don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

(Gv 15,26-16,4a)

 

La Fede nel Maestro è già vita eterna, o meglio Vita dell’Eterno (in atto qui e ora).

Egli stesso è Pane dell’esistere autentico e indistruttibile, sebbene ancora terreno.

Insomma, la vita intima di Dio ci raggiunge nel nostro tempo.

Primo passo è l’avventura di Fede che dona una Visione; irruzione dello Spirito che fa rinascere dall’alto.

Impulso che anima un’esistenza differente - non vuota.

Il segno di tale adesione è credere Gesù come Figlio: uomo che manifesta la condizione divina.

 

Cristo è Pane della vita anche perché la sua Parola è creatrice, e il cammino di sequela in Lui ci trasmette le qualità della Vita indistruttibile.

L’effusione dello Spirito suscita in noi il medesimo Cuore pulsante dell’Eterno.

Lo sperimentiamo nelle morti e risurrezioni del quotidiano e nella lunga trafila della Vocazione, ribadita di sentiero in sentiero.

Persino nella persecuzione, chi ‘vede’ il Figlio ha in sé la Vita dell’Eterno.

Vita che rigenera e dispone sempre nuove nascite, altre premesse e interrogativi, differenti percorsi, in forma ininterrotta; crescente.

La passione per l’Amico ci unisce a Lui, Pane: ossia Rivelatore della Verità che sazia gli uomini in viaggio verso se stessi e il mondo.

Anime che talora cambiano pelle, opinioni, stili di vita.

 

Nella Visione, siamo abilitati ad appropriarci direttamente, così attirando e realizzando la Novità di Dio - anche in anticipo, sapientemente.

Per mezzo di Lui ‘abbiamo parte’… nell’amore del Padre verso il Figlio che si manifesta Signore personale, nonché nella vita dilatata in uscita della Chiesa autentica.

Il Dio “nascosto” del Primo Testamento, ostacolo che sembrava insormontabile, si porge ora nello specifico della Fede, senza bisogno di fuochi fatui a sostegno.

Perché il mondo di Dio nell’anima è diverso.

Non si entra nel Mistero coi propositi normali e le aspettative perfette, tantomeno di successo e riconoscimenti.

 

In questo caso (nel passo di Vangelo) entra in scena l'incomprensione degli apostoli.

In effetti, persino a noi spesso non sembra decifrabile il modo di manifestarsi di Gesù.

Anche i giudei [in realtà: i giudaizzanti di ritorno nelle comunità di fine I secolo] attendevano di coglierlo in modo palese, magari in un’occasione di vita pubblica.

Invece, perfino in periodo di ‘glorificazione’ il Maestro sembra voler ricalcare l’inapparenza esteriore umile del suo ministero terreno.

Molti si attendevano fuochi d’artificio sensazionali in quel periodo che consideravano ‘finale’. Invece, nessun cedimento all’ideologia di potere o alla religione-spettacolo.

Dunque le cose non andavano secondo le attese: i dubbi non venivano dissipati; le ambiguità, neppure.

I titoli dell’antica gloria nazionalista e imperiale d’Israele non ricomparivano affatto, al contrario!

 

Ancora oggi, la scelta di Fede non è data in pasto agli apparati che ne garantirebbero visibilità: nessun paracadute, nessuno sconto.

Tutto allora sembra proceda come prima, nel sommario: faticare per vivere e comprare, viaggiare e non, ridere e piangere, ammalarsi e guarire, lavorare e fare festa… così via.

Spesso nel dolore apparentemente insensato; forse senza svolte decisive.

Ma nelle medesime cose di sempre c’è una Luce differente, piantata su una nuova, immediata Relazione dell’umanità bisognosa con il Padre che ci rigenera.

Egli stimola nuove Nascite, per riconnettere desideri, bisogni profondi, percorsi esterni; incrementare l’intensità di vita.

Ed è nella mutua conoscenza delle radici e dei solchi della realtà che sussiste in primis questo circolo d’amore tra Dio e i suoi figli.

 

Tutto ciò che ancora non è stato inteso verrà richiamato dall’azione dello Spirito. Unico impeto affidabile, che non punta su cose vane.

Un legame tra uomo e Cielo, in noi - non in alto.

Amicizia che non contempla anzitutto la rassegnazione, gli sforzi, le umiliazioni; bensì rielaborata nell’approfondimento.

Qui entra in gioco la vera portata dei nostri cuori - tanto limitati, eppure dotati di una misteriosa impronta - per la vita completa, e personale, di carattere.

 

Onde evitare intimidazioni, emarginazioni, seccature, alcuni membri di Chiesa propugnavano una sorta di alleanza fra Gesù e Impero.

Essi annunciavano un Cristo talmente vago e svincolato da non graffiare nessuno.

Alcuni ambiziosi, facinorosi della “vita nello spirito”, ritenevano che era ormai giunta l’ora di scrollarsi di dosso la vicenda terrena del figlio del falegname.

Figura che veniva considerata debole in sé, a breve termine, fuori luogo e tempo; già spenta.

Gv intende riequilibrare il tentativo d’Annuncio, diluito nei compromessi. 

L’evangelista sottolinea che il Risorto è Cifra e Motore che porta l’anima e ci genera nell’oggi.

È il medesimo Figlio di Dio che ha sostenuto una dura attività di denuncia e diverse battaglie con le autorità.

Agli opportunisti del suo tempo, il Maestro aveva osato toccare posizioni, vanità, e il sacchetto del commercio.

In tal guisa perseguitato, processato, vilipeso, condannato come sovversivo, e maledetto da Dio.

 

Insomma, lo Spirito Santo non va dietro le farfalle.

Azione dello Spirito [che interiorizza e attualizza] e memoria storica di Gesù devono essere sempre coniugate.

Solo in tale prospettiva franca è possibile cogliere in ogni tempo e circostanza la Verità dell’Eterno, e la Verità dell’uomo.

In aggiunta: il Padre è Creatore di ciascuna delle nostre inclinazioni profonde, cui appone una firma indelebile.

Essa si manifesta in un istinto innato, che vuole germinare, trovare spazio, esprimersi.

Abbiamo radicata nell’intimo una Vocazione e volti (plurali) unici, invincibili; ciascuno.

Non possiamo rinnegare noi stessi, le nostre Radici - anche laddove una testimonianza a viso aperto fosse poco appetibile.

La Verità su ogni ‘Persona’ è conseguente.

 

Per Grazia, siamo depositari d’una dignità sbalorditiva.

Anche nell’errore, o ciò che si considera tale, essa impartisce Desideri eccezionali. 

Verità che ripristina ancora Sogni: una speranza inedita, la quale attiva passioni coinvolgenti.

Invano avremmo quiete e felicità cercando il concordismo culturale e sociale, o recitando ruoli, personaggi, mansioni che non ci appartengono - sebbene acquietanti.

Diventeremmo esterni.

Verità: Fedeltà di Dio in Cristo. E franchezza in ogni scelta, col nostro carattere in relazione e situazione.

Il resto è calcolo - disturbo profondo, che ci lascerà dissociati e farà ammalare dentro.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Prendi posizione e affronti le conseguenze? Quando è in gioco la tua caratura vocazionale, fronteggi e ci metti la faccia o ti mimetizzi?

Fai il vago, valuti il contraccambio e cerchi tributi o protezione di ammanicati e sinagoghe soddisfacenti? Oppure desideri unire la tua vita a Cristo?

Domenica, 03 Maggio 2026 04:42

Prima condizione per educare

Gesù dice ai discepoli: “Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27). Questo ci è di grande conforto nell’impegno di educare alla fede, perché sappiamo che non siamo soli e che la nostra testimonianza è sostenuta dallo Spirito Santo.

E’ molto importante […] credere fortemente nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo, invocarlo e accoglierlo in voi, mediante la preghiera e i Sacramenti. E’ Lui infatti che illumina la mente, riscalda il cuore dell’educatore perché sappia trasmettere la conoscenza e l’amore di Gesù. La preghiera è la prima condizione per educare, perché pregando ci mettiamo nella disposizione di lasciare a Dio l’iniziativa, di affidare i figli a Lui, che li conosce prima e meglio di noi, e sa perfettamente qual è il loro vero bene. E, al tempo stesso, quando preghiamo ci mettiamo in ascolto delle ispirazioni di Dio per fare bene la nostra parte, che comunque ci spetta e dobbiamo realizzare. I Sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la Penitenza, ci permettono di compiere l’azione educativa in unione con Cristo, in comunione con Lui e continuamente rinnovati dal suo perdono. La preghiera e i Sacramenti ci ottengono quella luce di verità grazie alla quale possiamo essere al tempo stesso teneri e forti, usare dolcezza e fermezza, tacere e parlare al momento giusto, rimproverare e correggere nella giusta maniera.

[Papa Benedetto, omelia nel battesimo di alcuni bambini 8 gennaio 2012]

1. Abbiamo più volte citato le parole di Gesù, che nel discorso d’addio rivolto agli apostoli nel Cenacolo promette la venuta dello Spirito Santo come nuovo e definitivo difensore e consolatore: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce” (Gv 14, 16-17). Quel “discorso d’addio”, situato nel racconto solenne dell’ultima Cena (cf. Gv 13, 2), è una fonte di prima importanza per la pneumatologia, ossia per la disciplina teologica concernente lo Spirito Santo. Gesù parla di lui come del Paraclito, che “procede” dal Padre, e che il Padre “manderà” agli apostoli e alla Chiesa “nel nome del Figlio”, quando il Figlio stesso “andrà via”, “a prezzo” della dipartita compiuta mediante il sacrificio della Croce.

Dobbiamo prendere in considerazione il fatto che Gesù chiama il Paraclito lo “Spirito di Verità”. Anche in altri momenti lo ha chiamato così (cf. Gv 15, 26; Gv 16, 13).

2. Teniamo presente che nello stesso “discorso d’addio” Gesù, rispondendo a una domanda dell’apostolo Tommaso circa la sua identità, asserisce di se stesso: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6). Da questo duplice riferimento alla verità che Gesù fa per definire sia se stesso che lo Spirito Santo, si deduce che, se il Paraclito viene da lui chiamato “Spirito di verità”, ciò significa che lo Spirito Santo è colui che, dopo la dipartita di Cristo, manterrà tra i discepoli la stessa verità, che egli ha annunziato e rivelato ed, anzi, che egli stesso è. Il Paraclito, infatti, è la verità, come lo è Cristo. Lo dirà Giovanni nella sua prima lettera: “È lo Spirito Santo che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità” (Gv 5, 6). Nella stessa lettera l’Apostolo scrive pure: “Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore (“spiritus erroris”)” (Gv 4, 6). La missione del Figlio e quella dello Spirito Santo si incontrano, sono connesse e si completano reciprocamente nell’affermazione della verità e nella vittoria sull’errore. I campi d’azione in cui essi operano sono lo spirito umano e la storia del mondo. La distinzione tra la verità e l’errore è il primo momento di tale opera.

3. Rimanere nella verità e operare nella verità è il problema essenziale per gli apostoli e per i discepoli di Cristo, sia dei primi tempi come di tutte le nuove generazioni della Chiesa nei secoli. Da questo punto di vista l’annuncio dello Spirito di verità ha un’importanza chiave. Gesù dice nel Cenacolo: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento (ancora) non siete capaci di portarne il peso” (Gv 16, 12). Veramente la missione messianica di Gesù durò poco, troppo poco per svelare ai discepoli tutti i contenuti della Rivelazione. E non solo fu breve il tempo a disposizione, ma risultarono anche limitate la preparazione e l’intelligenza degli ascoltatori. Più volte è detto che gli apostoli stessi “si stupivano dentro di loro” (cf. Mc 6, 52), e “non capivano” (cf. es gr Mc 8, 21), oppure capivano in modo distorto le parole e le opere di Cristo (cf. es gr Mt 16, 6-11).

Così si spiegano in tutta la pienezza del loro significato le parole del Maestro: “Quando . . . verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16, 13).

4. La prima conferma di questa promessa di Gesù si avrà nella Pentecoste e nei giorni successivi, come attestano gli Atti degli Apostoli. Ma la promessa non riguarda soltanto gli apostoli e gli immediati loro compagni nell’evangelizzazione, ma anche le future generazioni di discepoli e di confessori di Cristo. Il Vangelo infatti è destinato a tutte le nazioni e alle generazioni sempre nuove, che si svilupperanno nel contesto delle diverse culture e del molteplice progresso della civiltà umana. Con lo sguardo su tutto il raggio della storia Gesù dice: “Lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza”. “Renderà testimonianza”, ossia mostrerà il vero senso del Vangelo all’interno della Chiesa, perché essa lo annunci in modo autentico al mondo intero. Sempre e in ogni luogo, pur nell’interminabile vicenda delle cose che mutano sviluppandosi nella vita della umanità, lo “Spirito di verità” guiderà la Chiesa “alla verità tutta intera” (Gv 16, 13).

5. Il rapporto tra la Rivelazione comunicata dallo Spirito Santo e quella di Gesù è molto stretto. Non si tratta di una Rivelazione diversa, eterogenea. Lo si può arguire da un particolare del linguaggio usato da Gesù nella sua promessa: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). Il ricordare è la funzione della memoria. Ricordando, si ritorna a ciò che è già stato, a ciò che è stato detto e compiuto, rinnovando così nella coscienza le cose passate, e quasi facendole rivivere. Trattandosi specialmente dello Spirito Santo, Spirito di una verità carica della potenza divina, la sua missione non si esaurisce nel ricordare il passato come tale: “ricordando” le parole, le opere e tutto il mistero salvifico di Cristo, lo Spirito di verità lo rende continuamente presente nella Chiesa, fa sì che rivesta un’“attualità” sempre nuova nella comunità della salvezza. Grazie all’azione dello Spirito Santo, la Chiesa non solo ricorda la verità, ma permane e vive nella verità ricevuta dal suo Signore. Anche in questo modo si compiono le parole di Cristo: “Egli (lo Spirito Santo) mi renderà testimonianza” (Gv 15, 26). Questa testimonianza dello Spirito di verità si identifica così con la presenza del Cristo sempre vivo, con la forza operatrice del Vangelo, con l’attuazione crescente della Redenzione, con una continua illustrazione di verità e di virtù. In questo modo lo Spirito Santo “guida”, la Chiesa “alla verità tutta intera”.

6. Tale verità è presente, almeno in modo implicito, nel Vangelo. Ciò che lo Spirito Santo rivelerà è già stato detto da Cristo. Lo rivela egli stesso quando, parlando dello Spirito Santo, sottolinea che “non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito . . . Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16, 13-14). Il Cristo, glorificato dallo Spirito di verità, è prima di tutto quello stesso Cristo crocifisso, spogliato di tutto e quasi “annientato” nella sua umanità per la redenzione del mondo. Proprio per opera dello Spirito Santo la “parola della Croce” doveva essere accettata dai discepoli, ai quali il Maestro stesso aveva detto: “Per il momento (ancora) non siete capaci di portarne il peso” (Gv 16, 12). Si parava, davanti a quei poveri uomini, lo schermo della Croce. Occorreva un’azione in profondità per rendere le loro menti e i loro cuori capaci di scoprire la “gloria della redenzione”, che si era compiuta proprio nella Croce. Era necessario un intervento divino per convincere e trasformare interiormente ognuno di loro, in preparazione, anzitutto, al giorno della Pentecoste, e, poi, alla missione apostolica del mondo. E Gesù li avverte che lo Spirito Santo “mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annunzierà”. Solo lo Spirito che, secondo san Paolo (1 Cor 2, 10), “scruta le profondità di Dio”, conosce il mistero del Figlio-Verbo nella sua relazione filiale col Padre e nella sua relazione redentrice con gli uomini di tutti i tempi. Lui solo, lo Spirito di verità, può aprire le menti e i cuori umani rendendoli capaci di accettare l’inscrutabile mistero di Dio e del suo Figlio incarnato, crocifisso e risorto, Gesù Cristo Signore.

7. Dice ancora Gesù: “Lo Spirito di verità . . . vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 13). Che cosa significa questa proiezione profetica ed escatologica con cui Gesù colloca sotto il raggio dello Spirito Santo tutto l’avvenire della Chiesa, tutto il cammino storico che essa è chiamata a compiere nei secoli? Significa un andare incontro al Cristo glorioso, verso il quale essa è protesa nell’invocazione suscitata dallo Spirito: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22, 17. 20). Lo Spirito Santo conduce la Chiesa verso un costante progresso nella comprensione della verità rivelata. Veglia sull’inseguimento di tale verità, sulla sua conservazione, sulla sua applicazione alle mutevoli situazioni storiche. Suscita e conduce lo sviluppo di tutto ciò che serve alla conoscenza e alla diffusione di questa verità: in particolare, l’esegesi della Sacra Scrittura e la ricerca teologica, che non si possono mai separare dalla direzione dello Spirito di verità né dal Magistero della Chiesa, in cui lo Spirito è sempre all’opera.

Tutto avviene nella fede e per la fede, sotto l’azione dello Spirito, come è detto nell’enciclica Dominum et Vivificantem: “Il Mysterium Christi nella sua globalità esige la fede, poiché è questa che introduce opportunamente l’uomo nella realtà del mistero rivelato. Il guidare alla verità tutta intera si realizza, dunque, nella fede e mediante la fede: il che è opera dello Spirito di verità ed è frutto della sua azione nell’uomo. Lo Spirito Santo deve essere in questo la suprema guida dell’uomo, la luce dello spirito umano. Ciò vale per gli apostoli, testimoni oculari, che devono ormai portare a tutti gli uomini l’annuncio di ciò che Cristo “fece ed insegnò” e, specialmente, della sua Croce, e della sua risurrezione. In una prospettiva più lontana, ciò vale anche per tutte le generazioni dei discepoli e dei confessori del Maestro, poiché dovranno accettare con fede e confessare con franchezza il mistero di Dio operante nella storia dell’uomo, il mistero rivelato che di tale storia spiega il senso definitivo” (Dominum et Vivificantem, 6).

In questo modo lo “Spirito di verità” continuamente annunzia le cose future; continuamente mostra all’umanità questo futuro di Dio, che è al di sopra e al di fuori di ogni futuro “temporale”: e così riempie di valore eterno il futuro del mondo. Così lo Spirito convince l’uomo, facendogli capire che, con tutto ciò che è, e ha, e fa, è chiamato da Dio in Cristo alla salvezza. Così il “Paraclito”, lo Spirito di verità, è il vero “Consolatore” dell’uomo. Così è il vero Difensore e Avvocato. Così è il vero Garante del Vangelo nella storia: sotto il suo influsso la buona Novella è sempre “la stessa” ed è sempre “nuova”; e in modo sempre nuovo illumina il cammino dell’uomo nella prospettiva del cielo con “parole di vita eterna” (Gv 6, 68).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 17 maggio 1989]

Domenica, 03 Maggio 2026 04:26

Doppia Testimonianza

Nella vita del cristiano c’è una «doppia testimonianza»: quella dello Spirito che «apre il cuore» mostrando Gesù, e quella della persona che «con la forza dello Spirito» annuncia «che il Signore vive». Una testimonianza, quest’ultima, da portare «non tanto con le parole» ma con la «vita», anche a costo di «pagare il prezzo» delle persecuzioni.

Sono stati ancora una volta lo Spirito Santo e la sua azione nel cuore di ogni credente il fulcro della meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta lunedì 2 maggio. La liturgia, infatti, continua a proporre brani degli Atti degli apostoli (16, 11-15) con le prime missioni della Chiesa nascente e stralci del discorso di Gesù durante l’ultima cena (Giovanni, 15, 26 - 16, 4). In particolare nel Vangelo del giorno si legge di Gesù che «parla della testimonianza che lo Spirito Santo, il Paràclito, darà di lui e della testimonianza che noi dovremo dare anche di lui». E Francesco ha sottolineato come qui la parola «più forte» sia proprio «testimonianza».

La testimonianza dello Spirito si ritrova anche nella prima lettura dove, mentre si parla di Lidia, una «commerciante di porpora della città di Tiàtira, una credente in Dio», si dice: «Il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo». Ma «chi ha toccato il cuore di questa donna?» si è chiesto il Pontefice, ricordando che Lidia «ha sentito dentro di sé» qualcosa che la spingeva a dire: «Questo è vero! Io sono d’accordo con quello che dice quest’uomo, quest’uomo che dà testimonianza di Gesù Cristo»? La risposta è: «lo Spirito Santo». È lui «che ha fatto sentire a questa donna che Gesù era il Signore; ha fatto sentire a questa donna che la salvezza era nelle parole di Paolo; ha fatto sentire a questa donna una testimonianza».

È quindi, ha spiegato il Papa, lo Spirito che «dà testimonianza di Gesù. E ogni volta che noi sentiamo nel cuore qualcosa che ci avvicina a Gesù, è lo Spirito che lavora dentro». Lo stesso Gesù spiegò ai discepoli l’azione dello Spirito: «Vi insegnerà e vi ricorderà tutto quello che ho detto io». E lo Spirito, ha aggiunto Francesco, «continuamente apre il cuore, come ha aperto il cuore di questa signora Lidia», e «dà testimonianza per sentire e ricordare quello che Gesù ci ha insegnato».

Ma la testimonianza, ha spiegato il Papa, «è doppia». Ovvero: «lo Spirito ci dà la testimonianza di Gesù e noi diamo la testimonianza con la forza dello Spirito dello stesso Signore». Lo ribadisce ancora Gesù nel brano evangelico: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità, che procede dal Padre, Egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me dal principio». E il Signore, ha fatto notare Francesco, insiste sulle caratteristiche di questa testimonianza — «forse i discepoli non capivano bene» ha osservato — aggiungendo: «Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi». Gli spiega, cioè, «il prezzo della testimonianza cristiana» in maniera diretta: «Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà, crederà di rendere culto a Dio».

Quindi, ha riassunto il Pontefice, «il cristiano, con la forza dello Spirito, dà testimonianza che il Signore vive, che il Signore è risorto, che il Signore è fra noi, che il Signore celebra con noi la sua morte, la sua risurrezione, ogni volta che ci accostiamo all’altare»; e lo fa «nella sua vita quotidiana, col suo modo di agire». È, ha aggiunto, «la testimonianza continua del cristiano». Allo stesso tempo, il il cristiano deve essere consapevole che a volte questa testimonianza «provoca attacchi, provoca persecuzioni»: sono «le piccole persecuzioni», come quelle delle «chiacchiere» e delle «critiche», ma anche le persecuzioni di cui «la storia della Chiesa è piena», cioè quelle che portano «i cristiani nel carcere» o «perfino a dare la vita».

È quindi lo stesso «Spirito Santo che ci ha fatto conoscere Gesù» a spingerci «a farlo conoscere, non tanto con le parole, ma con la testimonianza di vita». E, ha suggerito concludendo il Papa, «è buono chiedere allo Spirito Santo che venga nel nostro cuore, per dare testimonianza di Gesù» e pregarlo così: «Signore, che io non mi allontani da Gesù. Insegnami quello che ha insegnato Gesù. Fammi ricordare quello che ha detto e fatto Gesù e, anche, aiutami a portare la testimonianza di queste cose. Che la mondanità, le cose facili, le cose che vengono proprio dal padre della menzogna, dal principe di questo mondo, il peccato, non mi allontani dalla testimonianza; che non mi scandalizzi, come dice Gesù, di essere cristiano, perché qualcuno mi evita o ci sono persecuzioni».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 02-03/05/2016]

Mistica del Paraclito: mai più orfani

(Gv 14,15-21)

 

In termini biblici, Spirito [Ruah] non designa un’entità ineffabile, bensì reale: esso è un alito potente, in grado di buttare all’aria tutto ciò che vuol permanere fisso e installato.

Dio è Spirito non in quanto invisibile e irraggiungibile, ma perché nella sua azione si esprime una forza travolgente, incontenibile, impetuosa.

Lo Spirito irrompe e dà la spinta per mettere in movimento: scaturigine di vita, strumento dell’opera divina nella storia.

La Legge può anche indicare la direzione giusta, ma non fa comprendere l’assurdo dell’amore e la sua incredibile fecondità, né ci trasmette l’energia che porta a destinazione.

Gesù sostituisce i Suoi comandamenti [la sua stessa Persona, i suoi valori e Beatitudini] a quelli della consuetudine esterna.

Le differenti espressioni dell’amore sono infinitamente più importanti di un codice di norme o dei modi di fare.

Per questo motivo, Gesù non è un modello, bensì Motivo e Motore. Non ha insegnato solo una strada: ancora ci comunica la sua spinta per centrare l’obbiettivo della vita.

Il suo Spirito donato è chiamato Paraclito [«chiamato accanto», con termine mediato dal linguaggio forense]: una sorta di avvocato che in tribunale si affiancava all’imputato, per scagionarlo (in perfetto silenzio).

È lo Spirito del Cristo che riduce all’impotenza il male e rende vane le accuse contro.

Di fronte alle difficoltà possiamo procedere senza lasciarci cadere le braccia.

 

Lo Spirito del Signore è anche a servizio della «Verità» teologica: la Fedeltà dell’Amore divino.

In breve: mentre la Chiesa porge risposte nuove a domande nuove, è lo Spirito della Verità a garantire che il Vangelo non venga corrotto, anzi introduca i discepoli nella pienezza della vita e nell’inattesa ricchezza e radicalità del suo stesso Richiamo.

In tal guisa, alcune mode attorno possono chiuderci il cuore agli impulsi dello Spirito della Verità. Ci disperdono.

Esse corrompono e soppiantano la purezza della Sorgente, e a cascata, l’innata fragranza delle nostre essenze particolari.

Invece il Paraclito [in noi] difende l’integrità di ogni persona dalle inimicizie esteriori e anche dalle potenze interiori che fanno il male.

Sono ad es: timori a corrispondere alla Chiamata autentica; smanie di avere, potere e apparire, che trascinano lontano dalla vita.

Invece desideriamo ardentemente assumere un volto divino. Per questo lo Spirito approva perfino i tentativi d’arricchire: sì, insieme.

Insomma, spesso bisogna deporre l’io, e affidarsi al Mistero.

 

Dio ha un Volto umanizzante, quindi lo Spirito è il ‘difensore’ che permette addirittura di sbagliare.

Egli spegne il panico degli inizi inattesi. Fa intuire la magia che ci protegge.

Aiuta a sorvolare l’agguato del perfezionismo, il quale rischia sempre di colpire persino gli esordi delle nostre intraprese vocazionali.

Allentando i controlli, i giudizi, le smanie di progetto, il dirigismo e volontarismo, lasciamo che sia il Dono a farsi Deposito; il fatto reale a suggerire il percorso, e prendere la guida delle esperienze.

Cedendo, passo dopo passo impariamo a lasciarci inondare: sarà quel che invade a farci rifiorire. Attraverso processi che elaborano l’impensabile.

Vivendo con meno interventismo le emozioni, lavoreremo con passione.

Opereremo esprimendoci nel nostro carattere profondo, e non come altri si attendono; forse faremo le cose in modo del tutto contrario alle aspettative e propositi.

Ma rompendo la monotonia consentiremo la convivenza tra opposte polarità, e il Cuore sarà sempre più amico del nostro destino.

 

È il nostro sogno: partecipare di questo Vento dagli effetti imprevedibili.

 

 

[6.a Domenica di Pasqua (anno A), 10 maggio 2026]

Sabato, 02 Maggio 2026 05:13

Mistica del Paraclito: mai più orfani.

Chi s’innamora scatena una energia nuova.

Gv 14,15-21(-16,4)

 

In termini biblici, Spirito [Ruah] non designa un’entità ineffabile, bensì reale: esso è un alito potente, in grado di buttare all’aria tutto ciò che vuol permanere fisso e installato.

Dio è Spirito non in quanto invisibile e irraggiungibile, ma perché nella sua azione si esprime una forza travolgente, incontenibile, impetuosa.

È il nostro sogno: partecipare di questo vento dagli effetti imprevedibili.

Lo Spirito irrompe senza posa e dà la spinta per vincere ogni fissità e mettere in movimento: scaturigine di vita, strumento dell’opera divina nella storia.

La Legge religiosa può anche indicare la direzione giusta, ma non dona convinzione personale, non fa comprendere l’assurdo dell’amore e la sua incredibile fecondità, né ci trasmette l’energia che porta a destinazione.

Per questo motivo, Gesù non è un modello, bensì Motivo e Motore.

Non ha insegnato solo una strada: ancora ci comunica la sua spinta per centrare l’obbiettivo della vita.

Il suo Spirito donato è chiamato ‘Paraclito’ [«chiamato accanto», con termine mediato dal linguaggio forense]: una sorta di avvocato che in tribunale si affiancava all’imputato in difficoltà, per scagionarlo (in perfetto silenzio).

È lo Spirito del Cristo nell’anima che riduce all’impotenza il male e rende vane le accuse contro.

Di fronte alle difficoltà possiamo procedere senza lasciarci cadere le braccia.

 

Lo Spirito del Signore è anche a servizio della Verità teologica: la Fedeltà dell’Amore divino.

In breve: mentre la Chiesa porge risposte nuove a domande nuove, è lo Spirito della Verità a garantire che il Vangelo non venga corrotto, anzi introduca i discepoli nella pienezza della vita e nell’inattesa ricchezza e radicalità del suo stesso Richiamo.

Non diremo mai nulla di nuovo, e neppure il contrario: mantenendoci aperti ai suoi impulsi, coglieremo sino in fondo il Mistero che avvolge il senso della nostra vita in Cristo.

 

L’Innamorato vivente e palpitante sta chiedendo ai suoi intimi: ‘quanto conto per te’?

Gesù sostituisce i Suoi comandamenti [la sua stessa Persona, i suoi valori e le Beatitudini] a quelli della religione.

Lo sappiamo. Non si può amare Qualcuno abituato a prendere nota.

Le differenti espressioni dell’amore sono infinitamente più importanti di un codice di leggi - quello di Mosè, ad es.

Le sfumature dell’amore hanno un peso significativo, che surclassa la proliferazione di norme tipica della tradizione.

La consuetudine, le maniere, o le stesse mode, spesso non ci appartengono. Anzi, rendono nervosi e insoddisfatti - sebbene impiantati.

L’uomo accomodato tende a trascinarsi secondo interpretazioni e modi di stare in campo devianti il suo stesso essere profondo.

Affezionati alle rubriche più logore e desuete, o ai condizionamenti, si continua a dare risposte vecchie o esterne a problemi nuovi e personali.

Talora si tende a non accettare l’emancipazione viva [non quella patinata].

E la gioia delle scoperte in fieri; non dettate da agenzie di plagio.

Poi le innovazioni che avvicinano; nonché un nuovo pensiero che consenta di cogliere Dio vivo, Presente sempre, quindi in grado con la sua Azione incessante di farci assumere un volto divino.

 

Quando si consolidano oltre misura, le maniere affettate o devianti chiudono agli impulsi dello Spirito della Verità. Ci disperdono.

In alcuni casi, lo fanno proprio in nome di Dio!

Esse corrompono e soppiantano la purezza della Sorgente, e a cascata, l’innata fragranza delle nostre essenze particolari.

Invece il Paraclito [in noi] difende l’integrità di ogni persona dalle inimicizie esteriori e anche dalle potenze interiori che fanno il male.

Sono ad es: timori a corrispondere alla Chiamata autentica; smanie di avere, potere e apparire, che trascinano lontano dalla vita.

Lo Spirito approva perfino i tentativi d’arricchire: sì, insieme.

Cercando la reciprocità più variegata delle qualità; accentuando le stesse risorse del prossimo.

Insomma, spesso bisogna deporre l’io, e affidarsi al Mistero.

 

Dio ha un Volto umanizzante, quindi lo Spirito è il ‘difensore’ che permette addirittura di sbagliare.

Egli spegne il panico degli inizi inattesi. Fa intuire la magia che ci protegge.

Aiuta a sorvolare l’agguato del perfezionismo, il quale rischia sempre di colpire persino gli esordi delle nostre intraprese vocazionali.

Insomma, l’Amico innato libera dal “personaggio”, dalle armature, dall’ansia di prestazioni, dal non voler deludere le opinioni o aspettative a contorno.

Egli ci riporta coi piedi a terra. E costringe il nostro occhio a guardarci dentro.

Smarrendo e vagando, in Lui ritroveremo il Centro.

 

Il nostro Alleato fa penetrare il senso dei momenti no - quelli che sembrano un cumulo di accanimenti della sorte. Le brutte figure, i fallimenti, i tempi in cui ad es. per una catena di lutti o persecuzioni, sembra che stiamo attirando le negatività come una calamita.

Nelle situazioni critiche veniamo guidati a staccare l’anima dall’esteriore che finisce per inaridirci e perdere di vista il nostro stesso Nucleo, lo Spirito celato.

In tal guisa, sappiamo che quando la realtà attorno diventa precaria, il nocciolo interiore è come costretto a ritrovare la giusta distanza dalle cose di fuori.

Se la realtà costringe a spazzar via tutto, siamo messi in condizione di dover cercare e spalancare nuovi varchi.

Si affacceranno idee, orizzonti, forze e iniziative impreviste.

 

Talora sarà il caos stesso a risolvere i veri problemi, generati proprio dallo stile di vita assuefatto [o dal punto di vista] più che dalla realtà.

La confusione si affaccerà spesso, ma affinché possiamo finalmente interrogarci sui nostri reali interessi. Su ciò cui non stiamo dando spazio:  quale aspetto, inclinazione, filoni di attività, relazioni - che corrisponderebbero profondamente, e farebbero stare bene tutti.

Così, invece di vivere distratti e come portati da dinamiche che non ci appartengono, apprendiamo a vivere intensamente nell’adesso.

Impariamo ad accogliere e leggere ciò che la marea della vita reca in termini di novità, ogni giorno e di volta in volta.

Allentando i controlli, i giudizi, le smanie di progetto, il dirigismo e volontarismo, lasciamo che sia il Dono a farsi Deposito; il fatto reale a suggerire il percorso, e prendere la guida delle esperienze.

Cedendo, passo dopo passo impariamo a lasciarci inondare: sarà quel che invade a farci rifiorire. Attraverso processi che elaborano l’impensabile.

 

Se abbiamo messo in sordina le passioni per non sembrare deboli, o fatto scelte artificiose per privilegiare il consenso attorno - e l’autocontrollo... Se non abbiamo ancora imparato a essere diretti, il Paraclito aiuterà a far venire allo scoperto la parte libera, quella in cui si annida la nostra missione - invece che la carriera (anche ecclesiastica) da vetrina.

Più saremo umani nell’armonia dell’Amore ricevuto che si trasforma in amicizia comunicata a se stessi e agli altri, più consentiremo all’Oro divino di affiorare in noi, e nelle sintonie che ci riportano alla Casa ch’è davvero nostra.

Vivendo con meno interventismo le emozioni, lavoreremo con passione.

Opereremo esprimendoci nel nostro carattere profondo, e non come altri si attendono; forse faremo le cose in modo del tutto contrario alle aspettative e propositi.

Ma rompendo la monotonia consentiremo la convivenza tra opposte polarità, e il Cuore sarà sempre più amico del nostro destino.

 

 

Dimora e reciprocità, interpretazione e radice

 

Generatrici dal basso

(Gv 14,21-26)

 

L’amore del Padre ci unisce a Cristo attraverso una chiamata che si manifesta onda su onda. E su tale sentiero il Figlio stesso si rivela, anche grazie alla vita di comunità genuina.

Il passo di Vangelo riflette la catechesi a domande e risposte tipica delle comunità giovannee dell’Asia Minore, impegnate a interrogarsi: stavolta il tema dell’incomprensione è introdotta da Giuda, non l’Iscariota.

Anche i giudei avevano atteso un’uscita pubblica eloquente, per credere alla condizione divina di Gesù di Nazaret. Forse una manifestazione così dimessa non poteva che generare scetticismo.

Come mai in Lui si resta nella sfera del nascondimento, e i suoi stessi intimi non si scatenano nelle reazioni? Non sarebbe opportuno un colpo di scena aperto e sensazionale?

E perché vivere dal di dentro le difficoltà? Poi, come mai le relazioni considerate “importanti” erano valutate con avversione crescente, estranee, irritanti?

Ebbene, il messianismo vulnerabile del Cristo - in apparenza difensivo, evitante - non è del genere che dissipa i dubbi.

Egli permaneva spoglio. Così non ha smarrito la propria naturalità; quasi avesse percepito il pericolo delle aberrazioni altisonanti, tutte esterne.

Il Messia autentico proteggeva la sua identità, il suo carattere umano, spirituale, missionario. In tal guisa ha evitato tutti i titoli gloriosi eccessivi previsti nella cultura teologica nell’antico Israele.

 

La vita di Fede in noi continua anch’essa invisibile: non circondata di miracoli esteriori e sensazioni forti; piuttosto, innervata di convincimenti (riconosciuti in se stessi).

Nel tempo della nuova relazione con Dio e i fratelli, l’antico concetto di Unto del Signore che osserva e impone a tutte le nazioni la Legge del popolo eletto (con forza) non ha alcun rilievo.

In qualsiasi condizione e latitudine, Dio è sempre presente e operante, a partire dal nucleo, per farci ritrovare il respiro dell’essere.

Il Padre, il Figlio, e i credenti, formano nella mutua conoscenza un circolo di amore, reciprocità e ubbidienza a maglie larghe, mediante risposte libere non stereotipe né paralizzanti.

Non parcellizzate su dettagli e casistiche, bensì centrate su opzioni fondamentali.

 

«I miei comandamenti» [v.21: genitivo soggettivo] è un’espressione teologica che designa la stessa Persona del Risorto in atto.

‘Persona’ dispiegata nella storia degli uomini grazie al suo Corpo mistico: il variegato Popolo di Dio, la cui poliedricità è valore aggiunto - non limite o contaminazione della purezza.

Beninteso, l’Amore è l’unica realtà che non si può “comandare”.

Ma Gesù lo designa e propugna tale per sottolineare il distacco dal Patto del Sinai, che riassume eppur sostituisce.

La forma plurale «comandamenti» riconosce il ventaglio delle svariate forme di scambievolezza e personalizzazione dell’amore.

Nessun orientamento, dottrina, codice, potrà mai superarlo, o viceversa renderlo paludoso.

 

Nei Vangeli si parla di amore non in termini di sentimento [di emozione soggetta a flessioni, o che si regola sulla base delle perfezioni dell’amato] ma come azione reale, gesto che fa sentire l’altro libero e adeguato.

Il Popolo di Dio riflette Cristo nella misura in cui sviluppa il proprio destino vivendo totalmente di dono, risposta, scambio, e sovrabbondare nella Gratuità.

Tutto ciò in modo vieppiù inedito per ciascuna persona, per ogni situazione micro e macro-relazionale, età della vita, caratteristiche, tipologia di difetti, o paradigma culturale vigente.

Insomma, il Signore non gradisce che c’innalziamo staccandoci dalla terra e dai fratelli: l’onore dovuto al Padre è quello che porgiamo ai suoi figli.

Quindi non c’è bisogno di sollevarsi per vie di osservanza ascetica [“salire” come al piano superiore: l’ascensore è solo discendente].

 

È Lui che si rivela, proponendosi a noi: questa la sua letizia.

Viene giù dal “cielo”.

Si manifesta in noi stessi e dentro le pieghe della storia, palesando il desiderio di fondersi con la nostra vita (v.21) per accrescerla, completarla, e potenziarne le capacità [in termini qualitativi].

Gli Apostoli, condizionati dalla mentalità religiosa convenzionale - tutta passerelle - s’interrogano circa l’atteggiamento di Gesù, modesto e poco incline allo spettacolo (v.22).

Non accettano un Messia che non s’imponga all’attenzione di tutti, non stupisca il mondo, non urli proclami da forsennato.

Il Maestro preferisce che nella sua Parola riconosciamo una corrispondenza attiva con il desiderio di vita integrale che portiamo dentro (vv.23-24).

Tale Logos-evento va assunto nell’essere, quale Richiamo distinto dai luoghi comuni del pensiero diffuso, conformista, altrui.

In detto Appello si annida infatti una simpatia, un’intesa, una freccia, una vigoria efficiente e creatrice, che si rende Fuoco e solidità di Presenza personale, a partire dall’interno - al contempo fievole e squillante.

 

Nella cultura forense antica, «Paraclito» (v.26) era detto il personaggio eminente dell’assemblea - oggi diremmo una sorta di avvocato - che senza nulla dire si poneva accanto per giustificare l’imputato.

[Quest’ultimo poteva essere colpevole, ma meritevole di perdono; però aveva bisogno di una sorta di pubblico garante che ne garantisse la sorte. Ovvero poteva essere innocente, ma impossibilitato o incapace di trovare testimoni a suo favore che lo scagionassero…]

Tale attributo dello Spirito allude a un’intensità, intimo fondamento e reciprocità di Relazione silenziosa che si fa Persona, e sa dove andare.

Compagno che approva; che conduce il cuore, il carattere, la vita stessa, non alla gogna, bensì alla piena fioritura di noi stessi.

Grazie al Suo sostegno non c’incantiamo di ruoli altisonanti, parole forti; formule, impressioni, sentimenti tumultuosi: entriamo nella profondità esigente, compiuta, dell’Amore.

Allarghiamo il campo. Accogliamo una immagine guida diversa, che incalza e coglie di sorpresa, ma sottilmente. Essa non rinfaccia, né ci sgrida.

Esperienza che avviene senza terremoti, tuoni e folgori - parziali - ma attraverso l’azione dello Spirito che interiorizza, accompagna, nutre, rende aggiornata e viva l’interpretazione della Parola (v.26).

Il Messaggio dei Vangeli ha una radice generatrice che non può ridursi a un’esperienza unilaterale e ingombrante; tutta codificata e moralista ma vuota come nelle situazioni settarie, sempre in lotta con se stesse e il mondo. 

Avventurandosi nel proprio Esodo, ciascuno scopre risorse celate e un amplificarsi di prospettive che dilatano e completano l’essere, allargando l’esperienza del carattere vocazionale che gli corrisponde.

Tra vita in cammino e Parola di Dio - regola d’oro che infonde autostima - si accende una comprensione impredicibile, versatile, eclettica, non a senso unico, la quale travalica le concatenazioni identitarie.

Nella sua portata, il Richiamo rimane identico, ma nel tempo espande la consapevolezza delle sue sfaccettature - appunto, integrandole.

Espressività ricche e non già ratificate, Creatore e creatura non si esternano autenticamente in modo fisso, sancito, e in riferimento a un codice dottrina-disciplina, ma nella libertà eccedente della vita.

Anche oggi, al soverchiare dei nuovi bisogni e quesiti, si affaccia un sovrabbondare appropriato di nuove risposte - finalmente anche da parte del Magistero.

Plausibili nell’avventura di Fede, ma che farebbero impazzire ogni religione esterna.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Riconosci l’Opera dello Spirito o la rifiuti come una seccatura? Cosa ti colpisce del nuovo Magistero?

Ritrovi questa impostazione nell’Annuncio, nella Catechesi, nell’Animazione, nella Pastorale e nel tuo stesso Cammino?

 

 

Approfondimento: Spirito della Verità

 

Soluzioni soddisfacenti o Spirito della Verità

(Gv 15,26-16,4a)

 

La Fede nel Maestro è già vita eterna, o meglio Vita dell’Eterno (in atto qui e ora). Egli stesso è Pane dell’esistere autentico e indistruttibile, sebbene ancora terreno.

La vita intima di Dio stesso ci raggiunge nel nostro tempo. Il primo passo è una Fede che dona una Visione; irruzione dello Spirito che fa rinascere dall’alto, così anima un’esistenza differente - non vuota.

Il segno di tale adesione è credere Gesù come Figlio: uomo che manifesta la condizione divina.

Cristo è Pane della vita anche perché la sua Parola è creatrice, e il cammino di sequela in Lui ci trasmette le qualità della Vita indistruttibile.

L’effusione dello Spirito suscita in noi il medesimo Cuore pulsante dell’Eterno, che sperimentiamo nelle morti e risurrezioni del quotidiano e nella lunga trafila della Vocazione (ribadita di sentiero in sentiero).

Persino nella persecuzione, chi vede il Figlio ha in sé la Vita dell’Eterno - che rigenera e dispone sempre nuove nascite, altre premesse e interrogativi, differenti percorsi, in forma ininterrotta e crescente.

La passione per l’Amico ci unisce a Lui, Pane: ossia Rivelatore della Verità che sazia gli uomini in viaggio verso se stessi e il mondo, che talora cambiano pelle, opinioni, stili di vita.

Nella Visione, siamo abilitati ad appropriarci direttamente, così attirando e realizzando la Novità di Dio - anche in anticipo, sapientemente.

Per mezzo di Lui abbiamo parte nell’amore del Padre verso il Figlio che si manifesta Signore personale, e nella vita dilatata in uscita della Chiesa autentica.

Il Dio “nascosto” del Primo Testamento, ostacolo che sembrava insormontabile, si porge ora nello specifico della Fede... senza bisogno di fuochi fatui a sostegno.

Perché il mondo di Dio (nell’anima) è diverso.

Non si entra nel Mistero coi propositi normali e le aspettative perfette, tantomeno di successo e riconoscimenti.

In questo caso nel passo di Vangelo entra in scena l'incomprensione degli apostoli. In effetti, persino a noi spesso non sembra decifrabile il modo di manifestarsi di Gesù.

Anche i giudei (in realtà: i giudaizzanti di ritorno nelle comunità di fine I secolo) attendevano di coglierlo in modo palese, magari in un’occasione di vita pubblica.

Invece, perfino in periodo di “glorificazione” il Maestro sembra voler ricalcare l’inapparenza esteriore (umile) del suo ministero terreno.

Molti si attendevano fuochi d’artificio sensazionali in quel periodo che consideravano “finale”. Invece, nessun cedimento all’ideologia di potere o alla religione-spettacolo.

Insomma, le cose non andavano secondo le attese: i dubbi non venivano dissipati, le ambiguità neppure; i titoli dell’antica gloria nazionalista e imperiale d’Israele non ricomparivano affatto, al contrario!

Ancora oggi, la scelta di Fede non è data in pasto agli apparati che ne garantirebbero visibilità: nessun paracadute, nessuno sconto.

Tutto allora sembra proceda come prima, nel sommario: faticare per vivere, comprare e viaggiare, ridere e piangere, ammalarsi e guarire, lavorare e fare festa… così via, spesso nel dolore (apparentemente insensato); forse senza svolte decisive.

Ma sulle medesime cose di sempre c’è una Luce differente, piantata su una nuova, immediata, relazione dell’umanità bisognosa con il Padre che ci rigenera, per riconnettere desideri, bisogni profondi, percorsi esterni, e incrementare l’intensità di vita.

È nella mutua conoscenza delle radici e dei solchi della realtà che sussiste in primis questo circolo d’amore tra Dio e i suoi figli. E tutto ciò che ancora non è stato inteso verrà richiamato dall’azione dello Spirito. Unico impeto affidabile, che non punta su cose vane.

Una relazione tra uomo e Cielo (in noi, non in alto) che non contempla anzitutto la rassegnazione, gli sforzi, le umiliazioni… bensì rielaborato nell’approfondimento della portata dei nostri cuori - tanto limitati, eppure dotati di una misteriosa impronta - per la vita completa, ma di carattere.

 

Onde evitare intimidazioni, emarginazioni e seccature, alcuni membri di Chiesa propugnavano una sorta di alleanza fra Gesù e Impero, annunciando un Cristo talmente vago e svincolato da non graffiare nessuno.

Alcuni ambiziosi, facinorosi della “vita nello spirito”, ritenevano che era ormai giunta l’ora di scrollarsi di dosso la vicenda terrena del figlio del falegname - considerata debole in sé, a breve termine, fuori luogo e tempo, e già spenta.

Gv intende riequilibrare il tentativo d’Annuncio, diluito nei compromessi. 

L’evangelista sottolinea che il Risorto (Cifra e Motore che porta l’anima e ci genera nell’oggi) è il medesimo Figlio di Dio che ha sostenuto una dura attività di denuncia e diverse battaglie con le autorità opportuniste del suo tempo, cui aveva osato toccare posizioni, vanità e il sacchetto del commercio - perciò perseguitato, processato, vilipeso e condannato come sovversivo e maledetto da Dio.

Insomma, lo Spirito Santo non va dietro le farfalle. Azione dello Spirito (che interiorizza e attualizza) e memoria storica di Gesù devono essere sempre coniugate. Solo in tale prospettiva franca è possibile cogliere in ogni tempo e circostanza la Verità di Dio e la Verità dell’uomo.

In aggiunta: il Padre è Creatore di ciascuna delle nostre inclinazioni profonde, cui appone una firma indelebile la quale si manifesta in un istinto innato, che vuole germinare, trovare spazio, esprimersi.

Abbiamo innata una Vocazione e volti (plurali) unici e invincibili, ciascuno. Non possiamo rinnegare noi stessi, le nostre Radici - anche laddove una testimonianza a viso aperto fosse poco appetibile.

La Verità su ciascuno di noi è conseguente: siamo per Grazia depositari d’una dignità sbalorditiva, che anche nell’errore (o ciò che si considera tale) impartisce desideri eccezionali. Verità che ripristina ancora sogni: una speranza inedita, la quale attiva passioni coinvolgenti.

Invano avremmo quiete e felicità cercando il concordismo culturale e sociale, o recitando ruoli, personaggi, mansioni che non ci appartengono - sebbene acquietanti.

Diventeremmo esterni.

Verità: Fedeltà di Dio in Cristo. Franchezza in ogni scelta, relazione e situazione.

Il resto è calcolo e disturbo profondo, che ci lascerà dissociati e farà ammalare dentro.

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

Prendi posizione e affronti le conseguenze? Quando è in gioco la tua caratura vocazionale, fronteggi e ci metti la faccia o ti mimetizzi?

Fai il vago, valuti il contraccambio e cerchi tributi o protezione di ammanicati e sinagoghe soddisfacenti? Oppure desideri unire la tua vita a Cristo?

Sabato, 02 Maggio 2026 05:04

Amare vuol dire fidarsi

"Rimanete saldi nella fede!". Abbiamo sentito poc'anzi le parole di Gesù: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre e Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre - lo Spirito di Verità" (Gv 14, 15-17a). In queste parole Gesù rivela il profondo legame che esiste tra la fede e la professione della Verità Divina, tra la fede e la dedizione a Gesù Cristo nell'amore, tra la fede e la pratica della vita ispirata ai comandamenti. Tutte e tre le dimensioni della fede sono frutto dell'azione dello Spirito Santo. Tale azione si manifesta come forza interiore che armonizza i cuori dei discepoli col Cuore di Cristo e rende capaci di amare i fratelli come Lui li ha amati. Così la fede è un dono, ma nello stesso tempo è un compito.

"Egli vi darà un altro Consolatore - lo Spirito di Verità". La fede, come conoscenza e professione della verità su Dio e sull'uomo, "dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo", dice san Paolo (Rm 10, 17). Lungo la storia della Chiesa gli Apostoli hanno predicato la parola di Cristo preoccupandosi di consegnarla intatta ai loro successori, i quali a loro volta l'hanno trasmessa alle successive generazioni, fino ai nostri giorni. Tanti predicatori del Vangelo hanno dato la vita proprio a causa della fedeltà alla verità della parola di Cristo. E così, dalla premura per la verità è nata la Tradizione della Chiesa. Come nei secoli passati così anche oggi ci sono persone o ambienti che, trascurando questa Tradizione di secoli, vorrebbero falsificare la parola di Cristo e togliere dal Vangelo le verità, secondo loro, troppo scomode per l'uomo moderno. Si cerca di creare l'impressione che tutto sia relativo: anche le verità della fede dipenderebbero dalla situazione storica e dalla valutazione umana. Però la Chiesa non può far tacere lo Spirito di Verità. I successori degli Apostoli, insieme con il Papa, sono responsabili per la verità del Vangelo, ed anche tutti i cristiani sono chiamati a condividere questa responsabilità accettandone le indicazioni autorevoli. Ogni cristiano è tenuto a confrontare continuamente le proprie convinzioni con i dettami del Vangelo e della Tradizione della Chiesa nell'impegno di rimanere fedele alla parola di Cristo, anche quando essa è esigente e umanamente difficile da comprendere. Non dobbiamo cadere nella tentazione del relativismo o dell'interpretazione soggettivistica e selettiva delle Sacre Scritture. Solo la verità integra ci può aprire all'adesione a Cristo morto e risorto per la nostra salvezza.

Cristo dice infatti: "Se mi amate...". La fede non significa soltanto accettare un certo numero di verità astratte circa i misteri di Dio, dell'uomo, della vita e della morte, delle realtà future. La fede consiste in un intimo rapporto con Cristo, un rapporto basato sull'amore di Colui che ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 11), fino all'offerta totale di se stesso. "Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5, 8). Quale altra risposta possiamo dare ad un amore così grande, se non quella di un cuore aperto e pronto ad amare? Ma che vuol dire amare Cristo? Vuol dire fidarsi di Lui anche nell'ora della prova, seguirLo fedelmente anche sulla Via Crucis, nella speranza che presto verrà il mattino della risurrezione. Affidandoci a Cristo non perdiamo niente, ma acquistiamo tutto. Nelle sue mani la nostra vita acquista il suo vero senso. L'amore per Cristo si esprime nella volontà di sintonizzare la propria vita con i pensieri e i sentimenti del suo Cuore. Questo si realizza mediante l'unione interiore basata sulla grazia dei Sacramenti, rafforzata con la continua preghiera, la lode, il ringraziamento e la penitenza. Non può mancare un attento ascolto delle ispirazioni che Egli suscita mediante la sua Parola, le persone che incontriamo, le situazioni di vita quotidiana. AmarLo significa restare in dialogo con Lui, per conoscere la sua volontà e realizzarla prontamente.

Ma vivere la propria fede come rapporto d'amore con Cristo significa anche essere pronti a rinunciare a tutto ciò che costituisce la negazione del suo amore. Ecco perché Gesù ha detto agli Apostoli: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti". Ma quali sono i comandamenti di Cristo? Quando il Signore Gesù insegnava alle folle, non mancò di confermare la legge che il Creatore aveva iscritto nel cuore dell'uomo ed aveva poi formulato sulle tavole del Decalogo. "Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure uno iota o un segno, senza che tutto si sia compiuto" (Mt 5, 17-18). Gesù però ci ha mostrato con una nuova chiarezza il centro unificante delle leggi divine rivelate sul Sinai, cioè l'amore di Dio e del prossimo: "Amare [Dio] con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (Mc 12, 33). Anzi, Gesù nella sua vita e nel suo mistero pasquale ha portato a compimento tutta la legge. Unendosi con noi mediante il dono dello Spirito Santo, porta con noi e in noi il "giogo" della legge, che così diventa un "carico leggero" (Mt 11, 30). In questo spirito Gesù formulò il suo elenco degli atteggiamenti interiori di coloro che cercano di vivere profondamente la fede: Beati i poveri in spirito, quelli che piangono, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia... (cfr Mt 5, 3-12)

Cari fratelli e sorelle, la fede in quanto adesione a Cristo si rivela come amore che spinge a promuovere il bene che il Creatore ha inserito nella natura di ognuno e ognuna di noi, nella personalità di ogni altro uomo e in tutto ciò che esiste nel mondo. Chi crede e ama così diventa costruttore della vera "civiltà dell'amore", di cui Cristo è il centro. Ventisette anni fa, in questo luogo, Giovanni Paolo II disse: "La Polonia è divenuta ai nostri tempi terra di testimonianza particolarmente responsabile" (Varsavia, 2 giugno 1979). Vi prego, coltivate questa ricca eredità di fede a voi trasmessa dalle generazioni precedenti, l'eredità del pensiero e del servizio di quel grande Polacco che fu Papa Giovanni Paolo II. Rimanete forti nella fede, tramandatela ai vostri figli, testimoniate la grazia, che avete sperimentato in modo così abbondante attraverso lo Spirito Santo nella vostra storia. Che Maria, Regina della Polonia, vi mostri la strada verso il Figlio suo e vi accompagni nel cammino verso un futuro felice e pieno di pace. Non manchi mai nei vostri cuori l'amore per Cristo e per la sua Chiesa. Amen!

[Papa Benedetto, omelia Varsavia 26 maggio 2006]

1. Nella scorsa catechesi sullo Spirito Santo siamo partiti dal testo giovanneo del “discorso d’addio” di Gesù, che costituisce in certo modo la principale fonte evangelica della pneumatologia. Gesù annuncia la venuta dello Spirito Santo - Spirito di verità, che “procede dal Padre” (Gv 15, 26) e che verrà mandato dal Padre agli apostoli e alla Chiesa “nel nome” di Cristo, in virtù della Redenzione operata nel sacrificio della Croce, secondo l’eterno disegno di salvezza. Nella potenza di questo sacrificio anche il Figlio “manda” lo Spirito, annunziando che la sua venuta si effettuerà in conseguenza, e quasi a prezzo della propria dipartita (cf. Gv 16, 7). Vi è dunque un legame, enunciato da Gesù stesso, tra la sua morte-Risurrezione-Ascensione e l’effusione dello Spirito Santo, tra la Pasqua e la Pentecoste. Anzi, secondo il quarto Vangelo il dono dello Spirito Santo avviene la sera stessa della Risurrezione (cf. Gv 20, 22-25). Si può dire che lo squarcio del fianco di Cristo in Croce apre la via all’effusione dello Spirito, che sarà un segno e un frutto della gloria ottenuta con la Passione e morte.

Il testo del discorso di Gesù nel Cenacolo ci rende anche noto che egli chiama lo Spirito Santo il “Paraclito”: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre” (cf. Gv 14, 16). Analogamente anche in altri testi leggiamo: “. . . il Paraclito, lo Spirito Santo” (cf. Gv 14, 26; Gv 15, 26; Gv 16, 7). Invece di “Paraclito” molte traduzioni adoperano la parola “Consolatore”; essa è accettabile, benché occorra ricorrere all’originale greco “Parákletos” per afferrare appieno il senso di ciò che Gesù dice dello Spirito Santo.

2. “Parákletos”, letteralmente significa: “colui che è invocato” (da para-kaléin, “chiamare in aiuto”), e dunque “il difensore”, “l’avvocato”, nonché “il mediatore” che adempie la funzione di intercessore (intercessor). È questo senso di “Avvocato-Difensore” che ora ci interessa, pur non ignorando che alcuni padri della Chiesa usano “Parákletos” nel senso di “Consolatore”, particolarmente in riferimento all’azione dello Spirito Santo nei riguardi della Chiesa. Per adesso fissiamo la mente e svolgiamo il discorso sullo Spirito Santo come parákletos-avvocato-difensore. Questo termine ci permette di cogliere anche la stretta affinità tra l’azione di Cristo e quella dello Spirito Santo, quale risulta da una ulteriore analisi del testo giovanneo.

3. Quando Gesù nel Cenacolo, alla vigilia della sua Passione, annuncia la venuta dello Spirito Santo, si esprime così: “Il Padre vi darà un altro Paraclito”. Da queste parole si rileva che Cristo stesso è il primo paraclito, e che l’azione dello Spirito Santo sarà simile a quella da lui compiuta, costituendone quasi il prolungamento.

Gesù Cristo, infatti, era il “difensore” e lo rimane. Lo stesso Giovanni lo dirà nella sua prima lettera: “Se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato (Parákletos) presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1 Gv 2, 1).

L’avvocato (difensore) è colui che, mettendosi dalla parte di coloro che sono colpevoli a motivo dei peccati commessi, li difende dalla pena meritata per i loro peccati, li salva dal pericolo di perdere la vita e la salvezza eterna. Gesù Cristo ha compiuto proprio questo. E lo Spirito Santo viene chiamato “il Paraclito”, perché continua a rendere operante la Redenzione con cui Cristo ci ha liberati dal peccato e dalla morte eterna.

4. Il Paraclito sarà “un altro avvocato-difensore” anche per una seconda ragione. Rimanendo con i discepoli di Cristo, egli li circonderà della sua cura vigile con virtù onnipotente. “Io pregherò il Padre - dice Gesù - ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14, 16): “. . . egli dimora presso di voi e sarà in voi” (Gv 14, 17). Questa promessa va collegata alle altre fatte da Gesù nell’andare al Padre: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Noi sappiamo che Cristo è il Verbo che “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Se, andando al Padre, egli dice: “Io sono con voi . . . fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20), se ne deduce che gli apostoli e la Chiesa dovranno continuamente ritrovare per mezzo dello Spirito Santo quella presenza del Verbo-Figlio, che durante la sua missione terrena era “fisica” e visibile nell’umanità assunta, ma che, dopo la sua Ascensione al Padre, sarà totalmente immersa nel mistero. La presenza dello Spirito Santo che, come ha detto Gesù, è intima alle anime e alla Chiesa (Egli dimora presso di voi e sarà in voi [Gv 14, 17]) renderà presente il Cristo invisibile in modo duraturo, “fino alla fine del mondo”. La trascendente unità del Figlio e dello Spirito Santo farà sì che l’umanità di Cristo, assunta dal Verbo, abiti e operi ovunque si attua con la potenza del Padre il disegno trinitario della salvezza.

5. Lo Spirito Santo-paraclito sarà l’avvocato difensore degli apostoli, e di tutti coloro che, nei secoli, saranno nella Chiesa gli eredi della loro testimonianza e del loro apostolato, particolarmente nei momenti difficili che impegneranno la loro responsabilità fino all’eroismo. Lo ha predetto e promesso Gesù: “Vi consegneranno ai loro tribunali . . . sarete condotti davanti ai governatori e ai re . . . Quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire . . . non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10, 17-20; similiter Mc 13, 11; Luca 12, 12: “perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire”).

Anche in questo senso molto concreto, lo Spirito Santo è il paraclito-avvocato. Si fa trovare vicino, e anzi presente agli apostoli, quando essi devono confessare la verità, motivarla e difenderla. Egli stesso, diventa allora il loro ispiratore; egli stesso parla con le loro parole, e insieme con essi e per loro mezzo rende testimonianza a Cristo e al suo Vangelo. avanti agli accusatori egli diventa come l’“Avvocato” invisibile degli accusati, per il fatto che agisce come loro patrocinatore, difensore, confortatore.

6. Specialmente durante le persecuzioni contro gli apostoli e contro i primi cristiani, ma anche in quelle di tutti i secoli, si avvereranno le parole pronunciate da Gesù nel Cenacolo: “Quando verrà il Paraclito che io vi manderò dal Padre . . . egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me sin dal principio” (Gv 15, 26-27).

L’azione dello Spirito Santo è quella di “testimoniare”. È un’azione interiore, “immanente”, che si svolge nel cuore dei discepoli, i quali poi rendono testimonianza a Cristo all’esterno. Mediante quella presenza e quell’azione immanenti, si manifesta e avanza nel mondo la “trascendente” potenza della verità di Cristo, che è il Verbo-Verità e Sapienza. Da lui deriva agli apostoli, mediante lo Spirito, la potenza della testimonianza secondo la sua promessa: “Io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere” (Lc 21, 15). Ciò è avvenuto già fin nel caso del primo martire Stefano, del quale l’autore degli Atti degli Apostoli scrive che era “pieno di Spirito Santo” (At 6, 5), così che gli avversari “non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava” (At 6, 10). Anche nei secoli successivi gli oppositori della fede cristiana hanno perseverato nell’infierire contro gli annunciatori del Vangelo, spegnendo a volte nel sangue la loro voce, senza riuscire, tuttavia, a soffocare la verità di cui erano portatori: essa ha continuato a vigoreggiare nel mondo con la forza dello Spirito.

7. Lo Spirito Santo - Spirito di verità, paraclito - è colui che, secondo la Parola di Cristo, “convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16, 8). È significativa la spiegazione che Gesù stesso dà di queste parole: peccato, giustizia e giudizio. “Peccato” significa soprattutto la mancanza di fede incontrata da Gesù tra “i suoi”, quelli cioè del suo popolo, i quali giunsero sino alla sua condanna a morte sulla Croce. Parlando poi della “giustizia”, Gesù sembra aver in mente quella giustizia definitiva, che il Padre gli renderà (. . . perché vado al Padre) nella Risurrezione e nell’Ascensione al cielo. In questo contesto, “giudizio” significa che lo Spirito di verità dimostrerà la colpa del “mondo” nel rifiutare Cristo, o, più generalmente, nel voltare le spalle a Dio. Poiché però il Cristo non è venuto nel mondo per giudicarlo e condannarlo, ma per salvarlo, in realtà anche quel “convincere quanto al peccato” da parte dello Spirito di verità deve essere inteso come un intervento orientato alla salvezza del mondo, al bene finale degli uomini.

Il “giudizio” si riferisce soprattutto al “principe di questo mondo”, cioè a satana. Egli infatti sin dall’inizio tenta di volgere l’opera della creazione contro l’alleanza e l’unione dell’uomo con Dio: scientemente si oppone alla salvezza. Perciò è “già stato giudicato” sin dall’inizio, come ho spiegato nell’enciclica Dominum et Vivificantem, (Dominum et Vivificantem, 27).

8. Se lo Spirito Santo paraclito deve convincere il mondo proprio di questo “giudizio”, senza dubbio lo deve fare per continuare l’opera di Cristo che mira alla universale salvezza (cf. Dominum et Vivificantem, 27).

Possiamo pertanto concludere che nel rendere testimonianza a Cristo, il Paraclito è un assiduo (anche se invisibile) Avvocato e Difensore dell’opera della salvezza - e di tutti coloro che si impegnano in quest’opera. Ed è anche il garante della vittoria definitiva sul peccato e sul mondo sottomesso al peccato, per liberarlo dal peccato e introdurlo nella via della salvezza.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 24 maggio 1989]

Sabato, 02 Maggio 2026 04:39

Comandamenti e Dono per non soccombere

Il Vangelo di questa domenica (cfr Gv 14,15-21) presenta due messaggi: l’osservanza dei comandamenti e la promessa dello Spirito Santo.

Gesù lega l’amore per Lui all’osservanza dei comandamenti, e su questo insiste nel suo discorso di addio: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (v. 15); «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (v. 21). Gesù ci chiede di amarlo, ma spiega: questo amore non si esaurisce in un desiderio di Lui, o in un sentimento, no, richiede la disponibilità a seguire la sua strada, cioè la volontà del Padre. E questa si riassume nel comandamento dell’amore reciproco – il primo amore [nell’attuazione] –, dato da Gesù stesso: «Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Non ha detto: “Amate me, come io ho amato voi”, ma “amatevi a vicenda come io vi ho amato”. Egli ci ama senza chiederci il contraccambio. È un amore gratuito quello di Gesù, mai ci chiede il contraccambio. E vuole che questo suo amore gratuito diventi la forma concreta della vita tra di noi: questa è la sua volontà.

Per aiutare i discepoli a camminare su questa strada, Gesù promette che pregherà il Padre di inviare «un altro Paraclito» (v. 16), cioè un Consolatore, un Difensore che prenda il suo posto e dia loro l’intelligenza per ascoltare e il coraggio per osservare le sue parole. Questo è lo Spirito Santo, che è il Dono dell’amore di Dio che discende nel cuore del cristiano. Dopo che Gesù è morto e risorto, il suo amore è donato a quanti credono in Lui e sono battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Lo Spirito stesso li guida, li illumina, li rafforza, affinché ognuno possa camminare nella vita, anche attraverso avversità e difficoltà, nelle gioie e nei dolori, rimanendo nella strada di Gesù. Questo è possibile proprio mantenendosi docili allo Spirito Santo, affinché, con la sua presenza operante, possa non solo consolare ma trasformare i cuori, aprirli alla verità e all’amore.

Di fronte all’esperienza dell’errore e del peccato – che tutti facciamo –, lo Spirito Santo ci aiuta a non soccombere e ci fa cogliere e vivere pienamente il senso delle parole di Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (v. 15). I comandamenti non ci sono dati come una sorta di specchio, nel quale vedere riflesse le nostre miserie, le nostre incoerenze. No, non sono così. La Parola di Dio ci è data come Parola di vita, che trasforma il cuore, la vita, che rinnova, che non giudica per condannare, ma risana e ha come fine il perdono. La misericordia di Dio è così.  Una Parola che è luce ai nostri passi. E tutto questo è opera dello Spirito Santo! Egli è il Dono di Dio, è Dio stesso, che ci aiuta ad essere persone libere, persone che vogliono e sanno amare, persone che hanno compreso che la vita è una missione per annunciare le meraviglie che il Signore compie in chi si fida di Lui.

La Vergine Maria, modello della Chiesa che sa ascoltare la Parola di Dio e accogliere il dono dello Spirito Santo, ci aiuti a vivere con gioia il Vangelo, nella consapevolezza di essere sorretti dallo Spirito, fuoco divino che riscalda i cuori e illumina i nostri passi.

[Papa Francesco, Regina Coeli 17 maggio 2020]

(Gv 15,18-21)

 

Nella sezione che precede, Gesù denota il carattere dell’amore tra Lui e i discepoli, e l’amore vicendevole fra credenti. Ora introduce il contrasto col mondo: il contrario dell’amore.

In Gv il termine «mondo» designa la struttura di peccato frutto del connubio religione potere interesse.

Regno che si organizza a partire da individui ambiziosi e cordate.

Sin dai primi tempi, il contromano diventava viceversa costitutivo dei «figli». In tal guisa, la configurazione del Regno era cosa alternativa; capovolgimento.

I modelli affermati ed elogiati, ben inseriti, non distraevano i fratelli e sorelle di Fede. Le nuove assemblee educavano a conquistare sicurezza nella personale Vocazione.

La loro esperienza anche mistica aveva un altro discrimine rispetto agli osanna e al quietismo a guinzaglio.

Nel quarto Vangelo la ‘Chiesa’ [Gv non usa mai il termine specifico, Εκκλησία] è in filigrana il contrario del «mondo».

Lo spirito mondano della religiosità ufficiale già odiava gli amici che Cristo aveva tratto «da» quelle acque inquinate:

«Se foste dal mondo […] Poiché invece non siete dal mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, per questo vi odia il mondo» (v.19).

 

La prima esperienza delle comunità giovannee dell’Asia Minore fu la persecuzione.

Vicenda dopo vicenda, la sopraffazione subita diventava normale per il credente, perché quel mondo lì amava solo i “suoi”: «il mondo vorrebbe bene a proprio» (v.19), ossia, ciò e coloro in cui si riconosce.

Per la loro Fede viva gli amici del Cristo restavano invece ‘intimi’; estranei ad ogni apparato.

Nelle scelte e nella condotta riflettevano uno stile di vita conviviale unico - umanizzante ben più di ogni credenza normale e codina.

Con la loro azione che derivava dalla sola forza interiore, prefiguravano un germe di società anticonformista. Ciò a paragone dell’ideologia di potere - e del suo avere-apparire.

Così gli amici del Signore davano testimonianza contro «il peccato del mondo» (cf. Gv 1,29) proprio come aveva fatto l’Agnello di Dio.

Sebbene destinati alla sconfitta, gli autentici fedeli operavano in modo eccentrico; mai servile.

Il distacco era con le strutture devote ufficiali, sempre deferenti, codarde; ben disposte alla sacralizzazione dei ruoli assodati.

 

Insomma, i discepoli di tutti i tempi «conoscono» il Figlio e il Padre; il mondo li disconosce (v.21).

Quindi «Non c’è servo più grande del suo Signore» (v.20).

Il credente beve al medesimo calice, proclama le medesime verità: non può avere una sorte migliore.

L’intensificarsi del male-contro è inevitabile.

«Tutte queste cose faranno contro di voi a causa del mio Nome» (v.21).

Gesù è vissuto fra denunce, contrasti, animosità, persecuzioni, ed è morto da ribelle punito e svergognato.

Questa la realtà del «Nome».

Cosa attendersi di diverso dagli eredi della sua Parola, dai portatori del medesimo Appello che aveva condotto il Maestro a essere distrutto dalle autorità ufficiali?

Tuttavia i semplici della terra non lo hanno mai rigettato.

E ora più che mai si fa necessario che il germe vitale di quella testimonianza pacata e drammatica continui.

 

 

[Sabato 5.a sett. di Pasqua, 9 maggio 2026]

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«When the servant of God is troubled, as it happens, by something, he must get up immediately to pray, and persevere before the Supreme Father until he restores to him the joy of his salvation. Because if it remains in sadness, that Babylonian evil will grow and, in the end, will generate in the heart an indelible rust, if it is not removed with tears» (St Francis of Assisi, FS 709)
«Il servo di Dio quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime» (san Francesco d’Assisi, FF 709)
Wherever people want to set themselves up as God they cannot but set themselves against each other. Instead, wherever they place themselves in the Lord’s truth they are open to the action of his Spirit who sustains and unites them (Pope Benedict
Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce (Papa Benedetto)
But our understanding is limited: thus, the Spirit's mission is to introduce the Church, in an ever new way from generation to generation, into the greatness of Christ's mystery. The Spirit places nothing different or new beside Christ; no pneumatic revelation comes with the revelation of Christ - as some say -, no second level of Revelation (Pope Benedict)
Ma la nostra capacità di comprendere è limitata; perciò la missione dello Spirito è di introdurre la Chiesa in modo sempre nuovo, di generazione in generazione, nella grandezza del mistero di Cristo. Lo Spirito non pone nulla di diverso e di nuovo accanto a Cristo; non c’è nessuna rivelazione pneumatica accanto a quella di Cristo - come alcuni credono - nessun secondo livello di Rivelazione (Papa Benedetto)
Who touched Lydia's heart? The answer is: «the Holy Spirit». It’s He who made this woman feel that Jesus was Lord; He made this woman feel that salvation was in Paul's words; He made this woman feel a testimony (Pope Francis)
Chi ha toccato il cuore di Lidia? La risposta è: «lo Spirito Santo». È lui che ha fatto sentire a questa donna che Gesù era il Signore; ha fatto sentire a questa donna che la salvezza era nelle parole di Paolo; ha fatto sentire a questa donna una testimonianza (Papa Francesco)
But what does it mean to love Christ?  It means trusting him even in times of trial, following him faithfully even on the Via Crucis, in the hope that soon the morning of the Resurrection will come.  Entrusting ourselves to Christ, we lose nothing, we gain everything.  In his hands our life acquires its true meaning.  Love for Christ expresses itself in the will to harmonize our own life with the thoughts and sentiments of his Heart.  This is achieved through interior union [Pope Benedict]
Ma che vuol dire amare Cristo? Vuol dire fidarsi di Lui anche nell'ora della prova, seguirLo fedelmente anche sulla Via Crucis, nella speranza che presto verrà il mattino della risurrezione. Affidandoci a Cristo non perdiamo niente, ma acquistiamo tutto. Nelle sue mani la nostra vita acquista il suo vero senso. L'amore per Cristo si esprime nella volontà di sintonizzare la propria vita con i pensieri e i sentimenti del suo Cuore. Questo si realizza mediante l'unione interiore [Papa Benedetto]
The New Law is not another commandment more difficult than the others: the New Law is a gift, the New Law is the presence of the Holy Spirit [Pope Benedict]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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