don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Venerdì, 29 Maggio 2026 05:41

L’apostolato delle persone sole

1. Nella tradizione cristiana fin dai primi tempi si ebbe una particolare attenzione per le donne che, avendo perso il marito, rimanevano sole nella vita, spesso bisognose e indifese. Già nell’Antico Testamento le vedove erano spesso ricordate per la loro misera situazione e additate alla solidale premura della comunità e particolarmente dei responsabili della legge (cf. Es 22, 21; Dt 10, 18; 24, 17; 26, 12; 27, 19).

 I Vangeli, gli Atti e le Lettere degli Apostoli sono attraversati da un soffio di carità verso le vedove. Ripetutamente Gesù manifesta premurosa attenzione verso di loro. Egli, ad esempio, loda pubblicamente l’obolo offerto da una povera vedova per il Tempio (cf. Lc 21, 3; Mc 12, 43); si muove a compassione alla vista della vedova che a Nain accompagna il figlio defunto alla sepoltura, le si accosta per dirle dolcemente: “Non piangere”, e poi le ridà il fanciullo risuscitato (cf. Lc 7, 11-15). Il Vangelo ci trasmette altresì il ricordo delle parole di Gesù sulla “necessità di pregare sempre, senza stancarsi”, prendendo ad esempio la vedova che con l’insistenza delle sue richieste ottiene dal giudice disonesto che le faccia giustizia (cf. Lc 18, 5); e quelle altre parole con cui Gesù depreca severamente gli scribi che “divorano le case delle vedove” ostentando ipocritamente lunghe preghiere (cf. Mc 12, 40; Lc 20, 47).

Tale atteggiamento di Cristo, che adempie il genuino spirito dell’Antico Patto, sta alla radice delle raccomandazioni pastorali di san Paolo e di san Giacomo sull’assistenza spirituale e caritativa alle vedove: “Onora le vedove” (1 Tm 5, 3); “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni . . .” (Gc 1, 27).

2. Ma nella comunità cristiana il posto delle vedove non era solo quello delle assistite; esse vi avevano anche una funzione attiva, quasi per una specifica partecipazione alla vocazione universale dei discepoli di Cristo alla vita di preghiera.

Dalla Prima Lettera a Timoteo risulta infatti che un fondamentale compito raccomandato alle donne rimaste vedove era quello di consacrarsi “all’orazione e alla preghiera giorno e notte” (1 Tm 5, 5). Il Vangelo di Luca ci presenta un modello di santa vedova, nella persona di “Anna, figlia di Fanuele”, rimasta vedova dopo soltanto sette anni di matrimonio. Ella, riferisce l’Evangelista, “non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere” (Lc 2, 36-37). Ebbe la grande gioia di trovarsi nel tempio al momento della presentazione di Gesù bambino. Nella loro afflizione, le vedove possono e debbono contare similmente su grazie preziose di vita spirituale, alle quali sono invitate a corrispondere generosamente.

3. Nel quadro pastorale e spirituale della comunità cristiana vi era anche un “catalogo” nel quale poteva essere iscritta la vedova che, per usare le parole della Lettera ora citata, “abbia non meno di sessant’anni [sia cioè anziana], sia andata sposa una sola volta, abbia la testimonianza di opere buone: abbia cioè allevato figli, praticato l’ospitalità, lavato i piedi ai santi [antico rito di ospitalità, fatto proprio dal cristianesimo], sia venuta in soccorso agli afflitti, abbia esercitato ogni opera di bene . . .” (1 Tm 5, 9-10).

La Chiesa degli inizi offre, in questo, un esempio di solidarietà caritativa (cf. At 6, 1), che ritroviamo in tanti altri momenti della storia cristiana, soprattutto quando, per ragioni sociali, politiche, belliche, epidemiche ecc., il fenomeno della vedovanza o di altre forme di solitudine prendeva dimensioni preoccupanti. La carità della Chiesa non poteva rimanere inerte.

Oggi esistono molti altri casi di persone sole, di fronte a cui la Chiesa non può non essere sensibile e sollecita. Vi è, innanzitutto, la categoria dei “separati” e dei “divorziati”, ai quali ho dedicato una particolare attenzione nell’Esortazione apostolica Familiaris consortio (cf. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 83). Vi è poi quella delle “madri nubili”, esposte a particolari difficoltà di ordine morale, economico e sociale. A tutte queste persone vorrei dire che, qualunque sia la loro responsabilità personale nel dramma in cui si trovano coinvolte, esse continuano a far parte della Chiesa. I Pastori, partecipi della loro prova, non le abbandonano a se stesse, e vogliono invece fare il possibile per aiutarle, confortarle, farle sentire ancora legate all’ovile di Cristo.

La Chiesa, anche quando non può dar luogo a prassi che sarebbero in contrasto con le esigenze della verità e con lo stesso bene comune delle famiglie e della società, non rinuncia mai ad amare, a capire, ad essere accanto a tutti coloro che sono in difficoltà. Particolarmente vicina la Chiesa si sente alle persone che, avendo un matrimonio sfasciato alle spalle, perseverano nella fedeltà rinunciando a un’altra unione, e si dedicano, per quanto possono, all’educazione dei loro figli. Essi meritano da parte di tutti sostegno e incoraggiamento. La Chiesa, il Papa non possono non lodarli per la bella testimonianza di coerenza cristiana, vissuta generosamente nella prova.

4. Ma poiché la presente catechesi è dedicata, come le altre del ciclo che stiamo svolgendo, all’apostolato dei laici nella Chiesa, vorrei ancora menzionare qui il gran numero di persone sole e specialmente di vedove e vedovi che, essendo meno occupati da obblighi familiari, si sono dedicati volontariamente allo sviluppo delle attività cristiane nelle parrocchie o in opere di maggior estensione. La loro esistenza viene così elevata a una più alta partecipazione alla vita ecclesiale, come frutto di un più alto grado d’amore. Scaturisce da ciò, per la Chiesa e per l’umanità, il beneficio di una dedizione più generosa da parte di persone che trovano così il modo di realizzare una qualità superiore di vita, esprimendo appieno se stesse nel servizio reso ai fratelli.

5. Concludiamo dunque col ribadire ciò che leggiamo nel Concilio Vaticano II, ossia che l’esempio della carità benefica è dato non solo dai coniugi e genitori cristiani, ma “è offerto in altro modo dalle persone vedove e da quelle nubili, le quali pure possono contribuire non poco alla santità e operosità nella Chiesa” (Lumen gentium, 41). Quale che sia l’origine del loro stato di vita, molte di queste persone possono riconoscere il disegno superiore della sapienza divina che dirige la loro esistenza e la conduce alla santità sulla via della Croce; una Croce che nelle loro condizioni si rivela particolarmente feconda.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 10 agosto 1994]

Venerdì, 29 Maggio 2026 05:26

Come non devono essere i seguaci

Il brano del Vangelo […] si compone di due parti: una in cui si descrive come non devono essere i seguaci di Cristo; l’altra in cui viene proposto un ideale esemplare di cristiano.

Cominciamo dalla prima: cosa non dobbiamo fare. Nella prima parte Gesù addebita agli scribi, maestri della legge, tre difetti che si manifestano nel loro stile di vita: superbia, avidità e ipocrisia. A loro – dice Gesù - piace «ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti» (Mc 12,38-39). Ma sotto apparenze così solenni si nascondono falsità e ingiustizia. Mentre si pavoneggiano in pubblico, usano la loro autorità per “divorare le case delle vedove” (cfr v. 40), che erano considerate, insieme agli orfani e agli stranieri, le persone più indifese e meno protette. Infine, gli scribi «pregano a lungo per farsi vedere» (v. 40). Anche oggi esiste il rischio di assumere questi atteggiamenti. Ad esempio, quando si separa la preghiera dalla giustizia, perché non si può rendere culto a Dio e causare danno ai poveri. O quando si dice di amare Dio, e invece si antepone a Lui la propria vanagloria, il proprio tornaconto.

E in questa linea si colloca la seconda parte del Vangelo di oggi. La scena è ambientata nel tempio di Gerusalemme, precisamente nel luogo dove la gente gettava le monete come offerta. Ci sono molti ricchi che versano tante monete, e c’è una povera donna, vedova, che mette appena due spiccioli, due monetine. Gesù osserva attentamente quella donna e richiama l’attenzione dei discepoli sul contrasto netto della scena. I ricchi hanno dato, con grande ostentazione, ciò che per loro era superfluo, mentre la vedova, con discrezione e umiltà, ha dato «tutto quanto aveva per vivere» (v. 44); per questo – dice Gesù – lei ha dato più di tutti. A motivo della sua estrema povertà, avrebbe potuto offrire una sola moneta per il tempio e tenere l’altra per sé. Ma lei non vuole fare a metà con Dio: si priva di tutto. Nella sua povertà ha compreso che, avendo Dio, ha tutto; si sente amata totalmente da Lui e a sua volta Lo ama totalmente. Che bell’esempio quella vecchietta!

Gesù, oggi, dice anche a noi che il metro di giudizio non è la quantità, ma la pienezza. C’è una differenza fra quantità e pienezza. Tu puoi avere tanti soldi, ma essere vuoto: non c’è pienezza nel tuo cuore. Pensate, in questa settimana, alla differenza che c’è fra quantità e pienezza. Non è questione di portafoglio, ma di cuore. C’è differenza fra portafoglio e cuore… Ci sono malattie cardiache, che fanno abbassare il cuore al portafoglio… E questo non va bene! Amare Dio “con tutto il cuore” significa fidarsi di Lui, della sua provvidenza, e servirlo nei fratelli più poveri senza attenderci nulla in cambio.

Mi permetto di raccontarvi un aneddoto, che è successo nella mia diocesi precedente. Erano a tavola una mamma con i tre figli; il papà era al lavoro; stavano mangiando cotolette alla milanese… In quel momento bussano alla porta e uno dei figli – piccoli, 5, 6 anni, 7 anni il più grande - viene e dice: “Mamma, c’è un mendicante che chiede da mangiare”. E la mamma, una buona cristiana, domando loro: “Cosa facciamo?” – “Diamogli, mamma…” – “Va bene”. Prende la forchetta e il coltello e toglie metà ad ognuna delle cotolette. “Ah no, mamma, no! Così no! Prendi dal frigo” – “No! facciamo tre panini così!”. E i figli hanno imparato che la vera carità si dà, si fa non da quello che ci avanza, ma da quello ci è necessario. Sono sicuro che quel pomeriggio hanno avuto un po’ di fame… Ma così si fa!

Di fronte ai bisogni del prossimo, siamo chiamati a privarci – come questi bambini, della metà delle cotolette  – di qualcosa di indispensabile, non solo del superfluo; siamo chiamati a dare il tempo necessario, non solo quello che ci avanza; siamo chiamati a dare subito e senza riserve qualche nostro talento, non dopo averlo utilizzato per i nostri scopi personali o di gruppo.

Chiediamo al Signore di ammetterci alla scuola di questa povera vedova, che Gesù, tra lo sconcerto dei discepoli, fa salire in cattedra e presenta come maestra di Vangelo vivo. Per l’intercessione di Maria, la donna povera che ha dato tutta la sua vita a Dio per noi, chiediamo il dono di un cuore povero, ma ricco di una generosità lieta e gratuita.

[Papa Francesco, Angelus 8 novembre 2015]

(Mc 12,35-37)

 

«E la folla numerosa lo ascoltava volentieri» (v.37). Per quale motivo, malgrado il pericoloso contendere coi maestri riconosciuti?

Gli scribi sostenevano che il Messia era un uomo eccezionalmente ragguardevole, ma non dotato di condizione divina.

Bisognava andare più a fondo nell’idea comune circa le antiche Promesse.

Così il nuovo Rabbi chiede agli esperti ufficiali per quale motivo il re Davide lo chiama «Signore» - se doveva essere solo un suo ‘figlio’.

Tutti ammettevano che il Messia sarebbe stato discendente del prestigioso sovrano.

Eppure, per il Maestro il legame di sangue o il sogno imperiale non esauriscono l'identità del Veniente; tutt’altro, la deviano.

In tale orizzonte, anche noi siamo chiamati a riconsiderare a fondo la Persona del Cristo. 

Egli non è riducibile a proporzioni congeniali - adatte a una mentalità, o alle sue attese esterne.

 

Nella condizione divina che è pienezza di umanizzazione, il Risorto non risponde alle aspettative: le supera.

Non è “figlio”, ma Signore di Davide - e dell’anima.

L’Emmanuele sospirato - Dio Con noi - non può essere un catalogato.

Insomma, solo Lui dà senso e spessore divino a tutto ciò che è dell’uomo [di tutti e ciascuno].

Per Fede personale, è nell’orizzonte d’un altro regno - alternativo - che traversie, sofferenze e distacchi ci fanno crescere.

E possono rientrare in un piano di Mistero che sfocia in Luce.

Il nostro destino e compito eminenti non hanno per nulla misure affini a convinzioni inquadrate, tutto sommato banali.

Solo lasciandoci plasmare dal Viaggio a tutto tondo in Cristo i disagi e le difficoltà non diventano nemici.

 

Le pene particolari che sperimentiamo sono forse segno di nostri talenti non sbocciati.

Risorse insolite che non abbiamo ascoltato e non ancora cullate, cui non abbiamo concesso spazio.

Incontrate, riconosciute, integrate, investite in modo inedito e pure difforme dai propositi normali o altrui, tali energie sopite condurranno a una espansione integrale d’idee e orizzonti, d’anima e gesti.

In tal guisa, servono Mistero e avventura non comuni.

Allorché dunque dovessero affacciarsi debolezze, fatiche, e perfino disagi, sappiamo che essi non arrivano a punirci o metterci in castigo, bensì per ricordarci un lato fondamentale.

Ciò, onde fare memoriale di un aspetto di profondo carattere, e futuro; archetipo e missionale. 

Per attualizzare quanto di noi stessi non abbiamo forse ancora intuito e portato a consapevolezza, perché sovrastati proprio da fattori esterni.

 

Malgrado la gabbia dorata di artificiali certezze attorno, e lacciuoli di routine confortevoli, ci mancherebbe la Magia, la sorpresa che fa trasalire il cuore, l’Incontro decisivo.

Un nuovo insegnamento, anche per il Tempio.

 

 

[Venerdì 9.a sett. T.O.  5 giugno 2026]

Giovedì, 28 Maggio 2026 14:46

Non figlio: Signore di Davide

Cari fratelli e sorelle,

vorrei oggi terminare le mie catechesi sulla preghiera del Salterio meditando uno dei più famosi “Salmi regali”, un Salmo che Gesù stesso ha citato e che gli autori del Nuovo Testamento hanno ampiamente ripreso e letto in riferimento al Messia, a Cristo. Si tratta del Salmo 110 secondo la tradizione ebraica, 109 secondo quella greco-latina; un Salmo molto amato dalla Chiesa antica e dai credenti di ogni tempo. Questa preghiera era forse inizialmente collegata all’intronizzazione di un re davidico; tuttavia il suo senso va oltre la specifica contingenza del fatto storico aprendosi a dimensioni più ampie e diventando così celebrazione del Messia vittorioso, glorificato alla destra di Dio.

Il Salmo inizia con una dichiarazione solenne:

Oracolo del Signore al mio signore: «Siedi alla mia destra

finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi» (v. 1).

Dio stesso intronizza il re nella gloria, facendolo sedere alla sua destra, un segno di grandissimo onore e di assoluto privilegio. Il re è ammesso in tal modo a partecipare alla signoria divina, di cui è mediatore presso il popolo. Tale signoria del re si concretizza anche nella vittoria sugli avversari, che vengono posti ai suoi piedi da Dio stesso; la vittoria sui nemici è del Signore, ma il re ne è fatto partecipe e il suo trionfo diventa testimonianza e segno del potere divino.

La glorificazione regale espressa in questo inizio del Salmo è stata assunta dal Nuovo Testamento come profezia messianica; perciò il versetto è tra i più usati dagli autori neotestamentari, o come citazione esplicita o come allusione. Gesù stesso ha menzionato questo versetto a proposito del Messia per mostrare che il Messia è più che Davide, è il Signore di Davide (cfr Mt 22,41-45; Mc 12,35-37; Lc 20,41-44) […]

L’esercizio del potere è un incarico che il re riceve direttamente dal Signore, una responsabilità che deve vivere nella dipendenza e nell’obbedienza, diventando così segno, all’interno del popolo, della presenza potente e provvidente di Dio. Il dominio sui nemici, la gloria e la vittoria sono doni ricevuti, che fanno del sovrano un mediatore del trionfo divino sul male. Egli domina sui nemici trasformandoli, li vince con il suo amore […]

Questo oracolo divino sul re affermerebbe dunque una generazione divina soffusa di splendore e di mistero, un’origine segreta e imperscrutabile, legata alla bellezza arcana dell’aurora e alla meraviglia della rugiada che nella luce del primo mattino brilla sui campi e li rende fecondi. Si delinea così, indissolubilmente legata alla realtà celeste, la figura del re che viene realmente da Dio, del Messia che porta al popolo la vita divina ed è mediatore di santità e di salvezza. Anche qui vediamo che tutto questo non è realizzato dalla figura di un re davidico, ma dal Signore Gesù Cristo, che realmente viene da Dio; Egli è la luce che porta la vita divina al mondo […]

Cari amici, seguendo la linea interpretativa del Nuovo Testamento, la tradizione della Chiesa ha tenuto in grande considerazione questo Salmo come uno dei più significativi testi messianici. E, in modo eminente, i Padri vi hanno fatto continuo riferimento in chiave cristologica: il re cantato dal Salmista è, in definitiva, Cristo, il Messia che instaura il Regno di Dio e vince le potenze del mondo, è il Verbo generato dal Padre prima di ogni creatura, prima dell'aurora, il Figlio incarnato morto e risorto e assiso nei cieli, il sacerdote eterno che, nel mistero del pane e del vino, dona la remissione dei peccati e la riconciliazione con Dio, il re che solleva la testa trionfando sulla morte con la sua risurrezione. Basterebbe ricordare un passo ancora una volta del commento di sant’Agostino a questo Salmo dove scrive: «Era necessario conoscere l’unico Figlio di Dio, che stava per venire tra gli uomini, per assumere l’uomo e per divenire uomo attraverso la natura assunta: egli è morto, risorto, asceso al cielo, si è assiso alla destra del Padre ed ha adempiuto tra le genti quanto aveva promesso […] Tutto questo, dunque, doveva essere profetizzato, doveva essere preannunciato, doveva essere segnalato come destinato a venire, perché, sopravvenendo improvviso, non facesse spavento, ma fosse preannunciato, piuttosto accettato con fede, gioia ed atteso. Nell’ambito di queste promesse rientra codesto Salmo, il quale profetizza, in termini tanto sicuri ed espliciti, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, che noi non possiamo minimamente dubitare che in esso sia realmente annunciato il Cristo» (cfr Enarratio in Psalmum CIX, 3: PL 36, 1447)

L’evento pasquale di Cristo diventa così la realtà a cui ci invita a guardare il Salmo, guardare a Cristo per comprendere il senso della vera regalità, da vivere nel servizio e nel dono di sé, in un cammino di obbedienza e di amore portato “fino alla fine” (cfr. Gv 13,1 e 19,30).

[Papa Benedetto, Udienza Generale 16 novembre 2011]

Giovedì, 28 Maggio 2026 14:41

Tra regalità e privazione

Cristo è salito sulla croce come un Re singolare: come l’eterno testimone della verità. “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18,37). Questa testimonianza è la misura delle nostre opere. La misura della vita. La verità per la quale Cristo ha dato la vita – che ha confermato con la risurrezione – è la fondamentale sorgente della dignità dell’uomo. Il regno di Cristo si manifesta, come insegna il Concilio, nella “regalità” dell’uomo. Bisogna che noi sappiamo, in questa luce, partecipare a ogni sfera della vita contemporanea e formarla. Non mancano infatti, nei nostri tempi, le proposte indirizzate all’uomo, non mancano i programmi che si invocano per il suo bene. Sappiamo rileggerli nella dimensione della piena verità sull’uomo, della verità confermata con le parole e con la croce di Cristo!

Sappiamo discernerli bene! Quel che dichiarano si esprime con la misura della vera dignità dell’uomo? La libertà che proclamano serve la regalità dell’essere creato a immagine di Dio, oppure al contrario prepara la privazione o costrizione di essa? Per esempio: servono la vera libertà dell’uomo o esprimono la sua dignità l’infedeltà coniugale, anche se sanzionata dal divorzio, o la mancanza di responsabilità per la vita concepita, anche se la tecnica moderna insegna come sbarazzarsi di essa? Certamente tutto il permissivismo morale non si basa sulla dignità dell’uomo e non educa l’uomo ad essa.

[Papa Giovanni Paolo II, 25 novembre 1979]

Giovedì, 28 Maggio 2026 14:20

Re di servizio

[Quella del Cristo] è una regalità di guida, di servizio, e anche una regalità che alla fine dei tempi si affermerà come giudizio. Oggi abbiamo davanti a noi il Cristo come re, pastore e giudice, che mostra i criteri di appartenenza al Regno di Dio. Qui stanno i criteri.

[Mt 25,31-46] si apre con una visione grandiosa. Gesù, rivolgendosi ai suoi discepoli, dice: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria» (Mt 25,31). Si tratta dell’introduzione solenne del racconto del giudizio universale. Dopo aver vissuto l’esistenza terrena in umiltà e povertà, Gesù si presenta ora nella gloria divina che gli appartiene, circondato dalle schiere angeliche. L’umanità intera è convocata davanti a Lui ed Egli esercita la sua autorità separando gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre.

A quelli che ha posto alla sua destra dice: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (vv. 34-36). I giusti rimangono sorpresi, perché non ricordano di aver mai incontrato Gesù, e tanto meno di averlo aiutato in quel modo; ma Egli dichiara: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (v. 40). Questa parola non finisce mai di colpirci, perché ci rivela fino a che punto arriva l’amore di Dio: fino al punto di immedesimarsi con noi, ma non quando stiamo bene, quando siamo sani e felici, no, ma quando siamo nel bisogno. E in questo modo nascosto Lui si lascia incontrare, ci tende la mano come mendicante.  Così Gesù rivela il criterio decisivo del suo giudizio, cioè l’amore concreto per il prossimo in difficoltà. E così si rivela il potere dell’amore, la regalità di Dio: solidale con chi soffre per suscitare dappertutto atteggiamenti e opere di misericordia.

La parabola del giudizio prosegue presentando il re che allontana da sé quelli che durante la loro vita non si sono preoccupati delle necessità dei fratelli. Anche in questo caso costoro rimangono sorpresi e chiedono: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?» (v. 44). Sottinteso: “Se ti avessimo visto, sicuramente ti avremmo aiutato!”. Ma il re risponderà: «Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me» (v. 45). Alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore, cioè sul nostro concreto impegno di amare e servire Gesù nei nostri fratelli più piccoli e bisognosi. Quel mendicante, quel bisognoso che tende la mano è Gesù; quell’ammalato che devo visitare è Gesù; quel carcerato è Gesù; quell’affamato è Gesù. Pensiamo a questo.

Gesù verrà alla fine dei tempi per giudicare tutte le nazioni, ma viene a noi ogni giorno, in tanti modi, e ci chiede di accoglierlo. La Vergine Maria ci aiuti a incontrarlo e riceverlo nella sua Parola e nell’Eucaristia, e nello stesso tempo nei fratelli e nelle sorelle che soffrono la fame, la malattia, l’oppressione, l’ingiustizia. Possano i nostri cuori accoglierlo nell’oggi della nostra vita, perché siamo da Lui accolti nell’eternità del suo Regno di luce e di pace.

[Papa Francesco, Angelus 26 novembre 2017]

Mercoledì, 27 Maggio 2026 23:18

Ss Trinità

Solennità della Santissima Trinità (anno A)  [31 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dal libro dell’Esodo (34, 4-6.8-9)

Il testo presenta uno dei momenti più preziosi della rivelazione biblica: Dio parla di sé e proclama il proprio nome davanti a Mosè, che si prostra riconoscendo la grandezza di ciò che ascolta. Dio si definisce «il Signore (YHWH), Dio tenero e misericordioso, lento all’ira, ricco di amore e di fedeltà. Questo nome, già rivelato nel roveto ardente, è il fondamento della fede d’Israele. Già allora Dio aveva mostrato il suo volto: vede la miseria del suo popolo in Egitto, ascolta il suo grido, conosce le sue sofferenze e scende per liberarlo, suscitando in Mosè la forza necessaria. Questo significa che l’uomo non è mai solo nella prova: Dio è presente, accompagna e sostiene. La Pasqua ebraica ricorda ogni anno questo intervento liberatore. Nel testo odierno si compie però un passo ulteriore: Dio non prova soltanto compassione, ma ama profondamente. Il suo “passare” davanti a Mosè richiama il passaggio durante l’Esodo: ogni volta che Dio passa, libera. Questa seconda rivelazione è ancora più importante perché libera l’uomo dalle false immagini di Dio. Non è l’uomo ad aver inventato un Dio buono: è Dio stesso che si è rivelato così in modo inatteso. Mosè comprende bene il significato di “lento all’ira” e chiede perdono per il popolo, consapevole della sua infedeltà. Israele è descritto come “popolo dalla dura cervice”, immagine presa dal giogo agricolo: come animali che resistono al giogo, così il popolo fatica a camminare al passo con Dio nell’alleanza. Nonostante ciò, Mosè confida che Dio continuerà a perdonare e a mantenere il popolo come sua eredità. Infine, la fedeltà (“verità”) di Dio rimane il fondamento della speranza: Egli non abbandona il suo popolo e non dimentica l’alleanza. Per questo Israele resta il popolo eletto e, come ricorda anche il Nuovo Testamento, Dio rimane sempre fedele, anche quando l’uomo è infedele.

 

Salmo Responsoriale Cantico di Daniele (3,52-56)

Per comprendere il libro di Daniele, si può usare un paragone moderno: negli anni ’80, durante la dominazione sovietica in Cecoslovacchia, una giovane attrice mise in scena un’opera su Giovanna d’Arco. In apparenza parlava della Francia del XV secolo, ma tra le righe il messaggio era chiaro: come Giovanna, anche il popolo ceco poteva resistere all’oppressione. Allo stesso modo, il libro di Daniele, scritto nel II secolo a.C. durante la persecuzione del re greco Antioco IV Epifane è un testo di resistenza. Racconta storie ambientate in epoca più antica, sotto il re babilonese Nabucodonosor, ma in realtà parla della situazione contemporanea dell’autore. Il suo scopo è incoraggiare i fedeli a rimanere saldi, fino al martirio. Un episodio centrale è quello dei tre giovani Sidrac, Misac e Abdenago, condannati a essere bruciati vivi per aver rifiutato di adorare una statua. Gettati in una fornace ardente, sono miracolosamente salvati: le fiamme uccidono i loro carnefici, mentre essi camminano indenni nel fuoco, lodando Dio. Il miracolo più grande è però la loro fede: riconoscono i peccati del popolo e si affidano umilmente alla misericordia di Dio. Nel loro canto proclamano: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dei nostri padri”. È un richiamo all’alleanza con Abramo, Isacco e Israele, alle promesse divine e alla storia di salvezza, ma anche ai continui perdoni di Dio nonostante le infedeltà del popolo. Quando si parla del “Nome” di Dio, si indica Dio stesso con rispetto. Il riferimento al “tempio santo” riflette il contesto storico della persecuzione: anche quando il culto viene profanato, si afferma che Dio solo è il vero Signore. Le immagini del trono e dei cherubini richiamano il Santo dei Santi del Tempio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è un messaggio di speranza: anche nelle prove più dure, Dio è presente e il male non avrà l’ultima parola. Il canto diventa così un inno di fiducia e di vittoria: nonostante la violenza e la persecuzione, la fede resta salda. Questo messaggio di resistenza e speranza rimane attuale anche oggi.

 

Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinti (13,11-13)

L’ultima frase: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”, è la formula con cui inizia la celebrazione eucaristica, e non è un caso: san Paolo conclude così la seconda lettera ai Corinzi, riassumendo l’intero progetto di Dio. Questa espressione, pronunciata dal celebrante a nome di Dio, indica che Dio invita l’umanità a entrare nella sua intimità, cioè nella comunione d’amore della Trinità. “Grazia”, “amore” e “comunione” esprimono la stessa realtà: la vita trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il verbo al congiuntivo “siano con voi” non indica un dubbio su Dio, che è sempre fonte di perdono, benedizione e presenza, ma richiama la libertà dell’uomo: Dio offre continuamente il suo amore, ma l’uomo è libero di accoglierlo o rifiutarlo. Questa chiara espressione della Trinità è rara nella Bibbia e segna il compimento della rivelazione in Gesù Cristo. Da qui nascono le esortazioni di Paolo, a cominciare dalla gioia: “Fratelli, siate nella gioia”. Nella Bibbia la gioia è legata all’esperienza della liberazione, come alla fine di una guerra o il ritorno dall’esilio, quando il popolo sperimenta la salvezza di Dio. Queste liberazioni che avvengono nella storia anticipano la gioia definitiva promessa da Dio, quella di una creazione nuova. Gesù stesso parla di questa gioia piena e definitiva al termine del suo discorso nell’ultima cena: “Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo” e promette una gioia che nessuno potrà togliere, anche attraverso le prove. La seconda esortazione di Paolo riguarda l’unità e la pace: “Siate concordi… vivete in pace”. L’unità tra i credenti è essenziale, perché è la testimonianza di Dio al mondo ed è l’eco della preghiera di Gesù: “Che siano una cosa sola”. Paolo insiste su un’unica fede, un solo Signore, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti. Questa comunione si esprime anche nel gesto liturgico del bacio di pace, già presente nelle prime comunità cristiane. Testimonianze antiche, come quella di san Giustino e di sant’Ippolito, mostrano come questo gesto fosse parte integrante della celebrazione, segno concreto di unità e fraternità.

 

Dal Vangelo di Giovanni (3,16-18)

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”: in questa frase si esprime il grande passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. Che Dio ami l’umanità era già noto, ed era la grande scoperta di Israele; la novità è il dono del Figlio per la salvezza di tutti. Dio ha tanto amato il mondo… perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Secondo il Vangelo di Giovanni, basta credere per essere salvati: chi accoglie Cristo diventa figlio di Dio e possiede già la vita eterna. Questa “vita eterna” è la vita dello Spirito ricevuta nel Battesimo: è la vera salvezza, cioè vivere in pace con sé stessi, con gli altri, come fratelli tra gli uomini e figli di Dio. Per essere salvati basta rivolgersi a Gesù, lasciarsi trasformare da lui, passare da un cuore di pietra a un cuore di carne. In linguaggio biblico: “alzare lo sguardo verso di lui”. È una notizia straordinaria, se presa sul serio perché sul volto del Crocifisso si rivela il vero volto di Dio Nel volto di Cristo crocifisso, che dona liberamente la vita, l’umanità scopre infatti il vero volto di Dio: non un Dio dominatore o vendicatore, ma un Dio che è amore e misericordia. “Chi ha visto me ha visto il Padre”, dice Gesù. Ciò che è richiesto è solo la fede: credere in Dio che salva per essere salvati. Nei Vangeli, infatti, Gesù ripete spesso: “La tua fede ti ha salvato”. L’evangelista Giovanni collega questo mistero alla profezia di Zaccaria: guardare colui che è stato trafitto porta alla conversione e alla purificazione. Questa visione ritorna anche nell’Apocalisse: tutti vedranno colui che hanno trafitto. L’espressione Figlio unico indica che Gesù è la pienezza della grazia e della verità, l’unica fonte della vita eterna e il capo dell’umanità nuova. Il progetto di Dio è che tutta l’umanità sia unita in Cristo e partecipi alla vita della Trinità: questa è la salvezza, la vera vita, già presente fin d’ora. La vita eterna è conoscere te, unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo: conoscere Dio significa riconoscerlo come misericordia ed entrare in contatto profondo con lui secondo il significato che “conoscere “riveste in san Giovanni. “Evitare il giudizio” significa evitare la separazione da Dio: basta credere nel suo perdono. Come nelle relazioni umane, se si crede nel perdono si può tornare e riconciliarsi; se non si crede, si resta chiusi nel proprio errore. Così anche con Dio. Dio offre la salvezza, ma non la impone e l’uomo resta sempre libero. Chi crede si salva; chi rifiuta la fede si autoesclude. Lo mostra in maniera straordinaria il buon ladrone quando si rivolge a Gesù crocifisso insieme a lui. Pur avendo vissuto una vita sbagliata, all’ultimo istante prima di morire si affida a Gesù e riceve una sorprendente promessa: Oggi stesso sarai con me nel Paradiso.

 

+Giovanni D’Ercole

Nessuna arrendevolezza forzata

(Mc 12,28b-34)

 

Quella del ‘comandamento grande’ era la norma di catechismo più conosciuta, persino dagli infanti.

Gesù viene interrogato solo per ribattergli: e tu perché non osservi l’unico comandamento che anche Dio adempie - il riposo del sabato?

La sola disposizione in cui il Padre si riconosce è l’Amore, non un qualche precetto particolare - perché solo la Qualità profonda obbliga.

La proposta spirituale del Maestro fa propria la narrativa del popolo di Dio e la pratica dei Profeti: tutta cuore, piedi, mani - e intelligenza.

L’Amore completo verso Dio avvolge la creatura in ogni decisione [cuore], ogni istante e aspetto della sua «vita» concreta, tutte le proprie risorse [forze].

Mt 22,37 non cita esplicitamente quest’ultimo aspetto, forse per sottolineare che il Padre non assorbe energie in nessun modo, bensì le trasmette.

Ma Gesù aggiunge alle sfumature dell’intesa autentica con Dio enumerate nel Primo Testamento un versante inatteso per chi pensa l’amore come sentimento delicato solo emotivo.

Il Signore suggerisce lo studio, il discernimento e la comprensione delle nostre percezioni (v.30) - l’aspetto mentale e d’intelligenza profonda che integra Dt 6.

A prima vista sembra una sfaccettatura secondaria o addirittura un orpello per il balzo qualitativo da un comune senso religioso all’esistenza di Fede saggiamente e personalmente configurata.

È vero l’esatto contrario: siamo figli di un Padre che non ci soppianta, né assorbe le nostre energie o potenzialità, spersonalizzando; neppure sotto il profilo mentale.

La sola praticità rende fragili, poco consapevoli; e quando non siamo convinti neppure saremo affidabili, sempre in balia di mutevoli situazioni e dell’opinione conformista, alla moda, altrui.

Gesù non parla di amore verso Dio in termini d’intimismo e sentimento, ma di un’affinità totalmente coinvolgente, resa meno oscillante proprio dallo sviluppo della nostra misura sapienziale in merito alle questioni.

Qui c’è un Appuntamento decisivo dell’Amore a tutto tondo.

Innaturale sarebbe riconoscere un Padrone del Cielo che non Viene incontro e viceversa ci sovrasta con un suo obbiettivo, a noi estrinseco e che rende marginali.

 

Amare «Come [e Perché] te stesso»: è una nuova Genesi nello spirito di Dono.

Il paradosso suggerito da Gesù è che amiamo per il fatto che abbiamo cura d’incontrarci - e amiamo noi stessi - dilatando l’io nel Tu.

Il «comando grande» di Dio investe l’esistere reale e riguarda non solo la qualità di relazione col mondo e il prossimo ma il globale riflessivo con sé. 

Non bisogna aver paura di altre dottrine e discipline, trascurando le sfide anche intellettuali che rimettono in discussione le credenze, le opere, la propria visione del mondo, il linguaggio, lo stile, e il pensiero stesso.

Valore aggiunto.

Inutile poi lamentarsi, se le realtà ecclesiali che non si aggiornano o approfondiscono, e permangono nei luoghi comuni ereditati [o nelle voghe] lentamente decadono, quindi scompaiono.

Per questo alle note antiche del vero amore il Figlio di Dio aggiunge la qualità della mente’: non siamo dei creduloni, sprovveduti, unilaterali.

Le nostre mani tese sono frutto di scelta libera e consapevole. Nessuna arrendevolezza forzata.

«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» [Giovanni Paolo II].

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cos’è Grande per te? Ti documenti e aggiorni per poter corrispondere meglio alla Chiamata di Dio?

 

 

[Giovedì 9.a sett. T.O.  4 giugno 2026]

Il comandamento grande: Amore

(Mc 12,28b-34)

 

«Qual è primo comandamento di tutti? Rispose Gesù […] Primo è: Ascolta Israele. Il Signore nostro Dio è unico Signore, e amerai il Signore Dio tuo da tutto tuo cuore e da tutta tua vita e da tutta tua mente e da tutto tuo molto» (vv.28-30; Dt 6,4-5).

Gesù trasforma in questione cruciale quella che era la più banale delle domande di catechismo: qual è il «grande» comandamento? 

Malgrado le diverse scuole teologiche, la risposta era ben nota a tutti: il riposo del sabato, unica prescrizione osservata (persino) da Dio.

La questione posta al Maestro dall’esperto della Legge non era così innocente, ma «per metterlo alla prova» (Mt 22,35; Lc 10,25) - ossia per ribattergli: e allora come mai tu non adempi il precetto del sabato?

Cristo semplifica il groviglio delle dispute, circa l’allargamento o la riduzione delle casistiche teoriche, e va al punto.

Sempre allergico ai bisticci sulle dottrine, Egli fa una proposta di vita come momento unitivo delle esigenze dell’Alleanza.

Tutte le norme hanno un’essenza, altrimenti restano un coacervo dispersivo. Trovano fondamento spontaneo e significato naturale nel dono di sé - però motivato.

Ma qual è il punto solido e il contesto di un simile invito? Un sentimento vago, un’emozione fra le tante, un moto passeggero? Filantropia? O un’esperienza?

Siamo assetati d’affetto e concediamo amicizia a corrente alternata, tanto da far diventare l’amore una fonte di equivoci, radicati nel bisogno di completarsi.

Ecco perché il secondo comandamento appare come una spiegazione del primo, non una sua riduzione [Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27].

 

Nel mondo antico non aveva senso parlare di amore verso Dio, Mistero ineffabile.

Era l’Altissimo che prediligeva qualcuno donandogli fortuna materiale, e costui gli riconosceva un dovere di culto, e sacrifici.

Idem per gli sfortunati, almeno per evitare ritorsioni (e tenerselo buono).

Con Gesù si parla apertamente di gratuità - non semplice gratitudine - come nucleo unificante, sia della persona che della storia della salvezza.

Finisce l’idea dello scambio di favori.

Il Padre non ha bisogno di nulla; non gode di vederci sottomessi e sentirsi riconosciuto [schema della religiosità pagana] come farebbe un sovrano nei confronti dei sudditi.

La Relazione con l’Eterno rimane concreta, ma l’onore verso l’Altissimo si manifesta facendo proprio il suo progetto di bene e di crescita nei confronti dell’uomo, e riconoscendosi in esso.

 

Il piano di Dio si dispiega... con una esigenza viva. Ma c’è una Partenza, un Centro e un Arrivo. In realtà, una nuova Genesi.

In ogni caso, solo l’iniziativa di Dio estrae da noi il meglio: più talento, più desiderio, più interessi, più capacità inespresse, più inedito - invece di tormenti che fanno male all’anima.

È la differenza tra religiosità che affievolisce la personalità, e Fede.

Per via di Fede scatta una Relazione creativa speciale: quella di colui che accoglie la Chiamata per Nome, nonché le proposte della stessa Fonte dell’essere - onda su onda.

Esse anticipano le nostre iniziative e ci guidano infallibilmente alla perfetta fioritura del personale e altrui Seme.

 

Soprattutto in Mt (22,38-39) e Mc (12,29-31) è chiaro che l’amore al prossimo deriva dall’esperienza e dalla consapevolezza di essere amati prima e senza condizioni previe da Dio - guardati, accettati, valorizzati, promossi, rallegrati, completati.

Si ama non per sforzo [la forza è una leva dirigista: produce episodi che fanno peggiorare la vita] ma sulla base di quanto ci sentiamo amati - e con immediatezza, ripetutamente, senza condizioni.

Si ama sull’argomento del “a perdere” già sperimentato a proprio favore dalla Provvidenza, che dà senso e valore agli atti umani.

Non per infatuazione di aspettative esterne, indotte, comunque altrui.

 

Anche in campo spirituale, non pochi comportamenti ritenuti in grado di risolvere problemi, spesso li cronicizzano.

In tal guisa, essi fanno leva su un’idea di permanenza - non sulla dinamica di gratuità vocazionale, sul Dono inimmaginabile, da accogliere.

Dunque il punto è regolarsi secondo risorse che vengono, o la distorsione dei modelli, tipica della mentalità moralista.

Infatti lo schema d’onnipotenza nel bene, paradossalmente, ripiega l’io e le sue forze, e ne distorce lo sguardo.

 

Ma al di là di tutte le sfumature, siamo rallegrati che primo e secondo comandamento riguardino l’Amore: ciò che più desideriamo fare e ricevere. È un’urgenza della vita.

Eppure bisogna essere sapienti, affinché lo schema dei paradigmi o gli stimoli dell’affetto naturale e delle precipitazioni non travolgano e trascinino via - capovolgendo - ogni buona intenzione.

L’Amore non sopporta l’eccesso di aspettative, perché scaturisce da una esperienza di Perfezione che giunge; offerta, inattesa, imprevedibile. Non già allestita secondo propositi concatenati e normali.

Se autentica, nel tempo sperimenteremo la fioritura; non nell’attesa di un ritorno, ma anzitutto in un Dono fuori del tempo. Perché esso ci ha già saziati e convinti - con stupore contemplativo - e fatti trasalire di gioia.

Così l’Eros vocazionale e fondante continuerà a plasmarci, con la sua virtù perennemente esplorativa e capace di attivare nuove Nascite.

Energia personale - senza i soliti bagagli di tormento, riserve, esteriorità... e (di nuovo) corrucci.

 

 

Comandamento Grande: solo la Qualità profonda obbliga

 

La sola disposizione in cui il Padre si riconosce è l’Amore, a tutto spiano e a tutto tondo; non un qualche precetto particolare.

Per Gesù non vi sono classifiche nelle cose di Dio e dell’uomo - infatti Egli mostrava una spiccata tendenza a riassumere le molte disposizioni - perché solo la Qualità profonda obbliga.

La proposta spirituale del Maestro faceva propria la narrativa del popolo di Dio e la pratica dei Profeti: tutta cuore, piedi, mani - e intelligenza.

L’Amore completo verso Dio deve avvolgere la creatura in ogni decisione [cuore].

Parimenti, in ogni istante e aspetto della sua “vita” concreta, nonché coinvolgere tutte le proprie risorse [forze: cf. Mc 12,30; Lc 10,27].

Dt 6,5 (testo ebraico) recita infatti: «con tutto il tuo “molto”», intendendo una partecipazione concreta sia alla vita cultuale che alla fraternità materiale - provvedendo e aiutando coi propri beni.

Mt non cita esplicitamente quest’ultimo aspetto, forse per sottolineare che il Padre non assorbe energie in nessun modo, bensì le trasmette.

Ma Gesù aggiunge alle sfumature dell’intesa autentica con Dio enumerate nel Primo Testamento un versante inatteso per chi pensa l’amore come sentimento delicato solo emotivo.

Il Signore suggerisce lo studio, il discernimento e la comprensione delle nostre percezioni [Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27] accompagnate dall’aspetto mentale e d’intelligenza profonda (escluso in Dt 6).

A prima vista sembra una sfaccettatura secondaria o addirittura un orpello per il balzo qualitativo da un comune senso religioso all’esistenza di Fede saggiamente e personalmente configurata.

È vero l’esatto contrario: siamo figli di un Padre che non ci soppianta, né assorbe le potenzialità o energie, spersonalizzando; neppure sotto il profilo mentale.

È un risvolto capitale della nostra dignità e promozione - anche umana - e discrimine specifico nel discernimento della Fede in Cristo, rispetto a tutte le soluzioni devote alla ricerca dell’Assoluto (qualunque).

La sola praticità rende fragili, poco consapevoli; e quando non siamo convinti neppure saremo affidabili, sempre in balia di mutevoli situazioni e dell’opinione conformista, alla moda, altrui.

Non di rado si fugge il confronto a tutto campo che arricchirebbe ciascuno - proprio per incompetenza.

Ma non siamo dei creduloni unilaterali. Essere attenti e aggiornati, avere capacità di pensiero anche critico è dilatazione richiesta in ordine allo sviluppo della propria vocazione umana, morale, culturale e spirituale.

Banalità, identificazioni, scopiazzature impersonali e ripetizioni assembleari poco vigili intralciano la marea della vita, questa cascata divina di energia perenne che pulsa e non si spegne.

Anzi, essa viene con appelli che smuovono: chiama a spalancarci verso nuove attrattive di relazione e altri interessi, anche intellettuali; perfino denominazionali.

Gesù non parla di amore verso Dio in termini d’intimismo e sentimento, ma di un’affinità totalmente coinvolgente, resa meno incerta proprio dallo sviluppo della nostra misura sapienziale, in merito alle questioni.

La devozione ingoia tutto. Invece, la Fede non si lascia plagiare dalla civiltà locale o dell’esterno: suppone una capacità di entrare in modo competente nelle valutazioni personali o inerenti il dibattito comunitario e d’insieme - storico e aggiornato.

La testimonianza della nostra Speranza non disdegna di lasciarsi fecondare dal dialogo con chi ha maggiore perizia psicologica o biblica, pastorale specialistica e sociale, nonché archeologica, bioetica, economica, scientifica e così via.

Un impegno che dimostra vero interesse al Sacro [certo, tutti aspetti da sottoporre a valutazione non come si trattasse di opzioni scolastiche].

Ma bisogna ammettere che una delle più organiche espressioni della grande teologia cattolica è quella che un tempo si denominava “dottrina” dei sette Doni dello Spirito Santo.

Nell’esistenza d’Amore si riconosceva il primato (anche relazionale) del Dono dello Spirito, che completava le possibilità di espressione “naturale” delle virtù cardinali e teologali, conducendole a pienezza.

Ben quattro dei sette Doni venivano correlati ad un carattere di profondo sapere: Sapienza, Intelletto, Consiglio e Scienza.

Insomma: qui c’è ancora un Appuntamento decisivo per l’Amore a tutto tondo.

Lasciarsi andare a qualche battuta sulla falsariga credente è dominio di tutti [individualista o di cerchia] ma la capacità di entrare in merito è solo di quanti hanno voluto vagliare e vivere le tematiche - perché più interessati a comprendere il Volto di Dio e il suo Disegno sull’umanità che a ribadire finte sicurezze narrative.

Innaturale sarebbe riconoscere un Padrone del Cielo che non Viene incontro; come se ci sovrastasse con un “suo” obbiettivo (a noi estrinseco) e così rendesse tutti marginali.

[Nelle sètte - perfino quelle dall’aspetto bonario - è fatto divieto l’approfondire, per capire: la posizione c’è già, il candidato deve “solo” adeguarsi].

 

«Come (e perché) te stesso» [senso del testo greco: Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27]: è una nuova Nascita di vita, nuova Genesi nello spirito di Dono.

Il paradosso suggerito da Gesù supera la norma antica di Lv 19,18. 

Amiamo non solo i figli del nostro popolo, «per il fatto che» abbiamo cura d’incontrarci e vogliamo arricchire noi stessi insieme, dilatando l’io nel Tu.

Il «Comando grande» di Dio investe la vita reale e riguarda non solo la qualità di relazione col mondo e il prossimo, ma il globale riflessivo con sé.

Non bisogna aver paura di altre dottrine e discipline, trascurando sfide analitiche oltre quelle “organiche” - quelle di lungo periodo.

Tutte rimettono in discussione credenze, opere, la propria visione del mondo; linguaggio, stile, e pensiero stesso.

Abbiamo ancora un gran bisogno di allargare la mente e diventare vasti come un panorama. E riarmonizzare gli opposti che ci trasciniamo dentro.

Lati e Perle nascoste cui ancora non abbiamo dato respiro, o visibilità - e forse mai considerato Alleati.

 

Resta unica la sorte travagliata che accomuna i profeti, ma non sono le certezze (antiche, o sofisticate, alla moda, à la page) il valore aggiunto dell’avventura di Fede nell’Amore - bensì il rischio del mettersi in bilico e la rielaborazione a tutto campo.

Inutile poi lamentarsi, se le realtà ecclesiali che non si aggiornano, e permangono nei luoghi comuni ereditati, lentamente decadono, quindi scompaiono.

A dispetto del loro patrimonio eclatante e dei fiabeschi eventi.

 

In tal guisa, il «dottore della legge» è forse già vicino [Mc 12,34; Lc 10,28] ma deve ancora tenere d’occhio Gesù, per comprendere in Lui il senso più dilatato del dono totale, nello specifico personalizzante, che non è ingenuo.

Il Signore riporta il senso delle norme alla loro funzione profonda e originaria: farsi viatico di ogni Incontro che solleva accadimenti, persone di qualsiasi estrazione, e il creato.

 

In conclusione, esperienza e rito hanno il loro fulcro nella reciprocità dell’amore.

La vita in tutte le sue sfaccettature diventa Liturgia più significativa del gesto di culto accreditato; il suo Pane davvero spezzato si fa appello convincente alla Comunione e Missione.

Anche se non fa notizia, termometro autentico del nostro cammino non sarà il volume o il mucchio di cose importanti che facciamo, bensì un pulsare di cuore e mente rigenerati.

Per questo alle note antiche del vero Amore il Figlio di Dio aggiunge la qualità del pensiero: non siamo dei creduloni, sprovveduti, unilaterali.

Le nostre mani tese sono frutto di scelta libera e consapevole. Nessuna arrendevolezza forzata.

«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» [Giovanni Paolo II].

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cos’è Grande per te? Titoli? Avere, potere, apparire?

Qual è nella tua esperienza dell’Amore il punto di Partenza, il Centro e l’Arrivo?

Ti documenti e aggiorni per poter corrispondere meglio alla Chiamata di Dio?

 

 

Relazione profonda

Cari fratelli e sorelle!

Il Vangelo […] ci ripropone l’insegnamento di Gesù sul più grande comandamento: il comandamento dell’amore, che è duplice: amare Dio e amare il prossimo. I Santi, che abbiamo da poco celebrato tutti insieme in un’unica festa solenne, sono proprio coloro che, confidando nella grazia di Dio, cercano di vivere secondo questa legge fondamentale. In effetti, il comandamento dell’amore lo può mettere in pratica pienamente chi vive in una relazione profonda con Dio, proprio come il bambino diventa capace di amare a partire da una buona relazione con la madre e il padre. San Giovanni d’Avila, che ho da poco proclamato Dottore della Chiesa, così scrive all’inizio del suo Trattato dell’amore di Dio: «La causa - dice - che maggiormente spinge il nostro cuore all’amore di Dio è considerare profondamente l’amore che Egli ha avuto per noi… Questo, più dei benefici, spinge il cuore ad amare; perché colui che rende ad un altro un beneficio, gli dà qualcosa che possiede; ma colui che ama, dà se stesso con tutto ciò che ha, senza che gli resti altro da dare» (n. 1). Prima di essere un comando - l’amore non è un comando - è un dono, una realtà che Dio ci fa conoscere e sperimentare, così che, come un seme, possa germogliare anche dentro di noi e svilupparsi nella nostra vita.

Se l’amore di Dio ha messo radici profonde in una persona, questa è in grado di amare anche chi non lo merita, come appunto fa Dio verso di noi. Il padre e la madre non amano i figli solo quando lo meritano: li amano sempre, anche se naturalmente fanno loro capire quando sbagliano. Da Dio noi impariamo a volere sempre e solo il bene e mai il male. Impariamo a guardare l’altro non solamente con i nostri occhi, ma con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo. Uno sguardo che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro: attese di essere ascoltato, di un’attenzione gratuita; in una parola: di amore. Ma si verifica anche il percorso inverso: che aprendomi all’altro così com’è, andandogli incontro, rendendomi disponibile, io mi apro anche a conoscere Dio, a sentire che Egli c’è ed è buono. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili e stanno in rapporto reciproco. Gesù non ha inventato né l’uno né l’altro, ma ha rivelato che essi sono, in fondo, un unico comandamento, e lo ha fatto non solo con la parola, ma soprattutto con la sua testimonianza: la Persona stessa di Gesù e tutto il suo mistero incarnano l’unità dell’amore di Dio e del prossimo, come i due bracci della Croce, verticale e orizzontale. Nell’Eucaristia Egli ci dona questo duplice amore, donandoci Se stesso, perché, nutriti di questo Pane, ci amiamo gli uni gli altri come Lui ci ha amato.

Cari amici, per intercessione della Vergine Maria, preghiamo affinché ogni cristiano sappia mostrare la sua fede nell’unico vero Dio con una limpida testimonianza di amore verso il prossimo.

(Papa Benedetto, Angelus 4 novembre 2012)

Mercoledì, 27 Maggio 2026 03:36

Rendere breve la Parola

Gesù ha "reso breve" la Parola – ci ha fatto rivedere la sua più profonda semplicità e unità. Tutto ciò che ci insegnano la Legge e i profeti è riassunto – dice – nella parola: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mt 22,37-40). Questo è tutto – l’intera fede si risolve in quest’unico atto d’amore che abbraccia Dio e gli uomini. Ma subito riemergono delle domande: Come possiamo amare Dio con tutta la nostra mente, se stentiamo a trovarlo con la nostra capacità mentale? Come amarLo con tutto il nostro cuore e la nostra anima, se questo cuore arriva ad intravederLo solo da lontano e percepisce tante cose contraddittorie nel mondo che velano il suo volto davanti a noi? A questo punto i due modi in cui Dio ha "fatto breve" la sua Parola s’incontrano. Egli non è più lontano. Non è più sconosciuto. Non è più irraggiungibile per il nostro cuore. Si è fatto bambino per noi e ha dileguato con ciò ogni ambiguità. Si è fatto nostro prossimo, ristabilendo in tal modo anche l’immagine dell’uomo che, spesso, ci appare così poco amabile. Dio, per noi, si è fatto dono. Ha donato se stesso. Si prende tempo per noi. Egli, l’Eterno che è al di sopra del tempo, ha assunto il tempo, ha tratto in alto il nostro tempo presso di sé. Natale è diventato la festa dei doni per imitare Dio che ha donato se stesso a noi. Lasciamo che il nostro cuore, la nostra anima e la nostra mente siano toccati da questo fatto! Tra i tanti doni che compriamo e riceviamo non dimentichiamo il vero dono: di donarci a vicenda qualcosa di noi stessi! Di donarci a vicenda il nostro tempo. Di aprire il nostro tempo per Dio. Così si scioglie l'agitazione. Così nasce la gioia, così si crea la festa.

[Papa Benedetto, omelia 24 dicembre 2006]

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An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
"How will we be able to live without him?". In these words of St Ignatius we hear echoing the affirmation of the martyrs of Abitene: "Sine dominico non possumus" [Pope Benedict]
"Come potremmo vivere senza di Lui?". Sentiamo echeggiare in queste parole di Sant’Ignazio l’affermazione dei martiri di Abitene: "Sine dominico non possumus" [Papa Benedetto]
The kingdom of Christ is manifested, as the Council teaches, in the 'kingship' of man [John Paul II]
Il regno di Cristo si manifesta, come insegna il Concilio, nella “regalità” dell’uomo [Giovanni Paolo II]
In the middle of the dense forest of rules and regulations — to the legalisms of past and present — Jesus makes an opening through which one can catch a glimpse of two faces: the face of the Father and the face of the brother. He does not give us two formulas or two precepts: there are no precepts nor formulas. He gives us two faces [Pope Francis]
In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – ai legalismi di ieri e di oggi – Gesù opera uno squarcio che permette di scorgere due volti: il volto del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti: non sono precetti e formule; ci consegna due volti [Papa Francesco]
Whoever is inscribed in God's name participates in God's life, and lives. Therefore to believe is to be inscribed in the name of God. Thus we are alive. Whoever has a share in God's name is not dead but rather belongs to the living God. In this sense we should be able to understand the dynamism of faith, which entails enrolling our names in the name of God and in this way entering into life [Pope Benedict]
Chi è scritto nel nome di Dio partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è essere iscritti nel nome di Dio. E così siamo vivi. Chi appartiene al nome di Dio non è un morto, appartiene al Dio vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di Dio e così un entrare nella vita [Papa Benedetto]
As sometimes happens in the Gospel, faced with the trap set for him by his enemies, Jesus, with his response, rises above the contingent controversy and goes far beyond the particular and mutually divergent positions (John Paul II)
Come talora accade nel Vangelo, di fronte al tranello mossogli dai suoi nemici, Gesù, con la sua risposta, s’innalza al di sopra della polemica contingente e va ben oltre le posizioni particolari e tra loro divergenti (Giovanni Paolo II)
This Name clearly expresses that the God of the Bible is not some kind of monad closed in on itself and satisfied with his own self-sufficiency but he is life that wants to communicate itself, openness, relationship [Pope Benedict]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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