don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 18 Maggio 2026 07:32

PENTECOSTE (Veglia). Acqua di Rupe Vivente

Ascensione del Signore (anno A)  [Giovedì 14 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (1,1-11)

I primi versetti fanno da ponte tra gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Luca, anch’esso dedicato a un certo Teofilo. L’uno comincia dove l’altro finisce, cioè con il racconto dell’Ascensione di Gesù, anche se i due racconti non concordano in tutto. Il Vangelo, riporta la missione e la predicazione di Gesù; il secondo è dedicato alla missione e alla predicazione degli Apostoli, da qui il nome “Atti degli Apostoli”. Il parallelo si può spingere oltre: il Vangelo comincia e finisce a Gerusalemme, centro del mondo giudaico e della Prima Alleanza; gli Atti cominciano a Gerusalemme, perché la Nuova Alleanza è in continuità con la Prima, ma terminano a Roma, crocevia di tutte le strade del mondo allora conosciuto: la Nuova Alleanza ormai oltrepassa i confini di Israele. Per Luca è chiaro che questa espansione è opera dello Spirito Santo. È lo Spirito stesso di Gesù e sarà l’ispiratore degli Apostoli a partire dalla Pentecoste, tanto che gli Atti vengono spesso chiamati “il vangelo dello Spirito”. Come Gesù si era preparato alla sua missione con i quaranta giorni nel deserto dopo il Battesimo, così a sua volta prepara la Chiesa per quaranta giorni: “Per quaranta giorni apparve loro e parlò del regno di Dio”. Durante un ultimo pasto dà le sue consegne: un ordine, una promessa, un invio in missione. L’ordine è quasi sorprendente: aspettare e non muoversi. “Diede loro ordine di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre”. Che le promesse del Padre si realizzino a Gerusalemme non stupiva certo gli Undici, tutti giudei perché l’intera predicazione dei profeti assegnava a Gerusalemme un ruolo decisivo nel compimento del progetto di Dio. Luca precisa il contenuto della promessa: “Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni”. Gli apostoli; avevano in mente le profezie di Gioele: “Io spanderò il mio spirito sopra ogni persona” (Gl 3,1-2), di Zaccaria: “In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente aperta per lavare il peccato e l’impurità”(Zc13,1)  ed Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati… Vi darò un cuore nuovo, e  metterò dentro di voi uno spirito nuovo…Metterò il mio spirito dentro di voi”( Ez 36,25-27).

La domanda degli apostoli “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” mostra che hanno ben capito che il famoso Giorno di Dio è sorto. La risposta di Gesù non deve stupirci: Dio sollecita la collaborazione degli uomini per realizzare il suo progetto e la salvezza di Dio giunta grazie a Gesù Cristo chiede agli uomini di entrarvi. Perché ciò avvenga occorre che gli uomini lo sappiano e nasce da qui la missione e la responsabilità degli Apostoli. Lo Spirito è dato loro per questo: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni”. Ciò significa che tra il dono dello Spirito e l’avvento definitivo del Regno c’è un intervallo che è il tempo della testimonianza: un intervallo tanto più lungo quanto più si tratta di portare l’annuncio all’umanità intera. “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Il libro degli Atti segue esattamente questo piano. Come al mattino di Pasqua “due uomini in vesti sfolgoranti” avevano strappato le donne alla loro contemplazione dicendo “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”, così il giorno dell’Ascensione due uomini in vesti bianche fanno lo stesso con gli Apostoli: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Tornerà, ne siamo certi, ed è per questo che diciamo ad ogni Eucaristia: “Nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”. La nube nella Bibbia è il segno visibile della presenza di Dio come al passaggio del Mar Rosso o alla Trasfigurazione. La nube che sottrae Gesù allo sguardo degli uomini è il segno che ora egli è entrato nel mondo di Dio: cessa pertanto la sua presenza carnale e visibile per inaugurare quella spirituale. E’ impossibile ricostruire esattamente ciò che è successo tra la Risurrezione di Gesù, la notte di Pasqua, e il giorno in cui ha lasciato definitivamente i suoi apostoli per tornare al Padre. Nei racconti di Luca, tra Vangelo e Atti, le due narrazioni sono molto simili: la partenza di Gesù avviene vicino a Gerusalemme, perché il Vangelo parla di Betania e gli Atti del Monte degli Ulivi; in entrambi Luca precisa che Gesù raccomanda ai discepoli di non lasciare Gerusalemme prima di aver ricevuto lo Spirito Santo. L’unica divergenza riguarda il tempo: nel Vangelo sembra che la partenza avvenga la sera stessa di Pasqua; dopo l’apparizione ai discepoli di Emmaus, questi tornano a Gerusalemme a raccontare tutto agli Undici; ed è mentre parlano insieme che Gesù appare, sta con loro, spiega le Scritture; poi li conduce a Betania e lì scompare definitivamente ai loro occhi. Negli Atti invece Luca precisa che tra Pasqua e Ascensione sono trascorsi quaranta giorni; ed è per questo che celebriamo l’Ascensione quaranta giorni dopo Pasqua. Negli altri Vangeli non si trova quasi nulla su questo: in Matteo manca un racconto di Ascensione ma c’è solo un’apparizione di Gesù a due donne che si erano recate al sepolcro e poi ai discepoli in Galilea durante la quale dice la frase con ci si chiude il suo Vangelo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” Giovanni riporta più a lungo diverse apparizioni del Risorto, una a Maria di Magdala e tre ai discepoli, l’ultima presso il lago di Tiberiade; ma non racconta l’Ascensione. Quanto a Marco, racconta l’apparizione a Maria di Magdala, poi a due discepoli che andavano in campagna e infine agli Undici. Gesù li manda a predicare il Vangelo al mondo intero e Marco chiude dicendo: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”. Queste differenze tra i Vangeli provano che le loro precisazioni non mirano alla realtà storica o geografica: Matteo ha le sue ragioni per parlare della Galilea. Luca invece ha le sue per insistere su Gerusalemme perché proprio lì Gesù ha detto loro di attendere il dono dello Spirito e il Vangelo di Luca termina con l’ultima consegna di Gesù: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”(Lc24,49).

 

Salmo responsoriale (46/ 47)

Qui Israele canta e acclama Dio come suo re e questo non sorprende, ma cosa  più stupefacente, dice che Dio è il re di tutta la terra. Ora, in Israele non lo si è sempre pensato. Prima dell’Esilio a Babilonia nessuno dei re d’Israele ha immaginato che Dio fosse il Signore dell’universo intero. Questo significa che il salmo è stato composto tardi nella storia del popolo eletto. Mi fermo sulla prima affermazione: Dio è il re d’Israele. Per un lungo periodo della storia biblica Israele ha avuto dei re, come i popoli vicini, ma la sua concezione della regalità era particolare, e questa specificità è durata per tutta la storia. In Israele il re non poteva mai pretendere di essere il personaggio più alto del paese e non aveva ogni potere, perché Dio restava il padrone. Detto altrimenti, il vero re in Israele non era altri che Dio stesso. Il re, per esempio, non disponeva delle leggi a suo piacimento e  doveva, come tutti, sottomettersi alla Legge di Dio data a Mosè sul Sinai. Secondo il libro del Deuteronomio, doveva leggere l’intera Legge tutti i giorni della sua vita. Anche seduto sul trono, era in linea di principio solo un esecutore degli ordini di Dio trasmessi dai profeti. Nei Libri dei Re, infatti, si vede spesso l’uno o l’altro re chiedere l’accordo del profeta del momento prima di partire in battaglia o addirittura, nel caso di Davide, prima di intraprendere la costruzione del Tempio. E si vedono a più riprese i profeti intervenire liberamente nella vita dei re e criticare a volte violentemente i loro comportamenti. L’affermazione della sovranità di Dio fu persino un freno all’istituzione della monarchia. Si ricorda la reazione molto violenta del profeta Samuele, al tempo dei Giudici, quando i capi delle tribù d’Israele vennero a dirgli che volevano un re “per essere come le altre nazioni”. Desiderare di essere “come le altre nazioni” quando si ha l’onore di essere il popolo scelto da Dio per l’alleanza, era ai suoi occhi una vera bestemmia. Finì per cedere alle insistenze dei capi delle tribù, ma non senza avvertirli che si procuravano la propria rovina. E quando consacrò il primo re, Saul, ebbe cura di precisare che diventava il capo del patrimonio di Dio. Il popolo restava il popolo di Dio e non quello del re, e costui non era che un servitore di Dio. E lungo tutta la monarchia, in Israele, i profeti si incaricarono di ricordare ai re questa verità elementare. Al punto che i libri dei Re, quando raccontano i regni successivi, hanno un solo criterio di valutazione: la fedeltà di ciascun re alla volontà di Dio. Una formula ritorna continuamente: “Tale re fece ciò che è retto agli occhi del Signore”, oppure al contrario “Tale re fece ciò che è male agli occhi del Signore”. È dunque in onore di Dio stesso che il nostro salmo dispiega qui tutto il vocabolario rivolto altrove ai re della terra. La stessa parola “terribile” è un complimento, è una parola abituale del linguaggio di corte ed è rassicurante: i nemici sono avvertiti, il nostro re sarà invincibile. A ogni riga di questo salmo è evidente che si tratta del Dio del Sinai, il Signore, che è acclamato come Dio e re di tutto l’universo. Questa dimensione universale è molto presente nel salmo fino a dire “Dio regna sulle nazioni pagane”. Ora, la scoperta del monoteismo risale solo all’Esilio a Babilonia: fino ad allora il popolo d’Israele non era ancora monoteista. Essere monoteisti significa affermare che esiste un solo Dio, lo stesso per tutto il cosmo e l’umanità. Prima dell’Esilio non era così: si dice che Israele era “monolatrico”; cioè riconosceva per sé un solo Dio, quello dell’Alleanza del Sinai. Ma riteneva che gli altri popoli avessero i loro propri dèi. Questo salmo è stato quindi probabilmente composto dopo il ritorno dall’Esilio e non è nella sala del trono che queste acclamazioni risuonavano, ma nel Tempio di Gerusalemme ricostruito. Gli Ebrei anche ora immaginano già il Giorno in cui finalmente Dio sarà riconosciuto per quello che è, il Padre di ogni bontà. Noi cristiani riprendiamo a nostra volta questo salmo. E la frase “Ascende Dio tra le acclamazioni” è quanto mai opportuna per la celebrazione dell’Ascensione di Gesù Cristo. Anche se la regalità di Cristo non è ancora realizzata totalmente e gli evangelisti non raccontano alcuna cerimonia di incoronazione di Cristo. Una ragione in più per tributare a Gesù già questo superbo omaggio che non fa che anticipare l’ultimo giorno quando tutti gi tomini finalmente radunati canteranno: “popoli tutti battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia” 

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (1,17-23)

La Lettera agli Efesini si divide in due parti: nei capitoli 1-3 c’è una lunga contemplazione del disegno di Dio e nei capitoli 4-6 un’esortazione ai battezzati per conformare la vita a questo mistero. Per la festa dell’Ascensione la liturgia propone un brano della prima parte nell’anno A e della seconda parte nell’anno B. La prima parte inizia con una lunga formula di benedizione alla maniera giudaica che nella nostra liturgia cristiana potremmo chiamare un “prefazio” e si tratta del “disegno misericordioso” di Dio (Ef1,3-6). I battezzati partecipano già di questo misterioso progetto di Dio che, un giorno, sarà esteso all’umanità intera. E Paolo parla del privilegio di noi cristiani che, dopo aver ascoltato la parola della verità, cioè il Vangelo, abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione.  Ritroviamo tutti questi termini nel brano nella lettura oggi, ma sotto forma di preghiera, che si chiama generalmente “preghiera di illuminazione” dato che ci vuole la luce di Dio per penetrare anche solo un poco in questo mistero: “Egli illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi…”. E si sa bene che la comprensione di cui parla non è questione di ragionamento ma di cuore, una disponibilità profonda a lasciarsi istruire, illuminare. E Paolo, da ebreo, sa bene che la sapienza di Dio è inaccessibile all’uomo se Dio stesso non si rivela a lui: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. E cosa c’è al termine di questa conoscenza verso cui camminiamo? Un’eredità di inestimabile valore, dice Paolo. La parola “eredità” al versetto 18 e già al versetto 14, ritorna spesso nella Bibbia: nell’Antico Testamento si tratta della terra promessa da Dio ai credenti. Lo stesso termine è ripreso dal Nuovo Testamento, in particolare nelle lettere di Paolo, per indicare il Regno e la vita eterna. Per esempio: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” Rm8,16-17). “Ringraziando con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col1,12). “Tutte le nazioni sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef3,8). Anche Giacomo sviluppa questo tema: “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”(Gc2,5).  E la lettera agli Ebrei, da parte sua, riprende spesso la parola: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” Eb1,1-2); e poco più avanti: “Coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa” (Eb9,15) Perché, ed è il motivo profondo della meraviglia di Paolo, i discepoli del Signore sono già associati al trionfo del loro Maestro risorto. Nulla deve più far loro paura in questo mondo poiché la morte è vinta e le porte sono aperte sulla vita eterna. L’opera che Dio compie nel cuore dei credenti è una vera risurrezione interiore. 

 

Dal Vangelo secondo Matteo 28, 16-20

Ecco il discorso di addio di Gesù, dopo la Risurrezione, in Galilea, chiamata comunemente “crocevia dei pagani”, la “Galilea delle genti” perché ormai la missione degli Apostoli riguarda “tutte le nazioni”. Il Vangelo di Matteo sembra chiudersi bruscamente: ma in realtà l’avventura comincia. È come in un film in cui la parola “FINE” appare su una strada che si apre verso l’infinito. Perché è proprio verso l’infinito che Gesù li invia: l’immensità del mondo e l’infinità dei secoli. “Andate… Fate discepoli tutti i popoli… Fino alla fine del mondo”. Ma erano pronti i discepoli pe runa tale missione? Se Gesù fosse un capo d’azienda, non potrebbe rischiare di affidare il seguito della sua impresa a collaboratori come questi che sembrano non aver assimilato tutta la formazione che lui ha assicurato per mesi. Sbagliano sull’obiettivo, sui tempi, sulla natura dell’impresa. Arrivano perfino a dubitare della realtà che stanno vivendo, perché Matteo dice chiaramente “alcuni però dubitavano”(Mt28,17). La missione affidata loro, piena di rischi, è promuovere un messaggio che ancora li sorprende. Follia, diranno i saggi; sapienza di Dio, risponderebbe san Paolo. Si tratta di un’impresa certamente non banale: supera tutto ciò che lo spirito umano può immaginare o concepire. Si tratta della comunicazione tra Dio e gli uomini. Colui che ne ha acceso la scintilla affida ai suoi discepoli la cura di diffonderne il fuoco: “Andate! Fate discepoli tutti i popoli: battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”: non c’è spesso l’occasione di fermarsi su questa formula straordinaria della nostra fede. Si tratta infatti della prima formulazione del mistero della Trinità: l’espressione “Nel nome di”, abituale nella Bibbia, significa che si tratta proprio di un solo Dio; allo stesso tempo le tre Persone sono nominate e ben distinte: “Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo”. Se si ricorda che il Nome, nella Bibbia, è la persona, e che battezzare significa etimologicamente “immergere”, questo vuol dire che il Battesimo ci immerge letteralmente nella Trinità. Si capisce l’ordine perentorio di Gesù ai suoi discepoli “Andate”, c’è urgenza. Come non essere impazienti di vedere tutta l’umanità approfittare di questa proposta? Allo stesso tempo, bisogna dire che questa formula così abituale per noi era per la generazione di Cristo una vera rivoluzione! Prova ne sia che quando gli apostoli Pietro e Giovanni guarirono lo storpio della Porta Bella, le autorità chiesero subito: “Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?”(At4,7), perché non era permesso invocare altro nome che quello di Dio. Gesù parla proprio di Dio, ma la sua frase cita tre persone, mentre Dio era unico, i profeti l’avevano detto abbastanza. L’incomprensione dei Giudei verso i fedeli di Cristo è iscritta qui, la persecuzione era inevitabile. Gesù lo sa, e li aveva avvertiti nell’ultima sera: “Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio, cioè crederà di difendere l’onore di Dio (Gv16,2)… E Gesù aggiungeva: “Faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me”(Gv16,3). La missione affidata agli apostoli assomiglia davvero a una follia; ma non sono soli, e questo non bisogna mai dimenticarlo. Nella misura in cui il nostro impegno non è nostro, ma suo, non abbiamo ragione di inquietarci dei risultati: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate!” (Mt28,18-19). In altri termini, siamo noi che andiamo, ma è lui che ha ogni potere. Si racconta di Giovanni XXIII che pochi giorni dopo la sua elezione ricevette la visita di un amico: “Santissimo Padre, - gli disse - come dev’essere pesante il compito!”. Giovanni XXIII rispose: “È vero, la sera, quando mi corico, penso: “Angelo, sei il Papa, e faccio fatica ad addormentarmi; ma dopo qualche minuto mi dico: Angelo, che stupido sei, il responsabile della Chiesa non sei tu, è lo Spirito Santo.  Allora mi giro dall’altra parte e mi addormento!”. Anche per noi l’evangelizzazione deve essere la nostra passione, non la nostra angoscia. Gesù ha ben precisato: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Da sola, questa frase è un riassunto della vita di Cristo: questo avviene su una montagna, non si sa quale sia, ma evoca insieme quella della tentazione e quella della Trasfigurazione. Sulla montagna della tentazione Gesù ha rifiutato di ricevere da altri che dal Padre il potere sulla creazione: “Il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli disse: ‘Tutte queste cose io te le darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai’. Allora Gesù gli rispose: ‘Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto’”(CfMt4,8-10). Questo potere che Gesù non ha rivendicato, non ha comprato, gli è dato dal Padre. E ormai questo potere è nelle nostre mani! “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate! E Gesù aggiunge “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Dio della Presenza rivelato a Mosè nel roveto ardente, l’Emmanuele – che significa “Dio con noi” – promesso da Isaia, sono uno solo nello Spirito d’amore che li unisce. A noi la missione di rivelare al mondo questa presenza amorevole del Dio-Trinità.

 

 

VII Domenica di Pasqua Anno  [17 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dal libro degli Atti degli apostoli (1, 12-14)

La prima frase del testo riassume in poche parole una tappa cruciale della vita dei primi cristiani. Per noi è l’Ascensione e ne abbiamo fatto una festa, ma, all’origine, non era piuttosto un giorno di lutto, un giorno di grande partenza? Dopo l’orrore della Passione e della morte di Gesù, dopo lo splendore della Risurrezione, eccoli orfani per sempre. Ma proprio per questo sono più vicini a noi e il loro atteggiamento può guidare il nostro. Guardiamo dunque da vicino i loro gesti. Gesù aveva lasciato delle consegne: non lasciare Gerusalemme e attendere lì il dono dello Spirito Santo. Ecco il racconto degli Atti: “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre. ‘Quella che – egli disse – voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni’”. E il giorno stesso della sua partenza, sul Monte degli Ulivi, ha ripetuto: “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Trattengo questa espressione “la forza dello Spirito”, che dovrebbe rassicurarci in ogni circostanza. E Luca racconta: “Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. Ovviamente hanno rispettato la consegna del Maestro. Non ci stupisce quindi ritrovarli subito dopo a Gerusalemme; Luca nota che il monte degli Ulivi è vicinissimo alla città: la distanza non supera quella che si chiama “cammino di sabato”, cioè la distanza massima che si può percorrere senza violare il riposo del sabato; era poco meno di un chilometro, duemila cubiti, e un cubito, come dice il nome, è la lunghezza dell’avambraccio, circa cinquanta centimetri. Ma perché Luca dà questa precisione? Bisogna dedurne che era giorno di sabato? Oppure, insistendo sulla vicinanza del Monte degli Ulivi, Luca vuole suggerire che tutto si compie a Gerusalemme? È lì che si realizza il disegno di Dio: lì il Figlio è stato glorificato, lì è stata rinnovata l’Alleanza tra Dio e l’umanità, lì sarà dato lo Spirito. È nella città santa, dunque, che comincia la vita della Chiesa nascente; e Luca enumera chi compone il gruppo: gli Undici, alcune donne, tra cui Maria, la madre di Gesù, e alcuni fratelli, cioè probabilmente discepoli. Anche qui le precisazioni non sono per l’aneddoto; i nomi degli apostoli li conoscevamo già dal Vangelo di Luca; se ce ne ridà la lista, non è per istruirci! Luca vuole segnare la continuità nella comunità degli apostoli: sono gli stessi che hanno accompagnato Gesù per tutta la sua vita terrena, e ora si impegnano nella missione. E potranno essere testimoni della Risurrezione solo perché sono stati testimoni della vita, della Passione e della morte di Gesù. Ritroviamo quindi il gruppo di persone così diverse fra loro che Gesù aveva scelto: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea pescatori sul lago di Tiberiade; Simone zelota al tempo della vita terrena di Gesù non era ancora un impegno politico, ma era già segno di fanatismo religioso. Ci si chiede come potesse stare accanto a Matteo il pubblicano, un esattore al soldo dell’occupante e, per questo, interdetto dal culto! Non solo Gesù è riuscito a farli convivere attorno a sé, ma ormai porteranno insieme la responsabilità di continuare la missione del loro Maestro. La tradizione cristiana ha assimilato Bartolomeo a Natanaele citato da san Giovanni, che era uno specialista della Legge; se così fosse, era un’ulteriore diversità all’interno del gruppo dei Dodici. È su questa comunità di uomini così diversi fra loro che poggia ormai l’annuncio del Vangelo. Alcune brevi osservazioni: anzitutto il loro gruppo non è chiuso su se stesso, ma già aperto ad altri, uomini e donne; in secondo luogo iniziano questa vita della Chiesa nella preghiera, “assidui e concordi”, sottolinea Luca. Forse il primo miracolo degli apostoli è questo loro pregare insieme come un solo cuore nel momento in cui il Maestro li lascia, e si ritrovano apparentemente abbandonati a sé stessi e alle loro diversità che avrebbero potuto diventare divergenze. In verità sono abbandonati a se stessi solo apparentemente: Gesù ormai invisibile, non è però assente. Matteo, nel suo Vangelo, ha conservato una delle ultime frasi di Gesù: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Gli apostoli dunque non pregano per ottenere che Gesù si faccia vicino: la sua presenza è acquisita; pregano per reimmergersi nella sua presenza. Questo racconto degli Atti diventa per noi una formidabile lezione di speranza: Gesù è con noi tutti i giorni, la sua presenza ci è acquisita e la potenza dello Spirito Santo ci accompagna! 

 

Salmo Responsoriale (26/ 27)

Questo salmo è fatto per chi attraversa tempi difficili. I credenti non sono esenti dalle prove della vita e la fede non è una bacchetta magica. A volte soffrono proprio a causa della fede, come nelle guerre di religione o nelle persecuzioni, o per l’ostilità degli atei e la fatica di difendere i valori cristiani in un mondo che non li condivide. Ne avremo esempio nella lettera di san Pietro, seconda lettura di questa domenica. Ma nelle prove i credenti sanno di non essere soli, abbandonati al loro triste destino, perché hanno un interlocutore: “È verso Dio che piangono i miei occhi”, diceva Giobbe (Gb16,20). E vanno a cercare la forza dove si trova, cioè in Dio. “Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?” Non sapremo a quali prove precise alluda questo salmo; tra parentesi, è molto più lungo dei pochi versetti letti qui, ma i versetti mancanti non danno indicazioni storiche. Qua e là si sente un’allusione ad attacchi esterni: “Il Signore è il baluardo della mia vita: davanti a chi dovrei tremare?”. Fin dalla grande avventura dell’Esodo, Israele è stato più volte minacciato nella sua stessa vita. Il primo versetto “Il Signore è mia luce e mia salvezza” è probabilmente anche un’allusione all’Esodo sotto la guida di Mosè: nel deserto del Sinai la colonna di nube illuminava la strada e diceva la presenza di Dio. La salvezza, allora, era sfuggire al Faraone; in ogni epoca la salvezza prende forme diverse e Israele ne ha conosciute di ogni tipo, evocate per allusioni nel salmo. Dire “Il Signore è il baluardo della mia vita” fa riaffiorare alla memoria il lungo periodo delle guerre e il miglior baluardo è la forza che Dio ci dà. “Se non crederete, non resterete saldi”, diceva Isaia al re Acaz (Is7,9). La fede è l’unica forza che ci permette di affrontare tutto: “Di chi avrò timore?”. Questo significa che Dio ci custodisce da ogni paura e che non abbiamo paura nemmeno di lui. In tutte le prove e le sofferenze, il credente sa che può gridare a Dio: anzi è addirittura raccomandato nella Bibbia perché gemere, piangere, pregare non è vile, ma semplicemente umano ed è verso Dio che bisogna gemere, piangere, pregare. “Ascolta, Signore, ti chiamo”, dice il salmo e di una cosa il popolo eletto è certo, che Dio ascolta il nostro grido. Pensiamo alla grande rivelazione del Roveto ardente: “Il grido dei figli d’Israele è giunto fino a me”, ha detto Dio a Mosè (Es.3,7-9). E da quel giorno Israele sa che Dio ascolta il grido di chi soffre. Leggiamo nel salmo: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”: come il levita, ammesso nell’intimità del tempio di Gerusalemme, Israele chiede la grazia di dimorare nell’intimità di Dio. “Pietà, rispondimi”, è un grido da mendicante e anche una domanda di perdono perché l’espressione che segue, “Cercate il mio volto”, è un appello alla conversione perché fin dal suo insediamento nella Terra Promessa, il popolo ha affrontato un nuovo pericolo: quello dell’infedeltà, cioè l’idolatria. Tuttavia quando leggiamo “Cercate il mio volto”, non è Dio che abbia sete dei nostri omaggi e ci chieda qualcosa per il suo interesse. Dio ci ama e tutti i comandamenti sono per la nostra felicità. Sant’Agostino afferma: “Tutto ciò che l’uomo fa per Dio giova all’uomo e non a Dio”. Per Dio il centro del mondo è l’umanità e non ha altro scopo che la nostra felicità, felicità che troviamo solo quando Dio è al centro della nostra vita poiché come sant’Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. È interessante accostare il salmo 26/27 al cantico di Zaccaria, che cantiamo ogni mattina nella Liturgia delle Ore.

 

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (4, 13-16)

All’inizio della Chiesa, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, i primi discepoli di Cristo non portavano ancora questo nome; erano chiamati “Nazarei”, a causa di Nazaret e questo nome da parte dei Giudei che rifiutavano di riconoscere in Gesù di Nazaret il Messia atteso da Israele, era titolo dispregiativo. Più tardi, quando Barnaba e Paolo compivano la loro missione ad Antiochia di Siria, furono probabilmente dei pagani non convertiti alla Chiesa cristiana a dare ai discepoli di Gesù il nome di cristiani, che significa “di Cristo, appartenenti a Cristo”. Anche questo nuovo titolo di cristiano non era onorifico. I pagani non convertiti vedevano di malocchio il cambiamento di vita radicale che avveniva nella comunità dei battezzati. Poco prima nella lettera Pietro scrive: “Trovano strano che voi non corriate più insieme con loro verso lo stesso torrente di perdizione, e vi oltraggiano”; “Sparlano di voi trattandovi da malfattori”. San Pietro parla qui delle sofferenze cioè dell’incomprensione, dell’isolamento, della calunnia di cui Gesù fu vittima perché continuava ad annunciare il suo messaggio senza farsi fermare da nessuno con quella fedeltà che gli è costata la vita. A loro volta, i primi cristiani affrontano la stessa ostilità e Pietro cerca di dar loro il coraggio di tenere duro in attesa del giorno in cui la gloria di Cristo si rivelerà, cioè il giorno in cui Gesù verrà a inaugurare il suo regno tra gli uomini. Pietro va anche oltre: non solo non bisogna vergognarsi, ma al contrario, il titolo di cristiani è ai suoi occhi la più alta dignità: “Rallegratevi”, dice loro, a motivo del nome di cristiano che significa “appartenente a Cristo”. Inoltre quando dice: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…”  parla delle beatitudini annunciate da Gesù: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!”. E Gesù, dicendo questo, faceva il proprio ritratto. Ora Pietro applica questo ritratto a coloro che, a loro volta, portano il nome di Cristo. Usa perfino dire che “voi partecipate alle sofferenze di Cristo” il che vuol dire: “rallegratevi perché siete intimamente uniti a Cristo in queste sofferenze che subite per restare fedeli al suo nome e alla sua missione. E poiché siete uniti alle sue sofferenze, sarete ugualmente uniti alla sua gloria, il giorno in cui la verità esploderà”. E’ comunque chiaro che la sofferenza non è uno scopo in sé ma l’obbiettivo è essere uniti a Cristo e a Dio nello Spirito d’amore, quali che siano le circostanze, felici o infelici, sempre nella nostra vita. E Pietro indica una strada per affrontare la persecuzione per il nome di Cristo: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…”. Ecco un annuncio e un incoraggiamento perché verrà il giorno in cui Cristo sarà riconosciuto da tutti e voi insieme a lui e quel giorno si riconoscerà che non vi siete sbagliati perché Cristo vi ha ingannati. Occorre allora il coraggio di perseverare perché avete scelto la via giusta. Il libro degli Atti racconta che dopo essere stati battuti con verghe, Pietro e Giovanni “se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. Questo Pietro ha potuto farlo solo dopo la Pentecoste: bisogna essere ricolmi dello Spirito di Gesù per avere il coraggio di affrontare la persecuzione nel suo nome e per conoscere quella gioia misteriosa di essere in comunione con lui, fino nella sofferenza, quella gioia che nessuno potrà rapirci! La Chiesa ci propone questo testo di Pietro nell’attesa della Pentecoste, tempo privilegiato per la riscoperta del ruolo dello Spirito Santo nella vita delle nostre comunità. 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (17, 1b-11a)

Queste ultime parole di Gesù: “Io vengo a te” c’introducono in maniera misteriosa nella preghiera di Gesù nel momento stesso in cui sta per raggiungere il Padre: “Io vengo a te”. E’ l’Ora del grande passaggio: “Padre, è venuta l’ora”, quell’Ora di cui ha parlato più volte durante la sua vita terrena, quell’Ora che sembrava insieme desiderare e temere. È l’Ora decisiva, centrale di tutta la storia umana, l’Ora che tutta la creazione attende come una nascita: perché è l’Ora del compimento del disegno di Dio. D’ora in poi nulla sarà mai più come prima. In quest’Ora decisiva il mistero del Padre sarà finalmente rivelato al mondo: per questo Gesù usa con insistenza le parole “gloria” e “glorificare”. La gloria di una persona, in senso biblico, non è la sua celebrità o il riconoscimento altrui, è il suo valore reale. La gloria di Dio è dunque Dio stesso, che si manifesta agli uomini in tutto lo splendore della sua santità. Si può sostituire il verbo “glorificare” con “manifestare”. In quest’Ora decisiva, Dio sarà glorificato, manifestato nel Figlio, e i credenti “conosceranno” finalmente il Padre, entreranno nella sua intimità che unisce il Figlio al Padre, e che il Figlio comunica agli uomini. Coloro che accoglieranno questa rivelazione e crederanno in Gesù, accederanno a questa intimità del Padre: entreranno nella vera vita: “La vita eterna è che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. Ecco, dalla bocca stessa di Gesù, una definizione della vita eterna: Gesù parla al presente e descrive la vita eterna come lo stato di coloro che conoscono Dio e il Cristo. Noi viviamo già di questa vita dal nostro Battesimo. Parlando dei suoi discepoli, Gesù dice: “Hanno conosciuto veramente che da te sono uscito e hanno creduto che tu mi hai mandato”.  In quel momento solo una parte dell’umanità ha accolto questa rivelazione ed è entrata nella comunione d’amore proposta dal Padre, accettando di prendere il cammino aperto dal Figlio e solo per questi pochi Gesù prega: “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato…”. È il mistero delle scelte di Dio che si ripete: come il Padre aveva scelto Abramo per rivelargli il suo grande progetto, ha scelto alcuni membri della stirpe di Abramo per portare a compimento la rivelazione del suo mistero: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te…”. Per questo piccolo popolo scelto, è venuta l’ora di proseguire l’opera di rivelazione: “Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te”. Gesù ci passa il testimone in qualche modo: ci ha dato tutto, a noi ora darlo agli altri. Bisogna lasciar risuonare in noi l’insistenza di Gesù sulla parola “dare”: il Padre ha dato autorità al Figlio… il Figlio darà la vita eterna agli uomini… il Padre ha dato gli uomini al Figlio… il Padre ha dato le sue parole al Figlio… e il Figlio ha dato queste parole ai suoi fratelli. L’insistenza di Gesù sul verbo “dare” raggiunge tutta la meditazione biblica: la nostra relazione con Dio non si svolge sul registro del calcolo. Ci basta lasciarci amare e colmare della sua grazia in permanenza. La parola “grazia” significa dono gratuito. La logica del dono, della gratuità, è quella del Figlio che vive eternamente in un dialogo d’amore con il Padre. Nel prologo del suo Vangelo Giovanni dice che il Figlio è eternamente “rivolto verso il Padre” (Gv1,18) (“Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. ”l’espressione “nel seno del Padre” (dal greco eis ton kolpon tou Patros) è quella che viene interpretata come: “rivolto verso il Padre” “in intima comunione con il Padr  “nell’intimità del Padre”. Quindi l’idea che il Figlio sia eternamente “orientato verso il Padre” nasce da questo versetto, anche se l’espressione” rivolto verso il Padre” è una parafrasi teologica, non una citazione letterale. E poiché tra loro non c’è ombra, riflette la gloria del Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Tra loro tutto è amore, dialogo, condivisione: “Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie”. Il Prologo del Vangelo di Giovanni si illumina alla lettura di questa preghiera di Gesù, ne è come la trasposizione (Gv1,1-18).

 

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 11 Maggio 2026 12:40

Ascensione

(Gv 17,1-11a)

 

Anche nel quarto Vangelo l’ultima cena è seguita dalla preghiera di Gesù, ma a differenza dei Sinottici, Gv la colloca nello stesso luogo del Cenacolo.

Nel racconto dei primi tre Vangeli, diverse note ragguagliano sull’intima ripugnanza del Signore a proposito della Croce - da cui però non si sottrae, da cui non si lascia sovrastare.

Qui chiede al Padre solo la qualità indistruttibile di Vita dell’Eterno in favore dei suoi, che hanno già avuto conoscenza dell’intimità di Dio: essa apre ogni riverbero.

Riconoscere costituito Signore il Figlio dell’uomo significa accettare una nuova forma di esistenza nello Spirito.

Come un Vento che [rigenerando dall’interno] si rende tramite e continuatore dell’opera di creazione.

Siamo testimoni di una Relazione fondante, gloriosa, ossia di valore tale da riattivare ogni destino - oltre le concatenazioni.

Tale piattaforma sorvola il senso d’indegnità.

Su di essa, eccoci abilitati a diventare ovunque appassionati ‘inventori di strade’.

Introdotti in una Comunione che è già qui e ora «Vita dell’Eterno» (vv.2-3). Essa scaturisce dal ‘conoscere’ il Padre e il Figlio.

E si concentra in un’Ora (v.1): allusione che aveva percorso tutto il quarto Vangelo.

L’esistenza di Gesù converge nella crudezza feconda di quel punto, che dà spessore a ogni cosa.

 

Il testo si distingue dalle catechesi precedenti, perché più amicale che d’insegnamento.

Il Maestro ripercorre la sua vicenda come impegno a manifestare il Padre, per farci divenire segni del suo Volto.

Cristo comprende che i figli sono sottoposti a seduzioni, e rischiano di smarrire il senso del credere in Lui. Infatti fanno ancora difficoltà a capire che la Gloria non è frutto di vittoria mondana.

«Gloria» in Gv è sinonimo di manifestazione del Volto dell’Eterno Amore nell’innalzamento della Croce.

Presenza del Dio-Con - svelamento della sua confidenza, comprensione, tenerezza, recupero dei lati opposti.

In tal guisa, Gloria del Risorto non è una Relazione che rimane chiusa in Cielo, fra Padre e Figlio.

Questi ha dato ai suoi intimi il «Nome» (vv.6.11) ossia ha rivelato il Padre e dato accesso alla sua Persona reale - incluse le lotte intraprese.

Persona che ci alimenta con la Parola, e il senso delle sue vicende.

Tale Voce inconfondibile ricorda che ogni travaglio può farci entrare più a fondo con Gesù nella Gloria e nell’eternità del Padre.

La vita intima di Dio è intensità d’intesa; reciprocità che sfocia in connubio dilatato, apertissimo, ferace, tendente a trasmutare ogni tribolazione in appello a nuova kabôd-gloria.

Si tratta del peso specifico [qualitativo] che assume il credente in un Cielo anche percepibile dai sensi.

 

Qualsiasi difficoltà, angoscia, insicurezza, ora diventa addirittura un punto cui convergere.

Come il Signore, i discepoli non vanno alla morte, ma sulla Via della Vita completa che annienta le lontananze.

Tutto ciò grazie a un’unità che devia le abitudini e pone in contatto con le energie dell’intimo legame primordiale, fonte-e-culmine, Padre-Figlio.

 

 

[Martedì 7.a sett. di Pasqua, 19 maggio 2026]

(Gv 17,1-11a)

 

Anche nel quarto Vangelo l’ultima cena è seguita dalla preghiera di Gesù, ma a differenza dei Sinottici, Gv la colloca nello stesso luogo del Cenacolo.

Nel racconto dei primi tre Vangeli, diverse note ragguagliano sull’intima ripugnanza del Signore a proposito della Croce - da cui però non si sottrae, da cui non si lascia sovrastare.

Qui chiede al Padre solo la qualità indistruttibile di Vita dell’Eterno in favore dei suoi, che hanno già avuto conoscenza dell’intimità di Dio: essa apre ogni riverbero.

Riconoscere costituito Signore il Figlio dell’uomo significa accettare una nuova forma di esistenza nello Spirito.

Come un Vento che [rigenerando dall’interno] si rende tramite e continuatore dell’opera di creazione.

Natura, carattere e fine della Missione di Salvezza non potevano essere minati dalla normale appartenenza alle precettistiche e pie devozioni del «mondo» (vv.9.11). Configurazioni sempre attente ad avvertirci su quel che potrebbe capitare se...

La Relazione Padre-Figlio orienta i discepoli, ma lo Spirito che dà impulso non avverte sul destino che li attende. Perché?

Non andiamo a cuor leggero verso fatiche, lacrime, umiliazioni - ma in realtà [attraverso una morte] stiamo andando come Cristo, al Padre.

Siamo protesi alla trasmutazione di stato che nella storia degli uomini porge redenzione, balenante negli stessi segni del Figlio, accomunato al disegno eccellente di Dio.

Siamo testimoni di una Relazione fondante, gloriosa, ossia di valore tale da metterci in grado di rielaborare culture appiattite sulla dimensione cronologica delle concatenazioni causa-effetto. Tutto ciò, per riattivare ogni destino.

Tale piattaforma sorvola il senso d’indegnità.

Su di essa, eccoci abilitati a diventare ovunque appassionati ‘inventori di strade’.

Eccoci, non più massa destinata a rimuginare le imperfezioni - o le devianze dallo standard, ossessivamente rilevate dalla legge religiosa ufficiale, nonché dalle mode.

Introdotti in una Comunione che è già qui e ora Vita dell’Eterno. Non di contrabbando, non di maniera.

 

La «Vita dell’Eterno» (vv.2-3) scaturisce dal ‘conoscere’ il Padre e il Figlio. Essa si concentra in un’Ora (v.1): allusione che aveva percorso tutto il quarto Vangelo.

L’esistenza di Gesù converge nella crudezza feconda di quel punto, che dà spessore a ogni cosa: perché nel Figlio e nei figli si manifesta una duplice «glorificazione».

Da un lato, l’aspetto insolito di un Dio che non intende affatto essere obbedito e riverito: dal passo estraneo alla normale devozione che chiudeva tutti nel recinto delle prescrizioni e del pensiero omologato.

Dall’altro, in noi stessi che partecipiamo di tale spinta verso il basso, che ci eleva - quel che rimane del mondo di Cristo - ecco sorgere differenti presenze logiche, e un diverso principio vitale.

Alterità, perfino sogni di fuga, che appunto Lo palesano e gli rendono gloria.

Tutto ciò grazie a un’unità che devia le abitudini e pone in contatto con le grandi energie intime e creaturali, fatte riflesso d’una differente natura di attinenze: del legame primordiale, fonte-e-culmine, Padre-Figlio.

 

Il capitolo 17 conclude la vasta riflessione dei passi precedenti con un’orazione accorata e preoccupata del Signore per le sue chiese, sottoposte a distrazioni, dubbi, fatiche.

La Preghiera Sacerdotale voleva far interiorizzare ai credenti il senso del momento penoso che le comunità giovannee stavano attraversando.

Il testo si distingue dalle catechesi precedenti, perché più amicale che d’insegnamento.

Il Maestro ripercorre la sua vicenda come impegno a manifestare il Padre, per farci divenire segni del suo Volto.

Cristo comprende che i figli sono sottoposti a seduzioni, e rischiano di smarrire il senso del credere in Lui.

Infatti fanno ancora difficoltà a capire che la Gloria non è frutto di vittoria mondana.

«Gloria» in Gv è sinonimo di manifestazione del Volto dell’Eterno Amore nell’innalzamento della Croce.

Presenza del Dio-Con - svelamento della sua confidenza, comprensione, tenerezza, recupero dei lati opposti.

In tal guisa, Gloria del Risorto non è una Relazione che rimane chiusa in Cielo, fra Padre e Figlio.

Questi ha dato ai suoi intimi il «Nome» (vv.6.11) ossia ha rivelato il Padre e dato accesso alla sua Persona reale - incluse le lotte intraprese.

Persona che ci alimenta con la Parola, e il senso delle sue vicende.

Tale Voce inconfondibile ricorda che ogni travaglio può farci entrare più a fondo con Gesù nella Gloria e nell’eternità del Padre.

La vita intima di Dio è intensità d’intesa; reciprocità che sfocia in connubio dilatato, apertissimo, ferace, tendente a trasmutare ogni tribolazione in appello a nuova kabôd-gloria.

Si tratta del peso specifico [qualitativo] che assume il credente in un Cielo anche percepibile dai sensi.

«Possiamo paragonare l’unione tra Cristo e noi all’unione tra due candele di cera, unite insieme così strettamente che emettono una luce sola» (s. Teresa d’Avila, Mansioni, VII).

 

Qualsiasi difficoltà, angoscia, insicurezza, ora diventa addirittura un punto cui convergere.

Come il Signore, i discepoli non vanno alla morte, ma sulla Via della Vita completa che annienta le lontananze.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa ritieni «glorioso»?

Come penetri nell’intimità del Figlio col Padre?

 

 

 

Amare è creare: Gloria che volta pagina

 

Comandamento Liberazione. Causa Fonte

(Gv 13,31-35)

 

Giuda è fra i convitati, ma non assimila il Pane. Lo prende, sì. Ma non lo fa proprio.

Lo prende e se ne va, per correre dietro alle sue illusioni di avere e potere. Per inseguire il patto occulto, con le vecchie guide spirituali.

Così «sprofonda nella notte». Richiamo per ciascuno di noi.

Malgrado ciò, la Gloria divina si manifesta - perfino nel limite. È Amore senza condizioni previe. Differenza tra relazione di Fede e codice delle devozioni.

Paradossale realizzazione. Fonte e Culmine del Nucleo dell’Essere. Svelamento e Manifestazione di ciò che Dio stesso è.

 

Siamo nell’«Ora»: annunciata da tutto lo svolgimento del quarto Vangelo. Amore che non dipende.

Amore invincibile, che non viene meno neppure a seguito delle nostre incertezze e flessioni, o dei nostri rinnegamenti.

Noi che dovremmo essere i Suoi Intimi. Amici e Fratelli del «Figlio dell’uomo».

 

«Figlio dell’uomo» designa già dal Primo Testamento il carattere d’una santità che supera la fiction antica dei dominatori, i quali si accavallavano uno sull’altro recitando lo stesso copione.

La massa permaneva a bocca asciutta: qualsiasi fosse il sovrano che s’impadroniva del potere, la folla minuta restava sottomessa e soffocata.

Identica norma vigeva nelle religioni, i cui capi elargivano al popolo una forte pulsione da orda e il contentino dei gregari.

 

Invece nel Regno di Gesù devono mancare i ranghi - per questo la sua proposta non collima con le ambizioni delle autorità, e con le stesse aspettative degli Apostoli.

Anch’essi volevano “contare”. 

Ma appunto «Figlio dell’uomo» è la persona secondo un criterio di umanizzazione, non una belva che prevale perché più forte delle altre [cf. Dan 7].

Ciascun uomo col cuore di carne - non di bestia, né di pietra - è persona comprensiva, capace di ascolto, sempre attenta ai bisogni dell’altro, che mette se stessa a disposizione.

Tutto ciò allude alla dimensione larga della santità; trasmissibile a chiunque, e creativa come l’amore, quindi tutta da scoprire! 

 

Nei Vangeli il «Figlio dell’uomo» è lo sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.

Tale disegno non è ostacolato dai frequentatori dei luoghi di malaffare.

Non si tratta d’una proposta compromessa con la religione dottrina-e-disciplina, che ricaccia indietro le eccentricità.

Quella del «Figlio dell’uomo» è quel tipo di Santità che ci rende Unici, non che sta sempre ad aborrire o esorcizzare il pericolo dell’inconsueto.

 

Insomma, Gesù affida ai discepoli il suo Testamento. L’unione vicendevole è l’Ultima Volontà del Signore. Con una novità radicale.

L’amore al prossimo figurava già fra le prescrizioni antiche, e Cristo sembra ricalcarne la formulazione stessa (Levitico 19,18).

Eppure il Figlio non allude solo a compatrioti e proseliti della propria religione.

Egli abbatte le barriere sinora considerate ovvie.

Infatti l’amore reciproco è sulla medesima linea dell’incontro con se stessi - dove per grazia e vocazione si annida un possesso di ricchezze, di perfezioni crescenti, che vogliono affiorare.

Da tale scrigno-conoscenza, piattaforma solida, sorge l’afflato del poter donare la vita: ma per accrescerla, renderla piena e rallegrarla.

A partire non da condizionamenti esterni.

Infatti il comandamento è «nuovo» non solo perché edificante e di stimolo; perfino insuperabile, e in grado di soppiantare tutte le norme.

Anzitutto perché rivelatore della propria Vocazione.

Esso esprime un legame manifestativo, che diviene fondamento, motivo crescente e motore; energia lucida, che ci dà la capacità di spostare lo sguardo e voltare pagina.

Introduce una nuova età, un nuovo regno. Non unilaterale.

 

È cifra della vittoria di Pasqua, teofania e testimonianza del suo Popolo autentico: «non con misura» (Giovanni 3,31-36: 34).

Il «senza misura» è quello delle nozze mistiche fra le due “nature”, dell’amicizia intima che penetra la vita del Padre.

«Gloria» [irriducibile] dalle caratteristiche speciali.

Ora non vale più la morale delle filosofie antiche: la nostra è un’etica vocazionale e pasquale, nello Spirito che rinnova la faccia della terra.

Ogni proposito viene illuminato dalla vittoria della vita sulla morte. In tal guisa, il comportamento va configurato al Mistero.

Viviamo in Cristo, uomo nuovo: non siamo più sotto doveri “a posto” e prescrizioni.

L’attitudine battesimale non può venire ‘misurata’.

L’unzione e l’appello ricevuti rispondono all’intima passione, al senso di reciprocità e Pienezza personale, che trasbordano.

In tal guisa smuovono mète eminenti: nella partecipazione alla vita colma, eccesso non assimilabile a conformismi e orizzonti medi.

 

Per un pio israelita avere «gloria» è dare ‘peso’ specifico alla propria esistenza, e rivelare il suo completo valore - ma talora in senso elettivo.

Ben venga a fiorire il nostro completo ‘pondus’ e carattere e valore, che però germinano da tutto l’universo dentro, e dai diversi volti che ci appartengono; perfino dai ‘lati ombra’.

Ecco sbocciare la Pace-Presenza messianica; un senso d’Amicizia con tutto l’essere e le radici, con la storia e il segno dei tempi.

Perché quanto più si è umani senza doppiezze, e quanto più si è capaci di lettura degli eventi, nonché sensibili nel cogliere le potenze variegate - quel Qualcuno dentro qualcosa… tanto più si manifesta il Cielo che è in noi.

Questo l'emblema del comandamento Nuovo, il quale marca differenza. Integrando; facendo coesistere in noi gli opposti.

Nuova Alleanza; nuova armonia.

Che ci fa Compiuti a partire da dentro, come Gesù. Gloria del Padre, e dell’umanità.

 

 

L’unione vicendevole è l’ultima volontà del Signore. Gesù affida ai discepoli il suo testamento, con una novità radicale.

L’amore al prossimo figurava già fra le prescrizioni antiche, e Cristo sembra ricalcarne la formulazione stessa (Lv 19,18).

Ma il Figlio di Dio non allude solo a compatrioti e proseliti della medesima religione. Egli abbatte le barriere sinora considerate ovvie. 

Eppure la grande novità è nelle motivazioni fondamentali.

L’amore reciproco è sulla stessa linea dell’incontro con se stessi - dove per grazia e vocazione si annida un possesso di ricchezze, perfezioni crescenti, che vogliono affiorare.

Da tale scrigno, conoscenza, piattaforma solida, sorge l’afflato del poter donare la vita: ma per accrescerla, renderla piena e rallegrarla - a partire non da condizionamenti esterni.

Infatti il comandamento è «nuovo» non solo perché edificante e di stimolo, ma anzitutto perché rivelatore della propria vocazione.

È un legame manifestativo, che diviene fondamento, motivo crescente e motore; energia lucida, che ci dà la capacità di spostare lo sguardo e voltare pagina: introduce una nuova età, un nuovo regno.

È cifra della vittoria di Pasqua, teofania e testimonianza del suo popolo autentico: «non con misura» (Gv 3,31-36: 34).

Il «senza misura» è quello delle nozze mistiche fra le due “nature”, dell’amicizia intima che penetra la vita del Padre.

Anche nell’attesa, il senza-confini vivifica l’esistenza e la compie, provenendo dall’esperienza della sostanza e della vertigine.

È la vita del Figlio in noi: percezione di un poter “stare” costitutivo. Quindi senza perdere interesse nel tempo dell’assenza.

E di poter cambiare; intuizione d’una differente «gloria» (irriducibile) dalle caratteristiche speciali.

 

Ora non vale più la morale delle religioni antiche: la nostra è un’etica vocazionale e pasquale, nello Spirito che rinnova la faccia della terra.

Ogni proposito viene illuminato dalla vittoria della vita sulla morte. In tal guisa, il comportamento va configurato al Mistero.

Viviamo in Cristo, uomo nuovo: non siamo più sotto doveri “a posto” e prescrizioni. L’attitudine battesimale non può venire “misurata”.

L’unzione e l’appello ricevuti rispondono all’intima passione, al senso di reciprocità e Pienezza personale, che trasbordano.

Così smuovono mète eminenti: nella partecipazione alla vita colma, eccesso non assimilabile a conformismi e orizzonti medi.

Per un pio israelita avere gloria è dare peso specifico alla propria esistenza, e rivelare il suo completo valore - ma in senso elettivo.

«Fu vera gloria?» - si chiede Manzoni: dalla gloria-vana e vanesia si rotola giù. Tutt’altra la Gloria quale Presenza reale di Dio.

Solo se collocati sulla medesima onda di bellezza e fascino del «Figlio dell’uomo» contribuiamo a non farlo tramontare o escludere: quanto più si è umani senza doppiezze, tanto più si manifesta il Cielo che è in noi.

Il distintivo, l’emblema della testimonianza piena dei figli e delle comunità schiette non è produzione propria.

Conserva una qualità indistruttibile di elasticità e Relazione che non sgomenta, né lascia cadere le braccia: dona respiro.

 

Questo il comandamento Nuovo, che marca differenza.

 

 

L’unione vicendevole è l’ultima volontà del Signore. Gesù affida ai discepoli il suo testamento, con una novità radicale.

L’amore al prossimo figurava già fra le prescrizioni antiche, e Cristo sembra ricalcarne la formulazione stessa (Lv 19,18).

Ma il Figlio di Dio non allude solo a compatrioti e proseliti della medesima religione. Egli abbatte le barriere sinora considerate ovvie. 

Eppure la grande novità è nelle motivazioni fondamentali.

L’amore reciproco è sulla stessa linea dell’incontro con se stessi - dove per grazia e vocazione si annida un possesso di ricchezze, perfezioni crescenti, che vogliono affiorare.

Da tale scrigno, conoscenza, piattaforma solida, sorge l’afflato del poter donare la vita: ma per accrescerla, renderla piena e rallegrarla - a partire non da condizionamenti esterni e mansioni da espletare o sfruttare.

Infatti il comandamento è «nuovo» non solo perché edificante e di stimolo, ma anzitutto perché rivelatore della propria vocazione e della vita intima di Dio, del rapporto fra il Padre e il Figlio, assunto.

È un legame manifestativo, che diviene fondamento, motivo crescente e motore; energia lucida, che ci dà la capacità di spostare lo sguardo e voltare pagina: introduce una nuova età, un nuovo regno.

Il comandamento «nuovo» dell’amore - unica consegna del Cristo - è cifra della vittoria di Pasqua, teofania e testimonianza del suo popolo autentico: «non con misura» (Gv 3,31-36: 34).

Il «senza misura» è quello delle nozze mistiche fra le due “nature”, dell’amicizia intima che penetra la vita del Padre.

Anche nell’attesa, il senza-confini vivifica l’esistenza e la compie, provenendo dall’esperienza della sostanza e della vertigine - già in se stessi.

È la vita del Figlio in noi: percezione di un poter “stare” costitutivo. Quindi senza perdere interesse nel tempo dell’assenza.

E di poter cambiare; intuizione d’una differente «gloria» (irriducibile) dalle caratteristiche speciali.

 

Ora non vale più la morale delle religioni: la nostra è un’etica vocazionale e pasquale, nello Spirito che rinnova la faccia della terra.

Ogni proposito, ciascun ruolo, qualsiasi ministero, viene illuminato dalla vittoria della vita sulla morte.

In tal guisa, il comportamento va configurato al Mistero.

Viviamo in Cristo, uomo nuovo: non siamo più sotto doveri “a posto” e prescrizioni. L’attitudine battesimale non può venire misurata.

L’unzione e l’appello ricevuti rispondono all’intima passione, al senso di reciprocità e Pienezza personale, che trasbordano.

Così smuovono mète eminenti: nella partecipazione alla vita colma, eccesso non assimilabile a conformismi e orizzonti medi.

 

Per un pio israelita avere gloria è dare peso specifico alla propria esistenza, e rivelare il suo completo valore - ma in senso elettivo.

«Fu vera gloria?» - si chiede Manzoni: dalla gloria-vana e vanesia si rotola giù. Tutt’altra la Gloria quale Presenza reale di Dio.

 

Ecco i dissidi fra comunità e umanità (persone in pienezza); liturgia e realtà, preghiera e ascolto, teologia e vita, proclami e dietro le quinte.

Mentre i Sinottici annunciano Amore universale, l’autore del quarto Vangelo è preoccupato che la testimonianza inespressa dei figli non sia una clamorosa smentita della santità predicata agli altri [dagli “eletti”].

Come diceva Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri». Non solo per un’opportuna e dovuta valutazione di coerenza morale, ma perché rimandano al Mistero, all’Oro divino.

Solo se collocati sulla medesima onda di bellezza e fascino del «Figlio dell’uomo» contribuiamo a non farlo tramontare o escludere: quanto più si è umani senza doppiezze, tanto più si manifesta il Cielo che è in noi.

Certo, sembra impossibile amare «come» Lui (v.34), ma qui l’espressione greca ha un’altra possibilità di lettura. Il termine originario non indica solo un orizzonte ideale o la misura alta - irraggiungibile per sforzo.

«Kathòs» [avverbio e congiunzione] è dotato di valore generativo, oltre che comparativo.

L’espressione chiave del brano si può intendere:  «Amatevi gli uni gli altri per il fatto che Io vi ho amati senza condizioni» ovvero «Perché Io vi ho amati gratuitamente, proprio su tale onda di vita, ora potete amarvi».

Vuol dire: far sentire il prossimo già abilitato - adeguato e libero - è l’unico contrassegno non ridotto della Fede in Cristo.

Insomma, il Padre non è il Dio delle prescrizioni: non assorbe le nostre energie, ma le genera e dilata.

Non pretende di soffocare e sfiancarci.

 

Il distintivo, l’emblema della testimonianza piena dei figli e delle comunità schiette non è produzione propria.

Conserva una qualità indistruttibile di elasticità e Relazione che non sgomenta, né lascia cadere le braccia: dona respiro.

Non è opera di fanatici spartiacque pro e contro, né d’un individualismo devoto che predica la “salvezza della propria anima” - esasperazione della pietà religiosa e della pedestre morale retributiva dei «meriti».

È il dispiegarsi dell’azione del Figlio dell’uomo (v. 31) che rende potente il calpestato e meschino.

Il Maestro non s’accontenta di fare il gregario accodato, come l’eterodiretto Giuda, apostolo zelante in apparenza.

«Figlio dell’uomo» indica Gesù che manifesta il Padre, l’uomo che rende palese la condizione divina.

La Persona che nella sua pienezza umana riflette il disegno sano delle Origini - possibilità per tutti i rinati in Cristo.

 

Il sentimento carnale ha fretta di regolarsi sulla base di traguardi e titoli; delle imprese e del successo, o di perfezioni e prestigio dell’amato. 

Stabilisce confini.

L’Amore divino (e quello dei figli) è sproporzionato, ha un’altra condotta: previene, recupera; non rompe l’intesa, aiuta.

L’Amore non vagabondo conosce il piccolo, l’incerto e il debole. Sa che essi crescono solo attraverso l’esperienza del Dono, altrimenti si bloccano.

Se il Gratis non soppianta il merito, nessuno si rafforza; anzi, tutti - anche gli energici - rattrappiscono. Condannati a una cappa esterna di norme e dottrine, o di astrazioni e sofisticazioni disincarnate.

Per questo il «Figlio dell’uomo» - lo sviluppo genuino e pieno del progetto divino sull’umanità - non è ostacolato da pubblici peccatori, bensì da coloro che suppongono di sé e avrebbero il ministero di farlo conoscere!

 

La Gloria divina non ha a che fare con divise, paltò, coccarde o distintivi epidermici; si palesa nella Comunione senza previe interdizioni, nel servizio che si porge agli insufficienti e non ammanicati - da cui sperare... zero.

Nulla che possa essere integrato poi, aggiungendo qualcosina - un semplice “completamento” - alle norme della Prima Alleanza [che non insisteva sulla somiglianza con Dio ma sull’obbedienza di massa].

Le inclinazioni di natura fondamentalista, o le maniere di circostanza e à la page, la brama di prestigio mondano - in realtà - dividono.

La convivialità delle differenze comprende, dilata, accentua l’amalgama e unisce, arricchendo. Apre all’inconsueto e inimmaginabile.

 

I fondatori di religioni propongono una visione del mondo e sono modelli statici di comportamento.

Non prospettano un’offerta crescente (Gv 14,12: «opere più grandi»). Invito diffusamente personale - profondo e nitido, più del loro.

Gesù non è un “modello” prevedibile da imitare.

È anzitutto - ribadiamo - un Motivo e un Motore: amiamo come e perché Cristo. Vivendo di Lui, ciascuno.

Rischiamo tutto perché siamo all’interno d’un Evento che abbiamo visto, d’una Relazione che non solo persuade, ma ci porta e genera oltre; non in calando.

Non siamo più sotto una Legge che nomina Dio per obbligo, ma nella sfida d’un gesto che ri-crea e via via realizza, rendendo forte la nostra debolezza.

Tanto da stupire dei lati in ombra divenuti risorse e sbalordimento. Tutto senza spersonalizzare; anzi, sottolineando l’unicità.

 

Questo il comandamento «nuovo».

«Kainòs» è un termine greco che marca differenza, eclissa il resto - nel senso che riassume, supera e sostituisce. Soppianta tutti i comandamenti: ovvi e sotto condizione.

E non ce ne sarà uno migliore, perché la nostra speranza non è il Cielo (già pronto), ma il Cielo sulla terra.

Più del troppo in là del vecchio Paradiso finale a tariffa invariabile e compimento prevedibile. Modico, conformista, a settori; perfino lì articolato secondo ruoli.

E piramidale.

 

 

 

Per approfondire il tema evangelico della Gloria:

 

Dare la vita e rapidamente tradire

(Gv 13,21-33.36-38)

 

«Darò la mia vita per te» - pur di comandare.

Gli apostoli darebbero tutto per vincere, non per perdere; per trionfare, non per farsi beffeggiare o darsi in alimento, e curare il mondo.

Meglio negoziare. Altro che lavarsi i piedi a vicenda!

Perciò il Signore desidera che ciascuno di noi commensali si ponga il quesito se per caso non siamo implicati in qualche tradimento.

Non per colpevolizzare e piantarsi lì, ma per incontrarci: ciascuno è ammiratore e avversario del Maestro.

Siamo fulgore e tenebra - fianchi compresenti, più o meno integrati, anche competitivi.

È la Risurrezione che si annida nell’effervescenza della vita, a riscattare poi le motivazioni egoistiche, e trasfigurare in energie collimanti altrove i lati oscuri e in attrito.

Aspetti che diventano come cibi da neonato, per ogni nuova genesi - i quali una volta emersi [piantati sulla terra e accostati alle radici] possono diventare punti di forza.

La strada si blocca solo davanti alla persona che continua a farsi condizionare l’anima da opinioni e mali antichi o à la page.

Lì non si rivela nulla; non avverrà il prodigio della trasmutazione del nostro abisso.

 

La liturgia della Parola ci mette a contatto con un Gesù pervaso dal senso di debolezza; la sua solitudine si fa acuta.

In missione, anche noi siamo talvolta in balia dello sconforto: forse Dio ci ha ingannati, trascinandoci in una impresa assurda?

No, non siamo ingaggiati e abbandonati a una logica ignobile, a una generazione perversa: la stessa forza della vita è disseminata di pietre tombali ed ha varie facce. Influssi benefici.

Il cammino favorevole è spoglio di prestigio, di mansioni riconosciute e maestà: esse tendono a placarci, e non scavare.

Spesso sono proprio i disturbi che migliorano la capacità di giudizio.

Lo stillicidio può suscitare la voce della parte più autentica di noi stessi, farsi eco incisivo per ritrovarsi, e completarsi - portando avanti il cuore pioniere, invece di trattenerlo.

La strada della prova e dello squilibrio ci desta dall’invecchiamento nocivo dello spirito.

Essa recupera le energie contrarie, i versanti opposti, e i desideri incompatibili, le passioni (alleate) cui non abbiamo dato spazio.

Anche nell’esperienza torturante del limite, Dio vuole raggiungere la nostra semente variegata, affinché essa non si lasci depredare - neppure dallo sgomento di aver attinto insieme il boccone ed essere stati noi i traditori.

Nulla è invalidante.

 

C’è un solo ambito tossico, cronico, di morte, che annienta tutto e non ha insito nessun germe attivo: quello che offusca e detesta il cambiamento primario.

Lì l’orizzonte si stringe e rimane solo un baratro - o il blando che contagia per farci mollare, e arretrare senza posa, rinnegare e regredire ancora.

Restano infine solo le paure, le mezze scelte, le nevrosi tacitate dal compromesso che tenta di colmare il prezioso senso di vuoto.

 

Siamo davanti a un Signore ridotto a niente, affinché anche noi ci comprendiamo nelle nostre defezioni; negli episodi in cui accampiamo inutili e devianti artifici, tutti misurati, che affaticano invano.

La storia dell’incomprensibile solitudine del Cristo accanto al traditore e al rinnegato ci sta scritta nel cuore.

È tutta realtà, ma per la salvezza, per una rinnovata intimità e convinzione.

La vocazione missionaria si spegne e ristagna solo per zavorre di calcolo e mentalità comune - ove non si scuote (né tintinna) la nuda povertà dell’essere discorde che siamo.

Senza l’abbandono subìto, l’uomo non diventa universale, anzi tende ad attenuare i migliori strumenti della potenza di Dio.

Su quel terreno stepposo Egli ci sta donando l’amicizia di uno spostamento di sguardo.

Senza l’inquietudine del turbamento profondo e umiliante - senza la consegna della propria umanità nell’estrema debolezza - la nostra marionetta insoddisfatta indugia, accontentandosi.

Malgrado l’ammirazione per i valori, diviene anch’essa larva residuale. Una caricatura dell’essere che potevamo: donne e uomini dall’occhio contemplativo.

Compiuti a partire da dentro, come Gesù.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa tramo quando il Signore mi chiede di rischiare?

Cos’hanno significato per te i gesti non amici, e il rigetto, negli esiti paradossali?

 

 

 

Gloria gli uni dagli altri: il Seme dentro e l’entourage fuori

 

La Testimonianza più grande

(Gv 5,31-47)

 

«I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui».

«Gesù ha amato gli uomini nel Padre, a partire dal Padre – e così li ha amati nel loro vero essere, nella loro realtà».

[Papa Benedetto]

 

Gesù non ama le passerelle. Il Figlio resta immerso nel Padre: non riceve appoggio e gloria da uomini a modo o da perimetri antichi, perché non è impregnato di aspettative umane culturali religiose normali.

Esse impediscono la percezione di ciò che non sappiamo, quindi occultano l’eccezionalità del nome particolare; inzuppano la testa e lo sguardo di normalità correnti e pedestri, le quali condizionano, dissociano, plagiano, rendono esterni.

Le attese prevedibili ritardano il germogliare del Regno di Dio e della sua caratura alternativa - nell’esperienza viva di ulteriori scambi; di altre qualità interpersonali, nella completezza di essere che ci appartiene.

Il peso specifico di questo inaudito presente e futuro che corrisponde perché fa parte della nostra intima essenza, resta altrimenti in mano a opinioni ovvie e al solito trascinarsi dozzinale, che non espone.

La patologia della reputazione, dei convincimenti accreditati e della prassi concorde a contorno, esclude il colpo d’ali. Ma ogni speranza corta e rigida respinge Dio in nome di Dio.

Solo ciò che non è pietrificato e convenzionale testimonia Cristo Signore, somiglianza del Padre il quale non rigetta le nostre eccentricità: vuole farle crescere - recuperandone gli opposti fiorenti.

Gli stessi “momenti no” che sgretolano il prestigio sono anche una molla per attivarci e non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo altrove.

I fallimenti che mettono in bilico la fama servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.

Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne che trasmuta, alla terra e alla nostra polvere: sta dentro e in basso, non dietro le nuvole o nelle maniere.

Nella paradossale divinizzazione del Dio che viene, la mentalità tutta mondana di ogni cerchia di puristi o conformisti vive un ribaltamento. Cifra della grande Sapienza di natura.

Così il maestro Lü Hui-ch’ing commenta un celebre passo del Tao Tê Ching (LXXVI): «Il Cielo sta in alto per il ch’ì, la Terra sta in basso per la forma: il ch’ì è molle e debole, la forma è dura e forte».

 

In Gv compare spesso l’aspetto processuale-religioso cui la vicenda di Gesù [anche nei suoi intimi] è stata sottoposta.

Le aspirazioni degli uomini pii antichi sono stranamente incardinate sul bisogno di fare corpo e riconoscersi gli uni gli altri, purchessia. Quindi sempre “quelli di prima”.

Il loro mondo, centrato sull’onore che si riceve: il tema è la Gloria - che però diventa un dialogo fra sordi. «Doxa» nel mondo greco sta a significare manifestazione di prestigio, onore, stima.

In ebraico, il termine Gloria [Kabôd] indica peso specifico, qualitativo (e manifestazione) del trascendente.

Quindi la gloria che l’uomo dà a Dio - si fa per dire - è il contrario del criterio ellenista: principio e valutazione tipici dell’eroe tutto impettito, “libero”, indipendente e sicuro di sé [a motivo del prestigio attorno].

Viceversa, ecco la ‘gloria’ come umile e grato riconoscimento, ma di peso nel senso cristiano: famigliare e umanizzante.

La donna e l’uomo chiamati a una missione particolare scoprono in sé e nella realtà le condizioni di perfezione e imperfezione.

Esse ci guidano alla realizzazione innata - non volatile - e al bene comune, secondo contributo specifico, personale.

Nessuno è chiamato a prestigio e forza artificiose, aggiungendo qualcosa all’onore di ciò che già è nella propria essenza vocazionale - talora nella paradossale completezza, per una convivialità delle differenze.

La Gloria di Gesù stesso è stata unicamente la presa di coscienza e confessione di essere Inviato del Padre.

A noi non spetta altro - anche nel senso della crescita, dell’importanza in sé, più di “chi si accorge”.

 

I gruppi devotissimi si muovevano purtroppo non di rado a un livello di aspirazioni mondane - proprio con una strana mescolanza di criteri.

Quindi finivano per apprezzarsi a circolo, scambiandosi pacche sulle spalle gli uni gli altri.

Così - accontentandosi di essere confermati - essi ancora tendono ad accentuare le caratteristiche di ciò che normalmente viene identificato come dimensione spirituale, e che facilmente si contamina col compromesso del look artificiale esterno.

L’equilibrio interiore del Chiamato per Nome si ristabilisce invece attraversando sogni e il carattere congenito - più che con il soppesare e gli influssi crudi della vita conscia, i quali distraggono e livellano l’anima.

Su tale china ciascuno tende infatti ad assumere atteggiamenti che non si adattano alla vocazione originalissima; anzi, espongono la coscienza a dissociazioni e condizionamenti che la snaturano.

La Via nello Spirito di Libertà, Amore, Novità, è ispirata da una dimensione di Mistero e spontaneità tutta da scoprire: Esodo.

Tale caratura procede oltre i compartimenti, le denominazioni ricolme di soluzioni assodate, di pensiero conforme agganciato a un modo univoco di leggere le Scritture e le testimonianze.

Le gabbie anche “spirituali” colpevolizzano ogni diverso, inculcano il rimuginare, frenano le bizzarrie più feconde.

Per garantire la compattezza “ecclesiale”, le diverse stie fanno ovunque leva sull’inadeguatezza all’interpretazione maggioritaria - e sensi di colpa tipici del “contenitore” particolare.

Tali intelaiature non risvegliano la creatività, anzi l’anestetizzano secondo cliché interno: dove appunto si prende «gloria gli uni dagli altri» (v.44).

 

Le gattabuie non insegnano a lanciarsi in modo personale e al momento giusto.

Anche il ritmo non si cala sulle inclinazioni difformi, sulla loro atipicità - ricchezza unica, che prepara il Nuovo irripetibile e stravagante che non sappiamo già.

I libretti d’istruzione ci vessano di progressioni e mete altrui da raggiungere, le quali si rivelano tutte ancora da superare - e al di fuori del proprio gusto e senso intimo; proiettate nel futuro, impersonali.

La via “spirituale” del branco riflette la vita, il giudizio o l’idea del leader e il suo cerchio “magico”; la forma mentis d’una generazione o di un ceto.

In tal guisa, le traiettorie assodate non annunciano cambiamenti e incontri autentici, i quali si svolgono nella semplicità propulsiva, trasversale, dell’imprevedibile concreto. 

I modelli ostinati non ci fanno accorgere di un Dio Persona: Egli chiama alla vita, mediante impulsi che sarebbero nuova linfa per la trasmutazione.

L’Eterno si comunica in ciò che parla dentro.

Proprio nei bisogni - non ossessionando le energie conosciute solo all’anima, di conflitti per doveri inutili, i quali non risolvono nulla, né trasmettono felicità.

L’ideologia religiosa “egocentrica” e ogni pensiero indirizzato bollano le crisi come inadeguatezze alle azioni collettive finalizzate - quindi condannano gl’istinti.

Ma le pulsioni si manifestano quali fughe del cuore individuale che cerca nuovo ascolto, desidera affiorare e realizzare; vuole integrarsi a modo suo, o tracciare strade che preparano futuro.

 

Non di rado l’evocazione dei soliti rituali delimitati - ad es. di “carisma” - nonché la concatenazione delle costituzioni normative, mortificano il carattere in un’atmosfera livellata, che si bea di sintonie raccogliticce.

Non sono la nostra terra.

L’aia del ‘sistema’ opera secondo direttive e ruoli.

Ma i compartimenti limitano il raggio d’azione, sebbene apparentemente lo dilatino.

Le inclusioni banali ci “insegnano” ad accontentarsi dei mezzi passi già tutti cesellati nel poco e non oltre le righe.

Ciò per non consentire d’introdursi nelle rigenerazioni che contano.

 

Il clan autoreferenziale spesso toglie spazio a qualsiasi possibilità che sposti da lì.

Ciò fa diventare dipendenti dal plauso. Frena, quando viceversa potremmo osare... 

Per non continuare a percepire sane inquietudini. Difformità che riscatterebbero dalla subordinazione.

Infatti l’impronta unilaterale non rispetta la natura, quindi rinforza ciò che dice di voler scacciare.

Un disastro per una vita di senso e testimonianza in Cristo.

 

Il Signore ha avuto come unico culto quotidiano - appunto - il vuoto di sostegno sociale (che non accettava le sue deviazioni) e la pienezza degli albori nel Padre.

 

«Ma io ho una testimonianza più grande di Giovanni, perché le opere che il Padre mi ha dato perché le compia, le opere stesse che faccio, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato» (Gv 5,36).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come tuteli in Cristo il vissuto comunitario e le tue trasposizioni di Fede?

Qual è il punto di omologazione nelle soddisfazioni, e dove collochi la tua Preziosità?

Lunedì, 11 Maggio 2026 04:45

Preghiera Sacerdotale

Cari fratelli e sorelle,

nella Catechesi di oggi concentriamo la nostra attenzione sulla preghiera che Gesù rivolge al Padre nell'«Ora» del suo innalzamento e della sua glorificazione (cfr Gv 17,1-26). Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La tradizione cristiana a ragione la definisce la “preghiera sacerdotale” di Gesù. E' quella del nostro Sommo Sacerdote, è inseparabile dal suo Sacrificio, dal suo “passaggio” [pasqua] al Padre, dove egli è interamente “consacrato” al Padre» (n. 2747). 

Questa preghiera di Gesù è comprensibile nella sua estrema ricchezza soprattutto se la collochiamo sullo sfondo della festa giudaica dell’espiazione, lo Yom kippùr. In quel giorno il Sommo Sacerdote compie l’espiazione prima per sé, poi per la classe sacerdotale e infine per l’intera comunità del popolo. Lo scopo è quello di ridare al popolo di Israele, dopo le trasgressioni di un anno, la consapevolezza della riconciliazione con Dio, la consapevolezza di essere popolo eletto, «popolo santo» in mezzo agli altri popoli. La preghiera di Gesù, presentata nel capitolo 17 del Vangelo secondo Giovanni, riprende la struttura di questa festa. Gesù in quella notte si rivolge al Padre nel momento in cui sta offrendo se stesso. Egli, sacerdote e vittima, prega per sé, per gli apostoli e per tutti coloro che crederanno in Lui, per la Chiesa di tutti i tempi (cfr Gv 17,20). 

La preghiera che Gesù fa per se stesso è la richiesta della propria glorificazione, del proprio «innalzamento» nella sua «Ora». In realtà è più di una domanda e della dichiarazione di piena disponibilità ad entrare, liberamente e generosamente, nel disegno di Dio Padre che si compie nell’essere consegnato e nella morte e risurrezione. Questa “Ora” è iniziata con il tradimento di Giuda (cfr Gv 13,31) e culminerà nella salita di Gesù risorto al Padre (Gv 20,17). L’uscita di Giuda dal cenacolo è commentata da Gesù con queste parole: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (Gv 13,31). Non a caso, Egli inizia la preghiera sacerdotale dicendo: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17,1). La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale: «E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). Sono questa disponibilità e questa richiesta il primo atto del sacerdozio nuovo di Gesù che è un donarsi totalmente sulla croce, e proprio sulla croce - il supremo atto di amore – Egli è glorificato, perché l'amore è la gloria vera, la gloria divina. 

Il secondo momento di questa preghiera è l’intercessione che Gesù fa per i discepoli che sono stati con Lui. Essi sono coloro dei quali Gesù può dire al Padre: «Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola» (Gv 17,6). «Manifestare il nome di Dio agli uomini» è la realizzazione di una presenza nuova del Padre in mezzo al popolo, all’umanità. Questo “manifestare” è non solo una parola, ma è realtà in Gesù; Dio è con noi, e così il nome - la sua presenza con noi, l’essere uno di noi - è “realizzato”.  Quindi questa manifestazione si realizza nell’incarnazione del Verbo. In Gesù Dio entra nella carne umana, si fa vicino in modo unico e nuovo. E questa presenza ha il suo vertice nel sacrificio che Gesù realizza nella sua Pasqua di morte e risurrezione. 

Al centro di questa preghiera di intercessione e di espiazione a favore dei discepoli sta la richiesta di consacrazione; Gesù dice al Padre: «Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17,16-19). Domando: cosa significa «consacrare» in questo caso? Anzitutto bisogna dire che «Consacrato» o «Santo», è propriamente solo Dio. Consacrare quindi vuol dire trasferire una realtà – una persona o cosa – nella proprietà di Dio. E in questo sono presenti due aspetti complementari: da una parte togliere dalle cose comuni, segregare, “mettere a parte” dall’ambiente della vita personale dell’uomo per essere donati totalmente a Dio; e dall’altra questa segregazione, questo trasferimento alla sfera di Dio, ha il significato proprio di «invio», di missione: proprio perché donata a Dio, la realtà, la persona consacrata esiste «per» gli altri, è donata agli altri. Donare a Dio vuol dire non essere più per se stessi, ma per tutti. E’ consacrato chi, come Gesù, è segregato dal mondo e messo a parte per Dio in vista di un compito e proprio per questo è pienamente a disposizione di tutti. Per i discepoli, sarà continuare la missione di Gesù, essere donato a Dio per essere così in missione per tutti. La sera di Pasqua, il Risorto, apparendo ai suoi discepoli, dirà loro: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). 

Il terzo atto di questa preghiera sacerdotale distende lo sguardo fino alla fine del tempo. In essa Gesù si rivolge al Padre per intercedere a favore di tutti coloro che saranno portati alla fede mediante la missione inaugurata dagli apostoli e continuata nella storia: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola». Gesù prega per la Chiesa di tutti i tempi, prega anche per noi (Gv 17,20). Il Catechismo della Chiesa Cattolica commenta: «Gesù ha portato a pieno compimento l'opera del Padre, e la sua preghiera, come il suo Sacrificio, si estende fino alla consumazione dei tempi. La preghiera dell'Ora riempie gli ultimi tempi e li porta verso la loro consumazione» (n. 2749).

La richiesta centrale della preghiera sacerdotale di Gesù dedicata ai suoi discepoli di tutti i tempi è quella della futura unità di quanti crederanno in Lui. Tale unità non è un prodotto mondano. Essa proviene esclusivamente dall'unità divina e arriva a noi dal Padre mediante il Figlio e nello Spirito Santo. Gesù invoca un dono che proviene dal Cielo, e che ha il suo effetto – reale e percepibile – sulla terra. Egli prega «perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). L'unità dei cristiani da una parte è una realtà segreta che sta nel cuore delle persone credenti. Ma, al tempo stesso, essa deve apparire con tutta la chiarezza nella storia, deve apparire perché il mondo creda, ha uno scopo molto pratico e concreto deve apparire perchè tutti siano realmente una sola cosa. L'unità dei futuri discepoli, essendo unità con Gesù - che il Padre ha mandato nel mondo -, è anche la fonte originaria dell'efficacia della missione cristiana nel mondo. 

«Possiamo dire che nella preghiera sacerdotale di Gesù si compie l'istituzione della Chiesa ... Proprio qui, nell'atto dell'ultima cena, Gesù crea la Chiesa. Perché, che altro è la Chiesa se non la comunità dei discepoli che, mediante la fede in Gesù Cristo come inviato del Padre, riceve la sua unità ed è coinvolta nella missione di Gesù di salvare il mondo conducendolo alla conoscenza di Dio? Qui troviamo realmente una vera definizione della Chiesa. La Chiesa nasce dalla preghiera di Gesù. E questa preghiera non è soltanto parola: è l'atto in cui egli «consacra» se stesso e cioè «si sacrifica» per la vita del mondo (cfr Gesù di Nazaret, II, 117s).

Gesù prega perché i suoi discepoli siano una cosa sola. In forza di tale unità, ricevuta e custodita, la Chiesa può camminare «nel mondo» senza essere «del mondo» (cfr Gv 17,16) e vivere la missione affidatale perché il mondo creda nel Figlio e nel Padre che lo ha mandato. La Chiesa diventa allora il luogo in cui continua la missione stessa di Cristo: condurre il «mondo» fuori dall’alienazione dell’uomo da Dio e da se stesso, fuori dal peccato, affinché ritorni ad essere il mondo di Dio.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo colto qualche elemento della grande ricchezza della preghiera sacerdotale di Gesù, che vi invito a leggere e a meditare, perché ci guidi nel dialogo con il Signore, ci insegni a pregare. Anche noi, allora, nella nostra preghiera, chiediamo a Dio che ci aiuti ad entrare, in modo più pieno, nel progetto che ha su ciascuno di noi; chiediamoGli di essere «consacrati» a Lui, di appartenerGli sempre di più, per poter amare sempre di più gli altri, i vicini e i lontani; chiediamoGli di essere sempre capaci di aprire la nostra preghiera alle dimensioni del mondo, non chiudendola nella richiesta di aiuto per i nostri problemi, ma ricordando davanti al Signore il nostro prossimo, apprendendo la bellezza di intercedere per gli altri; chiediamoGli il dono dell’unità visibile tra tutti i credenti in Cristo - lo abbiamo invocato con forza in questa Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani - preghiamo per essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cfr 1Pt 3,15). Grazie.

[Papa Benedetto, Udienza Generale 25 gennaio 2012]

Lunedì, 11 Maggio 2026 04:41

Sentinelle del mattino

In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E' Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna.

Carissimi giovani, in questi nobili compiti non siete soli. Con voi ci sono le vostre famiglie, ci sono le vostre comunità, ci sono i vostri sacerdoti ed educatori, ci sono tanti di voi che nel nascondimento non si stancano di amare Cristo e di credere in Lui. Nella lotta contro il peccato non siete soli: tanti come voi lottano e con la grazia del Signore vincono!

Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino" (cfr Is 21,11-12) in quest'alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti.

Cari giovani del secolo che inizia, dicendo «sì» a Cristo, voi dite «sì» ad ogni vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell'umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione.

[Papa Giovanni Paolo II, Veglia a Tor Vergata, 19 agosto 2000]

Lunedì, 11 Maggio 2026 04:30

Preghiera che domanda Gloria

Dopo l’Ultima Cena, il Signore, «alzati gli occhi al cielo, disse: “Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo – e poi – glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse”» (Gv 17,1.5). Gesù domanda la gloria, una richiesta che sembra paradossale mentre la Passione è alle porte. Di quale gloria si tratta? La gloria nella Bibbia, indica il rivelarsi di Dio, è il segno distintivo della sua presenza salvatrice fra gli uomini. Ora, Gesù è Colui che manifesta in modo definitivo la presenza e la salvezza di Dio. E lo fa nella Pasqua: innalzato sulla croce, è glorificato (cfr Gv 12,23-33). Lì Dio finalmente rivela la sua gloria: toglie l’ultimo velo e ci stupisce come mai prima. Scopriamo infatti che la gloria di Dio è tutta amore: amore puro, folle e impensabile, al di là di ogni limite e misura.

Fratelli e sorelle, facciamo nostra la preghiera di Gesù: chiediamo al Padre di togliere i veli ai nostri occhi perché in questi giorni, guardando al Crocifisso, possiamo accogliere che Dio è amore. Quante volte lo immaginiamo padrone e non Padre, quante volte lo pensiamo giudice severo piuttosto che Salvatore misericordioso! Ma Dio a Pasqua azzera le distanze, mostrandosi nell’umiltà di un amore che domanda il nostro amore. Noi, dunque, gli diamo gloria quando viviamo tutto quel che facciamo con amore, quando facciamo ogni cosa di cuore, come per Lui (cfr Col 3,17). La vera gloria è la gloria dell’amore, perché è l’unica che dà la vita al mondo. Certo, questa gloria è il contrario della gloria mondana, che arriva quando si è ammirati, si è lodati, si è acclamati: quando io sto al centro dell’attenzione. La gloria di Dio, invece, è paradossale: niente applausi, niente audience. Al centro non c’è l’io, ma l’altro: a Pasqua vediamo infatti che il Padre glorifica il Figlio mentre il Figlio glorifica il Padre. Nessuno glorifica sé stesso. Possiamo chiederci oggi, noi: “Qual è la gloria per cui vivo? La mia o quella di Dio? Desidero solo ricevere dagli altri o anche donare agli altri?”.

[Papa Francesco, Udienza Generale 17 aprile 2019]

Domenica, 10 Maggio 2026 05:09

Come una trappola di velluti - o di prove

L’eco delle incomprensioni

(Gv 16,29-33)

 

In Gv le affermazioni del Signore hanno sempre una risonanza di malinteso fra gli uditori.

Dopo l’annuncio della ‘salita’ di Gesù al Padre, qui sembra invece che i discepoli - almeno un poco - lo comprendano.

A breve lo tradiranno; ma ciò non significa non aver intuito nulla.

La chiesa post-pasquale fa esperienza della dialettica di Fede: la chiarisce, l’approfondisce nel tempo, e passo passo l’accetta.

La Vita dell’Eterno si rende presente, si fa più consapevole. La Visione di Fede coglie e anticipa futuro.

Gli apostoli “capiscono” e “credono”, o almeno iniziano a farlo. Ma sono ancora tanto legati a evidenze esterne. Da ciò la fatica del cammino di comprensione, e la diffidenza del Cristo [che ci conosce].

Il nostro è sempre un convincersi parziale, ma gli abbandoni, le remore, i tradimenti, non hanno il potere di affievolire il rapporto del Figlio col Padre e i suoi.

Dio non può essere vinto. Egli è l’unico appoggio: assai più affidabile delle nostre conoscenze, certezze, fievoli sicurezze.

L’incomprensione non fa ostacolo alla relazione di Fede, anzi, se portata a coscienza ne lascia emergere l’Oro; suscita uno scatto, attiva l’intimo acume, un coinvolgimento convinto.

Sorge la «Pace in Lui» (v.33) - propria di colui che è tribolato. Shalôm che non è quietismo, né tregua.

La vittoria della vita sui germi di morte non si può comprendere che nelle prove, in cui emerge ciò che siamo [nell’essere e nell’agire].

La stabilità dell’esistere nello Spirito di Gesù non poggia sulla mancanza di fughe, bensì sul Fondamento autentico, solo divino - quindi poliedrico, tollerante l’onda vitale.

 

Il testo consente di prendere misura delle nostre incomprensioni, dei nostri stessi rifiuti nei confronti dei sonori appelli che la Provvidenza porge.

I tanti richiami danno immediatamente la feconda misura della condizione di precarietà, e lasciano intendere che neppure l’«Eccomi» eventuale si commisura in una progressione.

Le vistose smentite fanno capire che il «Sì» è costantemente in fase germinale.

Insomma, la fiducia spirituale salda non è presuntuosa, bensì incipiente. Né superficiale. Essa è potente nell’impotenza.

La verifica del credere non è solo l’accettazione della Croce - pur improbabile - ma la sua condizione silente e fruttuosa d’Inatteso. Penetrazione della realtà, che vince il mondo (v.33).

Gesù disillude il credere entusiastico dei suoi: sa che preannuncia fughe vergognose, o la stasi più degradante.

Ma nelle difficoltà nessuno è solo. Ogni prova è occasione di riflessione, piena di slancio e crescita misteriosa.

La Fede non è certezza baldanzosa: se autentica, è messa in discussione passo passo.

Non c’è attimo in cui i problemi sono superati.

E unicamente col Dono dello Spirito si può accettare che il Progetto del Padre e l’Opera del Figlio si compiano nella perdita.

I velluti sono illusori.

Si conosce il Padre della vita, il Cielo in noi, solo percorrendo la strada d’una incessante Liberazione: per la cruda e piena comprensione dell’Altissimo manca sempre molto.

 

 

[Lunedì 7.a sett. di Pasqua, 18 maggio 2026]

Domenica, 10 Maggio 2026 05:06

Come una trappola di velluti - o di prove

L’eco delle incomprensioni

(Gv 16,29-33)

 

In Gv le affermazioni del Signore hanno sempre una risonanza di malinteso fra gli uditori.

Dopo l’annuncio della ‘salita’ di Gesù al Padre, qui sembra invece che i discepoli - almeno un poco - lo comprendano.

A breve lo tradiranno; ma ciò non significa non aver intuito nulla.

La chiesa post-pasquale fa esperienza della dialettica di Fede: la chiarisce, l’approfondisce nel tempo, e passo passo l’accetta.

La Vita dell’Eterno si rende presente, si fa più consapevole. La Visione di Fede coglie e anticipa futuro.

Gli apostoli “capiscono” e “credono”, o almeno iniziano a farlo. Ma sono ancora tanto legati a evidenze esterne. Da ciò la fatica del cammino di comprensione, e la diffidenza del Cristo [che ci conosce].

Il nostro è sempre un convincersi parziale, ma gli abbandoni, le remore, i tradimenti, non hanno il potere di affievolire il rapporto del Figlio col Padre e i suoi.

Dio non può essere vinto. Egli è l’unico appoggio: assai più affidabile delle nostre conoscenze, certezze, fievoli sicurezze.

L’incomprensione non fa ostacolo alla relazione di Fede, anzi, se portata a coscienza ne lascia emergere l’Oro; suscita uno scatto, attiva l’intimo acume, un coinvolgimento convinto.

Sorge la «Pace in Lui» (v.33) - propria di colui che è tribolato.

Shalôm che non è quietismo, né tregua; tantomeno risultato del lasciarsi andare - perché ha riscontro [persino nelle rabbie che ci attivano].

La vittoria della vita sui germi di morte non si può comprendere che nelle prove, in cui emerge ciò che siamo [nell’essere e nell’agire].

La stabilità dell’esistere nello Spirito di Gesù non poggia sulla mancanza di fughe, bensì sul Fondamento autentico, solo divino - quindi poliedrico, tollerante l’onda vitale.

 

Il testo consente di prendere misura delle nostre incomprensioni, dei nostri stessi rifiuti nei confronti dei sonori appelli che la Provvidenza porge.

I tanti richiami danno immediatamente la feconda misura della condizione di precarietà, e lasciano intendere che neppure l’«Eccomi» eventuale si commisura in una progressione.

Le vistose smentite fanno capire che il «Sì» è costantemente in fase germinale.

Insomma, la fiducia spirituale salda non è presuntuosa, bensì incipiente. Né superficiale. Essa è potente nell’impotenza.

La verifica del credere non è solo l’accettazione della Croce - pur improbabile - ma la sua condizione silente e fruttuosa d’Inatteso. Penetrazione della realtà, che vince il mondo (v.33).

Gesù disillude il credere entusiastico dei suoi: sa che preannuncia fughe vergognose, o la stasi più degradante.

Ma nelle difficoltà nessuno è solo. Ogni prova è occasione di riflessione, piena di slancio e crescita misteriosa.

La Fede non è certezza baldanzosa: se autentica, è messa in discussione passo passo.

Non c’è attimo in cui i problemi sono superati.

E unicamente col Dono dello Spirito si può accettare che il Progetto del Padre e l’Opera del Figlio si compiano nella perdita.

 

A conclusione di una serie di catechesi a domanda e risposta, Gv incoraggia le sue comunità rattristate da attese snervanti a non temere l’apparente potenza del patto fra religione ufficiale e impero, che sembrava ridicolizzare la Fede dei piccoli e mettere fuori gioco l’impegno di tutti i fratelli in Cristo.

Anche oggi, alcuni “discepoli” pensano di aver capito tutto e si atteggiano a dottori e tuttologi. Ma quando in Gesù sentiamo corrispondenza e si manifesta una luce, è bene sapere: il meglio rimane ancora da svelare.

La Fede cresce nell’esperienza concreta della vita e nella sinergia con la Parola di Dio che ne illumina via via i tratti.

Talora la sua Voce o gli accadimenti possono essere una doccia fredda che spegne lusinghe [si riveleranno fatali, se portate avanti] e gli orgogliosi entusiasmi “infantili” - ingannevoli.

Inizialmente credere nel Crocifisso si lega forse a una corrispondenza spontanea. Ma nel tempo e nella sequela reale, la vita di Fede si delinea sempre meglio, e spegne i finti focolai dell’assenso acerbo: quando la presunzione di sé, delle proprie idee e forze, cade.

Infatti l’essere in Cristo è un motore che ci porta, e via via sbalordisce d’impensabili scoperte: Tesori nascosti dietro lati oscuri. Questo ri-crea l’anima.

Qualcuno tenta di normalizzare la nostra personalità e usarci per sé o il suo clan, ma l’Eterno non entra in alcuno schema culturale, anzi nel tempo li disarma tutti.

Vano è il tentativo comune alle religioni di trasmettere ai semplici ossessioni [datate o modaiole] condite di fantasie isteriche e finte sicurezze.

I devoti abitudinari - quelli da festicciole e parentesi - disorientano non appena s’accorgono che Dio non è un protettore di benedizioni materiali o d’idoli sacrali convenzionali.

Le strutture di peccato subdole, devianti, in Gv sono denominate «mondo» - a dire il connubio apparentemente felice col potere e il tornaconto: una trappola di quietismi, concordismi e velluti illusori.

 

Si conosce il Padre della vita, il Cielo in noi, solo percorrendo la strada d’una incessante Liberazione: per la cruda e piena comprensione dell’Altissimo manca sempre molto.

 

 

 

Stanchezze

 

«La mia mano è il suo sostegno, / il mio braccio è la sua forza» (Sal 88,22). Così pensa il Signore quando dice dentro di sé: «Ho trovato Davide, mio servo, / con il mio santo olio l’ho consacrato» (v. 21). Così pensa il nostro Padre ogni volta che “trova” un sacerdote. E aggiunge ancora: «La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui / … Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, / mio Dio e roccia della mia salvezza”» (vv. 25.27).

E’ molto bello entrare, con il Salmista, in questo soliloquio del nostro Dio. Egli parla di noi, suoi sacerdoti, suoi preti; ma in realtà non è un soliloquio, non parla da solo: è il Padre che dice a Gesù: “I tuoi amici, quelli che ti amano, mi potranno dire in modo speciale: Tu sei mio Padre” (cfr Gv 14,21). E se il Signore pensa e si preoccupa tanto di come potrà aiutarci, è perché sa che il compito di ungere il popolo fedele non è facile, è duro; ci porta alla stanchezza e alla fatica. Lo sperimentiamo in tutte le forme: dalla stanchezza abituale del lavoro apostolico quotidiano fino a quella della malattia e della morte, compreso il consumarsi nel martirio.

La stanchezza dei sacerdoti! Sapete quante volte penso a questo: alla stanchezza di tutti voi? Ci penso molto e prego di frequente, specialmente quando ad essere stanco sono io. Prego per voi che lavorate in mezzo al popolo fedele di Dio che vi è stato affidato, e molti in luoghi assai abbandonati e pericolosi. E la nostra stanchezza, cari sacerdoti, è come l’incenso che sale silenziosamente al Cielo (cfr Sal 140,2; Ap 8,3-4). La nostra stanchezza va dritta al cuore del Padre.

Siate sicuri che la Madonna si accorge di questa stanchezza e la fa notare subito al Signore. Lei, come Madre, sa capire quando i suoi figli sono stanchi e non pensa a nient’altro. “Benvenuto! Riposati, figlio. Dopo parleremo… Non ci sono qui io, che sono tua Madre?” – ci dirà sempre quando ci avviciniamo a Lei (cfr Evangelii gaudium, 286). E a suo Figlio dirà, come a Cana: «Non hanno vino» (Gv 2,3).

Succede anche che, quando sentiamo il peso del lavoro pastorale, ci può venire la tentazione di riposare in un modo qualunque, come se il riposo non fosse una cosa di Dio. Non cadiamo in questa tentazione. La nostra fatica è preziosa agli occhi di Gesù, che ci accoglie e ci fa alzare: “Venite a me quando siete stanchi e oppressi, io vi darò ristoro” (cfr Mt 11,28). Quando uno sa che, morto di stanchezza, può prostrarsi in adorazione, dire: “Basta per oggi, Signore”, e arrendersi davanti al Padre, uno sa anche che non crolla ma si rinnova, perché chi ha unto con olio di letizia il popolo fedele di Dio, il Signore pure lo unge: “cambia la sua cenere in diadema, le sue lacrime in olio profumato di letizia, il suo abbattimento in canti” (cfr Is 61,3).

Teniamo ben presente che una chiave della fecondità sacerdotale sta nel come riposiamo e nel come sentiamo che il Signore tratta la nostra stanchezza. Com’è difficile imparare a riposare! In questo si gioca la nostra fiducia e il nostro ricordare che anche noi siamo pecore e abbiamo bisogno del pastore, che ci aiuti. Possono aiutarci alcune domande a questo proposito.

So riposare ricevendo l’amore, la gratuità e tutto l’affetto che mi dà il popolo fedele di Dio? O dopo il lavoro pastorale cerco riposi più raffinati, non quelli dei poveri ma quelli che offre la società dei consumi? Lo Spirito Santo è veramente per me “riposo nella fatica”, o solo Colui che mi fa lavorare? So chiedere aiuto a qualche sacerdote saggio? So riposare da me stesso, dalla mia auto-esigenza, dal mio auto-compiacimento, dalla mia auto-referenzialità? So conversare con Gesù, con il Padre, con la Vergine e san Giuseppe, con i miei Santi protettori amici per riposarmi nelle loro esigenze – che sono soavi e leggere –, nel loro compiacimento – ad essi piace stare in mia compagnia –, e nei loro interessi e riferimenti – ad essi interessa solo la maggior gloria di Dio – …? So riposare dai miei nemici sotto la protezione del Signore? Vado argomentando e tramando fra me, rimuginando più volte la mia difesa, o mi affido allo Spirito Santo che mi insegna quello che devo dire in ogni occasione? Mi preoccupo e mi affanno eccessivamente o, come Paolo, trovo riposo dicendo: «So in chi ho posto la mia fede» (2 Tm 1,12)?

Ripassiamo un momento, brevemente, gli impegni dei sacerdoti, che oggi la liturgia ci proclama: portare ai poveri la Buona Notizia, annunciare la liberazione ai prigionieri e la guarigione ai ciechi, dare la libertà agli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore. Isaia dice anche curare quelli che hanno il cuore spezzato e consolare gli afflitti.

Non sono compiti facili, non sono compiti esteriori, come ad esempio le attività manuali – costruire un nuovo salone parrocchiale, o tracciare le linee di un campo di calcio per i giovani dell’oratorio…; gli impegni menzionati da Gesù implicano la nostra capacità di compassione, sono impegni in cui il nostro cuore è “mosso” e commosso. Ci rallegriamo con i fidanzati che si sposano, ridiamo con il bimbo che portano a battezzare; accompagniamo i giovani che si preparano al matrimonio e alla famiglia; ci addoloriamo con chi riceve l’unzione nel letto di ospedale; piangiamo con quelli che seppelliscono una persona cara… Tante emozioni… Se noi abbiamo il cuore aperto, questa emozione e tanto affetto affaticano il cuore del Pastore. Per noi sacerdoti le storie della nostra gente non sono un notiziario: noi conosciamo la nostra gente, possiamo indovinare ciò che sta passando nel loro cuore; e il nostro, nel patire con loro, ci si va sfilacciando, ci si divide in mille pezzetti, ed è commosso e sembra perfino mangiato dalla gente: prendete, mangiate. Questa è la parola che sussurra costantemente il sacerdote di Gesù quando si sta prendendo cura del suo popolo fedele: prendete e mangiate, prendete e bevete… E così la nostra vita sacerdotale si va donando nel servizio, nella vicinanza al Popolo fedele di Dio… che sempre, sempre stanca.

Vorrei ora condividere con voi alcune stanchezze sulle quali ho meditato.

C’è quella che possiamo chiamare “la stanchezza della gente, la stanchezza delle folle”: per il Signore, come per noi, era spossante – lo dice il Vangelo –, ma è una stanchezza buona, una stanchezza piena di frutti e di gioia. La gente che lo seguiva, le famiglie che gli portavano i loro bambini perché li benedicesse, quelli che erano stati guariti, che venivano con i loro amici, i giovani che si entusiasmavano del Rabbì…, non gli lasciavano neanche il tempo per mangiare. Ma il Signore non si seccava di stare con la gente. Al contrario: sembrava che si ricaricasse (cfr. Evangelii gaudium, 11). Questa stanchezza in mezzo alla nostra attività è solitamente una grazia che è a portata di mano di tutti noi sacerdoti (cfr ibid., 279). Che bella cosa è questa: la gente ama, desidera e ha bisogno dei suoi pastori! Il popolo fedele non ci lascia senza impegno diretto, salvo che uno si nasconda in un ufficio o vada per la città con i vetri oscurati. E questa stanchezza è buona, è una stanchezza sana. E’ la stanchezza del sacerdote con l’odore delle pecore…, ma con il sorriso di papà che contempla i suoi figli o i suoi nipotini. Niente a che vedere con quelli che sanno di profumi cari e ti guardano da lontano e dall’alto (cfr ibid., 97). Siamo gli amici dello Sposo, questa è la nostra gioia. Se Gesù sta pascendo il gregge in mezzo a noi non possiamo essere pastori con la faccia acida, lamentosi, né, ciò che è peggio, pastori annoiati. Odore di pecore e sorriso di padri… Sì, molto stanchi, ma con la gioia di chi ascolta il suo Signore che dice: «Venite, benedetti del Padre mio» (Mt 25,34).

C’è anche quella che possiamo chiamare “la stanchezza dei nemici”. Il demonio e i suoi seguaci non dormono e, dato che le loro orecchie non sopportano la Parola di Dio, lavorano instancabilmente per zittirla o confonderla. Qui la stanchezza di affrontarli è più ardua. Non solo si tratta di fare il bene, con tutta la fatica che comporta, bensì bisogna difendere il gregge e difendere sé stessi dal male (cfr Evangelii gaudium, 83). Il maligno è più astuto di noi ed è capace di demolire in un momento quello che abbiamo costruito con pazienza durante lungo tempo. Qui occorre chiedere la grazia di imparare a neutralizzare - è un’abitudine importante: imparare a neutralizzare -: neutralizzare il male, non strappare la zizzania, non pretendere di difendere come superuomini ciò che solo il Signore deve difendere. Tutto questo aiuta a non farsi cadere le braccia davanti allo spessore dell’iniquità, davanti allo scherno dei malvagi. La parola del Signore per queste situazioni di stanchezza è: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). E questa parola ci darà forza.

E per ultima – ultima perché questa omelia non vi stanchi troppo – c’è anche “la stanchezza di sé stessi” (cfr Evangelii gaudium, 277). E’ forse la più pericolosa. Perché le altre due provengono dal fatto di essere esposti, di uscire da noi stessi per ungere e darsi da fare (siamo quelli che si prendono cura). Invece questa stanchezza, è più auto-referenziale: è la delusione di sé stessi ma non guardata in faccia, con la serena letizia di chi si scopre peccatore e bisognoso di perdono, di aiuto: questi chiede aiuto e va avanti. Si tratta della stanchezza che dà il “volere e non volere”, l’essersi giocato tutto e poi rimpiangere l’aglio e le cipolle d’Egitto, il giocare con l’illusione di essere qualcos’altro. Questa stanchezza mi piace chiamarla “civettare con la mondanità spirituale”. E quando uno rimane solo, si accorge di quanti settori della vita sono stati impregnati da questa mondanità, e abbiamo persino l’impressione che nessun bagno la possa pulire. Qui può esserci una stanchezza cattiva. La parola dell’Apocalisse ci indica la causa di questa stanchezza: «Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore» (2,3-4). Solo l’amore dà riposo. Ciò che non si ama, stanca male, e alla lunga stanca peggio.

L’immagine più profonda e misteriosa di come il Signore tratta la nostra stanchezza pastorale è quella che «avendo amato i suoi…, li amò sino alla fine» (Gv 13,1): la scena della lavanda dei piedi. Mi piace contemplarla come la lavanda della sequela. Il Signore purifica la stessa sequela, Egli si «coinvolge» con noi (Evangelii gaudium, 24), si fa carico in prima persona di pulire ogni macchia, quello smog mondano e untuoso che ci si è attaccato nel cammino che abbiamo fatto nel suo Nome.

Sappiamo che nei piedi si può vedere come va tutto il nostro corpo. Nel modo di seguire il Signore si manifesta come va il nostro cuore. Le piaghe dei piedi, le slogature e la stanchezza, sono segno di come lo abbiamo seguito, di quali strade abbiamo fatto per cercare le sue pecore perdute, tentando di condurre il gregge ai verdi pascoli e alle acque tranquille (cfr ibid., 270). Il Signore ci lava e ci purifica da tutto quello che si è accumulato sui nostri piedi per seguirlo. E questo è sacro. Non permette che rimanga macchiato. Come le ferite di guerra Lui le bacia, così la sporcizia del lavoro Lui la lava.

La sequela di Gesù è lavata dallo stesso Signore affinché ci sentiamo in diritto di essere “gioiosi”, “pieni”, “senza paura né colpa” e così abbiamo il coraggio di uscire e andare “sino ai confini del mondo, a tutte le periferie”, a portare questa buona notizia ai più abbandonati, sapendo che “Lui è con noi, tutti i giorni fino alla fine del mondo”. E per favore, chiediamo la grazia di imparare ad essere stanchi, ma ben stanchi!

[Papa Francesco, omelia del Crisma 2 aprile 2015]

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The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
All this helps us not to let our guard down before the depths of iniquity, before the mockery of the wicked. In these situations of weariness, the Lord says to us: “Have courage! I have overcome the world!” (Jn 16:33). The word of God gives us strength [Pope Francis]
Tutto questo aiuta a non farsi cadere le braccia davanti allo spessore dell’iniquità, davanti allo scherno dei malvagi. La parola del Signore per queste situazioni di stanchezza è: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). E questa parola ci darà forza [Papa Francesco]
It does not mean that the Lord has departed to some place far from people and from the world. Christ's Ascension is not a journey into space toward the most remote stars […] Christ's Ascension means that he no longer belongs to the world of corruption and death that conditions our life. It means that he belongs entirely to God (Pope Benedict)
Non vuol dirci che il Signore se ne è andato in qualche luogo lontano dagli uomini e dal mondo. L’Ascensione di Cristo non è un viaggio nello spazio verso gli astri più remoti […] L’Ascensione di Cristo significa che Egli non appartiene più al mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli appartiene completamente a Dio (Papa Benedetto)
«When the servant of God is troubled, as it happens, by something, he must get up immediately to pray, and persevere before the Supreme Father until he restores to him the joy of his salvation. Because if it remains in sadness, that Babylonian evil will grow and, in the end, will generate in the heart an indelible rust, if it is not removed with tears» (St Francis of Assisi, FS 709)
«Il servo di Dio quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime» (san Francesco d’Assisi, FF 709)
Wherever people want to set themselves up as God they cannot but set themselves against each other. Instead, wherever they place themselves in the Lord’s truth they are open to the action of his Spirit who sustains and unites them (Pope Benedict
Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce (Papa Benedetto)
But our understanding is limited: thus, the Spirit's mission is to introduce the Church, in an ever new way from generation to generation, into the greatness of Christ's mystery. The Spirit places nothing different or new beside Christ; no pneumatic revelation comes with the revelation of Christ - as some say -, no second level of Revelation (Pope Benedict)
Ma la nostra capacità di comprendere è limitata; perciò la missione dello Spirito è di introdurre la Chiesa in modo sempre nuovo, di generazione in generazione, nella grandezza del mistero di Cristo (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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