Giu 30, 2026 Scritto da 

14a Domenica T.O.

14ma Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [5 luglio 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Zaccaria (9, 9-10)

Questo testo potrebbe essere riassunto così: per il profeta Zaccaria il Messia è Re di pace, non di guerra e umile come il Servo. “Figlia di Sion, esulta” è un oracolo di consolazione in tempo di guerra. Così infatti parla il Signore: Esulta, grida di gioia, figlia di Gerusalemme! “Figlia di Sion/Gerusalemme” non è una ragazza, è la città stessa: è come dire “Gerusalemme, rallegrati”. Il paradosso è che mentre il tono è trionfale, in realtà si è in tempo di guerra perché il profeta Zaccaria, svolge la sua missione all’inizio del dominio greco 330 a.C. dopo le conquiste di Alessandro, ed è un “oracolo di consolazione”. Da qui si comprendono alcune espressioni come “Farà sparire da Efraim i carri da guerra e da Gerusalemme i cavalli da combattimento; spezzerà l’arco di guerra e annuncerà la pace alle nazioni”. In un momento in cui tutto sembra perduto, Zaccaria conduce Israele alla speranza in un intervento di Dio. E quando Zaccaria parla del Messia usa i termini classici del Messia atteso: un re che porta giustizia e pace: “Dio, affida al re il tuo giudizio… Domini da mare a mare, dal Fiume ai confini della terra” (Sal 71/72).  L’audacia è proclamare questa speranza proprio quando ogni speranza umana è crollata. Ecco tre affermazioni di Zaccaria, delle quali l’ultima è decisiva. Prima: “Annuncerà la pace alle nazioni”: solo dopo l’esilio a Babilonia Israele ha capito che il progetto di Dio abbraccia tutta l’umanità.  Seconda: “Farà sparire… da Efraim… da Gerusalemme”: nominare insieme Efraim-Nord e Gerusalemme-Sud è un modo discreto per annunciare la restaurazione e riunificazione dell’antico regno di Davide. Quando Zaccaria scrive, Nord e Sud hanno perso da tempo unità e sovranità. La terza: La vera novità: “povero e montato su un asino, un puledro figlio d’asina”. L’asino è cavalcatura modesta. I conquistatori di Alessandro montavano ben altro. A Gerusalemme Salomone aveva introdotto il cavallo da guerra e da parata e gli fu rimproverato il gusto della grandezza. Un re sull’asino non si era mai visto.  Gesù si presenta Messia “alla maniera di Zaccaria”. Già Isaia aveva già intravisto un Messia umile (Is50,6; 53,7). Il Servo non porta il titolo di “re”, ma compie l’opera del Messia ed è pieno dello Spirito di Dio.  Zaccaria invece presenta subito il Messia come Re: riprende l’attesa tradizionale del Messia-Re. La novità è la combinazione di innestare sull’attesa regale l’umiltà del Servo di Isaia. Poiché il suo re è umile: finiscono i sogni di grandezza, guerra, potenza. Conta una cosa sola: instaurare la pace per il suo popolo. I quattro Vangeli descrivono l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme proprio come la venuta di questo re sull’asinello. Matteo (Mt 21,5) e Giovanni (12,15) citano Zaccaria. Forse lo stesso Gesù l’ha citato ai discepoli di Emmaus, mentre “spiegava nelle Scritture tutto ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27). 

 

Salmo Responsoriale (144/145)

In questo salmo appare chiaramente che la regalità di Dio è misericordia verso tutti. Intanto il Salmo 144/145 è l’unico intitolato “Lode”. Se è vero che tutto il Salterio ebraico si chiama “lodi”, questo è l’unico salmo intitolato proprio “lode”. Il tono è stupito, il motivo è la regalità del Dio dell’Alleanza. In una celebrazione di rinnovo dell’Alleanza, Israele contempla il Re che lo protegge gratis, senza meriti. Da qui il lessico regale: “Ti esalterò, mio Dio, mio Re… i tuoi fedeli diranno la gloria del tuo regno, parleranno delle tue prodezze”. Possiamo scorgere in questo salmo un “alfabeto” della tenerezza perché è un salmo “alfabetico” e da Aleph a Tav, cioè “tutta la vita, dalla A alla Z, è immersa nell’Alleanza, nella tenerezza di Dio”. Il parallelismo versetto per versetto è molto marcato: andrebbe letto a due cori alternati. E proprio il parallelismo è istruttivo perché nella liturgia sono unite due coppie di versetti che a prima vista sorprendono: “Fedele il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere, il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto”.  “Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere / È vicino a chi lo invoca, a chi lo invoca con sincerità”. Significa che la giustizia, la verità, la fedeltà di Dio non sono altro che la sua misericordia. La più grande giustizia del mondo non è quella della bilancia, è quella dell’amore. Se viviamo “secondo lo Spirito di Dio” come raccomanda Paolo ai Romani – seconda lettura di domenica – entriamo proprio su questa via: una giustizia che è sinonimo di misericordia. Il Re di cui si parla nel salmo non è come i re della terra; è onnipotente e buono: vuole solo la nostra felicità. Israele quando parla della potenza di questo Re “non come gli altri”, sa che la sua potenza è solo amore: “Buono “Il Signore è pietà e misericordia, lento all’ira e ricco di amore_”. È il miglior riassunto di tutta la rivelazione biblica. Israele parla per esperienza: quante volte, soprattutto durante l’esilio a Babilonia, ha invocato Dio e supplicato perdono e ritorno… Ora il popolo radunato nel Tempio ricostruito canta: “Misericordioso e pietoso è il Signore. “Ti lodino Signore tutte le tue opere, e ti benedicano i tuoi fedeli” ti benedicano!... O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre”. La missione è cantarlo abbastanza forte perché tutti lo sappiano: la ricchezza di perdono, la tenerezza e la pietà del Signore sono per tutti perché Dio ama l’umanità e il suo “disegno misericordioso” riguarda l’intera umanità e tutta la creazione. Si capisce perché il Samo  144/145 sia diventato la preghiera del mattino del popolo che per primo ha imparato a parlare a Dio come a un padre. Per l’ebreo credente, il mattino – l’alba del giorno nuovo – evoca irresistibilmente l’alba del Giorno definitivo, del mondo a venire, della creazione rinnovata. La tradizione rabbinica del Talmud dice che chi recita questo salmo tre volte al giorno “può essere sicuro di essere figlio del mondo a venire”.  

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 9.11-13)

Vivere secondo lo Spirito per san Paolo è lasciare che l’Amore di Dio abiti in noi. 

La difficoltà del testo è la parola “carne”. Per Paolo non ha il senso che ha nel nostro italiano del XXI secolo. Noi opponiamo “corpo” e “anima” e rischiamo un fraintendimento enorme. Quando Paolo dice “carne” non intende il corpo; quando dice “Spirito” non intende l’anima. E non oppone due parole “carne” contro “Spirito”, ma due espressioni: “vivere secondo la carne” e “vivere secondo lo Spirito”. Per lui si tratta di scegliere due stili di vita, due padroni, una linea di condotta. Per Paolo vivere “secondo la carne” è vivere senza Dio, con le sole nostre forze, chiusi nei limiti dell’intelligenza e delle forze umane. Ovviamente non porta lontano! O meglio, può portare molto lontano, ma nel senso sbagliato. È il tema delle “due vie” che torna sempre in Paolo. Vivere senza Dio finisce sempre col significare vivere lontano da Dio, in un allontanamento che non può che peggiorare. L’ha descritto nei primi capitoli della lettera ai Romani. Con le immagini della Genesi: vivere secondo la carne è vivere come Adamo: vuole diventare come Dio, ma senza l’aiuto di Dio. Si sbaglia. Anche noi, a volte, cerchiamo la felicità da soli, senza Lui o contro di Lui, senza accorgerci che è il modo migliore per farci del male. “Vivere secondo lo Spirito” è la grande novità  

perché vivere “secondo lo Spirito” è lasciarsi guidare da Lui, quindi vivere della forza di Dio: cambia tutto!  La grande notizia del testo è: “Lo Spirito di Dio abita in voi”, quindi “non siete sotto il dominio della carne, ma sotto il dominio dello Spirito”.  Il verbo “abitare” ritorna tre volte oggi: chi abita la casa è il padrone, è lui che dirige. Siamo diventati letteralmente case dello Spirito: è Lui che comanda ormai. La nostra libertà è aprirgli la porta. Bisogna però vedere che posto gli lasciamo in casa, perché siamo liberi di aprire più o meno la porta. In molti testi Paolo insiste sulla nostra libertà: “non siete sotto il dominio della carne” significa che non siamo più schiavi delle forze del male; ora abbiamo la forza di far trionfare i veri valori: amore, pace, verità, giustizia. Ne abbiamo la forza, ma non siamo obbligati: ad ogni istante la scelta va rifatta. Più spazio lasciamo allo Spirito Santo nella nostra casa – cioè più facciamo ciò che ci suggerisce sulla via dell’amore, della benevolenza, del perdono – più saremo vivi. Prima della conversione Paolo applicava tante regole morali e religiose con fedeltà, ma lo Spirito di Cristo non abitava in lui; viveva ancora “sotto il dominio della carne”. E questo poteva portarlo alla violenza e all’omicidio, in perfetta buona fede. Ora tutta la sua vita è ispirata dallo Spirito di Cristo, fino a dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal2,20). Si possono trarre due conseguenze per noi battezzati: 1) Risusciteremo con Cristo: promessa per il futuro. Lo Spirito eserciterà in noi la sua potenza e realizzerà in noi ciò che ha realizzato in Gesù” (Rm 8,11).  2) Già ora la vita è trasformata come lo fu quella di Paolo, perché ormai siamo “sotto il dominio dello Spirito”. “Metterò il mio spirito in voi e voi vivrete” annunciava Ezechiele (37,14). Paolo parla spesso della nuova vita spirituale che scaturisce dal Battesimo: pur rimanendo nel corpo mortale, possiamo già vivere dello Spirito di Cristo. È ciò che Giovanni chiama “vita eterna”. Concretamente: Spirito è uguale a Amore. Basta sostituire “Spirito” con “Amore” e vivere secondo lo Spirito è lasciarci suggerire da Lui parole e gesti d’amore.  Pochi capitoli prima Paolo scriveva ai Romani: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm5,5). E ai Galati spiega i frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal5,22): in una parola è l’amore declinato in tutte le circostanze concrete della vita.  Paolo è erede dei profeti: tutti affermano che la nostra relazione con Dio si verifica nella qualità della relazione con gli altri. Nei canti del Servo, Isaia afferma che vivere secondo lo Spirito di Dio è amare e servire i fratelli. Come dice Giovanni: “Chi non ama rimane nella morte… Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14). 

    

Dal Vangelo secondo Matteo (11, 25 -30)

In questo testo troviamo il filo conduttore nel “giogo dolce e il peso leggero” di Gesù che è poi la Legge dell’amore che dà riposo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo”. Che cos’è il “giogo”.  Il giogo è un pezzo di legno pesante e solido che unisce due buoi per arare. Uniscono le forze e il più forte impone il passo. In senso figurato “prendere il giogo” è legarsi a qualcuno per camminare allo stesso passo, aggiogati allo stesso compito. Nell’Antico Testamento e nel giudaismo l’espressione era comune per l’Alleanza: “prendere il giogo della Torah” cioè impegnarsi a seguire la Legge di Dio, sapendo che tutta la forza dell’“attacco” viene da Dio stesso. Per un ebreo il servizio della Torah non è un peso insopportabile, è la via della vera felicità. Ben Sirac diceva: “Troverai in essa il tuo riposo, e diventerà la tua gioia” (Si 6,28). Gesù riprende l’immagine, collegandosi al giogo della Torah e al riposo: “Prendete su di voi il mio giogo, diventate miei discepoli praticate i miei comandamenti e troverete riposo per la vostra anima”.  E aggiunge: “Sì, il mio giogo è dolce da portare e il mio peso leggero”. Si percepisce una critica ad alcuni farisei che avevano trasformato la Legge in un corteo di obblighi minuziosi. Di loro Gesù dice: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito” (Mt 23,4). Intanto la maggioranza del popolo faceva fatica a osservare tutti i comandamenti imposti dalle autorità religiose e sentiva il disprezzo che ricadeva su di loro. Gesù propone ai discepoli di deporre questi pesi troppo gravi: “Prendete su di voi il mio giogo… il mio giogo è dolce e il mio peso leggero”. Il suo giogo è semplicemente la legge dell’amore, ed è Lui che ci dà la forza per portarla. Anche “riposo” era parola familiare. L’Antico Testamento presentava la Terra Promessa come il luogo del riposo donato da Dio al suo popolo. E, al contrario, quando il popolo era infedele, il Sal 94/95 esprimeva la tristezza di Dio: “Questo popolo ha il cuore traviato… non entreranno nel mio riposo”. Riprendendo quel salmo, la Lettera agli Ebrei annuncia un giorno nuovo in cui con Cristo entreremo con fiducia nel riposo di Dio: “Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo” (Eb4,11). La novità assoluta è che Gesù si identifica con Dio e solo Lui può dire “Io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo… il mio giogo è dolce…”. I rappresentanti della religione ne erano infastiditi, mentre quelli che erano stanchi sotto il peso del fardello, venivano attratti dal rispetto e l’attenzione che aveva per ciascuno.

 

+Giovanni D’Ercole 

 

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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