Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
32a Domenica T.O. (anno A) [8 novembre 2026]
*Prima Lettura dal libro della Sapienza (6,12-16)
Il libro della Sapienza presenta la Sapienza non soltanto come una qualità dell'intelligenza, ma come una presenza luminosa che si offre all'uomo e lo conduce alla verità. Non basta essere intelligenti o accumulare conoscenze: occorre avere un cuore disposto a cercare, ascoltare e lasciarsi trasformare. L’odierna lettura si articola in tre passaggi: La Sapienza è luminosa e non tramonta (v. 12) per cui si lascia contemplare da chi la ama. La Sapienza prende l'iniziativa (vv. 13-14) e anticipa chi la desidera e si fa trovare da chi la cerca. La Sapienza cerca a sua volta l'uomo (vv. 15-16) e raggiunge chi si alza presto per cercarla e gli va incontro con benevolenza. È importante osservare questa reciprocità: l'uomo cerca la Sapienza e la Sapienza, in qualche modo, cerca l'uomo. La ricerca spirituale non è soltanto uno sforzo umano ma anche la risposta a una chiamata che lo precede. La Sapienza è luce che fa vedere le cose come sono e quindi permette di comprenderne il significato. Anche se uno possiede molte informazioni tuttavia può non sapere quale direzione dare alla propria vita; può conoscere i mezzi, ma ignorare il fine; può essere abile nel fare, ma poco capace di discernere ciò che è veramente buono. La Sapienza, invece, è «indefettibile»: non si esaurisce, non perde il suo valore e non viene smentita dal trascorrere delle mode. Nel contesto del libro, scritto in ambiente giudaico ellenistico, probabilmente ad Alessandria d'Egitto tra il I secolo a.C. e l'inizio del I secolo d.C., la Sapienza è il dono di Dio che guida l'uomo nella giustizia e nella fedeltà. Non è una conoscenza riservata a pochi iniziati, ma una luce capace di orientare concretamente l'esistenza perché. la vera sapienza non consiste nel sapere tutto, ma nel vedere la vita alla luce di Dio. Chi ama la verità è disposto ad ascoltare anche ciò che mette in discussione le proprie convinzioni e se la cerca sinceramente è disposto a cambiare strada quando scopre di essersi sbagliato. Il verbo «contemplare» non indica uno sguardo frettoloso, ma un'attenzione capace di fermarsi e accogliere. La Sapienza richiede pertanto un cuore libero dalla pretesa di possedere già tutte le risposte. Noi viviamo in una società in cui le informazioni sono accessibili in ogni momento, ma la riflessione è spesso sacrificata alla velocità; sappiamo cercare una risposta su uno schermo, ma più difficile è trovare il silenzio necessario per comprendere se quella risposta ci rende davvero più umani. «Prevenendo quelli che la desiderano, appare loro per prima» (v. 13): qui emerge una delle intuizioni più profonde di questo testo. La Sapienza precede la ricerca umana perché Dio non rimane passivamente in attesa che l'uomo riesca a raggiungerlo con le proprie forze, ma è piuttosto la sua Sapienza a farsi vicina e a manifestarsi a chi è disposto ad accoglierla anche se l'iniziativa divina non elimina la libertà umana, bensì la suscita e la sostiene. È un principio fondamentale della vita spirituale: prima ancora che l'uomo cerchi Dio, Dio gli ha già aperto una strada per incontrarlo. Questa prospettiva ci libera da due errori opposti: dalla presunzione di poter conquistare Dio con le proprie capacità e dallo scoraggiamento di chi pensa che Dio sia troppo lontano o irraggiungibile. Come allora incontrare la Sapienza? Nella preghiera, nella Parola di Dio, nel discernimento, nella coscienza rettamente formata, nell'ascolto di una persona e persino in una prova attraversata con fede. Il problema non è la mancanza di tempo, ma il modo in cui siamo capaci di ordinare il nostro tempo e la domanda che ci provoca è: quale posto occupa la ricerca di Dio nelle mie giornate? La Sapienza ci raggiunge nella nostra vita concreta, nelle nostre decisioni e nei nostri pensieri e non è una teoria separata dall'esistenza: illumina il modo di agire, di amare, di governare e di relazionarsi con gli altri. Infine, per il cristiano, la Sapienza trova il suo compimento in Cristo, che san Paolo proclama «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Cor 1,24). In Gesù, la Sapienza divina non offre soltanto un insegnamento: si fa vicina all'uomo, ne condivide la condizione e gli mostra la via dell'amore. Appare quindi qui una dinamica che attraversa tutta la vita spirituale: desiderare, cercare, incontrare, lasciarsi guidare. Il desiderio apre il cuore; la ricerca lo rende perseverante; l'incontro lo illumina; l'accoglienza della Sapienza trasforma le scelte quotidiane. Possiamo concludere con tre domande semplici: Cerco davvero la Sapienza di Dio oppure cerco soprattutto conferme alle mie idee? Quale spazio concreto riservo ogni giorno al silenzio, alla preghiera e all'ascolto? Le decisioni che prendo manifestano maggiore sapienza, cioè maggiore verità, giustizia e amore? In sintesi: non è sapiente chi conosce molte cose, ma chi impara a vedere la propria vita alla luce di Dio. Se così vive, non cammina da solo e, mentre cerca la Sapienza, si rende conto che la Sapienza stessa gli è già venuta incontro.
*Salmo responsoriale (62/63)
Il Salmo 62 nella numerazione liturgica cattolica (63 nella numerazione ebraica e di molte Bibbie moderne) è il canto di una persona che, anche nella solitudine e nella prova, scopre che Dio è più necessario della vita stessa, perché è la sorgente che dà senso alla vita. Non quindi solamente preghiera di chi ha bisogno di essere aiutato, ma la preghiera di chi ha scoperto che nessuna realtà creata può colmare pienamente la sete del cuore umano. Il titolo biblico lo collega a Davide quando si trovava nel deserto di Giuda. Non possiamo identificare con certezza l'episodio storico, ma l'immagine del deserto è fondamentale per comprenderne il messaggio. Il deserto è un luogo reale, arido e faticoso, ma diventa anche il simbolo di una condizione spirituale: quando vengono meno le sicurezze e vive il deserto del cuore, l'uomo è ricondotto alle domande essenziali. In tale prospettiva cogliamo nel salmo quattro movimenti: La sete di Dio (vv. 2-3): l'anima cerca il Signore come una terra arida cerca l'acqua. L’anima la loda e ne fa memoria (vv. 4-6): l'amore di Dio vale più della vita e diventa motivo di benedizione. La comunione nella notte (vv. 7-9): il credente ricorda Dio anche durante le ore oscure e trova riparo nella sua presenza. La fiducia nella giustizia divina (vv. 10-12): il male non avrà l'ultima parola e il Signore custodirà chi si affida a lui. Il centro del salmo non è quindi il deserto, ma la presenza di Dio scoperta proprio nel deserto. La preghiera comincia con una professione personale: «Tu sei il mio Dio». Il salmista non parla anzitutto di ciò che Dio può dargli, ma di chi Dio è per lui e questo ci ricorda che prima della domanda viene la relazione; prima del bisogno, l'appartenenza. L'espressione «dall'aurora» indica l'intensità della ricerca e il credente comincia la giornata rivolgendosi a colui che ne costituisce il fondamento. Possa Dio essere sempre il primo riferimento interiore con cui affrontiamo le decisioni, le relazioni e le difficoltà. Una breve preghiera al risveglio può cambiare non necessariamente gli avvenimenti della giornata, ma il modo in cui li viviamo. «Di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne» (v. 2) La sete è una delle immagini bibliche più potenti del desiderio di Dio e il salmista non dice semplicemente che pensa a Dio, ma afferma di avere sete di lui. La società contemporanea offre molte possibilità di soddisfazione immediata: consumo, divertimento, visibilità, relazioni virtuali, eppure il desiderio può rimanere insoddisfatto anche quando abbiamo molte cose. Non ogni desiderio è sete di Dio in modo consapevole, ma le domande più profonde — essere amati, trovare un senso, non essere soli, sperare oltre la morte — possono diventare una via per riconoscere questa sete. Come la terra senza acqua non può produrre vita da sé, così il credente riconosce di non essere autosufficiente e la preghiera biblica ci ricorda che riconoscere la propria sete è l'inizio della sapienza. Chi si crede autosufficiente rischia di non cercare più nulla; chi riconosce la propria povertà può aprirsi alla relazione, alla grazia e all'aiuto degli altri.
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (4,13-18)
Paolo scrive a una comunità giovane, quella di Tessalonica, nella quale alcuni cristiani sono morti prima del ritorno glorioso di Cristo. I credenti si domandano che cosa accadrà a coloro che sono morti e se essi perderanno la partecipazione alla salvezza finale. L’Apostolo non risponde con una spiegazione puramente teorica dell’aldilà, ma annuncia il cuore della fede cristiana: la morte non ha l’ultima parola, perché Gesù è morto ed è risorto. La speranza dei cristiani nasce dalla Pasqua di Cristo e Paolo desidera che i cristiani non siano nell’ignoranza circa il destino dei defunti. Nel testo greco usa l’espressione hoi koimōmenoi, cioè «quelli che si sono addormentati» e il linguaggio del sonno è un'immagine che, alla luce della risurrezione, esprime la provvisorietà della morte: come il sonno attende il risveglio, così il credente attende la risurrezione. Nella cultura antica, la morte era spesso vissuta come una separazione definitiva e motivo di disperazione. Paolo non nega il dolore del distacco, ma vuole sottrarre i cristiani alla disperazione. Anche oggi la morte può essere rimossa, nascosta negli ospedali o considerata un fallimento da evitare a ogni costo, oppure può diventare una realtà che paralizza chi rimane. La fede non ci chiede di non piangere: ci insegna a piangere senza perdere la speranza. Paolo infatti non contrappone i cristiani a chi soffre, come se la fede rendesse insensibili. Gesù stesso ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro (Gv 11,35). La differenza non sta nell'assenza di tristezza, ma nella presenza di una speranza che attraversa il dolore. La speranza non indica un semplice desiderio che le cose vadano bene, ma una fiducia fondata sull'opera di Dio. Un cristiano può soffrire profondamente per la perdita di una persona amata. La sua fede non cancella il vuoto della sua assenza, ma gli permette di vivere quel vuoto dentro una relazione più grande: la comunione in Cristo, che la morte non può annientare. Gesù è morto ed è risorto: ecco il fondamento di tutto il brano. La fede cristiana non si fonda anzitutto sull'idea che l'anima sia immortale, né su una generica convinzione che dopo la morte esista qualcosa. Il suo centro è un evento: Dio ha risuscitato Gesù dai morti. Il verbo «radunerà» richiama l'azione salvifica di Dio, che non abbandona i suoi figli alla dispersione della morte, ma li conduce alla comunione con Cristo e la sua risurrezione è la garanzia della nostra speranza: ciò che Dio ha compiuto in lui anticipa il destino di coloro che gli appartengono. La domanda fondamentale non è soltanto: «Che cosa c'è dopo la morte?»., ma piuttosto: «Chi ci aspetta oltre la morte?». Per il cristiano, il futuro ultimo non è il nulla, né una forza impersonale: è Cristo, il Signore morto e risorto, che ci chiama alla comunione con sé. I cristiani di Tessalonica attendevano intensamente il ritorno di Cristo, la sua parousia, la sua venuta gloriosa e alcuni temevano che chi fosse morto prima di quell'evento avesse uno svantaggio. Paolo chiarisce che non sarà così. I defunti non saranno dimenticati né esclusi. Il destino dei cristiani non dipende dall'essere vivi o morti al momento della venuta del Signore. È importante osservare che Paolo parla all'interno dell'attesa cristiana della fine, ma non fornisce una data precisa né autorizza a stabilire quando avverrà il ritorno di Cristo. Dio non valuta la vita umana secondo il successo, la durata o la possibilità di essere presenti a un determinato evento storico. Anche chi muore apparentemente troppo presto rimane nelle mani del Signore. Questa verità è particolarmente consolante davanti alla morte di bambini, giovani e persone che sembravano avere ancora molto da compiere. Paolo inoltre descrive la venuta del Signore con immagini apocalittiche: un ordine solenne, la voce dell'arcangelo, la tromba divina. Non dobbiamo necessariamente interpretare questi elementi come una cronaca anticipata di eventi materiali. Il linguaggio apocalittico utilizza immagini potenti per proclamare una certezza teologica: la storia non è abbandonata al caos; il Signore verrà a compiere la sua opera di salvezza. La tromba, nell'Antico Testamento, serviva per convocare il popolo, annunciare una manifestazione divina o accompagnare un evento decisivo. «E così per sempre saremo con il Signore» (v. 17): questa è la frase culminante del brano. Tutte le immagini precedenti conducono a questa promessa. La meta ultima della salvezza non è semplicemente continuare a esistere, né conoscere i segreti dell'aldilà: è. essere per sempre con il Signore. La vita eterna è comunione piena con Cristo, il compimento della relazione iniziata nella fede, alimentata dalla Parola e dai sacramenti e vissuta nella carità. E la speranza cristiana non è soltanto voler raggiungere un luogo chiamato paradiso: è desiderare di vivere eternamente con colui che abbiamo imparato ad amare. «Confortatevi dunque a vicenda con queste parole» (v. 18). Paolo conclude con un imperativo comunitario: «confortatevi». La speranza della risurrezione non è una verità da custodire soltanto individualmente: è un dono da condividere. La comunità cristiana è chiamata a sostenere chi è nel lutto, ad accompagnare i morenti e a ricordare i defunti nella preghiera. La consolazione cristiana non consiste nel pronunciare frasi facili davanti al dolore, ma nel testimoniare una speranza che nasce da Cristo. Di fronte a una persona che ha perso qualcuno, talvolta è meglio non cercare spiegazioni immediate; occorre anzitutto esserci, ascoltare, condividere il silenzio e pregare. La speranza diventa credibile quando si fa vicinanza concreta.
*Dal Vangelo secondo Matteo (25,1-3)
Questo brano fa parte del grande discorso escatologico di Gesù (Mt 24–25) ed è una delle parabole sulla vigilanza cristiana e sull'attesa del Signore. Gesù invita i discepoli a vivere non semplicemente aspettando la fine, ma mantenendo il cuore pronto all'incontro con Lui. Le dieci vergini sono giovani donne che partecipano a una festa nuziale e, secondo l'usanza, accompagnavano la sposa o attendevano lo sposo per unirsi al corteo nuziale e accompagnarlo alla festa. La figura dello sposo richiama una simbologia biblica importante: Dio è lo Sposo del suo popolo. In Osea Dio promette: «Ti farò mia sposa per sempre» (2,21-22); in Isaia: «Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (62,5). Gesù stesso si presenta come lo Sposo (Mt 9,15). Pertanto, nella parabola, lo sposo è Cristo e la festa nuziale rappresenta la comunione definitiva con Lui. La vita cristiana non è soltanto osservanza di precetti: è attesa di una persona, Cristo, che viene a incontrarci. Delle dieci vergini, cinque sono sagge e cinque stolte. Il testo greco adopera due parole molto significative: Phrónimoi (φρόνιμοι): sagge, prudenti, capaci di discernimento; mōraí (μωραί): stolte, insensate, prive di discernimento. Non si tratta di una differenza intellettuale, ma spirituale. Le dieci vergini hanno tutte alcune caratteristiche comuni: Tutte hanno ricevuto l'invito alla festa; tutte possiedono una lampada; tutte escono incontro allo sposo; tutte si addormentano quando lo sposo tarda. La differenza non consiste dunque nell'invito ricevuto, nella lampada posseduta o nella capacità di rimanere sveglie. La differenza consiste nella preparazione. Le sagge portano con sé anche l'olio mentre le stolte prendono soltanto le lampade e qui troviamo il primo insegnamento fondamentale: non basta avere una lampada, bisogna avere l'olio per mantenerla accesa. La lampada può rappresentare la fede ricevuta, la professione cristiana, la vita esteriore religiosa, mentre l'olio rappresenta ciò che alimenta interiormente la fede: la carità, la perseveranza, la preghiera, la fedeltà quotidiana e la comunione viva con Dio. È importante precisare che il testo non identifica esplicitamente l'olio con una sola realtà. La tradizione spirituale cristiana ha visto in esso soprattutto la carità e la vita interiore alimentata dalla grazia. Inoltre il ritardo dello sposo è la prova del tempo: «Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono». Questa è una delle espressioni più umane della parabola perché anche le vergini sagge si addormentano e Gesù non distingue le persone tra quelle che non conoscono la stanchezza e quelle che la conoscono. Se tutte sperimentano il limite umano, il problema non è addormentarsi, ma non essere preparati quando arriva il momento dell'incontro. Il ritardo dello sposo richiama il tempo della storia, nel quale il Signore sembra talvolta assente o lontano; è il tempo della prova, della perseveranza, della fede che non vede immediatamente i risultati. Quante volte anche noi ci domandiamo: Perché Dio tarda a intervenire? Perché la mia preghiera sembra non essere ascoltata? Perché il bene sembra perdere terreno? Perché il Signore sembra tacere? La parabola insegna che il ritardo apparente di Dio non deve diventare motivo di abbandono della fede e la vera saggezza consiste nel prepararsi per un'attesa anche lunga, senza lasciare spegnere la lampada. «A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo! Andategli incontro!». La mezzanotte è il momento più buio della notte. Simbolicamente può rappresentare il momento in cui meno ci aspettiamo l'arrivo del Signore e un grido improvviso interrompe il sonno e mette tutti davanti alla realtà decisiva: lo sposo è arrivato. È interessante notare che il testo greco dice: “Idou ho nymphíos! (Ἰδοὺ ὁ νυμφίος!) Ecco lo sposo!», non ecco il giudice, o il padrone, o comunque colui che viene a chiedere conto. Arriva lo sposo! La venuta di Cristo è innanzitutto l'incontro con Colui che ci ama e desidera unirci a sé. Tuttavia, questo incontro ha una dimensione decisiva: non si può improvvisare all'ultimo momento la propria relazione con Dio. L'olio non si può prestare e quando le vergini stolte supplicano le sagge, la risposta può sembrare dura: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi». Non si tratta di egoismo o che Gesù voglia insegnarci a non condividere perché il significato è spiritualmente molto più profondo. Ci sono realtà che possiamo condividere e realtà che nessuno può vivere al posto nostro. Nessuno può credere al posto nostro; amare Dio al posto nostro; convertirsi al posto nostro; vivere la propria fedeltà al posto nostro; costruire al posto nostro una relazione personale con Cristo. Un sacerdote può accompagnare un'anima, un genitore può educare un figlio, un amico può sostenere un altro amico, ma nessuno può sostituirsi alla risposta personale che ciascuno deve dare a Dio. La fede può essere trasmessa, ma la relazione personale con Cristo deve essere vissuta da ciascuno. Le vergini stolte ritornano quindi quando la porta è ormai chiusa e gridano: «Signore, signore, aprici!», lo sposo risponde: «In verità io vi dico: non vi conosco». È una delle espressioni più forti del Vangelo.Il verbo greco è oida (οἶδα), conoscere.e nella Bibbia conoscere non significa semplicemente possedere informazioni su qualcuno, ma entrare in una relazione personale; non basta conoscere Gesù intellettualmente, parlare di Lui, esercitare un ministero o partecipare alle celebrazioni. Occorre appartenergli, vivere con Lui e lasciarsi trasformare dal suo amore. Gesù aveva detto: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli. Il pericolo più grande è avere una religiosità esteriore senza una vera comunione interiore con Cristo e la porta chiusa invita a riflettere sull’incontro ultimo della vita con Dio. Il tempo della preparazione appartiene alla vita presente: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora» Nella conclusione c’è il messaggio fondamentale della parabola. Il verbo greco grēgoreîte (γρηγορεῖτε) significa: state svegli, vigilate, rimanete attenti e la vigilanza evangelica non è paura della morte né ansia per il futuro, ma vivere ogni giorno orientati verso Cristo. Non sappiamo quando verrà, ma sappiamo come dobbiamo vivere mentre lo attendiamo. Questa parabola ci insegna che la vita cristiana non si improvvisa; non basta avere ricevuto il Battesimo, conoscere il Vangelo, appartenere alla Chiesa o svolgere un ministero perché occorre custodire ogni giorno la relazione con Cristo. La lampada è ciò che appare; l'olio è ciò che alimenta ed è la vita nascosta. La lampada può essere ammirata dagli uomini, ma l'olio è conosciuto soprattutto e talvolta solo da Dio. Non dobbiamo preoccuparci soltanto di avere una lampada da mostrare, ma di possedere un cuore che arde d'amore per Cristo. In definitiva la parabola ci dice che la saggezza cristiana consiste nel vivere ogni giorno in modo da essere pronti ad accoglie Il Signore. Purtroppo il dramma non è che la notte sia lunga, ma che, mentre aspettiamo lo Sposo, possiamo lasciare esaurire l'olio dell'amore.
+Giovanni D’Ercole
Anime sagge
(Mt 25,1-13)
Il tema non è quello della vigilanza morale, bensì puntuale: prima o poi tutti i battezzati in Cristo si addormentano (v.5).
E l’ambiente non sembra dei migliori: lo sposo ritarda, le ragazze sono assopite, alcune senz’olio e le altre... acide.
Ma a volte siamo come pazzi che vanno a costruire case sulla sabbia: alla prima fiumana crolla tutto.
L’entusiasmo c’era, la sintonia col Signore e la sua voglia di abbracciare e trasmettere pienezza di essere... forse no.
Manca una dimensione di profondità, o di speranza viva che anima le motivazioni e lubrifica l’energia, nell'impulso alla missione.
È l’esito di coloro che sembrano aver accolto le Beatitudini di tutto punto, ma non le fanno proprie...
Non per il fatto che non adempiono bene il ruolo - una mansione - ma perché non mettono in relazione l’ascolto con la pratica non distratta, squisitamente evangelica.
Alimentare la torcia è promuovere la vita!
E l’Appello, il momento opportuno, giunge improvviso; non si allestisce attraverso una scelta generale o formale che evolve senza correlazioni, binari personali, attenzione agli eventi e capacità di corrispondere.
Qui la relazione di Fede non è olio che si possa prestare.
Esistono anime ansiose o perfezioniste che si precipitano a intervenire, ma difettano di percezione. Vi sono cuori timorosi e paralizzati: devono acquisire flessibilità.
Alcuni fissano i momenti “no” e non sanno trasformarli in occasioni di risveglio, ovvero guariscono troppo tardi. Altri dipendono dalla stagione o vivono di adrenalina e difettano di consapevolezza.
Qualcuno deve rallentare e raccogliersi, ritrovare se stesso e la leggerezza vocazionale istintiva, la propria parte infinita - ma evitando strategie puerili.
Altri che già hanno accolto il divino, avrebbero bisogno di svegliarsi dal torpore, per mettere in moto la luce sapiente e innata che possiedono nelle inclinazioni profonde.
C’è chi ha necessità di gettare zavorre, divenire più sottile nell’udire e nel porgersi, o meno dirigista; altri prepararsi all’Incontro in una dimensione più relazionale e visibile.
Ci sono persone che devono complicarsi la vita per poi semplificare [senza disperdere] divenendo infine più nitide; altre e forse più, imparare a donare. Così via.
Quindi... meglio alcuni con la luce che tutti al buio. Le azioni e il rischio per la sapienza, l’amore e la completezza di vita costruiscono la Persona e il suo dialogo.
Spesso s’immagina di aver provveduto alla propria pratica con Dio iscrivendosi nei registri parrocchiali, senza però elaborarne l’impegno.
Ma chi non edifica né comunica vita non ha nulla a che fare con il Signore (v.12).
In tal guisa, anche la crisi potrà avere un senso evolutivo; nel non sentirsi assoluti, nella logica delle opzioni, nella personalizzazione, nell’Incontro imprevisto e differente.
Soglia di ogni Esodo, verso la Libertà e la Festa.
Il paradigma di questo Richiamo alto e forte del Vangelo è la terapia che può rigenerare il mondo soggiogato da omologazioni esterne, affinché vada Altrove - e non rinunci alla dimensione del Mistero che lo suscita.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Hai perso il senso dell’invito a Nozze? O semplicemente preferisci varcare indenne la soglia del Banchetto?
Esiste un Incontro che ritieni possa destare la tua vita, o l’abitudine di attendere si è tramutata in una abitudine di non attendere più nulla?
[32.a Domenica T.O. (anno A), 8 novembre 2026]
La distrazione in sala d’attesa, o una crisi dal senso evolutivo
(Mt 25,1-13)
Il tema non è quello della vigilanza morale, bensì puntuale: prima o poi tutti i battezzati in Cristo si addormentano (v.5).
E l’ambiente non sembra dei migliori: lo sposo ritarda, le ragazze sono assopite, alcune senz’olio e le altre... acide.
Ma a volte siamo come pazzi che vanno a costruire case sulla sabbia: alla prima fiumana crolla tutto.
L’entusiasmo c’e, la sintonia col Signore e la sua voglia di abbracciare e trasmettere pienezza di essere... forse no.
Manca una dimensione di profondità, o di speranza viva che anima le motivazioni e lubrifica l’energia, nell'impulso alla missione.
È l’esito di coloro che sembrano aver accolto le Beatitudini di tutto punto, ma non le fanno proprie...
Non per il fatto che non adempiono bene il ruolo - una mansione - ma perché non mettono in relazione l’ascolto con la pratica non distratta, squisitamente evangelica.
Alimentare la torcia è promuovere la vita!
Ma come concentrarsi e non offuscarla, anzi sbloccarla, e non lasciarsi suggestionare dai monili, tirarla fuori dal cassetto; orientarla bene - in favore locale e universale, proprio, e di tutti?
L’Appello, il momento opportuno, giunge improvviso. Non si allestisce attraverso una scelta generale o formale che evolve senza correlazioni, senza binari personali, senza attenzione agli eventi e capacità di corrispondere.
Insomma: la relazione di Fede non è olio che si possa prestare.
Come in un rapporto d’Amore, ciascuno ha bisogno istante per istante di un nuovo personale equilibrio - potenziato nella fusione.
Esistono anime ansiose o perfezioniste che si precipitano a intervenire, ma difettano di percezione. Vi sono cuori timorosi e paralizzati: devono acquisire flessibilità.
Alcuni fissano i momenti “no” e non sanno trasformarli in occasioni di risveglio; o guariscono troppo tardi. Altri dipendono dalla stagione o vivono di adrenalina, e difettano di consapevolezza.
Qualcuno deve rallentare e raccogliersi, ritrovare se stesso e la leggerezza vocazionale istintiva, la propria parte infinita - ma evitando strategie puerili.
Altri che già hanno accolto il divino, avrebbero bisogno di svegliarsi dal torpore, per mettere in moto la luce sapiente, innata, che possiedono nelle inclinazioni profonde.
Qualcuno ha necessità di gettare zavorre, divenire più sottile nell’udire e nel porgersi, o meno dirigista; altri, prepararsi all’Incontro in una dimensione più relazionale e visibile.
Ci sono persone che non possono non complicarsi la vita, per poi semplificare [senza disperdere] divenendo infine più nitide; altre e forse più, imparare a donare. Così via.
Quindi... per armonizzare e rinvigorire l’organismo naturale, passionale e vocazionale, meglio alcuni con la luce che tutti al buio - bloccati in sala d’attesa, persi per sempre.
Gesù non predilige gli assopiti in una spiritualità vuota senza unicità - ovvero gli avvinti dall’istinto di autoprotezione. Esso non ricerca prima le proprie risorse, ciò che già trova in sé; bensì quel che ottiene fuori, o vien dato a richiesta, mendicato da altri.
L’ascolto insolito - forse indebito - e personale, nonché le azioni intraprendenti, il rischio per la saggezza, l’amore, lo stimolo alla completezza di essere, costruiscono la Persona e il suo dialogo vero.
I conformismi non producono svolte; permangono nel contorno torpido.
La folla indistinta senza convivialità delle differenze - se mediocre, priva di picchi esplorativi, eccezioni - spinge in panchina ogni Chiamata irripetibile.
Spesso s’immagina di aver provveduto alla propria pratica con Dio iscrivendosi nei registri parrocchiali, senza elaborarne l’impegno sino in fondo. Forse per timore del rischio o di fatiche impreviste.
Poi qualche zelante manierista assume anche atteggiamenti proni di apparenza [un tempo si diceva] “papista” e [finta] ortodossia - o viceversa, sofisticate, à la page.
Astrazioni disincarnate, che allo Sposo non interessano.
Colui che neppure lavora su di sé, ovviamente secondo il carattere delle proprie inclinazioni vocazionali, non edifica né comunica vita.
Non arricchisce né rallegra l’esistenza anche sommaria, dei tempi di stanchezza nell’attesa. Infine, non ha nulla a che fare con Dio (v.12).
Il paradigma di questo Richiamo alto e forte del Vangelo è la terapia che può rigenerare il mondo soggiogato da omologazioni esterne, affinché vada Altrove - e non rinunci alla dimensione del Mistero che lo suscita.
Appello fuori del tempo per la Chiesa stessa, affinché non si accontenti di schemi, modelli, ricette standard, o di rimettere le cose a posto in modo abitudinario.
Né si blocchi nei rapporti malati, nelle nomenclature d’appoggio qualunquista; strepitoso o museale. E in tal guisa si ritrovi fuori della Festa, disorientata, sopraffatta; senza neppure aver attivato se stessa, umanizzando.
Come ricorda l’enciclica Fratelli Tutti al n.33 [riprendendo un’omelia di Papa Francesco a Skopje]:
«Ci siamo nutriti con sogni di splendore e grandezza e abbiamo finito per mangiare distrazione [perdendo] il gusto e il sapore della realtà».
Ma anche la crisi potrà avere un senso evolutivo: nell’accettare di sbagliare, nella presa di coscienza delle imperfezioni.
Nel non sentirsi assoluti; nella logica delle opzioni, nella personalizzazione, nell’Incontro imprevisto e differente.
Soglia di ogni Esodo verso la Libertà e la Festa.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Hai perso il senso dell’invito a Nozze? O semplicemente preferisci varcare indenne la soglia del Banchetto?
Esiste un Incontro che ritieni possa destare la tua vita, o l’abitudine di attendere si è tramutata in una abitudine di non attendere più nulla?
Per non ricadere
«Le Letture bibliche dell’odierna liturgia […] ci invitano a prolungare la riflessione sulla vita eterna […]. Su questo punto è netta la differenza tra chi crede e chi non crede, o, si potrebbe ugualmente dire, tra chi spera e chi non spera. Scrive infatti san Paolo ai Tessalonicesi: «Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza» ( 1 Ts 4,13). La fede nella morte e risurrezione di Gesù Cristo segna, anche in questo campo, uno spartiacque decisivo. Sempre san Paolo ricorda ai cristiani di Efeso che, prima di accogliere la Buona Notizia, erano «senza speranza e senza Dio nel mondo» ( Ef 2,12). Infatti, la religione dei greci, i culti e i miti pagani, non erano in grado di gettare luce sul mistero della morte, tanto che un’antica iscrizione diceva: « In nihil ab nihilo quam cito recidimus», che significa: «Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo». Se togliamo Dio, se togliamo Cristo, il mondo ripiomba nel vuoto e nel buio. E questo trova riscontro anche nelle espressioni del nichilismo contemporaneo, un nichilismo spesso inconsapevole che contagia purtroppo tanti giovani.
Il Vangelo di oggi è una celebre parabola, che parla di dieci ragazze invitate ad una festa di nozze, simbolo del Regno dei cieli, della vita eterna (Mt 25,1-13). E’ un’immagine felice, con cui però Gesù insegna una verità che ci mette in discussione; infatti, di quelle dieci ragazze: cinque entrano alla festa, perché, all’arrivo dello sposo, hanno l’olio per accendere le loro lampade; mentre le altre cinque rimangono fuori, perché, stolte, non hanno portato l’olio. Che cosa rappresenta questo “olio”, indispensabile per essere ammessi al banchetto nuziale? Sant’Agostino (cfr Discorsi 93, 4) e altri antichi autori vi leggono un simbolo dell’amore, che non si può comprare, ma si riceve come dono, si conserva nell’intimo e si pratica nelle opere. Vera sapienza è approfittare della vita mortale per compiere opere di misericordia, perché, dopo la morte, ciò non sarà più possibile. Quando saremo risvegliati per l’ultimo giudizio, questo avverrà sulla base dell’amore praticato nella vita terrena (cfr Mt 25,31-46). E questo amore è dono di Cristo, effuso in noi dallo Spirito Santo. Chi crede in Dio-Amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita».
[Papa Benedetto, Angelus 6 novembre 2011]
Cari fratelli e sorelle!
Le Letture bibliche dell’odierna liturgia domenicale ci invitano a prolungare la riflessione sulla vita eterna, iniziata in occasione della Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Su questo punto è netta la differenza tra chi crede e chi non crede, o, si potrebbe ugualmente dire, tra chi spera e chi non spera. Scrive infatti san Paolo ai Tessalonicesi: «Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza» ( 1 Ts 4,13). La fede nella morte e risurrezione di Gesù Cristo segna, anche in questo campo, uno spartiacque decisivo. Sempre san Paolo ricorda ai cristiani di Efeso che, prima di accogliere la Buona Notizia, erano «senza speranza e senza Dio nel mondo» ( Ef 2,12). Infatti, la religione dei greci, i culti e i miti pagani, non erano in grado di gettare luce sul mistero della morte, tanto che un’antica iscrizione diceva: « In nihil ab nihilo quam cito recidimus», che significa: «Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo». Se togliamo Dio, se togliamo Cristo, il mondo ripiomba nel vuoto e nel buio. E questo trova riscontro anche nelle espressioni del nichilismo contemporaneo, un nichilismo spesso inconsapevole che contagia purtroppo tanti giovani.
Il Vangelo di oggi è una celebre parabola, che parla di dieci ragazze invitate ad una festa di nozze, simbolo del Regno dei cieli, della vita eterna (Mt 25,1-13). E’ un’immagine felice, con cui però Gesù insegna una verità che ci mette in discussione; infatti, di quelle dieci ragazze: cinque entrano alla festa, perché, all’arrivo dello sposo, hanno l’olio per accendere le loro lampade; mentre le altre cinque rimangono fuori, perché, stolte, non hanno portato l’olio. Che cosa rappresenta questo «olio», indispensabile per essere ammessi al banchetto nuziale? Sant’Agostino (cfr Discorsi 93, 4) e altri antichi autori vi leggono un simbolo dell’amore, che non si può comprare, ma si riceve come dono, si conserva nell’intimo e si pratica nelle opere. Vera sapienza è approfittare della vita mortale per compiere opere di misericordia, perché, dopo la morte, ciò non sarà più possibile. Quando saremo risvegliati per l’ultimo giudizio, questo avverrà sulla base dell’amore praticato nella vita terrena (cfr Mt 25,31-46). E questo amore è dono di Cristo, effuso in noi dallo Spirito Santo. Chi crede in Dio-Amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita.
A Maria, Sedes Sapientiae, chiediamo di insegnarci la vera sapienza, quella che si è fatta carne in Gesù. Lui è la Via che conduce da questa vita a Dio, all’Eterno. Lui ci ha fatto conoscere il volto del Padre, e così ci ha donato una speranza piena d’amore. Per questo, alla Madre del Signore la Chiesa si rivolge con queste parole: “Vita, dulcedo, et spes nostra”. Impariamo da lei a vivere e morire nella speranza che non delude.
[Papa Benedetto, Angelus 6 novembre 2011]
1. Cristo insegnava in parabole, che erano comprensibili per i suoi ascoltatori. Il loro contenuto poteva essere facilmente assimilato dall’immaginazione. Nello stesso tempo, il loro messaggio apriva l’animo di chi le ascoltava a un’altra realtà: il regno dei cieli. La realtà divina, soprannaturale. L’uomo è chiamato a questa realtà. È chiamato al regno di Dio, che inizia qui in terra, ma che troverà la sua realizzazione definitiva nell’eterna città di Dio, nel cielo. Il regno di Dio costituisce pure il futuro escatologico dell’uomo. Di esso Cristo è il testimone oculare: egli è sul trono del Padre, come Figlio consostanziale ed eterno.
Nella parabola delle dieci vergini, che abbiamo ascoltato, Gesù concentra la sua attenzione soprattutto sull’uomo invitato al banchetto celeste, chiamato a partecipare al futuro divino.
2. La parabola delle dieci vergini non cessa di essere attuale. Certamente oggi le tradizioni legate alla celebrazione del matrimonio hanno assunto forme esterne diverse. Tuttavia la parabola è sempre attuale. Si può dire che quanto in essa è raccontato accade anche ai nostri giorni. Accade qui a Napoli; accade nella città e in ognuno dei suoi quartieri; accade in ogni parrocchia, in ogni famiglia, in ogni uomo.
Di quali nozze si tratta? Chi è lo sposo a cui siamo chiamati ad andare incontro? La parabola ci permette di avvicinarci al mistero di Dio, espresso con l’immagine delle nozze. Si tratta delle nozze di Cristo: Egli è lo Sposo. È Sposo anzitutto in quanto Verbo incarnato: il Figlio di Dio ha sposato l’umanità, la nostra natura umana, facendosi uomo nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo.
In virtù di queste prime nozze Cristo, Dio-Uomo, sposa tutti gli uomini: poiché per tutti si è fatto Uomo, per redimere e salvare tutti. Cristo è l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. La sua Sposa è la Chiesa, che egli ha istituito, perché cooperi con lui nell’opera della salvezza. È in essa che nascono e maturano i figli dell’adozione divina, chiamati a partecipare alla vita di Dio a somiglianza dell’eterno e unigenito Figlio.
6. Carissimi fratelli e sorelle, l’odierna liturgia ci ricorda che tutta la nostra vita è vigile preparazione all’incontro con lo Sposo. “Vegliate e state pronti”!
Qui dobbiamo scendere nell’intimo di ogni uomo. Il Salvatore ce ne mostra la via. In che consiste questo “vegliate” evangelico, in che consiste la disponibilità delle vergini sagge, di cui parla la parabola, se non appunto in ciò che il Salmo proclama? “O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua” (Sal 62, 2).
La sensibilità verso Dio; la consapevolezza che egli è presente nel mondo, in questa città, in ciascuno di noi. “In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28). Da lui siamo usciti venendo alla luce. E la nostra vita è una via che non può condurre in nessun altro luogo se non a lui.
Siamo consapevoli che questa è la via della nostra vita? Ci siamo forse persi per luoghi scoscesi? O forse cominciamo ora a uscire da questa strada maestra? Siamo, forse, simili a quelle vergini della parabola che si assopirono e dormirono? Esse continuano a dormire e non avvertono la venuta dello sposo. Non c’è il rischio che nemmeno la potente scossa della sua morte e della sua risurrezione possa svegliarle?
Sì. Ammiriamo pure le opere del genio umano, ma i nostri occhi siano ben aperti per riconoscere le opere della divina Sapienza. Le nostre orecchie siano ben aperte per ascoltare la voce dello Sposo. Non lasciamo spegnere le nostre lampade, offuscate da una colluvie di informazioni che conducono verso il nulla. Esse non ci aprono le prospettive divine, anzi ci impediscono di percepire la voce dello Sposo e non ci fanno ascoltare la Chiesa che grida: “Andategli incontro!”.
7. Non possiamo restare nell’ignoranza. Non possiamo nemmeno restare nell’ignoranza circa quelli che muoiono (cf. 1 Ts 4, 13) . . . circa quelli che sono morti nelle vostre famiglie, nelle vostre parrocchie, nella vostra città. Novembre è il mese nel quale si ricordano i morti! Non possiamo restare nell’ignoranza. Non basta un’afflizione senza speranza.
L’umanità sembra oggi sottovalutare il significato della morte. Quando si svaluta il senso della morte, quando si svaluta anche quello della vita umana sin dal primo momento del concepimento, l’uomo cade in un sonno pericoloso. Cerca di assopirsi per non affrontare le responsabilità che gli derivano dalla grandezza della sua vocazione e dalla dignità conferitagli da Dio. Cerca di non percepire la voce dello Sposo! Novembre è il mese dei morti che vivono in Dio.
“Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risorto; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui” (1 Ts 4, 14). Vegliate! Ricordate che viviamo immersi nella Comunione dei santi. Manteniamoci quindi pronti - come le vergini sagge della parabola - ad entrare insieme con Cristo alle nozze del regno di Dio.
La voce della Chiesa ripete: “Ecco lo Sposo, andategli incontro!”. Vegliate, pertanto, e state pronti. Amen!
[Papa Giovanni Paolo II, omelia Napoli 11 novembre 1990]
Gesù narra la parabola delle dieci vergini invitate a una festa nuziale, simbolo del Regno dei cieli.
Ai tempi di Gesù c’era la consuetudine che le nozze si celebrassero di notte; pertanto il corteo degli invitati doveva procedere con le lampade accese. Alcune damigelle sono stolte: prendono le lampade ma non prendono con sé l’olio; quelle sagge, invece, assieme alle lampade prendono anche dell’olio. Lo sposo tarda, tarda a venire, e tutte si assopiscono. Quando una voce avverte che lo sposo sta per arrivare, le stolte, in quel momento, si accorgono di non avere olio per le loro lampade; lo chiedono alle sagge, ma queste rispondono che non possono darlo, perché non basterebbe per tutte. Mentre le stolte vanno a comprare l’olio, arriva lo sposo. Le ragazze sagge entrano con lui nella sala del banchetto, e la porta viene chiusa. Le altre arrivano troppo tardi e vengono respinte.
È chiaro che con questa parabola, Gesù ci vuole dire che dobbiamo essere preparati all’incontro con Lui. Non solo all’incontro finale, ma anche ai piccoli e grandi incontri di ogni giorno in vista di quell’incontro, per il quale non basta la lampada della fede, occorre anche l’olio della carità e delle opere buone. La fede che ci unisce veramente a Gesù è quella, come dice l’apostolo Paolo, «che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6). È ciò che viene rappresentato dall’atteggiamento delle ragazze sagge. Essere saggi e prudenti significa non aspettare l’ultimo momento per corrispondere alla grazia di Dio, ma farlo attivamente da subito, cominciare da adesso. “Io… sì, poi più avanti mi convertirò…” – “Convertiti oggi! Cambia vita oggi!” – “Sì, sì… domani”. E lo stesso dice domani, e così mai arriverà. Oggi! Se vogliamo essere pronti per l’ultimo incontro con il Signore, dobbiamo sin d’ora cooperare con Lui e compiere azioni buone ispirate al suo amore.
Noi sappiamo che capita, purtroppo, di dimenticare la meta della nostra vita, cioè l’appuntamento definitivo con Dio, smarrendo così il senso dell’attesa e assolutizzando il presente. Quando uno assolutizza il presente, guarda soltanto il presente, perde il senso dell’attesa, che è tanto bello, e tanto necessario, e anche ci butta fuori dalle contraddizioni del momento. Questo atteggiamento – quando si perde il senso dell’attesa – preclude ogni prospettiva sull’al di là: si fa tutto come se non si dovesse mai partire per l’altra vita. E allora ci si preoccupa soltanto di possedere, di emergere, di sistemarsi… E sempre di più. Se ci lasciamo guidare da ciò che ci appare più attraente, da quello che mi piace, dalla ricerca dei nostri interessi, la nostra vita diventa sterile; non accumuliamo alcuna riserva di olio per la nostra lampada, ed essa si spegnerà prima dell’incontro con il Signore. Dobbiamo vivere l’oggi, ma l’oggi che va verso il domani, verso quell’incontro, l’oggi carico di speranza. Se invece siamo vigilanti e facciamo il bene corrispondendo alla grazia di Dio, possiamo attendere con serenità l’arrivo dello sposo. Il Signore potrà venire anche mentre dormiamo: questo non ci preoccuperà, perché abbiamo la riserva di olio accumulata con le opere buone di ogni giorno, accumulata con quell’attesa del Signore, che Lui venga il più presto possibile e che venga a portarmi con Lui.
Invochiamo l’intercessione di Maria Santissima, perché ci aiuti a vivere, come ha fatto Lei, una fede operosa: essa è la lampada luminosa con cui possiamo attraversare la notte oltre la morte e giungere alla grande festa della vita.
[Papa Francesco, Angelus 8 novembre 2020]
Amministratori onesti - a vario livello - e Casa comune
(Lc 16,9-15)
Il responsabile di chiesa “pizzicato” ad approfittarsi dei beni della comunità (vv.1-8) sapeva fare grandi discorsi - forse strumentali - sulla solidarietà necessaria, ma non viveva la fraternità concreta.
Ecco dunque una catechesi di Lc sulla fedeltà nel piccolo e nel grande: insegnamento attualissimo.
«Chi fedele in una cosa minima, è fedele anche in una cosa grande, e chi ingiusto in una cosa minima, è ingiusto anche in una cosa grande» (Lc 16,10).
Sovvenire nel concreto e giocarsi la vita - mettendosi una mano sulla coscienza e una nel portafoglio - resta cosa purtroppo ancora faticosa e rara.
Ebbene, il mondo più giusto è opera «laboriosa, artigianale» (FT n.217).
Nell’intento dell’evangelista la vicenda particolare cui si allude nei vv. precedenti doveva servire a formare in modo concreto le sue piccole comunità sull’uso dei beni materiali.
In origine tutte le comunità sorsero tra indigenti. Poco a poco iniziarono ad affacciarsi anche benestanti.
L’ingresso dei ricchi - inizialmente ben visto - recò nel tempo non pochi problemi, anche di gestione interna delle risorse collettive.
I beni comuni diventarono talora appannaggio esclusivo di dirigenti che sembravano non avere più idee chiare sul ruolo sociale del denaro.
Ovviamente, per introdurre tale modello di condivisione, la scelta doveva iniziare da vicino a sé: non si poteva opprimere sorelle e fratelli di fede, e predicare giustizia al mondo.
L’emancipazione inizia nel piccolo della propria famiglia, dei conoscenti e amici; nello spicciolo dei rapporti interni e giornalieri.
Il fatto è che Dio e il denaro danno ordini opposti. Uno distoglie l'altro.
Quindi prima o poi anche chi è motivato da ottime intenzioni può giungere a disprezzare il Padre, la Comunione, gli ideali vissuti anche nel sommario - e affezionarsi a scorciatoie banali.
I leaders religiosi ufficiali, tutti congregati nella difesa dei lauti guadagni assicurati dal mondo antico - che (avidamente) sorreggevano a spada tratta - onoravano sì l’Eterno nei segni, ma... cedevano alla tentazione.
Privi ormai sia di scelte di fondo che di dettaglio, i direttori se la ridevano alle spalle di Gesù, tramando di nascosto e di concerto. Ancora oggi purtroppo trattandolo come un ingenuo sognatore da strapazzo (vv.14-15).
Eppure il Maestro continua a sgolarsi, affinché anche noi entriamo nella sua nuova Economia «proattiva» [come forse la definirebbero i vescovi del Sudafrica, e la recente enciclica sociale].
Economia della gratuità che non depaupera - per una «maggior ricchezza possibile» che spegne il «desiderio di dominare», ma fa «stare insieme come esseri umani» (FT n.229).
Qui l’esiguo diventa rilevante. La sfida è aperta.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Sei genericamente solidale o... fraterno nel conquibus?
Hai provato l’esperienza del dono che non depaupera, bensì arricchisce?
[Sabato 31.a sett. T.O. 7 novembre 2026]
Amministratori onesti - a vario livello - e Casa comune
(Lc 16,9-15)
«In definitiva, dice Gesù, occorre decidersi: “Non potete servire a Dio e a mammona” (Lc 16,13). Mammona è un termine di origine fenicia che evoca sicurezza economica e successo negli affari; potremmo dire che nella ricchezza viene indicato l’idolo a cui si sacrifica tutto pur di raggiungere il proprio successo materiale e così questo successo economico diventa il vero dio di una persona. È necessaria quindi una decisione fondamentale» [papa Benedetto, omelia a Velletri 23 settembre 2007].
«Chi [è] fedele in una cosa minima è fedele anche in una cosa grande, e [chi] è ingiusto in una cosa minima è ingiusto anche in una cosa grande» (Lc 16,10).
Il responsabile di chiesa “pizzicato” ad approfittarsi dei beni della comunità (vv.1-8) sapeva fare grandi discorsi - forse strumentali - sulla solidarietà necessaria, ma non viveva la fraternità concreta.
Ecco dunque una catechesi di Lc sulla fedeltà nel piccolo e nel grande: insegnamento attualissimo. Anche oggi infatti non mancano corifei dai grandi proclami... assai diffusi, però anche solo per darsi tono.
Sovvenire nel concreto e giocarsi la vita - mettendosi una mano sulla coscienza e una nel portafoglio - resta cosa purtroppo ancora faticosa e rara.
Molti non trovano di meglio che girare la testa dall’altra parte e svicolare, delegando colpe e responsabilità al “sistema”, alla crisi contingente, etc. - non senza appigli o ragioni concrete.
Invece, come sottolinea l'enciclica sociale di Papa Francesco, il mondo più giusto è opera «laboriosa, artigianale» (FT n.217).
«E io vi dico, fatevi amici dal mammona ingiusto affinché quando verrà a mancare vi accolgano nelle tende eterne.
Chi fedele in una cosa minima, è fedele anche in una cosa grande, e chi ingiusto in una cosa minima, è ingiusto anche in una cosa grande.
Se dunque non siete stati fedeli con il mammona ingiusto, chi vi affiderà la [ricchezza] vera?
E se non siete stati fedeli con la [ricchezza] altrui, chi vi darà la vostra?» (Lc 16,9-12).
Nell’intento dell’evangelista la vicenda particolare cui si allude nei vv. precedenti doveva servire a formare in modo concreto le sue piccole comunità sull’uso dei beni materiali.
Dopo un errore che anche i capi possono commettere, persino la ricchezza ingiusta può essere ben usata in favore di tutti - per creare già sulla terra quel clima di vitalità serena indistruttibile che è tratto e attributo della condizione divina.
Nella Chiesa autentica il misero - oppresso, ribassato, impoverito e reso pitocco dalla società competitiva - ritrova stima, speranza, voglia di vivere; col semplice aiuto di fratelli altrettanto bisognosi.
In origine (infatti) tutte le comunità sorsero tra indigenti. Poco a poco iniziarono ad affacciarsi anche benestanti.
Sembrava una grande apertura al futuro di Dio; invece, man mano che il tempo passava, ci si accorgeva della crescita d’insensibilità e chiusura del cuore, nei nuovi ceti abbienti e nelle chiese.
L’ingresso dei ricchi - inizialmente ben visto - recò nel tempo non pochi problemi, anche di gestione interna delle risorse collettive.
I beni comuni diventarono talora appannaggio esclusivo di dirigenti che sembravano non avere più idee chiare sul ruolo sociale del denaro.
I primi cristiani avevano compreso che la fede nella risurrezione è incompatibile con l’attaccamento all’effimero. Ma si trattava di condizione rischiosa.
A tale riguardo è significativa la testimonianza indiretta di Luciano di Samosata (125-192) autore di satire contro superstizioni e credulonerie tra le quali annovera anche il cristianesimo.
Con linguaggio scanzonato, egli descrive in «La morte di Peregrino» [De morte Peregrini, 13] l’impatto che la Fede esercitava sulla vita dei cristiani del suo tempo, e con fermezza non convenzionale:
«Il loro primo legislatore li persuade che sono tutti fratelli tra loro e, come si convertono, rinnegando gli dei greci, adorano quel sapiente crocifisso e vivono secondo le sue leggi. Per la qualcosa disprezzano tutti i beni egualmente e li credono comuni e non se ne curano quando li hanno. Perciò se tra loro sorgesse un accorto impostore che sapesse ben maneggiarli, immediatamente diventerebbe ricco, canzonando questa gente credulona e sciocca».
La Liberazione dagli idoli del patrimonio privato che Gesù propone stimolava le anime anche più svelte e affermate ad apprezzare la trasformazione delle proprietà in relazione e possibilità di vita altrui.
Ovviamente per introdurre tale modello di condivisione e incontrare il mondo esterno, la scelta doveva iniziare da vicino a sé: non si poteva opprimere sorelle e fratelli di credo, e predicare giustizia al mondo.
L’emancipazione inizia nel piccolo della propria famiglia, dei conoscenti e amici; nello spicciolo dei rapporti interni e giornalieri.
Il fatto è che Dio e il denaro danno ordini opposti. Uno distoglie l'altro.
Quindi prima o poi anche chi è motivato da ottime intenzioni può giungere a disprezzare il Padre, la Comunione, gli ideali vissuti anche nel sommario - e affezionarsi a scorciatoie banali.
I leaders religiosi ufficiali, tutti congregati nella difesa dei lauti guadagni assicurati dal mondo antico - che (avidamente) sorreggevano a spada tratta - onoravano sì l’Eterno nei segni, ma... cedevano alla tentazione.
Privi ormai sia di scelte di fondo che di dettaglio, i direttori se la ridevano alle spalle di Gesù, tramando di nascosto e di concerto. Ancora oggi purtroppo trattandolo come un ingenuo sognatore da strapazzo (vv.14-15).
Eppure il Maestro continua a sgolarsi, affinché anche noi entriamo nella sua nuova Economia «proattiva» [come forse la definirebbero i vescovi del Sudafrica, e la recente enciclica sociale].
Economia della gratuità che non depaupera - per una «maggior ricchezza possibile» che spegne il «desiderio di dominare», ma fa «stare insieme come esseri umani» (FT n.229).
Qui l’esiguo diventa rilevante. La sfida è aperta.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Sei genericamente solidale o... fraterno nel conquibus?
Hai provato l’esperienza del dono che non depaupera, bensì arricchisce?
In ambito ecclesiale, ti sei sentito deprivato, o viceversa umanizzato?
Alla parabola del fattore infedele, l’evangelista fa seguire una breve serie di detti e di ammonimenti circa il rapporto che dobbiamo avere con il denaro e i beni di questa terra. Sono piccole frasi che invitano ad una scelta che presuppone una decisione radicale, una costante tensione interiore. La vita è in verità sempre una scelta: tra onestà e disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra egoismo e altruismo, tra bene e male. Incisiva e perentoria la conclusione del brano evangelico: “Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”. In definitiva, dice Gesù, occorre decidersi: “Non potete servire a Dio e a mammona” (Lc 16,13). Mammona è un termine di origine fenicia che evoca sicurezza economica e successo negli affari; potremmo dire che nella ricchezza viene indicato l’idolo a cui si sacrifica tutto pur di raggiungere il proprio successo materiale e così questo successo economico diventa il vero dio di una persona. È necessaria quindi una decisione fondamentale tra Dio e mammona, è necessaria la scelta tra la logica del profitto come criterio ultimo nel nostro agire e la logica della condivisione e della solidarietà. La logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo, per il bene comune di tutti. In fondo si tratta della decisione tra l’egoismo e l’amore, tra la giustizia e la disonestà, in definitiva tra Dio e Satana. Se amare Cristo e i fratelli non va considerato come qualcosa di accessorio e di superficiale, ma piuttosto lo scopo vero ed ultimo di tutta la nostra esistenza, occorre saper operare scelte di fondo, essere disposti a radicali rinunce, se necessario sino al martirio. Oggi, come ieri, la vita del cristiano esige il coraggio di andare contro corrente, di amare come Gesù, che è giunto sino al sacrificio di sé sulla croce.
Potremmo allora dire, parafrasando una considerazione di sant’Agostino, che per mezzo delle ricchezze terrene dobbiamo procurarci quelle vere ed eterne: se infatti si trova gente pronta ad ogni tipo di disonestà pur di assicurarsi un benessere materiale sempre aleatorio, quanto più noi cristiani dovremmo preoccuparci di provvedere alla nostra eterna felicità con i beni di questa terra (cfr Discorsi 359,10). Ora, l’unica maniera di far fruttificare per l’eternità le nostre doti e capacità personali come pure le ricchezze che possediamo è di condividerle con i fratelli, mostrandoci in tal modo buoni amministratori di quanto Iddio ci affida. Dice Gesù: “Chi è fedele nel poco, è fedele nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto” (Lc 16,10-11).
[Papa Benedetto, omelia a Velletri 23 settembre 2007]
It is a happy image with which, however, Jesus teaches a truth that calls us into question […] If we remove God, we remove Christ and the world falls back into emptiness and darkness (Pope Benedict)
E’ un’immagine felice, con cui però Gesù insegna una verità che ci mette in discussione […] Se togliamo Dio, se togliamo Cristo, il mondo ripiomba nel vuoto e nel buio (Papa Benedetto)
We would also like to set an example ourself, even if the smallness of our means might prevent anyone from appreciating the practical and quantitative significance of it. We want to see our own charitable institutions undergo a new development in the struggle against hunger and toward meeting the main needs of the world. This is the way and the only way to build peace (Pope Paul VI)
Vorremmo anche Noi dare l'esempio, sebbene l'esiguità dei Nostri mezzi ci impedisca di farne apprezzare la rilevanza pratica e quantitativa: Noi vogliamo dare alle Nostre istituzioni caritative un nuovo sviluppo in favore della fame e dei bisogni del mondo: è in questo modo, e non altrimenti, che si costruisce la pace (Papa Paolo VI)
As St. Ambrose put it: You are not making a gift of what is yours to the poor man, but you are giving him back what is his (Pope Paul VI, Populorum Progressio n.23)
Non è del tuo avere, afferma sant’Ambrogio, che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene (Papa Paolo VI, Populorum Progressio n.23)
Here is the entire Gospel! Here! The whole Gospel, all of Christianity, is here! But make sure that it is not sentiment, it is not being a “do-gooder”! (Pope Francis)
Qui c’è tutto il Vangelo! Qui! Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo! Ma guardate che non è sentimento, non è “buonismo”! (Papa Francesco)
Christianity cannot be, cannot be exempt from the cross; the Christian life cannot even suppose itself without the strong and great weight of duty [Pope Paul VI]
Il Cristianesimo non può essere, non può essere esonerato dalla croce; la vita cristiana non può nemmeno supporsi senza il peso forte e grande del dovere [Papa Paolo VI]
The horizon of friendship to which Jesus introduces us is the whole of humanity [Pope Benedict]
L’orizzonte dell’amicizia in cui Gesù ci introduce è l’umanità intera [Papa Benedetto]
The Church invites believers to regard the mystery of death not as the "last word" of human destiny but rather as a passage to eternal life (Pope John Paul II)
La Chiesa invita i credenti a guardare al mistero della morte non come all'ultima parola sulla sorte umana, ma come al passaggio verso la vita eterna (Papa Giovanni Paolo II)
The saints: they are our precursors, they are our brothers, they are our friends, they are our examples, they are our lawyers. Let us honour them, let us invoke them and try to imitate them a little (Pope Paul VI)
I santi: sono i precursori nostri, sono i fratelli, sono gli amici, sono gli esempi, sono gli avvocati nostri. Onoriamoli, invochiamoli e cerchiamo di imitarli un po’ (Papa Paolo VI)
Man rightly fears falling victim to an oppression that will deprive him of his interior freedom, of the possibility of expressing the truth of which he is convinced, of the faith that he professes, of the ability to obey the voice of conscience that tells him the right path to follow [Dives in Misericordia, n.11]
L'uomo ha giustamente paura di restar vittima di una oppressione che lo privi della libertà interiore, della possibilità di esternare la verità di cui è convinto [Dives in Misericordia, n.11]
don Giuseppe Nespeca
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