Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Terza Domenica di Pasqua (anno A) [19 aprile 2026]
*Prima Lettura dal libro degli Atti degli Apostoli (2,4.22b-33)
Lo stesso Pietro che per paura aveva rinnegato Gesù durante il processo e che dopo la sua morte se ne stava rintanato con gli altri discepoli in una stanza chiusa, lo ritroviamo oggi, appena cinquanta giorni dopo, in piedi a improvvisare un grande discorso davanti a migliaia di persone, e se Luca annota che è in piedi è perché l’atteggiamento è simbolico: in un certo senso Pietro si sta risvegliando, rivivendo, rialzando. Prima di andare oltre bisogna notare che finora Pietro non era stato un modello di audacia eppure è proprio a lui che Gesù affida ormai la missione più audace: continuare l’opera di evangelizzazione, una missione che è costata la vita al Figlio di Dio stesso, e colui che non molto tempo prima aveva rinnegato il Maestro presto gioirà di essere perseguitato. Questa forza tutta nuova, questa audacia, Pietro non la attinge da sé stesso, ma è dono di Dio. Torniamo a quella mattina di Pentecoste dell’anno della morte di Gesù quando Gerusalemme brulica di gente: sono pellegrini venuti da ogni parte per la festa perché, proprio come Pietro e gli altri apostoli di Gesù, condividono la speranza d’Israele e su questa speranza Pietro si appoggia per annunciare che il Messia atteso è venuto e noi abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo. Pietro insiste nel suo discorso sulla continuità dell’opera di Dio che per lui è un’evidenza molto importante e invoca la testimonianza del salmo 15/16. I suoi ascoltatori sono i meno preparati ad accettare le sue parole proprio perché, aspettando il Messia da sempre, hanno avuto il tempo di farsi delle idee su di lui, idee d’uomini, e Dio non può che sorprendere le nostre idee d’uomini. Uno degli aspetti più inaccettabili del mistero di Gesù per i suoi contemporanei è la sua morte sulla croce: il Venerdì Santo Gesù, abbandonato da tutti, Gesù sembrava davvero maledetto da Dio stesso e quindi come poteva essere il Messia? La sera di Pasqua gli apostoli hanno compreso che era proprio il Messia perché sono stati testimoni della sua Risurrezione. Pietro termina facendo appello ai suoi ascoltatori dicendo loro che se non sono stati testimoni diretti della risurrezione, l’unica esperienza possibile è quella di vedere e udire i dodici apostoli trasformati dallo Spirito Santo
*Salmo Responsoriale (15/16)
Nei versetti del salmo 15/16, che ci sono proposti oggi alcune frasi sembrano tradurre una felicità perfetta e tutto pare così semplic. Ill salmista afferma: Signore tu sei il mio Dio, ho fatto di te il mio rifugio, non ho altro bene all’infuori di te. In altri versetti però si avverte l’eco di un pericolo e Israele supplica chiedendo di non essere abbandonato alla morte né lasciare che veda la corruzione. Qui c’è tutta la gioia d’Israele quando il cuore esulta, l’anima è in festa perché il Signore è “mia parte e mio calice e non ho altro bene all’infuori di te”. Qui Israele è paragonato a un levita, a un sacerdote che dimora senza sosta nel tempio di Dio e vive nell’intimità con Lui. L’espressione “Signore mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte” è un’allusione a quando la spartizione della terra d’Israele fra le tribù dei discendenti di Giacobbe venne fatta per sorteggio. Allora i membri della tribù di Levi non avevano ricevuto una parte di terra: la loro parte era la Casa di Dio, cioè il servizio del Tempio, il servizio di Dio, e la loro vita intera era consacrata al culto. Nnon avevano quindi territorio e la loro sussistenza era assicurata dalle decime e da una parte dei raccolti e delle carni offerte in sacrificio. Si capisce così anche l’altro versetto di questo salmo che oggi non ascoltiamo dove il salmista dice che “la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità”. I leviti custodivano il Tempio giorno e notte e a questo allude quando il salmo annota “anche di notte il mio cuore mi istruisce”. In questo salmo si sente pure l’eco di un pericolo e la supplica “tu non puoi abbandonarmi alla morte né lasciare che il tuo santo veda la corruzione” fa capire il travaglio spesso sofferto del popolo eletto. L’invocazione di aiuto dell’inizio, custodiscimi o Dio, in te mi sono rifugiato, e le affermazioni ripetute di fiducia lasciano supporre un periodo in cui, appunto, la fiducia era difficile, e questo grido di aiuto è insieme una professione di fede perché traduce la lotta contro l’idolatria per restare fedeli al Dio unico. In un altro versetto del salmo leggiamo che dtutti gli idoli del paese non cessano di estendere i loro danni e ci si precipita al loro seguito.Questo prova che Israele a volte ha ceduto all’idolatria ma prende l’impegno di non ricadervi e l’affermazione ho fatto di te, mio Dio, il mio unico rifugio traduce questa risoluzione. Si comprende allora quanto l’immagine del levita sia eloquente perché è un modo per dire che scegliendo di restare fedele al vero Dio il popolo d’Israele ha fatto la scelta vera che lo fa entrare nell’intimità di Dio, e la fiducia d’Israele gli ispira frasi sorprendenti come eternità di delizie oppure tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Ci si può chiedere se, quando il salmo fu scritto, c’era ia già, sia pure confusamente, un primo avvio della fede nella Risurrezione, anche se si sa che la fede nella risurrezione individuale è apparsa molto tardi in Israele. Qui pare piuttosto che si parli del popolo la cui sopravvivenza è in pericolo per colpa del cedimento a l’idolatria. Ma è convinto che Dio non lo abbandonerà ed è per questo che afferma tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Verso il secondo secolo avanti Cristo, quando si è cominciato a credere alla risurrezione di ciascuno di noi, la frase “ tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione” è stata intesa in questo senso, e più tardi i cristiani hanno riletto questo salmo a modo loro, come abbiamo sentito nella prima lettura. Pietro, il mattino di Pentecoste, ha citato questo salmo ai pellegrini ebrei venuti numerosi a Gerusalemme per la festa e per mostrare loro che Gesù era davvero il Messia. Egli ha ricordato che quando Davide componeva questo salmo, senza saperlo annunciava già la Risurrezione del Messia. Abbiamo qui un esempio della prima predicazione cristiana rivolta a degli ebrei, cioè come i primi apostoli rileggevano la tradizione ebraica scoprendovi una dimensione nuova, l’annuncio di Gesù Cristo. Lungo i secoli questo salmo ha portato la preghiera d’Israele nell’attesa del Messia arricchendosi di sensi nuovi, ma sarà la prima generazione cristiana a scoprire e mostrare che le Scritture trovano il loro senso pieno in Gesù Cristo.
*Seconda Lettura dalla prima lettera dell’apostolo Pietro (1,17-21)
Abbiamo letto nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli il discorso di Pietro il mattino di Pentecoste, modello della prima predicazione cristiana rivolta a ebrei. Qui invece nella lettera di Pietro vediamo una predicazione rivolta a pagani, non ebrei diventati cristiani, ed è ovvio che il discorso non è lo stesso perché è l’abc della comunicazione adattare il linguaggio all’uditorio, e anche se non sappiamo esattamente a chi sia indirizzata la lettera, visto che nelle prime righe Pietro dice solo di scrivere agli eletti che vivono come stranieri nelle cinque province dell’attuale Turchia, Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia, ciò che fa pensare che non fossero di origine ebraica è la frase “siete stati riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri”. Pietro ebreo lui stesso, non direbbe una frase simile a degli ebrei sapendo troppo bene quale speranza attraversa le Scritture e quanto tutta la vita del suo popolo è tesa verso Dio. Ciò che salta agli occhi in questo semplice brano è il numero impressionante di allusioni alla Bibbia, con espressioni come il sangue dell’Agnello senza difetto e senza macchia, il Padre che giudica imparzialmente, il timore di Dio, e se Pietro le usa senza spiegarle è perché il suo uditorio le conosce. Ma questo è possibile se sono non ebrei. L’ ipotesi più probabile è che intorno alle sinagoghe gravitassero molti simpatizzanti e tra loro un numero importante di quelli chiamati timorati di Dio, che erano così vicini al giudaismo da osservare il sabato; ascoltavano tutte le letture della sinagoga il sabato mattina,e di conseguenza conoscevano bene le Scritture ebraiche ma non erano mai arrivati a chiedere la circoncisione. Si pensa che i primi cristiani siano stati reclutati in maggioranza proprio tra loro, ed è utile tornare su due espressioni della lettera di Pietro che possono urtarci se non le colloquiamo nel loro contesto biblico. Anzitutto l’espressione “timore di Dio” ha un senso particolare proprio perché Dio si è rivelato al suo popolo come Padre. Il timore di Dio quindi non è paura ma è un atteggiamento filiale fatto di tenerezza, rispetto, venerazione e fiducia totale, e Pietro dice che siccome voi invocate Dio come vostro Padre vivete nel timore di Dio comportandovi da figl. Se invocate come Padre colui che giudica ciascuno imparzialmente secondo le sue opere vivete dunque nel timore di Dio. Dall’insistenza di Pietro su colui che giudica imparzialmente ciascuno secondo le sue opere si indovina che alcuni di questi nuovi cristiani, venuti dal paganesimo, erano complessati rispetto ai cristiani di origine ebraica e Pietro vuole quindi rassicurarli dicendo in sostanza: siete figli proprio come gli altri, comportatevi da figli, semplicemente. La seconda frase che rischia di urtarei è: “siete stati riscattati col sangue prezioso di Cristo”. Il rischio è di vedervi un orribile mercanteggiamento senza ben poter dire tra chi e chi. Ma leggendo la frase di Pietro per intero “non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia” si scoprono due cose: primo, non si tratta di mercanteggiamento, la nostra liberazione è gratuita e Pietro si premura di dire non l’oro e l’argento, modo per dire è gratis. In second oluogo, Pietro non mette l’accento dove lo mettiamo noi, perché il sangue di un agnello senza difetto e senza macchia è quello che si versava ogni anno per la Pasqua e che siglava la liberazione d’Israele da tutte le schiavitù. Questo sangue versato annunciava l’opera permanente di Dio per liberare il suo popolo ed è per un lettore esperto dell’Antico Testamento, un richiamo alla festa della libertà, una libertà in cammino verso la Terra Promessa. Ma ora, annota Pietro, la liberazione definitiva è compiuta in Gesù Cristo. Siamo ormai entrati in una vita nuova migliore della Terra Promessa, e questa liberazione consiste precisamente nell’ invocare Dio come Padre. Si comprende allora meglio la frase: siete stati riscattati cioè liberati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, superficiale qui vuol dire che non porta a nulla, per opposizione alla vita eterna. Poiché il Figlio ha vissuto come uomo nella fiducia fino alla fine, è tutta l’umanità che ha ritrovato la strada dell’atteggiamento filiale. In definitiva si tratta di ave ritrovato la strada dell’albero della vita, per riprendere l’immagine della Genesi. Paolo direbbe: siete passati dall’atteggiamento di paura e di diffidenza dello schiavo all’atteggiamento di timore filiale proprio dei figli.
*Dal Vangelo secondo Luca (24, 13-35)
Da notare il parallelo tra queste due formule: i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo e poi invece si aprirono loro gli occhi, il che vuol dire che i due discepoli di Emmaus sono passati dal più profondo scoraggiamento all’entusiasmo semplicemente perché i loro occhi si sono aperti. Perché si sono aperti? Perché Gesù ha spiegato loro le Scritture, e partendo da Mosè e da tutti i Profeti interpretò in tutta la Scrittura ciò che lo riguardava. Questo significa che Gesù Cristo è al centro del progetto di Dio rivelatosi nella Scrittura. l’Antico Testamento non va però ridotto a semplice sfondo del Nuovo, perché leggere i profeti come se annunciassero solo la venuta storica di Gesù Cristo è tradire l’Antico Testamento e togliergli tutto il suo spessore storico, dato che l’Antico Testamento è la testimonianza della lunga pazienza di Dio per rivelarsi al suo popolo e farlo vivere nella sua Alleanza. Le parole dei profeti, per esempio, valgono anzitutto per l’epoca in cui furono pronunciate, e non bisogna dimenticare neppure che leggere Gesù Cristo come centro della storia umana e quindi anche della Scrittura è una lettura cristiana. Gli ebrei ne hanno un’altra, e siamo d’accordo tra ebrei e cristiani nell’invocare il Dio Padre di tutti gli uomini e nel leggere nell’Antico Testamento la lunga attesa del Messia, ma non dimentichiamo che riconoscere Gesù come Messia non è un’evidenza, lo diventa per coloro i cui occhi in qualche modo si aprono e di conseguenza il cuore diventa tutto ardente come quello dei discepoli di Emmaus. Sarebbe bello conoscere tutti i testi biblici che Gesù ha percorso con i due discepoli di Emmaus. Sappiamo però che alla fine di questo percorso biblico Gesù conclude chiedendo: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria”? Questa frase rappresenta una vera difficoltà per noi perché si presta a due letture possibili. Prima lettura possibile “bisognava che il Cristo soffrisse per meritare di entrare nella sua gloria”, come se ci fosse lì un’esigenza da parte del Padre, ma questa lettura tradisce le Scritture perché presenta la relazione di Gesù con il Padre in termini di merito, il che non è affatto conforme alla rivelazione dell’Antico Testamento che Gesù ha sviluppato. Dio non è che Amore, Dono e Perdono,e con Lui non è questione di bilancia, di merito, di aritmetica, di calcolo. E’ inoltre vero che il Nuovo Testamento parla spesso del compimento delle Scriture ma non in questo senso. C’è però una seconda maniera di leggere questa frase: “bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”: la gloria di Dio è la sua presenza che si manifesta a no. Ora sappiamo che Dio è Amore. Si potrebbe trasformare la frase così: “bisognava che il Cristo patisse” perché l’amore di Dio fosse manifestato e rivelato. Gesù stesso ha dato in anticipo la spiegazione della sua morte quando ha detto ai discepoli “non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che si amano”. Bisognava pertanto che l’amore arrivasse fin là, fino ad affrontare l’odio, l’abbandono, la morte perché si potesse scoprire che l’amore di Dio è l’amore più grande, perché scoprissimo fino a dove va l’amore di Dio, talmente al di sopra del nostro modo di amare e talmente impensabile nel vero senso del termine. Occorreva che ci fosse rivelato, e perché ci fosse rivelato bisognava che andasse fin là. “Bisognava” non vuol dire quindi un’esigenza di Dio, ma una necessità per noi, e dire che gli avvenimenti della vita di Gesù compiono le Scritture è dire che la sua vita intera è rivelazione in atti di questo amore del Padre, qualunque siano le circostanze, compresa la persecuzione, l’odio, la condanna, la morte. La Risurrezione di Gesù viene ad autenticare questa rivelazione: Quest’amore è più forte della morte.
+Giovanni D’Ercole
Considerazioni sul cibo
Diversi spunti mi hanno suggerito questa riflessione.
Uno è stato un film che Rai 1 il 2 aprile 26 (giovedì santo) ha trasmesso sul tema dei disordini alimentari. Il film era intitolato “Qualcosa di lilla.”
E’ la storia di un’adolescente che si imbatte nel problema dei disturbi alimentari, anche se nel film si parla maggiormente di bulimia. I disturbi dell’alimentazione sono principalmente l’anoressia e la bulimia.
Altro spunto è stato l’aver rivisto in centro una persona che in passato ha avuto questi problemi ed io l’ho seguita per la parte psicologica.
Infine circa un mese fa una signora che conoscevo da anni e afflitta da tempo da queste tematiche, è deceduta. Non ha voluto ascoltare nessuno, si è “consumata fino all’osso”.
E allora come per tutti i miei articoletti, ho “riesumato“ la mia formazione teorica acquisita negli anni insieme ad un osservazione dei casi, sul lavoro.
Il problema del cibo è importante per tutti gli esseri viventi. Se non ci alimentiamo, non viviamo.
Ma anche qui, come in tutte le situazioni della vita, la giusta misura non è sempre semplice.
Il concetto ideale consiste nel nutrirsi senza eccessi che possano dare disturbi del metabolismo e in modo tale che il nostro corpo funzioni bene.
A volte capita che per motivazioni diverse l‘essere umano alteri il suo rapporto col cibo. Pensiamo ai periodi in cui l’uomo ha sofferto di mancanza di cibo per guerre, epidemie, o altro.
Casi di digiuno autoimposto vengono descritti anche dalla Bibbia, ma è intorno al 1600 circa che inizia ad osservarsi casi di notevole dimagrimento dovuto all’alimentazione.
Inversamente al tempo degli antichi romani, dove facevano delle grandi abbuffate con vomiti auto indotti - se ricordo bene si solleticavano il palato con una piuma per procurarsi il vomito e poi iniziare di nuovo a mangiare.
La storia dei disturbi alimentari non è un fenomeno attuale, bensì affonda le origini in tempi lontani.
Nel Medioevo il digiuno era spesso accostato a possessioni demoniache, o contrariamente a comportamenti mistici.
Le “mistiche” attuavano digiuni per purificare il corpo, avvicinarsi il più possibile a Dio, e a volte per sottrarsi alla vita terrena. A differenza del disturbo che si mette in atto oggi, la motivazione non era la bellezza, ma l’aspirazione alla santità.
Nel tempo attuale i rapporti distorti col cibo vengono riconosciuti come disturbi complessi, influenzati da fattori culturali e psicologici.
Sono disturbi gravi, spesso connessi fra loro e che richiedono una presa in cura di diversi specialisti. Sinteticamente nell’anoressia c’è una paura grande di ingrassare, per una percezione errata del proprio corpo.
La bulimia consiste nel mangiare eccessivamente per poi vomitare o purgarsi - per non aumentare di peso.
Tali problematiche sono maggiormente presenti nelle culture industrializzate, dove esiste un benessere più alto e l’idea di essere affascinanti, viene associata alla magrezza.
Attraverso i mezzi di comunicazione l’idea di perfezione fisica è arrivata anche in culture meno sviluppate, portando l’aspirazione alla prestanza fisica; cosa non male, se non danneggiasse il corpo.
Non trascuriamo poi gli effetti dei modelli culturali; come ad es. modelle e modelli magrissimi che scatenano il desiderio di essere come loro - talora ad ogni costo. E qui ricordo che anni fa, si era pensato di far “ingrassare” immagini come la bambola Barbie, per correggere l’immagine che inconsapevolmente trasmetteva.
Nella maggioranza dei casi fino a qualche tempo fa erano più le giovani e le donne a essere afflitte da tali problemi alimentari. Ultimamente però la problematica riguarda anche il genere maschile.
Nella mia attività professionale mi sono imbattuto in tali tematiche. Ho effettuato diverse valutazioni psicodiagnostiche, dove i problemi principali erano i disturbi del comportamento alimentare, anche in soggetti molto giovani.
Si trattava maggiormente di soggetti di sesso femminile, ma ho incontrato anche qualche maschio adolescente.
In trattamento psicoterapeutico, insieme ad altre professionalità’, mi sono occupato di qualche caso di anoressia in giovani ragazze, mentre i pochi casi di bulimia li ho trovati in donne più grandi.
Questo in linea con i principi teorici che situa l’anoressia nella prima adolescenza, e la bulimia nella tarda adolescenza o nella prima età adulta.
Ricordo che le ragazze magre erano sempre inquiete, preoccupate, tormentate, mentre le donne più “in carne” erano allegre, a volte simpatiche. Una di loro riusciva anche ad ironizzare sul suo abbondante peso.
Lo sviluppo di queste problematiche può essere variabile; alcune sono gravi e possono compromettere la salute generale - ed esiste il rischio di mortalità.
Le persone anoressiche generalmente tendono ad essere un po’ più insistenti, possono rifiutare non solo il cibo, ma anche di fare nuove esperienze e avere atteggiamenti di chiusura; le persone con bulimia presentano principalmente una “variabilità emozionale”, momenti di rabbia e di vuoto che inconsapevolmente tentano di colmare col cibo.
Affettivamente queste persone possono sentire ansia, possono essere impulsive, e possono provare vergogna. Le anoressiche si vergognano del loro corpo che vedono sempre enorme, le bulimiche si turbano della loro mancanza di controllo che a volte va oltre l’aspetto alimentare .
Le caratteristiche di queste tematiche sono tenute nascoste per lungo tempo. Cosi facendo rendono difficile una relazione vera con l’altro, di solito i soggetti apparendo più immaturi e superficiali.
Queste persone sono accumunate in maniera esagerata da una fame di cure e di affetto. Hanno un timore immenso di essere abbandonate, e che le altre persone possano smettere di amarle.
Ma è una questione di “quanto è forte questo sentire” perché ogni persona desidera essere amata, vuole avere un rapporto sano di fiducia e di stima verso il prossimo e da parte del prossimo.
Intellettivamente chi presenta problematiche dell’alimentazione può presentare una rigidità di pensiero, una falsa intuizione dello stato del proprio corpo; e nei casi meno gravi permane una delusione verso il proprio aspetto fisico o ad alcune zone di esso.
Nei casi maggiormente conflittuali, la corporatura e come viene vissuta compromette sovente l’esame di realtà.
Dr. Francesco Giovannozzi Psicologo – Psicoterapeuta
Qualche giorno fa apprendo dal quotidiano di un altro caso di accoltellamento di una ragazza di 22 anni. E’ stata pugnalata perché ascoltava la musica a un volume troppo alto, infastidendo l’aggressore.
Negli ultimi tempi diversi eventi del genere sono stati riportati dai mezzi di comunicazione; episodi con protagonisti giovani - tutti per futili motivi. Chi per uno sguardo di troppo alla ragazza del cuore, chi per un apprezzamento un po’ osé ecc.
Purtroppo molti giovani negli ultimi tempi aggrediscono i simili con coltelli che portano con sé.
Da premettere che come tutti gli oggetti, il coltello non ha solo una valenza negativa. Esso viene usato in cucina, per lavorare; nelle mani di un cuoco abile diventa qualcosa di prezioso.
Nelle società primitive veniva usato per difendersi dagli animali e dai nemici.
Oggi nel mondo giovanile e non solo se pensiamo ai numerosi femminicidi dove si uccide con una ferocia inaudita, e sembra stia diventando una specie di status.
Tale arnese viene percepito come un segno di durezza e di forza; maggiormente in giovani che si sentono ai margini.
Gli episodi di violenza che accadono tra due individui non hanno motivi fondati, ma la scintilla che li fa scattare è un motivo banale, talora frivolo.
Spesso l’uso del coltello - arma facile da procurarsi - è insita in tizi contigui a gang giovanili, per poterne fare parte e diventarne appunto affiliati. Qui è come se tale oggetto possa essere una “bacchetta magica” contro il senso di malessere interiore, le delusioni affettive e sociali. E tale arma ci farebbe sentire invincibili, o magari solo più forti.
Escluso gli addetti ai lavori, abituarsi a portare un’arma con sé può avere delle ripercussioni sul nostro modi di essere. Ci si abitua; e possiamo vieppiù tendere a episodi di aggressività verso gli altri.
Uscire di casa e portare con se’ un coltello - prima o poi, alla minima contrarietà, si è tentati di usarlo; alimentando cosi la paura e con la probabilità di diventare a sua volta una vittima. Così a lungo andare la nostra psiche “tira fuori” aspetti di noi che magari giacevano “dormienti” in angoli riposti della nostra inconsapevolezza.
L’uomo arriva a seguire un comportamento antisociale. E nei molti obiettivi che cerca di raggiungere, a volte tale comportamento può risultare anche nocivo per sé.
Sono dei soggetti che hanno un livello intellettivo nella norma; a volte anche superiore.
Nella mia esperienza di casi simili, inviati dal Tribunale dei Minori al Servizio di Neuropsichiatria Infantile, gli episodi di violenza con il coltello erano associati a un basso livello intellettivo.
Questi soggetti sovente vanno incontro a insuccessi in ogni iniziativa che prendono, aumentando così il loro senso di frustrazione.
Generalmente tendono a mentire e spesso sfruttano gli altri dando poca importanza ai valori morali.
Abitualmente non dicono quasi mai la verità, neanche quando fanno una promessa (che solitamente non mantengono), mostrando nessun turbamento e mantenendo con freddezza le loro posizioni.
Essi possono subire l’influsso di film, di culture ancestrali, che possono rafforzare in loro una inclinazione all’uso di tali armi; senza che siano coscienti delle possibili conseguenze e di eventuali crescendo di violenza
A noi ”giovani del passato” è stato insegnato e trasmesso di saper reagire in modo costruttivo alle difficoltà e alle mortificazioni che la vita inevitabilmente ci reca.
Oggi tuttavia sembra che tutto sia dovuto, che la privazione di qualcosa in questo eccesso di benessere sia insopportabile.
E allora soprattutto in individui emotivamente instabili scatta qualcosa che li rende capaci di far del male; si va verso un’aggressività insana, malata. Non verso quella “sana grinta” che aiuta a superare gli ostacoli della vita.
Molte volte ho sentito dire dalle persone che mi hanno preceduto e forse anche da qualche lettura che ora non ricordo, che la belva più crudele è l’uomo. Nel suo cuore si annidano due anime: una fatta di socievolezza e spinta al prossimo, l’altra di gelosia e rivalità, di crudeltà verso gli altri.
Abitualmente le persone con queste problematiche tendono a essere disonesti, a mentire e raggirare il prossimo; a cercare di sfruttarlo, dimenticando i principi morali appresi.
Questa gente si considera sempre ‘la migliore’. Se questo non viene avvertito, sale la rabbia - in maniera consapevole o meno.
Nel caso di ferite arrecate, costoro non provano rimorso alcuno; e nessun senso di colpa.
Il limite tra ciò che è legale e ciò che non lo è diventa labile. Tendiamo a agire in modo impulsivo, senza considerare l’effetto delle nostre azioni sugli altri.
Conseguentemente si scende sempre più in basso. Sono a che gli altri serviranno solo per ottenere ciò che vogliamo.
Spesso al comportamento violento o addirittura venato di sadismo, è associato un certo piacere.
E qui si tende anche a partecipare a scontri con il “potere” .
A livello collettivo, basta guardare agli ultimi fatti accaduti a Torino - dove la violenza si accanisce verso i rappresentanti della legge; contro coloro che rappresentano la regola e cercano di ripristinare la legalità’.
Senza aderenza a ideologie, personalmente sono convinto, lasciando da parte l’adesione a ideologie partitiche, che i limiti vadano ripristinati fin dall’infanzia. In modo tale che un bambino possa crescere con una chiara distinzione fra ciò che è Bene e quanto rappresenta il Male.
Dott. Francesco Giovannozzi, Psicologo-Psicoterapeuta.
Ossessione e Compulsione
Un signore mi confida che da tempo ha bisogno di controllare se ha chiuso il portone della sua casa. Una signora invece deve essere certa che ha chiuso il gas in cucina.
Dopo aver controllato, sia il gas che il portone stavano bene e in ordine.
Un altro signore di mezza età sente il bisogno di dover vedere se la sua auto è a posto, poi deve andare a controllarla, deve fare un giro intorno alla stessa, toccarla in diversi punti, e solo dopo aver compiuto queste sequenze comportamentali, può rientrare tranquillamente. A volte sente il bisogno di farlo più volte in una giornata.
Nel vocabolario Treccani al termine «ossessione» si legge: «rappresentazione mentale che la volontà non riesce ad eliminare accompagnata da ansia».
Alla voce «compulsione»: «costrizione, l’essere spinto da necessità a fare qualcosa».
Molte persone hanno dei pensieri verso i quali non hanno alcun interesse; spesso sono delle idee senza alcun senso, ma che richiedono loro un notevole sforzo mentale.
Senza volerlo queste idee ci invadono, e fanno “lambiccare” il cervello come se fossero questioni fondamentali.
Possono trattarsi di pensieri, immagini che generano preoccupazione - e di solito vengono seguiti da costrizioni che la persona deve compiere per calmare l’inquietudine.
Tra l’idea ”fissa” e il bisogno di compiere qualche atto, gesto per far sì che non succeda nulla di male, insorge spesso un dubbio, che intacca le nostre convinzioni più certe .
Il tutto sfocia in una indecisione sempre più grande che limita la propria libertà di azione: per fare una scelta anche semplice si impiega tanto tempo.
A volte ci fa giungere a non saper prendere una decisione. Il dubbio può riguardare un pensiero, un ricordo, un’azione, ecc. e può sconfinare da un contenuto all’altro.
Una persona con questi problemi, uscendo di casa a volte si sente costretta a tornarci per essere certa di non aver lasciato la luce accesa, e per essere sicura a volte lo deve fare parecchie volte.
In letteratura vengono citati esempi di persone che nello spedire una lettera sentivano poi il bisogno di riaprirla per controllare ciò che avevano scritto.
In quadri psicologici come questo si parla anche di «ruminazione», che è sempre associato al dubbio.
In campo biologico essa si configura quale processo digestivo di alcuni animali, tipo i bovini. Il cibo ingerito viene riportato in bocca per essere masticato nuovamente, in maniera migliore; quindi inghiottito di nuovo per ultimare la digestione.
In campo psicologico la «ruminazione» descrive un pensiero ripetitivo e durevole focalizzato su eventi passati, diverso dal «rimuginio» che invece riguarda più gli eventi futuri.
Vengono descritti anche dei cerimoniali. In essi l’individuo deve fare una sequenza di atti come lavarsi sovente le mani, pulire tante volte oggetti della vita quotidiana.
Interviene qui un aspetto del quadro psicologico descritto: la «rupofobia» e contaminazione. La rupofobia è la paura morbosa dello sporco e di poter essere infettati. Può riguardare qualsiasi aspetto della nostra vita: sia oggetti che persone, o luoghi pubblici. È un aspetto che può nuocere anche all’intimità.
Il periodo del Covid ha aumentato la paura del contagio, ma questo era un evento reale. Anche tanti anni fa intorno agli anni 1986 ci fu il fenomeno di Chernobyl e lì veramente dovevamo essere attenti a ciò che si mangiava poiché il cibo e soprattutto le verdure potevano essere state contaminate.
Chiunque ha queste idee, passeggiando potrà contare le auto nel parcheggio, o toccare i pali dei lampioni, oppure cercare di evitare le fenditure dei pavimenti, ecc.
Nei casi gravi queste persone possono sentire di far del male a qualcuno; così questi pensieri lo fanno “indietreggiare”. Costoro devono darsi uno “scossone” onde cercare di scacciare tali idee che terrorizzano.
Le persone con queste caratteristiche generalmente sono delle persone rigorose, si preoccupano dei particolari, osservano minuziosamente regole e formalità.
Tuttavia dando importanza ai dettagli, spesso trascurano l’essenziale.
Quanta gente nel loro ambito lavorativo sente il bisogno di mettere in fila e in eccessivo ordine i loro oggetti.
Ordine e controllo sono strettamente interconnessi, perché l’ordine esterno può essere una modalità per raggiungere un ordine interno che può ridurre lo stress.
Parliamo però di ordine eccessivo. Un minimo di ordine è necessario per non creare confusione e poter ritrovare le nostre cose
Anche la balbuzie è un’alterazione del linguaggio collegata a questo quadro psicologico.
La persona che balbetta si impegna all’inizio, alla prima lettera o sillaba, e la ripete finché non finisce la parola.
Come si sa, il suo linguaggio è sciolto quando è solo o quando recita, quando canta.
Altrimenti mortificato dal suo difetto tenderà a isolarsi e a parlare il meno possibile. Oppure insisterà ostinatamente a parlare con intensi sforzi fisici.
La balbuzie «è un conflitto tra la tendenza erotico uretrale all’espulsione e la tendenza erotico-anale alla ritenzione, spostata alla bocca» (Manuale di Psichiatria, Arieti, vol. I pag.353).
Dott. Francesco Giovannozzi, Psicologo-Psicoterapeuta.
Uno sguardo nel «buio».
Come ho già detto in precedenza molti poeti e scrittori hanno descritto il fluire dell’animo umano.
Eugenio Montale lo esprime in una sua poesia del 1925, sul male di vivere, fornendoci l’immagine di un ruscello che non riesce a far scorrere le sue acque, di una foglia accartocciata dal troppo calore, di un cavallo sfinito a terra.
Immagini che nella nostra mente non passano senza lasciare una riflessione e qualche interrogativo.
Momenti di “buio” nella nostra vita ce ne sono stati e forse ci saranno ancora.
Sensazioni di scoraggiamento e di non sapere quale strada prendere - ognuno di noi lo ha sperimentato sulla propria pelle.
L’intensità e la durata del “buio” variano a seconda delle circostanze e dalle capacità di reagire personali.
Di fronte a sconfitte o delusioni reagiamo in modo differente; ciò che disturba un soggetto, può lasciare un altro individuo del tutto indifferente.
Un incontro col “ buio” può essere usuale di fronte a gravi difficoltà come un lutto, la perdita del lavoro, l’insorgere di una malattia, la fine di relazioni affettive, e altro.
Tale stato d’animo è provvisorio e finisce spontaneamente, senza portare cambiamenti nella vita di una persona.
In casi diversi è bene non sottovalutare lo stato d’animo, perché potrebbe essere un segno di una sofferenza psicosomatica o psichica.
In questi casi spesso si provano delle sensazioni inspiegabili di preoccupazione, di apatia; e ci sentiamo più affaticati.
Ricordiamoci che la reazione al “buio” segue sovente un’esperienza traumatica, la quale in circostanze ordinarie della vita non avrebbe causato nessuna sensazione temporanea di cattivo umore.
Una reazione maggiore e più protratta nel tempo, una reazione che l’individuo non riesce a superare da solo, è una condizione non usuale.
Nelle persone anziane le scosse emotive possono far insorgere momenti di “buio” più facilmente che nei giovani.
Talora gli anziani vengono messi da parte, hanno meno relazioni sociali, e spesso ne viene a soffrire il loro prestigio; principalmente quando viene meno la speranza.
Ma anche gli adolescenti [con la loro precarietà] non sono immuni a questi momenti di inquietudine.
Non è vero che l’adolescenza è un periodo felice della vita; anzi, forse è uno dei più travagliati.
In questi momenti di “buio” che la clinica chiama «depressione», notiamo: le persone che attraversano questa fase riducono di molto le loro attività, hanno meno fiducia in se stessi, si intesseranno a poche cose.
Sono capaci di conservare il lavoro anche se devono intensificare gli sforzi. Di solito la memoria e il rapporto con la realtà non sono alterati - a meno che non è insorto uno stato grave («psicosi»).
Arieti parla della depressione che qui abbiamo chiamato “buio” come una combinazione di tristezza e pessimismo.
Quest’ultimo costituisce l’elemento essenziale della combinazione; l’idea non sana sta nel credere che ciò che è accaduto a una persona gli succederà sempre, o che lo stato d’animo in cui si trova non muterà mai.
Il disfattismo, l’illusione di saper cosa ci succederà in futuro, consolida la tristezza in “buio”.
Spesso il “buio” dell’anima viene scaricato sul corpo.
Possiamo subire perdita di peso, sensazioni di oppressione a livello cardiaco; diminuzione delle secrezioni corporee; insonnia; e sovente mal di testa.
Nel comportamento con gli altri il “buio” ci fa tendere a sfruttare e condizionare il prossimo; ci fa essere poco inclini a essere persuasi. Difficilmente diamo soddisfazione al prossimo, e spesso l’ostilità ci invade.
Faber Andrew ha scritto una poesia intitolata ‘A chi sta attraversando il suo buio’…
Il poeta invita il lettore a «credere nella poesia. Negli occhi di chi quella strada l’ha già ritrovata».
Poi ancora: «C’è un cielo di qua che vi aspetta, con un panorama di sogni da togliere il fiato».
Per un poeta la poesia è la strada maestra, ma noi che non siamo poeti abbiamo qualcosa in cui Credere, e che costituisce il pilastro della nostra realtà.
Ricordiamoci sempre che quando la notte raggiunge il suo punto più oscuro, lì inizia l’alba di un nuovo giorno.
Francesco Giovannozzi psicologo psicoterapeuta.
Nella società odierna i fattori che procurano affanno e inquietudine sono molteplici e sovente le strategie per combatterle sono più difficili da trovare.
Questo tempo caratterizza il “barcollare” di valori fondamentali, di norme, di aspirazioni, che spingevano l’uomo verso la sua realizzazione, verso una sana relazione con gli altri.
Le attuali guerre nel mondo, il ricordo di esse per i meno giovani, le minacce atomiche, si aggiungono alla lista.
In un clima così ostile l’isolamento dell’uomo si accentua.
Ogni persona ha il proprio modo di reagire: quello più usuale è un senso di disagio, di ansietà, di sentirsi in pericolo senza sapere quale esso sia; di rovina, o altro.
Sovente ci sfugge la causa di tutto questo. La persona si sente disarmata, e se questa inquietudine è forte, può essere scaricata sul corpo.
Si noterà una rigidità muscolare, o possono essere presenti tremori, un sentirsi deboli, stanchi; anche la voce può tremare.
A livello cardio-circolatorio possono manifestarsi palpitazioni, svenimenti, aumento del battito cardiaco, aumento della pressione.
Anche a livello dell’intestino possono manifestarsi nausee, vomiti, mal di pancia - che non hanno origine organica.
Vi possono essere anche altre manifestazioni tipiche della storia di ogni persona, e non c’è organo su cui non può essere scaricata la tensione interna.
Ricordo che nella mia attività professionale ho incontrato soggetti con problematiche psicologiche “scaricate” in diverse parti del corpo; a volte, le più impensabili.
Mi sono ritrovato di fronte alopecie (perdita di capelli), arti bloccati, disturbi della vista, svenimenti, e negli ultimi tempi adolescenti che si tagliavano…
Se la persona si sente sopraffare da un’onda anomala di malessere interiore, può reagire in maniera inadeguata o addirittura pericolosa (alcol, droghe, corse in auto, gioco d’azzardo, ecc.).
La comprensione di queste agitazioni, preoccupazioni, ansie, è importante per stabilire quando esse sono nella norma o meno.
Gli stati di ansia non comuni si distinguono da una apprensione più o meno persistente, con crisi acute.
Questi stati sono da distinguersi dallo stato di preoccupazione diffusa che troviamo come usuale nella nostra vita quotidiana.
Ricordiamoci che per definire la nostra ansia, agitazione, dobbiamo convincerci che essa è qualcosa di normale quando l’individuo si sente minacciato.
L’agitazione va distinta dalla paura, dove il pericolo è reale: l’individuo può valutare la situazione e scegliere se affrontarla, o fuggire.
Quando parliamo di agitazione nella norma, vogliamo dire che è nella natura umana provarla di fronte ad un pericolo, a una malattia, etc.
Rappresenta il modo di vivere più profondo della nostra esistenza umana,
Ci fa trovare dinanzi ai nostri limiti, alle nostre debolezze, che non sono manifestazioni del malessere interiore o di malattia, ma espressioni della natura umana.
Più siamo coscienti dei nostri limiti, più riusciamo a vivere con le nostre ansie.
Per i nostri simili che si sentono onnipotenti l’agitazione, l’ansia, risultano insopportabili, poiché vengono alla coscienza i limiti che sono una ferita al proprio “sentirsi una creatura superiore”.
Sperimentiamo una normale inquietudine anche quando lasciamo una “strada vecchia per una nuova”.
Sotto questo punto di vista essa ci accompagna nei nostri cambiamenti, nella nostra evoluzione, e nel trovare un significato nella nostra vita.
Dott Francesco Giovannozzi psicologo-psicoterapeuta
Riflessioni sul senso religioso.
Anche questa riflessione nasce da un dialogo con un signore della mia età circa.
Questo signore conosciuto e stimato nel suo paese incontrando una sua vecchia conoscenza, viene redarguito da quest’ultima perché non frequentava le funzioni religiose; secondo lei avrebbe dovuto farlo per il suo bene. Il signore ha risposto che non sentiva questo bisogno e che non gli sembrava che il suo comportamento potesse offendere il senso religioso generalmente inteso.
Discussioni del genere ce ne sono spesso fra gli esseri umani, non è una novità. La riporto perché mi ha fatto riflettere sul senso religioso nella vita dell’uomo. L’argomento tocca diverse discipline ed è complesso.
Studi di Fiorenzo Facchini dicono che vari comportamenti dell’uomo preistorico vengono letti in senso religioso. I nostri antenati davano sepoltura ai loro morti e dipingevano raffigurazioni sulle pareti.
Queste caverne avevano qualcosa di sacro. Manifestazioni religiose dell’antichità erano i canti e le danze.
In tutte le religioni troviamo un bisogno di rassicurazione sulla nostra vita e anche il bisogno di trovare delle risposte magiche ai nostri problemi.
Bettelheim sostiene che a livello individuale e soprattutto nell’infanzia la religione può dare quelle basi di stabilità e sicurezza con cui il bambino potrà evolversi verso l’autonomia.
La società in cui viviamo ci impone di correre, di essere al passo con i tempi; vuole darci i suoi valori.
Oggi esiste la moda dell’effimero, della competitività - e allora è psicologicamente rassicurante credere in una “madre-ambiente” che ci vuole bene, o essere dentro un disegno che dà significato alla nostra vita.
A differenza di Freud che non aveva una visione positiva, o del filosofo Carlo Marx il quale sosteneva che la religione è l’oppio dei popoli, Jung nell’undicesimo volume “Psicologia e religione” dice testualmente:
“Poiché’ la religione è incontestabilmente una delle prime e universali espressioni dell’anima umana […] non è soltanto un fenomeno sociologico o storico, ma un’importante questione personale” (vol.XI, p.15).
Nella mia lunga pratica professionale ho incontrato spesso persone che hanno dovuto fare i conti con questa tematica.
Compito del terapeuta non è condizionare l’altro, ma chiarire le dinamiche sottostanti.
Ho incontrato persone che si definivano non credenti ma che a livello inconscio dovevano fare i conti con i loro sogni. Oppure individui che appartenevano a religioni diverse talmente rigide che inibivano il loro il senso vitale.
In tutti questi casi cresceva la conoscenza dell’animo umano, sia che esso si dichiarasse religioso o meno. Non stiamo discutendo della posizione filosofica di ciascuno.
Si notavano delle differenze tra la persona che si definiva religiosa da una che non lo era.
Tengo a precisare che tali differenze non costituiscono dei giudizi di valore, ma solo caratteristiche comportamentali.
lI religioso crede che esiste una realtà che è sacra e che va oltre questo mondo - e che la sua esistenza viene potenziata in base al suo credo.
Colui che si definiva non credente rifiutava la trascendenza, era uno il quale si fa da sé e crede che solamente lui si costruisce il proprio destino.
Una preoccupazione costante è quella di negare qualsiasi riferimento o battuta di spirito venisse riferita ad argomenti religiosi.
Addirittura ho incontrato qualcuno più preoccupato di quale fosse il mio credo più che dei suoi problemi personali. Ho sempre risposto che il mio ambito d’azione era la psiche in tutte le sue manifestazioni. Al di là di ogni manifestazione sacra o meno, il rispetto della persona è già un atteggiamento sacro.
“Desacralizzarsi“ del tutto non è neanche facile, poiché è difficile rinnegare del tutto la storia - sia per chi crede nella creazione e per chi crede nell’evoluzione.
Chissà se l’evoluzione include una creazione?
Dott. Francesco Giovannozzi Psicologo-psicoterapeuta
The dialogue of Jesus with the rich young man, related in the nineteenth chapter of Saint Matthew's Gospel, can serve as a useful guide for listening once more in a lively and direct way to his moral teaching [Veritatis Splendor n.6]
Il dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di san Matteo, può costituire un'utile traccia per riascoltare in modo vivo e incisivo il suo insegnamento morale [Veritatis Splendor n.6]
St Augustine rightly commented: “Christ showed himself indifferent to her, not in order to refuse her his mercy but rather to inflame her desire for it” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Pope Benedict]
Sant’Agostino commenta giustamente: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Papa Benedetto]
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present: "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" [Sacrosanctum Concilium, 7]
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
don Giuseppe Nespeca
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