Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Solennità del Corpus Domini [7 giugno 2026]
Prima lettura dal Libro del Deuteronomio (8,2-3.14b-16°)
ll testo richiama il popolo d’Israele a ricordare la lunga traversata del deserto dopo l’uscita dall’Egitto guidato da Mosè. I quarant’anni nel deserto furono segnati da fame, sete, povertà, serpenti, scorpioni e solitudine. Ma il punto centrale non è la sofferenza in sé: è la presenza fedele di Dio nel mezzo delle prove. Dio nutrì il popolo con la manna; fece scaturire acqua dalla roccia; protesse Israele durante il cammino; concluse l’Alleanza sul Sinai. Le prove del deserto vengono presentate come una “pedagogia” divina: Dio educa il suo popolo come un padre educa il figlio. Attraverso la fragilità, Israele impara due verità: la propria povertà e dipendenza, e nel contempo la costante cura di Dio. Il messaggio fondamentale è che l’uomo non vive solo di pane, ma di tutto ciò che viene da Dio: la sua Parola, il suo Spirito, la sua presenza. Il testo insiste anche sul dovere della memoria: “Ricòrdati”, “non dimenticare”. Ricordare significa restare fedeli alle proprie radici e all’Alleanza. Dimenticare Dio porta all’idolatria e alla schiavitù di altri poteri. Quando Israele si stabilirà nella terra promessa di Canaan, il pericolo non sarà più il deserto, ma il benessere e l’oblio. Per questo l’obbedienza ai comandamenti diventa essenziale. L’ultima parte propone un’immagine significativa: la memoria è come le radici di un albero; un popolo senza memoria muore spiritualmente; il futuro dipende dalla fedeltà alle proprie radici. Infine il testo collega tutto a Gesù Cristo, che nel deserto riprende le parole del Deuteronomio: “L’uomo non vive soltanto di pane”. Nella festa del Corpo e Sangue di Cristo, il credente è invitato ad accogliere Dio dentro di sé. La memoria di un popolo (o di una comunità, o di una coppia) è un po’ come le radici di un albero: oggi si vede l’albero, non si vedono le radici… eppure vive solo grazie a esse e deve tutto a esse in un certo senso. Immaginate un albero che dicesse: “mi separo dalle mie radici, mi impediscono di spostarmi, peggio, mi impediscono di volare. Il seguito della storia si sarebbe la morte dell’albero. Nel senso vero del termine, il futuro dell’albero sta nelle sue radici. Quando Mosè dice al suo popolo “Ricordati” o “non dimenticare”, è come se gli dicesse “non tagliarti le tue radici”, “il tuo futuro sta nella tua fedeltà alle radici”. Mosè non si volta al passato per sentimento; ma è proprio perché è tutto proteso verso il futuro che si preoccupa della fedeltà alle radici. Dice qualcosa come: ‘Se vuoi essere ancora in piedi domani, non dimenticare oggi ciò che sei e grazie a chi lo sei’. Di secolo in secolo, Israele si è costruito restando fedele alle sue radici. Gesù, a sua volta, per resistere al tentatore, ha ripreso semplicemente le parole del Deuteronomio: «L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore» (Mt 4,4).
Salmo Responsoriale Salmo 147/148
Glorifica il Signore, Gerusalemme! Loda il tuo Dio, o Sion! Bisogna cogliere questo parallelismo: Sion e Gerusalemme sono la stessa cosa. E, d’altronde, quando si parla di Sion o di Gerusalemme, qui, più che della città, si tratta degli abitanti, cioè del popolo d’Israele in definitiva. L’espressione: “Glorifica il Signore Gerusalemme!” può essere datata facilmente: siamo al ritorno dall’esilio a Babilonia, quindi alla fine del VI secolo quando fu necessario ricostruire la città e risollevare il Tempio. Senza l’aiuto di Dio nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile: Egli ha rafforzato le sbarre delle porte di Gerusalemme! Nel salmo precedente, Dio è chiamato il “costruttore di Gerusalemme” e il “raccoglitore dei dispersi d’Israele” (Sal 146/147 A,2). Ma non si tratta soltanto di un lavoro da architetto che Dio ha compiuto: questo ritorno alla patria è una vera restaurazione del popolo, una vita nuova sta per cominciare; una vita nella pace e nella sicurezza: “Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fior di frumento”. In esilio si è mangiato il pane delle lacrime e dell’amarezza; il ritorno alla patria è il tempo dell’abbondanza. Il secondo accento molto forte di questo salmo è la coscienza acuta del privilegio che rappresenta l’elezione d’Israele: il Signore non ha fatto così per nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere ad esse le sue leggi. Leggiamo nel libro del Deuteronomio: “Tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio: egli ti ha scelto per essere il suo popolo, il suo possesso particolare fra tutti i popoli della terra (Dt7,6; 10,15). Si tratta di una scelta libera e inspiegabile di Dio di cui non si cessa mai di meravigliarsi e di rendere grazie. A vista umana, questa scelta non si spiega; l’unica spiegazione che Mosè abbia trovato è perché ha amato i tuoi padri, ha scelto la loro discendenza e ti ha fatto uscire dall’Egitto con la sua presenza e la sua grande potenza (cf Dt 4,37). È dunque semplicemente una storia d’amore senza altra spiegazione. All’origine Israele non avvertiva di vivere un’Alleanza esclusiva con il Dio del Sinai e pensava che altri popoli avessero i propri dèi protettori: Israele non era ancora monoteista, ma “monolatra” (si dice anche “enoteista”), cioè rendeva culto a un solo Dio, il Dio del Sinai, che lo aveva liberato dall’Egitto. Divenne realmente “monoteista” solo durante l’esilio a Babilonia (nel VI secolo a.C.). Avvenne allora un nuovo salto nella fede insieme alla scoperta dell’universalismo: se il Dio del Sinai era l’unico Dio, allora era anche il Dio di tutti i popoli. Tuttavia l’elezione d’Israele non veniva per questo smentita, come si vede in alcuni testi del profeta Isaia: “Tu, Israele, mio servo che ho scelto, discendenza di Abramo mio amico…Non temere, perché io sono con te…io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa” (Is41,8-10). Sempre Isaia seppe far comprendere ai suoi contemporanei che la loro elezione assumeva ormai un altro volto, quello di una vocazione al servizio degli altri popoli per essere presso di loro testimoni di Dio. “Ti rendo luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is49,6).
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (10,16-17)
In questo testo Paolo inquadra tutto con due ammonizioni: “Carissimi, fuggite l’idolatria” (v. 14) “Vogliamo provocare la gelosia del Signore?” (v. 22) Nella Bibbia la “gelosia” di Dio è sempre un avvertimento contro l’idolatria. A Corinto alcuni cristiani, convertiti dal paganesimo, erano tentati di continuare a partecipare ai banchetti sacri nei templi degli idoli facendo sacrifici di animali. Per Paolo non ci sono mezze misure: o si entra in comunione con il Dio vivente nell’Eucaristia, o si cerca un’altra comunione. Non si può partecipare “alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni”. Altra questione pratica era se un cristiano poteva mangiare la carne dei sacrifici idolatrici venduta al mercato. Paolo risponde che si può magiare perché gli doli non esistono e allora non carne sacra , tuttavia occorre evitare di scandalizzare chi è debole nella fede.
Insiste poi sul pasto cristiano dell’Eucaristia che è al contrario comunione reale con Cristo Paolo insiste sul significato del pasto cristiano e si chiede: forse che il calice della benedizione non è comunione con il sangue di Cristo? Il pane che spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?» La parola greca è koinonia: comunione, partecipazione intima, appartenenza reciproca. Cristo stesso, nell’Ultima Cena, ha parlato di “Alleanza nuova nel mio sangue”. e nell’Alleanza biblica c’è appartenenza reciproca: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Tutta la Liturgia eucaristica è il luogo dove l’Alleanza si compie. L’Eucaristia è un pasto di comunione come nei culti antichi, ma cambia il valore del sacrificio. Dio non chiede più l’uccisione di animali, ma il dono della vita: “Sacrificio e offerta non gradisci, [...] allora ho detto: “Ecco, io vengo” (Sal 39/40). Cristo ha offerto tutta la sua vita. e, partecipando all’Eucaristia, uniamo la nostra vita alla sua per offrirla al Padre. Paolo osa dire: “Il pane che spezziamo è comunione con il corpo di Cristo”, cioè formiamo un solo corpo con Lui, e per questo possiamo vivere come Lui. Sant’Agostino lo riassume: “Diventate ciò che ricevete, ricevete ciò che siete”. Ricevendo il Corpo e Sangue di Cristo diventiamo, a nostra volta, vite offerte per la nascita di una umanità nuova; scelta esclusiva perché non si può servire Dio e gli idoli e, nella logica del dono,
il sacrificio cristiano è offrire la propria vita unita a quella di Cristo. Diventiamo pane spezzato per gli altri per cui, in una sola frase: comprendiamo che l’Eucaristia è il luogo dove il Dio trascendente si fa intimamente a noi vicino e ci trasforma in dono per il mondo.
Dal vangelo secondo Giovanni (6,51-58)
Qui c’è un discorso inaccettabile che però è parola di Vita. Dopo il discorso sul Pane di vita molti discepoli abbandonano Gesù. Le sue parole sono umanamente incomprensibili. Gesù allora si rivolge direttamente ai Dodici: “Volete andarvene anche voi? e Pietro risponde: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. È il paradosso della fede: queste parole non si spiegano a rigor di logica, ma soltanto vivendole e la lezione è chiara: non è sui libri che si capisce cosa è l’Eucaristia, ma partecipandovi e lasciandosi coinvolgere nel mistero di Cristo. La parola “vita” torna ripetutamente in questo discorso: “Il pane che io darò è la mia carne, data per la vita del mondo” e, come si legge nella Lettera agli Ebrei: “entrando nel mondo Cristo dice «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». E la volontà di Dio è che il mondo abbia la vita. È un dono gratuito, come già Isaia aveva annunciato: “Voi tutti assetati, venite all’acqua… comprate senza denaro, senza pagamento» Is55,1-3) perché ciò che ci fa vivere è il dono della vita di Cristo, cioè il suo sacrificio. La pedagogia biblica sul sacrificio mostra una progressiva conversione: dall’idea di sacrifici cruenti, anche umani, al divieto assoluto dei sacrifici umani per accettare il sacrificio come offerta di pane e vino (Melchisedek Gn14,18). I Canti del Servo fanno inoltre comprendere che il vero sacrificio è donare la vita per gli altri. E Gesù dice che la sua vita è data tutta per gli uomini. Il pane che io darò è la mia carne, data perché il mondo abbia la vita. Nel sacrificio eucaristico, mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, Cristo rimane in noi e noi in lui; in Gesù dunque accogliamo la vita stessa di Dio: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così colui che mangia me vivrà per me”. La conversione indispensabile è passare dal “fare il sacro” cioè offrire delle cose a Dio ad imparare ad accogliere la Vita che Dio ci dà in Cristo, per diventare a nostra volta vita donata agli altri. In sintesi: l’Eucaristia non si spiega ma va vissuta perché è il dono della vita di Cristo che ci fa entrare in Lui, ci trasforma e ci rende capaci di donare la vita per il mondo. Una nota finale: la parola carne che qui Gesù utilizza equivale a “vita” e si può quindi leggere che l’Eucarestia è la vita sua data perché il mondo abbia la vita. Come? Attraverso la sua passione, morte e risurrezione. Immersi nel mistero pasquale con l’Eucarestia, ognuno di noi è chiamato ad accogliere la vita che Dio ci dona per essere a nostra volta Eucarestia, dono della vita per tutti.
+Giovanni D’Ercole
(Mt 5,20-26)
«Vi dico infatti che se la vostra giustizia non abbonderà di più [quella] degli scribi e farisei, non entrerete nel Regno dei cieli»
Nelle chiese di Galilea e Siria serpeggiavano opinioni differenti e conflittuali circa la Legge di Mosè: per alcuni un assoluto da adempiere persino nei dettagli, per altri ormai un orpello senza senso (v.22).
I contendenti giungevano all’insulto, per ridicolizzare la parte avversa.
Ma come dice il Tao Tê Ching (xxx): «Là dove stanziano le milizie nascono sterpi e rovi». Il maestro Wang Pi commenta: «Colui che si fa promotore suscita disordini, perché si sforza di affermare i suoi meriti».
Mt aiuta tutti i fratelli di comunità a comprendere il contenuto delle Scritture antiche e capire l’atteggiamento di ‘continuità e taglio’ dato ad esse dal Signore: «Avete udito che [...] Ora io vi dico» (vv.21-22).
La ‘freccia’ dei codici antichi è stata scoccata nella direzione giusta, ma solo capirne la portata nello spirito di concordia ne sostiene il tragitto sino a fornire l’energia necessaria per cogliere il “bersaglio”.
L’ideale della religiosità antica era presentarsi puri davanti a Dio, e in tal senso gli scribi teologi ufficiali del sinedrio sottolineavano il valore delle norme che ritenevano si annidassero nella ‘prigione della lettera’ del Primo Testamento.
I sadducei - classe sacerdotale - puntavano sulle osservanze sacrificali della sola Torah.
I farisei, leaders della religiosità popolare, accentuavano il rispetto di ogni consuetudine tradizionale.
L’insegnamento dei professionisti del sacro produceva nel popolo un senso di oppressione legalista che oscurava lo spirito della Parola di Dio e della stessa Tradizione.
Gesù ne fa emergere l’obbiettivo: la Giustizia maggiore dell’Amore.
Lo splendore, la bellezza e ricchezza della Gloria del Dio vivente non si produce nell’osservare, bensì nella capacità di manifestarlo Presente.
L’assetto giusto davanti al Padre diventa - nella proposta di Gesù - giusta posizione davanti alla propria storia e a quella del prossimo.
Il primo «debito» è dunque una ‘comprensione globale’: qui si svela l’Eterno.
Giustizia non è prodotto dell’accumulare azioni rette, in vista del merito: ciò manifesterebbe grettezza, distacco e supponenza (un tipo di uomo dal pensiero indiscutibile).
La nuova Giustizia insegue le complicità col male sino alle radici segrete del cuore e delle idee. Ma non per accentuare il senso di colpa, né per farci inseguire sogni esterni.
L’osservanza che non permanesse nell’amicizia, nella tolleranza anche di se stessi, in Cristo che orienta, sorgerebbe da un rapporto ambiguo con la norma e le dottrine.
Possiamo trascurare il bisogno infantile di approvazione.
La Vita di Dio trapela in un mondo non di puri e flemmatici sterilizzati o unilaterali, ma in una convivialità delle differenze che gli somiglia.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Dove trovi il nutrimento emotivo che ti è necessario?
Cosa pensi delle comitive esclusive e della loro idea di tribunale risolutivo?
[s. Barnaba apostolo, 11 giugno 2026]
(Mt 5,20-26)
«Vi dico infatti che se la vostra giustizia non abbonderà di più [quella] degli scribi e farisei, non entrerete nel Regno dei cieli»
Nelle chiese di Galilea e Siria serpeggiavano opinioni differenti e conflittuali circa la Legge di Mosè: per alcuni un assoluto da adempiere persino nei dettagli, per altri ormai un orpello senza senso (v.22).
I contendenti giungevano all’insulto, per ridicolizzare la parte avversa.
Ma come dice il Tao Tê Ching (xxx): «Là dove stanziano le milizie nascono sterpi e rovi». Il maestro Wang Pi commenta: «Colui che si fa promotore suscita disordini, perché si sforza di affermare i suoi meriti».
Mt aiuta tutti i fratelli di comunità a comprendere il contenuto delle Scritture antiche e capire l’atteggiamento di ‘continuità e taglio’ dato ad esse dal Signore: «Avete udito che [...] Ora io vi dico» (vv.21-22).
La ‘freccia’ dei codici antichi è stata scoccata nella direzione giusta, ma solo capirne la portata nello spirito di concordia ne sostiene il tragitto sino a fornire l’energia necessaria per cogliere il “bersaglio”.
L’ideale della religiosità antica era presentarsi puri davanti a Dio, e in tal senso gli scribi teologi ufficiali del sinedrio sottolineavano il valore delle norme che ritenevano si annidassero nella ‘prigione della lettera’ del Primo Testamento.
I sadducei - classe sacerdotale - puntavano sulle osservanze sacrificali della sola Torah.
I farisei, leaders della religiosità popolare, accentuavano il rispetto di ogni consuetudine tradizionale.
L’insegnamento dei professionisti del sacro produceva nel popolo un senso di oppressione legalista che oscurava lo spirito della Parola di Dio e della stessa Tradizione.
Gesù ne fa emergere l’obbiettivo: la Giustizia maggiore dell’Amore.
Lo splendore, la bellezza e ricchezza della Gloria del Dio vivente non si produce nell’osservare, bensì nella capacità di manifestarlo Presente.
L’assetto giusto davanti al Padre diventa - nella proposta di Gesù - giusta posizione davanti alla propria storia e a quella del prossimo.
Il primo «debito» è dunque una ‘comprensione globale’: qui si svela l’Eterno.
Giustizia non è prodotto dell’accumulare azioni rette, in vista del merito: ciò manifesterebbe grettezza, distacco e supponenza (un tipo di uomo dal pensiero indiscutibile).
La nuova Giustizia insegue le complicità col male sino alle radici segrete del cuore e delle idee. Ma non per accentuare il senso di colpa, né per farci inseguire sogni esterni.
L’osservanza che non permanesse nell’amicizia, nella tolleranza anche di se stessi, in Cristo che orienta, sorgerebbe da un rapporto ambiguo con la norma e le dottrine.
Possiamo trascurare il bisogno infantile di approvazione.
La Vita di Dio trapela in un mondo non di puri e flemmatici sterilizzati o unilaterali, ma in una convivialità delle differenze che gli somiglia.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Dove trovi il nutrimento emotivo che ti è necessario?
Cosa pensi delle comitive esclusive e della loro idea di tribunale risolutivo?
Discordia anche con la creazione
Se l’uomo non è riconciliato con Dio, è in discordia anche con la creazione. Non è riconciliato con se stesso, vorrebbe essere un altro da quel che è ed è pertanto non riconciliato neppure con il prossimo. Fa inoltre parte della riconciliazione la capacità di riconoscere la colpa e di chiedere perdono – a Dio e all’altro. E infine appartiene al processo della riconciliazione la disponibilità alla penitenza, la disponibilità a soffrire fino in fondo per una colpa e a lasciarsi trasformare. E ne fa parte la gratuità, di cui l’Enciclica “Caritas in veritate” parla ripetutamente: la disponibilità ad andare oltre il necessario, a non fare conti, ma ad andare al di là di ciò che richiedono le semplici condizioni giuridiche. Ne fa parte quella generosità di cui Dio stesso ci ha dato l’esempio. Pensiamo alla parola di Gesù: “Se tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5, 23s.). Dio che sapeva che non siamo riconciliati, che vedeva che abbiamo qualcosa contro di Lui, si è alzato e ci è venuto incontro, benché Egli solo fosse dalla parte della ragione. Ci è venuto incontro fino alla Croce, per riconciliarci. Questa è gratuità: la disponibilità a fare il primo passo. Per primi andare incontro all’altro, offrirgli la riconciliazione, assumersi la sofferenza che comporta la rinuncia al proprio aver ragione. Non cedere nella volontà di riconciliazione: di questo Dio ci ha dato l’esempio, ed è questo il modo per diventare simili a Lui, un atteggiamento di cui sempre di nuovo abbiamo bisogno nel mondo. Dobbiamo oggi apprendere nuovamente la capacità di riconoscere la colpa, dobbiamo scuoterci di dosso l’illusione di essere innocenti. Dobbiamo apprendere la capacità di far penitenza, di lasciarci trasformare; di andare incontro all’altro e di farci donare da Dio il coraggio e la forza per un tale rinnovamento.
[Papa Benedetto, Discorso alla Curia Romana 21 dicembre 2009]
Atteggiamento di Gesù rispetto alla Legge ebraica: motivazioni profonde, sapienza nascosta. Precetto - esigenza d’amore
Il Vangelo […] fa parte ancora del cosiddetto “discorso della montagna”, la prima grande predicazione di Gesù. Oggi il tema è l’atteggiamento di Gesù rispetto alla Legge ebraica. Egli afferma: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Gesù dunque non vuole cancellare i comandamenti che il Signore ha dato per mezzo di Mosè, ma vuole portarli alla loro pienezza. E subito dopo aggiunge che questo “compimento” della Legge richiede una giustizia superiore, una osservanza più autentica. Dice infatti ai suoi discepoli: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).
Ma che cosa significa questo «pieno compimento» della Legge? E questa giustizia superiore in che cosa consiste? Gesù stesso ci risponde con alcuni esempi. Gesù era pratico, parlava sempre con gli esempi per farsi capire. Inizia dal quinto comandamento del decalogo: «Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; … Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio» (vv. 21-22). Con questo, Gesù ci ricorda che anche le parole possono uccidere! Quando si dice di una persona che ha la lingua di serpente, cosa si vuol dire? Che le sue parole uccidono! Pertanto, non solo non bisogna attentare alla vita del prossimo, ma neppure riversare su di lui il veleno dell’ira e colpirlo con la calunnia. Neppure sparlare su di lui. Arriviamo alle chiacchiere: le chiacchiere, pure, possono uccidere, perché uccidono la fama delle persone! È tanto brutto chiacchierare! All’inizio può sembrare una cosa piacevole, anche divertente, come succhiare una caramella. Ma alla fine, ci riempie il cuore di amarezza, e avvelena anche noi. Vi dico la verità, sono convinto che se ognuno di noi facesse il proposito di evitare le chiacchiere, alla fine diventerebbe santo! È una bella strada! Vogliamo diventare santi? Sì o no? [Piazza: Si!] Vogliamo vivere attaccati alle chiacchiere come abitudine? Sì o no? [Piazza: No!] Allora siamo d’accordo: niente chiacchiere! Gesù propone a chi lo segue la perfezione dell’amore: un amore la cui unica misura è di non avere misura, di andare oltre ogni calcolo. L’amore al prossimo è un atteggiamento talmente fondamentale che Gesù arriva ad affermare che il nostro rapporto con Dio non può essere sincero se non vogliamo fare pace con il prossimo. E dice così: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello» (vv. 23-24). Perciò siamo chiamati a riconciliarci con i nostri fratelli prima di manifestare la nostra devozione al Signore nella preghiera.
Da tutto questo si capisce che Gesù non dà importanza semplicemente all’osservanza disciplinare e alla condotta esteriore. Egli va alla radice della Legge, puntando soprattutto sull’intenzione e quindi sul cuore dell’uomo, da dove prendono origine le nostre azioni buone o malvagie. Per ottenere comportamenti buoni e onesti non bastano le norme giuridiche, ma occorrono delle motivazioni profonde, espressione di una sapienza nascosta, la Sapienza di Dio, che può essere accolta grazie allo Spirito Santo. E noi, attraverso la fede in Cristo, possiamo aprirci all’azione dello Spirito, che ci rende capaci di vivere l’amore divino.
Alla luce di questo insegnamento, ogni precetto rivela il suo pieno significato come esigenza d’amore, e tutti si ricongiungono nel più grande comandamento: ama Dio con tutto il cuore e ama il prossimo come te stesso.
[Papa Francesco, Angelus 16 febbraio 2014]
[…] Prosegue la lettura del cosiddetto “Discorso della montagna” di Gesù, che occupa i capitoli 5, 6 e 7 del Vangelo di Matteo. Dopo le “Beatitudini”, che sono il suo programma di vita, Gesù proclama la nuova Legge, la sua Torah, come la chiamano i nostri fratelli ebrei. In effetti, il Messia, alla sua venuta, avrebbe dovuto portare anche la rivelazione definitiva della Legge, ed è proprio ciò che Gesù dichiara: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti: non sono venuto ad abolire, ma a dare il pieno compimento”. E, rivolto ai suoi discepoli, aggiunge: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,17.20). Ma in che cosa consiste questa “pienezza” della Legge di Cristo, e questa “superiore” giustizia che Egli esige?
Gesù lo spiega mediante una serie di antitesi tra i comandamenti antichi e il suo modo di riproporli. Ogni volta inizia: “Avete inteso che fu detto agli antichi…”, e poi afferma: “Ma io vi dico…”. Ad esempio: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio” (Mt 5,21-22). E così per sei volte. Questo modo di parlare suscitava grande impressione nella gente, che rimaneva spaventata, perché quell’“io vi dico” equivaleva a rivendicare per sé la stessa autorità di Dio, fonte della Legge. La novità di Gesù consiste, essenzialmente, nel fatto che Lui stesso “riempie” i comandamenti con l’amore di Dio, con la forza dello Spirito Santo che abita in Lui. E noi, attraverso la fede in Cristo, possiamo aprirci all’azione dello Spirito Santo, che ci rende capaci di vivere l’amore divino. Perciò ogni precetto diventa vero come esigenza d’amore, e tutti si ricongiungono in un unico comandamento: ama Dio con tutto il cuore e ama il prossimo come te stesso. “Pienezza della Legge è la carità”, scrive san Paolo (Rm 13,10). Davanti a questa esigenza, ad esempio, il pietoso caso dei quattro bambini Rom, morti la scorsa settimana alla periferia di questa città, nella loro baracca bruciata, impone di domandarci se una società più solidale e fraterna, più coerente nell’amore, cioè più cristiana, non avrebbe potuto evitare tale tragico fatto. E questa domanda vale per tanti altri avvenimenti dolorosi, più o meno noti, che avvengono quotidianamente nelle nostre città e nei nostri paesi.
Cari amici, forse non è un caso che la prima grande predicazione di Gesù si chiami “Discorso della montagna”! Mosè salì sul monte Sinai per ricevere la Legge di Dio e portarla al Popolo eletto. Gesù è il Figlio stesso di Dio che è disceso dal Cielo per portarci al Cielo, all’altezza di Dio, sulla via dell’amore. Anzi, Lui stesso è questa via: non dobbiamo far altro che seguire Lui, per mettere in pratica la volontà di Dio ed entrare nel suo Regno, nella vita eterna. Una sola creatura è già arrivata alla cima della montagna: la Vergine Maria. Grazie all’unione con Gesù, la sua giustizia è stata perfetta: per questo la invochiamo Speculum iustitiae. Affidiamoci a lei, perché guidi anche i nostri passi nella fedeltà alla Legge di Cristo.
[Papa Benedetto, Angelus 13 febbraio 2011]
7. Nella sua attività di maestro, iniziata a Nazaret ed estesasi alla Galilea e alla Giudea fino alla capitale, Gerusalemme, Gesù sa cogliere e valorizzare i frutti abbondanti presenti nella tradizione religiosa di Israele. Egli la penetra con intelligenza nuova, ne fa emergere i valori vitali, ne mette in luce le prospettive profetiche. Non esita a denunciare le deviazioni degli uomini nei confronti dei disegni del Dio dell’alleanza.
In questo modo egli opera, nell’ambito dell’unica e medesima rivelazione divina, il passaggio dal “vecchio” al “nuovo”, senza abolire la Legge, ma portandola invece al suo pieno compimento (cf. Mt 5, 17). È il pensiero con il quale si apre la Lettera agli Ebrei: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio . . .” (Eb 1, 1).
8. Questo passaggio dal “vecchio” al “nuovo” caratterizza l’intero insegnamento del “Profeta” di Nazaret. Un esempio particolarmente chiaro è il discorso della montagna riportato nel Vangelo di Matteo. Gesù dice: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere . . . Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio” (Mt 5, 21-22). “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adultero con lei nel suo cuore” (Mt 5, 27-28). “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori . . .” (Mt 5, 43-44).
Insegnando in tal modo, Gesù allo stesso tempo dichiara: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento” (cf. Mt 5, 17).
9. Questo “compiere” è una parola-chiave che si riferisce non soltanto all’insegnamento della verità rivelata da Dio, ma anche a tutta la storia di Israele, ossia del popolo di cui Gesù è figlio. Questa storia straordinaria, guidata fin dall’inizio dalla mano potente del Dio dell’alleanza, trova in Gesù il suo compimento. Il disegno che il Dio dell’alleanza aveva iscritto fin dall’inizio in questa storia, facendone la storia della salvezza, tendeva alla “pienezza dei tempi” (Gal 4, 4), che si realizza in Gesù Cristo. Il Profeta di Nazaret non esita a parlarne fin dal primo discorso pronunciato nella sinagoga della sua città.
10. Particolarmente eloquenti sono le parole di Gesù riferite nel Vangelo di Giovanni quando dice ai suoi oppositori: “Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno . . .”, e di fronte alla loro incredulità: “Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?”, Gesù conferma ancora più esplicitamente: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, lo sono” (Gv 8, 56-58). È evidente che Gesù afferma, non soltanto di essere il compimento dei disegni salvifici di Dio, iscritti nella storia di Israele dai tempi di Abramo, ma che la sua esistenza precede il tempo di Abramo, fino ad identificarsi come “colui che è” (Es 3, 14). Ma proprio per questo è lui, Gesù Cristo, il compimento della storia di Israele, perché “supera” questa storia con il suo mistero.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 4 febbraio 1987]
Bisogna vivere «la santità piccolina del negoziato», ossia quel «sano realismo» che «la Chiesa ci insegna»: si tratta, cioè, di rifiutare la logica del «o questo o niente» e di intraprendere la strada del «possibile» per riconciliarsi con gli altri. Ecco la proposta lanciata da Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 9 giugno, nella cappella della Casa Santa Marta. Con una piccola nota di tenerezza: durante l’omelia un bambino si è messo a piangere ma Francesco ha subito rassicurato i genitori: «No, rimaniamo tranquilli, perché la predica di un bambino in chiesa è più bella di quella del prete, di quella del vescovo e di quella del Papa. Lascialo fare: lascialo fare, che è la voce dell’innocenza che ci fa bene a tutti».
Per la sua riflessione, il Papa ha preso le mosse dal brano del Vangelo di Matteo (5, 20-26), proposto dalla liturgia: «Gesù è in mezzo al suo popolo e insegna ai discepoli, insegna la legge del popolo di Dio». Infatti «Gesù è quel legislatore che Mosè aveva promesso: “Verrà uno dopo di me...”». Egli dunque è «il vero legislatore, quello che ci insegna come dev’essere la legge per essere giusti». Ma «il popolo era un po’ disorientato, un po’ allo sbando, perché non sapeva cosa fare e quelli che insegnavano la legge non erano coerenti». Ed è Gesù stesso a dire loro: «Fate quello che dicono, ma non quello che fanno». Del resto, «non erano coerenti nella loro vita, non erano una testimonianza di vita». Così «Gesù, in questo passo del Vangelo, parla di superare: “La vostra giustizia deve superare quella degli scribi e dei farisei”». Dunque, «a questo popolo un po’ imprigionato in questa gabbia senza uscita, Gesù indica il cammino per uscire: è sempre uscire in su, superare, andare in su».
E in questa direzione, ha spiegato Francesco, Gesù «prende come un primo esempio — ne prende tanti, no? — il primo comandamento: amare Dio e amare il prossimo: “Avete inteso che fu detto agli antichi: non ucciderai”, uno dei comandamenti di amore al prossimo, “ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, dovrà essere sottoposto a giudizio. E chi poi dice al fratello stupido, dovrà essere sottoposto al sinedrio e chi gli dice pazzo sarà destinato al fuoco della Geenna”».
In sostanza, Gesù afferma che «è peccato non solo uccidere», ma anche «insultare e sgridare» il fratello. E «questo fa bene sentirlo», ha aggiunto il Papa, proprio «in questo tempo dove noi siamo tanto abituati ai qualificativi e abbiamo un vocabolario tanto creativo per insultare gli altri». Anche offendere, quindi, «è peccato, è uccidere». Perché «è dare uno schiaffo all’anima del fratello, alla dignità propria del fratello», dire frasi come: «non farci caso, questo è un pazzo, questo è uno stupido», e «tante altre parolacce che noi diciamo, con molta carità, agli altri». Questo, ha ribadito il Pontefice, «è peccato».
Francesco ha fatto notare che «Gesù risolve» i dubbi «di questo popolo disorientato e imprigionato guardando in su: la legge in su. E va avanti, collega la condotta del popolo con l’adorazione a Dio e dice: “Se tu vai all’altare a dare un’offerta e hai un problema con il fratello, o il fratello ce l’ha con te, va prima dal fratello, riconciliati”». E «questo è superare la legge e quello che dice è una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei».
«Quante volte noi nella Chiesa sentiamo queste cose, quante volte!» ha constatato il Papa, ricordando che non è raro sentire frasi del tipo: «Ma quel prete, quell’uomo, quella donna dell’azione cattolica, quel vescovo, quel Papa ci dicono “dovete fare così!”, e lui fa il contrario». Questo è proprio «lo scandalo che ferisce il popolo e non lascia che il popolo di Dio cresca, che vada avanti. Non libera». Anche «questo popolo — ha proseguito — aveva visto la rigidità di questi scribi e farisei», tanto che «quando veniva un profeta che dava loro un po’ di gioia lo perseguitavano e anche lo ammazzavano: non c’era posto per i profeti lì».
Per tale ragione «Gesù dice ai farisei: “Voi avete ucciso i profeti, avete perseguitato i profeti: quelli che portavano l’aria nuova”». Gesù, «come ha detto nella sinagoga di Nazareth, è venuto a portarci l’anno di grazia, a portarci la liberazione, la vera liberazione: quella di Gesù», appunto. Per Francesco, «la generosità, la santità è uscire ma sempre, sempre in su: uscire in su». Questa «è la liberazione dalla rigidità della legge e anche dagli idealismi che non ci fanno bene».
«Gesù ci conosce tanto bene — ha spiegato il Papa — e conosce come noi siamo stati fatti perché lui è il creatore, conosce la nostra natura». Ed ecco che ci suggerisce: «Se tu hai un problema con un fratello — dice la parola “avversario” — mettiti presto d’accordo». Così il Signore «ci insegna anche un sano realismo: tante volte non si può arrivare alla perfezione, ma almeno fate quello che potete, mettetevi d’accordo per non arrivare al giudizio». È questo il «sano realismo della Chiesa cattolica: la Chiesa cattolica mai insegna “o questo, o questo”». Piuttosto «la Chiesa dice: “questo e questo”». Insomma, «fai la perfezione: riconciliati con tuo fratello, non insultarlo, amalo, ma se c’è qualche problema almeno mettiti d’accordo, perché non scoppi la guerra». Ecco il «sano realismo del cattolicesimo». Invece «non è cattolico ma è eretico» dire: «o questo o niente».
«Gesù — ha assicurato Francesco — sempre sa camminare con noi, ci dà l’ideale, ci accompagna verso l’ideale, ci libera da questo ingabbiamento della rigidità della legge e ci dice: “Fate fino al punto che potete fare”. E lui ci capisce bene». È «questo il nostro Signore, è questo quello che insegna a noi» dicendoci: «Per favore, non insultatevi e non siate ipocriti: andate a lodare Dio con la stessa lingua con la quale insultate il fratello, no, questo non si fa, ma fate quello che potete, almeno evitate la guerra fra di voi, mettetevi d’accordo». E, ha aggiunto il Papa, «mi permetto di dirvi questa parola che sembra un po’ strana, è la santità piccolina del negoziato: non posso tutto, ma voglio fare tutto, ma mi metto d’accordo con te, almeno non ci insultiamo, non facciamo la guerra e viviamo tutti in pace».
«Gesù è un grande — ha detto il Pontefice in conclusione — e ci libera da tutte le nostre miserie, anche da quell’idealismo che non è cattolico». Per questo «chiediamo al Signore che ci insegni, primo, a uscire da ogni rigidità, ma uscire in su, per poter adorare e lodare Dio; che ci insegni a riconciliarci fra noi; e anche, che ci insegni a metterci d’accordo fino al punto che noi possiamo farlo».
[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 10/06/2016]
(Mt 5,17-19)
Di fronte ai precetti della Legge si manifestano atteggiamenti distanti. Da un lato c’è chi dimostra attaccamento al senso materiale di quanto stabilito, dall’altro omissione o disprezzo delle norme.
Gesù porgeva un insegnamento così nuovo e radicale da dare l’impressione di noncuranza e rifiuto della Legge. Ma in effetti, più che alle divergenze con la stessa, Egli era attento al senso profondo delle direttive biblico-giudaiche.
Non intendeva «demolire» (v.17) la Torah, ma certo evitava di lasciarsi minimizzare nelle casistiche della morale che parcellizzava le scelte di fondo - e le rendeva tutte esteriori, senza fulcro.
La sclerotizzazione legalista tendeva facilmente a equiparare i codici… con Dio. Ma per il credente, il suo “obbligo” è insieme vicenda, Parola e Persona: sequela globale.
Nelle prime comunità alcuni fedeli ritenevano che le norme del Primo Testamento non dovessero più essere considerate, in quanto siamo salvi per Fede e non per opere di Legge.
Altri accettavano Gesù come Messia, ma non sopportavano l’eccesso di libertà con la quale alcuni fratelli di chiesa vivevano la sua Presenza.
Ancora legati a un’estrazione ideale etnica, ritenevano che l’osservanza antica fosse obbligante.
Non mancavano credenti rapiti da un eccesso di fantasie nello Spirito. Alcuni infatti rinnegavano le Scritture ebraiche e si ritenevano sciolti dalla storia: non guardavano più la vicenda di Gesù.
Mt cerca un equilibrio fra emancipazione e chiusura.
Egli scrive il suo Vangelo per sostenere i convertiti alla Fede in Cristo nelle comunità di Galilea e Siria, accusati dai fratelli giudaizzanti di essere infedeli alla Torah.
L’evangelista chiarisce che Gesù stesso era stato accusato di gravi trasgressioni alla Legge di Mosè.
La traiettoria delle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né forza in sé per giungere a Bersaglio.
La freccia della Torah è stata scoccata nella giusta direzione, ma solo nello Spirito delle Beatitudini un’assemblea viva può ottenere slancio per raggiungere la Comunione.
Il passo di Vangelo si preoccupa di sottolineare: le Scritture antiche, la vicenda storica di Gesù, e la vita nello Spirito, debbono essere valutati aspetti inseparabili di un unico disegno di salvezza.
Vissuti in sinergia, essi conducono alla convivialità delle differenze.
Il Dio dei patriarchi si rende presente nella relazione d’amore delle comunità, per la Fede in Cristo, che nei cuori dilata la sua stessa vita.
Il Vivente trasmette lo Spirito che sprona ogni creatività, supera le chiusure scostanti; apre, e invita.
[In noi Gesù di Nazaret diventa Corpo vivo - e il gusto di fare Lo manifesta (a partire dall’anima) in Persona e Fedeltà piena].
Il porgersi ai fratelli e l’andare a Dio diventa così per tutti agile, spontaneo, ricco e personalissimo: la Forza viene da dentro.
Parole nuove o Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.
Solo nel fascino totale del Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando ‘per sempre’.
[Mercoledì 10.a sett. T.O. 10 giugno 2026]
Felicità non scadente
(Mt 5,17-19)
Nelle prime comunità alcuni fedeli ritenevano che le norme del Primo Testamento non dovessero più essere considerate, in quanto siamo salvi per Fede e non per opere di Legge.
Altri accettavano Gesù come Messia, ma non sopportavano l’eccesso di libertà con la quale alcuni fratelli di chiesa vivevano la sua Presenza in Spirito.
Ancora legati a un’estrazione ideale etnica, ritenevano che l’osservanza antica fosse obbligante.
Proprio con la scusa della “vita nello Spirito”, non mancavano credenti rapiti da un eccesso di fantasie (personali o di gruppo), ritenute “ispirate”.
Alcuni dalla mentalità facilona, incline a compromessi col potere, rinnegavano le Scritture ebraiche e si ritenevano sciolti dalla storia: non guardavano più la vicenda di Gesù.
Mt cerca un equilibrio fra emancipazione compromissoria e chiusura nelle osservanze, ritenendo che l’esperienza comunitaria potesse raggiungere un’armonia fra diverse sensibilità.
Egli scrive il suo Vangelo appunto per sostenere i convertiti alla Fede in Cristo nelle comunità di Galilea e Siria, accusati dai fratelli giudaizzanti di essere infedeli alla Torah.
L’evangelista chiarisce che Gesù stesso era stato accusato di gravi trasgressioni alla Legge di Mosè.
La freccia della Torah è stata scoccata nella giusta direzione, ma solo nello Spirito delle Beatitudini un’assemblea viva può ottenere slancio per raggiungere l’obbiettivo ideale: la Comunione.
Mt si preoccupa di sottolineare che le Scritture antiche, la vicenda storica di Gesù, e la vita nello Spirito, debbano essere valutati aspetti inseparabili di un unico disegno di salvezza.
Vissuti in sinergia, essi conducono alla coesistenza fruttuosa, e convivialità delle differenze.
Il Dio dei patriarchi si rende presente nella relazione d’amore delle comunità, per la Fede in Cristo che nei cuori dilata la sua stessa vita.
Il Vivente trasmette lo Spirito che sprona ogni creatività, supera le chiusure scostanti; apre, e invita.
Insomma, in noi Gesù di Nazaret diventa Corpo vivo - e il gusto di fare Lo manifesta (a partire dall’anima) in Persona e Fedeltà piena.
Il porgersi ai fratelli e l’andare a Dio diventa così per tutti agile, spontaneo, ricco e personalissimo: la Forza viene da dentro, non da idee comuni, retaggi, seduzioni, manierismi, o spinte esterne.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
La legge su pietra è rimasta in te cosa rigida, oppure senti un impulso di Alleanza nuova?
Intuisci dentro un desiderio attualizzato e irresistibile di bene, che delle Scritture riscopre tutto, e dinamizza la Parola nei vari gusti del fare?
Demolire o Compiere
Di fronte ai precetti della Legge si manifestano atteggiamenti distanti.
Da un lato c’è chi dimostra attaccamento al senso materiale di quanto stabilito; dall’altro, omissione o disprezzo delle norme.
Gesù porgeva un insegnamento così nuovo e radicale da dare l’impressione di noncuranza e rifiuto della Legge. Ma in effetti, più che alle divergenze con la stessa, Egli era attento allo spirito e al senso profondo delle direttive biblico-giudaiche.
Non intendeva «demolire» (v.17) la Torah, ma certo evitava ancor più di lasciarsi minimizzare nelle casistiche della morale.
Tale ossessione eticista - ancora viva nelle fraternità primitive - parcellizzava e sgretolava il significato delle scelte di fondo, e le rendeva tutte esteriori, senza fulcro.
In tal guisa, si produceva di fatto una sclerotizzazione legalista, la quale tendeva facilmente a equiparare i codici… con Dio.
Ma per il credente, il suo “obbligo” è insieme vicenda, spirito della Parola, e Persona: sequela globale in quei medesimi incomparabili appuntamenti.
I fedeli delle comunità di Galilea e Siria subivano le critiche dei giudei all’antica.
Tali osservanti accusavano i correligionari convertiti alla nuova Fede personale, creativa, di essere trasgressori e contrari alla profondità della comune Tradizione.
Così alcuni sottolineavano la salvezza per sola fede nel Cristo e non per opere di legge. Altri non accettavano la Libertà che si manifestava crescente proprio in coloro che iniziavano a credere in Gesù Messia.
Nuove correnti più radicali desideravano già prescindere dalla sua storia e dalla sua Persona, per sbarazzarsene e rifugiarsi in una generica “avanguardia” o “libertà di spirito” - senza spina dorsale, né peripezie o congiunzioni.
Mt aiuta a capire il dissidio: la direzione della Freccia scoccata dalle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né la forza per giungere a Bersaglio.
L’evangelista armonizza le tensioni, sottolineando che l’osservanza autentica non è fedeltà formale [obbedienza della “lettera”].
Lo spirito di adempimento fondamentale non consente di mettere fra parentesi il Cristo totale e le sue traversie, magari restando poi neutrali o sognatori indifferenti.
Senza riduzioni in forza dell’elezione, né «abbattere» (v.17) i modi di essere, antichi e identificati o particolari - Egli è presente nelle sfaccettature delle più diverse correnti di pensiero.
Parole nuove, Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.
Solo nel fascino totale del Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando per sempre.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come valuti Pentateuco, Salmi e Profeti?
Come affronti le situazioni in armonia con la Voce del Signore e nel suo Spirito?
Puro e impuro: Legge di Dio oppure Tradizione
(Mt 15,1-2.10-14)
L’enciclica Fratelli Tutti invita a uno sguardo prospettico, che suscita la decisione e l’azione: un occhio nuovo, colmo di Speranza.
Essa «ci parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui vive. Ci parla di una sete, di un’aspirazione, di un anelito di pienezza, di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito verso cose grandi, come la verità, la bontà e la bellezza, la giustizia e l’amore. [...] La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa» (n.55; da un Saluto ai giovani de L’Avana, settembre 2015).
L’Amico invisibile in noi è l’unica Guida che è opportuno seguire con accortezza e puntiglio.
Unico Maestro di Spirito che comprende il diverso e non lo molesta - perché non ci usa (per promuovere se stesso o la propria categoria).
Il paradosso Legge o Tradizione appartiene al v.3 - inizialmente compreso, poi escluso dalla Liturgia: “Perché anche voi trasgredite il Comandamento di Dio in nome della vostra Tradizione?”.
Le abitudini normalizzano le maniere.
Nel tempo, le usanze meccanicamente adempiute fanno perdere il senso dei Comandamenti da cui erano scaturite.
E i vacui costumi morali poi rovinano la vita (vv.4-9), indispettiscono, esacerbano gli animi.
Le leggi di purità discriminavano le persone e le colmavano di risentimento.
Invece, al Banchetto eucaristico non si devono introdurre esclusivismi. Né si fa parte della Comunità del Signore sulla base di selezioni ambigue.
L’abluzione delle mani fino ai gomiti era prassi consueta, che proclamava il distacco dei giudaizzanti dal mondo pagano: una sorta di rito che celebrava la separazione fra (supposti) puri e impuri.
All’Eucaristia invece si accede senza trafile o discipline dell’arcano, né radiografie preventive.
Tutti sono ben accolti, perché è l’Incontro con Dio che rende viva e sana l’umanità di qualsiasi estrazione culturale.
Per Gesù l’accesso al Padre non può essere normato: dipende dalla persona e le sue vicende.
Quindi la comunione con Dio è immediata e gratuita, del tutto priva di condizioni di perfezione a monte.
Secondo lui i figli possono comparire davanti al Padre in qualsiasi situazione, momento o maniera: in rapporto di immediatezza e libertà.
Solo la scarsa qualità di relazione col prossimo può contaminare la donna e l’uomo, non altro.
Non ci sono altri obblighi o timori che possano ossessionarci d’imperfezione, inadeguatezza, indegnità.
Viceversa le persone vivevano in un clima di ossessione, stracolme di timori su dettagli che a Dio non interessavano.
E nell’effervescenza della cultura semitica non mancava una corrente più sensibile alle esigenze sociali e reali della vita [legata alla teologia dei profeti e dei salmi] che ha generato Gesù di Nazaret.
Un numero crescente di fedeli non concordavano più con l’insegnamento legalista delle guide ufficiali.
In aggiunta, l’attesa del Messia li aiutava a sperare in un cammino di “purezza” legato alla qualità di vita, e ai rapporti concreti.
Cristo apre una Via completamente nuova, per avvicinare la gente normale a un maggiore equilibrio; ad una intesa e Comunione col Padre, animate da fiducia sponsale, creativa.
Nell’ambito di Fede è la Vita che vince la morte.
Secondo la religiosità usuale, è viceversa il germe di morte che contamina la purità.
In questa prigione d’idee sballate, la gente viveva con il timore di peccato e delle trasgressioni (anche involontarie) sempre appiccicato addosso.
Per liberare le masse oppresse dall’ideologia moralista e devota che le sottoponeva a uno stillicidio quotidiano su tutti gli aspetti della vita, Gesù si vede costretto a rovesciare la gerarchia ‘dentro-fuori’ (v.11).
I leaders spirituali inculcavano l’idea che l'impurità provenisse dall’esterno, e fosse talmente incisiva da contaminare perfino le persone sante [anche per un semplice struscio - figuriamoci le masse destinate a un’esistenza ordinaria di privazioni].
Gesù invece ci fa sentire bene.
Egli inverte le virtù in campo, ben consapevole della potenza della Vita - e colloca il dibattito sul puro o impuro ad altro livello: di profondità, comportamento e relazione.
Ancora oggi la Fede ci trasmette equilibrio e fiducia piena nella marea provvidente della Grazia reale, la quale anche nel tempo della rinascita dalla crisi viene per riattivarci coi suoi inattesi impulsi - tutt’altro che approssimativamente religiosi o asettici.
Senza posa apre nuovi cammini, per farci realizzare e giungere a Dio.
Padre Figlio Spirito ci emancipano da atteggiamenti corporativi e dallo stare sempre sulla difensiva; per restituirci autostima, gioia di vivere, e farci sentire come in un Focolare.
Insomma, l’insegnamento di Cristo è Buona Notizia proprio perché è l’esatto contrario di quello delle convenzioni installate.
Il suo obbiettivo è lasciarci vivere intensamente, con la percezione di essere Lui in noi stessi a guidare il timone. E farlo più sapientemente, invece che farci finire male - come in una medesima, solita fossa comune [v.14; dove sono fatte salve solo alcune posizioni artefatte di leadership e plagio - senza senso per noi].
Per una convivenza trasparente
Gesù e la mania di governare: il cieco e i resi ciechi
[rif. Lc 6,39-45)]
«Lasciateli! Sono ciechi guide. Ma se un cieco guida un cieco, entrambi cadranno in una fossa» (Mt 15,14).
«Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali!» (Papa Francesco FT n.100).
Per vivere in modo fraterno e sapiente non basta stare insieme in due, tre, dieci o più: potremmo essere come tanti ciechi che non sanno dimorare con se stessi.
In tal caso, la vita di relazione si fa esteriore e può diventare vuota - solo colma di giudizi: fiscale, ostinata e pedestre.
Allora sorge dentro il risentimento, per essere costretti in uno spazio maniacale che non ci corrisponde.
L’inevitabile malessere inizia a declinare se e quando proprio chi coordina la comitiva o la compagnia vive il suo esser vicino con estrema modestia, con senso dei suoi stessi confini.
La Via dello Spirito è infatti iniziativa-risposta vocazionale al bisogno di una Guida autentica.
I pastori autentici aiutano solo quando si mettono in discussione prima degli altri, quando non restano impigliati in un esercizio di vacuo indottrinamento e moralismo che esacerba gli animi, indispettisce.
Così l’Amico interiore che conduce infallibilmente le anime vuole sì riflettersi nei “maestri” - ma nella misura in cui essi c’introducono a incontrare noi stessi e la saggezza della Scrittura (più volentieri che a trastullarsi in propri ambiti megalomani).
Commentando il Tao xxix, il maestro Ho-shang Kung puntualizza (di chi vuol essere signore del mondo):
«Vuole governare le creature con l’azione. A mio parere non vi riuscirà, poiché la Via del Cielo e il cuore degli uomini sono chiari.
La Via del Cielo [Perfezione dell’armonia] detesta la confusione [riguardo la propria natura, spontaneamente espressa] e l’impurità [artifizio], il cuore umano detesta le troppe brame».
L’antico popolo eletto s’è ritrovato duro di cuore, smarrito e privo di orizzonte, perché malguidato da capi religiosi fiscali e terra terra.
La loro cecità ottenebrante e artificiosa è stata la rovina concreta del destino e della qualità di vita di tutta la nazione.
Gesù si rivolge agli apostoli affinché le sue assemblee d’ingenui, umili e disorientati non facciano la medesima fine - a motivo d’una mancanza di rettitudine proprio dei responsabili di comunità.
Questi ultimi - se inebriati da autocompiacimento - talora invece di umanizzare, promuovere e rallegrare l’esistenza della gente comune, volentieri la soffocano di minuzie e deviano verso nullaggini.
Il Signore non vuole assolutamente che gli animatori delle sue fraternità si permettano il lusso di farsi superiori agli altri e padroni della verità. La Verità evangelica non è qualcosa che si ha, ma che si fa.
Il Maestro non è colui che impartisce lezioni: accompagna gli allievi e vive con loro; non si limita alle maniere.
Non insegna materie varie, etichetta, manierismi, buona creanza: trasmette piuttosto la Persona viva e globale del Cristo - anche quella senza galateo - non spersonalizzando il discepolo.
Insomma, il Risorto non è solo un esempio da imitare, un modello che fa assumere impegni e minuzie, un fondatore d’istituto, d’ideologia mirata, o di religione (grammatica, dottrina, stile e disciplina).
In Gesù siamo chiamati a identificarci - non “a orecchio”, né copiando. La Fede stessa è relazione poliedrica.
Essa ci spinge a reinterpretare Cristo in modo inedito; ciascuno di noi in correlazione alla storia di vita, alle nuove situazioni, accadimenti, emergenze culturali, sensibilità, genio del tempo.
È l’esperienza diretta e personale del Padre come propugnata dal Figlio. Conquista che sconvolge le misure puerili, mondane o consuetudinarie.
Scaturigine e appropriazione che consente di coglierci temerariamente già redenti, per passare dalle tenebre alla luce senza condizioni né trafile martellanti.
Quella del Signore è Luce frutto d’Azione inedita e forte dello Spirito.
Intuizione dei segni e Virtù che vince il disorientamento d’ogni sviato, se prigioniero di opinioni, piccinerie, egoismo solitario e non.
Energia inattesa che tuttavia scende in campo anche grazie alle situazioni paludose cui sente di reagire; e si fa potenza rigenerante, vita inaspettata (dei salvati già qui e ora).
Cristo chiede un atteggiamento inventivo anche nel porgersi al fratello - senza schemi e codicilli preconcetti, asfissianti, morbosi o cerebrali; senza forse, solo per accogliere.
Apertura quasi impossibile, se i ministri di comunità restano distratti o sono già tarati - quindi verso gli altri inutilmente rigidi.
In tal guisa essi resterebbero puntigliosi, più impazienti del Dio pagano che hanno ancora in corpo e in testa.
Tutti noi, gratuitamente risanati, siamo appunto stati chiamati per Nome: in modo speciale - e ad orientare i fratelli su opzioni fondamentali. Quali guide esperte dell’anima e della intensità di relazione.
Non comandanti e reggitori senza possibilità di ricambio: bensì pane, sostegno, alimento, segno luminoso del Signore, pungolo in favore della vita altrui.
I responsabili di chiesa devono essere particolarissimi punti di riferimento e cardini di comunione estrosa, rigenerante - dai quali traspare la persistenza e tolleranza d’una superiore forza di reciprocità.
L’occhio del fedele in Cristo rimane limpido e luminoso perché trova Amici geniali che lo introducono a confrontarsi e rispecchiarsi non con modelli esterni e indotti (da opinioni o propositi), ma con la Parola.
Condizionati dal bombardamento della “società dell’esterno” o da banali interessi di parte, la stessa guida spirituale può viceversa smarrire il discernimento creativo.
Così si riattacca all’uomo vecchio, legato a corte speranze; tanti piccini e trascurabili nonnulla - infine ridiventa «cieco».
Nel regno delle tenebre s’annoverano purtroppo non solo miopi, ipermetropi o astigmatici, ma soprattutto coloro che vedono “lontano” (come si dice) ma non le persone sotto gli occhi.
Più svelti e organizzati di altri, prendono in pugno la situazione.
A lungo le cose in loro compagnia sembrano piacevoli, ma non avendo radice profonda, infine proprio costoro rovinano il destino dei malfermi.
Allestiscono eventi o festival, invece di riqualificare da dentro, e intonare il canto autentico della vita completa, lieta per tutti.
Oltre i difetti di vista, attenzione anche alla «misura»: non siamo chiamati a diventare gentiluomini buonisti e impeccabili, né rinunciatari un pochino più avveduti e “concreti”.
Tutti questi sono già vecchi fallimenti, che non guardano in faccia il presente e non aprono futuro.
Abbiamo ricevuto in Dono la Missione di edificare il mondo nel Risorto, che sprigiona forza e scintilla divina: cieli e terra radicalmente nuovi, anche nelle nostre ricerche.
Figuriamoci soffermarsi sulle «pagliuzze».
Insomma, per grazia, guida, orientamento propulsivo e azione, l’Azione genuina della Provvidenza vitale ci allontana dal signoreggiare di antiche sovrastrutture [«travi» nell’occhio].
Con tale bagaglio personale ci si può anche fare accompagnatori di un’umanità non più alienata, bensì messa in grado di respirare oltre i soliti fervorini… che incitano bazzecole.
Malgrado i difetti, guidati e benedetti dal Maestro grande e dalla sua Parola nello Spirito, sarà il nostro desiderio di pienezza di vita ampia e completa, a non farci perdere di vista la nostra sacra Unicità nel mondo.
Quando il Signore Gesù insegnava alle folle, non mancò di confermare la legge che il Creatore aveva iscritto nel cuore dell'uomo ed aveva poi formulato sulle tavole del Decalogo. "Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure uno iota o un segno, senza che tutto si sia compiuto" (Mt 5, 17-18). Gesù però ci ha mostrato con una nuova chiarezza il centro unificante delle leggi divine rivelate sul Sinai, cioè l'amore di Dio e del prossimo: "Amare [Dio] con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (Mc 12, 33). Anzi, Gesù nella sua vita e nel suo mistero pasquale ha portato a compimento tutta la legge. Unendosi con noi mediante il dono dello Spirito Santo, porta con noi e in noi il "giogo" della legge, che così diventa un "carico leggero" (Mt 11, 30). In questo spirito Gesù formulò il suo elenco degli atteggiamenti interiori di coloro che cercano di vivere profondamente la fede: Beati i poveri in spirito, quelli che piangono, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia... (cfr Mt 5, 3-12).
[Papa Benedetto, omelia Varsavia 26 maggio 2006]
Jesus showed us with a new clarity the unifying centre of the divine laws revealed on Sinai […] Indeed, in his life and in his Paschal Mystery Jesus brought the entire law to completion. Uniting himself with us through the gift of the Holy Spirit, he carries with us and in us the “yoke” of the law, which thereby becomes a “light burden” (Pope Benedict)
Gesù ci ha mostrato con una nuova chiarezza il centro unificante delle leggi divine rivelate sul Sinai […] Anzi, Gesù nella sua vita e nel suo mistero pasquale ha portato a compimento tutta la legge. Unendosi con noi mediante il dono dello Spirito Santo, porta con noi e in noi il "giogo" della legge, che così diventa un "carico leggero" (Papa Benedetto)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
"How will we be able to live without him?". In these words of St Ignatius we hear echoing the affirmation of the martyrs of Abitene: "Sine dominico non possumus" [Pope Benedict]
"Come potremmo vivere senza di Lui?". Sentiamo echeggiare in queste parole di Sant’Ignazio l’affermazione dei martiri di Abitene: "Sine dominico non possumus" [Papa Benedetto]
The kingdom of Christ is manifested, as the Council teaches, in the 'kingship' of man [John Paul II]
Il regno di Cristo si manifesta, come insegna il Concilio, nella “regalità” dell’uomo [Giovanni Paolo II]
In the middle of the dense forest of rules and regulations — to the legalisms of past and present — Jesus makes an opening through which one can catch a glimpse of two faces: the face of the Father and the face of the brother. He does not give us two formulas or two precepts: there are no precepts nor formulas. He gives us two faces [Pope Francis]
In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – ai legalismi di ieri e di oggi – Gesù opera uno squarcio che permette di scorgere due volti: il volto del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti: non sono precetti e formule; ci consegna due volti [Papa Francesco]
Whoever is inscribed in God's name participates in God's life, and lives. Therefore to believe is to be inscribed in the name of God. Thus we are alive. Whoever has a share in God's name is not dead but rather belongs to the living God. In this sense we should be able to understand the dynamism of faith, which entails enrolling our names in the name of God and in this way entering into life [Pope Benedict]
Chi è scritto nel nome di Dio partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è essere iscritti nel nome di Dio. E così siamo vivi. Chi appartiene al nome di Dio non è un morto, appartiene al Dio vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di Dio e così un entrare nella vita [Papa Benedetto]
As sometimes happens in the Gospel, faced with the trap set for him by his enemies, Jesus, with his response, rises above the contingent controversy and goes far beyond the particular and mutually divergent positions (John Paul II)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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