Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Pane e prodigi del Cristo-fantasma
(Mc 6,53-56)
Per una esistenza da salvati serve una trasformazione dall’interno; un altro inizio. Un diverso appiglio del bene.
In effetti la «frangia del mantello» è il suo Popolo - e ciascuno di noi, quando siamo messi in grado di percepire e prolungarne il richiamo, lo spirito, la cura, l’azione.
Un «toccare» che non è semplice gesto: chiama il coinvolgimento totale; Fede personale, scavo dentro.
Le folle attorno al Signore e alla Chiesa, sua presenza primaria, cercano pane e guarigione… ma talora dimenticano l’adesione alla Persona interiore che dona e cura.
Eppure anche in questi casi la Guida infallibile ripropone la sua onda vitale ininterrotta - con terapie che non s’impongono attraversando le anime come farebbe un fulmine, bensì nell’esistenza reale.
Dio libera, salva, crea, a partire dalle tensioni e dai difetti (anche religiosi) perché vuole portarci a consapevolezza.
Il Padre desidera far penetrare il valore dell’atto d’amore che rende forte il debole; ogni gesto ri-creante, incarnato, aperto a qualsiasi senso di vuoto.
I fastidi non capitano per sfortuna o castigo: arrivano per lasciarci rifiorire, proprio a partire dai dolori dell’anima.
Se perdurano, nessuna paura: essi diventano messaggi più espliciti, del nostro stesso Seme superiore.
Significa che nella nostra orchestra qualcosa è stonato o trascurato, e deve tramontare oppure venire scoperto e messo in gioco.
Anche i sintomi dell’inquietudine appartengono alla quintessenza innata - che ha sempre potere di attualità.
La chiave di volta non sarà dunque il look, né la salute, bensì l’accoglienza stessa delle amarezze, degli stenti, i quali vengono per sgombrare l’inessenziale - e liberare pulsioni spirituali intrappolate.
Forse non pochi preferirebbero attendere uno sbarco miracolistico del Maestro [guaritore tipificato] che rechi subito beneficio, favori immediati.
Salvezza esteriore dal sapore magico - caduca, anche se fisicamente palpabile.
La redenzione totale e sacra - davvero messianica - non è clamorosa. Si realizza unicamente passo dopo passo; così permane profonda e radicale.
Si fa capace di nuovi inizi e atti di nascita d’energia ancora embrionale, proprio a partire dalle singole precarietà.
Annunciamo con parole e gesti il Volto autentico del Figlio, proprio per annientare l’idea del Cristo-fantasma del passo precedente (v.49), figura evanescente, solo apologetica.
Il suo Popolo di intimi - presenza non più ineffabile e misteriosa - si adopera nella prossimità, perché essere guariti non vuol dire sfuggire la transitorietà.
Per una esistenza da salvati serve una trasformazione dall’interno; un altro inizio. Un diverso appiglio del bene.
Altrove dalla civiltà dell’apparenza è il ‘miglioramento’ della nostra condizione e la sicurezza, dall’insicurezza.
Non in un semplice rimetterci in piedi; ‘guadagno’ indiscreto e passeggero.
Fenomenale, ma solo puntuale e inconcludente, o che infine abdica.
[Lunedì 5.a sett. T.O. 9 febbraio 2026]
Pane e prodigi del Cristo-fantasma
(Mc 6,53-56)
«Può portare il mantello del Maestro colui che è votato alla causa della non-violenza e del non-possesso, che è sospinto dalla ricerca della verità e della retta visione, che è capace di risolvere i propri problemi emotivi e intellettuali e può mostrare agli altri la via per superare i loro problemi emotivi e intellettuali» [Acharya Mahaprajna].
Mentre qualcuno fa ressa continua intorno a Gesù e impedisce ad altri di avere un rapporto personale con Lui, ecco che bisogna inventarsi qualcosa; almeno prenderlo di struscio (v.56).
«E dovunque entrava in villaggi o in città o in borgate ponevano gli infermi nelle piazze e lo supplicavano di toccare anche solo la frangia del suo mantello. E quanti lo toccarono erano salvati».
In effetti la frangia del mantello è il suo Popolo - e ciascuno di noi, quando per Dono siamo messi in grado di percepire e prolungarne il richiamo, lo spirito, la cura, l’azione.
Un «toccare» che non è semplice gesto: chiama il coinvolgimento totale; Fede personale, scavo dentro.
Le folle attorno al Signore e alla Chiesa, sua presenza primaria, cercano pane e guarigione… ma talora dimenticano l’adesione alla Persona interiore che dona e cura.
Eppure anche in questi casi la Guida infallibile ripropone la sua onda vitale ininterrotta - con terapie che non s’impongono attraversando le anime come farebbe un fulmine, bensì nell’esistenza reale.
Dio libera, salva, crea, a partire dalle tensioni e dai difetti (anche religiosi) perché vuole portarci a consapevolezza.
Il Padre desidera far penetrare il valore dell’atto d’amore che rende forte il debole; ogni gesto ri-creante, incarnato, aperto a qualsiasi senso di vuoto.
I fastidi non capitano per sfortuna o castigo: arrivano per lasciarci rifiorire, proprio a partire dai dolori dell’anima.
Se perdurano, nessuna paura: essi diventano messaggi più espliciti, del nostro stesso Seme superiore.
Significa che nella nostra orchestra qualcosa è stonato o trascurato, e deve tramontare oppure venire scoperto e messo in gioco.
Altrimenti non si riuscirà a crescere verso il destino che caratterizza una Chiamata e ogni disagio.
Anche i sintomi dell’inquietudine appartengono alla quintessenza innata - che ha sempre potere di attualità.
La chiave di volta non sarà dunque il look, né la salute, bensì l’accoglienza stessa delle amarezze, degli stenti, i quali vengono per sgombrare l’inessenziale - e liberare pulsioni spirituali intrappolate.
Energie dello squilibrio, che però vogliono essere tramutate in capacità di gettare zavorre; nonché ospitare meglio e integrare la vocazione nella propria storia, onde costruire ancora vita.
Forse non pochi preferirebbero attendere uno sbarco miracolistico del Maestro [guaritore tipificato] che rechi subito beneficio, favori immediati.
Salvezza esteriore dal sapore magico - caduca, anche se fisicamente palpabile o persino in sembiante etico.
Un Signore fenomenale, ma semplicistico.
Un’Apparenza che muore subito, poi si ricomincia daccapo - se Egli (in noi, nelle nostre svolte) non coinvolgesse le stesse incertezze che ci segnano.
E il lungo tempo dei processi, i quali via via prendono peso più intimo.
La redenzione totale e sacra - davvero messianica - è poco incline al clamore epidermico.
La guarigione non è scenografica. Si realizza unicamente passo dopo passo; così permane profonda e radicale.
Si fa capace di nuovi inizi e atti di nascita d’energia ancora embrionale, proprio a partire dalle singole precarietà.
Il suo Popolo di intimi - presenza non più ineffabile e misteriosa - si adopera nella prossimità, per cancellare la falsa immagine del Dio filosofico o forense, sempre esterno.
Sovrano o motore imperativo, lontano e assente - permaloso, predatorio - che ogni tanto si punta; non supera, e neppure riconferma. Mai che guardi il nostro presente.
Così la Chiesa rifiuta l’idea dell’Eterno che ratifica, ma pure quella del taumaturgo di massa, immediatamente risolutivo - tanto caro ai mercanti di miracolo.
Figura che facilmente s’impadronisce delle nostre fantasie.
Annunciamo con parole e gesti il suo Volto autentico, proprio per annientare l’idea del Cristo-fantasma del passo precedente (v.49), figura deplorevole e assurda.
Icona evanescente, solo apologetica, che purtroppo nella storia ha dato largo spazio ai soci in affari con l’Altissimo.
In tal guisa, essere guariti non vuol dire sfuggire la transitorietà.
Per una esistenza da salvati serve una trasformazione dall’interno; un altro inizio. Un diverso appiglio del bene.
Gesù percorre i nostri ambienti come un silenzioso viandante, e accetta anche una fede primitiva.
Ma seppure con potenza dimessa, l’impulso divino opera in ogni cercatore di senso e in ciascun bisognoso.
Vi si stabilisce personalmente, proprio a partire dai sogni interrotti.
Il Signore non può essere imprigionato e contenuto: si accosta, per avviare grandi pulizie, farci spostare lo sguardo, e rinnovare l’universo stantio.
Così trasforma l’anima nostra, nell’esperienza della sua comunione gratuita,
Convivenza che vuole prendere dimora in noi, per fondersi e dilatare la pulsione alla vita - forse acquattata nell’astensione. Affinché ciascuno stupisca di sé, delle passioni sconosciute, dei nuovi rapporti.
Credente e comunità manifestano in fogge empatiche la forza incisiva di guarigione della Fede nel Risorto, a partire dalla propria vicenda intima.
Lo sperimentiamo vivo nel giorno per giorno monotono, poco gratificante e precario - tuttavia capace di cambiare l’assetto dell’esistenza celata in contrade sommarie [v.56: «borgate»] e la sua destinazione inespressa.
Senza turbare con effetti speciali, unilaterali, o pressanti.
Scrive il Tao Tê Ching (xi): «Trenta razze si uniscono in un sol mozzo, e nel suo non-essere si ha l'utilità del carro».
Altrove dalla civiltà dell’apparenza è il ‘miglioramento’ della nostra condizione e la sicurezza, dall’insicurezza.
Non in un semplice rimetterci in piedi; ‘guadagno’ indiscreto e passeggero.
Fenomenale, ma solo puntuale e inconcludente, o che infine abdica.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come consideri Gesù? Facitore di miracoli o di recuperi?
Come ti comporti con coloro che vengono esclusi o sembrano senza pastore?
Essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19). È da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato. Ma serve dunque una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 18 maggio 2011]
2. Molti sono già stati i frutti missionari del Concilio: si sono moltiplicate le chiese locali fornite di propri Vescovi, clero e personale apostolico; si verifica un più profondo inserimento delle Comunità cristiane nella vita dei popoli; la comunione fra le Chiese porta a un vivace scambio di beni spirituali e di doni; l'impegno evangelizzatore dei laici sta cambiando la vita ecclesiale; le Chiese particolari si aprono all'incontro, al dialogo e alla collaborazione con i membri di altre chiese cristiane e religioni. Soprattutto si sta affermando una coscienza nuova: cioè che la missione riguarda tutti i cristiani, tutte le diocesi e parrocchie, le istituzioni e associazioni ecclesiali.
Tuttavia, in questa «nuova primavera» del cristianesimo non si può nascondere una tendenza negativa, che questo Documento vuol contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del Magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della chiesa verso i non cristiani, ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede.
[Papa Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio]
Dio è sempre all’opera per amore e sta a noi rispondergli con responsabilità e in spirito di riconciliazione, lasciando campo allo Spirito Santo. È l’invito rivolto dal Papa nella messa celebrata lunedì mattina, 9 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta.
«La liturgia della Parola di oggi — ha spiegato subito Francesco riferendosi al passo della Genesi (1, 1-19) — ci porta a pensare, a meditare sui lavori di Dio: Dio lavora». Tanto che «Gesù stesso ha detto: “Mio Padre ancora lavora, ancora agisce, ancora opera; anche Io!”». E così, ha ricordato il Papa, «alcuni teologi medievali spiegavano: prima Dio, il Creatore, crea l’universo, crea i cieli, la terra, i viventi. Lui crea. Il lavoro di creazione». Però «la creazione non finisce: Lui continuamente sostiene quello che ha creato, opera per sostenere quello che ha creato perché vada avanti».
Proprio nel vangelo di Marco (6, 53-56), ha fatto notare il Papa, «vediamo “l’altra creazione” di Dio» cioè «quella di Gesù che viene a “ri-creare” quello che era stato rovinato dal peccato». E «vediamo Gesù fra la gente». Scrive infatti Marco: «Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e accorrendo da tutta quella regione cominciò a portargli sulle barelle i malati, dovunque udiva Egli si trovasse; e quanti lo toccavano venivano salvati». È «la “ri-creazione”», appunto e «la liturgia esprime l’anima della Chiesa in questo, quando fa dire in una bella preghiera: “Oh Dio che Tu così meravigliosamente hai creato l’universo, ma più meravigliosamente lo hai ricreato nella redenzione”». Dunque «questa “seconda creazione” è più meravigliosa della prima, questo secondo lavoro è più meraviglioso».
C’è poi, ha proseguito Francesco, «un altro lavoro: il lavoro della perseveranza nella fede, che Gesù dice che lo fa lo Spirito Santo: “Io vi invierò il Paraclito e Lui vi insegnerà e vi ricorderà, vi farà ricordare quello che ho detto”». È «il lavoro dello Spirito dentro di noi, per fare viva la parola di Gesù, per conservare la creazione, per garantire che questa creazione non venga meno». Dunque «la presenza dello Spirito lì, che fa viva la prima creazione e la seconda».
Insomma «Dio lavora, continua a lavorare e noi possiamo domandarci come dobbiamo rispondere a questa creazione di Dio, che è nata dall’amore perché Lui lavora per amore». Così «alla “prima creazione” dobbiamo rispondere con la responsabilità che il Signore ci dà: “La terra è vostra, portatela avanti; fatela crescere!”». Perciò «anche per noi c’è la responsabilità di far crescere la terra, di far crescere il creato, di custodirlo e farlo crescere secondo le sue leggi: noi siamo signori del creato, non padroni». E non dobbiamo «impadronirci del creato, ma farlo andare avanti, fedeli alle sue leggi». Proprio «questa è la prima risposta al lavoro di Dio: lavorare per custodire il creato, per farlo fruttificare».
In questa prospettiva, ha sostenuto il Papa, «quando noi sentiamo che la gente fa riunioni per pensare a come custodire il creato, possiamo dire: “Ma no, sono i verdi!”». Invece, ha rilanciato, «non sono i verdi: questo è cristiano!». Ed «è la nostra risposta alla “prima creazione” di Dio, è la nostra responsabilità!». Difatti «un cristiano che non custodisce il creato, che non lo fa crescere, è un cristiano cui non importa il lavoro di Dio, quel lavoro nato dall’amore di Dio per noi». E «questa è la prima risposta alla prima creazione: custodire il creato, farlo crescere».
Ma «alla “seconda creazione”, come rispondiamo?» ha domandato Francesco, rilevando che, in proposito, «l’apostolo Paolo ci dice una parola giusta, che è la vera risposta: “Lasciatevi riconciliare con Dio”». Si tratta, ha spiegato, di «quell’atteggiamento interiore aperto per andare continuamente sulla strada della riconciliazione interiore, della riconciliazione comunitaria, perché la riconciliazione è opera di Cristo». E Paolo dice ancora: «Dio ha riconciliato il mondo in Cristo». E «questa è la seconda risposta». Dunque «alla “seconda creazione” noi diciamo: “Sì, dobbiamo lasciarci riconciliare col Signore”».
Francesco ha poi proposto un’altra questione: «E al lavoro che fa lo Spirito Santo in noi, di ricordarci le parole di Gesù, di spiegarci, di fare capire quello che Gesù ha detto, come rispondiamo?». È stato proprio «Paolo a dirci» di non rattristare «lo Spirito Santo che è in voi: state attenti, è il vostro ospite, è dentro di voi, lavora dentro di voi! Non rattristate lo Spirito Santo». E questo «perché noi crediamo in un Dio personale. Dio è persona: è persona Padre, persona Figlio e persona Spirito Santo». Del resto «tutti e tre sono coinvolti in questa creazione, in questa ricreazione, in questa perseveranza nella ri-creazione». Così «a tutti e tre noi rispondiamo: custodire e far crescere il creato, lasciarci riconciliare con Gesù, con Dio in Gesù, in Cristo, ogni giorno, e non rattristare lo Spirito Santo, non cacciarlo via: è l’ospite del nostro cuore, quello che ci accompagna, ci fa crescere».
In conclusione il Papa ha pregato perché «il Signore ci dia la grazia di capire che Lui è all’opera; e ci dia la grazia di rispondere giustamente a questo lavoro di amore».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 10/02/2015]
(Mt 5,13-16)
«Opere Belle» [che esprimono pienezza] sono le opere buone, arricchite dallo splendore del disinteresse, dell’ascolto, dell’ospitalità, della preghiera e del dialogo umili, della fraternità cordiale.
Il termine plurale (v.16) indica la nostra vocazione a reinterpretare in modo personale l’Autoritratto del Cristo impresso nelle Beatitudini appena proclamate (vv.1-12).
Abbiamo ciascuno un ruolo insostituibile nei momenti di rottura d’equilibrio ed Esodo.
Siamo legittimati senza condizioni.
Dio ha rispetto per le carenze e le funzioni che mancano: chissà quali novità beate nascondono e stanno preparando.
Le Beatitudini hanno una loro fragranza, ma tutta personale. Il loro «sale» combatte l’insignificante delle speranze fatue.
E i figli guardano lontano, ma stanno con la “pasta”... restando un richiamo vivente: tra Dio e l’uomo [che è se stesso anche nella fraternità] c’è un legame inviolabile.
Infatti, «Luce» è quanto non si mescola con le cose, bensì le distingue.
Gli israeliti si ritenevano «Luce del mondo» per la loro devozione e la pratica religiosa impeccabile.
Per Gesù il fedele e la Comunità sono «Luce» perché camminano nella gloria amicale del Maestro.
Il discepolo e l’Assemblea sono «Sale» perché appaiono nel mondo in qualsiasi circostanza come coloro che gli danno senso, Sapienza [dal latino sapĕre, avere sapore].
Siamo chiamati a farci segno d’un Patto nuovo, perché l'inattesa Relazione del Monte che il Figlio propone non poteva più essere contenuta nella Prima Alleanza.
Alle antiche esigenze di purificazione Cristo sostituisce quelle della fraternità piena, la quale nella valorizzazione di ogni persona dona gusto e (appunto) sapore, e si fa lampada ai nostri passi.
Questo “secondo Patto” non schiaccia il popolo credente. Segno di un Padre che recupera e infonde orientamenti al sentiero individuale e delle Chiese - non dall’esterno, bensì a partire dalle nostre radici e a mo’ di fermento.
Diventiamo Beltà vivente grazie a un’attività pur imperfetta ma che ha il suo influsso sulla fioritura, da dentro.
Preservando così le persone dal disfacimento della disumanizzazione e corruzione - come il «sale» coi cibi.
«Sale e Luce» sono ogni piccolo elemento divino che ha un suo Mistero e Appello.
Le nostre candeline possono continuare a diradare le tenebre, ma solo fino a quando non le porremo sotto un «moggio» (v.15), ossia sotto pedissequa «misura» - che non sia quella differente, propulsiva e sempre inedita delle Beatitudini.
In Cristo veniamo guidati a un salto evolutivo: siamo Sapidità pur minuta delle cose, e Luci limitate, sì - ma non inibite.
La vita di Fede guida e stimola l’edificazione di un regno di Sapore e Amore personali, senza isterismi né intime dissociazioni.
Tale avventura si configura come Nuova Alleanza tra anima, realtà, mondo globale e locale, segni del tempo e Mistero.
Luce di Libertà che coincide con la nostra Vocazione per Nome. Energia intelligente che sa trarre vita alternativa anche dalle ferite inferte.
[5.a Domenica T.O. (anno A) 8 febbraio 2026]
Pienezza di opere minime e belle, non picciole e baby
(Mt 5,13-16)
«Opere Belle» [che esprimono pienezza] sono le opere buone, arricchite dallo splendore del disinteresse, dell’ascolto, dell’ospitalità, della preghiera e del dialogo umili, della fraternità cordiale.
Il termine plurale (v.16) indica - al di là di capacità e circostanze - la nostra vocazione a reinterpretare in modo personale l’Autoritratto del Cristo impresso nelle Beatitudini appena proclamate (vv.1-12).
Il tema del brano è quello della fedeltà che integra e vince l’incostanza - e la necessità di suggellare l'amore col rischio, che ci rende autentici [ultima Beatitudine: vv.10-12].
Il Signore ha una sorprendente fiducia, perché il suo Disegno è farsi sapore e orientamento di fondo nella storia degli uomini - non solo “in favore di tutti”, ma per ciascuno (anche giudicato trascurabile).
Certo, unicamente Gesù è l’Amen liturgico: icona d’umanità colmata, coerenza di dedizione, il Sì e la definitività delle Promesse.
Ma la sua vicenda è stata sempre contromano rispetto alla mentalità corrente.
Perciò anche noi - forse “visti” inadeguati - possiamo incarnare un cammino dove sorge Vangelo non solo comune, quindi “a metà”.
Abbiamo ciascuno un ruolo insostituibile nei momenti di rottura d’equilibrio ed Esodo.
Siamo legittimati senza condizioni.
Dio ha rispetto per le carenze e le funzioni che mancano: chissà quali novità beate nascondono e stanno preparando.
Nel commento al Tao (ii) il maestro Ho-shang Kung afferma:
«Il ch’i originario dà vita a tutte le creature e non se ne appropria» ossia non torna indietro, non conferisce l’ordine antico, retrivo e fisso. Non corre ai ripari; piuttosto dà una carica - non parziale, bensì vitale e illuminante.
Certo, è propriamente nelle cose di consumo che sta il continuo cambiare: questo confonde l’idea religiosa convenzionale.
Ma il fatto che la nostra Vocazione sia: essere e divenire sempre più Fonte di Vita come il Padre, e segni di Alleanza tra Cielo e terra (con pari dignità del Figlio) valorizza ogni piccolo elemento divino in noi, o che promuoviamo nei fratelli.
Non possiamo sottrarci alla nostra essenza, e lo facciamo con passione - non per ferrea volontà di “dover essere” «sale» e «luce» secondo opinione.
Così, invece di smaniare per tornare a funzionare come tutti o come prima, inizieremo a rispettare i nostri e altrui ripiegamenti dell’anima.
Nelle sue pause e domande di senso essa sta covando il futuro del Regno.
Al tempo di Gesù le fiamme si ottenevano dai grassi: spegnere una lampada col soffio significava riempire la Casa di miasmi nauseabondi.
Così capita nella Chiesa volontarista e poco attenta, quando vi è un eccesso di dirigismo che non rispetta la dignità vocazionale irripetibile - sostituita dalle maniere.
Ogni filo d’erba dà il suo nitido contributo a rendere verde il campo; non per questo si sente arginato - né può venire spento e ridotto, dal contesto pretenzioso e appariscente, che rischierebbe di alterarlo.
Le Beatitudini hanno una loro fragranza, ma tutta personale: invano se ne attenuerebbe l’aroma aggiungendo panna ordinaria, che edulcora le varie pietanze (ma ne accomuna i picchi). O zucchero filato, più adatto a sagre di castagnole, nacchere e petardi, e festival d’avanspettacolo.
Il loro «sale» combatte l’insignificante delle speranze fatue o altrui (besciamelle di parvenza). Introduce una saggezza interna e sapida nel mondo dei contorni, delle insalate, dei caroselli e delle insulsaggini.
I figli guardano lontano, ma stanno con la “pasta”... restando un richiamo vivente: tra Dio e l’uomo [che è se stesso anche nella fraternità] c’è un legame inviolabile.
Infatti, «Luce» è quanto non si mescola con le cose, bensì le distingue.
Ciò significa che senza troppi complimenti il discernimento spirituale va strappato dalle grinfie di coloro che per quietismo e non procurare fastidi ai compiacenti del potere, mitigano e adattano, anzi nascondono il Vangelo - lo rendono una nenia.
Il passo parallelo di Lc 11,33 si dà pensiero dell’accoglienza dei pagani: fare «luce» a chi entra nella Casa.
Mt è preoccupato anzitutto di quanti già vi dimorano: il cui peso specifico e vita di relazione fondata sulla convivialità delle differenze deve farsi Luce in sé - per consentire a tutti di comprendere la diversità fra germi di morte e binari di Vita completa.
Gli israeliti si ritenevano «Luce del mondo» per la loro devozione e la pratica religiosa impeccabile.
Mi raccontava un grande parroco romano che una delle cose che lo avevano colpito nei suoi viaggi in USA era stato vedere troppe cittadelle cattoliche sulla cima di alture, ben visibili all’occhio ma altrettanto palesemente munite di tutto - quindi staccate, in grado di provvedere a se stesse, chiuse al confronto con la vita reale urbana di oggi.
Impostazione diametralmente opposta a quella di molte realtà comunitarie evangelicali, meno appariscenti - senza la pretesa di attirare per bellezza esteriore. Mischiate nel tessuto cittadino; per questo in grado di gettare luce nei risvolti della vita quotidiana di gente in ricerca d’un rapporto personale e reale con Dio Padre.
Per Gesù il fedele e la Comunità sono «Luce» perché camminano nella gloria amicale del Maestro.
Egli resta Agnello sgozzato che si fa alimento disponibile, e non suscita impressioni di magnificenza o clamore; non si chiude in fortilizi, né terrorizza.
Il discepolo e l’Assemblea sono «Sale» perché appaiono nel mondo in qualsiasi circostanza come coloro che gli danno senso, Sapienza [dal latino sapĕre, avere sapore].
Siamo chiamati a farci segno d’un Patto nuovo, perché l'inattesa Relazione del Monte che il Figlio propone non poteva più essere contenuta nella Prima Alleanza.
Alle antiche esigenze di purificazione Cristo sostituisce quelle della fraternità piena, la quale nella valorizzazione di ogni persona dona gusto e (appunto) sapore, e si fa lampada ai nostri passi.
Questo “secondo Patto” non schiaccia il popolo credente.
L’inclinazione a dipanare la propria evoluzione divenendo protagonisti per Nome della Nuova Intesa trasmetterà illuminazione e fragranza al cammino.
In tal guisa ci lasceremo plasmare, cedendo al nostro Nucleo che vuole crescere, esprimersi, dare spazio ai lati ancora in ombra.
Segni di un Padre che recupera e infonde orientamenti al sentiero individuale e delle Chiese - non dall’esterno, bensì a partire dalle nostre radici e a mo’ di fermento.
Diventiamo Beltà vivente grazie a un’attività pur imperfetta ma che ha il suo influsso sulla fioritura, da dentro.
Preservando così le persone dal disfacimento della disumanizzazione e corruzione - come il «sale» coi cibi.
Infatti, se non rettamente inteso grazie al salto di qualità della Fede-amore, anche il senso religioso può incanalare la donna e l’uomo su mille rivoli d’astuzie…
Verso una decomposizione della saggezza, e frettolosità schematiche, disincarnate, insipide - nonché purtroppo nebbia indistinta.
«Sale e Luce» sono ogni piccolo elemento divino già in noi. Così qualsiasi sforzo per il bello, il solido e vario, non andrà perduto - sebbene ridotto, e minore: ha un suo Mistero e Appello.
Certo, anche nella religione tradizionale non si disconosce il valore delle cose esigue, le quali però restano piccoline e fisse - senza balzi.
In un clima ove vige il «Ne quid nimis» [nulla di eccessivo] le condizioni sommarie sembrano tutte protese a confermare il sistema delle cose e dei ruoli.
La cappa dei costumi snerva i picchi, relega la personalità dei semplici in ambiti ristretti, irrisori, che li sollecitano a investire energie su vacui aspetti infantili.
Le idiozie di alcuni dettagli poi stanno sempre lì, e comprimono l’evoluzione.
Nell’esperienza di Fede non disprezziamo il benché minimo apporto alla costruzione d’un Regno alternativo a quello attuale - talora sì accorpante, ma su stupidaggini e passerelle in palese disfacimento, e tanfo.
Le nostre candeline possono continuare a diradare le tenebre, ma solo fino a quando non le porremo sotto un «moggio» (v.15), ossia non molleremo, per metterle sotto pedissequa «misura» - che non sia quella differente, propulsiva e sempre inedita delle Beatitudini.
In Cristo veniamo guidati a un salto evolutivo: siamo Sapidità pur minuta delle cose, e Luci limitate, sì - ma non inibite, né picciole e “baby”.
La vita di Fede guida e stimola l’edificazione di un regno di Sapore e Amore personali, senza isterismi né intime dissociazioni.
Tale avventura si configura come Nuova Alleanza tra anima, realtà, mondo globale e locale, segni del tempo e Mistero.
Luce di Libertà che coincide con la nostra Vocazione per Nome. Energia intelligente che sa trarre vita alternativa anche dalle ferite inferte.
Il sale impazzito della religione senza Fede: trattarsi da malati
(Mt 5,13)
Una delle possibili traduzioni dal greco dell’espressione al v.13 [forse la più plausibile] è: «se il sale impazzisce».
Perché impazzisce? Si riferisce alla sintonia personale nei confronti del Patto divino che c’inabita e cui non vogliamo lasciare spazio, malgrado sarebbe davvero appagante.
Tutto ciò perché abituati a vivere e nutrirci di atteggiamenti esterni.
L’Alleanza vorrebbe guidare la nostra barchetta anche nel tempo della ripartenza dalle tragedie che bloccano il mondo, ma viene resa faticosa dalla recita dei copioni - da ciò che si “deve fare” secondo le idee di prima, e la routine.
È questa di Mt 5,13 la stessa espressione dell’uomo «pazzo» (Mt 7,26) che costruisce la casa non sulla Roccia [della Libertà che coincide con la sua Chiamata].
Egli “edifica” anche realtà appariscenti, ma su elementi instabili e come talora vediamo fragili, privi di consistenza - quindi senza fondare in modo solido. Piuttosto, secondo riflesso di pensieri tramandati, o di calcolo e fantasia; eccessivamente sofisticati.
Si tratta anche dell’annoso distacco fra devozione rituale e vita concreta, che la comunità cristiana purtroppo talora dimostra di fronte a un mondo il quale attende risposte su bisogni che toccano, e urgenti speranze (non quelle di “gregge” che sotto sotto non ci piacciono affatto).
Invece qua e là si vorrebbe ricostruire tutto come “dovrebbe essere” e come prima… In tal modo si continuerebbe spensieratamente ad andare dietro cose ora inutili, trascurando la nuova realtà e l’essenza dei caratteri.
Inclinazioni embrionali e genuine che vorrebbero dare peso alle risorse nascoste, calate nel nostro essere cosmico di creature e nelle tendenze personali più fragranti.
Potenze interne che sbloccano le situazioni.
Il comportamento di chi ha fatto il callo all’Ascolto - e smania non per celebrare la Presenza del Signore e vivere intensamente la Fede ma per tornare a “messa” e negli antichi contenitori - non dev’essere tanto palesemente vuoto, doppio, formale e disinteressato; così apertamente contraddittorio rispetto all’Appello autentico, cui lo stesso credente proclama enfaticamente di credere.
C’è un Mistero da seguire, che sta conducendo a una diversa unicità. E vuol trarre vita alternativa - davvero nostra - proprio dalle ferite inferte.
Niente da fare: permangono stabilmente in agguato proprio le lacerazioni di fondo - quelle procurate da chi vorrebbe impegnarsi nella testimonianza critica, ma non rinasce nelle opportunità uniche... e si ritrova costantemente preda d’idee costruite, invece che ispirato (e nella sua energia intelligente).
Nell’espressione del «sale che impazzisce» l’autore evoca una sorta di scissione interiore, radicale, propria dell’anima personale e dell’Altrove sconosciuto che saremmo chiamati finalmente ad accogliere, invece di contrapporsi.
Il Segreto che si annida nel presente, infatti, può finire per essere calpestato da fattori esterni, come ad es. le aspettative istituzionali, le quali non lasciano spazio alla rivoluzione di abitudini e mète.
Una fra tutte: quella preziosissima di costruire una chiesa orante in ogni abitazione.
Anche nella vita spirituale, spesso vogliamo essere uguali a modelli devoti che abbiamo in mente, o più forti (forse per assomigliare alle nostre guide).
Pensieri che non convincono né lanciano il cuore. E in realtà diventano blocchi vocazionali, inibitori della virtù primordiale che ci appartiene - convincendo, smuoverebbe oltre.
Cristo chiama a prendere atto della nostra unicità svincolata, ed eccentricità imprevedibile - unico fattore di ripresa.
Eccezionalità che per Lui non è un disturbo, ma autentica risorsa.
Non sappiamo come vorrà guidarci e dove ci farà finire; quali nuove ere (che apriranno Altro, e non sappiamo) lascerà godere, procedendo nell’avventura delle Beatitudini appena proclamate (vv.1-12).
È la differenza sperimentale profonda tra religiosità e Fede.
Quest’ultima ci corrisponde perché amabile nell’intimo. Essa non ha uno sguardo pessimista sulla marea della vita.
Punta sulla perfezione innata dei nostri modi di essere, pur singolari e imprevisti.
Insomma:
Non siamo persone da curare. In ordine alla vocazione, ciascuno di noi è già misteriosamente dotato e perfetto.
Affidandosi sul serio alla Chiamata per Nome invece che alle identificazioni che plagiano e lasciano rimuginare invano, giungeremo a pienezza di essere.
L’età dell’oro coinciderà con il tempo delle esperienze che fanno sentire vivi completamente.
Persino i momenti di vuoto serviranno a rigenerarci e spostare ottica. Ci renderemo conto che non manca nulla.
Invece, affidando la nostra vicenda all’idea beghina delle perfezioni e vecchie situazioni da riconquistare, moltiplicando propositi con attese che non ci riguardano, riusciremo solo a frantumarci.
In tal guisa mai ci sentiremo appagati per la crescita del senso d’immenso nel nostro essere e sviluppo particolari.
I grandi Modelli (che poi tradiscono) costringono alla critica e all’ansia delle rincorse - a trattare noi stessi come fossimo dei malati: pieni di screzi dentro l’anima e tormenti nella mente.
È la pazzia dell’ovvietà, che attraverso una quiete conformista o un dispendio pazzesco di energie promette di prendere possesso di chissà cosa, ma non fa il balzo germinale della vita di Fede.
Fiducia sponsale e gesto creativo che vuole accogliere tutto: stati di disagio, aspetti in ombra, maree nascenti - e dilatare Felicità.
Lumen Fidei
1. La luce della fede: con quest’espressione, la tradizione della Chiesa ha indicato il grande dono portato da Gesù, il quale, nel Vangelo di Giovanni, così si presenta: « Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre » (Gv 12,46). Anche san Paolo si esprime in questi termini: « E Dio, che disse: "Rifulga la luce dalle tenebre", rifulge nei nostri cuori » (2 Cor 4,6). Nel mondo pagano, affamato di luce, si era sviluppato il culto al dio Sole, Sol invictus, invocato nel suo sorgere. Anche se il sole rinasceva ogni giorno, si capiva bene che era incapace di irradiare la sua luce sull’intera esistenza dell’uomo. Il sole, infatti, non illumina tutto il reale, il suo raggio è incapace di arrivare fino all’ombra della morte, là dove l’occhio umano si chiude alla sua luce. « Per la sua fede nel sole — afferma san Giustino Martire — non si è mai visto nessuno pronto a morire ». Consapevoli dell’orizzonte grande che la fede apriva loro, i cristiani chiamarono Cristo il vero sole, « i cui raggi donano la vita ». A Marta, che piange per la morte del fratello Lazzaro, Gesù dice: « Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio? » (Gv 11,40). Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta.
Una luce illusoria?
2. Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri contemporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo « nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo ». E aggiungeva: « A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.
3. In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione.
Una luce da riscoprire
4. È urgente perciò recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Perché una luce sia così potente, non può procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo. Da una parte, essa procede dal passato, è la luce di una memoria fondante, quella della vita di Gesù, dove si è manifestato il suo amore pienamente affidabile, capace di vincere la morte. Allo stesso tempo, però, poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro "io" isolato verso l’ampiezza della comunione. Comprendiamo allora che la fede non abita nel buio; che essa è una luce per le nostre tenebre. Dante, nella Divina Commedia, dopo aver confessato la sua fede davanti a san Pietro, la descrive come una "favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla". Proprio di questa luce della fede vorrei parlare, perché cresca per illuminare il presente fino a diventare stella che mostra gli orizzonti del nostro cammino, in un tempo in cui l’uomo è particolarmente bisognoso di luce.
(Lumen Fidei)
Nel Vangelo di questa domenica il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,13.14). Mediante queste immagini ricche di significato, Egli vuole trasmettere ad essi il senso della loro missione e della loro testimonianza. Il sale, nella cultura mediorientale, evoca diversi valori quali l’alleanza, la solidarietà, la vita e la sapienza. La luce è la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce, come proclama il salmista: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 119,105). E sempre nella Liturgia odierna il profeta Isaia dice: “Se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio” (58,10). La sapienza riassume in sé gli effetti benefici del sale e della luce: infatti, i discepoli del Signore sono chiamati a donare nuovo “sapore” al mondo, e a preservarlo dalla corruzione, con la sapienza di Dio, che risplende pienamente sul volto del Figlio, perché Egli è la “luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Uniti a Lui, i cristiani possono diffondere in mezzo alle tenebre dell’indifferenza e dell’egoismo la luce dell’amore di Dio, vera sapienza che dona significato all’esistenza e all’agire degli uomini.
[Papa Francesco, Angelus 6 febbraio 2011]
Carissimi giovani!
1. Nella mia memoria resta vivo il ricordo dei momenti straordinari che abbiamo vissuto insieme a Roma, durante il Giubileo dell'Anno 2000, allorché siete venuti in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo. In lunghe file silenziose avete varcato la Porta Santa e vi siete preparati a ricevere il sacramento della Riconciliazione; nella veglia serale e nella Messa del mattino a Tor Vergata avete poi vissuto un'esperienza spirituale ed ecclesiale intensa; rafforzati nella fede, avete fatto ritorno a casa con la missione che vi ho affidato: divenire, in quest'aurora del nuovo millennio, testimoni coraggiosi del Vangelo.
L'evento della Giornata Mondiale della Gioventù è diventato ormai un momento importante della vostra vita, come pure della vita della Chiesa. Vi invito dunque a cominciare a prepararvi alla XVII edizione di questo grande evento, che vedrà la sua celebrazione internazionale a Toronto, in Canada, nell'estate del prossimo anno. Sarà una nuova occasione per incontrare Cristo, rendere testimonianza della sua presenza nella società contemporanea e diventare costruttori della "civiltà dell'amore e della verità".
2. "Voi siete il sale della terra... voi siete la luce del mondo" (Mt 5,13-14): questo è il tema che ho scelto per la prossima Giornata Mondiale della Gioventù. Le due immagini del sale e della luce utilizzate da Gesù sono complementari e ricche di senso. Nell'antichità, infatti, sale e luce erano ritenuti elementi essenziali della vita umana.
"Voi siete il sale della terra...". Una delle funzioni primarie del sale, come ben si sa, è quella di condire, di dare gusto e sapore agli alimenti. Quest'immagine ci ricorda che, mediante il battesimo, tutto il nostro essere è stato profondamente trasformato, perché "condito" con la vita nuova che viene da Cristo (cfr Rm 6,4). Il sale, grazie al quale l'identità cristiana non si snatura, anche in un ambiente fortemente secolarizzato, è la grazia battesimale che ci ha rigenerati, facendoci vivere in Cristo e rendendoci capaci di rispondere alla sua chiamata ad "offrire i [nostri] corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio" (Rm 12,1). Scrivendo ai cristiani di Roma, san Paolo li esorta ad evidenziare chiaramente il loro modo diverso di vivere e di pensare rispetto ai contemporanei: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Rm 12,2).
Per lungo tempo il sale è stato anche il mezzo abitualmente usato per conservare gli alimenti. Come sale della terra, siete chiamati a conservare la fede che avete ricevuto e a trasmetterla intatta agli altri. La vostra generazione è posta con particolare forza di fronte alla sfida di mantenere integro il deposito della fede (cfr 2 Ts 2,15; 1 Tm 6,20; 2 Tm 1,14).
Scoprite le vostre radici cristiane, imparate la storia della Chiesa, approfondite la conoscenza dell'eredità spirituale che vi è stata trasmessa, seguite i testimoni e i maestri che vi hanno preceduto! Solo restando fedeli ai comandamenti di Dio, all'Alleanza che Cristo ha suggellato con il suo sangue versato sulla Croce, potrete essere gli apostoli ed i testimoni del nuovo millennio.
È proprio della condizione umana e, in particolar modo, della gioventù, cercare l'Assoluto, il senso e la pienezza dell'esistenza. Cari giovani, nulla vi accontenti che stia al di sotto dei più alti ideali! Non lasciatevi scoraggiare da coloro che, delusi dalla vita, sono diventati sordi ai desideri più profondi e più autentici del loro cuore. Avete ragione di non rassegnarvi a divertimenti insipidi, a mode passeggere ed a progetti riduttivi. Se conservate grandi desideri per il Signore, saprete evitare la mediocrità e il conformismo, così diffusi nella nostra società.
3. "Voi siete la luce del mondo...". Per quanti da principio ascoltarono Gesù, come anche per noi, il simbolo della luce evoca il desiderio di verità e la sete di giungere alla pienezza della conoscenza, impressi nell'intimo di ogni essere umano.
Quando la luce va scemando o scompare del tutto, non si riesce più a distinguere la realtà circostante. Nel cuore della notte ci si può sentire intimoriti ed insicuri, e si attende allora con impazienza l'arrivo della luce dell'aurora. Cari giovani, tocca a voi essere le sentinelle del mattino (cfr Is 21, 11-12) che annunciano l'avvento del sole che è Cristo risorto!
La luce di cui Gesù ci parla nel Vangelo è quella della fede, dono gratuito di Dio, che viene a illuminare il cuore e a rischiarare l'intelligenza: "Dio che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse anche nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo" (2 Cor 4,6). Ecco perché le parole di Gesù assumono uno straordinario rilievo allorché spiega la sua identità e la sua missione: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12).
L'incontro personale con Cristo illumina di luce nuova la vita, ci incammina sulla buona strada e ci impegna ad essere suoi testimoni. Il nuovo modo, che da Lui ci viene, di guardare al mondo e alle persone ci fa penetrare più profondamente nel mistero della fede, che non è solo un insieme di enunciati teorici da accogliere e ratificare con l'intelligenza, ma un'esperienza da assimilare, una verità da vivere, il sale e la luce di tutta la realtà (cfr Veritatis splendor, 88).
Nel contesto attuale di secolarizzazione, in cui molti dei nostri contemporanei pensano e vivono come se Dio non esistesse o sono attratti da forme di religiosità irrazionali, è necessario che proprio voi, cari giovani, riaffermiate che la fede è una decisione personale che impegna tutta l'esistenza. Il Vangelo sia il grande criterio che guida le scelte e gli orientamenti della vostra vita! Diventerete così missionari con i gesti e le parole e, dovunque lavoriate e viviate, sarete segni dell'amore di Dio, testimoni credibili della presenza amorosa di Cristo. Non dimenticate: "Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio" (Mt 5,15)!
Come il sale dà sapore al cibo e la luce illumina le tenebre, così la santità dà senso pieno alla vita, rendendola riflesso della gloria di Dio. Quanti santi, anche tra i giovani, annovera la storia della Chiesa! Nel loro amore per Dio hanno fatto risplendere le proprie virtù eroiche al cospetto del mondo, diventando modelli di vita che la Chiesa ha additato all'imitazione di tutti. Tra i molti basti ricordare: Agnese di Roma, Andreas di Phú Yên, Pedro Calungsod, Giuseppina Bakhita, Teresa di Lisieux, Pier Giorgio Frassati, Marcel Callo, Francisco Castelló Aleu o ancora Kateri Tekakwitha, la giovane irochese detta "il giglio dei Mohawks". Prego il Dio tre volte Santo che, per l'intercessione di questa folla immensa di testimoni, vi renda santi, cari giovani, i santi del terzo millennio!
4. Carissimi, è tempo di prepararsi per la XVII Giornata Mondiale della Gioventù. Vi rivolgo uno speciale invito a leggere e ad approfondire la Lettera apostolica Novo millennio ineunte, che ho scritto all'inizio dell'anno per accompagnare i battezzati in questa nuova tappa della vita della Chiesa e degli uomini: "Un nuovo secolo, un nuovo millennio si aprono alla luce di Cristo. Non tutti però vedono questa luce. Noi abbiamo il compito stupendo di esserne il «riflesso»" (n. 54).
Sì, è l'ora della missione! Nelle vostre diocesi e nelle vostre parrocchie, nei vostri movimenti, associazioni e comunità il Cristo vi chiama, la Chiesa vi accoglie come casa e scuola di comunione e di preghiera. Approfondite lo studio della Parola di Dio e lasciate che essa illumini la vostra mente ed il vostro cuore. Traete forza dalla grazia sacramentale della Riconciliazione e dell'Eucarestia. Frequentate il Signore in quel «cuore a cuore» che è l'adorazione eucaristica. Giorno dopo giorno, riceverete nuovo slancio che vi consentirà di confortare coloro che soffrono e di portare la pace al mondo. Sono tante le persone ferite dalla vita, escluse dallo sviluppo economico, senza un tetto, una famiglia o un lavoro; molte si perdono dietro false illusioni o hanno smarrito ogni speranza. Contemplando la luce che risplende sul volto di Cristo risorto, imparate a vostra volta a vivere come "figli della luce e figli del giorno" (1 Ts 5,5), manifestando a tutti che "il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità" (Ef 5,9).
5. Cari giovani amici, per tutti coloro che possono l'appuntamento è a Toronto! Nel cuore di una città multiculturale e pluriconfessionale diremo l'unicità di Cristo Salvatore e l'universalità del mistero di salvezza di cui la Chiesa è sacramento. Pregheremo per la piena comunione tra i cristiani nella verità e nella carità, rispondendo all'invito pressante del Signore che desidera ardentemente "che tutti siano una cosa sola" (Gv 17,11).
Venite a far risuonare nelle grandi arterie di Toronto l'annuncio gioioso di Cristo che ama tutti gli uomini e porta a compimento ogni segno di bene, di bellezza e di verità presente nella città umana. Venite a dire davanti al mondo la vostra gioia di aver incontrato Cristo Gesù, il vostro desiderio di conoscerlo sempre meglio, il vostro impegno di annunciarne il Vangelo di salvezza fino agli estremi confini della terra!
I vostri coetanei canadesi si preparano già ad accogliervi con calore e grande ospitalità, insieme ai loro Vescovi e alle Autorità civili. Per questo li ringrazio fin d'ora vivamente. Possa questa prima Giornata Mondiale dei Giovani all'inizio del terzo millennio trasmettere a tutti un messaggio di fede, di speranza e d'amore!
La mia benedizione vi accompagna, mentre a Maria, Madre della Chiesa, affido ciascuno di voi, la vostra vocazione e la vostra missione.
[Papa Giovanni Paolo II, messaggio per la GMG di Toronto 2002, da Castel Gandolfo 25 Luglio 2001]
Nel Vangelo di oggi (cfr Mt 5,13-16), Gesù dice ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra […]. Voi siete la luce del mondo» (vv. 13.14). Egli utilizza un linguaggio simbolico per indicare a quanti intendono seguirlo alcuni criteri per vivere la presenza e la testimonianza nel mondo.
Prima immagine: il sale. Il sale è l’elemento che dà sapore e che conserva e preserva gli alimenti dalla corruzione. Il discepolo è dunque chiamato a tenere lontani dalla società i pericoli, i germi corrosivi che inquinano la vita delle persone. Si tratta di resistere al degrado morale, al peccato, testimoniando i valori dell’onestà e della fraternità, senza cedere alle lusinghe mondane dell’arrivismo, del potere, della ricchezza. È “sale” il discepolo che, nonostante i fallimenti quotidiani – perché tutti noi ne abbiamo –, si rialza dalla polvere dei propri sbagli, ricominciando con coraggio e pazienza, ogni giorno, a cercare il dialogo e l’incontro con gli altri. È “sale” il discepolo che non ricerca il consenso e il plauso, ma si sforza di essere una presenza umile, costruttiva, nella fedeltà agli insegnamenti di Gesù che è venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire. E di questo atteggiamento c’è tanto bisogno!
La seconda immagine che Gesù propone ai suoi discepoli è quella della luce: «Voi siete la luce del mondo». La luce disperde l’oscurità e consente di vedere. Gesù è la luce che ha fugato le tenebre, ma esse permangono ancora nel mondo e nelle singole persone. È compito del cristiano disperderle facendo risplendere la luce di Cristo e annunciando il suo Vangelo. Si tratta di una irradiazione che può derivare anche dalle nostre parole, ma deve scaturire soprattutto dalle nostre «opere buone» (v. 16). Un discepolo e una comunità cristiana sono luce nel mondo quando indirizzano gli altri a Dio, aiutando ciascuno a fare esperienza della sua bontà e della sua misericordia. Il discepolo di Gesù è luce quando sa vivere la propria fede al di fuori di spazi ristretti, quando contribuisce a eliminare i pregiudizi, a eliminare le calunnie, e a far entrare la luce della verità nelle situazioni viziate dall’ipocrisia e dalla menzogna. Fare luce. Ma non è la mia luce, è la luce di Gesù: noi siamo strumenti perché la luce di Gesù arrivi a tutti.
Gesù ci invita a non avere paura di vivere nel mondo, anche se in esso a volte si riscontrano condizioni di conflitto e di peccato. Di fronte alla violenza, all’ingiustizia, all’oppressione, il cristiano non può chiudersi in sé stesso o nascondersi nella sicurezza del proprio recinto; anche la Chiesa non può chiudersi in sé stessa, non può abbandonare la sua missione di evangelizzazione e di servizio. Gesù, nell’Ultima Cena, chiese al Padre di non togliere i discepoli dal mondo, di lasciarli, lì, nel mondo, ma di custodirli dallo spirito del mondo. La Chiesa si spende con generosità e tenerezza per i piccoli e i poveri: questo non è lo spirito del mondo, questo è la sua luce, è il sale. La Chiesa ascolta il grido degli ultimi e degli esclusi, perché è consapevole di essere una comunità pellegrina chiamata a prolungare nella storia la presenza salvifica di Gesù Cristo.
La Vergine Santa ci aiuti ad essere sale e luce in mezzo alla gente, portando a tutti, con la vita e la parola, la Buona Notizia dell’amore di Dio.
[Papa Francesco, Angelus 9 febbraio 2020]
And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God: in possessions, in power, in other ‘gods’ that in reality are useless, they are idols. Of course, the Law of God remains but it is no longer the most important thing, the rule of life; rather, it becomes a camouflage, a cover-up, while life follows other paths, other rules, interests that are often forms of egoism, both individual and collective. Thus religion loses its authentic meaning, which is to live listening to God in order to do his will — that is the truth of our being — and thus we live well, in true freedom, and it is reduced to practising secondary customs which instead satisfy the human need to feel in God’s place. This is a serious threat to every religion which Jesus encountered in his time and which, unfortunately, is also to be found in Christianity. Jesus’ words against the scribes and Pharisees in today’s Gospel should therefore be food for thought for us as well (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore: nei beni, nel potere, in altre ‘divinità’ che in realtà sono vane, sono idoli. Certo, la Legge di Dio rimane, ma non è più la cosa più importante, la regola della vita; diventa piuttosto un rivestimento, una copertura, mentre la vita segue altre strade, altre regole, interessi spesso egoistici individuali e di gruppo. E così la religione smarrisce il suo senso autentico che è vivere in ascolto di Dio per fare la sua volontà - che è la verità del nostro essere - e così vivere bene, nella vera libertà, e si riduce a pratica di usanze secondarie, che soddisfano piuttosto il bisogno umano di sentirsi a posto con Dio. Ed è questo un grave rischio di ogni religione, che Gesù ha riscontrato nel suo tempo, ma che si può verificare, purtroppo, anche nella cristianità. Perciò le parole di Gesù nel Vangelo di oggi contro gli scribi e i farisei devono far pensare anche noi (Papa Benedetto)
Salt, in the cultures of the Middle East, calls to mind several values such as the Covenant, solidarity, life and wisdom. Light is the first work of God the Creator and is a source of life; the word of God is compared to light (Pope Benedict)
Il sale, nella cultura mediorientale, evoca diversi valori quali l’alleanza, la solidarietà, la vita e la sapienza. La luce è la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce (Papa Benedetto)
Even after his failure even in Nazareth (vv.1-6) - his heralds gladly confused the Servant [who was educating them] with the victorious, sighed, respected and glorious Messiah…
Ancora dopo il suo fallimento persino a Nazareth (vv.1-6) - i suoi banditori hanno ben volentieri confuso il Servo [che li stava educando] col Messia vincitore, sospirato, rispettato e glorioso…
During more than 40 years of his reign, Herod Antipas had created a class of functionaries and a system of privileged people who had in their hands the government, the tax authorities, the economy, the justice, every aspect of civil and police life, and his command covered the territory extensively…
Durante più di 40 anni di regno, Erode Antipa aveva creato una classe di funzionari e un sistema di privilegiati che avevano in pugno il governo, il fisco, l’economia, la giustizia, ogni aspetto della vita civile e di polizia, e il suo comando copriva capillarmente il territorio…
don Giuseppe Nespeca
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