don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 12 Ottobre 2026 22:32

29a Domenica T.O.

29a Domenica T.O. (anno A)  [18 ottobre 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia 45,1-6

Quando Isaia scrive questo testo, gli Ebrei sono in esilio a Babilonia da quasi cinquant’anni. Nel 587 a.C. gli eserciti di Nabucodonosor avevano conquistato Gerusalemme, distrutto e saccheggiato il Tempio e deportato i sopravvissuti. Ora, però, arrivano le notizie delle conquiste di Ciro, re di Persia, il nuovo padrone del mondo. Per gli Ebrei queste notizie sono una buona speranza, perché Ciro sta conquistando rapidamente tutta la regione. Ciro si distingue dagli altri sovrani perché adotta una politica più umanitaria: non uccide i vinti, non distrugge né saccheggia le loro città e non deporta le popolazioni. Anzi, nei territori conquistati permette agli esiliati di tornare nella loro patria, restituisce loro i beni sottratti dai precedenti conquistatori e offre anche i mezzi per ricostruire il Paese. Probabilmente comprende che un imperatore ha interesse a governare popoli felici. In questo contesto Isaia pronuncia una profezia che è soprattutto una professione di fede e di speranza. Dice: «Così parla il Signore al suo consacrato, a Ciro». Probabilmente il messaggio non è rivolto direttamente a Ciro, che non avrebbe ascoltato un profeta ebreo, ma agli Ebrei esiliati, per ridare loro speranza. Questa speranza si basa su due convinzioni fondamentali. Anzitutto, Dio è fedele alla sua Alleanza.

Dio non ha abbandonato il suo popolo: Israele rimane il suo servo e il suo eletto. Anche se ha perso la libertà, la terra, il Tempio, il re e l’indipendenza politica, Dio continua a essere fedele all’Alleanza con Giacobbe e Israele. Questa certezza è particolarmente importante proprio nel momento in cui gli Ebrei potrebbero pensare che Dio li abbia abbandonati. In secondo luogo,

Dio è il Signore della storia. Dio afferma: «Io sono il Signore, non ce n’è un altro». Anche il potente Ciro è nelle sue mani. Le espressioni relative al dare un titolo, prendere per mano e aprire le porte richiamano i riti dell’incoronazione dei re: il re riceveva il titolo di figlio di Dio, veniva unto con l’olio e posto nelle mani di Dio; le porte aperte simboleggiavano anche la conquista delle città nemiche. Isaia applica quindi a Ciro immagini tipiche dell’incoronazione dei re d’Israele, presentandolo come un re scelto e consacrato da Dio, anche se pagano. Questo prova che è sempre Dio a mantenere l’iniziativa e il controllo degli eventi.

 

Salmo responsoriale (95/96) 

In questi pochi versetti corre un fremito, anzi un'esaltazione. Si sente la fede che fa vibrare questo popolo, anzi, ancor meglio, la speranza che è la gioia della fede. E’ la speranza che permette di affermare con certezza ciò che non si possiede ancora, come dice la lettera agli Ebrei (1,1). Se ci fermiamo a leggere gli ultimi versetti comprendiamo che questo salmo ci trasporta già alla fine del mondo, in quel giorno benedetto in cui tutti i popoli senza eccezione riconosceranno Dio come l'unico Dio. Gioia nel cielo! Esulti la terra! Mugghino le masse del mare, tutta la campagna sia in festa. Danzino di gioia gli alberi delle foreste davanti al Signore, perché viene a giudicare la terra. Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli secondo la sua verità! Si canta qui già il giorno benedetto che si attende. Immaginiamo la scena: siamo a Gerusalemme, tutti i popoli, le nazioni, le razze si accalcano intorno al Tempio. La spianata brulica, i gradini del cortile sono neri di gente, affluiscono folle da ogni parte del mondo, aumenta il numero dei pellegrini a perdita d'occhio e Gerusalemme non basta a contenerli. Tutti cantano a squarciagola, come una vera sinfonia, "Dio regna!" È un clamore immenso e gigantesco come l'ovazione che si faceva a ogni nuovo re il giorno dell'incoronazione. Questa volta però non è il popolo d'Israele che acclama un re della terra, è l'umanità intera che acclama il Re del mondo: "Grande è il Signore, altamente lodato, tremendo". E non è solo l'umanità, ma la terra stessa trema e pure i mari entrano nella sinfonia mentre le campagne fanno festa e gli alberi danzano perché sanno riconoscere il loro Creatore. Tra tanti idoli e falsi dèi, non c'è possibilità di errore e persino gli alberi non si lasciano ingannare. Gli uomini, invece, si sono lasciati ingannare a lungo ed è incredibile che ci abbiano messo così tanto a riconoscere il loro Creatore, il loro Padre.  Questa volta però è successo e tutti vengono a Gerusalemme per acclamare Dio perché finalmente risuona la buona notizia: "di giorno in giorno Israele ha proclamato la sua salvezza… l’opera incessante di liberazione... di giorno in giorno Israele ha testimoniato che Dio lo ha liberato dall'Egitto prima, poi da ogni sorta di schiavitù e la più terribile delle schiavitù è mettere la propria fiducia in falsi valori, falsi dèi che non possono che deludere.  Israele ha la fortuna immensa di sapere e di essere incaricato di dire che il nostro Dio è l'unico Dio come viene proclamato nello Shema Israel: "Ascolta Israele, il Signore nostro Dio è l'Unico"(Dt6,4). È il mistero della vocazione di Israele secondo quanto si legge nel Deuteronomio: "Ti è stato dato di vedere tutto questo, perché tu sappia che è il Signore è Dio, non ce n'è un altro" (Dt4,32). Ma il popolo eletto non ha mai dimenticato che se gli è stato dato di vedere, è perché lo faccia sapere e in attesa che questo sogno si realizzi, Israele fa risuonare questo salmo per rinnovare la sua fede e la sua speranza.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1,1-5)

Si tratta del primo scritto cristiano, anche se siamo abituati a vedere i Vangeli all'inizio del Nuovo Testamento rischiando così di dimenticare che sono posteriori alle lettere di Paolo. La Prima lettera ai Tessalonicesi risale a solo una ventina d'anni dopo la Risurrezione di Cristo e abbiamo quindi qui le prime affermazioni della predicazione cristiana. È la prima volta che si cerca di formulare per iscritto il mistero di Gesù Cristo. Siamo verso l'anno 50 e il Vangelo è già annunciato lontano da Gerusalemme perché Tessalonica è in Europa, a Nord della Grecia, nella regione che si chiama Macedonia. Prima di arrivare fin lì, Paolo ha già avuto il tempo di fondare comunità in tutto il Sud, il centro e persino nella costa Ovest della Turchia. È dagli Atti degli Apostoli che sappiamo come sono andate le cose: Paolo era in missione sulla costa ovest della Turchia, quando una notte ebbe la visione di un Macedone che lo supplicava: "Passa in Macedonia e vieni in nostro soccorso". E Luca che era del viaggio racconta: "In seguito a questa visione di Paolo, cercammo subito di partire per la Macedonia, perché ne deducemmo che Dio ci chiamava a portarvi la Buona Novella" (At16,9-10. Paolo, Luca e Sila  arrivano sulla costa greca nella città di Filippi dove dapprima sono ben accolti, ma presto sono accusati di turbare l'ordine pubblico, vengono battuti e gettati in prigione. Grazie a un provvidenziale terremoto sono liberati e, lasciata la città, vanno a Tessalonica. Secondo gli Atti degli Apostoli, la predicazione di Paolo era sempre la stessa: "Per tre sabati discusse con loro a partire dalle Scritture, di cui apriva il senso per stabilire che il Cristo doveva soffrire e risuscitare dai morti e aggiungeva: 'Il Cristo è questo Gesù che io vi annuncio'". Il testo aggiunge "Alcuni di loro (cioè dei Giudei incontrati in sinagoga)si lasciarono convincere e si unirono a Paolo e a Sila, con una grande moltitudine di Greci che adoravano Dio e con un buon numero di donne notabili"(At17,2-4). Ma, come al solito, Paolo non ha suscitato solo entusiasmo perché, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: "I Giudei, presi da gelosia, radunarono sulla piazza pubblica alcuni farabutti; avendo provocato assembramenti, seminavano disordine in città" (At 17,5) tanto che sembrò molto prudente a Paolo e Sila di lasciare il territorio. Paolo ha dunque lasciato questa nuova comunità troppo in fretta ed è rimasto per un po' inquieto a suo riguardo. Quando scrive questa lettera che iniziamo a leggere oggi, è appena stato rassicurato da Sila e Timoteo che erano rimasti in Macedonia e gli riportano ottime notizie. Questo spiega il tono particolarmente gioioso dell’inizio della lettera: "Paolo, Silvano (altro nome di Sila) e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo. A voi grazia e pace. In ogni momento rendiamo grazie a Dio a riguardo di tutti voi". Fin da questa prima frase, si è sorpresi dalla solennità del saluto: questa comunità è piccolissima, e lui la chiama pomposamente "la Chiesa di Tessalonica che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo". Questo immenso rispetto di Paolo per le comunità cristiane, anche modeste, è caratteristico di tutte le sue lettere. 

 

Dal Vangelo secondo san Matteo (22,15-21)

"È lecito pagare il tributo all'imperatore?" Gesù risponde trattando gli interroganti da "ipocriti"! Perché "ipocriti"? Perché questa non è una domanda e loro sono  ipocriti per due ragioni: anzitutto perché questa domanda da tempo l'hanno già risolta. Pagare il tributo all'imperatore, "Rendere a Cesare quel che è di Cesare", lo fanno e Gesù non dà loro torto. Ora tendono una trappola e cercano di cogliere Gesù in fallo... E il tono falsamente rispettoso che precede la domanda forza ancora il tratto: "Maestro, sappiamo che sei sempre veritiero e insegni la via di Dio secondo verità". Tutte queste gentilezze non sono che un preambolo per una domanda-trappola tesa a mettere in difficoltà Gesù.  Se Gesù incita i suoi compatrioti a rifiutare l'imposta prelevata a profitto dell'occupante romano sarà facile denunciarlo alle autorità, come resistente o addirittura come rivoluzionario e sarà condannato. Se poi consiglia di pagare l'imposta lo si potrà screditare agli occhi del popolo come collaboratore, perdendo ogni possibilità di essere riconosciuto come il Messia perché il Messia atteso deve essere un re indipendente e sovrano sul trono di Gerusalemme, il che passa necessariamente attraverso una rivolta contro l'occupante romano. La trappola è ben organizzata e in ogni caso, qualsiasi sia la sua risposta, Gesù è perduto. Si sta infatti cercando la prima occasione opportuna per farlo morire perché la Passione si profila già all'orizzonte dato che siamo negli ultimissimi momenti a Gerusalemme. Nella sua risposta, Gesù mostra bene di aver capito: "Ipocriti! Perché volete mettermi alla prova?" Non è ingenuo davanti alla trappola che gli si tende... Eppure non cerca di mettere in imbarazzo i suoi interlocutori perché Gesù non lo ha mai fatto e non ha cercato mai di tendere una trappola a qualcuno: questo sarebbe indegno del Dio la cui luce illumina i buoni e i cattivi.

Gesù non replica dunque alla trappola con un'altra trappola, ma prende sul serio la domanda e risponde davvero argomentando in tre punti: "Rendete a Cesare quello che è di Cesare… e rendete a Dio quel che è di Dio. Primo, "Rendete a Cesare quel che è di Cesare", compreso pagando l'imposta. Con questo invita a riconoscere che Cesare è il detentore del potere e questo non ha nulla a vedere con una servile collaborazione; al contrario, è accettare una situazione di fatto e inoltre, nella prospettiva dell'Antico Testamento, si considerava che ogni potere viene da Dio. Gesù stesso, nel corso della sua Passione, dirà a Pilato: "Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto" (Gv19,11). D'altra parte,  anche Isaia  l'ha ricordato nella prima lettura parlando del re Ciro: Dio può far volgere ogni regalità umana al bene del suo popolo. I farisei conoscono meglio di noi il testo di Isaia su Ciro; sanno dunque che ogni potere, anche pagano, è nelle mani di Dio. Notiamo comunque di passaggio che il Cesare del momento si chiamava in realtà "Tiberio" e il nome "Cesare" era diventato un titolo dell’imperatore romano. Secondo, "Non rendete a Cesare che quel che è di Cesare": quando Cesare - cioè l'imperatore romano - esige l'imposta, è nel suo diritto, ma quando esige di essere chiamato Signore e che gli si renda un culto, vi espone all'idolatria e qui non bisogna transigere. All'epoca in cui Matteo scrive il suo Vangelo, questa ipotesi era una realtà. Numerosi martiri hanno pagato con la vita questo rifiuto di rendere un culto all'imperatore romano. Importante è quindi l’invito: "Rendete a Dio quel che è di Dio". La vera questione è lì: siete sicuri di rendere a Dio quel che è di Dio? Perché non riconoscete in Gesù colui che "è di Dio"? Senza voler trarre da questo testo una teoria del potere politico, che certamente Gesù qui non ha voluto fare, si può però trarre da questa pagina evangelica ancora una volta una sorprendente lezione di libertà. Cesare non è che Cesare e i re della terra non sono che dei piccoli re la cui regalità è passeggera, mentre il regno di Dio è di tutt'altro ordine: è in seno stesso ai regni della terra che ogni opera d'amore e di fraternità fa crescere l'unico vero regno, il Regno di Dio.

 

+Giovanni D’Ercole

Lampade accese, partire subito

(Lc 12,35-38)

 

Per far comprendere cosa significa essere preparati per partire immediatamente, Gesù sollecita il nostro accorgersi, le capacità di percezione.

Egli non spegne l’attitudine al giudizio inedito, e guadagna stupore.

Perché i ruoli s’invertono d’improvviso - quindi bisogna essere aperti alla fiducia: chi pare piccolo diventa “grande” in modo repentino.

La religione antica trascina i problemi, e fa ammalare, inculcando lo spirito di sottomissione e fatica, a salario. E lo schiavo resta tale.

Servitore e padrone sono viceversa in relazione di reciprocità e invertono incessantemente i ruoli.

Come dice Lc, il Signore stesso «si cingerà e li farà adagiare [posizione dei signori del tempo durante i banchetti solenni] e passando li servirà» come fosse un «diacono» (v.37 testo greco).

Ciò attiva una vigilanza totale, pronta a smuovere l’intera persona, i territori (Fratelli Tutti, n.1: «al di là del luogo del mondo»), le gerarchie.

Chi si sentiva “impiegato” diventa “direttore” e protagonista: acquisisce attitudine alla pienezza.

 

Nel Regno di Dio le forme di vita cambiano.

Nelle religioni senza il passo della Fede - viceversa - si consolidano le nomenclature.

Nella Chiesa non si tesoreggia, perché il nostro cuore non vive di mondanità e competizioni: i beni vengono trasformati in relazione e possibilità d’incontro.

Cristo ha mostrato la Via dell’autentico arricchimento. Così ci ha trasformati in esseri forse inquieti, ma alacri.

Non riusciamo neppure a riposare in modo tranquillo: abbiamo un passo che sorvola.

Infatti sembra stranissimo che questo Padrone non giunga all’orario previsto. Invece Cristo vuol essere reinterpretato.

Tale condizione è per noi fonte di crescita: accentua la vigilanza sugli accadimenti, le pieghe della storia; sul senso degli incontri, i moti dell'anima; così via.

Quindi la vita nello Spirito sfida e arricchisce il lato esuberante della personalità, accentuando le più singolari occasioni d’inedito.

 

Il «maggiordomo» posto a servizio della Casa di Dio e dei fratelli ha il compito di aiutare il discernimento dinamico, e il dovere di sostenerlo.

Il suo servizio in favore altrui sarà a tutto tondo, perché ciascuno possa corrispondere alla Chiamata e procedere sulle proprie gambe.

‘Beati’ allora saremo (v.38) senza condizione, ma con la cintura ai fianchi, ossia con l’atteggiamento di chi lascia una terra di schiavitù.

 

«Era ben consapevole di ciò la primitiva comunità cristiana che si considerava quaggiù "forestiera" e chiamava i suoi nuclei residenti nelle città "parrocchie", che significa appunto colonie di stranieri [in greco pàroikoi] (cfr 1Pt 2, 11). In questo modo i primi cristiani esprimevano la caratteristica più importante della Chiesa, che è appunto la tensione verso il cielo» [Papa Benedetto, Angelus 12 agosto 2007]

 

 

[Martedì 29.a sett. T.O.  20 Ottobre 2026]

Lunedì, 12 Ottobre 2026 06:44

Lampade accese, partire subito

Parrocchie: tensione al Cielo, senza gravare né ostacolare

(Lc 12,35-38)

 

Per far comprendere cosa significa essere preparati per partire immediatamente, Gesù sollecita il nostro accorgersi, le capacità di percezione.

Egli non spegne l’attitudine al giudizio inedito, e guadagna stupore.

Perché i ruoli s’invertono d’improvviso - quindi bisogna essere aperti alla fiducia: chi pare piccolo diventa “grande” in modo repentino.

La religione antica trascina i problemi, e fa ammalare, inculcando lo spirito di sottomissione e fatica, a salario. Lo schiavo resta tale, sebbene insegua chissà cosa.

Nell’avventura di Fede, non ci s’impegna per traguardi che non corrispondono. In aggiunta, servitore e padrone sono in relazione di reciprocità e invertono incessantemente i ruoli.

Come dice Lc, il Signore stesso «si cingerà e li farà adagiare [posizione dei signori del tempo durante i banchetti solenni] e passando li servirà» come fosse un «diacono» (v.37 testo greco).

Ciò attiva una vigilanza totale, pronta a smuovere l’intera persona, i territori (Fratelli Tutti, n.1: «al di là del luogo del mondo»), le gerarchie.

Chi si sentiva “impiegato” diventa “direttore” e protagonista: acquisisce attitudine alla pienezza.

Nel Regno di Dio le forme di vita cambiano. Nelle religioni - viceversa - si consolidano le nomenclature, e proprio i sintomi degli errori trovano addirittura una sacralizzazione.

Molte forme devote hanno un altro fondamento, una ben diversa idea di come arricchire l’esistenza, rispetto all’esperienza di Fede.

Nella Chiesa non si tesoreggia, perché il nostro cuore non vive di mondanità e competizioni: i beni vengono trasformati in relazione e possibilità d’incontro.

La mansione particolare e l’esistenza intera di ciascuno diventa fonte di gioia per le persone disperate, nutrimento per chi cerca comprensione, ascolto, accoglienza, un «vero riconoscimento» (Fratelli Tutti, 221).

Dice il Tao Tê Ching (LXVI): «Il santo sta disopra e il popolo non n’è gravato, sta davanti e il popolo non n’è ostacolato».

Cristo ha mostrato la Via dell’autentico arricchimento. Così ci ha trasformati in esseri forse inquieti, ma alacri.

Non riusciamo a dormire neppure di notte, a fare vacanza, a riposare in modo tranquillo, rilassato, normale, ma abbiamo un passo che sorvola.

Sospiriamo di continuo, non per la fortuna materiale, ma perché  l’occasione della vita potrebbe non trovarci pronti a riconoscerla.

Diceva Agostino: «Timeo Dominum transeuntem».

Nelle religioni tutto sembra chiaro e prefissato - e in realtà tutto è lasciato nel dubbio e a una stramba ipotesi di futuro sospirato.

Ed infatti è stranissimo che questo Padrone non giunga all’orario previsto.

Invece Cristo vuol essere reinterpretato.

Egli è vivente in noi, congiunti e coeredi - Incarnato, tutto reale. Se così, dilagherà anche nei ribelli, modificandone la visuale.

Tale condizione è per noi fonte di crescita: accentua la vigilanza sugli accadimenti, le pieghe della storia; sul senso degli incontri, i moti dell'anima, e così via.

Quindi la vita nello Spirito sfida e arricchisce il lato esuberante della personalità, accentuando le più singolari occasioni d’inedito.

Il Signore ammette persino il girovagare: talora abbiamo bisogno di perderci, per ritrovarci - e coincidere con ciò che siamo in essenza, e stiamo diventando.

Il «maggiordomo» posto a servizio della Casa di Dio e dei fratelli ha il compito di aiutare il discernimento dinamico, e il dovere di sostenerlo.

Il suo servizio in favore altrui sarà a tutto tondo, perché ciascuno possa corrispondere alla Chiamata e procedere sulle proprie gambe.

E lo faremo volentieri, senza sforzo alcuno, per eccesso di Grazia che ci si fa incontro: malgrado e a motivo dell’indeterminatezza, perché fatti largamente ricchi da Dio.

Beati (v.38) senza condizione, ma con la cintura ai fianchi, ossia con l’atteggiamento di chi lascia una terra di schiavitù.

 

«Era ben consapevole di ciò la primitiva comunità cristiana che si considerava quaggiù "forestiera" e chiamava i suoi nuclei residenti nelle città "parrocchie", che significa appunto colonie di stranieri [in greco pàroikoi] (cfr 1Pt 2, 11). In questo modo i primi cristiani esprimevano la caratteristica più importante della Chiesa, che è appunto la tensione verso il cielo».

[Papa Benedetto, Angelus 12 agosto 2007]

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

La comunità cristiana accentua la tua percezione personale o la smorza? Ti fa vivere in uno stato paludoso e prevedibile, dove tutte le soluzioni sono pronte, complete e già sperimentate, o ti fa ripartire con prontezza, immediatamente e in modo autonomo?

Lunedì, 12 Ottobre 2026 06:40

Costante tensione

La pagina evangelica, proseguendo il messaggio di domenica scorsa, invita i cristiani a distaccarsi dai beni materiali in gran parte illusori, e a compiere fedelmente il proprio dovere con una costante tensione verso l'alto. Il credente resta desto e vigilante per essere pronto ad accogliere Gesù quando verrà nella sua gloria. Attraverso esempi tratti dalla vita quotidiana, il Signore esorta i suoi discepoli, cioè noi, a vivere in questa disposizione interiore, come quei servi della parabola che sono in attesa del ritorno del loro padrone. "Beati quei servi - Egli dice - che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli" (Lc 12, 37). Dobbiamo dunque vegliare, pregando e operando il bene.

Era ben consapevole di ciò la primitiva comunità cristiana che si considerava quaggiù "forestiera" e chiamava i suoi nuclei residenti nelle città "parrocchie", che significa appunto colonie di stranieri [in greco pàroikoi] (cfr 1Pt 2, 11). In questo modo i primi cristiani esprimevano la caratteristica più importante della Chiesa, che è appunto la tensione verso il cielo. L'odierna liturgia della Parola vuole pertanto invitarci a pensare "alla vita del mondo che verrà", come ripetiamo ogni volta che con il Credo facciamo la nostra professione di fede. Un invito a spendere la nostra esistenza in modo saggio e previdente, a considerare attentamente il nostro destino, e cioè quelle realtà che noi chiamiamo ultime: la morte, il giudizio finale, l'eternità, l'inferno e il paradiso. E proprio così noi assumiamo la responsabilità per il mondo e costruiamo un mondo migliore.

La Vergine Maria, che dal cielo veglia su di noi, ci aiuti a non dimenticare che qui, sulla terra, siamo solo di passaggio, e ci insegni a prepararci ad incontrare Gesù che "siede alla destra di Dio Padre Onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti".

[Papa Benedetto, Angelus 12 agosto 2007]

Lunedì, 12 Ottobre 2026 06:36

Riconoscere i segni

Resta con noi Signore risorto!

È questa anche la nostra quotidiana aspirazione.

Se tu rimani con noi,

il nostro cuore è in pace.

Accompagnaci, come hai fatto

con i discepoli di Emmaus, nel nostro cammino personale ed ecclesiale. Aprici gli occhi, affinché sappiamo riconoscere

i segni della tua ineffabile presenza.

Rendici docili all’ascolto del tuo Spirito.

Nutriti ogni giorno

del tuo Corpo e del tuo Sangue,

sapremo riconoscerti

e ti serviremo nei nostri fratelli.

[Giovanni Paolo II]

Lunedì, 12 Ottobre 2026 06:27

Nostalgici del Cielo

Nell’odierna pagina evangelica (cfr Lc 12,32-48), Gesù richiama i suoi discepoli alla continua vigilanza. Perché? Per cogliere il passaggio di Dio nella propria vita, perché Dio continuamente passa nella vita. E indica le modalità per vivere bene questa vigilanza: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese» (v. 35). Questa è la modalità. Anzitutto «le vesti strette ai fianchi», un’immagine che richiama l’atteggiamento del pellegrino, pronto per mettersi in cammino. Si tratta di non mettere radici in comode e rassicuranti dimore, ma di abbandonarsi, di essere aperti con semplicità e fiducia al passaggio di Dio nella nostra vita, alla volontà di Dio, che ci guida verso la meta successiva. Il Signore sempre cammina con noi e tante volte ci accompagna per mano, per guidarci, perché non sbagliamo in questo cammino così difficile. Infatti, chi si fida di Dio sa bene che la vita di fede non è qualcosa di statico, ma è dinamica! La vita di fede è un percorso continuo, per dirigersi verso tappe sempre nuove, che il Signore stesso indica giorno dopo giorno. Perché Lui è il Signore delle sorprese, il Signore delle novità, ma delle vere novità.

E poi – la prima modalità era “le vesti strette ai fianchi” – poi ci è richiesto di mantenere «le lampade accese», per essere in grado di rischiarare il buio della notte. Siamo invitati, cioè, a vivere una fede autentica e matura, capace di illuminare le tante “notti” della vita. Lo sappiamo, tutti abbiamo avuto giorni che erano vere notti spirituali. La lampada della fede richiede di essere alimentata di continuo, con l’incontro cuore a cuore con Gesù nella preghiera e nell’ascolto della sua Parola. Riprendo una cosa che vi ho detto tante volte: portate sempre un piccolo Vangelo in tasca, nella borsa, per leggerlo. È un incontro con Gesù, con la Parola di Gesù. Questa lampada dell’incontro con Gesù nella preghiera e nella sua Parola ci è affidata per il bene di tutti: nessuno, dunque, può ritirarsi intimisticamente nella certezza della propria salvezza, disinteressandosi degli altri. È una fantasia credere che uno possa da solo illuminarsi dentro. No, è una fantasia. La fede vera apre il cuore al prossimo e sprona verso la comunione concreta con i fratelli, soprattutto con coloro che vivono nel bisogno.

E Gesù, per farci capire questo atteggiamento, racconta la parabola dei servitori che attendono il ritorno del padrone quando torna dalle nozze (vv. 36-40), presentando così un altro aspetto della vigilanza: essere pronti per l’incontro ultimo e definitivo col Signore. Ognuno di noi si incontrerà, si troverà in quel giorno dell’incontro. Ognuno di noi ha la propria data dell’incontro definitivo. Dice il Signore: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; … E, se giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!» (vv. 37-38). Con queste parole, il Signore ci ricorda che la vita è un cammino verso l’eternità; pertanto, siamo chiamati a far fruttificare tutti i talenti che abbiamo, senza mai dimenticare che «non abbiamo qui la città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,14). In questa prospettiva, ogni istante diventa prezioso, per cui bisogna vivere e agire su questa terra avendo la nostalgia del cielo: i piedi sulla terra, camminare sulla terra, lavorare sulla terra, fare il bene sulla terra, e il cuore nostalgico del cielo.

Noi non possiamo capire davvero in cosa consista questa gioia suprema, tuttavia Gesù ce lo fa intuire con la similitudine del padrone che trovando ancora svegli i servi al suo ritorno: «si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (v. 37). La gioia eterna del paradiso si manifesta così: la situazione si capovolgerà, e non saranno più i servi, cioè noi, a servire Dio, ma Dio stesso si metterà a nostro servizio. E questo lo fa Gesù fin da adesso: Gesù prega per noi, Gesù ci guarda e prega il Padre per noi, Gesù ci serve adesso, è il nostro servitore. E questa sarà la gioia definitiva. Il pensiero dell’incontro finale con il Padre, ricco di misericordia, ci riempie di speranza, e ci stimola all’impegno costante per la nostra santificazione e per costruire un mondo più giusto e fraterno.

La Vergine Maria, con la sua materna intercessione, sostenga questo nostro impegno.

[Papa Francesco, Angelus 11 agosto 2019]

Aprire i portoni blindati

(Lc 12,13-21)

 

«Certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti» [Fratelli Tutti n.18].

 

Basilio il Grande commentava: «Qui non si condanna chi rapina, ma chi non condivide il suo».

Insensatezza dell’accumulare.

 

Il Dono di Dio è completo, ma ciascuno è bisognoso. Perché? Per accentuare il «fecondo interscambio».

E lo stiamo sperimentando: solo la voglia di ‘nascere nella reciprocità’ può combattere l’«impoverimento di tutti» e la stessa «sclerosi culturale» [cf. FT 133-138].

Ogni gesto di generosità cela la fioritura d’una energia vivificante innata, che fa scorrere l’anima e i capitali fuori delle mura compaginate e oltre i bordi di magazzino.

Pungolo che non ripiega le persone sulla convenienza. Impulso che viceversa sposterà la nostra immaginazione verso ben altri orizzonti, credenze e desideri.

Insomma, fare comunione è questione di vita o morte, perché ricco e povero vivono o declinano insieme.

La crescita è dunque nel porgersi e accogliere.

 

Nell’insuperabile Omelia 6, il primo dei Padri cappadoci sottolineava che anche chi sovrabbonda di beni si tormenta sul da farsi, chiedendosi: «Che farò?».

«Si lamenta come i poveri. Non sono forse queste le parole di chi è oppresso dalla miseria? Che farò? [...] Che farò? La risposta era semplice: ‘Sazierò gli affamati, aprirò i granai e chiamerò tutti i poveri’ [...] Non alzare i prezzi. Non aspettare la carestia per aprire i granai [...] Non attendere che il popolo sia ridotto alla fame per accrescere il tuo oro, né la miseria generale per il tuo arricchimento. Non fare commercio sulle umane disgrazie [...] Non esacerbare le ferite inflitte dal flagello dell’avversità. Tu volgi lo sguardo al tuo oro e lo distogli dal tuo fratello, riconosci ogni moneta e sai distinguere quella falsa da quella vera, ma ignori completamente il fratello che si trova nel bisogno».

 

Il ricco della parabola sembra non avere braccianti o parenti, né una moglie, o figli e amici: li aveva, ma nella sua realtà ci sono - davvero - solamente lui e i beni.

«Imbecille!» - gli dice Dio (v.20).

La soluzione era semplicissima: aprire i cancelli, affinché l’alimento ammucchiato potesse traboccare per le necessità dei meno fortunati - invece di perdere tempo a sfasciare e ricostruire immobili.

Forse è morto d’infarto, ma era già defunto nell’anima.

L’imprenditore che scruta i bisogni altrui per tornaconto, perisce immediatamente dentro e fuori; subisce agitazione, insonnia, tormento, per lo stress del gestire quei miraggi esteriori.

Sono questi sogni strampalati che poi tolgono respiro e diventano incubi senza svolta, dissipando le migliori energie.

 

È viceversa in un clima di coesistenza e convivialità delle differenze che si annidano i migliori stimoli e consigli, anche per la scoperta di quanto ci corrisponde.

Basterebbe vincere l’avidità, la vanità e la mentalità comune, per stare meglio.

Abbandonando lo spirito di accaparramento, ci allontaneremo dalle manie del computo e dell’interesse immediato [volatile].

In tale dinamica, ecco l’esperienza di impreziosire relazioni, aprendosi ai tanti volti della realtà e delle persone, vivendo di Amicizia.

Qui l’intensità dei legami cova lo sprone personale, le sfide, e la fioritura d’amore che spostano la nostra Visione.

 

Ecco la soglia dei nuovi Tesori che viceversa possono emergere: fidarsi della vita, delle nuove strade, delle azioni che non bloccano lo sviluppo di tutti, né minacciano il senso di Fraternità.

Tralasciando l’accaparramento, potremo cedere all’Esodo liberante.

Primo passo lungo la Via della nostra piena Felicità: investire i tanti beni che ancora abbiamo per creare Incontro e Relazione.

Questione di vita o morte (v.20).

 

 

[Lunedì 29.a sett. T.O.  19 Ottobre 2026]

Domenica, 11 Ottobre 2026 05:33

Saggezza e stoltezza

Nel Vangelo […] l’insegnamento di Gesù riguarda proprio la vera saggezza ed è introdotto dalla domanda di uno della folla: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità» (Lc 12,13). Gesù, rispondendo, mette in guardia gli ascoltatori dalla brama dei beni terreni con la parabola del ricco stolto, il quale, avendo accumulato per sé un abbondante raccolto, smette di lavorare, consuma i suoi beni divertendosi e s’illude persino di poter allontanare la morte. «Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”» (Lc 13,20). L’uomo stolto nella Bibbia è colui che non vuole rendersi conto, dall’esperienza delle cose visibili, che nulla dura per sempre, ma tutto passa: la giovinezza come la forza fisica, le comodità come i ruoli di potere. Far dipendere la propria vita da realtà così passeggere è, dunque, stoltezza. L’uomo che confida nel Signore, invece, non teme le avversità della vita, neppure la realtà ineludibile della morte: è l’uomo che ha acquistato “un cuore saggio”, come i Santi.

[Papa Benedetto, Angelus 1 agosto 2010]

Pagina 1 di 38
Those who open to Him will be blessed, because they will have a great reward: indeed, the Lord will make himself a servant to his servants — it is a beautiful reward — in the great banquet of his Kingdom He himself will serve them [Pope Francis]
E sarà beato chi gli aprirà, perché avrà una grande ricompensa: infatti il Signore stesso si farà servo dei suoi servi - è una bella ricompensa - nel grande banchetto del suo Regno passerà Lui stesso a servirli [Papa Francesco]
The fool in the Bible, the one who does not want to learn from the experience of visible things, that nothing lasts for ever but that all things pass away, youth and physical strength, amenities and important roles. Making one's life depend on such an ephemeral reality is therefore foolishness (Pope Benedict)
L’uomo stolto nella Bibbia è colui che non vuole rendersi conto, dall’esperienza delle cose visibili, che nulla dura per sempre, ma tutto passa: la giovinezza come la forza fisica, le comodità come i ruoli di potere. Far dipendere la propria vita da realtà così passeggere è, dunque, stoltezza (Papa Benedetto)
As sometimes happens in the Gospel, faced with the trap set by his enemies, Jesus, with his response, rises above the contingent controversy and goes far beyond the particular and mutually divergent positions (Pope John Paul II)
Come talora accade nel Vangelo, di fronte al tranello mossogli dai suoi nemici, Gesù, con la sua risposta, s’innalza al di sopra della polemica contingente e va ben oltre le posizioni particolari e tra loro divergenti (Papa Giovanni Paolo II)
And blasphemy, the sin against the Holy Spirit, is the one unforgivable sin — as Jesus said — because it comes from closing the heart to God’s mercy which acts in Jesus (Pope Francis)
E la bestemmia, il peccato contro lo Spirito Santo, è l’unico peccato imperdonabile – così dice Gesù –, perché parte da una chiusura del cuore alla misericordia di Dio che agisce in Gesù (Papa Francesco)
The great thinker Romano Guardini wrote that the Lord “is always close, being at the root of our being. Yet we must experience our relationship with God between the poles of distance and closeness. By closeness we are strengthened, by distance we are put to the test” (Pope Benedict)
Il grande pensatore Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Papa Benedetto)
The present-day mentality, more perhaps than that of people in the past, seems opposed to a God of mercy, and in fact tends to exclude from life and to remove from the human heart the very idea of mercy (Pope John Paul II)
La mentalità contemporanea, forse più di quella dell'uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l'idea stessa della misericordia (Papa Giovanni Paolo II)
«Religion of appearance» or «road of humility»? (Pope Francis)
«Religione dell’apparire» o «strada dell’umiltà»? (Papa Francesco)
In the crucified Jesus a kind of transformation and concentration of the signs occurs: he himself is the “sign of God”, especially in the mystery of his Death and Resurrection (Pope John Paul II)
In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio", soprattutto nel mistero della sua morte e resurrezione (Papa Giovanni Paolo II)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

duevie.art

don Giuseppe Nespeca

Tel. 333-1329741


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.