Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
20a Domenica del Tempo Ordinario (anno A) [16 Agosto 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (56,1.6-7)
Questo brano attribuito al cosiddetto “Terzo Isaia” risale a dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia, tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C. Tornati a Gerusalemme gli Ebrei trovano la città occupata da stranieri, dei quali alcuni hanno iniziato a partecipare alla vita religiosa. Nasce un conflitto: alcuni sono per la salvaguardia rigorosa della propria identità, altri invece favorevoli a maggiore apertura. Il profeta, a nome di Dio, afferma che lo straniero sinceramente devoto non va escluso, chi ama il Signore e rispetta la sua alleanza può entrare nella comunità. Gli stranieri vengono integrati se osservano il sabato, rispettano l’alleanza, praticano la giustizia, vivono secondo la torah. Si compie così un passo verso l’accettazione dell’idea che la salvezza non è riservata a Israele perché, dice il Signore, “la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli.” Nella tensione tra identità e apertura (esclusione e inclusione) la permanente difficoltà sta nel salvaguardare le esigenze della fedeltà all’Alleanza con Dio senza chiudersi agli altri; un equilibrio delicato che riguarda tutte le religioni. Con Isaia si compie in Israele un passo decisivo verso una fede più inclusiva con stranieri integrati alla religione deli Ebrei. che vengono chiamati “proseliti”.
Salmo responsoriale (66/67)
Il Salmo riflette sulla benedizione di Dio, che è augurio di felicità e sulla missione universale del popolo d’Israele. Siamo in una grande celebrazione nel Tempio di Gerusalemme mentre i sacerdoti benedicono il popolo con parole tratte dal libro dei Numeri: “Il Signore ti benedica e ti custodisca; faccia risplendere il suo volto su di te e ti conceda pace.” Emerge qui una verità importante: Dio non comincia a benedire quando il sacerdote lo chiede, ma sempre, per cui quando si dice “Che Dio ti benedica”, il desiderio non riguarda Dio, ma la nostra disposizione ad accogliere la sua benedizione. Dio non ha altro progetto che il bene delle sue creature per cui benedire significa letteralmente porre il suo Nome su qualcuno e poiché il nome indica la persona, essere benedetti significa vivere sotto la protezione di Dio, entrare nella sua presenza e lasciarsi illuminare dal suo amore. La benedizione stabilisce una relazione viva con Dio a cui i fedeli rispondono sempre Amen, che esprime il consenso ad accogliere questo dono divino. La benedizione è inoltre per tutti i popoli: “Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino tutti i popoli” per cui il popolo eletto benedetto deve diventare strumento di benedizione di Dio per tutta l’umanità.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (11, 13-15.29-32)
San Paolo passa dall’evangelizzazione agli Ebrei ai pagani. Prima della conversione sulla via di Damasco, san Paolo divideva l’umanità in due gruppi: il popolo ebraico e i pagani. Dopo l’incontro con Cristo risorto, comprese che la missione di Israele era portare il Messia a tutte le nazioni. Per questo il suo progetto era semplice: annunciare Gesù agli Ebrei e attraverso Israele far giungere il Vangelo a tutti i popoli. Ad Antiochia di Pisidia. Paolo e Barnaba iniziarono a predicare nella sinagoga e furono ascoltati con interesse. La settimana successiva alcuni Ebrei accolsero il messaggio; altri lo rifiutarono con ostilità; molti pagani mostrarono invece interesse. Di fronte al rifiuto di gran parte degli Ebrei, Paolo dichiarò: Poiché respingete la Parola di Dio, ci rivolgiamo ai pagani. Questa scelta si ripeterà in altre città durante i suoi viaggi missionari. Secondo Paolo, l’apertura ai pagani nacque dal fatto che molti Ebrei non riconobbero Gesù come Messia. Paradossalmente, proprio questo rifiuto favorì la diffusione del Vangelo tra le nazioni. Perciò i cristiani provenienti dal paganesimo non devono sentirsi superiori agli Ebrei, perché la loro conversione è legata alla storia e alla missione di Israele. Dio dunque ha abbandonato Israele? Questa è la domanda centrale della riflessione di Paolo. La sua risposta è netta: no. Dio non revoca le sue promesse perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. L’Alleanza stipulata da Dio con Israele rimane sempre valida e Paolo arriva a una conclusione molto audace: Dio permette che gli uomini sperimentino il loro rifiuto e i loro errori e sa trasformare anche le situazioni negative per la salvezza. I pagani hanno ricevuto la misericordia di Dio e anche Israele, un giorno, potrà riconoscere la stessa misericordia perché il progetto finale di Dio riguarda tutti. La sua Alleanza con Israele resta valida e la sua misericordia è destinata sia agli Ebrei sia ai pagani.
Dal Vangelo secondo Matteo (15,21-28)
La scena evangelica dell’ostinazione della Cananea arriva subito dopo un insegnamento di Gesù sulla purezza rituale. Nel mondo ebraico la purezza non è assenza di peccato, ma l’idoneità ad avvicinarsi a Dio e i farisei davano molta importanza alle regole di purezza rituale per essere degni di pregare e andare al Tempio. Gesù invece dice che la purezza è prima di tutto questione di cuore e di intenzione e afferma che è ciò che esce dalla bocca e proviene dal cuore a rendere impuro l’uomo. E’ dal cuore infatti che provengono i pensieri cattivi..., ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende impuro l’uomo (Mt 15,18-20). Subito dopo questa polemica Gesù va in territorio pagano “impuro” perché non vi si rispettano le regole della Torah. Proprio lì una Cananea gli chiede di guarire sua figlia, ma Gesù non le da retta, tanto che i discepoli intervengono per mandarla via (Lc 11,5-8). Poiché però continua ad insistere Gesù risponde: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 15,24). Nella storia della salvezza, la prima tappa riguarda Israele, come anche Gesù indica agli apostoli: non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 10,5-6). Ed è ciò che anche san Paolo ha fatto. Si rivolse prima ai giudei e dopo il fallimento con la maggioranza dei giudei, si dedica ai pagani, come leggiamo nella seconda lettura di questa domenica. Gesù annuncia anche qui che la salvezza è ora per tutti, Ebrei e gentili, e l’unica condizione è la fede, una fiducia come quella della Cananea che si ostina a fidarsi di lui. La fede in effetti non è proprio credere in Gesù e fidarsi totalmente di lui e affidarsi a lui? Gesù non chiede alla Cananea nessuna pratica della religione ebraica, ma solo la fede e il suo atteggiamento verso di lei costituisce il modello di accoglienza dei pagani. La cananea “ostinata” nella sua richiesta diventa il modello della nostra fede per noi e le nostre comunità.
+Giovanni D’Ercole
[15 Agosto 2026]
Prima Lettura dal libro dell’Apocalisse (11,19a;12,1-6a.10a)
Tutta l’Apocalisse è per la prima comunità perseguitata un messaggio di vittoria con molte immagini: l’Arca dell’Alleanza, tre personaggi, la donna, il drago, il neonato.
1. L’Arca dell’Alleanza ricorda il cofano di legno dorato che accompagnava il popolo durante l’Esodo al Sinai, memoria costante per Israele dell’Alleanza con Dio. Quell’arca si era perduta durante l’esilio a Babilonia, si raccontava che Geremia l’avesse nascosta sul monte Nebo (2Mac 2,8) e si credeva che sarebbe riapparsa alla venuta del Messia. Ora Giovanni la vede riapparire: (Ap 11,19) e per lui è il segno che la fine dei tempi è arrivata e l’Alleanza di Dio con l’umanità è compiuta in modo definitivo.
2. La donna, Israele e il Messia generato dal Popolo eletto. “Poi appare, sempre in cielo, “una donna vestita di sole..” (Ap 12,1-2). Nell’AT spesso i rapporti tra Dio e Israele sono descritti in termini di nozze. Osea parla del fidanzamento di Dio con il suo popolo. Isaia sviluppa il tema delle nozze fino a presentare la venuta del Messia come un parto, Geremia, Ezechiele, il secondo e terzo Isaia usano il vocabolario dei fidanzamenti e delle nozze (Ger 2,2); (Is 62,5). Il Cantico dei Cantici, dialogo d’amore in 7 poemi che non identifica mai i due amanti, dagli Ebrei viene visto come dialogo tra Dio e il suo popolo e lo leggono per questo s nel sabato della settimana pasquale, la grande festa dell’Alleanza di Dio con Israele. Purtroppo Israele fu spesso sposa infedele (idolatrica: gelosia, adulterio, ma anche riconciliazione e perdono, perché Dio resta fedele. Quindi la donna dell’Apocalisse designa il popolo eletto che genera il Messia. Un parto doloroso per i discepoli di Cristo affrontati alla persecuzione, ai quali Giovanni dice: voi state partorendo l’umanità nuova.
3. Il drago: le forze del male. Il drago appostato “davanti alla donna per divorare il bambino appena nato” (Ap 12,4) dice il combattimento delle forze del male contro il progetto di Dio. Per i cristiani perseguitati la parola “drago” non è troppo forte perché dice la violenza che affrontano: il drago è “enorme... rosso fuoco, con sette teste e dieci corna, e sulle teste sette diademi”. Testa e corna dicono intelligenza e forza, il diadema designa il potere imperiale con la sua reale capacità di nuocere. E infatti riesce a trascinare “la terza parte delle stelle del cielo e le gettò sulla terra”. E’ però solo un terzo delle stelle: dunque solo una parvenza di vittoria e il seguito dirà che il potere del male è provvisorio.
4. Il bambino è il Messia Risorto. “Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro” (Ap 12,5.) Giovanni designa il Messia e allude al Sal 2: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato… Le spezzerai con scettro di ferro” (2,7-9). Anche “pastore” era termine classico per parlare del Messia. Segue l’immagine del rapimento del bambino “presso Dio e il suo trono”: simbolo della Risurrezione di Cristo. Era chiarissimo per i primi cristiani abituati a parlare di Lui come il “Primogenito” ora seduto alla destra di Dio. Ma il suo popolo rimane nel mondo. Un mondo difficile, ma dove sono assicurati della protezione di Dio: questo è il senso del deserto, altro richiamo all’Esodo in cui Dio non ha smesso di prendersi cura del suo popolo. I credenti si rassicurino: se il drago ha fallito in cielo, non può riuscire sulla terra. La conclusione è la vittoria già iniziata dalla Risurrezione. Ai primi cristiani che partorivano l’umanità nuova nel dolore della persecuzione, l’Apocalisse annuncia la vittoria: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo” (Ap 12,10). Da quando il Messia è risorto, la vittoria è iniziata.
Salmo Responsoriale (44/45)
Questo salmo ci fa assistere alla cerimonia di nozze del re di Gerusalemme con una giovane principessa straniera (v.10) per sigillare l’alleanza tra due popoli. I matrimoni hanno siglato sempre alleanze tra Stati., ma per Israele l’Alleanza è esclusiva con l’unico Dio, quindi ogni ragazza straniera diventata regina doveva sposare la religione del re. Concretamente, in questo salmo la principessa che viene da Tiro dovrà rinunciare alle pratiche idolatriche per essere degna del suo nuovo popolo e del suo re: «Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre» (v.11). Salomone sposò straniere pagane, Acab la regina Gezabele con il grande scontro del profeta Elia contro i molti sacerdoti e profeti di Baal. Per chi sa leggere tra le righe, questi consigli alla principessa di Tiro si rivolgono in realtà a Israele. Lo sposo regale descritto nel salmo non è altri che Dio stesso, e questa «figlia di re, condotta tutta parata verso lo sposo» è il popolo d’Israele ammesso nell’intimità del suo Dio. Attraverso il rapporto tra Dio e il suo popolo si allude poi al matrimonio tra Dio e tutta l’umanità.,
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (15,20-27°)
Qui sono messe a confronto tre figure: Maria, Gesù di Nazaret e Adamo. Maria, modello della fede è proclamata beata perché ha creduto alla parola di Dio. Nella sua vita ha conosciuto il dolore annunciato da Simeone, ma non ha mai smesso di fidarsi di Dio. Gesù percorre la stessa via nella totale fiducia verso il Padre. e tutto in lui si riassume in queste parole: “Padre, Sono venuto per fare la tua volontà”. La sua risurrezione dimostra che la fiducia in Dio conduce alla vera vita che passa attraverso la sofferenza e la morte. San Paolo contrappone Adamo e Cristo: due atteggiamenti opposti: Adamo è l’uomo che diffida di Dio e vuole decidere da solo; Cristo invece indica l’uomo che si affida completamente a Dio. Secondo Paolo ciascuno si comporta come Adamo quando rifiuta la fiducia in Dio e per questo in Adamo tutti muoiono. Mentre chi segue l’esempio di Cristo entra nella vita vera, fondata sull’amore e la comunione con Dio. L’Assunzione è il progetto di Dio per l’umanità fedele: Maria ha conosciuto l’invecchiamento e, lascata ha vita terrena, è entrata pienamente nella vita di Dio. La tradizione orientale parla della sua Dormizione per passare a una nuova forma di esistenza presso Dio: L’essere umano non è quindi destinato a rimanere per sempre nella sua condizione terrena ma è chiamato a una trasformazione. Gesù, ucciso dall’odio umano, è stato risuscitato da Dio e, come primo dei risorti, apre a tutta l’umanità la strada verso la vita eterna. Maria e Gesù mostrano che la via della vera vita non è l’autosufficienza di Adamo, ma la fiducia in Dio
Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56)
L’episodio della Visitazione mette in luce il ruolo di Maria, nuova Arca dell’Alleanza e modello della fede. Quando Elisabetta dice: “Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga a me?” l’evangelista richiama volutamente il trasferimento dell’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme da parte di Davide. Le somiglianze sono numerose: l’Arca e Maria viaggiano entrambe nelle colline della Giudea; l’Arca porta benedizione alla casa di Oved-Edom, Maria porta gioia alla casa di Zaccaria ed Elisabetta; entrambe rimangono tre mesi nella casa che le accoglie; Davide danza davanti all’Arca, mentre Giovanni Battista esulta nel grembo di sua madre davanti a Maria.
Per Luca tutto questo non è casuale. Maria è nuova presenza di Dio. L’Arca era il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Presentando Maria come la nuova Arca, Luca vuole affermare che Dio è presente in modo unico nel bambino che ella porta in grembo. Si realizza così il mistero dell’Incarnazione. Maria diventa il luogo vivente della presenza divina. Elisabetta proclama: Beata colei che ha creduto e la vera grandezza di Maria non consiste soltanto nell’essere la madre di Gesù, ma nell’aver accolto con fiducia il progetto di Dio anche senza comprenderlo pienamente. In risposta a Elisabetta, Maria canta il Magnificat e non inventa parole nuove perché è costruito con espressioni tratte dai Salmi e da altre preghiere bibliche. E da qui emergono due insegnamenti. Umiltà: Maria non mette sé stessa al centro, ma si inserisce nella tradizione di fede del suo popolo; spirito comunitario: la sua preghiera non riguarda solo la sua vicenda personale, ma l’opera di Dio a favore di tutto il popolo. Ecco perché Maria è presentata come la nuova Arca dell’Alleanza, che porta in sé Dio fatta uomo, mentre il Magnificat mostra che ogni vocazione autentica non è un privilegio personale, ma una chiamata a servire gli altri e l’intero popolo di Dio.
+Giovanni D’Ercole
Dalle usanze coi limiti alla Spiritualità dei beni-Relazione
(Mt 19,16-22)
Al tempo di Gesù si viveva un momento di collasso sociale e disgregazione della dimensione comunitaria della vita - nel passato più legata alla famiglia, al clan e alla comunità.
La politica di Erode garantiva all’Impero il controllo della situazione: una realtà di massimo sfruttamento e grave repressione economica e civile.
Le imposizioni religiose assicuravano persino l’asservimento delle coscienze - e le autorità spirituali si facevano volentieri garanti di questa più occulta forma di schiavitù.
La condizione di sottomissione totale (civile e religiosa) del popolo tendeva ovunque a sminuire il senso della fraternità interpersonale e di gruppo.
Non mancavano severe condizioni di esclusione sociale e cultuale, che accentuavano lo smarrimento della gente, emarginata, priva di dimora e di riferimenti - persino religiosi.
Alcuni movimenti tentavano di ritessere le lacerazioni e proporre forme di vita condivisa, certo - ma accomunate da un’idea di decontaminazione tormentosa [Esseni, Farisei, Zeloti].
Gesù sceglie la strada d’un riscatto vitale decisivo, rispetto alle ideologie della riscoperta del purismo ascetico e di costume.
Per un radicale compimento dello spirito della Legge bisognava andare oltre le dottrine. Esse eccitano alcuni, eppure non cancellano il nostro senso intimo di vuoto.
La comunità dei figli non si tiene nei ‘limiti’, e non vive separata; così non accentua i tormenti d’imperfezione, o la percezione d’incompiutezza, né le emarginazioni - bensì le accoglie.
Non si sente messa in pericolo dal contatto con le realtà che il legalismo esterno della devozione considerava pericolose e maledette o in peccato. Trepida per esse.
La Chiesa riconosce il valore delle povertà esistenziali: non gli basta cercare “cose buone” senza ‘fuoco’ dentro.
Confessa la ricchezza non di tutto ciò che risulta già riconoscibile e statico, bensì delle nuove posizioni e dei rapporti difformi, che aprono il presente e spalancano visioni creative di futuro.
La Fede insomma non è un credere popolaresco identificato e in grado di accreditare ruoli, mansioni e personaggi.
Ai vv.18-19 Gesù non enumera comandamenti che farebbero vivere l’interlocutore [come si diceva un tempo] ‘più da presso’ a ‘Dio solo’, ma i criteri che ci portano vicino e accanto a sorelle e fratelli.
L’onore riservato al Padre non è una delle tante forme di amore competitivo: la soglia è il prossimo.
Il Figlio neppure cita i primi comandamenti, identificativi del Signore eccelso del suo popolo.
Le nostre mani abbracciano il senza-tempo… nell’amore concreto.
Esse innescano i dinamismi che annientano i tormenti dei minimi, e così in modo impensabile aiutano a farci riscoprire il senso e la gioia di vivere - lasciando rinascere il mondo [assai più che con le solite forme assicurative].
La vita consapevole non ha a che fare con usanze e cliché [che producono alibi] ma con un’altra serenità e gioia: lo stupore dell’inconsueto e di nuovi gradi, posti, stati, relazioni, situazioni.
Non esiste altra ricchezza che possa riempire le nostre giornate, mentre non c’è che tristezza (v.22) nei vecchi legami senza umanità. Essi calano tutti noi in una realtà mentale ed emotiva artificiosa.
Distaccarsi dal calcolo immediato sembra una scelta assurda, campata per aria e destinata male, ma è viceversa la mossa vincente che apre le porte alla Vita nuova del Regno e alla Felicità, cui si accede appunto quando i beni materiali vengono trasformati in Relazione.
Liberiamoci dalla pletora di obbiettivi sbagliati, che schiacciano i nostri percorsi, rendendoli paludosi. Riflettiamo bene anche noi, dunque, su «ciò ch’è insigne» (v.17).
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Hai imparato a cogliere la tua vita a partire dalla Bontà di Dio, o a cullarti e accontentarti di quanto c’è?
[Lunedì 20.a sett. T.O. 17 agosto 2026]
Dalle usanze coi limiti alla Spiritualità dei beni-Relazione
(Mt 19,16-22)
Al tempo di Gesù si viveva un momento di collasso sociale e disgregazione della dimensione comunitaria della vita - nel passato più legata alla famiglia, al clan e alla comunità.
La politica di Erode garantiva all’Impero il controllo della situazione: una realtà di massimo sfruttamento e grave repressione economica e civile.
Le imposizioni religiose assicuravano persino l’asservimento delle coscienze - e le autorità spirituali si facevano volentieri garanti di questa più occulta forma di schiavitù.
La condizione di sottomissione totale (civile e religiosa) del popolo tendeva ovunque a sminuire il senso della fraternità interpersonale e di gruppo.
Non mancavano severe condizioni di esclusione sociale e cultuale, che accentuavano lo smarrimento della gente, emarginata, priva di dimora e di riferimenti - persino religiosi.
Alcuni movimenti tentavano di ritessere le lacerazioni e proporre forme di vita condivisa, certo - ma accomunate da un’idea di decontaminazione tormentosa [Esseni, Farisei, Zeloti].
Gesù sceglie la strada d’un riscatto vitale decisivo, rispetto alle ideologie della riscoperta del purismo ascetico e di costume, tradizionalista nazionalista fondamentalista.
Per un radicale compimento dello spirito della Legge bisognava andare oltre le dottrine. Esse eccitano alcuni, eppure non cancellano il nostro senso intimo di vuoto.
La comunità dei figli non si tiene nei ‘limiti’, e non vive separata; così non accentua i tormenti d’imperfezione, o la percezione d’incompiutezza, né le emarginazioni - bensì le accoglie.
Non si sente messa in pericolo dal contatto con le realtà che il legalismo esterno della devozione antica considerava pericolose e maledette o in peccato. Trepida per esse.
La Chiesa riconosce il valore delle povertà esistenziali: non gli basta cercare “cose buone” senza ‘fuoco’ dentro.
Confessa la ricchezza non di tutto ciò che risulta già riconoscibile e statico, bensì delle nuove posizioni e dei rapporti difformi, che aprono il presente e spalancano visioni creative di futuro.
La Fede insomma non è un credere popolaresco identificato e in grado di accreditare ruoli, mansioni e personaggi - e i loro vantaggi, da cui tutti dovrebbero dipendere [!].
Né la dimensione-ricchezza può fare ancora rima con differenziazione-sicurezza.
Ai vv.18-19 Gesù non enumera comandamenti che farebbero vivere l’interlocutore [come si diceva un tempo] ‘più da presso’ a ‘Dio solo’, ma i criteri che ci portano vicino e accanto a sorelle e fratelli.
L’onore riservato al Padre non è una delle tante forme di amore competitivo: la soglia è il prossimo.
Il Dio delle religioni è un ragazzino capriccioso che pretende il pezzo grande della torta, a merenda: ma il Figlio non c’inganna con le idee più infantili delle credenze diffuse.
Neppure cita i primi comandamenti, identificativi del Signore eccelso del suo popolo.
Le nostre mani abbracciano il senza-tempo nell’amore concreto.
Esse innescano i dinamismi che annientano i tormenti dei minimi, e così in modo impensabile aiutano a farci riscoprire il senso e la gioia di vivere - lasciando rinascere il mondo, assai più che con le solite forme assicurative (sacralizzanti titoli e livelli economici acquisiti).
La vita consapevole non ha a che fare con usanze e cliché [che producono alibi] ma con un’altra serenità e gioia: lo stupore dell’inconsueto e di nuovi gradi, posti, stati, relazioni, situazioni.
Non esiste altra ricchezza che possa riempire le nostre giornate, mentre non c’è che tristezza (v.22) nei vecchi legami senza umanità. Essi calano tutti noi in una realtà mentale ed emotiva artificiosa.
Distaccarsi dal calcolo immediato sembra una scelta assurda, campata per aria e destinata male, ma è viceversa la mossa vincente che apre le porte alla Vita nuova del Regno e alla Felicità, cui si accede appunto quando i beni materiali vengono trasformati in Relazione.
Non conosciamo disciplina religiosa che tenga [e che riesca a sfidare il tempo, le nostre emozioni].
Solo il rischio per la Vita completa - nostra, di tutti - fa da molla alla volontà e spinge a piena dedizione.
Dice il Tao (xiii): «A chi di sé fa pregio a pro del mondo, si può affidare il mondo; a chi di sé ha cura a pro del mondo, si può confidare il mondo».
E il maestro Ho-shang Kung commenta: «Se facessi sì da non tenere alla mia persona, avrei in me la spontaneità del Tao: mi solleverei con leggerezza innalzandomi fino alle nubi, entrerei e uscirei là dove non sono interstizi, porrei lo spirito in comunicazione col Tao. Allora quale sventura avrei?».
Liberiamoci dalla pletora di obbiettivi sbagliati, che schiacciano i nostri percorsi, rendendoli paludosi. Riflettiamo bene anche noi, dunque, su «ciò ch’è insigne» (v.17).
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Grazie alle guide spirituali hai imparato a cogliere la tua vita a partire dalla Bontà di Dio, o a cullarti e accontentarti di quanto c’è?
Nella Chiesa hai trovato realizzato il criterio di Gesù, il forte desiderio di Bene anche altrui, in grado d’indicare un percorso? O più attenzione alle cose della terra?
Uno ti manca
Ereditare la Vita dell’Eterno
(Mc 10,17-27)
Cosa ci sfugge, malgrado la convinzione e il coinvolgimento? Per quale alto motivo abbiamo fatto alcune scelte comportamentali?
Anche se dedicassimo anni d’impegno al cammino spirituale in religione, ci accorgeremmo che infine non manca solo la ciliegina sulla torta, ma l’Uno globale.
Non è sufficiente accentuare o perfezionare le cose buone, bisogna fare un Balzo; non basta un passetto (anche alternativo) in più.
Paradossalmente si parte dalla percezione d’una ferita interiore che smuove (v.17) alla ricerca di quel Bene che unifica e dà senso alla vita.
Gesù fa riflettere su ciò che è da considerare «Insigne» (così il testo greco: vv.17-18).
Non è un magistero per i lontani, bensì per noi: «Uno ti manca!» - come se volesse sottolineare: «Ti manca il Tutto, non hai quasi niente!».
La vita normale procede, ma il cammino di fiducia difetta. Non c’è stupore.
Il nostro andare non si consolida né qualifica adeguandosi all’ambiente circostante, aggiungendo patrimonio a patrimonio e scansando peccatucci, o - soprattutto - le incognite.
Mancano troppe cose: la sfida del di più personale, la cura altrui, il confronto con la drammaticità del reale: non c’è unità, scarseggia la Presenza autentica che lancia l’amore nello spirito di avventura.
Non si tratta di avere uno spunto in aggiunta a quanto già possediamo, continuando a esserne schiavi (i titoli, il capitale o il soldo, che ci danno ordini come padroni; promettono, garantiscono, lusingano).
Non basta migliorare situazioni di relazione che conosciamo a memoria, facendosi approvare fin dal primo passo - né limitarsi ad approfondire pie curiosità saziando la gola spirituale.
Il passaggio dalla religiosità alla Fede che porta il nostro destino vocazionale e la piena realizzazione si gioca su una penuria di appoggi - in sistemi caotici di correlazione.
Per essere felici non vale “normalizzarsi” né rimanere persone perbene, devote, perché l’anima esige la sfida di cieli inesplorati.
Acque che non abbiamo sondato: lati di noi stessi, degli altri e della realtà che non abbiamo fatto emergere, e ancora forse non stiamo nemmeno scrutando.
Bisogna avventurarsi nei tratti basali e straordinari che oggi chiamano anche nel giorno dopo giorno; non attendere assicurazioni.
E il punto di partenza può anche essere l’accento del dubbio, una sana inquietudine dell’anima - il pericolo stesso... tipico dei testimoni critici.
Non tacitiamo il nostro essere malsicuro, né il senso d’insoddisfazione per una esistenza comune, senza scossoni: sono feconde sospensioni, che (quando pronti) ci attiveranno.
Sentirsi completo, realizzato, felice? Bisogna che sguardo e cuore cedano, non siano già occupati.
È assolutamente necessario lasciar andare le certezze dalla mente e dalla propria mano.
L’azzardo non è macerazione di sé o delle linee portanti della propria personalità - ma il temerario investire tutto per un altro regno, dove affiorano energie, si esplorano differenti rapporti; si tenta di sublimare i beni in matrice di vita (anche altrui: v.21).
Dopo che un senso d’incompletezza o persino l’infermità spirituale ci hanno spinti a una ricca sintonia con i codici dell’anima e condotti a tu per tu con Gesù (v.17) da Lui comprendiamo il segreto della Gioia.
Il nostro Nucleo rimane inquieto se non infonde corrispondenze che sorvolino - appunto - l’antico dominatore: i possedimenti, che fanno ristagnare.
Malgrado le garanzie promesse, essi rimangono stitici, privi di senso.
Anzi, bloccandoci nella dipendenza fanno regredire quasi nel pre-umano - scippando la delizia delle relazioni aperte, nel rispetto di sé.
Le Radici profonde vogliono modificare il vettore dell’io paludoso e situato - “come si deve”, ben inserito o autoreferenziale - affinché dilati comprendendo il Tu e il tutto reale (vv.28-30).
È la Nascita della donna e dell’uomo nuovi, madri e padri dell’umanizzazione (in una comunità viva, che accetta la convivialità delle differenze). Ciò che sfiora la condizione divina.
In grado persino di rovesciare le posizioni (v.31). Segno escatologico e della Chiesa genuina. Nido e Focolare vero.
È la Genesi nell’autenticità delle energie cosmiche e delle potenze interiori, che stanno preparando tappe di crescita - altrove.
Via via si crea il calore e la reciprocità d’un rapporto comprensivo, lo scopo d’Amore in ciò che intraprendiamo o rifacciamo; come il tepore amico d’una Presenza non frigida.
Viviamo il discrimine colmo d’ebbrezza da cui non si torna indietro, perché ci colloca nella Vita stessa dell’Eterno (v.17). L’Uno che manca (v.21).
Mentre mi adopero per rimettermi in discussione o in favore degli altri, affiorano le risorse prima celate - che neppure sapevo.
Con stupore faccio esperienza d’una realtà che passo passo si dischiude... nonché del Padre che provvede a me (v.27).
In tale estensione, impariamo a riconoscere il (nuovo decisivo) Soggetto del cammino spirituale: il Disegno di Dio nell’essere stesso.
Sogno che conduce, e malgrado le traversie, le tempeste emotive, i nostri contorcimenti, si rivela via via Somigliante.
Come innato: schietto, genuino, limpido; inconfutabile, smagliante, scorrevole.
Inseriti nella Comunità che ode l’appello a “uscire”, ci smuoviamo dalle tortuosità dei ripiegamenti; ed ecco il Centuplo del Padre in tutto (vv.28-30).
Eccetto una cosa: siamo chiamati a essere Fratelli, sullo stesso piano.
Non ci sarà nessun cento per uno di “padri” (nel senso antico), ossia di controllori condizionanti (vv. 29-30) che dettino il loro binario e ritmo, come a dei sottoposti.
Allora saremo nel nostro Centro, non perché identificati nel ruolo, bensì cesellati in modo stupefacente da sfaccettature d’Ignoto.
Una vita di attaccamenti o sottomessa a dirigismi blocca la creatività.
Appiccicarsi un idolo, lasciarsi plagiare o intimidire, ancorarsi alla paura di problemi o pre-occupazioni è come creare una camera buia.
Sentirsi programmabili, già progettati, senza un di più... subire i pareri ordinari o conformisti... esclude il vettore della Novità personale.
Chi si lascia inibire edifica una dimora artificiale, che non è casa sua, né la tenda del mondo.
Congetturando di riuscire a prevedere le avventure globali ci rattrappiamo, spaventiamo. Non si coglie ciò ch’è davvero nostro e altrui.
È quanto si palesa durante un processo - che diviene santo nell’esodo da se stessi e nella qualità di rapporti creativi.
Come ha detto il pontefice Francesco a Dublino: «Docili allo Spirito e non basati su piani tattici».
Sotto uno stimolo d’inedito e sconosciuto, sono le nuove genesi a permettere di spostare l’attenzione dal calcolo alla luminosità dell’anima, dal cervello all’occhio, dal ragionamento alla percezione.
Cosa devo «fare» (v.17)? Accogliere il Dono del diverso e delle differenze - persino nei miei stessi volti interiori, non di rado opposti; che completano.
Trasaliremo dell’Uno che manca, ma che ci raggiunge.
Non si fabbrica, ma si riceve, si «eredita» (v.17) gratuitamente - dal reale che preme.
«Dov’è l’Insigne per me?».
Per diventare ciò che autenticamente siamo nell’elezione della nostra sacra Sorgente, bisogna abbandonarsi alle cose, alle situazioni, persino agli ospiti emotivi inusitati - trattandoli con dignità, così come sono.
Dentro questo nuova terra antica c’è il segreto di quell’elevatezza che si staglia sui dilemmi, per ciascuno.
Con tutto il suo carico di stimolanti sorprese e appelli a rifiorire in pienezza umanizzante, il Buono sta nell’accogliere qualcosa che non so già cos’è o sarà, ma Viene.
«L’Unico ti manca!» - e il modo migliore per stimarne il contatto è una scommessa, matrice di essere: trasformare i beni (di ogni genere) in vita e relazione.
Il giovane del Vangelo - lo sappiamo - chiede a Gesù: “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Oggi non è facile parlare di vita eterna e di realtà eterne, perché la mentalità del nostro tempo ci dice che non esiste nulla di definitivo: tutto muta, e anche molto velocemente. “Cambiare” è diventata, in molti casi, la parola d’ordine, l’esercizio più esaltante della libertà, e in questo modo anche voi giovani siete portati spesso a pensare che sia impossibile compiere scelte definitive, che impegnino per tutta la vita. Ma è questo il modo giusto di usare la libertà? E’ proprio vero che per essere felici dobbiamo accontentarci di piccole e fugaci gioie momentanee, le quali, una volta terminate, lasciano l’amarezza nel cuore? Cari giovani, non è questa la vera libertà, la felicità non si raggiunge così. Ognuno di noi è creato non per compiere scelte provvisorie e revocabili, ma scelte definitive e irrevocabili, che danno senso pieno all’esistenza. Lo vediamo nella nostra vita: ogni esperienza bella, che ci colma di felicità, vorremmo che non avesse mai termine. Dio ci ha creato in vista del “per sempre”, ha posto nel cuore di ciascuno di noi il seme per una vita che realizzi qualcosa di bello e di grande. Abbiate il coraggio delle scelte definitive e vivetele con fedeltà! Il Signore potrà chiamarvi al matrimonio, al sacerdozio, alla vita consacrata, a un dono particolare di voi stessi: rispondetegli con generosità!
Nel dialogo con il giovane, che possedeva molte ricchezze, Gesù indica qual è la ricchezza più importante e più grande della vita: l’amore. Amare Dio e amare gli altri con tutto se stessi. La parola amore - lo sappiamo - si presta a varie interpretazioni ed ha diversi significati: noi abbiamo bisogno di un Maestro, Cristo, che ce ne indichi il senso più autentico e più profondo, che ci guidi alla fonte dell’amore e della vita. Amore è il nome proprio di Dio. L'Apostolo Giovanni ce lo ricorda: “Dio è amore”, e aggiunge che “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio”. E “se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1Gv 4,8.10.11). Nell’incontro con Cristo e nell’amore vicendevole sperimentiamo in noi la vita stessa di Dio, che rimane in noi con il suo amore perfetto, totale, eterno (cfr 1Gv 4,12). Non c'è nulla, quindi, di più grande per l'uomo, un essere mortale e limitato, che partecipare alla vita di amore di Dio. Oggi viviamo in un contesto culturale che non favorisce rapporti umani profondi e disinteressati, ma, al contrario, induce spesso a chiudersi in se stessi, all’individualismo, a lasciar prevalere l’egoismo che c’è nell’uomo. Ma il cuore di un giovane è per natura sensibile all’amore vero. Perciò mi rivolgo con grande fiducia a ciascuno di voi e vi dico: non è facile fare della vostra vita qualcosa di bello e di grande, è impegnativo, ma con Cristo tutto è possibile!
[Papa Benedetto, Incontro con i Giovani, Torino 2 maggio 2010]
6. Il dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di san Matteo, può costituire un'utile traccia per riascoltare in modo vivo e incisivo il suo insegnamento morale: «Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: "Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?". Egli rispose: "Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti". Ed egli chiese: "Quali?". Gesù rispose: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso. Il giovane gli disse: "Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?". Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi"«(Mt 19,16-21).
7. «Ed ecco un tale...». Nel giovane, che il Vangelo di Matteo non nomina, possiamo riconoscere ogni uomo che, coscientemente o no, si avvicina a Cristo, Redentore dell'uomo, e gli pone la domanda morale. Per il giovane, prima che una domanda sulle regole da osservare, è una domanda di pienezza di significato per la vita. E, in effetti, è questa l'aspirazione che sta al cuore di ogni decisione e di ogni azione umana, la segreta ricerca e l'intimo impulso che muove la libertà. Questa domanda è ultimamente un appello al Bene assoluto che ci attrae e ci chiama a sé, è l'eco di una vocazione di Dio, origine e fine della vita dell'uomo. Proprio in questa prospettiva il Concilio Vaticano II ha invitato a perfezionare la teologia morale in modo che la sua esposizione illustri l'altissima vocazione che i fedeli hanno ricevuto in Cristo, unica risposta che appaga pienamente il desiderio del cuore umano.
Perché gli uomini possano realizzare questo «incontro» con Cristo, Dio ha voluto la sua Chiesa. Essa, infatti, «desidera servire quest'unico fine: che ogni uomo possa ritrovare Cristo, perché Cristo possa, con ciascuno, percorrere la strada della vita».
[Papa Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor nn.6-7 cf.ss]
Il Signore Gesù regala il compimento, è venuto per questo. Quell’uomo doveva arrivare sulla soglia di un salto, dove si apre la possibilità di smettere di vivere di sé stessi, delle proprie opere, dei propri beni e – proprio perché manca la vita piena – lasciare tutto per seguire il Signore. A ben vedere, nell’invito finale di Gesù – immenso, meraviglioso – non c’è la proposta della povertà, ma della ricchezza, quella vera: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» (v. 21).
Chi, potendo scegliere fra un originale e una copia, sceglierebbe la copia? Ecco la sfida: trovare l’originale della vita, non la copia. Gesù non offre surrogati, ma vita vera, amore vero, ricchezza vera! Come potranno i giovani seguirci nella fede se non ci vedono scegliere l’originale, se ci vedono assuefatti alle mezze misure? È brutto trovare cristiani di mezza misura, cristiani – mi permetto la parola – “nani”; crescono fino ad una certa statura e poi no; cristiani con il cuore rimpicciolito, chiuso. È brutto trovare questo. Ci vuole l’esempio di qualcuno che mi invita a un “oltre”, a un “di più”, a crescere un po’. Sant’Ignazio lo chiamava il “magis”, «il fuoco, il fervore dell’azione, che scuote gli assonnati».
La strada di quel che manca passa per quel che c’è. Gesù non è venuto per abolire la Legge o i Profeti ma per dare compimento. Dobbiamo partire dalla realtà per fare il salto in “quel che manca”. Dobbiamo scrutare l’ordinario per aprirci allo straordinario.
[Papa Francesco, Udienza Generale 13 giugno 2018]
Briciole e “fiuto”, parti integrali
(Mt 15,21-28)
La legge religiosa impediva di occuparsi di persone straniere e di altra etnia, frontiere, o cultura.
All’inizio, Gesù [ovvero: Lui nelle prime comunità, suo Corpo mistico] sembra non volersene curare (v.26).
Ma dopo aver aiutato le folle e i suoi ad emanciparsi dalla prigione delle norme di purità (vv.10-20) il giovane Rabbi stesso era uscito dai modi conformisti di sperimentare Dio.
Egli fa Esodo persino da territori nazionali e di razza che allora sequestravano le linfe vitali - così sorvolando i preconcetti “sacri”.
Per farci crescere nella Fede, Cristo promuove l’esistere variegato. In tal guisa, al di fuori della miopia standard, può riscontrare adesioni sbalorditive.
Fede: Principio Nuovo, che non allontana da noi stessi. E sgretola ogni illusione di esclusività.
Le singolari iniziative del Figlio nascono sulla base dell’esperienza tutta personale del divino, di un Padre munifico nell’elargire senza condizioni.
Provvidente e disuguale dal Dio taccagno delle religioni antiche: quest’ultimo tutto discordante dalle creature, estraneo, predatorio, e incomprensibilmente abitudinario.
Con una trovata inconsueta, il giovane Rabbi cerca di aprire la mentalità giudaizzante, superando le frontiere.
Persino il dialogo con una donna non del suo popolo era una “pensata” aliena dalla mentalità delle folle dell’epoca. Iniziativa estranea perfino alle concezioni delle prime due generazioni di credenti, sotto questo aspetto ancora ingessate e frammiste d’idoli.
Ma c’era tutto un popolo di sconosciuti [la «Donna» meticcia e la sua ‘discendenza’ spirituale] che sentiva di non avere futuro... e ciò interpellava i tanti apriorismi del tempo.
Insomma, anche la chiesa di Mt non aveva colto appieno il significato del «pane dei figli» - tutto a disposizione affinché venisse “riconosciuto”.
A motivo di rivalità, i popoli antichi erano soliti chiamare gli stranieri con l’appellativo sprezzante di «cane»: sinonimo d’impudenza, meschinità e ignobile bassezza.
La frase durissima del Signore (v.26) riflette un paragone proveniente dalle zone povere e dalla vita in famiglia, dove un tempo abbondavano animali domestici e gioventù.
Vi era pur differenza tra ‘bambini’ generati dall’ascolto della Parola di Dio e coloro che si regolavano “a fiuto”. Ma sebbene nessuno negasse il sostentamento ai «figli» per darlo ai «cani» attorno - questi ultimi avevano almeno il diritto delle briciole cadute sul terreno.
Per i diversi e lontani - anche malconsiderati - non è un problema ricorrere a Gesù in modo istintivo; anzi, anche oggi si accontenterebbero dei frantumi.
[Purtroppo, non di rado gli estranei e difformi sono più affamati della vera Manna dal Cielo].
Nella comunità cristiana non dovrebbe mancare il nutrimento del corpo e l’Alimento per chiunque (Mt 14,20-21).
La Fede non ha nazionalità, ed è l’unico linguaggio e relazione immediata validi per la comunicazione fra Dio e la donna e l’uomo.
Cristo è vivanda sapienziale per una libera circolazione; non cibo impedito, da tener chiuso.
Spezzare il Pane è partecipare l'esistere in radice; ciò che abbiamo e siamo. Metro di ciò che annunciamo, crediamo e pratichiamo.
[20.a Domenica T.O. (anno A), 16 agosto 2026]
The dialogue of Jesus with the rich young man, related in the nineteenth chapter of Saint Matthew's Gospel, can serve as a useful guide for listening once more in a lively and direct way to his moral teaching [Veritatis Splendor n.6]
Il dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di san Matteo, può costituire un'utile traccia per riascoltare in modo vivo e incisivo il suo insegnamento morale [Veritatis Splendor n.6]
St Augustine rightly commented: “Christ showed himself indifferent to her, not in order to refuse her his mercy but rather to inflame her desire for it” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Pope Benedict]
Sant’Agostino commenta giustamente: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Papa Benedetto]
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present: "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" [Sacrosanctum Concilium, 7]
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.