

Cristo chiede un atteggiamento inventivo anche nel porgersi al fratello - senza schemi e codicilli preconcetti, asfissianti, morbosi o cerebrali; senza forse, solo per accogliere. 

Apertura quasi impossibile, se i ministri di comunità restano distratti o sono già tarati - quindi verso gli altri inutilmente rigidi.

In tal guisa essi resterebbero puntigliosi, più impazienti del Dio pagano che hanno ancora in corpo e in testa.

 

Tutti noi, gratuitamente risanati, siamo appunto stati chiamati per Nome: in modo speciale - e ad orientare i fratelli su opzioni fondamentali. Quali guide esperte dell’anima e della intensità di relazione.

Non comandanti e reggitori senza possibilità di ricambio: bensì pane, sostegno, alimento, segno luminoso del Signore, pungolo in favore della vita altrui.

I responsabili di chiesa devono essere particolarissimi punti di riferimento e cardini di comunione estrosa, rigenerante - dai quali traspare la persistenza e tolleranza d’una superiore forza di reciprocità.

L’occhio del fedele in Cristo rimane limpido e luminoso perché trova Amici geniali che lo introducono a confrontarsi e rispecchiarsi non con modelli esterni e indotti (da opinioni o propositi), ma con la Parola.

 

Condizionati dal bombardamento della “società dell’esterno” o da banali interessi di parte, la stessa guida spirituale può viceversa smarrire il discernimento creativo.

Così si riattacca all’uomo vecchio, legato a corte speranze; tanti piccini e trascurabili nonnulla - infine ridiventa «cieco».

Nel regno delle tenebre s’annoverano purtroppo non solo miopi, ipermetropi o astigmatici, ma soprattutto coloro che vedono “lontano” (come si dice) ma non le persone sotto gli occhi.

Più svelti e organizzati di altri, prendono in pugno la situazione.

A lungo le cose in loro compagnia sembrano piacevoli, ma non avendo radice profonda, infine proprio costoro rovinano il destino dei malfermi.

Allestiscono eventi o festival, invece di riqualificare da dentro, e intonare il canto autentico della vita completa, lieta per tutti.

 

Oltre i difetti di vista, attenzione anche alla «misura»: non siamo chiamati a diventare gentiluomini buonisti e impeccabili, né rinunciatari un pochino più avveduti e “concreti”.

Tutti questi sono già vecchi fallimenti, che non guardano in faccia il presente e non aprono futuro.

Abbiamo ricevuto in Dono la Missione di edificare il mondo nel Risorto, che sprigiona forza e scintilla divina: cieli e terra radicalmente nuovi, anche nelle nostre ricerche.

Figuriamoci soffermarsi sulle «pagliuzze».

Insomma, per grazia, guida, orientamento propulsivo e azione, l’Azione genuina della Provvidenza vitale ci allontana dal signoreggiare di antiche sovrastrutture [«travi» nell’occhio].

Con tale bagaglio personale ci si può anche fare accompagnatori di un’umanità non più alienata, bensì messa in grado di respirare oltre i soliti fervorini… che incitano bazzecole.

Malgrado i difetti, guidati e benedetti dal Maestro grande e dalla sua Parola nello Spirito, sarà il nostro desiderio di pienezza di vita ampia e completa, a non farci perdere di vista la nostra sacra Unicità nel mondo.

Lunedì, 27 Luglio 2026 03:14

Altre divinità, rivestimento

Nella Liturgia della Parola di questa domenica emerge il tema della Legge di Dio, del suo comandamento: un elemento essenziale della religione ebraica e anche di quella cristiana, dove trova il suo pieno compimento nell’amore (cfr Rm 13,10). La Legge di Dio è la sua Parola che guida l’uomo nel cammino della vita, lo fa uscire dalla schiavitù dell’egoismo e lo introduce nella «terra» della vera libertà e della vita. Per questo nella Bibbia la Legge non è vista come un peso, una limitazione opprimente, ma come il dono più prezioso del Signore, la testimonianza del suo amore paterno, della sua volontà di stare vicino al suo popolo, di essere il suo Alleato e scrivere con esso una storia di amore. Così prega il pio israelita: «Nei tuoi decreti è la mia delizia, / non dimenticherò la tua parola. (…) Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, / perché in essi è la mia felicità» (Sal 119,16.35). Nell’Antico Testamento, colui che a nome di Dio trasmette la Legge al popolo è Mosè. Egli, dopo il lungo cammino nel deserto, sulla soglia della terra promessa, così proclama: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi» (Dt 4,1).

Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore: nei beni, nel potere, in altre ‘divinità’ che in realtà sono vane, sono idoli. Certo, la Legge di Dio rimane, ma non è più la cosa più importante, la regola della vita; diventa piuttosto un rivestimento, una copertura, mentre la vita segue altre strade, altre regole, interessi spesso egoistici individuali e di gruppo. E così la religione smarrisce il suo senso autentico che è vivere in ascolto di Dio per fare la sua volontà - che è la verità del nostro essere - e così vivere bene, nella vera libertà, e si riduce a pratica di usanze secondarie, che soddisfano piuttosto il bisogno umano di sentirsi a posto con Dio. Ed è questo un grave rischio di ogni religione, che Gesù ha riscontrato nel suo tempo, ma che si può verificare, purtroppo, anche nella cristianità. Perciò le parole di Gesù nel Vangelo di oggi contro gli scribi e i farisei devono far pensare anche noi. Gesù fa proprie le parole del profeta Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mc 7,6-7; cfr Is 29,13). E poi conclude: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Mc 7,8).

Anche l’apostolo Giacomo, nella sua Lettera, mette in guardia dal pericolo di una falsa religiosità. Egli scrive ai cristiani: «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi» (Gc 1,22). La Vergine Maria, alla quale ora ci rivolgiamo in preghiera, ci aiuti ad ascoltare con cuore aperto e sincero la Parola di Dio, perché orienti i nostri pensieri, le nostre scelte e le nostre azioni, ogni giorno.

[Papa Benedetto, Angelus 2 settembre 2012]

Il primo e principale significato della penitenza è interiore, spirituale. Il principale sforzo della penitenza consiste “nell’entrare in se stesso”, nella propria entità più profonda, entrare in questa dimensione della propria umanità in cui, in un certo senso, ci attende Dio. L’uomo “esteriore” deve – direi – cedere, in ognuno di noi, all’uomo “interiore” e, in un certo senso, “lasciargli il posto”. Nella vita corrente l’uomo non vive abbastanza “interiormente”. Gesù Cristo indica chiaramente che anche gli atti di devozione e di penitenza (come digiuno, elemosina, preghiera) che per la loro finalità religiosa sono principalmente “interiori”, possono cedere all’“esteriorismo” corrente, e quindi possono essere falsificati. Invece la penitenza, come conversione a Dio, richiede soprattutto che l’uomo respinga le apparenze, sappia liberarsi dalla falsità e ritrovarsi in tutta la sua verità interiore. Anche uno sguardo rapido, sommario, nel divino fulgore è già un successo. Bisogna però abilmente consolidare questo successo mediante un lavoro sistematico su se stessi. Tale lavoro viene chiamato “ascesi” (così lo avevano già denominato i Greci dei tempi delle origini del cristianesimo). Ascesi vuol dire sforzo interiore per non lasciarsi rapire e spingere dalle diverse correnti “esteriori”, così da rimanere sempre se stessi e conservare la dignità della propria umanità.

Però il Signore Gesù ci chiama a far ancora qualcosa di più. Quando dice “entra nella tua camera e chiudi la porta”, indica uno sforzo ascetico dello spirito umano, che non deve terminare nell’uomo stesso. Quel chiudersi è, nello stesso tempo, la più profonda apertura del cuore umano. È indispensabile allo scopo di incontrarsi col Padre, e per questo deve essere intrapreso. “Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. Qui si tratta di riacquistare la semplicità del pensiero, della volontà e del cuore, che è indispensabile per incontrarsi nel proprio “io” interiore con Dio. E Dio attende ciò, per avvicinarsi all’uomo internamente raccolto e nel contempo aperto alla sua parola e al suo amore! Dio desidera comunicarsi all’anima così disposta. Desidera donarle la verità e l’amore, che hanno in lui la vera sorgente.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 28 febbraio 1979]

Anche noi potremmo chiederci: perché Gesù e i suoi discepoli trascurano queste tradizioni? In fondo non sono cose cattive, ma buone abitudini rituali, semplici lavaggi prima di prendere cibo. Perché Gesù non ci bada? Perché per Lui è importante riportare la fede al suo centro. Nel Vangelo lo vediamo continuamente: questo riportare la fede al centro. Ed evitare un rischio, che vale per quegli scribi come per noi: osservare formalità esterne mettendo in secondo piano il cuore della fede. Anche noi tante volte ci “trucchiamo” l’anima. La formalità esterna e non il cuore della fede: questo è un rischio. È il rischio di una religiosità dell’apparenza: apparire per bene fuori, trascurando di purificare il cuore. C’è sempre la tentazione di “sistemare Dio” con qualche devozione esteriore, ma Gesù non si accontenta di questo culto. Gesù non vuole esteriorità, vuole una fede che arrivi al cuore.

Infatti, subito dopo, richiama la folla per dire una grande verità: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro» (v. 15). Invece, è «dal di dentro, dal cuore» (v. 21) che nascono le cose cattive. Queste parole sono rivoluzionarie, perché nella mentalità di allora si pensava che certi cibi o contatti esterni rendessero impuri. Gesù ribalta la prospettiva: non fa male quello che viene da fuori, ma quello che nasce da dentro.

Cari fratelli e sorelle, questo riguarda anche noi. Spesso pensiamo che il male provenga soprattutto da fuori: dai comportamenti altrui, da chi pensa male di noi, dalla società. Quante volte incolpiamo gli altri, la società, il mondo, per tutto quello che ci accade! È sempre colpa degli “altri”: è colpa della gente, di chi governa, della sfortuna, e così via. Sembra che i problemi arrivino sempre da fuori. E passiamo il tempo a distribuire colpe; ma passare il tempo a incolpare gli altri è perdere tempo. Si diventa arrabbiati, acidi e si tiene Dio lontano dal cuore. Come quelle persone del Vangelo, che si lamentano, si scandalizzano, fanno polemica e non accolgono Gesù. Non si può essere veramente religiosi nella lamentela: la lamentela avvelena, ti porta alla rabbia, al risentimento e alla tristezza, quella del cuore, che chiude le porte a Dio.

Chiediamo oggi al Signore che ci liberi dal colpevolizzare gli altri – come i bambini: “No, io non sono stato! È l’altro, è l’altro…” –. Domandiamo nella preghiera la grazia di non sprecare tempo a inquinare il mondo di lamentele, perché questo non è cristiano. Gesù ci invita piuttosto a guardare la vita e il mondo a partire dal nostro cuore. Se ci guardiamo dentro, troveremo quasi tutto quello che detestiamo fuori. E se, con sincerità, chiederemo a Dio di purificarci il cuore, allora sì che cominceremo a rendere più pulito il mondo. Perché c’è un modo infallibile per vincere il male: iniziare a sconfiggerlo dentro di sé. I primi Padri della Chiesa, i monaci, quando si domandava loro: “Qual è la strada della santità? Come devo incominciare?”, il primo passo, dicevano, era accusare sé stessi: accusa te stesso. L’accusa di noi stessi. Quanti di noi, nella giornata, in un momento della giornata o in un momento della settimana, sono capaci di accusare sé stessi dentro? “Sì, questo mi ha fatto questo, quell’altro… quello una barbarità…”. Ma io? Io faccio lo stesso, o io lo faccio così... È una saggezza: imparare ad accusare sé stessi. Provate a farlo, vi farà bene. A me fa bene, quando riesco a farlo, ma fa bene, a tutti farà bene.

La Vergine Maria, che ha cambiato la storia attraverso la purezza del suo cuore, ci aiuti a purificare il nostro, superando anzitutto il vizio di colpevolizzare gli altri e di lamentarci di tutto.

[Papa Francesco, Angelus 29 agosto 2021]

Domenica, 26 Luglio 2026 03:07

Il rischio di affogare

La difficile condizione del discepolo nella Chiesa e nel mondo

(Mt 14,22-36)

 

Raggiunta la condizione definitiva (v.23) Gesù non consente agli Apostoli di trattenere per se stessi i tesori di Dio.

Egli costringe i suoi alla missione verso i pagani (v.22). Però i ‘venti contrari’ erano molti.

A distanza di circa mezzo secolo dalla morte del Signore, le comunità di Galilea e Siria si trovavano di fronte a una difficile traversata.

Le sicurezze dell’antica religione e il senso di radicamento nelle consuetudini del popolo “eletto” stavano venendo meno. Anche i piccoli privilegi di posizione si sgretolavano.

Con l’ingresso sempre più accentuato dei pagani nelle comunità, i fedeli di terza generazione erano obbligati a chiedersi come uscire dall’antico isolamento culturale, per spalancarsi a un nuovo modo di vedere le cose.

In aggiunta alle persecuzioni, si accentuavano i conflitti interni: ad esempio, sulla posizione da assumere in rapporto all’Impero stesso.

Non mancavano accesi dibattiti intorno alla stessa figura e la storia del Maestro - nonché sull’atteggiamento da assumere nei confronti della tradizione dei ‘padri’ [che a qualcuno sembrava un richiamo a tornare indietro].

Sebbene la situazione fosse gravida di attriti, amarezze, ruggini fra giudaizzanti e provenienti dal paganesimo, nonché pericoli impetuosi, la Lieta Novella della Salvezza senza condizioni non poteva essere conservata in una cerchia ristretta.

 

La citazione del Nome divino «Io Sono» (v.27) rimanda qui alla vicenda dell’Esodo (3,14).

È un richiamo ai discepoli. Essi sembravano ancora succubi di timori immediati, sulla reale potenza di Vita e di Liberazione del Cristo - tanto da non riconoscerlo (v.26).

Senza posa il Risorto si rende ancora Presente, affinché riusciamo ad aprirci e procedere; senza il fardello delle contrapposizioni o delle nostalgie. C’è tutta una realtà nuova che attende.

Siamo abitati dal vigore di Dio (vv.28-31).

Le comunità autentiche - «lembo del suo mantello» (v.36) ossia della sua Persona - sperimenteranno ancora la potenza dello Spirito.

Attraverso l’evangelizzazione e il nuovo modo di vivere e aiutare gratuitamente gli altri, ogni tempesta che si dovesse addensare all’orizzonte diraderà.

Essa verrà sostituita da una sempre più profonda e acuta esperienza delle diversità fiorenti di ‘altra riva’; del prossimo, di se stessi, della stessa vita che viene, e di Dio.

Ma la virtù che domina gli elementi non può essere sperimentata come intendeva Pietro, ossia al pari d’una potenza esterna, immediata, determinante, e finale - bensì misteriosa e interiore, animata nel tempo, e di profonda relazione.

La “vittoria” sarà frutto di sola Fede: fiducia nella forza che il Messia silenzioso dona.

Potenza assai più rilevante di quella che già sappiamo di noi - malgrado spesso (come Simone) pretendiamo una più facile scorciatoia, velocissima, subito risolutiva.

 

Le situazioni emotivamente rilevanti hanno il loro senso, recano un appello significativo; introducono una diversa introspezione, il cambiamento decisivo - una nuova ‘genesi’.

La prova infatti attiva le anime nel modo più efficace, perché ci sgancia dall’idea di stabilità, e pone in contatto con energie sottaciute, avviando il nuovo dialogo con gli eventi.

In Lui, eccoci dunque intrisi d’una diversa visione del pericolo.

 

 

[Lunedì 18.a sett. T.O. (anno A e B),  3 agosto 2026]

Domenica, 26 Luglio 2026 03:03

Il rischio di affogare

La difficile condizione del discepolo nella Chiesa e nel mondo

Mt 14,22-33 (22-36)

 

 

Qualche altra provvidenza, che tu ignori

 

«È bene non cadere, oppure cadere e risollevarsi. E se accade di cadere, è bene non disperare e non rendersi estranei all’amore che il Sovrano ha per l’uomo. Se lo vuole può infatti fare misericordia alla nostra debolezza. Soltanto non allontaniamoci da lui, non sentiamoci angustiati se siamo forzati dai comandamenti e non avviliamoci se non arriviamo a niente […].

Non dobbiamo né aver fretta né ripiegarci, ma sempre ricominciare di nuovo […].

Aspettalo, ed egli ti farà misericordia, sia con la conversione sia con delle prove, sia con qualche altra provvidenza che tu ignori».

(Pietro Damasceno, libro secondo, ottavo discorso, in La Filocalia, Torino 1982, I,94)

 

 

Raggiunta la condizione definitiva (v.23) Gesù non consente agli Apostoli di trattenere per se stessi i tesori di Dio.

Egli costringe i suoi alla missione verso i pagani (v.22). Però i “venti contrari” erano molti.

A distanza di circa mezzo secolo dalla morte del Signore, le comunità di Galilea e Siria si trovavano di fronte a una difficile traversata.

Le sicurezze dell’antica religione e il senso di radicamento nelle consuetudini del popolo “eletto” stavano venendo meno. Anche i piccoli privilegi di posizione si sgretolavano.

Con l’ingresso sempre più accentuato dei pagani nelle comunità, i fedeli di terza generazione erano obbligati a chiedersi come uscire dall’antico isolamento culturale, per spalancarsi a un nuovo modo di vedere le cose.

In aggiunta alle persecuzioni, si accentuavano i conflitti interni: ad esempio, sulla posizione da assumere in rapporto all’Impero stesso.

Non mancavano accesi dibattiti sulla stessa figura e la storia del Maestro - nonché sull’atteggiamento da assumere nei confronti della tradizione dei padri [che a qualcuno sembrava un richiamo a tornare indietro].

Sebbene la situazione fosse gravida di attriti, amarezze, ruggini fra giudaizzanti e provenienti dal paganesimo, nonché pericoli impetuosi, la Lieta Novella della Salvezza senza condizioni non poteva essere conservata in una cerchia ristretta.

La citazione del Nome divino «Io Sono» rimanda qui alla vicenda dell’Esodo 3,14. È un richiamo ai discepoli, ancora succubi di timori immediati sulla reale potenza di vita e liberazione del Cristo - tanto da non riconoscerlo (v.26).

Senza posa il Risorto si rende ancora Presente, affinché riusciamo ad aprirci e procedere in avanti; senza il fardello delle contrapposizioni o delle nostalgie.

C’è tutta una realtà nuova che attende.

 

Siamo abitati dal vigore di Dio (vv.28-31), e anche oggi per la rinascita dalla crisi globale siamo chiamati a una risposta d’amore personale, culturale, radicale, inedita: anche all’introspezione, ma non da sottoposti intimiditi; temeraria, ma non da frettolosi di superficie.

Le comunità autentiche - «lembo del suo mantello» (v.36) ossia della sua Persona - sperimenteranno ancora la potenza dello Spirito.

Attraverso l’evangelizzazione e il nuovo modo di vivere e aiutare gratuitamente gli altri, ogni tempesta che si dovesse addensare all’orizzonte diraderà.

Essa verrà sostituita da una sempre più profonda e acuta esperienza delle diversità fiorenti d’altra riva; del prossimo, di se stessi, della stessa vita che viene, e di Dio.

Ma la virtù che domina gli elementi non può essere sperimentata come intendeva Pietro, ossia al pari d’una potenza esterna, immediata, determinante, e finale - bensì misteriosa e interiore, animata nel tempo e di profonda relazione.

La “vittoria” sarà frutto di sola Fede: fiducia nella forza che il Messia silenzioso dona.

Potenza assai più rilevante di quella che già sappiamo di noi - malgrado spesso (come Simone) pretendiamo una più facile scorciatoia, velocissima, subito risolutiva.

 

 

(Mt 8,23-27)

Il senso di marcia imposto da Gesù ai suoi sembra contromano, e infrange sfacciatamente le regole accettate da tutti.

Mentre i discepoli accarezzavano desideri nazionalisti, il Maestro inizia a far capire che Egli non è il Messia volgarmente atteso, restauratore del defunto impero di Davide o dei Cesari.

Il Regno di Dio è aperto a tutta l'umanità, che in quei tempi di sballottamento cercava sicurezze, accoglienza, punti di riferimento. Ciascuno poteva trovarvi casa e riparo (Mt 13,32c; Mc 4,32b).

Ma gli apostoli e i veterani di chiesa sembravano avversi alle proposte di Cristo; rimanevano insensibili a un’idea troppo larga di fraternità - che li spiazzava. È un problema ancora vivo e gravissimo.

L’insegnamento e richiamo imposto ai discepoli è quello di passare all’altra riva (Mc 4,35; Lc 8,22) ossia di non trattenere per sé.

Gli Apostoli hanno il compito di comunicare le ricchezze del Padre ai pagani, considerati impuri e malfamati.

Eppure proprio gli intimi del Maestro non ne volevano sapere di sproporzioni rischiose, che facessero effettivamente risaltare l’azione a maglie larghe del Figlio di Dio.

Erano volentieri tarati su consuetudini di religiosità comune, e un’ideologia di potere circoscritta.

La resistenza all’incarico divino nonché il dibattito interno lacerante che ne era derivato, già negli anni 70 aveva scatenato una grande tempesta nelle assemblee dei credenti.

«Ed ecco venne una grande agitazione nel mare, così che la barca veniva coperta dalle onde» (Mt 8,24).

La bufera riguardava i soli discepoli, unici sgomenti; non Gesù: «ma dormiva» (v.24c) [si tratta del Risorto].

 

Quel che accadeva “dentro” la barchetta della Chiesa non era il semplice riflesso di ciò che capitava “fuori”! Questo l’errore da correggere.

Anche per noi, tale identificazione può bloccare e rendere cronica la vita, proprio a partire dalla gestione delle situazioni emotivamente rilevanti - che hanno il loro senso.

Esse sempre recano un appello significativo, introducono un diverso occhio, introspezione, dialogo.

Insomma, dalla pace della condizione divina che domina il caos, il Signore richiama l’attenzione e rimprovera gli apostoli, accusandoli di non avere Fede.

Pur devoti, mancano d’un briciolo di rischio. Mancano d’amore - come un granello di senape (v.26) - da portare all’umanità per rinnovarla.

E noi credenti siamo ancora confusi, nell’imbarazzo? Tuttora infuria il caos degli schemi - non escluso l’egoismo, che inesorabilmente fa capolino?

Andiamo paradossalmente sulla strada dell’Esodo, dell’esperienza dei primi; “conoscenza” giusta, perché diretta. Unica avvertenza: non bisogna farsi prendere dal timore.

In Lui, eccoci intrisi d’una diversa visione del pericolo.

 

Dice il Tao Tê Ching (xxii): «Il santo non da sé vede, perciò è illuminato». Anche nelle strettoie.

In ogni tempo sembra infatti che Gesù voglia espressamente per gli apostoli i momenti scuri del confronto e del dubbio (Mc 4,35; Lc 8,22b). In primis saranno alcuni responsabili di chiesa, i chiamati a far pulizia da convinzioni ripetitive. Solo così il loro Annuncio non resterà tarato.

Infatti le attese da manuale (e l’abitudine ad allestire armonie conformiste) bloccano la fioritura di ciò che siamo e speriamo.

Soprattutto quel che è seccante o addirittura “contro” ha qualcosa di decisivo da dirci.

Anche nella barchetta delle assemblee [cf. Mc 4,36] il disagio deve esprimersi.

«E avvicinatisi lo svegliarono dicendo: Signore, salva, siamo perduti!» (v.25).

Il periglio è occasione per far rinascere l’essenza di ciascuno e della stessa comunità.

La prova introduce il cambiamento (nascosto o represso) e lo attiva nel modo più efficace.

La Novità viene dal naturale contatto con energie sottaciute, primordiali.

 

Più degli opposti attriti e degli eventi esterni in conflitto, l’ansia,  l’impressione, l’angoscia, sorgono infatti dal timore stesso di affrontare le normali o decisive questioni dell’esistenza.

Ciò può accadere per sfiducia: sentendo il pericolo forse solo perché ci cogliamo intimamente poco cresciuti, e incapaci di altro colloquio; di scoprire e rielaborare, convertirci, o rimodulare.

La fatica di mettersi in discussione e la sofferenza che l’avventura della Fede riservano, sfumeranno anche tra i fastidi del mare mosso - che appunto non vuole farci tornare “quelli di prima”.

 

Basta sganciarsi dall’idea di stabilità, anche religiosa, e ascoltare la vita così com’è, abbracciandola.

Perfino nella sua folla di urti, amarezze, speranze di armonia infrante, dispiaceri - intrattenendosi con questa fiumana di nuove emergenze, e incontrando la propria natura profonda.

Il miglior vaccino contro gli affanni dell’avventura insieme a Cristo sulle onde mutevoli dell’inatteso. sarà proprio di non evitare a monte le preoccupazioni - anzi, andare loro incontro e accoglierle; riconoscersi, lasciarle fare.

Anche nel tempo della crisi globale, le apprensioni che sembra vogliano devastarci, vengono a noi come energie preparatorie di altre gioie che desiderano irrompere. Nuove sintonie cosmiche; per lo stupore a partire da noi stessi - e guida dell’aldilà.

La nostra barchetta è in una stabilità invertita, capovolta, non pareggiabile; incerta, sconveniente - eppure energica, pungente, capace di reinventarsi.

E sarà perfino eccessiva, ma dai dissesti.

Per una proposta di Tenerezza (non corrispondente) che non è zona relax, perché fa rima con ansia terribile e... ancora disattese periferie!

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

In quali occasioni hai trovato facile ciò che prima sembrava impossibile?

 

 

Una splendida testimonianza:

«Una volta, come i primi discepoli, abbiamo incontrato il Signore e sentito la sua parola: "Seguimi!" Forse inizialmente lo abbiamo seguito in modo un po' malsicuro, volgendoci indietro e chiedendoci se la strada fosse veramente la nostra. E in qualche punto del cammino abbiamo forse fatto l'esperienza di Pietro dopo la pesca miracolosa, siamo cioè rimasti spaventati per la sua grandezza, la grandezza del compito e per l'insufficienza della nostra povera persona, così da volerci tirare indietro: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore!" (Lc 5, 8) Ma poi Egli, con grande bontà, ci ha preso per mano, ci ha tratti a sé e ci ha detto: "Non temere! Io sono con te. Non ti lascio, tu non lasciare me!" E più di una volta ad ognuno di noi è forse accaduta la stessa cosa che a Pietro quando, camminando sulle acque incontro al Signore, improvvisamente si è accorto che l'acqua non lo sosteneva e che stava per affondare. E come Pietro abbiamo gridato: "Signore, salvami!" (Mt, 14, 30). Vedendo tutto l'infuriare degli elementi, come potevamo passare le acque rumoreggianti e spumeggianti del secolo scorso e dello scorso millennio? Ma allora abbiamo guardato verso di Lui … ed Egli ci ha afferrati per la mano e ci ha dato un nuovo "peso specifico": la leggerezza che deriva dalla fede e che ci attrae verso l'alto. E poi ci dà la mano che sostiene e porta. Egli ci sostiene. Fissiamo sempre di nuovo il nostro sguardo su di Lui e stendiamo le mani verso di Lui. Lasciamo che la sua mano ci prenda, e allora non affonderemo, ma serviremo la vita che è più forte della morte, e l'amore che è più forte dell'odio. La fede in Gesù, Figlio del Dio vivente, è il mezzo grazie al quale sempre di nuovo afferriamo la mano di Gesù e mediante il quale Egli prende le nostre mani e ci guida. Una mia preghiera preferita è la domanda che la liturgia ci mette sulle labbra prima della Comunione: "…non permettere che sia mai separato da te". Chiediamo di non cadere mai fuori della comunione col suo Corpo, con Cristo stesso, di non cadere mai fuori del mistero eucaristico. Chiediamo che Egli non lasci mai la nostra mano…».

[Papa Benedetto, omelia del Crisma, 13 aprile 2006]

 

 

Pane e prodigi del Cristo-fantasma. E noi, frangia del suo mantello

(Mc 6,53-56 // Mt 14,34-36)

 

Può portare il mantello del Maestro colui che è votato alla causa della non-violenza e del non-possesso, che è sospinto dalla ricerca della verità e della retta visione, che è capace di risolvere i propri problemi emotivi e intellettuali e può mostrare agli altri la via per superare i loro problemi emotivi e intellettuali [Acharya Mahaprajna].

 

Mentre qualcuno fa ressa continua intorno a Gesù e impedisce ad altri di avere un rapporto personale con Lui, ecco che bisogna inventarsi qualcosa; almeno prenderlo di struscio (v.56).

«E dovunque entrava in villaggi o in città o in borgate ponevano gli infermi nelle piazze e lo supplicavano di toccare anche solo la frangia del suo mantello. E quanti lo toccarono erano salvati».

In effetti la frangia del mantello è il suo Popolo - e ciascuno di noi, quando per Dono siamo messi in grado di percepire e prolungarne il richiamo, lo spirito, la cura, l’azione.

Un «toccare» che non è semplice gesto: chiama il coinvolgimento totale; Fede personale, scavo dentro.

Le folle attorno al Signore e alla Chiesa, sua presenza primaria, cercano pane e guarigione… ma talora dimenticano l’adesione alla Persona interiore che dona e cura.

Eppure anche in questi casi la Guida infallibile ripropone la sua onda vitale ininterrotta - con terapie che non s’impongono attraversando le anime come farebbe un fulmine, bensì nell’esistenza reale.

Dio libera, salva, crea, a partire dalle tensioni e dai difetti (anche religiosi) perché vuole portarci a consapevolezza.

Il Padre desidera far penetrare il valore dell’atto d’amore che rende forte il debole; ogni gesto ri-creante, incarnato, aperto a qualsiasi senso di vuoto.

 

I fastidi non capitano per sfortuna o castigo: arrivano per lasciarci rifiorire, proprio a partire dai dolori dell’anima.

Se perdurano, nessuna paura: essi diventano messaggi più espliciti, del nostro stesso Seme superiore.

Significa che nella nostra orchestra qualcosa è stonato o trascurato, e deve tramontare oppure venire scoperto e messo in gioco.

Altrimenti non si riuscirà a crescere verso il destino che caratterizza una Chiamata e ogni disagio.

Anche i sintomi dell’inquietudine appartengono alla quintessenza innata - che ha sempre potere di attualità.

La chiave di volta non sarà dunque il look, né la salute, bensì l’accoglienza stessa delle amarezze, degli stenti, i quali vengono per sgombrare l’inessenziale - e liberare pulsioni spirituali intrappolate.

Energie dello squilibrio, che però vogliono essere tramutate in capacità di gettare zavorre; nonché ospitare meglio e integrare la vocazione nella propria storia, onde costruire ancora vita.

 

Forse non pochi preferirebbero attendere uno sbarco miracolistico del Maestro [guaritore tipificato] che rechi subito beneficio, favori immediati.

Salvezza esteriore dal sapore magico - caduca, anche se fisicamente palpabile o persino in sembiante etico.

Un Signore fenomenale, ma semplicistico.

Un’Apparenza che muore subito, poi si ricomincia daccapo - se Egli (in noi, nelle nostre svolte) non coinvolgesse le stesse incertezze che ci segnano.

E il lungo tempo dei processi, i quali via via prendono peso più intimo.

La redenzione totale e sacra - davvero messianica - è poco incline al clamore epidermico.

La guarigione non è scenografica. Si realizza unicamente passo dopo passo; così permane profonda e radicale.

Si fa capace di nuovi inizi e atti di nascita d’energia ancora embrionale, proprio a partire dalle singole precarietà.

 

Il suo Popolo di intimi - presenza non più ineffabile e misteriosa - si adopera nella prossimità, per cancellare la falsa immagine del Dio filosofico o forense, sempre esterno. 

Sovrano o motore imperativo, lontano e assente - permaloso, predatorio - che ogni tanto si punta; non supera, e neppure riconferma. Mai che guardi il nostro presente.

Così la Chiesa rifiuta l’idea dell’Eterno che ratifica, ma pure quella del taumaturgo di massa, immediatamente risolutivo - tanto caro ai mercanti di miracolo.

Figura che facilmente s’impadronisce delle nostre fantasie.

 

Annunciamo con parole e gesti il suo Volto autentico, proprio per annientare l’idea del Cristo-fantasma del passo precedente (v.49), figura deplorevole e assurda.

Icona evanescente, solo apologetica, che purtroppo nella storia ha dato largo spazio ai soci in affari con l’Altissimo.

In tal guisa, essere guariti non vuol dire sfuggire la transitorietà.

Per una esistenza da salvati serve una trasformazione dall’interno; un altro inizio. Un diverso appiglio del bene.

 

Gesù percorre i nostri ambienti come un silenzioso viandante, e accetta anche una fede primitiva.

Ma seppure con potenza dimessa, l’impulso divino opera in ogni cercatore di senso e in ciascun bisognoso.

Vi si stabilisce personalmente, proprio a partire dai sogni interrotti.

Il Signore non può essere imprigionato e contenuto: si accosta, per avviare grandi pulizie, farci spostare lo sguardo, e rinnovare l’universo stantio.

Così trasforma l’anima nostra, nell’esperienza della sua comunione gratuita,

Convivenza che vuole prendere dimora in noi, per fondersi e dilatare la pulsione alla vita - forse acquattata nell’astensione. Affinché ciascuno stupisca di sé, delle passioni sconosciute, dei nuovi rapporti.

 

Credente e comunità manifestano in fogge empatiche la forza incisiva di guarigione della Fede nel Risorto, a partire dalla propria vicenda intima.

Lo sperimentiamo vivo nel giorno per giorno monotono, poco gratificante e precario - tuttavia capace di cambiare l’assetto dell’esistenza celata in contrade sommarie [v.56: «borgate»] e la sua destinazione inespressa.

Senza turbare con effetti speciali, unilaterali, o pressanti.

 

Scrive il Tao Tê Ching (xi): «Trenta razze si uniscono in un sol mozzo, e nel suo non-essere si ha l'utilità del carro».

Altrove dalla civiltà dell’apparenza è il miglioramento della nostra condizione e la sicurezza, dall’insicurezza.

Non in un semplice rimetterci in piedi, indiscreto e passeggero.

Fenomenale, ma solo puntuale e inconcludente, o che infine abdica.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come consideri Gesù? Facitore di miracoli o di recuperi?

Come ti comporti con coloro che vengono esclusi o sembrano senza pastore?

 

 

Excita, Domine, potentiam tuam, et veni

Excita, Domine, potentiam tuam, et veni” – con queste e con simili parole la liturgia della Chiesa prega ripetutamente […]

Sono invocazioni formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell’Impero Romano. Il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando. Frequenti cataclismi naturali aumentavano ancora questa esperienza di insicurezza. Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce.

Excita, Domine, potentiam tuam, et veni”. Anche oggi abbiamo motivi molteplici per associarci a questa preghiera […] Il mondo con tutte le sue nuove speranze e possibilità è, al tempo stesso, angustiato dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso.

Excita – la preghiera ricorda il grido rivolto al Signore, che stava dormendo nella barca dei discepoli sbattuta dalla tempesta e vicina ad affondare. Quando la sua parola potente ebbe placato la tempesta, Egli rimproverò i discepoli per la loro poca fede (cfr Mt 8,26 e par.). Voleva dire: in voi stessi la fede ha dormito. La stessa cosa vuole dire anche a noi. Anche in noi tanto spesso la fede dorme. PreghiamoLo dunque di svegliarci dal sonno di una fede divenuta stanca e di ridare alla fede il potere di spostare i monti – cioè di dare l’ordine giusto alle cose del mondo.

[Papa Benedetto, alla Curia romana 20 dicembre 2010]

Domenica, 26 Luglio 2026 02:59

Afferrati per mano

Una volta, come i primi discepoli, abbiamo incontrato il Signore e sentito la sua parola: "Seguimi!" Forse inizialmente lo abbiamo seguito in modo un po' malsicuro, volgendoci indietro e chiedendoci se la strada fosse veramente la nostra. E in qualche punto del cammino abbiamo forse fatto l'esperienza di Pietro dopo la pesca miracolosa, siamo cioè rimasti spaventati per la sua grandezza, la grandezza del compito e per l'insufficienza della nostra povera persona, così da volerci tirare indietro: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore!" (Lc 5, 8) Ma poi Egli, con grande bontà, ci ha preso per mano, ci ha tratti a sé e ci ha detto: "Non temere! Io sono con te. Non ti lascio, tu non lasciare me!" E più di una volta ad ognuno di noi è forse accaduta la stessa cosa che a Pietro quando, camminando sulle acque incontro al Signore, improvvisamente si è accorto che l'acqua non lo sosteneva e che stava per affondare. E come Pietro abbiamo gridato: "Signore, salvami!" (Mt, 14, 30). Vedendo tutto l'infuriare degli elementi, come potevamo passare le acque rumoreggianti e spumeggianti del secolo scorso e dello scorso millennio? Ma allora abbiamo guardato verso di Lui … ed Egli ci ha afferrati per la mano e ci ha dato un nuovo "peso specifico": la leggerezza che deriva dalla fede e che ci attrae verso l'alto. E poi ci dà la mano che sostiene e porta. Egli ci sostiene. Fissiamo sempre di nuovo il nostro sguardo su di Lui e stendiamo le mani verso di Lui. Lasciamo che la sua mano ci prenda, e allora non affonderemo, ma serviremo la vita che è più forte della morte, e l'amore che è più forte dell'odio. La fede in Gesù, Figlio del Dio vivente, è il mezzo grazie al quale sempre di nuovo afferriamo la mano di Gesù e mediante il quale Egli prende le nostre mani e ci guida. Una mia preghiera preferita è la domanda che la liturgia ci mette sulle labbra prima della Comunione: "…non permettere che sia mai separato da te". Chiediamo di non cadere mai fuori della comunione col suo Corpo, con Cristo stesso, di non cadere mai fuori del mistero eucaristico. Chiediamo che Egli non lasci mai la nostra mano…

[Papa Benedetto, omelia del Crisma, 13 aprile 2006]

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For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
Accettando volontariamente la morte, Gesù porta la croce di tutti gli uomini e diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità. San Cirillo di Gerusalemme commenta: «La croce vittoriosa ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, ha liberato chi era prigioniero del peccato, ha portato la redenzione all’intera umanità» (Catechesis Illuminandorum XIII,1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Papa Benedetto]
In the New Testament, it is Christ who constitutes the full manifestation of God's light [Pope Benedict]
Nel Nuovo Testamento è Cristo a costituire la piena manifestazione della luce di Dio [Papa Benedetto]
Faith opens us to knowing and welcoming the real identity of Jesus, his newness and oneness, his word, as a source of life, in order to live a personal relationship with him. Knowledge of the faith grows, it grows with the desire to find the way and in the end it is a gift of God who does not reveal himself to us as an abstract thing without a face or a name, because faith responds to a Person who wants to enter into a relationship of deep love with us and to involve our whole life (Pope Benedict)
La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome, ma la fede risponde a una Persona, che vuole entrare in un rapporto di amore profondo con noi e coinvolgere tutta la nostra vita (Papa Benedetto)
Jesus Christ clearly indicates that even acts of devotion and penance (such as fasting, almsgiving, prayer), which by their religious purpose are primarily 'interior', can succumb to current 'externalism', and can therefore be falsified [John Paul II]
Gesù Cristo indica chiaramente che anche gli atti di devozione e di penitenza (come digiuno, elemosina, preghiera) che per la loro finalità religiosa sono principalmente “interiori”, possono cedere all’“esteriorismo” corrente, e quindi possono essere falsificati [Giovanni Paolo II]

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