Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione.
In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto. L’incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. E’ l’evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo “filéo” esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “agapáo” significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a Pietro la prima volta: «Simone... mi ami tu (agapâs-me)” con questo amore totale e incondizionato (cfr Gv 21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapô-se) incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filô-se)”, cioè “ti amo del mio povero amore umano”. Il Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”. Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô-se)”. Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! E’ proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,19).
Da quel giorno Pietro ha “seguito” il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 24 maggio 2006]
1. La promessa fatta da Gesù a Simon Pietro, di costituirlo pietra fondamentale della sua Chiesa, ha riscontro nel mandato che il Cristo gli affida dopo la risurrezione: “Pasci i miei agnelli”, “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21, 15-17). Vi è un oggettivo rapporto tra il conferimento della missione attestato dal racconto di Giovanni, e la promessa riferita da Matteo (cf. Mt 16, 18-19). Nel testo di Matteo vi era un annuncio. In quello di Giovanni vi è l’adempimento dell’annuncio. Le parole: “Pasci le mie pecorelle” manifestano l’intenzione di Gesù di assicurare il futuro della Chiesa da lui fondata, sotto la guida di un pastore universale, ossia Pietro, al quale egli ha detto che, per sua grazia, sarà “pietra” e che avrà le “chiavi del regno dei cieli”, col potere “di legare e di sciogliere”. Gesù, dopo la risurrezione, dà una forma concreta all’annuncio e alla promessa di Cesarea di Filippo, istituendo l’autorità di Pietro come ministero pastorale della Chiesa, a raggio universale.
2. Diciamo subito che in tale missione pastorale s’integra il compito di “confermare i fratelli” nella fede, di cui abbiamo trattato nella precedente catechesi. “Confermare i fratelli” e “pascere le pecore” costituiscono congiuntamente la missione di Pietro: si direbbe il proprium del suo ministero universale. Come afferma il Concilio Vaticano I, la costante tradizione della Chiesa ha giustamente ritenuto che il primato apostolico di Pietro “comprende pure la suprema potestà di magistero” (cf. Denz.-S. 3065). Sia il primato che la potestà di magistero sono conferiti direttamente da Gesù a Pietro come persona singolare, anche se ambedue le prerogative sono ordinate alla Chiesa, senza però derivare dalla Chiesa, ma solo da Cristo. Il primato è dato a Pietro (cf. Mt 16, 18) come - l’espressione è di Agostino - “totius Ecclesiae figuram gerenti” (Epist., 53,1.2), ossia in quanto egli personalmente rappresenta la Chiesa intera; e il compito e potere di magistero gli è conferito come fede confermata perché sia confermante per tutti i “fratelli” (cf. Lc 22, 31 s). Ma tutto è nella Chiesa e per la Chiesa, di cui Pietro è fondamento, clavigero e pastore nella sua struttura visibile, in nome e per mandato di Cristo.
3. Gesù aveva preannunciato questa missione a Pietro non solo a Cesarea di Filippo, ma anche nella prima pesca miracolosa, quando, a Simone che si riconosceva peccatore, aveva detto: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5, 10). In tale circostanza, Gesù aveva riservato a Pietro personalmente questo annuncio, distinguendolo dai suoi compagni e soci, tra i quali i “figli di Zebedeo”, Giacomo e Giovanni (cf. Lc 5, 10). Anche nella seconda pesca miracolosa, dopo la risurrezione, emerge la persona di Pietro in mezzo agli altri Apostoli, secondo la descrizione dell’avvenimento fatta da Giovanni (Gv 21, 2 ss), quasi a tramandarne il ricordo nel quadro di una simbologia profetica della fecondità della missione affidata da Cristo a quei pescatori.
4. Quando Gesù sta per conferire la missione a Pietro, si rivolge a lui con un appellativo ufficiale: “Simone, figlio di Giovanni” (Gv 21, 15), ma assume poi un tono familiare e d’amicizia: “Mi ami tu più di costoro?”. Questa domanda esprime un interesse per la persona di Simon Pietro e sta in rapporto con la sua elezione per una missione personale. Gesù la formula a tre riprese, non senza un implicito riferimento al triplice rinnegamento. E Pietro dà una risposta che non è fondata sulla fiducia nelle proprie forze e capacità personali, sui propri meriti. Ormai sa bene che deve riporre tutta la sua fiducia soltanto in Cristo: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo” (Gv 21, 17). Evidentemente il compito di pastore richiede un amore particolare verso Cristo. Ma è lui, è Dio che dà tutto, anche la capacità di rispondere alla vocazione, di adempiere la propria missione. Sì, bisogna dire che “tutto è grazia”, specialmente a quel livello!
5. E avuta la risposta desiderata, Gesù conferisce a Simon Pietro la missione pastorale: “Pasci i miei agnelli”; “Pasci le mie pecorelle”. È come un prolungamento della missione di Gesù, che ha detto di sé: “Io sono il buon Pastore” (Gv 10, 11). Gesù, che ha partecipato a Simone la sua qualità di “pietra”, gli comunica anche la sua missione di “pastore”. È una comunicazione che implica una comunione intima, che traspare anche dalla formulazione di Gesù: “Pasci i miei agnelli . . . le mie pecorelle”; come aveva già detto: “Su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). La Chiesa è proprietà di Cristo, non di Pietro. Agnelli e pecorelle appartengono a Cristo, e a nessun altro. Gli appartengono come a “buon Pastore”, che “offre la vita per le sue pecore” (Gv 10, 11). Pietro deve assumersi il ministero pastorale nei riguardi degli uomini redenti “con il sangue prezioso di Cristo” (1 Pt 1, 19). Sul rapporto tra Cristo e gli uomini, diventati sua proprietà mediante la redenzione, si fonda il carattere di servizio che contrassegna il potere annesso alla missione conferita a Pietro: servizio a Colui che solo è “pastore e guardiano delle nostre anime” (1 Pt 2, 25), e nello stesso tempo a tutti coloro che Cristo-buon Pastore ha redento a prezzo del sacrificio della croce. È chiaro, peraltro, il contenuto di tale servizio: come il pastore guida le pecore verso i luoghi in cui possono trovare cibo e sicurezza, così il pastore delle anime deve offrir loro il cibo della parola di Dio e della sua santa volontà (cf. Gv 4, 34), assicurando l’unità del gregge e difendendolo da ogni ostile incursione.
6. Certo, la missione comporta un potere, ma per Pietro - e per i suoi successori - è una potestà ordinata al servizio, a un servizio specifico, un ministerium. Pietro la riceve nella comunità dei Dodici. Egli è uno della comunità degli Apostoli. Ma non c’è dubbio che Gesù, sia mediante l’annuncio (cf. Mt 16, 18-19), sia mediante il conferimento della missione dopo la sua risurrezione, riferisce in modo particolare a Pietro quanto trasmette a tutti gli Apostoli, come missione e come potere. Solo a lui Gesù dice: “Pasci”, ripetendoglielo tre volte. Ne deriva che, nell’ambito del comune compito dei Dodici, si delineano per Pietro una missione e un potere, che toccano soltanto a lui.
7. Gesù si rivolge a Pietro come a persona singola in mezzo ai Dodici, non soltanto come a un rappresentante di questi Dodici: “Mi ami tu più di costoro?” (Gv 21, 15). A questo soggetto - il tu di Pietro - è chiesta la dichiarazione d’amore ed è conferita questa missione e autorità singolare. Pietro è dunque distinto tra gli altri Apostoli. Anche la triplice ripetizione della domanda sull’amore di Pietro, probabilmente in rapporto con il suo triplice rinnegamento di Cristo, accentua il fatto del conferimento a lui di un particolare ministerium, come decisione di Cristo stesso, indipendentemente da qualunque qualità o merito dell’Apostolo, e anzi nonostante la sua momentanea infedeltà.
8. La comunione nella missione messianica, stabilita da Gesù con Pietro mediante quel mandato: “Pasci i miei agnelli . . .”, non può non comportare una partecipazione dell’Apostolo-Pastore allo stato sacrificale di Cristo-buon Pastore “che offre la vita per le sue pecore”. Questa è la chiave di interpretazione di molte vicende, che si ritrovano nella storia del pontificato dei successori di Pietro. Su tutto l’arco di questa storia aleggia quella predizione di Gesù: “Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21, 18). Era la predizione della conferma che Pietro avrebbe dato al suo ministero pastorale con la morte per martirio. Come dice Giovanni, con tale morte Pietro “avrebbe glorificato Dio” (Gv 21, 19). Il servizio pastorale, affidato a Pietro nella Chiesa, avrebbe avuto la sua consumazione nella partecipazione al sacrificio della croce, offerto da Cristo per la redenzione del mondo. La croce, che aveva redento Pietro, sarebbe così diventata per lui il mezzo privilegiato per esercitare fino in fondo il suo compito di “Servo dei servi di Dio”.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 9 dicembre 1992]
«Come mi guarda oggi Gesù?». La domanda suggerita da Francesco raggiunge e interpella direttamente ciascun cristiano con la stessa forza dei «tre sguardi che il Signore ha avuto per Pietro». Sguardi che raccontano «l’entusiasmo della vocazione, il pentimento e la missione», ha spiegato il Papa nella messa celebrata venerdì 22 maggio, nella cappella della Casa Santa Marta.
Il brano che racconta il dialogo tra Gesù e Pietro, ha fatto notare il Pontefice, «è quasi alla fine» del vangelo di Giovanni» (21, 15-19) «Ricordiamo sempre — ha proseguito — la storia di quella notte di pesca», quando «i discepoli non hanno preso alcun pesce, niente». E per questo «erano un po’ arrabbiati». Perciò «quando si avvicinarono alla riva» e si sentirono domandare da un uomo se avessero «qualcosa da mangiare», ecco che «loro arrabbiati» risposero: «No!». Perché veramente «non avevano pescato niente». Ma quest’uomo gli disse di gettare la rete dall’altra parte: i discepoli l’hanno fatto «e la rete si riempì di pesce».
È «Giovanni, l’amico più vicino, a riconoscere il Signore». Da parte sua «Pietro, l’entusiasta, si butta in mare per arrivare prima dal Signore». Questa è davvero «una pesca miracolosa», ha osservato Francesco, ma «quando sono arrivati — qui incomincia il passo di oggi del Vangelo — trovano che Gesù aveva preparato la colazione: sulla griglia c’era il pesce». Così mangiano insieme. Poi «dopo aver mangiato, incomincia il dialogo fra Gesù e Pietro».
«Oggi nella preghiera — ha confidato il Papa — mi veniva al cuore, mi tornava com’era lo sguardo di Gesù su Pietro». E nel Vangelo, ha aggiunto, «ho trovato tre differenti sguardi di Gesù su Pietro».
«Il primo sguardo», ha fatto notare Francesco, si incontra «all’inizio del vangelo di Giovanni, quando Andrea va da suo fratello Pietro e gli dice: “Abbiamo trovato il Messia”». E «lo porta da Gesù», il quale «fissa il suo sguardo su di lui e dice: “Tu sei Simone, figlio di Giona. Sarai chiamato Pietro”». È «il primo sguardo, lo sguardo della missione che, più avanti a Cesarea di Filippo, spiega la missione: “Tu sei Pietro, e sopra questa pietra io edificherò la mia Chiesa”: questa sarà la tua missione».
«Nel frattempo — ha affermato il Pontefice — Pietro era diventato un entusiasta di Gesù: seguiva Gesù. Ricordiamo quel passo del sesto capitolo del vangelo di Giovanni, quando Gesù parla del mangiare il suo corpo e tanti discepoli in quel momento dicevano: “Ma è duro questo, questa parola è difficile”». Tanto che «incominciarono a tirarsi indietro». Allora «Gesù guarda i discepoli e dice: “Anche voi volete andarvene”?». Ed «è l’entusiasmo di Pietro che risponde: “No! Ma dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!”». Dunque, ha spiegato Francesco, «c’è il primo sguardo: la vocazione e un primo annuncio della missione». E «com’è l’anima di Pietro in quel primo sguardo? Entusiasta». È «il primo tempo di andare con il Signore».
Poi, ha aggiunto il Papa, «ho pensato al secondo sguardo». Lo troviamo «la tarda notte del Giovedì santo, quando Pietro vuol seguire Gesù e si avvicina dove lui è, nella casa del sacerdote, in prigione, ma viene riconosciuto: “No, io questo non lo conosco!”». Lo rinnega «per tre volte». Poi «sente il canto del gallo e si ricorda: ha rinnegato il Signore. Ha perso tutto. Ha perso il suo amore». Proprio «in quel momento Gesù è portato in un’altra stanza, attraverso il cortile, e fissa lo sguardo su Pietro». Il vangelo di Luca dice che «Pietro pianse amaramente». Così «quell’entusiasmo di seguire Gesù è diventato pianto, perché lui ha peccato, lui ha rinnegato Gesù». Però «quello sguardo cambia il cuore di Pietro, più di prima». Dunque «il primo cambiamento è il cambio di nome e anche di vocazione». Invece «questo secondo sguardo è uno sguardo che cambia il cuore ed è un cambio di conversione all’amore».
«Non sappiamo come sia stato lo sguardo in quell’incontro, da soli, dopo la risurrezione» ha affermato Francesco. «Sappiamo che Gesù ha incontrato Pietro, dice il Vangelo, ma non sappiamo cosa hanno detto». E così quello raccontato nella liturgia di oggi «è un terzo sguardo: la conferma della missione; ma anche lo sguardo nel quale Gesù chiede conferma dell’amore di Pietro». Infatti «per tre volte — tre volte! — Pietro aveva rinnegato»; e ora il Signore «per tre volte chiede la manifestazione del suo amore». E «quando Pietro, ogni volta, dice di sì, che gli vuole bene, che lo ama, lui dà la missione: “Pasci i miei agnelli, pascola le mie pecore”». Di più, alla terza domanda — «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?» — Pietro «rimase addolorato, quasi piange». È dispiaciuto perché «per la terza volta» il Signore «gli domandava “Mi vuoi bene?”». E gli risponde: «Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene». E di rimando Gesù: «Pasci le mie pecore». Ecco «il terzo sguardo: lo sguardo della missione».
Francesco ha quindi riproposto l’essenza dei «tre sguardi» del Signore su Pietro: «Il primo, lo sguardo della scelta, con l’entusiasmo di seguire Gesù; il secondo, lo sguardo del pentimento nel momento di quel peccato tanto grave di avere rinnegato Gesù; il terzo sguardo è lo sguardo della missione: “Pasci i miei agnelli, pascola le mie pecore, pasci le mie pecore”». Ma «non finisce lì. Gesù va più avanti: tu fai tutto questo per amore e poi? Sarai incoronato re? No». Anzi, il Signore afferma chiaramente: «Ti dico: quando eri più giovane, ti vestivi da solo e andavi dove volevi. Ma quando sarai vecchio, tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Come a dire: «Anche tu, come me, sarai in quel cortile nel quale io ho fissato il mio sguardo su di te: vicino alla croce».
Proprio su questo il Papa ha proposto un esame di coscienza. «Anche noi possiamo pensare: qual è oggi lo sguardo di Gesù su me? Come mi guarda Gesù? Con una chiamata? Con un perdono? Con una missione?». Siamo certi che «sulla strada che lui ha fatto, tutti noi siamo sotto lo sguardo di Gesù: lui ci guarda sempre con amore, ci chiede qualcosa, ci perdona qualcosa e ci dà una missione».
Prima di proseguire la celebrazione — «adesso Gesù viene sull’altare» ha ricordato — Francesco ha invitato a pregare: «Signore, tu sei qui, tra noi. Fissa il tuo sguardo su me e dimmi cosa debbo fare; come devo piangere i miei sbagli, i miei peccati; quale sia il coraggio con il quale devo andare avanti sulla strada che tu hai fatto per primo». E «durante questo sacrificio eucaristico», è opportuno «che ci sia questo nostro dialogo con Gesù». Poi, ha concluso, «ci farà bene pensare durante tutta la giornata allo sguardo di Gesù su di me».
[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 23/05/2015]
Sacerdotale, diversa resilienza
(Gv 17,20-26)
Per tutelare i suoi da timori di rappresaglie, Gesù si preoccupa di far comprendere a quale livello di realizzazione e considerazione guidasse i discepoli.
L'Unità prioritaria cui tiene è quella che s’introduce trasmettendo la reciprocità divina tra Padre e Figlio.
Essa affiora proprio mentre lasciamo agire in noi il fermento che ci costituisce sorelle e fratelli, suo Corpo.
Se la Chiesa contempla e mostra la Gloria del Cristo, è perché ha saputo collocarsi nel punto che gli spetta, sino a dare vita e sostanze: ‘giudicando’ pure la realtà, ma dal criterio della Croce (cf. v.24).
Così, l’esperienza dell’Unità in Dio - segno più inconfutabile della sua Presenza - fu davvero profonda nelle comunità giovannee.
Senza preclusioni, nelle assemblee dell’Asia Minore si svelava il fascino di quei versanti dell’Unicità che dal mondo consuetudinario venivano valutati al pari di squilibri e difetti.
Le prime comunità erano un ambiente che aiutava a valorizzare i lati nascosti: opportunità di arricchimento e vocazioni personali.
In tal guisa, al termine della Preghiera sacerdotale, in Gesù emerge una preoccupazione saliente: quella ‘eucaristica’ per eccellenza.
L’attesa ebraica del Messia diventa attesa dell’Unità [non psicologica e banale, bensì Dono dall’alto].
Sul tema della Gloria, gli apostoli non devono fare confusione.
Veicolo della Gloria è l’amore e l’ineludibile fare festa insieme - proprio come nella Eucaristia: lo stesso Oro divino che torna ad affiorare ed essere offerto ancora.
In forma orante, il Signore fa memoriale di tutti coloro che nel corso della storia crederanno in Lui, attraverso la parola e la testimonianza dei discepoli, i quali si faranno centro d’attrazione e unione.
A differenza delle religioni antiche, Egli vuole che la vita di Fede si caratterizzi non per una “verità” che si ha, ma per la “verità” che si fa. E non imponga una tabula rasa delle eccentricità sognanti.
Non testimoniamo l’Immenso sulla terra nelle capacità d’intendere e volere coerenti secondo procedura.
Per formulare definizioni basta mettere in campo energie intellettuali.
Per difendere, promuovere e rallegrare la vita, bisogna essere animati dallo stesso Spirito di Dio, nella sua opera d’Unità primaria.
L’amore terreno che la riflette non è più capacità, bensì possibilità.
Nel suo peso specifico il Nucleo divino non ha nulla d’immediatamente appagante e trionfale; viceversa, molto di servizievole e liberante.
L’amicizia insomma che svela ciò ch’è celeste e primale [non passeggero e causale] non sta nel sapere, concatenare, riprodurre; nell’affermare, o rinunciare; neanche nel farcela… a parare i colpi e avanzare.
Non basta neppure una forma di Giustizia che dia a ciascuno il suo. Essa recupera gli opposti.
Padre «giusto» (v.25) si riferisce alla distinzione tra mondo e le piccole assemblee di adesione scambievole dei primi tempi, unici luoghi in cui si poteva percepire vita.
Solo nella reciprocità riflesso dell’Uno sorgivo si viveva intensamente la Gloria divina, dei primordi.
Ed anche per i futuri pellegrini in Lui, Cristo chiede a Dio la Comunione - convivialità delle differenze: non nella forma unilaterale, ma da cui prendere senso.
Ecco la ‘preghiera sacerdotale’ di Gesù - che genuinamente travalica i secoli; contemporanea senza ruga alcuna.
[Giovedì 7.a sett. di Pasqua, 21 maggio 2026]
Sacerdotale, diversa resilienza
(Gv 17,20-26)
Gv cerca di chiarire la nostra aspirazione universale, e penetrare il modo in cui il Signore si fa presente nei discepoli dopo la Pasqua, affinché il mondo di lassù si avvicini e inondi, irrompa nel nostro.
Il Cielo ha influsso, esorta e trasforma radicalmente l’esistenza pratica.
Sulla terra possiamo avere un’esperienza diretta e tutta reale di Dio, nella vetta del discepolato e della sequela, anche non immediati.
Al termine della Preghiera sacerdotale, in Gesù emerge una preoccupazione saliente: quella ‘eucaristica’ per eccellenza.
L’attesa ebraica del Messia diventa attesa dell’Unità [non psicologica e banale, bensì Dono dall’alto].
Sul tema della Gloria, gli apostoli non devono fare confusione.
Veicolo della Gloria è l’amore e l’ineludibile fare festa insieme - proprio come nella Eucaristia: lo stesso Oro divino che torna ad affiorare ed essere offerto ancora.
In forma orante, il Signore fa memoriale di tutti coloro che nel corso della storia crederanno in Lui, attraverso la parola e la testimonianza dei discepoli, i quali si faranno centro d’attrazione e unione.
A differenza delle religioni antiche, Egli vuole che la vita di Fede si caratterizzi non per una “verità” che si ha, ma per la “verità” che si fa.
Il peso della manifestazione divina non dev’esser più rintracciato in formule e dogmi corretti: le dispute inaspriscono.
La dimostrazione di Dio di fronte all’umanità non può stare in un codice esterno che renda tutti dipendenti, facendo tabula rasa delle eccentricità sognanti.
Non testimoniamo l’Immenso sulla terra nelle capacità d’intendere e volere coerenti secondo procedura.
Per formulare definizioni basta mettere in campo energie intellettuali.
Per difendere, promuovere e rallegrare la vita, bisogna essere animati dallo stesso Spirito di Dio, nella sua opera d’Unità primaria.
L’amore terreno che la riflette non è più capacità, bensì possibilità.
In tal guisa, il Nucleo divino nel suo peso specifico non ha nulla d’immediatamente appagante e trionfale; viceversa, molto di servizievole e liberante.
Se la Chiesa contempla e mostra la Gloria del Cristo, è perché ha saputo collocarsi nel punto che gli spetta, sino a dare vita e sostanze: ‘giudicando’ pure la realtà, ma dal criterio della Croce (cf. v.24).
L’amicizia insomma che svela ciò ch’è celeste e primale [non passeggero e causale] non sta nel sapere, concatenare, riprodurre; nell’affermare, o rinunciare; neanche nel farcela… a parare i colpi e avanzare.
Non basta neppure una forma di “giustizia” che dia a ciascuno il suo - perché di divisione in divisione essa infrangerebbe la concordia: summum jus summa iniuria; jus summum saepe summa est malitia.
Ciò sgretolerebbe ogni salda intesa poliedrica - e se portata sino in fondo, condurrebbe alle peggiori ingiustizie.
Anche per i futuri pellegrini in Lui, Cristo chiede a Dio la Comunione - convivialità delle differenze: non nella forma unilaterale, ma da cui prendere senso.
L'Unità prioritaria cui tiene, è quella che s’introduce trasmettendo la reciprocità divina tra Padre e Figlio.
Essa affiora proprio mentre lasciamo agire in noi il fermento che ci costituisce fratelli, suo Corpo.
Affinché il mondo creda che Gesù è l’Inviato, gli amici devono essere nel Figlio e nel Padre - come il Figlio è nel Padre e il Padre nel Figlio.
Da tale relazione, cementata d’intima immanenza, tutte le nostre unioni prendono il loro vero senso; peso, trasparenza, passaggio, e sviluppo.
Fraternità che realizzano Redenzione nella storia, grazie a una sinergia tollerante.
Ogni persona può essere nell’altra, solo nella condivisione d’amore “artigianale”.
Questa è la manifestazione [gloria] del divino: una mutua inabitazione, che faccia Corpo Unico - altrimenti non si è credibili. Come non sarebbe credibile l’incarnazione di Dio nel Cristo.
La fede è trasmissione della gloria autentica: Fede e Gloria commisurano tale concatenazione di partecipazioni.
E Padre «giusto» (v.25) si riferisce alla distinzione tra mondo e le piccole assemblee di adesione scambievole dei primi tempi, unici luoghi in cui si poteva percepire vita.
Solo nella reciprocità riflesso dell’Uno sorgivo si viveva intensamente.
L’esperienza dell’Unità in Dio - segno più inconfutabile della sua Presenza - fu davvero profonda nelle comunità giovannee.
Quelle assemblee autentiche erano un ambiente che aiutava a valorizzare i lati nascosti.
In tali chiese senza preclusioni si svelava il fascino di quei versanti dell’Unicità che dal mondo consuetudinario venivano valutati al pari di squilibri e difetti, invece che opportunità di arricchimento particolare: umano, culturale, spirituale - e Chiamate personali.
La nota che rende riconoscibile l’assemblea dei figli è appunto il divenire Uno nella Sorgente dell’essere - non il permanere uniformi.
Gloria dei primordi.
Una Gloria diversa, che recupera gli opposti e non persegue doppiezze (magari utilizzando il nome di Dio a paravento e voltagabbana).
Per tutelare i suoi da timori di rappresaglie organizzate e persino sacrali [cartina al tornasole della bontà di valori e scelte] Gesù si preoccupa di far comprendere a quale livello di realizzazione e considerazione guidasse i discepoli.
La Trinità è unica Fonte zampillante; motivo, energia, e motore - vero punto di forza, che dà stimolo, forma, colore, alle situazioni più svariate e persino al rifiuto.
È da mettere in conto che sorgano antipatie, tentativi d’irrisione e peggio, verso chi estende l’orizzonte.
Superficiali e vanitosi installati non meritano credibilità alcuna. Ma non ci stanno a farsi smascherare. E certo non rinunciano a posizioni contraffatte, sulle quali viceversa insistono volentieri.
Vale anche per gli steccati costruiti ad arte in secoli di lotte, addirittura fra denominazioni cristiane.
Comparandone la storia di assurdi conflitti, questo Vangelo sembra dire: nessuna di loro ha davvero fatto esperienza del Padre.
Nessuna di loro ha visto e capito il volto dell’altra, se non per l’allestimento d’una identità do norma artificiosa, costruita sulla più banale contrapposizione.
Come ha suggerito Papa Francesco, tutto ciò a copertura d’interessi venali e fatue superbie; null’altro.
D’altro canto, gli uomini di oggi come di allora - vedendo una Chiesa non conflittuale, serva e povera - contemplerebbero il Crocifisso.
Avrebbero esperienza della Gloria divina.
Ecco la preghiera sacerdotale di Gesù - che genuinamente travalica i secoli; contemporanea senza ruga alcuna.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa pensi del dialogo ecumenico e interreligioso? Ti arricchisce o demoralizza?
Ritieni che sia la Chiesa opaca e trionfante a farci contemplare il Crocifisso, o quella trasparente e povera?
L’unità nella Chiesa è stata al centro della riflessione di Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 21 maggio. Rileggendo il brano del vangelo di Giovanni (17, 20-26) proposto dalla liturgia del giorno, il Pontefice ha innanzitutto sottolineato come «consola tutti sentire questa parola: “Padre, non prego solo per questi ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola”». È quanto detto da Gesù nell’atto di congedarsi dagli apostoli. In quel momento Gesù prega il Padre per i discepoli e «prega anche per noi».
Francesco ha fatto notare che «Gesù ha pregato per noi, in quel momento, e continua a farlo». Si legge infatti nel Vangelo: «Padre, prego per questi ma per tanti altri che verranno». Un dettaglio non irrilevante verso il quale, forse, non si è abbastanza attenti. Eppure, ha ribadito il Papa, «Gesù ha pregato per me» e questo «è proprio fonte di fiducia». Potremmo immaginare «Gesù davanti al Padre, in cielo», che prega per noi. E «cosa vede il Padre? Le piaghe», ovvero il prezzo che Gesù «ha pagato per noi».
Con questa immagine il Pontefice è entrato nel cuore della sua riflessione. Infatti, si è domandato, «cosa chiede al Padre Gesù in questa preghiera?». Dice forse: «Prego per loro perché la vita sia buona, perché abbiano i soldi, perché siano tutti felici, perché non manchi niente a loro?...». No, Gesù «prega perché tutti siano una sola cosa: “Come tu sei in me e io in te”». In quel momento egli prega «per l’unità nostra. Per l’unità del suo popolo, per l’unità della sua Chiesa».
Gesù, ha spiegato Francesco, sa bene che «lo spirito del mondo, che è proprio lo spirito del padre della divisione, è uno spirito di divisione, di guerra, di invidie, di gelosie», e che questo è presente «anche nelle famiglie, anche nelle famiglie religiose, anche nelle diocesi, anche nella Chiesa tutta: è la grande tentazione». Perciò «la grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre: ovvero, «come tu Padre sei in me e io in te», nella «unità che lui ha con il Padre».
Qualcuno potrebbe allora chiedere: «Ma, padre, con questa preghiera di Gesù se noi vogliamo essere fedeli, noi non possiamo chiacchierare uno contro l’altro?». Oppure: «Non possiamo etichettare questo di..., questo è così, questo è ...?». E «quell’altro, che è stato bollato come rivoluzionario...?». La risposta del Papa è stata chiara: «No». Perché, ha aggiunto, «dobbiamo essere uno, una sola cosa, come Gesù e il Padre sono una sola cosa». Ed è proprio questa «la sfida di tutti noi cristiani: non lasciare posto alla divisione fra noi, non lasciare che lo spirito di divisione, il padre della menzogna entri in noi». Dobbiamo, ha insistito il Papa, «cercare sempre l’unità». Ognuno naturalmente «è come è», ma deve cercare di vivere nell’unità: «Gesù ti ha perdonato? Perdona tutti quanti».
Il Signore prega perché riusciamo in questo. Ha spiegato il Pontefice: «La Chiesa ha tanto bisogno, tanto, di questa preghiera di unità, non solo quella di Gesù; anche noi dobbiamo unirci a questa preghiera». Del resto, sin dagli inizi la Chiesa ha manifestato questa necessità: «Se cominciamo a leggere il libro degli Atti degli Apostoli dall’inizio — ha detto Francesco — vedremo che lì incominciano le liti, anche le truffe. Uno vuole truffare l’altro, pensate Anania e Saffira...». Già nel corso di quei primi anni si incontrano le divisioni, gli interessi personali, gli egoismi. Fare l’unità è stato ed è una vera e propria «lotta».
Bisogna tuttavia rendersi conto che «da soli non possiamo» raggiungere l’unità: questa infatti «è una grazia». Perciò, ha ribadito il Pontefice, «Gesù prega, ha pregato quel tempo, prega per la Chiesa, ha pregato per me, per la Chiesa, perché io vada su questa strada».
L’unità è talmente importante che, ha fatto notare il Papa, «nel brano che abbiamo letto» questa parola è ripetuta «quattro volte in sei versetti». Un’unità che «non si fa con la colla». Non esiste infatti «la Chiesa fatta con la colla»: la Chiesa è resa una dallo Spirito. Ecco allora che «dobbiamo fare spazio allo Spirito, perché ci trasformi come il Padre è nel Figlio, in una sola cosa».
Per raggiungere tale obiettivo, ha aggiunto Francesco, c’è un consiglio dato dallo stesso Gesù: «Rimanete in me». Anche questa è una grazia. Nella sua preghiera Gesù chiede: «Padre, voglio che quelli che mi hai dato, anch’essi siano con me dove sono io» perché «contemplino la mia gloria».
Da questa meditazione è scaturito un consiglio: quello di rileggere i versetti 20-26 del capitolo 17 del Vangelo di Giovanni e pensare: «Gesù prega, prega per me, ha pregato e prega per me ancora. Prega con le sue piaghe, davanti al Padre». E lo fa «perché tutti noi siamo una sola cosa, come lui è con il Padre, per l’unità». Questo «ci deve spingere a non fare giudizi», a non fare «cose che vadano contro l’unità», e a seguire il consiglio di Gesù «di rimanere in lui in questa vita perché possiamo rimanere con lui nell’eternità».
Questi insegnamenti, ha concluso il Papa, si trovano nel discorso di Gesù durante l’ultima cena. Nella messa «noi riviviamo» quella cena e Gesù ci ripete quelle parole. Durante l’Eucaristia, perciò, «lasciamo posto perché le parole di Gesù entrino nel nostro cuore e tutti noi siamo capaci di essere testimoni di unità nella Chiesa e di gioia nella speranza della contemplazione della gloria di Gesù».
[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 22/05/2015]
Ascensione del Signore (anno A) [Giovedì 14 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (1,1-11)
I primi versetti fanno da ponte tra gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Luca, anch’esso dedicato a un certo Teofilo. L’uno comincia dove l’altro finisce, cioè con il racconto dell’Ascensione di Gesù, anche se i due racconti non concordano in tutto. Il Vangelo, riporta la missione e la predicazione di Gesù; il secondo è dedicato alla missione e alla predicazione degli Apostoli, da qui il nome “Atti degli Apostoli”. Il parallelo si può spingere oltre: il Vangelo comincia e finisce a Gerusalemme, centro del mondo giudaico e della Prima Alleanza; gli Atti cominciano a Gerusalemme, perché la Nuova Alleanza è in continuità con la Prima, ma terminano a Roma, crocevia di tutte le strade del mondo allora conosciuto: la Nuova Alleanza ormai oltrepassa i confini di Israele. Per Luca è chiaro che questa espansione è opera dello Spirito Santo. È lo Spirito stesso di Gesù e sarà l’ispiratore degli Apostoli a partire dalla Pentecoste, tanto che gli Atti vengono spesso chiamati “il vangelo dello Spirito”. Come Gesù si era preparato alla sua missione con i quaranta giorni nel deserto dopo il Battesimo, così a sua volta prepara la Chiesa per quaranta giorni: “Per quaranta giorni apparve loro e parlò del regno di Dio”. Durante un ultimo pasto dà le sue consegne: un ordine, una promessa, un invio in missione. L’ordine è quasi sorprendente: aspettare e non muoversi. “Diede loro ordine di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre”. Che le promesse del Padre si realizzino a Gerusalemme non stupiva certo gli Undici, tutti giudei perché l’intera predicazione dei profeti assegnava a Gerusalemme un ruolo decisivo nel compimento del progetto di Dio. Luca precisa il contenuto della promessa: “Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni”. Gli apostoli; avevano in mente le profezie di Gioele: “Io spanderò il mio spirito sopra ogni persona” (Gl 3,1-2), di Zaccaria: “In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente aperta per lavare il peccato e l’impurità”(Zc13,1) ed Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati… Vi darò un cuore nuovo, e metterò dentro di voi uno spirito nuovo…Metterò il mio spirito dentro di voi”( Ez 36,25-27).
La domanda degli apostoli “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” mostra che hanno ben capito che il famoso Giorno di Dio è sorto. La risposta di Gesù non deve stupirci: Dio sollecita la collaborazione degli uomini per realizzare il suo progetto e la salvezza di Dio giunta grazie a Gesù Cristo chiede agli uomini di entrarvi. Perché ciò avvenga occorre che gli uomini lo sappiano e nasce da qui la missione e la responsabilità degli Apostoli. Lo Spirito è dato loro per questo: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni”. Ciò significa che tra il dono dello Spirito e l’avvento definitivo del Regno c’è un intervallo che è il tempo della testimonianza: un intervallo tanto più lungo quanto più si tratta di portare l’annuncio all’umanità intera. “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Il libro degli Atti segue esattamente questo piano. Come al mattino di Pasqua “due uomini in vesti sfolgoranti” avevano strappato le donne alla loro contemplazione dicendo “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”, così il giorno dell’Ascensione due uomini in vesti bianche fanno lo stesso con gli Apostoli: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Tornerà, ne siamo certi, ed è per questo che diciamo ad ogni Eucaristia: “Nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”. La nube nella Bibbia è il segno visibile della presenza di Dio come al passaggio del Mar Rosso o alla Trasfigurazione. La nube che sottrae Gesù allo sguardo degli uomini è il segno che ora egli è entrato nel mondo di Dio: cessa pertanto la sua presenza carnale e visibile per inaugurare quella spirituale. E’ impossibile ricostruire esattamente ciò che è successo tra la Risurrezione di Gesù, la notte di Pasqua, e il giorno in cui ha lasciato definitivamente i suoi apostoli per tornare al Padre. Nei racconti di Luca, tra Vangelo e Atti, le due narrazioni sono molto simili: la partenza di Gesù avviene vicino a Gerusalemme, perché il Vangelo parla di Betania e gli Atti del Monte degli Ulivi; in entrambi Luca precisa che Gesù raccomanda ai discepoli di non lasciare Gerusalemme prima di aver ricevuto lo Spirito Santo. L’unica divergenza riguarda il tempo: nel Vangelo sembra che la partenza avvenga la sera stessa di Pasqua; dopo l’apparizione ai discepoli di Emmaus, questi tornano a Gerusalemme a raccontare tutto agli Undici; ed è mentre parlano insieme che Gesù appare, sta con loro, spiega le Scritture; poi li conduce a Betania e lì scompare definitivamente ai loro occhi. Negli Atti invece Luca precisa che tra Pasqua e Ascensione sono trascorsi quaranta giorni; ed è per questo che celebriamo l’Ascensione quaranta giorni dopo Pasqua. Negli altri Vangeli non si trova quasi nulla su questo: in Matteo manca un racconto di Ascensione ma c’è solo un’apparizione di Gesù a due donne che si erano recate al sepolcro e poi ai discepoli in Galilea durante la quale dice la frase con ci si chiude il suo Vangelo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” Giovanni riporta più a lungo diverse apparizioni del Risorto, una a Maria di Magdala e tre ai discepoli, l’ultima presso il lago di Tiberiade; ma non racconta l’Ascensione. Quanto a Marco, racconta l’apparizione a Maria di Magdala, poi a due discepoli che andavano in campagna e infine agli Undici. Gesù li manda a predicare il Vangelo al mondo intero e Marco chiude dicendo: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”. Queste differenze tra i Vangeli provano che le loro precisazioni non mirano alla realtà storica o geografica: Matteo ha le sue ragioni per parlare della Galilea. Luca invece ha le sue per insistere su Gerusalemme perché proprio lì Gesù ha detto loro di attendere il dono dello Spirito e il Vangelo di Luca termina con l’ultima consegna di Gesù: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”(Lc24,49).
Salmo responsoriale (46/ 47)
Qui Israele canta e acclama Dio come suo re e questo non sorprende, ma cosa più stupefacente, dice che Dio è il re di tutta la terra. Ora, in Israele non lo si è sempre pensato. Prima dell’Esilio a Babilonia nessuno dei re d’Israele ha immaginato che Dio fosse il Signore dell’universo intero. Questo significa che il salmo è stato composto tardi nella storia del popolo eletto. Mi fermo sulla prima affermazione: Dio è il re d’Israele. Per un lungo periodo della storia biblica Israele ha avuto dei re, come i popoli vicini, ma la sua concezione della regalità era particolare, e questa specificità è durata per tutta la storia. In Israele il re non poteva mai pretendere di essere il personaggio più alto del paese e non aveva ogni potere, perché Dio restava il padrone. Detto altrimenti, il vero re in Israele non era altri che Dio stesso. Il re, per esempio, non disponeva delle leggi a suo piacimento e doveva, come tutti, sottomettersi alla Legge di Dio data a Mosè sul Sinai. Secondo il libro del Deuteronomio, doveva leggere l’intera Legge tutti i giorni della sua vita. Anche seduto sul trono, era in linea di principio solo un esecutore degli ordini di Dio trasmessi dai profeti. Nei Libri dei Re, infatti, si vede spesso l’uno o l’altro re chiedere l’accordo del profeta del momento prima di partire in battaglia o addirittura, nel caso di Davide, prima di intraprendere la costruzione del Tempio. E si vedono a più riprese i profeti intervenire liberamente nella vita dei re e criticare a volte violentemente i loro comportamenti. L’affermazione della sovranità di Dio fu persino un freno all’istituzione della monarchia. Si ricorda la reazione molto violenta del profeta Samuele, al tempo dei Giudici, quando i capi delle tribù d’Israele vennero a dirgli che volevano un re “per essere come le altre nazioni”. Desiderare di essere “come le altre nazioni” quando si ha l’onore di essere il popolo scelto da Dio per l’alleanza, era ai suoi occhi una vera bestemmia. Finì per cedere alle insistenze dei capi delle tribù, ma non senza avvertirli che si procuravano la propria rovina. E quando consacrò il primo re, Saul, ebbe cura di precisare che diventava il capo del patrimonio di Dio. Il popolo restava il popolo di Dio e non quello del re, e costui non era che un servitore di Dio. E lungo tutta la monarchia, in Israele, i profeti si incaricarono di ricordare ai re questa verità elementare. Al punto che i libri dei Re, quando raccontano i regni successivi, hanno un solo criterio di valutazione: la fedeltà di ciascun re alla volontà di Dio. Una formula ritorna continuamente: “Tale re fece ciò che è retto agli occhi del Signore”, oppure al contrario “Tale re fece ciò che è male agli occhi del Signore”. È dunque in onore di Dio stesso che il nostro salmo dispiega qui tutto il vocabolario rivolto altrove ai re della terra. La stessa parola “terribile” è un complimento, è una parola abituale del linguaggio di corte ed è rassicurante: i nemici sono avvertiti, il nostro re sarà invincibile. A ogni riga di questo salmo è evidente che si tratta del Dio del Sinai, il Signore, che è acclamato come Dio e re di tutto l’universo. Questa dimensione universale è molto presente nel salmo fino a dire “Dio regna sulle nazioni pagane”. Ora, la scoperta del monoteismo risale solo all’Esilio a Babilonia: fino ad allora il popolo d’Israele non era ancora monoteista. Essere monoteisti significa affermare che esiste un solo Dio, lo stesso per tutto il cosmo e l’umanità. Prima dell’Esilio non era così: si dice che Israele era “monolatrico”; cioè riconosceva per sé un solo Dio, quello dell’Alleanza del Sinai. Ma riteneva che gli altri popoli avessero i loro propri dèi. Questo salmo è stato quindi probabilmente composto dopo il ritorno dall’Esilio e non è nella sala del trono che queste acclamazioni risuonavano, ma nel Tempio di Gerusalemme ricostruito. Gli Ebrei anche ora immaginano già il Giorno in cui finalmente Dio sarà riconosciuto per quello che è, il Padre di ogni bontà. Noi cristiani riprendiamo a nostra volta questo salmo. E la frase “Ascende Dio tra le acclamazioni” è quanto mai opportuna per la celebrazione dell’Ascensione di Gesù Cristo. Anche se la regalità di Cristo non è ancora realizzata totalmente e gli evangelisti non raccontano alcuna cerimonia di incoronazione di Cristo. Una ragione in più per tributare a Gesù già questo superbo omaggio che non fa che anticipare l’ultimo giorno quando tutti gi tomini finalmente radunati canteranno: “popoli tutti battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia”
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (1,17-23)
La Lettera agli Efesini si divide in due parti: nei capitoli 1-3 c’è una lunga contemplazione del disegno di Dio e nei capitoli 4-6 un’esortazione ai battezzati per conformare la vita a questo mistero. Per la festa dell’Ascensione la liturgia propone un brano della prima parte nell’anno A e della seconda parte nell’anno B. La prima parte inizia con una lunga formula di benedizione alla maniera giudaica che nella nostra liturgia cristiana potremmo chiamare un “prefazio” e si tratta del “disegno misericordioso” di Dio (Ef1,3-6). I battezzati partecipano già di questo misterioso progetto di Dio che, un giorno, sarà esteso all’umanità intera. E Paolo parla del privilegio di noi cristiani che, dopo aver ascoltato la parola della verità, cioè il Vangelo, abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione. Ritroviamo tutti questi termini nel brano nella lettura oggi, ma sotto forma di preghiera, che si chiama generalmente “preghiera di illuminazione” dato che ci vuole la luce di Dio per penetrare anche solo un poco in questo mistero: “Egli illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi…”. E si sa bene che la comprensione di cui parla non è questione di ragionamento ma di cuore, una disponibilità profonda a lasciarsi istruire, illuminare. E Paolo, da ebreo, sa bene che la sapienza di Dio è inaccessibile all’uomo se Dio stesso non si rivela a lui: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. E cosa c’è al termine di questa conoscenza verso cui camminiamo? Un’eredità di inestimabile valore, dice Paolo. La parola “eredità” al versetto 18 e già al versetto 14, ritorna spesso nella Bibbia: nell’Antico Testamento si tratta della terra promessa da Dio ai credenti. Lo stesso termine è ripreso dal Nuovo Testamento, in particolare nelle lettere di Paolo, per indicare il Regno e la vita eterna. Per esempio: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” Rm8,16-17). “Ringraziando con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col1,12). “Tutte le nazioni sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef3,8). Anche Giacomo sviluppa questo tema: “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”(Gc2,5). E la lettera agli Ebrei, da parte sua, riprende spesso la parola: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” Eb1,1-2); e poco più avanti: “Coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa” (Eb9,15) Perché, ed è il motivo profondo della meraviglia di Paolo, i discepoli del Signore sono già associati al trionfo del loro Maestro risorto. Nulla deve più far loro paura in questo mondo poiché la morte è vinta e le porte sono aperte sulla vita eterna. L’opera che Dio compie nel cuore dei credenti è una vera risurrezione interiore.
Dal Vangelo secondo Matteo 28, 16-20
Ecco il discorso di addio di Gesù, dopo la Risurrezione, in Galilea, chiamata comunemente “crocevia dei pagani”, la “Galilea delle genti” perché ormai la missione degli Apostoli riguarda “tutte le nazioni”. Il Vangelo di Matteo sembra chiudersi bruscamente: ma in realtà l’avventura comincia. È come in un film in cui la parola “FINE” appare su una strada che si apre verso l’infinito. Perché è proprio verso l’infinito che Gesù li invia: l’immensità del mondo e l’infinità dei secoli. “Andate… Fate discepoli tutti i popoli… Fino alla fine del mondo”. Ma erano pronti i discepoli pe runa tale missione? Se Gesù fosse un capo d’azienda, non potrebbe rischiare di affidare il seguito della sua impresa a collaboratori come questi che sembrano non aver assimilato tutta la formazione che lui ha assicurato per mesi. Sbagliano sull’obiettivo, sui tempi, sulla natura dell’impresa. Arrivano perfino a dubitare della realtà che stanno vivendo, perché Matteo dice chiaramente “alcuni però dubitavano”(Mt28,17). La missione affidata loro, piena di rischi, è promuovere un messaggio che ancora li sorprende. Follia, diranno i saggi; sapienza di Dio, risponderebbe san Paolo. Si tratta di un’impresa certamente non banale: supera tutto ciò che lo spirito umano può immaginare o concepire. Si tratta della comunicazione tra Dio e gli uomini. Colui che ne ha acceso la scintilla affida ai suoi discepoli la cura di diffonderne il fuoco: “Andate! Fate discepoli tutti i popoli: battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”: non c’è spesso l’occasione di fermarsi su questa formula straordinaria della nostra fede. Si tratta infatti della prima formulazione del mistero della Trinità: l’espressione “Nel nome di”, abituale nella Bibbia, significa che si tratta proprio di un solo Dio; allo stesso tempo le tre Persone sono nominate e ben distinte: “Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo”. Se si ricorda che il Nome, nella Bibbia, è la persona, e che battezzare significa etimologicamente “immergere”, questo vuol dire che il Battesimo ci immerge letteralmente nella Trinità. Si capisce l’ordine perentorio di Gesù ai suoi discepoli “Andate”, c’è urgenza. Come non essere impazienti di vedere tutta l’umanità approfittare di questa proposta? Allo stesso tempo, bisogna dire che questa formula così abituale per noi era per la generazione di Cristo una vera rivoluzione! Prova ne sia che quando gli apostoli Pietro e Giovanni guarirono lo storpio della Porta Bella, le autorità chiesero subito: “Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?”(At4,7), perché non era permesso invocare altro nome che quello di Dio. Gesù parla proprio di Dio, ma la sua frase cita tre persone, mentre Dio era unico, i profeti l’avevano detto abbastanza. L’incomprensione dei Giudei verso i fedeli di Cristo è iscritta qui, la persecuzione era inevitabile. Gesù lo sa, e li aveva avvertiti nell’ultima sera: “Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio, cioè crederà di difendere l’onore di Dio (Gv16,2)… E Gesù aggiungeva: “Faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me”(Gv16,3). La missione affidata agli apostoli assomiglia davvero a una follia; ma non sono soli, e questo non bisogna mai dimenticarlo. Nella misura in cui il nostro impegno non è nostro, ma suo, non abbiamo ragione di inquietarci dei risultati: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate!” (Mt28,18-19). In altri termini, siamo noi che andiamo, ma è lui che ha ogni potere. Si racconta di Giovanni XXIII che pochi giorni dopo la sua elezione ricevette la visita di un amico: “Santissimo Padre, - gli disse - come dev’essere pesante il compito!”. Giovanni XXIII rispose: “È vero, la sera, quando mi corico, penso: “Angelo, sei il Papa, e faccio fatica ad addormentarmi; ma dopo qualche minuto mi dico: Angelo, che stupido sei, il responsabile della Chiesa non sei tu, è lo Spirito Santo. Allora mi giro dall’altra parte e mi addormento!”. Anche per noi l’evangelizzazione deve essere la nostra passione, non la nostra angoscia. Gesù ha ben precisato: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Da sola, questa frase è un riassunto della vita di Cristo: questo avviene su una montagna, non si sa quale sia, ma evoca insieme quella della tentazione e quella della Trasfigurazione. Sulla montagna della tentazione Gesù ha rifiutato di ricevere da altri che dal Padre il potere sulla creazione: “Il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli disse: ‘Tutte queste cose io te le darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai’. Allora Gesù gli rispose: ‘Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto’”(CfMt4,8-10). Questo potere che Gesù non ha rivendicato, non ha comprato, gli è dato dal Padre. E ormai questo potere è nelle nostre mani! “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate! E Gesù aggiunge “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Dio della Presenza rivelato a Mosè nel roveto ardente, l’Emmanuele – che significa “Dio con noi” – promesso da Isaia, sono uno solo nello Spirito d’amore che li unisce. A noi la missione di rivelare al mondo questa presenza amorevole del Dio-Trinità.
VII Domenica di Pasqua Anno [17 Maggio 2026]
Prima Lettura dal libro degli Atti degli apostoli (1, 12-14)
La prima frase del testo riassume in poche parole una tappa cruciale della vita dei primi cristiani. Per noi è l’Ascensione e ne abbiamo fatto una festa, ma, all’origine, non era piuttosto un giorno di lutto, un giorno di grande partenza? Dopo l’orrore della Passione e della morte di Gesù, dopo lo splendore della Risurrezione, eccoli orfani per sempre. Ma proprio per questo sono più vicini a noi e il loro atteggiamento può guidare il nostro. Guardiamo dunque da vicino i loro gesti. Gesù aveva lasciato delle consegne: non lasciare Gerusalemme e attendere lì il dono dello Spirito Santo. Ecco il racconto degli Atti: “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre. ‘Quella che – egli disse – voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni’”. E il giorno stesso della sua partenza, sul Monte degli Ulivi, ha ripetuto: “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Trattengo questa espressione “la forza dello Spirito”, che dovrebbe rassicurarci in ogni circostanza. E Luca racconta: “Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. Ovviamente hanno rispettato la consegna del Maestro. Non ci stupisce quindi ritrovarli subito dopo a Gerusalemme; Luca nota che il monte degli Ulivi è vicinissimo alla città: la distanza non supera quella che si chiama “cammino di sabato”, cioè la distanza massima che si può percorrere senza violare il riposo del sabato; era poco meno di un chilometro, duemila cubiti, e un cubito, come dice il nome, è la lunghezza dell’avambraccio, circa cinquanta centimetri. Ma perché Luca dà questa precisione? Bisogna dedurne che era giorno di sabato? Oppure, insistendo sulla vicinanza del Monte degli Ulivi, Luca vuole suggerire che tutto si compie a Gerusalemme? È lì che si realizza il disegno di Dio: lì il Figlio è stato glorificato, lì è stata rinnovata l’Alleanza tra Dio e l’umanità, lì sarà dato lo Spirito. È nella città santa, dunque, che comincia la vita della Chiesa nascente; e Luca enumera chi compone il gruppo: gli Undici, alcune donne, tra cui Maria, la madre di Gesù, e alcuni fratelli, cioè probabilmente discepoli. Anche qui le precisazioni non sono per l’aneddoto; i nomi degli apostoli li conoscevamo già dal Vangelo di Luca; se ce ne ridà la lista, non è per istruirci! Luca vuole segnare la continuità nella comunità degli apostoli: sono gli stessi che hanno accompagnato Gesù per tutta la sua vita terrena, e ora si impegnano nella missione. E potranno essere testimoni della Risurrezione solo perché sono stati testimoni della vita, della Passione e della morte di Gesù. Ritroviamo quindi il gruppo di persone così diverse fra loro che Gesù aveva scelto: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea pescatori sul lago di Tiberiade; Simone zelota al tempo della vita terrena di Gesù non era ancora un impegno politico, ma era già segno di fanatismo religioso. Ci si chiede come potesse stare accanto a Matteo il pubblicano, un esattore al soldo dell’occupante e, per questo, interdetto dal culto! Non solo Gesù è riuscito a farli convivere attorno a sé, ma ormai porteranno insieme la responsabilità di continuare la missione del loro Maestro. La tradizione cristiana ha assimilato Bartolomeo a Natanaele citato da san Giovanni, che era uno specialista della Legge; se così fosse, era un’ulteriore diversità all’interno del gruppo dei Dodici. È su questa comunità di uomini così diversi fra loro che poggia ormai l’annuncio del Vangelo. Alcune brevi osservazioni: anzitutto il loro gruppo non è chiuso su se stesso, ma già aperto ad altri, uomini e donne; in secondo luogo iniziano questa vita della Chiesa nella preghiera, “assidui e concordi”, sottolinea Luca. Forse il primo miracolo degli apostoli è questo loro pregare insieme come un solo cuore nel momento in cui il Maestro li lascia, e si ritrovano apparentemente abbandonati a sé stessi e alle loro diversità che avrebbero potuto diventare divergenze. In verità sono abbandonati a se stessi solo apparentemente: Gesù ormai invisibile, non è però assente. Matteo, nel suo Vangelo, ha conservato una delle ultime frasi di Gesù: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Gli apostoli dunque non pregano per ottenere che Gesù si faccia vicino: la sua presenza è acquisita; pregano per reimmergersi nella sua presenza. Questo racconto degli Atti diventa per noi una formidabile lezione di speranza: Gesù è con noi tutti i giorni, la sua presenza ci è acquisita e la potenza dello Spirito Santo ci accompagna!
Salmo Responsoriale (26/ 27)
Questo salmo è fatto per chi attraversa tempi difficili. I credenti non sono esenti dalle prove della vita e la fede non è una bacchetta magica. A volte soffrono proprio a causa della fede, come nelle guerre di religione o nelle persecuzioni, o per l’ostilità degli atei e la fatica di difendere i valori cristiani in un mondo che non li condivide. Ne avremo esempio nella lettera di san Pietro, seconda lettura di questa domenica. Ma nelle prove i credenti sanno di non essere soli, abbandonati al loro triste destino, perché hanno un interlocutore: “È verso Dio che piangono i miei occhi”, diceva Giobbe (Gb16,20). E vanno a cercare la forza dove si trova, cioè in Dio. “Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?” Non sapremo a quali prove precise alluda questo salmo; tra parentesi, è molto più lungo dei pochi versetti letti qui, ma i versetti mancanti non danno indicazioni storiche. Qua e là si sente un’allusione ad attacchi esterni: “Il Signore è il baluardo della mia vita: davanti a chi dovrei tremare?”. Fin dalla grande avventura dell’Esodo, Israele è stato più volte minacciato nella sua stessa vita. Il primo versetto “Il Signore è mia luce e mia salvezza” è probabilmente anche un’allusione all’Esodo sotto la guida di Mosè: nel deserto del Sinai la colonna di nube illuminava la strada e diceva la presenza di Dio. La salvezza, allora, era sfuggire al Faraone; in ogni epoca la salvezza prende forme diverse e Israele ne ha conosciute di ogni tipo, evocate per allusioni nel salmo. Dire “Il Signore è il baluardo della mia vita” fa riaffiorare alla memoria il lungo periodo delle guerre e il miglior baluardo è la forza che Dio ci dà. “Se non crederete, non resterete saldi”, diceva Isaia al re Acaz (Is7,9). La fede è l’unica forza che ci permette di affrontare tutto: “Di chi avrò timore?”. Questo significa che Dio ci custodisce da ogni paura e che non abbiamo paura nemmeno di lui. In tutte le prove e le sofferenze, il credente sa che può gridare a Dio: anzi è addirittura raccomandato nella Bibbia perché gemere, piangere, pregare non è vile, ma semplicemente umano ed è verso Dio che bisogna gemere, piangere, pregare. “Ascolta, Signore, ti chiamo”, dice il salmo e di una cosa il popolo eletto è certo, che Dio ascolta il nostro grido. Pensiamo alla grande rivelazione del Roveto ardente: “Il grido dei figli d’Israele è giunto fino a me”, ha detto Dio a Mosè (Es.3,7-9). E da quel giorno Israele sa che Dio ascolta il grido di chi soffre. Leggiamo nel salmo: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”: come il levita, ammesso nell’intimità del tempio di Gerusalemme, Israele chiede la grazia di dimorare nell’intimità di Dio. “Pietà, rispondimi”, è un grido da mendicante e anche una domanda di perdono perché l’espressione che segue, “Cercate il mio volto”, è un appello alla conversione perché fin dal suo insediamento nella Terra Promessa, il popolo ha affrontato un nuovo pericolo: quello dell’infedeltà, cioè l’idolatria. Tuttavia quando leggiamo “Cercate il mio volto”, non è Dio che abbia sete dei nostri omaggi e ci chieda qualcosa per il suo interesse. Dio ci ama e tutti i comandamenti sono per la nostra felicità. Sant’Agostino afferma: “Tutto ciò che l’uomo fa per Dio giova all’uomo e non a Dio”. Per Dio il centro del mondo è l’umanità e non ha altro scopo che la nostra felicità, felicità che troviamo solo quando Dio è al centro della nostra vita poiché come sant’Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. È interessante accostare il salmo 26/27 al cantico di Zaccaria, che cantiamo ogni mattina nella Liturgia delle Ore.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (4, 13-16)
All’inizio della Chiesa, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, i primi discepoli di Cristo non portavano ancora questo nome; erano chiamati “Nazarei”, a causa di Nazaret e questo nome da parte dei Giudei che rifiutavano di riconoscere in Gesù di Nazaret il Messia atteso da Israele, era titolo dispregiativo. Più tardi, quando Barnaba e Paolo compivano la loro missione ad Antiochia di Siria, furono probabilmente dei pagani non convertiti alla Chiesa cristiana a dare ai discepoli di Gesù il nome di cristiani, che significa “di Cristo, appartenenti a Cristo”. Anche questo nuovo titolo di cristiano non era onorifico. I pagani non convertiti vedevano di malocchio il cambiamento di vita radicale che avveniva nella comunità dei battezzati. Poco prima nella lettera Pietro scrive: “Trovano strano che voi non corriate più insieme con loro verso lo stesso torrente di perdizione, e vi oltraggiano”; “Sparlano di voi trattandovi da malfattori”. San Pietro parla qui delle sofferenze cioè dell’incomprensione, dell’isolamento, della calunnia di cui Gesù fu vittima perché continuava ad annunciare il suo messaggio senza farsi fermare da nessuno con quella fedeltà che gli è costata la vita. A loro volta, i primi cristiani affrontano la stessa ostilità e Pietro cerca di dar loro il coraggio di tenere duro in attesa del giorno in cui la gloria di Cristo si rivelerà, cioè il giorno in cui Gesù verrà a inaugurare il suo regno tra gli uomini. Pietro va anche oltre: non solo non bisogna vergognarsi, ma al contrario, il titolo di cristiani è ai suoi occhi la più alta dignità: “Rallegratevi”, dice loro, a motivo del nome di cristiano che significa “appartenente a Cristo”. Inoltre quando dice: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…” parla delle beatitudini annunciate da Gesù: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!”. E Gesù, dicendo questo, faceva il proprio ritratto. Ora Pietro applica questo ritratto a coloro che, a loro volta, portano il nome di Cristo. Usa perfino dire che “voi partecipate alle sofferenze di Cristo” il che vuol dire: “rallegratevi perché siete intimamente uniti a Cristo in queste sofferenze che subite per restare fedeli al suo nome e alla sua missione. E poiché siete uniti alle sue sofferenze, sarete ugualmente uniti alla sua gloria, il giorno in cui la verità esploderà”. E’ comunque chiaro che la sofferenza non è uno scopo in sé ma l’obbiettivo è essere uniti a Cristo e a Dio nello Spirito d’amore, quali che siano le circostanze, felici o infelici, sempre nella nostra vita. E Pietro indica una strada per affrontare la persecuzione per il nome di Cristo: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…”. Ecco un annuncio e un incoraggiamento perché verrà il giorno in cui Cristo sarà riconosciuto da tutti e voi insieme a lui e quel giorno si riconoscerà che non vi siete sbagliati perché Cristo vi ha ingannati. Occorre allora il coraggio di perseverare perché avete scelto la via giusta. Il libro degli Atti racconta che dopo essere stati battuti con verghe, Pietro e Giovanni “se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. Questo Pietro ha potuto farlo solo dopo la Pentecoste: bisogna essere ricolmi dello Spirito di Gesù per avere il coraggio di affrontare la persecuzione nel suo nome e per conoscere quella gioia misteriosa di essere in comunione con lui, fino nella sofferenza, quella gioia che nessuno potrà rapirci! La Chiesa ci propone questo testo di Pietro nell’attesa della Pentecoste, tempo privilegiato per la riscoperta del ruolo dello Spirito Santo nella vita delle nostre comunità.
Dal Vangelo secondo Giovanni (17, 1b-11a)
Queste ultime parole di Gesù: “Io vengo a te” c’introducono in maniera misteriosa nella preghiera di Gesù nel momento stesso in cui sta per raggiungere il Padre: “Io vengo a te”. E’ l’Ora del grande passaggio: “Padre, è venuta l’ora”, quell’Ora di cui ha parlato più volte durante la sua vita terrena, quell’Ora che sembrava insieme desiderare e temere. È l’Ora decisiva, centrale di tutta la storia umana, l’Ora che tutta la creazione attende come una nascita: perché è l’Ora del compimento del disegno di Dio. D’ora in poi nulla sarà mai più come prima. In quest’Ora decisiva il mistero del Padre sarà finalmente rivelato al mondo: per questo Gesù usa con insistenza le parole “gloria” e “glorificare”. La gloria di una persona, in senso biblico, non è la sua celebrità o il riconoscimento altrui, è il suo valore reale. La gloria di Dio è dunque Dio stesso, che si manifesta agli uomini in tutto lo splendore della sua santità. Si può sostituire il verbo “glorificare” con “manifestare”. In quest’Ora decisiva, Dio sarà glorificato, manifestato nel Figlio, e i credenti “conosceranno” finalmente il Padre, entreranno nella sua intimità che unisce il Figlio al Padre, e che il Figlio comunica agli uomini. Coloro che accoglieranno questa rivelazione e crederanno in Gesù, accederanno a questa intimità del Padre: entreranno nella vera vita: “La vita eterna è che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. Ecco, dalla bocca stessa di Gesù, una definizione della vita eterna: Gesù parla al presente e descrive la vita eterna come lo stato di coloro che conoscono Dio e il Cristo. Noi viviamo già di questa vita dal nostro Battesimo. Parlando dei suoi discepoli, Gesù dice: “Hanno conosciuto veramente che da te sono uscito e hanno creduto che tu mi hai mandato”. In quel momento solo una parte dell’umanità ha accolto questa rivelazione ed è entrata nella comunione d’amore proposta dal Padre, accettando di prendere il cammino aperto dal Figlio e solo per questi pochi Gesù prega: “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato…”. È il mistero delle scelte di Dio che si ripete: come il Padre aveva scelto Abramo per rivelargli il suo grande progetto, ha scelto alcuni membri della stirpe di Abramo per portare a compimento la rivelazione del suo mistero: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te…”. Per questo piccolo popolo scelto, è venuta l’ora di proseguire l’opera di rivelazione: “Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te”. Gesù ci passa il testimone in qualche modo: ci ha dato tutto, a noi ora darlo agli altri. Bisogna lasciar risuonare in noi l’insistenza di Gesù sulla parola “dare”: il Padre ha dato autorità al Figlio… il Figlio darà la vita eterna agli uomini… il Padre ha dato gli uomini al Figlio… il Padre ha dato le sue parole al Figlio… e il Figlio ha dato queste parole ai suoi fratelli. L’insistenza di Gesù sul verbo “dare” raggiunge tutta la meditazione biblica: la nostra relazione con Dio non si svolge sul registro del calcolo. Ci basta lasciarci amare e colmare della sua grazia in permanenza. La parola “grazia” significa dono gratuito. La logica del dono, della gratuità, è quella del Figlio che vive eternamente in un dialogo d’amore con il Padre. Nel prologo del suo Vangelo Giovanni dice che il Figlio è eternamente “rivolto verso il Padre” (Gv1,18) (“Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. ”l’espressione “nel seno del Padre” (dal greco eis ton kolpon tou Patros) è quella che viene interpretata come: “rivolto verso il Padre” “in intima comunione con il Padr “nell’intimità del Padre”. Quindi l’idea che il Figlio sia eternamente “orientato verso il Padre” nasce da questo versetto, anche se l’espressione” rivolto verso il Padre” è una parafrasi teologica, non una citazione letterale. E poiché tra loro non c’è ombra, riflette la gloria del Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Tra loro tutto è amore, dialogo, condivisione: “Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie”. Il Prologo del Vangelo di Giovanni si illumina alla lettura di questa preghiera di Gesù, ne è come la trasposizione (Gv1,1-18).
+Giovanni D’Ercole
La vita reale in Gesù - il condannato per aver vissuto controcorrente
(Gv 17,11b-19)
In Asia Minore si prendevano facilmente di mira le fraternità dei figli di Dio - innocue, eppure considerate una bomba per quel sistema.
Mondo il quale non voleva che qualsivoglia verità alternativa entrasse nel suo immaginario.
Immesse nella morte-risurrezione del Cristo, le comunità di Fede vivevano come una grande famiglia, unita nella carità e comprensione vicendevole - non secondo obblighi sociali già configurati.
Nelle chiese si percepiva il calore dei rapporti fraterni: un nucleo di società alternativa a quella dell’impero, che all’orizzonte del suo universo ben gestito escludeva l’accesso di umili e bisognosi.
La Fede giocava al limite.
In tale contesto, Gesù chiede al Padre un’intima custodia dei credenti, consacrati in Lui (vv.11-13.17.19)... non per toglierli dalle tribolazioni, bensì per l’evangelizzazione.
Procedendo il cammino di Esodo nei suoi, e immergendosi nelle situazioni, la sua Persona, Parola e vicenda prolungava l’atto gesuano della consacrazione del mondo [secondo categorie semitiche].
Non una sorta di protezione di sorelle e fratelli, alla stessa maniera d’una divinità pagana, ma per vivere la pienezza delle Beatitudini.
Tutto ciò, nell’arco di un discernimento profondo, e capacità d’azione incisiva - indotta dal clima fraterno e dal senso di approvazione divino, senza più diktat esterni.
Era il “potere” del «Nome» (vv.11-12): la realtà del nuovo Volto dell’Altissimo, come svelato nella vicenda problematica del Figlio.
Energia primordiale, intima ed empatica, che nei medesimi termini gloriosi e paradossali investiva i discepoli, chiamati a manifestare la condizione divina; diventati ‘come Cristo’.
Persino di fronte alle fatiche, a beffe e ripulse altrui, nell’amore scambievole vissuto in comunità, nella convivialità delle differenze di fedeli e assemblee, si manifestava la terapia e il rilancio di Dio.
Il Padre si svelava amore imprevedibile, proprio nella manifestazione di questa ‘Unità’.
Ma anche la presenza di Gesù non riuscì a proteggere Giuda dall’autodistruzione.
Il suo caso è un risultato speciale, proprio perché non ha avuto fiducia nell’amore e nella Parola della Vita.
Vittima d’influsso e calcolo di false guide esterne.
Qui si spiega l’esclusione del «mondo» dalla preghiera di Gesù (v.9).
Gesù promette una gioia contromano: la felicità autentica, la letizia delle radicali ‘differenze’.
Non l’allegria garantita dall’ambiente opulento e dispersivo dell’emporio cosmopolita di riferimento in Gv: Efeso [soprattutto del porto e dell’Artemision].
Cristo non desiderava assicurare l’ilare frenesia d’una religiosità contaminata da ambivalenze e tornaconti.
«Custodire nel Nome» (v.11) avrebbe dovuto essere: avere accesso al Padre, nel Figlio; proprio nel Gratis e nella cruda esperienza del figlio di falegname, così vessato dalle autorità.
In Lui - irradiando la sua eccentricità, trasparenza, e disinteresse - costruire Unità.
Solo nella consapevolezza di tale semenza e concatenazione intima, i discepoli potevano dedicare la vita a testimoniare Altre convinzioni - pur in clima d’intimidazione sociale.
Gesù ha trasformato la sua preoccupazione in preghiera.
[Mercoledì 7.a sett. di Pasqua, 20 maggio 2026]
La vita reale in Gesù - il condannato per aver vissuto controcorrente
(Gv 17,11-19)
«Padre santo conservali nel tuo Nome che mi hai dato, affinché siano Uno come noi» (Gv 17,11b).
Nel tempo in cui si facevano avanti ceti sociali intermedi, in un ambiente disincantato come Roma capitale, Domiziano si attribuiva titoli divini anche per tentare di arginare le congiure dell’invidiosa aristocrazia senatoriale da sempre conservatrice, vanitosa e complottista.
In oriente - per questioni culturali - la divinizzazione dell’imperatore era presa più sul serio, sia dai funzionari che dai ranghi dell’esercito, nonché dall’immaginario religioso e sociale delle folle che per consuetudine misterica tendevano a identificare il potere con connubi sacrali.
Per questi motivi, in Asia Minore si prendevano facilmente di mira le fraternità dei figli di Dio - innocue, eppure considerate una bomba per quel sistema, il quale non voleva che qualsivoglia verità alternativa entrasse nel suo mondo.
Immesse nella morte-risurrezione del Cristo, le comunità di Fede vivevano come una grande famiglia, unita nella carità e comprensione vicendevole - non secondo obblighi sociali già configurati.
Nelle chiese si percepiva il calore dei rapporti fraterni: un nucleo di società alternativa a quella dell’impero, che all’orizzonte del suo universo ben gestito escludeva l’accesso di umili e bisognosi.
La Fede giocava al limite.
Così Gesù chiede al Padre un’intima custodia dei credenti, consacrati in Lui (vv.11-13.17.19)... non per toglierli dalle tribolazioni, bensì per l’evangelizzazione.
Procedendo il cammino di esodo nei suoi e immergendosi nelle situazioni, la sua Persona, Parola e vicenda prolungava l’atto gesuano della consacrazione del mondo secondo categorie semitiche.
Non una sorta di protezione di sorelle e fratelli, alla stessa maniera d’una divinità pagana, ma per vivere la pienezza delle Beatitudini.
Tutto ciò, nell’arco di un discernimento profondo, e capacità d’azione incisiva - indotta dal clima fraterno e dal senso di approvazione divino, senza più diktat esterni.
Era il “potere” del «Nome» (vv.11-12): la realtà del nuovo Volto dell’Altissimo, come svelato nella vicenda problematica del Figlio.
Energia primordiale, intima ed empatica, che nei medesimi termini - gloriosi e paradossali - investiva i discepoli, i chiamati a manifestare la condizione divina, diventati come Cristo.
Persino di fronte alle fatiche, a beffe e ripulse altrui, nell’amore scambievole vissuto in comunità, nella convivialità delle differenze di fedeli e chiese, si manifestava la terapia e il rilancio di Dio.
Il Padre si svelava amore imprevedibile, proprio nella manifestazione di questa unità.
Ma anche la presenza di Gesù non riuscì a proteggere Giuda dall’autodistruzione.
Il suo caso è un risultato speciale, proprio perché non ha avuto fiducia nell’amore e nella Parola della Vita. Vittima d’influsso e calcolo di false guide esterne.
Qui si spiega l’esclusione del «mondo» dalla preghiera di Gesù (v.9).
In un ambiente chiuso, segnato dal connubio “potere religione interesse”, non si può essere segni umanizzanti.
Senza onda vitale, non si riesce a vivere il senso del Mistero nella vertigine della condivisione, né qualsiasi insegnamento.
Sorelle e fratelli amici devono sempre avere la grazia di essere liberati dal mondo dei doveri conformisti, che talora prendono il sopravvento.
In ciò: «santificati nella verità» - per la missione che riscopre la densità, il ritmo interno e l’effetto a cascata della reciprocità vissuta.
In Gv è pressante tale nitida icona del Signore.
Nel suo congedo non pretende che qualcuno si metta in ginocchio di fronte a Lui; sogna bensì uno spirito di unità fra discepoli, e - appunto - le chiese.
Era l’unica attitudine che potesse consentire di resistere agli attacchi, all’emarginazione e alle lusinghe del mondo romano-ellenistico, in particolare di Efeso, quarta città dell’impero.
Gesù promette una gioia contromano: la felicità autentica, delle radicali “differenze”.
Non la gioia garantita dall’ambiente opulento e dispersivo (soprattutto del porto) dell’emporio cosmopolita di riferimento.
Cristo non desiderava assicurare l’ilare frenesia d’una religiosità contaminata da ambivalenze e tornaconti.
A al proposito, si pensi al grande commercio garantito dall’Artemision, e molti altri luoghi sacri eminenti, spettacolari, radicati nell’impianto urbanistico e nel tessuto della vita cittadina.
L’ideale del Risorto doveva fermentare nel cuore di tutti, anche in quel punto, ambiguo e mondano; non… fuggire in un domani irraggiungibile.
Legame che aveva il suo specchio nell’intensità di relazione Padre-Figlio e nella dignità dei malfermi e fuori-gioco che si aprivano all’Azione dello Spirito.
Come dire: ciò che veniva spacciato per venerando non aveva alcun fondamento umano-divino.
Unico ambito sacro doveva essere la Persona e il rispetto della Verità profonda, difforme, propria dell’intima semenza dei figli; quella senza belletto.
«Custodire nel Nome» era dunque avere accesso al Padre, nel Figlio. In Lui - irradiando la sua eccentricità, trasparenza e disinteresse - costruire Unità.
Solo nella consapevolezza di tale concatenazione i discepoli potevano dedicare la vita a testimoniare altre convinzioni - pur in clima d’intimidazione sociale.
Gesù ha trasformato la sua preoccupazione in preghiera.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa pensi di un Gesù condannato per aver vissuto controcorrente? Qual è l'anima e il fondamento che in te vedi riflessi nel Figlio? Come ti apri alla santità di Dio? In che modo ti lanci nel mondo? Per cosa preghi?
1. “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 19).
Cari fratelli e sorelle, oggi, nella liturgia di questa domenica dopo l’Ascensione del Signore, la Chiesa proclama le parole della preghiera sacerdotale di Cristo. In mezzo agli apostoli riuniti in preghiera nel Cenacolo con Maria, la Madre di Cristo, queste parole risuonano con un’eco ancora attuale. Cristo le ha pronunciate da pochissimo, nel suo discorso d’addio la sera del giovedì santo, prima di entrare nella passione.
Si rivolgeva allora al Padre, come tante altre volte, ma in modo del tutto nuovo. Ha chiesto: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi . . . Custodiscili . . . come io li ho custoditi, come ho vegliato su di loro . . . ma ora io vengo a te . . . Lascio il mondo. . . non chiedo che tu li tolga dal mondo ma che li custodisca dal maligno . . . Consacrali nella verità. La tua parola è verità . . . Coloro che ho mandati nel mondo, come tu hai mandato nel mondo me. Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 11 ss.).
2. Ecco la grande preghiera del cuore di Cristo. Oggi, essa viene pronunciata in questa liturgia che celebriamo nel centro del vostro Paese, ai piedi della basilica del Sacro Cuore. È il linguaggio del cuore del Redentore. Vi si trovano espresse le caratteristiche più profonde che hanno contrassegnato tutta la sua vita, tutta la sua missione messianica. Ecco venuto il momento in cui questa vita e questa missione giungono al loro termine e allo stesso tempo toccano il loro culmine.
Il culmine è questo: “Io consacro me stesso”. Parola misteriosa, profonda, che equivale in un certo senso a dire: “Io mi santifico”, “mi do totalmente al Padre”, o anche “io mi sacrifico”, “offro la mia persona, la mia vita in offerta santa a Dio per gli uomini e, così facendo, essi passano da questo mondo a mio Padre”. È la parola suprema e definitiva, e allo stesso tempo la parola più elevata in quel dialogo che il Figlio intrattiene col Padre. Tramite questa frase egli pone, in un certo senso, il sigillo messianico su tutta l’opera della redenzione.
Allo stesso tempo, in questo “Io consacro me stesso” sono compresi gli apostoli; vi è compresa la Chiesa intera, fino alla fine dei secoli. E anche tutti noi che siamo qui riuniti davanti alla basilica del Sacro Cuore. Nelle parole della preghiera sacerdotale, la Chiesa nasce dalla consacrazione del Figlio al Padre, per nascere successivamente sulla croce quando queste parole “si incarneranno”, quando questo cuore sarà trafitto dalla lancia del centurione romano.
3. Qu’est-ce que Jésus demande pour ses Apôtres, pour l’Eglise, pour nous? Que nous soyons nous aussi consacrés dans la vérité. Cette Vérité, c’est le Verbe du Dieu vivant. Le Verbe du Père, le Fils. Et c’est aussi la parole du Père à travers le Fils. Le Verbe s’est fait chair, puis s’est exprimé, au milieu du monde. Au milieu de l’histoire de l’humanité.
Et en même temps, lui, le Christ, le Verbe incarné, “n’est pas du monde” (Cfr. Io. 17, 14), La Parole qu’il a transmise du Père, la Bonne Nouvelle, l’Evangile, n’est pas du monde. Et ceux qui acceptent entièrement cette Parole peuvent facilement attirer sur eux la haine, par le fait de ne pas être du monde.
Et pourtant, seule cette Parole est Vérité. C’est la vérité ultime. C’est la plénitude de la vérité. Elle tait participer à la Vérité dont vit Dieu lui-même.
A travers l’expression pathétique de la prière sacerdotale, à travers la profonde émotion du Cœur du Christ, l’Eglise a conscience, une fois pour toutes, que seule cette Vérité est salvatrice, qu’il ne lui est permis, à aucune condition, de changer cette Vérité pour quelque autre que ce soit, de la confondre avec quelque autre, même si, humainement, elle semblait plus “vraisemblable”, plus suggestive, plus adaptée à la mentalité du jour.
Par le cri du Cœur de Jésus au Cénacle et par la Croix qui l’a confirmé, l’Eglise se sent affermie dans cette Vérité: consacrée dans la Vérité.
La prière sacerdotale est en même temps une grande “supplication” de l’Eglise. L’Apôtre Paul la reprendra en écrivant à Timothée: “Garde le dépôt” (depositum custodi) (1 Tim. 6, 20), ou encore: “Nevous modelez pas sur le monde présent” (nolite conformari huic saeculo) (Rom. 12, 2), autrement dit, ne devenez pas semblables à ce qui est transitoire, à ce que le monde proclame.
3. Che cosa chiede Gesù per i suoi apostoli, per la Chiesa, per noi? Che anche noi veniamo consacrati nella verità. Questa verità è il Verbo del Dio vivente. Il Verbo del Padre, il Figlio. Ed è anche la parola del Padre attraverso il Figlio: il Verbo si è fatto carne, poi si è espresso, in seno al mondo. In seno alla storia dell’umanità.
Allo stesso tempo egli, Cristo, il Verbo incarnato, “non è del mondo” (cf. Gv 17, 14). La parola che egli ha trasmesso dal Padre, la buona novella, il Vangelo, non è del mondo. E coloro che accettano interamente questa parola possono facilmente attirare l’odio su di sé, per il fatto di non essere del mondo. E tuttavia, solo questa parola è verità. È la verità suprema. È la pienezza della verità. Essa fa partecipare a quella verità della quale vive lo stesso Dio.
Tramite l’espressione appassionata della preghiera sacerdotale, attraverso la profonda emozione del cuore di Cristo, la Chiesa ha coscienza, una volta per tutte, che solo questa verità è salvifica, che non le è consentito, a nessuna condizione, cambiare questa verità a favore di qualunque altra, confonderla con qualunque altra, anche se, umanamente, essa dovesse sembrare più verosimile, più suggestiva, più adatta alla mentalità odierna. Attraverso il grido del cuore di Gesù nel cenacolo e attraverso la croce che l’ha confermato, la Chiesa si sente consolidata in questa verità: consacrata nella verità.
La preghiera sacerdotale è nello stesso tempo una grande “supplica” della Chiesa. L’apostolo Paolo la riprenderà scrivendo a Timoteo: “Custodisci il deposito . . .” (1 Tm 6, 20), o ancora: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo” (Rm 12, 2), in altre parole, non divenite simili a ciò che è transitorio, a ciò che proclama il mondo.
4. Telle est la grande prière du Cœur du Rédempteur. Elle explique tout le dessein de la Rédemption et la Rédemption trouve en elle son explication.
Que demande le Fils au Père? “Garde mes disciples dans la fidélité à ton nom que tu m’as donné en partage, pour qu’ils soient un, comme nous-mêmes” (Io. 17, 11).
L’Eglise naît de cette prière du Cœur de Jésus avec la marque de l’Unité divine. Pas seulement de l’unité humaine, sociologique, mais de l’Unité divine “pour qui’ls soient un comme nous” (Ibid. 17, 22), “Comme toi, Père, tu es en moi et moi en toi” (Ibid. 17, 21). Cette unité est le fruit de l’amour.
“Si nous nous aimons les uns les autres, Dieu demeure en nous . . .”. Nous reconnaissons que nous demeurons en lui et lui en nous, à ce qu’il nous donne part à son Esprit . . . Dieu est amour: “Celui qui demeure dans l’amour demeure en Dieu, et Dieu en lui” (1 Io. 4, 12-13. 16).
Il s’agit donc de l’unité qui a son origine en Dieu. L’Unité qui est en Dieu est la vie du Père dans le Fils et la vie du Fils dans le Père, dans l’unité de l’Esprit Saint. L’unité en laquelle Dieu un et trine se communique dans l’Esprit Saint aux cœurs humains, aux consciences humaines, aux communautés humaines.
Cette unité doit être vécue, concrètement, au niveau de chaque famille chrétienne, de chaque communauté ecclésiale, de chaque Eglise locale, de l’Eglise universelle, comme un reflet du mystère de l’unité en Dieu.
Cette unité stimule aussi l’esprit communautaire dans la communauté mondiale.
4. Tale è la grande preghiera del cuore del Redentore. Essa spiega tutto il disegno della redenzione e la redenzione trova in essa la propria spiegazione. Cosa chiede il Figlio al Padre? “Custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17, 11). Da questa preghiera del cuore di Gesù la Chiesa nasce col segno dell’unità divina. Non solo dell’unità umana, sociologica, ma dell’unità divina “perché siano come noi una cosa sola” (Gv 17, 22). “Come tu, Padre, sei in me e io in te” (Gv 17, 21). Questa unità è frutto dell’amore. “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in a questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito . . . Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4, 12-13. 16).
Si tratta dunque dell’unità che ha la propria origine in Dio. L’unità che è in Dio è la vita del Padre nel Figlio e la vita del Figlio nel Padre, nell’unità dello Spirito Santo. L’unità nella quale Dio uno e trino si comunica nello Spirito Santo ai cuori umani, alle coscienze umane, alle comunità umane. Questa unità deve essere vissuta concretamente, a livello di ogni famiglia cristiana, di ogni comunità ecclesiale, di ogni Chiesa locale, della Chiesa universale, come un riflesso del mistero dell’unità di Dio. Questa unità stimola anche lo spirito comunitario nella società, nella nazione, nella comunità mondiale.
5. “Siano una cosa sola, come noi”! L’unità ereditata da Cristo trova la sua prima realizzazione nel matrimonio e nella famiglia, in quella Chiesa che è il focolare.
Tale è il disegno del Creatore sin dall’origine: “L’uomo si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen 2, 24). Tale è allo stesso modo il destino degli uomini e delle donne redenti da Gesù Cristo: l’unione sacramentale degli sposi diviene il segno dell’amore totale di Cristo per la sua Chiesa, della sua indissolubile unione con essa. “Questo mistero è grande” (cf. Ef 5, 32). Questo dono reciproco dei coniugi per la vita sarà ispirato da un amore umano totale, fedele, esclusivo e aperto a nuove vite (cf. Humanae vitae, 9). Gli sposi cristiani terranno sempre a cuore di meditare il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia e di corrispondere a ciò che Dio si aspetta da loro nei rapporti interpersonali, nella trasmissione della vita, nella castità coniugale, nell’educazione dei figli e nella partecipazione allo sviluppo della società secondo la dottrina della Chiesa che ho ricordato loro nell’esortazione apostolica Familiaris consortio echeggiando quanto avevano espresso i vescovi del mondo intero nel Sinodo del 1980.
Sono dunque felice di rivolgermi specialmente a voi, cari sposi e genitori che siete venuti a questa Eucaristia in famiglia. Voi sapete, sia tramite l’insegnamento della Chiesa che per vostra esperienza, tutto ciò che è richiesto dal quotidiano rinnovamento del vostro amore coniugale e di genitori. Esso acquista, nei sentimenti e nelle azioni, ogni giorno un volto concreto, nel quale la carne è sostegno ed espressione dell’unità nello spirito; presuppone in particolare: una sensibile attenzione all’altro, un atteggiamento di riconoscenza per ciò che è e che vi apporta, la volontà di far sbocciare in lui ciò che vi è di meglio, il condividere gioie e prove bandendo incessantemente l’egoismo e l’orgoglio, il dedicare del tempo a un dialogo sincero su tutto ciò che vi sta a cuore, il condividere il “pane” quotidiano, e, se necessario, il perdono, come chiediamo nel “Padre nostro”. In queste condizioni, il vostro amore vi colma di gioia e risplende nel vostro focolare e al di là di esso.
Soprattutto non dimenticate mai che la vostra unità, la vostra fedeltà, lo splendore del vostro amore sono grazie che vengono da Dio, dal seno della Trinità. Il sacramento del matrimonio vi permette di attingervi costantemente. Ma è necessario che chiediate spesso a Dio, che è amore, di aiutarvi a dimorare nell’amore (cf. 1 Gv 4, 16). Quale forza, quale testimonianza, quando avete la semplicità di pregare in famiglia, genitori e figli! Insieme, davanti al Padre, davanti al Salvatore, tutta la vostra vita può ritrovare luminosità e gioia. Allora, veramente, la famiglia merita il suo nome di Chiesa domestica.
6. “Padre, custodiscili nel tuo nome”! Questa preghiera di Gesù per i discepoli, non è forse quella dei genitori per i loro figli?
Il vostro amore profondo tra coniugi, “nella verità”, e il vostro comune amore per i vostri figli costituiscono per essi il primo libro nel quale leggono l’amore di Dio.
Questa lettura resta iscritta per sempre nel ricordo del loro cuore e li dispone ad accettare, liberamente, la rivelazione della tenerezza di Dio. Certo, ai giorni nostri la solidarietà familiare non è sempre un compito facile. I figli che avete chiamato alla vita e ai quali avete dato il meglio di voi stessi, influenzati da una società che ha i suoi valori e i suoi disvalori, scelgono talvolta altre strade, speriamo per un piccolo lasso di tempo. Sono, per voi, momenti di sofferenza ma anche di profonda devozione. Con voi, io prego come fece Gesù: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno” (Gv 17, 15).
Le famiglie cristiane rimangono uno spazio privilegiato per la trasmissione del Vangelo, non solo ai figli, ma ai vicini, a tutta la comunità ecclesiale. Esse possono offrire una casa ospitale a chi ha delle preoccupazioni, ai bambini che non ricevono abbastanza amore a casa propria, ai giovani che desiderano approfondire la propria fede per prepararsi alla cresima o al matrimonio. Nelle famiglie cristiane, i giovani imparano anche tramite l’esempio dei genitori a impegnarsi per gli altri, sia in parrocchia che negli altri luoghi in cui sono presenti.
Cari genitori, il modo in cui Pietro propone, nella prima lettura di questa cerimonia, di scegliere un nuovo “testimone della risurrezione di Gesù”, un nuovo apostolo (At 1, 22) vi ha forse colpito. Questa scelta è stata preparata dalla preghiera: “Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostraci quale di questi due hai designato” (At 1, 24).
Il Signore conosce i cuori dei giovani di questo tempo. Conosce anche la loro generosità, talvolta frenata dagli adulti. Conosce anche il cuore dei vostri figli. Pregate perché possano scoprire la loro vocazione e siate riconoscenti se scelgono la via del Vangelo!
E voi, cari figli, la cosa più bella che potete chiedere ai vostri genitori è quella che chiedevano gli apostoli a Gesù: “Insegnaci a pregare”. D’altra parte, siate felici se i vostri genitori fanno molto per gli altri, anche se il loro impegno vi priva, certe sere, della loro presenza a casa. Voi stessi cercate sempre d’essere più fraterni tra di voi, in famiglia. E cercate di fare già della vostra vita un servizio per gli altri. Questa parola di Gesù è anche per voi: “Come il Padre mi ha mandato nel mondo, anch’io vi ho mandato nel mondo”.
7. “Quils soient un comme nous sommes un” (Io. 17, 11).
Au-delà de la famille, cette prière de Jésus vaut pour toutes les communautés de ses disciples, partout où elles se réalisent, pour vos communautés paroissiales, pour vos mouvements chrétiens largement représentés ici. Puisse-t-on y trouver toujours l’unité héritée du Christ! La fidélité à sa Vérité! L’accueil fraternel et le soutien effectif des membres qui sont dans le besoin, étrangers ou malades.
Je salue ici avec une particulière affection les malades et les handicapés, spécialement ceux qui participaient hier aux “Spartakiades”.
Chers Frères et Sœurs,
pour vous - comme pour vos familles et pour tous ceux qui n’ont pas pu être présents ici à cause de l’âge ou de la maladie -, je demande à Dieu, non seulement de vous garder en son Nom, mais de faire de vous, en ce monde, partout où vous conduisent vos relations et votre travail professionnel, les témoins de sa Vérité, de son amour. Pour donner un témoignage direct sur le Christ Sauveur, sur sa Bonne Nouvelle, de façon à faciliter à vos contemporains l’accès à la foi. Et pour contribuer, avec eux, à mettre votre société sur les chemins de la paix, de la justice, de la fidélité, de la fraternité, qui correspondent au Règne de Dieu.
7. “Perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17, 11). Al di là della famiglia, questa preghiera di Gesù vale per tutte le comunità dei suoi discepoli, ovunque si realizzano, per le vostre comunità parrocchiali, per i vostri movimenti cristiani qui largamente rappresentati. Vi si possa sempre trovare l’unità ereditata da Cristo! La fedeltà alla sua verità! L’accoglimento fraterno e il sostegno effettivo delle persone che sono nel bisogno, straniere o malate. Saluto qui con particolare affetto i malati e gli handicappati, specialmente quelli che hanno partecipato ieri alle “Spartakiadi”.
Cari fratelli e sorelle, per voi - come per le vostre famiglie e per tutti coloro che non hanno potuto essere qui presenti a causa dell’età o della malattia - io chiedo a Dio, non solo di conservarvi nel suo nome, ma anche di fare di voi, in questo mondo, ovunque vi portino i vostri rapporti sociali e il vostro lavoro professionale, i testimoni della sua verità, del suo amore, per dare testimonianza diretta di Cristo Salvatore, della sua buona novella, in modo da facilitare ai vostri contemporanei l’accesso alla fede e per contribuire, con essi, a mettere la vostra società sulle vie della pace, della giustizia, della devozione, della fraternità, che corrispondono al regno di Dio.
8. L’unité héritée des Apôtres, c’est celle de l’Eglise universelle, confiée aux évêques en communion étroite avec le successeur de Pierre. Elle est présente en chacune des Eglises locales, à commencer par la vénérable Eglise qui est à Malines-Bruxelles, Mechelen-Brussel, celle qui est à Antwerpen, à Brugge, à Gent, à Liège, à Namur, que je suis heureux de visiter aussi.
Je salue particulièrement les fidèles qui sont venus des diocèses de Tournai et de Hasselt. Le temps nécessairement limité de mon séjour dans votre pays ne me permet pas de vous rencontrer dans vos diocèses mêmes. Mais je vous remercie d'être venus ici en grand nombre pour me rencontrer.
Chers chrétiens du diocèse de Tournai, vous appartenez à un diocèse d’une tradition très riche. Aujourd’hui, vous essayez d’être des témoins fidèles de l’Evangile dans une période difficile. Vous vivez dans une des provinces belges les plus touchées par la crise économique. Comme chrétiens pratiquants, vous êtes souvent une minorité au milieu de beaucoup d’autres personnes que vous aimez et que vous voulez servir. Dans cette situation, je vous encourage à garder la paix et la joie. Car, comme le dit la devise de votre évêque, “la joie du Seigneur, c’est notre force”.
8. L’unità ereditata dagli apostoli, è quella della Chiesa universale, affidata ai vescovi in stretta comunione col successore di Pietro. Essa è presente a Bruges, a Gand, a Liegi, a Namur, che sono felice di visitare.
Saluto in modo particolare i fedeli giunti dalle diocesi di Tournai e di Hasselt. Il tempo necessariamente limitato del mio soggiorno nel vostro Paese non mi permette di incontrarmi con voi nelle vostre diocesi. Vi ringrazio però d’esser venuti qui in gran numero per incontrarvi con me.
Cari cristiani della diocesi di Tournai, voi appartenete a una diocesi dalla ricchissima tradizione. Oggi voi cercate d’essere testimoni fedeli del Vangelo in un periodo difficile. Vivete in una delle province del Belgio più colpite dalla crisi economica. Come cristiani praticanti, siete spesso una minoranza in mezzo a molte altre persone che amate e che volete servire. In questa situazione, vi incoraggio a conservare la pace e la gioia, poiché, come dice il motto del vostro vescovo, “la gioia del Signore è la nostra forza”.
Cari cristiani della diocesi di Hasselt, voi cercate di approfondire la fede nella vostra comunità per mezzo di molteplici iniziative d’animazione pastorale. Nella vostra diocesi i giovani sono molto numerosi. Grazie alla formazione ricevuta nei loro movimenti e nei gruppi di spiritualità, essi cercano di essere testimoni del Vangelo ovunque vivono. Siate solidali nella crisi economica che vi colpisce così duramente. Continuate a sviluppare il dialogo tra le culture degli autoctoni e degli immigrati della vostra diocesi. E che la santa Vergine, “ragione della nostra gioia”, venerata a Tongres, il più antico luogo di venerazione mariana dell’Europa settentrionale, sia per ciascuno di voi una fonte di continua gioia!
Sì, nel nome di Gesù, ripeto la sua preghiera sacerdotale per ciascuna delle vostre Chiese, per il suo vescovo, il pastore che ha l’incarico di radunarla nell’unità, di vegliare su di essa come Gesù sui suoi discepoli, di conservarla nella fedeltà al nome del Signore, nella fedeltà alla tradizione apostolica, in unione con la Sede apostolica di Roma, di farla procedere nell’amore che viene da Dio.
9. In questo luogo, che è la capitale del Paese, come non pensare alla nazione belga tutt’intera? Questa terra nella quale vivete ha avuto una storia movimentata; ha dovuto lottare per conservare la propria personalità culturale, economica, amministrativa, politica e anche religiosa. La ricca personalità di questa nazione e la sua disponibilità sono del resto state spesso fonte di scambi culturali, artistici ed economici con tutti i Paesi che la circondano. Non perdete la vostra ricca personalità, la vostra comunione nella pace, la reciproca stima e il dialogo tra le diverse comunità belghe e straniere. Siatene consapevoli: le cose che vi uniscono sono più di quelle che vi dividono. Coltivate questo modello di convivenza che può essere d’esempio al mondo. Fondatelo sull’amore, sul rispetto delle istituzioni della nazione, dei suoi governi e del re, nella fedeltà alla civiltà cristiana che tanto vi ha segnati.
10. Zusammen mit dem Nachfolger des heiligen Petrus betet die Kirche dieses Landes heute mit den Worten des Psalms:
“Lobe den Herrn meine Seele und alles in mir seinen heiligen Namen!” (Ps. 103, 1).
Der Name Gottes ist uns in seiner Fülle durch Jesus Christus offenbart worden. Er ist ”unser Vater“: Gott, der die Liebe ist, der uns zuerst geliebt hat, der am Anfang wie am Ziel unseres Lebens steht, der uns auf dem Weg ständig begleitet, auch dort, wo das Leben hart mit uns umgeht, auch dann, wenn wir nicht nach dem Maß seiner Liebe gelebt haben; Gott, der uns an seinem göttlichen Leben teilhaben läßt, der uns mit der Freude Christi erfüllt, seines vielgeliebten Sohnes (Cfr. Io. 17, 13).
Ja, ”Vater unser im Himmel, geheiligt werde dein Name, dein Reich komme, dein Wille geschehe . . .!“.
Das Gebet, das uns Jesus Christus selbst gelehrt hat, ist tief im Hohenpriesterlichen Gebet des Abendmahlssaales verwurzelt.
”Lobe den Herrn meine Seele, und vergiß nicht, was er dir Guten getan hat“ (Ps. 103, 27).
Vergiß es nicht!
Liebe Mitchristen deutscher Sprache, vergeßt nicht das Erbe so vieler Generationen des Bundes mit Gott in der Kirche Christi, vergeßt es nicht!
Chers chrétiens d’expression française, n’oubliez pas l’héritage de tant de générations de l’Alliance avec Dieu dans l’Eglise du Christ, n’oubliez pas!
10. Oggi, la Chiesa di questo Paese prega insieme al successore di Pietro con le parole del salmo: “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome” (Sal 103, 1). Il nome di Dio ci è stato rivelato nella pienezza di Gesù Cristo: è “Padre nostro”: Dio che è amore, che è stato il primo ad amarci, che è all’origine della nostra vita, al suo orizzonte, è continuamente in cammino con noi, anche se la vita ci ferisce, anche se noi non siamo vissuti all’altezza del suo amore; Dio che ci fa partecipare alla sua vita divina, che ci fa avere la pienezza della gioia di Cristo, il Figlio suo diletto (cf. Gv 17, 13).
Sì, Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà . . .! La preghiera che ci ha insegnato Gesù Cristo è profondamente radicata nella preghiera sacerdotale del Cenacolo. “Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici” (Sal 103, 2). Non dimenticare!
Cari cristiani di lingua tedesca, non dimenticate l’eredità di tante generazioni dell’alleanza di Dio con la Chiesa di Cristo, non dimenticate!
Cari cristiani di lingua fiamminga, non dimenticate l’eredità di tante generazioni dell’alleanza con Dio nella Chiesa di Cristo, non dimenticate!
Cari cristiani di lingua francese, non dimenticate l’eredità di tante generazioni dell’alleanza con Dio nella Chiesa di Cristo, non dimenticate!
[Papa Giovanni Paolo II, omelia a Bruxelles 19 maggio 1985]
Whoever is inscribed in God's name participates in God's life, and lives. Therefore to believe is to be inscribed in the name of God. Thus we are alive. Whoever has a share in God's name is not dead but rather belongs to the living God. In this sense we should be able to understand the dynamism of faith, which entails enrolling our names in the name of God and in this way entering into life [Pope Benedict]
Chi è scritto nel nome di Dio partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è essere iscritti nel nome di Dio. E così siamo vivi. Chi appartiene al nome di Dio non è un morto, appartiene al Dio vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di Dio e così un entrare nella vita [Papa Benedetto]
As sometimes happens in the Gospel, faced with the trap set for him by his enemies, Jesus, with his response, rises above the contingent controversy and goes far beyond the particular and mutually divergent positions (John Paul II)
Come talora accade nel Vangelo, di fronte al tranello mossogli dai suoi nemici, Gesù, con la sua risposta, s’innalza al di sopra della polemica contingente e va ben oltre le posizioni particolari e tra loro divergenti (Giovanni Paolo II)
This Name clearly expresses that the God of the Bible is not some kind of monad closed in on itself and satisfied with his own self-sufficiency but he is life that wants to communicate itself, openness, relationship [Pope Benedict]
Questo nome esprime dunque chiaramente che il Dio della Bibbia non è una sorta di monade chiusa in se stessa e soddisfatta della propria autosufficienza, ma è vita che vuole comunicarsi, è apertura, relazione [Papa Benedetto]
There, however, in the place that should have been taken up by the encounter between God and man, he found livestock merchants and money-changers who occupied this place of prayer with their commerce […] In the temple's purification, however, it was a matter of more than fighting abuses. A new time in history was foretold (Pope Benedict)
Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera […] Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia (Papa Benedetto)
«Ask Jesus for the grace to follow him closely», so as not to leave him alone, thus overcoming the temptations of looking at ourselves to «share the cake» of personal interests [Pope Francis]
«Chiedere a Gesù la grazia di seguirlo da vicino», per non lasciarlo solo, superando così le tentazioni di guardare noi stessi per «spartirsi la torta» degli interessi personali [Papa Francesco]
First, in Nazareth, he makes him grow, raises him, educates him, but then follows him: "Your mother is there" (Pope Francis)
Prima, a Nazareth, lo fa crescere, lo alleva, lo educa, ma poi lo segue: “La tua madre è lì” (Papa Francesco)
Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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