Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
L’anima assetata del Signore
1. Il Salmo 62, sul quale oggi ci fermiamo a riflettere, è il Salmo dell’amore mistico, che celebra l’adesione totale a Dio, partendo da un anelito quasi fisico e raggiungendo la sua pienezza in un abbraccio intimo e perenne. La preghiera si fa desiderio, sete e fame, perché coinvolge anima e corpo.
Come scrive santa Teresa d’Avila, “la sete esprime il desiderio di una cosa, ma un desiderio talmente intenso che noi moriamo se ne restiamo privi” (Cammino di perfezione, c. XXI). Del Salmo la liturgia ci propone le prime due strofe che sono appunto incentrate sui simboli della sete e della fame, mentre la terza strofa fa balenare un orizzonte oscuro, quello del giudizio divino sul male, in contrasto con la luminosità e la dolcezza del resto del Salmo.
2. Iniziamo, allora, la nostra meditazione col primo canto, quello della sete di Dio (cfr vv. 2-4). È l’alba, il sole sta sorgendo nel cielo terso della Terra Santa e l’orante comincia la sua giornata recandosi al tempio per cercare la luce di Dio. Egli ha bisogno di quell’incontro col Signore in modo quasi istintivo, si direbbe “fisico”. Come la terra arida è morta, finché non è irrigata dalla pioggia, e come nelle screpolature del terreno essa sembra una bocca assetata e riarsa, così il fedele anela a Dio per essere riempito di Lui e per potere così esistere in comunione con Lui.
Il profeta Geremia aveva già proclamato: il Signore è “sorgente d’acqua viva”, e aveva rimproverato il popolo per aver costruito “cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (2,13). Gesù stesso esclamerà ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me” (Gv 7,37-38). Nel pieno meriggio di un giorno assolato e silenzioso, promette alla donna samaritana: “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).
3. La preghiera del Salmo 62 s’intreccia, per questo tema, col canto di un altro stupendo Salmo, il 41: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (vv. 2-3). Ora, nella lingua dell’Antico Testamento, l’ebraico, “l’anima” è espressa con il termine nefesh, che in alcuni testi designa la “gola” e in molti altri si allarga ad indicare l’essere intero della persona. Colto in queste dimensioni, il vocabolo aiuta a comprendere quanto sia essenziale e profondo il bisogno di Dio; senza di lui vien meno il respiro e la stessa vita. Per questo il Salmista giunge a mettere in secondo piano la stessa esistenza fisica, qualora venga a mancare l’unione con Dio: “La tua grazia vale più della vita” (Sal 62,4). Anche nel Salmo 72 si ripeterà al Signore: “Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre… Il mio bene è stare vicino a Dio” (vv. 25-28).
4. Dopo il canto della sete, ecco modularsi nelle parole del Salmista il canto della fame (cfr Sal 62,6-9). Probabilmente, con le immagini del “lauto convito” e della sazietà, l’orante rimanda a uno dei sacrifici che si celebravano nel tempio di Sion: quello cosiddetto “di comunione”, ossia un banchetto sacro in cui i fedeli mangiavano le carni delle vittime immolate. Un’altra necessità fondamentale della vita viene qui usata come simbolo della comunione con Dio: la fame è saziata quando si ascolta la Parola divina e si incontra il Signore. Infatti, “l’uomo non vive soltanto di pane, ma l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3; cfr Mt 4,4). E qui il pensiero del cristiano corre a quel banchetto che Cristo ha imbandito l’ultima sera della sua vita terrena e il cui valore profondo aveva già spiegato nel discorso di Cafarnao: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,55-56).
5.Attraverso il cibo mistico della comunione con Dio “l’anima si stringe” a Lui, come dichiara il Salmista. Ancora una volta, la parola “anima” evoca l’intero essere umano. Non per nulla si parla di un abbraccio, di uno stringersi quasi fisico: ormai Dio e uomo sono in piena comunione e sulle labbra della creatura non può che sbocciare la lode gioiosa e grata. Anche quando si è nella notte oscura, ci si sente protetti dalle ali di Dio, come l’arca dell’alleanza è coperta dalle ali dei cherubini. E allora fiorisce l’espressione estatica della gioia: “Esulto di gioia all’ombra delle tue ali”. La paura si dissolve, l’abbraccio non stringe il vuoto ma Dio stesso, la nostra mano s’intreccia con la forza della sua destra (cfr Sal 62,8-9).
6. In una lettura del Salmo alla luce del mistero pasquale, la sete e la fame che ci spingono verso Dio, trovano il loro appagamento in Cristo crocifisso e risorto, dal quale giunge a noi, mediante il dono dello Spirito e dei Sacramenti, la vita nuova e l’alimento che la sostiene.
Ce lo ricorda san Giovanni Crisostomo, che commentando l’annotazione giovannea: dal fianco “uscì sangue e acqua” (cfr Gv 19,34), afferma: “Quel sangue e quell’acqua sono simboli del Battesimo e dei Misteri”, cioè dell’Eucaristia. E conclude: “Vedete come Cristo congiunse a se stesso la sposa? Vedete con quale cibo nutre tutti noi? È dallo stesso cibo che siamo stati formati e veniamo nutriti. Infatti come la donna nutre colui che ha generato con il proprio sangue e latte, così anche Cristo nutre continuamente col proprio sangue colui che egli stesso ha generato” (Omelia III rivolta ai neofiti, 16-19 passim: SC 50 bis, 160-162).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 aprile 2001]
Il brano evangelico di questa domenica, terza di Quaresima, presenta l’incontro di Gesù con una donna samaritana (cfr Gv 4,5-42). Egli è in cammino con i suoi discepoli e fanno sosta presso un pozzo, in Samaria. I samaritani erano considerati eretici dai Giudei, e molto disprezzati, come cittadini di seconda classe. Gesù è stanco, ha sete. Arriva una donna a prendere acqua e lui le chiede: «Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio. Infatti, alla reazione di sorpresa della donna, Gesù risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (v. 10).
Al centro di questo dialogo c’è l’acqua. Da una parte, l’acqua come elemento essenziale per vivere, che appaga la sete del corpo e sostiene la vita. Dall’altra, l’acqua come simbolo della grazia divina, che dà la vita eterna. Nella tradizione biblica Dio è la fonte dell’acqua viva – così si dice nei salmi, nei profeti –: allontanarsi da Dio, fonte di acqua viva, e dalla sua Legge comporta la peggiore siccità. È l’esperienza del popolo d’Israele nel deserto. Nel lungo cammino verso la libertà, esso, arso dalla sete, protesta contro Mosè e contro Dio perché non c’è acqua. Allora, per volere di Dio, Mosè fa scaturire l’acqua da una roccia, come segno della provvidenza di Dio che accompagna il suo popolo e gli dà la vita (cfr Es 17,1-7).
E l’apostolo Paolo interpreta quella roccia come simbolo di Cristo. Dirà così: “E la roccia è Cristo” (cfr 1 Cor 10,4). È la misteriosa figura della sua presenza in mezzo al popolo di Dio che cammina. Cristo infatti è il Tempio dal quale, secondo la visione dei profeti, sgorga lo Spirito Santo, cioè l’acqua viva che purifica e dà vita. Chi ha sete di salvezza può attingere gratuitamente da Gesù, e lo Spirito Santo diventerà in lui o in lei una sorgente di vita piena ed eterna. La promessa dell’acqua viva che Gesù ha fatto alla Samaritana è divenuta realtà nella sua Pasqua: dal suo costato trafitto sono usciti «sangue ed acqua» (Gv 19,34). Cristo, Agnello immolato e risorto, è la sorgente da cui scaturisce lo Spirito Santo, che rimette i peccati e rigenera a vita nuova.
Questo dono è anche la fonte della testimonianza. Come la Samaritana, chiunque incontra Gesù vivo sente il bisogno di raccontarlo agli altri, così che tutti arrivino a confessare che Gesù «è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42), come dissero poi i compaesani di quella donna. Anche noi, generati a vita nuova mediante il Battesimo, siamo chiamati a testimoniare la vita e la speranza che sono in noi. Se la nostra ricerca e la nostra sete trovano in Cristo pieno appagamento, manifesteremo che la salvezza non sta nelle “cose” di questo mondo, che alla fine producono siccità, ma in Colui che ci ha amati e sempre ci ama: Gesù nostro Salvatore, nell’acqua viva che Lui ci offre.
Maria Santissima ci aiuti a coltivare il desiderio del Cristo, fonte di acqua viva, l’unico che può saziare la sete di vita e di amore che portiamo nel cuore.
[Papa Francesco, Angelus 15 marzo 2020]
(Lc 15,1-3.11-32)
L’Amore è una Festa, non uno scambio di favori. Quindi non siamo segnati a vita, perché il Padre sa che le nostre fughe paradossali sono dettate da una necessità (o legittima fissazione): respirare.
E dobbiamo essere fieri di noi stessi.
Dentro casa non esiste libertà, perché i fratelli maggiori sono talora insopportabili.
Impongono prestazioni, capiscono tutto, controllano qualsiasi virgola; immaginano che ciascuno debba percepire stipendio secondo meriti, ritmo, capacità, fatica, ore di straordinario e Signorsì.
Arcigni su qualsiasi cosa, piagnucolano solo perché immaginano che si debba chiedere permesso all’autorità anche di gioire della vita e fare baccano gratuitamente. Il loro “dovere e obbedire” uccide la Tenerezza.
Il Padre viceversa impedisce che ci sentiamo dei degradati, perciò non vuole ascoltare l’elenco delle trasgressioni che il “puro” non sa ma immagina e scioccamente scandisce, perché le reprime dentro e nel segreto le coltiva [identificandole col piacere!].
Non vuole che facciamo l’errore che rovina la vita intera e non qualche tratto di cammino: sentirci salariati. Così educa a far prevalere il bene sul male, senza avvilire nessuno.
Dappertutto troviamo un padrone che sfrutta. E anche se poi torniamo a Casa solo per calcolo, Dio impedisce che ci mettiamo in ginocchio.
Recitiamo il Padre Nostro in piedi: con Lui siamo sempre dei valorosi faccia a faccia, e gradisce «sinfonie e cori».
Dice il Tao Tê Ching [x]: «Preserva l’Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare?».
La contraddizione abita ciascuno di noi, e il Padre misericordioso non chiama nessuno a mettersi camicie di forza interiori o esteriori a pennello.
Non intende assorbire la vita delle nostre sottigliezze e sfumature, né ridurre la compresenza dei volti.
Sa che l’evoluzione di ciascuno si abbina a un linguaggio esperienziale variegato, in grado a suo tempo di coniugare ricchezza antica, inclinazioni personali anche momentanee, e novità impensate.
Se rinneghiamo l’universo molteplice dell’anima e la moltitudine delle sue antinomie, idiomi, e personaggi compresenti - come i due figli entrambi contraddittori ma infine complementari - mai avremmo a disposizione tutte le prospettive per una crescita della vita e per l’evoluzione nella forza espressiva della Fede.
Nell’Opera dello Spirito, Occasioni di Ricchezza per tutti, e… nessun umiliato.
Ormai tutti liberi. Che meraviglia, un ostensorio del genere! Un Corpo vivo di Cristo che profuma di Condivisione!
È questa la bella e regale consapevolezza che spiana e rende credibile il contenuto dell’Annuncio (vv.1-2).
D’ora in poi, la distinzione fra credenti o meno sarà assai più profonda che fra puri e impuri: tutta un’altra caratura - e principio di una vita da salvati.
Cristo chiama, accoglie e redime anche il figlio scombinato e quello preciso (in noi) ossia il lato più rubricista - o logoro - della nostra personalità.
Anche il nostro carattere insopportabile o giustamente odiato (quello rigido e quello distratto).
Li farà addirittura fiorire: diventeranno aspetti irrinunciabili e vincenti della futura testimonianza.
Dice il Tao Tê Ching [XLV]: «La grande dirittura è come sinuosità, la grande abilità è come inettitudine, la grande eloquenza è come balbettio».
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando mi colgo ipocrita e stretto di cuore? Quando mi accorgo invece di essere protagonista di quel che il Padre condivide?
[Sabato 2.a sett. Quaresima, 7 marzo 2026]
Lc 15,1-3.11-32 (Lc 15,1-32)
Valore dell’unicità imperfetta
Un Dio in ricerca dei perduti e disuguali, per dilatarci la vita
(Lc 15,1-10)
Perché Gesù parla di Gioia in riferimento all’unica pecorella?
Dice il Tao Tê Ching (x): «Preserva l’Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare?».
Anche nel cammino spirituale, Gesù si guarda bene dal proporre un universalismo dettato o pianificato, come se il suo fosse un modello ideale, «allo scopo di omogeneizzare» (Fratelli Tutti n.100).
Il tipo di Comunione che il Signore ci propone non mira a «un’uniformità unidimensionale che cerca di eliminare tutte le differenze e le tradizioni in una superficiale ricerca di unità».
Perché «il futuro non è “monocromatico” ma se ne abbiamo il coraggio è possibile guardarlo nella varietà e nella diversità degli apporti che ciascuno può dare. Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali!» (da un Discorso ai giovani in Tokyo, novembre 2019).
Sebbene la pietà e la speranza dei rappresentanti della religiosità ufficiale fosse fondata su una struttura di sicurezze umane, etniche, culturali e una visione del Mistero consolidati da una grande tradizione, Gesù sgretola tutte le prevedibilità.
Nel Figlio, Dio viene rivelato non più come proprietà esclusiva, bensì Potenza d’Amore che perdona gli emarginati e smarriti: salva e crea, liberando. E mediante i discepoli dispiega il suo Volto che recupera, abbatte le barriere consuete, chiama moltitudini misere.
Sembra un’utopia impossibile da realizzare nel concreto (oggi della crisi sanitaria e globale) ma è il senso del passaggio di consegne alla Chiesa, chiamata a farsi incessante pungolo d’Infinito e fermento d’un mondo alternativo, per lo sviluppo umano integrale:
«Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!» (FT n.8).
Attraverso una domanda assurda (formulata in modo retorico) Gesù vuole destare la coscienza dei “giusti”: c’è una controparte di noi che suppone di sé, molto pericolosa, perché porta all’esclusione, all’abbandono.
Invece l’Amore inesauribile cerca. E trova l’imperfetto e irrequieto.
La palude di energia stagnante che si genera accentuando i confini non fa crescere nessuno: blocca nelle solite posizioni e lascia che ciascuno si arrangi o si perda. Per disinteresse interessato - che impoverisce tutti.
Tutto ciò faceva cadere le virtù creative nella disperazione.
E faceva precipitare chi era fuori del giro degli eletti - anteposti che non avevano nulla di superiore. Infatti Lc li tratteggia del tutto incapaci di trasalire di gioia umana per il progresso altrui.
Calcolatori, recitanti e conformi - i dirigenti (fondamentalisti o sofisticati) non sanno della realtà, e usano la religione come un’arma.
Invece Dio è agli antipodi degli sterilizzati finti - o del pensiero disincarnato - e alla ricerca di colui che vaga malfermo, facilmente si disorienta, smarrisce la strada.
Peccatore eppure vero, quindi più disposto all’Amore genuino. Per questo motivo il Padre è alla ricerca dell’insufficiente.
La persona così limpida e spontanea - anche se debole - cela la sua parte migliore e ricchezza vocazionale proprio dietro i lati apparentemente detestabili. Forse ch’egli stesso non apprezza.
Questo il principio di Redenzione che sbalordisce e rende interessante i nostri percorsi spesso distratti, condotti a fiuto, come “a tentativo ed errore” - nella Fede generando però autostima, credito, pienezza e gioia.
L’impegno del purificatore e l’impeto del riformatore sono “mestieri” che in apparenza si contrappongono, ma facili facili… e tipici di chi pensa che le cose da contestare e cambiare siano sempre fuori di sé.
Ad esempio nei meccanismi, nelle regole generali, nell’assetto giuridico, nelle visioni del mondo, negli aspetti formali (o istrionici) invece che nell’artigianato del bene particolare concreto; così via.
Sembrano scuse per non guardarsi dentro e mettersi in gioco, per non incontrare i propri stati profondi in tutti i versanti e non solo nelle linee guida. E recuperare o rallegrare individui concretamente smarriti, tristi, in tutti i lati oscuri e difficili.
Ma Dio è agli antipodi degli sterilizzati di maniera o degli idealisti finti, e alla ricerca dell’insufficiente: colui che vaga e smarrisce la strada. Peccatore eppure vero, quindi più disposto all’Amore genuino.
La persona trasparente e spontanea - anche se debole - cela la sua parte migliore e ricchezza vocazionale proprio dietro gli aspetti apparentemente detestabili (forse ch’egli stesso non apprezza).
Chiediamo allora soluzione alle nuove energie interpersonali misteriose, imprevedibili, che entrano in gioco; da dentro le cose.
Senza interferire con idee di passato o di futuro che non vediamo, ovvero opponendosi ad esse. Piuttosto possedendone l’anima, il suo farmaco spontaneo.
Questo il principio della Salvezza che sbalordisce e rende interessante i nostri percorsi [spesso distratti, condotti a fiuto, come “a tentativo ed errore”] - generando infine autostima, credito e gioia.
L’idea che l’Altissimo sia un notaio o principe di un foro, e che operi netta distinzione fra giusti e trasgressori, è caricatura.
Del resto, una vita da salvati non è produzione propria, né possesso esclusivo o proprietà privata - che si capovolge in doppiezza.
Non è l’atteggiamento schizzinoso, né quello cerebrale, che unisce a Lui. Il Padre non blandisce amicizie supponenti, né ha interessi esterni.
Egli si rallegra con tutti, ed è il bisogno che lo attira a noi. Quindi non temiamo di farci trovare e lasciarci riportare (v.5)... in Casa sua, che è casa nostra.
Se c’è uno smarrimento, vi sarà un ritrovamento, e questo non è una perdita per nessuno - salvo per gli invidiosi nemici della libertà (v.2).
L’Eterno infatti non si compiace di emarginazioni, né intende spegnere il lucignolo fumigante.
Gesù non viene per puntare il dito sui momenti no, ma per recuperare, facendo leva sul coinvolgimento intimo. Forza invincibile di fedeltà.
Questo lo stile d’una Chiesa dal Cuore Sacro, amabile, elevato e benedetto.
[Ciò che attira a partecipare ed esprimersi è sentirsi capiti, restituiti a dignità piena - non condannati].
Diceva Carlo Carretto: «È sentendosi amato, non criticato, che l’uomo inizia il suo cammino di trasformazione».
Come sottolinea ancora l’enciclica Fratelli Tutti:
Gesù - nostro Motore e Motivo - «aveva un cuore aperto, che faceva propri i drammi degli altri» (n.84).
E aggiunge ad esempio della nostra grande Tradizione:
«Le persone possono sviluppare alcuni atteggiamenti che presentano come valori morali: fortezza, sobrietà, laboriosità e altre virtù. Ma per orientare adeguatamente gli atti [...] bisogna considerare anche in quale misura essi realizzino un dinamismo di apertura e di unione [...] Altrimenti avremo solo apparenza».
«San Bonaventura spiegava che le altre virtù, senza la carità, a rigore non adempiono i comandamenti come Dio li intende» (n.91).
Nelle sètte o nei gruppi d’ispirazione unilaterale, per emarginazione saccente le ricchezze umane e spirituali vengono depositate in luogo appartato, così invecchiano e sviliscono.
Nelle assemblee dei figli sono invece condivise: si accrescono e comunicano; moltiplicandosi rinverdiscono, con beneficio universale.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa ti attira della Chiesa? Nei confronti coi primi della classe, ti senti giudicato o adeguato?
Provi l’Amore che salva, anche se permani incerto?
Fierezza reciproca, nessun avvilito
(Lc 15,11-32)
Non avevo mai capito cosa c’entrava la Misericordia di Dio con la mia dignità: come mai la posa dei figli [che prima o poi tornano] doveva essere quella raffigurata da Rembrandt - uno ritto, l’altro in ginocchio?
Se il giovane scappa perché l’atmosfera allestita dalle pretese dei fratelli maggiori è insopportabile, dovrebbe pure radersi la testa e stare in penitenza - sperando al massimo di essere oggetto di compassione?
No, altrimenti il padrone di casa non avrebbe rivestito il figlio fuggito con talare e anello, ossia nominandolo - dissennato - nuovo responsabile dell’amministrazione della casa. Come fosse tutto regolare.
Nell’Anno del Padre ammiravo sì l’arte cromatica dell’opera ora all’Ermitage, ma la composizione e il senso delle figure non mi tornava.
Piedi consunti, calzature inservibili, potevo anche capirli. Ma non la posizione da scapestrato, alla ricerca d’una empatia assurda e forzata.
L’abito lacero in più punti, senza una cintura dignitosa - forse venduta per necessità - e sostituita da un misero cordino da sguattero, d’accordo.
Però lo spadino appeso al fianco destro mi sembrava illustrasse che malgrado in disgrazia e con la testa rasata da schiavo, il giovanotto non avesse perduto il suo cinico opportunismo.
Nella mia grammatica spirituale di allora, invece, la pelata alludeva già all’idea del nascituro.
In Seminario mi rendevo conto che al di là degli accadimenti, siamo generati incessantemente come creature fresche e pulite; mai umiliate.
L’accento di questo Vangelo nelle liturgie penitenziali mi tintinnava d’ambiguo: protagonista è il Padre cedevole, non l’agire sbilenco del figlio che scappa e torna per calcolo (e scapperà di nuovo).
Mani affusolate e robuste: solo le Sue sono così complete.
Nei corsi di Liturgia avevo anche imparato il senso del “rosso”: regalità in grado di riavvolgere il perduto; colore all’unisono con la tenerezza della carne e la sua viva generosità.
Ed è tutto carnale il suo chinarsi per stra-baciare [cadendo sul collo: così il testo greco] il ritrovato e rinato.
Non è un gesto da notaio che riscontra, ma che accorcia le distanze e toglie il disonore delle fratture, incolmabili con la Perfezione.
Giustifica: crea il giusto dove giustizia non c’è.
Il contrario del figlio maggiore, ritto e certo del suo dare e avere; non sollecito a rialzare nessuno, figuriamoci il debole.
Ha uno sguardo che vede il misero solo nell’esteriore, non coglie la scena dal di dentro.
Il fratello maggiore resta rigido e indignato: niente sinfonie e cori, ma si rende conto solo del suo efficiente servigio.
E piagnucola perfino, perché in tutto immagina di dover chiedere permesso, anche di poter fare festa (v.29): l’infantilismo dell’obbediente... formalista e tarato.
All’icona ufficiale dell’anno del Padre preferivo il focus del quadro di Andrea Palma alla Galleria Borghese - sebbene meno esteticamente creativo e affascinante.
Compresi oltre approfondendo il testo. Ed ebbi percezione del senso biblico d’un comandamento soppresso [ma punto di forza e distinzione nell’approccio con Dio, specificità della spiritualità evangelicale]: «non ti farai immagine» (Es 20,3-4ss; Dt 5,8ss).
Il precetto antico suppone che le raffigurazioni tolgano smalto al Logos e al Tu-per-tu, spersonalizzando la relazione col Padre: esse forse la deviano e confondono.
Proprio le fattezze più attraenti, descrittive o decorative, sono talora in grado di smorzare la forza dirompente della Parola missionaria, dal tono crudo e graffiante, affatto intimista.
[Nell’arte sacra, soprattutto il figurativo latino ha pretese che fanno impallidire l’impulso del Testo, non di rado normalizzato secondo cliché “culturale” e morale].
Il figlio non torna perché intimamente pentito, bensì per opportunismo e sola fame - e si prepara un discorso che potrebbe convincere il genitore. In effetti ha commosso molte generazioni.
Il Padre impedisce di terminare la frase già pronta (vv.18-19), proprio nel punto in cui il figlio intendeva esprimersi quale servo messo a salario (vv.21-22). Questa è tutta la partita.
Grazie alla sua esperienza radicale nel cammino di fede, Andrea Palma, l’artista di secondo piano, meno quotato ma religioso dei frati di s. Domenico, intuiva ciò che tutta l’iconografia tradizionale - catturata da luoghi comuni - non aveva mai colto.
Il Richiamo della celebre parabola non è per il giovanottino irritato, disinibito e spendaccione, poi pentito per finta - bensì destinato ai “primogeniti” (vv.2-3) che ancora rapiscono il Gratis.
Il Padre si era dimostrato rispettoso della coscienza e addirittura cedevole, ma con gesto fermo non consente d’inginocchiarsi.
Egli impedisce con decisione di fare l’unico errore che davvero gli preme che evitiamo, perché rovineremmo non solo la caratura morale d’un tratto di esistenza, ma la vita intera anche del prossimo - divenendo ridicoli, dissociati e ostili come i “maggiori”.
Al cospetto di Dio siamo pari, non sotto. Non umilia, non discredita, non pretende che ci pieghiamo di fronte a Lui o a qualche guru che impone artifici esterni.
Bello sapere che - malgrado gli sguardi arcigni dei gendarmi maggiori - anch’io sarei sempre caduto in piedi.
Padre Misericordioso e figlio prodigo: la Fierezza sarà reciproca.
Nessun avvilito
L’Amore è una Festa, non uno scambio di favori.
Quindi non siamo segnati a vita, perché Egli sa che le nostre fughe paradossali sono dettate da una necessità (o legittima fissazione): respirare.
E dobbiamo essere fieri di noi stessi.
Dentro casa non esiste libertà, perché i “fratelli maggiori” sono talora insopportabili.
Impongono prestazioni, capiscono tutto, controllano qualsiasi virgola; immaginano che ciascuno debba percepire stipendio secondo meriti, ritmo, capacità, fatica, ore di straordinario, (maniere e) Signorsì.
Arcigni su qualsiasi cosa, piagnucolano solo perché immaginano che si debba chiedere permesso all’autorità anche di gioire della vita e fare baccano gratuitamente.
Il loro “dovere e obbedire” uccide la Tenerezza.
Il Padre viceversa impedisce che ci sentiamo dei degradati, perciò non vuole ascoltare l’elenco delle trasgressioni che il “puro” non sa ma immagina e scioccamente scandisce, perché le reprime dentro e nel segreto le coltiva [identificandole col piacere!].
Non vuole che facciamo l’errore che rovina la vita intera e non qualche tratto di cammino: sentirci salariati.
In tal guisa, ci educa a far prevalere il bene sul male, senz’avvilire nessuno.
Dappertutto troviamo un padrone che sfrutta. E anche se poi torniamo a Casa solo per calcolo, Dio impedisce che ci mettiamo in ginocchio.
Recitiamo il Padre Nostro in piedi: con Lui siamo sempre dei valorosi faccia a faccia, e gradisce «sinfonie e cori».
Per una interiorizzazione del discernimento
Sebbene il Padre non sia compreso da nessuno dei suoi intimi, svetta restando cedevole senza contegno alcuno.
Non perché buonista e perbene, bensì Sapiente: la vita di entrambi i figli non sarebbe avanzata esasperandone i fulcri, rinnegando forze, poli, lati dell’anima, ma integrando tali potenze e assumendole a supplemento. Riconoscendole e coalizzandole.
La celebre parabola è priva di esito per il fatto che la conclusione certa della trama non esiste e non deve.
I due [che siamo ciascuno di noi, in contemporanea, nell’intimo] continueranno la solita storia indecente, ossia a essere dentro e fuori Casa.
Tutto ciò in modo sfacciato. Ma così conosceranno le tante pendici di se stessi - anche in opposizione.
È l’aspetto forse più rilevante: sulla base dei differenti moti dell’anima e degli accadimenti, ciascuno è chiamato alla sua (imprevedibile) sintesi.
Essa può variare non solo in situazione, ma anche rispetto alle diverse età, nello Spirito.
Via via la soluzione si fa strada, ma non affiora ricalcando regolarità di vicende decorose - da donne e uomini alienati.
Figlio maggiore e minore sono aspetti compresenti in ciascuno.
È una condizione paradossale, che però consente di essere più ricchi: ad es. non sempre nevrotici, gretti, stressanti e impegnatissimi come il figlio maggiore; non solo scapestrati, epidermici e impulsivi come il minore.
Il cambiamento e il calibro variegato sono risorse che innescano sia pause che fughe in avanti, e il Padre lo sa.
Dio ci vuole completi: capaci d’immaginare e pensare, ma anche solidi.
Mentre un padre padrone ci collocherebbe dove gli occorre e gli basterebbe che fossimo dei servili portaborse del capo.
Così staremmo buoni e collocati lì dove ci mette per i suoi bisogni.
Funzionari... senza quella duttile collaborazione che spalanca l’esperienza variegata e un correlativo valore aggiunto - in grado di elaborare e di essere.
Così e nell’Esodo di ciascun carattere.
Evolvendo il poliedro della personalità, e crescendo nella libertà; verso un’alleanza e integrazione sempre più convinte, e il suo compimento nell’Amore.
In situazioni che ristagnano, la spinta della comprensione senza condizioni e l’amicizia che rende forte il debole fanno da terapia insuperabile - stimolo a continuare il percorso.
In Viaggio, esse sono relazioni che accettano e accolgono, ospitano e benedicono i contrasti (nel caso dei due, affidabilità e fantasia, ad es.).
Lasciando affiorare i declivi in conflitto, tutte le disposizioni e talenti... sia la migliore conoscenza di sé che i rapporti esterni, diventano territori di nuova espressione.
Dilatazione di vita, per energie plastiche innate, che fanno ricca l’anima e confermano [o contestano e denunciano, in caso di conformismo] le inclinazioni personali.
Le guide spirituali legate alla religiosità consuetudinaria e dozzinale tendono a farci rinnegare le contraddizioni. Ma questo taglio ripiega la persona, snerva le forze e impoverisce la situazione anche intima, annientando le sue normali pulsioni.
E inoculando l’idea che Dio stesso sia un totem riduzionista, non la Sorgente, l’esuberanza della vita e la piattaforma dell’Essere che sperimentiamo nelle particolari essenze.
Non di rado la religiosità moralisteggiante riduce la vita nello Spirito a bazzecole, infangandoci dentro pozzanghere.
Viceversa, la comunione con il Padre gode di percepire la forza della Totalità piena, che fa incontrare il giorno e la notte.
L’anima si sente in forma solo se il magma delle potenze in contrasto che intuisce e coglie vengono riconosciute, benedette.
Le tante sfumature consentono di misurarci su diverse unità, e avere consapevolezza dei risvolti opposti - da cui germineranno versanti intermedi.
Trascurare di dare loro il benvenuto è infruttuoso: non potremmo affrontare in modo incondizionato le sfaccettature della realtà e la moltitudine di personaggi che portiamo dentro.
Sono forze che ci soccorrono, recuperano, integrano, completano, secondo le vicende o la personale sensibilità.
Se rimaniamo chiusi in un idolo, in un’idea cesellata, in una mansione, in un ruolo, in delle maniere, in vezzi anche iperattivi e perbene, o fintamente trasgressivi, da recitare, perderemmo opportunità e capacità di ricreare noi stessi, la Chiesa, il mondo.
L’evangelizzazione stessa deve poter assumere variazioni impreviste; così l’attività missionaria, che fa spesso il paio con un’anima intraprendente, ricca di discrepanze che aprono la ricerca del dialogo e il rischio dell’empatia; travalicando il cosiddetto “carisma”.
La contraddizione abita ciascuno di noi e il Padre misericordioso non chiama nessuno a mettersi camicie di forza interiori o esteriori a pennello.
Non intende assorbire la vita delle nostre sottigliezze e sfumature, né ridurre la compresenza dei volti.
Sa che l’evoluzione di ciascuno si abbina a un linguaggio esperienziale variegato; in grado a suo tempo di coniugare ricchezza antica, inclinazioni personali anche momentanee, e novità impensate.
Se rinneghiamo l’universo molteplice dell’anima e la moltitudine delle sue antinomie, idiomi e personaggi compresenti - come i due figli entrambi contraddittori ma infine complementari - mai avremmo a disposizione tutte le prospettive per una crescita dell’onda vitale e per l’evoluzione nella forza espressiva della Fede.
Dice il Tao Tê Ching (xix): «V’è altro cui attenersi: mostrati semplice e mantieniti grezzo».
Nell’Opera dello Spirito, Occasioni di Ricchezza per tutti, e... nessun avvilito.
Ormai tutti liberi. Che meraviglia, un ostensorio del genere! Un Corpo vivo del Cristo che profuma di Condivisione!
È questa la bella e regale consapevolezza che spiana e rende credibile ogni contenuto dell’Annuncio (vv.1-2).
D’ora in poi, la distinzione fra credenti o meno sarà assai più profonda che fra puri e impuri, performanti o meno.
Tutta un’altra caratura - e principio di una esistenza da salvati.
Cristo chiama, accoglie e redime anche il figlio scombinato e quello preciso (in noi) ossia il lato più rubricista - o logoro - della nostra personalità.
Anche il nostro carattere insopportabile o giustamente odiato (quello rigido e quello distratto).
Li farà addirittura fiorire: diventeranno aspetti irrinunciabili e vincenti della futura testimonianza.
Dice il Tao Tê Ching [XLV]: «La grande dirittura è come sinuosità, la grande abilità è come inettitudine, la grande eloquenza è come balbettio».
Padre Misericordioso e figlio prodigo: la Fierezza sarà reciproca.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando mi colgo ipocrita e stretto di cuore? Quando mi accorgo invece di essere protagonista di quel che il Padre condivide?
La parabola del figliol prodigo è uno dei passi più apprezzati delle Sacre Scritture. La sua profonda illustrazione della misericordia di Dio e l'importante desiderio umano di conversione e di riconciliazione, come pure la ripresa dei rapporti interrotti, parlano agli uomini e alle donne di ogni età. La tentazione dell'uomo di esercitare la propria libertà allontanandosi da Dio è frequente. Ora, l'esperienza del figliol prodigo ci fa constatare sia nella storia sia nella nostra vita che quando la libertà viene ricercata al di fuori di Dio il risultato è negativo: perdita della dignità personale, confusione morale e disgregazione sociale. Al contrario, l'amore appassionato del Padre per l'umanità vince l'orgoglio umano. Donato gratuitamente, è un amore che perdona e che porta le persone a entrare più profondamente nella comunione della Chiesa di Cristo. Offre veramente a tutti i popoli l'unità in Dio e, come mostra in maniera perfetta il Cristo sulla Croce, riconcilia la giustizia e l'amore" (cfr Deus caritas est, n. 10).
E che dire del fratello maggiore? Non è forse egli, in un certo senso, anche tutti gli uomini e tutte le donne? Forse, soprattutto quelli che si allontanano tristemente dalla Chiesa? La sua razionalizzazione del proprio atteggiamento e delle proprie azioni suscita una certa simpatia, ma, in ultima analisi, descrive la sua incapacità di comprendere l'amore incondizionato. Incapace di pensare al di là dei limiti della giustizia naturale, resta intrappolato nell'invidia e nell'orgoglio, staccato da Dio, isolato dagli altri e a disagio con se stesso.
Cari Fratelli, che la riflessione sui tre personaggi di questa parabola, ossia il Padre nella sua abbondante misericordia, il figlio più giovane nella sua gioia di essere perdonato e il fratello maggiore nel suo tragico isolamento, vi confermi nel vostro desiderio di affrontare la perdita del senso del peccato, a cui avete fatto riferimento nei vostri resoconti. Questa priorità pastorale riflette la grande speranza che i fedeli sperimentino l'amore infinito di Dio quale chiamata ad approfondire la loro unità ecclesiale e a superare la divisione e la frammentazione che tanto spesso feriscono le famiglie e le comunità di oggi. Da questo punto di vista, la responsabilità del Vescovo di indicare la presenza distruttiva del peccato è prontamente intesa quale servizio di speranza: rafforza i credenti affinché evitino il male e scelgano la perfezione dell'amore e la pienezza della vita cristiana.
[Papa Benedetto, Discorso ai Vescovi del Canada 9 ottobre 2006]
“Credo la remissione dei peccati”
1. Continuando ad approfondire il senso della conversione, cercheremo oggi di comprendere anche il significato della remissione dei peccati che ci viene offerta da Cristo attraverso la mediazione sacramentale della Chiesa.
E in primo luogo vogliamo prendere coscienza del messaggio biblico sul perdono di Dio: messaggio ampiamente sviluppato nell'Antico Testamento e che trova la sua pienezza nel Nuovo. La Chiesa ha inserito questo contenuto della sua fede nello stesso Credo, dove appunto professa la remissione dei peccati: Credo in remissionem peccatorum.
2. L’Antico Testamento ci parla, in diverse maniere, del perdono dei peccati. Troviamo a tal proposito una terminologia variegata: il peccato è “perdonato”, “cancellato” (Es 32,32), “espiato” (Is 6, 7), “gettato dietro le spalle” (Is 38, 17). Dice ad esempio il Salmo 103: “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie” (v. 3), “Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe . . . Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono” (v.10 e v.13).
Questa disponibilità di Dio al perdono non attenua la responsabilità dell’uomo e la necessità di un suo impegno di conversione. Ma come sottolinea il profeta Ezechiele, se il malvagio si ritrae dalla sua condotta perversa il suo peccato non sarà più ricordato, egli vivrà (cfr Ez 18, spec. vv. 19-22).
3. Nel Nuovo Testamento, il perdono di Dio si manifesta attraverso le parole ed i gesti di Gesù. Rimettendo i peccati Gesù mostra il volto di Dio Padre misericordioso. Prendendo posizione contro alcune tendenze religiose caratterizzate da ipocrita severità nei confronti dei peccatori, egli illustra in diverse occasioni quanto grande e profonda sia la misericordia del Padre verso tutti i suoi figli (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1443).
Vertice di questa rivelazione può essere considerata la parabola sublime che si suol chiamare “del figliol prodigo”, ma che dovrebbe essere denominata del “padre misericordioso” (Lc 15, 11-32). Qui l’atteggiamento di Dio è presentato in termini davvero sconvolgenti rispetto ai criteri e alle attese dell’uomo. Il comportamento del padre nella parabola è compreso in tutta la sua originalità se teniamo presente che, nel contesto sociale del tempo di Gesù, era normale che i figli lavorassero nella casa paterna, come i due figli del padrone della vigna, di cui Egli ci parla in un’altra parabola (cfr Mt 21, 28-31). Questo regime doveva durare fino alla morte del padre, e solo allora i figli si dividevano i beni che spettavano loro in eredità. Nel nostro caso, invece, il padre accondiscende al figlio minore, che gli chiede la sua parte di patrimonio, e divide le sue sostanze tra lui e il figlio maggiore (cfr Lc 15, 12).
4. La decisione del figlio minore di emanciparsi, sperperando le sostanze ricevute dal padre e vivendo dissolutamente (cfr Ivi, 15,13), è una sfacciata rinuncia alla comunione familiare. L’allontanamento dalla casa paterna ben esprime il senso del peccato, con il suo carattere di ingrata ribellione e i suoi esiti anche umanamente penosi. Di fronte alla scelta di questo figlio, l’umana ragionevolezza, espressa in qualche modo nella protesta del fratello maggiore, avrebbe consigliato la severità di un’adeguata punizione, prima di una piena reintegrazione nella famiglia.
Ed invece il padre, vistolo tornare da lontano, gli corre incontro pieno di commozione (o meglio, “agitandosi nelle sue viscere”, come dice letteralmente il testo greco: Lc 15, 20), lo stringe in un abbraccio d’amore e vuole che tutti gli facciano festa.
La misericordia paterna risalta ancora di più quando questo padre, rimproverando teneramente il fratello maggiore che rivendica i propri diritti (cfr Ivi 15, 29s.), lo invita al comune banchetto di gioia. La pura legalità viene superata dal generoso e gratuito amore paterno, che supera la giustizia umana e convoca ambedue i fratelli a sedersi ancora una volta alla mensa del padre.
Il perdono non consiste solo nel ricevere nuovamente sotto il tetto paterno il figlio che se ne è allontanato, ma anche nell’accoglierlo nella gioia di una comunione ricomposta, trasferendolo dalla morte alla vita. Per questo “bisognava far festa e rallegrarsi” (Ivi 15, 32).
Il Padre misericordioso che abbraccia il figlio perduto è l’icona definitiva del Dio rivelato da Cristo. Egli è anzitutto e soprattutto Padre. È il Dio Padre che stende le sue braccia benedicenti e misericordiose, attendendo sempre, non forzando mai nessuno dei suoi figli. Le sue mani sorreggono, stringono, danno vigore e nello stesso tempo confortano, consolano, accarezzano. Sono mani di padre e di madre nello stesso tempo.
Il padre misericordioso della parabola contiene in sé, trascendendoli, tutti i tratti della paternità e della maternità. Gettandosi al collo del figlio mostra le sembianze di una madre che accarezza il figlio e lo circonda del suo calore. Si comprende, alla luce di questa rivelazione del volto e del cuore di Dio Padre, la parola di Gesù, che sconcerta la logica umana: “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Ivi 15, 7). Così pure: “C’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” (Ivi 15, 10).
5. Il mistero del ‘ritorno-a-casa’ esprime mirabilmente l’incontro tra il Padre e l’umanità, tra la misericordia e la miseria, in un circolo d’amore che non riguarda solo il figlio perduto, ma si estende a tutti.
L’invito al banchetto, che il padre rivolge al figlio maggiore, implica l’esortazione del Padre celeste a tutti i membri della famiglia umana perché anch’essi siano misericordiosi.
L’esperienza della paternità di Dio implica l’accettazione della ‘fraternità’, proprio perché Dio è Padre di tutti, anche del fratello che sbaglia.
Narrando la parabola, Gesù non parla solo del Padre, ma lascia intravedere anche i suoi stessi sentimenti. Di fronte ai farisei e agli scribi che lo accusano di ricevere i peccatori e di mangiare con loro (cfr Ivi 15, 2), egli mostra di preferire i peccatori e i pubblicani che si avvicinano a lui con fiducia (cfr Ivi 15, 1) e rivela così di essere inviato a manifestare la misericordia del Padre. È la misericordia che rifulge soprattutto sul Golgota, nel sacrificio offerto da Cristo in remissione dei peccati (cfr Mt 26, 28).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 8 settembre 1999]
Il Vangelo […] ci porta al cuore di Dio, che sempre perdona con compassione e tenerezza, sempre. Dio perdona sempre, siamo noi a stancarci di chiedere perdono ma Lui perdona sempre. Ci dice che Dio è Padre, che non solo riaccoglie, ma gioisce e fa festa per il suo figlio, tornato a casa dopo aver dilapidato tutti gli averi. Siamo noi quel figlio, e commuove pensare a quanto il Padre sempre ci ami e ci attenda.
Ma nella stessa parabola c’è anche il figlio maggiore, che va in crisi di fronte a questo Padre. E che può mettere in crisi anche noi. Infatti, dentro di noi c’è anche questo figlio maggiore e, almeno in parte, siamo tentati di dargli ragione: aveva sempre fatto il suo dovere, non era andato via di casa, perciò si indigna nel vedere il Padre riabbracciare il fratello che si era comportato male. Protesta e dice: «Ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando», invece per «questo tuo figlio» addirittura fai festa! (vv. 29-30). “Non ti capisco”. È lo sdegno del figlio maggiore.
Da queste parole emerge il problema del figlio maggiore. Nel rapporto con il Padre egli basa tutto sulla pura osservanza dei comandi, sul senso del dovere. Può essere anche il nostro problema, il nostro problema tra noi e con Dio: perdere di vista che è Padre e vivere una religione distante, fatta di divieti e doveri. E la conseguenza di questa distanza è la rigidità verso il prossimo, che non si vede più come fratello. Nella parabola, infatti, il figlio maggiore non dice al Padre mio fratello, no, dice tuo figlio, come per dire: non è mio fratello. E alla fine proprio lui rischia di rimanere fuori di casa. Infatti – dice il testo – «non voleva entrare» (v. 28). Perché c’era l’altro.
Vedendo questo, il Padre esce a supplicarlo: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (v. 31). Cerca di fargli capire che per lui ogni figlio è tutta la sua vita. Lo sanno bene i genitori, che si avvicinano molto al sentire di Dio. È bello quello che dice un papà in un romanzo: «Quando sono diventato padre, ho capito Dio» (H. de Balzac, Il padre Goriot, Milano 2004, 112). A questo punto della parabola, il Padre apre il cuore al figlio maggiore e gli esprime due bisogni, che non sono comandi, ma necessità del cuore: «Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita» (v. 32). Vediamo se anche noi abbiamo nel cuore i due bisogni del Padre: far festa e rallegrarsi.
Anzitutto far festa, cioè manifestare a chi si pente o è in cammino, a chi è in crisi o è lontano, la nostra vicinanza. Perché bisogna fare così? Perché questo aiuterà a superare la paura e lo scoraggiamento, che possono venire dal ricordo dei propri peccati. Chi ha sbagliato, spesso si sente rimproverato dal suo stesso cuore; distanza, indifferenza e parole pungenti non aiutano. Perciò, secondo il Padre, bisogna offrirgli una calda accoglienza, che incoraggi ad andare avanti. “Ma padre questo ne ha fatte tante!”: calda accoglienza. E noi, facciamo così? Cerchiamo chi è lontano, desideriamo fare festa con lui? Quanto bene può fare un cuore aperto, un ascolto vero, un sorriso trasparente; fare festa, non far sentire a disagio! Il padre poteva dire: va bene figlio, torna a casa, torna a lavorare, vai nella tua stanza, sistemati, e al lavoro! E questo sarebbe stato un perdono buono. Ma no! Dio non sa perdonare senza fare festa! E il padre fa festa, per la gioia che ha perché è tornato il figlio.
E poi, secondo il Padre, bisogna rallegrarsi. Chi ha un cuore sintonizzato con Dio, quando vede il pentimento di una persona, per quanto gravi siano stati i suoi errori, se ne rallegra. Non rimane fermo sugli sbagli, non punta il dito sul male, ma gioisce per il bene, perché il bene dell’altro è anche il mio! E noi, sappiamo vedere gli altri così?
Mi permetto di raccontare una storia, finta, ma che fa vedere il cuore del padre. C’è stata un’opera pop, tre quattro anni fa, sull’argomento del figlio prodigo, con tutta la storia. E alla fine, quando quel figlio decide di tornare dal padre, si confronta con un amico e gli dice: “Sai, ho paura che mio padre mi rifiuti, che non mi perdoni”. E l’amico gli consiglia: “Manda una letterina al tuo papà e digli: “Padre, sono pentito, voglio tornare a casa, ma non sono sicuro se tu sarai contento. Se tu vuoi ricevermi, per favore, metti un fazzoletto bianco alla finestra”. E poi cominciò il cammino. E quando era vicino a casa, dove la strada faceva l’ultima curva, ebbe di fronte la sua casa. E cosa vide? Non un fazzoletto: era piena di fazzoletti bianchi, le finestre, tutto! Il Padre ci riceve così, con pienezza, con gioia. Questo è il nostro Padre!
Sappiamo gioire per gli altri? La Vergine Maria ci insegni ad accogliere la misericordia di Dio, perché diventi la luce in cui guardare il nostro prossimo.
[Papa Francesco, Angelus 27 marzo 2022]
(Mt 21,33-43.45-46)
Cristo introduce tutti in un cammino avventuroso, scomodante, non privo d’insidie che buttano all’aria la situazione e destabilizzano - ma è la Via perché ciascuno di noi si riconosca.
Non ci riavvicineremmo altrimenti alla Fonte della percezione, dell’immaginazione, della realtà e della creatività - virtù che si rendono necessarie per la rinascita, persino dall’emergenza globale.
Gesù ricorre alla figura della Vigna per descrivere l’opera di Dio e la risposta degli uomini - anzitutto delle guide spirituali (v.23).
I capi religiosi erano così: ostili all’azione divina; attrezzati nel sembrare, ciononostante violenti e sclerotici.
I direttori cui Gesù si rivolge seguono l’intera metafora passo passo - sembra si trovino sguarniti - e rimangono a bocca aperta solo alla fine.
Come mai li interpella in modo imperativo: «Ascoltate» [che non è un semplice invito]?
Sin dall’inizio parla con tono da padrone. Perché?
Egli è Signore di coloro cui in realtà si rivolge: il Cristo tanto invocato dalla nuova casta dei “farisei” di ritorno nelle comunità, dove già i primi della classe pretendevano gestire la Vigna a modo proprio.
Senza mezzi termini la parabola denuncia l’abuso di autorità perpetrato nelle assemblee di terza generazione, in specie da parte dei loro responsabili.
Anziani di chiesa che già avevano fastidio di occuparsi della gente minuta, la quale d’altro canto si presentava alla soglia delle comunità con speranza di essere accolta.
Viceversa erano proprio questi «ultimi» i nuovi profeti chiamati da Dio a svegliare la situazione d’immobilismo [dei reduci] - paragonabile alla medesima realtà paludosa di altre religioni d’allora.
Dappertutto e anche oggi alcuni potentati discriminano e manipolano le coscienze per tutelare il proprio mondo - facendo fuori il Gesù Presente, che si ripropone nei piccoli, innocenti e trasparenti.
I veterani abituati a dirigere non si accorgono che stanno decretando la loro stessa condanna (v.41).
Beninteso, Cristo non intende ridicolizzare nessuno: voleva portare le persone a ‘dire la verità’ su se stesse.
Nel Vangelo il comportamento dei titolati non cambia, anzi sentendosi smascherati peggiora, e solo la remora di perdere la faccia in pubblico può frenarli (vv.45-46).
Ma ora sanno chi sono - tanto da vergognarsi di tramare apertamente.
Categorie che si ritengono più vicine al Paradiso - quelle che producono uva immangiabile - escluse dalla testimonianza del Regno, innervato di folla minuta.
Ci sarà giocoforza un nuovo inizio, e la sostituzione dei coloni inetti (v.43).
È «lieta notizia»: l’Eterno raggiunge il suo scopo malgrado i ripetuti rifiuti di chi dovrebbe servirlo, e invece Lo usa.
Insomma, per Gesù il grande nemico di Dio è la convenienza.
Pur fra brutalità ingenerose e accuse di essere dei sognatori illusi, nuovi e più fedeli Araldi dello Spirito sono pronti alla successione.
Un corso inarrestabile, irrorato dal ruscello di sangue dei profeti (v.46).
Reietti, depennati, espulsi, e da stritolare - ma non chiusi dentro schemi mentali: in grado di dare campo libero a energie rigeneranti.
Coscienza del mondo, avulsi dal compromesso.
[Venerdì 2.a sett. Quaresima, 6 marzo 2026]
(Mt 21,33-43.45)
Si tratta di una metafora continuata, più che di una parabola; quindi frutto di riflessione post-pasquale - vediamo perché.
Cristo introduce tutti in un cammino avventuroso, scomodante, non privo d’insidie che buttano all’aria la situazione e destabilizzano - ma è la Via perché ciascuno di noi si riconosca.
Non ci riavvicineremmo altrimenti alla Fonte della percezione, dell’immaginazione, della realtà e della creatività - virtù che si rendono necessarie per la rinascita, anche dall’emergenza globale.
Gesù ricorre all’immagine della Vigna per descrivere l’opera di Dio e la risposta degli uomini - anzitutto delle guide spirituali (v.23).
I capi religiosi antichi erano così: ostili all’azione divina; attrezzati nel sembrare, ciononostante violenti e sclerotici.
I direttori cui Gesù si rivolge seguono l’intera metafora passo passo - sembra si trovino sguarniti - e rimangono a bocca aperta solo alla fine.
Come mai li interpella in modo imperativo: «Ascoltate» [che non è un semplice invito]?
Sin dall’inizio parla con tono da padrone. Perché?
Egli è Signore di coloro cui in realtà si rivolge: il Cristo tanto invocato dalla nuova casta dei “farisei” di ritorno nelle sue assemblee, dove già i primi della classe pretendevano gestire la Vigna a modo proprio.
Senza mezzi termini la parabola denuncia l’abuso di autorità perpetrato nelle fraternità di terza generazione, in specie da parte dei loro responsabili.
Anziani di chiesa che già avevano fastidio di occuparsi della gente minuta che si presentava alla soglia delle comunità con la speranza di essere accolta.
Viceversa erano proprio questi «ultimi» i nuovi profeti chiamati da Dio a svegliare la situazione d’immobilismo (dei reduci) - paragonabile alla medesima realtà paludosa di altre religioni d’allora.
In tal guisa, procediamo a una possibile identificazione:
La siepe o muretto che circonda la Vigna è la proposta che Dio ha rivelato per proteggerci da altri modelli di vita [paradigmi non di Fede], insensati e autodistruttivi.
Il frantoio sta a dire: non mancava nulla [il Signore ne ha avuto massima cura], ed anche l’attesa del tempo della gioia, del succo d’amore.
Insomma: condizioni ottime e risultato abbondante; massima produzione d’ebbrezza - ci si attenderebbe. Però...
I vignaioli sono le autorità costituite. Esse hanno ricevuto il compito di collocarci nella posizione migliore e nei presupposti adatti per la nostra crescita e fioritura.
Infatti, nelle condizioni ideali ciascuno può produrre il frutto d’amore che il “padrone del campo” si attende.
I due gruppi d’inviati sono profeti mandati dal Padre prima e dopo l’esilio babilonese - invano - per richiamare all’adesione concreta, alla fedeltà al Patto.
Tutti finiti male, perché il punto di riferimento della gente devota e delle guide irresponsabili permaneva identico: l’appropriarsi.
Ecco i diversi gruppi al potere al tempo di Gesù:
Gli addetti alle attività del Tempio [sacerdoti] gestivano le decime, le tasse specifiche, le offerte.
Il sommo sacerdote era scelto fra i membri delle famiglie dell’aristocrazia che ostentavano più potere e ricchezza.
I Sadducei erano appunto l’élite aristocratica; per sé laici, assai ricchi. Essi volentieri si coinvolgevano nei commerci anche del Tempio, e nel latifondo.
Farisei erano i leaders della religiosità popolare, i quali propugnavano il rispetto totale della Legge, in specie delle norme di purità. E anche quello delle diverse Tradizioni, perfino orale.
La loro autorità etica era fondata sulla esemplarità e sul senso di separazione sacrale [e moralista]. Esemplarità sentita e riconosciuta in ogni villaggio della Palestina.
Gli “Anziani” erano Capi del popolo (autorità locali, di villaggi o cittadine); discendenti dei capi delle antiche tribù.
Scribi [dottori della legge] erano coloro che dopo una vita di studio della Parola di Dio venivano elevati al rango di teologi ufficiali del Sinedrio.
Sebbene divisi in due sette - una favorevole ai Sadducei, l’altra ai Farisei - il loro prestigio riusciva perfino ad oscurare la lettera della Torah. Infatti, in caso di dissidio tra Legge e loro interpretazione, era quest’ultima che veniva stimata superiore.
Gesù invece screditava i dotti, che volentieri falsavano e sofisticavano il senso delle sacre Scritture - sempre a proprio vantaggio.
Sapeva bene che la sua attività di denuncia gli sarebbe costata la vita, perché smascherava tutto il sistema di guadagno, equilibri e posizioni.
Tuttavia non ha mai arretrato di un millimetro.
Dappertutto e anche oggi alcuni potentati discriminano e manipolano le coscienze per tutelare le loro provvigioni e il proprio farsesco mondo di pubbliche e private relazioni.
Malgrado tutto il fuoco d’interdizione perbenista e di maniera, spesso facendo fuori il Gesù Presente che si ripropone nei piccoli, innocenti e trasparenti.
Viceversa gli amministratori supremi della Casa di Dio devono assumere un atteggiamento di servizio alla Vigna; non tracciare piani di vita propri, cui devono adattarsi tutti - Padre compreso.
È per questo motivo che il Figlio pretendeva smontare quella compagine: addirittura soppiantare il Tempio, con la sua Persona viva.
Un’autentica minaccia mortale per il sistema che ormai non sopportava neppure l’ingerenza di Dio stesso.
Ma se era irriverente sostituire la vita del popolo al santuario di pietra, sembrava pure sacrilego considerare transitorio il regime della Torah.
Il Pentateuco era il fulcro dell’identità della “gente eletta”. Tale idea era interpretata con rigido senso di permanenza - sebbene la sua pratica non procurasse felicità, bensì insoddisfazione.
Eppure i veterani abituati a situazioni piramidali - e a dirigere - neppure s’accorgevano di decretare così la loro stessa condanna (v.41).
Beninteso, Cristo non intende ridicolizzare nessuno: Egli vuol portare le persone a interrogarsi, e dire la verità su se stesse.
Nel Vangelo il comportamento dei titolati della devozione ufficiale non cambia, anzi sentendosi smascherati, peggiora.
Solo la remora di perdere la faccia in pubblico può frenarli (vv.45-46).
Ma ora sanno chi sono, tanto da vergognarsi di tramare apertamente.
Le categorie “al centro”, che si ritengono più vicine al Cielo e per questo detentori di potere (che esigono per sé), sono assiduamente quelle che producono uva immangiabile.
Cerchie escluse dalla testimonianza del Regno.
Le forze attempate sanno solo osteggiare. I dirigenti a vita - zucche pretenziose - amano sempre il comando, e (troppo) il loro interesse, non quello della folla minuta.
Purtroppo il passo di Vangelo è un affresco dell’intera storia della salvezza, ove non di rado prevale il disdegno - ed è attuale.
Ci sarà giocoforza un nuovo inizio, e la sostituzione dei coloni inetti (v.43).
È «lieta notizia»: l’Eterno raggiunge il suo scopo malgrado i ripetuti rifiuti di chi dovrebbe rappresentarlo, e invece lo usa. Non avendo alcun frutto d’amore da restituire.
Insomma, è la nostra vicenda. Enigma della redenzione, in grado di assumere in seno perfino violenze e ribellioni.
Per Gesù non esiste un’etnia o una civiltà privilegiati - perché il grande nemico di Dio non è il peccato nel senso dell’imperfezione, bensì la convenienza.
Tornaconto che fa il paio col disinteresse e il disprezzo (interessato): problema che ritorna - chiudendo la storia.
Eppure, quando i giorni di fervore si spengono e la situazione si arena a causa di chi vede l’elezione come privilegio anziché un servizio, ecco incessantemente sopraggiungere nuovi e più fedeli Araldi dello Spirito. Pronti alla successione delle menti e dei cuori, pur fra brutalità ingenerose, e accuse di essere dei sognatori illusi.
Un corso inarrestabile, irrorato dal ruscello di sangue dei profeti (v.46).
Reietti, depennati, espulsi e da stritolare - ma non chiusi dentro schemi mentali superati: in grado di dare campo libero a energie rigeneranti.
Coscienza del mondo, avulsi dal compromesso.
Jesus seems to say to the accusers: Is not this woman, for all her sin, above all a confirmation of your own transgressions, of your "male" injustice, your misdeeds? (John Paul II, Mulieris Dignitatem n.14)
Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia «maschile», dei vostri abusi? (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem n.14)
Here we can experience first hand that God is life and gives life, yet takes on the tragedy of death (Pope Francis)
Qui tocchiamo con mano che Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte (Papa Francesco)
The people thought that Jesus was a prophet. This was not wrong, but it does not suffice; it is inadequate. In fact, it was a matter of delving deep, of recognizing the uniqueness of the person of Jesus of Nazareth and his newness. This is how it still is today: many people draw near to Jesus, as it were, from the outside (Pope Benedict)
La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità. Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
In the rite of Baptism, the presentation of the candle lit from the large Paschal candle, a symbol of the Risen Christ, is a sign that helps us to understand what happens in the Sacrament. When our lives are enlightened by the mystery of Christ, we experience the joy of being liberated from all that threatens the full realization (Pope Benedict)
God approached man in love, even to the total gift, crossing the threshold of our ultimate solitude, throwing himself into the abyss of our extreme abandonment, going beyond the door of death (Pope Benedict)
Dio si è avvicinato all’uomo nell’amore, fino al dono totale, a varcare la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi nell’abisso del nostro estremo abbandono, oltrepassando la porta della morte (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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