don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 02 Febbraio 2026 06:21

Le radici cristiane dell’Europa

Illustri Signori!

In occasione di queste giornate di studio, dedicate alle “Comuni radici cristiane delle Nazioni Europee”, avete desiderato questa udienza, per incontrarvi con me.

Mentre porgo a tutti voi personalmente, uomini di cultura dell’Europa e del mondo intero convenuti a Roma, il mio saluto più sentito, vi manifesto il mio ringraziamento, non solo per questa vostra visita, per me così gradita, ma anche perché avete scelto come spunto ed argomento delle vostre riflessioni idee che sento intimamente radicate nel mio spirito e che ho avuto modo di esprimere fin dall’inizio del mio pontificato (Discorso del 22 ottobre 1978) e poi man mano, nell’Omelia sulla piazza del Duomo di Gniezno (3 giugno 1979), nel discorso tenuto a Czestochowa ai Vescovi polacchi (5 giugno 1979), durante le visite a Subiaco, a Montecassino, a Norcia in occasione del 1550° anniversario della nascita di san Benedetto, nel discorso tenuto all’Assemblea generale dell’UNESCO (2 giugno 1980), e che soprattutto ho manifestato apertamente e sintetizzato nella lettera apostolica Egregiae virtutis (31 dicembre 1980), con cui ho proclamato i santi Cirillo e Metodio patroni dell’Europa insieme con san Benedetto.

Grazie per questa sensibilità e attenzione alle ansie apostoliche, che caratterizzano la vita del Pastore supremo della Chiesa che, in nome di Cristo, si sente anche Padre affettuoso e responsabile dell’intera umanità.

1. Il grido che mi uscì spontaneo dal cuore in quel giorno indimenticabile, in cui per la prima volta nella storia della Chiesa un Papa slavo, figlio della martoriata e sempre gloriosa Polonia, iniziava il suo servizio pontificale, non era altro che l’eco dell’anelito che spinse san Cirillo e Metodio ad affrontare la loro missione evangelizzatrice: “Aprite, spalancate le porte a Cristo! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà... Alla sua salvatrice potenza aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi della cultura, della civiltà, dello sviluppo. Non abbiate paura. Permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo Lui ha parole di vita”.

Voi conoscete la vita e le vicende dei due santi: si può ben dire che la loro esistenza si presenta sotto due aspetti essenziali: un immenso amore a Cristo e una triplice fedeltà.

Il loro amore appassionato e coraggioso a Cristo si manifestò nella fedeltà alla vocazione missionaria ed evangelizzatrice, nella fedeltà alla Sede Romana del Pontefice e, infine, nella fedeltà ai popoli slavi. Essi annunziarono la verità, la salvezza, la pace; essi vollero la pace! E perciò rispettarono le ricchezze spirituali e culturali di ogni popolo, ben convinti che la grazia portata da Cristo non distrugge, ma eleva e trasforma la natura. Per questa fedeltà al Vangelo ed alle culture locali, essi inventarono un alfabeto particolare per rendere possibile la trascrizione dei libri sacri nella lingua dei popoli slavi, e così, contro le recriminazioni di coloro che ritenevano quasi un dogma le tre lingue sacre, l’ebraico, il greco e il latino (i “pilatiani” come li chiamava san Cirillo), essi introdussero la lingua slava anche nella liturgia, con autorevole conferma del Papa, e come primo messaggio tradussero il “Prologo” del Vangelo di Giovanni. “Greci di origine, Slavi di cuore, inviati canonicamente da Roma, essi sono un fulgido esempio dell’universalismo cristiano. Di quell’universalismo che abbatte le barriere, estingue gli odi e unisce tutti nell’amore del Cristo Redentore Universale” (Lettera del Cardinale Segretario di Stato ai fedeli partecipanti alle celebrazioni dei santi Cirillo e Metodio a Velehrad, in Cecoslovacchia) (cf. “L’Osservatore Romano”, 6-7 luglio 1981).

2. La proclamazione dei due santi apostoli degli Slavi a patroni dell’Europa insieme con san Benedetto voleva prima di tutto ricordare l’undicesimo centenario della lettera Industriae tuae, inviata da Papa Giovanni VIII al Principe Svatopluk nel giugno dell’anno 880, nella quale veniva lodato e raccomandato l’uso della lingua slava nella liturgia, e il primo centenario della pubblicazione della lettera enciclica Grande munus (30 settembre 1880), con la quale il Pontefice Leone XIII ricordava a tutta la Chiesa le figure e l’attività apostolica dei due santi. Ma con essa, in particolare, ho voluto sottolineare che “l’Europa nel suo insieme geografico è, per così dire, frutto dell’azione di due correnti di tradizioni cristiane, alle quali si aggiungono anche due forme di cultura diverse, ma allo stesso tempo profondamente complementari” (Leone XIII, Grande munus): Benedetto abbraccia la cultura prevalentemente occidentale e centrale dell’Europa, più logica e razionale, e la spande mediante i vari centri benedettini negli altri continenti; Cirillo e Metodio mettono in risalto specialmente l’antica cultura greca e la tradizione orientale più mistica e intuitiva.

Questa proclamazione ha voluto essere il riconoscimento solenne dei loro meriti storici, culturali, religiosi dell’evangelizzazione dei popoli europei e nella creazione dell’unità spirituale dell’Europa.

Anche voi, illustri signori, venuti da tante parti del mondo, vi siete fermati a riflettere su questo innegabile fenomeno di unità ideale del continente. I Responsabili dell’Università Lateranense di Roma e dell’Università Cattolica di Lublino hanno voluto richiamare qui, nella Città Eterna presso la Sede di Pietro, per quattro giorni di intensa attività, più di duecento intellettuali di ventitré Nazioni europee ed extraeuropee, con uno schema di studio articolato in dodici gruppi di lavoro con centinaia di relazioni. Due Istituzioni culturali di prestigio internazionale hanno invitato uomini pensosi e responsabili ad entrare con un dialogo fraterno e costruttivo nello spirito e nell’area della sollecitudine non solo della Chiesa cattolica, ma anche delle supreme Organizzazioni mondiali. Si è seguita appropriatamente una linea di assoluta convergenza: la ricerca delle radici cristiane dei popoli europei per offrire una indicazione alla vita di ogni singolo cittadino, e dare un significato complessivo e direzionale alla storia che stiamo vivendo, talvolta con allarmante angoscia.

Abbiamo infatti un’Europa della cultura con i grandi movimenti filosofici, artistici e religiosi che la contraddistinguono e la fanno maestra di tutti i Continenti; abbiamo l’Europa del lavoro, che, mediante la ricerca scientifica e tecnologica, si è sviluppata nelle varie civiltà, fino ad arrivare all’attuale epoca dell’industria e della cibernetica; ma c’è pure l’Europa delle tragedie dei popoli e delle Nazioni, l’Europa del sangue, delle lacrime, delle lotte, delle rotture, delle crudeltà più spaventose. Anche sull’Europa, nonostante il messaggio dei grandi spiriti, si è fatto sentire pesante e terribile il dramma del peccato, del male, che, secondo la parabola evangelica, semina nel campo della storia la funesta zizzania. Ed oggi, il problema che ci assilla e proprio salvare l’Europa e il mondo da ulteriori catastrofi!

3. Certamente, il Congresso, a cui partecipate, ha direttamente un programma ed un valore scientifico. Ma non basta rimanere sul piano accademico. Occorre anche cercare i fondamenti spirituali dell’Europa e di ogni Nazione, per trovare una piattaforma di incontro tra le varie tensioni e le varie correnti di pensiero, per evitare ulteriori tragedie e soprattutto per dare all’uomo, al “singolo” che cammina per vari sentieri verso la Casa del Padre, il significato e la direzione della sua esistenza.

Ecco allora il messaggio di Benedetto, di Cirillo e Metodio, di tutti i mistici e santi cristiani, il messaggio del Vangelo, che è luce, vita, verità, salvezza dell’uomo e dei popoli. A chi rivolgersi, infatti, per conoscere il “perché” della vita e della storia se non a Dio, che si è fatto uomo per rivelare la Verità salvifica e per redimere l’uomo dal vuoto e dall’abisso dell’angoscia inutile e disperata? “Cristo Redentore – ho scritto nella enciclica Redemptor Hominis – rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso. Questa è... la dimensione umana del mistero della Redenzione. In questa dimensione l’uomo ritrova la grandezza, la dignità e i valori propri della sua umanità... L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo... deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la debolezza e peccaminosità, con la sua vita e con la sua morte avvicinarsi a Cristo. Deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso..” (Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 28). L’Europa ha bisogno di Cristo! Bisogna entrare a contatto con Lui, appropriarsi del suo messaggio, del suo amore, della sua vita, del suo perdono, delle sue certezze eterne ed esaltanti! Bisogna comprendere che la Chiesa da Lui voluta è fondata ha come unico scopo di trasmettere e garantire la Verità da Lui rivelata, e mantenere vivi e attuali i mezzi di salvezza da Lui stesso istituiti, e cioè i Sacramenti e la preghiera. Questo compresero spiriti eletti e pensosi, come Pascal, Newman, Rosmini, Soloviev, Norwid.

Ci troviamo in un’Europa in cui si fa ognor più forte la tentazione dell’ateismo e dello scetticismo; in cui alligna una penosa incertezza morale, con la disgregazione della famiglia e la degenerazione dei costumi; in cui domina un pericoloso conflitto di idee e di movimenti. La crisi della civiltà (Huizinga) e il tramonto dell’Occidente (Spengler) vogliono soltanto significare l’estrema attualità e necessità di Cristo e del Vangelo. Il senso cristiano dell’uomo, immagine di Dio, secondo la teologia greca tanto amata da Cirillo e Metodio ed approfondita da sant’Agostino, è la radice dei popoli dell’Europa e ad esso bisogna richiamarsi con amore e buona volontà per dare pace e serenità alla nostra epoca: solo così si scopre il senso umano della storia, che in realtà è “Storia della salvezza”.

4. Illustri e cari Signori!

Mi piace concludere ricordando l’ultimo gesto e le ultime parole di un grande slavo, legato da un profondo amore all’Europa, Fiodor Michailovic Dostojevskij, che morì cento anni fa, la sera del 28 gennaio 1881 a Pietroburgo. Grande innamorato di Cristo, egli aveva scritto: “...la sola scienza non completerà mai ogni ideale umano e la pace per l’uomo; la fonte della vita e della salvezza dalla disperazione per tutti gli uomini, la condizione sine qua non e la garanzia per l’intero universo si racchiudono nelle parole: Il Verbo si è fatto carne e la fede in queste parole (F. Dostojevskij, I Demoni, Sansoni, Firenze, 1958). Prima di morire si fece ancora portare e leggere il Vangelo che l’aveva accompagnato nei dolorosi anni della prigionia in Siberia e lo consegnò ai figli.

L’Europa ha bisogno di Cristo e del Vangelo, perché qui stanno le radici di tutti i suoi popoli. siate anche voi all’ascolto di questo messaggio!

Vi accompagni la mia benedizione, che con grande effusione vi imparto nel nome del Signore!

[Papa Giovanni Paolo II, Discorso 6 novembre 1981]

Lunedì, 02 Febbraio 2026 06:02

Due carte d’identità

Per conoscere la nostra vera identità non possiamo essere «cristiani seduti» ma dobbiamo avere il «coraggio di metterci sempre in cammino per cercare il volto del Signore», perché noi siamo «immagine di Dio». Nella messa celebrata a Santa Marta martedì 10 febbraio, Papa Francesco, commentando la prima lettura liturgica — il racconto della creazione nel libro della Genesi (1, 20 - 2, 4) — ha riflettuto su una domanda essenziale per ogni persona: «Chi sono io?».

La nostra «carta d’identità», ha detto il Papa, si ritrova nel fatto che gli uomini sono stati creati «all’immagine, secondo la somiglianza di Dio». Ma allora, ha aggiunto, «la domanda che noi possiamo farci è: Come conosco, io, l’immagine di Dio? Come so com’è lui per sapere come sono io? Dove trovo l’immagine di Dio?». La risposta si trova «certamente non sul computer, non nelle enciclopedie, non nei libri», perché «non c’è un catalogo dove c’è l’immagine di Dio». C’è solo un modo «per trovare l’immagine di Dio, che è la mia identità» ed è quello di mettersi in cammino: «Se non ci mettiamo in cammino, mai potremo conoscere il volto di Dio».

Questo desiderio di conoscenza si ritrova anche nell’Antico testamento. I salmisti, ha fatto notare Francesco, «tante volte dicono: io voglio conoscere il tuo volto»; e «anche Mosè una volta l’ha detto al Signore». Ma in realtà «non è facile, perché mettersi in cammino significa lasciare tante sicurezze, tante opinioni di come è l’immagine di Dio, e cercarlo». Significa, in altri termini, «lasciare che Dio, la vita, ci metta alla prova», significa «rischiare», perché «soltanto così si può arrivare a conoscere il volto di Dio, l’immagine di Dio: mettendosi in cammino».

Il Papa ha attinto ancora all’Antico testamento per ricordare che «così ha fatto il popolo di Dio, così hanno fatto i profeti». Per esempio «il grande Elia: dopo aver vinto e purificato la fede di Israele, lui sente la minaccia di quella regina e ha paura e non sa cosa fare. Si mette in cammino. E a un certo punto, preferisce morire». Ma Dio «lo chiama, gli dà da mangiare, da bere e dice: continua a camminare». Così Elia «arriva al monte e lì trova Dio». Il suo è stato dunque «un lungo cammino, un cammino penoso, un cammino difficile», ma ci insegna che «chi non si mette in cammino, mai conoscerà l’immagine di Dio, mai troverà il volto di Dio». È una lezione per tutti noi: «i cristiani seduti, i cristiani quieti — ha affermato il Pontefice — non conosceranno il volto di Dio». Hanno la presunzione di dire: «Dio è così, così...», ma in realtà «non lo conoscono».

Per camminare, invece, «è necessaria quella inquietudine che lo stesso Dio ha messo nel nostro cuore e che ti porta avanti a cercarlo». La stessa cosa, ha spiegato il Pontefice, è successa «a Giobbe che, con la sua prova, ha incominciato a pensare: ma come è Dio, che permette questo a me?». Anche i suoi amici «dopo un grande silenzio di giorni, hanno incominciato a parlare, a discutere con lui». Ma tutto ciò non è stato utile: «con questi argomenti, Giobbe non ha conosciuto Dio». Invece «quando lui si è lasciato interpellare dal Signore nella prova, ha incontrato Dio». E proprio da Giobbe si può ascoltare «quella parola che ci aiuterà tanto in questo cammino di ricerca della nostra identità: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto”». È questo il cuore della questione secondo Francesco: «l’incontro con Dio» che può avvenire «soltanto mettendosi in cammino».

Certo, ha continuato, «Giobbe si è messo in cammino con una maledizione», addirittura «ha avuto il coraggio di maledire la vita e la sua storia: “Maledetto il giorno che sono nato...”». In effetti, ha riflettuto il Papa, «a volte, nel cammino della vita, non troviamo un senso alle cose». La stessa esperienza è stata vissuta dal profeta Geremia, il quale «dopo essere stato sedotto dal Signore, sente quella maledizione: “Ma perché a me?”». Egli voleva «restarsene seduto tranquillo» e invece «il Signore voleva fargli vedere il suo volto».

Questo vale per ognuno di noi: «per conoscere la nostra identità, conoscere l’immagine di Dio, bisogna mettersi in cammino», essere «inquieti, non quieti». Proprio questo «è cercare il volto di Dio».

Papa Francesco si è quindi riferito anche al passo del Vangelo di Marco (7, 1-13), nel quale «Gesù incontra gente che ha paura di mettersi in cammino» e che costruisce una sorta di «caricatura di Dio». Ma quella «è una falsa carta d’identità» perché, ha spiegato il Pontefice, «questi non-inquieti hanno fatto tacere l’inquietudine del cuore: dipingono Dio con i comandamenti» ma così facendo «si dimenticano di Dio» per osservare solo «la tradizione degli uomini». E «quando hanno un’insicurezza, inventano o fanno un altro comandamento». Gesù dice a scribi e farisei che accumulano comandamenti: «Così voi annullate la Parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi, e di cose simili ne fate molte». Proprio questa «è la falsa carta d’identità, quella che possiamo avere senza metterci in cammino, quieti, senza l’inquietudine del cuore».

In proposito il Papa ha messo in evidenza un particolare «curioso»: il Signore infatti «li loda ma li rimprovera dove c’è il punto più dolente. Li loda: “Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione”», ma poi «li rimprovera lì dove è il punto più forte dei comandamenti con il prossimo». Gesù ricorda infatti che Mosè disse: «Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre o la madre sia messo a morte». E prosegue: «Voi invece dite: se uno dichiara al padre o alla madre che “ciò con cui dovrei aiutarti, cioè darti da mangiare, darti da vestire, darti per comprare le medicine, è Korbàn, offerta a Dio”, non consentite loro di fare più nulla per il padre e la madre». Così facendo «si lavano le mani con il comandamento più tenero, più forte, l’unico che ha una promessa di benedizione». E così «sono tranquilli, sono quieti, non si mettono in cammino». Questa dunque «è l’immagine di Dio che loro hanno». In realtà il loro è un cammino «fra virgolette»: ossia «un cammino che non cammina, un cammino quieto. Rinnegano i genitori, ma compiono le leggi della tradizione che loro hanno fatto».

Concludendo la sua riflessione il vescovo di Roma ha riproposto il senso dei due testi liturgici come «due carte d’identità». La prima è «quella che tutti noi abbiamo, perché il Signore ci ha fatto così», ed è «quella che ci dice: mettiti in cammino e tu avrai conoscenza della tua identità, perché tu sei immagine di Dio, sei fatto a somiglianza di Dio. Mettiti in cammino e cerca Dio». L’altra invece ci rassicura: «No, stai tranquillo: compi tutti questi comandamenti e questo è Dio. Questo è il volto di Dio». Da qui l’auspicio che il Signore «dia a tutti la grazia del coraggio di metterci sempre in cammino, per cercare il volto del Signore, quel volto che un giorno vedremo ma che qui, sulla terra, dobbiamo cercare».

[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 11/02/2015]

Domenica, 01 Febbraio 2026 12:12

Presentazione di Gesù al Tempio

Presentazione di Gesù al Tempio [2 Febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ecco anche un breve commento dei testi della liturgia della festa della presentazione di Gesù al Tempio.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Malachia (3,1-4)

Il testo di Malachia nasce in un contesto di crisi: non c’è più il re davidico, il popolo è sottomesso ai Persiani e l’autorità è nelle mani dei sacerdoti. Per questo il profeta insiste sull’alleanza con i leviti, ricordandone l’origine divina e denunciandone la corruzione presente. L’annuncio centrale è la venuta imminente del Signore nel suo tempio, chiamato anche Angelo dell’Alleanza: non un semplice messaggero, ma Dio stesso che viene a ristabilire l’Alleanza. Questa venuta è insieme desiderata e temibile, perché è una venuta di giudizio che purifica: non distrugge l’uomo, ma elimina il male che è in lui. Prima di questa venuta, Dio invia un messaggero che prepara il cammino mediante la chiamata alla conversione. Il Nuovo Testamento riconoscerà in Giovanni Battista questo precursore e in Gesù stesso l’Angelo dell’Alleanza annunciato da Malachia. Il messaggio resta attuale: Dio entra nel suo tempio per rinnovare l’Alleanza, purificare il culto e ricondurre il suo popolo alla fedeltà del cuore.

 

*Salmo responsoriale (23/24, 7, 8, 9, 10)

L’espressione poetica “Alzate, o porte, la vostra fronte” (v.9) è un’iperbole che celebra la maestà del “re della gloria”, cioè Dio stesso, che entra solennemente nel Tempio di Gerusalemme. Le porte non si aprono soltanto: si innalzano, come se l’edificio stesso dovesse farsi più grande per accogliere la presenza divina. Il salmo rimanda alla solenne dedicazione del primo Tempio da parte di Salomone (circa 950 a.C.), quando l’Arca dell’Alleanza fu portata in processione nella Città santa, tra canti, musiche e sacrifici. L’Arca, posta nel Santo dei Santi sotto le ali dei cherubini, rappresentava il trono invisibile di Dio in mezzo al suo popolo. I cherubini, lontani dall’immaginario degli angioletti, erano figure maestose e simboliche, segno della sovranità divina. Il salmo sembra strutturato come un dialogo liturgico tra due cori: uno invita le porte ad aprirsi, l’altro proclama l’identità del re della gloria come il Signore forte e vittorioso. I titoli guerrieri ricordano che Dio ha accompagnato Israele nelle sue lotte per la libertà e la sopravvivenza: l’Arca era il segno della sua presenza nei combattimenti del popolo. Anche dopo la scomparsa dell’Arca, soprattutto dopo l’Esilio babilonese, questo salmo continuò a essere cantato nel Tempio. Proprio l’assenza dell’Arca ne accrebbe il valore spirituale: Israele imparò che la presenza di Dio non è legata a un oggetto, per quanto sacro e carico di memoria. Col passare dei secoli, il salmo assunse un significato messianico: l’invocazione “entri il re della gloria” divenne l’espressione dell’attesa del Messia, il re definitivo che avrebbe vinto il male e inaugurato un’umanità rinnovata. Il “Signore degli eserciti” venne progressivamente compreso come Dio dell’universo, non più solo Dio di Israele ma Signore di tutta l’umanità. Per questo la liturgia cristiana canta questo salmo nella festa della Presentazione di Gesù al Tempio: è una professione di fede che riconosce in quel bambino il vero re della gloria, Dio stesso che entra nel suo Tempio e viene incontro al suo popolo.

 

*Seconda Lettura dalla lettera a gli Ebrei (2,14-18)

La Lettera agli Ebrei nasce in un clima di polemica: i cristiani di origine ebraica venivano accusati di seguire un Messia che non poteva essere sacerdote secondo la Legge. L’autore risponde mostrando che Gesù realizza il sacerdozio in modo nuovo e definitivo. Pur non appartenendo alla tribù di Levi, Gesù è sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek, cioè in una forma più antica e universale. Egli non riproduce il sacerdozio dell’Antico Testamento, ma lo porta a compimento, realizzandone la finalità profonda. Gesù è vero sacerdote perché:è pienamente solidale con l’umanità, condividendone debolezza, sofferenza e morte; è in piena comunione con Dio, come dimostra la sua risurrezione; ristabilisce l’Alleanza, liberando l’uomo dalla paura e dalla schiavitù della morte. La salvezza è offerta a tutti, ma riguarda in particolare i “figli di Abramo”, cioè coloro che vivono nella fede come fiducia. L’Alleanza è dono gratuito di Dio, ma richiede una risposta libera: accoglierla o rifiutarla resta responsabilità dell’uomo.

 

*Dal vangelo secondo san Luca (2, 22 – 40)

  Il racconto della Presentazione di Gesù al Tempio è costruito con grande cura e mette in evidenza due elementi fondamentali: la Legge e lo Spirito. Nei primi versetti Luca insiste più volte sulla Legge d’Israele, non come semplice insieme di prescrizioni, ma come espressione della fede e dell’attesa del popolo. La vita di Gesù inizia all’interno della fede d’Israele: Maria e Giuseppe compiono i gesti prescritti con devozione, inserendo il bambino nella storia e nella speranza del loro popolo. Il primo messaggio di Luca è chiaro: la salvezza dell’umanità nasce dentro la Legge d’Israele. È in questo contesto che il Verbo di Dio si è incarnato e che il progetto di amore di Dio per l’umanità ha preso forma. Subito dopo entra in scena Simeone, guidato dallo Spirito Santo, anch’esso nominato più volte. È lo Spirito che gli rivela l’identità del bambino: Gesù è il Salvatore preparato da Dio davanti a tutti i popoli. Le parole di Simeone riassumono l’intero Antico Testamento come una lunga preparazione al compimento della salvezza, che non riguarda solo Israele ma tutta l’umanità. Israele è la “gloria” perché è stato scelto come strumento di salvezza universale. L’evento avviene nel Tempio di Gerusalemme, luogo decisivo per Luca: qui si realizza la profezia di Malachia sull’ingresso improvviso del Signore nel suo Tempio. Gesù è riconosciuto come l’Angelo dell’Alleanza, il Signore stesso che viene a visitare il suo popolo. Le immagini di luce e di gloria usate da Simeone si collocano pienamente in questa prospettiva. Il racconto richiama anche il Salmo del “re della gloria”: l’atteso Messia regale entra nel Tempio, non con la potenza esteriore, ma nella povertà di un neonato. Tuttavia la scena è solenne e carica di gloria, perché in quel bambino è presente tutta l’attesa d’Israele, rappresentata da Simeone e Anna, figure della speranza fedele. Con il cantico di Simeone si afferma che Gesù è il Messia e la gloria di Dio: con lui la gloria divina entra nel Santuario. Questo significa che Gesù non solo porta la gloria di Dio, ma è la gloria di Dio, è Dio stesso presente in mezzo al suo popolo. Con la sua venuta, il tempo della Legge giunge al suo compimento: l’Angelo dell’Alleanza è entrato nel Tempio per donare lo Spirito, illuminare le nazioni e inaugurare il tempo nuovo della salvezza universale.

+Giovanni D’Ercole

Domenica, 01 Febbraio 2026 05:53

Noi, frangia del suo mantello

Pane e prodigi del Cristo-fantasma

(Mc 6,53-56)

 

Per una esistenza da salvati serve una trasformazione dall’interno; un altro inizio. Un diverso appiglio del bene.

In effetti la «frangia del mantello» è il suo Popolo - e ciascuno di noi, quando siamo messi in grado di percepire e prolungarne il richiamo, lo spirito, la cura, l’azione.

Un «toccare» che non è semplice gesto: chiama il coinvolgimento totale; Fede personale, scavo dentro.

Le folle attorno al Signore e alla Chiesa, sua presenza primaria, cercano pane e guarigione… ma talora dimenticano l’adesione alla Persona interiore che dona e cura.

Eppure anche in questi casi la Guida infallibile ripropone la sua onda vitale ininterrotta - con terapie che non s’impongono attraversando le anime come farebbe un fulmine, bensì nell’esistenza reale.

Dio libera, salva, crea, a partire dalle tensioni e dai difetti (anche religiosi) perché vuole portarci a consapevolezza.

Il Padre desidera far penetrare il valore dell’atto d’amore che rende forte il debole; ogni gesto ri-creante, incarnato, aperto a qualsiasi senso di vuoto.

 

I fastidi non capitano per sfortuna o castigo: arrivano per lasciarci rifiorire, proprio a partire dai dolori dell’anima.

Se perdurano, nessuna paura: essi diventano messaggi più espliciti, del nostro stesso Seme superiore.

Significa che nella nostra orchestra qualcosa è stonato o trascurato, e deve tramontare oppure venire scoperto e messo in gioco.

Anche i sintomi dell’inquietudine appartengono alla quintessenza innata - che ha sempre potere di attualità.

La chiave di volta non sarà dunque il look, né la salute, bensì l’accoglienza stessa delle amarezze, degli stenti, i quali vengono per sgombrare l’inessenziale - e liberare pulsioni spirituali intrappolate.

 

Forse non pochi preferirebbero attendere uno sbarco miracolistico del Maestro [guaritore tipificato] che rechi subito beneficio, favori immediati.

Salvezza esteriore dal sapore magico - caduca, anche se fisicamente palpabile.

La redenzione totale e sacra - davvero messianica - non è clamorosa. Si realizza unicamente passo dopo passo; così permane profonda e radicale.

Si fa capace di nuovi inizi e atti di nascita d’energia ancora embrionale, proprio a partire dalle singole precarietà.

 

Annunciamo con parole e gesti il Volto autentico del Figlio, proprio per annientare l’idea del Cristo-fantasma del passo precedente (v.49), figura evanescente, solo apologetica.

Il suo Popolo di intimi - presenza non più ineffabile e misteriosa - si adopera nella prossimità, perché essere guariti non vuol dire sfuggire la transitorietà.

Per una esistenza da salvati serve una trasformazione dall’interno; un altro inizio. Un diverso appiglio del bene.

Altrove dalla civiltà dell’apparenza è il ‘miglioramento’ della nostra condizione e la sicurezza, dall’insicurezza.

Non in un semplice rimetterci in piedi; ‘guadagno’ indiscreto e passeggero.

Fenomenale, ma solo puntuale e inconcludente, o che infine abdica.

 

 

[Lunedì 5.a sett. T.O.  9 febbraio 2026]

Domenica, 01 Febbraio 2026 05:49

Noi, frangia del suo mantello

Pane e prodigi del Cristo-fantasma

(Mc 6,53-56)

 

«Può portare il mantello del Maestro colui che è votato alla causa della non-violenza e del non-possesso, che è sospinto dalla ricerca della verità e della retta visione, che è capace di risolvere i propri problemi emotivi e intellettuali e può mostrare agli altri la via per superare i loro problemi emotivi e intellettuali» [Acharya Mahaprajna].

 

Mentre qualcuno fa ressa continua intorno a Gesù e impedisce ad altri di avere un rapporto personale con Lui, ecco che bisogna inventarsi qualcosa; almeno prenderlo di struscio (v.56).

«E dovunque entrava in villaggi o in città o in borgate ponevano gli infermi nelle piazze e lo supplicavano di toccare anche solo la frangia del suo mantello. E quanti lo toccarono erano salvati».

In effetti la frangia del mantello è il suo Popolo - e ciascuno di noi, quando per Dono siamo messi in grado di percepire e prolungarne il richiamo, lo spirito, la cura, l’azione.

Un «toccare» che non è semplice gesto: chiama il coinvolgimento totale; Fede personale, scavo dentro.

Le folle attorno al Signore e alla Chiesa, sua presenza primaria, cercano pane e guarigione… ma talora dimenticano l’adesione alla Persona interiore che dona e cura.

Eppure anche in questi casi la Guida infallibile ripropone la sua onda vitale ininterrotta - con terapie che non s’impongono attraversando le anime come farebbe un fulmine, bensì nell’esistenza reale.

Dio libera, salva, crea, a partire dalle tensioni e dai difetti (anche religiosi) perché vuole portarci a consapevolezza.

Il Padre desidera far penetrare il valore dell’atto d’amore che rende forte il debole; ogni gesto ri-creante, incarnato, aperto a qualsiasi senso di vuoto.

 

I fastidi non capitano per sfortuna o castigo: arrivano per lasciarci rifiorire, proprio a partire dai dolori dell’anima.

Se perdurano, nessuna paura: essi diventano messaggi più espliciti, del nostro stesso Seme superiore.

Significa che nella nostra orchestra qualcosa è stonato o trascurato, e deve tramontare oppure venire scoperto e messo in gioco.

Altrimenti non si riuscirà a crescere verso il destino che caratterizza una Chiamata e ogni disagio.

Anche i sintomi dell’inquietudine appartengono alla quintessenza innata - che ha sempre potere di attualità.

La chiave di volta non sarà dunque il look, né la salute, bensì l’accoglienza stessa delle amarezze, degli stenti, i quali vengono per sgombrare l’inessenziale - e liberare pulsioni spirituali intrappolate.

Energie dello squilibrio, che però vogliono essere tramutate in capacità di gettare zavorre; nonché ospitare meglio e integrare la vocazione nella propria storia, onde costruire ancora vita.

 

Forse non pochi preferirebbero attendere uno sbarco miracolistico del Maestro [guaritore tipificato] che rechi subito beneficio, favori immediati.

Salvezza esteriore dal sapore magico - caduca, anche se fisicamente palpabile o persino in sembiante etico.

Un Signore fenomenale, ma semplicistico.

Un’Apparenza che muore subito, poi si ricomincia daccapo - se Egli (in noi, nelle nostre svolte) non coinvolgesse le stesse incertezze che ci segnano.

E il lungo tempo dei processi, i quali via via prendono peso più intimo.

La redenzione totale e sacra - davvero messianica - è poco incline al clamore epidermico.

La guarigione non è scenografica. Si realizza unicamente passo dopo passo; così permane profonda e radicale.

Si fa capace di nuovi inizi e atti di nascita d’energia ancora embrionale, proprio a partire dalle singole precarietà.

 

Il suo Popolo di intimi - presenza non più ineffabile e misteriosa - si adopera nella prossimità, per cancellare la falsa immagine del Dio filosofico o forense, sempre esterno. 

Sovrano o motore imperativo, lontano e assente - permaloso, predatorio - che ogni tanto si punta; non supera, e neppure riconferma. Mai che guardi il nostro presente.

Così la Chiesa rifiuta l’idea dell’Eterno che ratifica, ma pure quella del taumaturgo di massa, immediatamente risolutivo - tanto caro ai mercanti di miracolo.

Figura che facilmente s’impadronisce delle nostre fantasie.

 

Annunciamo con parole e gesti il suo Volto autentico, proprio per annientare l’idea del Cristo-fantasma del passo precedente (v.49), figura deplorevole e assurda.

Icona evanescente, solo apologetica, che purtroppo nella storia ha dato largo spazio ai soci in affari con l’Altissimo.

In tal guisa, essere guariti non vuol dire sfuggire la transitorietà.

Per una esistenza da salvati serve una trasformazione dall’interno; un altro inizio. Un diverso appiglio del bene.

 

Gesù percorre i nostri ambienti come un silenzioso viandante, e accetta anche una fede primitiva.

Ma seppure con potenza dimessa, l’impulso divino opera in ogni cercatore di senso e in ciascun bisognoso.

Vi si stabilisce personalmente, proprio a partire dai sogni interrotti.

Il Signore non può essere imprigionato e contenuto: si accosta, per avviare grandi pulizie, farci spostare lo sguardo, e rinnovare l’universo stantio.

Così trasforma l’anima nostra, nell’esperienza della sua comunione gratuita,

Convivenza che vuole prendere dimora in noi, per fondersi e dilatare la pulsione alla vita - forse acquattata nell’astensione. Affinché ciascuno stupisca di sé, delle passioni sconosciute, dei nuovi rapporti.

 

Credente e comunità manifestano in fogge empatiche la forza incisiva di guarigione della Fede nel Risorto, a partire dalla propria vicenda intima.

Lo sperimentiamo vivo nel giorno per giorno monotono, poco gratificante e precario - tuttavia capace di cambiare l’assetto dell’esistenza celata in contrade sommarie [v.56: «borgate»] e la sua destinazione inespressa.

Senza turbare con effetti speciali, unilaterali, o pressanti.

 

Scrive il Tao Tê Ching (xi): «Trenta razze si uniscono in un sol mozzo, e nel suo non-essere si ha l'utilità del carro».

Altrove dalla civiltà dell’apparenza è il ‘miglioramento’ della nostra condizione e la sicurezza, dall’insicurezza.

Non in un semplice rimetterci in piedi; ‘guadagno’ indiscreto e passeggero.

Fenomenale, ma solo puntuale e inconcludente, o che infine abdica.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come consideri Gesù? Facitore di miracoli o di recuperi?

Come ti comporti con coloro che vengono esclusi o sembrano senza pastore?

Domenica, 01 Febbraio 2026 05:44

Essere salvati

Essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19). È da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato. Ma serve dunque una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono.

[Papa Benedetto, Udienza Generale 18 maggio 2011]

2. Molti sono già stati i frutti missionari del Concilio: si sono moltiplicate le chiese locali fornite di propri Vescovi, clero e personale apostolico; si verifica un più profondo inserimento delle Comunità cristiane nella vita dei popoli; la comunione fra le Chiese porta a un vivace scambio di beni spirituali e di doni; l'impegno evangelizzatore dei laici sta cambiando la vita ecclesiale; le Chiese particolari si aprono all'incontro, al dialogo e alla collaborazione con i membri di altre chiese cristiane e religioni. Soprattutto si sta affermando una coscienza nuova: cioè che la missione riguarda tutti i cristiani, tutte le diocesi e parrocchie, le istituzioni e associazioni ecclesiali.

Tuttavia, in questa «nuova primavera» del cristianesimo non si può nascondere una tendenza negativa, che questo Documento vuol contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del Magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della chiesa verso i non cristiani, ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede.

[Papa Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio]

Domenica, 01 Febbraio 2026 05:26

L’altra Creazione

Dio è sempre all’opera per amore e sta a noi rispondergli con responsabilità e in spirito di riconciliazione, lasciando campo allo Spirito Santo. È l’invito rivolto dal Papa nella messa celebrata lunedì mattina, 9 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«La liturgia della Parola di oggi — ha spiegato subito Francesco riferendosi al passo della Genesi (1, 1-19) — ci porta a pensare, a meditare sui lavori di Dio: Dio lavora». Tanto che «Gesù stesso ha detto: “Mio Padre ancora lavora, ancora agisce, ancora opera; anche Io!”». E così, ha ricordato il Papa, «alcuni teologi medievali spiegavano: prima Dio, il Creatore, crea l’universo, crea i cieli, la terra, i viventi. Lui crea. Il lavoro di creazione». Però «la creazione non finisce: Lui continuamente sostiene quello che ha creato, opera per sostenere quello che ha creato perché vada avanti».

Proprio nel vangelo di Marco (6, 53-56), ha fatto notare il Papa, «vediamo “l’altra creazione” di Dio» cioè «quella di Gesù che viene a “ri-creare” quello che era stato rovinato dal peccato». E «vediamo Gesù fra la gente». Scrive infatti Marco: «Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e accorrendo da tutta quella regione cominciò a portargli sulle barelle i malati, dovunque udiva Egli si trovasse; e quanti lo toccavano venivano salvati». È «la “ri-creazione”», appunto e «la liturgia esprime l’anima della Chiesa in questo, quando fa dire in una bella preghiera: “Oh Dio che Tu così meravigliosamente hai creato l’universo, ma più meravigliosamente lo hai ricreato nella redenzione”». Dunque «questa “seconda creazione” è più meravigliosa della prima, questo secondo lavoro è più meraviglioso».

C’è poi, ha proseguito Francesco, «un altro lavoro: il lavoro della perseveranza nella fede, che Gesù dice che lo fa lo Spirito Santo: “Io vi invierò il Paraclito e Lui vi insegnerà e vi ricorderà, vi farà ricordare quello che ho detto”». È «il lavoro dello Spirito dentro di noi, per fare viva la parola di Gesù, per conservare la creazione, per garantire che questa creazione non venga meno». Dunque «la presenza dello Spirito lì, che fa viva la prima creazione e la seconda».

Insomma «Dio lavora, continua a lavorare e noi possiamo domandarci come dobbiamo rispondere a questa creazione di Dio, che è nata dall’amore perché Lui lavora per amore». Così «alla “prima creazione” dobbiamo rispondere con la responsabilità che il Signore ci dà: “La terra è vostra, portatela avanti; fatela crescere!”». Perciò «anche per noi c’è la responsabilità di far crescere la terra, di far crescere il creato, di custodirlo e farlo crescere secondo le sue leggi: noi siamo signori del creato, non padroni». E non dobbiamo «impadronirci del creato, ma farlo andare avanti, fedeli alle sue leggi». Proprio «questa è la prima risposta al lavoro di Dio: lavorare per custodire il creato, per farlo fruttificare».

In questa prospettiva, ha sostenuto il Papa, «quando noi sentiamo che la gente fa riunioni per pensare a come custodire il creato, possiamo dire: “Ma no, sono i verdi!”». Invece, ha rilanciato, «non sono i verdi: questo è cristiano!». Ed «è la nostra risposta alla “prima creazione” di Dio, è la nostra responsabilità!». Difatti «un cristiano che non custodisce il creato, che non lo fa crescere, è un cristiano cui non importa il lavoro di Dio, quel lavoro nato dall’amore di Dio per noi». E «questa è la prima risposta alla prima creazione: custodire il creato, farlo crescere».

Ma «alla “seconda creazione”, come rispondiamo?» ha domandato Francesco, rilevando che, in proposito, «l’apostolo Paolo ci dice una parola giusta, che è la vera risposta: “Lasciatevi riconciliare con Dio”». Si tratta, ha spiegato, di «quell’atteggiamento interiore aperto per andare continuamente sulla strada della riconciliazione interiore, della riconciliazione comunitaria, perché la riconciliazione è opera di Cristo». E Paolo dice ancora: «Dio ha riconciliato il mondo in Cristo». E «questa è la seconda risposta». Dunque «alla “seconda creazione” noi diciamo: “Sì, dobbiamo lasciarci riconciliare col Signore”».

Francesco ha poi proposto un’altra questione: «E al lavoro che fa lo Spirito Santo in noi, di ricordarci le parole di Gesù, di spiegarci, di fare capire quello che Gesù ha detto, come rispondiamo?». È stato proprio «Paolo a dirci» di non rattristare «lo Spirito Santo che è in voi: state attenti, è il vostro ospite, è dentro di voi, lavora dentro di voi! Non rattristate lo Spirito Santo». E questo «perché noi crediamo in un Dio personale. Dio è persona: è persona Padre, persona Figlio e persona Spirito Santo». Del resto «tutti e tre sono coinvolti in questa creazione, in questa ricreazione, in questa perseveranza nella ri-creazione». Così «a tutti e tre noi rispondiamo: custodire e far crescere il creato, lasciarci riconciliare con Gesù, con Dio in Gesù, in Cristo, ogni giorno, e non rattristare lo Spirito Santo, non cacciarlo via: è l’ospite del nostro cuore, quello che ci accompagna, ci fa crescere».

In conclusione il Papa ha pregato perché «il Signore ci dia la grazia di capire che Lui è all’opera; e ci dia la grazia di rispondere giustamente a questo lavoro di amore».

[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 10/02/2015]

Sabato, 31 Gennaio 2026 05:46

Sale e Luce nella Vocazione

(Mt 5,13-16)

 

«Opere Belle» [che esprimono pienezza] sono le opere buone, arricchite dallo splendore del disinteresse, dell’ascolto, dell’ospitalità, della preghiera e del dialogo umili, della fraternità cordiale.

Il termine plurale (v.16) indica la nostra vocazione a reinterpretare in modo personale l’Autoritratto del Cristo impresso nelle Beatitudini appena proclamate (vv.1-12).

Abbiamo ciascuno un ruolo insostituibile nei momenti di rottura d’equilibrio ed Esodo.

Siamo legittimati senza condizioni.

Dio ha rispetto per le carenze e le funzioni che mancano: chissà quali novità beate nascondono e stanno preparando.

Le Beatitudini hanno una loro fragranza, ma tutta personale. Il loro «sale» combatte l’insignificante delle speranze fatue.

E i figli guardano lontano, ma stanno con la “pasta”... restando un richiamo vivente: tra Dio e l’uomo [che è se stesso anche nella fraternità] c’è un legame inviolabile.

Infatti, «Luce» è quanto non si mescola con le cose, bensì le distingue.

Gli israeliti si ritenevano «Luce del mondo» per la loro devozione e la pratica religiosa impeccabile.

Per Gesù il fedele e la Comunità sono «Luce» perché camminano nella gloria amicale del Maestro.

Il discepolo e l’Assemblea sono «Sale» perché appaiono nel mondo in qualsiasi circostanza come coloro che gli danno senso, Sapienza [dal latino sapĕre, avere sapore].

Siamo chiamati a farci segno d’un Patto nuovo, perché l'inattesa Relazione del Monte che il Figlio propone non poteva più essere contenuta nella Prima Alleanza.

Alle antiche esigenze di purificazione Cristo sostituisce quelle della fraternità piena, la quale nella valorizzazione di ogni persona dona gusto e (appunto) sapore, e si fa lampada ai nostri passi.

Questo “secondo Patto” non schiaccia il popolo credente. Segno di un Padre che recupera e infonde orientamenti al sentiero individuale e delle Chiese - non dall’esterno, bensì a partire dalle nostre radici e a mo’ di fermento.

Diventiamo Beltà vivente grazie a un’attività pur imperfetta ma che ha il suo influsso sulla fioritura, da dentro.

Preservando così le persone dal disfacimento della disumanizzazione e corruzione - come il «sale» coi cibi.

«Sale e Luce» sono ogni piccolo elemento divino che ha un suo Mistero e Appello.

Le nostre candeline possono continuare a diradare le tenebre, ma solo fino a quando non le porremo sotto un «moggio» (v.15), ossia sotto pedissequa «misura» - che non sia quella differente, propulsiva e sempre inedita delle Beatitudini.

In Cristo veniamo guidati a un salto evolutivo: siamo Sapidità pur minuta delle cose, e Luci limitate, sì - ma non inibite.

La vita di Fede guida e stimola l’edificazione di un regno di Sapore e Amore personali, senza isterismi né intime dissociazioni.

Tale avventura si configura come Nuova Alleanza tra anima, realtà,  mondo globale e locale, segni del tempo e Mistero.

Luce di Libertà che coincide con la nostra Vocazione per Nome. Energia intelligente che sa trarre vita alternativa anche dalle ferite inferte.

 

 

[5.a Domenica T.O. (anno A)  8 febbraio 2026]

Sabato, 31 Gennaio 2026 05:39

Sale e Luce nella Vocazione

Pienezza di opere minime e belle, non picciole e baby

(Mt 5,13-16)

 

«Opere Belle» [che esprimono pienezza] sono le opere buone, arricchite dallo splendore del disinteresse, dell’ascolto, dell’ospitalità, della preghiera e del dialogo umili, della fraternità cordiale.

Il termine plurale (v.16) indica - al di là di capacità e circostanze - la nostra vocazione a reinterpretare in modo personale l’Autoritratto del Cristo impresso nelle Beatitudini appena proclamate (vv.1-12).

Il tema del brano è quello della fedeltà che integra e vince l’incostanza - e la necessità di suggellare l'amore col rischio, che ci rende autentici [ultima Beatitudine: vv.10-12].

Il Signore ha una sorprendente fiducia, perché il suo Disegno è farsi sapore e orientamento di fondo nella storia degli uomini - non solo “in favore di tutti”, ma per ciascuno (anche giudicato trascurabile).

Certo, unicamente Gesù è l’Amen liturgico: icona d’umanità colmata, coerenza di dedizione, il Sì e la definitività delle Promesse.

Ma la sua vicenda è stata sempre contromano rispetto alla mentalità corrente.

Perciò anche noi - forse “visti” inadeguati - possiamo incarnare un cammino dove sorge Vangelo non solo comune, quindi “a metà”.

Abbiamo ciascuno un ruolo insostituibile nei momenti di rottura d’equilibrio ed Esodo.

Siamo legittimati senza condizioni.

Dio ha rispetto per le carenze e le funzioni che mancano: chissà quali novità beate nascondono e stanno preparando.

Nel commento al Tao (ii) il maestro Ho-shang Kung afferma:

«Il ch’i originario dà vita a tutte le creature e non se ne appropria» ossia non torna indietro, non conferisce l’ordine antico, retrivo e fisso. Non corre ai ripari; piuttosto dà una carica - non parziale, bensì vitale e illuminante.

Certo, è propriamente nelle cose di consumo che sta il continuo cambiare: questo confonde l’idea religiosa convenzionale.

Ma il fatto che la nostra Vocazione sia: essere e divenire sempre più Fonte di Vita come il Padre, e segni di Alleanza tra Cielo e terra (con pari dignità del Figlio) valorizza ogni piccolo elemento divino in noi, o che promuoviamo nei fratelli.

Non possiamo sottrarci alla nostra essenza, e lo facciamo con passione - non per ferrea volontà di “dover essere” «sale» e «luce» secondo opinione.

Così, invece di smaniare per tornare a funzionare come tutti o come prima, inizieremo a rispettare i nostri e altrui ripiegamenti dell’anima.

Nelle sue pause e domande di senso essa sta covando il futuro del Regno.

 

Al tempo di Gesù le fiamme si ottenevano dai grassi: spegnere una lampada col soffio significava riempire la Casa di miasmi nauseabondi. 

Così capita nella Chiesa volontarista e poco attenta, quando vi è un eccesso di dirigismo che non rispetta la dignità vocazionale irripetibile - sostituita dalle maniere.

Ogni filo d’erba dà il suo nitido contributo a rendere verde il campo; non per questo si sente arginato - né può venire spento e ridotto, dal contesto pretenzioso e appariscente, che rischierebbe di alterarlo.

 

Le Beatitudini hanno una loro fragranza, ma tutta personale: invano se ne attenuerebbe l’aroma aggiungendo panna ordinaria, che edulcora le varie pietanze (ma ne accomuna i picchi). O zucchero filato, più adatto a sagre di castagnole, nacchere e petardi, e festival d’avanspettacolo.

Il loro «sale» combatte l’insignificante delle speranze fatue o altrui (besciamelle di parvenza). Introduce una saggezza interna e sapida nel mondo dei contorni, delle insalate, dei caroselli e delle insulsaggini.

I figli guardano lontano, ma stanno con la “pasta”... restando un richiamo vivente: tra Dio e l’uomo [che è se stesso anche nella fraternità] c’è un legame inviolabile.

Infatti, «Luce» è quanto non si mescola con le cose, bensì le distingue.

Ciò significa che senza troppi complimenti il discernimento spirituale va strappato dalle grinfie di coloro che per quietismo e non procurare fastidi ai compiacenti del potere, mitigano e adattano, anzi nascondono il Vangelo - lo rendono una nenia.

Il passo parallelo di Lc 11,33 si dà pensiero dell’accoglienza dei pagani: fare «luce» a chi entra nella Casa.

Mt è preoccupato anzitutto di quanti già vi dimorano: il cui peso specifico e vita di relazione fondata sulla convivialità delle differenze deve farsi Luce in sé - per consentire a tutti di comprendere la diversità fra germi di morte e binari di Vita completa.

 

Gli israeliti si ritenevano «Luce del mondo» per la loro devozione e la pratica religiosa impeccabile.

Mi raccontava un grande parroco romano che una delle cose che lo avevano colpito nei suoi viaggi in USA era stato vedere troppe cittadelle cattoliche sulla cima di alture, ben visibili all’occhio ma altrettanto palesemente munite di tutto - quindi staccate, in grado di provvedere a se stesse, chiuse al confronto con la vita reale urbana di oggi.

Impostazione diametralmente opposta a quella di molte realtà comunitarie evangelicali, meno appariscenti - senza la pretesa di attirare per bellezza esteriore. Mischiate nel tessuto cittadino; per questo in grado di gettare luce nei risvolti della vita quotidiana di gente in ricerca d’un rapporto personale e reale con Dio Padre.

 

Per Gesù il fedele e la Comunità sono «Luce» perché camminano nella gloria amicale del Maestro.

Egli resta Agnello sgozzato che si fa alimento disponibile, e non suscita impressioni di magnificenza o clamore; non si chiude in fortilizi, né terrorizza.

Il discepolo e l’Assemblea sono «Sale» perché appaiono nel mondo in qualsiasi circostanza come coloro che gli danno senso, Sapienza [dal latino sapĕre, avere sapore].

Siamo chiamati a farci segno d’un Patto nuovo, perché l'inattesa Relazione del Monte che il Figlio propone non poteva più essere contenuta nella Prima Alleanza.

Alle antiche esigenze di purificazione Cristo sostituisce quelle della fraternità piena, la quale nella valorizzazione di ogni persona dona gusto e (appunto) sapore, e si fa lampada ai nostri passi.

Questo “secondo Patto” non schiaccia il popolo credente. 

L’inclinazione a dipanare la propria evoluzione divenendo protagonisti per Nome della Nuova Intesa trasmetterà illuminazione e fragranza al cammino.

In tal guisa ci lasceremo plasmare, cedendo al nostro Nucleo che vuole crescere, esprimersi, dare spazio ai lati ancora in ombra.

Segni di un Padre che recupera e infonde orientamenti al sentiero individuale e delle Chiese - non dall’esterno, bensì a partire dalle nostre radici e a mo’ di fermento.

 

Diventiamo Beltà vivente grazie a un’attività pur imperfetta ma che ha il suo influsso sulla fioritura, da dentro.

Preservando così le persone dal disfacimento della disumanizzazione e corruzione - come il «sale» coi cibi.

Infatti, se non rettamente inteso grazie al salto di qualità della Fede-amore, anche il senso religioso può incanalare la donna e l’uomo su mille rivoli d’astuzie…

Verso una decomposizione della saggezza, e frettolosità schematiche, disincarnate, insipide - nonché purtroppo nebbia indistinta.

«Sale e Luce» sono ogni piccolo elemento divino già in noi. Così qualsiasi sforzo per il bello, il solido e vario, non andrà perduto - sebbene ridotto, e minore: ha un suo Mistero e Appello.

Certo, anche nella religione tradizionale non si disconosce il valore delle cose esigue, le quali però restano piccoline e fisse - senza balzi.

In un clima ove vige il «Ne quid nimis» [nulla di eccessivo] le condizioni sommarie sembrano tutte protese a confermare il sistema delle cose e dei ruoli.

La cappa dei costumi snerva i picchi, relega la personalità dei semplici in ambiti ristretti, irrisori, che li sollecitano a investire energie su vacui aspetti infantili.

Le idiozie di alcuni dettagli poi stanno sempre lì, e comprimono l’evoluzione.

 

Nell’esperienza di Fede non disprezziamo il benché minimo apporto alla costruzione d’un Regno alternativo a quello attuale - talora sì accorpante, ma su stupidaggini e passerelle in palese disfacimento, e tanfo.

Le nostre candeline possono continuare a diradare le tenebre, ma solo fino a quando non le porremo sotto un «moggio» (v.15), ossia non molleremo, per metterle sotto pedissequa «misura» - che non sia quella differente, propulsiva e sempre inedita delle Beatitudini.

In Cristo veniamo guidati a un salto evolutivo: siamo Sapidità pur minuta delle cose, e Luci limitate, sì - ma non inibite, né picciole e “baby”.

La vita di Fede guida e stimola l’edificazione di un regno di Sapore e Amore personali, senza isterismi né intime dissociazioni.

Tale avventura si configura come Nuova Alleanza tra anima, realtà,  mondo globale e locale, segni del tempo e Mistero.

 

Luce di Libertà che coincide con la nostra Vocazione per Nome. Energia intelligente che sa trarre vita alternativa anche dalle ferite inferte.

 

 

Il sale impazzito della religione senza Fede: trattarsi da malati

(Mt 5,13)

 

Una delle possibili traduzioni dal greco dell’espressione al v.13 [forse la più plausibile] è: «se il sale impazzisce».

Perché impazzisce? Si riferisce alla sintonia personale nei confronti del Patto divino che c’inabita e cui non vogliamo lasciare spazio, malgrado sarebbe davvero appagante.

Tutto ciò perché abituati a vivere e nutrirci di atteggiamenti esterni.

L’Alleanza vorrebbe guidare la nostra barchetta anche nel tempo della ripartenza dalle tragedie che bloccano il mondo, ma viene resa faticosa dalla recita dei copioni - da ciò che si “deve fare” secondo le idee di prima, e la routine.

È questa di Mt 5,13 la stessa espressione dell’uomo «pazzo» (Mt 7,26) che costruisce la casa non sulla Roccia [della Libertà che coincide con la sua Chiamata].

Egli “edifica” anche realtà appariscenti, ma su elementi instabili e come talora vediamo fragili, privi di consistenza - quindi senza fondare in modo solido. Piuttosto, secondo riflesso di pensieri tramandati, o di calcolo e fantasia; eccessivamente sofisticati.

Si tratta anche dell’annoso distacco fra devozione rituale e vita concreta, che la comunità cristiana purtroppo talora dimostra di fronte a un mondo il quale attende risposte su bisogni che toccano, e urgenti speranze (non quelle di “gregge” che sotto sotto non ci piacciono affatto).

Invece qua e là si vorrebbe ricostruire tutto come “dovrebbe essere” e come prima… In tal modo si continuerebbe spensieratamente ad andare dietro cose ora inutili, trascurando la nuova realtà e l’essenza dei caratteri.

Inclinazioni embrionali e genuine che vorrebbero dare peso alle risorse nascoste, calate nel nostro essere cosmico di creature e nelle tendenze personali più fragranti.

Potenze interne che sbloccano le situazioni.

 

Il comportamento di chi ha fatto il callo all’Ascolto - e smania non per celebrare la Presenza del Signore e vivere intensamente la Fede ma per tornare a “messa” e negli antichi contenitori - non dev’essere tanto palesemente vuoto, doppio, formale e disinteressato; così apertamente contraddittorio rispetto all’Appello autentico, cui lo stesso credente proclama enfaticamente di credere.

C’è un Mistero da seguire, che sta conducendo a una diversa unicità. E vuol trarre vita alternativa - davvero nostra - proprio dalle ferite inferte.

Niente da fare: permangono stabilmente in agguato proprio le lacerazioni di fondo - quelle procurate da chi vorrebbe impegnarsi nella testimonianza critica, ma non rinasce nelle opportunità uniche... e si ritrova costantemente preda d’idee costruite, invece che ispirato (e nella sua energia intelligente).

 

Nell’espressione del «sale che impazzisce» l’autore evoca una sorta di scissione interiore, radicale, propria dell’anima personale e dell’Altrove sconosciuto che saremmo chiamati finalmente ad accogliere, invece di contrapporsi.

Il Segreto che si annida nel presente, infatti, può finire per essere calpestato da fattori esterni, come ad es. le aspettative istituzionali, le quali non lasciano spazio alla rivoluzione di abitudini e mète.

Una fra tutte: quella preziosissima di costruire una chiesa orante in ogni abitazione.

Anche nella vita spirituale, spesso vogliamo essere uguali a modelli devoti che abbiamo in mente, o più forti (forse per assomigliare alle nostre guide).

Pensieri che non convincono né lanciano il cuore. E in realtà diventano blocchi vocazionali, inibitori della virtù primordiale che ci appartiene - convincendo, smuoverebbe oltre.

Cristo chiama a prendere atto della nostra unicità svincolata, ed eccentricità imprevedibile - unico fattore di ripresa.

Eccezionalità che per Lui non è un disturbo, ma autentica risorsa.

Non sappiamo come vorrà guidarci e dove ci farà finire; quali nuove ere (che apriranno Altro, e non sappiamo) lascerà godere, procedendo nell’avventura delle Beatitudini appena proclamate (vv.1-12).

 

È la differenza sperimentale profonda tra religiosità e Fede.

Quest’ultima ci corrisponde perché amabile nell’intimo. Essa non ha uno sguardo pessimista sulla marea della vita.

Punta sulla perfezione innata dei nostri modi di essere, pur singolari e imprevisti.

Insomma:

Non siamo persone da curare. In ordine alla vocazione, ciascuno di noi è già misteriosamente dotato e perfetto.

Affidandosi sul serio alla Chiamata per Nome invece che alle identificazioni che plagiano e lasciano rimuginare invano, giungeremo a pienezza di essere.

L’età dell’oro coinciderà con il tempo delle esperienze che fanno sentire vivi completamente.

Persino i momenti di vuoto serviranno a rigenerarci e spostare ottica. Ci renderemo conto che non manca nulla.

Invece, affidando la nostra vicenda all’idea beghina delle perfezioni e vecchie situazioni da riconquistare, moltiplicando propositi con attese che non ci riguardano, riusciremo solo a frantumarci.

In tal guisa mai ci sentiremo appagati per la crescita del senso d’immenso nel nostro essere e sviluppo particolari.

I grandi Modelli (che poi tradiscono) costringono alla critica e all’ansia delle rincorse - a trattare noi stessi come fossimo dei malati: pieni di screzi dentro l’anima e tormenti nella mente.

È la pazzia dell’ovvietà, che attraverso una quiete conformista o un dispendio pazzesco di energie promette di prendere possesso di chissà cosa, ma non fa il balzo germinale della vita di Fede.

Fiducia sponsale e gesto creativo che vuole accogliere tutto: stati di disagio, aspetti in ombra, maree nascenti - e dilatare Felicità.

 

 

Lumen Fidei

 

1. La luce della fede: con quest’espressione, la tradizione della Chiesa ha indicato il grande dono portato da Gesù, il quale, nel Vangelo di Giovanni, così si presenta: « Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre » (Gv 12,46). Anche san Paolo si esprime in questi termini: « E Dio, che disse: "Rifulga la luce dalle tenebre", rifulge nei nostri cuori » (2 Cor 4,6). Nel mondo pagano, affamato di luce, si era sviluppato il culto al dio Sole, Sol invictus, invocato nel suo sorgere. Anche se il sole rinasceva ogni giorno, si capiva bene che era incapace di irradiare la sua luce sull’intera esistenza dell’uomo. Il sole, infatti, non illumina tutto il reale, il suo raggio è incapace di arrivare fino all’ombra della morte, là dove l’occhio umano si chiude alla sua luce. « Per la sua fede nel sole — afferma san Giustino Martire — non si è mai visto nessuno pronto a morire ». Consapevoli dell’orizzonte grande che la fede apriva loro, i cristiani chiamarono Cristo il vero sole, « i cui raggi donano la vita ». A Marta, che piange per la morte del fratello Lazzaro, Gesù dice: « Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio? » (Gv 11,40). Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta.

Una luce illusoria?

2. Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri contemporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo « nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo ». E aggiungeva: « A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.

3. In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione.

Una luce da riscoprire

4. È urgente perciò recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Perché una luce sia così potente, non può procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo. Da una parte, essa procede dal passato, è la luce di una memoria fondante, quella della vita di Gesù, dove si è manifestato il suo amore pienamente affidabile, capace di vincere la morte. Allo stesso tempo, però, poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro "io" isolato verso l’ampiezza della comunione. Comprendiamo allora che la fede non abita nel buio; che essa è una luce per le nostre tenebre. Dante, nella Divina Commedia, dopo aver confessato la sua fede davanti a san Pietro, la descrive come una "favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla". Proprio di questa luce della fede vorrei parlare, perché cresca per illuminare il presente fino a diventare stella che mostra gli orizzonti del nostro cammino, in un tempo in cui l’uomo è particolarmente bisognoso di luce.

(Lumen Fidei)

Pagina 8 di 39
Thus, in the figure of Matthew, the Gospels present to us a true and proper paradox: those who seem to be the farthest from holiness can even become a model of the acceptance of God's mercy and offer a glimpse of its marvellous effects in their own lives (Pope Benedict))
Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza (Papa Benedetto)
Man is involved in penance in his totality of body and spirit: the man who has a body in need of food and rest and the man who thinks, plans and prays; the man who appropriates and feeds on things and the man who makes a gift of them; the man who tends to the possession and enjoyment of goods and the man who feels the need for solidarity that binds him to all other men [CEI pastoral note]
Nella penitenza è coinvolto l'uomo nella sua totalità di corpo e di spirito: l'uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l'uomo che pensa, progetta e prega; l'uomo che si appropria e si nutre delle cose e l'uomo che fa dono di esse; l'uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e l'uomo che avverte l'esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini [nota pastorale CEI]
St John Chrysostom urged: “Embellish your house with modesty and humility with the practice of prayer. Make your dwelling place shine with the light of justice; adorn its walls with good works, like a lustre of pure gold, and replace walls and precious stones with faith and supernatural magnanimity, putting prayer above all other things, high up in the gables, to give the whole complex decorum. You will thus prepare a worthy dwelling place for the Lord, you will welcome him in a splendid palace. He will grant you to transform your soul into a temple of his presence” (Pope Benedict)
San Giovanni Crisostomo esorta: “Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza” (Papa Benedetto)
And He continues: «Think of salvation, of what God has done for us, and choose well!». But the disciples "did not understand why the heart was hardened by this passion, by this wickedness of arguing among themselves and seeing who was guilty of that forgetfulness of the bread" (Pope Francis)
E continua: «Pensate alla salvezza, a quello che anche Dio ha fatto per noi, e scegliete bene!». Ma i discepoli «non capivano perché il cuore era indurito per questa passione, per questa malvagità di discutere fra loro e vedere chi era il colpevole di quella dimenticanza del pane» (Papa Francesco)
[Faith] is the lifelong companion that makes it possible to perceive, ever anew, the marvels that God works for us. Intent on gathering the signs of the times in the present of history […] (Pope Benedict, Porta Fidei n.15)
[La Fede] è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia […] (Papa Benedetto, Porta Fidei n.15)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

duevie.art

don Giuseppe Nespeca

Tel. 333-1329741


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.