Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
L’Epifania del Signore regala espressioni evangeliche di straordinaria bellezza. Sulla bocca dei Magi troviamo una frase che ci appartiene, come adoratori del Bambino di Betlemme: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo» (Mt 2,2).
In Francesco d’Assisi l’ampiezza, l’altezza e la profondità del Mistero della Manifestazione del Figlio di Dio ha connotazioni singolari da non lasciar cadere.
Basti pensare ad alcuni passi delle Fonti che ne registrano la misura.
“Il Santo si fermava volentieri nell’eremo di Greccio, sia perché lo vedeva ricco di povertà, sia perché da una celletta appartata, costruita sulla roccia prominente, poteva dedicarsi più liberamente alla contemplazione delle cose celesti.
È proprio questo il luogo, dove qualche tempo prima aveva celebrato il Natale del Bambino di Betlemme, facendosi bambino con il Bambino” (FF 621).
Ancora: “Non poteva ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata […] la Vergine poverella.
Una volta, mentre era seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà della Beata Vergine e l’indigenza di Cristo suo Figlio. Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi di dolore […]
Per questo chiamava la povertà virtù regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina” (FF 788).
La Stella che guida Francesco alla grotta per adorare il Figlio di Dio è la Povertà. Questa rifulge nella penuria di Betlemme e lo commuove fino alle lacrime.
Al Bimbo-Dio il Piccolo di Assisi offre l’oro dell’amore per i poveri, l’incendio della sua continua contemplazione del Mistero e la mirra delle numerose sofferenze ricevute in custodia dal Dono del Padre, srotolato per noi sulla terra.
La sua vicinanza alla gente era tale da fargli indossare una poverissima tonaca, che somigliava alla ruvida tunica dei meno abbienti.
Anche tutti i suoi figli frati erano accanto al popolo, e tutto ciò lo rendeva un Adoratore per eccellenza della Divinità spoglia, solo vestita di carne; figura vicina ai bisogni dell’uomo.
“Un giorno un povero gli chiese l’elemosina ed egli, non avendo niente per le mani, scucì un lembo della sua tonaca e lo regalò al povero.
Altre volte, allo stesso fine, si tolse perfino i calzoni.
Tanta era la tenera compassione che provava per i poveri e tanto l’affetto che lo spingeva a seguire le orme di Cristo povero” (FF 677).
E di questo farsi dono al Re nei poveri cercò, con somma cura, d’informare i suoi frati.
Un episodio lo attesta:
“Era certamente di cuore buono per natura, ma lo divenne doppiamente per la carità che gli venne data dall’alto […] Qualunque fosse il bisogno e qualsivoglia necessità vedeva negli altri […] li riferiva a Cristo.
Così in tutti i poveri riconosceva il Figlio della Madonna povera e portava nudo nel cuore Colui, che lei aveva portato nudo tra le braccia” (FF 670).
Adorava nel suo cuore il Bambino fattosi Dono per l’umanità e ne inseguiva le sembianze in coloro che più da vicino ne mostravano i tratti. Tanto che una volta incontrando un povero e osservandone l’estrema nudità, disse al frate che l’accompagnava:
«Ho scelto per mia ricchezza e mia donna la povertà: ma ecco che rifulge maggiormente in costui.
Non sai tu che si è sparsa per tutto il mondo la fama che noi siamo i più poveri per amore di Cristo?
Ma questo povero ci convince che le cose non stanno così» (FF 671).
Seguendo la stella della santa povertà evangelica di cui Francesco era innamorato, giunse alla grotta della Manifestazione, dove tutti sono chiamati ad adorare il Figlio di Dio.
Gustò la Bellezza fatta carne per altra strada, lontano dai non pochi ‘Erodi’ figli dell’inganno.
“L’uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia” (FF 1186).
«Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo» ( Mt 2,2).
Epifania del Signore (Mt 2,1-12)
Gesù si rivolge a Natanaele, pio israelita in cui non c’è falsità e impegnato nella professione di fede, che vedrà cose maggiori di quelle già contemplate.
Alla luce dell’episodio di Vangelo, confrontando le Fonti francescane, scopriamo passi interessanti.
Avvinto dalla novità dello Spirito, Francesco cambia vita e diventa segno di contraddizione per un mondo che non aveva voglia di scostarsi dai luoghi comuni, dalla strada delle tradizioni.
Il suo cuore libero affronta ogni disprezzo, pur di essere leale con Cristo e il suo Vangelo.
“Francesco, l’illetterato, l’amico della semplicità, dal cuore incomparabilmente sincero e nobile […] quanto gli si addice questo nome di Francesco, a lui che ebbe cuore franco e nobile più di ogni altro“ (FF 529).
Abbracciando il nuovo stato di vita, un giorno, ai briganti che lo assalgono chiedendogli chi fosse, in sincerità, risponde:
«Sono l’araldo del gran Re; vi interessa questo?» (FF 346).
Lui sì può essere considerato “un israelita” in cui non dimora falsità alcuna!
«Vedrai cose più grandi di queste!» (Gv 1,50)
Feria propria del 5 gennaio (Gv 1,43-51)
Francesco era rapito in estasi quando meditava la Bellezza di un Dio che chiede di essere accolto per effondere il suo Amore. La fede che lo animava, apriva nuovi orizzonti e nuove proposte.
Lo attraeva questo Dio “umanizzato”, fattosi Piccolo perché l’uomo vivesse da creatura nuova.
Da qui il suo cercare la contemplazione, spazi nascosti dediti allo stupore del Mistero.
Le Fonti attestano la Grazia in lui:
“Il Padre era solito non trascurare negligentemente alcuna visita dello Spirito: quando gli si presentava, l’accoglieva e fruiva della dolcezza che gli era stata data, fino a quando il Signore lo permetteva.
Così, se avvertiva gradatamente alcuni tocchi della Grazia mentre era stretto da impegni o in viaggio, gustava quella dolcissima manna a varie e frequenti riprese.
Anche per via si fermava, lasciando che i compagni andassero avanti, per godere della nuova visita dello Spirito e non ricevere invano la grazia” (FF 682).
“Cercava con ogni cura di nascondere nel segreto del suo cuore i doni del Signore, perché non voleva che, se gli erano occasione di gloria umana, gli fossero pure causa di rovina […] Rivolto poi a sé diceva:
«Se L’Altissimo avesse concesso grazie così grandi ad un ladrone, sarebbe più riconoscente di te, Francesco!» (FF 717).
Perché, come scrisse il Povero d’Assisi, nella sua parafrasi al Padre nostro:
«Tu regni in noi per mezzo della Grazia e ci faccia giungere nel tuo regno, ove la visione di te è senza veli, l’amore di te è perfetto, la comunione di te è beata, il godimento di te senza fine» (FF 269).
2.a Domenica dopo Natale (Gv 1,29-34) in part. v.16
«Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo».
Francesco, il Minimo, amava tutti gli animali, ma particolare predilezione l’aveva per l’agnello, poiché gli rammentava l’Agnello di Dio immolato per la nostra Redenzione.
Il solo pensiero del Figlio di Dio mandato al macello lo commuoveva profondamente, fino alle lacrime.
Le Fonti, scrigno inesauribile di vita degli inizi, ci offrono quadretti molto significativi al riguardo.
“Aveva una tenerezza particolare per gli agnelli, perché nella Scrittura Gesù Cristo é paragonato, spesso e a ragione, per la sua umiltà, al mansueto agnello.
Per lo stesso motivo, il suo amore e la sua simpatia si volgevano in modo particolare a tutte quelle cose che potevano meglio raffigurare o riflettere l’immagine del Figlio di Dio” (FF 455).
“Un altro giorno, pellegrinando per la stessa Marca, con il medesimo frate Paolo, che era ben felice di accompagnarlo, si imbatterono in un uomo che portava al mercato due agnelli da vendere, legati, belanti e penzolanti dalle spalle.
All’udire quei belati, il servo di Dio, vivamente commosso, si accostò, accarezzandoli, come suol fare una madre con i figlioletti che piangono, con tanta compassione e disse al padrone:
«Perché tormenti i miei fratelli agnelli, tenendoli così legati e penzolanti?».
Rispose: “Li porto al mercato e li vendo: ho bisogno di denaro”. E Francesco: «Che ne avverrà?». E quelli: “I compratori li uccideranno e li mangeranno”.
Nell’udire questo il Santo esclamò: «Non sia mai! Prendi come compenso il mio mantello e dammi gli agnelli».
Quell’uomo fu ben felice di un simile baratto, perché il mantello, che Francesco aveva ricevuto a prestito da un uomo proprio quel giorno per ripararsi dal freddo, valeva molto di più delle due bestiole.
Ma ricevuti gli agnellini il Santo di nuovo si rese conto del problema imbarazzante: «Come provvedervi?» e, per consiglio di frate Paolo, li restituì al padrone, raccomandandogli di non venderli, di non recare loro danno alcuno, ma di mantenerli e custodirli con cura” (FF 457).
Feria propria del 3 gennaio (Gv 1,29-34)
Nel brano di Vangelo è presentata la testimonianza di Giovanni, il Precursore.
A chi gli chiede chi fosse, egli si presenta come «Voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23).
Battezzava con acqua per preparare i cuori a Colui che Viene e a cui il Battista non si sente degno neppure di sciogliere il legaccio dei sandali.
All’umile e forte testimonianza del Precursore fa eco quella di Francesco che, a piedi nudi, annuncia Colui che ha rivoluzionato la sua esistenza: Gesù - che lo ha battezzato in Spirito Santo e Fuoco.
Alla stregua di Giovanni, il Poverello si percepisce indegno e inadeguato; ma la Resurrezione ricevuta lo ha trasformato in un audace Araldo del Gran Re, cui desidera preparare la via.
Gesù è la Via, ma manda innanzi a sé annunciatori del Regno, della Parola fatta carne.
Nelle Fonti si legge:
"Moltissimi, infiammati dalla sua predicazione, si vincolavano alle nuove leggi della penitenza, secondo la forma indicata dall’uomo di Dio.
Il servo di Cristo stabilì che la loro forma di vita si denominasse Ordine dei fratelli della Penitenza.
Questo nuovo Ordine ammetteva tutti, chierici e laici, vergini e coniugi dell’uno e dell’altro sesso, perché la via della penitenza è comune per tutti quelli che vogliono tendere al cielo" (FF 1073).
"Egli, infatti, era stato eletto da Dio, come un nuovo Elia, ad essere cocchio ed auriga degli uomini spirituali" (FF 1070).
Sì, Francesco fu e resta Voce di uno che, in quel tempo, gridò nel deserto del mondo e continua a farlo con il suo esempio, esortandoci a fare la nostra parte come lui fece la sua.
«Io sono voce di uno che grida nel deserto. Raddrizzate la via del Signore, come disse il profeta Isaia» (Gv 1,23)
Feria propria del 2 gennaio (Gv 1,19-28)
«E vennero affrettandosi e trovarono Maria e Giuseppe e il bimbo giacente nella mangiatoia […] ora Maria conservava tutte queste parole-evento, confrontandole nel suo cuore» (Lc 2,16.19).
Francesco era attratto dalla figura di Maria, la Madre di Dio; Colei che, in profonda umiltà, era stata la colmata dalla Grazia, culla verginale del Figlio Benedetto.
A Lei dedicava lodi, preghiere e luoghi abitati dalla comunità, ponendo lo stesso Ordine sotto la sua materna protezione.
Nelle Fonti leggiamo:
“Andò finalmente in un luogo chiamato Porziuncola, nel quale vi era una chiesa dedicata alla beatissima Vergine: una fabbrica antica, ma allora assolutamente trascurata e abbandonata. Quando l’uomo di Dio la vide così abbandonata, spinto dalla sua fervente devozione per la Regina del mondo, vi fissò la sua dimora, con l’intento di riparla. Là egli godeva spesso della visita degli Angeli, come sembrava indicare il nome della chiesa stessa, chiamata fin dall’antichità Santa Maria degli Angeli. Perciò la scelse come sua residenza, a causa della sua venerazione per gli Angeli e del suo speciale amore per la Madre di Cristo […]
Questo luogo, al momento della morte, raccomandò ai frati come il luogo più caro alla Vergine” (FF 1048).
E ancora: “Spesso richiamava alla mente, piangendo, la povertà di Gesù Cristo e della Madre sua, e affermava che questa è la regina delle virtù, perché la si vede brillare così fulgidamente, più di tutte le altre, nel Re dei re e nella Regina sua Madre” (FF 1118).
Alla Madre di Dio diede il suo tributo d’onore nella stupenda preghiera, più di tutte conosciuta: il «Saluto alla Beata Vergine Maria».
«Ave, Signora, santa regina,/
santa Madre di Dio Maria,/
che sei vergine fatta Chiesa […]
Tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene» (FF 259).
In Lei sempre ripeteva «Il Signore vi dia Pace» - ovunque si recasse. Saluto rivelatogli dall’Altissimo.
La stessa figura di Chiara nelle Fonti è ricordata come “impronta della Madre di Dio”, e a Francesco richiamava la freschezza vereconda di Maria e quella sua straordinaria identificazione di vita e di tratti spirituali.
Tale fisionomia Mariana, riflessa nella sua discepola, aiutò gli inizi dell’Ordine, conferendole un ruolo essenziale nella missione che accomunava i due Poveri di Assisi.
Maria Ss.ma Madre di Dio, 1 gennaio (Lc 2,16-21)
Nel suo Prologo Giovanni ci parla del Verbo fattosi uno di noi, quale segno dell’amore gratuito e della fedeltà incrollabile di Dio verso noi.
Nei suoi scritti autografi, nella Lettera ai Fedeli, Francesco sottolinea:
«L’Altissimo Padre celeste, per mezzo del santo suo angelo Gabriele, annunciò questo Verbo del Padre, così degno, così santo e glorioso, nel grembo della Santa e gloriosa Vergine Maria, e dal grembo di lei ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità.
Lui che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà» (FF 181-182).
E Chiara nel suo Testamento fa eco a quanto detto esprimendosi così:
«Il Figlio di Dio si è fatto nostra Via; e questa con la parola e con l’esempio ci indicò e insegnò il beato padre nostro Francesco, vero amante e imitatore di Lui» (FF 2824).
Sì, Francesco contemplava il Verbo di Dio fatto carne.
Per questo nacque la sacra rappresentazione dal vivo del presepe, per vedere con gli occhi del corpo i disagi patiti dal Dio fattosi uno di noi.
Dicono le Fonti:
“Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, pieno di sospiri, lo spirito vibrante di compunzione e gaudio ineffabile” (FF 469).
«E noi abbiamo contemplato la sua gloria» (Gv 1, 14).
Francesco e Chiara meditano e contemplano la Pienezza di Luce che è venuta a visitarci come sole che sorge e che dona Speranza a tutti gli uomini, quelli rinati dall’acqua e dallo Spirito.
31 dicembre - VII giorno fra l’Ottava di Natale (Gv 1,1-18)
«Si mise a lodare Dio e parlava del Bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,38).
Francesco d’Assisi considerava il s. Natale la festa delle feste. Da lì, infatti, era partita la parabola salvifica di un Padre misericordioso che volle “srotolare come un sacco” la sua divinità e umanità attraverso il Dono del Figlio.
Per questo lodava infinitamente Dio e parlava del Bambino e della salvezza da Lui portata a tutti gli uomini in ogni occasione, opportuna e non opportuna.
La profondità del suo spirito profetico, ricevuto per Grazia, lo rendeva capace di andare oltre l’immediato con raffinato fiuto interiore.
Nel tesoro delle Fonti troviamo passaggi particolarmente significativi:
“L’uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia.
Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levìta di Cristo, canta il santo Vangelo.
Predica al popolo e parla della nascita del re povero e, nel nominarlo, lo chiama, per tenerezza d’amore, il «Bimbo di Bethlehem».
Un cavaliere virtuoso e sincero che aveva lasciato la milizia scolaresca e si era legato di grande familiarità all’uomo di Dio, il signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno.
Questa visione del devoto cavaliere è resa credibile dalla santità del testimone, ma viene comprovata anche dalla verità che essa indica e confermata dai miracoli da cui fu accompagnata.
Infatti l’esempio di Francesco, riproposto al mondo, ha ottenuto l’effetto di ridestare la fede di Cristo nei cuori intorpiditi; e il fieno della mangiatoia, conservato dalla gente, aveva il potere di risanare le bestie ammalate e di scacciare varie altre malattie.
Così Dio glorifica in tutto il suo servo e mostra l’efficacia della santa orazione con l’eloquenza probante dei miracoli” (FF 1186).
E la stessa Chiara, prima pianta del Serafico padre, nel suo stupendo Testamento, mentre affida tutte le sue figlie presenti e future alla custodia del signor Cardinale, così si esprime:
«Per amore di quel Signore, che povero alla sua nascita fu posto in una greppia, povero visse sulla terra e nudo rimase sulla croce, abbia cura di fare osservare a questo suo piccolo gregge - questo che L’Altissimo Padre, per mezzo della parola e dell’esempio del beato padre nostro Francesco, generò nella sua santa Chiesa proprio per imitare la povertà e l’umiltà del suo diletto Figlio e della sua gloriosa Madre Vergine […]» (FF 2841).
Francesco e Chiara d’Assisi: due stelle del firmamento che illuminano il Mistero salvifico di un Dio fatto carne, venuto a donarsi ad ogni persona e realtà che reclama salvezza.
30 dicembre - sesto giorno fra l’Ottava di Natale (Lc 2,36-40)
Gesù, portato al tempio da Maria e Giuseppe, viene salutato dal vegliardo Simeone come «segno di contraddizione […] affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).
Francesco, nel tempo in cui vive e sull’esempio di Cristo, incarna, quale araldo del Gran Re, l’essere profeta e il farsi segno di contraddizione, condizione imprescindibile per entrare nel Regno di Dio.
Segno di contraddizione perché latore di un mondo nuovo, che lascia i cascami di quello stravecchio e lontano dall’Amore disceso dal Cielo.
Le Fonti offrono parecchi esempi di questo essere germe di un nuovo modo di pensare.
Leggiamo:
“L’uomo di Dio, ferito dalle maledizioni paterne, scelse come padre un poverello disprezzato e gli disse:
«Vieni con me, e ti darò parte delle mie elemosine. Quando vedrai mio padre maledirmi, io ti dirò: Benedicimi, o padre! - E tu farai su di me il segno della croce e mi benedirai al suo posto».
Mentre il povero lo benediceva così, l’uomo di Dio diceva a suo padre:
«Non credi che il Signore possa darmi un padre che, contro le tue maledizioni, mi copra di benedizioni?».
Molti di quelli che lo schernivano, vedendolo sopportare con pazienza tutte quelle tribolazioni, erano colpiti da stupore e ammirazione” (FF 1423).
«Segno di contraddizione […] affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).
E ancora, mosso dallo Spirito, profetò a riguardo di S. Chiara e delle sue sorelle:
“C’erano anche altre persone ad aiutarlo nei restauri. Francesco, luminoso di gioia, diceva a voce alta, in francese, ai vicini e a quanti transitavano di là:
«Venite, aiutatemi in questi lavori! Sappiate che qui sorgerà un monastero di signore, e per la fama della loro santa vita, sarà glorificato in tutta la chiesa il nostro Padre celeste».
Era animato da spirito profetico, e preannunciava quello che sarebbe accaduto in realtà.
Fu appunto nel sacro luogo di San Damiano che prese felicemente avvio, ad iniziativa di Francesco, a circa sei anni dalla sua conversione l’Ordine glorioso e ammirabile delle povere donne e sacre vergini” (FF 1426).
“Molti si facevano gioco di lui, persuasi che gli avesse dato di volta il cervello; altri invece erano impietositi fino alle lacrime, vedendo quel giovane passato così rapidamente da una vita di piaceri e di capricci a una esistenza trasfigurata dall’ebbrezza dell’amore divino. Ma lui, non badando agli scherni, rendeva con fervore grazie a Dio” (FF 1421).
Si, questo bambino divenuto baldo giovane, lasciando le allegre brigate, viene trasformato dalla Grazia in quell’indiscutibile segno di contraddizione che porta alla luce la verità che alberga in ogni cuore, sulle orme di Cristo.
E, a missione compiuta, davanti ai suoi frati, facendosi porre sulla nuda terra, ricordò loro che egli si era impegnato a fare la sua parte e che il Signore li avrebbe istruiti nel fare la loro.
29 dicembre - quinto giorno fra l’Ottava di Natale (Lc 2,22-35)
You ought not, however, to be satisfied merely with knocking and seeking: to understand the things of God, what is absolutely necessary is oratio. For this reason, the Saviour told us not only: ‘Seek and you will find’, and ‘Knock and it shall be opened to you’, but also added, ‘Ask and you shall receive’ [Verbum Domini n.86; cit. Origen, Letter to Gregory]
Non ti devi però accontentare di bussare e di cercare: per comprendere le cose di Dio ti è assolutamente necessaria l’oratio. Proprio per esortarci ad essa il Salvatore ci ha detto non soltanto: “Cercate e troverete”, e “Bussate e vi sarà aperto”, ma ha aggiunto: “Chiedete e riceverete” [Verbum Domini n.86; cit. Origene, Lettera a Gregorio]
In the crucified Jesus, a kind of transformation and concentration of the signs occurs: he himself is the “sign of God” (John Paul II)
In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio" (Giovanni Paolo II)
Only through Christ can we converse with God the Father as children, otherwise it is not possible, but in communion with the Son we can also say, as he did, “Abba”. In communion with Christ we can know God as our true Father. For this reason Christian prayer consists in looking constantly at Christ and in an ever new way, speaking to him, being with him in silence, listening to him, acting and suffering with him (Pope Benedict)
Solo in Cristo possiamo dialogare con Dio Padre come figli, altrimenti non è possibile, ma in comunione col Figlio possiamo anche dire noi come ha detto Lui: «Abbà». In comunione con Cristo possiamo conoscere Dio come Padre vero. Per questo la preghiera cristiana consiste nel guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo, parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui (Papa Benedetto)
In today’s Gospel passage, Jesus identifies himself not only with the king-shepherd, but also with the lost sheep, we can speak of a “double identity”: the king-shepherd, Jesus identifies also with the sheep: that is, with the least and most needy of his brothers and sisters […] And let us return home only with this phrase: “I was present there. Thank you!”. Or: “You forgot about me” (Pope Francis)
Nella pagina evangelica di oggi, Gesù si identifica non solo col re-pastore, ma anche con le pecore perdute. Potremmo parlare come di una “doppia identità”: il re-pastore, Gesù, si identifica anche con le pecore, cioè con i fratelli più piccoli e bisognosi […] E torniamo a casa soltanto con questa frase: “Io ero presente lì. Grazie!” oppure: “Ti sei scordato di me” (Papa Francesco)
Thus, in the figure of Matthew, the Gospels present to us a true and proper paradox: those who seem to be the farthest from holiness can even become a model of the acceptance of God's mercy and offer a glimpse of its marvellous effects in their own lives (Pope Benedict))
Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza (Papa Benedetto)
Man is involved in penance in his totality of body and spirit: the man who has a body in need of food and rest and the man who thinks, plans and prays; the man who appropriates and feeds on things and the man who makes a gift of them; the man who tends to the possession and enjoyment of goods and the man who feels the need for solidarity that binds him to all other men [CEI pastoral note]
don Giuseppe Nespeca
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