don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

7. L'urgenza dell'attività missionaria emerge dalla radicale novità di vita, portata da Cristo e vissuta dai suoi discepoli. Questa nuova vita è dono di Dio, e all'uomo è richiesto di accoglierlo e di svilupparlo, se vuole realizzarsi secondo la sua vocazione integrale in conformità a Cristo. Tutto il Nuovo Testamento è un inno alla vita nuova per colui che crede in Cristo e vive nella sua chiesa. La salvezza in Cristo, testimoniata e annunziata dalla chiesa, è autocomunicazione di Dio: «È l'amore che non soltanto crea il bene, ma fa partecipare alla vita stessa di Dio: Padre, Figlio e Spirito santo. Infatti, colui che ama, desidera donare se stesso».

Dio offre all'uomo questa novità di vita. «Si può rifiutare Cristo e tutto ciò che egli ha portato nella storia dell'uomo? Certamente si può. L'uomo è libero. L'uomo può dire a Dio: no. L'uomo può dire a Cristo: no. Ma rimane la domanda fondamentale: È lecito farlo? e in nome di che cosa è lecito?».

8. Nel mondo moderno c'è la tendenza a ridurre l'uomo alla sola dimensione orizzontale. Ma che cosa diventa l'uomo senza apertura verso l'Assoluto? La risposta sta nell'esperienza di ogni uomo, ma è anche inscritta nella storia dell'umanità col sangue versato in nome di ideologie e da regimi politici, che hanno voluto costruire un'«umanità nuova» senza Dio.

Del resto, a quanti sono preoccupati di salvare la libertà di coscienza, risponde il Concilio Vaticano II: «La persona umana ha il diritto alla libertà religiosa...Tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la coscienza, né sia impedito, entro certi limiti, di agire in conformità a essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata».

L'annunzio e la testimonianza di Cristo, quando sono fatti in modo rispettoso delle coscienze, non violano la libertà. La fede esige la libera adesione dell'uomo, ma deve essere proposta, poiché «le moltitudini hanno il diritto di conoscere la ricchezza del mistero di Cristo, nel quale crediamo che tutta l'umanità può trovare, in una pienezza insospettabile, tutto ciò che essa cerca a tentoni su Dio, sull'uomo e sul suo destino, sulla vita e sulla morte, sulla verità... Per questo la chiesa mantiene il suo slancio missionario e vuole, altresì, intensificarlo nel nostro momento storico». Bisogna dire anche, però, sempre col Concilio, che «a motivo della loro dignità tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotati cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. Essi sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e a ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze».

[Papa Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio]

Mercoledì, 29 Gennaio 2025 05:39

Unzione della vicinanza

Sono contento di poter mantenere l’appuntamento domenicale dell’Angelus, anche qui dal Policlinico “Gemelli”. Vi ringrazio tutti: ho sentito la vostra vicinanza e il sostegno delle vostre preghiere. Grazie di cuore! Il Vangelo che si legge oggi nella Liturgia narra che i discepoli di Gesù, inviati da Lui, «ungevano con olio molti infermi e li guarivano» (Mc 6,13). Questo “olio” ci fa pensare anche al sacramento dell’Unzione dei malati, che dà conforto allo spirito e al corpo. Ma questo “olio” è anche l’ascolto, la vicinanza, la premura, la tenerezza di chi si prende cura della persona malata: è come una carezza che fa stare meglio, lenisce il dolore e risolleva. Tutti noi, tutti, abbiamo bisogno prima o poi di questa “unzione” della vicinanza e della tenerezza, e tutti possiamo donarla a qualcun altro, con una visita, una telefonata, una mano tesa a chi ha bisogno di aiuto. Ricordiamo che, nel protocollo del giudizio finale – Matteo 25 – una delle cose che ci domanderanno sarà la vicinanza agli ammalati.

[Papa Francesco, Angelus 11 luglio 2021]

 

Tirocinio: irradiarsi di un Volto, da un Centro

Il Vangelo di oggi (cfr Mc 6,7-13) narra il momento in cui Gesù invia i Dodici in missione. Dopo averli chiamati per nome ad uno ad uno, «perché stessero con lui» (Mc 3,14) ascoltando le sue parole e osservando i suoi gesti di guarigione, ora li convoca di nuovo per «mandarli a due a due» (6,7) nei villaggi dove Lui stava per recarsi. E’ una sorta di “tirocinio” di quello che saranno chiamati a fare dopo la Risurrezione del Signore con la potenza dello Spirito Santo.

Il brano evangelico si sofferma sullo stile del missionario, che possiamo riassumere in due punti: la missione ha un centro; la missione ha un volto.

Il discepolo missionario ha prima di tutto un suo centro di riferimento, che è la persona di Gesù. Il racconto lo indica usando una serie di verbi che hanno Lui per soggetto – «chiamò a sé», «prese a mandarli», «dava loro potere», «ordinò», «diceva loro» (vv. 7.8.10) –, cosicché l’andare e l’operare dei Dodici appare come l’irradiarsi da un centro, il riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella loro azione missionaria. Questo manifesta come gli Apostoli non abbiano niente di proprio da annunciare, né proprie capacità da dimostrare, ma parlano e agiscono in quanto “inviati”, in quanto messaggeri di Gesù.

Questo episodio evangelico riguarda anche noi, e non solo i sacerdoti, ma tutti i battezzati, chiamati a testimoniare, nei vari ambienti di vita, il Vangelo di Cristo. E anche per noi questa missione è autentica solo a partire dal suo centro immutabile che è Gesù. Non è un’iniziativa dei singoli fedeli né dei gruppi e nemmeno delle grandi aggregazioni, ma è la missione della Chiesa inseparabilmente unita al suo Signore. Nessun cristiano annuncia il Vangelo “in proprio”, ma solo inviato dalla Chiesa che ha ricevuto il mandato da Cristo stesso. È proprio il Battesimo che ci rende missionari. Un battezzato che non sente il bisogno di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù, non è un buon cristiano.

La seconda caratteristica dello stile del missionario è, per così dire, un volto, che consiste nella povertà dei mezzi. Il suo equipaggiamento risponde a un criterio di sobrietà. I Dodici, infatti, hanno l’ordine di «non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura» (v. 8). Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori, sicuri solo dell’amore di Lui che li invia, forti solo della sua parola che vanno ad annunciare. Il bastone e i sandali sono la dotazione dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri del regno di Dio, non manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée. Pensiamo, ad esempio, a questa Diocesi della quale io sono il Vescovo. Pensiamo ad alcuni santi di questa Diocesi di Roma: San Filippo Neri, San Benedetto Giuseppe Labre, Sant’Alessio, Santa Ludovica Albertini, Santa Francesca Romana, San Gaspare Del Bufalo e tanti altri. Non erano funzionari o imprenditori, ma umili lavoratori del Regno. Avevano questo volto. E a questo “volto” appartiene anche il modo in cui viene accolto il messaggio: può infatti accadere di non essere accolti o ascoltati (cfr v. 11). Anche questo è povertà: l’esperienza del fallimento. La vicenda di Gesù, che fu rifiutato e crocifisso, prefigura il destino del suo messaggero. E solo se siamo uniti a Lui, morto e risorto, riusciamo a trovare il coraggio dell’evangelizzazione.

La Vergine Maria, prima discepola e missionaria della Parola di Dio, ci aiuti a portare nel mondo il messaggio del Vangelo in una esultanza umile e radiosa, oltre ogni rifiuto, incomprensione o tribolazione.

[Papa Francesco, Angelus 15 luglio 2018]

Martedì, 28 Gennaio 2025 20:18

Presentazione del Signore [con versione breve]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. In questa domenica 2 Febbraio 2025 celebriamo la Presentazione del Signore al Tempio di Gerusalemme

*Prima Lettura Dal libro del profeta Malachia (3,1-4) 

Siamo in presenza di un misterioso frammento profetico visto da molti come una testimonianza di universalismo, di libertà e di speranza. Non è però facile capire come accogliere questo testo. Perché il profeta Malachia insiste così tanto sul Tempio, sui leviti (o sacerdoti), sulle offerte e su tutto ciò che riguarda il culto? Per capire questa insistenza, occorre tener conto del contesto storico. Malachia scrive intorno al 450 a.C., in un periodo in cui in Israele non c’era più un re discendente di Davide, il paese era sotto il dominio persiano e il popolo ebraico era comandato dai sacerdoti. Ecco perché l’autore insiste sull’alleanza di Dio con i sacerdoti he erano i rappresentanti di Dio presso il suo popolo. Malachia ricorda il legame privilegiato tra Dio e la discendenza di Levi, ma assiste a una degenerazione nella condotta di questa casta sacerdotale ed era perciò molto importante richiamare l’ideale e la responsabilità del sacerdozio. L’alleanza con i sacerdoti era al servizio dell’alleanza di Dio con il suo popolo ed è proprio di questa alleanza che qui si parla: “subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza che voi sospirate, eccolo venire”. Malachia si rivolge a tutti coloro che aspettano, desiderano, cercano e annuncia loro che non hanno atteso, cercato, desiderato invano e il loro desiderio, la loro attesa saranno esauditi. E questo avverrà presto.

“E subito entrerà”, la parola ebraica pit’ôm indica sia rapidità che vicinanza, ed è forte come l’espressione che segue: ”eccolo venire”. Le due espressioni sinonime “subito entrerà” e “eccolo venire” incorniciano (inclusione) l’annuncio della venuta del Signore. ”Subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza che voi sospirate, eccolo venire”. L’angelo dell’alleanza viene per ristabilire l’alleanza: prima di tutto con i figli di Levi, ma soprattutto, attraverso di loro, con il popolo intero e si capisce che quest’angelo dell’alleanza è Dio stesso. Nella Bibbia, per non nominare direttamente Dio per rispetto, si usa spesso l’espressione “l’Angelo di Dio”. Si tratta quindi della venuta stessa di Dio. Nel suo piccolo libro di appena quattro pagine nella nostra Bibbia, Malachia parla più volte del giorno della sua venuta; lo chiama il “giorno del Signore” e ogni volta questo giorno appare desiderabile e al tempo stesso inquietante. Per esempio, nel versetto che segue immediatamente il testo dell’odierna liturgia, Dio dice: “Io mi accosterò a voi per il giudizio” (v. 5), cioè vi libererò dal male. Questo è desiderabile per i giusti ma temibile per chi vive nel male e opera il male. L’intervento di Dio è un discernimento che deve avvenire dentro di noi nel giorno del giudizio e un messaggero deve precedere la venuta del Signore che chiamerà tutto il popolo alla conversione. Come scrive Malachia: “Io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me. Più tardi, Gesù citerà precisamente questa profezia riferendosi a Giovanni Battista. Chiedendo alla gente chi erano andati a vedere dirà che Giovanni Battista è “più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te; egli preparerà la tua strada davanti a te”(Mt 11,7-10 e Lc 7,27).  Con queste parole, Gesù identificava sé stesso  come l’Angelo dell’alleanza che viene nel suo tempio e lo capiremo meglio approfondendo il Vangelo di san Luca oggi, festa della Presentazione del Signore 

 

*Salmo responsoriale 23/24 (7, 8, 9, 10)

“Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria”. Quest’espressione è solenne e un po’ sorprendente dato che è difficile immaginare che i lintei delle porte possano sollevarsi. Siamo in un contesto poetico e l’iperbole serve a esprimere la maestà di questo Re di gloria che entra solennemente nel Tempio di Gerusalemme. L’espressione “re della gloria” è riferita a Dio stesso, il Signore dell’universo. Il pensiero va alla grande festa della Dedicazione del primo Tempio, realizzata dal re Salomone intorno al 950 a.C. Con la fantasia rivediamo l’enorme processione, le gradinate gremite di fedeli… Come leggiamo nel salmo 67/68: “Appare il tuo corteo, Dio, il corteo del mio Dio, del mio re, nel santuario. Precedono i cantori, seguono i suonatori di cetra, insieme a fanciulle che suonano tamburelli” (Sal 67,25-26). La Dedicazione del primo Tempio da parte di Salomone è descritta nel primo libro dei Re. In quell’occasione Salomone radunò a Gerusalemme gli anziani d’Israele, i capi delle tribù, i prìncipi delle famiglie dei figli d’Israele, per far salire l’Arca del Signore dalla città di Davide, cioè da Sion nel mese di Etanim, il settimo mese, durante la festa delle Capanne. Quando tutti gli anziani d’Israele erano arrivati, i sacerdoti portarono l’Arca, la tenda del convegno e tutti gli oggetti sacri che si trovavano nella tenda e fu sacrificato così tanto bestiame minuto e grande che non si poteva contare né enumerare. I sacerdoti sistemarono l’Arca dell’Alleanza del Signore al suo posto, nella camera interna della Casa, il Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini. I cherubini, nella Bibbia, non assomigliano ai piccoli angioletti della nostra immaginazione, ma sono animali alati con volto umano, più simili a grandi sfingi egiziane. In Mesopotamia, erano i guardiani dei templi. Nel Tempio di Gerusalemme, sopra l’Arca dell’Alleanza si trovavano due statue di legno dorato raffiguranti questi esseri. Le loro ali spiegate sopra l’Arca simboleggiavano il trono di Dio. In questo contesto, possiamo immaginare la folla e un coro che canta: “Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria”. E un altro coro risponde: “Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia”. Dietro i termini che richiamano la guerra, che oggi possono sorprenderci, dobbiamo leggere il ricordo di tutte le battaglie necessarie a Israele per conquistarsi uno spazio vitale. Sin dal dono della Legge sul Sinai, l’Arca accompagnava il popolo d’Israele in ogni battaglia, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. L’ipotesi più comune è che questo salmo sia molto antico, poiché si è persa ogni traccia dell’Arca dall’esilio babilonese. Nessun testo biblico parla chiaramente di essa né durante né dopo l’esilio, ma si sa che finì come parte del bottino portato via da Nabucodonosor durante la presa di Gerusalemme. Fu nascosta poi da Geremia sul monte Nebo, come raccontano alcuni? Nessuno lo sa. Eppure questo salmo è stato cantato regolarmente nelle cerimonie del Tempio di Gerusalemme persino molto dopo l’esilio babilonese, in un’epoca in cui non vi era più nessuna processione intorno all’Arca. Proprio per questo ha acquisito maggiore importanza: avendo perso definitivamente l’Arca dell’’Alleanza, segno tangibile della presenza di Dio, il salmo rappresentava tutto ciò che restava dello splendore passato. Insegnava al popolo il necessario distacco: la presenza di Dio non è legata a un oggetto, per quanto carico di memoria. Inoltre, con il passare dei secoli, questo salmo ha assunto un significato nuovo: “Entri il re della gloria” è diventato il grido di impazienza per la venuta del Messia. Venga finalmente il Re eterno che regnerà sull’umanità rinnovata alla fine dei tempi! Sarà davvero il “Signore valoroso in battaglia” colui cioè che vince definitivamente il Male e le potenze della morte; sarà davvero il Signore, Dio dell’universo e tutta l’umanità parteciperà alla sua vittoria. Questa era l’attesa d’Israele, che cresceva di secolo in secolo.  Non stupisce, dunque, che la liturgia cristiana canti il salmo 23/24 il giorno in cui celebra la Presentazione di Gesù Bambino al Tempio di Gerusalemme: un modo per affermare che questo bambino è il re della gloria, cioè Dio stesso.

 

*Seconda Lettura Dalla lettera agli Ebrei ( 2,14-18)

 Il tema della mediazione di Cristo è fondamentale nella Lettera agli Ebrei. E' senz’altro utile ricordare che fu scritta in un contesto di non poche polemiche e proprio da questa lettera possiamo intuire il tipo di obiezioni che i primi cristiani di origine ebraica dovevano affrontare. Essi si sentivano dire continuamente: Il vostro Gesù non è il Messia; abbiamo bisogno di un sacerdote, e lui non lo è. Era quindi fondamentale per un cristiano del I° secolo sapere che Cristo è veramente sacerdote, essendo l’istituzione del sacerdozio centrale nell’Antico Testamento, come abbiamo notato anche nella prima lettura tratta dal libro di Malachia, che è l’ultimo dell’Antico Testamento. Ora, un’istituzione così importante nella storia del popolo ebraico e per la sua sopravvivenza, non poteva essere ignorata nel Nuovo Testamento. Gesù però, secondo la legge ebraica, non era sacerdote e non poteva aspirare a esserlo, tanto meno poteva considerarsi sommo sacerdote. Discendeva da Davide, quindi dalla tribù di Giuda, e per nulla da quella di Levi e l’autore della Lettera lo sa bene e afferma chiaramente (cf Eb 7,14).  La Lettera agli Ebrei risponde: Gesù non è sommo sacerdote discendente da Aronne, ma lo è a somiglianza di Melchisedek.  Questo personaggio menzionato nel capitolo 14 della Genesi visse molto prima di Mosè e di Aronne ed è legato ad Abramo. Eppure viene chiamato “sacerdote del Dio Altissimo” (Cf. Gn 14,18-20). Dunque Gesù è effettivamente sommo sacerdote, a suo modo, in continuità con l’Antico Testamento. Ecco precisamente lo scopo della Lettera agli Ebrei: mostrarci come Gesù realizzi l’istituzione del sacerdozio e realizzare nel linguaggio biblico non significa riprodurre il modello dell’Antico Testamento, ma portarlo alla sua piena perfezione. Vediamo allora i tre aspetti del sacerdozio antico e quali ne erano gli elementi essenziali: Il sacerdote era un mediatore, un membro del popolo ammesso a comunicare con la santità di Dio e, in cambio, trasmetteva al popolo i doni e le benedizioni di Dio. Nel brano odierno si sottolinea che Gesù è davvero un membro del popolo: “Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe… perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli…” (Eb 2,14-17). Essere «simile» significa condividere le stesse debolezze: tentazioni, prove, sofferenza e morte. Gesù ha condiviso la nostra povera condizione umana e per avvicinare Dio all’uomo, si è fatto uno di noi annullando così la distanza tra Dio e l’uomo. Inoltre il sacerdote doveva essere ammesso a comunicare con la santità di Dio che è il Santo, cioè il totalmente Altro (Kadosh, El Elyon, HaKadosh HaMufla), come spesso ci ricorda la Bibbia. Per avvicinarsi al Dio santo, i sacerdoti venivano sottoposti a riti di separazione: bagni rituali, unzioni, vestizioni e sacrifici. Anche i luoghi sacri in cui i sacerdoti officiavano erano separati dagli spazi di vita comune del popolo. Con Gesù, tutto ciò è stravolto: egli non si è mai separato dalla vita del suo popolo, anzi si è mescolato con i piccoli, gli emarginati, gli impuri. Eppure, dice la Lettera agli Ebrei, abbiamo una prova certa che Gesù è il Giusto per eccellenza, il Figlio di Dio, il Santo: la sua resurrezione sconfiggendo la morte ha ristabilito l’Alleanza con Dio, che era l’obiettivo stesso dei sacerdoti. Ora siamo liberi e il più grande nemico della libertà è la paura. Ma, grazie a Gesù, non abbiamo più nulla da temere perché conosciamo l’amore di Dio. Chi ci faceva dubitare di questo amore era satana, ma mediante la morte, Gesù l’ ha ridotto all’impotenza.(cf 2,14-15). La sofferenza di Gesù mostra fin dove arriva l’amore di Dio per noi. Infine una domanda: Perché in questa Lettera si parla dei «figli di Abramo» e non dei «figli di Adamo»? Dice infatti. “Non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo”. La risposta è perché Abramo, nella meditazione biblica, rappresenta la fede, intesa come fiducia e a noi resta la libertà di non essere figli di Abramo, cioè credenti. Sta a noi decidere se entrare o no nel progetto di Dio.

 

*Dal Vangelo secondo Luca (2, 22 – 40)

Nel racconto dell’evangelista Luca emerge una doppia insistenza: prima sulla Legge, poi sullo Spirito. Nei primi versetti (vv. 22-24), egli cita tre volte la Legge per rimarcare che la vita del bambino inizia sotto il segno della Legge. Va però chiarito che Luca cita la Legge d’Israele non come una serie di comandamenti scritti e anzi si potrebbe sostituire la parola “Legge” con “Fede di Israele”. La vita della Famiglia di Nazaret è tutta impregnata della fede e, quando si presentano al Tempio di Gerusalemme per adempiere le usanze giudaiche, lo fanno con un atteggiamento di fervore. Il primo messaggio di Luca è questo: la salvezza di tutta l’umanità ha preso forma nel quadro della Legge d’Israele, della fede di Israele: in una parola, il Verbo di Dio si è incarnato in questo contesto e così si è compiuto il disegno misericordioso di Dio per l’umanità. Poi entra in scena Simeone, spinto dallo Spirito, menzionato anch’esso tre volte. È dunque lo Spirito che ispira a Simeone le parole che rivelano il mistero di questo bambino: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza”. E’ bene riprendere queste parole di Simeone una per una: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli”. L’Antico Testamento è la storia di questa lunga e paziente preparazione da parte di Dio per la salvezza dell’umanità. E si tratta proprio della salvezza dell’umanità, non solo del popolo d’Israele. È esattamente ciò che Simeone precisa: “Luce per irivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. La gloria di Israele, infatti, sta nell’essere stato scelto non per se stesso, ma per tutta l’umanità. Con il progredire della storia, durante tutte le vicende dell’Antico Testamento il popolo che Dio si è scelto ha scoperto sempre più chiaramente che il progetto di salvezza di Dio riguarda l’intera umanità. inoltre tutto questo avviene nel Tempio.  Per Luca il messaggio è fondamentale e lo comunica a noi: assistiamo già all’ingresso glorioso di Gesù, Signore e Salvatore, nel tempio di Gerusalemme, come aveva annunciato il profeta Malachia. Questo è proprio  l’incipit della prima lettura: “Così dice il Signore Dio: Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti”.

Luca riconosce in Gesù l’Angelo dell’Alleanza che entra nel suo tempio. Le parole di Simeone sulla gloria e sulla luce si collocano perfettamente in questa linea: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Un’altra eco del vangelo di oggi nell’Antico Testamento si trova nel Salmo: “Chi è questo re di gloria? Alzate, o porte, la vostra fronte”. Il salmo attendeva un Messia-re discendente di Davide; sappiamo che il re di gloria è questo bambino. Luca descrive una scena maestosa di gloria: tutta la lunga attesa di Israele è rappresentata da due personaggi, Simeone e Anna. “Simeone, uomo giusto e pio aspettava la consolazione d’Israele”. Quanto ad Anna, si può pensare che, se parlava del bambino a quanti aspettavano la liberazione di Gerusalemme, era perché anche lei viveva con impazienza  l’attesa del Messia. Quando Simeone proclama: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola., perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele», afferma chiaramente che questo bambino è il Messia, il riflesso della gloria di Dio. Con Gesù, è la Gloria di Dio che entra nel Santuario; il che equivale a dire che Gesù è la Gloria, che egli è Dio stesso. Da questo momento, il tempo della Legge è compiuto. L’Angelo dell’Alleanza è entrato nel suo tempio per diffondere lo Spirito sull’intera umanità di ogni razza e cultura. 

 

P.S. Per un ulteriore approfondimento, visto che questa pagina evangelica la ritroviamo anche nella festa della Santa Famiglia di Nazaret, unisco qualche nota supplementare.

L’attesa del Messia era viva nel popolo ebraico all’epoca della nascita di Gesù, ma non tutti ne parlavano allo stesso modo anche se l’impazienza era condivisa da tutti. Alcuni parlavano della “Consolazione di Israele”, come Simeone, altri della “liberazione di Gerusalemme”, come la profetessa Anna. Alcuni aspettavano un re, discendente di Davide, che avrebbe scacciato gli occupanti, rappresentanti del potere romano. Altri attendevano un Messia completamente diverso: Isaia lo aveva lungamente descritto e lo chiamava “il Servo di Dio”.

A coloro che aspettavano un re, i racconti dell’Annunciazione e della Natività hanno mostrato che Gesù era proprio colui che attendevano. Per esempio, l’angelo nell’Annunciazione aveva detto a Maria: “Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre; regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Certamente la giovane di Nazaret rimase sorpresa, tuttavia il messaggio era chiaro.  Eppure nel racconto della presentazione di Gesù al Tempio, non si parla di questo aspetto della personalità del bambino appena nato. E d’altronde, il bambino che entra nel Tempio tra le braccia dei suoi genitori non è nato in un palazzo reale, ma in una famiglia modesta e in condizioni precarie. Sembra piuttosto che san Luca ci inviti a riconoscere nel bambino presentato nel Tempio, il servo annunciato da Isaia nei capitoli 42, 49, 50 e 52-53: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio (42, 1)… Il Signore mi ha chiamato fin dal seno materno, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome (I49, 1)…Ogni mattina fa attento il mio orecchio, perché io ascolti come i discepoli; il Signore Dio ha aperto il mio orecchio” (50, 4-5).  Un tal modo di esprimersi dichiara che questo servo era molto docile alla parola di Dio; e aveva ricevuto la missione di portare la salvezza a tutto il mondo. Isaia diceva: “Ti ho posto come alleanza per i popoli, come luce delle nazioni” (42, 6)… “Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (49, 6). Il che mostra che già all’epoca di Isaia si era compreso che il progetto d’amore e di salvezza di Dio riguarda tutta l’umanità e non solo il popolo d’Israele. Infine, Isaia non nascondeva il terribile destino che attendeva questo salvatore: egli avrebbe compiuto la sua missione di salvezza per tutti, ma la sua parola, ritenuta troppo scomoda, avrebbe suscitato persecuzioni e disprezzo. Ricordiamo questo passo: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che strappavano la barba” (50, 6). Probabilmente sotto l’ispirazione dello Spirito Santo e grazie alla sua conoscenza delle profezie di Isaia, Simeone capì immediatamente che il bambino era il Servo annunciato dal profeta. Intuì il destino doloroso di Gesù, la cui parola ispirata sarebbe stata rifiutata dalla maggioranza dei suoi contemporanei. Disse a Maria: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”. Simeone comprese  che era giunta l’ora della salvezza per tutta l’umanità: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Sì, Gesù è il Messia Servo, descritto nei “Canti del Servo del Signore” d’Isaia (42,49,50,52-53) colui che porta la salvezza: “Per mezzo suo si compirà la volontà del Signore” (53, 10).

+Giovanni D’Ercole

 

Offro anche su richiesta di qualcuno una breve sintesi che è possibile diffondere tra i fedeli. Domenica prossima 2 Febbraio 2025 celebriamo la Presentazione del Signore e

prepariamoci dando un rapido sguardo alla parola di Dio che ascolteremo nella santa Messa

*Prima Lettura Dal libro del profeta Malachia (3,1-4) 

Siamo in presenza di un misterioso frammento profetico visto da molti come una testimonianza di universalismo, di libertà e di speranza. Non è però facile capire come accogliere questo testo. Il profeta Malachia insiste tanto sul Tempio, sui leviti (o sacerdoti), sulle offerte e su tutto ciò che riguarda il culto perché Israele era sotto il dominio persiano e il popolo ebraico era comandato dai sacerdoti i quali erano i rappresentanti di Dio presso il suo popolo. L’alleanza con i sacerdoti era al servizio dell’alleanza di Dio con il suo popolo ed è proprio di questa alleanza che qui si tratta. Malachia si rivolge a tutti coloro che aspettano, desiderano, cercano e annuncia loro che non hanno atteso, cercato, desiderato invano e il loro desiderio, la loro attesa saranno esauditi perché presto arriverà L’Angelo dell’Alleanza cioè Dio stesso. Come scrive Malachia: “Io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me. Più tardi, Gesù citerà precisamente questa profezia riferendosi a Giovanni Battista. Chiedendo alla gente chi erano andati a vedere dirà che Giovanni Battista è “più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te; egli preparerà la tua strada davanti a te”(Mt 11,7-10 e Lc 7,27).  Con queste parole, Gesù identificava sé stesso come l’Angelo dell’alleanza che viene nel suo tempio e lo capiremo meglio approfondendo il Vangelo di san Luca oggi, festa della Presentazione del Signore 

 

*Salmo responsoriale 23/24 (7, 8, 9, 10)

“Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria”. Quest’espressione è solenne e un po’ sorprendente dato che è difficile immaginare che i lintei delle porte possano sollevarsi. Siamo in un contesto poetico e l’iperbole serve a esprimere la maestà di questo Re di gloria che entra solennemente nel Tempio di Gerusalemme. L’espressione “re della gloria” è riferita a Dio stesso, il Signore dell’universo. Possiamo immaginare la folla e un coro che canta: “Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria”. E un altro coro risponde: “Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia”. Questo salmo è stato cantato nelle cerimonie del Tempio di Gerusalemme persino molto dopo l’esilio babilonese, in un’epoca in cui non vi era più nessuna processione intorno all’Arca. Proprio per questo ha acquisito maggiore importanza: avendo perso definitivamente l’Arca dell’’Alleanza, segno tangibile della presenza di Dio, il salmo rappresentava tutto ciò che restava dello splendore passato. Insegnava al popolo il necessario distacco: la presenza di Dio non è legata a un oggetto, per quanto carico di memoria. Inoltre, con il passare dei secoli, questo salmo ha assunto un significato nuovo: “Entri il re della gloria” è diventato il grido di impazienza per la venuta del Messia. Venga finalmente il Re eterno che regnerà sull’umanità rinnovata alla fine dei tempi! Questa era l’attesa d’Israele, che cresceva di secolo in secolo.  Non stupisce, dunque, che la liturgia cristiana canti il salmo 23/24 il giorno in cui celebra la Presentazione di Gesù Bambino al Tempio di Gerusalemme: un modo per affermare che questo bambino è il re della gloria, cioè Dio stesso.

 

*Seconda Lettura Dalla lettera agli Ebrei ( 2,14-18)

 Il tema della mediazione di Cristo è fondamentale nella Lettera agli Ebrei. E' senz’altro utile ricordare che fu scritta in un contesto di non poche polemiche e proprio da questa lettera possiamo intuire il tipo di obiezioni che i primi cristiani di origine ebraica dovevano affrontare. Essi si sentivano dire continuamente: Il vostro Gesù non è il Messia; abbiamo bisogno di un sacerdote, e lui non lo è. Era quindi fondamentale per un cristiano del I° secolo sapere che Cristo è veramente sacerdote. Gesù però, secondo la legge ebraica, non era sacerdote e non poteva aspirare a esserlo, tanto meno poteva considerarsi sommo sacerdote. La Lettera agli Ebrei risponde: Gesù non è sommo sacerdote discendente da Aronne, ma lo è a somiglianza di Melchisedek, personaggio che appare nel capitolo 14 della Genesi e visse molto prima di Mosè e di Aronne ed è legato ad Abramo. Eppure viene chiamato “sacerdote del Dio Altissimo” (Cf. Gn 14,18-20). Dunque Gesù è effettivamente sommo sacerdote, a suo modo, in continuità con l’Antico Testamento. Ecco precisamente lo scopo della Lettera agli Ebrei: mostrarci come Gesù realizzi l’istituzione del sacerdozio e realizzare nel linguaggio biblico non significa riprodurre il modello dell’Antico Testamento, ma portarlo alla sua piena perfezione. Infine una domanda: Perché in questa Lettera si parla dei «figli di Abramo» e non dei «figli di Adamo»? Dice infatti. “Non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo”. La risposta è perché Abramo, nella meditazione biblica, rappresenta la fede, intesa come fiducia e a noi resta la libertà di non essere figli di Abramo, cioè credenti. Sta a noi decidere se entrare o no nel progetto di Dio.

 

*Dal Vangelo secondo Luca (2, 22 – 40)

Nel racconto dell’evangelista Luca emerge una doppia insistenza: prima sulla Legge, poi sullo Spirito. Nei primi versetti (vv. 22-24), egli cita tre volte la Legge per rimarcare che la vita del bambino inizia sotto il segno della Legge. Va però chiarito che Luca cita la Legge d’Israele non come una serie di comandamenti scritti e anzi si potrebbe sostituire la parola “Legge” con “Fede di Israele” e la vita della Famiglia di Nazaret è tutta impregnata di questa fede. Il primo messaggio di Luca è questo: la salvezza di tutta l’umanità ha preso forma nel quadro della Legge d’Israele, della fede di Israele: in una parola, il Verbo di Dio si è incarnato in questo contesto e così si è compiuto il disegno misericordioso di Dio per l’umanità. Poi entra in scena Simeone, spinto dallo Spirito, menzionato anch’esso tre volte. È dunque lo Spirito che ispira a Simeone le parole che rivelano il mistero di questo bambino: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli”. L’Antico Testamento è la storia di questa lunga e paziente preparazione da parte di Dio per la salvezza dell’umanità. E si tratta proprio della salvezza dell’umanità, non solo del popolo d’Israele. È esattamente ciò che Simeone precisa: “Luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. La gloria di Israele, infatti, sta nell’essere stato scelto non per se stesso, ma per tutta l’umanità. Per Luca il messaggio è fondamentale e lo comunica a noi: assistiamo già all’ingresso glorioso di Gesù, Signore e Salvatore, nel tempio di Gerusalemme, come aveva annunciato il profeta Malachia. Luca riconosce in Gesù l’Angelo dell’Alleanza che entra nel suo tempio. Il salmo attendeva un Messia-re discendente di Davide; sappiamo che il re di gloria è questo bambino. Luca descrive una scena maestosa di gloria: tutta la lunga attesa di Israele è rappresentata da due personaggi, Simeone e Anna. “Simeone, uomo giusto e pio aspettava la consolazione d’Israele”. Quanto ad Anna, si può pensare che, se parlava del bambino a quanti aspettavano la liberazione di Gerusalemme, era perché anche lei viveva con impazienza l’attesa del Messia. Quando Simeone proclama: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola., perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza “afferma chiaramente che questo bambino è il Messia. Con Gesù, la Gloria di Dio entra nel Santuario; il che equivale a dire che Gesù è la Gloria, Dio stesso entrato nel suo tempio per diffondere lo Spirito sull’intera umanità.

+Giovanni D’Ercole

Lato domestico, non addomesticazioni

(Mc 6,1-6)

 

Dove la Fede è carente avvengono solo piccoli cambiamenti, non i prodigi sbalorditivi della presenza alternativa del Regno di Dio (v.5).

Non ci capacitiamo che il Signore possa provenire da umili origini, disonorevoli, come potrebbero essere le nostre - prive di grandi vincoli dinastici.

Ma la Fede in Cristo dà l’addio all’idea diffusa nelle culture e religioni verticiste, tutte maldisposte a occuparsi della normalità della vita che fluisce.

 

Gesù evita modelli rigidi o di grande apparenza. Si dona con semplicità ai suoi paesani e mira alla formazione degli autentici credenti.

La loro Fiducia dev’essere riposta unicamente nel Regno di Dio - dimensione che davvero rompe gli equilibri, perché s’introduce nell’esistenza diurna, e la fermenta a partire da radici invisibili.

Quale inviato del Padre, vorrebbe che tutto il popolo fosse edificatore e alfiere di altri sogni - ma nel suo villaggio natale si sente come bloccato da chi è incapace di ‘decifrare la dimensione del divino nell’umano’.

Egli deve fronteggiare l’incomprensione ottusa dei centri di potere, ma talora anche le inadempienze e le speranze stesse - quiete o divisive - della realtà popolare che frequenta i luoghi di culto.

 

I paesani si attendevano le solite benedizioni ormai assuefatte, o forse un capo carismatico in lotta contro i romani - e qui volentieri usavano far leva sulla vampa dell'identità religiosa, per infiammare gli animi.

Avrebbero accettato un capitano bellicoso, che rispecchiasse credenze arcaiche - invece si ritrovano delusi della realtà inapparente sotto gli occhi.

Non sanno scoprire la trama di Dio nella storia dei minimi.

Viceversa, numerosi sono i segni divini iscritti in quanto si manifesta sommario, e che possono farci scoprire la dimensione non puramente terrena delle cose, delle relazioni, delle presenze.

 

Molti fraintendono lo spirito di forza che la Fede ci trasmette: essa rompe gli equilibri perché non offre garanzie già immaginate - ma è in fondo domestica e tutta naturale.

Ogni Seme ha il suo destino e sviluppo particolare.

Come mai dunque il ragazzo che hanno conosciuto fin dalla nascita è così diverso?

Per il fatto che non c’è equazione fra ciò che si pensa in modo conformista, e il Signore. Neppure dando enfasi ai propositi.

 

Sia le grandi attese che la prossimità possono essere di ostacolo per una conoscenza quotidiana di ciò che di straordinario si cela dietro la dimensione ordinaria degli accadimenti e delle persone.

Anche molti confratelli o collaboratori di Santi non hanno saputo cogliere l’eccezionalità di una vita comune vissuta in fedeltà e dedizione alla propria Chiamata per Nome.

Tanto più reale quanto meno appariscente.

L’incomprensione e la gelosia paesana di chi vive accanto [e insegue un suo dio, sfigurato] è fonte di amarezza, ma non ci blocca.

L’esperienza del rifiuto spinge a cambiare direzione (v.6b).

 

L’anima vive sotto il segno dell’Unicità che rinuncia al preconcetto, alla vita tranquilla, alla semplice approvazione, al facile successo.

E le porte chiuse possono essere un valore aggiunto! Esse ci aprono al viaggio dell’anima nello Spirito, all’Annuncio eccentrico, alla Missione stupefacente.

In tal guisa, come Gesù anche noi rifiutiamo volentieri di apporre sigilli già pronti allo spirito di mediocrità che non infastidisce nessuno.

 

 

[Mercoledì 4.a sett. T.O.  5 febbraio 2025]

Lato domestico, non addomesticazioni

(Mc 6,1-6)

 

Dove la Fede è carente avvengono solo piccoli cambiamenti, non i prodigi sbalorditivi della presenza alternativa del Regno di Dio:

«E non poté fare là alcuna opera potente, se non che avendo imposto le mani a pochi infermi, curò» (v.5).

Non ci capacitiamo che il Signore possa provenire da umili origini, disonorevoli, come potrebbero essere le nostre - prive di grandi vincoli dinastici, o salti di ceto violenti.

Dice il Tao Tê Ching (vi):

«Lo spirito della valle non muore [...] viene usato, ma non si stanca». Commenta il maestro Wang Pi:

«Lo spirito della valle è la non-valle al centro della valle. Non ha forma né ombra, nulla contrasta e nulla rifiuta, resta in basso senza muoversi, si mantiene cheto senza affievolirsi. La valle è completata da esso, eppure non se ne vede la forma: questo è il modello più perfetto».

Al pari dei codici della Sapienza di natura, la Fede in Cristo dà l’addio all’idea diffusa nelle culture e religioni istituzionali, rappresentative e verticiste.

Tutte maldisposte, nei loro grandi saperi, a occuparsi della normalità della vita che fluisce.

 

Gesù evita modelli rigidi o di grande apparenza. Si dona con semplicità ai suoi paesani e mira alla formazione degli autentici credenti.

La loro Fiducia dev’essere riposta unicamente nel Regno di Dio - dimensione che davvero rompe gli equilibri, perché s’introduce nell’esistenza diurna, e la fermenta a partire da radici invisibili.

Quale inviato del Padre, vorrebbe che tutto il popolo fosse edificatore e alfiere di altri sogni - ma nel suo villaggio natale si sente come bloccato da chi è incapace di decifrare la dimensione del divino nell’umano.

Egli deve fronteggiare l’incomprensione ottusa dei centri di potere, ma anche le inadempienze e le speranze stesse - quiete o divisive - della realtà popolare che frequenta i luoghi di culto.

I paesani si attendevano le solite benedizioni (ormai assuefatte) o forse un capo carismatico in lotta contro i romani - e qui volentieri usavano far leva sulla vampa dell'identità religiosa, per infiammare gli animi.

Avrebbero accettato un capitano bellicoso, che rispecchiasse credenze arcaiche - invece si ritrovano delusi della realtà inapparente sotto gli occhi.

Non sanno scoprire la trama di Dio nella storia dei minimi.

Viceversa, numerosi sono i segni divini iscritti in quanto si manifesta sommario: avvisaglie che possono farci scoprire la dimensione non puramente terrena delle cose, delle relazioni, delle presenze; così via.

Molti fraintendono lo spirito di forza che la Fede ci trasmette.

Essa rompe gli equilibri perché non offre garanzie già immaginate - ma è in fondo domestica e tutta naturale [ogni Seme ha il suo destino e sviluppo particolare].

Come mai dunque il ragazzo che hanno conosciuto fin dalla nascita è così diverso?

Per il fatto che non c’è equazione fra ciò che si pensa in modo conformista, e il Signore. Neppure dando enfasi ai propositi.

 

Sia le grandi attese che la prossimità possono essere di ostacolo per una conoscenza quotidiana di ciò che di straordinario si cela dietro la dimensione ordinaria degli accadimenti e delle persone.

Anche molti confratelli o collaboratori di Santi non hanno saputo cogliere l’eccezionalità di una vita comune vissuta in fedeltà e dedizione alla propria Chiamata per Nome. Tanto più reale quanto meno appariscente.

L’incomprensione e la gelosia paesana di chi vive accanto e insegue un suo dio - sfigurato - è fonte di amarezza; ma non ci blocca.

L’esperienza del rifiuto spinge a cambiare direzione (v.6b).

L’anima vive sotto il segno dell’Unicità che rinuncia al preconcetto, alla vita tranquilla, alla semplice approvazione, al facile successo.

E le porte chiuse possono essere un valore aggiunto! Esse ci aprono al viaggio dell’anima nello Spirito, all’Annuncio eccentrico, alla Missione stupefacente.

 

Purtroppo, registriamo un altro genere di spirito della “valle” - di segno del tutto negativo, che nell’azione di evangelizzazione e animazione delle comunità s’identifica con la pastorale del consenso [io ti dò quello che tu vuoi].

Il coordinatore astuto gestisce i rapporti con i fedeli, le masse e le istituzioni con estrema accortezza, nonché aspettative - concrete, immediate - d’approvazione e tornaconto individuale o di cerchia.

Talora alcuni responsabili (anche di chiesa) sembrano nient’altro che abili affabulatori: non combattono le strutture disumanizzanti, né i potenti sul territorio. Viceversa, cercano di farseli alleati, per vincere facile.

Sussiste anche nel tempo della crisi globale la convinzione che le strutture educative, culturali e “religiose” possano andare avanti solo col sostegno esterno delle gerarchie di potere, e dell’ordine stabilito da sempre. O con la ricerca di altri “segni” e altrettanti prodigi.

Purtroppo tale atteggiamento al ribasso, esteriore - per stanchezza, assai diffuso - non equivale alla valorizzazione dei più variegati e intimi Doni di Dio nelle persone, né alla promozione del Regno.

Ovvio poi che i frequentatori del palazzo non amino gli incendiari: chi detiene titoli e un ruolo glorioso resta impermeabile al lavoro dello Spirito che fa nuove tutte le cose.

[Ogni opportunista resta purtroppo legato alle catene di comando, agli antichi equilibri tattici che gli hanno pur garantito carriera, posizione, lustro, visibilità, facili sicurezze a contorno].

 

L’aspetto forse peggiore di questo gioco al ribasso e al normale comun denominatore è probabilmente la dozzinale identificazione tra ordine garantito dall’Evangelo ed equilibrio corrente.

Un’illusione di sintonia esterna fra Beatitudini annunciate dal Signore e opportunità di vita quieta, o guadagno, e riconoscimenti sociali.

Così i princìpi vissuti in prima persona dal Maestro vengono sovvertiti da alcuni seguaci, in strategia opaca che finisce per snaturare il Lieto Annuncio in favore di ogni smarrito.

E ciascun malfermo sebbene insoddisfatto, tende spontaneamente ad adeguarsi alle piccole certezze che trova, offerte dalla retorica di pur grandi narrazioni.

Ancora oggi invece la Parola di Dio fa scintille con il facile richiamo di tali dinamiche e strutture di autentico “peccato”: le minaccia senza mezzi termini.

Esse infatti sequestrano le anime, le rendono conformiste, indifferenti all’ingiustizia, timorose della libertà - e tendono a prendere in ostaggio perfino il Dio dell’Esodo.

Il Padre però continua a suscitare Profeti eccentrici: essi rendono tutti noi più capaci di percepire il genio del tempo. Nonché i talenti personali dispiegati - anche fra le irritate minacce dei “compaesani” presi dal marketing livellante.

Annunciatori che rischiano di rimanere senza protezione o casato, ovvio.

Ma che si rifiutano di apporre sigilli già pronti allo spirito di mediocrità che non infastidisce nessuno.

 

 

Per interiorizzare e vivere la Parola, chiediamoci:

 

Cosa è cambiato nel tuo percorso da quando hai cominciato a vivere più intensamente in adesione al Cristo? Come ha reagito il tuo ambiente?

Martedì, 28 Gennaio 2025 04:29

Gesù s’identifica con i Profeti

Vorrei soffermarmi brevemente sul brano del Vangelo […] un testo da cui è tratto il celebre detto «Nemo propheta in patria», cioè nessun profeta è bene accetto tra la sua gente, che lo ha visto crescere (cfr Mc 6,4). In effetti, dopo che Gesù, a circa trent’anni, aveva lasciato Nazareth e già da un po’ di tempo era andato predicando e operando guarigioni altrove, ritornò una volta al suo paese e si mise ad insegnare nella sinagoga. I suoi concittadini «rimanevano stupiti» per la sua sapienza e, conoscendolo come il «figlio di Maria», il «falegname» vissuto in mezzo a loro, invece di accoglierlo con fede si scandalizzavano di Lui (cfr Mc 6,2-3). Questo fatto è comprensibile, perché la familiarità sul piano umano rende difficile andare al di là e aprirsi alla dimensione divina. Che questo Figlio di un falegname sia Figlio di Dio è difficile crederlo per loro. Gesù stesso porta come esempio l’esperienza dei profeti d’Israele, che proprio nella loro patria erano stati oggetto di disprezzo, e si identifica con essi. A causa di questa chiusura spirituale, Gesù non poté compiere a Nazareth «nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì» (Mc 6,5). Infatti, i miracoli di Cristo non sono una esibizione di potenza, ma segni dell’amore di Dio, che si attua là dove incontra la fede dell’uomo nella reciprocità. Scrive Origene: «Allo stesso modo che per i corpi esiste un’attrazione naturale da parte di alcuni verso altri, come del magnete verso il ferro … così tale fede esercita un’attrazione sulla potenza divina» (Commento al Vangelo di Matteo 10, 19).

Dunque, sembra che Gesù si faccia – come si dice – una ragione della cattiva accoglienza che incontra a Nazareth. Invece, alla fine del racconto, troviamo un’osservazione che dice proprio il contrario. Scrive l’Evangelista che Gesù «si meravigliava della loro incredulità» (Mc 6,6). Allo stupore dei concittadini, che si scandalizzano, corrisponde la meraviglia di Gesù. Anche Lui, in un certo senso, si scandalizza! Malgrado sappia che nessun profeta è bene accetto in patria, tuttavia la chiusura del cuore della sua gente rimane per Lui oscura, impenetrabile: come è possibile che non riconoscano la luce della Verità? Perché non si aprono alla bontà di Dio, che ha voluto condividere la nostra umanità? In effetti, l’uomo Gesù di Nazareth è la trasparenza di Dio, in Lui Dio abita pienamente. E mentre noi cerchiamo sempre altri segni, altri prodigi, non ci accorgiamo che il vero Segno è Lui, Dio fatto carne, è Lui il più grande miracolo dell’universo: tutto l’amore di Dio racchiuso in un cuore umano, in un volto d’uomo.

Colei che ha compreso veramente questa realtà è la Vergine Maria, beata perché ha creduto (cfr Lc 1,45). Maria non si è scandalizzata di suo Figlio: la sua meraviglia per Lui è piena di fede, piena d’amore e di gioia, nel vederlo così umano e insieme così divino. Impariamo quindi da lei, nostra Madre nella fede, a riconoscere nell’umanità di Cristo la perfetta rivelazione di Dio.

[Papa Benedetto, Angelus 8 luglio 2012]

Martedì, 28 Gennaio 2025 04:26

Lo spirito profetico e il falso profetismo

1. Ricollegandoci alla precedente catechesi, possiamo cogliere tra i dati biblici già riferiti l’aspetto profetico dell’azione esercitata dallo spirito di Dio sui capi del popolo, sui re, e sul Messia. Tale aspetto richiede un’ulteriore riflessione, perché il profetismo è il filone lungo il quale scorre la storia di Israele, dominata dalla figura preminente di Mosè, il “profeta” più eccelso, “con il quale il Signore parlava a faccia a faccia” (Dt 34, 10). Lungo i secoli gli israeliti prendono sempre più familiarità col binomio “la Legge e i Profeti”, come sintesi espressiva del patrimonio spirituale, affidato da Dio al suo popolo. Ed è mediante il suo spirito che Dio parla e agisce nei padri, e di generazione in generazione prepara i tempi nuovi.

2. Senza dubbio il fenomeno profetico, che si osserva storicamente, è legato alla parola. Il profeta è un uomo che parla a nome di Dio, consegna a coloro che lo ascoltano o lo leggono ciò che Dio vuol far conoscere sul presente e sull’avvenire. Lo spirito di Dio anima la parola e la rende vitale. Comunica al profeta e alla sua parola un certo pathos divino, per cui diviene vibrante, a volte appassionata e sofferente, sempre dinamica.

Non di rado la Bibbia descrive episodi significativi, nei quali si osserva che lo spirito di Dio si posa su qualcuno, e questi subito pronuncia un oracolo profetico. Così avviene per Balaam: “Lo spirito di Dio fu sopra di lui”. Allora “pronunciò il suo poema e disse: . . . Oracolo di chi ode le parole di Dio e conosce la scienza dell’Altissimo, di chi vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi . . .” (Nm 24, 2. 3-4). È la famosa “profezia”, che anche se si riferisce, nell’immediato, a Saul e a Davide, nella lotta contro gli amaleciti, evoca nello stesso tempo il futuro Messia: “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe, e uno scettro sorge da Israele . . .” (1 Sam 15, 8; 30, 1 ss).

3. Un altro aspetto dello spirito profetico a servizio della parola è che esso si può comunicare e quasi “suddividere”, secondo le necessità del popolo, come nel caso di Mosè preoccupato del numero degli israeliti da condurre e governare, che contavano ormai “600.000 adulti”. Il Signore gli comandò di scegliere e riunire “70 uomini tra gli anziani d’Israele, conosciuti da te come anziani del popolo e come loro scribi”. Ciò fatto, il Signore “prese lo spirito che era su di lui e lo infuse sui 70 anziani: quando lo spirito si fu posato su di essi, quelli profetizzarono . . .” (cf. Nm 24, 16-25).

Nella successione di Eliseo a Elia, il primo vorrebbe addirittura ricevere “due terzi dello spirito” del grande profeta, una specie di doppia parte dell’eredità che toccava al figlio maggiore, per essere così riconosciuto come suo principale erede spirituale tra la moltitudine di profeti e di “figli dei profeti”, raggruppati in corporazioni. Ma lo spirito non si trasmette da profeta a profeta come un’eredità terrena: è Dio che lo concede. Difatti così avviene, e i “figli dei profeti” lo constatano: “Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo” (2 Sam 2, 15).

4. Nei contatti di Israele con i popoli confinanti non mancarono manifestazioni di falso profetismo, che portarono alla formazione di gruppi di esaltati, i quali sostituivano con musiche e gesticolazioni lo spirito proveniente da Dio e aderivano addirittura al culto di Baal. Elia condusse una decisa battaglia contro questi profeti, rimanendo solitario nella sua grandezza. Eliseo, per parte sua, ebbe maggiori rapporti con alcuni gruppi, che sembravano rinsaviti.

Nella genuina tradizione biblica si difende e rivendica la vera idea del profeta come uomo della parola di Dio, istituito da Dio, al pari e al seguito di Mosè: “Io susciterò loro un profeta come te in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà quanto io gli comanderò” (Dt 18, 18). Questa promessa è accompagnata da un ammonimento contro gli abusi del profetismo: “Il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire. Se tu pensi: Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detta? Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l’ha detta il Signore” (Dt 18, 20-22).

Altro aspetto di tale criterio di giudizio è la fedeltà alla dottrina consegnata a Israele da Dio, nella resistenza alle seduzioni dell’idolatria. Si spiega così l’ostilità contro i falsi profeti. Compito del profeta, come uomo della parola di Dio, è di combattere lo “spirito di menzogna” che si trova sulla bocca dei falsi profeti, per tutelare il popolo dalla loro influenza. È una missione ricevuta da Dio, come proclama Ezechiele (Ez 13, 2-3): “Mi fu rivolta ancora questa parola del Signore: Figlio dell’uomo, profetizza contro i profeti di Israele, e di’ a coloro che profetizzano secondo i propri desideri: Guai ai profeti stolti, che seguono il loro spirito senza aver avuto visioni”.

5. Uomo della parola, il profeta deve essere anche “uomo dello spirito”, come già lo chiama Osea: deve avere lo spirito di Dio, e non solo il proprio spirito, se deve parlare a nome di Dio.

Il concetto è sviluppato soprattutto da Ezechiele, che lascia intravedere la presa di coscienza ormai avvenuta circa la profonda realtà del profetismo. Parlare in nome di Dio richiede, nel profeta, la presenza dello spirito di Dio. Questa presenza si manifesta in un contatto che Ezechiele chiama “visione”. In chi ne beneficia, l’azione dello spirito di Dio garantisce la verità della parola pronunciata. Troviamo qui un nuovo indizio del legame fra parola e spirito, che prepara linguisticamente e concettualmente il legame che a un livello più alto, nel Nuovo Testamento, viene posto tra il Verbo e lo Spirito Santo.

Ezechiele ha coscienza di essere personalmente animato dallo spirito: “Uno spirito entrò in me, - egli scrive - mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava”. Lo spirito entra all’interno della persona del profeta. Lo fa stare in piedi: dunque ne fa un testimone della parola divina. Lo solleva e lo mette in movimento: “Uno spirito mi sollevò . . . e mi portò via”. Così si manifesta il dinamismo dello spirito. Ezechiele, peraltro, precisa che sta parlando dello “Spirito del Signore” (Ez 2, 2; 3, 12-14; 11, 5).

6. L’aspetto dinamico dell’azione profetica dello Spirito divino risalta fortemente nelle profezie di Aggeo e di Zaccaria, i quali, dopo il ritorno dall’esilio, hanno vigorosamente spinto gli ebrei rimpatriati a mettersi al lavoro per ricostruire il tempio di Gerusalemme. Il risultato della prima profezia di Aggeo fu che “il Signore destò lo spirito di Zorobabele . . . governatore della Giudea e di Giosuè . . . sommo sacerdote e di tutto il resto del popolo ed essi si mossero e intrapresero i lavori per la causa del Signore degli eserciti”. In un secondo oracolo, il profeta Aggeo intervenne di nuovo e promise l’aiuto potente dello Spirito del Signore: “Coraggio, Zorobabele . . . Coraggio, Giosuè . . . Coraggio, popolo tutto del paese, dice il Signore, e al lavoro . . . il mio spirito sarà con voi, non temete” (Ag 2, 4-5). E similmente il profeta Zaccaria proclamava: “Questa è la parola del Signore a Zorobabele: Non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito, dice il Signore degli eserciti” (Zc 4,6).

Nei tempi che precedettero più immediatamente la nascita di Gesù, non c’erano più profeti in Israele e non si sapeva fino a quando sarebbe durata tale situazione. Uno degli ultimi profeti, Gioele, aveva però annunciato un’effusione universale dello Spirito di Dio che doveva verificarsi “prima che venisse il giorno del Signore, grande e terribile”, e doveva manifestarsi con una straordinaria diffusione del dono di profezia. Il Signore aveva proclamato per suo tramite: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni essere umano e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni rivelatori; i vostri giovani avranno visioni” (Gl 3, 4. 1).

Così si doveva finalmente adempiere l’augurio espresso, molti secoli prima, da Mosè: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito” (Nm 11, 29). L’ispirazione profetica avrebbe raggiunto perfino “gli schiavi e le schiave”, superando ogni distinzione di livelli culturali o condizioni sociali. Allora la salvezza sarebbe stata offerta a tutti: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (Gl 3, 5).

Come abbiamo visto in una catechesi precedente, questa profezia di Gioele trovò il suo compimento nel giorno di Pentecoste, sicché l’apostolo Pietro, rivolgendosi alla folla stupefatta, poté dichiarare: “Accade quello che predisse il profeta Gioele”; e recitò l’oracolo del profeta, spiegando che Gesù “innalzato alla destra di Dio aveva ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso e lo aveva effuso” abbondantemente. Da quel giorno in poi, l’azione profetica dello Spirito Santo si è continuamente manifestata nella Chiesa per darle luce e conforto.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 14 febbraio 1990]

Martedì, 28 Gennaio 2025 04:18

I nostri vicini di casa

Il Vangelo che leggiamo nella liturgia […] (Mc 6,1-6) ci racconta l’incredulità dei compaesani di Gesù. Egli, dopo aver predicato in altri villaggi della Galilea, ripassa da Nazaret, dove era cresciuto con Maria e Giuseppe; e, un sabato, si mette a insegnare nella sinagoga. Molti, ascoltandolo, si domandano: “Da dove gli viene tutta questa sapienza? Ma non è il figlio del falegname e di Maria, cioè dei nostri vicini di casa che conosciamo bene?” (cfr vv. 1-3). Davanti a questa reazione, Gesù afferma una verità che è entrata a far parte anche della sapienza popolare: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (v. 4). Lo diciamo tante volte.

Soffermiamoci sull’atteggiamento dei compaesani di Gesù. Potremmo dire che essi conoscono Gesù, ma non lo riconoscono. C’è differenza tra conoscere e riconoscere. In effetti, questa differenza ci fa capire che possiamo conoscere varie cose di una persona, farci un’idea, affidarci a quello che ne dicono gli altri, magari ogni tanto incontrarla nel quartiere, ma tutto questo non basta. Si tratta di un conoscere direi ordinario, superficiale, che non riconosce l’unicità di quella persona. È un rischio che corriamo tutti: pensiamo di sapere tanto di una persona, e il peggio è che la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi. Allo stesso modo, i compaesani di Gesù lo conoscono da trent’anni e pensano di sapere tutto! “Ma questo non è il ragazzo che abbiamo visto crescere, il figlio del falegname e di Maria? Ma da dove gli vengono, queste cose?”. La sfiducia. In realtà, non si sono mai accorti di chi è veramente Gesù. Si fermano all’esteriorità e rifiutano la novità di Gesù.

E qui entriamo proprio nel nocciolo del problema: quando facciamo prevalere la comodità dell’abitudine e la dittatura dei pregiudizi, è difficile aprirsi alla novità e lasciarsi stupire. Noi controlliamo, con l’abitudine, con i pregiudizi. Finisce che spesso dalla vita, dalle esperienze e perfino dalle persone cerchiamo solo conferme alle nostre idee e ai nostri schemi, per non dover mai fare la fatica di cambiare. E questo può succedere anche con Dio, proprio a noi credenti, a noi che pensiamo di conoscere Gesù, di sapere già tanto di Lui e che ci basti ripetere le cose di sempre. E questo non basta, con Dio. Ma senza apertura alla novità e soprattutto – ascoltate bene – apertura alle sorprese di Dio, senza stupore, la fede diventa una litania stanca che lentamente si spegne e diventa un’abitudine, un’abitudine sociale. Ho detto una parola: lo stupore. Cos’è, lo stupore? Lo stupore è proprio quando succede l’incontro con Dio: “Ho incontrato il Signore”. Leggiamo il Vangelo: tante volte, la gente che incontra Gesù e lo riconosce, sente lo stupore. E noi, con l’incontro con Dio, dobbiamo andare su questa via: sentire lo stupore. È come il certificato di garanzia che quell’incontro è vero, non è abitudinario.

Alla fine, perché i compaesani di Gesù non lo riconoscono e non credono in Lui? Perché? Qual è il motivo? Possiamo dire, in poche parole, che non accettano lo scandalo dell’Incarnazione. Non lo conoscono, questo mistero dell’Incarnazione, ma non accettano il mistero. Non lo sanno, ma il motivo è inconsapevole e sentono che è scandaloso che l’immensità di Dio si riveli nella piccolezza della nostra carne, che il Figlio di Dio sia il figlio del falegname, che la divinità si nasconda nell’umanità, che Dio abiti nel volto, nelle parole, nei gesti di un semplice uomo. Ecco lo scandalo: l’incarnazione di Dio, la sua concretezza, la sua “quotidianità”. E Dio si è fatto concreto in un uomo, Gesù di Nazaret, si è fatto compagno di strada, si è fatto uno di noi. “Tu sei uno di noi”: dirlo a Gesù, è una bella preghiera! E perché è uno di noi ci capisce, ci accompagna, ci perdona, ci ama tanto. In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali”, che fa solo cose eccezionali e dà sempre grandi emozioni. Invece, cari fratelli e sorelle, Dio si è incarnato: Dio è umile, Dio è tenero, Dio è nascosto, si fa vicino a noi abitando la normalità della nostra vita quotidiana. E allora, succede a noi come ai compaesani di Gesù, rischiamo che, quando passa, non lo riconosciamo. Torno a dire quella bella frase di Sant’Agostino: “Ho paura di Dio, del Signore, quando passa”. Ma, Agostino, perché hai paura? “Ho paura di non riconoscerlo. Ho paura del Signore quando passa. Timeo Dominum transeuntem”. Non lo riconosciamo, ci scandalizziamo di Lui. Pensiamo a com’è il nostro cuore rispetto a questa realtà.

Ora, nella preghiera, chiediamo alla Madonna, che ha accolto il mistero di Dio nella quotidianità di Nazaret, di avere occhi e cuore liberi dai pregiudizi e avere occhi aperti allo stupore: “Signore, che ti incontri!”. E quando incontriamo il Signore c’è questo stupore. Lo incontriamo nella normalità: occhi aperti alle sorprese di Dio, alla Sua presenza umile e nascosta nella vita di ogni giorno.

[Papa Francesco, Angelus 4 luglio 2021]

Fede e Guarigione, o esclusione

(Mc 5,21-43)

 

A Roma, al tempo di Mc, la situazione di confusione generata dalla guerra civile sembrava potesse divenire letale per la sopravvivenza delle giovani comunità perseguitate, che alcuni deridevano (v.40).

Sotto la diseducazione ossessiva delle guide spirituali, in particolare sul senso di peccato e indegnità - in aggiunta, il terrore religioso dei demoni - tutto sembrava seminasse panico.

Le paure assorbivano gran parte delle risorse emotive - peggiorando la situazione delle persone (v.26).

Per questo la donna si muove cogliendo il Maestro «da dietro» (v.27) - appunto, di nascosto! Ma il suo non era affatto un sacrilegio.

La trasgressione dei “contaminati” che addirittura seguono la loro coscienza [a quel tempo, una doppia vergogna] è colta dal Signore come espressione di Fede viva (v.34)!

«Figlia»: Cristo accoglie la donna nella sua Chiesa, e in Lei valorizza tutti coloro che gli habitué tengono a distanza di sicurezza.

Neppure pretende che vada al Tempio a offrire ai sacerdoti il sacrificio prescritto dalla Legge.

Solo dice: «La tua Fede ti ha salvata. Va’ in Pace».

Ossia: procedi pure verso la gioia di una vita piena, senza più sul groppone il solito giudizio d’inadeguatezza.

 

In effetti, anche il capo della devozione antica non può che generare “figli” [ossia, tutto un popolo spirituale] già morti in partenza (v.35).

Ma dal momento in cui egli si volge all’autentico Maestro, inizia a compiere il passaggio dalla religiosità elementare alla Fede (v.36).

In tal guisa, la fine prematura rigenera vita, giovinezza, felicità.

La lezione non è solo per la sinagoga tradizionale, ma anche per i massimi esponenti della Chiesa nascente: gli orgogliosi Pietro, Giacomo e Giovanni (v.37).

Proprio perché autoritari, precipitosi e testardi - tutti gli altri fedeli di comunità è bene che stiano a distanza da un ambente che strepita disperato, perché ancora immagina la morte fisica quale steccato invalicabile (v.38).

E qui sorge una nuova trasgressione religiosa: il libro del Levitico proibiva di toccare un cadavere (v.41).

Con tale incredibile gesto Cristo ribadisce: chi osserva la legge che non umanizza produce egli stesso morte e va incontro alla morte.

Il bene concreto della persona reale è valore assoluto. Dio non guarda meriti, ma i bisogni.

E la Fede personale è l’Oro divino che realizza la visione interiore.

Qualità di Relazione indistruttibile: tale Azione-compassione oltrepassa la ‘morte’ che guasta tutto.

Appunto, attirando e compiendo ciò che lo stesso gesto crede (vv.23.28.34.36.39).

 

Nella Bibbia ebraica non esiste il termine «immortalità».

La lentezza d’Israele nel credere alla vita senza fine è illuminante: fa comprendere che prima di credere nel mondo futuro, è necessario dare valore e amare l’esistenza in questo mondo.

Quando ne avremo passione allo stesso modo del Padre, ecco sorgere il silenzio d’uno spazio tutto nostro, irripetibile, fragrante, che sboccia da una Sintonia genuina.

Allora Egli ci trasformerà, si comunicherà a noi (v.43), ci farà simili a Lui e in grado di sostenere le sfide.

Infine capaci di sciogliere nodi di morte e aiutare le sospensioni degli altri.

 

 

[Martedì 4.a sett. T.O.  4 febbraio 2025]

Fede e Guarigione, o esclusione

(Mc 5,21-43)

 

A Roma, al tempo di Mc, la situazione di confusione generata dalla guerra civile sembrava potesse divenire letale per la sopravvivenza delle giovani comunità perseguitate, che alcuni deridevano (v.40).

I dodici anni di vita e di emorragia delle due donne si richiamano: nella cultura semitica la perdita di sangue indicava impurità [inizio di morte] e conseguente esclusione sociale.

Sangue e morte erano qua e là fattori di emarginazione persino nelle piccole fraternità, che in quel periodo segnato da un pensiero e costumi ancora giudaizzanti impedivano qualsiasi partecipazione, anche agli appuntamenti comuni.

Sotto la diseducazione ossessiva delle guide spirituali, in particolare sul senso di peccato e indegnità - in aggiunta, il terrore religioso dei demoni - tutto sembrava seminasse panico.

Le paure assorbivano gran parte delle risorse emotive. In tal guisa, peggiorando la situazione delle persone (v.26).

Come superare il cumulo di ostacoli, che sembrava non avesse vie d’uscita? Bisognava fare l’esatto contrario di quanto inculcavano le autorità religiose!

Tra l'altro, le donne, del tutto soggiogate, in coscienza non erano affatto d’accordo coi capi.

Esse trovavano persino nel tipo di folla maschile appiccicata a Cristo un impedimento al contatto personale col Signore...

Dunque sapevano che avrebbero dovuto inventarsi qualcosa. E ci provavano di soppiatto.

 

La “donna” si muove cogliendo il Maestro «da dietro» (v.27) - appunto, di nascosto! Ma il suo non è affatto un sacrilegio.

Gesù si accorge del tocco dei minimi, non solo della solita ressa misogina attorno.

Così, i seguaci che già immaginavano di averlo sequestrato, timorosi della sua sensibilità verso gli ultimi e le non persone - lo trattano da imbecille e scriteriato (v.31).

I discepoli [dirigisti e maschi] stanno sempre accanto al Figlio di Dio, ma non sono affatto d’accordo con Lui. Vogliono solo sequestrarlo per loro.

Caro Rabbi, come ti permetti di avere una reazione diversa da quella che ti dettiamo? E come ti viene in mente di fare attenzione a chi andrebbe solo avversato e condannato - per l’indecente iniziativa che si è messo in testa? Vuoi rovinarci? Ci siamo noi, tanto basta; agli altri, morte e inferno; se possibile, anticipati.

Per Gesù, invece, la qualità della vita e delle nostre attese in questo mondo è importante: non basta pensare all’aldilà [del genere: Qui abbozza, e alla fine meriterai...].

Non conta solo il Cielo.

Pertanto, la trasgressione dei (considerati) contaminati - i quali addirittura seguono la loro coscienza [a quel tempo una vergogna] - è colta dal Signore come espressione di Fede viva (v.34)!

«Figlia»: Cristo accoglie la donna nella sua Chiesa, e in Lei valorizza tutti coloro che gli habitué tengono a distanza di sicurezza.

Neppure pretende che vada al Tempio a offrire ai sacerdoti il sacrificio prescritto dalla Legge!

Solo dice: «La tua Fede ti ha salvata. Va’ in Pace».

Ossia: procedi pure verso la gioia di una vita piena, senza più sul groppone il giudizio d’inadeguatezza [e le solite tare ingannevoli].

 

In effetti, anche il capo della devozione antica non può che generare “figli” [ossia, tutto un popolo spirituale] già morti in partenza (v.35).

Ma dal momento in cui egli si volge all’autentico Maestro, inizia a compiere il passaggio dalla religiosità elementare alla Fede (v.36).

In tale relazione sponsale intima, senza più il timore del castigo, la fine prematura rigenera vita, giovinezza, felicità.

La lezione non è solo per la sinagoga tradizionale, bensì anche per i massimi esponenti della Chiesa nascente: gli orgogliosi Pietro, Giacomo e Giovanni (v.37).

Proprio perché autoritari, precipitosi e testardi - tutti gli altri fedeli di comunità è bene che stiano a distanza da un ambente che strepita disperato, perché ancora immagina la morte fisica quale steccato invalicabile (v.38).

E qui sorge una nuova trasgressione religiosa: il libro del Levitico proibiva di toccare un cadavere (v.41).

Con tale incredibile gesto Cristo ribadisce: chi osserva la legge che non umanizza produce egli stesso morte e va incontro alla morte.

 

Unico valore non negoziabile è il bene concreto della persona reale. Dio non guarda meriti [supposti, da osservanze inventate] ma i bisogni.

E la Fede personale è l’Oro divino che realizza la visione interiore.

Qualità di Relazione indistruttibile: tale Azione-compassione oltrepassa la morte che guasta tutto.

Appunto, attirando e compiendo ciò che lo stesso gesto crede (vv.23.28.34.36.39).

 

«Giovanetta, ti dico: Alzati!» (v.41).

San Girolamo commenta: «Fanciulla, alzati per me: non per merito tuo, ma per la mia grazia. Alzati dunque per me: il fatto di essere guarita non è dipeso dalle tue virtù» [Omelie sul Vangelo di Marco, 3].

Nei Vangeli i verbi Vivere, Salvare e Morire sono ambivalenti e descrivono sia salute e vita fisica che salvezza spirituale, del cuore (v.34).

La narrazione della Parola di oggi ci aiuta a superare la visione meccanicistica della vita: nel Mistero dell’Eros fondante che anima e rinnova l’onda vitale, c’è il modo di battere i problemi.

In Cristo la nostra redenzione totale è risposta divina a una Fiducia anche un poco primitiva - forse incipiente - ma appassionata, che guida a rigenerare.

 

Nella Bibbia ebraica non esiste il termine «immortalità».

La lentezza d’Israele nel credere alla vita senza fine è illuminante: fa comprendere che prima di credere nel mondo futuro, è necessario dare valore e amare l’esistenza in questo mondo.

E averne passione allo stesso modo del Padre.

Il contatto con il Figlio, le sue parole, e gli stessi cenni, trasmettono una potenza di guarigione e rinascita che rinnova sia la carne che lo spirito; sia le luci che l’ombra.

Neppure la morte si erge come barriera definitiva e conclusiva.

 

Ancora oggi la cura divina, la sua memoria e forza di consolazione sono resi attuali nei segni della Chiesa.

Ma non limitiamoci a essere spettatori che fanno ressa attorno, senza vero Contatto col Risorto.

Apriamo l’orecchio e rendiamoci conto che non siamo chiamati a ricalcare presenze ingombranti, estranee, altrui.

Parliamogli personalmente, e chiediamo in tutto che intervenga sulle nostre infermità, o cali momentanei.

Ed ecco sorgere il silenzio d’uno spazio nostro, irripetibile, fragrante, segreto; che sboccia da una Sintonia genuina.

Allora Egli ci trasformerà, si comunicherà a noi (v.43), ci farà simili a Lui e in grado di sostenere le sfide.

Infine capaci di sciogliere nodi di morte e aiutare le sospensioni degli altri.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Qual è il richiamo delle azioni di Gesù per te, per la tua famiglia e la comunità?

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Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). For him, his brother was still lost, because he had already lost him in his heart (Pope Francis)
Ma quello non è stato l’unico momento in cui il Padre si è messo a correre. La sua gioia sarebbe incompleta senza la presenza dell’altro figlio. Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa (cfr v. 28). Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello: «quel tuo figlio», dice (v. 30). Per lui suo fratello continua ad essere perduto, perché lo aveva ormai perduto nel suo cuore (Papa Francesco)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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