Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Gesù ha dimostrato un potere assoluto nei confronti di questa morte: lo si vede quando ridona la vita al giovane figlio della vedova di Nain (cfr Lc 7,11-17) e alla fanciulla di dodici anni (cfr Mc 5,35-43). Proprio di lei disse: "Non è morta, ma dorme" (Mc 5,39), attirandosi la derisione dei presenti. Ma in verità è proprio così: la morte del corpo è un sonno da cui Dio ci può ridestare in qualsiasi momento.
Questa signoria sulla morte non impedì a Gesù di provare sincera com-passione per il dolore del distacco. Vedendo piangere Marta e Maria e quanti erano venuti a consolarle, anche Gesù "si commosse profondamente, si turbò" e infine "scoppiò in pianto" (Gv 11,33.35). Il cuore di Cristo è divino-umano: in Lui Dio e Uomo si sono perfettamente incontrati, senza separazione e senza confusione. Egli è l’immagine, anzi, l’incarnazione del Dio che è amore, misericordia, tenerezza paterna e materna, del Dio che è Vita. Perciò dichiarò solennemente a Marta: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno". E aggiunse: "Credi tu questo?" (Gv 11,25-26). Una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi; una domanda che certamente ci supera, supera la nostra capacità di comprendere, e ci chiede di affidarci a Lui, come Lui si è affidato al Padre. Esemplare è la risposta di Marta: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo" (Gv 11,27). Sì, o Signore! Anche noi crediamo, malgrado i nostri dubbi e le nostre oscurità; crediamo in Te, perché Tu hai parole di vita eterna; vogliamo credere in Te, che ci doni una speranza affidabile di vita oltre la vita, di vita autentica e piena nel tuo Regno di luce e di pace.
Affidiamo questa preghiera a Maria Santissima. Possa la sua intercessione rafforzare la nostra fede e la nostra speranza in Gesù, specialmente nei momenti di maggiore prova e difficoltà.
[Papa Benedetto, Angelus 9 marzo 2008]
Cari giovani del Cile,
1. Ho desiderato vivamente questo incontro che mi offre l’opportunità di condividere direttamente la vostra gioia, il vostro affetto, il vostro desiderio di una società più conforme alla dignità propria dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 26). So che sono queste le aspirazioni dei giovani cileni e per questo rendo grazie a Dio.
Ho letto le vostre lettere e ascoltato con grande attenzione e commozione le vostre testimonianze, da cui non emergono solo le inquietudini, i problemi e le speranze della gioventù cilena nelle diverse regioni, ambienti e condizioni sociali.
Avete voluto manifestare quello che pensate della nostra società e del nostro mondo, indicando i sintomi di debolezza, di infermità e perfino di morte spirituale. Certo: il nostro mondo ha bisogno di un profondo miglioramento, di una profonda resurrezione spirituale. Anche se il Signore sa tutto questo, vuole che, con la stessa fede del capo della Sinagoga Giairo - che gli comunica la gravità dello stato di suo figlia: “la mia figlioletta è agli estremi” (Mc 5, 23) - gli diciamo quali sono i nostri problemi tutto quello che ci preoccupa o ci rattrista. E il Signore spera che gli rivolgiamo la stessa supplica di Giairo, quando gli chiedeva la salute di sua figlia: “Vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva” (Mc 5, 23). Vi invito, dunque, ad unirvi alla preghiera per la salvezza del mondo intero, affinché tutti gli uomini rinascano ad una vita nuova in Cristo Gesù. Esiste il Cile, ma esiste anche tutto il mondo; esistono tanti paesi, tanti popoli, tante nazioni che non possono morire. Si deve pregare per vincere la morte. Si deve pregare per ottenere una vita nuova in Cristo Gesù. Egli è la vita; Egli è la verità; Egli è la via.
2. Desidero ricordarvi che Dio conta sui giovani e le giovani del Cile per cambiare il mondo. Il futuro della vostra patria dipende da voi. Voi stessi siete il futuro, che si configurerà come presente secondo come si configura ora la vostra vita. Nella lettera che indirizzai ai giovani e alle giovani di tutto il mondo in occasione dell’Anno Internazionale della Gioventù, vi dicevo: “Da voi dipende il futuro, da voi dipende il termine di questo Millennio e l’inizio del nuovo. Non siate, dunque, passivi; assumetevi le vostre responsabilità in tutti i campi a voi aperti nel nostro mondo!” (Ioannes Pauli PP. II, Epistula Apostolica ad iuvenes Internationali vertente Anno Iuventuti dicato, 16, die 31 mar. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 800). Ora, in questo stadio, luogo di competizioni, ma anche di dolore e sofferenza in epoche passate, desidero tornare a ripetere ai giovani cileni: assumetevi le vostre responsabilità! Siate disposti, animati dalla fede nel Signore, a dare ragione della vostra speranza (cf. 1 Pt 3, 15).
Il vostro sguardo attento al mondo e alle realtà sociali, come pure il vostro autentico senso cristiano che deve portarvi ad analizzare e a valutare con discernimento le condizioni attuali del vostro Paese, non possono esaurirsi nella semplice denuncia dei mali esistenti. Nella vostra mente giovane devono nascere, e prendere forma, proposte di soluzioni, anche audaci, non solo compatibili con la vostra fede, ma anche richieste da essa. Un sano ottimismo cristiano sottrarrà in questo modo il terreno al pessimismo sterile e vi darà fiducia nel Signore.
3. Qual è il motivo della vostra fiducia? La vostra fede, il riconoscimento e l’accettazione dell’immenso amore che Dio continuamente manifesta agli uomini: “Dio Padre che ama ciascuno di noi da tutta l’eternità, che ci ha creato per amore e tanto ha amato noi peccatori fino a dare il suo figlio unigenito perché fossero perdonati i nostri peccati, e potessimo essere riconciliati con Lui, e vivere con Lui una comunione di amore che non avrà mai fine” (Ioannis Pauli PP. II, Nuntius ad iuvenes, 2, die 30 nov. 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/2 [1986] 1820). Sì, Gesù Cristo morto, Gesù Cristo risorto è per noi la prova definitiva dell’amore di Dio per tutti gli uomini. Gesù Cristo, “è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8), continua a mostrare per i giovani lo stesso amore che descrive il Vangelo quando si incontra con un giovane e una giovane.
Così possiamo contemplarlo nella lettura biblica che abbiamo ascoltato: la resurrezione della figlia di Giairo, la quale - puntualizza San Marco - “aveva dodici anni” (Mc 5, 42). Vale la pena di soffermarsi a contemplare tutta la scena. Gesù, come in tante altre occasioni, stava lungo il mare, circondato dalla folla. Dalla moltitudine esce Giairo, che con franchezza espone al Maestro la sua pena, l’infermità di sua figlia e con insistenza supplica la sua guarigione: “La mia figlioletta è agli estremi: vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva” (Mc 5, 23).
“Gesù andò con lui” (Mc 5, 24). Il cuore di Cristo, che si commuove di fronte al dolore umano di quest’uomo e della sua giovane figlia, non resta indifferente di fronte alle nostre sofferenze. Cristo ci ascolta sempre, ma ci chiede che ricorriamo a lui con fede.
Poco più tardi vennero a dire a Giairo che sua figlia era morta. Umanamente non vi era più rimedio. “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?” (Mc 5, 36).
L’amore che Gesù sente per gli uomini, per noi, lo spinge ad andare alla casa del capo della sinagoga. Tutti i gesti e le parole del Signore esprimono questo amore. Vorrei soffermarmi particolarmente sulle testuali parole uscite dalla bocca di Gesù: “La bambina non è morta, ma dorme”. Queste parole, profondamente rivelatrici, mi inducono a pensare alla misteriosa presenza del Signore della vita in un mondo che sembra soccombere all’impulso distruttore dell’odio, della violenza e dell’ingiustizia; ma no. Questo mondo, che è vostro, non è morto, ma dorme. Nel vostro cuore, cari giovani si avverte il forte palpito della vita, dell’amore di Dio. La gioventù non è morta quando è vicina al Maestro. Sì, quando è vicina a Gesù: voi tutti siete vicini a Gesù. Ascoltate tutte le sue parole, tutte le parole, tutto. Giovane, ama Gesù, cerca Gesù. Incontrati con Gesù.
Successivamente Cristo entrò nell’abitazione dove ella giaceva, le prese la mano e le disse: “Fanciulla, io ti dico, alzati!” (Mc 5, 41). Tutto l’amore e tutta la potenza di Cristo - la potenza del suo amore - ci si rivelano in questa delicatezza e in questa autorità con cui Gesù ridà la vita a questa bambina e le ordina di alzarsi. Ci commuove il constatare l’efficacia della parola di Cristo: “Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare” (Mc 5, 42). In quest’ultima disposizione di Gesù, prima di congedarsi - “di darle da mangiare” (Mc 5, 43) - scopriamo fino a che punto Cristo, vero Dio e vero uomo, conosce e si preoccupa di tutte le nostre necessità spirituali e materiali.
Dalla fede nell’amore di Cristo per i giovani nasce l’ottimismo cristiano che manifestate in questo incontro.
4. Solo Cristo può dare la vera risposta alle vostre difficoltà! Il mondo ha bisogno della vostra risposta personale alle Parole di vita del Maestro: “Io ti dico, alzati!”.
Vediamo come Gesù va incontro all’umanità, nelle situazioni più difficili e penose. Il miracolo compiuto nella casa di Giairo ci mostra il suo potere sul male. È il Signore della vita, il vincitore della morte.
Paragoniamo il caso della figlia di Giairo con la situazione dell’attuale società. Tuttavia non possiamo dimenticare che, secondo quanto ci insegna la fede, la causa prima del male, dell’infermità, della stessa morte, è il peccato sotto le sue diverse forme.
Nel cuore di ciascuno e di ciascuna sta questa infermità che ci colpisce tutti: il peccato personale, sempre più radicato nelle coscienze, nella misura in cui si perde il senso di Dio; nella misura in cui si perde il senso di Dio! Non si può vincere il male con il bene se non si ha questo senso di Dio, della sua azione, della sua presenza che ci invita a scommettere sempre per la grazia, per la vita, contro il peccato, contro la morte. È in gioco la sorte dell’umanità: “L’uomo può costruire un mondo senza Dio, ma questo mondo finirà per ritorcersi contro l’uomo” (Ioannis Pauli PP. II, Reconciliatio et Paenitentia, 18).
Da qui la necessità di vedere le implicazioni sociali del peccato per edificare un mondo degno dell’uomo. Vi sono mali sociali che danno vita ad una vera e propria “comunione del peccato”, in quanto, insieme all’anima, avviliscono la Chiesa e in certo qual modo il mondo intero (cf. Ivi, 16). È giusta la reazione dei giovani di fronte a questa funesta comunione nel peccato che avvelena il mondo.
Amati giovani. Lottate con coraggio contro il peccato, contro le forze del male in tutte le sue forme, lottate contro il peccato. Combattete la buona battaglia della fede per la dignità dell’uomo, per la dignità dell’amore, per una vita nobile, di figli di Dio. Vincere il peccato mediante il perdono di Dio è una guarigione, una risurrezione. Fatelo con piena coscienza della vostra responsabilità irrinunciabile.
5. Se sondate il vostro intimo scoprirete senza dubbio difetti, desideri di bene non soddisfatti peccati, ma vi accorgerete anche che nella vostra intimità giacciono forze rimaste inattive, virtù non esercitate a sufficienza, capacità di reazione non esaurite.
Queste energie sono come nascoste nell’anima di un giovane o di una giovane; quante aspirazioni giuste e profondi aneliti che è necessario ridestare, portare alla luce! energie e valori che molte volte i comportamenti e le pressioni che vengono dalla secolarizzazione soffocano, e che possono essere ridestati solo dall’esperienza di fede, dall’esperienza di Cristo vivo, di Cristo crocifisso, di Cristo morto e risorto.
Giovani cileni non abbiate paura di guardare a Lui! Guardate al Signore: che cosa vedete? È solo un uomo saggio? No! È più di questo! È un profeta? Sì! Ma è ancora di più! È un riformatore sociale? Molto più di un riformatore, molto di più. Guardate al Signore con sguardo attento e scoprirete in Lui il volto stesso di Dio. Gesù è la Parola che Dio doveva dire al mondo. È Dio stesso che è venuto a condividere la nostra esistenza, l’esistenza di ciascuno di noi.
Al contatto di Gesù germoglia la vita. Lontano da Lui non vi è che oscurità e morte. Voi avete sete di vita. Di vita eterna! Di vita eterna? Cercatela e trovatela in Colui che non solo dà la vita ma è la Vita stessa.
6. Questo è, amici miei, il messaggio di vita che il Papa vuole trasmettere ai giovani cileni: cercate Cristo! guardate a Cristo! vivete in Cristo! Questo è il mio messaggio: “Che Gesù sia “la pietra angolare (cf. Ef 2, 20) della vostra vita e della nuova civiltà che nella solidarietà generosa e condivisa dovete costruire. Non vi può essere autentico sviluppo umano nella pace e nella giustizia, nella verità e nella libertà, se Cristo non si fa presente con la sua forza salvifica” (Ioannis Pauli PP. II, Nuntius ad iuvenes, 3, die 30 nov. 1986, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/2 [1986] 1821). Che cosa significa costruire la vostra vita in Cristo? Significa lasciarvi impegnare dal suo amore. Un amore che chiede coerenza nel proprio comportamento, che esige l’adeguare la propria condotta alla dottrina e ai comandamenti di Gesù Cristo e della sua Chiesa; un amore che riempie la nostra vita di una felicità e di una pace che il mondo non può dare (cf. Gv 14, 27), malgrado ne abbia tanto bisogno. Non abbiate paura delle esigenze dell’amore di Cristo. Temete, al contrario, la pusillanimità, la leggerezza, la comodità, l’egoismo; tutto quello che vuole ridurre al silenzio la voce di Cristo che, rivolgendosi a ciascuno, ripete “Io ti dico, alzati!” (Mc 5, 41).
Guardate a Cristo con coraggio, contemplando la sua vita attraverso la lettura serena del Vangelo; cercandolo con fiducia nell’intimità della vostra preghiera, nei sacramenti, specialmente nell’Eucaristia, dove offre se stesso per noi ed è realmente presente. Non trascurate di formare la vostra coscienza in profondità, seriamente, sulla base degli insegnamenti che Cristo ci ha lasciato e che la sua Chiesa conserva e interpreta con l’autorità che da lui ha ricevuto.
Se cercate Cristo, anche voi udrete nell’intimo della vostra anima le richieste del Signore, le sue continue esortazioni. Gesù continua a rivolgersi a voi ripetendovi: “lo ti dico, alzati!” (Mc 5, 41), specialmente quando non siete fedeli alle opere che professate con le parole. Cercate, dunque, di non allontanarvi da Cristo, conservando nella vostra anima la grazia divina che riceveste nel Battesimo, ricorrendo, quando è necessario, al sacramento della riconciliazione e del perdono.
7. Se lottate per mettere in pratica questo programma di vita radicato nella fede e nell’amore a Gesù Cristo, sarete in grado di trasformare la società, di costruire un Cile più umano, più fraterno, più cristiano. Tutto questo sembra essere sintetizzato nella schietta frase del Vangelo: “Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare” (Mc 5, 42). Con Cristo anche voi camminerete sicuri e porterete la sua presenza in tutte le strade, in tutte le attività di questo mondo, in mezzo a tutte le ingiustizie di questo mondo. Con Cristo riuscirete a far sì che la vostra società cominci a percorrere nuove vie, fino a fare di essa la nuova civiltà della verità e dell’amore, ancorata ai valori propri del Vangelo e soprattutto al precetto della carità, il precetto che è il più divino e il più umano.
Cristo ci chiede di non restare indifferenti di fronte all’ingiustizia, di impegnarci responsabilmente nella costruzione di una società più cristiana, di una società migliore. Per questo è necessario che allontaniamo dalla nostra vita l’odio: che riconosciamo come ingannevole, falsa, incompatibile con la sua sequela, ogni ideologia che proclami la violenza e l’odio come rimedi per conseguire la giustizia. L’amore vince sempre, come Cristo ha vinto; l’amore ha vinto, sebbene talvolta, di fronte ad avvenimenti e a situazioni concrete, possa sembrarci inefficace. Anche Cristo dava l’impressione di non potercela fare. Dio sempre può di più.
Nell’esperienza di fede con il Signore, scoprite il volto di colui che, essendo nostro maestro, è l’unico che può esigere totalmente, senza limiti. Optate per Gesù e rifiutate le idolatrie del mondo, gli idoli che cercano di sedurre la gioventù. Solo Dio è adorabile. Solo Lui merita il vostro dono totale.
È vero che volete rinunciare all’idolo della ricchezza, alla brama di possedere, al consumismo, al denaro facile?
È vero che volete rifiutare l’idolo del potere, come dominio sugli altri invece dell’atteggiamento di servizio fraterno di cui Gesù diede l’esempio? È vero?
È vero che volete rifiutare l’idolo del sesso, del piacere, che frena il vostro desiderio di seguire Cristo per il cammino della croce che porta alla vita? L’idolo che può distruggere l’amore.
Con Cristo, con la sua grazia, saprete essere generosi perché tutti i vostri fratelli gli uomini, e specialmente i più bisognosi, partecipino dei beni materiali e di una formazione e di una cultura adeguata al nostro tempo, che permetta loro di sviluppare i talenti naturali che Dio ha loro concesso. In questo modo sarà più facile conseguire quegli obiettivi di sviluppo e benessere imprescindibili perché tutti possano condurre una vita degna e propria dei figli di Dio.
8. Giovane, alzati e partecipa, insieme alle molte migliaia di uomini e donne nella Chiesa, nell’infaticabile missione di annunciare il Vangelo, di guidare con tenerezza coloro che soffrono in questa terra e cercare modi di costruire un paese giusto, un paese che viva nella pace. La fede in Cristo ci insegna che vale la pena di lavorare per una società più giusta, che vale la pena di difendere l’innocente, l’oppresso e il povero, che vale la pena di soffrire per alleviare la altrui sofferenza.
Giovane, alzati! sei chiamato a cercare appassionatamente la verità, a coltivare instancabilmente la bontà, un uomo o una donna con vocazione di santità. Che le difficoltà che ti trovi a vivere non siano di ostacolo al tuo amore e alla tua generosità, ma una forte sfida. Non stancarti di servire, non tacere la verità, supera i tuoi timori, sii cosciente dei tuoi limiti personali. Devi essere forte e coraggioso, lucido e perseverante in questo lungo cammino.
Non lasciarti sedurre dalla violenza e dalle mille ragioni che sembrano giustificarla. Sbaglia chi afferma che solo passando attraverso di essa si conseguiranno la giustizia e la pace.
Giovane, alzati, abbi fede nella pace, compito arduo, compito di tutti. Non cadere nell’apatia di fronte a quello che sembra impossibile. In te germogliano i semi della vita per il Cile del domani. Il futuro della giustizia, il futuro della pace passa per le tue mani e nasce dal profondo del tuo cuore. Sii protagonista nella costruzione di una nuova convivenza di una società più giusta, sana e fraterna.
9. Concludo invocando nostra Madre. Maria Santissima, sotto la protezione della Vergine del Carmine, Patrona della vostra Patria. Tradizionalmente a questa protezione sono ricorsi sempre gli uomini del mare, chiedendo alla Madre di Dio asilo e protezione per le loro lunghe e spesso difficili traversate. Mettete anche voi sotto la sua protezione la “navigazione” della vostra vita, della vostra vita giovane non esente da difficoltà ed Ella vi condurrà al porto della Vita vera. Amen.
[Papa Giovanni Paolo II, ai giovani di Santiago del Cile, 2 aprile 1987]
Il Vangelo di questa domenica (cfr Mc 5,21-43) presenta due prodigi operati da Gesù, descrivendoli quasi come una sorta di marcia trionfale verso la vita.
Dapprima l’Evangelista narra di un certo Giairo, uno dei capi della sinagoga, che viene da Gesù e lo supplica di andare a casa sua perché la figlia di dodici anni sta morendo. Gesù accetta e va con lui; ma, lungo la strada, giunge la notizia che la ragazza è morta. Possiamo immaginare la reazione di quel papà. Gesù però gli dice: «Non temere, soltanto abbi fede!» (v. 36). Arrivati a casa di Giairo, Gesù fa uscire la gente che piangeva - c’erano anche le donne prefiche che urlavano forte - ed entra nella stanza solo coi genitori e i tre discepoli, e rivolgendosi alla defunta dice: «Fanciulla, io ti dico: alzati!» (v. 41). E subito la ragazza si alza, come svegliandosi da un sonno profondo (cfr v. 42).
Dentro il racconto di questo miracolo, Marco ne inserisce un altro: la guarigione di una donna che soffriva di emorragie e viene sanata appena tocca il mantello di Gesù (cfr v. 27). Qui colpisce il fatto che la fede di questa donna attira – a me viene voglia di dire “ruba” – la potenza salvifica divina che c’è in Cristo, il quale, sentendo che una forza «era uscita da lui», cerca di capire chi sia stato. E quando la donna, con tanta vergogna, si fa avanti e confessa tutto, Lui le dice: «Figlia, la tua fede ti ha salvata» (v. 34).
Si tratta di due racconti ad incastro, con un unico centro: la fede; e mostrano Gesù come sorgente di vita, come Colui che ridona la vita a chi si fida pienamente di Lui. I due protagonisti, cioè il padre della fanciulla e la donna malata, non sono discepoli di Gesù eppure vengono esauditi per la loro fede. Hanno fede in quell’uomo. Da questo comprendiamo che sulla strada del Signore sono ammessi tutti: nessuno deve sentirsi un intruso, un abusivo o un non avente diritto. Per avere accesso al suo cuore, al cuore di Gesù, c’è un solo requisito: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Io vi domando: ognuno di voi si sente bisognoso di guarigione? Di qualche cosa, di qualche peccato, di qualche problema? E, se sente questo, ha fede in Gesù? Sono i due requisiti per essere guariti, per avere accesso al suo cuore: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Gesù va a scoprire queste persone tra la folla e le toglie dall’anonimato, le libera dalla paura di vivere e di osare. Lo fa con uno sguardo e con una parola che li rimette in cammino dopo tante sofferenze e umiliazioni. Anche noi siamo chiamati a imparare e a imitare queste parole che liberano e questi sguardi che restituiscono, a chi ne è privo, la voglia di vivere.
In questa pagina evangelica si intrecciano i temi della fede e della vita nuova che Gesù è venuto ad offrire a tutti. Entrato nella casa dove giace morta la fanciulla, Egli caccia fuori quelli che si agitano e fanno lamento (cfr v. 40) e dice: «La bambina non è morta, dorme» (v. 39). Gesù è il Signore, e davanti a Lui la morte fisica è come un sonno: non c’è motivo di disperarsi. Un’altra è la morte di cui avere paura: quella del cuore indurito dal male! Di quella sì, dobbiamo avere paura! Quando noi sentiamo di avere il cuore indurito, il cuore che si indurisce e, mi permetto la parola, il cuore mummificato, dobbiamo avere paura di questo. Questa è la morte del cuore. Ma anche il peccato, anche il cuore mummificato, per Gesù non è mai l’ultima parola, perché Lui ci ha portato l’infinita misericordia del Padre. E anche se siamo caduti in basso, la sua voce tenera e forte ci raggiunge: «Io ti dico: alzati!». E’ bello sentire quella parola di Gesù rivolta a ognuno di noi: “Io ti dico: alzati! Vai. Alzati, coraggio, alzati!”. E Gesù ridà la vita alla fanciulla e ridà la vita alla donna guarita: vita e fede ad ambedue.
Chiediamo alla Vergine Maria di accompagnare il nostro cammino di fede e di amore concreto, specialmente verso chi è nel bisogno. E invochiamo la sua materna intercessione per i nostri fratelli che soffrono nel corpo e nello spirito.
[Papa Francesco, Angelus 1 luglio 2018]
14ma Domenica del Tempo Ordinario (anno A) [5 luglio 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Zaccaria (9, 9-10)
Questo testo potrebbe essere riassunto così: per il profeta Zaccaria il Messia è Re di pace, non di guerra e umile come il Servo. “Figlia di Sion, esulta” è un oracolo di consolazione in tempo di guerra. Così infatti parla il Signore: Esulta, grida di gioia, figlia di Gerusalemme! “Figlia di Sion/Gerusalemme” non è una ragazza, è la città stessa: è come dire “Gerusalemme, rallegrati”. Il paradosso è che mentre il tono è trionfale, in realtà si è in tempo di guerra perché il profeta Zaccaria, svolge la sua missione all’inizio del dominio greco ∼330 a.C. dopo le conquiste di Alessandro, ed è un “oracolo di consolazione”. Da qui si comprendono alcune espressioni come “Farà sparire da Efraim i carri da guerra e da Gerusalemme i cavalli da combattimento; spezzerà l’arco di guerra e annuncerà la pace alle nazioni”. In un momento in cui tutto sembra perduto, Zaccaria conduce Israele alla speranza in un intervento di Dio. E quando Zaccaria parla del Messia usa i termini classici del Messia atteso: un re che porta giustizia e pace: “Dio, affida al re il tuo giudizio… Domini da mare a mare, dal Fiume ai confini della terra” (Sal 71/72). L’audacia è proclamare questa speranza proprio quando ogni speranza umana è crollata. Ecco tre affermazioni di Zaccaria, delle quali l’ultima è decisiva. Prima: “Annuncerà la pace alle nazioni”: solo dopo l’esilio a Babilonia Israele ha capito che il progetto di Dio abbraccia tutta l’umanità. Seconda: “Farà sparire… da Efraim… da Gerusalemme”: nominare insieme Efraim-Nord e Gerusalemme-Sud è un modo discreto per annunciare la restaurazione e riunificazione dell’antico regno di Davide. Quando Zaccaria scrive, Nord e Sud hanno perso da tempo unità e sovranità. La terza: La vera novità: “povero e montato su un asino, un puledro figlio d’asina”. L’asino è cavalcatura modesta. I conquistatori di Alessandro montavano ben altro. A Gerusalemme Salomone aveva introdotto il cavallo da guerra e da parata e gli fu rimproverato il gusto della grandezza. Un re sull’asino non si era mai visto. Gesù si presenta Messia “alla maniera di Zaccaria”. Già Isaia aveva già intravisto un Messia umile (Is50,6; 53,7). Il Servo non porta il titolo di “re”, ma compie l’opera del Messia ed è pieno dello Spirito di Dio. Zaccaria invece presenta subito il Messia come Re: riprende l’attesa tradizionale del Messia-Re. La novità è la combinazione di innestare sull’attesa regale l’umiltà del Servo di Isaia. Poiché il suo re è umile: finiscono i sogni di grandezza, guerra, potenza. Conta una cosa sola: instaurare la pace per il suo popolo. I quattro Vangeli descrivono l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme proprio come la venuta di questo re sull’asinello. Matteo (Mt 21,5) e Giovanni (12,15) citano Zaccaria. Forse lo stesso Gesù l’ha citato ai discepoli di Emmaus, mentre “spiegava nelle Scritture tutto ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27).
Salmo Responsoriale (144/145)
In questo salmo appare chiaramente che la regalità di Dio è misericordia verso tutti. Intanto il Salmo 144/145 è l’unico intitolato “Lode”. Se è vero che tutto il Salterio ebraico si chiama “lodi”, questo è l’unico salmo intitolato proprio “lode”. Il tono è stupito, il motivo è la regalità del Dio dell’Alleanza. In una celebrazione di rinnovo dell’Alleanza, Israele contempla il Re che lo protegge gratis, senza meriti. Da qui il lessico regale: “Ti esalterò, mio Dio, mio Re… i tuoi fedeli diranno la gloria del tuo regno, parleranno delle tue prodezze”. Possiamo scorgere in questo salmo un “alfabeto” della tenerezza perché è un salmo “alfabetico” e da Aleph a Tav, cioè “tutta la vita, dalla A alla Z, è immersa nell’Alleanza, nella tenerezza di Dio”. Il parallelismo versetto per versetto è molto marcato: andrebbe letto a due cori alternati. E proprio il parallelismo è istruttivo perché nella liturgia sono unite due coppie di versetti che a prima vista sorprendono: “Fedele il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere, il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto”. “Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere / È vicino a chi lo invoca, a chi lo invoca con sincerità”. Significa che la giustizia, la verità, la fedeltà di Dio non sono altro che la sua misericordia. La più grande giustizia del mondo non è quella della bilancia, è quella dell’amore. Se viviamo “secondo lo Spirito di Dio” come raccomanda Paolo ai Romani – seconda lettura di domenica – entriamo proprio su questa via: una giustizia che è sinonimo di misericordia. Il Re di cui si parla nel salmo non è come i re della terra; è onnipotente e buono: vuole solo la nostra felicità. Israele quando parla della potenza di questo Re “non come gli altri”, sa che la sua potenza è solo amore: “Buono “Il Signore è pietà e misericordia, lento all’ira e ricco di amore_”. È il miglior riassunto di tutta la rivelazione biblica. Israele parla per esperienza: quante volte, soprattutto durante l’esilio a Babilonia, ha invocato Dio e supplicato perdono e ritorno… Ora il popolo radunato nel Tempio ricostruito canta: “Misericordioso e pietoso è il Signore. “Ti lodino Signore tutte le tue opere, e ti benedicano i tuoi fedeli” ti benedicano!... O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre”. La missione è cantarlo abbastanza forte perché tutti lo sappiano: la ricchezza di perdono, la tenerezza e la pietà del Signore sono per tutti perché Dio ama l’umanità e il suo “disegno misericordioso” riguarda l’intera umanità e tutta la creazione. Si capisce perché il Samo 144/145 sia diventato la preghiera del mattino del popolo che per primo ha imparato a parlare a Dio come a un padre. Per l’ebreo credente, il mattino – l’alba del giorno nuovo – evoca irresistibilmente l’alba del Giorno definitivo, del mondo a venire, della creazione rinnovata. La tradizione rabbinica del Talmud dice che chi recita questo salmo tre volte al giorno “può essere sicuro di essere figlio del mondo a venire”.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 9.11-13)
Vivere secondo lo Spirito per san Paolo è lasciare che l’Amore di Dio abiti in noi.
La difficoltà del testo è la parola “carne”. Per Paolo non ha il senso che ha nel nostro italiano del XXI secolo. Noi opponiamo “corpo” e “anima” e rischiamo un fraintendimento enorme. Quando Paolo dice “carne” non intende il corpo; quando dice “Spirito” non intende l’anima. E non oppone due parole “carne” contro “Spirito”, ma due espressioni: “vivere secondo la carne” e “vivere secondo lo Spirito”. Per lui si tratta di scegliere due stili di vita, due padroni, una linea di condotta. Per Paolo vivere “secondo la carne” è vivere senza Dio, con le sole nostre forze, chiusi nei limiti dell’intelligenza e delle forze umane. Ovviamente non porta lontano! O meglio, può portare molto lontano, ma nel senso sbagliato. È il tema delle “due vie” che torna sempre in Paolo. Vivere senza Dio finisce sempre col significare vivere lontano da Dio, in un allontanamento che non può che peggiorare. L’ha descritto nei primi capitoli della lettera ai Romani. Con le immagini della Genesi: vivere secondo la carne è vivere come Adamo: vuole diventare come Dio, ma senza l’aiuto di Dio. Si sbaglia. Anche noi, a volte, cerchiamo la felicità da soli, senza Lui o contro di Lui, senza accorgerci che è il modo migliore per farci del male. “Vivere secondo lo Spirito” è la grande novità
perché vivere “secondo lo Spirito” è lasciarsi guidare da Lui, quindi vivere della forza di Dio: cambia tutto! La grande notizia del testo è: “Lo Spirito di Dio abita in voi”, quindi “non siete sotto il dominio della carne, ma sotto il dominio dello Spirito”. Il verbo “abitare” ritorna tre volte oggi: chi abita la casa è il padrone, è lui che dirige. Siamo diventati letteralmente case dello Spirito: è Lui che comanda ormai. La nostra libertà è aprirgli la porta. Bisogna però vedere che posto gli lasciamo in casa, perché siamo liberi di aprire più o meno la porta. In molti testi Paolo insiste sulla nostra libertà: “non siete sotto il dominio della carne” significa che non siamo più schiavi delle forze del male; ora abbiamo la forza di far trionfare i veri valori: amore, pace, verità, giustizia. Ne abbiamo la forza, ma non siamo obbligati: ad ogni istante la scelta va rifatta. Più spazio lasciamo allo Spirito Santo nella nostra casa – cioè più facciamo ciò che ci suggerisce sulla via dell’amore, della benevolenza, del perdono – più saremo vivi. Prima della conversione Paolo applicava tante regole morali e religiose con fedeltà, ma lo Spirito di Cristo non abitava in lui; viveva ancora “sotto il dominio della carne”. E questo poteva portarlo alla violenza e all’omicidio, in perfetta buona fede. Ora tutta la sua vita è ispirata dallo Spirito di Cristo, fino a dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal2,20). Si possono trarre due conseguenze per noi battezzati: 1) Risusciteremo con Cristo: promessa per il futuro. Lo Spirito eserciterà in noi la sua potenza e realizzerà in noi ciò che ha realizzato in Gesù” (Rm 8,11). 2) Già ora la vita è trasformata come lo fu quella di Paolo, perché ormai siamo “sotto il dominio dello Spirito”. “Metterò il mio spirito in voi e voi vivrete” annunciava Ezechiele (37,14). Paolo parla spesso della nuova vita spirituale che scaturisce dal Battesimo: pur rimanendo nel corpo mortale, possiamo già vivere dello Spirito di Cristo. È ciò che Giovanni chiama “vita eterna”. Concretamente: Spirito è uguale a Amore. Basta sostituire “Spirito” con “Amore” e vivere secondo lo Spirito è lasciarci suggerire da Lui parole e gesti d’amore. Pochi capitoli prima Paolo scriveva ai Romani: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm5,5). E ai Galati spiega i frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal5,22): in una parola è l’amore declinato in tutte le circostanze concrete della vita. Paolo è erede dei profeti: tutti affermano che la nostra relazione con Dio si verifica nella qualità della relazione con gli altri. Nei canti del Servo, Isaia afferma che vivere secondo lo Spirito di Dio è amare e servire i fratelli. Come dice Giovanni: “Chi non ama rimane nella morte… Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14).
Dal Vangelo secondo Matteo (11, 25 -30)
In questo testo troviamo il filo conduttore nel “giogo dolce e il peso leggero” di Gesù che è poi la Legge dell’amore che dà riposo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo”. Che cos’è il “giogo”. Il giogo è un pezzo di legno pesante e solido che unisce due buoi per arare. Uniscono le forze e il più forte impone il passo. In senso figurato “prendere il giogo” è legarsi a qualcuno per camminare allo stesso passo, aggiogati allo stesso compito. Nell’Antico Testamento e nel giudaismo l’espressione era comune per l’Alleanza: “prendere il giogo della Torah” cioè impegnarsi a seguire la Legge di Dio, sapendo che tutta la forza dell’“attacco” viene da Dio stesso. Per un ebreo il servizio della Torah non è un peso insopportabile, è la via della vera felicità. Ben Sirac diceva: “Troverai in essa il tuo riposo, e diventerà la tua gioia” (Si 6,28). Gesù riprende l’immagine, collegandosi al giogo della Torah e al riposo: “Prendete su di voi il mio giogo, diventate miei discepoli praticate i miei comandamenti e troverete riposo per la vostra anima”. E aggiunge: “Sì, il mio giogo è dolce da portare e il mio peso leggero”. Si percepisce una critica ad alcuni farisei che avevano trasformato la Legge in un corteo di obblighi minuziosi. Di loro Gesù dice: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito” (Mt 23,4). Intanto la maggioranza del popolo faceva fatica a osservare tutti i comandamenti imposti dalle autorità religiose e sentiva il disprezzo che ricadeva su di loro. Gesù propone ai discepoli di deporre questi pesi troppo gravi: “Prendete su di voi il mio giogo… il mio giogo è dolce e il mio peso leggero”. Il suo giogo è semplicemente la legge dell’amore, ed è Lui che ci dà la forza per portarla. Anche “riposo” era parola familiare. L’Antico Testamento presentava la Terra Promessa come il luogo del riposo donato da Dio al suo popolo. E, al contrario, quando il popolo era infedele, il Sal 94/95 esprimeva la tristezza di Dio: “Questo popolo ha il cuore traviato… non entreranno nel mio riposo”. Riprendendo quel salmo, la Lettera agli Ebrei annuncia un giorno nuovo in cui con Cristo entreremo con fiducia nel riposo di Dio: “Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo” (Eb4,11). La novità assoluta è che Gesù si identifica con Dio e solo Lui può dire “Io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo… il mio giogo è dolce…”. I rappresentanti della religione ne erano infastiditi, mentre quelli che erano stanchi sotto il peso del fardello, venivano attratti dal rispetto e l’attenzione che aveva per ciascuno.
+Giovanni D’Ercole
Scienziati e Piccoli: mondo astratto e incarnazione
(Mt 11,25-30)
I capi guardavano la religiosità con scopi d’interesse. I professori di teologia erano abituati a valutare ogni virgola partendo dal proprio sapere, ridicolo ma supponente - estraneo alle vicende reali.
Ciò che rimane vincolato a costumanze e soliti protagonisti non fa sognare, non è apparizione e testimonianza stupefacente d’Altrove; toglie ricchezza espressiva all’Annuncio e alla vita.
Il Maestro si rallegra della sua stessa esperienza, che reca una gioia non epidermica e un insegnamento dallo Spirito - su chi è ben disposto, e capace di comprendere le profondità del Regno, nelle cose comuni.
Insomma, dopo un primo momento di folle entusiaste, il Maestro approfondisce le tematiche e si ritrova tutti contro, tranne Dio e i minimi: i senza peso, ma con tanta voglia di cominciare da zero.
Barlume del Mistero che lievita la storia - senza farne un possesso.
In un primo tempo anche Gesù rimane sbalordito per il rifiuto di chi si riteneva già soddisfatto e non attendeva più nulla che potesse destare le abitudini.
Poi comprende, loda e benedice il disegno del Padre: la persona autentica nasce dai bassifondi, e possiede «lo spirito del vicinato» (FT n.152).
Dio è Relazione semplice: demitizza l’idolo della grandezza.
L’Eterno non è il padrone del creato: è Ristoro che rinfranca, perché fa sentire completi e amabili; ci cerca, si fa attento al linguaggio del cuore.
Egli è Custode del mondo, anche dei non istruiti - degli «infanti» (v.25) spontaneamente vuoti di spirito borioso, ossia di coloro che non restano chiusi nella loro sufficiente appartenenza.
Così il rapporto Padre-Figlio viene comunicato ai poveri di Dio: coloro che sono dotati di un’attitudine da famigliari (v.27).
Insignificanti e invisibili privi di grandi doti, ma che si abbandonano alle proposte della vita provvidente che viene, come bimbi in braccio a dei genitori.
In tal guisa, con Spirito di pietas che favorisce chi si lascia colmare di saggezza innata.
Unica realtà che ci corrisponde e non presenta il “conto”: essa non procede sulle vie del pensiero funzionale, dell’iniziativa calcolante.
Sapienza che trasmette freschezza nella disponibilità a ricevere accogliere ritemprare personalmente la Verità come Dono, e l’entusiasmo spontaneo stesso, in grado di realizzarla.
Una preghiera di benedizione semplice, per i semplici - questa di Gesù (v.25) - che ci fa crescere nella stima, calza perfettamente con la nostra esperienza, e va d’accordo con noi stessi.
I nuovi, le nullità, i senza voce e invisibili non ragionano in termini di dottrina e leggi [vv.29-30: «giogo» insopportabile che schiaccia le persone e vocazioni concrete, particolari] ma di verve e umanità.
Così arricchiscono l’esperienza fondamentale e spontanea della Fede-Amore, appagante senza manierismi né intime forzature.
Mentre l’esteriorità del mondo piramidale, la diffidenza di chi vuol “contare”, l’ansia della società competitiva, impoveriscono lo sguardo e contaminano l’onda vitale.
Anche noi, non apprezziamo troppo l’energia dei ‘modelli’, né la potenza aggressiva dei “pezzi grossi”.
Invece che solo con il “grande” ed esterno, desideriamo vivere di Comunione - pur con il ‘piccolo’ di sé, o non ci sarà amabilità, né autentica vita.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa provi quando ti senti dire: «Tu non conti»?
Rimane un disprezzo umiliante o la consideri una grande Luce ricevuta, come ha fatto Gesù?
[14.a Domenica T.O. (anno A) 5 luglio 2026]
(Mt 11,25-30)
L’unica preghiera di Gesù poco insegnata
Scienziati e Piccoli: mondo astratto e incarnazione
(Mt 11,25-27)
«Il mondo dà credito ai “sapienti” e ai “dotti”, mentre Dio predilige i “piccoli”. L’insegnamento generale che ne deriva è che vi sono due dimensioni del reale: una più profonda, vera ed eterna, l’altra segnata dalla finitezza, dalla provvisorietà e dall’apparenza» [Papa Benedetto].
La Ragione larga di Dio non è secondo “fortuna”, o “misura”
A commento del Tao Tê Ching (iv) il maestro Ho-shang Kung scrive:
«I desideri umani sono acuminati e sottili, si sforzano di appropriarsi di merito e gloria. Quando sono smussati, l’uomo li padroneggia, e a imitazione della Via, non si riempie».
I capi guardavano la religiosità con scopi d’interesse. I professori di teologia erano abituati a valutare ogni virgola partendo dal proprio sapere, ridicolo ma supponente - estraneo alle vicende reali.
Gesù si trova contro persino i suoi famigliari. Sotto la cappa e il ricatto delle convenzioni sociali abitudinarie, anch’essi subivano il preconcetto del parere dei “grandi” e della evasiva tradizione orale, che non trasmetteva alimento al tessuto concreto del tempo umano.
Il Signore constata: persino gli Apostoli non sono persone libere; per questo non emancipano nessuno e addirittura impediscono qualsiasi svolta (cf. Lc 9).
Il loro modo di essere è talmente fondato su atteggiamenti standard e comportamenti obbligati da tradursi in armature mentali impermeabili.
La loro prevedibilità è troppo limitante: non dà respiro al cammino di coloro che invece vogliono riattivarsi, scoprire e valorizzare sorprese dietro i lati segreti della realtà e della personalità.
Ciò che rimane vincolato ad antiche costumanze [o astrazioni] e soliti protagonisti [o pseudo maestri sofisticati] non fa sognare, non è apparizione e testimonianza stupefacente d’Altrove; toglie ricchezza espressiva all’Annuncio e alla vita.
Il Maestro si rallegra della sua stessa esperienza, che reca una gioia non epidermica e un insegnamento dallo Spirito - su chi è ben disposto, e capace di comprendere le profondità del Regno, nelle cose comuni.
[A un certo punto del cammino spirituale, in Cristo ci si accorge di doversi distaccare dall’idolatria delle deferenze: soffocano e deridono la vita.
La Fede procede sul binario della Felicità della donna e dell’uomo concreti, resi viceversa fantoccio da una falsa pietà tutta esibizionista o disincarnata].
Insomma, dopo un primo momento di folle entusiaste, il Maestro approfondisce le tematiche e si ritrova tutti contro, tranne Dio e i minimi: i senza peso, ma con tanta voglia di cominciare da zero.
Barlume del Mistero che lievita la storia - senza farne un possesso.
A conclusione dell’enciclica Fratelli Tutti, Papa Francesco cita la figura e l’esperienza di Charles de Foucauld, il quale - sovvertendo tutto - «solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti» (n.287).
In un primo tempo anche Gesù rimane sbalordito per il rifiuto di chi si riteneva già soddisfatto della struttura religiosa ufficiale e non attendeva più nulla che potesse spodestare la pista battuta, destando abitudini (o fantasie) e tornaconto.
Poi supera la sorpresa iniziale: coglie pienamente, loda e benedice il disegno del Padre, facendolo proprio, stringendolo a sé.
Porta a piena e propria contezza il suo Segreto: che Radice della trasformazione dell’essere nell’Imprevedibile di Dio è il nascondimento, la “tapineria” [(tapeínōsis, “abbassamento”), da ταπεινός (tapeinós, “basso”) [v.29; Lc 1,48].
Qui il Figlio conosce e intende il nucleo delle Attese e delle Promesse dell’Alleanza, e i suoi protagonisti - a contrario: la Persona affidabile nasce appunto dai bassifondi, non dal ceto delle élites.
Insomma, Cristo intuisce l’autenticità a tutto tondo proprio dei malfermi - impulso profondo, motivo, motore, quintessenza e unica energia della storia della salvezza.
Trasparenza dell’Eterno, che viene da un’altra elaborazione.
Genesi stessa che sconvolge il rapporto religioso consolidato, talora divenuto inerte e “rassicurante” - mai profondo né decisivo per le sorti umane.
Dio è Relazione semplice: demitizza l’idolo della grandezza.
L’Eterno non è più il padrone del creato [Colui che si manifestava forte e perentorio; nella sua azione, ancora nel Patto antico illustrato attraverso le potenze incontenibili della natura].
Tutto il contrario. In tal guisa, di riflesso, e anche nel cammino spirituale, il Padre non ci porta all’alienazione, all’isterismo delle forzature che non vogliamo, alle dissociazioni interiori.
È Amico e Ristoro che rinfranca, perché fa sentire completi e amabili; ci cerca per Nome, si fa attento al linguaggio del cuore.
Egli è Custode del mondo, anche dei non istruiti - degli «infanti» (v.25) spontaneamente vuoti di spirito borioso, ossia di coloro che non restano chiusi nella loro sufficiente appartenenza.
Già così come sono, “perfetti” in ordine alla loro missione nel mondo. Non bicchieri vuoti, solo da rieducare in funzione istituzionale.
Non più anime da cesellare secondo modelli.
Semmai, cuori da guidare a consapevolezza totale; anime da completare nel senso della scoperta completa di se stesse, negli opposti dell’essenza caratteriale, e vocazionale.
In tal guisa, il rapporto Padre-Figlio viene comunicato ai poveri di Dio: i dotati di un’attitudine da famigliari (v.27).
Capaci di convivenza, eppure più autonomi degli identificati e ben inseriti… totalmente impegnati a ricalcare, per farsi riconoscere.
I poveri restano genuini: ciò che sono; non esterni.
Insignificanti e invisibili, privi di grandi doti, ma stranamente sempre colmi di un’Altra “potenza”.
È la “virtù” dei malfermi, i quali si abbandonano alle proposte della vita provvidente che Viene, come bimbi in braccio a genitori.
Con Spirito di ‘pietas’ - che favorisce chi si lascia colmare di saggezza innata.
Unica realtà che ci corrisponde e non presenta il “conto”: essa non procede sulle vie del pensiero funzionale, dell’iniziativa calcolante.
Sapienza che trasmette freschezza nella disponibilità a ricevere, accogliere, ritemprare personalmente la Verità come Dono - e l’entusiasmo spontaneo stesso, in grado di realizzarla.
Una preghiera di benedizione semplice, per i semplici - questa di Gesù (v.25) - che ci fa crescere nella stima, calza perfettamente con la nostra esperienza, e va d’accordo con noi stessi; a partire dall’intimo.
Ma che stranamente i dotti sul territorio i quali non vivono «lo spirito del vicinato» (FT n.152) però sul territorio rivendicano posizioni e giocano sempre d’astuzia, non ci hanno mai voluto trasmettere.
I nuovi, le nullità, i senza voce e invisibili non ragionano in termini di dottrina e leggi - vv.29-30: «giogo» insopportabile che schiaccia le persone e vocazioni concrete, particolari - ma di vita e umanità.
Così arricchiscono l’esperienza fondamentale e spontanea della Fede-Amore, appagante senza manierismi né intime forzature che poi ci tirano fuori di noi stessi.
Perché l’esteriorità del mondo piramidale, la diffidenza di chi vuol “contare”, l’ansia della società competitiva ed epidermica, impoveriscono lo sguardo; contaminano l’onda vitale.
Per Dio, meglio “contare” poco.
Egli non ci forza nell’energia dei modelli, né prospetta come ideale la potenza aggressiva dei “pezzi grossi”.
In tal guisa, i suoi intimi, invece che solo con il “grande” ed esterno, vivranno di Comunione pur con il ‘piccolo’ di sé; o non godranno amabilità, né autentica vita.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa provi quando ti senti dire: «Tu non conti»?
Rimane un disprezzo umiliante o la consideri una grande Luce ricevuta, come ha fatto Gesù?
Il Giogo sui Piccoli
Religione trasformata in ossessione (per “trattenuti”)
(Mt 11,28-30)
I rabbini sceglievano i discepoli fra coloro che avevano maggiori capacità intellettive e ascetiche. Gesù invece va a cercare i fuori del giro, gli «infanti» (v.25) che neppure avevano stima di sé.
Anche per la rinascita che oggi si prospetta, Cristo non ha bisogno di finti fenomeni, anzi è Lui che libera da costrizioni esterne; sprigiona la forza interiore (e sana pure il cervello).
Nell’intimità del Mistero della vita divina entra chi sa ricevere tutto e molla la presa - ma rimane se stesso.
Dio non è lontanissimo, bensì vicinissimo; non è grande, ma piccolo: l’itinerario efficace per diventare intimi col Padre non è farsi subalterni con sforzo, ma sapersi famigliari disciolti.
Solo qui possiamo coglierlo nel centro del suo svelamento: potenza sapiente, soccorrevole, unita; per noi, come siamo.
Gli esperti della religione ufficiale - stracolmi di amor proprio e senso d’elezione - predicavano un Dio da convincere con atteggiamenti sicuri e fare artificioso, tagliente, imperioso.
Non lasciavano essere né diventare. L’intransigenza era segno che non conoscevano il Padre.
L’Eterno trasformato in Controllore era divenuto fonte di discriminazione e ossessione per la vita intima delle persone minute, vessate dall’insicurezza del distinguere-evitare-osservare, e dai dubbi di coscienza.
Scomodati dal vivere in prima persona (e come ceto) la conversione che predicavano agli altri, i professori non s’accorgevano di doversi svuotare di assurde presunzioni e diventare - loro - alunni della gente normale.
Insomma, come figli siamo incessantemente invitati a edificare Famiglia poliedrica, dove non si sta sempre in allerta.
Non siamo i sottoposti d’un Signore accigliato e tutto distante - però manipolatore.
Piuttosto, i chiamati a una scelta paradossale, personale e di ceto: senza forzature, riconoscersi e mettersi a fianco degli umiliati e vessati.
Ciò mentre la falsa pietà di provincia continua a far trascinare fardelli - proprio quelli dei contrastati e stancati, dall’esistenza resa più esitante anziché libera; ossessionata e greve, anziché leggera.
Perché? Senza giri di parole, l’Enciclica Fratelli Tutti risponderebbe:
«Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori» (n.15).
Come dire: quando le autorità e i primi della classe sono poco credibili, unicamente la seminagione della paura produce significativi condizionamenti nel popolo, e lo mette a guinzaglio.
Nella Chiesa diffusa, solo da pochi decenni abbiamo superato il cliché delle predicazioni moralistiche e terroristiche, (p.es. anche in tempo di Avvento) disgiunte da un meridiano senso di umanizzazione.
Gli esclusi, abbattuti e sfiancati da adempimenti senza senso hanno tuttavia continuato a incontrare il Salvatore francamente, trovando riposo dell’anima, convinzione, pace, equilibrio, speranza.
D’istinto, sono riusciti a ritagliarsi ciò che nessuna religione piramidale aveva mai saputo porgere e dispiegare.
Infatti, i nuovi, le nullità, i senza voce inadeguati e invisibili non sanno calcolare in termini di dottrina e leggi, norma e codice - «giogo» antico (vv.29-30) insopportabile, che schiaccia persone e vocazioni concrete; autonomie o comunionalità particolari.
Insomma, nessun “patriarca” è abilitato da Dio a impacchettare la nostra anima, forzare le direzioni e tenerci d’occhio in modo maniacale, perfezionista e meticoloso.
Esasperando i fallimenti, a tutto campo.
Ciascuno ha un modo di stare al mondo connaturato, tutto suo - perfino se abitudinario. È opportunità d’impulso e ricchezza per tutti.
Noi stessi non vogliamo esacerbare gli eventi regolando ogni dettaglio anche “spirituale” a partire da schemi irritanti di vigilanza che non ci appartengono.
Preferiamo lasciar fluire i modi personali di affrontare la realtà; così rintracciandone le energie essenziali e spontanee.
Ragioniamo secondo codici di vita e umanizzazione: indole, storia irripetibile, influssi culturali, amicizie di carattere largo. Non viviamo per prevenire.
Solo così possiamo arricchire l’esperienza fondamentale: l’Amore - che non viene da giudizi, tagli e separazioni, ma dalla relazione Padre-Figlio. Unica che non stizzisce.
Radice della trasformazione dell’essere nell’Imprevedibile di Dio è appunto il nascondimento, la “tapineria” [(tapeínōsis, “abbassamento”), da ταπεινός (tapeinós, “basso”) [v.29 testo greco; Lc 1,48].
Solo chi ama la forza inizia dal troppo distante da sé.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
In comunità ti cogli più o meno libero e sereno?
La tua Chiamata ottiene respiro o senti l’aggravio altrui di dubbi, giudizi, divieti e prescrizioni?
Subisci da qualche guida o da te stesso una sorta di complesso del controllore?
Oggi, nel Vangelo, il Signore Gesù ci ripete quelle parole che conosciamo così bene, ma che sempre ci commuovono: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). Quando Gesù percorreva le strade della Galilea annunciando il Regno di Dio e guarendo molti malati, sentiva compassione delle folle, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (cfr Mt 9,35-36). Quello sguardo di Gesù sembra estendersi fino ad oggi, fino al nostro mondo. Anche oggi si posa su tanta gente oppressa da condizioni di vita difficili, ma anche priva di validi punti di riferimento per trovare un senso e una meta all’esistenza. Moltitudini sfinite si trovano nei Paesi più poveri, provate dall’indigenza; e anche nei Paesi più ricchi sono tanti gli uomini e le donne insoddisfatti, addirittura malati di depressione. Pensiamo poi ai numerosi sfollati e rifugiati, a quanti emigrano mettendo a rischio la propria vita. Lo sguardo di Cristo si posa su tutta questa gente, anzi, su ciascuno di questi figli del Padre che è nei cieli, e ripete: “Venite a me, voi tutti…”.
Gesù promette di dare a tutti “ristoro”, ma pone una condizione: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. Che cos’è questo “giogo”, che invece di pesare alleggerisce, e invece di schiacciare solleva? Il “giogo” di Cristo è la legge dell’amore, è il suo comandamento, che ha lasciato ai suoi discepoli (cfr Gv 13,34; 15,12). Il vero rimedio alle ferite dell’umanità, sia quelle materiali, come la fame e le ingiustizie, sia quelle psicologiche e morali causate da un falso benessere, è una regola di vita basata sull’amore fraterno, che ha la sua sorgente nell’amore di Dio. Per questo bisogna abbandonare la via dell’arroganza, della violenza utilizzata per procurarsi posizioni di sempre maggiore potere, per assicurarsi il successo ad ogni costo. Anche verso l’ambiente bisogna rinunciare allo stile aggressivo che ha dominato negli ultimi secoli e adottare una ragionevole “mitezza”. Ma soprattutto nei rapporti umani, interpersonali, sociali, la regola del rispetto e della non violenza, cioè la forza della verità contro ogni sopruso, è quella che può assicurare un futuro degno dell’uomo.
Cari amici, ieri abbiamo celebrato una particolare memoria liturgica di Maria Santissima lodando Dio per il suo Cuore Immacolato. Ci aiuti la Vergine a “imparare” da Gesù la vera umiltà, a prendere con decisione il suo giogo leggero, per sperimentare la pace interiore e diventare a nostra volta capaci di consolare altri fratelli e sorelle che percorrono con fatica il cammino della vita.
[Papa Benedetto, Angelus 3 luglio 2011]
1. Leggiamo nella costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano II riguardo alla missione terrena di Gesù Cristo: “È venuto quindi il Figlio, mandato dal Padre, il quale in lui prima della fondazione del mondo ci ha eletti e ci ha predestinati ad essere adottati in figli, perché in lui volle accentrare tutte le cose (cf. Ef 1, 4-5. 10). Perciò Cristo, per adempiere la volontà del Padre ha inaugurato in terra il Regno dei cieli e ci ha rivelato il mistero di lui e con la sua obbedienza ha operato la redenzione” (Lumen Gentium, 3).
Questo testo ci permette di considerare in modo sintetico tutto ciò di cui abbiamo parlato nelle ultime catechesi. In esse, infatti, abbiamo cercato di mettere in rilievo gli aspetti essenziali della missione messianica di Cristo. Ora il testo conciliare ci ripropone la verità della stretta e profonda connessione che esiste tra questa missione e lo stesso inviato, Cristo, che nell’adempimento di essa manifesta le sue disposizioni e doti personali. Si possono infatti rilevare in tutta la condotta di Gesù alcune caratteristiche fondamentali, che trovano espressione anche nella sua predicazione, e servono a dare pienezza di credibilità alla sua missione messianica.
2. Gesù nella sua predicazione e nella sua condotta dimostra anzitutto la sua profonda unione con il Padre nel pensiero e nelle parole. Ciò che vuole trasmettere ai suoi uditori (e a tutta l’umanità) proviene dal Padre che l’ha “mandato nel mondo” (Gv 10, 36). “Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire ed annunziare. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me” (Gv 12, 49-50). “Come mi ha insegnato il Padre, così io parlo” (Gv 8, 28). Così leggiamo nel Vangelo di Giovanni. Ma anche nei sinottici è riportata una parola analoga pronunciata da Gesù: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio” (Mt 11, 27), e con quel “tutto” Gesù si riferisce espressamente al contenuto della rivelazione da lui portata agli uomini (cf. Mt 11, 25-27; analogiche Lc 10, 21-22). In queste parole di Gesù troviamo la manifestazione dello spirito con cui egli compie la sua predicazione. Egli è e rimane il “testimone fedele” (Ap 1, 5). In questa testimonianza è inclusa e risalta quella particolare “obbedienza” del Figlio verso il Padre, che nel momento culminante si dimostrerà “obbedienza fino alla morte” (cf. Fil 2, 8).
3. Nella predicazione Gesù dimostra pure che quella sua assoluta fedeltà al Padre come fonte prima e ultima di “tutto” ciò che deve essere rivelato, è il fondamento essenziale della sua veridicità e credibilità. “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato”, dice Gesù, e aggiunge: “Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato è veritiero, e in lui non c’è ingiustizia” (Gv 7, 16. 18). Sulla bocca del Figlio di Dio tali parole possono sorprendere. Le pronunzia infatti colui che è “consostanziale al Padre”. Ma non possiamo dimenticare che egli parla anche come uomo. Ci tiene a far sì che i suoi uditori non abbiano alcun dubbio su di un punto fondamentale: ossia che la verità, che lui trasmette, è divina, e proviene da Dio. Ci tiene a far sì che gli uomini, ascoltandolo, trovino nella sua parola l’accesso alla stessa fonte divina della verità rivelata. Che essi non si fermino su colui che insegna, che non si lascino affascinare dall’“originalità” e “straordinarietà” di ciò che in questa dottrina proviene dal Maestro stesso. Il Maestro “non cerca la propria gloria”. Cerca solo ed esclusivamente “la gloria di colui che l’ha mandato”. Non parla “a nome proprio”, ma a nome del Padre.
Anche questo è un aspetto dello “spogliamento” (“kenosis”), che secondo san Paolo (cf. Fil 2, 7), raggiungerà il suo culmine nel mistero della croce.
4. Cristo è il “testimone fedele”. Questa fedeltà - nella ricerca esclusiva della gloria del Padre, non di quella propria - scaturisce dall’amore, che egli intende provare: “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre” (Gv 14, 31). Ma la sua rivelazione dell’amore al Padre include anche il suo amore per gli uomini. Egli infatti “passa beneficando” (cf. At 10, 38). Tutta la sua missione terrena è colma di atti di amore verso gli uomini, specialmente i più piccoli e bisognosi. “Venite a me - egli invita - voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11, 28). “Venite”: è una esortazione che oltrepassa la cerchia dei contemporanei che Gesù poté incontrare nei giorni della sua vita e della sua sofferenza sulla terra; è una chiamata per i poveri di tutti i tempi, sempre attuale anche oggi, sempre rinascente sul labbro e nel cuore della Chiesa.
5. Parallela a questa esortazione, ve n’è un’altra: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11, 29). La mitezza e l’umanità di Gesù diventano un’attrattiva per chi è chiamato ad accedere alla sua scuola: “Imparate da me”. Gesù è il “testimone fedele” dell’amore che Dio nutre per l’uomo. Nella sua testimonianza la verità divina e l’amore divino vengono associati. Per questo tra la parola e l’azione, tra ciò che egli fa e ciò che egli insegna vi è una profonda coesione, quasi si direbbe omogeneità. Gesù non solo insegna l’amore come il comandamento supremo, ma lo adempie egli stesso nel modo più perfetto. Non solo proclama le beatitudini nel discorso della montagna, ma ne offre in sé l’incarnazione durante tutta la sua vita. Non solo pone l’esigenza di amare i nemici, ma egli stesso l’adempie soprattutto nell’ora della crocifissione: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34).
6. Ma quella “mitezza e umiltà di cuore” in nessun modo significa debolezza. Al contrario, Gesù è esigente. Il suo Vangelo è esigente. Non è proprio lui ad ammonire: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”? E poco dopo: “Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà” (Mt 10, 38-39). È una sorta di radicalismo non solo nel linguaggio evangelico, ma anche nelle reali esigenze della sequela di Cristo, delle quali egli non esita a ribadire spesso tutta l’estensione: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace - egli dice un giorno - ma una spada” (Mt 10, 34). È un modo forte per dir che il Vangelo è anche una fonte di “inquietudine” per l’uomo, Gesù vuol farci capire che il Vangelo è esigente, e che esigere vuol dire agitare le coscienze, non permettere che si adagino in una falsa “pace”, nella quale diventano sempre più insensibili e ottuse, così che in esse le realtà spirituali si svuotano di valore, perdendo ogni risonanza. Gesù dirà davanti a Pilato: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18, 37). Queste parole riguardano anche la luce che egli porta su tutto il campo delle azioni umane, sgominando l’oscurità dei pensieri e specialmente delle coscienze per far trionfare in ogni uomo la verità. Si tratta però di mettersi dalla parte della verità. “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, dirà Gesù (Gv 18, 37). Per questo Gesù è esigente. Non duro o inesorabilmente severo: ma forte e inequivocabile nel richiamare chiunque alla vita nella verità.
7. Così le esigenze del Vangelo di Cristo penetrano nel campo della legge e della morale. Colui che è il “testimone fedele” (Ap 1, 5) della verità divina, della verità del Padre, dice fin dall’inizio del discorso della montagna: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei cieli” (Mt 5, 19). E nell’esortare alla conversione, non esita a rimproverare le stesse città dove la gente rifiuta di credere: “Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida!” (Lc 10, 13), mentre ammonisce tutti e ciascuno: “. . . se non vi convertirete, perirete” (Lc 13, 3).
8. Così il Vangelo della mitezza e dell’umiltà va di pari passo con il Vangelo delle esigenze morali, e persino delle severe minacce a coloro che non vogliono convertirsi. Non vi è contraddizione tra l’uno e l’altro. Gesù vive della verità che annunzia e dell’amore che rivela, e questo è un amore esigente come la verità da cui promana. Del resto l’amore ha posto le più grandi esigenze a Gesù stesso nell’ora del Getsemani, nell’ora del Calvario, nell’ora della croce. Gesù ha accettato e assecondato queste esigenze fino in fondo, perché, come ci avverte l’evangelista, egli “amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Si trattava di un amore fedele, per il quale il giorno prima di morire egli poteva dire al Padre: “Le parole che hai dato a me io le ho date a loro” (Gv 17, 8).
9. Come “testimone fedele” Gesù ha compiuto la missione ricevuta dal Padre nelle profondità del mistero trinitario. Era una missione eterna, inclusa nel pensiero del Padre che lo generava e che lo predestinava a compierla “nella pienezza dei tempi” per la salvezza dell’uomo - di ogni uomo - e per il bene perfetto di tutta la creazione. Gesù aveva la coscienza di questa sua missione al centro del piano creatore e redentore del Padre; e perciò, con tutto il realismo della verità e dell’amore portati al mondo, poteva dire: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32).
[Giovanni Paolo II, Udienza Generale 8 giugno 1988]
Il brano evangelico di questa domenica (cfr Mt 11,25-30) è articolato in tre parti: anzitutto Gesù innalza un inno di benedizione e di ringraziamento al Padre, perché ha rivelato ai poveri e ai semplici il mistero del Regno dei cieli; poi svela il rapporto intimo e singolare che c’è tra Lui e il Padre; e infine invita ad andare a Lui e a seguirlo per trovare sollievo.
In primo luogo, Gesù loda il Padre, perché ha tenuto nascosti i segreti del suo Regno, della sua verità, «ai sapienti e ai dotti» (v. 25). Li chiama così con un velo di ironia, perché presumono di essere saggi, sapienti, e dunque hanno il cuore chiuso, tante volte. La vera saggezza viene anche dal cuore, non è soltanto capire idee: la vera saggezza entra anche nel cuore. E se tu sai tante cose ma hai il cuore chiuso, tu non sei saggio. I misteri di suo Padre, Gesù li dice rivelati ai «piccoli», a quanti si aprono con fiducia alla sua Parola di salvezza, aprono il cuore alla Parola di salvezza, sentono il bisogno di Lui e attendono tutto da Lui. Il cuore aperto e fiducioso verso il Signore.
Poi, Gesù spiega che ha ricevuto tutto dal Padre, e lo chiama «Padre mio», per affermare l’unicità del suo rapporto con Lui. Infatti, solo tra il Figlio e il Padre c’è totale reciprocità: l’uno conosce l’altro, l’uno vive nell’altro. Ma questa comunione unica è come un fiore che sboccia, per rivelare gratuitamente la sua bellezza e la sua bontà. Ed ecco allora l’invito di Gesù: «Venite a me…» (v. 28). Egli vuole donare quanto attinge dal Padre. Vuole donarci la verità, e la verità di Gesù è sempre gratuita: è un dono, è lo Spirito Santo, la Verità.
Come il Padre ha una preferenza per i «piccoli», così anche Gesù si rivolge agli «affaticati e oppressi». Anzi, mette sé stesso tra loro, perché Egli è il «mite e umile di cuore» (v. 29), così dice di essere. Come nella prima e nella terza beatitudine, quella degli umili o poveri in spirito; e quella dei miti (cfr Mt 5,3.5): la mitezza di Gesù. Così Gesù, «mite e umile», non è un modello per i rassegnati né semplicemente una vittima, ma è l’Uomo che vive «di cuore» questa condizione in piena trasparenza all’amore del Padre, cioè allo Spirito Santo. Egli è il modello dei «poveri in spirito» e di tutti gli altri “beati” del Vangelo, che compiono la volontà di Dio e testimoniano il suo Regno.
E poi, Gesù dice che se andiamo da Lui troveremo ristoro: il «ristoro» che Cristo offre agli affaticati e oppressi non è un sollievo soltanto psicologico o un’elemosina elargita, ma la gioia dei poveri di essere evangelizzati e costruttori della nuova umanità. Questo è il sollievo: la gioia, la gioia che ci dà Gesù. È unica, è la gioia che ha Lui stesso. È un messaggio per tutti noi, per tutti gli uomini di buona volontà, che Gesù rivolge ancora oggi nel mondo, che esalta chi si fa ricco e potente. Quante volte noi diciamo: “Ah, vorrei essere come quello, come quella, che è ricco, ha tanto potere, non gli manca nulla!”. Il mondo esalta il ricco e potente, non importa con quali mezzi, e a volte calpesta la persona umana e la sua dignità. E questo noi lo vediamo tutti i giorni, i poveri calpestati. Ed è un messaggio per la Chiesa, chiamata a vivere le opere di misericordia e a evangelizzare i poveri, ad essere mite, umile. Così il Signore vuole che sia la sua Chiesa, cioè noi.
Maria, la più umile e la più alta tra le creature, implori da Dio per noi la sapienza del cuore, affinché sappiamo discernere i suoi segni nella nostra vita ed essere partecipi di quei misteri che, nascosti ai superbi, vengono rivelati agli umili.
[Papa Francesco, Angelus 5 luglio 2020]
Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
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