don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Venerdì, 22 Maggio 2026 03:58

Traduzione della potenza in Silenzio

L’autorevolezza di Gesù e nostra

(Mc 11,27-33)

 

«Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato questa autorità per fare queste cose?» (Mc 11,28).

Nell’ambiente tradizionale giudaizzante delle prime comunità rimbalzavano domande circa l’autorevolezza di Cristo nel porre sotto assedio il sistema religioso ordinario, e il suo distinguersi perfino da profeti riconosciuti come il Battista.

Unica risposta: la ‘potenza’ di Dio che si esprimeva nel segno dei tempi - fermentando le coscienze.

Ciò a Roma, per la grave crisi della guerra civile di fine anni 60. In Palestina, a motivo della rivolta giudaica e la distruzione della città santa.

La missione di Gesù non è stata regolare: sconcertava l’atmosfera, quindi la sua Parola viva e tagliente andava circoscritta a ogni costo.

Un comportamento così audace sarebbe sembrato irriverente nei confronti delle guide politiche e spirituali, perfino se adottato dal Messia atteso in persona.

E un senza-terra non poteva che essere un suo falso pretendente...

 

I leaders religiosi che il Signore fronteggiava - radicati in schemi di pensiero e strategie consolidate - si accontentavano sempre di adattare il Cielo entro canovacci chiusi.

Anche i fedeli delle comunità romane sembravano sotto la tutela d’interessi, strade, parole e gesti imposti dal clima imperiale.

Mc tenta di aiutare le sue piccole chiese: dovevano continuare impavide, e non lasciarsi sedurre da pratiche religiose ufficiali, né inquinare dall’ideologia imperiale, corriva.

L’evangelista sembra anche suggerire ai fedeli in Cristo di evitare diatribe puntigliose, con i rappresentanti di un mondo solo in apparenza stabile - viceversa destinato a implodere sulle proprie contraddizioni.

 

Dopo la cacciata dal Tempio dei venditori e usurai profanatori (Mc 11,15-17), la sorte di Gesù è segnata (v.18).

Ma attraverso i suoi intimi, il nuovo Regno - ormai slegato da pastoie - si deve proporre nello spirito di disinteresse, e come Sorpresa.

Solo il Padre può aver gestione di seme, radici e sviluppo.

Nessun uomo può dare “autorizzazione” a una qualsiasi persona di poter essere riflessiva e disciolta.

C’è un percorso imprevedibile anche per chi è abituato a sentirsi dirigere in ogni vicenda. Mentre le garanzie ingombrano le menti e intasano le vie che poi sfociano in esperienze di frontiera.

Il seme portato dal vento dello Spirito fa la sua pianta, che non necessariamente somiglia a quelle circostanti: non si vincola nella sua espressività particolare, e vola anche ‘fuori confine’.

In tal guisa, palesiamo indipendenza e libertà, perché Gesù stesso l’ha dimostrate - sorvolando qualsiasi aspettativa e proposito.

 

Prima o poi i capi sarebbero rimasti costernati da chi non sopporta le ratifiche, riconoscendo infine la loro ignoranza.

Si sarebbero incagliati definitivamente, da soli - persino a motivo della volontà di non esporsi (vv.31-33a). Perplessità tattica, che rivela incredulità - tiepidezza - mancanza totale di Fede.

Insomma, il Silenzio di quanti sono in Cristo, e gradiscono una Chiesa più attenta e meno esteriore, è spesso l’eco giusto di Dio, più eloquente di tante brillanti disquisizioni (v.33b).

Così Gesù evita l’ambiguità della restrizione mentale o della semantica evasiva: in Lui la non-risposta ai dirigenti si trasforma in domanda.

 

Il Signore resta appunto silente, ma senza sviare il quesito.

 

 

[Sabato 8.a sett. T.O.  30 maggio 2026]

Venerdì, 22 Maggio 2026 03:55

Autorità Verità

La parola che Gesù rivolge agli uomini apre immediatamente l’accesso al volere del Padre e alla verità di se stessi. Non così, invece, accadeva agli scribi, che dovevano sforzarsi di interpretare le Sacre Scritture con innumerevoli riflessioni. Inoltre, all’efficacia della parola, Gesù univa quella dei segni di liberazione dal male. Sant’Atanasio osserva che «comandare ai demoni e scacciarli non è opera umana ma divina»; infatti, il Signore «allontanava dagli uomini tutte le malattie e ogni infermità. Chi, vedendo il suo potere … avrebbe ancora dubitato che Egli fosse il Figlio, la Sapienza e la Potenza di Dio?» (Oratio de Incarnatione Verbi 18.19: PG 25, 128 BC.129 B). L’autorità divina non è una forza della natura. È il potere dell’amore di Dio che crea l’universo e, incarnandosi nel Figlio Unigenito, scendendo nella nostra umanità, risana il mondo corrotto dal peccato. Scrive Romano Guardini: «L’intera esistenza di Gesù è traduzione della potenza in umiltà… è la sovranità che qui si abbassa alla forma di servo» (Il Potere, Brescia 1999, 141.142).

Spesso per l’uomo l’autorità significa possesso, potere, dominio, successo. Per Dio, invece, l’autorità significa servizio, umiltà, amore; significa entrare nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi dei discepoli (cfr Gv 13,5), che cerca il vero bene dell’uomo, che guarisce le ferite, che è capace di un amore così grande da dare la vita, perché è Amore. In una delle sue Lettere, santa Caterina da Siena scrive: «E’ necessario che noi vediamo e conosciamo, in verità, con la luce della fede, che Dio è l’Amore supremo ed eterno, e non può volere altro se non il nostro bene» (Ep. 13 in: Le Lettere, vol. 3, Bologna 1999, 206).

[Papa Benedetto, Angelus 29 gennaio 2012]

Venerdì, 22 Maggio 2026 03:51

L’autorità della pietra scartata

“La pietra scartata dai costruttori, è divenuta testata d’angolo” (Sal 118, 22).

La liturgia pasquale esprime con queste parole del Salmo una verità centrale della fede. La Chiesa crede che Dio costruisce nel mondo il suo Regno. La costruzione poggia sulla pietra angolare. Il mistero pasquale è la rivelazione di questa pietra, su cui Dio stesso costruisce il suo Regno. Il fatto che gli uomini abbiano scartato questa pietra rivela ancora più chiaramente che Dio stesso è il costruttore del Regno, il quale si realizza però negli uomini ed attraverso gli uomini, nonostante le loro contraddizioni; il Regno di Dio, infatti, è la loro ultima eterna vocazione.

Questa realtà trova la sua drammatica espressione proprio nel mistero pasquale: […] la liturgia lo ha attestato in modo speciale. Del resto, lo attesta sempre, ogni giorno, in ogni celebrazione eucaristica, mettendo in evidenza la verità su Cristo, che è la testata d’angolo. Scartato dai costruttori, Cristo si è manifestato come Colui sul quale poggia pienamente tutta la costruzione del Regno di Dio nel mondo.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia 7 aprile 1991]

Venerdì, 22 Maggio 2026 03:39

Autorità Coerenza

Quanto male fanno i cristiani «incoerenti» e i pastori «schizofrenici» che non danno testimonianza allontanandosi così dallo stile del Signore, dalla sua autentica «autorità». Ruota intorno a queste parole chiave l’omelia del Papa nella messa di martedì mattina, 14 gennaio, a Casa Santa Marta, rivolta al popolo di Dio, un popolo «mite» e «saggio» che tollera ma sa distinguere.

«Gesù insegnava come uno che ha autorità». Il Vangelo di Marco (1,21b-28) ci narra di Gesù che insegna al tempio e della reazione che tra la gente suscita il suo modo di agire con «autorità», diversamente dagli scribi. È da questa comparazione che il Papa ha preso spunto subito per spiegare la differenza che esiste tra «avere autorità», «autorità interiore» come Gesù appunto, e «esercitare l’autorità senza averla, come gli scribi», i quali pur essendo specialisti nell’insegnamento della legge e ascoltati dal popolo, non erano creduti.

«Qual è l’autorità che ha Gesù?» si è interrogato Francesco, e ha spiegato: «È quello stile del Signore, quella “signoria” — diciamo così — con la quale il Signore si muoveva, insegnava, guariva, ascoltava». E ha aggiunto: «questo stile signorile — che è una cosa che viene da dentro — fa vedere... Cosa fa vedere? Coerenza. Gesù aveva autorità perché era coerente tra quello che insegnava e quello che faceva, [cioè] come viveva. Quella coerenza è quello che dà l’espressione di una persona che ha autorità: “Questo ha autorità, questa ha autorità, perché è coerente”, cioè dà testimonianza. L’autorità si fa vedere in questo: coerenza e testimonianza».

Al contrario, gli scribi non erano coerenti e Gesù — ha fatto notare il Papa — da una parte ammonisce il popolo a «fare ciò che dicono ma non ciò che fanno», dall’altra non perde occasione per rimproverarli, perché «con questo atteggiamento — ha rimarcato — sono caduti in una schizofrenia pastorale: dicono una cosa e ne fanno un’altra». E accade in diversi episodi del Vangelo che il Papa accenna: a volte Gesù reagisce — ha detto — mettendoli all’angolo, a volte non dando loro alcuna risposta e altre volte ancora, “qualificandoli”». E qui il Papa si è soffermato: «E la parola che usa Gesù per qualificare questa incoerenza, questa schizofrenia, è “ipocrisia”. È un rosario di qualificativi!». Quindi, facendo riferimento al capitolo ventitreesimo di Matteo, ha ricordato quando Gesù li qualifica «ipocriti» e ha chiarito: «L’ipocrisia è il modo di agire di coloro che hanno responsabilità sulla gente — in questo caso responsabilità pastorale — ma non sono coerenti, non sono signori, non hanno autorità. E il popolo di Dio è mite e tollera; tollera tanti pastori ipocriti, tanti pastori schizofrenici che dicono e non fanno, senza coerenza».

Ma il popolo di Dio — ha aggiunto ancora Francesco — che tanto tollera, sa distinguere la forza della grazia. A questo proposito Francesco ha fatto riferimento alla prima Lettura della liturgia, in cui l’anziano Eli «aveva perso tutta l’autorità» e «soltanto gli rimaneva la grazia dell’unzione e con quella grazia» — ha spiegato — «benedice e fa il miracolo» ad Anna che affranta dal dolore sta pregando per essere madre. Da qui nasce la considerazione finale del Papa sul popolo di Dio, sui cristiani e sui pastori: «Il popolo di Dio — ha affermato — distingue bene fra l’autorità di una persona e la grazia dell’unzione. “Ma tu vai a confessarti da quello, che è questo, e questo e questo...?” — “Ma per me quello è Dio. Punto. Quello è Gesù”. E questa è la saggezza del nostro popolo che tollera tante volte, tanti pastori incoerenti, pastori come gli scribi, e anche cristiani? — che vanno a messa tutte le domeniche e poi vivono come pagani. E la gente dice: “Questo è uno scandalo, un’incoerenza”. Quanto male fanno i cristiani incoerenti che non danno testimonianza e i pastori incoerenti, schizofrenici che non danno testimonianza!».

L’occasione che offre dunque questa riflessione è la preghiera che il Papa ha elevato al Signore, a conclusione dell’omelia, perché tutti i battezzati abbiano «l’autorità», «che non consiste in comandare e farsi sentire, ma nell’essere coerente, essere testimone e per questo, essere compagni di strada nella via del Signore».

[Papa Francesco a s. Marta, Osservatore Romano 15.01.2020]

(Mc 11,11-25)

 

La maledizione sceneggiata da Gesù (vv.13-14) introduce la cacciata dei venditori dal Tempio, divenuto un covo di ladri usurai (vv.15-17).

Era l’attrito che ci voleva per attivare la rivoluzione dei meccanismi che mortificavano la vita della gente.

Cristo non è un figlio devoto e obbediente della sua cultura e devozione; viceversa, un adulto che rischia di non piacere - senza complessi d’inferiorità nei confronti della catena di comando.

Dunque il fico sterile del passo di Vangelo non è solo Israele: soprattutto è figura del Santuario, ricolmo di magnificenza e privo di tenerezza. 

Esso non faceva battere i cuori e trasalire di gioia, piuttosto escludeva proprio i deboli.

Ma era il suo tramonto (v.11): il Signore preferisce fare esodo verso una piccola realtà famigliare, di soli fratelli e sorelle. A Betania non vigeva quello strisciante senso di compromesso.

In tal guisa, Cristo - che coi suoi intimi ‘esce’ dal Tempio - si rivela geloso [autentico] custode del luogo sacro, purtroppo divenuto un organismo tentacolare.

Riconosciuta quella radice oppressiva, senza più scampo di conversione - poco dopo sarà costretto ad annunciarne la disfatta (13,1-2).

Intuizione libera e fulminante: il Maestro non si limita a proclamare un restyling, come facevano tutti - anche i profeti, che infine si accontentavano di predicare una semplice purificazione.

Insomma, il Padre avrebbe sognato dal suo popolo di figli i frutti gustosi, teneri e zuccherini dell’amore, eppure si è dovuto accontentare delle ‘foglie’ (v.13).

La trasformazione del Tempio di Gerusalemme in mercato riflette l’andazzo dei tanti luoghi di culto dell’antichità: come altrove, il luogo sacro era divenuto una realtà esterna.

Per questo motivo Gesù proclama il primato della Fede personale sulle apparenze devote formali (vv.22-24) ove i ceti dominanti riciclavano tutto.

I più colpiti e vessati dai lati ambigui della situazione teatrante e disgustosa erano proprio gli strati di popolazione più insicura.

Per le offerte “dovute”, i miseri potevano rivolgersi non ai venditori di armenti, ma di colombe [verso i quali si appunta l’ira del Maestro: v.15].

Erano i malfermi le vere vittime sacrificali del bel sistema ufficiale.

Le creature bisognose erano manipolate infatti come greggi, immolate alla logica dell’istituzione - sequestrata da attenti doganieri.

Del resto buona parte della popolazione della città santa viveva dell’indotto economico del Tempio [«fico» dai frutti immangiabili].

Per questo motivo il popolo eletto è divenuto infecondo, e così il suo centro caratteristico, identitario - ormai un albero secco (vv.20-21).

 

Lo sguardo delle autorità era puntato sulle ambizioni. Essi tutto avevano meno l’idea della Casa di Preghiera (v.17) come santuario vivente e luogo d’incontro universale.

Nulla a che vedere con la Fede, che non è assenso ideologico, bensì azione critica, gesto eccezionale e difforme; in grado di spalancare la porta anche a giudizi severi, taglienti, non redditizi.

Essa parte da una Visione e se ne appropria (v.24) attirandola come calamita; attualizzando e anticipando futuro. Scoprendo meraviglie sbalorditive e difformi proprio in ciò che la religiosità del momento, conformista, può considerare impuro, illecito, disadorno, inappropriato, sconveniente; fuori moda. E non remunerativo.

Figuriamoci immaginare che un nuovo popolo senza peso strategico, digiuno di sostegni militari o diplomatici, privo di mezzi realmente deterrenti, potesse soppiantare i meccanismi piramidali, “ideali” e produttivi, delle belle maniere e dell’impero.

E fornire un nuovo Messaggio globale sul volto di Dio, della donna, dell’uomo, del mondo... Impossibile come immaginare una montagna che sprofonda nel mare (v.23).

Lo stesso vale per la sua espressione irripetibile nell’orazione (v.24): un colpo di mano, anche graffiante - che segue l’Ascolto di un Dio che si rivela nell’anima del suo ‘inviato’, senza allestire troppi spettacoli.

Dall’adesione intimamente amicale deriva un coinvolgimento in prima persona e una sensibilità particolari, i quali si fanno Dialogo intenso, Immagine-Visione, Scoperta crescente; Azione d’anticipo.

Solo da una mente realizzata secondo istinto e vocazione nascerà poi uno spontaneo perdono (vv.25-26): perché lo sguardo di chi ha lasciato introdurre energie inattese è già spostato ben oltre il dispetto ricevuto. O addirittura, proprio quest’ultimo ne è stato la feconda matrice.

Fede e Preghiera non sono dunque realtà intimiste e paludose, come nella vita pia normalizzata, epidermica e banale, ma propulsive di novità grandi - addirittura epocali.

È qui tratteggiato il paragone fra Tempio e Persona, dottrina e Fede, disciplina e comportamento, presunzione e autentico Incontro.

Confronto analogo a quello ancora tutto attuale: tra istituzione e unicità, rappresentazione e realtà, bandiera e ‘sacramento’ generoso.

Per la fede biblica - acutamente personale - ciò che vale davvero è scoprire Dio che si rivela sulla propria strada, anche fatta di elementi vili e opposti.

Da ciò il cedere e lasciarsi condurre - non… rappresentarlo con idee senza spina dorsale, o con magnifiche, epidermiche, vuote esibizioni.

 

 

[Venerdì 8.a sett. T.O.  29 maggio 2026]

Giovedì, 21 Maggio 2026 06:03

Spazio di Fede e Preghiera

(Mc 11,11-26): Fico sterile, cacciata dei venditori e cambiavalute usurai, Fede calamita, Preghiera, Perdono: Spazio dell’Incontro.

 

La maledizione sceneggiata da Gesù (vv.13-14) introduce la cacciata dei venditori dal Tempio, divenuto un covo di ladri usurai (vv.15-17).

Era l’attrito che ci voleva per attivare la rivoluzione dei santi meccanismi che mortificavano la vita della gente.

Cristo non è un figlio devoto e obbediente della sua cultura e religione, ma un adulto che rischia di non piacere - senza complessi d’inferiorità nei confronti della catena di comando tradizionale consolidata.

Dunque il fico sterile del passo di Vangelo non è solo Israele: soprattutto è figura del Santuario - ricolmo di magnificenza e privo di tenerezza. Non faceva battere i cuori e trasalire di gioia, piuttosto escludeva (proprio) i deboli.

Ma era il suo tramonto (v.11): il Signore preferisce fare esodo verso una piccola realtà famigliare, dove respirava ossigeno; di soli fratelli e sorelle. A Betania non vigeva quello strisciante senso di compromesso!

Solo in tale raggio di luce fondamentale e dialettico, affatto immaturo, Cristo - che coi suoi esce dal Tempio - si rivela geloso (autentico) custode del luogo sacro, purtroppo divenuto un organismo tentacolare.

Riconosciuta quella radice oppressiva - senza più scampo di conversione - poco dopo sarà costretto ad annunciarne la disfatta (13,1-2). Intuizione libera e fulminante: il Maestro non si limita a proclamare un restyling, come facevano tutti - anche profeti, che infine si accontentavano di predicare una (semplice) purificazione.

Insomma: il Padre avrebbe sognato dal suo popolo di figli i frutti gustosi, teneri e zuccherini dell’amore, ma si è dovuto accontentare delle foglie (v.13) le quali finivano per coprire realtà ripugnanti - proprio a partire dal ceto dei profittatori della Casa di Dio.

La trasformazione del Tempio di Gerusalemme in mercato riflette l’andazzo dei tanti luoghi di culto dell’antichità: come altrove.

Per questo motivo Gesù proclama il primato della Fede personale sulle apparenze devote formali (vv.22-24) ove i ceti dominanti riciclano tutto (e impongono ai senza voce d’ingoiare le loro squallide pietanze).

I più colpiti e vessati dai lati ambigui della situazione teatrante e disgustosa erano proprio gli strati di popolazione insicura - che per le offerte “dovute” potevano rivolgersi non ai venditori di armenti, ma di colombe (verso i quali si appunta l’ira del Maestro: v.15).

Erano i malfermi le vere vittime sacrificali del bel sistema religioso ufficiale: i plagiati dalla paura di Dio e dai timori della propria indegnità (inoculata goccia a goccia da false guide interessate).

Le creature bisognose erano come greggi immolate alla logica dell’istituzione - sequestrata da attenti doganieri - solo in funzione e nella misura sempre formalmente indiretta del proprio (infedele) mantenimento.

I mercanti erano il fulcro e i primi complici mirati di tutta la filiera che i sacerdoti scremavano, costituita e sacralizzata per egoismo d’interessi. Del resto buona parte della popolazione della città santa viveva dell’indotto economico del Tempio («fico» dai frutti immangiabili).

Insomma: la devozione antica e la sua sordida attività di traffico ambiguo mungeva e tosava la vita della massa ingenua; e insieme alle ossessioni d’inadempienza, non dava respiro alla gente (appesantita irrealizzata infelice).

(Di fronte a fatiche titaniche artificiose di certe proposte anche ecclesiali, i giovani d’oggi si rendono subito conto che spendere tante energie per lottare contro il proprio carattere vocazionale personale, per poi diventare un funzionario del sacro o un suo supporter, non vale la pena).

Per questo motivo il popolo eletto è divenuto infecondo, e così il suo centro identitario - ormai un albero secco (vv.20-21).

Lo sguardo delle autorità era puntato sulle ambizioni - essi tutto avevano meno l’idea della casa di preghiera (v.17) come santuario vivente e luogo d’incontro universale.

Lì Gesù si accorge (era palese) che il suo popolo aveva perduto la fecondità cui era stato chiamato dal disegno del Padre - in via definitiva.

Sterilità legata a meccanismi costituiti, valutati diritto inalienabile acquisito dalla casta dei “gestori” senza ricambio.

Nulla a che vedere con la Fede genuina, che non è assenso ideologico, ma relazione-gesto eccezionale e difforme: spalanca la porta anche a giudizi severi, taglienti, non redditizi.

Essa parte da una Visione e se ne appropria (v.24) attirandola come calamita: attualizzando e anticipando futuro; scoprendo meraviglie sbalorditive eccentriche proprio in ciò che la religione conformista considera impuro, illecito, disadorno, inappropriato, sconveniente.

E non remunerativo.

Figuriamoci immaginare che un popolo senza peso strategico, digiuno di sostegni militari o diplomatici, privo di mezzi realmente deterrenti, potesse soppiantare i meccanismi piramidali, “ideali” e produttivi della tradizione e dell’impero.

E fornire un nuovo Messaggio globale sul volto di Dio e dell’umanità... Impossibile come immaginare una montagna che sprofonda di suo nel mare (v.23).

 

Sfruttando e depauperando la gente malferma, qualsiasi regime opportunista o religione disincarnata mostra di non amare ciò ch’è umano: la povertà dei semplici.

Non sentendo le passioni dell’anima e non percependo alcun impulso del cuore per il coinvolgimento in favore dei bisognosi, nessuno corre più l’avventura della Fede Amore a tutto tondo - scommessa che si riversa sul comportamento stravagante, e comunque attiva un altro regno.

La Fede che rischia Amore è questo: niente di molle - perfino disputa aperta coi dirigenti dell’ufficialità rituale. Non è il grigiore del diplomatico accomodante e sdolcinato, manierista, mai rude, che dice e non dice, sembra ma non fa.

E lo stesso vale per la sua espressione irripetibile nell’orazione (v.24): colpo di mano - anche graffiante - che segue l’Ascolto di un Dio che si rivela nell’anima dell’inviato, senza allestire troppi spettacoli esterni.

Dall’adesione intimamente amicale deriva il coinvolgimento in prima persona e una sensibilità particolari, che si fanno Dialogo intenso, Immagine-Visione, Scoperta crescente, Azione d’anticipo.

Solo da una mente realizzata secondo istinto e vocazione nascerà poi uno spontaneo perdono (vv.25-26): perché lo sguardo di chi ha lasciato introdurre energie inattese è già spostato ben oltre il dispetto ricevuto, o addirittura proprio quest’ultimo ne è stato la feconda matrice.

Fede e Preghiera non sono dunque (come nella vita pia normalizzata e banale) realtà intimiste e paludose, bensì propulsive di novità grandi - addirittura epocali.

 

L’ultimo soggiorno di Gesù a Gerusalemme porta con sé le parole sacre e inviolabili del suo Testamento critico, e del giudizio sulla terra infedele (ma osservante) della Giudea - sleale con la sua stessa chiamata d’un tempo.

Anche da Risorto, Gesù sceglierà la Galilea (16,7).

I simboli di vita salvata (vita da salvati) per tutti i popoli della terra si sono isteriliti, chiudendosi nel proprio mondo di prescrizioni, senza frutto delicato - se non d’apparenze.

Addirittura impedendo l’accesso alla «casa di preghiera per le moltitudini» (v.17).

È il paragone fra Tempio e Persona, dottrina e Fede, disciplina e comportamento, presunzione e autentico Incontro.

Confronto analogo a quello ancora tutto attuale fra istituzione e unicità, rappresentazione e realtà, bandiera e “sacramento” (generoso).

 

Dice il Tao Tê Ching (XLIX): «Il Santo non ha un cuore immutabile: ha per cuore il cuore dei cento cognomi (...) Il Santo sta nel mondo tutto timoroso, e per il mondo rende promiscuo il suo cuore».

A commento, aggiunge il maestro Ho-shang Kung: «Il Santo rende promiscuo e intorbida il suo cuore, come se fosse stupido e insipiente».

 

Per la fede biblica - acutamente personale - ciò che vale davvero è scoprire Dio che si rivela sulla propria strada (anche fatta di elementi vili e opposti).

Quindi cedere e lasciarsi condurre - non rappresentarlo con magnifiche e vuote esibizioni.

 

 

Liberazione e Personalizzazione: differenza tra religiosità e Fede

 

Piccola Casa di Dio o luogo di affari? Non si mercanteggia più

(Lc 19,45-48)

 

Gesù nota che attorno all’attività che si svolgeva nei perimetri del Tempio si era articolata tutta un’ambigua struttura di peccato.

La smania affaristica del Santuario non era neppure nascosta - anzi, addirittura lo fronteggiava.

Ma le prospettive sacerdotali del santo tributo e gli orizzonti di vita piena del popolo confliggevano.

Idem per gli scopi di giuristi e dottori, che volentieri si affollavano in specie sotto il portico di Salomone [dall’altra parte, verso est] a “concedere” consulenze.

L’esclusiva funzione di favorire l’incontro con la presenza di Dio veniva totalmente mortificata.

L’area sacra era divenuta covo di astuti mercanti, affaristi perennemente a caccia, sempre intenti a cambiar valuta.

Ciò col beneplacito della setta dei dominanti sadducei, che non sapevano resistere alla tentazione di tirare le fila dei lauti commerci.

 

Cacciando i falsi amici del Padre soccorrevole, parassiti della religiosità, il Signore non si orienta tanto a risarcire la purezza del Luogo, né a rabberciare e riproporre lo smalto del sobrio culto originario - come pur volevano i Profeti.

Rende un servizio santo non al Dio antico (come nelle religioni) bensì alla gente - da quel sistema [o groviglio] resa totalmente inconsapevole della propria dignità vocazionale: solo incatenata, munta, e tosata.

 

Infatti gli Zeloti puntavano a restaurare la purezza dei riti. Immaginavano in qualche modo di poterne recuperare la coerenza.

Gli Esseni avevano invece del tutto abbandonato il Tempio. Essi consideravano la vergognosa situazione ormai compromessa.

Giovanni il Battezzatore aveva operato il medesimo distacco.

Sebbene di stirpe sacerdotale, predicava al popolo il perdono dei peccati attraverso una conversione di vita, non mediante i sacrifici della liturgia [solo in Gerusalemme].

L’autentico Angelo dell’Alleanza era invece definitivamente intransigente, assai più radicale di tutti loro!

Infatti secondo i primissimi cristiani, che pur rifrequentavano il Tempio, il luogo dell’incontro con Dio, la terra dalla quale irradiava il suo Amore, non era più legata ad aspetti materiali.

Neppure in sé religiosi; tantomeno impregnata di osservanze dottrinali, codici moralisti, o visioni del mondo unilaterali.

 

In tal guisa, anche per noi la Presenza divina e la sua Comunione non si colgono nella mitica purità, nell’antica magnificenza, negli sforzi perfezionisti - o nell’adesione à la page.

Il servizio a Dio è onore della donna e dell’uomo così come e dove sono: il sacro rispetto parte da un Dono che già attraversa la nostra vita. Le opinioni non servono.

L’Amico sconosciuto vuole dimorare in noi non per appropriarsi, ma per fondersi e dilatare le capacità relazionali e qualitative. Quelle nostre, non altrui o a contorno.

In Cristo, dall’obbedienza a norme più o meno datate [fossero anche futuribili] passiamo allo stile di Somiglianza personale. Ciò che edifica Santuari viventi.

L’onore al Padre si realizza non nei dettagli o nello spirito di corpo già dettato, bensì nei figli e figlie, comunque - se vivono in fraternità.

Questo avviene in specie quando essi assimilano l’Insegnamento di Gesù [sulla Grazia] (v.47).

Così nel tempo, da Lui stesso imparano la convivialità, e insieme sono incoraggiati a dialogare con la loro eccezionale e irripetibile Vocazione, la quale avvince perché corrisponde davvero.

E l’intima convinzione è sola, incomparabile e preziosa energia di valenza trasformatrice - che porta a non recedere da se stessi, dalla propria eccezionalità, né soprassedere la realtà dei fratelli.

Piuttosto induce a fare Esodo, esplorare nuove condizioni dell’essere, trasfigurare la percezione in azione beata.

Solo da qui, deriva la coesistenza.

 

E Peccato resta sì deviazione, ma non più trasgressione alla legge - bensì incapacità a corrispondere alla Chiamata che caratterizza, che sprigiona e potenzia una sorprendente unicità di Relazione.

La prima Tenda di Dio è dunque l’umanità stessa, il suo cuore pulsante - non uno spazio di pietre e mattoni, fisso, delimitato, o fantasioso… da ornare con sovraggiunte.

 

Entrato in Gerusalemme, il Maestro prende possesso della Casa celeste - che non è il Tempio, bensì il Popolo.

Per questo Egli caccia fuori dall’immaginifico sacrale inculcato agli ingenui, proprio i tratti più diseducativi del festival - e specialmente insegna ai malfermi, a sentirsi già adeguati!

Incredibile: a ciascuno Cristo cambia l’atmosfera mentale.

Il Signore vero non insegna a entrare in armature abitudinarie o astratte e formali, accette al contorno ma distanti da noi stessi, dalle creature.

Piuttosto, stimola a non frenare la nostra vera natura con delle cappe di costume [datate o meno] secondo le quali “non è mai abbastanza”.

 

Dietro la nostra essenza caratteriale si cela una Chiamata feconda, irripetibile, singolare; dai risvolti visuali e sociali che non sappiamo.

Come siamo - proprio così - andiamo bene.

Non c’è bisogno di esorcizzare nulla del nostro essere profondo, che spontaneamente manifesta i suoi disagi compressi e le corrispondenze gioiose, anche nelle eccentricità esteriori.

Piuttosto, ogni domesticazione convenzionale epidermica, di adattamento, o astuta, soffoca il nucleo della Chiamata per Nome - autentica Guida, impulso dello Spirito.

Il nostro mondo interno non va istericamente considerato alla stregua di un pericoloso estraneo da riconfigurare.

Le radici innate e la nostra energia naturale hanno il diritto di fiorire e prevalere sulle maniere o idee comuni: sono traccia sperimentale del Divino.

In esse sussiste un legame Personale.

 

La rivendicazione del Signore è immediatamente contrastata dall’ostilità dei paludati, interessati al dare-avere di quel teatrino manierista.

Lo fanno passare per squilibrato, da eliminare subito: sognatore pericolosissimo, perché attiva e valorizza le anime, invece della struttura di mediazione.

Ecco la condanna impartita dai “grandi” in società: esito d’ogni operazione di verità.

Così si cerca di appannare qualsiasi tentativo d’emancipazione dei vessati nello spirito, nel nucleo di sé - sia per paura di Dio che per ossessione d’indegnità.

Ma nella realtà attuale, che ci tallona, il Risorto continua a demitizzare l’eccessiva preoccupazione per i luoghi identificati, le “alture” di carattere stanziale e materiale.

Coi loro risvolti che non nutrono in modo pieno e stabile - viceversa diventano un tarlo.

Insomma, bisogna cambiare approccio.

È Lui stesso il punto essenziale del culto all’Eterno.

In tale luce di Persona nella sua Persona, ciascuno può abbracciare proposte che non sono altrui e intruse; che non risulteranno zavorra.

E prestigio autentico della Chiesa sarà far echeggiare l’Annuncio che libera e piace davvero.

Provocando ovviamente le medesime tensioni mercantili; cartina al tornasole della nostra azione divina.

 

Per opera di apostoli impauriti dalle maniere spicce delle autorità, e forse essi stessi proni al compromesso - il magnifico santuario che Gesù aveva esplicitamente definito come una tana di marpioni ridiventerà il centro dell’assemblea ecclesiale [Lc 24,53; At 5,12].

Provvederà in modo più efficace… non la coscienza che brucia, bensì la tragica storia della città santa, a farne tramontare l’eccesso d’importanza.

 

Anche oggi: il fantasmagorico culmine antico sta diventando periferia, decade. E a ritrovarsi, facciamo difficoltà.

Occasione da non perdere per procedere in modo vivo e singolare, in sintonia con un sempre nuovo insegnamento sull’Amore inedito, che prende il nostro passo.

È l’Appello bruciante de «il Monte», che centra sulla passione: proprio sul Desiderio.

Non più un severo richiamo ai “no” delle grandi apparenze - ma finalmente Ascolto della Voce nell’anima, che stupisce (v.48).

Autentico sacro del tempio.

 

L’insegnamento di Gesù nel luogo venerando viene presentato da Lc 19,47 come duraturo: «stava insegnando ogni giorno» [testo greco].

Attraverso la Parola che non resta in alto ma partecipa della nostra umanità (finalmente spalancata) Egli ritrova anche oggi il suo Tempio. 

Dimora sgombrata da vetusti e nuovi cacciatori.

Egli brama solo il suo Popolo - donne e uomini liberati dalla spelonca di briganti [Ger 7,11; Lc 19,46] che ancora tenta di penetrare la nostra qualità di relazione.

Parafrasando l’enciclica Fratelli Tutti (n.226) volentieri ribadiamo con Papa Francesco: «non c’è più spazio per diplomazie vuote, per dissimulazioni, discorsi doppi, occultamenti, buone maniere che nascondono la realtà» (irritante) dei soci in affari con Dio.

La spazzatura va eliminata. La posta in palio è troppo alta e personale.

Con ciò che non corrisponde, anche dal punto di vista culturale, sociale e spirituale, non si mercanteggia più.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Hai ancora bisogno di tempi stabiliti, luoghi ritagliati, gesti di espiazione e propiziazione, o con Dio senti una relazione vivente?

Qual è la tua Casa di Preghiera?

 

 

Chiese di servizio, non supermercato.

Il più importante tempio di Dio è il nostro cuore

 

«Chiese di servizio, chiese gratuite, come è stata gratuita la salvezza, e non “chiese supermercato”»: non ha usato giri di parole Papa Francesco nel riproporre l’attualità del gesto di Gesù di scacciare i mercanti dal tempio. E «vigilanza, servizio e gratuità» sono le tre parole chiave che ha rilanciato nella messa celebrata venerdì 24 novembre a Santa Marta.

«Ambedue le letture della liturgia di oggi — ha spiegato il Pontefice — ci parlano del tempio, anzi della purificazione del tempio». Prendendo spunto dal passo del primo libro dei Maccabei (4, 36-37.52-59), il Papa ha fatto notare come «dopo la sconfitta della gente che Antioco Epìfane aveva inviato per paganizzare il popolo, Giuda Maccabeo e i suoi fratelli vogliono purificare il tempio, quel tempio dove ci sono stati sacrifici pagani e ripristinare la bellezza spirituale del tempio, il sacro del tempio». Per questo «il popolo era gioioso». Si legge infatti nel testo biblico che «grandissima fu la gioia del popolo, perché era stata cancellata l’onta dei pagani». Dunque, ha aggiunto il Papa, «il popolo ritrova la propria legge, si ritrova con il proprio essere; il tempio diventa, un’altra volta, il posto dell’incontro con Dio».

«Lo stesso fa Gesù quando scaccia quelli che vendevano nel tempio: purifica il tempio» ha affermato Francesco, richiamandosi al passo evangelico di Luca (19, 45-48). Così facendo il Signore rende il tempio «come deve essere: puro, solo per Dio e per il popolo che va a pregare». Ma, da parte nostra, «come purificare il tempio di Dio?». La risposta, ha detto il Papa, sta in «tre parole che possono aiutarci a capire. Prima: vigilanza; seconda: servizio; terza: gratuità».

«Vigilanza», dunque, è la prima parola suggerita dal Pontefice: «Non solo il tempio fisico, i palazzi, i templi sono i templi di Dio: il più importante tempio di Dio è il nostro cuore, la nostra anima». Tanto che, ha fatto presente il Papa, san Paolo ci dice: «Voi siete tempio dello Spirito Santo». Dunque, ha rilanciato Francesco, «dentro di noi abita lo Spirito Santo».

E proprio «per questo la prima parola» proposta da Francesco è, appunto, «vigilanza». Da qui alcune domande per un esame di coscienza: «Cosa succede nel mio cuore? Cosa succede dentro di me? Come mi comporto con lo Spirito Santo? Lo Spirito Santo è uno in più dei tanti idoli che io ho dentro di me o ho cura dello Spirito Santo? Ho imparato a vigilare dentro di me, perché il tempio nel mio cuore sia solo per lo Spirito Santo?».

Ecco, allora, l'importanza di «purificare il tempio, il tempio interiore, e vigilare» ha affermato il Papa. Con un invito esplicito: «Stai attento, stai attenta: cosa succede nel tuo cuore? Chi viene, chi va... Quali sono i tuoi sentimenti, le tue idee? Tu parli con lo Spirito Santo? Ascolti lo Spirito Santo?». Si tratta, perciò, di «vigilare: stare attenti a cosa succede nel tempio nostro, dentro di noi».

La «seconda parola è servizio» ha proseguito il Pontefice. «Gesù — ha ricordato — ci fa capire che lui è presente in un modo speciale nel tempio di quelli che hanno bisogno». E «lo dice chiaramente: è presente negli ammalati, quelli che soffrono, negli affamati, nei carcerati, è presente lì». Anche per la parola «servizio» Francesco ha suggerito alcune domande da porre a se stessi: «So custodire quel tempio? Mi prendo cura del tempio con il mio servizio? Mi avvicino per aiutare, per vestire, per consolare quelli che hanno bisogno?».

«San Giovanni Crisostomo — ha fatto notare Francesco — rimproverava quelli che facevano tante offerte per ornare, per abbellire il tempio fisico e non prendevano cura dei bisognosi: rimproverava e diceva: “No, questo non va bene, prima il servizio poi le ornamentazioni”». Insomma, siamo chiamati a «purificare il tempio che sono gli altri». E per farlo bene, occorre domandarci: «Come io aiuto a purificare quel tempio?». La risposta è semplice: «Con il servizio, con il servizio ai bisognosi. Gesù stesso dice che lui è presente lì». E «lui è presente lì — ha spiegato il Papa — e quando noi ci avviciniamo a prestare un servizio, ad aiutare, assomigliamo a Gesù che è lì dentro».

Francesco, a questo proposito, ha confidato di aver «visto un’icona tanto bella del Cireneo che aiutava Gesù a portare la croce: guardando bene quell’icona, il Cireneo aveva la stessa faccia di Gesù». Dunque, «se tu custodisci quel tempio che è l’ammalato, il carcerato, il bisognoso e l’affamato, anche il tuo cuore sarà più simile a quello di Gesù». Proprio «per questo custodire il tempio significa servizio».

«La prima parola, vigilanza» ha riepilogato il Pontefice, esprime qualcosa che «succede dentro di noi». Mentre «la seconda parola» ci porta verso il «servizio ai bisognosi: quello è purificare il tempio». E «la terza parola che mi viene in mente — ha proseguito — leggendo il Vangelo è gratuità». Nel brano del Vangelo, Gesù dice: «La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Proprio tenendo in mente queste parole del Signore, ha affermato il Papa, «quante volte con tristezza entriamo in un tempio — pensiamo a una parrocchia, un vescovado — e non sappiamo se siamo nella casa di Dio o in un supermercato: ci sono lì i commerci, anche c’è la lista dei prezzi per i sacramenti» e «manca la gratuità».

Ma «Dio ci ha salvato gratuitamente, non ci ha fatto pagare nulla» ha insistito il Pontefice, invitando a essere di aiuto «affinché le nostre chiese, le nostre parrocchie non siano un supermercato: che siano casa di preghiera, che non siano un covo di ladri, ma che siano servizio gratuito». Certo, ha aggiunto il Papa, qualcuno potrebbe obiettare che «dobbiamo avere dei soldi per mantenere la struttura e anche dobbiamo avere dei soldi per dare da mangiare ai preti, ai catechisti». La risposta del Pontefice è chiara: «Tu da’ con gratuità e Dio farà il resto, Dio farà quello che manca».

«Custodire il tempio — ha affermato, dunque, Francesco — significa questo: vigilanza, servizio e gratuità». Anzitutto «vigilanza nel tempio del nostro cuore: cosa succede lì, stare attenti perché è il tempio dello Spirito Santo». Poi «servizio ai bisognosi» ha ripetuto, suggerendo anche di leggere il capitolo 25 del vangelo di Matteo. Servizio anche «agli affamati, agli ammalati, ai carcerati, a quelli che hanno bisogno perché lì è Cristo», sempre con la certezza che «il bisognoso è il tempio di Cristo».

Infine, ha concluso il Papa, il «terzo» punto è la «gratuità nel servizio che si dà nelle nostre chiese: chiese di servizio, chiese gratuite, come è stata gratuita la salvezza, e non “chiese supermercato”».

[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 25/11/2017]

Giovedì, 21 Maggio 2026 05:52

Lo Spazio dell’Incontro

Durante l’ingresso a Gerusalemme, la gente rende omaggio a Gesù come figlio di Davide con le parole del Salmo 118 [117] dei pellegrini: "Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!" (Mt 21, 9). Poi Egli arriva al tempio. Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera. Certo, il bestiame lì in vendita era destinato ai sacrifici da immolare nel tempio. E poiché nel tempio non si potevano usare le monete su cui erano rappresentati gli imperatori romani che stavano in contrasto col Dio vero, bisognava cambiarle in monete che non portassero immagini idolatriche. Ma tutto ciò poteva essere svolto altrove: lo spazio dove ora ciò avveniva doveva essere, secondo la sua destinazione, l’atrio dei pagani. Il Dio d’Israele, infatti, era appunto l’unico Dio di tutti i popoli. E anche se i pagani non entravano, per così dire, nell’interno della Rivelazione, potevano tuttavia, nell’atrio della fede, associarsi alla preghiera all’unico Dio. Il Dio d’Israele, il Dio di tutti gli uomini, era in attesa sempre anche della loro preghiera, della loro ricerca, della loro invocazione. Ora, invece, vi dominavano gli affari – affari legalizzati dall’autorità competente che, a sua volta, era partecipe del guadagno dei mercanti. I mercanti agivano in modo corretto secondo l’ordinamento vigente, ma l’ordinamento stesso era corrotto. "L’avidità è idolatria", dice la Lettera ai Colossesi (cfr 3, 5). È questa l’idolatria che Gesù incontra e di fronte alla quale cita Isaia: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera" (Mt 21, 13; cfr Is 56, 7) e Geremia: "Ma voi ne fate una spelonca di ladri" (Mt 21, 13; cfr Ger 7, 11). Contro l’ordine interpretato male Gesù, con il suo gesto profetico, difende l’ordine vero che si trova nella Legge e nei Profeti.

Tutto ciò deve oggi far pensare anche noi come cristiani: è la nostra fede abbastanza pura ed aperta, così che a partire da essa anche i "pagani", le persone che oggi sono in ricerca e hanno le loro domande, possano intuire la luce dell’unico Dio, associarsi negli atri della fede alla nostra preghiera e con il loro domandare diventare forse adoratori pure loro? La consapevolezza che l’avidità è idolatria raggiunge anche il nostro cuore e la nostra prassi di vita? Non lasciamo forse in vari modi entrare gli idoli anche nel mondo della nostra fede? Siamo disposti a lasciarci sempre di nuovo purificare dal Signore, permettendoGli di cacciare da noi e dalla Chiesa tutto ciò che Gli è contrario?

Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia. Adesso sta cominciando ciò che Gesù aveva annunciato alla Samaritana riguardo alla sua domanda circa la vera adorazione: "È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori" (Gv 4, 23). È finito il tempo in cui venivano immolati a Dio degli animali. Già da sempre i sacrifici di animali erano stati una miserevole sostituzione, un gesto di nostalgia del vero modo di adorare Dio. La Lettera agli Ebrei, sulla vita e sull’operare di Gesù ha posto come motto una frase del Salmo 40 [39]: "Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato" (Ebr 10, 5). Al posto dei sacrifici cruenti e delle offerte di vivande subentra il corpo di Cristo, subentra Lui stesso. Solo "l’amore sino alla fine", solo l’amore che per gli uomini si dona totalmente a Dio, è il vero culto, il vero sacrificio. Adorare in spirito e verità significa adorare in comunione con Colui che è la verità; adorare nella comunione col suo Corpo, nel quale lo Spirito Santo ci riunisce.

[Papa Benedetto, omelia delle Palme 16 marzo 2008]

Giovedì, 21 Maggio 2026 05:45

Ai giovani

Ho parlato di fruttificazione, e mi soccorre anche in questo il Vangelo, allorché propone - lettura che abbiamo incontrato di recente nella sacra liturgia - la similitudine del fico sterile, che è minacciato di sradicamento (Lc 13,6-9). L’uomo deve fruttificare nel tempo, cioè durante la vita terrena, e non soltanto per sé, ma anche per gli altri, per la società di cui è parte integrante. Tuttavia questo suo operare nel tempo, proprio perché egli è “contenuto” nel tempo, non deve fargli né dimenticare né trascurare l’altra essenziale sua dimensione, di essere che è orientato verso l’eternità: l’uomo, dunque, deve fruttificare simultaneamente anche per l’eternità.

E se togliamo questa prospettiva all’uomo, egli rimarrà un fico sterile.

Da una parte, egli deve “riempire di sé” il tempo in maniera creativa, perché la dimensione ultraterrena non lo dispensa di certo dal dovere di operare responsabilmente ed originalmente, partecipando con efficacia ed in collaborazione con tutti gli altri uomini all’edificazione della società secondo le concrete esigenze del momento storico, in cui si trova a vivere. È, questo, il senso cristiano della “storicità” dell’uomo. D’altra parte, questo impegno di fede immerge il giovane in una contemporaneità, che porta in se stessa, in un certo senso, una visione contraria al cristianesimo.

Questa anti-visione presenta queste caratteristiche, che ricordo in modo sia pure sommario.

All’uomo d’oggi manca spesso il senso del trascendente, delle realtà soprannaturali, di qualche cosa che lo supera. L’uomo non può vivere senza qualche cosa che vada più in là, che lo superi. L’uomo vive se stesso se è consapevole di questo, se deve sempre superare se stesso, trascendere se stesso. Questa trascendenza è inscritta profondamente nella costituzione umana della persona.

Ecco, nella anti-visione, come ho detto, contemporanea, il significato dell’esistenza dell’uomo viene perciò ad essere “determinato” nell’ambito di una concezione materialistica in ordine ai vari problemi, quali ad esempio quelli della giustizia, del lavoro ecc...: di qui scaturiscono quei contrasti multiformi tra le categorie sociali o tra le entità nazionali, in cui si manifestano i vari egoismi collettivi. È necessario, invece, superare tale concezione chiusa e, in fondo, alienante, contrapponendo ad essa quel più vasto orizzonte che già la retta ragione ed ancor più la fede cristiana ci fanno intravvedere. Lì, infatti, i problemi trovano una soluzione più piena; lì la giustizia assume completezza ed attuazione in tutti i suoi aspetti; lì i rapporti umani, esclusa ogni forma di egoismo, vengono a corrispondere alla dignità dell’uomo, come persona sulla quale risplende il volto di Dio.

 

Da tutto ciò emerge l’importanza di quella scelta, che voi giovani dovete fare! Fatela con Cristo, seguendolo animosamente ed aderendo al suo insegnamento, consapevoli dell’eterno amore che in lui ha trovato la sua espressione suprema e la sua definitiva testimonianza. Nel dirvi questo, io non posso certo ignorare gli ostacoli e i pericoli, purtroppo né lievi né infrequenti, che a voi si presentano nei diversi ambienti dell’odierno contesto sociale. Ma non dovete lasciarvi sviare; non dovete mai cedere alla tentazione, sottile e per ciò stesso più insidiosa, di pensare che una tale scelta possa contraddire alla formazione della vostra personalità. Io non esito ad affermare che questa opinione è del tutto falsa: ritenere che la vita umana, nel processo della sua crescita e della sua maturazione, possa essere “diminuita” dall’influsso della fede in Cristo, è un’idea da respingere.

È vero esattamente il contrario: come la civiltà sarebbe depauperata e monca senza la presenza della componente religiosa così la vita del singolo uomo e, segnatamente, del giovane sarebbe incompleta e carente senza una forte esperienza di fede, attinta da un contatto diretto con Cristo crocifisso e risorto. Il cristianesimo, la fede, credetemi, giovani, dà completezza e coronamento alla nostra personalità: esso, incentrato com’è nella figura di Cristo, vero Dio e vero uomo e, come tale, redentore dell’uomo, vi apre alla considerazione, alla comprensione, al gusto di tutto ciò che di grande, di bello e di nobile è nel mondo e nell’uomo. L’adesione a Cristo non comprime, ma dilata ed esalta le “spinte” che la sapienza di Dio creatore ha deposto nelle vostre anime. L’adesione a Cristo non mortifica, ma irrobustisce il senso del dovere morale, dandovi il desiderio e la soddisfazione di impegnarvi per “qualcosa che veramente vale”, dandovi, ripeto, il desiderio e la soddisfazione di impegnarvi così, e premunendo lo spirito contro le tendenze, oggi non di rado affioranti nell’animo giovanile, a “lasciarsi andare” o nella direzione di una irresponsabile e neghittosa abdicazione, o nella via della violenza cieca e omicida. Soprattutto - ricordatelo sempre - l’adesione a Cristo sarà fonte di una gioia autentica, di una gioia intima che il mondo non può dare e che - come egli stesso preannunciò ai suoi discepoli - nessuno potrà mai togliervi (cf. Gv 16,22), anche essendo nel mondo.

Questa gioia, come frutto di una fede pasquale e - come ho detto stamane - frutto “di contatto” con Cristo, come dono ineffabile del suo Spirito, vuol essere il punto d’arrivo dell’odierno mio colloquio con voi. Voglio arrivare a questa parola “gioia”. Voglio arrivare a questa parola, perché viviamo la settimana pasquale. Il cristianesimo è gioia, e chi lo professa e lo fa trasparire nella propria vita ha il dovere di testimoniarla, di comunicarla e di diffonderla intorno a sé. Ecco perché ho citato queste due figure. Don Bosco: sono andato ancora a trovare la sua tomba, e mi è sembrato sempre gioioso, sempre sorridente. E Pier Giorgio: era un giovane di una gioia trascinante, una gioia che superava anche tante difficoltà della sua vita perché il periodo giovanile è sempre anche un periodo di prova delle forze.

Come giovani, voi vi preparate a costruire non solo il vostro avvenire, ma anche quello delle generazioni future: che cosa trasmetterete ad esse? Vi dovete porre questa domanda. Solo dei beni materiali, con l’aggiunta, magari, di una più ricca cultura, di una scienza più progredita, di una tecnologia più avanzata? Oppure, oltre a questo, anzi prima ancora di questo, non volete forse trasmettere quella superiore prospettiva, alla quale ho accennato, a quei beni di ordine spirituale, che si chiamano amore e libertà. Vero amore, vera libertà, vi dico, perché si possono facilmente sfruttare queste grandissime parole: amore e libertà. Si possono facilmente sfruttare. Nella nostra epoca noi siamo testimoni di uno sfruttamento terribile di queste parole: amore e libertà. Occorre ritrovare il vero senso delle due parole: amore e libertà. Vi dico: dovete tornare al Vangelo. Dovete tornare alla scuola di Cristo. Trasmetterete poi questi beni di ordine spirituale: senso della giustizia, in tutti i rapporti umani, promozione e tutela della pace. E vi dico di nuovo, sono parole sfruttate, molte, molte volte sfruttate. Si deve sempre tornare alla scuola di Cristo, per ritrovare il vero, pieno, profondo significato di queste parole. Il necessario supporto per questi valori non sta che nel possesso di una fede sicura e sincera, di una fede che abbracci Dio e l’uomo, l’uomo in Dio. Dove c’è Dio e dove c’è Gesù Cristo, suo Figlio, un tale fondamento è ben saldo; è profondo, è profondissimo. Non c’è una dimensione più adeguata, più profonda, da dare a questa parola “uomo”, a questa parola “amore”, a questa parola “libertà”, a queste parole “pace” e “giustizia”: altra non c’è, non c’è che Cristo. Allora, tornando sempre a questa scuola, ecco la ricerca di quei doni preziosi che voi giovani dovete trasmettere alle generazioni future, al mondo di domani; sarà con lui più facile e non potrà non riuscire.

Sul punto di congedarmi da voi, io desidero sollevarvi a questa visione di trascendenza e bellezza, onde la vostra vita cristiana acquisti solidità e cresca “di virtù in virtù” (Sal 83,8) e fiorisca - perché siete giovani, dovete fiorire - fiorisca in opere e, anche per la società terrena, siano premessa e promessa di un avvenire più umano e, perciò, più sereno. È l’imperativo maggiore di questa nostra epoca che diventa triste, e che sarà ancora più triste, più tragica, se non vedrà quella prospettiva che solamente voi giovani potete dare ad essa, al nostro secolo, alla nostra generazione, alla nostra Italia, al nostro mondo!

[Papa Giovanni Paolo II, Discorso ai giovani 13 aprile 1980]

Giovedì, 21 Maggio 2026 05:12

Gli altri si arrangino

«Tre modi di vivere la vita». Li ha indicati Papa Francesco durante la messa a Santa Marta di venerdì 29 maggio, attingendo al passo liturgico del Vangelo di Marco (11, 11-25) che propone appunto tre atteggiamenti legati ad altrettante figure: quella «dell’albero di fico», quella degli «affaristi nel tempio» e quella «dell’uomo di fede».

Già giovedì 28, nella celebrazione mattutina, Papa Francesco aveva tratteggiato le caratteristiche di tre tipi di discepoli di Gesù — quelli «che non sentivano il grido di aiuto» del cieco, quelli che «allontanavano la gente da Gesù» e, infine, «quelli che aiutavano la gente che aveva bisogno ad andare da Gesù» — invitando tutti a un esame di coscienza per individuare il gruppo nel quale riconoscersi. Il giorno successivo è tornato su una riflessione simile, ispirata al brano evangelico di Marco.

Il fico, ha spiegato in proposito, «rappresenta la sterilità, cioè una vita sterile, incapace di dare qualsiasi cosa». Una vita, cioè, che non porta frutti, «incapace di fare il bene», perché quel tipo di uomo «vive per sé; tranquillo, egoista», non vuole «problemi». Nel brano evangelico Gesù maledice l’albero di fico perché è sterile, «perché non ha fatto del suo per dare frutto», divenendo così il simbolo della «persona che non fa niente per aiutare, che vive sempre per se stessa, affinché non le manchi nulla».

Queste persone, ha continuato il Papa, alla fine «diventano nevrotiche». E «Gesù condanna la sterilità spirituale, l’egoismo spirituale» di chi pensa: «Io vivo per me: che a me non manchi nulla che gli altri si arrangino!».

C’è poi un secondo «modo di vivere la vita», ed è quello «degli sfruttatori, degli affaristi nel tempio». Costoro «sfruttano anche il luogo sacro di Dio per fare degli affari: cambiano le monete, vendono gli animali per il sacrificio, anche fra loro hanno come un sindacato per difendersi». Uno stile «non solo tollerato, ma anche permesso dai sacerdoti del tempio». Per far comprendere meglio, il Pontefice ha richiamato un’altra scena, «molto brutta», narrata nella Bibbia, che descrive «quelli che fanno della religione un affare»: è la storia del sacerdote i cui figli «spingevano la gente a dare offerte e guadagnavano tanto, anche dai poveri». Per questi «Gesù non risparmia le parole» e ai mercanti nel tempio dice: «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi, invece, ne avete fatto un covo di ladri!». Un passaggio duro, sul quale il Papa si è soffermato: la gente «andava in pellegrinaggio lì a chiedere la benedizione del Signore, a fare un sacrificio» e proprio lì «quella gente era sfruttata»; i sacerdoti «non insegnavano a pregare, non davano loro la catechesi... Era un covo di ladri». Non interessava loro se ci fosse vera devozione: «pagate, entrate...». Compivano i riti «senza vera devozione». Da qui Francesco è partito per invitare a una riflessione: «Non so se ci farà bene pensare se da noi accade qualcosa del genere in qualche posto»: ossia «utilizzare le cose di Dio per il proprio profitto».

Vi è infine una terza tipologia, ed è quella «che consiglia Gesù e cioè la vita di fede». Per descriverlo, il Pontefice ha ripreso la lettura del Vangelo di Marco e ha ricordato come quando i discepoli videro l’albero di fichi secco fin dalla radice «perché Gesù lo aveva maledetto», Pietro gli disse: «Maestro, guarda! L’albero di fichi che hai maledetto si è seccato!». E Gesù cogliendo l’occasione per indicare il giusto «stile di vita» gli rispose: «Abbiate fede in Dio. Se uno dicesse a questo monte: “levati e gettati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò avverrà. Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà». Quindi, ha spiegato il Papa, «accadrà proprio quello che noi con fede chiediamo: è lo stile di vita della fede».

Qualcuno potrebbe chiedere: «Padre, cosa devo fare per questo?». La risposta per Francesco è semplice: «Chiedilo al Signore, che ti aiuti a fare cose buone, ma con fede». Semplice, ma a «una condizione» che è lo stesso Gesù a dettare: «Quando voi vi metterete a pregare chiedendo questo, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate. È l’unica condizione, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni voi, le vostre colpe».

Vivere, quindi, «la fede per aiutare gli altri, per avvicinarsi a Dio», la fede «che fa miracoli», è il terzo stile di vita suggerito. Il Pontefice ha perciò riassunto le tre possibili strade che si presentano al cristiano: la prima è quella della «persona sterile» che non non desidera «dare frutti nella vita» e trascorre «la vita comoda, tranquilla, senza problemi e se ne va»: lo stile di chi non si preoccupa di fare il bene. Poi ci sono quelli «che sfruttano gli altri, anche nella casa di Dio; gli sfruttatori, gli affaristi del tempio», quelli che Gesù «caccia via» con la frusta. Infine lo stile di chi ha «fiducia in Dio» e sa che quello che chiede al Signore con fede, «accadrà». Ed è proprio questo «che Gesù ci consiglia: la strada di Gesù», che si può percorrere a una sola condizione: «perdonate, perdonate gli altri, affinché il Padre vostro perdoni voi di tante cose».

Concludendo, il Papa ha invitato tutti a chiedere al Signore — «nel sacrificio dell’Eucaristia» — che insegni a «ognuno di noi, alla Chiesa», a non cadere mai «nella sterilità e nell’affarismo».

[Papa Francesco, omelia a s. Marta, Osservatore Romano 30.05.15]

(Mc 10,46-52)

 

Il passo di Mc è l’agile frutto dell’intreccio fra una catechesi di spiegazione del brano immediatamente precedente [le mire degli Apostoli] e l’insegnamento su primissime forme di liturgia battesimale riservate ai nuovi credenti, chiamati ‘photismòi-illuminati’ [coloro che dal buio della vita pagana aprivano finalmente gli occhi alla Luce].

Il brano illustra cosa accade a una persona quando incontra Cristo e ne riceve l’orientamento esistenziale: abbandona le posizioni consolidate ma non personalmente rielaborate, e diviene testimone critico.

La narrazione è impostata sul confronto tra sguardi materiali verso il basso (come quelli dei pagani o dei seguaci arroganti) e sguardi aperti, in grado di sollevare l’occhio dell’uomo da pastoie di sembianti, abitudinarietà, e potenze esteriori o interiori distruttive.

Cosa dunque è necessario per vedere con la percezione di Dio, oltre le apparenze, e risollevarsi da una grigia vita di elemosine, letteralmente a terra? Come curare la visuale di chi non si raccapezza?

Bartimeo [testualmente, il ‘figlio dell’apprezzato’] ci rappresenta: non è uomo libero, capace di attivarsi - ma suggestionato da un’affannosa ricerca di prestigio e riconoscimenti.

Il «figlio dell’onorato» non è biologicamente cieco, ma uno che si regola a casaccio. Non riesce a «guardare in su» [il verbo-chiave greco ai vv.51-52 è aná-blépein] perché non coltiva ideali; si accontenta di quello che passa il contorno, che lo anestetizza.

Se ci si ritrova a questo livello di miopia, meglio «sollevare lo sguardo» ripiegato sul proprio ombelico, per piccinerie da tornaconto a breve.

Bartimeo è uomo abitudinario, viene accompagnato agli stessi posti ogni giorno dalle medesime persone.

Sta fermo, «seduto» (v.46) ai margini di una strada dove la gente procede e non si limita come lui a sopravvivere rassegnata, senza scatti.

I tipi alla Bartimeo tutto si attendono dal riconoscimento altrui; vivono solo di questua. Non fanno che ripetere parole e gesti sempre identici.

Il loro orizzonte a portata di mano non consente di entrare nel flusso della Via dove le persone si danno da fare edificando, evolvendo, esprimendo se stesse, provvedendo ai fratelli meno fortunati.

Una esistenza trascinata ai margini di qualsiasi interesse che non sia il proprio neghittoso sacchetto.

Vivono del movimento altrui; campano di piccole benevolenze e opinioni barattate da chi passa, per svogliatezza mai riesaminate e fatte proprie.

Ma la Parola del Nazareno fa scattare l’indolente. E la sua nuova attitudine diventa quella del “neonato”. In tal guisa, si adopera in un modello di vita industrioso, creativo, pratico - avveniristico.

Risorge dinamico, sbarazzandosi degli stracci sui quali si attendeva che altri deponessero qualcosa in suo favore.

L’abito vecchio finisce nella polvere - gettato lontano come nelle antiche liturgie battesimali: a qualsiasi età intraprende, surclassando sicurezze di piccolo cabotaggio.

Cambia vita, la guarda in faccia; sebbene sappia di complicarsela, rendendola impegnativa e controcorrente.

Il contatto personale con Gesù ha corretto lo sguardo, gli ha fatto recuperare l’ottica ideale.

Ora egli comprendere il senso primordiale e rigenerante - anzi, ricreante - della Novità di Dio.

L’Incontro faccia a faccia gli ha trasmesso un modello diametralmente opposto di uomo riuscito; non sottomesso al tatticismo.

Insomma, Gesù corregge la miopia inerte di chi è affezionato al suo posto mediocre.

 

Religiosità o Fede personale: la scelta è dirimente.

Significa adattarsi pigramente alle mode di circostanza o al vestito vecchio dei comportamenti già “detti” e solite amicizie, aspettando solo qualche soluzione-fulmine che non coinvolga troppo...

Ovvero partire via da lì, reinventarsi la vita, abbandonare il ‘mantello’ [cf. Mc 10,50] sul quale si raccoglievano commenti e oboli comuni.

Aprendo gli occhi e «sollevandoli», come farebbe un uomo già divino. Intascando null’altro che perle di luce, invece di elemosine.

Su strade fangose ci si può sporcare e si è incerti, ma vi possiamo procedere nel movimento del sacerdozio di Cristo, con percezione sana.

Infatti - come in questo episodio - non di rado i Vangeli insistono sul criterio (devotamente assurdo) che il nemico di Dio non sia il peccato, bensì la ‘vita media’ e passiva dell’«onorato», ormai identificato e piazzato.

 

 

[Giovedì 8.a sett. T.O.  28 maggio 2026]

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Jesus showed us with a new clarity the unifying centre of the divine laws revealed on Sinai […]  Indeed, in his life and in his Paschal Mystery Jesus brought the entire law to completion.  Uniting himself with us through the gift of the Holy Spirit, he carries with us and in us the “yoke” of the law, which thereby becomes a “light burden” (Pope Benedict)
Gesù ci ha mostrato con una nuova chiarezza il centro unificante delle leggi divine rivelate sul Sinai […] Anzi, Gesù nella sua vita e nel suo mistero pasquale ha portato a compimento tutta la legge. Unendosi con noi mediante il dono dello Spirito Santo, porta con noi e in noi il "giogo" della legge, che così diventa un "carico leggero" (Papa Benedetto)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
"How will we be able to live without him?". In these words of St Ignatius we hear echoing the affirmation of the martyrs of Abitene: "Sine dominico non possumus" [Pope Benedict]
"Come potremmo vivere senza di Lui?". Sentiamo echeggiare in queste parole di Sant’Ignazio l’affermazione dei martiri di Abitene: "Sine dominico non possumus" [Papa Benedetto]
The kingdom of Christ is manifested, as the Council teaches, in the 'kingship' of man [John Paul II]
Il regno di Cristo si manifesta, come insegna il Concilio, nella “regalità” dell’uomo [Giovanni Paolo II]
In the middle of the dense forest of rules and regulations — to the legalisms of past and present — Jesus makes an opening through which one can catch a glimpse of two faces: the face of the Father and the face of the brother. He does not give us two formulas or two precepts: there are no precepts nor formulas. He gives us two faces [Pope Francis]
In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – ai legalismi di ieri e di oggi – Gesù opera uno squarcio che permette di scorgere due volti: il volto del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti: non sono precetti e formule; ci consegna due volti [Papa Francesco]
Whoever is inscribed in God's name participates in God's life, and lives. Therefore to believe is to be inscribed in the name of God. Thus we are alive. Whoever has a share in God's name is not dead but rather belongs to the living God. In this sense we should be able to understand the dynamism of faith, which entails enrolling our names in the name of God and in this way entering into life [Pope Benedict]
Chi è scritto nel nome di Dio partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è essere iscritti nel nome di Dio. E così siamo vivi. Chi appartiene al nome di Dio non è un morto, appartiene al Dio vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di Dio e così un entrare nella vita [Papa Benedetto]
As sometimes happens in the Gospel, faced with the trap set for him by his enemies, Jesus, with his response, rises above the contingent controversy and goes far beyond the particular and mutually divergent positions (John Paul II)

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