Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
1-2 Novembre]
Prima Lettura dal libro dell’Apocalisse (Ap 7,2-4.9-14)
1. San Giovanni racconta e descrive una visione: Io, Giovanni, ho visto un angelo che saliva da oriente, da dove sorge il sole e, successivamente, ho visto una folla immensa, che nessuno poteva contare. Contempliamo con l’apostolo una visione mistica, in altri termini, una rappresentazione simbolica che non va però interpretata alla lettera. Per comprenderne il messaggio che l’autore intende trasmettere, bisogna andare oltre le immagini che descrive. Giovanni racconta una grande processione composta da due gruppi distinti. Il primo gruppo è formato da 144.000 persone, che definisce servitori di Dio. Numero che non va inteso in senso letterale, ma simbolico e queste persone portano il sigillo del Dio vivente, che rappresenta il Battesimo. Si tratta quindi del popolo dei battezzati, cioè dei cristiani in quel tempo perseguitati ai quali Giovanni si rivolge nel libro dell’Apocalisse, ultimo della Bibbia. Il secondo gruppo è costituito da una folla immensa e innumerevole, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua, che rappresenta l’intera umanità. Il numero quattro, presente simbolicamente in questa enumerazione, richiama il mondo creato, il cosmo e tutti gli esseri umani, forse anche attraverso il riferimento ai quattro punti cardinali. Ma quale è il significato dei simboli? La folla immensa indossa vesti bianche, sta in piedi davanti al trono di Dio e dell’Agnello e tiene in mano delle palme, tutti elementi con un preciso significato: le vesti bianche indicano la purezza e la veste nuziale, simbolo della salvezza; lo stare in piedi richiama la condizione di chi è risorto e ha vinto la morte e le palme sono il simbolo della vittoria; il trono di Dio e l’Agnello descrivono la presenza divina davanti alla quale si riunisce la folla dei salvati. Tutti questi simboli provano che quelle persone hanno raggiunto la salvezza e la folla stessa lo proclama, affermando che la salvezza appartiene a Dio, che siede sul trono, e all’Agnello.
2. Ma quale è il rapporto tra i battezzati e la folla dei salvati? Un aspetto importante è che la seconda folla, quella immensa e proveniente da tutta l’umanità, non porta il sigillo del Battesimo descritto per il primo gruppo. Nasce quindi una domanda: chi ha contribuito alla salvezza di questa folla? Secondo l’interpretazione proposta dal testo, un ruolo fondamentale è svolto proprio dai 144.000, cioè dai cristiani contemporanei di Giovanni. Alla fine del primo secolo, questi cristiani affrontavano una terribile persecuzione sotto l’imperatore Domiziano (81-96 dC). Nonostante le sofferenze e le difficoltà, essi erano chiamati a rimanere fedeli alla propria fede e a continuare a testimoniare il Vangelo. La loro perseveranza non era importante soltanto per loro stessi, ma perché poteva portare frutti anche per gli altri uomini. Il messaggio principale che Giovanni vuole trasmettere ai cristiani perseguitati è un invito a non perdere la fede e a perseverare anche nelle situazioni più difficili perché le sofferenze affrontate durante la persecuzione non sono inutili: attraverso la loro testimonianza, i cristiani possono contribuire alla salvezza dell’intera umanità.
3. Qui l’apostolo parla della «grande prova», riferendosi alle persecuzioni che i cristiani in quel tempo erano costretti a sopportare. Proprio nella prova si trova un significato profondo: la fedeltà a Dio, soprattutto quando comporta sofferenza, diventa uno strumento attraverso il quale altre persone vengono condotte alla salvezza. La visione, quindi, non vuole soltanto rassicurare i cristiani perseguitati, ma anche mostrare che la loro testimonianza ha un valore universale. Il messaggio è chiaro: attraverso questa immagine, l’Apocalisse insegna che quando i cristiani rimangono fedeli nelle persecuzioni, la loro testimonianza porta frutti che vanno ben oltre la loro comunità e, perseverando fedelmente nelle prove e nel martirio spesso crudele, i credenti contribuiscono alla salvezza dell’intera umanità. La visione esprime così un messaggio di speranza: più le prove sono dure, più il cristiano diventa strumento di conversione e di salvezza per tanti. Nota. l’esercito romano usava mettere un segno sulla fronte delle reclute; allo stesso modo il battezzato diventa soldato del re del cielo e questo sigillo protettore era conosciuto anche nell’Antico Testamento (Es. 12,7; Ez 9,4). Inoltre nell’Apocalisse Giovanni vede la vittoria dei poveri e dei piccoli come rivelazione della vittoria di Dio sulle forze del male.
Salmo responsoriale (23/24)
1. Ci troviamo nel Tempio di Gerusalemme. Una grande processione si avvicina e, arrivata alle porte del Tempio, due cori iniziano a cantare alternandosi e dialogando tra loro: «Chi salirà sul monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?». Già il profeta Isaia paragonava Dio, tre volte Santo, a un fuoco divorante e si poneva questa domanda: «Chi di noi potrà resistere davanti a questo fuoco divorante? Chi potrà stare davanti a queste fiamme eterne?» (Is33,14). Il significato è che l’uomo, da solo, non sarebbe in grado di sostenere la vista di Dio e lo splendore della sua gloria. Il salmo esprime la gioia e il trionfo del popolo eletto, che viene accolto alla presenza di Dio senza averne alcun merito.
2. Una delle grandi scoperte del popolo d’Israele è che Dio è il Santo, completamente diverso da ogni altra realtà, ma allo stesso tempo si fa vicino all’uomo. Nonostante la sua santità e la sua grandezza, Dio permette all’uomo di stare alla sua presenza e di vivere in comunione con lui. Questo salmo è legato alla festa di Tutti i Santi perché i santi sono coloro che sono saliti sul monte del Signore e sono stati accolti alla sua presenza e ora .si uniscono agli angeli nel canto di lode. Durante la Messa, i cristiani cantano il Santo, unendosi spiritualmente alla moltitudine degli angeli e dei santi e oggi, festa di Tutti i Santi, la liturgia commemora questa folla immensa, che nessuno può contare.
3. Il salmo descrive poi la risposta alla domanda iniziale e cioè la persona che può stare davanti a Dio è “chi ha mani innocenti e cuore puro” e non si affida agli idoli. Il significato principale di “purezza” non riguarda il comportamento morale perché il popolo sa di essere accolto da Dio non per i propri meriti, ma per la sua benevolenza e la condizione fondamentale richiesta è rimanere fedele all’unico vero Dio rifiutando gli idoli. Nella Bibbia, la parola puro può essere paragonata al suo significato in chimica: una sostanza è pura quando non è mescolata con altre sostanze. Allo stesso modo, un cuore puro è un cuore che si si rivolge soltanto a Dio. La purezza del cuore, quindi, significa soprattutto fedeltà totale a Dio e il salmo insegna che l’uomo può stare alla sua presenza non perché sia perfetto o abbia accumulato meriti, ma perché cerca di vivere nella fedeltà all’unico vero Dio.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Giovanni (3, 1-3)
1. «Carissimi, vedete…»: con queste parole San Giovanni ci invita a contemplare, perché imparare a guardare è fondamentale per la nostra vita di fede. Tutta la storia dell’umanità può essere considerata un percorso attraverso il quale l’uomo impara a vedere nel modo giusto. Gesù diceva: «Hanno occhi per vedere, ma non vedono». Questo è il dramma dell’uomo: avere occhi senza riuscire a riconoscere la verità, senza vedere l’amore di Dio per l’umanità. San Giovanni invita qui a imparare a guardare con gli occhi della fede. Il tema dello sguardo è presente in tutta la Bibbia e ha sempre lo stesso significato: saper guardare e aprire gli occhi significa scoprire il vero volto di Dio, che è amore.
2. Al contrario, il nostro modo di guardare può essere deformato e portarci a interpretare male la realtà. Come avvenne nel giardino dell’Eden, dove tutto dipende dal modo in cui Adamo ed Eva hanno guardato e interpretato ciò che li circondava. il giardino dell’Eden, ha al suo centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. Dio permette all’uomo di mangiare i frutti di tutti gli alberi, compreso quello della vita, ma gli proibisce di mangiare il frutto di quello della conoscenza del bene e del male. Il serpente pone alla donna una domanda apparentemente innocente: «È vero che Dio vi ha detto di non mangiare i frutti di nessun albero del giardino?». Il semplice fatto di prestare ascolto al serpente comincia a modificare lo sguardo. Eva, infatti, inizia a considerare come centrale l’albero proibito, anziché l’albero della vita. La sua attenzione si sposta dalla bontà dei doni ricevuti da Dio verso ciò che le è stato vietato. Questo particolare è importante perché mostra come, a volte, sia sufficiente ascoltare una voce ingannevole per cominciare a vedere la realtà in modo sbagliato. Il serpente continua a ingannare Eva, promettendole che, se mangerà il frutto, non morirà, ma diventerà come Dio, conoscendo il bene e il male. La donna allora guarda l’albero e lo vede buono da mangiare, bello da contemplare e desiderabile per acquistare saggezza. Il racconto insiste volutamente sulle parole legate alla vista e allo sguardo. Prende il frutto, lo mangia e lo offre ad Adamo, che mangia a sua volta. A quel punto, il testo afferma che gli occhi di entrambi si aprono e vedono la loto nudità. Non solo non sono diventati come Dio, ma iniziano a vivere dolorosamente la propria nudità, cioè la loro fragilità e povertà fondamentale. Il racconto mostra quindi che uno sguardo ingannato può allontanare l’uomo dalla verità e far perdere di vista la bontà di Dio.
3. Quale legame esiste tra il racconto di Adamo ed Eva e questa Lettura? La storia di Adamo ed Eva è sempre stata considerata una chiave per comprendere l’infelicità e la sofferenza dell’umanità. L’uomo, ingannato, arriva a sospettare di Dio e a considerarlo qualcuno che vuole impedirgli di essere felice. San Giovanni, invece, ci invita a fare il contrario: «Guardate!», cioè imparate a vedere e ad aprire gli occhi. Il messaggio è che dobbiamo imparare a riconoscere il vero volto di Dio e il suo amore per noi. Quando Dio pone un limite all’uomo, non lo fa per impedirci di essere felici, anzi desidera il bene dell’umanità. Per questo è importante imparare a guardare la realtà attraverso la fede, senza lasciarsi ingannare da ciò che ci porta a dubitare del suo amore. Imitando l’esempio dei santi che oggi commemoriamo, impariamo a guardare con gli occhi della fede, per riconoscere l’amore di Dio e il suo progetto per l’umanità; apriamo gli occhi per riconoscere il vero volto di Dio. Il messaggio è chiaro: Dio non vuole privarci del bene, ma ci ama e desidera il nostro bene. Per vivere autenticamente la fede dobbiamo quindi imparare a guardare oltre le apparenze e a riconoscere la bontà e l’amore di Dio nella nostra vita.
Dal Vangelo secondo san Matteo (5, 1-12a)
1. "Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo..." . Gesù sale sul monte come Mosè sul Sinai, ma mentre Mosè scese portando tavole di pietra e una Legge con norme precettive, Gesù sale sul monte, cioè si pone con autorità, si siede che è il gesto del Maestro, del Rabbino che insegna con autorità e apre la bocca non per comandare qualcosa, ma per annunciare il vangelo della santità: "Beati". Non dà quindi precetti, traccia piuttosto un ritratto; non dice "dovete essere così", ma esorta: "voi siete già beati se...". Le Beatitudini non sono quindi otto comandamenti nuovi, più difficili dei precedenti. Sono in verità otto nomi di Gesù, il ritratto della sua vita e della sua missione, la sua carta d'identità che possiamo riconoscere nella vita di chi lo vuole seguire senza compromessi. E oggi, nella liturgia che ci fa contemplare tutti i santi nella gloria del Cielo, riconosciamo la santità dai mille volti. I santi non sono infatti superman, ma persone nelle quali le Beatitudini hanno preso carne in maniera che la loro vita ne diventa l’attuazione concreta. Nella diversità dei carismi essi ci ricordano che a tutti, proprio a tutti è possibile diventare santi, perché Gesù “il Santo per eccellenza” ci mostra l’esempio e ci assicura il suo costante sostegno. Con il battesimo tutti siamo santi, in altre parole apparteniamo a Dio per sua gratuita misericordia e la vita ci è data come concreta opportunità per incarnare in noi la divina volontà. E oggi, nel fulgore del trionfo del Cielo, riconosciamo i mille volti che assume la santità nelle storie di persone con tante esperienze spirituali diverse. Se ogni giorno dell’anno il calendario liturgico ci presenta “Beati e Santi” riconosciuti e proclamati tali dalla Chiesa, oggi abbracciamo un popolo immenso di gente semplice e umile, volti e nomi che fanno parte della storia quotidiana, persone che incarnano senza rumore le Beatitudini evangeliche in ognuna delle quali brilla un aspetto della santità di Dio.
2. "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Povero in spirito non è chi non ha nulla, ma chi sa di non bastare a se stesso. È l'opposto dell'uomo dell’intelligenza artificiale, che deve ottimizzare tutto e controllare tutto. Il povero dice: "Signore, ho bisogno di Te" e Dio in Gesù, che "da ricco che era si è fatto povero" (2 Cor 8,9), ha bisogno di farsi mendicante d'amore e la santità di Dio si fa piccola. Quanti uomini e donne di cui non conosciamo i nomi hanno vissuto nella semplicità e povertà come san Francesco ormai noto a tutti, e beato è allora chi non costruisce la sua vita sull'immagine, sul profilo, sul successo, ma si affida alle mani paterne di Dio. "Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati". Qui Dio si rivela come Consolatore. Il pianto non è debolezza, è la preghiera più vera perché Dio non è il Dio che toglie le lacrime con un tutorial, ma che piange con noi. Gesù piange su Gerusalemme, piange per Lazzaro. Le lacrime del credente sono la santità di Dio che condivide la ferita d’ogni corpo umano e beato è chi non scappa dal dolore con distrazioni infinite, ma lo abita e lo offre. "Beati i miti, perché avranno in eredità la terra". Mite non è il debole che non si arrabbia mai, ma chi ha forza e non la usa per schiacciare. Dio è mite: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore"(Mt 11,29). La mitezza conquisterà il mondo, e beato è chi in famiglia, al lavoro, sui social, non pretende di vincere sempre. "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati". Giustizia qui non è legalismo, ma tzedekah cioè il desiderio ardente che Dio regni, che l'uomo sia rispettato. Dio affamato di giustiziae non sopporta il male fatto al povero e beato è chi non si accontenta di dire "così fan tutti", ma ha fame di un mondo più giusto. "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia" Misericordia è il cuore di Dio, anzi rachamim, le sue viscere materne. Dio quindi non ha un algoritmo che calcola, ha viscere che si commuovono ed è beato chi perdona 70 volte 7, chi versa olio e non aceto sulle ferite di ogni persona. "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". Puro non è chi non ha mai peccato, è chi ha il cuore non diviso. Cor mundum, cuore semplice senza doppie intenzioni. Dio è puro, trasparente, è luce senza ombra e il puro vede perché non ha filtri di interesse. Beato allora è chi limpido, senza maschere e non vive di like. "Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio". Notate: non dice beati i pacifici, quelli tranquilli, ma gli operatori, i costruttori di pace. In ebraico shalom non è assenza di guerra, è pienezza di vita. Dio è operatore di pace perché ha rotto il muro tra cielo e terra e agisce in ogni cuore assetato di vera pace. Beato è chi non alimenta il rancore, chi lavora per la riconciliazione, chi in casa spegne il cellulare per accendere il dialogo e diventa apostolo di ascolto anche laddove sembra impossibile. "Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. È il sigillo finale. Dio è il perseguitato: dal presepe alla croce è stato sempre combattuto e rifiutato. La santità vera dà fastidio, perché smaschera e beato è chi resta fedele anche quando costa, chi non vende la coscienza per comodità. In definitiva ogni beatitudine ripete: non scoraggiarti e ascolta Gesù che indica il concreto sentiero della felicità che nemmeno la morte è capace di annullare. Il mondo predica: beati i ricchi, i forti, quelli che non piangono mai, i furbi, i senza cuore, i violenti, i vincenti. Gesù indica l'esatto opposto e la storia mostra che ha ragione. Ad esempio chi ricorda ed esalta oggi Erode, Pilato e altri personaggi che nei secoli sembravano onnipotenti? Il Vangelo invece continua a cambiare cuori e a seminare santi nei sentieri della storia. La folla di tutti i santi che oggi celebriamo sono, come diceva papa Francesco, “i santi della porta accanto”: Le nonne, le mamme che pregano e piangono spesso in silenzio, i papà che portano il peso della famiglia senza lamentarsi, i giovani che scelgono la purezza in un mondo che carezza ogni tipo di perversione, i bambini, i giovani e gli adulti malati che offrono tutto a Gesù per la conversione dei peccatori, i preti che continuano a testimoniare la gioia del vangelo anche quando tutto appare troppo faticoso e persino inutile. In definitiva santo è chi nel proprio cuore, pur tra fragilità e peccati, si lascia amare da Dio e lo segue cercando di affrontare con perseverante coraggio gli ostacoli della vita.
Commemorazione di tutti i fedeli defunti [2 Novembre]
Quest’oggi è dato a ogni prete di celebrare tre sante messe e per ognuna sono previste apposite Letture. Mi limito qui semplicemente a commentare tre Letture e un Salmo responsoriale.
Prima Lettura dal libro di Giobbe (19,1- 23-27)
1. L’autore sacro riflette sul significato della sofferenza, della fede e di Dio come liberatore, partendo dalla figura biblica di Giobbe, il simbolo di ogni uomo che soffre. Giobbe rappresenta il popolo d’Israele e, più in generale, tutti gli esseri umani che affrontano il problema del male, della sofferenza, del dolore e della morte. Non è necessariamente un personaggio realmente esistito: è piuttosto una figura simbolica nella quale si riconoscono miliardi di persone, compresi noi stessi quando soffriamo. Lo scrittore biblico è coraggioso perché osa gridare e ribellarsi contro la sofferenza in tutte le sue forme, ma nonostante il dolore, Giobbe resta un uomo credente e la sua fede si fonda sulla convinzione che Dio è vicino a ogni persona che soffre. Questa certezza accompagna il popolo d’Israele fin dall’esperienza di Mosè davanti al roveto ardente (Esodo capitolo3) e Giobbe considera questa fede così importante da desiderare che le sue parole siano incise per sempre nella pietra, con uno scalpello di ferro e del piombo, affinché nessuno possa cancellarle. Nell’antichità, infatti, il piombo veniva versato nelle lettere incise per renderle più leggibili.
2. Il mio redentore è vivo. La parola redentore significa in realtà liberatore e deriva dal termine ebraico Go’el, che indica il parente più prossimo, responsabile di liberare un familiare caduto in schiavitù a causa dei debiti. Nell’antico Israele, se una persona era costretta a vendersi come schiava per pagare i debiti, il parente più vicino doveva intervenire per riscattarla, pagando il creditore e restituendole la libertà (Levitico 25,47-49). Allo stesso modo, se qualcuno era costretto a vendere le proprie terre, il parente aveva il diritto di riacquistarle per preservare il patrimonio familiare (Levitico 25,25). Il pagamento economico era necessario, ma non era lo scopo principale: l’obiettivo fondamentale era liberare la persona dalla schiavitù. Questa istituzione esprime un principio importante: ogni membro del popolo di Dio deve essere libero. Per questo, nessun israelita dovrebbe accettare che un proprio familiare rimanga schiavo e il popolo d’Israele applica questa idea anche a Dio, riconoscendolo come il proprio parente più vicino e il proprio liberatore. Lo chiama quindi Go’el. Dio ha dimostrato di essere il liberatore d’Israele in diverse occasioni, a cominciare dalla liberazione dalla schiavitù in Egitto. Anche durante l’esilio a Babilonia, il profeta Isaia ha sostenuto la speranza del popolo, promettendo la liberazione.
3. In questo breve testo, che richiama la promessa di Isaia, vale la pena ricordare qualche concetto fondamentale. Giobbe appresenta ogni persona che soffre e si interroga sul male, sul dolore e sulla morte. La fede è la fiducia in un Dio vicino a chi soffre, anche nei momenti più difficili. Il grido di Giobbe mostra che credere non significa non soffrire o non protestare contro il dolore. Dio liberatore mostra che Israele riconosce Dio come il proprio Go’el, colui che libera dalla schiavitù e restituisce la speranza. La libertàè il valore centrale del riscatto; il denaro è soltanto uno strumento per raggiungerla. Il messaggio centrale è che la fede biblica non nega la sofferenza, ma afferma che Dio è vicino a chi soffre e agisce come liberatore e persino secondo alcune trascrizioni come “vendicatore del sangue” (Numeri35,19), offrendo speranza e libertà.
Salmo responsoriale (62/63)
1. L’espressione «Gioisco all’ombra delle tue ali» appartiene a un salmo che descrive l’intimità tra Dio con il suo popolo. Per comprenderla, bisogna immaginare il Tempio di Gerusalemme prima della sua distruzione, avvenuta nel 587 a.C. da parte di Nabucodonosor. Nel luogo più sacro del Tempio, il Santo dei Santi (letteralmente Santo delle cose sante) si trovava l’Arca dell’Alleanza, un cofano di legno prezioso ricoperto d’oro, che custodiva le tavole della Legge. Sopra l’Arca erano poste due grandi statue di cherubini. I cherubini erano figure celesti provenienti dalla tradizione mesopotamica, rappresentate con corpo e zampe di leone, volto umano e grandi ali. In Mesopotamia erano venerati come divinità, mentre in Israele erano considerati semplici creature al servizio di Dio. Le loro ali spiegate proteggevano simbolicamente l’Arca ed erano considerate lo sgabello del trono divino. Il sacerdote che pregava nel Tempio, sotto quelle ali, si sentiva quindi avvolto dalla tenerezza e dalla protezione di Dio, dall’alba fino alla notte. Anche le altre immagini del salmo derivano dalla vita dei leviti, coloro che erano incaricati del servizio religioso nel Tempio. L’espressione «Ti ho contemplato nel santuario» ricorda che soltanto i leviti potevano entrare nella parte santa del Tempio. Le parole «Per tutta la vita ti benedirò» indicano che la loro esistenza era consacrata alla lode di Dio, mentre «Le mani alzate invocando il tuo nome» descrive il loro atteggiamento durante la preghiera. L’immagine di essere saziati come durante un banchetto richiama i sacrifici seguiti da pasti di comunione e la parte della carne dei sacrifici destinata al nutrimento dei leviti. Infine, il ricordo di Dio durante la notte richiama la vita di coloro che prestavano servizio nel Tempio e vi trascorrevano il loro tempo.
2. In realtà, il salmo è una metafora: il levita rappresenta tutto il popolo d’Israele, che dalle origini della sua storia fino alla fine dei tempi cerca Dio e desidera vivere in intimità con lui. Quando il salmo dice «Ti cerco fin dall’alba», non si riferisce soltanto all’inizio della giornata, ma all’alba dei tempi, cioè alla ricerca di Dio da parte d’Israele lungo tutta la sua storia. Le parole «La mia anima ha sete di te, la mia carne anela a te, come terra arida, assetata e senz’acqua» esprimono profondamente questo desiderio. L’immagine della terra deserta che attende la pioggia per tornare a vivere era particolarmente concreta per il popolo d’Israele, abituato a conoscere la siccità. Allo stesso modo, l’anima ha bisogno di Dio per ritrovare vita e speranza. Il messaggio centrale è che Israele ha sete di Dio fin dall’inizio della sua storia, e questa sete diventa ancora più intensa perché il popolo ha già sperimentato la sua presenza e la sua vicinanza. La preghiera più autentica nasce proprio dalla consapevolezza della nostra povertà spirituale e del nostro bisogno di Dio, come il grido di una persona disidratata che supplica: «Ho sete».
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 14-23)
1. In occasione della commemorazione di tutti i defunti, cioè di coloro che sono già tornati al Padre, ci troviamo inevitabilmente di fronte al mistero della morte. La Chiesa ci invita a riflettere sul grande progetto di Dio, nel quale rientrano tutta la nostra vita, la nostra morte e quella di tutte le persone. Nella Lettera ai Romani, Paolo descrive questo progetto come una nascita: quella di una nuova creazione e di una nuova umanità. Per questo afferma che tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto. Questa immagine indica che il progetto di Dio si realizza progressivamente, come una nascita che richiede tempo e sofferenza. La creazione, dunque, non è soltanto un evento del passato, ma un progetto sempre in corso. Il popolo d’Israele viveva nell’attesa delle promesse di Dio; Paolo, che condivideva questa speranza, dopo aver incontrato Gesù risorto, ha compreso l’attesa in una prospettiva nuova.
2. Tutto dipende dalla risurrezione di Cristo: se Cristo non fosse risorto, la nostra fede e la nostra speranza crollerebbero; se invece è risorto, allora il mondo è cambiato, perché l’amore e la vita hanno vinto l’odio e la morte, e il Regno di Dio è già iniziato. Con la risurrezione di Gesù siamo già entrati nel mondo nuovo e possiamo vivere come uomini nuovi. Nella sua prima lettera, Giovanni afferma che siamo già figli di Dio, anche se non si è ancora manifestato pienamente ciò che saremo. Quando Cristo apparirà, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1 Gv3,2-3). La speranza dei cristiani è che la risurrezione di Cristo raggiunga tutta l’umanità e la trasformi, diffondendosi come un contagio. Gesù stesso ha detto: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).
La nostra missione è quindi diffondere il fuoco dell’amore di Dio nel mondo, sapendo che lo Spirito Santo è sempre al nostro fianco. È lui che continua ad agire nel mondo per orientarlo verso Dio. Come ricorda Paolo, abbiamo già ricevuto lo Spirito Santo, ma attendiamo ancora la piena adozione a figli di Dio e la redenzione del nostro corpo. In definitiva il messaggio centrale di questo testo è che la morte non è la fine del progetto di Dio. Grazie alla risurrezione di Cristo, siamo chiamati a vivere nella speranza di una nuova creazione, e, in attesa della piena realizzazione della nostra vita come figli di Dio, a testimoniare l’amore e a diffondere nel mondo il fuoco dello Spirito Santo.
Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46).
1. Ieri abbiamo festeggiato la moltitudine dei salvati osannanti nella gloria della Trinità. Oggi veniamo al cimitero e ci fermiamo a pregare per i nostri cari defunti che stanno camminando verso quella stessa meta. La Chiesa, da madre saggia, ci fa ascoltare il Vangelo più esigente: il giudizio finale che ci attende alla fine della vita. Gesù dice: "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le nazioni". Questa èìuna verità che talora dimentichiamo: per tutti, con la morte, arriverà il giorno del giudizio e con il giudizio il destino eterno, paradiso o inferno. Non si tratta di un esame riservato soltanto a pochi e non c'è scappatoia perché la morte arriva per tutti e quel giorno è noto solamente a Dio. Stolto è pertanto chi vive come se non dovesse mai morire: costruisce case, carriera, conti in banca, sogna progetti di ogni tipo, senza mai alzare lo sguardo verso il cielo e non si preoccupa di prepararsi all’incontro con Colui che esaminerà la nostra vita nell’ultimo nostro giorno a noi sconosciuto. Gesù però, nella sua misericordia, ci ha già rivelato il contenuto e il contesto dell'esame che segnerà quell’incontro. Chi sarà il giudice? Non un impiegato freddo in un tribunale di giustizia, ma il Figlio dell'uomo, il Re che ha regnato dalla mangiatoia di Betlemme all’estremo abbandono del Golgota, Colui che ha già pagato per noi donando la sua vita per la nostra salvezza; il Samaritano della parabola che si è fatto nostro prossimo. Il giudizio, quindi, non sarà una vendetta, ma rivelazione della verità che salva conoscendo ogni nostra intenzione nascosta. E compirà questo giudizio come il pastore che separa le pecore dai capri. Non separa i buoni dai cattivi giudicando in base a quanto hanno pregato o digiunato e quanti rosari hanno detto. Separa in base a una sola condizione: se hanno amato in maniera concreta compiendo le opere di misericordia:"Ero affamato e mi avete dato da mangiare, assetato e mi avete dato da bere, straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, in carcere e siete venuti a trovarmi". Non quindi un esame di teologia, ma un confronto sulla realtà, un test vero di amore incarnato. "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?". "Quando ti abbiamo visto così e non ti abbiamo servito?". Questo giudizio in verità comincia già qui e ora, in ogni gesto d'amore verso il fratello. Ogni volta che visitiamo un anziano, che diamo da mangiare a chi ha fame, che accogliamo lo straniero, che perdoniamo, che consoliamo chi è sfiduciato, stiamo già scrivendo da soli il giudizio che meriteremo.
2. Se è stolto chi vive senza mai rendersi conto che può morire in ogni momento, ugualmente stolto è chi vive angosciato dall’idea di morire. Questa pagina del vangelo non è stata scritta per terrorizzarci, bensì per incoraggiarci. Non dimentichiamo che il Giudice è lo stesso Gesù che ha detto: "Non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo"; è lo stesso che sulla croce perdona il ladrone: "Oggi sarai con me in paradiso"; è lo stesso che ha promesso: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". La morte per il cristiano non sarà quindi un incontro con un re e giudice estraneo e severo, ma l’abbraccio con la misericordia divina. Se allora cerchiamo di riconoscere il volto di Cristo nei poveri e nelle persone che incontriamo nelle strade di questo mondo, in quel momento quello stesso volto si mostrerà a noi nello splendore di un eterno “faccia a faccia”. Ma resta una verità da non dimenticare: il giudizio è serio e veritiero; il paradiso esiste per chi ha creduto all’amore divino e l'inferno sarà per chi in piena libertà e consapevolezza ha deciso di dire “no all'amore” per sempre.
3. A questo punto nasce una domanda: i morti che cosa ci dicono con il loro silenzio? Andando a visitarli nei cimiteri portiamo fiori e accendiamo lumini, gesti senza dubbio encomiabili di memoria e di amore. Ma loro ci supplicano per un dono più grande: pregare per loro perché hanno bisogno della nostra preghiera, della santa Messa, delle indulgenze. Allo stesso tempo ci ricordano che possiamo fare di loro concreta memoria quando visitiamo un ammalato, accogliamo uno straniero, aiutiamo chi domanda sostegno e perdoniamo chi ci offende: ci ricordano che ogni opera di misericordia corporale e spirituale è l’unico modo di prepararci al giudizio finale. In definitiva ci ripetono: Abbiamo sbagliato tante volte, ma abbiamo cercato di amare e voi fate lo stesso, non perdete tempo, amate oggi, perché oggi è “il giorno favorevole". Infondo ci sollecitano a riempire la vita di gesti, scelte e decisioni coerenti con la nostra fede perché quando la morte busserà alla nostra porta, servirà amore e amore concreto per ascoltare queste parole: "Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo".
+Giovanni D’Ercole
In occasione della recente scomparsa dei miei genitori, allo strazio della malattia e della perdita di entrambi (a breve) si è aggiunto il fastidio di un ambiente che continuava a farmi le “condoglianze”.
Come per buona educazione, certo, ma chi ha assimilato il linguaggio della Fede non fa cordoglio alcuno, né parla di “morti” bensì di Defunti. Essi vivono.
Non da sopravvissuti ai colpi che la vita riserva, ma come dei ‘dilatati’; autentici, adorni - finalmente realizzati appieno.
Donne e uomini ‘fioriti’ in tutto, che hanno sperimentato un nuovo genere di essere nella propria essenza; un’esistenza differente.
Come in una atmosfera d’amore puro, dove come Gesù, non si vive per se stessi, ma uno con l’altro e uno per l’altro.
Senza più cronometri pressanti, né gli abbandoni.
Il termine Defunti deriva dal verbo latino «defungor» [infinito «defungi»] il quale indica il termine parziale di una vicenda, non un compimento totale.
Non un confine definitivo che si aprirebbe sull’abisso nullificante e cavernicolo di ombre smarrite o larve senza slancio, prive d’identità e futuro - dopo il transito nel tempo.
Le condoglianze [dal latino «cum-dolēre»] si porgevano volentieri all’interno di una mentalità prettamente pagana o legata a un senso archetipo di religiosità.
Quel genere di convinzioni induceva nei parenti e amici un affliggersi - un piangere senza speranza - che Gesù rimprovera apertamente [Gv 11,33 testo greco; la traduzione italiana è incerta].
Credere che con la morte tutto finisca significa immaginare che l’esistenza sia un progressivo decadere nel vuoto.
Tale convinzione fa ritenere assurdo ogni cammino di crescita anche spirituale. E postula l’insensatezza di coinvolgersi, d’impegnarsi nell’ideale del Bene duraturo - per un Bello che prosegua oltre la nostra vicenda terrena e in favore del prossimo.
Le “condoglianze” stanno quindi per sé a indicare che tutto è finito.
In epigrafe al portale di un cimitero di una cittadina non troppo lontana da me si legge una scritta in caratteri cubitali: «qui nei secoli posano affetti vanità speranze».
Il freddo della fine di tutte le cose belle, e il “ghiaccio” del neoclassico rivisitato in stile primo Novecento... perfettamente abbinati su rivestimento di travertino imbiancato.
Invece la Speranza ci attira e rinfranca lo spirito, supera l’oltraggio, dona senso al nostro andare.
Già i credenti dei primi secoli avevano soppiantato l’idea pagana dell’appuntamento di nostra sorella morte quale «dies infaustus», sostituendolo nel suo opposto: «dies Natalis».
Giorno della vera Nascita, all’interno di una stessa Vita; ora completa, risanata.
Vita, che appunto continua - oltre i parametri temporali o di località.
Senza la fatica dell’esistere che sperimentiamo. Immersi nella vastità dell’essere.
Vita senza le lotte contro di sé.
Esistere che prosegue nell’Abbraccio appagante, benedicente, di un Padre che non spersonalizza ma dilata l’esistere caratteriale, le qualità dei suoi figli.
In tale sbocciare pieno di luce e calore siamo come rifoggiati sul prototipo-Progetto dell’autentico Figlio.
Tratto di Alleanza che dovevamo e forse potevamo essere.
Sopraffatti di Felicità beata, perché la nostra parte-ombra è ora inclusa; priva di giudizi e commenti.
[Tutti i Fedeli Defunti, 2 novembre]
Turnover nella Chiesa, antidoto all’unilateralità
(Mt 5,1-12)
Nel Vangelo di Mt Gesù è il nuovo Mosè che sale su «il Monte». Ma il giovane Legislatore non proclama norme su un codice di pietra, bensì la propria esperienza del Padre… «vedendo le folle» (v.1).
All’incrocio fra condizione divina e pienezza d’umanizzazione, il nuovo Rabbi delinea una sorta di suo Autoritratto: da Figlio; in favore dei suoi fratelli. Radunati in spirito di Famiglia.
Un germoglio di mondo ospitale - che nelle sue piccole chiese Mt vuole incoraggiare. Dove non c’è l’uomo al di sopra e quello sempre sotto; o il personaggio davanti e quello dietro.
Solo rivolgimenti umanizzanti [come appunto l’inversione dei ruoli e delle condizioni] che rinsaldano il tessuto concorde.
Dunque nella Casa di tutti dovrà esserci ricambio e capovolgimento di figure, situazioni e criteri di eminenza, quindi catene di comando - segni del Regno che Viene.
Rovesciamento in grado di acuire le sensibilità alla Comunione [a quel tempo era vivace l’attrito fra esperti giudaizzanti, primi della classe, e ultimi arrivati alle soglie delle fraternità di fede].
Allora la mentalità delle precedenze e della supremazia era radicata al punto che tutte le religioni riconoscevano le gerarchie.
Coloro che si ritenevano in diritto di precedenza [nella comunità!] hanno sempre sollevato una questione di apparente ovvietà:
Non è forse nell’ordine naturale delle cose che nell’umana società ci siano primi e ultimi, dotti e ignoranti, sovrani e sudditi?
In fondo, il principio giuridico che un tempo regolava ad es. tutto il diritto di proprietà privata nel mondo latino è anche il motto in epigrafe di un noto quotidiano cattolico ufficiale: Unicuique Suum.
Anche Leone XIII, papa delle Encicliche sociali, riconosceva che «nella società umana è secondo l'ordine stabilito da Dio che vi siano prìncipi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei; obbligo di carità dei ricchi e dei possidenti è quello di sovvenire ai poveri e agli indigenti».
Era la mentalità d'un peccato di semplice omissione: basta che poi si faccia la carità.
La posizione del Signore è molto molto diversa: il potente non è affatto il benedetto da Dio - come si supponeva fossero anche i ricchi patriarchi del Primo Testamento.
Il loro mondo estraneo, i palazzi, e persino il vestiario ricercato, sono perfetta metafora del vuoto interiore e dell’effimero di cui si beano.
Il loro ingozzarsi è segno d’un abisso intimo da colmare - una sorta di fame nervosa, che percepisce vertigine.
Così via, di alienazione in alienazione.
Su «il Monte» viene viceversa annunciata l’opera discreta dello Spirito, che designa il carattere d’una santità modesta, animata dall’Amore di dono, in sé divinizzante e umanizzante [qualità che si manifesta nei cosiddetti “poveri in Spirito”].
Santità la quale supera la fiction antica dei dominatori, i quali si accavallavano uno sull’altro recitando lo stesso copione.
Sinora infatti la massa permaneva a bocca asciutta: qualsiasi fosse il sovrano che s’impadronisse del potere, il gregge minuto restava sottomesso, triste e soffocato; indegno persino di presentarsi al Signore.
Tutti condannati e inadeguati.
Anche il popolo dei discepoli è accorato, perché non accetta le sperequazioni della società piramidale, la quale tende a livellare e annientare i Doni di Dio diffusi nell’umanità intera - di qualsiasi ceto sociale.
Il discepolo autentico giunge infatti sino alle lacrime: esse esprimono la dimensione di energia intima che purifica le idee esterne; ci fa veri da dentro, essenziali fuori.
L’afflizione guida a rientrare in se stessi; ripropone il contatto con la nostra terra e le virtù primordiali, che rigenerano.
Tristezza che nella condizione di finitudine e limite consapevole, rende empatici, splendidamente umani.
Intimamente insoddisfatti: oppositori delle ingiustizie. Perché ogni persona che non viene collocata nella condizione di poter esprimere le proprie capacità è un insulto al Disegno di Salvezza.
Non si tratta di elemosina o filantropia: è una scelta precisa, sociale (v.5).
In ciascun estromesso si cela infatti come un Artista cui non è dato esprimersi, che non viene scoperto né valorizzato in favore di sé e degli altri; piuttosto, considerato estraneo o un deviante.
Annalena Tonelli parlava infatti degli ultimi cui desiderava diminuire il dolore come di «Mozart assassinati»: ella desiderava recuperarli e coinvolgerli, per arricchire insieme. Avendo viscere materne - e il cuore nella miseria dei fratelli abbandonati.
Identica severità vigeva nelle religioni, i cui capi elargivano al popolo una forte e volgare pulsione da orda nazionalista, e il contentino dei gregari.
Invece nel Regno di Gesù devono mancare i ranghi - per questo il piano degli ambiziosi e privi d’errore non collima col suo.
Lo Spirito di Cristo s’identifica spontaneamente non con la consueta energia aggressiva delle belve, di chi prevale perché più astuto e forte - ma con la persona che mette se stessa a disposizione.
Siamo donne e uomini caratterizzati da cuore di carne - non di bestia (Dan 7).
Le Beatitudini - nuovo Decalogo de «il Monte» - alludono appunto a una sorta di condizione divina incarnata e trasmissibile a chiunque, pacificata e creativa come l’amore, quindi tutta da scoprire.
Beato è il tratto e l’esito dello sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.
Nei Vangeli tale carattere non viene ostacolato dai frequentatori dei luoghi di malaffare, ma paradossalmente dagli habitué dei recinti sacri.
Secondo Gesù la purità di cuore non è legata all’incontaminatezza legale esterna - come si credeva in tutte le devozioni - bensì allo sguardo purificato e alla mancanza di doppiezza.
La crescita e umanizzazione del popolo non è dunque contrastata dai peccatori, ma proprio da coloro che avrebbero il ministero di far conoscere a tutti il Volto di Dio!
Insomma, il carico di precomprensioni con il quale essi affrontano la realtà e le relazioni, non consente alle autorità costituite e fisse di riconoscere i richiami del Signore nei fatti della vita e della stessa Natura.
Così per i pacificatori.
Essi operano per la ricostruzione completa della Vita e della Fraternità, della stessa naturalezza e della Convivenza equa.
Tutto ciò, nello spirito di disinteresse che integra l’egoismo riconoscendo il Noi povero che si dilata nel mondo.
L’Autoritratto di Gesù come trapela dalle Beatitudini di Mt abbraccia l’icona d’un ragazzino - che a quel tempo non contava nulla.
Il Signore si riconosce appunto in un valletto di casa; un inserviente di bottega, che però ha in sé una misteriosa e gradevole scintilla divina.
È l’unica identificazione che Gesù ama e desidera consegnarci: quella di colui che non può permettersi di non riconoscere le esigenze altrui.
Dimensione di sacralità senza aureole distintive: non cinica, bensì condivisibile. Perché legata alla percezione e reciprocità istintiva, alla spontanea amicizia verso la donna e l’uomo - sperimentata nella somiglianza col Padre.
Ovvio: non si tratta d’una proposta compromessa con la solita trafila inesorabile [dottrina e disciplina] che ricaccia indietro le eccentricità: viceversa assai simpatica e amabile, inclusiva.
Quella del Beato è perciò la condizione che rende Unici - non la santità normata da procedure, che sta sempre ad aborrire, esorcizzare, il pericolo dell’inconsueto.
Proprio per questo - invece - la fissazione sulle antecedenze ha caratterizzato per secoli la vita della Chiesa; così come l’idolo feudale e monarchico della stabilità a vita.
Il Maestro non esclude il nostro diritto a fare qualcosa di grande... ma non lo identifica con l’avere, il potere, l’apparire.
Per un cammino di Beatitudine e Divinizzazione, il Maestro non eccita le pulsioni del trattenere, salire, dominare: non danno Felicità.
Conta piuttosto sulla nostra libertà spontanea di donare, scendere e servire - una franchigia affidata anzitutto ai primi della classe. Coloro che nella storia hanno fatto il callo a soverchiare gli altri di moralismi e astuzie.
Dio non rinnega le legittime pulsioni dell’io a essere riconosciuto. Non partecipiamo alla vita come fossimo destinati al fallimento, bensì come dei promossi - i quali non sopprimono i propri requisiti.
Ma non per vincere “la gara”. In tal guisa, il Signore ci fa riflettere sull’autentica realizzazione.
Non si tratta d’una conquista esteriore, ma intima e fatta propria. Essa è in grado così di scolpire la nostra inclinazione profonda, nella sua ricchezza di volti e nel tempo di un Percorso.
Aristotele affermava che - al di là di petizioni di principio artificiali o proclami apparenti - si ama davvero solo se stessi. È un punto di domanda non da poco.
Ammesso e non concesso, la crescita, promozione e fioritura delle nostre qualità si colloca all’interno d’una Via sapiente.
Sentiero persino interrotto che sa concedersi il giusto ritmo - anche per incontrare nuovi stati dell’essere.
L’amore genuino e maturo dilata i confini dell’ego amante del primato, della visibilità e del tornaconto. Lo integra con energie primordiali, sopite, cui non abbiamo dato spazio - comprendendo il Tu nell’io.
Itinerario e Vettore che poi espande le capacità e la vita. Altrimenti in ogni circostanza e purtroppo a qualsiasi età rimarremo nel gioco puerile di chi sgomita sui gradini per prevalere.
Come ha detto Papa Francesco circa i fenomeni mafiosi: «C’è bisogno di uomini e donne di Amore, non di onore!».
Scrive il Tao Tê Ching (XL): «La debolezza è quel che adopra il Tao». E il maestro Wang Pi commenta: «L’alto ha per basamento il basso, il nobile ha per fondamento il vile».
Ci sentiamo effimeri e spesso delusi, eppure vogliamo essere felici, non solo qua e là: siamo incerti, eppure cerchiamo gioia piena e duratura. Ovvio che possiamo trovarla solo in una proposta sconcertante.
Nei tempi antichi si pensava di poter incontrare Dio nelle emozioni inebrianti generate da esperienze di successo, tipiche degli uomini riusciti. Ma il Figlio perseguitato e crocifisso ne contesta l’esteriorità.
Altri appuntamenti decisivi erano considerati quelli sulle cime di alture suggestive, o il lasciarsi precipitare devoto e parossistico proprio dentro i recinti sacri che Gesù intendeva smantellare, costringendo il popolo a uscirne [Gv 10,1-16 testo greco].
Lutero interpreta il Figlio di Dio su il Monte quale «Mosissimus Moses». Tuttavia, Mt parla de “il Monte” - non una tribuna - come figura e contesto d’un Appello eterno, non solo destinato ai membri degli istituti di perfezione più attrezzati e in grado di salire.
In concreto, si tratta dei momenti in cui noi stessi incorporati alla completezza umana del Cristo sentiamo pienezza di essere: come il trascorrere dell’anima sposa nel suo centro sacro, e una speciale sintonia d’idee, parole e azioni fra la nostra natura - e la divina.
«Il Monte» è il luogo (teologico) in cui si abbandonano i pensieri, i saperi e i calcoli astuti, conformisti, della pianura mondana. Ove si livellano i presupposti della felicità ilare e passeggera [quella che dura un minuto o un’ora].
Dunque Beati i poveri «allo Spirito» - ovvero «per lo Spirito» - dice Gesù [v.3a testo greco].
Nella comunità cristiana è importante (appunto) arricchire insieme.
Il Signore si compiace di coloro che intraprendono tale orientamento, dove i suoi sentimenti diventano profondamente nostri - e importanti non sono le minuzie, bensì la direzione di marcia.
Dettagli particolari della vita d’amore sono lasciati alla creatività personale e alla varietà delle persone; sensibilità, culture, situazioni.
Conta l’opzione fondamentale al bene e alla comunione, intesa non come uniformità - bensì convivialità delle differenze.
Non per disprezzare istericamente la ricchezza: si tratta di scambiarla, affinché si moltiplichi evitando di trattenere per sé. Altrimenti tutto diventa ostacolo insormontabile per la vita, e appannaggio dei più svelti.
Chi si è liberamente espropriato del superfluo onde condividerlo, lo fa «per lo Spirito» ossia per Amore: per libera scelta, con passione e senza distinzione fra beneficiari di cerchia e non.
Così l’arricchito diventa signore.
A sua volta, il miserabile può non essere povero «allo Spirito» se gonfio di sé, vanaglorioso, superbo, disinteressato agli altri; se privo di apertura di cuore, estraneo al dialogo, intenzionato a migliorare la propria condizione con compromessi e inganno - solo desideroso di sostituirsi ai ricchi per poi ricalcarne i modi menzogneri, soggioganti e opportunisti.
La rinuncia volontaria all’uso egoistico e mediocre delle proprie risorse materiali e sapienziali ci contraddistingue quali figli di Dio.
Consanguinei; già qui e ora in grado di sperimentare la vita beata del Cielo: essere con e per gli altri, essendo se stessi.
Infatti, la promessa che accompagna la prima Beatitudine (v.3a) non assicura l’accesso al Paradiso nell’aldilà, in un futuro lontano.
Lo scambio dei doni garantisce l’esperienza della stessa vita divina, proprio sulla terra.
Nelle religioni pagane la condizione di Vita Beata era caratteristica gelosa ed esclusiva delle divinità, che di malavoglia la partecipavano; e in modo rassicurante, solo dopo la morte. Comunque a metà.
In Cristo e per Via, malgrado i fallimenti parziali, o le nostre eventuali scarse capacità e fragilità naturali - anzi, a motivo di esse - scopriamo un Padre amico della Gioia piena, carica: Felicità immediata, energetica, senza limiti. Che sorge persino da stati malfermi.
Il Padre non è il Dio delle religioni che appannano e affannano la vita: non benedice l’ingordigia di pochi, che rende bisognose le moltitudini.
L’ultimo dei comandamenti imponeva di sentirsi appagati e non desiderare la roba altrui?
La prima delle Beatitudini propone di desiderare che anche gli altri abbiano le nostre medesime cose e possibilità di vita.
La dinamica dell’innamoramento suppone in ogni sua declinazione, una Pienezza fremente che sfocia ovunque - riconoscendo gli opposti in noi e il legittimo desiderio di compiutezza espressiva nei fratelli.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come superi il dubbio, ripiegandoti? Cosa annunci con la tua vita? Essa oltrepassa l’esperienza diretta? Conosci realtà che manifestano il Risorto? Come additi sentieri esuberanti di speranza? Oppure sei selettivo e taci?
Hanno fatto passare la Luce
Tutti i Santi, tra senso religioso e Fede
Incarnando lo spirito delle Beatitudini, ci chiediamo quale sia la differenza tra “sentire religioso” comune, e “vivere di Fede”.
Nelle devozioni antiche il Santo è l’uomo compos sui, perfetto e distaccato [ma prevedibile]; e il contrario di Santo è «peccatore».
Nella proposta di vita piena nel Signore, il «santo» è persona d’intesa comunicativa e che vive per la convivialità, creandola dove non c’è.
Nel cammino dei figli il Santo è sì l’uomo eccellente, ma nel suo senso compiuto - pieno e dinamico, poliedrico; perfino eccentrico. Non in una accezione unilaterale, moralistica o sentimentale.
Nella lingua latina perfìcere significa condurre a termine, andare sino in fondo.
In tale accezione completa e integrale, “perfetto” diventa un valore incarnato autentico: attributo possibile - d’ogni persona consapevole della propria condizione di vulnerabilità, e non la disprezza.
La donna e l’uomo di Fede valorizzano ogni occasione o emozione che mettono a nudo la condizione di nudità [non colpa] per aprire nuove strade e rinnovarsi.
In ottica di vita nello Spirito il santo [in ebraico Qadosh, attributo divino] è sì l’uomo «distacccato», ma non in senso parziale o fisico, bensì ideale.
Non è la persona che a un certo punto della vita prende le distanze dalla famiglia umana per intraprendere un sentiero di purificazione che la innalzerebbe. Illudendosi di migliorare.
Come sottolinea l'enciclica Fratelli Tutti: «Un essere umano [...] non si realizza, non sviluppa, non può trovare la propria pienezza [... e] non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con gli altri» (n.87).
Il testimone autentico non è animato dal disprezzo del caos esistenziale - né desideroso di appaltare le difficoltà di gestione della propria libertà consegnandola a un’agenzia alienante, dalla mentalità appartata (che risolva il dramma delle scelte personali).
In Cristo l’uomo è un «disgiunto» dalla mentalità comune, in quanto fedele a se stesso, al proprio Fuoco che non si estingue - alle passioni, alla propria irripetibile unicità e Vocazione.
E insieme, «separato» da criteri competitivi esterni: dell’avere, del potere, dell’apparire. Potenze autodistruttive.
A queste ultime, sostituisce concretamente la fraternità del donare, del servire e dello sminuirsi [dal “personaggio”]. Energie feconde.
Tutto per la Comunione globale, e in Verità anche con il proprio intimo seme caratteriale - evitando proselitismi e il farsi notare nelle passerelle.
Il vero credente conosce il suo limite redento, vede le possibilità dell’imperfezione... Così sostituisce i presupposti del trattenere per sé, del salire sugli altri e del dominarli, con un fondamentale trittico umanizzante: elargire, libertà di “scendere”, collaborare.
Questo l’autentico Distacco, che non fugge le proprie e altrui inclinazioni, né disprezza il tratto complesso della condizione umana.
In tal guisa, il «santo» vive la Beatitudine essenziale dei perseguitati (Mt 5,11-12; Lc 6,22-23) perché ha la libertà di “abbassarsi” per essere in sintonia con la propria essenza; coesistendo nella sua originalità.
In termini di Fede, il Santo non è più dunque un fisicamente «separato», bensì «Unito» a Cristo - e messo al bando come Lui, nei fratelli deboli.
Insomma, il Disegno divino è comporre Famiglia di piccoli e malfermi, non ritagliarsi un gruppo di amici “forti”, e “migliori” degli altri.
Solo quest’orizzonte di Focolare ci spinge a partire.
Di conseguenza, contrario di Santo non è «peccatore», bensì irrealizzato o incompiuto.
Vediamone ancora il motivo (vocazionale e per strade personali).
Gesù era amico di pubblicani e pubblici peccatori non perché migliori dei buoni, ma perché in religione i «giusti» risultano non di rado poco spontanei; rendendosi impermeabili, chiusi, refrattari all’azione dello Spirito.
Con sorpresa, il Signore stesso ha fatto ripetuta esperienza che proprio le persone devotamente carenti erano volte a interrogarsi, accorgersi, rielaborare, deviare dall’assuefazione - per l’edificazione di nuovi sentieri, anche procedendo a tastoni.
Non potendo godere del mantello perbenista di paraventi sociali, dopo una presa di coscienza della propria situazione (e nel tempo) - rispetto a coloro che si ritenevano “arrivati” e amici di Dio - da “lontani” diventavano persone più degli “impeccabili” disposte ad amare.
Il mettersi in discussione è fondamentale in ottica biblica.
Ad ogni pie’ sospinto la Scrittura ci propone una spiritualità dell’Esodo, ossia una strada di liberazione da pastoie e percorsa come a piedi, passo dopo passo. Quindi che valorizza sentieri di ricerca, esplorazione, scoperta di sé e della Novità di un Dio che non ripete, ma crea.
L’Appello che la Parola rivolge è a intraprendere un itinerario; questo il punto. E da sempre noi siamo «quelli della Via» e che non passano oltre, non girano lo sguardo dall’altra parte [cf. Lc 10,31-33; FT, 56ss].
Per la mentalità pagana classica, la donna e l’uomo sono essenzialmente “natura”, quindi il loro essere nel mondo è condizionato [ricordo che il mio professore di antropologia teologica Ignazio Sanna diceva addirittura «de-centrato»], persino determinato dalla nascita (fortunata o meno).
Secondo la Bibbia la donna e l’uomo sono creature, splendide e adeguate in sé alla propria missione, ma pellegrine e carenti.
Dio è Colui che li «chiama» a completarsi, recuperando gli aspetti difformi.
Per giungere a essere immagine e somiglianza del Signore, dobbiamo sviluppare capacità di risposta a una Vocazione che ci rende non dei fenomeni, né “perfetti” eccezionali, bensì Testimoni particolari.
Scelti per Nome, così come siamo; che abbracciano il loro essere profondo - anche inespresso - fino a riconoscerlo nel Tu, e dispiegarlo nel Noi.
La santità di una persona si coniuga dunque con moltissimi dei suoi stati d’insoddisfazione, di confine, e persino di fallimento parziale - ma sempre pensando e sentendo la realtà.
Per una Nuova Alleanza.
Nell’Antico Testamento il credente entrava in contatto con la purità divina frequentando luoghi sacri, adempiendo prescrizioni, recitando preghiere, rispettando tempi e spazi, scansando situazioni imbarazzanti; così via.
La nostra esperienza e coscienza attestano infallibilmente che l’osservanza rigorosa è troppo rara, o di maniera: dentro, spesso non ci corrisponde - né umanizza.
Essa diventa presto o tardi un castello di carte, malfermo tanto più punta “in alto”. Basta disporne una sola in modo maldestro, e la costruzione artificiosa crolla.
Ci rendiamo conto della nostra naturale impossibilità a soddisfare sterilizzazioni, mappe (altrui) e standard così elevati.
Con Gesù la Perfezione non riguarda il “pensiero”, né il rispetto di un Codice di osservanze astratto. La Compiutezza è in riferimento a una qualità di Esodo e Relazione.
In antichi contesti il cammino dei figli è stato ammantato d’una proposta misticheggiante o rinunciataria fatta di astinenze, digiuni, ritiri, vita appartata, adempimenti cultuali ossessivi... che in molte situazioni hanno costituito la trama portante della spiritualità pre-Conciliare.
Ma nella Scrittura i Santi non hanno l’aureola e neppure le ali.
Non sono tali per aver compiuto miracoli di guarigione incomparabili e stupefacenti: bensì donne e uomini inseriti nel mondo comune e negli aspetti più ordinari.
Essi conoscono i problemi, le debolezze, le gioie e i dolori della vita quotidiana; la ricerca della propria identità-carattere, o inclinazione profonda.
E l’apostolato; la famiglia, l’educazione dei figli, il lavoro. La forza di seduzione del male, perfino.
Nel Primo Testamento «Qadosh» designava esclusivamente un attributo dell’Eterno [unica Persona non intermittente] - e la sua separatezza dall’intreccio delle spesso confuse ambizioni terrene.
Malgrado i difetti, però, in Cristo diventiamo capaci di ascolto, di percezione; quindi abilitati a cogliere ogni opportunità per rendere testimonianza della Gratuità innata, vitale, dell’iniziativa divina e reale.
Incessantemente la vita provvidente si propone e viene incontro per aprire varchi impensabili, che fanno breccia.
I suoi inediti tragitti di crescita rinnovano l’esistere tutto concatenato e conforme.
Ciò anche facendoci stupire delle risorse intime, prima inconsapevoli o inconfessate e sottaciute, ovvero imprevedibilmente nascoste dietro lati oscuri.
Quel ch’è Insigne non viene più spostato dietro nuvolette e collocato in recinti muniti.
Pertanto, avversario di Dio non sarà la trasgressione: diventa viceversa la mancanza di spirito di Comunione, nelle differenze.
Nemico della storia di Salvezza non è l’incompletezza religiosa, ma il divario dalle Beatitudini - e dallo spirito in fieri del «viandante» per il quale “peregrinare” è sinonimo [non paradossale] anche di “errare”.
Contrapposto di Dio non sono dunque “i peccati”, bensì «il» Peccato [al singolare, termine teologico, non moralistico].
“Peccato” è l’incapacità di corrispondere a una Chiamata indicativa, che fa da molla per completarci, per rigenerarci non parziali. Ciò armonizzando i lati opposti - nell’essere noi stessi ed essere-Con.
Qui è la Fede che «salva», nel punto in cui ci troviamo - perché annienta «il peccato del mondo» (Gv 1,29) ossia la disistima e senso di colpa; l’umiliazione delle distanze incolmabili.
Infatti Gesù non raccomanda dottrine, né di parcellizzare la propria vicenda con etilismi puntuali. Neppure prospetta alcuna religiosa scalata [in termini di progressività] condita di sforzi.
A nessuno nei Vangeli il Cristo dice «fatti santo», bensì con Lui, come Lui e in Lui - Unito, per incontrare incessantemente i propri stati profondi.
Riconoscendoli meglio, anche grazie al Tu e al Noi.
Il Santo è il piccolo, non l’eroe tutto d’un pezzo, uniforme, pronosticabile, scontato.
Santo è colui che percorrendo la propria via nella scia del Risorto, ha imparato a «identificarsi con l'altro, senza badare a dove [né] da dove [...] in definitiva sperimentando che gli altri sono sua stessa carne» (cf. FT 84).
(Mt 25,31-46)
Il celebre brano del Giudizio presenta il Risorto veniente (v.31) come «Figlio dell’uomo» ossia sviluppo autentico e completo del progetto divino sull’umanità: il suo genere di “verdetto” ne consegue.
Dio abbraccia la condizione di limite delle sue creature, quindi il comportamento che realizza la nostra vita non riguarda l’atteggiamento religioso in sé, ma quello che abbiamo avuto verso i nostri simili.
È il richiamo evangelico della recente enciclica [ottobre 2020] sulla fraternità e l’amicizia sociale.
Consapevole della situazione, il Magistero si fa oggi pungolo d’ogni spiritualità di cerchia, ovvia e qualunquista; di qualsivoglia mistica da folklore, strapaesana... vuota, intimista, ancora seduta dentro armature da comodino.
In tutte le credenze antiche l’anima del defunto veniva soppesata su base notarile e giudicata secondo il saldo positivo o negativo.
Secondo i rabbini, la misericordia divina interveniva a favore, solo nel momento in cui le opere buone e cattive si bilanciavano.
Gesù non parla d’un tribunale che proclama sentenze negative immutabili sull’intera persona, ma dei tratti di esistenza completa che - essendo in sé indistruttibili perché umanizzanti - vengono salvati e assunti, introdotti nella esistenza definitiva.
«Vita dell’Eterno» (v.46 testo greco) allude a un genere di vita non biologico ma relazionale e di completezza di essere, che possiamo già sperimentare.
Si tratta di episodi in cui è affiorato il nostro DNA divino, l’Oro che ci abita: quando abbiamo saputo corrispondere ai bisogni non di Dio, ma della vita stessa e dei nostri fratelli.
Sono i momenti in cui siamo stati ascoltatori profondi della natura, della speranza e vocazione di tutti - sensibili alle necessità altrui.
Opportunità che ci hanno consentito di avvicinare la condizione umana a quella celeste.
Comparando le “opere” dichiarate “paradigma” con quelle degli elenchi del giudaismo classico (Is 58,6-7) e di altre religioni - persino dell’antico Egitto [Libro dei morti, c.125] - notiamo la differenza del v.36: «ero in prigione e siete venuti da me» (cf. vv.39.43).
La differenza è notevole proprio sotto il criterio della Giustizia divina: essa sorvola le considerazioni forensi, perché crea giustizia dove non c’è.
Il Padre pone vita in ogni caso, perché non è buono come si crede in tutte le persuasioni devote, bensì esclusivamente buono.
I “giusti” - poi - neppure si sono accorti di aver fatto chissà cosa: hanno corrisposto spontaneamente alla loro natura innata e trasparente di figli (v.39).
Hanno avuto simpatia per la “carne” nella realtà in cui si trova - e dove si trova - valutandola famigliare. Hanno amato con e come Gesù, in Lui.
Non hanno amato per Gesù - come se la condizione dell’altro potesse essere collocata fra parentesi, e sotto sotto considerata una seccatura sulla quale costruire una fiction, pur solidale.
Gli altri osservanti invece, tutti presi da formalismi di rito, dottrina e disciplina che a Dio non interessano, risultano sorpresi del fatto che il Padre non sia tutto lì dove lo avevano immaginato.
Ossia perbene ma vuoto e stagnante come loro, stretto nelle sentenze della giustizia ordinaria: «Quando ti abbiamo visto [...] in prigione e non ti abbiamo servito?» (v.44).
La vocazione a venire incontro ci porta spontaneamente a trasgredire le divisioni: legaliste, di retribuzione, o pregiudizi e genere di culto.
Questa la Salvezza eminente, di peso - che si annida nell’aspetto diretto e genuino. Non tanto nei propositi organizzati; né ha consistenza alcuna su base di opinioni.
Ci realizziamo nel corrispondere alla chiamata istintiva che sorge dalla nostra stessa impronta essenziale altruista: anche minima, malconsiderata, o eccentrica, malferma e poco adempiente - non straordinaria.
Senza condizioni troppo esteriori, essa si riconosce disseminata nell’anima e nella pienezza benefica, divinizzante, del «Figlio dell’uomo».
Insegnamento ultimo di Gesù: Giudizio insigne, globale e tutto umano.
Non responso qualunquista o di contrabbando, a concetto e rendiconto.
Resta singolare l’identificazione di Gesù coi piccoli: «quanto avete fatto anche a uno solo di questi miei fratelli, quelli ultimi, avete fatto a me» (v.40).
Diversamente: «neppure a me avete fatto» (v.45).
La sua Persona ha un senso centrale, senza distinzione tra amici e controlegge, fra pii adempienti e non.
L’adesione a Cristo non si valuta sulla base di opere distanti dal Nucleo umanizzante.
Belle cose che possono essere compiute anche senza spirito di benevolenza [per dovere e cultura, o anche lustro e calcolo] - bensì sull’amore.
Dio non resta obbligato a premiare i meriti.
Le opere buone possono essere messe in mostra o adempiute anche contro il Padre: come per legargli le mani.
Un travisamento tipico delle religioni, che prevedono il premio ai devoti.
Fraintendimento estraneo all’esperienza di Fede, la cui unica sicurezza è nel rischio dell’esplorazione, nella crescita, nella qualità di relazioni - appunto, umanizzanti.
Vita e morte sono ben distinte [«destra e sinistra»: proverbialmente, fortuna e disgrazia] secondo le caratteristiche dell’autentica pietà verso Dio stesso... perché il suo onore si riflette nella promozione della donna e dell’uomo, colti nella loro situazione concreta.
Unico principio non negoziabile è il servizio al bene di ciascuna persona.
Le opere d’amore sono espressione di Comunione vera col Cristo - in tal guisa liberate da tare cerebrali e di maniera: da ogni genere di limiti o giudizio che condizioni il loro valore.
Insomma, non c’è da fare cose mirate e straordinarie, o meccaniche, ma lasciar agire Dio - rispettando e valorizzando il fratello per quello che è.
Anche fuori dell’ambito visibile del regno degli apostoli (o di una dottrina-disciplina) v’è un autentico “cristianesimo”: civiltà dei figli.
Insomma, nessuna predestinazione alla condanna dei lontani o erranti e imperfetti, salvo per mancanza di fraternità che recupera l’impossibile - persino “controlegge”.
Autentica Regalità del Cristo e dei suoi.
In Palestina, di sera i pastori erano soliti separare le pecore dai capri che avevano bisogno di essere riparati dal freddo.
Allo scopo di sottolinearne l’importanza, la questione sollevata dall’evangelista fa propri i coloriti moduli di predicazione rabbinica.
Il problema non è quello di chi si salva e chi no.
La domanda è semmai: in quali occasioni siamo volentieri all’aperto anche di “notte”, e umanizziamo - e in quali ci comportiamo in modo più belluino, chiuso, però senza diventare... agnelli?
In Cristo la vittoria sull’egoismo perde il suo significato di annientamento delle possibilità di crescita individuale - che non si ottiene ostinandosi.
Il suo potere è tutt’altro che stagnante e divisivo. Non nasconde le capacità che non vediamo, o ciò che non sappiamo.
Le situazioni opposte sono i momenti gloriosi di una medesima vittoria. Lo si nota nel prosieguo del brano, che proclama l’altro estremo dell’amore: «il Figlio dell’uomo è consegnato per essere crocifisso» (Mt 26,2).
Quindi lo scopo di Mt non è quello di descrivere la fine del mondo, ma fornire indicazioni su come vivere saggiamente [oggi] per formare Famiglia e non rimanere affascinati dall’immediato luccichio di falsi monili - anche ben allestiti.
Il Richiamo dei Vangeli insiste sulla contrapposizione con una spiritualità frivola: unico distinguo opportuno.
L’uomo di Dio non soddisfa le brame di carriera neppure ecclesiastica, e ogni capriccio.
Suggerisce il Tao Tê Ching (iii) rivolgendosi persino al sapiente sovrano: «Non esaltare i più capaci, fa’ sì che il popolo non contenda; non pregiare i beni che con difficoltà s’ottengono, fa’ sì che il popolo non diventi ladro; non ottenere ciò che può bramarsi, fa’ sì che il cuore del popolo non si turbi».
Commenta il maestro Wang Pi: «Quando si esaltano i più capaci, si dà lustro al loro nome; la gloria va oltre il loro ufficio, ed essi stanno sempre ad abbaruffarsi, paragonando le loro capacità. Quando si fa pregio dei beni oltre la loro utilità, gli avidi vi si precipitano sopra, accapigliandosi; forano mura, scassinano forzieri, si fanno ladri a rischio della vita».
E il maestro Ho-shang Kung aggiunge, circa «coloro che il mondo giudica eccellenti»: «Con il loro eloquio specioso si adattano alle circostanze allontanandosi dal Tao, si attengono alla forma respingendo la sostanza».
L’Appello del Signore ribadisce gli aspetti qualitativi, di Persona in relazione: Egli illustra come vale la pena scommettere la vita.
Ciò affinché tutti possano sperimentare pienezza di essere - che non è il risultato dell’opportunismo.
E neppure dell’appartenenza: ogni discriminazione fra “chiamati” nella Chiesa visibile e lontani da essa viene sospesa.
Le immagini forti del brano di Vangelo servono a farci riflettere, aprire gli occhi, spostare l’orizzonte, imprimere nella nostra coscienza quanto vale la pena mettere in campo: tutto, circa le scelte da fare.
L’amore autentico che muove il cielo e la terra è quello che riesce a fare giusto il malvagio - nel Dono gratuito, privo di condizioni e forme di amor proprio. Persino esente da valutazioni sacrali.
Intuisce il Tao (xxxiii): «Chi opera queste cose? Il Cielo e la Terra [...] Chi si dà al Tao s’immedesima col Tao».
Il genuino sorge e fiorisce dal modo disinteressato e spontaneo, senza sforzo alcuno, né fine artificioso.
Qui l’uomo è un Soggetto diverso, ben più ricco - saldo in se stesso, ma che si dilata nel Tu divino e umano, anche indigente.
«Nella pagina evangelica di oggi, Gesù si identifica non solo col re-pastore, ma anche con le pecore perdute. Potremmo parlare come di una “doppia identità”: il re-pastore, Gesù, si identifica anche con le pecore, cioè con i fratelli più piccoli e bisognosi. E indica così il criterio del giudizio: esso sarà preso in base all’amore concreto dato o negato a queste persone […] Dunque, il Signore, alla fine del mondo, passerà in rassegna il suo gregge, e lo farà non solo dalla parte del pastore, ma anche dalla parte delle pecore, con le quali Lui si è identificato. E ci chiederà: “Sei stato un po’ pastore come me?” […] E torniamo a casa soltanto con questa frase: “Io ero presente lì. Grazie!” oppure: “Ti sei scordato di me”».
(Papa Francesco)
Ciò che conferisce valore ad ogni momento
(Gv 6,35-40)
Le parole di Gesù sottendono la netta dissimilitudine fra alimento ordinario e Pane che non perisce.
La distinzione è tratta da Dt 8,3 - in riferimento alla Manna-Parola del Signore (cibo sapienziale che libera e trasmette vita).
Sap 16,20-21.26 riconosce la manna del deserto essere cibo preparato da angeli, ma ciò che tiene davvero in vita è la Parola.
Quei frutti celesti, pur deliziosi e in grado di soddisfare ogni gusto, non saziano - non nutrono completamente.
Nel linguaggio simbolico usato da Cristo entrano anche paradigmi culturali che identificavano la manna con la sapienza.
Egli si autorivela così nel discorso sul Pane della Vita.
Venire al Signore non è alla nostra portata. Compiere le opere di legge, forse sì - con sforzo - ma compiere l’Opera di Dio non è innaturale.
Non dipende da un pensiero, da una scelta o da una pratica disciplinare.
Insomma, il Soggetto del cammino nello Spirito è Dio stesso, che opera in noi.
L’azione umana è in ogni frangente una risposta al suo autosvelamento e al suo stesso agire [cosmico e nell’anima di ciascuno; convergente o non].
La Venuta dall’alto è critica: suscita la relazione di Fede. Relazione personale, la quale non è semplice assenso e adempimento, bensì lettura e visione.
Azione in avanti e scoperta di risuscitazione - in particolare, dei lati in penombra che diventano risorse.
Così la Fede-amore dilata la vita, perché ha il suo input dalla generosità divina, dalla Grazia.
Essa diventa in tal guisa decisione, occupazione, responsabilità; dovere ineludibile e dirimente - malgrado ciò, personale.
Cristo è un Cibo che dev’essere mangiato, sminuzzato, per mezzo della Fede.
L’evocazione si fa eucaristica, realizzazione della «Vita dell’Eterno» (v.40 testo greco) anche difforme da maniere ricercate; qui e ora.
Morendo, senza ritardo alcuno Gesù consegna lo Spirito (Gv 19,30) che repentinamente suscita l’esperienza sacramentale (Gv 19,34).
La Vita dell’Eterno non è una pia speranza nell’aldilà: il termine designa la stessa vita intima di Dio, la quale si dispiega e irrompe nella storia [talora senza troppi complimenti] in modo poliedrico.
Energia, Alimento, Lucidità nuova: raggiunge donne e uomini che vedono e credono nel Figlio.
Si tratta di una Fede-Visione che legge il senso, e abilita a un’appropriazione diretta: sorvola gli ostacoli insormontabili.
Una Fede-Gesto che zampilla; una Fede-Azione che diviene fermento di dilatazione, perché ha già suscitato acume, attenzione globale, e intimo consenso.
Essa acutizza ed espande le risorse trasformative delle anime e degli stessi accadimenti.
Dona in prima persona abilità generanti complessive - esteriori e interiori, indistruttibili; che non perdono nulla [non più votate alla morte: v.39].
Lo sguardo ottuso dintorno alle prime fraternità sigillava già il Mistero.
Ma contrariamente al Primo Testamento (Es 33,22-23), per Fede ora si vede Dio e si vive, senza più paura (Es 3,6).
Chi «vede» il Figlio «ha» la stessa Vita dell’Eterno (v.40).
La Visione di Fede, la Visione del Figlio, la Visione dell’esito glorioso di colui che è stato rigettato dalle autorità religiose e considerato maledetto da Dio, fa divenire Uno con Lui.
È Risurrezione attuale, pur nell’esperienza rapida e greve dell’esistenza dispersiva.
L’Immagine considerata impossibile e che non si poteva reggere, cede il passo a un processo d’interpretazione, azione, riassetto, che attira futuro.
Cede il passo alla completezza del mondo umanizzante e diverso di Dio.
Lo spostamento di sguardo rompe la trama delle apparenze, delle convinzioni banali, ereditate o à la page.
Insomma: coglierlo diventa motore di salvezza, fondamento che supera il pre-umano.
Percepirlo si fa Incontro; nella dimensione propria e perenne. Principio di eternità beata.
A fine primo secolo le chiese sentono il rischio del crollo.
La progressiva divaricazione dalla religione pagana in genere e la devozione giudaizzante in particolare, comportava un ampio dibattito con risvolti di costume e interni, persino liturgici.
La battaglia con il purismo farisaico scatenava polemiche di ogni tipo, anche circa la segregazione o meno degli stranieri.
Sorgevano difformità di vedute addirittura sul canone stesso delle Scritture (per i cristiani, già da tempo in greco ellenistico).
Secondo i credenti in Gesù la Sorgente della vita piena e indistruttibile [«Vita dell’Eterno»: v.40 testo greco] non è il pane materiale.
Già su questa terra l’Alimento totalizzante non sta in alcuna certezza banale.
Bisogna piuttosto «Vedere il Figlio» (v.40).
Significa cogliere nel Maestro una vicenda che non finisce nel fallimento, perché nonostante il rifiuto dei capi, l’esito della sua-nostra storia è la condizione divina. Gloria indistruttibile.
E «Credere in Lui» (v.40) non dipende dall’estrazione culturale o dalla posizione sociale concorde, ma da un’elaborazione irripetibile.
Vedere e avere Fede è affidarsi alla luminosa [sembra assurda] Visione che si comunica nelle fibre più intime e fin dalla prima ‘Nascita’. Certi della piena sintonia e realizzazione in quella Figura sovreminente.
Non aderiamo per entusiasmo o iniziative [la “Chiesa degli eventi”, come dice Papa Francesco].
La vita dell’Eterno in noi inizia nell’occhio dell’anima; eco del Sogno primordiale.
Essa s’introduce nel cogliere la traiettoria del Padre. Egli vuole per i suoi minimi una pienezza d’impronta e carattere, senza conformismi.
Solo grazie al Dono nel quale ci riconosciamo fin dalle nostre radici e in essenza, intuiamo consonanze liete che identificano desideri, parole, azioni e tipo di cammino del Risorto stesso, che pulsa in noi.
La Persona del Cristo è l’unico Cibo senza omologazione.
Sostentati dal Pane-Persona possiamo evitare sia la ricerca di finte sicurezze che la smania di appoggi. Ad es. conoscenze, finanziatori, istituzioni ragguardevoli che garantiscano privilegi; così via.
Preferendo il Pane Spezzato.
L’alimento della terra conserva la vita fisica, ma non può far rivivere attraverso Genesi personali uniche, né aprirci una strada valicando la morte.
Ciò conferisce valore ad ogni momento.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa significa per te vedere il Figlio e credere in Lui?
Non proiettare su Dio l’immagine del rapporto servi-padrone
La moltiplicazione dei pani e dei pesci è segno del grande dono che il Padre ha fatto all’umanità e che è Gesù stesso!
Egli, vero «pane della vita» (v. 35), vuole saziare non soltanto i corpi ma anche le anime, dando il cibo spirituale che può soddisfare la fame profonda. Per questo invita la folla a procurarsi non il cibo che non dura, ma quello che rimane per la vita eterna (cfr v. 27). Si tratta di un cibo che Gesù ci dona ogni giorno: la sua Parola, il suo Corpo, il suo Sangue. La folla ascolta l’invito del Signore, ma non ne comprende il senso – come capita tante volte anche a noi – e gli chiede: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?» (v. 28). Gli ascoltatori di Gesù pensano che Egli chieda loro l’osservanza dei precetti per ottenere altri miracoli come quello della moltiplicazione dei pani. E’ una tentazione comune, questa, di ridurre la religione solo alla pratica delle leggi, proiettando sul nostro rapporto con Dio l’immagine del rapporto tra i servi e il loro padrone: i servi devono eseguire i compiti che il padrone ha assegnato, per avere la sua benevolenza. Questo lo sappiamo tutti. Perciò la folla vuole sapere da Gesù quali azioni deve fare per accontentare Dio. Ma Gesù dà una risposta inattesa: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (v. 29). Queste parole sono rivolte, oggi, anche a noi: l’opera di Dio non consiste tanto nel “fare” delle cose, ma nel “credere” in Colui che Egli ha mandato. Ciò significa che la fede in Gesù ci permette di compiere le opere di Dio. Se ci lasceremo coinvolgere in questo rapporto d’amore e di fiducia con Gesù, saremo capaci di compiere opere buone che profumano di Vangelo, per il bene e le necessità dei fratelli.
Il Signore ci invita a non dimenticare che, se è necessario preoccuparci per il pane, ancora più importante è coltivare il rapporto con Lui, rafforzare la nostra fede in Lui che è il «pane della vita», venuto per saziare la nostra fame di verità, la nostra fame di giustizia, la nostra fame di amore.
(Papa Francesco, Angelus 5 agosto 2018)
12. Desideriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure dalla morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti. Non possiamo cessare di protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo sperimentare o realizzare non è ciò che bramiamo. Questa « cosa » ignota è la vera « speranza » che ci spinge e il suo essere ignota è, al contempo, la causa di tutte le disperazioni come pure di tutti gli slanci positivi o distruttivi verso il mondo autentico e l'autentico uomo. La parola « vita eterna » cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola insufficiente che crea confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura; « vita » ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l'altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia. Così lo esprime Gesù nel Vangelo di Giovanni: « Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia » (16,22). Dobbiamo pensare in questa direzione, se vogliamo capire a che cosa mira la speranza cristiana, che cosa aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo.
[Papa Benedetto, Spe salvi]
Carissimi Fratelli e Sorelle!
1. Dopo aver celebrato ieri la Solennità di Tutti i Santi, oggi, due novembre, il nostro sguardo orante si volge a coloro che hanno lasciato questo mondo e attendono di raggiungere la Città celeste. Da sempre la Chiesa ha esortato a pregare per i defunti. Essa invita i credenti a guardare al mistero della morte non come all'ultima parola sulla sorte umana, ma come al passaggio verso la vita eterna. "Mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno - leggiamo nel prefazio odierno -, viene preparata un’abitazione eterna nel Cielo".
2. E’ importante e doveroso pregare per i defunti, perché anche se morti nella grazia e nell’amicizia di Dio, essi forse abbisognano ancora di un’ultima purificazione per entrare nella gioia del Cielo (cfr Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1030). Il suffragio per loro si esprime in vari modi, tra i quali anche la visita ai cimiteri. Sostare in questi luoghi sacri costituisce un’occasione propizia per riflettere sul senso della vita terrena e per alimentare, al tempo stesso, la speranza nell'eternità beata del Paradiso.
Maria, Porta del cielo, ci aiuti a non dimenticare e a non perdere mai di vista la Patria celeste, meta ultima del nostro pellegrinaggio qui sulla Terra.
[Papa Giovanni Paolo II, Angelus 2 novembre 2003]
Giobbe sconfitto, anzi, finito nella sua esistenza, per la malattia, con la pelle strappata via, quasi sul punto di morire, quasi senza carne, Giobbe ha una certezza e la dice: «Io so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!» (Gb 19,25). Nel momento in cui Giobbe è più giù, giù, giù, c’è quell’abbraccio di luce e calore che lo assicura: Io vedrò il Redentore. Con questi occhi lo vedrò. «Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro» (Gb 19,27).
Questa certezza, nel momento proprio quasi finale della vita, è la speranza cristiana. Una speranza che è un dono: noi non possiamo averla. È un dono che dobbiamo chiedere: “Signore, dammi la speranza”. Ci sono tante cose brutte che ci portano a disperare, a credere che tutto sarà una sconfitta finale, che dopo la morte non ci sia nulla… E la voce di Giobbe torna, torna: «Io so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! […] Io lo vedrò, io stesso», con questi occhi.
«La speranza non delude» (Rm 5,5), ci ha detto Paolo. La speranza ci attira e dà un senso alla nostra vita. Io non vedo l’aldilà, ma la speranza è il dono di Dio che ci attira verso la vita, verso la gioia eterna. La speranza è un’ancora che noi abbiamo dall’altra parte, e noi, aggrappati alla corda, ci sosteniamo (cfr Eb 6,18-20). “Io so che il mio Redentore è vivo e io lo vedrò”. E questo, ripeterlo nei momenti di gioia e nei momenti brutti, nei momenti di morte, diciamo così.
Questa certezza è un dono di Dio, perché noi non potremo mai avere la speranza con le nostre forze. Dobbiamo chiederla. La speranza è un dono gratuito che noi non meritiamo mai: è dato, è donato. È grazia.
E poi, il Signore conferma questo, questa speranza che non delude: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me» (Gv 6,37). Questo è il fine della speranza: andare da Gesù. E «colui che viene a me, io non lo caccerò fuori perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6,37-38). Il Signore che ci riceve là, dove c’è l’ancora. La vita in speranza è vivere così: aggrappati, con la corda in mano, forte, sapendo che l’ancora è laggiù. E quest’ancora non delude, non delude.
Oggi, nel pensiero di tanti fratelli e sorelle che se ne sono andati, ci farà bene guardare i cimiteri e guardare su. E ripetere, come Giobbe: “Io so che il mio Redentore è vivo, e io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. E questa è la forza che ci dà la speranza, questo dono gratuito che è la virtù della speranza. Che il Signore la dia a tutti noi.
[Papa Francesco, omelia 2 novembre 2020]
The Church invites believers to regard the mystery of death not as the "last word" of human destiny but rather as a passage to eternal life (Pope John Paul II)
La Chiesa invita i credenti a guardare al mistero della morte non come all'ultima parola sulla sorte umana, ma come al passaggio verso la vita eterna (Papa Giovanni Paolo II)
The saints: they are our precursors, they are our brothers, they are our friends, they are our examples, they are our lawyers. Let us honour them, let us invoke them and try to imitate them a little (Pope Paul VI)
I santi: sono i precursori nostri, sono i fratelli, sono gli amici, sono gli esempi, sono gli avvocati nostri. Onoriamoli, invochiamoli e cerchiamo di imitarli un po’ (Papa Paolo VI)
Man rightly fears falling victim to an oppression that will deprive him of his interior freedom, of the possibility of expressing the truth of which he is convinced, of the faith that he professes, of the ability to obey the voice of conscience that tells him the right path to follow [Dives in Misericordia, n.11]
L'uomo ha giustamente paura di restar vittima di una oppressione che lo privi della libertà interiore, della possibilità di esternare la verità di cui è convinto, della fede che professa, della facoltà di obbedire alla voce della coscienza che gli indica la retta via da seguire [Dives in Misericordia, n.11]
We find ourselves, so to speak, roped to Jesus Christ together with him on the ascent towards God's heights (Pope Benedict)
Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio (Papa Benedetto)
There are also serious, dangerous omissions and we have to recognize with healthy realism that in this way things are not all right, it is not all right when errors are made. However, we must also be certain at the same time that if, here and there, the Church is dying because of the sins of men and women, because of their non-belief, at the same time she is reborn (Pope Benedict)
Ci sono anche cadute gravi, pericolose, e dobbiamo riconoscere con sano realismo che così non va, non va dove si fanno cose sbagliate. Ma anche essere sicuri, allo stesso tempo, che se qua e là la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini, a causa della loro non credenza, nello stesso tempo, nasce di nuovo (Papa Benedetto)
The question makes apparent the concern, present in ancient Jewish tradition, over finding a unifying principle in the various formulations of God's will […] Emphasis is placed on the totality of this dedication to God, listing the three faculties that define man in his deep psychological structures: heart, soul and mind. The word mind, diánoia, contains the rational element (Pope Benedict)
La domanda lascia trasparire la preoccupazione, presente nell’antica tradizione giudaica, di trovare un principio unificatore delle varie formulazioni della volontà di Dio […] L’accento è posto sulla totalità di questa dedizione a Dio, elencando le tre facoltà che definiscono l’uomo nelle sue strutture psicologiche profonde: cuore, anima e mente. Il termine mente, diánoia, contiene l’elemento razionale (Papa Benedetto)
A “year” of grace: the period of Christ’s ministry, the time of the Church before his glorious return, an interval of our life (Pope Francis)
Un “anno” di grazia: il tempo del ministero di Cristo, il tempo della Chiesa prima del suo ritorno glorioso, il tempo della nostra vita (Papa Francesco)
don Giuseppe Nespeca
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