Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
In queste settimane la nostra riflessione si muove, per così dire, nell’orbita del mistero pasquale. Oggi incontriamo colei che, secondo i vangeli, per prima vide Gesù risorto: Maria Maddalena. Era terminato da poco il riposo del sabato. Nel giorno della passione non c’era stato tempo per completare i riti funebri; per questo, in quell’alba colma di tristezza, le donne vanno alla tomba di Gesù con gli unguenti profumati. La prima ad arrivare è lei: Maria di Magdala, una delle discepole che avevano accompagnato Gesù fin dalla Galilea, mettendosi a servizio della Chiesa nascente. Nel suo tragitto verso il sepolcro si rispecchia la fedeltà di tante donne che sono devote per anni ai vialetti dei cimiteri, in ricordo di qualcuno che non c’è più. I legami più autentici non sono spezzati nemmeno dalla morte: c’è chi continua a voler bene, anche se la persona amata se n’è andata per sempre.
Il vangelo (cfr Gv 20,1-2.11-18) descrive la Maddalena mettendo subito in evidenza che non era una donna di facili entusiasmi. Infatti, dopo la prima visita al sepolcro, lei torna delusa nel luogo dove i discepoli si nascondevano; riferisce che la pietra è stata spostata dall’ingresso del sepolcro, e la sua prima ipotesi è la più semplice che si possa formulare: qualcuno deve aver trafugato il corpo di Gesù. Così il primo annuncio che Maria porta non è quello della risurrezione, ma di un furto che ignoti hanno perpetrato, mentre tutta Gerusalemme dormiva.
Poi i vangeli raccontano di un secondo viaggio della Maddalena verso il sepolcro di Gesù. Era testarda lei! E’ andata, è tornata … perché non si convinceva! Questa volta il suo passo è lento, pesantissimo. Maria soffre doppiamente: anzitutto per la morte di Gesù, e poi per l’inspiegabile scomparsa del suo corpo.
E’ mentre sta china vicino alla tomba, con gli occhi pieni di lacrime, che Dio la sorprende nella maniera più inaspettata. L’evangelista Giovanni sottolinea quanto sia persistente la sua cecità: non si accorge della presenza di due angeli che la interrogano, e nemmeno s’insospettisce vedendo l’uomo alle sue spalle, che lei pensa sia il custode del giardino. E invece scopre l’avvenimento più sconvolgente della storia umana quando finalmente viene chiamata per nome: «Maria!» (v. 16).
Com’è bello pensare che la prima apparizione del Risorto – secondo i vangeli – sia avvenuta in un modo così personale! Che c’è qualcuno che ci conosce, che vede la nostra sofferenza e delusione, e che si commuove per noi, e ci chiama per nome. È una legge che troviamo scolpita in molte pagine del vangelo. Intorno a Gesù ci sono tante persone che cercano Dio; ma la realtà più prodigiosa è che, molto prima, c’è anzitutto Dio che si preoccupa per la nostra vita, che la vuole risollevare, e per fare questo ci chiama per nome, riconoscendo il volto personale di ciascuno. Ogni uomo è una storia di amore che Dio scrive su questa terra. Ognuno di noi è una storia di amore di Dio. Ognuno di noi Dio chiama con il proprio nome: ci conosce per nome, ci guarda, ci aspetta, ci perdona, ha pazienza con noi. E’ vero o non è vero? Ognuno di noi fa questa esperienza.
E Gesù la chiama: «Maria!»: la rivoluzione della sua vita, la rivoluzione destinata a trasformare l’esistenza di ogni uomo e donna, comincia con un nome che riecheggia nel giardino del sepolcro vuoto. I vangeli ci descrivono la felicità di Maria: la risurrezione di Gesù non è una gioia data col contagocce, ma una cascata che investe tutta la vita. L’esistenza cristiana non è intessuta di felicità soffici, ma di onde che travolgono tutto. Provate a pensare anche voi, in questo istante, col bagaglio di delusioni e sconfitte che ognuno di noi porta nel cuore, che c’è un Dio vicino a noi che ci chiama per nome e ci dice: “Rialzati, smetti di piangere, perché sono venuto a liberarti!”. E’ bello questo.
Gesù non è uno che si adatta al mondo, tollerando che in esso perdurino la morte, la tristezza, l’odio, la distruzione morale delle persone… Il nostro Dio non è inerte, ma il nostro Dio – mi permetto la parola – è un sognatore: sogna la trasformazione del mondo, e l’ha realizzata nel mistero della Risurrezione.
Maria vorrebbe abbracciare il suo Signore, ma Lui è ormai orientato al Padre celeste, mentre lei è inviata a portare l’annuncio ai fratelli. E così quella donna, che prima di incontrare Gesù era in balìa del maligno (cfr Lc 8,2), ora è diventata apostola della nuova e più grande speranza. La sua intercessione ci aiuti a vivere anche noi questa esperienza: nell’ora del pianto, e nell’ora dell’abbandono, ascoltare Gesù Risorto che ci chiama per nome, e col cuore pieno di gioia andare ad annunciare: «Ho visto il Signore!» (v. 18). Ho cambiato vita perché ho visto il Signore! Adesso sono diverso da prima, sono un’altra persona. Sono cambiato perché ho visto il Signore. Questa è la nostra forza e questa è la nostra speranza.
[Papa Francesco, Udienza Generale 17 maggio 2017]
(Mt 28,8-15)
I Vangeli non offrono dati di cronaca del tutto conciliabili circa lo svolgimento degli eventi dopo la scoperta della «tomba vuota», ma il Messaggio di quelle tracce (dei primi accadimenti) è palese.
Nessun mausoleo, nessuna reliquia... bensì la capacità di vedere aperte le tombe - e d’indovinare vita fra passi di morte: Verità pericolosa.
Quindi lo scatenarsi d’un entusiasmo coinvolgente.
Dal sepolcro vuoto partono due cortei: Messaggere sonanti della vita inaudita, sebbene non accreditate - e guardie del sepolcro.
Accoglienza finalizzata alla testimonianza, e rifiuto di coloro che non leggono il ‘segno’ pieno di senso.
I gendarmi del mondo antico passano da una tomba all’altra; se la trascinano dietro.
Infatti ai sacerdoti annunciano il sepolcro vuoto come fosse un fatterello, controllabile, di semplice cronaca (v.11) che poi passa alla diceria, alla leggenda (v.15).
Nel momento in cui Mt scrive erano già ferventi le discussioni tra giudei e cristiani convertiti dal giudaismo.
I credenti si sentivano compiuti in Cristo - in tal guisa anche capaci di divulgare questa Parola-evento.
Le dispute erano accese: il brano di Vangelo ci colloca in una realtà che si è trascinata durante quasi tutto il primo secolo.
Col passare del tempo - già prima del distacco dalla sinagoga istituzionale - l’esistenza stessa delle fraternità, il loro stile di vita e la testimonianza, divennero una denuncia contro lo spirito autoritario, l’avidità, l’insegnamento e i ruoli delle guide religiose (es. At 3,1-8).
Fra mille sconvolgimenti, iniziava il mondo nuovo - annunciato a fronte alta.
L’attesa era finita: bisognava solo convincersi della realtà - non più sognare un futuro che pur procedendo tornasse al passato, o aderisse a conformismi e tornaconto.
Esordio e finale di Mt si richiamano.
Gesù è l’Immanu-‘El delle Scritture antiche: Dio-Con-noi. La speranza degli esclusi dal giro, vacillanti - da sempre dati in balia altrui, asserviti e succubi.
Ci si attendeva un cambiamento radicale della situazione invivibile d’ingiustizia e collasso sociale, spiritualmente spenta e abitudinaria - sopportata dai miseri nell’umiliazione di tutto l’essere.
Adoperandosi, le Donne non incappano in un Cristo confezionato, da trasmettere in modo impersonale.
È nel loro andare per Via che si accende uno Spirito nuovo - col gaudio contagioso della Liberazione.
L’Incontro col mondo di Dio si fa evento decisivo perché tutte (prima senza-voce) ricevono un fervente invito alla predicazione e alla vita delle Beatitudini [il Monte di Galilea, v.10: la “periferia” della vita che riprende normale; terra del ministero di Gesù e della sequela dei discepoli].
Ora da protagoniste limpide, complete e pure, cui il Mistero non resiste.
Insomma, per noi: se qualcuno non scende in campo ma si rifugia, non trasmette, o ritiene neutra la Notizia della vittoria della vita sulla morte, essa rischia di diventare una fandonia.
Invece è il Risorto che viene incontro alle ridestate (v.9) - esattamente come aveva fatto col nato cieco (Gv 9,35).
Non siamo più degli scomunicati, o i prolungatori del mondo dei sepolcri; né i semplicemente risvegliati.
Siamo coloro che trasmettono impulso, brio, carattere, senso di pienezza e Mistero, che salvano - corifei di aperta contraddizione.
Progenie che sgorga non dalla tomba, ma dal mondo di Dio - fonte dell’essere indistruttibile, in cui stiamo finalmente saldi.
«Gioite!» (v.9) [la traduzione italiana non solo Cei è sbiadita].
In comunità, l’allegria per il senso di stima personale e lo spessore relazionale legati al nuovo modello di vita stravince le paure.
Le prime realtà di comunione [le «Donne»] fanno proprie il medesimo Cammino del Maestro [stringere e adorare i suoi «Piedi»].
Sorge una proposta consapevole e autonoma.
Nasce l’Annuncio di un’esperienza che fa trasalire: nel Vivente siamo noi stessi, e il Dono di sé - qualunque sia, anche prima disprezzato - produce completezza personale e coesistenza.
Chi spende ciò che è autenticamente, valorizza la sua storia: non spreca l’esistenza, ma la recupera, realizza e sublima.
Fioriscono persone nuove, interiormente rinate e non più lasciate a se stesse.
Vedendo lontano e procedendo sui medesimi ‘passi’ del Signore, tutti i malfermi superavano il senso d’indegnità inculcato dalla religione antica.
Consapevoli di stima, qualità personale, e altre risorse, i primi fedeli dimostravano subito una spiccata attitudine alla franchezza.
Anche i piccoli acquistavano coraggio - recuperando i lati opposti di sé. E non più soffocati da timori d’autorità fasulle, capaci di sola ritorsione.
Ovviamente il mondo antico voleva perpetuarsi, e si difendeva con piroette e menzogne. Come ancora oggi, distribuendo favori (vv.12-15).
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quali potenze interiori ed esteriori accentuano i disturbi e combattono la tua capacità di Annuncio?
Angelo del Consiglio e suoi ministri
Ma l’Angelo della risurrezione richiama anche un altro significato. Bisogna ricordare, infatti, che il termine “angelo” oltre a definire gli Angeli, creature spirituali dotate di intelligenza e volontà, servitori e messaggeri di Dio, è anche uno dei titoli più antichi attribuiti a Gesù stesso. Leggiamo ad esempio in Tertulliano, III secolo: “Egli - cioè Cristo - è stato anche chiamato «angelo del consiglio», cioè annunziatore, che è un termine che denota un ufficio, non la natura. In effetti, egli doveva annunziare al mondo il grande disegno del Padre per la restaurazione dell’uomo” (De carne Christi, 14). Così Tertulliano. Gesù Cristo, il Figlio di Dio, dunque, viene chiamato anche l’Angelo di Dio Padre: Egli è il Messaggero per eccellenza del suo amore. Cari amici, pensiamo ora a ciò che Gesù risorto disse agli Apostoli: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21); e comunicò ad essi il suo Santo Spirito. Ciò significa che, come Gesù è stato annunciatore dell’amore di Dio Padre, anche noi lo dobbiamo essere della carità di Cristo: siamo messaggeri della sua risurrezione, della sua vittoria sul male e sulla morte, portatori del suo amore divino. Certo, rimaniamo per natura uomini e donne, ma riceviamo la missione di “angeli”, messaggeri di Cristo.
[Papa Benedetto, Regina Coeli 5 aprile 2010]
(Lunedì dell’Angelo, 6 aprile 2026)
Cari fratelli e sorelle!
Nella luce della Pasqua – che celebriamo in tutta questa Settimana – rinnovo il mio più cordiale augurio di pace e di gioia. Come sapete, il lunedì dopo la Domenica di Risurrezione è detto tradizionalmente “Lunedì dell’Angelo”. E’ molto interessante approfondire questo riferimento all’“Angelo”. Naturalmente il pensiero va subito ai racconti evangelici della risurrezione di Gesù, nei quali compare la figura di un messaggero del Signore. San Matteo scrive: “Ed ecco vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come neve” (Mt 28,2-3). Tutti gli Evangelisti, poi, precisano che, quando le donne si recarono al sepolcro e lo trovarono aperto e vuoto, fu un angelo ad annunciare loro che Gesù era risorto. In Matteo questo messaggero del Signore dice loro: “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. E’ risorto, infatti, come aveva detto” (Mt 28,5-6); quindi mostra la tomba vuota e le incarica di portare l’annuncio ai discepoli. In Marco l’angelo è descritto come “un giovane, vestito di una veste bianca”, che dà alle donne l’identico messaggio (cfr Mc 16,5-6). Luca parla di “due uomini in abito sfolgorante”, che ricordano alle donne come Gesù avesse preannunciato molto prima la sua morte e risurrezione (cfr Lc 24,4-7). Anche San Giovanni parla di “due angeli in bianche vesti”; è Maria di Magdala a vederli, mentre piange vicino al sepolcro, e le dicono: “Donna, perché piangi?” (Gv 20,11-13).
Ma l’Angelo della risurrezione richiama anche un altro significato. Bisogna ricordare, infatti, che il termine “angelo” oltre a definire gli Angeli, creature spirituali dotate di intelligenza e volontà, servitori e messaggeri di Dio, è anche uno dei titoli più antichi attribuiti a Gesù stesso. Leggiamo ad esempio in Tertulliano, III secolo: “Egli - cioè Cristo - è stato anche chiamato «angelo del consiglio», cioè annunziatore, che è un termine che denota un ufficio, non la natura. In effetti, egli doveva annunziare al mondo il grande disegno del Padre per la restaurazione dell’uomo” (De carne Christi, 14). Così Tertulliano. Gesù Cristo, il Figlio di Dio, dunque, viene chiamato anche l’Angelo di Dio Padre: Egli è il Messaggero per eccellenza del suo amore. Cari amici, pensiamo ora a ciò che Gesù risorto disse agli Apostoli: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21); e comunicò ad essi il suo Santo Spirito. Ciò significa che, come Gesù è stato annunciatore dell’amore di Dio Padre, anche noi lo dobbiamo essere della carità di Cristo: siamo messaggeri della sua risurrezione, della sua vittoria sul male e sulla morte, portatori del suo amore divino. Certo, rimaniamo per natura uomini e donne, ma riceviamo la missione di “angeli”, messaggeri di Cristo: viene data a tutti nel Battesimo e nella Cresima. In modo speciale, attraverso il Sacramento dell’Ordine, la ricevono i sacerdoti, ministri di Cristo; mi piace sottolinearlo in quest’Anno Sacerdotale.
Cari fratelli e sorelle, ci rivolgiamo ora alla Vergine Maria, invocandola quale Regina Caeli, Regina del Cielo. Ci aiuti Lei ad accogliere pienamente la grazia del mistero pasquale e a diventare messaggeri coraggiosi e gioiosi della risurrezione di Cristo.
[Papa Benedetto, Regina Coeli 5 aprile 2010]
1. Risuona con forza il grande annuncio della risurrezione di Gesù anche in questo Lunedì dell'Angelo, che ricorda l'incontro del messo celeste con le donne accorse al sepolcro. "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto" (Mt 28,5-6).
Dalla tomba vuota quest'annuncio angelico si diffonde nel mondo e raggiunge ogni angolo della terra; è un messaggio di speranza per tutti. Da quando il Nazareno crocifisso è risuscitato all'alba del terzo giorno, l'ultima parola non è più quella della morte, ma della vita! Nel Signore risorto Dio ha rivelato in pienezza il suo amore per l'intera umanità.
2. Prima le donne, poi i discepoli e quindi lo stesso Pietro constatano la consolante verità: "Questo Gesù Dio l'ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni" (At 2,32).
Carissimi Fratelli e Sorelle, come loro e insieme con loro, anche noi siamo chiamati a diffondere tra gli uomini e le donne del nostro tempo questa "buona" notizia: "Cristo, mia speranza, è risorto" (Sequenza pasquale).
Come vorrei che l'annuncio pasquale rinvigorisse sempre più la fede di ogni battezzato! Come vorrei che la pace, dono di Cristo risorto, raggiungesse ogni cuore umano e ridonasse speranza a chiunque è oppresso e sofferente!
3. Maria, testimone silenziosa della morte e della risurrezione del figlio Gesù, ci aiuti a credere sino in fondo a questo mistero di salvezza che, accolto con fede profonda, può cambiare la vita. Faccia sì che lo trasmettiamo con gioia a quanti incontriamo, come coerenti e coraggiosi discepoli del Signore risuscitato.
[Papa Giovanni Paolo II, Regina Coeli 1 aprile 2002]
Cari fratelli e sorelle,
buongiorno, e buona Pasqua a tutti voi! Vi ringrazio di essere venuti anche oggi numerosi, per condividere la gioia della Pasqua, mistero centrale della nostra fede. Che la forza della Risurrezione di Cristo possa raggiungere ogni persona - specialmente chi soffre – e tutte le situazioni più bisognose di fiducia e di speranza.
Cristo ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realtà concrete della storia e della società. Per questo mi sembra importante sottolineare quello che oggi domandiamo a Dio nella liturgia: «O Padre, che fai crescere la tua Chiesa donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede» (Oraz. Colletta del Lunedì dell’Ottava di Pasqua).
E’ vero, il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioè in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte. La grazia contenuta nei Sacramenti pasquali è un potenziale di rinnovamento enorme per l’esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali. Ma tutto passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo è il potere della grazia! Senza la grazia non possiamo nulla. Senza la grazia non possiamo nulla! E con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio, di quella bella misericordia di Dio.
Esprimere nella vita il sacramento che abbiamo ricevuto: ecco, cari fratelli e sorelle, il nostro impegno quotidiano, ma direi anche la nostra gioia quotidiana! La gioia di sentirsi strumenti della grazia di Cristo, come tralci della vite che è Lui stesso, animati dalla linfa del suo Spirito!
Preghiamo insieme, nel nome del Signore morto e risorto, e per intercessione di Maria Santissima, perché il Mistero pasquale possa operare profondamente in noi e in questo nostro tempo, perché l’odio lasci il posto all’amore, la menzogna alla verità, la vendetta al perdono, la tristezza alla gioia.
[Papa Francesco, Regina Coeli 1 aprile 2013]
I Vangeli non descrivono la cronaca della Risurrezione di Cristo, ma l’esperienza del Risorto nella chiesa delle origini.
Tutti gli evangelisti accennano al fatto che l’adempimento di legge e di massa (sabato) ritarda sia la comprensione irripetibile che la consapevolezza della forza della Vita sprigionatesi dalla Persona, dalla Parola, da tutta la vicenda e dalla proposta di Gesù.
Mc e in specie Mt ribadiscono l’appuntamento della «Galilea»: territorio teologico ed esistenziale contrapposto alla Giudea osservante.
Oggi parleremmo forse di “spirito delle origini” - esperienza primigenia del Signore - o di “quotidianità sommaria”; ovvero di assemblea «in uscita».
Mt specifica che si tratta dell’evento de «il Monte»: sperimentiamo il Vivente nell’incarnare le Beatitudini, lo Spirito dell’Amore dimesso ma vitale.
Rovesciamento che talora butta all’aria gli idoli per costringerci all’incontro, nella dignità della propria impronta - portata dentro l’unicità, nello spirito di famiglia, per l’eternità.
Lc raccomanda di non cercare l’Amico [la nostra partenza, guida, brio e sapere silenzioso] fra «morti» che ingombrano.
Ai discepoli di Emmaus si rivela in una capacità d’interpretazione ribaltata degli eventi ingloriosi, e in una intesa ardente delle Scritture.
In specie si manifesta nello ‘spezzare la vita’: nella reciprocità di chi riceve e si fa alimento, senza inibire il carattere e le scelte eccezionali.
Gv insiste sul dover voltare lo sguardo piantato sulla tomba. Nella fossa d’un sepolcro non c’è nulla, se non una Nascita.
Il quarto Vangelo dona il criterio essenziale per riconoscere la manifestazione di Gesù vivo: la sua Pace.
Non il tipo della Pax Romana (l’impero era in pace) bensì Shalôm-pienezza. Oggi diremmo: Felicità completa - vera ‘età dell’oro’.
Quindi il Mandato missionario che il Signore ci lancia non proclama una dottrina diversa.
È l’invito a essere in Lui se stessi pienamente, e così poter incarnare la medesima Tenerezza del Padre - vasta, difforme, inclusiva.
Cosa è cambiato per noi con la Risurrezione? Ci sono prove che vive? Perché non appare? Quali sarebbero i segni? E i grandi benefici?
O. Wilde affermava: «Quando gli dèi vogliono punirci, esaudiscono le nostre preghiere». Di questo genere di richieste, dobbiamo sbarazzarci.
Le orazioni arenate da aspettative o propositi comuni sono a volte come le «donne» dei Vangeli della mattina di Pasqua.
Ancora piantate su lamenti funebri, esse cercano Vita in posti sbagliati: luoghi infecondi, perché legati a idee di cadaveri.
C’è un diverso binario caratterizzante, per ciascuno, che trascina da dentro, e crescente; per una vetta decisiva, non esterna.
Vittoria della vita significa: smettere di legarsi a idolatrie inattive, calzanti però di ripiego.
Facciamo volare l’Appello innato dell’essenza che ancora non vediamo ma che pulsa ardente e inestinguibile.
Non sarà l’obbiettivo convenzionale, condizionato, conforme, a tono e “come si conviene” ma unilaterale, scadente - a darci Letizia.
Esso cattura l’energia inedita, «per nome». Che vuole germogliare dai lati oscuri e opposti.
Nascita e morte sono esperienze di molte volte: perché? Per ininterrotte “Genesi”, e altre possibilità.
Per una sana crescita verso la realizzazione umanizzante, nella generosità e nell’attitudine battesimale, bisogna librare l’anima incagliata.
La nostra inusualità si sente sperduta nei circoli viziosi delle aspettative normali.
E ciò che avevamo immaginato inesorabilmente uguale, quindi vano e stagnante - infanga lo stupore delle sorprese che travalicano attese e intenzioni.
Eliminando i propositi convenzionali e altrui in favore di Sogni personali che esagerano, conosceremo l’atipicità di Dio che balza fra le macerie e dal caos degli schemi.
I missionari lo sanno: non è dalla Giudea che viene la certezza, ma dalla Galilea ossia dall’incertezza. La loro sicurezza è nell’insicurezza.
È il buio che fa rinascere.
Deponendo ciò che prima interpretavamo con senso di permanenza, sbalordiremo di Tesori che si celano dietro i lati malfermi. E della Vita indipendente che scatta fra segni di morte.
Forse non pochi restano ancora sorpresi dalla «tomba vuota»: ossia un Gesù Risorto solo ‘personale’, vissuto nell’amore, nel gratis normale, nel dono di sé che vince la morte. Ma senza ‘mausoleo’ alcuno.
[Pasqua, Risurrezione del Signore]
Domenica di Pasqua: le fondamenta, e i delusi della Risurrezione
Lc 24,13-35 (13-48)
I discepoli questionano, sono in confusione; si rimpallano ansie e accuse, disillusi e frustrati - ma ciò di cui sembrano più preoccupati non è tanto la morte beffarda del Maestro, bensì (e paradossalmente) la sua stessa condizione divina.
Quel che temono è esattamente lo sgretolamento delle loro speranze di gloria.
Hanno solo paura di non sentirsi appoggiati da qualcuno che abbia raggiunto la notorietà, al fine di ottenere il sospirato predominio.
Ciò che li delude è proprio che Gesù possa essere il Risorto: ossia l’afferrato e incorporato a sé, l’assunto dal Padre alla sua stessa Vita piena perché riconosciutosi nel Figlio dimesso.
Intronizzato alla destra del trono celeste, perché vero, e servitore altrui.
Apostoli simili hanno gli occhi trattenuti da sogni di principato, ricchezza, e supremazia.
Su tale base è impossibile riconoscere la Presenza di Cristo - che vuol farci stare nel presente e vedere il futuro.
Tali e quali come prima, si dirigono infatti a Emmaus, un luogo di antiche vittorie militari nazionaliste.
Il nome stesso di Cleopa era abbreviazione di Cleopatros che significa «del padre illustre, prestigioso».
I discepoli sono ancora infarciti dell’ambizione al successo: questo il loro dio.
È ancora il trionfo - non la genuinità e il dono di sé fino al sepolcro - che cambierebbe il mondo.
Per detti seguaci il figlio del falegname Galileo era ancora il Nazareno - che significava sovversivo, rivoltoso: uno dei tanti messia che avrebbero dovuto vendicarsi dell’oppressione romana e conquistare il potere.
Tranquillamente, malati di ambizione, tornano a considerare loro «autorità» (v.20) proprio i banditi travestiti da uomini di Dio che avevano fatto fuori il Maestro.
Così Gesù deve ancora una volta prendere il nostro passo e insistere nell’interpretare rettamente le Scritture.
Da esse emerge che il bene concreto della donna e dell’uomo reali, poliedrici, che sembrano perfino contraddittori, è principio non negoziabile.
Il testo greco di Lc dice che Gesù «fa ermeneutica» (v.27).
Insomma: i passi delle sacre Scritture, da Mosè ai Profeti e oltre, non vanno raccontati e percepiti a orecchio, ma interpretati.
Sono insegnamenti, non storie o narrazione di fatterelli.
Anche noi, innamorati delle nostre idee, facciamo fatica a introdurci in un lavoro di scavo delle vicende d’insuccesso, per estrarne perle sapienziali.
Ma i conflitti sono specchi pregevoli: di lotte interne.
La Parola di Dio non addomesticata da luoghi comuni ci aiuta a percepire gli accadimenti e il mondo anche dell’anima nella genuinità di segni provvidenziali.
Sono lì per un cammino di evoluzione, dove si affacciano sorprese tra le più preziose.
Ciò al fine non di diventare astuti, forti; neppure bravi in senso corrente.
Eventi ed emozioni anche negative accadono bensì per sviluppare la capacità di posare lo sguardo e corrispondere al tintinnio interiore della Chiamata.
Vocazione-carattere, nei momenti no: meraviglie per una gioia grande, come un Sole dentro, infuocato e luminoso (senza giudizi).
Protagonista che estrae qualità inattese; lavoratore che dissoda la terra e aspetta.
Cambiando il nostro modo di percepire, l’energia nuova della Parola porta le considerazioni in una differente Dimensione.
Gli sconcerti non sono più guardati per risolverli, ma per capirne il senso.
Impariamo a intuire che i nostri disturbi, sofferenze e problemi spesso sono come dei vestiti - addirittura soprabiti volentieri non dismessi.
Buttati via questi stracci esterni, ecco intuire nelle stesse delusioni una Presenza venuta a trovarci.
Coscienza alternativa che vuole vivere e scorrere in noi.
Porterà un Dono che reca un’altra Relazione, per cacciar via la banalità e le sue mille schiavitù.
Essa nel tempo avrà la forza di depositarsi dentro.
E quando le ansie personali, i propositi condizionati, le attese conformiste, ci guideranno in un territorio dove tutte le cose entrano in un’altra partita, in tutt’altra realtà - quella Voce sempre più diverrà il concime e il sostrato della nostra capacità di corrispondere, di crescere e partire; per staccarci da idee comuni e trovare nuove posizioni.
Un nuovo regno, un’altra memoria fondante; inediti richiami, differenti speranze, convinzioni, fiducie.
Poco a poco ci si rende conto: è nel medesimo senso della drammatica vicenda del Figlio autentico che passa la nostra vita da salvati.
Così, invece di stare sempre con la testa all’indietro o solo in avanti, si comincia a percepire il profetico; e lo portiamo a consapevolezza.
Mentre i discepoli del “messia” glorioso continuano a essere diretti al vecchio «villaggio» - luogo della grettezza, incomprensione, perfino ostilità all’Appello di Dio - il Risorto va più Lontano.
Poi entra, ma non nel villaggio [il paesino comune, dei dogmi, dei modi anche patinati, o delle tradizioni, dei conformismi] perché già Presente. E in ogni caso non è Pastore che perde il gregge.
In filigrana cogliamo il ritmo del nostro culto: ingresso, omelia, liturgia eucaristica, coro finale, annuncio missionario... il cui senso essenziale è la proposta: ‘spezzare la vita’.
È la condivisione che rende percepibile l’essere di Gesù - nella Chiesa che si fa Alimento sapienziale e fraterno per la completezza di tutti.
«Questo il mio Corpo» significa «Questo sono Io».
Dio si esprime in un gesto, lo spezzare del Pane - non in un oggetto sacro.
Allude alla Comunità che valica le differenze e si riunisce per farsi Cibo condiviso in favore altrui.
Tale il Richiamo essenziale, davvero sacro.
Nessuna sterilizzazione preventiva: solo quella a tutto tondo è l’esperienza che rende percepibile la Presenza divina.
«Si rese invisibile» perché il Risorto ha una vita che non soggiace alla banale percezione dei sensi ordinari.
Però Viene nella Chiesa che gratuitamente si porge per la vita dei senza voce, dei lontani, dei diversi; non delle belle maniere, e delle pessime abitudini.
«Prendete e mangiate»: fate vostra la mia vicenda, la scelta della convivialità delle differenze e dei lati contrastanti. Che trasmettono dignità a qualsiasi Cammino.
La notizia è troppo bella: si rinuncia alla raccolta dell’orzo [fine prima decade di aprile: in Palestina era il tempo giusto per iniziare la mietitura] e si parte immediatamente per Annunciare.
Si mettono fra parentesi gli affari della terra, affinché non siano solo quelli ad andare per il verso giusto - facendosi banditori espliciti, assertori e sostentamento di chi cerca vita.
Spezzato: diversa Perfezione
Dopo le prime persecuzioni (64), la sanguinosa guerra civile a Roma (68-69) e la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70), i ribelli dell’impero tendevano a diminuire - insieme ai cristiani di seconda generazione, testimoni diretti dell’insegnamento Apostolico.
In tale realtà, del tutto nuova e insidiata dal pericolo della routine, dopo forse più d’una dozzina d’anni dalla caduta di Masada (73), Lc redige un Vangelo per ellenisti convertiti - ma educati all’ideale di uomo greco.
Il suo scopo era porre argine alle defezioni, incoraggiare nuovi fedeli, consentire ai culturalmente lontani un’esperienza viva del Signore.
Il Risorto ha una vita non più assoggettata ai sensi, perché piena. Ora è la comunità che lo manifesta presente [o - purtroppo - inutile e assente].
Condizionati da una falsa visuale inoculata da pessimi maestri e valori pagani, i discepoli provavano ancora sconcerto di fronte al fallimento.
Le aspettative della religione, delle filosofie, della vita nell’impero, li rendevano foschi e smarriti durante le prove di Fede.
Tutti attendevano l’uomo divino: dominatore, possidente, riverito, vendicatore, titolato e super-affermato. Capace di trascinare i suoi a medesima fortuna.
Lc ribalta la prospettiva banale, perché dentro ciascuno di noi esiste una saggezza innata, talora soffocata d’idee esterne, ma diversa.
Solo una differente intelligenza delle sacre Scritture che ancora risuonano colme di profezia critica, scalda il cuore e rende ciascuno riconoscibile in Cristo.
Sapienza che si abbina alla qualità di vita sperimentata in una fraternità poliedrica e pur indigente, ma che non abbandona nessuno.
Nella chiesa autentica, infatti, la sinergia delle differenze o dei lati differenti e in ombra configura una Nuova Alleanza; apre gli occhi a tutti, manifestando intensamente il Figlio.
E il Risorto non si appiccica agli ultimi arrivati in modo paternalistico (vv.28.31) ma chiama con fiducia a reinterpretarlo nell’amore, senza confini e ruoli identificati.
La sua Presenza in spirito e azioni consente a chiunque un calibro di vita coniata-spezzata senza previe condizioni di compiutezza.
Da qui il ritorno (v.33) e l’annuncio personale (v.35), invece d’indifferenza o fuga.
Il passo di Lc è una delle testimonianze più profonde della Pasqua di Gesù.
La tragedia della Croce spaventa ancora, così l’insuccesso.
Ma non incontriamo schiettamente il Signore come giustiziere, o nel fervore di una guerra santa “vittoriosa”.
Cristo non è un condottiero. Liberatore sì, ma non di un’idea o d’un solo popolo di prescelti.
Insomma, l’ordine nuovo sognato non sarà artificioso, procedurale, foraneo; né raggiunto con trionfo militare: Lo disconoscerebbe.
Incontriamo il Risorto fuori del sepolcro.
Cogliamo Gesù in un cammino, e nel senso autentico delle ‘scritture viventi’; nello spezzare il pane che illumina la coesistenza e il senso più ricco della vita ecclesiale.
Vediamo personalmente il Figlio innalzato, edificando la nuova comunità dei discepoli che non si perdono nella storia - anzi fioriscono a motivo dei rovesci.
Facendo sì che anche i fratelli possano incontrarsi con la Pasqua.
Nel loro iniziare incessante c’è una scoperta e qualcosa di speciale, anormale, irrompente; che getta continue fondamenta.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando hai fatto esperienza di un Gesù che si accosta delicatamente e prende il tuo passo? Per te la Croce è una catastrofe?
Quale versante della tua personalità coglie quella del Cristo eucaristico e in mezzo? Forse qualcosa di unilaterale, o palese?
Cosa ti distoglie dalla cecità della Vita presente?
Non crea una gerarchia: in mezzo e piagato, o fantasma
(Lc 24,35-48)
Non riconosciamo una persona da mani e piedi (v.39).
Il Risorto ha una vita che sfugge alla percezione dei sensi, tuttavia la Risurrezione non annulla la persona, bensì la dilata.
L’identità e l’essere che lo contraddistingue è di altra natura, ma il cuore è quello, caratterizzante. Amore sino in fondo: azione [mani] e cammino [piedi] senza risparmio, che la non-fede emargina, umilia, uccide.
Non si coglie Cristo fuori dall’esperienza di condivisione, testimonianza, Missione - punta del testo - che si estende fra tutti gli uomini.
Un’evangelizzazione a partire da araldi diretti e banditori entusiasti. Centrati nel nucleo dell’Annuncio, che smuove tutto e dà accesso (vv.35-).
Finalmente grazie all’intelligenza delle Scritture, che fa uscire da luoghi comuni e automatismi interpretativi vaghi.
Nell’ascolto specifico e nel perdono che ci rende partecipi; nell’impegno che rischia, cammina, e parla.
Il progetto umano del Creatore ha assunto una configurazione pedagogica nella Legge. È stato ripreso, attualizzato e purificato dai profeti, e cantato nei salmi (v.44).
Ma la Conversione proposta da Cristo non è un ritorno alla religiosità, ma «cambiamento [di testa] in remissione» (v.47).
Il mutamento di convinzioni e mentalità è «per il perdono dei peccati»: ossia in superamento del senso d’inadeguatezza predicato dal centro religioso manipolatorio.
Le sue direzioni formali e vuote impediscono a donne e uomini di corrispondere alle proprie radici, al carattere, alla vocazione - alla gioia, alla pienezza di realizzazione personale, al Desiderio grande che pulsa dentro ciascuno.
In Gesù la storia della salvezza assume e riscatta la globalità dell’umano: essa diventa luogo privilegiato del vero suggello dell’Alleanza eterna tra il Padre e i figli. Solo in Lui la nostra vita va per il verso giusto.
Tale consapevolezza costituiva il nucleo di tutti i primi segni liturgici, i quali in parole e gesti esprimevano l’attitudine alla gratuità e accoglienza che animavano il credere.
In tal guisa, anche l’incontrare poliedrico; e il rischio della missione di Pace-Shalôm (v.36): Presenza del Messia stesso, attualizzato nello Spirito.
La Pasqua del Signore dava senso al passato del popolo ed era fondamento della libertà nell’amore, nella coesistenza - per l’opera personale ed ecclesiale.
Principio di nuove configurazioni. “Fatto” per eccellenza [in questo senso Lc ai vv.41-43 insiste sulla realtà della risurrezione].
Ecco l’inizio, fonte e culmine della storia autentica - nella stessa figura dell’Eucaristia come Mensa del «Pesce» [sigla acrostico, in greco, della condizione divina del Figlio dell’uomo].
Insomma, siamo testimoni oculari, non creduloni o vittime di allucinazioni collettive.
Nel Risorto non vediamo convergere proiezioni di angosce e frustrazioni; non lo cerchiamo per una compensazione.
Nei primi anni dopo la morte del Maestro, alcuni discepoli si difendevano effettivamente dagli scettici narrando di apparizioni.
La più convincente e genuina Manifestazione del Vivente era in realtà la saggezza e la qualità di vita espresse dalle prime comunità.
Coloro che «vedono e toccano» sono quei discepoli che si coinvolgono fino a far coincidere finalmente i loro moti dell’anima, i loro esodi verso le periferie, e i loro gesti appassionati, con le stesse piaghe d’amore del Maestro: «Palpatemi e vedete» (v.39).
Ciò additando un evento e vicenda di ammirabile luce per tutti, che si fa storia estesa, da fratello a fratello.
Testimonianza di peso, del divino (v.48) - nel Sì dell’essere, anche intaccato o distrutto dall’arcaica società sacrale dell’esterno.
Nei primi tempi i credenti - qua e là - ce la facevano grazie all’aiuto di fraternità nelle quali la Persona del Messia autentico si manifestava persuasivo, perché «in mezzo» (v.36).
Non “sopra” o “davanti” - né con un’etica e i dogmi.
Quindi nelle assemblee non avrebbe mai dovuto esistere nessun piazzato (a vita) che pretendesse di rappresentarLo e avesse titolo e posto di spicco, mentre altri destinati alle retrovie o sottoposti (altrettanto fissi).
Tutti avrebbero dovuto essere equidistanti da Dio: nessun privilegiato, nessun installato.
Nessuno che guidasse le fila - o più vicino al Signore, mentre altri lontani.
Il Signore si svelava Vivente nella convivialità - Parola chiave, apice della Bibbia intera.
Condivisione anche nel sommario, che trovava le vie dell’intimità e confidenza sensibile, personale: «Essi gli porsero una porzione» (v.42).
La prospettiva concreta e globale della Croce fonte di Vita era una trasmutazione del senso di “gloria” altezzosa e distante.
Talenti naturali o meno, chi rappresentava il Risorto era sempre a portata di mano: nessun eletto - zero gli spediti nelle retrovie.
Anche i primi compiti comunitari riflettevano il carattere d’un Gesù condivisibile, spontaneo, accessibile da chiunque - al centro e in posizione di reciprocità.
Nessun integro-nato, predestinato, al vertice.
Per questo motivo l’Annuncio doveva iniziare dalla Città Santa (v.47), configurata al vitalizio contrario - compromessa, inerte, omertosa; piramidale, cooptata, e assassina dei profeti.
Quello della Città Eterna... restava il primo dei ‘popoli pagani’ [v.47 testo greco] da evangelizzare!
Solo una forte identità di Fede stringente, di Speranza d’Altrove e Comunione reale poteva convertirla dal peccato e costituire un codice per la comprensione delle Scritture.
E non rendere Cristo un fantasma (v.37).
Nelle comunità dei primi tempi l’ascolto del mondo interiore personale e comune era particolarmente accentuato, perché il senso di marcia proposto dal Maestro sembrava tutto contromano.
Malgrado il caos delle sicurezze esterne, la traversata dal timore alla Libertà proveniva da una percezione tollerante - a partire da nuclei di esperienza viscerali.
Proprio le strettoie accentuavano il cambiamento, l’interiorizzazione, e strappavano i discepoli dall’abitudine ad allestire armonie conformiste.
Ci si affidava allora più volentieri ai tracciati dell’anima. Incontrando così la propria natura profonda - nuovo asse della vita, a partire dalle radici.
La ricerca di una bussola inedita per i propri percorsi, la perdita dei riferimenti prevedibili, e il disagio sociale, mettevano in contatto con se stessi e gli altri, in modo autentico.
Sentire l’ansia, il malessere, e le piaghe, lasciava conoscere la propria Chiamata - sebbene il modo esterno in cui si vedeva e affrontava l’esistenza normale o spirituale, faceva per loro.
Dovendosi spostare dalle abitudini, non ci si sottraeva più alla rivelazione preziosissima: dell’intimità primordiale e umanizzante depositata nella comunione fraterna della nuova Via crocifissa.
Educati dal paradosso delle strettezze, gl’incerti apostoli diventavano passo dopo passo i cercatori di una traccia, di una rotta più pertinente; i pellegrini di codici inattesi.
«Testimoni» (v.48): padri e madri di un’umanità nuova.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come sperimenti l’identità del Crocifisso Risorto? E la sua Gloria? Di cosa arde il tuo cuore, e Chi irraggi?
Sei uno che si mette alla testa del gruppo? Oppure “con Gesù in mezzo” concorri alla felicità di tutti?
I Vangeli non descrivono la cronaca della Risurrezione di Cristo, ma l’esperienza del Risorto nella chiesa delle origini.
Tutti gli evangelisti accennano al fatto che l’adempimento di legge e di massa (sabato) ritarda sia la comprensione irripetibile che la consapevolezza della forza della Vita sprigionatesi dalla Persona, dalla Parola, da tutta la vicenda e dalla proposta di Gesù.
Mc e in specie Mt ribadiscono l’appuntamento della «Galilea»: territorio teologico ed esistenziale contrapposto alla Giudea osservante.
Oggi parleremmo forse di “spirito delle origini” - esperienza primigenia del Signore - o di “quotidianità sommaria”; ovvero di assemblea «in uscita»...
Esodo verso periferie frammiste, distinte da un Centro identificato ma inerte e senza immaginazione, predisposto al solo giudizio [che non rispetta ciò che appartiene profondamente alla donna e all’uomo di ogni tempo].
Mt specifica che si tratta dell’evento de «il Monte»: sperimentiamo il Vivente nell’incarnare le Beatitudini, lo Spirito dell’Amore dimesso ma vitale.
Rovesciamento che talora butta all’aria gli idoli per costringerci all’incontro, nella dignità della propria impronta - portata dentro l’unicità, nello spirito di famiglia, per l’eternità.
Lc raccomanda di non cercare l’Amico (la nostra partenza, guida, brio e sapere silenzioso) fra «morti» che ingombrano.
Ai discepoli di Emmaus si rivela in una capacità d’interpretazione ribaltata degli eventi ingloriosi, e in una intesa ardente delle Scritture.
In specie si manifesta nello ‘spezzare la vita’: nella reciprocità di chi riceve e si fa alimento, senza inibire il carattere e le scelte eccezionali.
Gv insiste sul dover voltare lo sguardo piantato sulla tomba. Nella fossa d’un sepolcro non c’è nulla, se non una Nascita.
Il quarto Vangelo dona il criterio essenziale per riconoscere la manifestazione di Gesù vivo: la sua Pace.
Non il tipo della Pax Romana [l’impero era in pace] bensì Shalôm-pienezza. Oggi diremmo: Gioia completa; realizzazione totale, poliedrica.
Codice per la comprensione dei Vangeli è la fioritura e la Felicità delle persone così come sono.
Criterio assoluto - vera età dell’oro.
Quindi il Mandato missionario che il Signore ci lancia non proclama una dottrina diversa, da “altre”.
È l’invito a essere in Lui se stessi pienamente, e così poter incarnare la medesima Tenerezza del Padre - vasta, difforme, inclusiva.
Cosa è cambiato per noi con la Risurrezione? Ci sono prove che vive? Perché non appare? Quali sarebbero i segni? E i grandi benefici?
O. Wilde affermava: «Quando gli dèi vogliono punirci, esaudiscono le nostre preghiere».
Di questo genere di richieste, dobbiamo sbarazzarci.
Le orazioni arenate da aspettative o propositi comuni sono a volte come le «donne» dei Vangeli della mattina di Pasqua.
Ancora piantate su lamenti funebri, esse cercano Vita in posti sbagliati: luoghi infecondi, perché legati a idee accette [di passato o conformiste] e cadaveri.
C’è un diverso binario caratterizzante, per ciascuno, che trascina da dentro, e crescente; per una vetta decisiva, non esterna.
Vittoria della vita significa: smettere di legarsi a idolatrie inattive, calzanti però di ripiego.
Facciamo volare l’Appello innato dell’essenza che ancora non vediamo ma che pulsa ardente, inestinguibile.
Non sarà l’obbiettivo convenzionale, condizionato, conforme, a tono e “come si conviene” ma unilaterale, scadente - a darci Letizia.
Esso cattura l’energia inedita, «per nome». Che vuole germogliare dai lati oscuri e opposti.
Nascita e morte sono esperienze di molte volte: perché? Per ininterrotte “Genesi”, e altre possibilità.
A motivo d’una sana crescita verso la realizzazione umanizzante, nella generosità e nell’attitudine battesimale, bisogna librare l’anima incagliata.
La nostra inusualità si sente sperduta nei circoli viziosi delle aspettative normali.
E ciò che avevamo immaginato inesorabilmente uguale, quindi vano e stagnante - infanga lo stupore delle sorprese che travalicano attese e intenzioni.
Eliminando i propositi convenzionali e altrui in favore di Sogni personali che esagerano, conosceremo l’atipicità di Dio che balza fra le macerie e dal caos degli schemi.
I missionari lo sanno: non è dalla Giudea che viene la certezza, ma dalla Galilea ossia dall’incertezza. La loro sicurezza è nell’insicurezza.
È il buio che fa rinascere.
Deponendo ciò che prima interpretavamo con senso di permanenza, sbalordiremo di Tesori che si celano dietro i lati malfermi.
E della Vita indipendente che scatta, fra segni di morte.
Forse non pochi restano ancora sorpresi dalla «tomba vuota»: ossia un Gesù Risorto solo ‘personale’, vissuto nell’amore, nel gratis normale, nel dono di sé che vince la morte. Ma senza ‘mausoleo’ alcuno.
Discepolo amato e Pietro
Per non affievolire l’Incontro personale
(Gv 20,2-8)
«Ora, correvano i due insieme, e l’altro discepolo corse avanti più presto di Pietro e venne per primo al sepolcro, e chinatosi vede i panni di lino ravvolti a parte; tuttavia non entrò» (Gv 20,4-5).
Nel quarto Vangelo, il discepolo amato è figura individuale ed ecclesiale: di ciascuno di noi, ai piedi della Croce insieme alla Madre - Israele credente, sensibile e fedele.
In aggiunta, lo stesso discepolo amato è icona più ampia, collettiva: della nuova comunità che nasce attorno a Gesù.
Sorge appunto la Chiesa; non sulla base d’una successione prevista, bensì per adesione piena e spontanea, impredicibile.
A fine primo secolo il Vangelo di Gv acquista la quarta-quinta e definitiva stesura, in un clima di conflitto crescente tra l’istituzione antica [ridotta ormai a sinagoga, senza Tempio] e la nuova, adorante assemblea dei figli.
Altre tensioni sorgono tra scuola giovannea - francamente profetica - e quella apostolica, che definiremmo da carisma petrino, ossia di governo. Realtà più diplomatica, e attenuata negli spunti [con attriti evidenti in tutta la redazione di Gv, nonché nel testo che stiamo commentando].
Nell’Asia Minore gli amici del Signore, ellenisti meno legati alle consuetudini, intendevano contrapporsi all’atteggiamento incerto e compromissorio dei giudaizzanti.
Buona parte dei fedeli delle chiese giovannee pensavano di abbandonare sinagoga e Primo Testamento, che li attardavano.
In alternativa, essi desideravano abbracciare esclusivamente il Nuovo, mediante la Fede personale nel Cristo vivo, senza incertezze.
Il quarto Vangelo tenta di riequilibrare le posizioni estremiste.
“Figlio” e Madre - ossia il popolo del Patto antico [in ebraico «Israèl» è di genere femminile] - devono rimanere uniti (Gv 19,26-27).
Insomma, Fede e opere di legge vanno di pari passo.
La Fede è una relazione progressiva che si accende in una ricerca colma di tensione e passione [«correre»].
Essa trasmette percezioni progressive, le quali fanno accedere a un mondo nuovo [«entrare»], dove vediamo cose che non sappiamo.
Era già stata questa in parte la reazione costernata della Maddalena, che in Gv accorre sola alla tomba - non accompagnata da altre “donne” come narrano i sinottici.
Uno sgomento che però spinge all’Annuncio: il sepolcro (la condizione dello Sheôl, anfratto di tenebre) non era più nell’assetto in cui era stato lasciato dopo la sepoltura del Cristo.
E appunto, quel lenzuolo «ravvolto [con cura] a parte» dice che non avrà mai bisogno di alcun sudario. La morte non ha più potere su di Lui.
Così, sebbene il giovane sia più veloce del veterano e arrivi primo ad avvistare i segni della verità e del mondo nuovo, cede il passo.
Al pari d’un profeta che coglie tutto anzitempo, il discepolo schietto e la comunità genuina aspettano che anche gli attardati giungano alla medesima esperienza, all’identico acume delle cose; al credere nel misterioso processo che porta guadagno nella perdita e vita dalla morte.
L’occhio dell’innamorato percepisce immediatamente; ha lo sguardo intimo e acuto che afferra e fa propria la Novità del Risorto.
Prima dei semplici ammiratori, che attendono risultati e prevedono i favori prima di coinvolgersi, subito il fratello empatico e verace coglie Vita fra segni di morte.
Come se per relazione di Fede che ci anima, nell’attenzione degli accadimenti, fossimo già introdotti in una realtà che comunica sensi nuovi. E il distinguere-udire del cuore.
Un Ascolto che fa acuto l’occhio - proiettando l’Annuncio.
Sorge in tal guisa un nuovo Popolo, che “vede dentro”, che avverte l’Infinito affacciarsi nella finitezza, e vita completa che si svela nella fragilità dell’evento (persino oscuro).
Dice il Tao Tê Ching [LII]: «Chi accresce le sue imprese, per tutta la vita non ha scampo. Illuminazione è vedere il piccolo; forza è attenersi alla mollezza».
Commenta il maestro Ho-shang Kung: «Solo la chiara comprensione delle piccole cose appare come illuminazione. Chi si attiene alla debolezza, ogni dì diviene grande e forte».
Così il maestro Wang Pi: «L’opera meritoria di chi governa non sta nelle grandi cose: vedere le grandi cose non è illuminazione; è illuminazione vedere le piccole cose. Attenersi alla forza non è forza».
Per il transatlantico della Chiesa istituzionale e di governo, il motoscafo dell’appassionato è imprendibile; nella migliore delle ipotesi, lo tallona. O almeno, non dovrebbe perderlo di vista.
Nella sua sensibilità, il Discepolo Amato - sgorgato dal Cuore del Trafitto e che porta in vetta anche la Tradizione - avverte il Signore vivente ben prima di quello commemorato.
Ne viene rapito, e nella sua esperienza si accorge all’istante della potenza della Vita su qualsiasi legaccio.
Condizione divina, illuminante, dispiegata nella storia.
Ma bisognerà esercitare molta pazienza, affinché tra mille lungaggini e retromarce che rendono i figli stagnanti, almeno qua e là non svaporiamo il carisma dei battistrada e l’Incontro personale.
Coloro che giocano d’anticipo e fanno scattare il coinvolgimento del cuore a un livello nuovo, tracciano presente e futuro per l’intero settore dei responsabili che - incerti o ben volentieri - ancora si attardano.
Preghiera-evento, per lo stupore
L’incontro con il Signore ha una sua essenziale radicalità. È proprio l’evento pasquale a rivelare e comunicare la novità assoluta della vicenda dei figli di Dio.
È la nascita di una vita nuova che consente di liberare gli eventi da ogni limite. Gesù li assume tutti.
Detta assolutezza è in grado di portare a fioritura ogni vicissitudine e condizione, trasformando tutti gli oranti in santuari di novità assoluta.
Una potenza che respinge il tormento della vulnerabilità, anzi trasforma la precarietà in risorsa (qualità di progresso etico).
Per un’esperienza di pienezza di essere non basta lo sforzo virtuoso e singolare dello strazio solitario e titanico di chi pur intende liberarsi coi suoi muscoli dalle infrazioni.
La religiosità non ci costituisce.
L’autentica Potenza è solo accolta - nello Spirito, che fa risorgere la vita dalle polveri e dall’offuscamento.
Illusorio eliminare ogni limite personale e condizionamento: saremmo fuori della verità dell’Evento Pasqua.
Dono, non apparenza d’ipocrisia impossibile, fuori scala.
Tale la dimensione del “Diverso” pasquale fra religiosità e Fede,
S’inizia ad accogliere sul serio il Progetto divino e Dio stesso anche negli altri, proprio quando cominciamo ad avere pazienza con le nostre vicende equivoche, mediocri di tanta insufficienza.
Ad es. evitando accelerazioni, o riconoscendo la fecondità dei propri confini - comprese le pigrizie da redimere, o qualsiasi genere di scuse accampate per non smuoversi; ma a tempo opportuno.
Quello dell’Amore è un Cammino.
In tal guisa, dopo il variegato percorso, come nei Vangeli del mattino e del giorno di Pasqua, iniziamo a scorgere Vita anche fra segni di morte!
E lo sguardo fissato sulla tomba si volge al Risorto, Vivente che ci ravviva di altri processi, inattesi.
Accettare se stessi e la propria storia è una tappa fondamentale dell’itinerario credente: nuova Alleanza.
Artificioso è avere comprensione dei fratelli se si è severi e non ci si tollera - neppure nei modi.
In ottica di Fede, proprio le nostre stramberie [e le più strampalate] sono interessanti vicende da comprendere. Anche quelle che ci hanno mandato in crisi e svergognato.
Nell’intimo parlano della nostra essenza e aprono orizzonti missionari, culturali, affettivi, inconsueti, da stupore.
I traguardi raggiunti possono volatilizzare, i successi dintorno sono spesso effimeri. Ciò che non passa è il rapporto profondo con il proprio ‘io’.
Saper stare con se stessi significa stimarsi senza calcolo, quindi non tormentarsi - e di rimando non assillare i malcapitati attorno.
Nello sconforto per l’Amore tradito… forse l’aspetto più rilevante dell’uomo devoto che cerca la Perfezione è paradossalmente quello verso il proprio sé.
La soluzione gliela porge il credente nella Fede, affettivamente integrato perché nella Preghiera profonda ha capito che una vita da salvati non è identificabile con la fortuna, l’aspetto, le prestazioni.
È realtà assai più sorgiva e incondizionata.
Ed è fioritura che si presenta, ora, stupefacente; non richiede una lotta contro se stessi, per andare in scena.
Anzi, si sposa con la consapevolezza crescente che è bene iniziare ad avere cura proprio delle «ombre».
Zone grigie magari accentuate dal senso di colpa - inculcato e sottolineato dalle nostre inevitabili negligenze ai ruoli, ai manierismi, alla “regola”.
Attenzione al filtro delle aspettative esterne: soprattutto quelle considerate spirituali rischiano di essere illusorie.
E nella pastorale del consenso [io ti dò quello che tu vuoi] totalmente conformiste.
I veleni delle critiche o autocritiche vanno spazzati via, ma non con lacerazione.
È opportuno intraprendere il sapiente cammino che amplifichi l’orizzonte e metta le attese dei nostri occhiali immaginari prima sullo sfondo, poi alle spalle.
Lasciati scorrere, poi forse avranno un ruolo.
Non bisogna farsi incartare su considerazioni frammentarie o mète schematiche. Così scontentando l’anima personale col paragone di ciò che si ha in mente, rendendo protagonista l’insufficienza ai modelli!
Basta un poco di esperienza per fare memoria di quante sicurezze di cui eravamo un tempo convinti, sono svanite, evaporate d’improvviso.
E malgrado ciò, restiamo magari ancora esteriormente pieni di certezze e finte perizie; talora con le persone sembriamo come un fiume in piena, su questo.
Allora non siamo più noi stessi in campo con le nostre attitudini, ma il nostro personaggio ufficiale, o il sogno altrui.
E non vediamo bene proprio ciò di cui effettivamente abbiamo bisogno, che la vita reale porge spontaneamente - più forte di noi.
Nell’intimo cogliamo la Presenza come d’un ‘sapere innato’, una Sapienza originaria che è traccia della firma di Dio nella nostra anima - che ogni tanto sbotta.
Presenza che non vuol farsi sommergere da idee indotte; quelle che fanno naufragare il carattere personale e il suo destino.
Questo Amico invisibile ci suggerisce, e guida assai meglio di una falsariga indefettibile.
Perché conduce la partita vera in sinergia con la nostra inclinazione e Chiamata profonda, che è traccia della Creazione.
Se non ascoltiamo la Voce di questo navigatore che sa dove andare è perché ci siamo lasciati identificare con mansioni, vesti, uffici, cariche, posizioni, livelli, titoli, stili, ideologie o modelli mentali che portano via dall’Essenza - così come dal tipo di cambiamento che ci appartiene.
Ma sebbene pieni di progetti e sogni nel cassetto, l'anima sceglie per noi.
Ogni tanto le Radici spaccano l’asfalto e vengono su inaspettatamente.
Si palesano come quelle dei pini; sono ramificate presenze orizzontali, appena sotto lo strato di terra che le copre.
Per arricchire l’Amore pasquale, il grande lavoro non è quello di sembrare a tutti i costi “migliori”, bensì di avere cura di quanto emerge come straniamento dallo standard delle “disposizioni” identificate.
E su di esso rinascere. Anche d’improvviso; non è frutto di propositi, intenzioni e prestazione!
Rigenerarsi... è quando scatta qualcosa di non ordinario: anche un bel No alle gabbie (entro le quali idoli e fissazioni rimbalzano).
Quindi ci si potrebbe anche concedere ogni tanto una mente duale o addirittura distratta, onde superare il modello di perfezione assodato.
Distacco non conforme, né configurato; collocandosi in condizione di accogliere il regalo della realtà.
E concedersi il diritto di vagare, o d’inseguire la propria Immagine-Visione dove si annida una Chiamata.
Tintinnio di vocazione eccentrica, apparentemente assurda - e che non sa stare al mondo.
È importante tollerarsi - non è un lusso - per non avere una vita sempre uguale, anzi riconoscendo di possedere capacità sottostanti.
Lasciarsi salvare senza pretendere di redimersi col proprio genio e muscoli significa accogliere quanto accade.
E lasciare che sia la vita, l’istinto personale nello Spirito, a condurci; con una percezione più consapevole, con uno sguardo nel ‘presente’.
Amare Dio è imparare a corrispondersi nell’intimo, a ciò che dentro di noi arriva, anche nel sommario - perfino come fastidio.
È un degno Ospite energetico, sebbene difforme: per una Annunciazione. Pasqua quotidiana.
Segno che la nostra anima non vuole porre in oblio le sue risorse celate.
Non dimentichiamo: allorché la nostra natura profonda si è sentita insoddisfatta [o addirittura ci ha voluto ridicolizzare] è perché intendeva esprimere dei saperi reconditi forti.
Modi di essere o qualcosa che alla nostra “identità” non quadra - e francamente (spontaneamente) non va bene.
Spesso il fallimento materiale è dietro l’angolo proprio perché siamo già identificati nel “personaggio” e ci distraiamo dagli accadimenti, trascurandone la portata.
Sentiamo però che una situazione prefissata allontana da noi stessi,
La «maniera» anche glamour spegne la vampa e il brio del Fuoco sacro, inestinguibile, che arde in cuore.
Nessuno può farlo impallidire. Neppure una ponderata scelta di accomodamento, entro la quale ci siamo costretti e seduti.
In fondo sappiamo che la felicità non è il passato o la moda, né può essere posticipata.
Tantomeno ridotta alla stregua d’un viaggio su un mezzo in salita a tappe prefissate, che termina al previsto capolinea - il quale poi si rivela anonimo e ancora incerto, persino desertico.
Le cose che non piacciono e fanno provare fastidio all’anima recano una grande saggezza all’Amore e alla Vita.
Non sono un problema, bensì segnali che se presi sul serio portano con sé la soluzione delle grandi e vere incognite, delle lacerazioni rilevanti dell’esistere personale, della relazione con sorelle e fratelli, del mondo che ci circonda.
Come interiorizzare in modo saggio le nostre emozioni e gli eventi?
Se qualche volta ci siamo giudicati e continuiamo a riattualizzare l’episodio con senso d’indegnità, la vicenda si trascina e devasta. E quando ci si sente in colpa o compressi non si può amare.
Riempire di pesi, lamenti, aspettative indotte o calcolate, la luminosità riposta della Coscienza, diventa un veleno che non solo non rende onore al Signore che vuole germogliare e incarnarsi ancora, dentro. Svigorisce e appesta l’esistenza di tutti i cuori a nostro fianco.
Ne smorzeremmo anche il sistema mentale, insieme al nostro. E tutti i risvolti e le attività che rinneghiamo si trasformeranno in zavorre: paure che bloccano i nuovi percorsi, ogni reale sintonia con Dio e il prossimo.
Per una sana crescita nella generosità e nell’attitudine pasquale, bisogna liberare e integrare la potenza stagnante; sperduta nei circoli viziosi dell’insoddisfazione di ciò che “vogliamo”. Comunque, stupendo delle Sorprese sulle intenzioni.
Oscar Wilde affermava: «quando gli Dei vogliono punirci, esaudiscono le nostre preghiere».
Pasqua significa: niente rimorsi! Smettere di tormentarsi dicendosi che siamo sbagliati.
Allora coltiviamo le passioni, inseguiamo l’Icona che ci caratterizza, facciamo volare il Richiamo senza progetto di sé.
E lo vediamo Presente - sognando, ma ad occhi aperti.
Non è l’obbiettivo che ci dona la gioia dell’esperienza di pienezza di essere.
Non spacciamo l’identità che non ci appartiene, o un’affettività di contrabbando, con quanto suggerisce Gesù.
Egli viene non a imputarci d’inesorabile fallimento perfino nei dettagli - come nelle religioni arcaiche - ma a farci crescere e valorizzare in tutto.
La scelta discriminante è tra una illusione di vittoria sulla morte, che poi disgrega, o la Pasqua smagliante nella Fede, che recupera l’essere e ci costituisce.
Ritrovandoci, raggiungendo noi stessi puntualmente.
Dalla debolezza alla vita completa, eliminando i propositi artificiosi.
E allorché ci cogliessimo scrutati dagli uomini - forse da noi stessi - conosceremo di essere redenti da dentro.
Contemplati da Dio, nella realtà che scorge Vita anche dietro lati oscuri, e fra segni di morte.
Forse non pochi restano ancora sorpresi dalla «tomba vuota»: ossia un Gesù Risorto solo ‘personale’, vissuto nell’amore, nel gratis normale, nel dono di sé che vince la morte. Ma senza ‘mausoleo’ alcuno.
Cari fratelli e sorelle!
Dai tempi più antichi la liturgia del giorno di Pasqua comincia con le parole: Resurrexi et adhuc tecum sum – sono risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano. La liturgia vi vede la prima parola del Figlio rivolta al Padre dopo la risurrezione, dopo il ritorno dalla notte della morte nel mondo dei viventi. La mano del Padre lo ha sorretto anche in questa notte, e così Egli ha potuto rialzarsi, risorgere.
La parola è tratta dal Salmo 138 e lì ha inizialmente un significato diverso. Questo Salmo è un canto di meraviglia per l’onnipotenza e l’onnipresenza di Dio, un canto di fiducia in quel Dio che non ci lascia mai cadere dalle sue mani. E le sue mani sono mani buone. L’orante immagina un viaggio attraverso tutte le dimensioni dell’universo – che cosa gli accadrà? “Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra…», nemmeno le tenebre per te sono oscure … per te le tenebre sono come luce” (Sal 138 [139],8-12).
Nel giorno di Pasqua la Chiesa ci dice: Gesù Cristo ha compiuto per noi questo viaggio attraverso le dimensioni dell’universo. Nella Lettera agli Efesini leggiamo che Egli è disceso nelle regioni più basse della terra e che Colui che è disceso è il medesimo che è anche asceso al di sopra di tutti i cieli per riempire l’universo (cfr 4,9s). Così la visione del Salmo è diventata realtà. Nell’oscurità impenetrabile della morte Egli è entrato come luce – la notte divenne luminosa come il giorno, e le tenebre divennero luce. Perciò la Chiesa giustamente può considerare la parola di ringraziamento e di fiducia come parola del Risorto rivolta al Padre: “Sì, ho fatto il viaggio fin nelle profondità estreme della terra, nell’abisso della morte e ho portato la luce; e ora sono risorto e sono per sempre afferrato dalle tue mani”. Ma questa parola del Risorto al Padre è diventata anche una parola che il Signore rivolge a noi: “Sono risorto e ora sono sempre con te”, dice a ciascuno di noi. La mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce.
Questa parola del Salmo, letta come colloquio del Risorto con noi, è allo stesso tempo una spiegazione di ciò che succede nel Battesimo. Il Battesimo, infatti, è più di un lavacro, di una purificazione. È più dell’assunzione in una comunità. È una nuova nascita. Un nuovo inizio della vita. Il passo della Lettera ai Romani, che abbiamo appena ascoltato, dice con parole misteriose che nel Battesimo siamo stati “innestati” nella somiglianza con la morte di Cristo. Nel Battesimo ci doniamo a Cristo – Egli ci assume in sé, affinché poi non viviamo più per noi stessi, ma grazie a Lui, con Lui e in Lui; affinché viviamo con Lui e così per gli altri. Nel Battesimo abbandoniamo noi stessi, deponiamo la nostra vita nelle sue mani, così da poter dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Se in questo modo ci doniamo, accettando una specie di morte del nostro io, allora ciò significa anche che il confine tra morte e vita diventa permeabile. Al di qua come al di là della morte siamo con Cristo e per questo, da quel momento in avanti, la morte non è più un vero confine. Paolo ce lo dice in modo molto chiaro nella sua Lettera ai Filippesi: “Per me il vivere è Cristo. Se posso essere presso di Lui (cioè se muoio) è un guadagno. Ma se rimango in questa vita, posso ancora portare frutto. Così sono messo alle strette tra queste due cose: essere sciolto – cioè essere giustiziato – ed essere con Cristo, sarebbe assai meglio; ma rimanere in questa vita è più necessario per voi” (cfr 1,21ss). Di qua e di là del confine della morte egli è con Cristo – non esiste più una vera differenza. Sì, è vero: “Alle spalle e di fronte tu mi circondi. Sempre sono nelle tue mani”. Ai Romani Paolo ha scritto: “Nessuno … vive per se stesso e nessuno muore per se stesso … sia che viviamo, sia che moriamo, siamo … del Signore” (Rm 14,7s).
Cari battezzandi, è questa la novità del Battesimo: la nostra vita appartiene a Cristo, non più a noi stessi. Ma proprio per questo non siamo soli neppure nella morte, ma siamo con Lui che vive sempre. Nel Battesimo, insieme con Cristo, abbiamo già fatto il viaggio cosmico fin nelle profondità della morte. Accompagnati da Lui, anzi, accolti da Lui nel suo amore, siamo liberi dalla paura. Egli ci avvolge e ci porta, ovunque andiamo – Egli che è la Vita stessa.
Ritorniamo ancora alla notte del Sabato Santo. Nel Credo professiamo circa il cammino di Cristo: “Discese agli inferi”. Che cosa accadde allora? Poiché non conosciamo il mondo della morte, possiamo figurarci questo processo del superamento della morte solo mediante immagini che rimangono sempre poco adatte. Con tutta la loro insufficienza, tuttavia, esse ci aiutano a capire qualcosa del mistero. La liturgia applica alla discesa di Gesù nella notte della morte la parola del Salmo 23 [24]: “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche!” La porta della morte è chiusa, nessuno può tornare indietro da lì. Non c’è una chiave per questa porta ferrea. Cristo, però, ne possiede la chiave. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili. Esse ora non sono più invalicabili. La sua Croce, la radicalità del suo amore è la chiave che apre questa porta. L’amore di Colui che, essendo Dio, si è fatto uomo per poter morire – questo amore ha la forza per aprire la porta. Questo amore è più forte della morte. Le icone pasquali della Chiesa orientale mostrano come Cristo entra nel mondo dei morti. Il suo vestito è luce, perché Dio è luce. “La notte è chiara come il giorno, le tenebre sono come luce” (cfr Sal 138 [139],12). Gesù che entra nel mondo dei morti porta le stimmate: le sue ferite, i suoi patimenti sono diventati potenza, sono amore che vince la morte. Egli incontra Adamo e tutti gli uomini che aspettano nella notte della morte. Alla loro vista si crede addirittura di udire la preghiera di Giona: “Dal profondo degli inferi ho gridato, e tu hai ascoltato la mia voce” (Gio 2,3). Il Figlio di Dio nell’incarnazione si è fatto una cosa sola con l’essere umano – con Adamo. Ma solo in quel momento, in cui compie l’atto estremo dell’amore discendendo nella notte della morte, Egli porta a compimento il cammino dell’incarnazione. Mediante il suo morire Egli prende per mano Adamo, tutti gli uomini in attesa e li porta alla luce.
Ora, tuttavia, si può domandare: Ma che cosa significa questa immagine? Quale novità è lì realmente accaduta per mezzo di Cristo? L’anima dell’uomo, appunto, è di per sé immortale fin dalla creazione – che cosa di nuovo ha portato Cristo? Sì, l’anima è immortale, perché l’uomo in modo singolare sta nella memoria e nell’amore di Dio, anche dopo la sua caduta. Ma la sua forza non basta per elevarsi verso Dio. Non abbiamo ali che potrebbero portarci fino a tale altezza. E tuttavia, nient’altro può appagare l’uomo eternamente, se non l’essere con Dio. Un’eternità senza questa unione con Dio sarebbe una condanna. L’uomo non riesce a giungere in alto, ma anela verso l’alto: “Dal profondo grido a te…” Solo il Cristo risorto può portarci su fino all’unione con Dio, fin dove le nostre forze non possono arrivare. Egli prende davvero la pecora smarrita sulle sue spalle e la porta a casa. Aggrappati al suo Corpo noi viviamo, e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di Dio. E solo così è vinta la morte, siamo liberi e la nostra vita è speranza.
È questo il giubilo della Veglia Pasquale: noi siamo liberi. Mediante la risurrezione di Gesù l’amore si è rivelato più forte della morte, più forte del male. L’amore Lo ha fatto discendere ed è al contempo la forza nella quale Egli ascende. La forza per mezzo della quale ci porta con sé. Uniti col suo amore, portati sulle ali dell’amore, come persone che amano scendiamo insieme con Lui nelle tenebre del mondo, sapendo che proprio così saliamo anche con Lui. Preghiamo quindi in questa notte: Signore, dimostra anche oggi che l’amore è più forte dell’odio. Che è più forte della morte. Discendi anche nelle notti e negli inferi di questo nostro tempo moderno e prendi per mano coloro che aspettano. Portali alla luce! Sii anche nelle mie notti oscure con me e conducimi fuori! Aiutami, aiutaci a scendere con te nel buio di coloro che sono in attesa, che gridano dal profondo verso di te! Aiutaci a portarvi la tua luce! Aiutaci ad arrivare al “sì” dell’amore, che ci fa discendere e proprio così salire insieme con te! Amen.
[Papa Benedetto, omelia alla Veglia di Pasqua 7 aprile 2007]
The locality of Emmaus has not been identified with certainty. There are various hypotheses and this one is not without an evocativeness of its own for it allows us to think that Emmaus actually represents every place: the road that leads there is the road every Christian, every person, takes. The Risen Jesus makes himself our travelling companion as we go on our way, to rekindle the warmth of faith and hope in our hearts and to break the bread of eternal life (Pope Benedict)
La località di Emmaus non è stata identificata con certezza. Vi sono diverse ipotesi, e questo non è privo di una sua suggestione, perché ci lascia pensare che Emmaus rappresenti in realtà ogni luogo: la strada che vi conduce è il cammino di ogni cristiano, anzi, di ogni uomo. Sulle nostre strade Gesù risorto si fa compagno di viaggio, per riaccendere nei nostri cuori il calore della fede e della speranza e spezzare il pane della vita eterna (Papa Benedetto)
Romano Guardini wrote that the Lord “is always close, being at the root of our being. Yet we must experience our relationship with God between the poles of distance and closeness. By closeness we are strengthened, by distance we are put to the test” (Pope Benedict)
Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Papa Benedetto)
In recounting the "sign" of bread, the Evangelist emphasizes that Christ, before distributing the food, blessed it with a prayer of thanksgiving (cf. v. 11). The Greek term used is eucharistein and it refers directly to the Last Supper, though, in fact, John refers here not to the institution of the Eucharist but to the washing of the feet. The Eucharist is mentioned here in anticipation of the great symbol of the Bread of Life [Pope Benedict]
Narrando il “segno” dei pani, l’Evangelista sottolinea che Cristo, prima di distribuirli, li benedisse con una preghiera di ringraziamento (cfr v. 11). Il verbo è eucharistein, e rimanda direttamente al racconto dell’Ultima Cena, nel quale, in effetti, Giovanni non riferisce l’istituzione dell’Eucaristia, bensì la lavanda dei piedi. L’Eucaristia è qui come anticipata nel grande segno del pane della vita [Papa Benedetto]
First, the world of the Bible presents us with a new image of God. In surrounding cultures, the image of God and of the gods ultimately remained unclear and contradictory (Deus Caritas est n.9)
Vi è anzitutto la nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il mondo della Bibbia, l'immagine di dio e degli dei rimane, alla fin fine, poco chiara e in sé contraddittoria (Deus Caritas est n.9)
God loves the world and will love it to the end. The Heart of the Son of God pierced on the Cross and opened is a profound and definitive witness to God’s love. Saint Bonaventure writes: “It was a divine decree that permitted one of the soldiers to open his sacred wide with a lance… The blood and water which poured out at that moment was the price of our salvation” (John Paul II)
Jesus, the true bread of life that satisfies our hunger for meaning and for truth, cannot be “earned” with human work; he comes to us only as a gift of God’s love, as a work of God (Pope Benedict)
Gesù, vero pane di vita che sazia la nostra fame di senso, di verità, non si può «guadagnare» con il lavoro umano; viene a noi soltanto come dono dell’amore di Dio, come opera di Dio (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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