don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

La prima caratteristica, che il Signore richiede dal servo, è la fedeltà. Gli è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il servo deve rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato. Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente. Con ciò li introduciamo nella verità e nella libertà, che deriva dalla verità. La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati. Sappiamo come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune. Il Signore traccia con poche linee un'immagine del servo malvagio, il quale si mette a gozzovigliare e a percuotere i dipendenti, tradendo così l'essenza del suo incarico. In greco, la parola che indica "fedeltà" coincide con quella che indica "fede". La fedeltà del servo di Gesù Cristo consiste proprio anche nel fatto che egli non cerca di adeguare la fede alle mode del tempo. Solo Cristo ha parole di vita eterna, e queste parole dobbiamo portare alla gente. Esse sono il bene più prezioso che ci è stato affidato. Una tale fedeltà non ha niente di sterile e di statico; è creativa. Il padrone rimprovera il servo, che aveva nascosto sottoterra il bene consegnatogli per evitare ogni rischio. Con questa apparente fedeltà il servo ha in realtà accantonato il bene del padrone, per potersi dedicare esclusivamente ai propri affari. Fedeltà non è paura, ma è ispirata dall'amore e dal suo dinamismo. Il padrone loda il servo, che ha fatto fruttificare i suoi beni. La fede richiede di essere trasmessa: non ci è stata consegnata soltanto per noi stessi, per la personale salvezza della nostra anima, ma per gli altri, per questo mondo e per il nostro tempo. Dobbiamo collocarla in questo mondo, affinché diventi in esso una forza vivente; per far aumentare in esso la presenza di Dio.

[Papa Benedetto, omelia per l’ordinazione episcopale 12 settembre 2009]

Martedì, 13 Ottobre 2026 05:15

Chiamata: a servire

3. - “...come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28).

Gesù è davvero il modello perfetto del “servo” di cui parla la Scrittura. Egli è colui che s’è spogliato radicalmente di sé per assumere “la condizione di servo” (Fil 2,7), e dedicarsi totalmente alle cose del Padre (cfr Lc 2,49), quale Figlio prediletto in cui il Padre si compiace (cfr Mt 17,5). Gesù non è venuto per esser servito, “ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28); ha lavato i piedi dei suoi discepoli e ha obbedito al progetto del Padre fino alla morte e alla morte di cro- ce (cfr Fil 2,8). Per questo il Padre stesso lo ha esaltato dandogli un no- me nuovo e facendolo Signore del cielo e della terra (cfr Fil 2,9-11).

Come non leggere nella vicenda del “servo Gesù” la storia d’ogni vocazione, quella storia pensata dal Creatore per ogni essere umano, storia che inevitabilmente passa attraverso la chiamata a servire e culmina nella scoperta del nome nuovo, pensato da Dio per ciascuno? In tale “nome” ciascuno può cogliere la propria identità, orientandosi verso una realizzazione di se stesso che lo renderà libero e felice. Come non leggere, in particolare, nella parabola del Figlio, Servo e Signore, la storia vocazionale di chi è da Lui chiamato a seguirlo più da vicino, ad esser cioè servo nel ministero sacerdotale o nella consacrazione religiosa? In effetti, la vocazione sacerdotale o religiosa è sempre, per natura sua, vocazione al servizio generoso a Dio e al prossimo.

Il servizio diventa allora via e mediazione preziosa per giungere a meglio comprendere la propria vocazione. La diakonia è vero e proprio itinerario pastorale vocazionale (cfr Nuove vocazioni per una nuova Europa, 27c).

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la XL Giornata Mondiale per le Vocazioni, 11 maggio 2003]

Nell’odierna pagina del Vangelo (Lc 12,32-48), Gesù parla ai suoi discepoli dell’atteggiamento da assumere in vista dell’incontro finale con Lui, e spiega come l’attesa di questo incontro deve spingere ad una vita ricca di opere buone. Tra l’altro dice: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma» (v. 33). E’ un invito a dare valore all’elemosina come opera di misericordia, a non riporre la fiducia nei beni effimeri, a usare le cose senza attaccamento ed egoismo, ma secondo la logica di Dio, la logica dell’attenzione agli altri, la logica dell’amore. Noi possiamo, essere tanto attaccati al denaro, avere tante cose, ma alla fine non possiamo portarle con noi. Ricordatevi che “il sudario non ha tasche”.

L’insegnamento di Gesù prosegue con tre brevi parabole sul tema della vigilanza. Questo è importante: la vigilanza, essere attenti, essere vigilanti nella vita. La prima è la parabola dei servi che aspettano nella notte il ritorno del padrone. «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli» (v. 37): è la beatitudine dell’attendere con fede il Signore, del tenersi pronti, in atteggiamento di servizio. Egli si fa presente ogni giorno, bussa  alla porta del nostro cuore. E sarà beato chi gli aprirà, perché avrà una grande ricompensa: infatti il Signore stesso si farà servo dei suoi servi - è una bella ricompensa - nel grande banchetto del suo Regno passerà Lui stesso a servirli. Con questa parabola, ambientata di notte, Gesù prospetta la vita come una veglia di attesa operosa, che prelude al giorno luminoso dell’eternità. Per potervi accedere bisogna essere pronti, svegli e impegnati al servizio degli altri, nella consolante prospettiva che, “di là”, non saremo più noi a servire Dio, ma Lui stesso ci accoglierà alla sua mensa. A pensarci bene, questo accade già ogni volta che incontriamo il Signore nella preghiera, oppure nel servire i poveri, e soprattutto nell’Eucaristia, dove Egli prepara un banchetto per nutrirci della sua Parola e del suo Corpo.

La seconda parabola ha come immagine la venuta imprevedibile del ladro. Questo fatto esige una vigilanza; infatti Gesù esorta: «Tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (v. 40). Il discepolo è colui che attende il Signore e il suo Regno. Il Vangelo chiarisce questa prospettiva con la terza parabola: l’amministratore di una casa dopo la partenza del padrone. Nel primo quadro, l’amministratore esegue fedelmente i suoi compiti e riceve la ricompensa. Nel secondo quadro, l’amministratore abusa della sua autorità e percuote i servi, per cui, al ritorno improvviso del padrone, verrà punito. Questa scena descrive una situazione frequente anche ai nostri giorni: tante ingiustizie, violenze e cattiverie quotidiane nascono dall’idea di comportarci come padroni della vita degli altri. Abbiamo un solo padrone a cui non piace farsi chiamarsi “padrone” ma “Padre”. Noi tutti siamo servi, peccatori e figli: Lui è l’unico Padre.

Gesù oggi ci ricorda che l’attesa della beatitudine eterna non ci dispensa dall’impegno di rendere più giusto e più abitabile il mondo. Anzi, proprio questa nostra speranza di possedere il Regno nell’eternità ci spinge a operare per migliorare le condizioni della vita terrena, specialmente dei fratelli più deboli. La Vergine Maria ci aiuti ad essere persone e comunità non appiattite sul presente, o, peggio, nostalgiche del passato, ma protese verso il futuro di Dio, verso l’incontro con Lui, nostra vita e nostra speranza.

[Papa Francesco, Angelus 7 agosto 2016]

Lunedì, 12 Ottobre 2026 22:32

29a Domenica T.O.

29a Domenica T.O. (anno A)  [18 ottobre 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia 45,1-6

Quando Isaia scrive questo testo, gli Ebrei sono in esilio a Babilonia da quasi cinquant’anni. Nel 587 a.C. gli eserciti di Nabucodonosor avevano conquistato Gerusalemme, distrutto e saccheggiato il Tempio e deportato i sopravvissuti. Ora, però, arrivano le notizie delle conquiste di Ciro, re di Persia, il nuovo padrone del mondo. Per gli Ebrei queste notizie sono una buona speranza, perché Ciro sta conquistando rapidamente tutta la regione. Ciro si distingue dagli altri sovrani perché adotta una politica più umanitaria: non uccide i vinti, non distrugge né saccheggia le loro città e non deporta le popolazioni. Anzi, nei territori conquistati permette agli esiliati di tornare nella loro patria, restituisce loro i beni sottratti dai precedenti conquistatori e offre anche i mezzi per ricostruire il Paese. Probabilmente comprende che un imperatore ha interesse a governare popoli felici. In questo contesto Isaia pronuncia una profezia che è soprattutto una professione di fede e di speranza. Dice: «Così parla il Signore al suo consacrato, a Ciro». Probabilmente il messaggio non è rivolto direttamente a Ciro, che non avrebbe ascoltato un profeta ebreo, ma agli Ebrei esiliati, per ridare loro speranza. Questa speranza si basa su due convinzioni fondamentali. Anzitutto, Dio è fedele alla sua Alleanza.

Dio non ha abbandonato il suo popolo: Israele rimane il suo servo e il suo eletto. Anche se ha perso la libertà, la terra, il Tempio, il re e l’indipendenza politica, Dio continua a essere fedele all’Alleanza con Giacobbe e Israele. Questa certezza è particolarmente importante proprio nel momento in cui gli Ebrei potrebbero pensare che Dio li abbia abbandonati. In secondo luogo,

Dio è il Signore della storia. Dio afferma: «Io sono il Signore, non ce n’è un altro». Anche il potente Ciro è nelle sue mani. Le espressioni relative al dare un titolo, prendere per mano e aprire le porte richiamano i riti dell’incoronazione dei re: il re riceveva il titolo di figlio di Dio, veniva unto con l’olio e posto nelle mani di Dio; le porte aperte simboleggiavano anche la conquista delle città nemiche. Isaia applica quindi a Ciro immagini tipiche dell’incoronazione dei re d’Israele, presentandolo come un re scelto e consacrato da Dio, anche se pagano. Questo prova che è sempre Dio a mantenere l’iniziativa e il controllo degli eventi.

 

Salmo responsoriale (95/96) 

In questi pochi versetti corre un fremito, anzi un'esaltazione. Si sente la fede che fa vibrare questo popolo, anzi, ancor meglio, la speranza che è la gioia della fede. E’ la speranza che permette di affermare con certezza ciò che non si possiede ancora, come dice la lettera agli Ebrei (1,1). Se ci fermiamo a leggere gli ultimi versetti comprendiamo che questo salmo ci trasporta già alla fine del mondo, in quel giorno benedetto in cui tutti i popoli senza eccezione riconosceranno Dio come l'unico Dio. Gioia nel cielo! Esulti la terra! Mugghino le masse del mare, tutta la campagna sia in festa. Danzino di gioia gli alberi delle foreste davanti al Signore, perché viene a giudicare la terra. Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli secondo la sua verità! Si canta qui già il giorno benedetto che si attende. Immaginiamo la scena: siamo a Gerusalemme, tutti i popoli, le nazioni, le razze si accalcano intorno al Tempio. La spianata brulica, i gradini del cortile sono neri di gente, affluiscono folle da ogni parte del mondo, aumenta il numero dei pellegrini a perdita d'occhio e Gerusalemme non basta a contenerli. Tutti cantano a squarciagola, come una vera sinfonia, "Dio regna!" È un clamore immenso e gigantesco come l'ovazione che si faceva a ogni nuovo re il giorno dell'incoronazione. Questa volta però non è il popolo d'Israele che acclama un re della terra, è l'umanità intera che acclama il Re del mondo: "Grande è il Signore, altamente lodato, tremendo". E non è solo l'umanità, ma la terra stessa trema e pure i mari entrano nella sinfonia mentre le campagne fanno festa e gli alberi danzano perché sanno riconoscere il loro Creatore. Tra tanti idoli e falsi dèi, non c'è possibilità di errore e persino gli alberi non si lasciano ingannare. Gli uomini, invece, si sono lasciati ingannare a lungo ed è incredibile che ci abbiano messo così tanto a riconoscere il loro Creatore, il loro Padre.  Questa volta però è successo e tutti vengono a Gerusalemme per acclamare Dio perché finalmente risuona la buona notizia: "di giorno in giorno Israele ha proclamato la sua salvezza… l’opera incessante di liberazione... di giorno in giorno Israele ha testimoniato che Dio lo ha liberato dall'Egitto prima, poi da ogni sorta di schiavitù e la più terribile delle schiavitù è mettere la propria fiducia in falsi valori, falsi dèi che non possono che deludere.  Israele ha la fortuna immensa di sapere e di essere incaricato di dire che il nostro Dio è l'unico Dio come viene proclamato nello Shema Israel: "Ascolta Israele, il Signore nostro Dio è l'Unico"(Dt6,4). È il mistero della vocazione di Israele secondo quanto si legge nel Deuteronomio: "Ti è stato dato di vedere tutto questo, perché tu sappia che è il Signore è Dio, non ce n'è un altro" (Dt4,32). Ma il popolo eletto non ha mai dimenticato che se gli è stato dato di vedere, è perché lo faccia sapere e in attesa che questo sogno si realizzi, Israele fa risuonare questo salmo per rinnovare la sua fede e la sua speranza.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1,1-5)

Si tratta del primo scritto cristiano, anche se siamo abituati a vedere i Vangeli all'inizio del Nuovo Testamento rischiando così di dimenticare che sono posteriori alle lettere di Paolo. La Prima lettera ai Tessalonicesi risale a solo una ventina d'anni dopo la Risurrezione di Cristo e abbiamo quindi qui le prime affermazioni della predicazione cristiana. È la prima volta che si cerca di formulare per iscritto il mistero di Gesù Cristo. Siamo verso l'anno 50 e il Vangelo è già annunciato lontano da Gerusalemme perché Tessalonica è in Europa, a Nord della Grecia, nella regione che si chiama Macedonia. Prima di arrivare fin lì, Paolo ha già avuto il tempo di fondare comunità in tutto il Sud, il centro e persino nella costa Ovest della Turchia. È dagli Atti degli Apostoli che sappiamo come sono andate le cose: Paolo era in missione sulla costa ovest della Turchia, quando una notte ebbe la visione di un Macedone che lo supplicava: "Passa in Macedonia e vieni in nostro soccorso". E Luca che era del viaggio racconta: "In seguito a questa visione di Paolo, cercammo subito di partire per la Macedonia, perché ne deducemmo che Dio ci chiamava a portarvi la Buona Novella" (At16,9-10. Paolo, Luca e Sila  arrivano sulla costa greca nella città di Filippi dove dapprima sono ben accolti, ma presto sono accusati di turbare l'ordine pubblico, vengono battuti e gettati in prigione. Grazie a un provvidenziale terremoto sono liberati e, lasciata la città, vanno a Tessalonica. Secondo gli Atti degli Apostoli, la predicazione di Paolo era sempre la stessa: "Per tre sabati discusse con loro a partire dalle Scritture, di cui apriva il senso per stabilire che il Cristo doveva soffrire e risuscitare dai morti e aggiungeva: 'Il Cristo è questo Gesù che io vi annuncio'". Il testo aggiunge "Alcuni di loro (cioè dei Giudei incontrati in sinagoga)si lasciarono convincere e si unirono a Paolo e a Sila, con una grande moltitudine di Greci che adoravano Dio e con un buon numero di donne notabili"(At17,2-4). Ma, come al solito, Paolo non ha suscitato solo entusiasmo perché, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: "I Giudei, presi da gelosia, radunarono sulla piazza pubblica alcuni farabutti; avendo provocato assembramenti, seminavano disordine in città" (At 17,5) tanto che sembrò molto prudente a Paolo e Sila di lasciare il territorio. Paolo ha dunque lasciato questa nuova comunità troppo in fretta ed è rimasto per un po' inquieto a suo riguardo. Quando scrive questa lettera che iniziamo a leggere oggi, è appena stato rassicurato da Sila e Timoteo che erano rimasti in Macedonia e gli riportano ottime notizie. Questo spiega il tono particolarmente gioioso dell’inizio della lettera: "Paolo, Silvano (altro nome di Sila) e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo. A voi grazia e pace. In ogni momento rendiamo grazie a Dio a riguardo di tutti voi". Fin da questa prima frase, si è sorpresi dalla solennità del saluto: questa comunità è piccolissima, e lui la chiama pomposamente "la Chiesa di Tessalonica che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo". Questo immenso rispetto di Paolo per le comunità cristiane, anche modeste, è caratteristico di tutte le sue lettere. 

 

Dal Vangelo secondo san Matteo (22,15-21)

"È lecito pagare il tributo all'imperatore?" Gesù risponde trattando gli interroganti da "ipocriti"! Perché "ipocriti"? Perché questa non è una domanda e loro sono  ipocriti per due ragioni: anzitutto perché questa domanda da tempo l'hanno già risolta. Pagare il tributo all'imperatore, "Rendere a Cesare quel che è di Cesare", lo fanno e Gesù non dà loro torto. Ora tendono una trappola e cercano di cogliere Gesù in fallo... E il tono falsamente rispettoso che precede la domanda forza ancora il tratto: "Maestro, sappiamo che sei sempre veritiero e insegni la via di Dio secondo verità". Tutte queste gentilezze non sono che un preambolo per una domanda-trappola tesa a mettere in difficoltà Gesù.  Se Gesù incita i suoi compatrioti a rifiutare l'imposta prelevata a profitto dell'occupante romano sarà facile denunciarlo alle autorità, come resistente o addirittura come rivoluzionario e sarà condannato. Se poi consiglia di pagare l'imposta lo si potrà screditare agli occhi del popolo come collaboratore, perdendo ogni possibilità di essere riconosciuto come il Messia perché il Messia atteso deve essere un re indipendente e sovrano sul trono di Gerusalemme, il che passa necessariamente attraverso una rivolta contro l'occupante romano. La trappola è ben organizzata e in ogni caso, qualsiasi sia la sua risposta, Gesù è perduto. Si sta infatti cercando la prima occasione opportuna per farlo morire perché la Passione si profila già all'orizzonte dato che siamo negli ultimissimi momenti a Gerusalemme. Nella sua risposta, Gesù mostra bene di aver capito: "Ipocriti! Perché volete mettermi alla prova?" Non è ingenuo davanti alla trappola che gli si tende... Eppure non cerca di mettere in imbarazzo i suoi interlocutori perché Gesù non lo ha mai fatto e non ha cercato mai di tendere una trappola a qualcuno: questo sarebbe indegno del Dio la cui luce illumina i buoni e i cattivi.

Gesù non replica dunque alla trappola con un'altra trappola, ma prende sul serio la domanda e risponde davvero argomentando in tre punti: "Rendete a Cesare quello che è di Cesare… e rendete a Dio quel che è di Dio. Primo, "Rendete a Cesare quel che è di Cesare", compreso pagando l'imposta. Con questo invita a riconoscere che Cesare è il detentore del potere e questo non ha nulla a vedere con una servile collaborazione; al contrario, è accettare una situazione di fatto e inoltre, nella prospettiva dell'Antico Testamento, si considerava che ogni potere viene da Dio. Gesù stesso, nel corso della sua Passione, dirà a Pilato: "Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto" (Gv19,11). D'altra parte,  anche Isaia  l'ha ricordato nella prima lettura parlando del re Ciro: Dio può far volgere ogni regalità umana al bene del suo popolo. I farisei conoscono meglio di noi il testo di Isaia su Ciro; sanno dunque che ogni potere, anche pagano, è nelle mani di Dio. Notiamo comunque di passaggio che il Cesare del momento si chiamava in realtà "Tiberio" e il nome "Cesare" era diventato un titolo dell’imperatore romano. Secondo, "Non rendete a Cesare che quel che è di Cesare": quando Cesare - cioè l'imperatore romano - esige l'imposta, è nel suo diritto, ma quando esige di essere chiamato Signore e che gli si renda un culto, vi espone all'idolatria e qui non bisogna transigere. All'epoca in cui Matteo scrive il suo Vangelo, questa ipotesi era una realtà. Numerosi martiri hanno pagato con la vita questo rifiuto di rendere un culto all'imperatore romano. Importante è quindi l’invito: "Rendete a Dio quel che è di Dio". La vera questione è lì: siete sicuri di rendere a Dio quel che è di Dio? Perché non riconoscete in Gesù colui che "è di Dio"? Senza voler trarre da questo testo una teoria del potere politico, che certamente Gesù qui non ha voluto fare, si può però trarre da questa pagina evangelica ancora una volta una sorprendente lezione di libertà. Cesare non è che Cesare e i re della terra non sono che dei piccoli re la cui regalità è passeggera, mentre il regno di Dio è di tutt'altro ordine: è in seno stesso ai regni della terra che ogni opera d'amore e di fraternità fa crescere l'unico vero regno, il Regno di Dio.

 

+Giovanni D’Ercole

Lampade accese, partire subito

(Lc 12,35-38)

 

Per far comprendere cosa significa essere preparati per partire immediatamente, Gesù sollecita il nostro accorgersi, le capacità di percezione.

Egli non spegne l’attitudine al giudizio inedito, e guadagna stupore.

Perché i ruoli s’invertono d’improvviso - quindi bisogna essere aperti alla fiducia: chi pare piccolo diventa “grande” in modo repentino.

La religione antica trascina i problemi, e fa ammalare, inculcando lo spirito di sottomissione e fatica, a salario. E lo schiavo resta tale.

Servitore e padrone sono viceversa in relazione di reciprocità e invertono incessantemente i ruoli.

Come dice Lc, il Signore stesso «si cingerà e li farà adagiare [posizione dei signori del tempo durante i banchetti solenni] e passando li servirà» come fosse un «diacono» (v.37 testo greco).

Ciò attiva una vigilanza totale, pronta a smuovere l’intera persona, i territori (Fratelli Tutti, n.1: «al di là del luogo del mondo»), le gerarchie.

Chi si sentiva “impiegato” diventa “direttore” e protagonista: acquisisce attitudine alla pienezza.

 

Nel Regno di Dio le forme di vita cambiano.

Nelle religioni senza il passo della Fede - viceversa - si consolidano le nomenclature.

Nella Chiesa non si tesoreggia, perché il nostro cuore non vive di mondanità e competizioni: i beni vengono trasformati in relazione e possibilità d’incontro.

Cristo ha mostrato la Via dell’autentico arricchimento. Così ci ha trasformati in esseri forse inquieti, ma alacri.

Non riusciamo neppure a riposare in modo tranquillo: abbiamo un passo che sorvola.

Infatti sembra stranissimo che questo Padrone non giunga all’orario previsto. Invece Cristo vuol essere reinterpretato.

Tale condizione è per noi fonte di crescita: accentua la vigilanza sugli accadimenti, le pieghe della storia; sul senso degli incontri, i moti dell'anima; così via.

Quindi la vita nello Spirito sfida e arricchisce il lato esuberante della personalità, accentuando le più singolari occasioni d’inedito.

 

Il «maggiordomo» posto a servizio della Casa di Dio e dei fratelli ha il compito di aiutare il discernimento dinamico, e il dovere di sostenerlo.

Il suo servizio in favore altrui sarà a tutto tondo, perché ciascuno possa corrispondere alla Chiamata e procedere sulle proprie gambe.

‘Beati’ allora saremo (v.38) senza condizione, ma con la cintura ai fianchi, ossia con l’atteggiamento di chi lascia una terra di schiavitù.

 

«Era ben consapevole di ciò la primitiva comunità cristiana che si considerava quaggiù "forestiera" e chiamava i suoi nuclei residenti nelle città "parrocchie", che significa appunto colonie di stranieri [in greco pàroikoi] (cfr 1Pt 2, 11). In questo modo i primi cristiani esprimevano la caratteristica più importante della Chiesa, che è appunto la tensione verso il cielo» [Papa Benedetto, Angelus 12 agosto 2007]

 

 

[Martedì 29.a sett. T.O.  20 Ottobre 2026]

Lunedì, 12 Ottobre 2026 06:44

Lampade accese, partire subito

Parrocchie: tensione al Cielo, senza gravare né ostacolare

(Lc 12,35-38)

 

Per far comprendere cosa significa essere preparati per partire immediatamente, Gesù sollecita il nostro accorgersi, le capacità di percezione.

Egli non spegne l’attitudine al giudizio inedito, e guadagna stupore.

Perché i ruoli s’invertono d’improvviso - quindi bisogna essere aperti alla fiducia: chi pare piccolo diventa “grande” in modo repentino.

La religione antica trascina i problemi, e fa ammalare, inculcando lo spirito di sottomissione e fatica, a salario. Lo schiavo resta tale, sebbene insegua chissà cosa.

Nell’avventura di Fede, non ci s’impegna per traguardi che non corrispondono. In aggiunta, servitore e padrone sono in relazione di reciprocità e invertono incessantemente i ruoli.

Come dice Lc, il Signore stesso «si cingerà e li farà adagiare [posizione dei signori del tempo durante i banchetti solenni] e passando li servirà» come fosse un «diacono» (v.37 testo greco).

Ciò attiva una vigilanza totale, pronta a smuovere l’intera persona, i territori (Fratelli Tutti, n.1: «al di là del luogo del mondo»), le gerarchie.

Chi si sentiva “impiegato” diventa “direttore” e protagonista: acquisisce attitudine alla pienezza.

Nel Regno di Dio le forme di vita cambiano. Nelle religioni - viceversa - si consolidano le nomenclature, e proprio i sintomi degli errori trovano addirittura una sacralizzazione.

Molte forme devote hanno un altro fondamento, una ben diversa idea di come arricchire l’esistenza, rispetto all’esperienza di Fede.

Nella Chiesa non si tesoreggia, perché il nostro cuore non vive di mondanità e competizioni: i beni vengono trasformati in relazione e possibilità d’incontro.

La mansione particolare e l’esistenza intera di ciascuno diventa fonte di gioia per le persone disperate, nutrimento per chi cerca comprensione, ascolto, accoglienza, un «vero riconoscimento» (Fratelli Tutti, 221).

Dice il Tao Tê Ching (LXVI): «Il santo sta disopra e il popolo non n’è gravato, sta davanti e il popolo non n’è ostacolato».

Cristo ha mostrato la Via dell’autentico arricchimento. Così ci ha trasformati in esseri forse inquieti, ma alacri.

Non riusciamo a dormire neppure di notte, a fare vacanza, a riposare in modo tranquillo, rilassato, normale, ma abbiamo un passo che sorvola.

Sospiriamo di continuo, non per la fortuna materiale, ma perché  l’occasione della vita potrebbe non trovarci pronti a riconoscerla.

Diceva Agostino: «Timeo Dominum transeuntem».

Nelle religioni tutto sembra chiaro e prefissato - e in realtà tutto è lasciato nel dubbio e a una stramba ipotesi di futuro sospirato.

Ed infatti è stranissimo che questo Padrone non giunga all’orario previsto.

Invece Cristo vuol essere reinterpretato.

Egli è vivente in noi, congiunti e coeredi - Incarnato, tutto reale. Se così, dilagherà anche nei ribelli, modificandone la visuale.

Tale condizione è per noi fonte di crescita: accentua la vigilanza sugli accadimenti, le pieghe della storia; sul senso degli incontri, i moti dell'anima, e così via.

Quindi la vita nello Spirito sfida e arricchisce il lato esuberante della personalità, accentuando le più singolari occasioni d’inedito.

Il Signore ammette persino il girovagare: talora abbiamo bisogno di perderci, per ritrovarci - e coincidere con ciò che siamo in essenza, e stiamo diventando.

Il «maggiordomo» posto a servizio della Casa di Dio e dei fratelli ha il compito di aiutare il discernimento dinamico, e il dovere di sostenerlo.

Il suo servizio in favore altrui sarà a tutto tondo, perché ciascuno possa corrispondere alla Chiamata e procedere sulle proprie gambe.

E lo faremo volentieri, senza sforzo alcuno, per eccesso di Grazia che ci si fa incontro: malgrado e a motivo dell’indeterminatezza, perché fatti largamente ricchi da Dio.

Beati (v.38) senza condizione, ma con la cintura ai fianchi, ossia con l’atteggiamento di chi lascia una terra di schiavitù.

 

«Era ben consapevole di ciò la primitiva comunità cristiana che si considerava quaggiù "forestiera" e chiamava i suoi nuclei residenti nelle città "parrocchie", che significa appunto colonie di stranieri [in greco pàroikoi] (cfr 1Pt 2, 11). In questo modo i primi cristiani esprimevano la caratteristica più importante della Chiesa, che è appunto la tensione verso il cielo».

[Papa Benedetto, Angelus 12 agosto 2007]

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

La comunità cristiana accentua la tua percezione personale o la smorza? Ti fa vivere in uno stato paludoso e prevedibile, dove tutte le soluzioni sono pronte, complete e già sperimentate, o ti fa ripartire con prontezza, immediatamente e in modo autonomo?

Lunedì, 12 Ottobre 2026 06:40

Costante tensione

La pagina evangelica, proseguendo il messaggio di domenica scorsa, invita i cristiani a distaccarsi dai beni materiali in gran parte illusori, e a compiere fedelmente il proprio dovere con una costante tensione verso l'alto. Il credente resta desto e vigilante per essere pronto ad accogliere Gesù quando verrà nella sua gloria. Attraverso esempi tratti dalla vita quotidiana, il Signore esorta i suoi discepoli, cioè noi, a vivere in questa disposizione interiore, come quei servi della parabola che sono in attesa del ritorno del loro padrone. "Beati quei servi - Egli dice - che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli" (Lc 12, 37). Dobbiamo dunque vegliare, pregando e operando il bene.

Era ben consapevole di ciò la primitiva comunità cristiana che si considerava quaggiù "forestiera" e chiamava i suoi nuclei residenti nelle città "parrocchie", che significa appunto colonie di stranieri [in greco pàroikoi] (cfr 1Pt 2, 11). In questo modo i primi cristiani esprimevano la caratteristica più importante della Chiesa, che è appunto la tensione verso il cielo. L'odierna liturgia della Parola vuole pertanto invitarci a pensare "alla vita del mondo che verrà", come ripetiamo ogni volta che con il Credo facciamo la nostra professione di fede. Un invito a spendere la nostra esistenza in modo saggio e previdente, a considerare attentamente il nostro destino, e cioè quelle realtà che noi chiamiamo ultime: la morte, il giudizio finale, l'eternità, l'inferno e il paradiso. E proprio così noi assumiamo la responsabilità per il mondo e costruiamo un mondo migliore.

La Vergine Maria, che dal cielo veglia su di noi, ci aiuti a non dimenticare che qui, sulla terra, siamo solo di passaggio, e ci insegni a prepararci ad incontrare Gesù che "siede alla destra di Dio Padre Onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti".

[Papa Benedetto, Angelus 12 agosto 2007]

Lunedì, 12 Ottobre 2026 06:36

Riconoscere i segni

Resta con noi Signore risorto!

È questa anche la nostra quotidiana aspirazione.

Se tu rimani con noi,

il nostro cuore è in pace.

Accompagnaci, come hai fatto

con i discepoli di Emmaus, nel nostro cammino personale ed ecclesiale. Aprici gli occhi, affinché sappiamo riconoscere

i segni della tua ineffabile presenza.

Rendici docili all’ascolto del tuo Spirito.

Nutriti ogni giorno

del tuo Corpo e del tuo Sangue,

sapremo riconoscerti

e ti serviremo nei nostri fratelli.

[Giovanni Paolo II]

Lunedì, 12 Ottobre 2026 06:27

Nostalgici del Cielo

Nell’odierna pagina evangelica (cfr Lc 12,32-48), Gesù richiama i suoi discepoli alla continua vigilanza. Perché? Per cogliere il passaggio di Dio nella propria vita, perché Dio continuamente passa nella vita. E indica le modalità per vivere bene questa vigilanza: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese» (v. 35). Questa è la modalità. Anzitutto «le vesti strette ai fianchi», un’immagine che richiama l’atteggiamento del pellegrino, pronto per mettersi in cammino. Si tratta di non mettere radici in comode e rassicuranti dimore, ma di abbandonarsi, di essere aperti con semplicità e fiducia al passaggio di Dio nella nostra vita, alla volontà di Dio, che ci guida verso la meta successiva. Il Signore sempre cammina con noi e tante volte ci accompagna per mano, per guidarci, perché non sbagliamo in questo cammino così difficile. Infatti, chi si fida di Dio sa bene che la vita di fede non è qualcosa di statico, ma è dinamica! La vita di fede è un percorso continuo, per dirigersi verso tappe sempre nuove, che il Signore stesso indica giorno dopo giorno. Perché Lui è il Signore delle sorprese, il Signore delle novità, ma delle vere novità.

E poi – la prima modalità era “le vesti strette ai fianchi” – poi ci è richiesto di mantenere «le lampade accese», per essere in grado di rischiarare il buio della notte. Siamo invitati, cioè, a vivere una fede autentica e matura, capace di illuminare le tante “notti” della vita. Lo sappiamo, tutti abbiamo avuto giorni che erano vere notti spirituali. La lampada della fede richiede di essere alimentata di continuo, con l’incontro cuore a cuore con Gesù nella preghiera e nell’ascolto della sua Parola. Riprendo una cosa che vi ho detto tante volte: portate sempre un piccolo Vangelo in tasca, nella borsa, per leggerlo. È un incontro con Gesù, con la Parola di Gesù. Questa lampada dell’incontro con Gesù nella preghiera e nella sua Parola ci è affidata per il bene di tutti: nessuno, dunque, può ritirarsi intimisticamente nella certezza della propria salvezza, disinteressandosi degli altri. È una fantasia credere che uno possa da solo illuminarsi dentro. No, è una fantasia. La fede vera apre il cuore al prossimo e sprona verso la comunione concreta con i fratelli, soprattutto con coloro che vivono nel bisogno.

E Gesù, per farci capire questo atteggiamento, racconta la parabola dei servitori che attendono il ritorno del padrone quando torna dalle nozze (vv. 36-40), presentando così un altro aspetto della vigilanza: essere pronti per l’incontro ultimo e definitivo col Signore. Ognuno di noi si incontrerà, si troverà in quel giorno dell’incontro. Ognuno di noi ha la propria data dell’incontro definitivo. Dice il Signore: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; … E, se giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!» (vv. 37-38). Con queste parole, il Signore ci ricorda che la vita è un cammino verso l’eternità; pertanto, siamo chiamati a far fruttificare tutti i talenti che abbiamo, senza mai dimenticare che «non abbiamo qui la città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» (Eb 13,14). In questa prospettiva, ogni istante diventa prezioso, per cui bisogna vivere e agire su questa terra avendo la nostalgia del cielo: i piedi sulla terra, camminare sulla terra, lavorare sulla terra, fare il bene sulla terra, e il cuore nostalgico del cielo.

Noi non possiamo capire davvero in cosa consista questa gioia suprema, tuttavia Gesù ce lo fa intuire con la similitudine del padrone che trovando ancora svegli i servi al suo ritorno: «si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (v. 37). La gioia eterna del paradiso si manifesta così: la situazione si capovolgerà, e non saranno più i servi, cioè noi, a servire Dio, ma Dio stesso si metterà a nostro servizio. E questo lo fa Gesù fin da adesso: Gesù prega per noi, Gesù ci guarda e prega il Padre per noi, Gesù ci serve adesso, è il nostro servitore. E questa sarà la gioia definitiva. Il pensiero dell’incontro finale con il Padre, ricco di misericordia, ci riempie di speranza, e ci stimola all’impegno costante per la nostra santificazione e per costruire un mondo più giusto e fraterno.

La Vergine Maria, con la sua materna intercessione, sostenga questo nostro impegno.

[Papa Francesco, Angelus 11 agosto 2019]

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The saints: they are our precursors, they are our brothers, they are our friends, they are our examples, they are our lawyers. Let us honour them, let us invoke them and try to imitate them a little (Pope Paul VI)
I santi: sono i precursori nostri, sono i fratelli, sono gli amici, sono gli esempi, sono gli avvocati nostri. Onoriamoli, invochiamoli e cerchiamo di imitarli un po’ (Papa Paolo VI)
Man rightly fears falling victim to an oppression that will deprive him of his interior freedom, of the possibility of expressing the truth of which he is convinced, of the faith that he professes, of the ability to obey the voice of conscience that tells him the right path to follow [Dives in Misericordia, n.11]
L'uomo ha giustamente paura di restar vittima di una oppressione che lo privi della libertà interiore, della possibilità di esternare la verità di cui è convinto, della fede che professa, della facoltà di obbedire alla voce della coscienza che gli indica la retta via da seguire [Dives in Misericordia, n.11]
We find ourselves, so to speak, roped to Jesus Christ together with him on the ascent towards God's heights (Pope Benedict)
Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio (Papa Benedetto)
There are also serious, dangerous omissions and we have to recognize with healthy realism that in this way things are not all right, it is not all right when errors are made. However, we must also be certain at the same time that if, here and there, the Church is dying because of the sins of men and women, because of their non-belief, at the same time she is reborn (Pope Benedict)
Ci sono anche cadute gravi, pericolose, e dobbiamo riconoscere con sano realismo che così non va, non va dove si fanno cose sbagliate. Ma anche essere sicuri, allo stesso tempo, che se qua e là la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini, a causa della loro non credenza, nello stesso tempo, nasce di nuovo (Papa Benedetto)
The question makes apparent the concern, present in ancient Jewish tradition, over finding a unifying principle in the various formulations of God's will […] Emphasis is placed on the totality of this dedication to God, listing the three faculties that define man in his deep psychological structures: heart, soul and mind. The word mind, diánoia, contains the rational element (Pope Benedict)
La domanda lascia trasparire la preoccupazione, presente nell’antica tradizione giudaica, di trovare un principio unificatore delle varie formulazioni della volontà di Dio […] L’accento è posto sulla totalità di questa dedizione a Dio, elencando le tre facoltà che definiscono l’uomo nelle sue strutture psicologiche profonde: cuore, anima e mente. Il termine mente, diánoia, contiene l’elemento razionale (Papa Benedetto)
A “year” of grace: the period of Christ’s ministry, the time of the Church before his glorious return, an interval of our life (Pope Francis)
Un “anno” di grazia: il tempo del ministero di Cristo, il tempo della Chiesa prima del suo ritorno glorioso, il tempo della nostra vita (Papa Francesco)
The Church, having before her eyes the picture of the generation to which we belong, shares the uneasiness of so many of the people of our time (Dives in Misericordia n.12)
Avendo davanti agli occhi l'immagine della generazione a cui apparteniamo, la Chiesa condivide l'inquietudine di tanti uomini contemporanei (Dives in Misericordia n.12)

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