Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Nel Vangelo […] Gesù prende l’iniziativa di inviare i dodici Apostoli in missione (cfr Mc 6,7-13). In effetti il termine «apostoli» significa proprio «inviati, mandati». La loro vocazione si realizzerà pienamente dopo la risurrezione di Cristo, con il dono dello Spirito Santo a Pentecoste. Tuttavia, è molto importante che fin dall’inizio Gesù vuole coinvolgere i Dodici nella sua azione: è una specie di «tirocinio» in vista della grande responsabilità che li attende. Il fatto che Gesù chiami alcuni discepoli a collaborare direttamente alla sua missione, manifesta un aspetto del suo amore: cioè Egli non disdegna l’aiuto che altri uomini possono recare alla sua opera; conosce i loro limiti, le loro debolezze, ma non li disprezza, anzi, conferisce loro la dignità di essere suoi inviati. Gesù li manda a due a due e dà loro istruzioni, che l’Evangelista riassume in poche frasi. La prima riguarda lo spirito di distacco: gli apostoli non devono essere attaccati al denaro e alla comodità. Gesù poi avverte i discepoli che non riceveranno sempre un’accoglienza favorevole: talvolta saranno respinti; anzi, potranno essere anche perseguitati. Ma questo non li deve impressionare: essi devono parlare a nome di Gesù e predicare il Regno di Dio, senza essere preoccupati di avere successo. Successo. Il successo lo lasciano a Dio […]
Gesù avverte i Dodici che potrà accadere che in qualche località vengano rifiutati. In tal caso dovranno andarsene altrove, dopo aver compiuto davanti alla gente il gesto di scuotere la polvere sotto i piedi, segno che esprime il distacco in due sensi: distacco morale – come dire: l’annuncio vi è stato dato, siete voi a rifiutarlo – e distacco materiale – non abbiamo voluto e non vogliamo nulla per noi (cfr Mc 6,11). L’altra indicazione molto importante del brano evangelico è che i Dodici non possono accontentarsi di predicare la conversione: alla predicazione si deve accompagnare, secondo le istruzioni e l’esempio Gesù, la cura dei malati. Cura dei malati corporale e spirituale. Parla delle guarigioni concrete delle malattie, parla anche dello scacciare i demoni cioè purificare la mente umana, pulire, pulire gli occhi dell’anima che sono oscurati dalle ideologie e perciò non possono vedere Dio, non possono vedere la verità e la giustizia. Questa duplice guarigione corporale e spirituale è sempre il mandato dei discepoli di Cristo. Quindi la missione apostolica deve sempre comprendere i due aspetti di predicazione della parola di Dio e di manifestazione della sua bontà con gesti di carità, di servizio e di dedizione.
[Papa Benedetto, omelia Frascati 15 luglio 2012]
7. L'urgenza dell'attività missionaria emerge dalla radicale novità di vita, portata da Cristo e vissuta dai suoi discepoli. Questa nuova vita è dono di Dio, e all'uomo è richiesto di accoglierlo e di svilupparlo, se vuole realizzarsi secondo la sua vocazione integrale in conformità a Cristo. Tutto il Nuovo Testamento è un inno alla vita nuova per colui che crede in Cristo e vive nella sua chiesa. La salvezza in Cristo, testimoniata e annunziata dalla chiesa, è autocomunicazione di Dio: «È l'amore che non soltanto crea il bene, ma fa partecipare alla vita stessa di Dio: Padre, Figlio e Spirito santo. Infatti, colui che ama, desidera donare se stesso».
Dio offre all'uomo questa novità di vita. «Si può rifiutare Cristo e tutto ciò che egli ha portato nella storia dell'uomo? Certamente si può. L'uomo è libero. L'uomo può dire a Dio: no. L'uomo può dire a Cristo: no. Ma rimane la domanda fondamentale: È lecito farlo? e in nome di che cosa è lecito?».
8. Nel mondo moderno c'è la tendenza a ridurre l'uomo alla sola dimensione orizzontale. Ma che cosa diventa l'uomo senza apertura verso l'Assoluto? La risposta sta nell'esperienza di ogni uomo, ma è anche inscritta nella storia dell'umanità col sangue versato in nome di ideologie e da regimi politici, che hanno voluto costruire un'«umanità nuova» senza Dio.
Del resto, a quanti sono preoccupati di salvare la libertà di coscienza, risponde il Concilio Vaticano II: «La persona umana ha il diritto alla libertà religiosa...Tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la coscienza, né sia impedito, entro certi limiti, di agire in conformità a essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata».
L'annunzio e la testimonianza di Cristo, quando sono fatti in modo rispettoso delle coscienze, non violano la libertà. La fede esige la libera adesione dell'uomo, ma deve essere proposta, poiché «le moltitudini hanno il diritto di conoscere la ricchezza del mistero di Cristo, nel quale crediamo che tutta l'umanità può trovare, in una pienezza insospettabile, tutto ciò che essa cerca a tentoni su Dio, sull'uomo e sul suo destino, sulla vita e sulla morte, sulla verità... Per questo la chiesa mantiene il suo slancio missionario e vuole, altresì, intensificarlo nel nostro momento storico». Bisogna dire anche, però, sempre col Concilio, che «a motivo della loro dignità tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotati cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. Essi sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e a ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze».
[Papa Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio]
Sono contento di poter mantenere l’appuntamento domenicale dell’Angelus, anche qui dal Policlinico “Gemelli”. Vi ringrazio tutti: ho sentito la vostra vicinanza e il sostegno delle vostre preghiere. Grazie di cuore! Il Vangelo che si legge oggi nella Liturgia narra che i discepoli di Gesù, inviati da Lui, «ungevano con olio molti infermi e li guarivano» (Mc 6,13). Questo “olio” ci fa pensare anche al sacramento dell’Unzione dei malati, che dà conforto allo spirito e al corpo. Ma questo “olio” è anche l’ascolto, la vicinanza, la premura, la tenerezza di chi si prende cura della persona malata: è come una carezza che fa stare meglio, lenisce il dolore e risolleva. Tutti noi, tutti, abbiamo bisogno prima o poi di questa “unzione” della vicinanza e della tenerezza, e tutti possiamo donarla a qualcun altro, con una visita, una telefonata, una mano tesa a chi ha bisogno di aiuto. Ricordiamo che, nel protocollo del giudizio finale – Matteo 25 – una delle cose che ci domanderanno sarà la vicinanza agli ammalati.
[Papa Francesco, Angelus 11 luglio 2021]
Tirocinio: irradiarsi di un Volto, da un Centro
Il Vangelo di oggi (cfr Mc 6,7-13) narra il momento in cui Gesù invia i Dodici in missione. Dopo averli chiamati per nome ad uno ad uno, «perché stessero con lui» (Mc 3,14) ascoltando le sue parole e osservando i suoi gesti di guarigione, ora li convoca di nuovo per «mandarli a due a due» (6,7) nei villaggi dove Lui stava per recarsi. E’ una sorta di “tirocinio” di quello che saranno chiamati a fare dopo la Risurrezione del Signore con la potenza dello Spirito Santo.
Il brano evangelico si sofferma sullo stile del missionario, che possiamo riassumere in due punti: la missione ha un centro; la missione ha un volto.
Il discepolo missionario ha prima di tutto un suo centro di riferimento, che è la persona di Gesù. Il racconto lo indica usando una serie di verbi che hanno Lui per soggetto – «chiamò a sé», «prese a mandarli», «dava loro potere», «ordinò», «diceva loro» (vv. 7.8.10) –, cosicché l’andare e l’operare dei Dodici appare come l’irradiarsi da un centro, il riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella loro azione missionaria. Questo manifesta come gli Apostoli non abbiano niente di proprio da annunciare, né proprie capacità da dimostrare, ma parlano e agiscono in quanto “inviati”, in quanto messaggeri di Gesù.
Questo episodio evangelico riguarda anche noi, e non solo i sacerdoti, ma tutti i battezzati, chiamati a testimoniare, nei vari ambienti di vita, il Vangelo di Cristo. E anche per noi questa missione è autentica solo a partire dal suo centro immutabile che è Gesù. Non è un’iniziativa dei singoli fedeli né dei gruppi e nemmeno delle grandi aggregazioni, ma è la missione della Chiesa inseparabilmente unita al suo Signore. Nessun cristiano annuncia il Vangelo “in proprio”, ma solo inviato dalla Chiesa che ha ricevuto il mandato da Cristo stesso. È proprio il Battesimo che ci rende missionari. Un battezzato che non sente il bisogno di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù, non è un buon cristiano.
La seconda caratteristica dello stile del missionario è, per così dire, un volto, che consiste nella povertà dei mezzi. Il suo equipaggiamento risponde a un criterio di sobrietà. I Dodici, infatti, hanno l’ordine di «non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura» (v. 8). Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori, sicuri solo dell’amore di Lui che li invia, forti solo della sua parola che vanno ad annunciare. Il bastone e i sandali sono la dotazione dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri del regno di Dio, non manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée. Pensiamo, ad esempio, a questa Diocesi della quale io sono il Vescovo. Pensiamo ad alcuni santi di questa Diocesi di Roma: San Filippo Neri, San Benedetto Giuseppe Labre, Sant’Alessio, Santa Ludovica Albertini, Santa Francesca Romana, San Gaspare Del Bufalo e tanti altri. Non erano funzionari o imprenditori, ma umili lavoratori del Regno. Avevano questo volto. E a questo “volto” appartiene anche il modo in cui viene accolto il messaggio: può infatti accadere di non essere accolti o ascoltati (cfr v. 11). Anche questo è povertà: l’esperienza del fallimento. La vicenda di Gesù, che fu rifiutato e crocifisso, prefigura il destino del suo messaggero. E solo se siamo uniti a Lui, morto e risorto, riusciamo a trovare il coraggio dell’evangelizzazione.
La Vergine Maria, prima discepola e missionaria della Parola di Dio, ci aiuti a portare nel mondo il messaggio del Vangelo in una esultanza umile e radiosa, oltre ogni rifiuto, incomprensione o tribolazione.
[Papa Francesco, Angelus 15 luglio 2018]
IV Domenica del tempo ordinario (anno A) [1 Febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Rileggere e meditare le Beatitudini nel vangelo di Matteo è sempre un invito a riscoprire il cuore della fede evangelica e ad avere il coraggio di viverla fedelmente.
*Prima Lettura dal libro del profeta Sofonia (2,3; 3,12-13)
Il libro di Sofonia è sorprendente per i suoi forti contrasti: da una parte ci sono terribili minacce contro Gerusalemme, con il profeta che appare molto collerico; dall’altra, vi sono incoraggiamenti e promesse di un futuro felice, sempre rivolti alla città. La domanda è: a chi sono rivolte le minacce e a chi gli incoraggiamenti? Storicamente, siamo nel VII secolo a.C., nel regno di Giuda, il regno del Sud. Il giovane re Giosia sale al trono a otto anni, dopo l’assassinio del padre, in tempi molto turbolenti. L’impero assiro, con capitale Ninive, è in espansione e i re locali preferiscono spesso arrendersi per evitare la distruzione: Gerusalemme diventa vassalla di Ninive. I profeti, però, sostengono fermamente la libertà del popolo eletto: chiedere alleanza a un re terreno significa non confidare nel Re del cielo. Accettare la tutela assira non è solo un atto politico, ma comporta l’influenza culturale e religiosa del dominatore, con rischi di idolatria e perdita della missione di Israele. Sofonia denuncia tutto questo e profetizza la punizione: “Alzerò la mano contro Giuda e contro tutti gli abitanti di Gerusalemme… il Giorno dell’ira del Signore” (So 1,4-6), testo che ricorda il famoso Dies Irae. Cercate il Signore, voi tutti, gli umili del paese. Accanto alle minacce, Sofonia rivolge un messaggio di conforto agli “umili del paese” (in ebraico anawim, i curvi), che sono osservanti della legge e giusti, protetti quindi dal Giorno dell’ira del Signore: Dio stesso è con loro. È il giorno in cui la creazione sarà rinnovata e il male distrutto. Il messaggio non è per altri, ma per ciascuno di noi: siamo tutti chiamati alla conversione, a diventare “umili del paese”, il “Resto di Israele” che i profeti precedenti avevano annunciato. Dio, fedele, salverà sempre almeno un piccolo gruppo rimasto fedele. Sarà questo piccolo resto, povero e umile, a portare avanti la missione del popolo eletto: rivelare al mondo il progetto di Dio. Essere umili significa riconoscere la propria limitatezza (humus) e confidare totalmente in Dio. Così, il giudizio di Dio non è contro le persone, ma contro il male che corrompe. Il piccolo resto fedele sarà il fermento nel mondo, preservando la vera identità del popolo e la missione divina. l’ira di Dio colpisce solo il male, mai l’innocente. Sofonia critica anche l’adozione delle usanze assire, come l’abbigliamento straniero (So 1,8): non era solo moda, ma segno di imitazione dei pagani, rischio di perdere identità e fede.
*Salmo responsoriale (145/146)
Abbiamo qui tre versetti del Salmo come un inventario dei beneficiari della misericordia di Dio: gli oppressi, gli affamati, gli incatenati, i ciechi, gli afflitti, gli stranieri, le vedove e gli orfani—tutti coloro che gli uomini ignorano o disprezzano. Gli Israeliti conoscono queste situazioni perché le hanno vissute: oppressione in Egitto, poi a Babilonia. Il Salmo è stato scritto dopo il ritorno dall’esilio babilonese, forse per la dedica del Tempio ricostruito. La liberazione dal male e dall’oppressione è percepita come prova della fedeltà di Dio all’alleanza: “Il Signore fa giustizia agli oppressi, il Signore scioglie gli incatenati”. Dio provvede anche ai bisogni materiali: durante l’Esodo, ha nutrito il popolo con manna e quaglie. Gradualmente, Dio rivela se stesso ai ciechi, rialza gli afflitti e guida il popolo verso la giustizia: “Dio ama i giusti”. Il Salmo è quindi un canto di riconoscenza: “Il Signore fa giustizia agli oppressi / agli affamati dà il pane / scioglie gli incatenati / apre gli occhi ai ciechi / rialza gli afflitti / ama i giusti / protegge lo straniero / sostiene vedove e orfani. Il Signore è il tuo Dio per sempre.” L’insistenza sul nome Signore (7 volte) richiama il Tetragramma sacro YHVH, rivelato a Mosè al roveto ardente, simbolo della presenza costante e liberatrice di Dio. “Il Signore é il tuo Dio per sempre, la frase finale richiama l’Alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Il Salmo guarda al futuro, rafforzando la speranza del popolo. Il nome di Dio Ehiè asher ehiè (Io sono colui che sono / Sarò colui che sarò) sottolinea la sua presenza eterna. Ripetere questo Salmo serve a riconoscere l’opera di Dio e a orientare la condotta: se Dio ha agito così verso Israele, il popolo deve comportarsi allo stesso modo verso gli altri, specialmente gli esclusi. La Legge di Israele prevedeva regole per proteggere vedove, orfani e stranieri, affinché il popolo fosse libero e rispettoso della libertà altrui. I profeti giudicavano la fedeltà all’Alleanza principalmente in base all’atteggiamento verso i poveri e gli oppressi: lotta contro l’idolatria, promozione della giustizia e della misericordia, come in Os 6,6 (Desidero misericordia, non sacrifici) e Mi 6,8 (Agisci con giustizia, ama la fedeltà, cammina umilmente con Dio). Anche il Siracide ricorda: “Le lacrime della vedova scorrono sul volto di Dio” (Si 35,18), sottolineando che chi è vicino a Dio deve sentire compassione per chi soffre.
*Seconda Lettura dalla prima lettera di san paolo apostolo ai Corinti (1,26-31).
Sembrerebbe la parabola del fariseo e del pubblicano: il mondo è “capovolto”. Chi appare saggio agli occhi degli uomini, come sottolinea Paolo, non riceve considerazione davanti a Dio. Questo non significa che Paolo disprezzi la saggezza: sin dal re Salomone essa è una virtù richiesta nella preghiera, e Isaia la presenta come dono dello Spirito di Dio: “Su di lui riposerà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di discernimento…” La Bibbia distingue due tipi di saggezza: la saggezza degli uomini e la saggezza di Dio. Ciò che agli occhi degli uomini sembra ragionevole può essere lontano dal progetto di Dio, e ciò che è saggio agli occhi di Dio può apparire folle agli uomini. La nostra logica è umana, quella di Dio è logica dell’amore: la follia dell’amore divino, come dice Paolo, supera ogni ragionamento umano. Per questo la vita e la morte di Cristo possono sembrare scandalose. Isaia lo dice chiaramente: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e i vostri modi non sono i miei modi” (Is 55,8). Questa distanza tra pensiero umano e divino è tale che Gesù arriva a rimproverare Pietro: “Va’ dietro a me, Satana! Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mt 16,23). Dio è il “Tutto-Altro”: la gerarchia dei valori umani è capovolta davanti a lui. Spesso nella storia dell’Alleanza, Dio sceglie i più piccoli: pensiamo a Davide, il più giovane tra i figli di Iesse, o al popolo d’Israele, “il più piccolo di tutti” (Dt 7,7; Dt 9,6). Le scelte di Dio sono gratuite, indipendenti dal merito umano. La vera saggezza, la saggezza divina è dono di Non possiamo comprendere Dio con le nostre forze: tutto ciò che sappiamo di Lui ci è rivelato da Lui. Paolo ricorda ai Corinzi che ogni conoscenza di Dio è un dono: “In lui avete ricevuto tutte le ricchezze… nessun dono di grazia vi manca” (1 Cor 1,4-7). Il dono della conoscenza di Dio non è motivo di orgoglio, ma di gratitudine. Come dice Geremia: “Il saggio non si vanti della sua saggezza… ma di avere intelligenza per conoscere me, il Signore” (Jr 9,22-23). Paolo applica questi principi ai Corinzi: essi, agli occhi del mondo, non erano né sapienti, né potenti, né nobili. Eppure Dio li chiama, creando la sua Chiesa dalla loro povertà e debolezza. La loro “nobiltà” è il Battesimo. Corinto diventa esempio dell’iniziativa sorprendente di Dio, che ricrea il mondo secondo la sua logica, invitando gli uomini non a vantarsi davanti a Dio, ma a renderGli gloria per il suo amore.
*Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a)
Mi fermo a riflettere sulla beatitudine che può sembrare più difficile: “Beati quelli che piangono, perché saranno consolati” (Mt 5,4). Non si tratta di gioire per il pianto in sé, né di considerare la sofferenza come una fortuna. Gesù stesso ha dedicato gran parte della sua vita a consolare, guarire e incoraggiare le persone: Matteo ci ricorda che “Gesù proclamava la Buona Novella del Regno e guariva ogni malattia e infermità tra il popolo” (Mt 4,23). Le lacrime di cui parla Gesù sono, piuttosto, lacrime di pentimento e lacrime di compassione. Pensiamo a san Pietro, che dopo il suo rinnegamento pianse amaramente, trovando consolazione nella misericordia di Dio. Oppure ricordiamo la visione del profeta Ezechiele: al giorno ultimo, Dio “segnerà con una croce sulla fronte quelli che gemono e si lamentano per le abominazioni che si commettono” (Ez 9,4). Queste parole di Gesù erano rivolte ai suoi contemporanei ebrei, abituati alla predicazione dei profeti. Per noi, comprenderle significa rileggere l’Antico Testamento. Come ci invita il profeta Sofonia: “Cercate il Signore, voi tutti gli umili della terra” (So 2,3). E il salmo canta: “Ho chiesto una cosa al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita» (Sal 145/146,5). Questi sono i veri “poveri di cuore”, quelli che si affidano completamente a Dio, come il pubblicano della parabola: consapevoli dei propri peccati, si aprono alla salvezza del Signore. Gesù ci assicura: chi cerca Dio con tutto il cuore sarà esaudito: “Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). E i profeti chiamano “puri” coloro il cui cuore è rivolto unicamente a Dio. Le Beatitudini, dunque, sono Buona Notizia: non è il potere, il sapere o la ricchezza a guidarci al Regno, ma la dolcezza, la misericordia e la giustizia. Come dice Gesù ai suoi discepoli: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3). Ogni beatitudine indica un cammino verso il Regno: ogni “Beati” è un invito, un incoraggiamento: è come se dicesse, “coraggio sei sulla strada giusta”. Le nostre debolezze diventano terreno fertile per la presenza di Dio: la povertà del cuore, le lacrime, la fame di giustizia, la persecuzione. Paolo ci ricorda: “Chi vuol vantarsi, si vanti nel Signore” (1 Cor 1,31). Infine, ricordiamo che Gesù è il modello perfetto: povero di cuore, dolce, misericordioso, compassionevole, giusto e perseguitato, sempre grato al Padre. La sua vita ci insegna a guardare noi stessi e gli altri con gli occhi di Dio, e a scoprire il Regno dove meno ce lo aspettiamo.
Scrive sant’Agostino commentando questa beatitudine: «Beati, dice il Signore, quelli che piangono, perché saranno consolati. Non indica la tristezza del corpo, ma il dolore del cuore per i peccati, e la volontà di convertirsi a Dio» (Enarrationes in Psalmos, 30,5).
+Giovanni D’Ercole
Lato domestico, non addomesticazioni
(Mc 6,1-6)
Dove la Fede è carente avvengono solo piccoli cambiamenti, non i prodigi sbalorditivi della presenza alternativa del Regno di Dio (v.5).
Non ci capacitiamo che il Signore possa provenire da umili origini, disonorevoli, come potrebbero essere le nostre - prive di grandi vincoli dinastici.
Ma la Fede in Cristo dà l’addio all’idea diffusa nelle culture e religioni verticiste, tutte maldisposte a occuparsi della normalità della vita che fluisce.
Gesù evita modelli rigidi o di grande apparenza. Si dona con semplicità ai suoi paesani e mira alla formazione degli autentici credenti.
La loro Fiducia dev’essere riposta unicamente nel Regno di Dio - dimensione che davvero rompe gli equilibri, perché s’introduce nell’esistenza diurna, e la fermenta a partire da radici invisibili.
Quale inviato del Padre, vorrebbe che tutto il popolo fosse edificatore e alfiere di altri sogni - ma nel suo villaggio natale si sente come bloccato da chi è incapace di ‘decifrare la dimensione del divino nell’umano’.
Egli deve fronteggiare l’incomprensione ottusa dei centri di potere, ma talora anche le inadempienze e le speranze stesse - quiete o divisive - della realtà popolare che frequenta i luoghi di culto.
I paesani si attendevano le solite benedizioni ormai assuefatte, o forse un capo carismatico in lotta contro i romani - e qui volentieri usavano far leva sulla vampa dell'identità religiosa, per infiammare gli animi.
Avrebbero accettato un capitano bellicoso, che rispecchiasse credenze arcaiche - invece si ritrovano delusi della realtà inapparente sotto gli occhi.
Non sanno scoprire la trama di Dio nella storia dei minimi.
Viceversa, numerosi sono i segni divini iscritti in quanto si manifesta sommario, e che possono farci scoprire la dimensione non puramente terrena delle cose, delle relazioni, delle presenze.
Molti fraintendono lo spirito di forza che la Fede ci trasmette: essa rompe gli equilibri perché non offre garanzie già immaginate - ma è in fondo domestica e tutta naturale.
Ogni Seme ha il suo destino e sviluppo particolare.
Come mai dunque il ragazzo che hanno conosciuto fin dalla nascita è così diverso?
Per il fatto che non c’è equazione fra ciò che si pensa in modo conformista, e il Signore. Neppure dando enfasi ai propositi.
Sia le grandi attese che la prossimità possono essere di ostacolo per una conoscenza quotidiana di ciò che di straordinario si cela dietro la dimensione ordinaria degli accadimenti e delle persone.
Anche molti confratelli o collaboratori di Santi non hanno saputo cogliere l’eccezionalità di una vita comune vissuta in fedeltà e dedizione alla propria Chiamata per Nome.
Tanto più reale quanto meno appariscente.
L’incomprensione e la gelosia paesana di chi vive accanto [e insegue un suo dio, sfigurato] è fonte di amarezza, ma non ci blocca.
L’esperienza del rifiuto spinge a cambiare direzione (v.6b).
L’anima vive sotto il segno dell’Unicità che rinuncia al preconcetto, alla vita tranquilla, alla semplice approvazione, al facile successo.
E le porte chiuse possono essere un valore aggiunto! Esse ci aprono al viaggio dell’anima nello Spirito, all’Annuncio eccentrico, alla Missione stupefacente.
In tal guisa, come Gesù anche noi rifiutiamo volentieri di apporre sigilli già pronti allo spirito di mediocrità che non infastidisce nessuno.
[Mercoledì 4.a sett. T.O. 4 febbraio 2026]
Lato domestico, non addomesticazioni
(Mc 6,1-6)
Dove la Fede è carente avvengono solo piccoli cambiamenti, non i prodigi sbalorditivi della presenza alternativa del Regno di Dio:
«E non poté fare là alcuna opera potente, se non che avendo imposto le mani a pochi infermi, curò» (v.5).
Non ci capacitiamo che il Signore possa provenire da umili origini, disonorevoli, come potrebbero essere le nostre - prive di grandi vincoli dinastici, o salti di ceto violenti.
Dice il Tao Tê Ching (vi):
«Lo spirito della valle non muore [...] viene usato, ma non si stanca». Commenta il maestro Wang Pi:
«Lo spirito della valle è la non-valle al centro della valle. Non ha forma né ombra, nulla contrasta e nulla rifiuta, resta in basso senza muoversi, si mantiene cheto senza affievolirsi. La valle è completata da esso, eppure non se ne vede la forma: questo è il modello più perfetto».
Al pari dei codici della Sapienza di natura, la Fede in Cristo dà l’addio all’idea diffusa nelle culture e religioni istituzionali, rappresentative e verticiste.
Tutte maldisposte, nei loro grandi saperi, a occuparsi della normalità della vita che fluisce.
Gesù evita modelli rigidi o di grande apparenza. Si dona con semplicità ai suoi paesani e mira alla formazione degli autentici credenti.
La loro Fiducia dev’essere riposta unicamente nel Regno di Dio - dimensione che davvero rompe gli equilibri, perché s’introduce nell’esistenza diurna, e la fermenta a partire da radici invisibili.
Quale inviato del Padre, vorrebbe che tutto il popolo fosse edificatore e alfiere di altri sogni - ma nel suo villaggio natale si sente come bloccato da chi è incapace di decifrare la dimensione del divino nell’umano.
Egli deve fronteggiare l’incomprensione ottusa dei centri di potere, ma anche le inadempienze e le speranze stesse - quiete o divisive - della realtà popolare che frequenta i luoghi di culto.
I paesani si attendevano le solite benedizioni (ormai assuefatte) o forse un capo carismatico in lotta contro i romani - e qui volentieri usavano far leva sulla vampa dell'identità religiosa, per infiammare gli animi.
Avrebbero accettato un capitano bellicoso, che rispecchiasse credenze arcaiche - invece si ritrovano delusi della realtà inapparente sotto gli occhi.
Non sanno scoprire la trama di Dio nella storia dei minimi.
Viceversa, numerosi sono i segni divini iscritti in quanto si manifesta sommario: avvisaglie che possono farci scoprire la dimensione non puramente terrena delle cose, delle relazioni, delle presenze; così via.
Molti fraintendono lo spirito di forza che la Fede ci trasmette.
Essa rompe gli equilibri perché non offre garanzie già immaginate - ma è in fondo domestica e tutta naturale [ogni Seme ha il suo destino e sviluppo particolare].
Come mai dunque il ragazzo che hanno conosciuto fin dalla nascita è così diverso?
Per il fatto che non c’è equazione fra ciò che si pensa in modo conformista, e il Signore. Neppure dando enfasi ai propositi.
Sia le grandi attese che la prossimità possono essere di ostacolo per una conoscenza quotidiana di ciò che di straordinario si cela dietro la dimensione ordinaria degli accadimenti e delle persone.
Anche molti confratelli o collaboratori di Santi non hanno saputo cogliere l’eccezionalità di una vita comune vissuta in fedeltà e dedizione alla propria Chiamata per Nome. Tanto più reale quanto meno appariscente.
L’incomprensione e la gelosia paesana di chi vive accanto e insegue un suo dio - sfigurato - è fonte di amarezza; ma non ci blocca.
L’esperienza del rifiuto spinge a cambiare direzione (v.6b).
L’anima vive sotto il segno dell’Unicità che rinuncia al preconcetto, alla vita tranquilla, alla semplice approvazione, al facile successo.
E le porte chiuse possono essere un valore aggiunto! Esse ci aprono al viaggio dell’anima nello Spirito, all’Annuncio eccentrico, alla Missione stupefacente.
Purtroppo, registriamo un altro genere di spirito della “valle” - di segno del tutto negativo, che nell’azione di evangelizzazione e animazione delle comunità s’identifica con la pastorale del consenso [io ti dò quello che tu vuoi].
Il coordinatore astuto gestisce i rapporti con i fedeli, le masse e le istituzioni con estrema accortezza, nonché aspettative - concrete, immediate - d’approvazione e tornaconto individuale o di cerchia.
Talora alcuni responsabili (anche di chiesa) sembrano nient’altro che abili affabulatori: non combattono le strutture disumanizzanti, né i potenti sul territorio. Viceversa, cercano di farseli alleati, per vincere facile.
Sussiste anche nel tempo della crisi globale la convinzione che le strutture educative, culturali e “religiose” possano andare avanti solo col sostegno esterno delle gerarchie di potere, e dell’ordine stabilito da sempre. O con la ricerca di altri “segni” e altrettanti prodigi.
Purtroppo tale atteggiamento al ribasso, esteriore - per stanchezza, assai diffuso - non equivale alla valorizzazione dei più variegati e intimi Doni di Dio nelle persone, né alla promozione del Regno.
Ovvio poi che i frequentatori del palazzo non amino gli incendiari: chi detiene titoli e un ruolo glorioso resta impermeabile al lavoro dello Spirito che fa nuove tutte le cose.
[Ogni opportunista resta purtroppo legato alle catene di comando, agli antichi equilibri tattici che gli hanno pur garantito carriera, posizione, lustro, visibilità, facili sicurezze a contorno].
L’aspetto forse peggiore di questo gioco al ribasso e al normale comun denominatore è probabilmente la dozzinale identificazione tra ordine garantito dall’Evangelo ed equilibrio corrente.
Un’illusione di sintonia esterna fra Beatitudini annunciate dal Signore e opportunità di vita quieta, o guadagno, e riconoscimenti sociali.
Così i princìpi vissuti in prima persona dal Maestro vengono sovvertiti da alcuni seguaci, in strategia opaca che finisce per snaturare il Lieto Annuncio in favore di ogni smarrito.
E ciascun malfermo sebbene insoddisfatto, tende spontaneamente ad adeguarsi alle piccole certezze che trova, offerte dalla retorica di pur grandi narrazioni.
Ancora oggi invece la Parola di Dio fa scintille con il facile richiamo di tali dinamiche e strutture di autentico “peccato”: le minaccia senza mezzi termini.
Esse infatti sequestrano le anime, le rendono conformiste, indifferenti all’ingiustizia, timorose della libertà - e tendono a prendere in ostaggio perfino il Dio dell’Esodo.
Il Padre però continua a suscitare Profeti eccentrici: essi rendono tutti noi più capaci di percepire il genio del tempo. Nonché i talenti personali dispiegati - anche fra le irritate minacce dei “compaesani” presi dal marketing livellante.
Annunciatori che rischiano di rimanere senza protezione o casato, ovvio.
Ma che si rifiutano di apporre sigilli già pronti allo spirito di mediocrità che non infastidisce nessuno.
Per interiorizzare e vivere la Parola, chiediamoci:
Cosa è cambiato nel tuo percorso da quando hai cominciato a vivere più intensamente in adesione al Cristo? Come ha reagito il tuo ambiente?
Vorrei soffermarmi brevemente sul brano del Vangelo […] un testo da cui è tratto il celebre detto «Nemo propheta in patria», cioè nessun profeta è bene accetto tra la sua gente, che lo ha visto crescere (cfr Mc 6,4). In effetti, dopo che Gesù, a circa trent’anni, aveva lasciato Nazareth e già da un po’ di tempo era andato predicando e operando guarigioni altrove, ritornò una volta al suo paese e si mise ad insegnare nella sinagoga. I suoi concittadini «rimanevano stupiti» per la sua sapienza e, conoscendolo come il «figlio di Maria», il «falegname» vissuto in mezzo a loro, invece di accoglierlo con fede si scandalizzavano di Lui (cfr Mc 6,2-3). Questo fatto è comprensibile, perché la familiarità sul piano umano rende difficile andare al di là e aprirsi alla dimensione divina. Che questo Figlio di un falegname sia Figlio di Dio è difficile crederlo per loro. Gesù stesso porta come esempio l’esperienza dei profeti d’Israele, che proprio nella loro patria erano stati oggetto di disprezzo, e si identifica con essi. A causa di questa chiusura spirituale, Gesù non poté compiere a Nazareth «nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì» (Mc 6,5). Infatti, i miracoli di Cristo non sono una esibizione di potenza, ma segni dell’amore di Dio, che si attua là dove incontra la fede dell’uomo nella reciprocità. Scrive Origene: «Allo stesso modo che per i corpi esiste un’attrazione naturale da parte di alcuni verso altri, come del magnete verso il ferro … così tale fede esercita un’attrazione sulla potenza divina» (Commento al Vangelo di Matteo 10, 19).
Dunque, sembra che Gesù si faccia – come si dice – una ragione della cattiva accoglienza che incontra a Nazareth. Invece, alla fine del racconto, troviamo un’osservazione che dice proprio il contrario. Scrive l’Evangelista che Gesù «si meravigliava della loro incredulità» (Mc 6,6). Allo stupore dei concittadini, che si scandalizzano, corrisponde la meraviglia di Gesù. Anche Lui, in un certo senso, si scandalizza! Malgrado sappia che nessun profeta è bene accetto in patria, tuttavia la chiusura del cuore della sua gente rimane per Lui oscura, impenetrabile: come è possibile che non riconoscano la luce della Verità? Perché non si aprono alla bontà di Dio, che ha voluto condividere la nostra umanità? In effetti, l’uomo Gesù di Nazareth è la trasparenza di Dio, in Lui Dio abita pienamente. E mentre noi cerchiamo sempre altri segni, altri prodigi, non ci accorgiamo che il vero Segno è Lui, Dio fatto carne, è Lui il più grande miracolo dell’universo: tutto l’amore di Dio racchiuso in un cuore umano, in un volto d’uomo.
Colei che ha compreso veramente questa realtà è la Vergine Maria, beata perché ha creduto (cfr Lc 1,45). Maria non si è scandalizzata di suo Figlio: la sua meraviglia per Lui è piena di fede, piena d’amore e di gioia, nel vederlo così umano e insieme così divino. Impariamo quindi da lei, nostra Madre nella fede, a riconoscere nell’umanità di Cristo la perfetta rivelazione di Dio.
[Papa Benedetto, Angelus 8 luglio 2012]
1. Ricollegandoci alla precedente catechesi, possiamo cogliere tra i dati biblici già riferiti l’aspetto profetico dell’azione esercitata dallo spirito di Dio sui capi del popolo, sui re, e sul Messia. Tale aspetto richiede un’ulteriore riflessione, perché il profetismo è il filone lungo il quale scorre la storia di Israele, dominata dalla figura preminente di Mosè, il “profeta” più eccelso, “con il quale il Signore parlava a faccia a faccia” (Dt 34, 10). Lungo i secoli gli israeliti prendono sempre più familiarità col binomio “la Legge e i Profeti”, come sintesi espressiva del patrimonio spirituale, affidato da Dio al suo popolo. Ed è mediante il suo spirito che Dio parla e agisce nei padri, e di generazione in generazione prepara i tempi nuovi.
2. Senza dubbio il fenomeno profetico, che si osserva storicamente, è legato alla parola. Il profeta è un uomo che parla a nome di Dio, consegna a coloro che lo ascoltano o lo leggono ciò che Dio vuol far conoscere sul presente e sull’avvenire. Lo spirito di Dio anima la parola e la rende vitale. Comunica al profeta e alla sua parola un certo pathos divino, per cui diviene vibrante, a volte appassionata e sofferente, sempre dinamica.
Non di rado la Bibbia descrive episodi significativi, nei quali si osserva che lo spirito di Dio si posa su qualcuno, e questi subito pronuncia un oracolo profetico. Così avviene per Balaam: “Lo spirito di Dio fu sopra di lui”. Allora “pronunciò il suo poema e disse: . . . Oracolo di chi ode le parole di Dio e conosce la scienza dell’Altissimo, di chi vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi . . .” (Nm 24, 2. 3-4). È la famosa “profezia”, che anche se si riferisce, nell’immediato, a Saul e a Davide, nella lotta contro gli amaleciti, evoca nello stesso tempo il futuro Messia: “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe, e uno scettro sorge da Israele . . .” (1 Sam 15, 8; 30, 1 ss).
3. Un altro aspetto dello spirito profetico a servizio della parola è che esso si può comunicare e quasi “suddividere”, secondo le necessità del popolo, come nel caso di Mosè preoccupato del numero degli israeliti da condurre e governare, che contavano ormai “600.000 adulti”. Il Signore gli comandò di scegliere e riunire “70 uomini tra gli anziani d’Israele, conosciuti da te come anziani del popolo e come loro scribi”. Ciò fatto, il Signore “prese lo spirito che era su di lui e lo infuse sui 70 anziani: quando lo spirito si fu posato su di essi, quelli profetizzarono . . .” (cf. Nm 24, 16-25).
Nella successione di Eliseo a Elia, il primo vorrebbe addirittura ricevere “due terzi dello spirito” del grande profeta, una specie di doppia parte dell’eredità che toccava al figlio maggiore, per essere così riconosciuto come suo principale erede spirituale tra la moltitudine di profeti e di “figli dei profeti”, raggruppati in corporazioni. Ma lo spirito non si trasmette da profeta a profeta come un’eredità terrena: è Dio che lo concede. Difatti così avviene, e i “figli dei profeti” lo constatano: “Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo” (2 Sam 2, 15).
4. Nei contatti di Israele con i popoli confinanti non mancarono manifestazioni di falso profetismo, che portarono alla formazione di gruppi di esaltati, i quali sostituivano con musiche e gesticolazioni lo spirito proveniente da Dio e aderivano addirittura al culto di Baal. Elia condusse una decisa battaglia contro questi profeti, rimanendo solitario nella sua grandezza. Eliseo, per parte sua, ebbe maggiori rapporti con alcuni gruppi, che sembravano rinsaviti.
Nella genuina tradizione biblica si difende e rivendica la vera idea del profeta come uomo della parola di Dio, istituito da Dio, al pari e al seguito di Mosè: “Io susciterò loro un profeta come te in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà quanto io gli comanderò” (Dt 18, 18). Questa promessa è accompagnata da un ammonimento contro gli abusi del profetismo: “Il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire. Se tu pensi: Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detta? Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l’ha detta il Signore” (Dt 18, 20-22).
Altro aspetto di tale criterio di giudizio è la fedeltà alla dottrina consegnata a Israele da Dio, nella resistenza alle seduzioni dell’idolatria. Si spiega così l’ostilità contro i falsi profeti. Compito del profeta, come uomo della parola di Dio, è di combattere lo “spirito di menzogna” che si trova sulla bocca dei falsi profeti, per tutelare il popolo dalla loro influenza. È una missione ricevuta da Dio, come proclama Ezechiele (Ez 13, 2-3): “Mi fu rivolta ancora questa parola del Signore: Figlio dell’uomo, profetizza contro i profeti di Israele, e di’ a coloro che profetizzano secondo i propri desideri: Guai ai profeti stolti, che seguono il loro spirito senza aver avuto visioni”.
5. Uomo della parola, il profeta deve essere anche “uomo dello spirito”, come già lo chiama Osea: deve avere lo spirito di Dio, e non solo il proprio spirito, se deve parlare a nome di Dio.
Il concetto è sviluppato soprattutto da Ezechiele, che lascia intravedere la presa di coscienza ormai avvenuta circa la profonda realtà del profetismo. Parlare in nome di Dio richiede, nel profeta, la presenza dello spirito di Dio. Questa presenza si manifesta in un contatto che Ezechiele chiama “visione”. In chi ne beneficia, l’azione dello spirito di Dio garantisce la verità della parola pronunciata. Troviamo qui un nuovo indizio del legame fra parola e spirito, che prepara linguisticamente e concettualmente il legame che a un livello più alto, nel Nuovo Testamento, viene posto tra il Verbo e lo Spirito Santo.
Ezechiele ha coscienza di essere personalmente animato dallo spirito: “Uno spirito entrò in me, - egli scrive - mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava”. Lo spirito entra all’interno della persona del profeta. Lo fa stare in piedi: dunque ne fa un testimone della parola divina. Lo solleva e lo mette in movimento: “Uno spirito mi sollevò . . . e mi portò via”. Così si manifesta il dinamismo dello spirito. Ezechiele, peraltro, precisa che sta parlando dello “Spirito del Signore” (Ez 2, 2; 3, 12-14; 11, 5).
6. L’aspetto dinamico dell’azione profetica dello Spirito divino risalta fortemente nelle profezie di Aggeo e di Zaccaria, i quali, dopo il ritorno dall’esilio, hanno vigorosamente spinto gli ebrei rimpatriati a mettersi al lavoro per ricostruire il tempio di Gerusalemme. Il risultato della prima profezia di Aggeo fu che “il Signore destò lo spirito di Zorobabele . . . governatore della Giudea e di Giosuè . . . sommo sacerdote e di tutto il resto del popolo ed essi si mossero e intrapresero i lavori per la causa del Signore degli eserciti”. In un secondo oracolo, il profeta Aggeo intervenne di nuovo e promise l’aiuto potente dello Spirito del Signore: “Coraggio, Zorobabele . . . Coraggio, Giosuè . . . Coraggio, popolo tutto del paese, dice il Signore, e al lavoro . . . il mio spirito sarà con voi, non temete” (Ag 2, 4-5). E similmente il profeta Zaccaria proclamava: “Questa è la parola del Signore a Zorobabele: Non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito, dice il Signore degli eserciti” (Zc 4,6).
Nei tempi che precedettero più immediatamente la nascita di Gesù, non c’erano più profeti in Israele e non si sapeva fino a quando sarebbe durata tale situazione. Uno degli ultimi profeti, Gioele, aveva però annunciato un’effusione universale dello Spirito di Dio che doveva verificarsi “prima che venisse il giorno del Signore, grande e terribile”, e doveva manifestarsi con una straordinaria diffusione del dono di profezia. Il Signore aveva proclamato per suo tramite: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni essere umano e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni rivelatori; i vostri giovani avranno visioni” (Gl 3, 4. 1).
Così si doveva finalmente adempiere l’augurio espresso, molti secoli prima, da Mosè: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito” (Nm 11, 29). L’ispirazione profetica avrebbe raggiunto perfino “gli schiavi e le schiave”, superando ogni distinzione di livelli culturali o condizioni sociali. Allora la salvezza sarebbe stata offerta a tutti: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (Gl 3, 5).
Come abbiamo visto in una catechesi precedente, questa profezia di Gioele trovò il suo compimento nel giorno di Pentecoste, sicché l’apostolo Pietro, rivolgendosi alla folla stupefatta, poté dichiarare: “Accade quello che predisse il profeta Gioele”; e recitò l’oracolo del profeta, spiegando che Gesù “innalzato alla destra di Dio aveva ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso e lo aveva effuso” abbondantemente. Da quel giorno in poi, l’azione profetica dello Spirito Santo si è continuamente manifestata nella Chiesa per darle luce e conforto.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 14 febbraio 1990]
Il Vangelo che leggiamo nella liturgia […] (Mc 6,1-6) ci racconta l’incredulità dei compaesani di Gesù. Egli, dopo aver predicato in altri villaggi della Galilea, ripassa da Nazaret, dove era cresciuto con Maria e Giuseppe; e, un sabato, si mette a insegnare nella sinagoga. Molti, ascoltandolo, si domandano: “Da dove gli viene tutta questa sapienza? Ma non è il figlio del falegname e di Maria, cioè dei nostri vicini di casa che conosciamo bene?” (cfr vv. 1-3). Davanti a questa reazione, Gesù afferma una verità che è entrata a far parte anche della sapienza popolare: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (v. 4). Lo diciamo tante volte.
Soffermiamoci sull’atteggiamento dei compaesani di Gesù. Potremmo dire che essi conoscono Gesù, ma non lo riconoscono. C’è differenza tra conoscere e riconoscere. In effetti, questa differenza ci fa capire che possiamo conoscere varie cose di una persona, farci un’idea, affidarci a quello che ne dicono gli altri, magari ogni tanto incontrarla nel quartiere, ma tutto questo non basta. Si tratta di un conoscere direi ordinario, superficiale, che non riconosce l’unicità di quella persona. È un rischio che corriamo tutti: pensiamo di sapere tanto di una persona, e il peggio è che la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi. Allo stesso modo, i compaesani di Gesù lo conoscono da trent’anni e pensano di sapere tutto! “Ma questo non è il ragazzo che abbiamo visto crescere, il figlio del falegname e di Maria? Ma da dove gli vengono, queste cose?”. La sfiducia. In realtà, non si sono mai accorti di chi è veramente Gesù. Si fermano all’esteriorità e rifiutano la novità di Gesù.
E qui entriamo proprio nel nocciolo del problema: quando facciamo prevalere la comodità dell’abitudine e la dittatura dei pregiudizi, è difficile aprirsi alla novità e lasciarsi stupire. Noi controlliamo, con l’abitudine, con i pregiudizi. Finisce che spesso dalla vita, dalle esperienze e perfino dalle persone cerchiamo solo conferme alle nostre idee e ai nostri schemi, per non dover mai fare la fatica di cambiare. E questo può succedere anche con Dio, proprio a noi credenti, a noi che pensiamo di conoscere Gesù, di sapere già tanto di Lui e che ci basti ripetere le cose di sempre. E questo non basta, con Dio. Ma senza apertura alla novità e soprattutto – ascoltate bene – apertura alle sorprese di Dio, senza stupore, la fede diventa una litania stanca che lentamente si spegne e diventa un’abitudine, un’abitudine sociale. Ho detto una parola: lo stupore. Cos’è, lo stupore? Lo stupore è proprio quando succede l’incontro con Dio: “Ho incontrato il Signore”. Leggiamo il Vangelo: tante volte, la gente che incontra Gesù e lo riconosce, sente lo stupore. E noi, con l’incontro con Dio, dobbiamo andare su questa via: sentire lo stupore. È come il certificato di garanzia che quell’incontro è vero, non è abitudinario.
Alla fine, perché i compaesani di Gesù non lo riconoscono e non credono in Lui? Perché? Qual è il motivo? Possiamo dire, in poche parole, che non accettano lo scandalo dell’Incarnazione. Non lo conoscono, questo mistero dell’Incarnazione, ma non accettano il mistero. Non lo sanno, ma il motivo è inconsapevole e sentono che è scandaloso che l’immensità di Dio si riveli nella piccolezza della nostra carne, che il Figlio di Dio sia il figlio del falegname, che la divinità si nasconda nell’umanità, che Dio abiti nel volto, nelle parole, nei gesti di un semplice uomo. Ecco lo scandalo: l’incarnazione di Dio, la sua concretezza, la sua “quotidianità”. E Dio si è fatto concreto in un uomo, Gesù di Nazaret, si è fatto compagno di strada, si è fatto uno di noi. “Tu sei uno di noi”: dirlo a Gesù, è una bella preghiera! E perché è uno di noi ci capisce, ci accompagna, ci perdona, ci ama tanto. In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali”, che fa solo cose eccezionali e dà sempre grandi emozioni. Invece, cari fratelli e sorelle, Dio si è incarnato: Dio è umile, Dio è tenero, Dio è nascosto, si fa vicino a noi abitando la normalità della nostra vita quotidiana. E allora, succede a noi come ai compaesani di Gesù, rischiamo che, quando passa, non lo riconosciamo. Torno a dire quella bella frase di Sant’Agostino: “Ho paura di Dio, del Signore, quando passa”. Ma, Agostino, perché hai paura? “Ho paura di non riconoscerlo. Ho paura del Signore quando passa. Timeo Dominum transeuntem”. Non lo riconosciamo, ci scandalizziamo di Lui. Pensiamo a com’è il nostro cuore rispetto a questa realtà.
Ora, nella preghiera, chiediamo alla Madonna, che ha accolto il mistero di Dio nella quotidianità di Nazaret, di avere occhi e cuore liberi dai pregiudizi e avere occhi aperti allo stupore: “Signore, che ti incontri!”. E quando incontriamo il Signore c’è questo stupore. Lo incontriamo nella normalità: occhi aperti alle sorprese di Dio, alla Sua presenza umile e nascosta nella vita di ogni giorno.
[Papa Francesco, Angelus 4 luglio 2021]
Fede e Guarigione, o esclusione
(Mc 5,21-43)
A Roma, al tempo di Mc, la situazione di confusione generata dalla guerra civile sembrava potesse divenire letale per la sopravvivenza delle giovani comunità perseguitate, che alcuni deridevano (v.40).
Sotto la diseducazione ossessiva delle guide spirituali, in particolare sul senso di peccato e indegnità - in aggiunta, il terrore religioso dei demoni - tutto sembrava seminasse panico.
Le paure assorbivano gran parte delle risorse emotive - peggiorando la situazione delle persone (v.26).
Per questo la donna si muove cogliendo il Maestro «da dietro» (v.27) - appunto, di nascosto! Ma il suo non era affatto un sacrilegio.
La trasgressione dei “contaminati” che addirittura seguono la loro coscienza [a quel tempo, una doppia vergogna] è colta dal Signore come espressione di Fede viva (v.34)!
«Figlia»: Cristo accoglie la donna nella sua Chiesa, e in Lei valorizza tutti coloro che gli habitué tengono a distanza di sicurezza.
Neppure pretende che vada al Tempio a offrire ai sacerdoti il sacrificio prescritto dalla Legge.
Solo dice: «La tua Fede ti ha salvata. Va’ in Pace».
Ossia: procedi pure verso la gioia di una vita piena, senza più sul groppone il solito giudizio d’inadeguatezza.
In effetti, anche il capo della devozione antica non può che generare “figli” [ossia, tutto un popolo spirituale] già morti in partenza (v.35).
Ma dal momento in cui egli si volge all’autentico Maestro, inizia a compiere il passaggio dalla religiosità elementare alla Fede (v.36).
In tal guisa, la fine prematura rigenera vita, giovinezza, felicità.
La lezione non è solo per la sinagoga tradizionale, ma anche per i massimi esponenti della Chiesa nascente: gli orgogliosi Pietro, Giacomo e Giovanni (v.37).
Proprio perché autoritari, precipitosi e testardi - tutti gli altri fedeli di comunità è bene che stiano a distanza da un ambente che strepita disperato, perché ancora immagina la morte fisica quale steccato invalicabile (v.38).
E qui sorge una nuova trasgressione religiosa: il libro del Levitico proibiva di toccare un cadavere (v.41).
Con tale incredibile gesto Cristo ribadisce: chi osserva la legge che non umanizza produce egli stesso morte e va incontro alla morte.
Il bene concreto della persona reale è valore assoluto. Dio non guarda meriti, ma i bisogni.
E la Fede personale è l’Oro divino che realizza la visione interiore.
Qualità di Relazione indistruttibile: tale Azione-compassione oltrepassa la ‘morte’ che guasta tutto.
Appunto, attirando e compiendo ciò che lo stesso gesto crede (vv.23.28.34.36.39).
Nella Bibbia ebraica non esiste il termine «immortalità».
La lentezza d’Israele nel credere alla vita senza fine è illuminante: fa comprendere che prima di credere nel mondo futuro, è necessario dare valore e amare l’esistenza in questo mondo.
Quando ne avremo passione allo stesso modo del Padre, ecco sorgere il silenzio d’uno spazio tutto nostro, irripetibile, fragrante, che sboccia da una Sintonia genuina.
Allora Egli ci trasformerà, si comunicherà a noi (v.43), ci farà simili a Lui e in grado di sostenere le sfide.
Infine capaci di sciogliere nodi di morte e aiutare le sospensioni degli altri.
[Martedì 4.a sett. T.O. 3 febbraio 2026]
During more than 40 years of his reign, Herod Antipas had created a class of functionaries and a system of privileged people who had in their hands the government, the tax authorities, the economy, the justice, every aspect of civil and police life, and his command covered the territory extensively…
Durante più di 40 anni di regno, Erode Antipa aveva creato una classe di funzionari e un sistema di privilegiati che avevano in pugno il governo, il fisco, l’economia, la giustizia, ogni aspetto della vita civile e di polizia, e il suo comando copriva capillarmente il territorio…
Familiarity at the human level makes it difficult to go beyond this in order to be open to the divine dimension. That this son of a carpenter was the Son of God was hard for them to believe. Jesus actually takes as an example the experience of the prophets of Israel, who in their own homeland were an object of contempt, and identifies himself with them (Pope Benedict)
La familiarità sul piano umano rende difficile andare al di là e aprirsi alla dimensione divina. Che questo Figlio di un falegname sia Figlio di Dio è difficile crederlo per loro. Gesù stesso porta come esempio l’esperienza dei profeti d’Israele, che proprio nella loro patria erano stati oggetto di disprezzo, e si identifica con essi (Papa Benedetto)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
The ability to be amazed at things around us promotes religious experience and makes the encounter with the Lord more fruitful. On the contrary, the inability to marvel makes us indifferent and widens the gap between the journey of faith and daily life (Pope Francis)
La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore. Al contrario, l’incapacità di stupirci rende indifferenti e allarga le distanze tra il cammino di fede e la vita di ogni giorno (Papa Francesco)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
And quite often we too, beaten by the trials of life, have cried out to the Lord: “Why do you remain silent and do nothing for me?”. Especially when it seems we are sinking, because love or the project in which we had laid great hopes disappears (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
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