don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Martedì, 18 Agosto 2026 09:50

21a Domenica T.O.

21a Domenica T.O. (anno A)  [23 agosto 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (22, 19-23)

Siamo a Gerusalemme intorno al 700 a.C., durante il regno di Ezechia. Il governatore del palazzo reale, Shebna, occupa una carica molto importante: riceve le “chiavi della casa di Davide”, simbolo dell’autorità di controllare l’accesso al re e di governare in suo nome. Il profeta Isaia accusa Shebna di due gravi colpe: 1.Sosteneva un’alleanza con l’Egitto contro l’impero assiro, scelta che avrebbe portato il regno a pesanti conseguenze: colpa quindi di dare consigli cattivi. 2. Invece di servire il popolo, si preoccupava soprattutto del proprio prestigio e del proprio potere: colpa di ricercare il proprio interesse. Per questo Isaia annuncia la sua destituzione e la nomina di Eliakim, descritto come un vero servitore del popolo. A lui vengono affidate le chiavi del regno con la formula: «Se apre, nessuno chiuderà; se chiude, nessuno aprirà». Da questo fatto storico l’autore sacro trae alcuni messaggi importanti: 1. Dio agisce nella storia concreta e anche gli eventi politici fanno parte della storia della salvezza. 2. Nulla sfugge al progetto salvifico di Dio e tutto concorre al suo compimento. 3. In tale contesto il ruolo dei profeti è richiamare governanti e potenti alla giustizia e al bene comune. 4. Occorre ricordare costantemente che ogni autorità è un servizio: il potere esiste per il bene del popolo, non per l’interesse personale di chi lo esercita. 5 Non si deve dimenticare che quando il bene del suo popolo è minacciato, Dio interviene per suscitare guide fedeli poiché mai abbandona il suo popolo e i suoi progetti di salvezza. 

 

Salmo Responsoriale (137/138)

La preghiera del povero attraversa le nubi. Questo breve salmo (138 secondo la numerazione ebraica, 137 in quella greca) è una preghiera di ringraziamento che riassume tutta la storia dell’Alleanza tra Dio e Israele. Come spesso accade nei salmi, l’“io” che parla rappresenta in realtà l’intero popolo d’Israele, scelto da Dio per conoscerne l’amore e testimoniarlo davanti alle nazioni. Il salmo si apre con un ringraziamento: “Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore”. Nella versione greca viene precisato il motivo della lode: Dio ha ascoltato la preghiera del suo popolo. Questa è una delle convinzioni fondamentali della fede biblica. Fin dall’esperienza di Mosè al roveto ardente, Dio si presenta come colui che vede la sofferenza del suo popolo, ne ascolta il grido e conosce le sue angosce. Non resta indifferente al dolore umano, ma sostiene i suoi figli perché non siano sopraffatti dal male. Per questo il salmo afferma che il Signore, pur essendo altissimo, guarda con attenzione gli umili. Lo stesso insegnamento sarà ripreso da Ben Sira: «La preghiera del povero attraversa le nubi», cioè giunge fino a Dio. E anche Gesù esprimerà la stessa fiducia davanti alla tomba di Lazzaro: “Io sapevo che tu mi dai ascolti sempre” (Gv11,41-42). Questo è un salmo universale che, in alcune parti, presenta diverse possibili interpretazioni a causa delle differenze tra il testo ebraico e quello greco. La frase “Ti canto alla presenza degli angeli” nel testo ebraico potrebbe essere tradotta “davanti agli dèi” (gli Elohîm). Le due letture non si escludono: “Davanti agli angeli” richiama la liturgia celeste, nella quale gli esseri celesti lodano continuamente Dio con il canto “Santo, Santo, Santo”, come nella visione del profeta Isaia (Is 6,3). “Davanti agli dèi” è una professione di fede: il Dio d’Israele è l’unico vero Dio, mentre gli idoli delle nazioni non hanno alcun potere. Una traduzione siriaca propone invece: “Ti canto davanti ai re”. In questo caso emerge la missione di Israele di testimoniare il Signore davanti a tutti i popoli della terra. Le tre interpretazioni, più che contraddirsi, si completano a vicenda. Il salmo canta l’amore e la fedeltà di Dio. Nella Bibbia amore e fedeltà è una formula che indica la fedeltà incrollabile di Dio all’Alleanza. Per Israele, ricordare l’amore e la fedeltà di Dio significa ricordare che il Signore non abbandona mai il suo popolo, anche quando esso si mostra infedele. La conclusione è la fiducia nell’opera di Dio. Il salmo infatti termina con una supplica: “Non abbandonare l’opera delle tue mani”. Non è una richiesta dettata dalla paura, ma dalla fiducia. Il credente sa che l’amore di Dio è eterno e che, nonostante le fragilità umane, il Signore continuerà a portare avanti il suo progetto di salvezza. Il messaggio finale è quindi semplice e profondo: Dio ascolta sempre il grido dei piccoli e dei poveri; la sua fedeltà non viene meno e la sua opera nella storia continua. Per questo il credente può lodarlo con gratitudine e affidarsi a lui con piena fiducia.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (11, 33 – 36)

Questo brano conclude la riflessione di Paolo sullo strappo all’interno del popolo ebraico dopo la nascita della comunità cristiana. Per secoli gli Ebrei avevano avuto la certezza di essere il popolo scelto da Dio per testimoniare al mondo l’unico vero Dio e la sua Alleanza era stata confermata lungo tutta la storia. I profeti avevano ricordato questa vocazione, annunciando che Israele sarebbe stato luce delle nazioni e strumento di salvezza per tutti i popoli. La nascita del cristianesimo provocò una profonda crisi e nacque un gruppo di Ebrei che riconobbe in Gesù il Messia atteso. Paolo, che era ebreo e divenne cristiano, visse personalmente questa lacerazione. Da una parte aderiva a Cristo; dall’altra soffriva vedendo che gran parte del suo popolo non accoglieva il Vangelo. Da qui nasce la sua domanda: Dio ha forse respinto Israele? L’Alleanza è stata annullata e sostituita da un nuovo popolo? Paolo trova una prima risposta nelle Scritture: l’Alleanza fondata sull’amore gratuito di Dio e non sulle capacità o sui meriti del popolo, non può essere revocata perché Dio è fedele alle sue promesse e non può rinnegare se stesso. Per questo Paolo afferma che “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29). Il secondo motivo di speranza è la convinzione che il rapporto tra Dio e Israele, decritto dai profeti come un amore sponsale, sarà mantenuto anche nelle situazioni dolorose, trasformate in occasioni di salvezza. Una parte di Israele, il cosiddetto “resto” fedele di cui parlano i profeti, ha accolto Cristo e Paolo è convinto che questo processo sarà condotto alla piena salvezza: non sa spiegare come, ma ne è certo. Giunto a questo punto, Paolo non offre ulteriori spiegazioni teoriche, ma contempla il mistero di Dio: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono  i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!”  Il messaggio finale, che riprende parole da Isaia, da Giobbe e dalla tradizione sapienziale,  è un invito ai cristiani a coltivare un atteggiamento di umile fiducia: i disegni di Dio superano la comprensione umana, ma la sua fedeltà è certa. 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (16, 13 - 20)

Siamo in un momento decisivo nel vangelo di Matteo. A Cesarea, Pietro  riconosce Gesù come il Messia senza che abbia appena compiuto un segno straordinario: la fede di Pietro nasce da una rivelazione interiore. Per questo Gesù gli dice: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. La fede autentica non nasce dall’intelligenza umana, ma è un dono di Dio. E questa è la novità della confessione di Pietro: non è l’uso dei singoli titoli, ma il loro collegamento. Gesù domanda chi sia il “Figlio dell’uomo” e Pietro risponde che è il “Figlio di Dio”. In tal modo riconosce che la figura gloriosa annunciata da Daniele coincide con il Messia inviato da Dio. Tuttavia Pietro non comprende ancora pienamente il mistero di Gesù. Sa che è il Messia, ma non ha ancora scoperto che è il Figlio di Dio fatto uomo. Questa comprensione maturerà dopo la risurrezione e il dono dello Spirito Santo a Pentecoste. Subito dopo la professione di fede di Pietro, Gesù inizia ad annunciare apertamente la sua passione, morte e risurrezione. L’espressione “da allora” indica che si è superata una tappa fondamentale nella comprensione della sua identità. Al tempo di Gesù l’espressione Figlio di Dio” equivaleva sostanzialmente a “Messia” o “Re consacrato da Dio”. I discepoli avevano già usato questo titolo dopo il miracolo della camminata sulle acque, ma allora erano stati colpiti soprattutto dalla sua potenza. Durante il processo davanti al sommo sacerdote, Gesù unirà nuovamente questi due titoli, dichiarando che il Figlio dell’uomo verrà sulle nubi del cielo e siederà alla destra di Dio. Ma proprio in quel momento la sua regalità si manifesta non attraverso la forza, bensì attraverso l’amore che si consegna nelle mani degli uomini.A Cesarea, dopo la sua professione di fede,  Pietro riceve la missione di guida della Chiesa : “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La pietra non è una qualità personale di Pietro, che mostrerà più volte le sue fragilità, ma la fede che ha ricevuto dal Padre. Il fondamento della Chiesa è quindi la fede in Gesù Cristo. La Chiesa è il nuovo popolo di Dio, il “popolo dei santi dell’Altissimo” annunciato da Daniele, unito a Cristo come il corpo al suo capo. E Petro riceve il potere delle chiavi. Gesù aggiunge: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Questo è il cosiddetto potere delle chiavi, che richiama il simbolo dell’autorità affidata nell’Antico Testamento a Eliakim. Non significa che Pietro e i suoi successori siano onnipotenti, ma che Dio si impegna ad accompagnare la loro missione. La Chiesa ha il compito di introdurre gli uomini alla comunione con il Padre e di aprire loro l’accesso al Regno. Il messaggio finale è la parola rassicurante di Gesù: “Io edificherò la mia Chiesa”. Non è la Chiesa che si salva da sola né gli uomini che la costruiscono con le proprie forze. È Cristo stesso, il Risorto, che la sostiene e la guida. Per questo Gesù può promettere che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. La solidità della Chiesa non dipende dalla perfezione dei suoi membri, ma dalla fedeltà di Cristo, Figlio del Dio vivente, che continua a costruirla nella storia.

 

+Giovanni D’Ercole

(Mt 23,27-32)

 

Giovanni Crisostomo scrive nel Commento al Vangelo di Mt:

«Se si potesse aprire la coscienza di ciascuno, quanti vermi, quanta putredine e quale lezzo inimmaginabile vi troveremmo dentro. Desideri turpi e perversi, più sudici degli stessi vermi» (73,2).

Nel puntuale Commento al Vangelo di Mt, s. Girolamo scrive:

«I sepolcri all’esterno sono candidi di calce, adorni di marmi e d’oro, splendenti nei loro colori; ma all’interno sono pieni di ossa di morti. Così anche i maestri perversi, che una cosa dicono e l’altra fanno: nell’abito mostrano la purezza e nella parola l’umiltà; ma dentro sono pieni d’ogni marciume e di ogni desiderio impuro» (4).

 

Gesù prende posizione contro l’ipocrisia e l’estrinsecismo incoerente. Lo fa nei confronti delle autorità che salvano le vesti, le idee e l’immagine, ma radicalmente infedeli.

Si duole del loro apparire fittizio e corretto, mentre dentro sono la negazione totale del rispetto verso Dio che allestiscono in vetrina.

Così fanno stagnare il lato oscuro del mondo, invece di aiutarci a rimuoverlo.

La pietà ostentata per i grandi antenati denuncia un complesso di colpa (vv.29-32), non una cifra intima profonda - ambito unificatore dell’essere e dell’agire.

I maestri spirituali sono in campo non per fare mostra di sé - bensì per beneficare, dare colore, nuova linfa; promuovere situazioni autentiche e rallegranti, creative.

Il Signore propone un rinnovamento che giunga in profondità, più intimo dell’agitarsi epidermico; che tocchi il luogo e la dimensione dell’incontro col Padre.

Egli non si accontenta di ‘monumenti’ con la sorpresina dentro.

 

Siamo sempre tentati di rimanere sul piano d’una superficie abbellita, alla ricerca di facili e immediate soddisfazioni, stima, onore - soprattutto noi preti, che non di rado amiamo cullarci nei riconoscimenti.

Ci appaghiamo di cose epidermiche, perché? Incontrare se stessi, gli altri e la realtà richiede un impegno gravoso: quello di mettersi in discussione; uscire dalle forme, e dalle mode esterne.

Le tombe imbiancate appaiono sacre e graziose, ma si sa cosa talora contengono.

Non sempre diamanti cristallini; non sempre espressioni di filo diretto con gli altri e con Dio.

Insomma, la vistosità di fastigi e parvenze, o di patinature che strizzano sempre l’occhiolino, è una sorta di proiezione.

Artificio che non consente di elaborare pensieri; solo allontana gli incubi faticosi - nel modo più puerile.

L’Amore invece vive di scintille reali - non le varca indenne accontentandosi di autorappresentarsi nei segni decorativi, o nell’ideologia che adesca gli ingenui.

Paraventi d’incredibile vuoto.

 

Pur riconoscendo lecite le sfaccettature di grandi espressioni artistiche e le opinioni difformi, Gesù avrebbe sottoscritto un principio dei laici puritani: «Maggiori sono le cerimonie, minore è la Verità».

 

 

[Mercoledì 21.a sett. T.O. 26 agosto 2026]

Martedì, 18 Agosto 2026 04:05

Filtrare, ingoiare, imbiancare 

Dualità o pratica integrale: rami e Radici

 

(Mt 23,23-32)

 

Su come mantenersi nella Via che attiva lo sviluppo, e corrispondere alla propria chiamata naturale, il Tao Tê Ching afferma (LIX):

«Affondare le radici e rinsaldare il tronco, Via della lunga vita e dell’eterna giovinezza».

E il maestro Wang Pi commenta: «Accumulare virtù significa aver di mira la radice e solo dopo innalzare i rami».

 

Quando i capi di una religiosità equivoca vogliono accreditarsi, insistono sulle idee astratte o sui dettagli, e fanno finta di non vedere l’abnorme.

Anticamente, la doppiezza fra ciò che mostravano e ciò che coltivavano era proverbiale.

Per coprire il loro ignobile spirito di rapina (v.25), eccoli far spuntare ogni sorta di sottigliezze legalistiche, e mettere in ombra le esigenze sostanziali.

Anche in Israele, mai erano sulla linea dei Profeti: calcolavano di far soffrire Gesù che li smascherava, per scoraggiarlo con oltraggi beffardi e accuse - allo scopo di minarne l’audacia.

Eppure il nuovo Rabbi continuava nella sferzante condanna del formalismo religioso, che creava barriere ad ogni ricerca profonda delle motivazioni dell’agire. 

Tuttavia la sua vicenda ci fa comprendere che anche le condizioni aspre  e gli atteggiamenti ambigui degli stessi leaders possono essere un’occasione e uno spunto.

Forse un dono, per agire. L’uomo interiore vivifica anche rompendo una maschera, un ruolo, una mansione formale, un personaggio; un’icona consolidata del voler apparire e non essere.

Si tratta comunque anche per noi oggi, di correre il massimo rischio con Cristo, in favore d’una lunga avventura interiore.

Qui si toccano quegli spazi ove l’Appello per Nome non assomiglia a nessun altro.

Lì dove incontriamo noi stessi, la nostra identità vocazionale profonda, i  talenti inespressi, e la firma d’Autore divina, nell’Unicità.

Se non lo tacitiamo, ecco allora affiorare in noi il Seme vocazionale che non mente, e guida; il Risorto presente, che si svela comprensivo, delicato, attento, assolutamente personale, ma nitido.

 

La cura di dettagli e minuzie è buona e propulsiva (v.23) solo se si unisce a quest’intima scoperta della propria singolare Missione.

Qui il richiamo ai valori sostanziali non comporta noncuranza o disprezzo per ciò che sembra secondario: tale appello può celare un carattere irripetibile.

Privo di sollecitazioni estreme, il movente delle nostre azioni resterebbe forse il tornaconto e la preoccupazione della propria fama, e così via.

Ciò che pervaderebbe l’anima dal non fare o dal non dirsi nulla, rendendo arido e screditato il vissuto di Fede.

In tal guisa, anche una contraddizione interna o esterna può contribuire a partorire il nostro lato più profondo.

Perfino la rabbia per un disordine può attivare lo sviluppo, affinché corrispondiamo al nostro Nome.

Così… farci affondare le radici, e rinsaldare il tronco; stimolare intima giovinezza. Avendo di mira il Seme nascosto, prima d’innalzare rami.

 

Il Maestro propone una risalita all’essenzialità - anche affinché possiamo seguire la «via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi» [Gaudete et Exsultate n.11].

Tutto in una grande voglia di nascere ancora, nel piccolo e nel grande, per partorire il nostro lato più profondo.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Qual è il tuo moscerino ben filtrato, che qualcuno ti ha condizionato a considerare cammello? Quale mostruosità contorta hai dovuto ingoiare a forza, per farti considerare adeguato alla sequela del Signore?

 

 

Belli fuori, putridi dentro

 

Parvenze: vuoto

(Mt 23,27-32)

 

Giovanni Crisostomo scrive nel Commento al Vangelo di Mt:

«Se si potesse aprire la coscienza di ciascuno, quanti vermi, quanta putredine e quale lezzo inimmaginabile vi troveremmo dentro. Desideri turpi e perversi, più sudici degli stessi vermi» (73,2).

Forse ci ha spiazzato il severo impegno del Papa contro forme allegre, disinvolte e ambigue di gestione dei beni, e in campo di moralità interna alla Chiesa Cattolica - una vera e propria opera di bonifica clericale, che si è spinta sino alla riapertura delle carceri.

Ma prendendo posizione contro il sistema delle grandi parvenze [l’ipocrisia e l’estrinsecismo incoerente] Gesù rincara la dose.

Lo fa nei confronti delle autorità antiche, dei capi religiosi e mestieranti del sacro - leaders che salvano le vesti, le idee e l’immagine, ma radicalmente infedeli.

Si duole del loro apparire fittizio e corretto, mentre dentro sono la negazione totale del rispetto verso Dio che allestiscono in vetrina.

Così fanno stagnare il lato oscuro del mondo, invece di aiutarci a rimuoverlo.

La pietà ostentata per i grandi antenati denuncia un complesso di colpa (vv.29-32), non una cifra intima profonda - ambito unificatore dell’essere e dell’agire.

Isterismo che esorcizza il vizio degli “eletti” di sempre: togliersi dai piedi chi smaschera il loro esistere vuoto; nonché il loro ascendente ben adornato, cerebrale o legalista, che ancora costringe la vita di tanta gente nei sepolcri.

 

I maestri spirituali sono in campo non per fare mostra di sé - né incarnarsi a mo’ di guide minacciose.

Essi devono agire per beneficare, dare colore, nuova linfa; promuovere situazioni autentiche e contenuti nuovi, rallegranti e creativi.

Nel puntuale Commento al Vangelo di Mt, s. Girolamo scrive:

«I sepolcri all’esterno sono candidi di calce, adorni di marmi e d’oro, splendenti nei loro colori; ma all’interno sono pieni di ossa di morti. Così anche i maestri perversi, che una cosa dicono e l’altra fanno: nell’abito mostrano la purezza e nella parola l’umiltà; ma dentro sono pieni d’ogni marciume e di ogni desiderio impuro» (4).

Il Signore propone un rinnovamento che giunga in profondità, più intimo dell’agitarsi epidermico; che tocchi il luogo e la dimensione dell’incontro col Padre.

Egli non si accontenta di ‘monumenti’ con la sorpresina dentro.

 

Siamo sempre tentati di rimanere sul piano d’una superficie abbellita, alla ricerca di facili e immediate soddisfazioni, stima, onore - soprattutto noi preti, che non di rado amiamo cullarci nei riconoscimenti futili.

E i nostri diversi teatri della religiosità vistosa ma sorda sono largamente disponibili a truccare con rango spirituale l’appartenenza dei grandi primattori alla civiltà delle fictions - pulita e ornata.

Ci appaghiamo di cose epidermiche, perché? Incontrare se stessi, gli altri e la realtà richiede un impegno gravoso: quello di mettersi in discussione; uscire dalle forme, e dalle mode esterne.

Ma non sono sufficienti le buone maniere, per coprire tante pessime abitudini.

Non basta più la falsa sicurezza di presentare la nostra facciata da soap opera: figura apparecchiata dal rango anche religioso e devoto che si vuol mostrare.

L’ipocrisia delle interpretazioni accomodate o delle caratterizzazioni plateali è un atteggiamento non di rado camuffato e perfino delittuoso.

Esso ci sta portando allegramente al male oscuro della più decadente vacuità, e diffusa tristezza.

 

Le tombe imbiancate del nostro camposanto anticipato appaiono sacre e graziose, ma si sa cosa talora contengono.

Non sempre diamanti cristallini; non sempre espressioni di filo diretto con gli altri e con Dio.

Quindi il sorprendente impegno delle attuali gerarchie per la purificazione interna resta un punto fermo, del tutto opportuno.

È la vita che conta e va promossa, non l’apparire in cartapesta di tutto ciò che di sconosciuto o coperto ci è cresciuto in casa.

Anzi, proprio i manieristi o modernisti, i moralizzatori di facciata, i più vanitosi protagonisti della bellezza rituale o à la page… si rivelano le peggiori persone - dalla doppia vita; amanti d’uno stile da satrapi [forse per riscatto sociale].

Ecco il confondere idee anche a se stessi, e la paradossale opera di disidentificazione.

Insomma, la vistosità di fastigi e parvenze, o di patinature che strizzano sempre l’occhiolino, è una sorta di proiezione.

Artificio che non consente di elaborare pensieri; solo allontana gli incubi faticosi - nel modo più puerile.

L’Amore invece vive di scintille reali - non le varca indenne accontentandosi di autorappresentarsi nei segni decorativi, o nell’ideologia che adesca gli ingenui.

Paraventi d’incredibile vuoto.

 

Pur riconoscendo lecite le sfaccettature di grandi espressioni artistiche e le opinioni difformi, Gesù avrebbe sottoscritto il principio dei laici puritani anglosassoni: «Maggiori sono le cerimonie, minore è la Verità».

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quali ipocrisie clericali [o adesioni-scapicollo] ti danno fastidio, malgrado il loro fastigio?

 

 

 

Gli accusatori ipocriti, infatti, fingono di affidargli il giudizio, mentre in realtà è proprio Lui che vogliono accusare e giudicare. Gesù, invece, è “pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14): Egli sa che cosa c’è nel cuore di ogni uomo, vuole condannare il peccato, ma salvare il peccatore, e smascherare l’ipocrisia. L’evangelista san Giovanni dà risalto ad un particolare: mentre gli accusatori lo interrogano con insistenza, Gesù si china e si mette a scrivere col dito per terra. Osserva sant’Agostino che quel gesto mostra Cristo come il legislatore divino: infatti, Dio scrisse la legge col suo dito sulle tavole di pietra (cfr Comm. al Vang. di Giov., 33, 5). Gesù dunque è il Legislatore, è la Giustizia in persona. E qual è la sua sentenza? “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Queste parole sono piene della forza disarmante della verità, che abbatte il muro dell’ipocrisia.

[Papa Benedetto, Angelus 21 marzo 2010]

Martedì, 18 Agosto 2026 03:40

Opporsi al Dio di misericordia

2. La mentalità contemporanea, forse più di quella dell'uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l'idea stessa della misericordia.

15. Eleviamo le nostre suppliche, guidati dalla fede, dalla speranza, dalla carità che Cristo ha innestato nei nostri cuori. Questo atteggiamento è parimenti amore verso Dio, che l'uomo contemporaneo a volte ha molto allontanato da sé, reso estraneo a se stesso, proclamando in vari modi che gli è «superfluo». Questo è quindi amore verso Dio, la cui offesa ripulsa da parte dell'uomo contemporaneo sentiamo profondamente, pronti a gridare con Cristo in croce: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Questo è, al tempo stesso, amore verso gli uomini, verso tutti gli uomini senza eccezione e divisione alcuna: senza differenza di razza, di cultura, di lingua, di concezione del mondo, senza distinzione tra amici e nemici. Questo è amore verso gli uomini - e desidera ogni vero bene per ciascuno di essi e per ogni comunità umana, per ogni famiglia, ogni nazione, ogni gruppo sociale, per i giovani, gli adulti, i genitori, gli anziani, gli ammalati - verso tutti senza eccezione. Questo è amore, ossia premurosa sollecitudine per garantire a ciascuno ogni autentico bene ed allontanare e scongiurare qualsiasi male.

[Papa Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia]

Martedì, 18 Agosto 2026 03:30

Pastori ammalati: doppia vita

Quando, di qualcuno, si dice che è una persona dalla doppia vita, non è per farle un complimento. Anzi. Sono quelle persone che irritano, fanno indignare, o che spesso anche causano disgusto con comportamenti che contraddicono le cose che, invece, sostengono a parole. Che si tratti di un politico o di un vicino di casa fa poca differenza: scoprire, per così dire, una “doppia vita”, è un qualcosa che fa sempre male. E non parliamo della disillusione che può generare, soprattutto nei giovani.

Ma se il predicare bene e il razzolare male è sempre una cosa irritante, quando a farlo è un prete la cosa è ancora più intollerabile. Perché c'è in ballo qualche cosa di più. Papa Francesco l'ha detto molto chiaramente, e come sempre con uno stile molto diretto ed efficace, qualche giorno fa. Quando, nella omelia della Messa mattutina a Santa Marta, ha sottolineato come «è brutto vedere pastori di doppia vita», anzi è una vera e propria «ferita nella Chiesa». Per il Papa sono «pastori ammalati, che hanno perso l'autorità e vanno avanti in questa doppia vita»; e, ha aggiunto, «ci sono tanti modi di portare avanti la doppia vita: ma è doppia ... E Gesù è molto forte con loro. Non solo dice alla gente di non ascoltarli ma di non fare quello che fanno, ma a loro cosa dice? “Voi siete sepolcri imbiancati”: bellissimi nella dottrina, da fuori. Ma dentro, putredine. Questa è la fine del pastore che non ha vicinanza con Dio nella preghiera e con la gente nella compassione».

Perché è questo appunto che fa la differenza. Francesco lo ribadisce con fermezza: «Quello che a un pastore dà autorità o risveglia l'autorità che è data dal Padre, è la vicinanza: vicinanza a Dio nella preghiera e la vicinanza alla gente. Il pastore staccato dalla gente non arriva alla gente con il messaggio. Vicinanza, questa doppia vicinanza. Questa è l'unzione del pastore che si commuove davanti al dono di Dio nella preghiera, e si può commuovere davanti ai peccati, al problema, alle malattie della gente: lascia commuovere il pastore. Gli scribi... avevano perso la “capacità” di commuoversi proprio perché “non erano vicini né alla gente né a Dio”". E senza questa vicinanza, o quando per qualsivoglia motivo la si perde, «il pastore finisce nell'incoerenza di vita».

Sembra di rileggere le parole che Giovanni Paolo II, nella lettera del giovedì santo indirizzata ai sacerdoti di tutto il mondo nel 1986, dedicò al Santo curato d'Ars tornando a indicarlo, nel secondo centenario della nascita, come esempio per tutti i preti. «Non si tratta certo di dimenticare – ha scritto a sua volta Benedetto XVI, sempre a proposito di San Giovanni Maria Vianney, nella lettera di indizione dell'Anno sacerdotale del 2009 – che l'efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall'incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro. Il Curato d'Ars iniziò subito quest'umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora... Entrava in chiesa prima dell'aurora e non ne usciva che dopo l'Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia». Coerenza, dunque. Non doppiezza. Perché di tutto il popolo di Dio ha bisogno, tranne che di sepolcri imbiancati.

[Papa Francesco, s. Marta; Salvatore Mazza in Avvenire 13 gennaio 2018]

(Mt 23,23-26)

 

Quando i capi di una religiosità equivoca vogliono accreditarsi, insistono sulle idee astratte o sui dettagli, e fanno finta di non vedere l’abnorme.

Anticamente, la doppiezza fra ciò che mostravano e ciò che coltivavano era proverbiale.

Per coprire il loro ignobile spirito di rapina (v.25), eccoli far spuntare ogni sorta di sottigliezze legalistiche, e mettere in ombra le esigenze sostanziali.

Anche in Israele, mai erano sulla linea dei Profeti: calcolavano di far soffrire Gesù che li smascherava, per scoraggiarlo con oltraggi beffardi e accuse - allo scopo di minarne l’audacia.

Eppure il nuovo Rabbi continuava nella sferzante condanna del formalismo religioso, che creava barriere a ogni ricerca profonda delle motivazioni dell’agire. 

Tuttavia la sua vicenda ci fa comprendere che anche le condizioni aspre  e gli atteggiamenti ambigui degli stessi leaders possono essere un’occasione e uno spunto.

Forse un dono, per agire.

L’uomo interiore vivifica anche rompendo una maschera, un ruolo, una mansione formale, un personaggio; un’icona consolidata del voler apparire e non essere.

Si tratta comunque anche per noi oggi, di correre il massimo rischio con Cristo, in favore di una lunga avventura dell’anima.

Qui si toccano quegli spazi ove l’Appello per Nome non somiglia a nessun altro.

Lì dove incontriamo noi stessi, la nostra identità vocazionale profonda, i  talenti inespressi, e la firma d’Autore divina, nell’Unicità.

Se non lo tacitiamo, ecco allora affiorare in noi il Seme vocazionale che non mente, e guida; il Risorto presente che si svela comprensivo, delicato, attento, assolutamente personale ma nitido.

 

La cura di dettagli e minuzie è buona e propulsiva (v.23) solo se si unisce a quest’intima scoperta della propria singolare Missione.

Qui il richiamo ai valori sostanziali non comporta noncuranza o disprezzo per ciò che sembra secondario: tale appello può celare un carattere irripetibile.

Privo di sollecitazioni estreme, il movente delle nostre azioni resterebbe forse il tornaconto e la preoccupazione della propria fama; così via.

Ciò che pervaderebbe l’anima dal non fare o dal non dirsi nulla, rendendo arido e screditato il vissuto di Fede.

In tal guisa, anche una contraddizione interna o esterna può contribuire a partorire il nostro lato più profondo.

Perfino la rabbia per un disordine può attivare lo sviluppo, affinché corrispondiamo al nostro Nome.

E così farci affondare le radici, rinsaldare il tronco; stimolare intima giovinezza. Avendo di mira il Seme nascosto, prima d’innalzare “rami”.

 

Il Maestro propone una risalita all’essenzialità - anche affinché possiamo seguire la «via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi» [Gaudete et Exsultate n.11].

Tutto in una grande voglia di nascere ancora, nel piccolo e nel grande, per partorire il nostro lato più profondo.

 

 

[Martedì 21.a sett. T.O.  25 agosto 2026]

Lunedì, 17 Agosto 2026 04:19

Dove riporre Sicurezza

Nella Liturgia della Parola […] emerge il tema della Legge di Dio, del suo comandamento: un elemento essenziale della religione ebraica e anche di quella cristiana, dove trova il suo pieno compimento nell’amore (cfr Rm 13,10). La Legge di Dio è la sua Parola che guida l’uomo nel cammino della vita, lo fa uscire dalla schiavitù dell’egoismo e lo introduce nella «terra» della vera libertà e della vita. Per questo nella Bibbia la Legge non è vista come un peso, una limitazione opprimente, ma come il dono più prezioso del Signore, la testimonianza del suo amore paterno, della sua volontà di stare vicino al suo popolo, di essere il suo Alleato e scrivere con esso una storia di amore. Così prega il pio israelita: «Nei tuoi decreti è la mia delizia, / non dimenticherò la tua parola. (…) Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, / perché in essi è la mia felicità» (Sal 119,16.35). Nell’Antico Testamento, colui che a nome di Dio trasmette la Legge al popolo è Mosè. Egli, dopo il lungo cammino nel deserto, sulla soglia della terra promessa, così proclama: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi» (Dt 4,1).

Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore: nei beni, nel potere, in altre ‘divinità’ che in realtà sono vane, sono idoli. Certo, la Legge di Dio rimane, ma non è più la cosa più importante, la regola della vita; diventa piuttosto un rivestimento, una copertura, mentre la vita segue altre strade, altre regole, interessi spesso egoistici individuali e di gruppo. E così la religione smarrisce il suo senso autentico che è vivere in ascolto di Dio per fare la sua volontà - che è la verità del nostro essere - e così vivere bene, nella vera libertà, e si riduce a pratica di usanze secondarie, che soddisfano piuttosto il bisogno umano di sentirsi a posto con Dio. Ed è questo un grave rischio di ogni religione, che Gesù ha riscontrato nel suo tempo, ma che si può verificare, purtroppo, anche nella cristianità. Perciò le parole di Gesù nel Vangelo di oggi contro gli scribi e i farisei devono far pensare anche noi. Gesù fa proprie le parole del profeta Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mc 7,6-7; cfr Is 29,13). E poi conclude: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Mc 7,8).

Anche l’apostolo Giacomo, nella sua Lettera, mette in guardia dal pericolo di una falsa religiosità. Egli scrive ai cristiani: «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi» (Gc 1,22). La Vergine Maria, alla quale ora ci rivolgiamo in preghiera, ci aiuti ad ascoltare con cuore aperto e sincero la Parola di Dio, perché orienti i nostri pensieri, le nostre scelte e le nostre azioni, ogni giorno. 

[Papa Benedetto, Angelus 2 settembre 2012]

Lunedì, 17 Agosto 2026 04:14

Convertitevi

1. “Signore, mostraci il Padre” (Gv 14, 8). Nell’ora culminante e conclusiva dell’attività messianica di Gesù di Nazaret, alla vigilia della sua passione e morte in croce, gli Apostoli riuniti nel cenacolo, e in particolare Filippo, domandano al Maestro: “Signore, mostraci il Padre”. Gesù risponde loro: “Chi ha visto me ha visto il Padre... Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14, 9. 11). L’ultimo colloquio dei discepoli con il loro Maestro è denso di profondi contenuti; in esso convergono, e in qualche modo vengono racchiusi, gli elementi più profondi della buona Novella. Durante la sua missione terrena Gesù aveva continuamente parlato del Padre, era vissuto sempre unito a Lui, in tutto si era riferito a Lui. Egli, che è totalmente da Lui e per Lui, aveva comandato ai discepoli di pregarlo chiamandolo: “Padre nostro”. Al momento dell’ultima Cena, rispondendo alla domanda di Filippo, dice: “Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere... credetelo per le opere stesse” (Gv 14, 10-11).

2. Chi è Dio? La risposta a questo interrogativo è senz’altro prioritaria e fondamentale per la vita dell’uomo. Le risposte alle domande: “Esiste Dio?” e “Chi è Dio?” si possono trovare in sovrabbondanza nella Buona Novella enunciata da Cristo. “Il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1, 18). Egli ci ha rivelato Dio nella sua gloria infinita. Pur rimanendo per noi esseri umani sempre un mistero, questo Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – ci permette di chiamarlo per nome. Già nell’Antica Alleanza fu rivelato il suo Nome agli uomini: Jahvè, “Colui che è”. Nella rivelazione evangelica questo Nome di Dio, senza perdere l’identità primordiale, è stato in certo senso ulteriormente aperto all’intelligenza dell’uomo: “Colui che è”, è Padre, Figlio e Spirito Santo. Ai credenti è stato dato così di conoscere mediante la fede l’unità imperscrutabile della Trinità.

3. Al tempo stesso, questo Dio infinito e misterioso nel suo Unigenito Figlio si è avvicinato all’uomo in modo ineffabile: in Lui, Verbo fatto carne, Dio è diventato uomo. Per questo ora l’uomo può vedere Dio: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Ma Dio ha fatto ancora di più: Cristo, il Figlio di Dio, è venuto in mezzo agli uomini come Via al Padre. Egli stesso, che proviene dal Padre e ritorna al Padre mediante la sua croce e la sua risurrezione, diventa per tutti noi la Via. Attraverso di Lui, anche noi “andiamo” al Padre: per Cristo nello Spirito Santo. Mediante Lui possiamo partecipare alla pienezza della Verità e della Vita propria di Dio: Jahvè, cioè “Colui che è” è appunto questa assoluta Pienezza divina, che in Cristo ci viene partecipata. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14, 6), dice Gesù. In Lui la vita umana ritrova il suo fine ultimo in Dio, che si manifesta quale “dimora” eterna per l’uomo, la cui esistenza sulla terra è come un pellegrinaggio in cerca dell’Assoluto. “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti” (Gv 14, 2): dunque sono molti coloro che vi abiteranno. Agli interrogativi e alle difficoltà dell’umana intelligenza, che davanti a questa affermazione si domanda come ciò sarà possibile, Gesù risponde: “Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto...” (Gv 14, 2). Siamo così condotti al vertice della nostra fede e della nostra speranza: l’attività messianica di Cristo, che annuncia il Vangelo del Regno e realizza il mistero pasquale, costituisce un’unica preparazione alla definitiva comunione con Dio. Mediante tale missione salvifica, il Figlio ci prepara un posto nella casa del Padre. Siamo dunque tutti dei “chiamati”, siamo cioè invitati ad abitare nelle dimore eterne, a partecipare e godere di quella pienezza della Verità e della Vita che è Dio stesso.

4. L’invito ad abitare nelle dimore eterne è rivolto a tutti noi, carissimi Fratelli e Sorelle, raccolti in questa incantevole Valle, testimone dell’antica e gloriosa Chiesa di san Libertino. Ci troviamo dinanzi al più grande complesso di templi antichi ancor oggi esistente. Esso ci parla del profondo bisogno di Dio presente nel cuore dell’umanità in ogni epoca e in ogni cultura. E sono lieto di poter leggere ed interpretare con voi questo Vangelo giovanneo dell’odierna domenica. Sono lieto che queste colonne antiche dei templi greci possano ascoltare la viva voce del Vangelo, della Rivelazione cristiana, dopo tanti millenni. Stiamo vivendo, questa sera, al chiudersi della mia visita alla vostra Diocesi, una speciale esperienza di fede e di comunione. Provenienti dalle varie regioni dell’Isola, carissimi fedeli, vi siete raccolti insieme col Successore di Pietro, per rinnovare la vostra adesione a Cristo, “pietra angolare” che struttura l’intero edificio di Dio. Voi siete i testimoni di Gesù, Via, Verità e Vita dell’uomo in questa terra siciliana. La vostra esistenza è chiamata a divenire sempre più segno evangelico della riconciliazione e della risurrezione.

5. Quando l’uomo si apre alla fede, sperimenta che l’egoismo è sostituito dall’altruismo, l’odio dall’amore, la vendetta dal perdono, la cupidigia dal servizio amorevole, l’egoismo e l’individualismo dalla solidarietà, la divisione dalla concordia – così come è chiamato questo antico tempio vicino ad Agrigento –, la violenza dalla misericordia. Ciò avviene quando l’uomo si apre alla fede. Quando, invece, si rifiuta il Vangelo e il suo messaggio di salvezza, s’avvia un processo di logoramento dei valori morali, che facilmente ha contraccolpi negativi sulla stessa vita sociale. Non è forse da ravvisare in questo la ragione ultima del fallimento di una cultura impostata sul tornaconto personale, che non considera i reali bisogni delle persone, specialmente delle più povere, condannate a rimanere vittime delle ingiustizie di una società sempre più competitiva e sempre meno solidale? La vera forza in grado di vincere queste tendenze distruttive sgorga dalla fede. Questa, però, esige non solo un’intima adesione personale, ma anche una coraggiosa testimonianza esteriore, che si esprime in una convinta condanna del male. Essa esige qui, nella vostra terra, una chiara riprovazione della cultura della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile.

6. Le gravi situazioni di povertà, che tanta sofferenza hanno provocato nella vostra gente, costringendo un gran numero di uomini e donne a separarsi dagli affetti più cari per emigrare in paesi lontani, hanno favorito l’insorgere e l’espandersi di vere e proprie malattie del tessuto sociale, come il latifondismo e i fenomeni mafiosi. Al tempo stesso, però, molte persone, proprio in simili condizioni di difficoltà, hanno imparato a soffrire con dignità, a lavorare con tenacia, a non perdere mai la speranza in Dio e nell’uomo. Come in anni trascorsi il popolo siciliano ha saputo superare prove lunghe e dolorose, così anche oggi esso dispone delle risorse necessarie, insieme con il sostegno solidale della Nazione italiana, per rimarginare le attuali ferite, molte delle quali sono il frutto di ataviche condizioni sociali. La Chiesa siciliana è chiamata, oggi come ieri, a condividere l’impegno, la fatica e i rischi di coloro che lottano, anche con discapito personale, per gettare le premesse di un futuro di progresso, di giustizia e di pace per l’intera Isola.

7. Vi sostenga, carissimi, in questo sforzo fraterno e concorde, la grazia divina. “Volgiti a noi, Signore; in te speriamo” (Salmo responsoriale): la liturgia ci ha fatto ripetere poc’anzi questa fiduciosa invocazione. Noi speriamo nel Signore: questa è la salda certezza che sorregge i passi di coloro che operano per la giustizia e la pace. Sia questo anche il conforto di tutti voi, pietre vive dell’antico edificio della Chiesa di Dio pellegrinante in Sicilia. Con tali sentimenti sono lieto di abbracciare nel Signore i carissimi Vescovi della Regione, qui presenti insieme col Cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo. Saluto in particolare Monsignor Carmelo Ferraro, Pastore della Diocesi di Agrigento, che ospita questa solenne celebrazione. Lo ringrazio cordialmente per le cortesi espressioni, che ha voluto rivolgermi a vostro nome. Il mio pensiero si dirige poi al Clero secolare e regolare, ai sacerdoti, alle Religiose e ai Religiosi, ai Membri degli Istituti secolari e delle Società di vita apostolica, come pure ai Laici generosamente impegnati nella vita cristiana nei diversi campi, nelle diverse vocazioni, nei diversi impegni. Rivolgo infine uno speciale, affettuoso pensiero agli ammalati, quelli che sono qui presenti e tanti altri che voglio accomunare nella mia preghiera e nelle mie intenzioni. Rimangono poi i giovani. Hanno vegliato tutta la notte. Dovrebbero essere stanchi ed affaticati, ma non si vede. Si vede la forza. Da dove è venuta questa forza? Penso che sia venuta dallo Spirito che il Signore non nega a quanti lo pregano. E questi giovani hanno pregato tutta la notte. Vi auguro, carissimi, questa forza, la forza del bene, la forza per superare i disagi, le malattie morali della vostra terra. La forza per un futuro migliore della Sicilia. In questo contesto suonano bene le parole di Pietro Apostolo: “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose” (1 Pt 2, 9) del Signore. Siate tutti apostoli di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce. Questa è la consegna che vi lascio. Specialmente a voi, giovani, e a tutti voi membri di questa splendida comunità cristiana di Agrigento.

8. “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6): come parlò un tempo agli apostoli, così Gesù parla a noi questa sera. Egli aggiunge ancora: “Vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (Gv 14, 3-4), poiché: “Io vado al Padre”. Noi tutti, seguendo Cristo, la sua preghiera, il suo Vangelo, ripetiamo stasera “Padre nostro”. È la preghiera della nostra vita. Non solo ci sforziamo di far nostre le invocazioni di questa preghiera, ma vogliamo amare con tutto il cuore e con tutta la vita Cristo, unica Via al Padre.

Signore Gesù, “mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8).

Amen!

 

Al termine della Santa Messa, dopo la Benedizione finale, Giovanni Paolo II pronunciò queste parole a braccio (la trascrizione che segue è letterale, quindi con qualche imperfezione grammaticale):

Carissimi,

vi auguro, come ha detto il diacono, di andare in pace: di andare in pace di trovare la pace nella vostra terra.

Carissimi,

non si dimentica facilmente una tale celebrazione, in questa Valle, sullo sfondo dei templi: templi provenienti dal periodo greco che esprimono questa grande cultura e questa grande arte ed anche questa religiosità, i templi che sono testimoni oggi della nostra celebrazione eucaristica. E uno ha avuto nome di “Concordia”: ecco, sia questo nome emblematico, sia profetico. Che sia concordia in questa vostra terra! Concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime! Che sia concordia! Questa concordia, questa pace a cui aspira ogni popolo e ogni persona umana e ogni famiglia! Dopo tanti tempi di sofferenze avete finalmente un diritto a vivere nella pace. E questi che sono colpevoli di disturbare questa pace, questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!

Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!

Carissimi,

vi ringrazio per la vostra partecipazione per questa preghiera così suggestiva, profonda, partecipata. Vi lascio con questo saluto: Sia lodato Gesù Cristo, via verità e vita! Amen.

 

[Papa Giovanni Paolo II, omelia nella Valle dei Templi, Agrigento 9 maggio 1993]

Lunedì, 17 Agosto 2026 03:58

Unicità e Imputabilità

11. «Ognuno per la sua via», dice il Concilio. Dunque, non è il caso di scoraggiarsi quando si contemplano modelli di santità che appaiono irraggiungibili. Ci sono testimonianze che sono utili per stimolarci e motivarci, ma non perché cerchiamo di copiarle, in quanto ciò potrebbe perfino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi. Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui (cfr 1 Cor 12,7) e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui. Tutti siamo chiamati ad essere testimoni, però esistono molte forme esistenziali di testimonianza. Di fatto, quando il grande mistico san Giovanni della Croce scriveva il suo Cantico spirituale, preferiva evitare regole fisse per tutti e spiegava che i suoi versi erano scritti perché ciascuno se ne giovasse «a modo suo». Perché la vita divina si comunica ad alcuni in un modo e ad altri in un altro.

[Gaudete et Exsultate]

 

Inoltre, i pastori e i laici che accompagnano i loro fratelli e sorelle nella fede o in un percorso di apertura a Dio devono sempre ricordare quello che dice chiaramente il Catechismo della Chiesa Cattolica: ‘L’imputabilità e la responsabilità per un’azione possono essere diminuite o addirittura annullate dall’ignoranza, inconsapevolezza, coercizione, paura, abitudine, attaccamento eccessivo e altri fattori psicologici o sociali’. Di conseguenza, senza allontanarsi dall’ideale evangelico, devono accompagnare con pazienza e misericordia attraverso i vari stadi di crescita personale, quando questi si verificano. Voglio ricordare ai preti che il confessionale non deve essere una camera di tortura, ma piuttosto un luogo di incontro con la misericordia di Dio che ci sprona a fare del nostro meglio. Un piccolo passo, nel mezzo delle nostre umane limitazioni, può fare più piacere a Dio di una vita che apparentemente è perfetta, ma procede senza mai incontrare grandi difficoltà.

[Papa Francesco, in:

https://www.spaziosacro.com/node/186126]

Pagina 5 di 39
And it is not enough that you belong to the Son of God, but you must be in him, as the members are in their head. All that is in you must be incorporated into him and from him receive life and guidance (Jean Eudes)
E non basta che tu appartenga al Figlio di Dio, ma devi essere in lui, come le membra sono nel loro capo. Tutto ciò che è in te deve essere incorporato in lui e da lui ricevere vita e guida (Giovanni Eudes)
Consequently, just as for Christ carrying the cross was not an option but a mission to be embraced for love, so it is for Christians too. In our world today, where the forces that divide and destroy seem to dominate, Christ does not cease to offer to all his clear invitation [Pope Benedict]
Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito [Papa Benedetto]
We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
The lamp is a symbol of the faith that illuminates our life, while the oil is a symbol of the charity that nourishes the light of faith, making it fruitful and credible (Pope Francis)
La lampada è il simbolo della fede che illumina la nostra vita, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede (Papa Francesco)
Jesus wants our existence to be laborious, that we never lower our guard, so as to welcome with gratitude and wonder each new day given to us by God. Every morning is a blank page on which a Christian begins to write with good works (Pope Francis)
Gesù vuole che la nostra esistenza sia laboriosa, che non abbassiamo mai la guardia, per accogliere con gratitudine e stupore ogni nuovo giorno donatoci da Dio. Ogni mattina è una pagina bianca che il cristiano comincia a scrivere con le opere di bene (Papa Francesco)
And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore (Papa Benedetto)
Despite the scarcity of information about him, St Bartholomew stands before us to tell us that attachment to Jesus can also be lived and witnessed to without performing sensational deeds. Jesus himself, to whom each one of us is called to dedicate his or her own life and death, is and remains extraordinary (Pope Benedict)
La figura di san Bartolomeo, pur nella scarsità delle informazioni che lo riguardano, resta comunque davanti a noi per dirci che l'adesione a Gesù può essere vissuta e testimoniata anche senza il compimento di opere sensazionali. Straordinario è e resta Gesù stesso, a cui ciascuno di noi è chiamato a consacrare la propria vita e la propria morte (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

duevie.art

don Giuseppe Nespeca

Tel. 333-1329741


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.