Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
Nei versetti d’esordio di Gv 3 Gesù sottolinea al fariseo Nicodemo, che lo interrogava, l’urgenza di rinascere dall’alto per opera dello Spirito Santo.
Nelle Fonti Francesco dimostra una speciale affezione allo Spirito di Dio, lasciando che sia Lui ad agire nella sua vita. Il Dito di Dio lo ricambia con frequenti visite e la sua santa operazione in ogni vicissitudine.
Esplorando i documenti francescani, sono molti gli episodi che attestano l’azione sorprendente dello Spirito nel Poverello. Essi evidenziando Francesco quale creatura nuova, rinata dall’acqua e dal Datore dei doni, seminati nel suo percorso di trasformazione.
Le Fonti attestano:
"Francesco voleva un giorno recarsi ad un eremo* per dedicarsi più liberamente alla contemplazione; ma, poiché era assai debole, ottenne da un povero contadino di poter usare del suo asino.
Si era d’estate, e il campagnuolo che seguiva il Santo arrampicandosi per sentieri di montagna, era stanco morto per l’asprezza e la lunghezza del viaggio.
Ad un tratto, prima di giungere all’eremo, si sentì venir meno riarso dalla sete. Si mise a gridare dietro al Santo, supplicandolo di avere misericordia di lui, perché senza il conforto di un po’ d’acqua sarebbe certamente morto.
Il Santo, sempre compassionevole verso gli afflitti, balzò dall’asino, e inginocchiato a terra alzò le mani al cielo e non cessò di pregare fino a quando si sentì esaudito.
«Su, in fretta - gridò al contadino - là troverai acqua viva, che Cristo misericordioso ha fatto scaturire ora dalla roccia per dissetarti».
Mirabile compiacenza di Dio, che si piega così facilmente ai suoi servi!
L’uomo bevve l’acqua scaturita dalla roccia per merito di chi pregava e si dissetò alla durissima selce. Non vi era mai stato in quel luogo un corso d’acqua, né si trovò dopo, per quante ricerche siano state fatte.
Quale meraviglia, se un uomo ripieno di Spirito Santo riunisce in sé le opere mirabili di tutti i giusti? Non è certo cosa straordinaria, se ripete azioni simili a quelle di altri Santi chi ha il dono di essere unito a Cristo per una grazia particolare" (FF 632).
Chi crede diventa lui stesso Acqua viva che zampilla a beneficio di tutti, perché rinato dall’alto.
«In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel Regno di Dio» (Gv 3,5)
Lunedì 2a sett. di Pasqua (Gv 3,1-8)
Nel primo giorno della settimana Gesù entrò a porte chiuse nel luogo dove i discepoli erano riuniti.
Affidò loro il mandato di annunciare la Buona Novella, «alitando» su di essi perché ricevessero lo Spirito Santo.
Tommaso, assente, faticò a credere e ricevette un richiamo da Gesù per aver preteso di vedere e toccare, senza accogliere la testimonianza degli altri discepoli.
Eppure Tommaso cercava l’esperienza in prima persona del Risorto.
Il Povero d’Assisi e i suoi frati crebbero nella fede anche mediante l’incontro fattivo con il Signore nella povertà vissuta, nella solitudine ed orazione sperimentata nel quotidiano.
La fede in Gesù, morto sulla croce come un malfattore per assicurarci la Vita senza fine, traboccava nella nuda esistenza minoritica di Francesco e dei suoi.
Certamente era dono divino, ma anche frutto di una relazione non formale, sviluppatasi nell’itinerario intrapreso.
Giova ricordare quanto le Fonti attestano:
"[Francesco] insegnò loro a lodare Dio in tutte le creature; ad onorare con particolare venerazione i sacerdoti, come pure a credere fermamente e a confessare schiettamente la verità della fede […]
Essi osservavano in tutto e per tutto gli insegnamenti del padre santo e, appena scorgevano qualche chiesa da lontano, o qualche croce, si volgevano verso di essa, prostrandosi umilmente a terra e pregando secondo la forma loro indicata" (FF 1069).
La stessa Chiara, nella Lettera a Ermentrude di Bruges, in merito alla vita di Fede, suggerisce:
«Rimani, dunque, o carissima, fedele fino alla morte a Colui, al quale ti sei legata per sempre. E certamente sarai da Lui coronata con la corona della vita.
Il tempo della fatica quaggiù è breve, ma la ricompensa è eterna.
Non ti abbaglino gli splendori del mondo che passa come ombra.
Non ti sorprendano le vuote immagini di questo mondo ingannatore; chiudi le tue orecchie ai sibili dell’inferno e spezza da forte le sue tentazioni.
Sostieni di buona voglia le avversità, e la superbia non rigonfi il tuo cuore nelle cose prospere; queste ti richiamano alla tua fede, quelle la richiedono» (FF 2914).
L’esperienza di Dio nella loro vita era stata così forte, incisiva e misericordiosa da poter parlare come nessuno aveva fatto mai.
‘Gli rispose Tommaso e gli disse: «Il mio Signore e il mio Dio!»’ (Gv 20,28)
2a Domenica di Pasqua (Gv 20,19-31)
Gesù Risorto si manifestò più volte ai discepoli e, nonostante la loro incredulità e durezza di cuore, li mandò per il mondo a proclamare il Vangelo a ogni creatura.
Francesco fu annunciatore in ogni occasione opportuna e non opportuna del Cristo crocifisso e Risorto. L’esperienza interiore assaporata lo aveva reso Araldo della Parola.
Consultando le Fonti, nella Vita prima del Celano, si legge:
"Nel tempo in cui […] predicò agli uccelli, il venerabile padre Francesco, percorrendo città e villaggi per spargere ovunque la semente della benedizione, arrivò anche ad Ascoli Piceno.
In questa città annunciò la Parola di Dio con tanto fervore, che tutti, pieni di devozione, per Grazia del Signore, accorrevano a lui, desiderosi di vederlo e ascoltarlo.
La ressa della folla era straordinaria, e ben trenta, tra chierici e laici, si fecero suoi discepoli, ricevendo dalle sue stesse mani l’abito religioso.
Uomini e donne lo veneravano con tanta fede, che chiunque poteva toccargli la veste si considerava sommamente fortunato" (FF 430).
"Quand’egli entrava in una città, il clero gioiva, si suonavano le campane, gli uomini esultavano, si congratulavano le donne, i fanciulli applaudivano, e spesso gli andavano incontro con ramoscelli in mano e cantando dei salmi.
L’eresia era coperta di confusione, la fede della Chiesa trionfava; mentre i fedeli erano ripieni di giubilo, gli eretici si rendevano latitanti.
I segni della sua santità erano così evidenti, che nessun eretico osava disputare con lui, mentre tutta la folla gli obbediva" (FF 431).
Nel suo itinerario evangelico, andare e proclamare la Parola ad ogni creatura sotto il cielo era dimensione vitale della sequela sine glossa sulle orme del Risorto.
Ma pure incontrare il Poverello era per la gente esperienza di forte impatto e risurrezione, perché il Santo era testimone eloquente di novità di vita.
«Andando in tutto il mondo, predicate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15)
Sabato dell’ottava di Pasqua (Mc 16,9-15)
Gesù Risorto tornò a manifestarsi ai suoi sul lago di Tiberiade, invitandoli a pescare.
I discepoli credettero e sperimentarono immediatamente la fecondità dei gesti compiuti in unità con Cristo.
Il discepolo prediletto, quello dal cuore dilatato e dallo sguardo acuto, dinanzi all’abbondanza della pesca, disse: «È il Signore!» (Gv 21,7).
Nel tempo in cui visse, Francesco si rivelò davvero come ‘il minore’ amato da Gesù.
Con capacità introspettiva unita alla Grazia, divenne missionario fecondo, che operava prodigi con la forza del Risorto, gettando la rete dalla parte giusta.
Le Fonti narrano un episodio significativo, avvenuto presso un eremo, vicino Rieti (Fonte Colombo).
Visitato dal medico per la cura degli occhi, Francesco chiese ai suoi compagni di accoglierlo a pranzo, preparando qualcosa di buono per lui.
"«Padre - rispose il guardiano - te lo diciamo con rossore, ci vergogniamo ad invitare, tanto siamo poveri in questo momento».
«Volete forse che ve lo ripeta?» insistette il Santo.
Il medico era presente e intervenne: «Io, fratelli carissimi, stimerò delizia la vostra penuria».
I frati in tutta fretta dispongono sulla tavola quanto c’è in dispensa: un po’ di pane, non molto vino e per rendere più sontuoso il pranzo, la cucina manda un po’ di legumi.
Ma la mensa del Signore nel frattempo si muove a compassione della mensa dei servi.
Bussano alla porta e corrono ad aprire: c’è una donna che porge un canestro pieno zeppo di bel pane, di pesci e pasticci di gamberi, e sopra abbondanza di miele e uva.
A tale vista i poveri commensali sfavillarono di gioia, e messa da parte per il giorno dopo quella miseria, mangiarono di quei cibi prelibati.
Il medico commosso esclamò:
«Né noi secolari e neppure voi frati conoscete veramente la santità di questo uomo».
E si sarebbero di certo pienamente sfamati, ma più che il cibo li aveva saziati il miracolo.
Così l’occhio amoroso del Padre non disprezza mai i suoi, anzi assiste con più generosa provvidenza chi è più bisognoso.
Il povero si pasce ad una mensa più ricca di quella del re, quanto Dio supera in generosità l’uomo" (FF 629).
Il discepolo prediletto credette e fece cose pari al Maestro.
Francesco, pieno dello Spirito del Risorto, lo riconobbe negli eventi della vita e ripeté con i fatti:
«È il Signore!».
In verità ogni giorno egli attestava la Presenza del Risorto, che affiancava i suoi, ammaestrandoli e compiendo prodigi.
Venerdì fra l’ottava di Pasqua (Gv 21,1-14)
Il Risorto, prima di ascendere al Padre, si manifestò agli Undici e agli altri discepoli, facendo le sue grandi consegne: essere testimoni di vita nuova, predicando il Vangelo a tutti i popoli.
Il Povero d’Assisi, sempre assorto nella contemplazione dei misteri di Cristo, aveva compreso che nel nome del Signore crocifisso e risorto sarebbero stati predicati a tutti gli uomini la conversione e il perdono dei peccati.
La sua mente aperta gli consentiva di scrutare e penetrare acutamente le Scritture, considerandole di somma importanza.
Infatti le Fonti illustrano:
"«Il predicatore - diceva - deve prima attingere nel segreto della preghiera ciò che poi riverserà nei discorsi.
Prima deve riscaldarsi interiormente, per non proferire all’esterno fredde parole».
È un ufficio, sottolineava, degno di riverenza, e tutti devono venerare quelli che lo esercitano:
Essi sono la vita del corpo, gli avversari dei demoni, essi sono la lampada del mondo […]
Una volta fece scrivere come norma generale:
«Dobbiamo onorare e venerare tutti i teologi e quanti ci dispensano la parola di Dio come quelli che ci somministrano spirito e vita»" (FF 747).
E ancora la Leggenda maggiore ammaestra:
"Cercava la salvezza delle anime con pietà appassionata, con zelo e fervida gelosia e, perciò, diceva che si sentiva riempire di profumi dolcissimi e, per così dire, cospargere di unguento prezioso, quando veniva a sapere che i suoi frati sparsi per il mondo, col profumo soave della loro santità, inducevano molti a tornare sulla retta via.
All’udire simili notizie esultava nello spirito e ricolmava di invidiabilissime benedizioni quei frati che, con la parola e con le opere, trascinavano i peccatori all’amore di Cristo" (FF 1138).
Il compimento delle Scritture su Gesù diventa per Francesco l’entrata del Kerigma nel suo cammino spirituale, con la conseguente trasformazione del Poverello in Servo della Parola annunciata con fede e testimoniata dalle opere.
La Pasqua del Signore crocifisso e risorto sfociava nella predicazione indefessa della salvezza a prezzo del suo sangue versato per tutti in remissione dei peccati del mondo intero.
Il Minimo fece sua la missione affidata da Cristo ai discepoli, sospinto dalla potenza dello Spirito, incontro al Regno di Dio.
«Così sta scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, e che sarebbe stata predicata nel suo nome la conversione in remissione dei peccati a tutte le nazioni, cominciando da Gerusalemme» (Lc 24,46-47)
Giovedì dell’ottava di Pasqua (Lc 24,35-48)
Gesù Risorto si affiancò ai discepoli di Emmaus che conversavano di Lui su quanto era accaduto in Gerusalemme. Egli li mise alla prova.
Il corpo di Cristo era ormai in una condizione nuova, gloriosa, pur conservando la sua identità. Per riconoscerlo era necessaria la fede e la libertà dei figli di Dio.
Per Francesco la povertà e la libertà di spirito unite alla fede erano l’ossatura fondamentale della sua parabola esistenziale di «minore».
Chiedere l’elemosina, ad esempio, anche nel tempo di Pasqua, vivendo la condizione di viandante in cammino, era per lui esercizio mirabile dei valori anzidetti.
Sfogliando le Fonti, nella Leggenda maggiore, si legge:
"Una volta, nel giorno santo di Pasqua, siccome si trovava in un romitorio molto lontano dall’abitato e non c’era possibilità di andare a mendicare, memore di Colui che in quello stesso giorno apparve ai discepoli in cammino verso Emmaus, in figura di pellegrino, chiese l’elemosina, come pellegrino e povero, ai suoi stessi frati.
Come l’ebbe ricevuta, li ammaestrò con santi discorsi a celebrare continuamente la Pasqua del Signore, passando per il deserto del mondo in povertà di spirito e come pellegrini e forestieri e come veri Ebrei.
Poiché, nel chiedere le elemosine egli non era spinto dalla brama del guadagno, ma dalla libertà dello Spirito. Dio, padre dei poveri, mostrava per lui una speciale sollecitudine" (FF 1129).
E fu quella libertà interiore insieme alla fede che si trasformarono in porta di riconoscimento del Cristo Risorto allo spezzare del pane, come ad Emmaus.
Francesco aveva occhi tridimensionali, che gli consentivano di andare oltre le apparenze, cogliendo la sostanza del messaggio che aveva dinanzi.
Infatti, nelle Ammonizioni, così si esprime:
«Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile […]
E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato.
E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo il pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero» (FF 144).
Il Poverello aveva acquisito, per grazia, la capacità interiore di decifrare le orme del Signore nell’ordinario dei giorni, con vera concretezza.
«E avvenne che essendosi egli messo a tavola con loro, preso il pane, pronunziò la benedizione e spezzato porgeva loro. Ora, si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (Lc 24,30-31)
Mercoledì fra l’ottava di Pasqua (Lc 24,13-35)
«Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15)
Maria di Magdala piangeva il suo Signore, vicino al sepolcro. Smarrita e addolorata, si affliggeva non sapendo dove fosse, fin quando Gesù si fece presente.
Anche Chiara, nel chiuso di San Damiano, piangeva durante l’orazione per il suo Cristo, unendosi alla sua Passione, nell’attesa della Risurrezione.
Nella Leggenda leggiamo:
"Aveva ormai fissato nella Luce lo sguardo ardentissimo del desiderio interiore e, trascesa la sfera delle vicissitudini umane, spalancava in tutta la sua ampiezza il campo del suo spirito alla pioggia della Grazia.
[…] Spessissimo, prostrata in orazione col volto a terra, bagna il suolo di lacrime e lo sfiora con baci: così che pare avere sempre tra le braccia il suo Gesù, i cui piedi inondare di lacrime, su cui imprimere baci" (FF 3197).
Chiara cercava interiormente il Signore, anche per coloro che non lo desideravano.
Si guardava dal trattenere Cristo che saliva al Padre, vivendo l’annuncio della Resurrezione con volto di luce, attestante la visione attuale di Lui ai fratelli che l’avvicinavano.
Visse il perenne Esodo terreno in vista della Terra promessa, che già assaporava a piccole dosi.
Francesco, dal canto suo, giullare della Risurrezione, piangeva la Passione d’Amore, corroborata dalla rinascita esistenziale.
Ancora, nella Leggenda maggiore di San Bonaventura:
"A chi lo vedeva, sembrava un uomo dell’altro mondo: uno che, la mente e il volto sempre rivolti al cielo, si sforzava di attirare tutti verso l’alto" (FF 1072).
Come Maria di Magdala ebbe a fare il passaggio dall’esterno (vicina al sepolcro) all’interno della propria anima - per riconoscere Gesù Risorto.
Così Francesco, dopo essere vissuto all’esterno, fra allegre brigate assisane, aveva incontrato il «Rabbuni» all’interno del suo cuore. Riconoscendo e decifrando il Maestro della sua vita, in orazione dinanzi al Crocifisso di San Damiano.
Lì ritrovando Dio, ritrovava se stesso; in mezzo al pianto e alla gioia perfetta.
Gesù rivolse pure a lui la domanda: «Perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15).
Il Crocifisso damianita divenne il luogo della sua risurrezione, dove il pianto di una vita mancata, passata nei sollazzi, cedette il passo alla Chiamata per nome, in vista d’una rigenerazione personale e comunitaria.
A San Damiano, quando dal Crocifisso venne a lui una Voce divina che lo invitò a cambiare vita, il Povero pronunciò questa preghiera:
«Rapisca, ti prego, o Signore,
l’ardente e dolce forza del tuo amore
la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo,
perché io muoia per amore dell’amore tuo,
come tu ti sei degnato morire
per amore dell’amore mio» (FF 277).
Martedì Ottava di Pasqua (Gv 20,11-18)
«Essendo andate presto dal sepolcro con paura e grande gioia, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (Mt 28,8).
La liturgia del Lunedì dell’Angelo ritrae la gioia delle donne cui è affidato l’annuncio ai fratelli affinché vadano in Galilea: là lo avrebbero visto!
Francesco e Chiara d’Assisi vivevano la Pasqua ogni giorno, e ogni mattino era occasione favorevole per testimoniare che la Croce era fiorita nel mandorlo della Resurrezione.
Ogni momento era l’istante giusto per lodare il Signore Crocifisso e Risorto, e per invitare alla lode tutte le creature, poiché i Due Poveri appartenevano al mondo dei piccoli e semplici.
Francesco non sprecava alcuna opportunità per annunciare la Buona Novella.
Lui, il discepolo amato da Gesù, e Chiara, ‘altra Maria’, erano stati al sepolcro. Avevano trovato la pietra rotolata e con la loro esistenza narravano la rigenerazione sperimentata.
La gioia della Pasqua era inscritta nei loro cuori e le Fonti ci aiutano a comprenderlo bene.
"Andando Francesco per città e castelli, cominciò a predicare dappertutto con più grande impegno e sicurezza, non ricorrendo a persuasivi ragionamenti fondati sulla sapienza umana, ma basandosi sulla dottrina e sulla virtù dello Spirito Santo, annunziando con fiducia il regno di Dio.
Era un evangelizzatore della verità, fatto forte dall’autorità apostolica. Non ricorreva all’adulazione, sprezzava il bel parlare.
Quella che proponeva agli altri nelle sue esortazioni, era innanzitutto sua vissuta convinzione personale; così era in grado di annunziare sinceramente la verità" (FF 1463).
Infatti, l’unica Verità da annunciare era ed è Cristo risorto dai morti, Speranza della Gloria!
Sempre esortava i suoi frati a celebrare la Pasqua, fedeli alla povertà di Cristo:
"Anche nelle feste principali, quando ve n’era l’opportunità, era solito andare per l’elemosina. Perché, diceva, nei poveri di Dio si realizza la parola del profeta: l’uomo ha mangiato il pane degli Angeli.
Il pane degli Angeli è quello che la santa povertà raccoglie di porta in porta e che, domandato per amor di Dio, per amor di Dio viene elargito, per suggerimento degli Angeli santi" (FF 1129).
Contemplando la Bellezza di Dio, che richiama la Luce Pasquale della Resurrezione, nelle Lodi di Dio Altissimo, Francesco così si esprime:
«Tu sei santo, Signore, solo Dio, che operi cose meravigliose.
Tu sei forte, Tu sei grande, Tu sei altissimo,
Tu sei re onnipotente, Tu, Padre santo, re del cielo e della terra.
Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dei.
Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene, il Signore Dio vivo e vero […]» (FF 261).
Con umiltà e fiducia nel Signore, l’alba della Resurrezione abitava ogni gesto dell’Alter Christus e di Chiara, in ogni evento quotidiano.
Lunedì dell’ottava di Pasqua (Mt 28,8-15)
The kingdom of Christ is manifested, as the Council teaches, in the 'kingship' of man [John Paul II]
Il regno di Cristo si manifesta, come insegna il Concilio, nella “regalità” dell’uomo [Giovanni Paolo II]
In the middle of the dense forest of rules and regulations — to the legalisms of past and present — Jesus makes an opening through which one can catch a glimpse of two faces: the face of the Father and the face of the brother. He does not give us two formulas or two precepts: there are no precepts nor formulas. He gives us two faces [Pope Francis]
In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – ai legalismi di ieri e di oggi – Gesù opera uno squarcio che permette di scorgere due volti: il volto del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti: non sono precetti e formule; ci consegna due volti [Papa Francesco]
Whoever is inscribed in God's name participates in God's life, and lives. Therefore to believe is to be inscribed in the name of God. Thus we are alive. Whoever has a share in God's name is not dead but rather belongs to the living God. In this sense we should be able to understand the dynamism of faith, which entails enrolling our names in the name of God and in this way entering into life [Pope Benedict]
Chi è scritto nel nome di Dio partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è essere iscritti nel nome di Dio. E così siamo vivi. Chi appartiene al nome di Dio non è un morto, appartiene al Dio vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di Dio e così un entrare nella vita [Papa Benedetto]
As sometimes happens in the Gospel, faced with the trap set for him by his enemies, Jesus, with his response, rises above the contingent controversy and goes far beyond the particular and mutually divergent positions (John Paul II)
Come talora accade nel Vangelo, di fronte al tranello mossogli dai suoi nemici, Gesù, con la sua risposta, s’innalza al di sopra della polemica contingente e va ben oltre le posizioni particolari e tra loro divergenti (Giovanni Paolo II)
This Name clearly expresses that the God of the Bible is not some kind of monad closed in on itself and satisfied with his own self-sufficiency but he is life that wants to communicate itself, openness, relationship [Pope Benedict]
Questo nome esprime dunque chiaramente che il Dio della Bibbia non è una sorta di monade chiusa in se stessa e soddisfatta della propria autosufficienza, ma è vita che vuole comunicarsi, è apertura, relazione [Papa Benedetto]
There, however, in the place that should have been taken up by the encounter between God and man, he found livestock merchants and money-changers who occupied this place of prayer with their commerce […] In the temple's purification, however, it was a matter of more than fighting abuses. A new time in history was foretold (Pope Benedict)
Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera […] Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia (Papa Benedetto)
«Ask Jesus for the grace to follow him closely», so as not to leave him alone, thus overcoming the temptations of looking at ourselves to «share the cake» of personal interests [Pope Francis]
don Giuseppe Nespeca
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