don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Venerdì, 23 Ottobre 2026 03:45

Con i gomiti, per farsi più importanti

L’episodio del Vangelo di oggi ci mostra Gesù nella casa di uno dei capi dei farisei, intento ad osservare come gli invitati a pranzo si affannano per scegliere i primi posti. È una scena che abbiamo visto tante volte: cercare il posto migliore anche “con i gomiti”. Nel vedere questa scena, egli narra due brevi parabole con le quali offre due indicazioni: una riguarda il posto, l’altra riguarda la ricompensa.

La prima similitudine è ambientata in un banchetto nuziale. Gesù dice: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”…Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto» (Lc 14,8-9). Con questa raccomandazione, Gesù non intende dare norme di comportamento sociale, ma una lezione sul valore dell’umiltà. La storia insegna che l’orgoglio, l’arrivismo, la vanità, l’ostentazione sono la causa di molti mali. E Gesù ci fa capire la necessità di scegliere l’ultimo posto, cioè di cercare la piccolezza e il nascondimento: l’umiltà. Quando ci poniamo davanti a Dio in questa dimensione di umiltà, allora Dio ci esalta, si china verso di noi per elevarci a sé; «perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (v. 11).

Le parole di Gesù sottolineano atteggiamenti completamente diversi e opposti: l’atteggiamento di chi si sceglie il proprio posto e l’atteggiamento di chi se lo lascia assegnare da Dio e aspetta da Lui la ricompensa. Non dimentichiamolo: Dio paga molto di più degli uomini! Lui ci dà un posto molto più bello di quello che ci danno gli uomini! Il posto che ci dà Dio è vicino al suo cuore e la sua ricompensa è la vita eterna. «Sarai beato – dice Gesù – … Riceverai la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» (v. 14).

 

[…]

[Papa Francesco, Angelus 28 agosto 2016]

Fine degli orpelli: inzeppati - o liberi

(Lc 14,1-6)

 

La Bibbia presenta sovente la Salvezza sotto l’immagine di un convito al quale Dio stesso partecipa a fianco dell’uomo.

Qui si allude in modo specifico all’assemblea dei convocati a spezzare il Pane [«per mangiare pane»: v.1] - scena ancora dominata da giudaizzanti.

In apparenza, la superficie è tranquilla. Motivo in più perché il Signore (dispettosissimo) getti il sassolino, a rimodularne i lati soporiferi.

La sua schiettezza sbalordisce ancora, e sconcerta ogni quietismo.

Strano che un idropico possa essere entrato in casa di un fariseo - ma significativo, nel senso del richiamo evangelico.

Nella dimora del dirigente [all’antica, o alla moda “approvata” che sia] l’umanità ospite è inzeppata di tritumi vagamente spirituali - non della Fede luminosa e vivente.

Lì ci si muove a fatica.

Nell’assemblea qualcuno non si tiene in piedi; è zeppo dentro... di cose da eliminare prima possibile - o non ce la farà.

Ma è solo la domanda di Gesù che fa subito pulizia degli inutili eccessi.

Dentro il pozzo del v.5 è come se fosse caduto non un asino o un bue, ma un fratello o un figlio, e noi stessi.

Insomma: le scuse del legalismo o delle maniere conformi neppure sfiorano il Padre, mentre i leaders presenti non sanno che parola proferire.

Neanche concepiscono vagamente la Volontà di Dio come Amore che interviene prontamente, che si coinvolge per le vulnerabilità o eccentricità.

Invece il Figlio - e chiunque lo renda Presente - afferra per mano l'umanità malferma, nella sua Unicità. E ne guarisce il limite.

Ma Egli si attiva non per appiccicarsela dietro [come avrebbero fatto i direttori del tempo] bensì per renderla più leggera, in grado di respirare e non solo di comprimersi.

Una pennellata spietata questa di Lc, che rimarca la differenza tra “insegnamento” vuoto - sebbene in forma religiosa - e ‘azione di Fede’ legata alla vita concreta (v.3).

Eh sì: proprio agli “esperti” mancava «il gusto di riconoscere l’altro [...] di essere se stesso e di essere diverso» (FT, 217-218).

Insomma, anche l’originalità o il dolore arrivano a noi per generare occhi giusti; per insegnarci a vivere. Per ricordare che siamo chiamati a nascere ancora, ben oltre l’idea di ‘perfezione’.

Non possiamo contare solo sul contesto, sull’approvazione esterna; realtà spesso prive di passione umanizzante.

C’è un ‘fuoco’ che vive dentro di noi, una Chiamata per Nome che sa smaltire le zavorre inutili, altrui. Esse ci calpestano e inquinano; dunque vanno poste sullo sfondo e sorvolate.

Il nostro viaggio nello Spirito - anche nel luogo di culto ufficiale - è un itinerario inedito, verso la realizzazione personale.

Non possiamo allontanarci dalla Meta che ci appartiene.

In tal guisa, ogni dolore durerà poco, e sarà d’insegnamento: lì stiamo semplicemente partorendo l’essenzialità che ci abita.

Balzo pasquale della Libertà.

 

 

[Venerdì 30.a sett. T.O.  30 ottobre 2026]

Fine di un ordine sacro: inzeppati - o liberi

(Lc 14,1-6)

 

La Bibbia presenta sovente la Salvezza sotto l’immagine di un convito al quale Dio stesso partecipa a fianco dell’uomo.

Qui si allude in modo specifico all’assemblea dei convocati a spezzare il Pane [«per mangiare pane»: v.1 testo greco] - scena ancora dominata da tradizionalisti o conformisti giudaizzanti.

In apparenza, la superficie è tranquilla. Motivo in più perché il Signore (dispettosissimo) getti il sassolino, a rimodularne i lati soporiferi.

Dov’Egli si fa presente sul serio - financo nei luoghi deputati al sereno svolgimento dei Sacramenti, nulla resta come prima.

La sua schiettezza sbalordisce ancora, e sconcerta ogni quietismo.

Strano che un idropico possa essere entrato in casa di un fariseo - ma significativo, nel senso del richiamo evangelico.

Nella dimora del dirigente [all’antica, o alla moda “approvata” che sia], l’umanità ospite è inzeppata di tritumi vagamente spirituali - non della Fede luminosa e vivente.

Lì ci si muove a fatica.

Nell’assemblea (guarda caso) qualcuno non si tiene in piedi; è zeppo dentro... di cose da eliminare prima possibile - o non ce la farà.

Ma è solo la domanda di Gesù che fa subito pulizia degli inutili eccessi inoculati goccia a goccia dalle false guide, nei malcapitati.

Dentro il pozzo del v.5 è come se fosse caduto non un asino o un bue, ma un fratello o un figlio, e noi stessi.

Insomma: le scuse del legalismo religioso [antico o à la page] e delle buone maniere neppure sfiorano il Padre.

I leaders presenti non sanno che parola proferire: in realtà, non hanno nulla da dire (a chiunque).

Neanche concepiscono vagamente la Volontà di Dio come Amore che interviene prontamente, che si coinvolge per le nostre vulnerabilità o eccentricità.

Direbbe di loro Papa Francesco, nella sua terza enciclica: «abituati a girare lo sguardo, passare accanto, ignorare le situazioni» (Fratelli Tutti, n.64).

Invece il Figlio - e chiunque lo renda Presente - afferra per mano l'umanità malferma, nella sua Unicità. E ne guarisce il limite.

Ma Egli si attiva non per appiccicarsela dietro [come avrebbero fatto i direttori del tempo] bensì per renderla più leggera, in grado di respirare e non solo di comprimersi.

Umanità liberata, finalmente autonoma - capace di tracciare un cammino sulle proprie gambe; anche se poi risultasse “distante”.

 

Una pennellata spietata, questa di Lc, che rimarca la differenza tra “insegnamento” vuoto - sebbene in forma religiosa - e ‘azione di Fede’ legata alla vita concreta (v.3).

Nella scelta fra bene reale della persona e nomea del gruppo [la cricca dominante] Gesù non ha dubbio alcuno.

Invece, per i grandi devoti e direttori, il dare a credere, o il prestigio dell’istituzione, e la “consuetudine” della dottrina, nonché le grandi idee sofisticate... sono tutta la vita.

Il Maestro ancora oggi non tace, e ridicolizza l’incoerenza personale di alcuni maestri di teologia che fatte salve le apparenze, nel privato si sentono esentati da tutto.

E infatti, proprio agli “esperti” talora manca «il gusto di riconoscere l’altro [...] di essere se stesso e di essere diverso» (FT, 217-218).

Teologia sì ma dell’Incarnazione. Il sale della vita non sono le permanenze: meglio eliminare i pesi inutili.

 

Nelle nostre assemblee ci sono dei credenti ingenui e praticanti, ma poco consapevoli, piuttosto sprovveduti e malguidati.

Potremmo dire: fedeli considerati bicchieri da riempire, devoti destinati al signorsì e non esprimere se stessi: valutati senza personalità spirituale di rilievo.

Essi non sono accolti come Dono, piuttosto trascurati; ammantati di pensieri, pratiche e obiettivi altrui.

Per alcuni responsabili di comunità… fanno solo numero.

Proviamo a parafrasare Giovanni Paolo II (Dives in Misericordia nn.12-13) ma in riferimento, appunto, alla figura dell’idropico.

Ci sono anime - di ogni denominazione cristiana - che temono di restare vittime di oppressione, e si celano.

Sono prive di libertà interiore, della possibilità di esternare il loro carattere vocazionale, di esprimere ciò di cui sono convinti.

Non si sentono di farsi guidare dalla voce della coscienza, che pure intimamente indica la retta via da seguire.

Per timore di ritorsioni o beffe, ovvero mancata consapevolezza, preferiscono un soggiornamento pacifico, in tutti gli ambiti di vita.

Esprimersi in modo spontaneo, naturale e sano potrebbe risultare scomodo - poco in sintonia col programma di domesticazione locale.

Così, mentre i manipolatori tendono a servirsene senza scrupolo, i semplici continuano a collocarsi in posizione subalterna.

Neppure lontanamente immaginano o sono educati a considerarsi depositari di una Perla preziosa irripetibile per l’opera di Salvezza.

Subiscono quotidianamente una sorta di tortura che li ingorga di idee esterne, di osservanze che non corrispondono all’anima e al loro diritto a verità e libertà.

Insomma, come illustra la pericope evangelica, la Chiesa assume il rischio educativo e fa trapelare il senso del ‘Cristo in azione’ solo quando accosta le persone malferme alle fonti della coscienza e della “carne” personale.

 

Insomma, anche l’originalità o il dolore arrivano a noi per generare occhi giusti; per insegnarci a vivere. Per ricordare che siamo chiamati a nascere ancora, ben oltre l’idea di ‘perfezione’.

In tal guisa, non possiamo contare solo sul contesto, sull’approvazione esterna; realtà spesso prive di passione umanizzante.

C’è un ‘fuoco’ che vive dentro di noi, una Chiamata per Nome che sa smaltire le zavorre inutili, altrui. Esse ci calpestano e inquinano; dunque vanno poste sullo sfondo e sorvolate.

Il nostro viaggio nello Spirito - anche nel luogo di culto ufficiale - è un itinerario inedito, verso la realizzazione personale.

Non possiamo allontanarci dalla Meta che ci appartiene.

In tal guisa, ogni dolore durerà poco, e sarà d’insegnamento: lì stiamo semplicemente partorendo l’essenzialità che ci abita.

Il passaggio dal senso religioso alla vita di Fede reca con sé il balzo pasquale della Libertà.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come descriveresti il tuo passaggio dalla religiosità alla Fede?

Ti sei depurato dagli orpelli inculcati, che affaticavano la tua personalità essenziale?

Ti sei liberato dei pensieri sofisticatissimi che sorvolano la “carne”?

Hai fatto il balzo pasquale della libertà?

Giovedì, 22 Ottobre 2026 10:26

Coerente adesione

La lettura, lo studio e la meditazione della Parola devono poi sfociare in una vita di coerente adesione a Cristo ed ai suoi insegnamenti.

Avverte San Giacomo: "Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la Parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla" (1,22-25). Chi ascolta la parola di Dio e ad essa fa costante riferimento poggia la propria esistenza su un saldo fondamento. "Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica – dice Gesù - è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia" (Mt 7,24): non cederà alle intemperie.

Costruire la vita su Cristo, accogliendone con gioia la parola e mettendone in pratica gli insegnamenti: ecco, giovani del terzo millennio, quale dev’essere il vostro programma!

[Papa Benedetto, Messaggio per la XXI GMG, 9 aprile 2006]

Giovedì, 22 Ottobre 2026 10:22

Il soggiogamento pacifico

11. L'uomo ha giustamente paura di restar vittima di una oppressione che lo privi della libertà interiore, della possibilità di esternare la verità di cui è convinto, della fede che professa, della facoltà di obbedire alla voce della coscienza che gli indica la retta via da seguire. I mezzi tecnici a disposizione della civiltà odierna celano, infatti, non soltanto la possibilità di un'autodistruzione per via di un conflitto militare, ma anche la possibilità di un soggiogamento «pacifico» degli individui, degli àmbiti di vita, di società intere e di nazioni, che per qualsiasi motivo possono riuscire scomodi per coloro i quali dispongono dei relativi mezzi e sono pronti a servirsene senza scrupolo. Si pensi anche alla tortura, tuttora esistente nel mondo, esercitata sistematicamente dall'autorità come strumento di dominio o di sopraffazione politica, e impunemente praticata dai subalterni. Così dunque, accanto alla coscienza della minaccia biologica, cresce la coscienza di un'altra minaccia che ancor più distrugge ciò che è essenzialmente umano, ciò che è intimamente collegato con la dignità della persona, con il suo diritto alla verità e alla libertà.

13. La Chiesa vive una vita autentica, quando professa e proclama la misericordia - il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore - e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice.

[Papa Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia]

Giovedì, 22 Ottobre 2026 10:14

Lettera e Legge

«Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato è dal capitolo quattordicesimo di Luca» ha spiegato il Papa, facendo notare che «quasi tutto il capitolo, meno un pezzo alla fine, è intorno a un pranzo, è a tavola, e tutte le cose che accadono lì accadono a tavola». Ecco perciò «l’idea del banchetto alla fine del capitolo», nella parabola raccontata da Gesù in particolare nei versetti 15-24 proposti dalla liturgia del giorno.

Riferendosi all’inizio del capitolo, il Pontefice ha fatto presente che «Gesù si recò a pranzo a casa di un capo dei farisei che lo aveva invitato: Gesù accettava sempre». Ma, «appena entrato, vide un ammalato di idropisìa e subito va a guarirlo: Gesù sempre vuole guarirci, a tutti noi». Però, ha ricordato il Papa, «era sabato, c’erano tutti i dottori della legge lì e chiede il permesso: “Si può guarire il sabato?”». E «questi che mai, mai dicevano quello che pensavano — erano ipocriti — hanno taciuto».

Gesù guarì quell’uomo malato.

[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 07/11/2018]

Mercoledì, 21 Ottobre 2026 03:24

Le volpi, la gallinella, e il Profeta

Fine di un ordine “sacro”

(Lc 13,31-35)

 

Il contesto in cui Gesù vive è minaccioso: anche nelle corti di periferia dell’Impero il potere era assoluto e non rendeva conto a nessuno della gestione spicciola.

Ma l’edificazione del Regno di Dio non dipende da alcuna autorizzazione di governanti rapaci, sul territorio delle province.

Chi vuole adempiere la propria missione non può accontentare le «volpi» che usurpano il potere.

Si tratta di piccoli e dannosi parassiti di situazione, ma svelti - pur non essendo grandi fiere roboanti come nella corte romana e senatoriale.

Col suo atteggiamento scaltro, il re Erode (astuto collaborazionista) era riuscito ad assicurarsi il dominio per diversi decenni, e una vita senza scossoni.

Ogni villaggio della Palestina era presidiato da funzionari e delatori del sovrano, nonché praticanti e subordinati della religione popolare ufficiale [anche farisei, che appunto Gesù rimanda al mittente: v.32].

 

Antipa - quale marionetta [volpe] - riusciva sempre a galleggiare sulle situazioni e starsene in pace. 

Ma dopo essersi illuso di aver sistemato il Battista e con lui la sua scuola, eccolo di nuovo allarmato per il sorgere d’un pericolo maggiore.

Il giovane Rabbi diffondeva fiducia profonda non nei forti, bensì nei malfermi. In tal guisa, operava in profondità nelle coscienze, e sembrava potesse surclassare persino i Profeti.

Se dal centro del potere sul territorio erano precipitosamente sopraggiunti gli ispettori (v.31), Gesù doveva averla fatta proprio grossa. Così dimostrando totale libertà da condizionamenti.

Pertanto il successo del suo pensiero avrebbe potuto suscitare disordini nell’assetto del sistema.

Ma i messi di Dio non fuggono dal rischio.

Non lo fanno per dovere, ma per fedeltà a se stessi, e per il fatto che sono attratti da una Visione che appartiene a tutti: riescono a cogliere e presentire che i dolori del parto genereranno nuove Nascite.

 

Insomma, Gesù e i suoi intimi svolgono un’esistenza segnata da una sorta di attrazione della croce - per Amore che va sino in fondo e non disdegna i confronti.

Gerusalemme era centro del popolo dei figli di Dio, “eletti” [solo] per dispiegare il volto del Padre.

Vocazione della città santa era non quella di consegnarsi a una volpe (v.32) bensì farsi chioccia [v.34: propriamente, «gallina»] che non chiude ma allarga le ali per i suoi piccoli, radunando tutti gli innocenti.

Certo, il loro sentimento per le sorti di una patria che si lascia andare alle vanità, all’ideologia di potere e al suo “vantaggio”, intraprendendo il binario dell’autodistruzione, fa piangere di dolore.

Tuttavia - pur defenestrato dalla sua Casa nella ‘città santa’, nonché dal cuore di chi pretende solo quietismi - in Cristo il Popolo autentico di amici si riproporrà (v.35) anche sulla via dell’insuccesso.

Non colonizzando le fisionomie, bensì in modo semplice, ma non unilaterale: inclusivo. Dilatando l’orizzonte e distaccando dagli orpelli.

Deviandoci dall’astuzia di Erode e dalla sudditanza conformista di tutte le «volpi» (v.32).

 

 

[Giovedì 30.a sett. T.O.  29 ottobre 2026]

Mercoledì, 21 Ottobre 2026 03:20

Le volpi, la gallinella, e il Profeta

Fine di un ordine “sacro”

(Lc 13,31-35)

 

Il contesto in cui Gesù vive è minaccioso: il potere [anche delle corti di periferia dell’Impero] era assoluto e non rendeva conto a nessuno della gestione spicciola.

Ma l’edificazione del Regno di Dio non dipende da alcuna autorizzazione, da alcun permesso, da alcuna bonaria concessione da parte dei soliti noti e governanti rapaci, sul territorio delle province.

Chi vuole adempiere la propria missione non può accontentare le «volpi» che usurpano il potere.

Si tratta di piccoli e dannosi parassiti di situazione, ma svelti - pur non essendo grandi fiere roboanti come nella corte romana e senatoriale.

Col suo atteggiamento scaltro, il re Erode (astuto collaborazionista) era riuscito ad assicurarsi il dominio per diversi decenni, e una vita senza scossoni.

Ogni villaggio della Palestina era presidiato da funzionari e delatori del sovrano, nonché praticanti e subordinati della religione popolare ufficiale [anche farisei, che appunto Gesù rimanda al mittente: v.32].

Antipa - quale marionetta [volpe] - riusciva sempre a galleggiare sulle situazioni e starsene in pace. 

Ma dopo essersi illuso di aver sistemato il Battista e con lui la sua scuola, eccolo di nuovo allarmato per il sorgere d’un pericolo maggiore.

Il giovane Rabbi diffondeva fiducia profonda non nei forti, bensì nei malfermi. In tal guisa, operava in profondità nelle coscienze, e sembrava potesse surclassare persino i Profeti.

Infatti, aveva iniziato a suscitare ben altre emozioni che la solita proposta di purificazione del Tempio e di rabberciamento dello spirito delle origini religiose identitarie, antiche.

Poi, se dal centro del potere sul territorio erano precipitosamente sopraggiunti gli ispettori (v.31), Gesù doveva averla fatta proprio grossa. Così dimostrando totale libertà da condizionamenti.

Pertanto il successo del suo pensiero avrebbe potuto suscitare disordini nell’assetto del sistema.

Ma i messi di Dio non escono dal territorio del rischio, pur sapendo ciò che li attende: il rigetto, e anche peggio.

Gli inviati veri non mollano, non si lasciano travolgere da seduzioni, né ammansire dagli intimidatori.

Non lo fanno per dovere, ma per fedeltà a se stessi, e per il fatto che sono attratti da una Visione che appartiene a tutti.

Essi riescono a cogliere la paradossale fecondità del Mistero, e appunto presentire che i dolori del parto genereranno nuove Nascite.

Allora senza più indugio salgono alla città che martirizza i non mediocri (v.33).

Tutto ciò, affrontando faccia a faccia l’opposizione delle arcigne e ben organizzate autorità ufficiali, le quali sanno come svilire l’effervescenza della vita della gente.

 

Gesù e i suoi intimi, se autentici seguaci, svolgono un’esistenza segnata da una sorta di attrazione della croce - per Amore che va sino in fondo e non disdegna i confronti [non perché animati da masochismi doloristi].

Certo, il loro sentimento per le sorti di una patria che si lascia andare alle vanità, all’ideologia di potere e al suo “vantaggio”, intraprendendo il binario dell’autodistruzione, fa piangere di dolore.

 

Gerusalemme era centro del popolo dei figli di Dio, “eletti” [solo] per dispiegare il volto del Padre.

Vocazione della città santa era non quella di consegnarsi a una volpe (v.32) bensì farsi chioccia [v.34: propriamente, «gallina»] che non chiude ma allarga le ali per i suoi piccoli, radunando tutti gli innocenti.

 

Gli “animali” che Cristo nei suoi richiami ci propone a modello non sono quelli regali e predominanti come l’aquila, il toro o il leone, bensì i domestici, subalterni e insignificanti: agnello, gallina, asinello, puledro [es. Ingresso messianico (Lc 19,28-40) cui segue il Pianto su Gerusalemme (vv.41-44)].

Per timore di non riconoscergli sufficiente dignità, il suo “bestiario” tradizionale (da trionfatore e Altissimo quale doveva essere inculcato alle masse inconsapevoli) spesso non ha nulla avuto a che fare, purtroppo, col dato evangelico.

Tuttavia - pur defenestrato dalla sua Casa nella città santa, nonché dal cuore di chi pretende solo quietismi - in Cristo il Popolo autentico di amici si riproporrà (v.35) anche sulla via dell’insuccesso.

Non per buonismo affettato: nel frattempo avrà allargato l’orizzonte della sua paternità ad altri popoli, in favore d’un coinvolgimento concreto.

Ciò senza - mai più - i paludosi confini della cultura locale, specifica, talora usurpante, che ovunque produce alienazioni e disgregazione.

In linea di massima, le cose sono andate come sottilmente denuncia l’enciclica Fratelli Tutti (parafrasando). Insomma, il modo migliore per avanzare è stato ritenuto nella storia [dal convincimento dirigista prevalente] non quello d’integrare, bensì di soggiogare - suscitando disperazione e sfiducia costante nello sviluppo del bene comune. Disperazione e sfiducia, mascherate «con la difesa di alcuni valori» [n.15].

L’ecclesiologia del trionfo faceva un tempo da spalla al tipo di mondo che tendeva a dissolvere le consapevolezze particolari.

In tali procedure dall’alto, si trasferivano le tensioni esacerbando i conflitti anche “orizzontali” - quindi colonizzando le fisionomie; infine mettendole a tacere [FT nn.14-15].

Parola viva e storia attuale, cui prima o poi bisognerà porre rimedio. In modo semplice, ma non unilaterale: inclusivo.

 

Grazie a una migliore consapevolezza biblica e con il contributo di un nuovo Magistero, ecco farsi carne il Gesù vivente e cosmico.

Egli via via ci distacca dall’orpello d’un regno che sembrava accontentasse le coscienze con lo schema dell’ordine…

Deviandoci dall’astuzia di Erode e dalla sudditanza conformista di tutte le «volpi» (v.32).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come vivi i momenti critici della Redenzione? Ti accodi agli ispettori normalizzanti che tentano d’incutere paura, o segui la tua missione profetica?

Cosa pensi della rivoluzione culturale in atto nella Chiesa? Ti sollecita - reca disturbo - conferma il tuo essere figlio e fratello? Speriamo di sì.

Mercoledì, 21 Ottobre 2026 03:13

Incamminarsi

Ma di quale direzione si tratta? Come la si trova? La frase del nostro Vangelo offre due indicazioni al riguardo. In primo luogo dice che si tratta di un’ascesa. Ciò ha innanzitutto un significato molto concreto. Gerico, dove ha avuto inizio l’ultima parte del pellegrinaggio di Gesù, si trova a 250 metri sotto il livello del mare, mentre Gerusalemme – la meta del cammino – sta a 740-780 metri sul livello del mare: un’ascesa di quasi mille metri. Ma questa via esteriore è soprattutto un’immagine del movimento interiore dell’esistenza, che si compie nella sequela di Cristo: è un’ascesa alla vera altezza dell’essere uomini. L’uomo può scegliere una via comoda e scansare ogni fatica. Può anche scendere verso il basso, il volgare. Può sprofondare nella palude della menzogna e della disonestà. Gesù cammina avanti a noi, e va verso l’alto. Egli ci conduce verso ciò che è grande, puro, ci conduce verso l’aria salubre delle altezze: verso la vita secondo verità; verso il coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti; verso la pazienza che sopporta e sostiene l’altro. Egli conduce verso la disponibilità per i sofferenti, per gli abbandonati; verso la fedeltà che sta dalla parte dell’altro anche quando la situazione si rende difficile. Conduce verso la disponibilità a recare aiuto; verso la bontà che non si lascia disarmare neppure dall’ingratitudine. Egli ci conduce verso l’amore – ci conduce verso Dio.

“Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”. Se leggiamo questa parola del Vangelo nel contesto della via di Gesù nel suo insieme – una via che, appunto, prosegue sino alla fine dei tempi – possiamo scoprire nell’indicazione della meta “Gerusalemme” diversi livelli. Naturalmente innanzitutto deve intendersi semplicemente il luogo “Gerusalemme”: è la città in cui si trovava il Tempio di Dio, la cui unicità doveva alludere all’unicità di Dio stesso. Questo luogo annuncia quindi anzitutto due cose: da un lato dice che Dio è uno solo in tutto il mondo, supera immensamente tutti i nostri luoghi e tempi; è quel Dio a cui appartiene l’intera creazione. È il Dio di cui tutti gli uomini nel più profondo sono alla ricerca e di cui in qualche modo tutti hanno anche conoscenza. Ma questo Dio si è dato un nome. Si è fatto conoscere a noi, ha avviato una storia con gli uomini; si è scelto un uomo – Abramo – come punto di partenza di questa storia. Il Dio infinito è al contempo il Dio vicino. Egli, che non può essere rinchiuso in alcun edificio, vuole tuttavia abitare in mezzo a noi, essere totalmente con noi.

Se Gesù insieme con l’Israele peregrinante sale verso Gerusalemme, Egli ci va per celebrare con Israele la Pasqua: il memoriale della liberazione di Israele – memoriale che, allo stesso tempo, è sempre speranza della libertà definitiva, che Dio donerà. E Gesù va verso questa festa nella consapevolezza di essere Egli stesso l’Agnello in cui si compirà ciò che il Libro dell’Esodo dice al riguardo: un agnello senza difetto, maschio, che al tramonto, davanti agli occhi dei figli d’Israele, viene immolato “come rito perenne” (cfr Es 12,5-6.14). E infine Gesù sa che la sua via andrà oltre: non avrà nella croce la sua fine. Sa che la sua via strapperà il velo tra questo mondo e il mondo di Dio; che Egli salirà fino al trono di Dio e riconcilierà Dio e l’uomo nel suo corpo. Sa che il suo corpo risorto sarà il nuovo sacrificio e il nuovo Tempio; che intorno a Lui, dalla schiera degli Angeli e dei Santi, si formerà la nuova Gerusalemme che è nel cielo e tuttavia è anche già sulla terra, perché nella sua passione Egli ha aperto il confine tra cielo e terra. La sua via conduce al di là della cima del monte del Tempio fino all’altezza di Dio stesso: è questa la grande ascesa alla quale Egli invita tutti noi. Egli rimane sempre presso di noi sulla terra ed è sempre già giunto presso Dio, Egli ci guida sulla terra e oltre la terra.

Così, nell’ampiezza dell’ascesa di Gesù diventano visibili le dimensioni della nostra sequela – la meta alla quale Egli vuole condurci: fino alle altezze di Dio, alla comunione con Dio, all’essere-con-Dio. È questa la vera meta, e la comunione con Lui è la via. La comunione con Lui è un essere in cammino, una permanente ascesa verso la vera altezza della nostra chiamata. Il camminare insieme con Gesù è al contempo sempre un camminare nel «noi» di coloro che vogliono seguire Lui. Ci introduce in questa comunità. Poiché il cammino fino alla vita vera, fino ad un essere uomini conformi al modello del Figlio di Dio Gesù Cristo supera le nostre proprie forze, questo camminare è sempre anche un essere portati. Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio. Egli ci tira e ci sostiene. Fa parte della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che accettiamo di non potercela fare da soli. Fa parte di essa questo atto di umiltà, l’entrare nel «noi» della Chiesa; l’aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione – il non strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria. L’umile credere con la Chiesa, come essere saldati nella cordata dell’ascesa verso Dio, è una condizione essenziale della sequela. Di questo essere nell’insieme della cordata fa parte anche il non comportarsi da padroni della Parola di Dio, il non correre dietro un’idea sbagliata di emancipazione. L’umiltà dell’«essere-con» è essenziale per l’ascesa. Fa anche parte di essa che nei Sacramenti ci lasciamo sempre di nuovo prendere per mano dal Signore; che da Lui ci lasciamo purificare e corroborare; che accettiamo la disciplina dell’ascesa, anche se siamo stanchi.

[Papa Benedetto, omelia delle Palme 28 marzo 2010]

Mercoledì, 21 Ottobre 2026 03:09

Coesistenza e intreccio

5. Una delle parabole narrate da Gesù sulla crescita del regno di Dio sulla terra ci fa scoprire con molto realismo il carattere di lotta che il regno comporta, per la presenza e l'azione di un “nemico”, che “semina la zizzania (o gramigna) in mezzo al grano”. Dice Gesù che, quando “la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. I servi del padrone del campo vorrebbero strapparla, ma il padrone non glielo consente, “perché non succeda che... sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13,29-30). Questa parabola spiega la coesistenza e spesso l'intreccio del bene e del male nel mondo, nella nostra vita, nella stessa storia della Chiesa. Gesù ci insegna a veder le cose con realismo cristiano e a trattare ogni problema con chiarezza di principi, ma anche con prudenza e con pazienza. Ciò suppone una visione trascendente della storia, nella quale si sa che tutto appartiene a Dio e ogni esito finale è opera della sua Provvidenza. Non è però nascosta la sorte finale - di dimensione escatologica - dei buoni e dei cattivi: la simboleggiano la raccolta del grano nel deposito e la bruciatura della zizzania.

[Papa Giovanni Paolo II, La crescita del Regno,

http://www.clerus.org/clerus/dati/2000-06/14-2/GP9127.html]

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The saints: they are our precursors, they are our brothers, they are our friends, they are our examples, they are our lawyers. Let us honour them, let us invoke them and try to imitate them a little (Pope Paul VI)
I santi: sono i precursori nostri, sono i fratelli, sono gli amici, sono gli esempi, sono gli avvocati nostri. Onoriamoli, invochiamoli e cerchiamo di imitarli un po’ (Papa Paolo VI)
Man rightly fears falling victim to an oppression that will deprive him of his interior freedom, of the possibility of expressing the truth of which he is convinced, of the faith that he professes, of the ability to obey the voice of conscience that tells him the right path to follow [Dives in Misericordia, n.11]
L'uomo ha giustamente paura di restar vittima di una oppressione che lo privi della libertà interiore, della possibilità di esternare la verità di cui è convinto, della fede che professa, della facoltà di obbedire alla voce della coscienza che gli indica la retta via da seguire [Dives in Misericordia, n.11]
We find ourselves, so to speak, roped to Jesus Christ together with him on the ascent towards God's heights (Pope Benedict)
Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio (Papa Benedetto)
There are also serious, dangerous omissions and we have to recognize with healthy realism that in this way things are not all right, it is not all right when errors are made. However, we must also be certain at the same time that if, here and there, the Church is dying because of the sins of men and women, because of their non-belief, at the same time she is reborn (Pope Benedict)
Ci sono anche cadute gravi, pericolose, e dobbiamo riconoscere con sano realismo che così non va, non va dove si fanno cose sbagliate. Ma anche essere sicuri, allo stesso tempo, che se qua e là la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini, a causa della loro non credenza, nello stesso tempo, nasce di nuovo (Papa Benedetto)
The question makes apparent the concern, present in ancient Jewish tradition, over finding a unifying principle in the various formulations of God's will […] Emphasis is placed on the totality of this dedication to God, listing the three faculties that define man in his deep psychological structures: heart, soul and mind. The word mind, diánoia, contains the rational element (Pope Benedict)
La domanda lascia trasparire la preoccupazione, presente nell’antica tradizione giudaica, di trovare un principio unificatore delle varie formulazioni della volontà di Dio […] L’accento è posto sulla totalità di questa dedizione a Dio, elencando le tre facoltà che definiscono l’uomo nelle sue strutture psicologiche profonde: cuore, anima e mente. Il termine mente, diánoia, contiene l’elemento razionale (Papa Benedetto)
A “year” of grace: the period of Christ’s ministry, the time of the Church before his glorious return, an interval of our life (Pope Francis)
Un “anno” di grazia: il tempo del ministero di Cristo, il tempo della Chiesa prima del suo ritorno glorioso, il tempo della nostra vita (Papa Francesco)
The Church, having before her eyes the picture of the generation to which we belong, shares the uneasiness of so many of the people of our time (Dives in Misericordia n.12)
Avendo davanti agli occhi l'immagine della generazione a cui apparteniamo, la Chiesa condivide l'inquietudine di tanti uomini contemporanei (Dives in Misericordia n.12)

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