Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
Francesco, il Piccolo di Dio, spesso istruiva i suoi frati a non essere servitori della zizzania seminata nel mondo dal maligno, a non seguire le sue logiche perverse e anti evangeliche. Raccomandava loro di vivere la Parola seminata da Cristo.
Troviamo, infatti, nei suoi scritti:
«Tutti quelli e quelle che […] camminano dietro la cattiva concupiscenza […] e non osservano quelle cose che hanno promesso al Signore e servono […] alle sollecitudini del mondo e alle preoccupazioni di questa vita: costoro sono prigionieri del diavolo, del quale sono figli e fanno le opere; sono ciechi, poiché non vedono la vera luce, il Signore nostro Gesù Cristo. Non hanno la Sapienza spirituale, poiché non posseggono il Figlio di Dio, che è la vera sapienza del Padre» (FF 178/4).
Altresì, come ebbe a spiegare al Sommo Pontefice da cui si recò per l’approvazione della Regola, i figli di Dio non hanno da temere:
«Non c’è da temere che muoiano di fame i figli ed eredi dell’Eterno Re; perché essi, a somiglianza di Cristo, sono nati da una madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono stati generati, per virtù dello spirito di povertà, in una religione poverella.
Se, infatti, il Re del Cielo promette ai suoi imitatori il Regno Eterno, quanto più provvederà per loro quelle cose che elargisce senza distinzione ai buoni e ai cattivi» (FF 1064).
«Il campo buono è il mondo; il buon seme, questi sono i figli del Regno. Invece le zizzanie sono i figli del malvagio» (Mt 13,38).
Martedì della 17.a sett. T.O. (Mt 13,36-43)
Gesù nel Vangelo odierno narra parabole sul Regno di Dio, prendendo lo spunto dagli elementi della natura: granello di senape e lievito.
Con agganci naturali e reali spiega la fisionomia del Regno.
Francesco e Chiara d’Assisi sono stati due granelli di senapa che crescendo nell’umiltà e nascondimento sono divenuti alberi talmente grandi che sui loro rami hanno trovato riparo tante creature.
Nello specifico, di Chiara così parla la Bolla papale di canonizzazione «Clara Claris praeclara»:
«Questo fu l’albero alto, proteso verso il cielo, dai rami dilatati, che nel campo della Chiesa produsse soavi frutti […] e alla cui ombra piacevole e amena molte seguaci accorsero da ogni parte, e tuttora accorrono per gustarne i frutti» (FF 3294).
Il Regno di Dio trova sviluppo in queste singolari metafore di cui il Povero d’Assisi e Chiara reclusa sono testimonianze plastiche e concrete.
Ma pure Francesco, come Gesù, parlava ai suoi frati in parabole. Le Fonti lo attestano in vari passi.
Quando voleva far intendere loro il cammino che li attendeva per accogliere il Regno di Dio, richiamava alla mente varie parabole, attraversate dal tessuto evangelico.
Ne ricordiamo una fra le tante, con le quali annunciava la Parola che il Signore gli affidava.
Presentandosi al Papa Gesù gli aveva fatto comprendere come doveva esprimersi.
"Egli, infatti, raccontò al Pontefice come Dio gliel’aveva suggerita, la parabola di un ricco re che con gran gioia aveva sposato una donna bella e povera e ne aveva avuto dei figli che avevano la stessa fisionomia del re, loro padre e che, perciò, vennero allevati alla mensa stessa del re.
Diede, poi, l’interpretazione della parabola, giungendo a questa conclusione:
«Non c’è da temere che muoiano di fame i figli ed eredi dell’eterno Re; perché essi, a somiglianza di Cristo, sono nati da una madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono stati generati, per virtù dello spirito di povertà, in una religione poverella.
Se, infatti, il Re del cielo promette ai suoi imitatori il Regno eterno, quanto più provvederà per loro quelle cose che elargisce senza distinzione ai buoni e ai cattivi».
Il Vicario di Cristo ascoltò attentamente questa parabola e la sua interpretazione e, pieno di meraviglia, riconobbe senza ombra di dubbio che, in quell’uomo, aveva parlato Cristo.
Ma si sentì rassicurato anche da una visione, da lui avuta in quella circostanza, nella quale lo Spirito di Dio gli aveva mostrato la missione a cui Francesco era destinato.
Infatti, come egli raccontò, in sogno vedeva che la Basilica del Laterano ormai stava per rovinare e che, un uomo poverello, piccolo e di aspetto spregevole, la sosteneva, mettendoci sotto le spalle, perché non cadesse.
«Veramente - concluse il Pontefice - questi è colui che con la sua opera e la sua dottrina sosterrà la Chiesa di Cristo» (FF1064).
"Contando sulla grazia divina e sull’autorità papale, Francesco, pieno di fiducia, si diresse verso la valle Spoletana, pronto a praticare e insegnare il Vangelo" (FF 1065).
Anche queste parabole sono la narrazione dell’avvento del Regno di Dio, la sua espansione nel chicco di senapa di Francesco e di Chiara, e i loro incredibili sviluppi.
Lunedì 17.a sett. T.O. (Mt 13,31-35)
Matteo narra del Regno dei cieli. Esso viene ritratto in tre parabole relative al tesoro nel campo, alla perla preziosa, alla rete da pesca.
Per Francesco, come le stesse Fonti rivelano, il Tesoro nascosto era la povertà non fine a se stessa, ma per il Regno: conformazione al Cristo Povero.
Per lui, Tesoro nascosto per cui vendere tutto era l’incontro con i lebbrosi, rivelazione concreta di Dio e con i quali volle stare di frequente, curandoli e amandoli più di se stesso.
Per Francesco, Tesoro nascosto era pure la preghiera e le sofferenze condivise con Gesù.
Attestano le Fonti:
“Queste visite ai lebbrosi accrebbero la sua bontà. Conducendo un suo compagno, che aveva molto amato, in una località fuori mano, gli diceva di avere scoperto un grande e prezioso tesoro […]
Spesso lo conduceva in una grotta, presso Assisi, ci entrava da solo, lasciando fuori l’amico, impaziente di impadronirsi del tesoro” (FF 1409).
“Poi, amante di ogni forma d’umiltà, si trasferì presso i lebbrosi, restando con loro e servendo a loro tutti con somma cura.
Lavava loro i piedi, fasciava le piaghe, toglieva dalle piaghe la marcia e le ripuliva dalla purulenza.
Baciava anche, spinto da ammirevole devozione, le loro piaghe incancrenite, lui che sarebbe ben presto diventato il buon samaritano del Vangelo” (FF 1045).
Ancora:
“E veramente sposa immacolata di Dio è la vera religione che egli abbracciò; e il Regno dei Cieli è il tesoro nascosto che egli cercò così ardentemente” (FF 330).
Continua il suo biografo Celano, nella Vita Prima:
“Si apparta un poco dal tumulto del mondo […] e cerca di custodire Gesù Cristo nell’intimità del cuore. Come un mercante avveduto, sottrae allo sguardo degli scettici la perla trovata, e segretamente si adopra a comprarla con la vendita di tutto il resto” (FF 328).
«Il Regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo avendo trovato nascose, e nella sua gioia va e vende quanto ha e compra quel campo» (Mt 13,44)
Domenica 17.a T.O. anno A (Mt 13,44-52)
Nel Vangelo di oggi Gesù insegna ai suoi discepoli l’umiltà e la grandezza del servire.
Chi vuole diventare grande sarà primo nel servizio. Rispetto a quello imperiale, ben diverso è il criterio evangelico - che eleva chi si fa ultimo e non domina.
Grazie alla luce ricevuta dallo Spirito, Francesco e Chiara avevano imparato ad incarnare la Parola di Dio quotidianamente.
Destinatario del loro agire era il Cristo da riconoscere e servire nei frati o nelle sorelle, ma pure da soccorrere in quanti bussavano alla porta o incontravano lungo la strada.
I figli del Regno dei cieli non dominano, ma servono umilmente il prossimo.
I discepoli di Gesù non ambiscono a posizioni di prestigio, bensì a conformarsi all’identikit delineato dalle Beatitudini.
Da qui la comprensione attiva di quanto le Fonti propongono.
"Occupavano [i frati] la giornata nell’orazione e lavorando con le loro mani, in maniera da evitare risolutamente l’ozio, nemico dell’anima […]
Si amavano l’un l’altro con un affetto profondo, e a vicenda si servivano e procuravano il necessario, come farebbe una madre col suo unico figlio teneramente amato.
Tale era l’affetto che ardeva loro in cuore, che erano pronti a consegnarsi alla morte senza esitare, non solo per amore di Cristo, ma anche per salvare l’anima o il corpo dei fratelli" (FF 1446).
«Come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita, riscatto per molti» (Mt 20,28).
E la stessa Chiara, chiusa fra le mura damianite, offriva in semplicità alle sorelle la testimonianza di un servizio a tutto campo.
"Da allora non respinse più alcuna incombenza servile, al punto che, per lo più, era lei a versare l’acqua sulle mani delle sorelle, se ne stava in piedi per assisterle mentre esse sedevano e le serviva a tavola mentre mangiavano.
Malvolentieri imparte appena qualche ordine: ma fa da sé spontaneamente, preferendo eseguire lei stessa piuttosto che comandare alle sorelle" (FF 3180).
"Lavava lei stessa i sedili delle inferme, li detergeva proprio lei, con quel suo nobile animo, senza rifuggire dalle sozzure né schifare il fetore" (FF 3181).
Il Minimo e la Povera di San Damiano avevano ricevuto in dono un cuore puro, infiammato dalla Carità, al servizio del Regno.
Guardando Gesù, Autore e Perfezionatore della legge, avevano acquisito la Sua fisionomia di servitori fraterni, per riscattare le moltitudini.
San Giacomo apostolo (Mt 20,20-28)
Il brano odierno di Matteo evidenzia l’importanza, sottolineata da Gesù, dei vari tipi di ascolto della Parola.
Egli dà spiegazione ai suoi circa il significato della parabola del Seminatore, così che i suoi discepoli ne facciano tesoro.
In Francesco d’Assisi l’ascolto attento delle Scritture, poi vissute, era uno stile di vita.
Le Fonti lo ritraggono di frequente tutto proteso ad assimilare la Parola di Dio, cercata e offerta.
Nella Lettera a tutto l’Ordine:
"E poiché chi è da Dio ascolta le parole di Dio, perciò noi, che in modo tutto speciale siamo deputati ai divini uffici, dobbiamo non solo ascoltare e praticare quello che Dio dice, ma anche, per radicare in noi l’altezza del nostro Creatore e la nostra sottomissione a lui, custodire i vasi sacri e i libri liturgici, che contengono le sante parole" (FF 224).
Nelle Fonti c’è un episodio particolarmente plastico che denota l’atteggiamento di fede e l’orecchio interiore attento del Poverello, che si rivela terreno fecondo.
"Mentre un giorno ascoltava devotamente la messa degli Apostoli, sentì recitare il brano del Vangelo in cui Cristo, inviando i discepoli a predicare, consegna loro la forma di vita evangelica, dicendo:
«Non tenete né oro né argento né denaro nelle vostre cinture; non abbiate bisaccia da viaggio, né due tuniche, né calzari, né bastone».
Questo udì, comprese e affidò alla memoria l’amico della povertà apostolica e, subito, ricolmo d’indicibile letizia, esclamò:
«Questo è ciò che desidero, questo è ciò che bramo con tutto il cuore!».
Si toglie i calzari dai piedi; lascia il bastone; maledice bisaccia e denaro e, contento di una sola tonachetta, butta via la cintura e la sostituisce con una corda e mette ogni sua preoccupazione nello scoprire come realizzare a pieno le parole sentite e adattarsi in tutto alla regola della santità, dettata dagli apostoli" (FF 1051).
Francesco fu quel terreno buono che ascoltò e comprese la Parola, dando frutto in abbondanza.
Aveva capito che la qualità dell’ascolto è luogo autorevole di raccolto.
«Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno» (Mt 13,23).
Venerdì 16.a sett. T.O. (Mt 13,18-23)
Nella festa di S. Brigida patrona d’Europa la liturgia ci offre un brano tratto dal Vangelo giovanneo.
In esso Gesù ci ricorda che Lui è la vera vite e il Padre suo l’agricoltore. Solo chi rimane unito a Gesù porterà molto frutto.
Francesco, da quando aveva incontrato il Signore, si era convinto che solo dimorando nel suo amore sarebbe andato lontano, insieme ai suoi.
Nelle Fonti c’è un brano che illustra quanto detto.
"Francesco pastore del piccolo gregge, ispirato dalla Grazia divina, condusse i suoi dodici frati a Santa Maria della Porziuncola, perché voleva che l’Ordine dei minori crescesse e si sviluppasse, sotto la protezione della Madre di Dio, là dove, per i meriti di lei, aveva avuto inizio.
Là, inoltre, divenne araldo del Vangelo. Incominciò, infatti, a percorrere città e villaggi e ad annunziarvi il regno di Dio, non basandosi su discorsi persuasivi della sapienza umana, ma sulla dimostrazione di spirito e di potenza.
A chi lo vedeva, sembrava un uomo dell’altro mondo: uno che, la mente e il volto sempre rivolti al cielo, si sforzava di attirare tutti verso l’alto.
Da allora la vigna di Cristo incominciò a produrre germogli profumati del buon odore del Signore, e frutti abbondanti con fiori soavi di grazia e di santità" (FF 1072).
Francesco s’impegnò a far sì che la sua fraternità rimanesse ben unita a Gesù, vera Vite, affinché in Santa Maria della Porziuncola echeggiasse stabilmente la linfa dello Spirito e la Trinità dimorasse in loro e fra loro.
Sapeva bene che senza l’aiuto di Dio non sarebbe stato possibile fare nulla, neppure perseverare nella chiamata-missione ricevuta.
Durante tutta la sua vita si adoperò perché la vigna estesa dei frati minori rendesse a Dio frutti saporosi e mai si allontanasse dal Vangelo, Custodia divina.
Chiara altresì fu Madre prudente, consumatasi perché le sue figlie e sorelle s’impegnassero a rimanere nella Parola di Dio e nella comunione.
L’austerità di vita abbracciata era mitigata dall’amore profondo con cui entrambi furono tralci tenacemente avvinti alla Vite di Cristo.
«Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5)
S. Brigida di Svezia (Gv 15,1-8)
Nella festa di S.Maria Maddalena la Liturgia ci propone il brano di Giovanni che la riguarda più da vicino, come pure interpella ogni anima nel suo percorso di ricerca del Maestro.
«Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15).
Maria di Magdala piangeva il suo Signore, vicino al sepolcro. Smarrita e addolorata, si affliggeva non sapendo dove fosse, fin quando Gesù si fece presente.
Anche Chiara, nel chiuso di San Damiano, piangeva durante l’orazione per il suo Cristo, unendosi alla sua Passione, nell’attesa della Risurrezione.
Nella Leggenda leggiamo:
"Aveva ormai fissato nella Luce lo sguardo ardentissimo del desiderio interiore e, trascesa la sfera delle vicissitudini umane, spalancava in tutta la sua ampiezza il campo del suo spirito alla pioggia della Grazia.
[…]
Spessissimo, prostrata in orazione col volto a terra, bagna il suolo di lacrime e lo sfiora con baci: così che pare avere sempre tra le braccia il suo Gesù, i cui piedi inondare di lacrime, su cui imprimere baci" (FF 3197).
Chiara cercava interiormente il Signore, anche per coloro che non lo desideravano.
Si guardava dal trattenere Cristo che saliva al Padre, vivendo l’annuncio della Resurrezione con volto di luce, attestante la visione attuale di Lui ai fratelli che l’avvicinavano.
Visse il perenne Esodo terreno in vista della Terra promessa, che già assaporava a piccole dosi.
Francesco, dal canto suo, giullare della Risurrezione, piangeva la Passione d’Amore, corroborata dalla rinascita esistenziale.
Ancora, nella Leggenda maggiore di San Bonaventura:
"A chi lo vedeva, sembrava un uomo dell’altro mondo: uno che, la mente e il volto sempre rivolti al cielo, si sforzava di attirare tutti verso l’alto" (FF 1072).
Come Maria di Magdala ebbe a fare il passaggio dall’esterno [vicina al sepolcro] all’interno della propria anima e vicenda - per riconoscere Gesù Risorto.
Così Francesco, dopo essere vissuto all’esterno, fra allegre brigate assisane, aveva incontrato il «Rabbuni» all’interno del suo cuore. Riconoscendo e decifrando il Maestro della sua vita, in orazione dinanzi al Crocifisso di San Damiano.
Lì ritrovando Dio, ritrovava se stesso; in mezzo al pianto e alla gioia perfetta.
Gesù rivolse pure a lui la domanda: «Perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15).
Il Crocifisso damianita divenne il luogo della sua risurrezione, dove il pianto di una vita mancata, passata nei sollazzi, cedette il passo alla Chiamata per nome, in vista d’una rigenerazione personale e comunitaria.
A San Damiano, quando dal Crocifisso venne a lui una Voce divina che lo invitò a cambiare vita, il Povero pronunciò questa preghiera:
«Rapisca, ti prego, o Signore,
l’ardente e dolce forza del tuo amore
la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo,
perché io muoia per amore dell’amore tuo,
come tu ti sei degnato morire
per amore dell’amore mio» (FF 277).
S. Maria Maddalena (Gv 20,1-2.11-18)
Gesù sottolinea che sono sua madre e suoi fratelli coloro che fanno la volontà del Padre.
Evidenzia così la parentela creata dal vivere la Parola ogni giorno.
Frate Francesco amava fare la volontà di Dio profondamente, da abbracciarla come sua consolazione.
Era felice quando vedeva anche tra i suoi frati piena adesione al volere divino o comunque ravvedimento, laddove risultava un atto un po’ restìo.
Le Fonti, chiare informatrici di autentico vissuto, c’informano e offrono materiale per un’attenta riflessione.
“Ed essi, ricevendo con gaudio e letizia grande il precetto della santa obbedienza, si prostravano davanti al beato padre, che, abbracciandoli con tenerezza e devozione, diceva ad ognuno:
«Riponi la tua fiducia nel Signore ed Egli avrà cura di te».
Questa frase egli ripeteva ogni volta che mandava qualche frate ad eseguire l’obbedienza” (FF 367).
Il Poverello d’Assisi, pure dinanzi ad un grande cumulo di mali e prove, attestava la sua incomparabile adesione al volere divino, quale altro Giobbe.
Leggiamo con commozione:
"Ma per quanto strazianti fossero i suoi dolori, quelle sue angosce non le chiamava sofferenze, ma sorelle.
(…) e benché stremato dalla lunga e grave infermità, si buttò per terra, battendo le ossa indebolite nella cruda caduta.
Poi baciò la terra, dicendo:
«Ti ringrazio, Signore Dio, per tutti questi miei dolori e ti prego, o Signore mio, di darmene cento volte di più, se così a te piace.
Io sarò contentissimo, se tu mi affliggerai e non mi risparmierai il dolore, perché adempiere alla tua volontà è per me consolazione sovrappiena»" (FF 1239).
E allorché giunse il tempo della sua dipartita:
"Disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine, totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro, che non si vedesse.
E disse ai frati: «Io ho fatto la mia parte; la vostra Cristo ve la insegni»" (FF 1239).
Così Francesco, vero amante e imitatore di Lui, legge nella sua vita e in quella dei suoi frati le propaggini del Regno di Dio che si avvicina, dinanzi a vicende che parlano il linguaggio del Creatore stesso.
Nelle Fonti troviamo passi che indicano i segni del maturare del credente:
«Siamo sposi, quando l’anima fedele si unisce al Signore nostro Gesù Cristo per virtù di Spirito Santo.
Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre che è nei cieli.
Siamo madri, quando lo portiamo nel cuore e nel corpo nostro per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza, lo generiamo attraverso le opere sante, che devono risplendere agli altri per esempio» (FF 168/2. Lettera ai Fedeli).
«Chiunque infatti fa la volontà del Padre mio che [è] nei cieli, egli è mio fratello e sorella e madre» (Mt 12,50)
Martedì della 16.a sett. T.O. (Mt 12,46-50)
Nel Vangelo odierno scribi e farisei pretendono da Gesù un segno, dopo che Cristo ne aveva già dati tanti.
Ma l’unico segno salvifico dato al popolo dei credenti dal Padre è Cristo morto e Risorto.
Francesco, dopo la sua conversione, lo aveva ben compreso ed era divenuto lui stesso segno per quanti lo incontravano.
Le Fonti, infatti, parlano del servo di Dio così:
“Egli ebbe dal Cielo la missione di chiamare gli uomini a piangere, a lamentarsi, a radersi la testa e a cingere il sacco, e di imprimere, col segno della croce penitenziale e con un abito fatto in forma di croce, il Tau, sulla fronte di coloro che gemono e piangono. Ma ci conferma, poi, in essa, con la sua verità incontestabile, la testimonianza di quel sigillo che lo rese simile al Dio vivente, cioè a Cristo Crocifisso. Sigillo che fu impresso nel suo corpo non dall’opera della natura o dall’abilità di un artefice, ma piuttosto dalla potenza meravigliosa dello Spirito del Dio vivo” (FF 1022).
Già, Francesco, trasformato in «Alter Christus» diventa il segno di Giona per tutti coloro che incontra. Persino per i briganti di Monte Casale che si convertono a Dio attraverso la sua testimonianza.
Infatti nelle Fonti leggiamo:
“In un eremitaggio situato sopra Borgo San Sepolcro, venivano di tanto in tanto certi ladroni a domandare del pane […] Ed ecco giungere in quel romitorio Francesco. I frati gli esposero il loro dilemma: dovevano oppure no donare il pane a quei malviventi?
Rispose il Santo: «Se farete quello che vi suggerisco ho fiducia nel Signore che riuscirete a conquistare quelle anime»” (FF 1646).
Così Francesco consigliò i suoi frati di comprare buon pane e vino, di andare nella selva e apparecchiare la tavola per loro.
«Questi contenti accorreranno a mangiare. Trattateli con rispetto e alla fine parlate loro della Parola di Dio, e che promettano di non trattare più male le persone».
I frati fecero come Francesco aveva loro detto e “i ladroni, per la misericordia e grazia che Dio fece scendere su di loro, ascoltarono ed eseguirono punto per punto le richieste espresse loro dai frati […] Finalmente, per la bontà di Dio e la cortesia e amicizia dei frati, alcuni di quei briganti entrarono nell’Ordine, altri si convertirono a penitenza, promettendo […] che da allora in poi non avrebbero più perpetrato quei mali e sarebbero vissuti con il lavoro delle loro mani” (FF 1646).
I veri testimoni del Vangelo sono sempre un segno eloquente per tutti.
«Una generazione malvagia e adultera ricerca un segno, e non le sarà dato un segno, se non il segno di Giona il profeta» (Mt 12,39)
Lunedì della 16.a sett. T.O. (Mt 12,38-42)
Nel Vangelo di questa domenica Gesù invita i suoi ad essere seme buono, quali figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno, che saranno falciati alla fine del mondo.
Francesco fu figlio della Parola, del buon Seme, impegnato a vivere secondo Dio e portando frutto.
Nato e generato in una religione poverella, il Piccolo di Dio spesso istruiva i suoi frati a non essere servitori della zizzania seminata nel mondo dal maligno, a non seguire le sue logiche perverse e anti evangeliche.
Raccomandava loro di vivere la Parola seminata da Cristo.
Troviamo, infatti, nei suoi scritti:
“Tutti quelli e quelle che […] camminano dietro la cattiva concupiscenza […] e non osservano quelle cose che hanno promesso al Signore e servono […] alle sollecitudini del mondo e alle preoccupazioni di questa vita: costoro sono prigionieri del diavolo, del quale sono figli e fanno le opere; sono ciechi, poiché non vedono la vera luce, il Signore nostro Gesù Cristo. Non hanno la Sapienza spirituale, poiché non posseggono il Figlio di Dio, che è la vera sapienza del Padre” (FF 178/4).
Altresì, come ebbe a spiegare al Sommo Pontefice da cui si recò per l’approvazione della Regola, i figli di Dio non hanno da temere:
«Non c’è da temere che muoiano di fame i figli ed eredi dell’Eterno Re; perché essi, a somiglianza di Cristo, sono nati da una madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono stati generati, per virtù dello spirito di povertà, in una religione poverella.
Se, infatti, il Re del Cielo promette ai suoi imitatori il Regno Eterno, quanto più provvederà per loro quelle cose che elargisce senza distinzione ai buoni e ai cattivi» (FF 1064).
«Il campo buono è il mondo; il buon seme, questi sono i figli del Regno. Invece la zizzania sono i figli del malvagio» (Mt 13,38).
Domenica 16.a T.O. A (Mt 13,24-43)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present: "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" [Sacrosanctum Concilium, 7]
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
Accettando volontariamente la morte, Gesù porta la croce di tutti gli uomini e diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità. San Cirillo di Gerusalemme commenta: «La croce vittoriosa ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, ha liberato chi era prigioniero del peccato, ha portato la redenzione all’intera umanità» (Catechesis Illuminandorum XIII,1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Papa Benedetto]
In the New Testament, it is Christ who constitutes the full manifestation of God's light [Pope Benedict]
Nel Nuovo Testamento è Cristo a costituire la piena manifestazione della luce di Dio [Papa Benedetto]
Faith opens us to knowing and welcoming the real identity of Jesus, his newness and oneness, his word, as a source of life, in order to live a personal relationship with him (Pope Benedict)
don Giuseppe Nespeca
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