don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

«Un tempo brevissimo»: non siamo in sala d’aspetto

(Gv 16,16-20)

 

La comunione umana dei primi discepoli col Maestro è stata suggestiva, non esauriente. Essa deve ora rinnovarsi.

Ciò avviene nel passaggio di Gesù dal mondo al Padre. Quindi nel cammino e dialogo fuori di ogni cerchia, cui gli apostoli stessi sono chiamati.

Il distacco terreno dal Signore è stato drammatico. Ma anche oggi siamo spinti a vivere e crescere nella ‘Chiesa in uscita’.

Spostamento che obbliga i fedeli in Cristo a transitare dai fratelli e sorelle di comunità a un rapporto totalizzante con la famiglia umana.

L’immediata percezione diventerebbe infrangibile: Gesù deve andare e lasciarci soli perché entriamo nel Mistero, in ricerca.

Ciò affinché sia il Risorto e il totalmente Altro a emergere in questo distacco, nella nebbia e notte dell’Esodo ribadito, tutto reale e tutto nuovo.

Anche per noi, la certezza si fa problema; la stabilità conosce le scosse. 

Non siamo dei protetti - come nella religione pagana, dove gli dèi scendevano nelle difficoltà e parteggiavano per gli amici.

 

C’è un distacco dalle rappresentazioni di Dio, persino dal nostro modo comune di pensare il Risorto.

Egli diventa eco dell’anima, che guida. E si fa ‘corpo’ ossia Chiesa; nonché “chiamata” alla frantumazione degl’idoli, alla testimonianza in uscita.

L'attività evangelizzatrice degli apostoli genuini va di pari passo con il Signore, e ne riflette le vicende, l’insegnamento, il tipo di confronti.

In tal guisa il Vivente si fa presente e operante in noi, senza soluzioni di continuità.

Certo, gli eventi che si avvicinano assumono una loro configurazione - ogni volta particolare.

Ma per Fede nella vittoria della vita sulla morte, capiamo: tutto si configura nelle modalità che consentono di esprimere il Nucleo profondo dell’essere, il nostro sentirci chiamati.

Gioia fontale, autentica.

In quanto discepoli, dispieghiamo il Risorto nella storia di ciascuno: morte risurrezione manifestazioni... personali, inedite anche nel segno dei travagli - per ogni credente.

In tale prospettiva tipicamente giovannea (e azione pratica) la morte-risurrezione, la glorificazione alla destra del Padre [Ascensione] e il Dono dello Spirito si rendono simultanei.

Come un ‘nuovo ordine’ di cose [cosiddetto Ritorno alla fine dei tempi].

 

Insomma, l’avvenimento integrale del Messia umanizzante concede al fedele di sentirsi in comunione con Dio, e unito al Figlio - senza cesura alcuna, né ritardi temporali.

La Fede-Visione coglie lo Spirito innovatore e creatore del Padre all’opera, per edificare il mondo definitivo.

Pertanto, il Giudizio dalla Croce è adesso, non si collocherà dopo un’attesa snervante, in un momento lontano.

Il Tempo della Chiesa non diventa così “intermedio”. Né può giustificare forme di spiritualità oscura e vuota.

L’impatto col divino sfida ed espone. Tuttavia possiede una sua densità, unica.

Le tribolazioni ci sarebbero state - anche tanto serie, ricolme d’imbarazzo e senza precedenti - ma avrebbero trascinato le coscienze ben oltre lo sconcerto e il repentino poco appagante.

Nell’esperienza degli inviati, posti faccia a faccia con la Missione, l’enigmatico «fra poco» non avrebbe avuto nulla d’impenetrabile.

Lo ‘rivediamo’ in Spirito, però non solo nel cuore.

È per un Annuncio insieme - senza intimismi. Libero rapporto con la realtà e il Vivente, “da” noi stessi.

 

Gv riflette una catechesi a domande e risposte rivolta a coloro che non riuscivano a comprendere il senso della morte del Maestro e chiedevano spiegazioni.

I padroni dell’antica religione del consenso gioivano per la scomparsa di quel sovversivo ed eretico che invece di tenersi quieto e fare carriera era stato una spina nel fianco del loro prestigio - e guadagni - finalmente fatto fuori e svergognato.

Ormai un fallito e rifiutato anche da Dio.

Ebbene: «un tempo brevissimo» o «entro breve tempo» sono espressioni che ribadiscono e marcano la continuità fra esperienza di vicinanza fisica con Gesù e ‘visione’ del Risorto.

Trasfigurato e Signore in-noi, è il medesimo Maestro che riconosciamo nella sua vicenda terrena, compresi gli aspetti meno felici. Ad es. di rifiuto, denuncia, rimprovero.

Proprio come di uno che non sa stare al mondo.

Sono momenti inestimabili: tempi di riscoperta della vicinanza cosmica e divina, ovviamente purificata da illusioni di gloria o conformismo sociale.

Malgrado l’ambiente ostile, la situazione interiore del discepolo non muta: è di unità permanente e non subisce interruzione, anzi diventa più incisiva e diretta al fine.

Fede è Relazione penetrante: anche oggi, non più legata al sentire, al vissuto rituale, o ai segni di una civitas christiana monopolista e consolidata - bensì all’acutezza e incisività dell’adesione personale.

 

Talora sembra dileguarsi? Subito dopo un dubbio che sorge, ogni cosa si capovolge.

La franchezza nell’aspro confronto con il potere consolidato o con le idee della devozione buona per le sagre e tutte le stagioni, Lo rende improvvisamente Presente.

Vivo e fastidioso, ma stupefacente.

È vero: quando tutto sa di tristezza e prova, in un istante la situazione si rovescia.

È il momento della Felicità profonda: della Visione dell’Amico invisibile che si manifesta nella sua Sapienza e forza reali.

Incarnazione che continua nei testimoni critici e nelle assemblee che si configurano quali Risveglio luminoso del Signore.

Esse affrontano la medesima Passione d’amore e non scansano i problemi: li fanno fiorire come Novità vitale di Dio.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

La tua testimonianza è cosa diluita e fa dormire, o è intensa, perspicace, pungente?

Mercoledì, 06 Maggio 2026 03:48

Tristezza e Gioia

1. Ascoltando le parole del Salmo 125 si ha l’impressione di vedere scorrere davanti agli occhi l’evento cantato nella seconda parte del Libro di Isaia: il «nuovo esodo». È il ritorno di Israele dall’esilio babilonese alla terra dei padri in seguito all’editto del re persiano Ciro nel 538 a.C. Allora si ripeté l’esperienza gioiosa del primo esodo, quando il popolo ebraico fu liberato dalla schiavitù egiziana.

Questo Salmo acquistava particolare significato quando veniva cantato nei giorni in cui Israele si sentiva minacciato e impaurito, perché sottomesso di nuovo alla prova. Il Salmo comprende effettivamente una preghiera per il ritorno dei prigionieri del momento (cfr v. 4). Esso diventava, così, una preghiera del popolo di Dio nel suo itinerario storico, irto di pericoli e di prove, ma sempre aperto alla fiducia in Dio Salvatore e Liberatore, sostegno dei deboli e degli oppressi.

2. Il Salmo introduce in un’atmosfera di esultanza: si sorride, si fa festa per la libertà ottenuta, affiorano sulle labbra canti di gioia (cfr vv. 1-2).

La reazione di fronte alla libertà ridonata è duplice. Da un lato, le nazioni pagane riconoscono la grandezza del Dio di Israele: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro» (v. 2). La salvezza del popolo eletto diventa una prova limpida dell’esistenza efficace e potente di Dio, presente e attivo nella storia. D’altro lato, è il popolo di Dio a professare la sua fede nel Signore che salva: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi» (v. 3).

3. Il pensiero corre poi al passato, rivissuto con un fremito di paura e di amarezza. Vorremmo fissare l’attenzione sull’immagine agricola usata dal Salmista: «Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo» (v. 5). Sotto il peso del lavoro, a volte il viso si riga di lacrime: si sta compiendo una semina faticosa, forse votata all’inutilità e all’insuccesso. Ma quando giunge la mietitura abbondante e gioiosa, si scopre che quel dolore è stato fecondo.

In questo versetto del Salmo è condensata la grande lezione sul mistero di fecondità e di vita che può contenere la sofferenza. Proprio come aveva detto Gesù alle soglie della sua passione e morte: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

4. L’orizzonte del Salmo si apre così alla festosa mietitura, simbolo della gioia generata dalla libertà, dalla pace e dalla prosperità, che sono frutto della benedizione divina. Questa preghiera è, allora, un canto di speranza, cui ricorrere quando si è immersi nel tempo della prova, della paura, della minaccia esterna e dell’oppressione interiore.

Ma può diventare anche un appello più generale a vivere i propri giorni e a compiere le proprie scelte in un clima di fedeltà. La perseveranza nel bene, anche se incompresa e contrastata, alla fine giunge sempre ad un approdo di luce, di fecondità, di pace.

È ciò che san Paolo ricordava ai Galati: «Chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo» (Gal 6,8-9).

5. Concludiamo con una riflessione di san Beda il Venerabile (672/3-735) sul Salmo 125 a commento delle parole con cui Gesù annunziava ai suoi discepoli la tristezza che li attendeva e insieme la gioia che sarebbe scaturita dalla loro afflizione (cfr Gv 16,20).

Beda ricorda che «piangevano e si lamentavano quelli che amavano Cristo quando lo videro preso dai nemici, legato, portato in giudizio, condannato, flagellato, deriso, da ultimo crocifisso, colpito dalla lancia e sepolto. Gioivano invece quelli che amavano il mondo…, quando condannavano a morte turpissima colui che era per loro molesto anche solo a vederlo. Si rattristarono i discepoli della morte del Signore, ma, conosciuta la sua risurrezione, la loro tristezza si mutò in gioia; visto poi il prodigio dell’ascensione, con gioia ancora maggiore lodavano e benedicevano il Signore, come testimonia l’evangelista Luca (cfr Lc 24,53). Ma queste parole del Signore si adattano a tutti i fedeli che, attraverso le lacrime e le afflizioni del mondo, cercano di arrivare alle gioie eterne, e che a ragione ora piangono e sono tristi, perché non possono vedere ancora colui che amano, e perché, fino a quando stanno nel corpo, sanno di essere lontani dalla patria e dal regno, anche se sono certi di giungere attraverso le fatiche e le lotte al premio. La loro tristezza si muterà in gioia quando, terminata la lotta di questa vita, riceveranno la ricompensa della vita eterna, secondo quanto dice il Salmo: “Chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia”» (Omelie sul Vangelo, 2,13: Collana di Testi Patristici, XC, Roma 1990, pp. 379-380).

 

[Papa Benedetto, Udienza Generale 17 agosto 2005]

Mercoledì, 06 Maggio 2026 03:45

La sorte dei cristiani

Ai discepoli Gesù rivolge l’invito a rallegrarsi, a vincere la tentazione della tristezza per la partenza del Maestro, perché questa partenza è condizione disposta nel disegno divino per la venuta dello Spirito Santo: “È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado non verrà a voi il Paraclito; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò” (Gv 16, 7). Sarà il dono dello Spirito a procurare ai discepoli una gioia grande, anzi la pienezza della gioia, secondo l’intenzione espressa da Gesù. Il Salvatore, infatti, dopo aver invitato i discepoli a rimanere nel suo amore, aveva detto: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11; cf. Gv 17, 13). È lo Spirito Santo a mettere nel cuore dei discepoli la stessa gioia di Gesù, gioia della fedeltà all’amore che viene dal Padre.

San Luca attesta che i discepoli, i quali al momento dell’Ascensione avevano ricevuto la promessa del dono dello Spirito Santo, “tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio” (Lc 24, 52-53). Negli Atti degli Apostoli risulta che, dopo la Pentecoste, si era creato negli Apostoli un clima di profonda gioia, che si comunicava alla comunità, in forma di esultanza e di entusiasmo nell’abbracciare la fede, nel ricevere il battesimo e nel vivere insieme, come dimostra quel “prendere i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (At 2, 46-47). Il libro degli Atti annota: “I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo” (At 13, 52).

6. Ben presto sarebbero venute le tribolazioni e persecuzioni predette da Gesù proprio nell’annunciare la venuta del Paraclito-Consolatore (cf. Gv 16,1ss.). Ma secondo gli Atti la gioia perdura anche nella prova: vi si legge infatti che gli Apostoli, tradotti davanti al Sinedrio, fustigati, ammoniti e rimandati a casa, se ne tornarono “lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù. E ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo” (At 5, 41-42).

Questa, del resto, è la condizione e la sorte dei cristiani, come ricorda San Paolo ai Tessalonicesi: “Voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione” (1 Ts 1, 6). I cristiani, secondo Paolo, ripetono in sé il mistero pasquale di Cristo, che ha come cardine la Croce. Ma il suo coronamento è la “gioia dello Spirito Santo” per coloro che perseverano nelle prove. È la gioia delle beatitudini, e più particolarmente della beatitudine degli afflitti, e dei perseguitati (cf. Mt 5, 4.10-12). Non affermava forse l’apostolo Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi . . .” (Col 1, 24)? E Pietro, per parte sua, esortava: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pt 4, 13).

Preghiamo lo Spirito Santo perché accenda sempre più in noi il desiderio dei beni celesti e ce ne faccia godere un giorno la pienezza: “Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna”.

Amen.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 19 giugno 1991]

A spezzare le risate forzate di «una cultura non gioiosa che inventa di tutto per spassarsela», offrendo «dappertutto pezzettini di dolce vita», ci pensa la vera gioia del cristiano. Che «non si compra al mercato» ma è «un dono dello Spirito», custodito dalla fede e sempre «in tensione tra memoria della salvezza e speranza». È stata tutta incentrata sulla gioia come autentico «respiro del cristiano» l’omelia pronunciata da Papa Francesco durante la messa di lunedì 28 maggio a Santa Marta.

Prendendo spunto dal passo evangelico di Marco (10, 17-27), il Pontefice fatto notare che «questo giovane che voleva andare avanti nella vita del servizio di Dio, che aveva sempre vissuto secondo i comandamenti e anche che è stato capace di attirare a sé l’amore di Gesù, quando sentì la condizione che Gesù gli dà “si fece oscuro in volto e se ne andò rattristato”». In pratica «è uscito dal cuore l’atteggiamento, l’atteggiamento, le radici della sua personalità». Come a dire: «Sì, io voglio seguire il Signore, andare col Signore, ma le ricchezze non toccarle». Perché, ha insistito il Papa, quel giovane «era imprigionato nelle ricchezze, non era libero e per questo se ne andò triste».

«Invece nella prima lettura san Pietro ci parla della gioia, non della tristezza ma della gioia cristiana» ha proseguito il Pontefice, ricordando il brano tratto dalla prima lettera dell’apostolo (1, 3-9). «Questo giovane se ne è andato triste perché non era libero, era schiavo» ha spiegato. E «san Pietro ci dice: “siate ricolmi di gioia”, esultate di gioia». È «forte» l’espressione di Pietro: «Ricolmi di gioia, esultare di gioia».

Ma «cosa è la gioia?» si è chiesto Francesco, riferendosi a quella gioia «che Pietro ci chiede di avere e che il giovane non ha potuto avere perché era prigioniero di altri interessi». Il Papa ha definito «la gioia cristiana» come «il respiro del cristiano». Perché «un cristiano che non è gioioso nel cuore — ha affermato — non è un buon cristiano».

La gioia dunque, ha affermato il Pontefice, «è il respiro, il modo di esprimersi del cristiano». Del resto, ha fatto notare, la gioia «non è una cosa che si compra o io la faccio con lo sforzo: no, è un frutto dello Spirito Santo». Perché, ha ricordato, a causare «la gioia nel cuore è lo Spirito Santo». C’è «la gioia cristiana se noi siamo in tensione fra il ricordo — la memoria di essere rigenerati, come dice san Pietro, che ci ha salvato Gesù — e la speranza di quello che ci aspetta». E «quando una persona è in questa tensione, è gioiosa».

Ma, ha avvertito il Papa, «se noi dimentichiamo quello che ha fatto il Signore per noi, dare la vita, rigenerarci — è forte la parola, “rigenerarci”, una nuova creazione come dice la liturgia — e se noi non guardiamo a quello che ci aspetta, l’incontro con Gesù Cristo, se noi non abbiamo memoria, non abbiamo speranza, non possiamo avere gioia». Magari «abbiamo sì sorrisi, sì, ma la gioia no».

Oltretutto, ha rilanciato Francesco, «non si può vivere cristianamente senza gioia, almeno nel suo primo grado che è la pace». Infatti «il primo scalino della gioia è la pace: sì, quando vengono le prove, come dice san Pietro, uno soffre; ma scende e trova la pace e quella pace non può toglierla nessuno». Ecco perché «il cristiano è un uomo, una donna di gioia, un uomo, una donna di consolazione: sa vivere in consolazione, la consolazione della memoria di essere rigenerato e la consolazione della speranza che ci aspetta». Proprio «questi due fanno quella gioia cristiana e l’atteggiamento».

«La gioia non è vivere di risata in risata, no, non è quello» ha messo in guardia il Pontefice. E «la gioia — ha aggiunto — non è essere divertente, no, non è quello, è un’altra cosa». Perché «la gioia cristiana è la pace, la pace che c’è nelle radici, la pace del cuore, la pace che soltanto Dio ci può dare: questa è la gioia cristiana». Il Papa ha fatto presente che «non è facile custodire questa gioia». E «l’apostolo Pietro dice che è la fede che la custodisce: io credo che Dio mi ha rigenerato, credo che mi darà quel premio». Proprio «questa è la fede e con questa fede si custodisce la gioia, si custodisce la consolazione». Dunque «la gioia, la consolazione, ma soltanto è la fede a custodirla».

«Noi — ha riconosciuto il Papa — viviamo in una cultura non gioiosa, una cultura dove si inventano tante cose per divertirci, spassarsela; ci offrono dappertutto pezzettini di dolce vita». Ma «questa non è la gioia — ha spiegato — perché la gioia non è una cosa che si compra nel mercato: è un dono dello Spirito».

In questa prospettiva Francesco ha suggerito di guardare dentro se stessi, domandandosi: «Com’è il mio cuore? È pacifico, è gioioso, è in consolazione?». Di più, ha rilanciato il Pontefice, «anche nel momento del turbamento, nel momento della prova, quel mio cuore è un cuore non inquieto bene, con quella inquietudine che non è buona: c’è un’inquietudine buona ma ce n’è un’altra che non è buona, quella di cercare le sicurezze dappertutto, quella di cercare il piacere dappertutto». Come «il giovane del Vangelo: aveva paura che se lasciava le ricchezze non sarebbe stato felice».

Perciò «la gioia, la consolazione» sono «il nostro respiro di cristiani». E così, ha suggerito Francesco, «chiediamo allo Spirito Santo che ci dia sempre questa pace interiore, quella gioia che nasce dal ricordo della nostra salvezza, della nostra rigenerazione e dalla speranza di quello che ci aspetta». Perché «soltanto così si può dire “sono cristiano”». Infatti non ci può essere «un cristiano oscuro, rattristato, come questo giovane che “a queste parole si fece oscuro in volto, se ne andò rattristato”». Di certo «non era cristiano: voleva essere vicino a Gesù ma ha scelto la propria sicurezza, non quella che dà Gesù».

Per questo, ha concluso il Papa, «chiediamo allo Spirito Santo che ci dia gioia, che ci dia la consolazione, almeno nel primo grado: la pace». Consapevoli che «essere uomo e donna di gioia significa essere uomo e donna di pace, significa essere uomo e donna di consolazione: che lo Spirito Santo ci dia questo».

 

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 29/05/2018]

 

 

Senza paura

Paura e tristezza fanno ammalare le persone e anche la Chiesa, perché paralizzano, rendono egocentrici e finiscono per viziare l’aria delle comunità che sulla porta espongono il cartello «vietato» perché hanno paura di tutto. È invece la gioia, che nel dolore arriva a essere pace, l’atteggiamento coraggioso del cristiano, sostenuto dal timor di Dio e dallo Spirito Santo. È quanto ha detto il Papa nella messa celebrata, venerdì 15 maggio, nella cappella della Casa Santa Marta.

Nella liturgia della parola, ha fatto subito notare Francesco commentando le letture del giorno, «ci sono due parole forti che la Chiesa ci fa meditare: paura e gioia». E così — si legge negli Atti degli apostoli (18, 9-18) — il Signore dice a Paolo: «Non aver paura; continua a parlare».

«La paura — ha spiegato il Papa — è un atteggiamento che ci fa male, ci indebolisce, ci rimpiccolisce, ci paralizza anche». Tanto che «una persona sotto paura non fa nulla, non sa cosa fare: è timorosa, paurosa, concentrata su se stessa affinché non le succeda qualcosa di male, di brutto». Dunque «la paura porta a un egocentrismo egoistico e paralizza». Proprio «per questo Gesù dice a Paolo: non aver paura, continua a parlare».

La paura, infatti, «non è un atteggiamento cristiano», ma «è un atteggiamento, possiamo dire, di un’anima incarcerata, senza libertà, che non ha libertà di guardare avanti, di creare qualcosa, di fare del bene». E così chi ha paura continua a ripetere: «No, c’è questo pericolo, c’è quell’altro, quell’altro», e così via. «Che peccato, la paura fa male!» ha commentato ancora Francesco.

La paura, però, «va distinta dal timore di Dio, con la quale non ha nulla a che vedere». Il timore di Dio, ha affermato il Pontefice, «è santo, è il timore dell’adorazione davanti al Signore e il timore di Dio è una virtù». Esso, infatti, «non rimpiccolisce, non indebolisce, non paralizza»; al contrario, «porta avanti verso la missione che il Signore dà». E in proposito il Pontefice ha aggiunto: «Il Signore, nel capitolo 18 del Vangelo di Luca, parla di un giudice che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno, e faceva quello che voleva». Questo «è un peccato: la mancanza di timore di Dio e anche l’autosufficienza». Perché «distoglie dal rapporto con Dio e anche dall’adorazione».

Perciò, ha detto Francesco, «una cosa è il timore di Dio, che è buono; ma un’altra cosa è la paura». E «un cristiano pauroso è poca cosa: è una persona che non ha capito quale sia il messaggio di Gesù».

L’«altra parola» proposta dalla liturgia, «dopo l’Ascensione del Signore», è «gioia». Nel passo del Vangelo di Giovanni (16, 20-23), «il Signore parla del passaggio dalla tristezza alla gioia», preparando i discepoli «al momento della passione: “Voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia”». Gesù suggerisce «l’esempio della donna nel momento del parto, che ha tanto dolore ma dopo, nato il bambino, si dimentica del dolore» per lasciare spazio alla gioia. «E nessuno potrà togliervi la vostra gioia» assicura dunque il Signore.

Ma «la gioia cristiana — ha avvertito il Papa — non è un semplice divertimento, non è un’allegria passeggera». Piuttosto, «la gioia cristiana è un dono dello Spirito Santo: è avere il cuore sempre gioioso perché il Signore ha vinto, il Signore regna, il Signore è alla destra del Padre, il Signore ha guardato me e mi ha inviato e mi ha dato la sua grazia e mi ha fatto figlio del Padre». Ecco cosa è davvero «la gioia cristiana».

Un cristiano, perciò, «vive nella gioia». Ma, si è chiesto Francesco, «dov’è questa gioia nei momenti più tristi, nei momenti del dolore? Pensiamo a Gesù sulla Croce: aveva gioia? Eh no! Ma sì, aveva pace!». Infatti, ha spiegato il Papa, «la gioia, nel momento del dolore, della prova, diviene pace». Invece «un divertimento nel momento del dolore diviene oscurità, diviene buio».

Ecco perché «un cristiano senza gioia non è cristiano; un cristiano che vive continuamente nella tristezza non è cristiano». A «un cristiano che perde la pace, nel momento delle prove, delle malattie, di tante difficoltà, manca qualcosa».

Francesco ha invitato a «non avere paura e avere gioia», spiegando: «Non avere paura è chiedere la grazia del coraggio, il coraggio dello Spirito Santo; e avere gioia è chiedere il dono dello Spirito Santo, anche nei momenti più difficili, con quella pace che il Signore ci dà».

È ciò che «accade nei cristiani, accade nelle comunità, nella Chiesa intera, nelle parrocchie, in tante comunità cristiane». Infatti «ci sono comunità paurose, che vanno sempre sul sicuro: “No, no, non facciamo questo... No, no, questo non si può, questo non si può”». A tal punto che «sembra che sulla porta d’entrata abbiano scritto “vietato”: tutto è vietato per paura». Così «quando si entra in quella comunità l’aria è viziata, perché la comunità è malata: la paura ammala una comunità; la mancanza di coraggio ammala una comunità».

Ma «anche una comunità senza gioia è una comunità ammalata, perché quando non c’è la gioia c’è il vuoto. No, anzi: c’è il divertimento». E così, in fin dei conti, «sarà una bella comunità divertente, ma mondana, ammalata di mondanità perché non ha la gioia di Gesù Cristo». E «un effetto, fra gli altri, della mondanità — ha messo in guardia il Pontefice — è quello di sparlare degli altri». Dunque, «quando la Chiesa è paurosa e quando la Chiesa non riceve la gioia dello Spirito Santo, la Chiesa si ammala, le comunità si ammalano, i fedeli si ammalano».

Nella preghiera all’inizio della messa, ha ricordato il Papa, «abbiamo chiesto al Signore la grazia di innalzarci verso il Cristo seduto alla destra del Padre». Proprio «la contemplazione del Cristo seduto alla destra del Padre — ha affermato — ci darà il coraggio, ci darà la gioia, ci toglierà la paura e ci aiuterà anche a non cadere in una vita superficiale e divertente».

«Con questa intenzione di innalzare il nostro spirito verso Cristo seduto alla destra del Padre — ha concluso Francesco — continuiamo la nostra celebrazione, chiedendo al Signore: innalza il nostro spirito, toglici ogni paura e dacci la gioia e la pace».

[Papa Francesco, omelia s. Marta 15 maggio 2015; (da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.109, 16/05/2015)]

Martedì, 05 Maggio 2026 09:46

6a Domenica di Pasqua

VI Domenica di Pasqua (anno A)  [10 Maggio 2026] 

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (8, 5-8.14-17)

Riprendo la prima frase: «Filippo, uno dei Sette», cioè uno di quei sette uomini designati per organizzare il servizio delle mense a Gerusalemme. Concretamente, si trattava del problema di assicurare una condivisione equa nella distribuzione di quella che assomigliava a una banca alimentare a favore delle vedove. Domenica scorsa abbiamo visto che era nato un problema tra i primissimi cristiani. Dopo la Risurrezione di Gesù, tutti quelli che hanno seguito gli apostoli e hanno chiesto il battesimo erano Giudei, sia di nascita, sia convertiti al giudaismo (quelli che si chiamavano i proseliti). Ma tra loro c’erano già grandi diversità. Tra questi Giudei, alcuni erano originari d’Israele e in particolare di Gerusalemme e parlavano ebraico alla sinagoga e aramaico per strada: erano chiamati Ebrei. Gli altri erano originari della Diaspora, cioè tutto il resto dell’impero romano: parlavano greco e li si chiamava Ellenisti. Per la celebrazione dello shabbat tutti i Giudei, diventati cristiani o no, si recavano in sinagoghe: Ebrei da una parte, Ellenisti dall’altra. Ma per la celebrazione cristiana, i Giudei che erano diventati cristiani si riunivano in case private Ellenisti ed Ebrei insieme. È nel quadro di queste celebrazioni cristiane che scoppia una prima lite tra questi due gruppi di cristiani, a proposito dei soccorsi portati alle vedove. E, per risolverla, si sono nominati sette uomini incaricati del servizio delle mense (oggi si direbbe forse delle questioni materiali). Era il testo di domenica scorsa. Tra questi sette uomini, Stefano e Filippo entrambi Giudei, diventati cristiani da poco, Ellenisti ardenti, ferventi e probabilmente riconosciuti come dei leader cercano di convertire a Gesù Cristo i Giudei che frequentano le sinagoghe dove si parla greco ed è lì che nasce una seconda lite. Non una disputa tra cristiani di origini diverse, ma ben più grave tra Giudei ellenisti (cioè Giudei della Diaspora): lite che oppone quelli che credono in Gesù di Nazaret, Messia misconosciuto, crocifisso, risorto e quelli che continuano a pensare che Gesù non fosse che un impostore. Ed è lì che comincia la prima persecuzione: i Giudei che rifiutano di credere in Gesù Cristo attaccano i loro fratelli giudei diventati cristiani. Stefano sarà martirizzato: denunciato da Giudei ellenisti alle autorità di Gerusalemme, viene arrestato, giustiziato. Il martirio di Stefano non placa il furore dei suoi oppositori; al contrario, se la prenderanno con gli altri cristiani del gruppo di Stefano. Questa primissima persecuzione non mira agli apostoli diretti di Gesù, Pietro, Giovanni, Giacomo e gli altri che fanno parte del gruppo degli Ebrei; mira soltanto agli Ellenisti. Così che gli apostoli di Gesù non sono inquietati e restano a Gerusalemme, continuando a praticare la religione giudaica pur predicando nel nome di Gesù. Invece, per prudenza, il gruppo degli Ellenisti si disperde: quelli che sono più in pericolo si allontanano, ma naturalmente, dovunque andranno, parleranno del Messia, Gesù di Nazaret. E dunque, grazie alla persecuzione, la Buona Notizia oltrepassa Gerusalemme e raggiunge le altre città della Giudea e la Samaria. Più tardi, ci si ricorderà dell’ultima frase di Gesù, il giorno dell’Ascensione: “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino agli estremi confini della terra” (At1,8). È esattamente ciò che sta accadendo: è paradossalmente questa prova, la persecuzione e la dispersione della comunità che permette all’evangelizzazione di guadagnare terreno. Per questo Filippo è sceso in Samaria, e invece di nascondersi si mette a predicare oltrepassando rapidamente la missione che gli era stata affidata. All’inizio, Filippo è stato scelto per essere uno dei Sette incaricati del servizio delle mense delle vedove a Gerusalemme e lo ritroviamo predicatore in Samaria. Allo stesso tempo, resta in legame, visibilmente, con quelli che gli hanno affidato la sua missione poiché la comunità di Gerusalemme gli manda Pietro e Giovanni che verranno in qualche modo ad autenticare il lavoro compiuto da Filippo. Ciò accade in Samaria e si sa fino a che punto la gente di Gerusalemme disprezzava i Samaritani: li consideravano degli eretici; perché, da secoli, tra Giudei e Samaritani si alimentavano con cura la lite e il disprezzo dell’altro. Filippo non si imbarazza con le vecchie liti: lui, l’uomo della Diaspora è senza dubbio lontano da queste dispute teologiche e, in ogni caso, grazie a lui, il vangelo ha appena oltrepassato le frontiere della sinagoga. In cambio insiste sulla gioia dei Samaritani di accogliere la Buona Notizia 

 

Salmo responsoriale (65/66) 

Abbiamo ascoltato solo qualche versetto dei venti che conta il salmo 65/66 eppure viene qui riassunta la lunga avventura dei credenti in tre tappe. La prima è suggerita al versetto 6 con il richiamo dell’Esodo, l’uscita dall’Egitto con Mosè: “Cambiò il mare in terra ferma”, poi l’entrata nella terra promessa sotto la guida di Giosuè, con il miracolo del prosciugamento del Giordano: “Attraversarono il fiume a piedi asciutti”. Quando si leggono attentamente i salmi, si è sorpresi dell’abbondanza degli echi dell’Esodo che è il fondamento dell’esperienza credente d’Israele e quindi della sua speranza. Seconda tappa, il salmista invita i suoi contemporanei alla preghiera, alla lode e alla condivisione dell’esperienza credente: “Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio; vi dirò quello che ha fatto per la mia anima”. Terza tappa, la terra intera è invitata a entrare nella lode di Dio: “Acclamate Dio, tutta la terra; festeggiate la gloria del suo nome, glorificatelo celebrando la sua lode. Dite a Dio: Quanto sono temibili le tue opere”. Non è la prima volta che la preghiera d’Israele si allarga alla dimensione della terra intera, cioè l’umanità intera. Il popolo eletto ha compreso con il tempo che la sua missione è far entrare tutti i popoli nella gioia di Dio. Isaia dice: “La mia casa si chiamerà "Casa di preghiera per tutti i popoli" (Is56,7). Nel salmo si avverte già una sorta di anticipazione di quel giorno, come se tutti i popoli facessero già parte del corteo dei pellegrini che salgono a Gerusalemme: Tutta la terra si prostra davanti a te, canta per te, canta per il tuo nome. Questo salmo guarda nello stesso tempo al passato, al presente, al futuro... Nel passato, Dio ha liberato il suo popolo dalla servitù in Egitto. Oggi libera ogni istante quelli che lo lasciano agire; nell’avvenire tutta l’umanità sarà liberata definitivamente dalle catene che la tengono attualmente legata nelle paure e nelle guerre. Questo salmo ci introduce dunque a ciò che rappresenta per il popolo giudaico la dimensione storica dell’esperienza credente. E, come sempre nell’universo biblico, la dimensione collettiva ha il primato sull’esperienza individuale. Fin dalla più tenera età, il bambino ebreo partecipa alla memoria del suo popolo: le preghiere quotidiane, lo shabbat, le feste, i pellegrinaggi evocano una memoria collettiva nella quale il bambino entra per una lenta impregnazione; sente innumerevoli volte gli adulti cantare la gloria di Dio, raccontare le sue alte gesta e un giorno, a sua volta, del tutto naturalmente anche lui riprenderà il testimone. Sente i suoi anziani affermare: “Benedetto sia Dio che non ha respinto la mia preghiera, né ha distolto da me il suo amore”. Ricorderà le imprese di Dio che ha liberato gli antichi dalla schiavitù in Egitto: Mutò il mare in terra ferma, attraversarono il fiume a piedi asciutti. La giornata degli adulti, dalla preghiera del mattino a quella della sera, passando per i pasti e tutti gli atti della vita quotidiana, è impregnata di questa memoria del Dio che libera da ogni schiavitù. Il bambino ebreo entra del tutto naturalmente nella “memoria” del suo popolo, ma tutto ciò suppone una vita di famiglia e un senso forte d’appartenenza a un popolo.  Ecco forse una delle chiavi dei nostri problemi di trasmissione della fede: è questa memoria collettiva, appunto, che manca a molti dei nostri giovani cristiani. La memoria di un popolo non è affare di corsi di istruzione religiosa, per quanto eccellenti, ma è questione di vita comunitaria, di riti ripetuti, di lenta impregnazione e vediamo bene quanto siano gravi i pericoli dell’individualismo. Sappiamo allo stesso tempo ciò che ci resta da fare se vogliamo trasmettere la fede alle nuove generazioni: è urgente tornare a impregnare tutta l’esistenza familiare di questa memoria credente e dar vigore rinnovato alle nostre comunità cristiane.

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (3,15-18)

Tra le righe di questo testo si può immaginare che gli interlocutori di Pietro soffrivano vessazioni e scherni da parte dei pagani; non una persecuzione dichiarata, ma un’ostilità latente e dovevano spiegare ogni volta perché rifiutavano certe pratiche pagane, come per esempio i sacrifici alle divinità pagane. Pietro dice loro: Fratelli, è il vostro turno ora, di comportarvi come Cristo si è comportato. Anche lui ha conosciuto accuse, calunnie, minacce, ma non ha deviato; a vostro turno, voi dovete essere capaci di resistere ai vostri avversari.

Da dove verrà questa resistente audacia?  I cristiani non hanno che una fonte, un argomento, un discorso: Cristo è morto e risorto. Pietro non dice altro: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori… Perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito”. Il corpo, la carne, nel linguaggio biblico, indicano la debolezza umana, il fatto di essere mortali. Difficile per i nemici capire che Gesù è morto e risorto. I cristiani spiegavano che, poiché era pieno dello Spirito di Dio, la morte non ha potuto trattenerlo in suo potere e lo Spirito gli ha fatto attraversare la morte biologica e ha fatto sorgere in lui la vita, dono dello Spirito di vita che il giorno del Battesimo di Gesù si era manifestato su di lui. Questo stesso Spirito, entrato in noi col Battesimo, ci rende capaci di vincere il male, l’odio e la tristezza e questa è la nostra speranza, la speranza di cui Pietro dice che dobbiamo rendere conto in ogni momento. Cristo aveva detto agli Apostoli: “Coraggio, io ho vinto il mondo”. La testimonianza che il mondo aspetta da noi è che il male non è una fatalità e per questo non dobbiamo abbassare mai le braccia davanti al male, all’odio, alla violenza. Cristo ha sofferto per i peccati, una volta per tutte e l’espressione “una volta per tutte” è un grido di vittoria: il mondo del male e del peccato è definitivamente vinto nell’obbedienza del Figlio. Pietro lega fortemente i due aspetti della testimonianza del cristiano: la preghiera è ciò che accade nel segreto del cuore e poi il coraggio pubblico della testimonianza: il primo non va senza l’altro. “Adorate nei vostri cuori la santità di Cristo” è ciò che accade nel segreto della preghiera da cui attingeremo l’audacia necessaria per proclamare con la vita la nostra speranza: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Pietro consiglia di non parlare per primi ma di essere pronti a rispondere alle domande di chi interroga. Mi viene in mente questa frase: “Non parlare se non ti interrogano, ma vivi in modo che gli antri ti interroghino”. Se la vita diventa una vera testimonianza di speranza, chi ti incontra si domanda da dove venga una speranza così indistruttibile. Non è quindi possibile testimoniare Gesù se non viviamo questa speranza, il che vuol dire che la testimonianza avviene in primo luogo con gli atti e non con le parole. Dice Gesù: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini: vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). San Paolo VI notava che i nostri contemporanei cercano testimoni e non maestri… e ascoltano i maestri solo se sono testimoni. Una testimonianza fatta con “dolcezza e rispetto”, sottolinea Pietro, che mai devono abbandonarci perché “rimangano svergognati quelli che malignano sulla nostra buona condotta in Cristo”. 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)

La sera del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi, Gesù dialoga a lungo con i suoi discepoli per l’ultima volta. Parla del Padre e della relazione che unisce lui, il Figlio, al Padre, ma parla anche del legame che ormai unisce gli apostoli a suo Padre e a lui. Un legame che nulla e nessuno potrà distruggere: “Io sono nel Padre mio, voi siete in me e io in voi… Chi mi ama sarà amato dal Padre mio”.

E mentre si appresta a lasciarli, annuncia la venuta dello Spirito. Gli apostoli ricordavano le profezie di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo” (Ez36,26) e “Non nasconderò più loro il mio volto, perché avrò riversato il mio spirito sulla casa d’Israele” (Ez39,29). Con Gioele, la promessa del dono dello Spirito si era fatta universale: “Effonderò il mio Spirito su ogni carne” (Gl 3,1). Quando Gesù dice “lo Spirito di verità rimane presso di voi, e sarà in voi”, annuncia che il grande giorno dell’Alleanza definitiva è arrivato. Queste sue parole evocano la lunga attesa di Israele perché l’aspirazione di tutti i credenti dell’Antico Testamento era la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. C’era stata la Tenda dell’Incontro durante l’Esodo, poi il Tempio di Gerusalemme, ma si attendeva l’Alleanza Nuova in cui Dio avrebbe dimorato non in edifici, ma nel cuore del suo popolo, intimamente presente a ogni cuore credente. Dio l’aveva promesso per bocca di Ezechiele per esempio: «La mia dimora sarà presso di loro, io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ez37,27) e Zaccaria: «Canta ed esulta, figlia di Sion; ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te» (Zc2,14). Gli apostoli erano imbevuti di questa speranza: sapevano che l’Alleanza definitiva promessa nell’Antico Testamento era destinata all’umanità intera e durante la vita pubblica, Gesù aveva ripetuto l’aspirazione che il mondo intero sia salvato. Ma perché dice che il mondo è incapace di ricevere lo Spirito di verità e lo fa proprio in questo momento decisivo della salvezza? Non è certo un giudizio di valore, ma una constatazione: Il mondo non può riceverlo, perché non lo vede e non lo conosce. Ma Gesù prosegue: voi, invece, lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Il che è un invio in missione perché è come se dicesse: “Il mondo non conosce lo Spirito di verità… Tocca a voi farglielo conoscere; a voi far scoprire la presenza attiva dello Spirito in ogni realtà umana”. Gesù vuole fortificare i suoi discepoli: aiutarli a credere che il contagio dell’amore vincerà gradualmente e che è possibile trasformare lo spirito del mondo nello spirito dell’amore. In qualche modo, la missione che affida ai discepoli è un’evangelizzazione per contaminazione, da persona a persona. Ciò sarà possibile perché Gesù assicura: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. In greco “parakletos” designa colui che è chiamato presso un accusato per assisterlo: è il consolatore, l’intercessore, il consigliere, l’avvocato, il difensore, Un avvocato per un processo e di quale processo si parla? Di quello che il mondo fa ai discepoli di Cristo, e attraverso di loro, al Padre stesso e a Cristo. In fin dei conti si tratta del processo alla “Verità”. Da qui l’insistenza di Gesù sulla parola verità ogni volta che avverte i suoi discepoli delle persecuzioni che li attendono: “Quando verrà il Difensore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

 

+Giovanni D’Ercole

(Gv 16,12-15)

 

«Riceverà dal Mio e vi annunzierà [...] riceve dal Mio e vi annunzierà» (vv.14-15).

L’insegnamento impartito da Gesù con la sua vita non fu incompleto, ma un germe che tracciava opzioni fondamentali, linee guida.

L’insufficienza magisteriale nelle casistiche di dettaglio è significativa. Cristo non è un modello ingessato e morto, bensì Motivo e Motore.

E Dio non è un predittore di futuro, né un rassicuratore - bensì Presenza vitale. Anche quando nelle vicende avverse sembra mancare l’aria.

Infatti, nel giusto tempo le crisi si trasformano nell’abbecedario dell’amore; in opportunità per vivere bisogni e relazioni in modo diverso - anche paradossale, per un cambiamento genuino; da dentro, naturale.

In tal guisa e in quello spirito, i discepoli iniziarono un percorso di comprensione dei fatti della Pasqua, scoprendo passo passo che la vicenda del Cristo avrebbe abbracciato tutti i segreti di Dio.

Insomma, le prime fraternità constatavano le cose “straordinarie” della sequela vivente e della ‘guida interiore’.

Vivendo l’insegnamento del Maestro nelle più svariate circostanze [favorevoli e gioiose, o tristi e in perdita] Egli si rendeva Vicino nell’anima; e si manifestava, prendendo il passo dei fratelli.

Una diversa Luce - non più neutra, omologata, qualsiasi - animava la vita dei fedeli e la loro convivenza.

Sperimentavano una nuova Nascita, come un’incessante Creazione.

Dal cuore dei credenti nel Figlio dell’uomo - anche quelli prima malmessi - sgorgava una Fonte inedita di conciliazione e armonia degli opposti. 

Affiorava una Sapienza delle cose sconosciuta al mondo dell’impero e altre credenze.

Lo Spirito del Risorto consentiva di comprendere la fecondità critica della Croce [«il peso»: v.12], così dilatava le soluzioni e gli orientamenti della vita convenzionale competitiva.

Ovvio che si registrassero cadute, per naturali condizioni di precarietà, e per il fatto che non era immediato capire la logica del Crocifisso.

Ma l’Azione dello Spirito della «Verità» [Fedeltà di Dio] illuminava, guidava e stimolava a interpretare più a fondo il Verbo del Signore: non un deposito di affermazioni cristallizzate.

I figli scoprivano che quel Richiamo era vivente, inesauribile nei suoi significati e nella possibilità d’intendere le cose.

Verità sull’Eterno e sull’umanità, gravida d’implicazioni esistenziali.

I rinati dall’acqua e dallo Spirito iniziavano a percepirla come ‘forza’ di eventi, potenza reale e travolgente.

La sua intelligenza si arricchiva nella storia, attraverso vicende di assemblea, esperienze, dialoghi, riflessioni.

Lo Spirito del Cristo piagato e Vivo interiorizzava quell’Appello che rinnovava donne e uomini, e i loro rapporti.

Persone che neppure avevano stima di sé venivano rimesse in piedi. Il profittatore diventava giusto, il dubbioso più sicuro; l’infelice riprendeva a sperare.

Tutti nell’aiuto reciproco si rendevano conto di poter vivere felicemente.

L’assistenza dello Spirito divino totale e mistico, anche oggi guida nell’accesso e pienezza di sfaccettature della Verità; ed è stimolo a una comprensione innovativa, democratica, poliedrica, personale.

Bando all’insicurezza.

Possiamo essere ancora nella franchezza più acuta, energetica e contemplativa; in una fedeltà di lettura-interpretazione integrale dei Vangeli che rifugge da ogni accomodamento (vv.14-15).

 

 

[Mercoledì 6.a sett. di Pasqua, 13 maggio 2026]

(Gv 16,12-15)

 

«Riceverà dal Mio e vi annunzierà [...] riceve dal Mio e vi annunzierà» (vv.14-15).

L’insegnamento impartito da Gesù con la sua vita non fu incompleto, ma un germe che tracciava opzioni fondamentali, linee guida.

L’insufficienza magisteriale nelle casistiche di dettaglio è significativa. Cristo non è un modello ingessato e morto, bensì un Motivo e Motore.

E Dio non è un predittore di futuro, né un rassicuratore - bensì Presenza vitale. Anche quando nelle vicende avverse sembra mancare l’aria.

Sebbene limitata nello spazio e nel tempo, la sua vicenda e Parola fa ancora germinare le linee portanti di un mondo alternativo, empatico persino nel dramma dei momenti no.

La Verità completa del Signore (compreso il senso della sua morte) non riguarda quantità - il numero di verità, le prescrizioni: è in fieri.

‘Verità’: essa stessa chiede di venire approfondita, intensificata, resa qualitativa, totalizzante.

 

Gli Scritti del Nuovo Testamento attestano l’azione dello Spirito, che a partire da situazioni comunitarie arcaiche (Mc) affina e svela in modo crescente il senso di quel che “deve venire” (v.13).

Nella sequela personale ed ecclesiale anche extra moenia - si tratta da parte nostra della possibilità d’un sempre più acuto intendimento.

Non siamo depositari di un’attitudine alla divinazione - beninteso - bensì al discernimento [ora in grado di valorizzare perfino le deviazioni].

Ci è trasmessa una facoltà di cogliere il genio del tempo, pure nello squilibrio e nello sradicamento.

Ciò in relazione alla capacità dei discepoli di corrispondere alla vocazione che accoglie il nuovo: una lenta glorificazione paradossale; anche per loro, ‘via d’innalzamento’.

La penetrazione del Mistero e della storia della salvezza che ha avuto il suo apice e fonte germinale in Gesù di Nazaret, acquista vieppiù chiarezza sorprendente; nuovi modi di essere.

Scopriamo nella Fede che la nostra vita può allargare l’orizzonte. Essa non è portata avanti in funzione di Dio, come nelle religioni arcaiche, che ingabbiano… bensì il viceversa.

 

Cristo parla non di nuove verità, bensì di ‘verità completa’: in particolare riguardante il volto del Cielo dentro; il profilo della donna e dell’uomo integrali e autentici; il carattere della nuova società.

Uno dei modi in cui i primi cristiani sperimentavano la presenza del Santo Spirito fu la profezia, resa feconda da fatti anche spiacevoli che obbligavano incessantemente all’esodo, al trasloco, a girare lo sguardo - così vincendo la paura di crescere.

Si doveva permanere… solo nella franchezza individuale o ecclesiale. 

Se qualcuno si doveva “isolare” dalla mentalità comune, era per ritrovare le radici profonde, interrompere i comportamenti artificiosi pronti al baratto dei valori.

Man mano i fratelli di comunità facevano esperienza della profondità e dimensione totale dell’insegnamento ricevuto.

Anche le persecuzioni e le “croci” non venivano debellate in modo precipitoso.

Nel giusto tempo, le crisi infatti si trasformavano nell’abbecedario dell’amore; in opportunità per vivere bisogni e relazioni in modo diverso - anche paradossale, per un cambiamento genuino; da dentro, naturale.

In tale ottica, ogni evento era sempre meglio compreso, interiorizzato, assimilato e fatto proprio come chiamata storica del Dio che si rivela.

Negli accadimenti dei primi tempi, ecco svelarsi tutte le situazioni in cui si troverà la Chiesa di sempre.

 

In tal guisa e in quello spirito i discepoli iniziarono un percorso di comprensione dei fatti della Pasqua.

Gli intimi del Signore scoprivano passo passo che la vicenda del Cristo avrebbe abbracciato tutti i segreti di Dio.

 

Insomma, le prime fraternità constatavano le cose “straordinarie” della sequela vivente e della ‘guida interiore’.

Vivendo l’insegnamento del Maestro nelle più svariate circostanze [favorevoli e gioiose, o tristi e in perdita] Egli si rendeva Vicino nell’anima; e si manifestava, prendendo il passo dei fratelli.

Una diversa Luce - non più neutra, omologata, qualsiasi - animava la vita dei fedeli e la loro convivenza.

Essi sperimentavano una nuova Nascita, come un’incessante Creazione.

Dal cuore dei credenti nel Figlio dell’uomo - anche quelli prima malmessi - sgorgava una Fonte inedita di conciliazione e armonia degli opposti. 

Affiorava una Sapienza delle cose sconosciuta al mondo dell’impero e altre credenze.

Lo Spirito del Risorto consentiva di comprendere la fecondità critica della Croce [«il peso»: v.12], così dilatava le soluzioni e gli orientamenti della vita convenzionale competitiva.

Ovvio che si registrassero cadute, per naturali condizioni di precarietà, e per il fatto che non era immediato capire la logica del Crocifisso.

Ma l’Azione dello Spirito della «Verità» [Fedeltà di Dio] illuminava, guidava e stimolava a interpretare più a fondo il Verbo del Signore: non un deposito di affermazioni cristallizzate.

I figli scoprivano che quel Richiamo era vivente, inesauribile nei suoi significati e nella possibilità d’intendere le cose.

 

Verità sull’Eterno e sull’umanità, gravida d’implicazioni esistenziali.

I rinati dall’acqua e dallo Spirito iniziavano a percepirla come forza di eventi, potenza reale e travolgente.

La sua intelligenza si arricchiva nella storia, attraverso vicende di assemblea, esperienze, dialoghi, riflessioni.

Lo Spirito del Cristo piagato e Vivo interiorizzava quell’Appello che rinnovava donne e uomini, e i loro rapporti.

Persone che neppure avevano stima di sé venivano rimesse in piedi. Il profittatore diventava giusto, il dubbioso più sicuro; l’infelice riprendeva a sperare.

Tutti nell’aiuto reciproco si rendevano conto di poter vivere felicemente.

L’assistenza dello Spirito divino totale e mistico, anche oggi guida nell’accesso e pienezza di sfaccettature della Verità; ed è stimolo a una comprensione innovativa, democratica, poliedrica, personale.

Bando all’insicurezza.

Possiamo essere ancora nella franchezza più acuta, energetica e contemplativa; in una fedeltà di lettura-interpretazione integrale dei Vangeli che rifugge da ogni accomodamento (vv.14-15).

Qui Gesù, parlando dello Spirito Santo, ci spiega che cos’è la Chiesa e come essa debba vivere per essere se stessa, per essere il luogo dell’unità e della comunione nella Verità; ci dice che agire da cristiani significa non essere chiusi nel proprio «io», ma orientarsi verso il tutto; significa accogliere in se stessi la Chiesa tutta intera o, ancora meglio, lasciare interiormente che essa ci accolga. Allora, quando io parlo, penso, agisco come cristiano, non lo faccio chiudendomi nel mio io, ma lo faccio sempre nel tutto e a partire dal tutto: così lo Spirito Santo, Spirito  di unità e di verità, può continuare a risuonare nei nostri cuori e nelle menti degli uomini e spingerli ad incontrarsi e ad accogliersi a vicenda. Lo Spirito, proprio per il fatto che agisce così, ci introduce in tutta la verità, che è Gesù, ci guida nell’approfondirla, nel comprenderla: noi non cresciamo nella conoscenza chiudendoci nel nostro io, ma solo diventando capaci di ascoltare e di condividere, solo nel «noi» della Chiesa, con un atteggiamento di profonda umiltà interiore. E così diventa più chiaro perché Babele è Babele e la Pentecoste è la Pentecoste. Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce.

[Papa Benedetto, omelia 27 maggio 2012]

1. Abbiamo più volte citato le parole di Gesù, che nel discorso d’addio rivolto agli apostoli nel Cenacolo promette la venuta dello Spirito Santo come nuovo e definitivo difensore e consolatore: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce” (Gv 14, 16-17). Quel “discorso d’addio”, situato nel racconto solenne dell’ultima Cena (cf. Gv 13, 2), è una fonte di prima importanza per la pneumatologia, ossia per la disciplina teologica concernente lo Spirito Santo. Gesù parla di lui come del Paraclito, che “procede” dal Padre, e che il Padre “manderà” agli apostoli e alla Chiesa “nel nome del Figlio”, quando il Figlio stesso “andrà via”, “a prezzo” della dipartita compiuta mediante il sacrificio della Croce.

Dobbiamo prendere in considerazione il fatto che Gesù chiama il Paraclito lo “Spirito di Verità”. Anche in altri momenti lo ha chiamato così (cf. Gv 15, 26; Gv 16, 13).

2. Teniamo presente che nello stesso “discorso d’addio” Gesù, rispondendo a una domanda dell’apostolo Tommaso circa la sua identità, asserisce di se stesso: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6). Da questo duplice riferimento alla verità che Gesù fa per definire sia se stesso che lo Spirito Santo, si deduce che, se il Paraclito viene da lui chiamato “Spirito di verità”, ciò significa che lo Spirito Santo è colui che, dopo la dipartita di Cristo, manterrà tra i discepoli la stessa verità, che egli ha annunziato e rivelato ed, anzi, che egli stesso è. Il Paraclito, infatti, è la verità, come lo è Cristo. Lo dirà Giovanni nella sua prima lettera: “È lo Spirito Santo che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità” (Gv 5, 6). Nella stessa lettera l’Apostolo scrive pure: “Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore (“spiritus erroris”)” (Gv 4, 6). La missione del Figlio e quella dello Spirito Santo si incontrano, sono connesse e si completano reciprocamente nell’affermazione della verità e nella vittoria sull’errore. I campi d’azione in cui essi operano sono lo spirito umano e la storia del mondo. La distinzione tra la verità e l’errore è il primo momento di tale opera.

3. Rimanere nella verità e operare nella verità è il problema essenziale per gli apostoli e per i discepoli di Cristo, sia dei primi tempi come di tutte le nuove generazioni della Chiesa nei secoli. Da questo punto di vista l’annuncio dello Spirito di verità ha un’importanza chiave. Gesù dice nel Cenacolo: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento (ancora) non siete capaci di portarne il peso” (Gv 16, 12). Veramente la missione messianica di Gesù durò poco, troppo poco per svelare ai discepoli tutti i contenuti della Rivelazione. E non solo fu breve il tempo a disposizione, ma risultarono anche limitate la preparazione e l’intelligenza degli ascoltatori. Più volte è detto che gli apostoli stessi “si stupivano dentro di loro” (cf. Mc 6, 52), e “non capivano” (cf. es gr Mc 8, 21), oppure capivano in modo distorto le parole e le opere di Cristo (cf. es gr Mt 16, 6-11).

Così si spiegano in tutta la pienezza del loro significato le parole del Maestro: “Quando . . . verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16, 13).

4. La prima conferma di questa promessa di Gesù si avrà nella Pentecoste e nei giorni successivi, come attestano gli Atti degli Apostoli. Ma la promessa non riguarda soltanto gli apostoli e gli immediati loro compagni nell’evangelizzazione, ma anche le future generazioni di discepoli e di confessori di Cristo. Il Vangelo infatti è destinato a tutte le nazioni e alle generazioni sempre nuove, che si svilupperanno nel contesto delle diverse culture e del molteplice progresso della civiltà umana. Con lo sguardo su tutto il raggio della storia Gesù dice: “Lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza”. “Renderà testimonianza”, ossia mostrerà il vero senso del Vangelo all’interno della Chiesa, perché essa lo annunci in modo autentico al mondo intero. Sempre e in ogni luogo, pur nell’interminabile vicenda delle cose che mutano sviluppandosi nella vita della umanità, lo “Spirito di verità” guiderà la Chiesa “alla verità tutta intera” (Gv 16, 13).

5. Il rapporto tra la Rivelazione comunicata dallo Spirito Santo e quella di Gesù è molto stretto. Non si tratta di una Rivelazione diversa, eterogenea. Lo si può arguire da un particolare del linguaggio usato da Gesù nella sua promessa: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). Il ricordare è la funzione della memoria. Ricordando, si ritorna a ciò che è già stato, a ciò che è stato detto e compiuto, rinnovando così nella coscienza le cose passate, e quasi facendole rivivere. Trattandosi specialmente dello Spirito Santo, Spirito di una verità carica della potenza divina, la sua missione non si esaurisce nel ricordare il passato come tale: “ricordando” le parole, le opere e tutto il mistero salvifico di Cristo, lo Spirito di verità lo rende continuamente presente nella Chiesa, fa sì che rivesta un’“attualità” sempre nuova nella comunità della salvezza. Grazie all’azione dello Spirito Santo, la Chiesa non solo ricorda la verità, ma permane e vive nella verità ricevuta dal suo Signore. Anche in questo modo si compiono le parole di Cristo: “Egli (lo Spirito Santo) mi renderà testimonianza” (Gv 15, 26). Questa testimonianza dello Spirito di verità si identifica così con la presenza del Cristo sempre vivo, con la forza operatrice del Vangelo, con l’attuazione crescente della Redenzione, con una continua illustrazione di verità e di virtù. In questo modo lo Spirito Santo “guida”, la Chiesa “alla verità tutta intera”.

6. Tale verità è presente, almeno in modo implicito, nel Vangelo. Ciò che lo Spirito Santo rivelerà è già stato detto da Cristo. Lo rivela egli stesso quando, parlando dello Spirito Santo, sottolinea che “non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito . . . Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16, 13-14). Il Cristo, glorificato dallo Spirito di verità, è prima di tutto quello stesso Cristo crocifisso, spogliato di tutto e quasi “annientato” nella sua umanità per la redenzione del mondo. Proprio per opera dello Spirito Santo la “parola della Croce” doveva essere accettata dai discepoli, ai quali il Maestro stesso aveva detto: “Per il momento (ancora) non siete capaci di portarne il peso” (Gv 16, 12). Si parava, davanti a quei poveri uomini, lo schermo della Croce. Occorreva un’azione in profondità per rendere le loro menti e i loro cuori capaci di scoprire la “gloria della redenzione”, che si era compiuta proprio nella Croce. Era necessario un intervento divino per convincere e trasformare interiormente ognuno di loro, in preparazione, anzitutto, al giorno della Pentecoste, e, poi, alla missione apostolica del mondo. E Gesù li avverte che lo Spirito Santo “mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annunzierà”. Solo lo Spirito che, secondo san Paolo (1 Cor 2, 10), “scruta le profondità di Dio”, conosce il mistero del Figlio-Verbo nella sua relazione filiale col Padre e nella sua relazione redentrice con gli uomini di tutti i tempi. Lui solo, lo Spirito di verità, può aprire le menti e i cuori umani rendendoli capaci di accettare l’inscrutabile mistero di Dio e del suo Figlio incarnato, crocifisso e risorto, Gesù Cristo Signore.

7. Dice ancora Gesù: “Lo Spirito di verità . . . vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 13). Che cosa significa questa proiezione profetica ed escatologica con cui Gesù colloca sotto il raggio dello Spirito Santo tutto l’avvenire della Chiesa, tutto il cammino storico che essa è chiamata a compiere nei secoli? Significa un andare incontro al Cristo glorioso, verso il quale essa è protesa nell’invocazione suscitata dallo Spirito: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22, 17. 20). Lo Spirito Santo conduce la Chiesa verso un costante progresso nella comprensione della verità rivelata. Veglia sull’inseguimento di tale verità, sulla sua conservazione, sulla sua applicazione alle mutevoli situazioni storiche. Suscita e conduce lo sviluppo di tutto ciò che serve alla conoscenza e alla diffusione di questa verità: in particolare, l’esegesi della Sacra Scrittura e la ricerca teologica, che non si possono mai separare dalla direzione dello Spirito di verità né dal Magistero della Chiesa, in cui lo Spirito è sempre all’opera.

Tutto avviene nella fede e per la fede, sotto l’azione dello Spirito, come è detto nell’enciclica Dominum et Vivificantem: “Il Mysterium Christi nella sua globalità esige la fede, poiché è questa che introduce opportunamente l’uomo nella realtà del mistero rivelato. Il guidare alla verità tutta intera si realizza, dunque, nella fede e mediante la fede: il che è opera dello Spirito di verità ed è frutto della sua azione nell’uomo. Lo Spirito Santo deve essere in questo la suprema guida dell’uomo, la luce dello spirito umano. Ciò vale per gli apostoli, testimoni oculari, che devono ormai portare a tutti gli uomini l’annuncio di ciò che Cristo “fece ed insegnò” e, specialmente, della sua Croce, e della sua risurrezione. In una prospettiva più lontana, ciò vale anche per tutte le generazioni dei discepoli e dei confessori del Maestro, poiché dovranno accettare con fede e confessare con franchezza il mistero di Dio operante nella storia dell’uomo, il mistero rivelato che di tale storia spiega il senso definitivo” (Dominum et Vivificantem, 6).

In questo modo lo “Spirito di verità” continuamente annunzia le cose future; continuamente mostra all’umanità questo futuro di Dio, che è al di sopra e al di fuori di ogni futuro “temporale”: e così riempie di valore eterno il futuro del mondo. Così lo Spirito convince l’uomo, facendogli capire che, con tutto ciò che è, e ha, e fa, è chiamato da Dio in Cristo alla salvezza. Così il “Paraclito”, lo Spirito di verità, è il vero “Consolatore” dell’uomo. Così è il vero Difensore e Avvocato. Così è il vero Garante del Vangelo nella storia: sotto il suo influsso la buona Novella è sempre “la stessa” ed è sempre “nuova”; e in modo sempre nuovo illumina il cammino dell’uomo nella prospettiva del cielo con “parole di vita eterna” (Gv 6, 68).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 17 maggio 1989]

«I copti sgozzati perché cristiani» sono morti «con il nome di Gesù sulle labbra» perché avevano compreso fino in fondo «lo scandalo della croce». Ma «la strada martiriale» fa parte della vita quotidiana di ogni cristiano, anche nella famiglia, nella difesa dei diritti delle persone, nell’esperienza della malattia. Ed è lo Spirito Santo che aiuta a saper rendere testimonianza e ad accogliere «la verità tutta intera». Lo ha affermato Papa Francesco, nella messa celebrata lunedì 11 maggio nella cappella della casa Santa Marta, ricordando anche di aver telefonato, domenica, al patriarca copto Tawadros, in occasione del giorno dell’amicizia tra copti e cattolici, secondo anniversario dell’incontro che si svolse in Vaticano il 10 maggio 2013.

«Nella prima preghiera di oggi» all’inizio della messa, ha detto il Pontefice, «abbiamo chiesto la grazia di rendere sempre presente, in ogni momento, la fecondità della Pasqua». E infatti, ha spiegato, «la Pasqua è feconda» perché «è la vita che Gesù Cristo, il Signore, ci ha dato attraverso la sua croce e la sua risurrezione». Ma «come viene attuata questa fecondità?». La risposta, ha fatto notare Francesco, la troviamo proprio nel Vangelo di Giovanni (15, 26-16.4) proposto oggi dalla liturgia.

In pratica «il Signore prepara i suoi discepoli al futuro». E «c’è una parola che può sembrare un po’ strana: scandalizzare». Dice Gesù, secondo quanto riferisce Giovanni: «Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi». La questione da comprendere è: «di quale scandalo parla Gesù? Dello scandalo delle persecuzioni che avverranno, dello scandalo della croce?».

Il Signore «aggiunge una promessa» dicendo: «Quando verrà il Paraclito, lo Spirito della verità, egli darà testimonianza». E poi, «sempre nello stesso discorso», afferma ancora: «Io ho tante cose da dirvi, ma in questo momento voi non siete capaci di portarne il peso; ma quando verrà il Paraclito, lo Spirito di verità, egli vi guiderà a tutta la verità». Insomma, ha spiegato il Papa, Gesù «ci parla del futuro, della croce che ci aspetta e ci parla dello Spirito, che ci prepara a dare la testimonianza cristiana».

Del resto, ha proseguito Francesco, «in questi giorni la Chiesa ci fa riflettere tanto sullo Spirito Santo: Gesù dice che lo Spirito Santo che verrà, che lui invierà, ci guiderà alla verità piena, cioè ci insegnerà le cose che io ancora non ho insegnato, queste cose che lui — ha aggiunto il Papa citando il passo evangelico odierno — deve dire e delle quali loro, i discepoli, non sono ancora capaci di portare il peso». Inoltre il Signore afferma anche che «lo Spirito vi farà ricordare le cose che ho detto e che con la vita sono cadute nell’oblio». Ed ecco, ha spiegato Francesco, «quello che fa lo Spirito: ci fa ricordare le parole di Gesù e ci insegna le cose che ancora Gesù non ha potuto dirci, perché noi non eravamo capaci di comprenderne la portata».

«Così la vita della Chiesa è un cammino guidato dallo Spirito che ci ricorda e ci insegna, che ci porta alla verità tutta intera», ha sottolineato. E «questo Spirito, che è compagno di cammino, ci difende anche dallo scandalo della croce». San Paolo, parlando ai corinzi, dice: «Ma la Croce è una stoltezza, per quelli che vanno alla perdizione». Poi riprende e aggiunge: «I giudei chiedono segni». E «davvero quante volte nel Vangelo i giudei, i dottori della legge, hanno chiesto a Gesù» di dar loro «un segno». Da parte loro, «i greci, cioè i pagani, chiedono sapienza, idee nuove». Ma «noi predichiamo soltanto Cristo crocifisso, scandalo per voi — per gli ebrei — e stoltezza per i pagani».

La croce di Cristo, dunque, è lo scandalo. Per questo, ha chiarito il Papa, «Gesù prepara il cuore dei suoi discepoli con la promessa del Paraclito, per quello che avverrà loro». E dice: «Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi» della croce di Cristo. Giovanni riporta queste parole del Signore: «Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio». E noi oggi, ha constatato il Pontefice, «siamo testimoni di questi che uccidono i cristiani in nome di Dio perché sono miscredenti, secondo loro». Questa «è la croce di Cristo». Ecco l’attualità delle parole di Gesù nel Vangelo della liturgia del giorno: «Faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me». Gesù ricorda così che quanto è accaduto a lui, accadrà anche a noi: «le persecuzioni, le tribolazioni». Per questo non ci si deve scandalizzare, consapevoli che «sarà lo Spirito a guidarci e a farci capire».

«Ieri — ha quindi confidato Francesco — ho avuto la gioia di telefonare al patriarca copto Tawadros, perché era il giorno dell’amicizia copto-cattolica: abbiamo parlato di alcune cose». Ma, ha aggiunto, «io ricordavo i suoi fedeli, che sono stati sgozzati sulla spiaggia perché cristiani. Questi fedeli, per la forza che gli ha dato lo Spirito Santo, non si sono scandalizzati. Morivano col nome di Gesù sulle labbra. È la forza dello Spirito. La testimonianza. È vero, questo è proprio il martirio, la testimonianza suprema».

C’è anche, ha proseguito il Papa, «la testimonianza di ogni giorno, la testimonianza di rendere presente la fecondità della Pasqua — che abbiamo chiesto oggi all’inizio della messa — quella fecondità che ci dà lo Spirito Santo, che ci guida verso la verità piena, la verità intera, e ci fa ricordare quello che Gesù ci dice».

Perciò, ha rimarcato Francesco, «un cristiano che non prende sul serio questa dimensione “martiriale” della vita non ha capito ancora la strada che Gesù ci ha insegnato: strada “martiriale” di ogni giorno; strada “martiriale” nel difendere i diritti delle persone; strada “martiriale” nel difendere i figli: papà, mamma che difendono la loro famiglia; strada “martiriale” di tanti, tanti ammalati che soffrono per amore di Gesù. Tutti noi abbiamo la possibilità di portare avanti questa fecondità pasquale su questa strada “martiriale”, senza scandalizzarci».

Nel proseguire la celebrazione eucaristica — «memoriale di quella croce» nella quale «si rende presente la fecondità pasquale» — il Pontefice ha chiesto «al Signore la grazia di ricevere lo Spirito Santo che ci farà ricordare le cose di Gesù, che ci guiderà alla verità tutta intera e ci preparerà ogni giorno a rendere questa testimonianza, a dare questo piccolo martirio di ogni giorno o un grande martirio, secondo la volontà del Signore».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 12/05/2015]

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This Name clearly expresses that the God of the Bible is not some kind of monad closed in on itself and satisfied with his own self-sufficiency but he is life that wants to communicate itself, openness, relationship [Pope Benedict]
Questo nome esprime dunque chiaramente che il Dio della Bibbia non è una sorta di monade chiusa in se stessa e soddisfatta della propria autosufficienza, ma è vita che vuole comunicarsi, è apertura, relazione [Papa Benedetto]
There, however, in the place that should have been taken up by the encounter between God and man, he found livestock merchants and money-changers who occupied this place of prayer with their commerce […] In the temple's purification, however, it was a matter of more than fighting abuses. A new time in history was foretold (Pope Benedict)
Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera […] Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia (Papa Benedetto)
«Ask Jesus for the grace to follow him closely», so as not to leave him alone, thus overcoming the temptations of looking at ourselves to «share the cake» of personal interests [Pope Francis]
«Chiedere a Gesù la grazia di seguirlo da vicino», per non lasciarlo solo, superando così le tentazioni di guardare noi stessi per «spartirsi la torta» degli interessi personali [Papa Francesco]
First, in Nazareth, he makes him grow, raises him, educates him, but then follows him: "Your mother is there" (Pope Francis)
Prima, a Nazareth, lo fa crescere, lo alleva, lo educa, ma poi lo segue: “La tua madre è lì” (Papa Francesco)
Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
Will he find a response? Or will what happened to the vine of which God says in Isaiah: "He waited for it to produce grapes but it yielded wild grapes", also happen to us? Is not our Christian life often far more like vinegar than wine? [Pope Benedict]
Troverà una risposta? O accade con noi come con la vigna, di cui Dio dice in Isaia: "Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica"? La nostra vita cristiana spesso non è forse molto più aceto che vino? [Papa Benedetto]

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