Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
«E vennero affrettandosi e trovarono Maria e Giuseppe e il bimbo giacente nella mangiatoia […] ora Maria conservava tutte queste parole-evento, confrontandole nel suo cuore» (Lc 2,16.19).
Francesco era attratto dalla figura di Maria, la Madre di Dio; Colei che, in profonda umiltà, era stata la colmata dalla Grazia, culla verginale del Figlio Benedetto.
A Lei dedicava lodi, preghiere e luoghi abitati dalla comunità, ponendo lo stesso Ordine sotto la sua materna protezione.
Nelle Fonti leggiamo:
“Andò finalmente in un luogo chiamato Porziuncola, nel quale vi era una chiesa dedicata alla beatissima Vergine: una fabbrica antica, ma allora assolutamente trascurata e abbandonata. Quando l’uomo di Dio la vide così abbandonata, spinto dalla sua fervente devozione per la Regina del mondo, vi fissò la sua dimora, con l’intento di riparla. Là egli godeva spesso della visita degli Angeli, come sembrava indicare il nome della chiesa stessa, chiamata fin dall’antichità Santa Maria degli Angeli. Perciò la scelse come sua residenza, a causa della sua venerazione per gli Angeli e del suo speciale amore per la Madre di Cristo […]
Questo luogo, al momento della morte, raccomandò ai frati come il luogo più caro alla Vergine” (FF 1048).
E ancora: “Spesso richiamava alla mente, piangendo, la povertà di Gesù Cristo e della Madre sua, e affermava che questa è la regina delle virtù, perché la si vede brillare così fulgidamente, più di tutte le altre, nel Re dei re e nella Regina sua Madre” (FF 1118).
Alla Madre di Dio diede il suo tributo d’onore nella stupenda preghiera, più di tutte conosciuta: il «Saluto alla Beata Vergine Maria».
«Ave, Signora, santa regina,/
santa Madre di Dio Maria,/
che sei vergine fatta Chiesa […]
Tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene» (FF 259).
In Lei sempre ripeteva «Il Signore vi dia Pace» - ovunque si recasse. Saluto rivelatogli dall’Altissimo.
La stessa figura di Chiara nelle Fonti è ricordata come “impronta della Madre di Dio”, e a Francesco richiamava la freschezza vereconda di Maria e quella sua straordinaria identificazione di vita e di tratti spirituali.
Tale fisionomia Mariana, riflessa nella sua discepola, aiutò gli inizi dell’Ordine, conferendole un ruolo essenziale nella missione che accomunava i due Poveri di Assisi.
Maria Ss.ma Madre di Dio, 1 gennaio (Lc 2,16-21)
Nel suo Prologo Giovanni ci parla del Verbo fattosi uno di noi, quale segno dell’amore gratuito e della fedeltà incrollabile di Dio verso noi.
Nei suoi scritti autografi, nella Lettera ai Fedeli, Francesco sottolinea:
«L’Altissimo Padre celeste, per mezzo del santo suo angelo Gabriele, annunciò questo Verbo del Padre, così degno, così santo e glorioso, nel grembo della Santa e gloriosa Vergine Maria, e dal grembo di lei ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità.
Lui che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà» (FF 181-182).
E Chiara nel suo Testamento fa eco a quanto detto esprimendosi così:
«Il Figlio di Dio si è fatto nostra Via; e questa con la parola e con l’esempio ci indicò e insegnò il beato padre nostro Francesco, vero amante e imitatore di Lui» (FF 2824).
Sì, Francesco contemplava il Verbo di Dio fatto carne.
Per questo nacque la sacra rappresentazione dal vivo del presepe, per vedere con gli occhi del corpo i disagi patiti dal Dio fattosi uno di noi.
Dicono le Fonti:
“Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, pieno di sospiri, lo spirito vibrante di compunzione e gaudio ineffabile” (FF 469).
«E noi abbiamo contemplato la sua gloria» (Gv 1, 14).
Francesco e Chiara meditano e contemplano la Pienezza di Luce che è venuta a visitarci come sole che sorge e che dona Speranza a tutti gli uomini, quelli rinati dall’acqua e dallo Spirito.
31 dicembre - VII giorno fra l’Ottava di Natale (Gv 1,1-18)
«Si mise a lodare Dio e parlava del Bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,38).
Francesco d’Assisi considerava il s. Natale la festa delle feste. Da lì, infatti, era partita la parabola salvifica di un Padre misericordioso che volle “srotolare come un sacco” la sua divinità e umanità attraverso il Dono del Figlio.
Per questo lodava infinitamente Dio e parlava del Bambino e della salvezza da Lui portata a tutti gli uomini in ogni occasione, opportuna e non opportuna.
La profondità del suo spirito profetico, ricevuto per Grazia, lo rendeva capace di andare oltre l’immediato con raffinato fiuto interiore.
Nel tesoro delle Fonti troviamo passaggi particolarmente significativi:
“L’uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia.
Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levìta di Cristo, canta il santo Vangelo.
Predica al popolo e parla della nascita del re povero e, nel nominarlo, lo chiama, per tenerezza d’amore, il «Bimbo di Bethlehem».
Un cavaliere virtuoso e sincero che aveva lasciato la milizia scolaresca e si era legato di grande familiarità all’uomo di Dio, il signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno.
Questa visione del devoto cavaliere è resa credibile dalla santità del testimone, ma viene comprovata anche dalla verità che essa indica e confermata dai miracoli da cui fu accompagnata.
Infatti l’esempio di Francesco, riproposto al mondo, ha ottenuto l’effetto di ridestare la fede di Cristo nei cuori intorpiditi; e il fieno della mangiatoia, conservato dalla gente, aveva il potere di risanare le bestie ammalate e di scacciare varie altre malattie.
Così Dio glorifica in tutto il suo servo e mostra l’efficacia della santa orazione con l’eloquenza probante dei miracoli” (FF 1186).
E la stessa Chiara, prima pianta del Serafico padre, nel suo stupendo Testamento, mentre affida tutte le sue figlie presenti e future alla custodia del signor Cardinale, così si esprime:
«Per amore di quel Signore, che povero alla sua nascita fu posto in una greppia, povero visse sulla terra e nudo rimase sulla croce, abbia cura di fare osservare a questo suo piccolo gregge - questo che L’Altissimo Padre, per mezzo della parola e dell’esempio del beato padre nostro Francesco, generò nella sua santa Chiesa proprio per imitare la povertà e l’umiltà del suo diletto Figlio e della sua gloriosa Madre Vergine […]» (FF 2841).
Francesco e Chiara d’Assisi: due stelle del firmamento che illuminano il Mistero salvifico di un Dio fatto carne, venuto a donarsi ad ogni persona e realtà che reclama salvezza.
30 dicembre - sesto giorno fra l’Ottava di Natale (Lc 2,36-40)
Gesù, portato al tempio da Maria e Giuseppe, viene salutato dal vegliardo Simeone come «segno di contraddizione […] affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).
Francesco, nel tempo in cui vive e sull’esempio di Cristo, incarna, quale araldo del Gran Re, l’essere profeta e il farsi segno di contraddizione, condizione imprescindibile per entrare nel Regno di Dio.
Segno di contraddizione perché latore di un mondo nuovo, che lascia i cascami di quello stravecchio e lontano dall’Amore disceso dal Cielo.
Le Fonti offrono parecchi esempi di questo essere germe di un nuovo modo di pensare.
Leggiamo:
“L’uomo di Dio, ferito dalle maledizioni paterne, scelse come padre un poverello disprezzato e gli disse:
«Vieni con me, e ti darò parte delle mie elemosine. Quando vedrai mio padre maledirmi, io ti dirò: Benedicimi, o padre! - E tu farai su di me il segno della croce e mi benedirai al suo posto».
Mentre il povero lo benediceva così, l’uomo di Dio diceva a suo padre:
«Non credi che il Signore possa darmi un padre che, contro le tue maledizioni, mi copra di benedizioni?».
Molti di quelli che lo schernivano, vedendolo sopportare con pazienza tutte quelle tribolazioni, erano colpiti da stupore e ammirazione” (FF 1423).
«Segno di contraddizione […] affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).
E ancora, mosso dallo Spirito, profetò a riguardo di S. Chiara e delle sue sorelle:
“C’erano anche altre persone ad aiutarlo nei restauri. Francesco, luminoso di gioia, diceva a voce alta, in francese, ai vicini e a quanti transitavano di là:
«Venite, aiutatemi in questi lavori! Sappiate che qui sorgerà un monastero di signore, e per la fama della loro santa vita, sarà glorificato in tutta la chiesa il nostro Padre celeste».
Era animato da spirito profetico, e preannunciava quello che sarebbe accaduto in realtà.
Fu appunto nel sacro luogo di San Damiano che prese felicemente avvio, ad iniziativa di Francesco, a circa sei anni dalla sua conversione l’Ordine glorioso e ammirabile delle povere donne e sacre vergini” (FF 1426).
“Molti si facevano gioco di lui, persuasi che gli avesse dato di volta il cervello; altri invece erano impietositi fino alle lacrime, vedendo quel giovane passato così rapidamente da una vita di piaceri e di capricci a una esistenza trasfigurata dall’ebbrezza dell’amore divino. Ma lui, non badando agli scherni, rendeva con fervore grazie a Dio” (FF 1421).
Si, questo bambino divenuto baldo giovane, lasciando le allegre brigate, viene trasformato dalla Grazia in quell’indiscutibile segno di contraddizione che porta alla luce la verità che alberga in ogni cuore, sulle orme di Cristo.
E, a missione compiuta, davanti ai suoi frati, facendosi porre sulla nuda terra, ricordò loro che egli si era impegnato a fare la sua parte e che il Signore li avrebbe istruiti nel fare la loro.
29 dicembre - quinto giorno fra l’Ottava di Natale (Lc 2,22-35)
Il Vangelo di Matteo narra la fuga in Egitto della Famiglia di Nazareth a causa della persecuzione erodiana che, pur di eliminare Gesù, fece uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e nel territorio.
Questa singolare famiglia trovò rifiuto fin dal suo formarsi, modello anche di perseveranza nelle prove.
Francesco, il giullare di Dio, dopo che la Grazia lo aveva reso creatura nuova, preferì alla famiglia naturale quella datagli dal Padre delle misericordie.
Infatti, senza esitare, davanti al vescovo di Assisi e a tutti gli astanti, si denudò come segno di abbandono, aggiungendo:
«Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro, che sei nei cieli, perché in Lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza» (FF 1043).
Risposta eloquente al vecchio mondo che lasciava languire nei suoi sollazzi, preferendo gustare la dolcezza respirata a casa Nazareth.
Francesco è in sintonia con la Sacra Famiglia: sia nella dimensione personale che comunitaria sviluppatasi attorno a lui.
Infatti si nutre di povertà e semplicità, crescendo in età, Sapienza e Grazia, davanti a Dio e ai suoi amati frati.
Stava sottomesso ad ogni fratello e seminava ovunque quella straordinaria Saggezza infusa, che gli veniva dall’alto, pura e arrendevole.
Maria lo accompagnava ovunque.
A Lei si stringeva in ogni evento importante, tanto da definire Avvocata dell’Ordine Colei che aveva reso nostro fratello il Signore della Maestà.
Ma non meno, Chiara faceva parte della singolare, silenziosa Famiglia di Dio - in modo così pieno da ricevere in dono (ormai malata e non più in grado di recarsi in chiesa) di partecipare sensibilmente alla Liturgia natalizia.
Il Padre delle Misericordie e l’intera Famiglia nazaretiana erano con lei.
Le Fonti c’informano:
“In quell’ora del Natale (1252), quando il mondo giubila con gli angeli per il Bambino appena nato, tutte le Donne si avviano per il Mattutino al luogo della preghiera, lasciando sola la Madre gravata dalla sua infermità.
E, avendo iniziato a pensare a Gesù piccolino e a dolersi molto di non poter partecipare al canto delle sue lodi, sospirando gli dice:
«Signore Iddio, eccomi lasciata qui sola per Te!».
Ed ecco, all’improvviso cominciò a risuonare alle sue orecchie il meraviglioso concerto che si faceva nella chiesa di S. Francesco.
Udiva i frati salmeggiare nel giubilo, seguiva le armonie dei cantori, percepiva perfino il suono degli strumenti.
Il luogo non era affatto così vicino da consentire umanamente la percezione di quei suoni: o quella celebrazione solenne fu resa divinamente sonora fino a raggiungerla, oppure il suo udito fu rafforzato oltre ogni umana possibilità.
Anzi, cosa che supera questo prodigio di udito, ella fu degna di vedere perfino il presepio del Signore.
Quando, al mattino, le figlie andarono da lei, la beata Chiara disse:
«Benedetto il Signore Gesù Cristo, che non mi ha lasciata sola, quando voi mi avete abbandonata!
Ho proprio udito, per Grazia di Cristo, tutte quelle cerimonie che sono state celebrate questa notte nella chiesa di S. Francesco» (FF 3212).
Nelle Comunità di Francesco e Chiara d’Assisi ferveva lo spirito della Famiglia di Nazareth, esperta del soffrire, ma anche luogo di virtù genuine. Chiara, come altra Maria, meditava nel suo cuore i Misteri del Figlio di Dio, ben comprendendo le apprensioni e i pericoli della fuga. Lei stessa, lasciando il vecchio mondo che la inseguiva, aveva conosciuto disagi e travagli.
Tutte esperienze che favorirono, nel suo cammino di Povera, il rivivere le vicende della famiglia di Nazareth in profondità.
«Ora essendo morto Erode, ecco, un angelo del Signore appare a Giuseppe in Egitto dicendo: Alzati, prendi con [te] il Bambino e sua Madre, e va’ nella terra d’Israele» (Mt 2,19-20a)
S. Famiglia di Nazaret (anno A) (Mt 2,13-15.19-23)
Nell’ambito del Natale, ricordarsi di S. Giovanni apostolo è mettere al primo posto la contemplazione del Mistero. Lui che, come sacchetto di mirra sul petto, reclinò il capo su quello di Cristo e, per l’Amore che lo animava, arrivò per primo al sepolcro dell’Amico.
«Ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro» (Gv 20,4).
Francesco è colui che, per l’Amore che lo infervorava, corse per primo al Presepe; per primo vide i segni e li accolse nel suo cuore.
Senza dare spazio ad una aleatoria contemplazione, il Povero di Assisi per primo, a Greccio, volle vedere tangibilmente gli stenti, i disagi, la penuria del Signore fin dagli inizi della sua parabola umana discesa dal Cielo.
La mistica che lo informava era frutto d’unione intima con Gesù, con il Bambino di Betlemme.
Le Fonti ci ricordano:
“Avendo con la preghiera intima e la frequente contemplazione raggiunta una straordinaria familiarità con Dio, bramava sapere che cosa di lui e in lui potesse essere più gradito all’eterno Re” (FF 479).
Dice il Celano, suo noto biografo:
“Non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente” (FF 682).
Già… la stessa orazione, trasferita nello spirito che aveva animato la rappresentazione vivente, palpitante, di Greccio.
La Bellezza che attraversa le vicende narrate dalle Fonti ce ne dà atto:
“Al di sopra di tutte le solennità, celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno umano […]
Questo Nome era per lui dolce come favo di miele in bocca.
Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l’obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell’anno cadeva di venerdì.
Francesco rispose a frate Morico:
«Tu pecchi fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino.
Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all’esterno»” (FF 787).
“Voleva che in questo giorno i poveri e i mendicanti fossero saziati dai ricchi, e che i buoi e gli asini ricevessero una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito.
«Se potrò parlare all’imperatore - diceva - lo supplicherò di emanare un editto generale, per cui tutti quelli che ne hanno possibilità, debbano spargere per le vie frumento e granaglie, affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza» (FF 788).
L’Amore rendeva Francesco capace di oltrepassare il consueto, e in grado di tradurre la novità che varcava i confini del già saputo.
Perché l’Amore arriva prima, ha fretta, porta con sé sorella sollecitudine e partorisce l’Inedito.
«Ora, correvano i due insieme, e l’altro discepolo corse avanti più presto di Pietro e venne per primo al sepolcro, e chinatosi vede i panni di lino ravvolti a parte; tuttavia non entrò» (Gv 20,4-5)
Ottava di Natale, s. Giovanni ap. ev. (Gv 20,2-8)
In questa ottava di Natale, il primo cristiano santificatosi con la persecuzione è il giovane Stefano.
La liturgia propone nel merito un brano di Matteo.
In esso Gesù invita ad essere coraggiosi testimoni, sapendo che, condotti dinanzi ai tribunali degli uomini, lo Spirito parlerà in ogni credente votato al Vangelo.
Francesco d’Assisi sperimentò nella sua vita, rinnovata da Cristo, il pungolo della persecuzione, estesa ai suoi frati in nome della Parola vissuta alla lettera.
Nelle Fonti leggiamo:
"Gente di alta e modesta condizione li dileggiava e malmenava, fino a togliere loro di dosso i miserabili indumenti.
I servi di Dio restavano nudi poiché, secondo l’ideale evangelico, non portavano che quel solo vestito, e inoltre non chiedevano la restituzione di ciò che loro veniva portato via […]
Certuni gettavano loro addosso il fango; altri mettevano dei dadi nelle loro mani, invitandoli a giocare; altri ancora, afferrandoli da dietro per il cappuccio, se li trascinavano sospesi sul dorso.
Queste e altre cattiverie del genere venivano loro inflitte, poiché erano ritenuti degli esseri così meschini, da poterli strapazzare a piacimento.
Insieme con la fame e la sete, con il freddo e la nudità, pativano tribolazioni e sofferenze di ogni sorta.
Ma tutto sopportavano con imperturbabile pazienza, secondo l’ammonizione di Francesco, senza lasciarsi abbattere dalla tristezza o ferire dal risentimento, senza rivolgere male parole a chi li affliggeva.
Al contrario, da perfetti uomini evangelici, messi nell’occasione di realizzare grandi guadagni spirituali, esultavano nel Signore, ritenendo una felicità l’essere esposti a tali prove e durezze; e, fedeli alla Parola del Vangelo, pregavano solleciti e ferventi per i loro persecutori" (FF 1444).
Francesco come Stefano considerava la persecuzione sorella della povertà e coronamento virtuoso di una vita dedita a Dio senza risparmio.
A riguardo di essa troviamo nelle Fonti, nella Leggenda di S. Chiara, come i parenti si precipitassero al monastero per riportare a casa Agnese, sorella di Chiara, intenta a seguirla in questo nuovo cammino di fede.
"«Sbrigati a tornare subito a casa con noi!».
Ma lei risponde di non volersi separare dalla sua sorella Chiara: allora le si scaglia addosso un cavaliere d’animo crudele e, senza risparmiare pugni e calci, tenta di trascinarla via per i capelli, mentre gli altri la spingono e la sollevano a braccia.
A ciò la giovinetta grida, mentre viene strappata dalla mano del Signore, come in preda a leoni:
«Aiutami, sorella carissima, e non permettere che io sia tolta a Cristo Signore!» " (FF 3205).
Ma la preghiera potente di Chiara e la sua determinazione ebbero la meglio sui prepotenti.
"Mentre quelli si allontanavano con amarezza per l’insuccesso dell’impresa, Agnese si rialzò lieta e godendo ormai della croce di Cristo, per il quale aveva combattuto in questa prima battaglia, si consegnò per sempre al servizio divino" (FF 3206).
Chi persevera nel suo cammino evangelico sarà salvato.
«E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvato» (Mt 10,22)
Ottava di Natale. S. Stefano (Mt 10,17-22)
«Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo, oggi […] è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10).
La gioia di Francesco era talmente grande al pensiero della Nascita di Gesù che, in quel giorno, perfino gli animali dovevano ‘festeggiare’ un tale Evento:
“Francesco aveva per il Natale del Signore più devozione per qualunque altra festività dell’anno.
Invero, benché il Signore abbia operato la nostra salvezza nelle altre solennità, diceva il Santo che fu dal giorno della sua nascita che egli si impegnò a salvarci.
E voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e per amore di lui, il quale ha dato a noi tutto se stesso, fosse gioiosamente generoso non solo con i bisognosi, ma anche con gli animali e gli uccelli” (FF 1669).
"Al di sopra di tutte le solennità, celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno umano.
Baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili, e la compassione del Bambino, riversandosi nel cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza alla maniera dei bambini" (FF 787).
Tre anni prima della sua morte, a Francesco dobbiamo la prima originale e autentica rappresentazione dal vivo del Natale del Signore, a Greccio (la notte del 25 dicembre 1223), con tanto di autorizzazione papale, e la collaborazione di un fedele e pio amico.
A questi aveva detto di procurare un piccolo bimbo “per vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza di cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno […]” (FF 468).
Le Fonti stupendamente raccontano:
“E giunse il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza!
Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi.
Arriva alla fine Francesco e vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia.
Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello.
In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà.
Greccio è divenuto nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali!
La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero.
La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi.
I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.
Il Santo è lì di fronte al Presepio, pieno di sospiri, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile.
Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepe e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo.
Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme.
Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora.
E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole […]
Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia” (FF 468 - 470).
[Natale del Signore]
«Benedetto il Signore, Dio d’Israele,/ perché ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68).
Francesco, dono del Cielo inviato a preparare le vie di Dio, dopo che la Provvidenza lo condusse a una completa conversione, fu trasformato dallo Spirito in Profeta per il suo tempo e oltre.
Nella Leggenda maggiore, s. Bonaventura ci offre la figura e l’esperienza originarie e originali del Povero assisano.
Come Giovanni, nato per additare l’Agnello di Dio, così il giovane figlio di mercante. Rinnovato dalla nuova nascita spirituale, ha cantato il Mistero dell’Incarnazione nelle fibre della sua stessa carne.
Nelle Fonti leggiamo:
“La Grazia di Dio, nostro Salvatore, in questi ultimi tempi è apparsa nel suo servo Francesco, a tutti coloro che sono veramente umili e veramente amici della Santa povertà.
Essi, infatti, mentre venerano in lui la sovrabbondanza della misericordia di Dio, vengono istruiti dal suo esempio a rinnegare radicalmente l’empietà e i desideri mondani, a vivere in conformità con Cristo e a bramare, con sete e desiderio insaziabili, la beata speranza.
Su di lui, veramente poverello e contrito di cuore, Dio posò il suo sguardo con grande accondiscendenza e bontà; non soltanto lo sollevò, mendico, dalla polvere della vita mondana, ma lo rese campione, guida e araldo della perfezione evangelica e lo scelse come luce, per i credenti, affinché divenuto testimone della luce, preparasse per il Signore la via della luce e della pace nel cuore dei fedeli” (FF 1020).
“Come la stella del mattino, che appare in mezzo alle nubi, con i raggi fulgentissimi della sua vita e della sua dottrina, attrasse verso la luce coloro che giacevano nell’ombra della morte; come l’arcobaleno che brilla tra le nubi luminose, portando in se stesso il segno del patto con il Signore, annunziò agli uomini il Vangelo della Pace e della salvezza.
Angelo della vera pace, anch’egli, a imitazione del Precursore, fu predestinato da Dio a preparargli la strada nel deserto della altissima povertà e a predicare la penitenza con l’esempio e la parola” (FF 1021).
«E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo/ perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade» (Lc 1,76)
Feria propria del 24 dicembre - vigilia del Natale (Lc 1,67-79)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
The ability to be amazed at things around us promotes religious experience and makes the encounter with the Lord more fruitful. On the contrary, the inability to marvel makes us indifferent and widens the gap between the journey of faith and daily life (Pope Francis)
La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore. Al contrario, l’incapacità di stupirci rende indifferenti e allarga le distanze tra il cammino di fede e la vita di ogni giorno (Papa Francesco)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
And quite often we too, beaten by the trials of life, have cried out to the Lord: “Why do you remain silent and do nothing for me?”. Especially when it seems we are sinking, because love or the project in which we had laid great hopes disappears (Pope Francis)
E tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: “Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?”. Soprattutto quando ci sembra di affondare, perché l’amore o il progetto nel quale avevamo riposto grandi speranze svanisce (Papa Francesco)
The Kingdom of God grows here on earth, in the history of humanity, by virtue of an initial sowing, that is, of a foundation, which comes from God, and of a mysterious work of God himself, which continues to cultivate the Church down the centuries. The scythe of sacrifice is also present in God's action with regard to the Kingdom: the development of the Kingdom cannot be achieved without suffering (John Paul II)
Il Regno di Dio cresce qui sulla terra, nella storia dell’umanità, in virtù di una semina iniziale, cioè di una fondazione, che viene da Dio, e di un misterioso operare di Dio stesso, che continua a coltivare la Chiesa lungo i secoli. Nell’azione di Dio in ordine al Regno è presente anche la falce del sacrificio: lo sviluppo del Regno non si realizza senza sofferenza (Giovanni Paolo II)
don Giuseppe Nespeca
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