Domenica di Pentecoste (anno A) [24 Maggio 2026]
Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 1-11)
Gerusalemme non è solo la città dove Gesù ha istituito l’Eucaristia, ma la città dove è risorto e dove lo Spirito è stato effuso sull’umanità. All’epoca di Cristo la Pentecoste ebraica era importantissima perché la festa del dono della Legge, una delle tre feste dell’anno per cui si andava a Gerusalemme in pellegrinaggio. L’enumerazione di tutte le nazionalità riunite a Gerusalemme per l’occasione ne è la prova. Gerusalemme brulicava dunque di gente venuta da ogni dove, migliaia di Giudei pii venuti talvolta da molto lontano. Era l’anno della morte di Gesù, ma chi di loro lo sapeva? Ho detto intenzionalmente “la morte” di Gesù, senza parlare della sua risurrezione perché per ora la sua risurrezione era ancora una notizia confidenziale. Era gente venuta da ogni parte che forse non aveva mai sentito parlare di un certo Gesù di Nazaret.
Veniva a Gerusalemme nel fervore, nella fede, nell’entusiasmo di un pellegrinaggio per rinnovare l’Alleanza con Dio. Per i discepoli, però questa festa di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la sua risurrezione non somiglia a nessun’altra perché per loro più nulla è come prima ma questo non vuol dire che si aspettino ciò che sta per accadere. Per farci capire bene cosa succede, Luca lo racconta evocando con molta cura tre testi dell’Antico Testamento: primo il dono della Legge al Sinai; secondo una parola del profeta Gioele; terzo l’episodio della torre di Babele. Primo, Cominciamo dal Sinai: le lingue di fuoco della Pentecoste, il rumore “come quello di un vento impetuoso” fanno pensare a ciò che era accaduto al Sinai, quando Dio aveva dato le tavole della Legge a Mosè come leggiamo nel libro dell’Esodo (19,16-19). Iscrivendosi nella linea dell’evento del Sinai, san Luca vuole farci capire che questa Pentecoste, quell’anno, è molto più di un pellegrinaggio tradizionale: è un nuovo Sinai. Come Dio aveva dato la sua Legge al suo popolo per insegnare a vivere nell’Alleanza, ormai Dio dona il suo stesso Spirito al suo popolo. Ormai la Legge di Dio, che è l’unico mezzo per vivere davvero liberi e felici, è scritta non più su tavole di pietra ma su tavole di carne, nel cuore dell’uomo, per riprendere un’immagine di Ezechiele. Secondo, Luca ha voluto evocare una parola del profeta Gioele: “Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo” (3,1-2), dice Dio; “ogni uomo” cioè ogni essere umano. Agli occhi di Luca, questi Giudei provenienti da tutte le nazioni che sono sotto il cielo, come li chiama, simboleggiano l’umanità intera per la quale si compie finalmente la profezia di Gioele. Questo vuol dire che il famoso “Giorno di Dio” tanto atteso è arrivato. Terzo, possiamo riassumere la storia di Babele in due atti: Atto 1, tutti gli uomini parlavano la stessa lingua: avevano lo stesso linguaggio e le stesse parole e decidono di intraprendere una grande opera che mobiliterà tutte le loro energie: la costruzione di una torre immensa. Atto 2, Dio interviene per porre un freno: li disperde sulla faccia della terra e confonde le loro lingue. Ormai gli uomini non si capiranno più. Se non si vuole fare un processo alle intenzioni di Dio, impossibile immaginare che abbia agito per altro che per la nostra felicità, Dunque, se Dio interviene, è per risparmiare all’umanità una falsa pista: la pista del pensiero unico, del progetto unico; qualcosa come “figli miei, voi cercate l’unità, è bene; ma non sbagliate strada: l’unità non sta nell’uniformità. La vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità”. Il racconto della Pentecoste in Luca si inscrive bene nella linea di Babele: a Babele, l’umanità impara la diversità, a Pentecoste, impara l’unità nella diversità: ormai tutte le nazioni che sono sotto il cielo sentono proclamare nelle loro diverse lingue l’unico messaggio: le meraviglie di Dio.
Nota La prima lettura e il salmo sono comuni alle feste di Pentecoste dei tre anni liturgici. Invece, la seconda lettura e il vangelo sono diversi ogni anno.
Salmo responsoriale (103/104)
Letto per intero questo salmo offre trentasei versetti di pura lode, di meraviglia davanti alle opere di Dio. Non sorprende che ci venga proposto per la festa di Pentecoste, visto che Luca, nel libro degli Atti, racconta che il mattino di Pentecoste gli Apostoli, pieni di Spirito Santo, si sono messi a proclamare in tutte le lingue le meraviglie di Dio. Si potrebbe osservare che per meravigliarsi davanti alla creazione non c’è bisogno di avere fede e in tutte le civiltà si trovano poemi magnifici sulle bellezze della natura. In Egitto, sulla tomba di un Faraone, è stato ritrovato un poema scritto dal celebre Faraone Akh-en-Aton: un inno al Dio-Sole. Aménophis IV vissuto verso il 1350 a.C., in un’epoca in cui gli Ebrei erano probabilmente in Egitto e hanno conosciuto questo poema. Tra il poema del Faraone e il salmo 103/104 ci sono somiglianze di stile e di vocabolario. Il linguaggio della meraviglia è lo stesso a tutte le latitudini, ma ciò che è interessante sono le differenze che sono la traccia della Rivelazione fatta al popolo dell’Alleanza. La prima differenza, ed è essenziale per la fede d’Israele, è che Dio solo è Dio; non c’è altro Dio che lui; e quindi il sole non è un dio. la Bibbia mette il sole e la luna al loro posto, non sono dèi ma unicamente dei luminari, creature anche loro: uno dei versetti del salmo lo dice chiaramente: “Tu, Dio, hai fatto la luna per segnare i tempi e il sole che sa l’ora del suo tramonto”. Ci sono versetti che non sono stati scelti per la festa di Pentecoste che presentano bene Dio come l’unico signore della Creazione e viene usato un vocabolario tutto regale: Dio è presentato come un re magnifico, maestoso e vittorioso. Seconda particolarità della Bibbia: la creazione è solo buona e si sente un’eco del poema della Genesi che ripete instancabilmente come un ritornello “E Dio vide che era cosa buona!”. Il salmo 103/104 evoca tutti gli elementi della creazione, con la stessa meraviglia: Io gioisco nel Signore e il salmista aggiunge, in un versetto che non ascoltiamo questa domenica: “Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare inni al mio Dio finché esisto…” Tuttavia il male non è ignorato: la fine del salmo lo evoca chiaramente e ne auspica la scomparsa: ma gli uomini dell’Antico Testamento avevano capito che il male non è opera di Dio, poiché la creazione intera è buona. E si sa che un giorno Dio farà scomparire ogni male dalla terra: il re vittorioso sugli elementi vincerà tutto ciò che ostacola la felicità dell’uomo. Terza particolarità della fede d’Israele: la creazione è una relazione persistente tra il Creatore e le sue creature. Dicendo nel Credo “Credo in Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra”, non affermiamo soltanto la nostra fede in un atto iniziale di Dio, ma ci riconosciamo in relazione di dipendenza da lui e il salmo lo dice molto bene: “Tutti da te aspettano… Nascondi il tuo volto: vengono meno; togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra”. Altra particolarità della fede d’Israele è che al vertice della creazione c’è l’uomo, creato per essere il re del creato, riempito dello stesso soffio di Dio.E questo noi celebriamo a Pentecoste: lo Spirito di Dio che è in noi vibra alla sua presenza e il salmista canta “Gioisca il Signore delle sue opere…io gioirò nel Signore” Infine, ed è molto importante, in Israele ogni riflessione sulla creazione si inscrive nella prospettiva dell’Alleanza: avendo sperimentato l’opera di liberazione di Dio ha meditato la reazione alla luce di questa esperienza e in questo salmo ne abbiamo le tracce: Prima di tutto il nome di Dio usato qui è il famoso nome in quattro lettere, YHWH, che traduciamo Signore, la rivelazione del Dio dell’Alleanza.
Inoltre “Signore, mio Dio, quanto sei grande!” l’espressione “mio Dio” con il possessivo è sempre un richiamo dell’Alleanza poiché il progetto di Dio in questa Alleanza era precisamente detto nella formula “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Questa promessa si compie nel dono dello Spirito “ad ogni uomo”, come dice il profeta Gioele. Ormai, ogni uomo è invitato a ricevere il dono dello Spirito per diventare veramente figlio di Dio.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (12, 3b-7. 12-13)
Paolo definisce la Chiesa come il luogo dove “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”, non quindi per la nostra vanità, ma in vista del bene di tutti. Ed è un dono gratuito per tutti come gratuitamente le membra del corpo sono al servizio di tutto il corpo. L’opera dello Spirito nel mondo somiglia a un immenso mosaico con diversi tasselli coesi e uniti dall’invisibile azione dello Spirito. Nella misura in cui si moltiplicano le comunità il mosaico si allarga come una macchia d’olio e diventa sempre più armonico. In queste comunità Giudei o pagani, schiavi o uomini liberi abbattono le frontiere dei preconcetti e delle divisioni riconoscendosi tutti fratelli e sorelle, membra d’un unico corpo grazie all’unico Battesimo che tutti c’incorpora in Cristo. Paolo aveva certamente buone ragioni per insistere sull’unità perché i cristiani a Corinto erano di origini così diverse, Giudei o pagani con problemi di contrapposte sensibilità e tradizioni religiose e talora i credenti della prima ora mostravano fatica ad accettare i nuovi arrivati. Mettere Giudei e pagani sullo stesso piano a livello religioso, quando si sa il peso che poteva avere l’elezione d’Israele agli occhi di Paolo, era comunque molto audace!. Queste problematiche e difficoltà, presenti e messe in evidenza da Paolo nella comunità di Corinto, non sono mancate nel corso dei secoli e persistono ancor oggi nella Chiesa. La legge che anima i credenti è sempre la parola di Gesù che raccomandava agli apostoli: “Voi lo sapete, i capi delle nazioni le dominano, e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi”. (Mt 20, 25-26). Paolo vede la Chiesa non come una piramide, ma come una folla stretta attorno a Gesù Cristo, unico Maestro, e, ancora, come un corpo vivente formato da tutti i battezzati dove chi ha l’autorità non la concepisce come superiorità, ma come missione.al servizio di tutti. La diversità diventa per tutti un reciproco dono: “Vi sono diversi carismi”, osserva l’Apostolo, e a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene di tutti”. Le nostre diversità diventano allora ricchezze e, proprio con esse, si costruisce l’unità che mai è uniformità o peggio omologazione. Ecco uno dei grandi messaggi della Pentecoste dove tutte le lingue diverse si uniscono per cantare lo stesso canto, “le meraviglie di Dio”. La Chiesa da allora cerca di superare le differenze di sensibilità imparando a vivere la fatica della riconciliazione, sorretta dallo Spirito che ci è donato a Pentecoste, Spirito d’amore, di perdono e riconciliazione. La capacità di riconciliazione e di rispetto reciproco è un segno vero dell’azione dello Spirito e una testimonianza che il mondo aspetta: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” diceva Gesù l’ultima cena (Gv 13, 35). L’unità nella diversità, è una bella scommessa che possiamo vincere solo perché lo Spirito ci è donato: lo stesso Spirito, Spirito dell’Amore che unisce il Padre e il Figlio. Dalla lezione di Babele comprendiamo che l’unità non sta nell’uniformità, e dalla Pentecoste capiamo che la vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità ed è sempre dono dello Spirito e immagine sulla terra della comunione trinitaria, la pericoresi fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-23)
Per trasmettere lo Spirito Santo ai suoi discepoli, Gesù soffia su di loro; questo ci fa pensare alla frase celebre del libro della Genesi, al capitolo 2: “Il Signore Dio soffiò nelle narici dell’uomo l’alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. E il salmo 103/104, che ascoltiamo ugualmente in questa festa di Pentecoste, commenta il testo della Creazione cantando: Manda il tuo spirito, e tutto sarà creato. Ora, siamo alla sera di Pasqua e Gesù riprende questo gesto del Creatore. Si capisce perché san Giovanni annota: “Era la sera di quel giorno, il primo della settimana”, modo per dire che è il primo giorno della nuova creazione. I Giudei evocavano spesso la creazione che Dio aveva compiuto in sette giorni, come leggiamo nel primo capitolo della Genesi e attendevano l’ottavo giorno, quello del Messia. A suo modo, Giovanni ci dice: l’ottavo giorno è arrivato ed è una vera ri-creazione dell’umanità. Riprendiamo tre frasi del racconto della Pentecoste che qui Giovanni ci offre. La prima: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”; la seconda: “Soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” e la terza: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”. La prima e la terza frase esprimono una missione, la seconda parla del dono e cioè dello Spirito Santo dato per compiere la missione ricevuta. E questa missione consiste nel “rimettere i peccati”.“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Gesù è l’inviato del Padre e noi, che siamo gli inviati di Gesù, abbiamo la sua stessa missione. Questo dice la nostra responsabilità, la fiducia che ci è accordata e concerne tutti i battezzati poiché la Chiesa ha sempre ritenuto opportuno confermare tutti i battezzati. La missione di Gesù, per limitarci al vangelo di Giovanni, è togliere il peccato del mondo, anzi “estirpare” il peccato del mondo essendo l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo come aveva profetizzato Giovanni Battista. L’agnello, mite e umile di cuore di fronte ai carnefici secondo la profezia d’Isaia 52-53, è l’agnello pasquale, che firma con la sua vita la liberazione del popolo di Dio. Al di là della liberazione del popolo eletto dalla schiavitù in Egitto, il vangelo ci parla della liberazione dal peccato, dall’odio e dalla violenza. Gesù presenta così la sua missione: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Occorre aver in mante quest’affermazioni del Signore per comprendere la frase non immediatamente comprensibile del testo di oggi: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Oppure, secondo altra versione, “A coloro a cui rimetterete i peccati, saranno rimessi; a coloro a cui non rimetterete i peccati, non saranno rimessi”. La prima parte della frase non presenta difficoltà, ma la seconda potrebbe non essere facilmente comprensibile. Impossibile pensare che Dio, che è Padre, può non perdonarci. Già l’Antico Testamento aveva messo in luce che il perdono di Dio precede addirittura il nostro pentimento perché in Dio il perdono non è un atto puntuale ma definisce il suo stesso essere. Dio è dono e perdono. La caratteristica della misericordia è il chinarsi di Dio verso i miseri cioè verso tutti noi. Il potere dato ai discepoli, anzi la missione loro affidata, è comunicare e trasmettere il perdono di Dio. Di conseguenza c’è la terribile responsabilità, espressa nella seconda parte della frase, di non limitarsi semplicemente a dire la parola del perdono di Dio, ma di fare di tutto affinché il mondo non ignori questo perdono perché non diventi preda della disperazione. Il perdono di Dio annunciato con parole e con gesti concreti rende noi stessi “perdono vivente”, apostoli della Divina Misericordia. A Pentecoste, Dio soffia le parole del perdono e lo Spirito Santo continua a soffiare al nostro spirito parole e gesti di perdono facendoci “agnelli di Dio” con il potere di vincere la spirale dell’odio e della violenza. “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” per rispondere alla violenza e all’odio con la non-violenza, la mitezza e il perdono affrettando così l’arrivo del giorno in cui l’umanità intera vivrà immersa nell’amore e nel perdono: sarà il trionfo della Misericordia Divina!
+Giovanni D’Ercole







