don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Martedì, 06 Ottobre 2026 11:14

28a Domenica T.O.

28a Domenica T.O. (anno A)   [11 ottobre 2026]

 

Prima Lettura dal Libro del profeta Isaia (25,6-10a)

Il profeta Isaia, per descrivere il compimento del progetto di Dio, ha scelto l’immagine di un banchetto. Questo progetto è un’umanità finalmente pacificata: sedersi alla stessa tavola, condividere lo stesso pasto, fare festa insieme, una versa immagine di pace. “IL Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli, sul suo monte, un banchetto di carni grasse e di vini pregiati, un banchetto di carni succulente e di vini raffinati». E’ un’evocazione di carattere poetico e simbolico: Isaia non cerca di descrivere realisticamente ciò che accadrà concretamente. Vuole dire che le guerre, le sofferenze, le ingiustizie finiscono e tutti i popoli saranno in festa. Se questa pagina risale, come molti pensano, a durante o dopo l’Esilio a Babilonia, si comprende perché il sogno della festa venga espresso attraverso immagini di abbondanza. Se il profeta ritiene utile proclamare: “In quel giorno si dirà: “Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato ed egli ci ha salvati”, lo fa probabilmente per cercare di risollevare il morale dei suoi compatrioti Ed allora potremmo tradurre: Coraggio, fratelli miei, dite a voi stessi che tra qualche tempo non rimpiangerete di aver avuto fiducia… e vi racconterò come finirà la storia: camminiamo lentamente ma con sicurezza verso il giorno della pace definitiva. L’unica vera buona ragione per crederci è che si tratta di una promessa di Dio: il Signore ha parlato, dice Isaia. Ecco la frase centrale del testo che giustifica l’ottimismo incrollabile del profeta, colui che sa e ha sperimentato l’opera incessante di Dio per liberare il suo popolo. Non si può essere profeti (o semplicemente testimoni della fede) se, in un modo o nell’altro, non si fa l’esperienza personale o collettiva dell’opera di Dio e Israele si preoccupa di alimentare continuamente la propria fede attraverso il ricordo dell’opera di Dio. Ed è proprio perché non la dimentica mai che può attraversare i momenti di prova. Come Dio ha liberato il suo popolo dalle catene dell’Egitto, così continua, nel corso dei secoli, a liberarlo; e le peggiori catene dell’uomo sono l’incapacità di vivere in pace, di praticare la giustizia, di rimanere nell’Alleanza con Dio. Se Dio porta a compimento la sua opera (e Isaia non dubita che lo farà), verrà il giorno in cui tutti i popoli vivranno nella pace e nella fedeltà all’Alleanza. Perché è lui, il Signore che lo ha promesso.

C’è però una frase che resta difficile: “Farà scomparire la morte per sempre”. Quando oggi leggiamo questa frase, siamo tentati di interpretarla alla luce della nostra fede cristiana attuale e quindi di attribuire al profeta pensieri che non erano i suoi. Solo Dio sa, ovviamente, cosa avesse in mente Isaia, ma molto probabilmente non si tratta ancora, in questo passo, di un’affermazione della Risurrezione nel senso cristiano del termine; il popolo d’Israele scoprì progressivamente, già prima di Cristo, la fede nella risurrezione della carne, ma molto tempo dopo che il libro di Isaia era stato definitivamente messo per iscritto. Si tratta d’una verità che è andata consolidandosi nel corso dei secoli.

 

Salmo Responsoriale (22/23)

Questo salmo conosciuto come il Salmo del buon Pastore può sembrare una semplice immagine pastorale, ma in realtà parla dei temi fondamentali della vita: la vita e la morte, la paura dei nemici e la fede in Dio, più forte di qualsiasi minaccia. Parla della vita nell’Alleanza con Dio: per il credente, solo questa relazione con Dio merita veramente il nome di «Vita», mentre la rottura con Dio rappresenta la «Morte». La «Casa del Signore» è il Tempio di Gerusalemme. Chi poteva dire pienamente «Abiterò nella Casa del Signore per tutti i giorni della mia vita» erano i leviti, discendenti di Levi. La tribù di Levi non ricevette un territorio come le altre tribù d’Israele, perché era consacrata al servizio del culto. I leviti vivevano nelle città delle altre tribù, ricevevano le decime e si recavano a Gerusalemme per svolgere a turno il servizio nel Tempio, che custodivano giorno e notte. Il salmo esprime quindi la gioia di una vita completamente consacrata a Dio: «Grazia e felicità mi accompagneranno tutti i giorni della mia vita; abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni». Tuttavia, il levita diventa anche il simbolo dell’esperienza di tutto il popolo d’Israele. Come il levita ha un posto particolare tra il popolo d’Israele, così Israele ha un ruolo particolare tra le nazioni. Dio ha scelto liberamente questo popolo e gli ha proposto un’Alleanza. Israele riconosce con meraviglia questa scelta e ricorda continuamente ciò che Dio ha fatto per liberarlo dall’Egitto. Essere il popolo scelto non significa però godere egoisticamente della vicinanza di Dio. Israele è chiamato ad aprire la strada agli altri popoli, affinché anche tutta l’umanità possa entrare nell’intimità con Dio. Questo si collega al messaggio di Isaia: il banchetto preparato da Dio sul suo monte è destinato a tutti i popoli. In sintesi questo Salmo insegna che Dio è il pastore che accompagna e protegge il suo popolo. Israele è stato scelto per vivere nell’Alleanza e per testimoniare agli altri popoli l’amore di Dio. Alla fine, però, la salvezza e la comunione con Dio sono destinate a tutta l’umanità.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san paolo apostolo ai Filippesi (4,12-14.19-20)

Paolo scrive ai cristiani di Filippi mentre si trova probabilmente in prigione a Efeso, negli anni ’50. Li ringrazia per l’aiuto economico che gli hanno inviato tramite Epafrodito. Paolo spiega di aver imparato a vivere sia nella povertà sia nell’abbondanza: sa essere sazio o avere fame, vivere nell’abbondanza o nella privazione. La sua libertà nei confronti dei beni materiali nasce dalla fede: «Posso tutto in colui che mi dà la forza», cioè Cristo. Paolo non si vergogna di parlare di denaro e di accettare un aiuto quando ne ha bisogno. La vera libertà non significa fingere di non aver bisogno dei beni materiali, soprattutto quando tante persone vivono nella povertà. Ma le ricchezze sono opportunità o rischio? A questo proposito la Bibbia presenta tre idee fondamentali: Anzitutto, le ricchezze sono una possibilità positiva: non sono cattive in sé e possono essere considerate un dono di Dio, quando permettono di vivere e godere del proprio lavoro. Le ricchezze però possono diventare un rischio: quando vengono accumulate per se stesse, possono trasformarsi in una forma di schiavitù. Il desiderio eccessivo di possedere fa perdere la libertà. Infine, l’accumulo di ricchezza può creare povertà: quando alcuni accumulano troppo, altri possono essere privati delle risorse necessarie. Per questo i profeti, come Amos e Isaia, criticano fortemente l’ingiustizia e l’accaparramento delle ricchezze. Non si deva mani dimenticare che non siamo proprietari, bensì amministratori dei beni che abbiamo, sia per noi stessi sia per gli altri. Durante l’Eucaristia, il pane e il vino rappresentano tutte le ricchezze della terra e il lavoro dell’uomo. Offrendoli, non stiamo semplicemente dando qualcosa a Dio: riconosciamo che tutto appartiene già a Lui e che ci è stato affidato. In poche parole: il denaro e le ricchezze non sono un male in sé. Diventano un problema quando ci rendono schiavi, quando vengono accumulate egoisticamente o quando producono povertà e ingiustizia. Il cristiano è chiamato a usarle con libertà e responsabilità, ricordando di esserne soltanto amministratore.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-14)

Queste due parabole si susseguono e, a prima vista, non sembrano avere molto in comune: quella dell’invito al banchetto di nozze e quella dell’uomo allontanato perché non indossava l’abito nuziale. Alcuni pensano che, in origine, queste due parabole non fossero collegate: sembrerebbe infatti contraddittorio pretendere un abito da cerimonia da una persona che è stata raccolta per strada. Ma se Matteo le ha accostate volutamente, significa che da questo collegamento possiamo ricavare un insegnamento. Esaminiamole una dopo l’altra. «Un re celebrava le nozze di suo figlio». E non si tratta di un re qualsiasi, perché fin dall’inizio ci viene detto che si parla del «Regno dei cieli»: questa sola espressione ci suggerisce immediatamente che si tratta dell’Alleanza tra Dio e l’umanità, Alleanza che si compie in Gesù Cristo; egli stesso, nei Vangeli, si presenta come lo sposo. Del resto, la parola «nozze» ricorre sette volte in questa parabola. Questo simbolismo delle nozze non è molto abituale nel nostro linguaggio cristiano di oggi; eppure è proprio con questi termini che i testi più tardi della Bibbia descrivono il progetto di Dio sull’umanità. Dalle ultime profezie di Isaia fino all’Apocalisse, passando per il Cantico dei Cantici e per i libri sapienziali, per citarne solo alcuni, l’amore di Dio per l’umanità viene descritto nei termini dell’amore coniugale. Ed è proprio per questo che san Paolo dice che il matrimonio è «la migliore immagine della relazione di Dio con l’umanità».

Nell’Antico Testamento era chiaro che l’annuncio e il compimento della salvezza universale dell’umanità passavano attraverso Israele. Il popolo eletto aveva una missione per tutta l’umanità. È in questo senso che abbiamo imparato a leggere la frase di Dio ad Abramo: «In te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3). Riprendendo il paragone delle nozze, possiamo dire che gli Ebrei erano i primi invitati alle nozze; il padrone contava su di loro per estendere poi l’invito e far entrare, dietro di loro, tutta l’umanità. Ma sappiamo come è andata: la grande maggioranza degli Ebrei rifiutò di riconoscere in Gesù il Messia. Nella parabola sono rappresentati dagli invitati che rifiutano di venire alle nozze e arrivano persino a maltrattare i servi che erano andati a chiamarli. Che cosa succederà? Nella parabola, i servi riempiono la sala con invitati chiamati all’ultimo momento. Nella Lettera ai Romani, Paolo commenta dicendo che questo rifiuto di Israele non solo non impedirà le nozze, ma favorirà addirittura l’ingresso di tutti i popoli nella sala del banchetto. «I servi andarono per le strade, radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze fu piena di commensali». Passiamo alla seconda parabola: un uomo, invitato all’ultimo momento, entra senza abito nuziale. È del tutto incapace di rispondere alla domanda: «Amico, come hai fatto a entrare qui senza l’abito nuziale?». Allora viene cacciato. Questo certamente non significa che dovesse soddisfare una particolare esigenza di comportamento, né che l’abito nuziale possa simboleggiare un qualche merito. Appena si parla di «merito», si rischia di deformare il significato della grazia di Dio, che per definizione è gratuita! Con Dio non ci sono condizioni da soddisfare. La prima parabola dice chiaramente che tutti hanno potuto entrare, buoni e cattivi. Allora, che cosa può significare questa seconda parabola? Guardiamo la folla che entra nella sala del banchetto nuziale. Buoni o cattivi, tutti sono stati invitati, tutti hanno accettato e hanno indossato l’abito della festa: hanno saputo accogliere l’invito inatteso e si sono preparati.

Uno solo non ha ritenuto necessario farlo: non ha saputo apprezzare la fortuna di questa proposta insperata e accoglierla con gratitudine. Alla domanda: «Come hai fatto a entrare qui senza l’abito nuziale?», egli non sa cosa rispondere. Sarebbe bastata una parola di scusa o di pentimento, ma egli rimane in silenzio. Non prepararsi per un banchetto significa non dare importanza all’invito e disprezzare colui che ci invita. In fondo, proprio come i primi invitati, egli ha peccato per indifferenza o presunzione. In conclusione: la prima virtù che ci viene richiesta è l’umiltà.

Nota di commento: I primi invitati hanno rifiutato l’invito e altri sono entrati al loro posto. Storicamente è proprio ciò che è accaduto. Negli Atti degli Apostoli vediamo ripetersi più volte lo stesso scenario: ogni volta che Paolo arriva in una nuova città, si reca prima nella sinagoga e annuncia agli Ebrei che Gesù è il Messia atteso. Alcuni gli credono e diventano cristiani. Quando però la predicazione di Paolo supera i confini della sinagoga e anche i pagani iniziano a diventare cristiani, gli Ebrei che non si sono lasciati convincere si spaventano e cacciano Paolo. È ciò che accadde ad Antiochia di Pisidia: «Era necessario annunciare a voi per primi la parola di Dio. Ma poiché la respingete e non vi ritenete degni della vita eterna, ci rivolgiamo alle nazioni pagane». In seguito accadde la stessa cosa a Iconio e a Tessalonica. Proprio perché gli apostoli venivano cacciati da una città all’altra, il Vangelo si diffuse da una città all’altra. Una delle lezioni della prima parabola è quindi che il rifiuto di Israele non può fermare definitivamente il progetto di Dio. Come le prostitute e i pubblicani presero il posto delle autorità religiose ai tempi di Gesù, così, alcuni anni dopo, quando Matteo scriveva il suo Vangelo, i pagani entrarono numerosi nella Chiesa proprio a causa del rifiuto di alcuni Ebrei.

Da un male, Dio riesce sempre a far nascere un bene. C’è poi un’altra interpretazione della veste nuziale Nel linguaggio del Nuovo Testamento, la veste nuziale è quella dei battezzati. Sappiamo infatti che quella che oggi chiamiamo «veste battesimale» è in realtà una «veste nuziale». La seconda parabola riguarderebbe quindi i battezzati: sono loro ad essere entrati nella sala delle nozze. Ma sappiamo che l’abito non fa il monaco. Gesù ricorderebbe qui le esigenze che derivano dal nostro Battesimo. Come dice lui stesso: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». (Mt 7,21).

 

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 12 Ottobre 2026 12:00

L’interno e la società dell’esterno

Fede e senso religioso

(Lc 11,37-41)

 

Le abluzioni prima del pasto (v.38) erano un obbligo religioso imposto.

Ma il banchetto eucaristico [che si legge in filigrana] non celebra distacchi, né risente d’idolatrie puriste.

Lo spirito severo - da “tintoria” - ancora oggi dà una mano di calce bianca alla realtà del Padre.

Invero l’impurità non procede da carenze di forma (come nella religiosità di facciata), ma dal comportamento che denuncia un vuoto sostanziale.

Ciò che macchia è tutto dentro, e cova malgrado le belle petizioni di principio, o le buone maniere - le quali coprono pessime abitudini.

Insomma, è puro ciò che viene offerto; impuro quel che si trattiene (v.41).

In ottica spirituale, sono senza macchia solo colei e colui che si donano; impuri quanti pensano unicamente a se stessi in modo banale, o si rivolgono al prossimo per manipolarlo.

Così, spesso le norme esterne o le idee degli uomini non vanno sino alla radice: fossilizzano.

Non strappano né integrano dal di dentro i contenuti maligni, i desideri iniqui - i veri obiettivi.

Non di rado le osservanze stesse creano competizione spirituale.

In tal guisa esse annientano lo spirito di carità e ospitalità - compendio della Legge - da cui quegli stessi antichi segni sono nati, nelle prime assemblee di fede. 

Certo, la Giustizia ha un ruolo decisivo, ma è un impegno esistenziale.

La ‘giusta posizione’ è per la vita, non per rimettere le cose “a posto” [cose morte talora, o sofisticate e astratte che siano].

 

Per i Vangeli, non bisogna confondere Dio coi precetti o con le ideologie di futuro, se schematiche e disincarnate.

Il Signore vuole entrare nella nostra esistenza concreta - e l’eccesso di minuzie o fantasie può farci smarrire l’orientamento fondamentale della sua Chiamata, corrompendo la sensibilità ai segnali in cui si Rivela.

Il legalismo, l’abitudine, o le mode astruse e d’importazione, possono renderci incapaci di corrispondere alla Vocazione missionaria.

Essi diventano cappe che impediscono di servire le singole libertà dei malfermi.

Ci rendono impacciati nell’accompagnare le persone, affinché incrementino la loro capacità di vita e carattere.

Qui Gesù invita i farisei di ritorno nella sua Chiesa a capire la libertà di Dio e non trasformare la Fede in un credo devoto, astuto, o astratto (senza spina dorsale) qualsiasi.

Non è la supposta incontaminatezza o il “pensiero giusto” che abilita al suo cospetto e che ci fa procedere su vie sterminate.

Lo sperimentiamo, nella crisi globale.

È incontrarLo che consacra e rende adeguati, puri, realizzati, già completi.

‘Perfetti’ - per il tipo di Seme che siamo chiamati a piantare nel mondo.

 

Basta preoccupazioni in aggiunta, che lasciano tutti nel tarlo, nel tormento, e senza via d’uscita.

Come se anche nel Popolo dei figli fosse lecito imporre e vedere ovunque gabbie, corsie, visioni del mondo obbligate, e lucchetti.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Qual è stato il momento chiave in cui ti sei sentito perdonato e puro? Copiando qualcuno all’antica o alla moda?

 

 

[Martedì 28.a sett. T.O.  13 ottobre 2026]

Lunedì, 05 Ottobre 2026 04:44

Fede e senso religioso

L’interno e la società dell’esterno

(Lc 11,37-41)

 

«Adesso voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del vassoio, ma il vostro interno è pieno di rapina e di malvagità» (Lc 11,39).

 

Le abluzioni prima del pasto (v.38) erano un obbligo religioso imposto.

Ma il banchetto eucaristico [che si legge in filigrana] non celebra distacchi, né risente d’idolatrie puriste.

Lo spirito severo, da “tintoria” - come direbbe Papa Francesco - ancora oggi dà una mano di calce bianca alla realtà del Padre [a quel tempo, serviva anche per tutelare lo spirito di rapina dei veterani: v.39].

Invero l’impurità non procede da carenze di forma (come nella religiosità di facciata), ma dal comportamento che denuncia un vuoto sostanziale.

Ciò che macchia è tutto dentro, e cova malgrado le belle petizioni di principio, o le buone maniere - le quali coprono pessime abitudini.

Insomma, è puro ciò che viene offerto; impuro quel che si trattiene (v.41).

 

In ottica spirituale, sono senza macchia solo colei e colui che si donano; impuri quanti pensano unicamente a se stessi in modo banale, o si rivolgono al prossimo per manipolarlo.

Così, spesso le norme esterne o le idee degli uomini non vanno sino alla radice: fossilizzano.

Non strappano né integrano dal di dentro i contenuti maligni, i desideri iniqui - i veri obbiettivi.

Le disposizioni prive d’intimo convincimento costruiscono al massimo persone apparentemente ineccepibili, nonché un mondo ritualista che (guarda caso) volge alla corruzione più degradante.

Lo si denota in tutti i centri di potere - anche qui - tutti ben coperti da forme teatrali fatue, e passerelle esagerate.

 

Insomma, per non interrompere il nostro filo di vita non possiamo più stare lì su regole studiate e ben pensate, credendo di aver risolto.

Il maquillage non coglie il Nucleo.

Infatti anche la giurisdizione impeccabile, o la ragione e l’intelligenza, non preservano dall’avvilimento, dall’umiliazione, dalla solitudine - da ciò che è autentico e continuamente affiora.

Quelle forme di contratto - così subdole o appariscenti - non ristabiliscono un sano equilibrio, né raggiungono la vita della gente normale.

Sembrava fosse pedagogia, ma non lo è: lo vediamo.

 

La religione comune stessa vive talora di segni esteriori - spesso quasi indecifrabili o in sé privi di significato, quando ostentano, mascherando piramidi, e ormai sempre più palesi ipocrisie.

Non di rado le osservanze stesse creano competizione spirituale.

In tal guisa esse annientano lo spirito di carità e ospitalità - compendio della Legge - da cui quegli stessi antichi segni sono nati, nelle prime assemblee di fede. 

Certo, la Giustizia ha un ruolo decisivo, ma è un impegno esistenziale, non cultuale o scenografico.

La “giusta posizione” è per la vita, non per rimettere le cose a posto [cose morte, o sofisticate e astratte che siano].

 

Per i Vangeli, non bisogna confondere Dio coi precetti o con le ideologie di futuro, se schematiche e disincarnate.

Il Signore vuole entrare nella nostra esistenza concreta - e l’eccesso di minuzie o fantasie può farci smarrire l’orientamento fondamentale della sua Chiamata, corrompendo la sensibilità ai segnali in cui si Rivela.

Il legalismo, l’abitudine, o le mode astruse e d’importazione, possono renderci incapaci di corrispondere alla Vocazione missionaria.

Essi diventano cappe che impediscono di servire le singole libertà dei malfermi.

Ci rendono impacciati nell’accompagnare le persone, affinché incrementino la loro capacità di vita e carattere.

 

Perché la vittoria del Cristo è il suo Popolo?

Solo lo spirito di ospitalità dei Figli in rapporto di cura vicendevole, sensibile, in grado di percepire, crea l’ambiente vivo che consente di mettere in migliore comunicazione la nostra anima e il Mistero del Re nascosto, il grande Senso dei nostri desideri e delle Sue “intenzioni”.

 

Qui Gesù invita i farisei di ritorno nella sua Chiesa a capire la libertà di Dio e non trasformare la Fede in un credo devoto, astuto, o astratto (senza spina dorsale) qualsiasi.

Non è la supposta incontaminatezza o il pensiero “giusto” che abilita al suo cospetto e che ci fa procedere su vie sterminate.

Lo sperimentiamo, nella crisi globale.

È incontrarLo che consacra e rende adeguati, puri, realizzati, già completi.

“Perfetti” - per il tipo di Seme che siamo chiamati a piantare nel mondo.

Basta preoccupazioni in aggiunta, che lasciano tutti nel tarlo, nel tormento, e senza via d’uscita.

Come se anche nel Popolo dei figli fosse lecito imporre e vedere ovunque gabbie, corsie, visioni del mondo obbligate, e lucchetti.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Qual è stato il momento chiave in cui ti sei sentito perdonato e puro? Copiando qualcuno?

In un’occasione in cui hai sperimentato totale gratuità, o te lo sei meritato?

In un’occasione in cui sei stato vero con te stesso, o tutto proiettato sull’esterno?

 

 

Santità travisate: non vi è sacro e profano in sé

 

Tradizioni ipocrite e ordine ideale: purezza dell’avvantaggiare

 

(Mc 7,1-8.14-15.21-23)

 

Sotto la dinastia degli Erode il senso del clan e della comunità si stavano sgretolando.

Causa problemi di sopravvivenza, le famiglie erano costrette a chiudersi in se stesse, allentare i legami, pensare a proprie necessità.

Tale chiusura era rafforzata dalla religione dell’epoca sotto ogni aspetto. Ai vv.10-12 ne vediamo un esempio incredibile: chi dedicava la propria eredità al Tempio poteva lasciare i genitori privi d’aiuto!

Offesa e offerta: ingiustizia e comportamento normativo - strano legame, nell’apparente forma dall’accento esemplare.

 

L’osservanza delle norme di purità era fattore di ordinaria emarginazione per molte persone.

Proprio i miseri venivano considerati in specie ignoranti e maledetti, perché impossibilitati agli adempimenti; di conseguenza manchevoli a ricevere la consolante benedizione promessa ad Abramo.

Uno stillicidio quotidiano che minava il significato profondo dell’esistere assieme.

In particolare, le abluzioni erano una sorta di rito durante il quale si celebrava un’appagante divaricazione tra sacro e profano - nel distacco da persone e situazioni considerate impure.

Stando fuori dalle supposte sozzure, mai nessuno dei malfermi poteva essere risollevato.

Quindi le norme non erano fonte di pace, ma di schiavitù. Porgere una mano caritatevole sarebbe stato perfino sacrilego.

Insomma, si anteponevano inezie disumane alla stessa Legge, vanificandone lo spirito comprensivo (fraternità che avrebbe avvantaggiato l’entusiasmo di esistere).

Gesù non sopporta che il mondo chiuso della religiosità conformista venga piegato e usato per appurare l’esistenza altrui con giudizio, dividere e discriminare - annientare i rapporti.

Per questo al controllo dei farisei si oppone la libertà dei discepoli (v.2), che rifiutano di obbedire a ciò che non ha senso per la vita concreta - dove passa l’amore visibile che alimenta l’amore ideale.

 

Nelle culture antiche la visione religiosa e mitica del mondo portava la gente ad apprezzare qualsiasi realtà partendo dalla categoria della santità come distacco e separatezza, persino inaccessibilità.

Le leggi sulla purezza indicavano le condizioni necessarie per mettersi davanti a Dio.

All’epoca di Mc alcuni giudei convertiti ritenevano di poter abbandonare gli antichi costumi e avvicinarsi ai pagani; altri erano di opinione opposta: effettivamente, sarebbe stato come rigettare parti consistenti  della Torah (es: Lv 11-16 e 17ss).

Infatti il Vangelo sottolinea che il problema è «in Casa» (v.17 testo greco: «dentro casa») ossia nella Chiesa e fra i suoi membri.

Cristo deve insistere nell’insegnamento, ora non rivolto a degli estranei, ma proprio agli habitué, incapaci - al contrario delle folle - di «comprendere» (v.14) l’abc delle cose spirituali.

Non vi è sacro e profano in sé.

Per educare i testardi ancora «privi d’intelletto» (v.18) che si ritengono maestri, il Signore non si dirige in una dimora qualsiasi - bensì nel posto dove purtroppo si coltivano aspettative lontane dal popolo (vv.14.17).

Insomma, solo Gesù in Persona libera la folla dei senza voce e smarriti dall’ossessione di tormenti e timori, dallo stare sempre sulla difensiva.

E anche se qualche dirigente accusa, impariamo a non provare sgomento per il fatto che non siamo religiosamente “riusciti” - bensì Primizia!

Lunedì, 05 Ottobre 2026 04:35

Ciò che detta le leggi dell’esistenza

4. Invitandoci a considerare l’elemosina con uno sguardo più profondo, che trascenda la dimensione puramente materiale, la Scrittura ci insegna che c’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr At 20,35). Quando agiamo con amore esprimiamo la verità del nostro essere: siamo stati infatti creati non per noi stessi, ma per Dio e per i fratelli (cfr 2 Cor 5,15). Ogni volta che per amore di Dio condividiamo i nostri beni con il prossimo bisognoso, sperimentiamo che la pienezza di vita viene dall’amore e tutto ci ritorna come benedizione in forma di pace, di interiore soddisfazione e di gioia. Il Padre celeste ricompensa le nostre elemosine con la sua gioia. E c’è di più: san Pietro cita tra i frutti spirituali dell’elemosina il perdono dei peccati. “La carità - egli scrive - copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8). Come spesso ripete la liturgia quaresimale, Iddio offre a noi peccatori la possibilità di essere perdonati. Il fatto di condividere con i poveri ciò che possediamo ci dispone a ricevere tale dono. Penso, in questo momento, a quanti avvertono il peso del male compiuto e, proprio per questo, si sentono lontani da Dio, timorosi e quasi incapaci di ricorrere a Lui. L’elemosina, avvicinandoci agli altri, ci avvicina a Dio e può diventare strumento di autentica conversione e riconciliazione con Lui e con i fratelli.

5. L’elemosina educa alla generosità dell’amore. San Giuseppe Benedetto Cottolengo soleva raccomandare: “Non contate mai le monete che date, perché io dico sempre così: se nel fare l’elemosina la mano sinistra non ha da sapere ciò che fa la destra, anche la destra non ha da sapere ciò che fa essa medesima” (Detti e pensieri, Edilibri, n. 201). Al riguardo, è quanto mai significativo l’episodio evangelico della vedova che, nella sua miseria, getta nel tesoro del tempio “tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,44). La sua piccola e insignificante moneta diviene un simbolo eloquente: questa vedova dona a Dio non del suo superfluo, non tanto ciò che ha, ma quello che è. Tutta se stessa.

Questo episodio commovente si trova inserito nella descrizione dei giorni che precedono immediatamente la passione e morte di Gesù, il quale, come nota san Paolo, si è fatto povero per arricchirci della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9); ha dato tutto se stesso per noi. La Quaresima, anche attraverso la pratica dell’elemosina ci spinge a seguire il suo esempio. Alla sua scuola possiamo imparare a fare della nostra vita un dono totale; imitandolo riusciamo a renderci disponibili, non tanto a dare qualcosa di ciò che possediamo, bensì noi stessi. L’intero Vangelo non si riassume forse nell’unico comandamento della carità? La pratica quaresimale dell’elemosina diviene pertanto un mezzo per approfondire la nostra vocazione cristiana. Quando gratuitamente offre se stesso, il cristiano testimonia che non è la ricchezza materiale a dettare le leggi dell’esistenza, ma l’amore. Ciò che dà valore all’elemosina è dunque l’amore, che ispira forme diverse di dono, secondo le possibilità e le condizioni di ciascuno.

[Papa Benedetto, Messaggio per la Quaresima 2008]

Lunedì, 05 Ottobre 2026 04:32

Elemosina

Nell’ascoltare la parola “elemosina”, la vostra sensibilità di giovani amanti della giustizia e desiderosi di un’equa distribuzione della ricchezza potrebbe sentirsi ferita e offesa. Mi sembra di poterlo intuire. D’altra parte, non crediate di essere soli nell’avvertire una simile reazione interiore; essa è in sintonia con l’innata fame e sete di giustizia che ogni uomo reca con sé. Anche i profeti dell’Antico Testamento, quando rivolgono al Popolo d’Israele l’invito alla conversione ed alla vera religione indicano la riparazione delle ingiustizie verso i deboli e gli indifesi, quale via maestra per il ripristino di un genuino rapporto con Dio (cf. Is 58,6-7). Eppure la pratica dell’elemosina viene raccomandata in tutto il testo sacro, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento: dal Pentateuco ai Libri Sapienziali, dal libro degli Atti alle Lettere Apostoliche. Ebbene, attraverso uno studio dell’evoluzione semantica della parola, sulla quale si sono formate incrostazioni meno genuine, noi dobbiamo ritrovare il significato vero dell’elemosina e soprattutto la volontà e la gioia di fare l’elemosina.

Parola greca, elemosina significa etimologicamente compassione e misericordia. Diverse circostanze e influssi di una mentalità riduttiva hanno svisato e sconsacrato in certo modo il suo primigenio significato, riducendolo talvolta a quello di un atto senza spirito e senza amore.

Ma l’elemosina, in se stessa, va intesa essenzialmente come atteggiamento dell’uomo che avverte il bisogno degli altri, che vuol partecipare agli altri il proprio bene. Chi vorrà dire che non ci sarà sempre un altro, che abbia bisogno di aiuto, anzitutto spirituale, di sostegno, di conforto, di fraternità, di amore? Il mondo è sempre troppo povero di amore.

Così definita, l’elemosina è atto di altissimo valore positivo, della cui bontà non è permesso dubitare, e che deve trovare in noi una disponibilità fondamentalmente di cuore e di spirito, senza della quale non esiste vera conversione a Dio.

Anche se non disponiamo di ricchezze e di capacità concrete per sovvenire ai bisogni del prossimo, non possiamo sentirci dispensati dall’aprire il nostro animo alle sue necessità e dall’alleviarle nella misura del possibile. Ricordatevi dell’obolo della vedova, che gettò nel tesoro del tempio solo due spiccioli, ma insieme tutto il suo grande amore: “Essa, infatti, nella sua miseria aveva dato tutto quanto aveva per vivere” (Lc 21,4).

[Papa Giovanni Paolo II, Discorso ai ragazzi 28 marzo 1979]

Lunedì, 05 Ottobre 2026 04:13

Facce toste, religione del maquillage

«Religione dell’apparire» o «strada dell’umiltà»? Nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta martedì 11 ottobre, Papa Francesco ha indicato una scelta decisiva per la vita di ogni cristiano: anche nel «fare il bene», infatti, si può incorrere in un pericoloso fraintendimento, che è quello di mettere avanti noi stessi e non «la redenzione che Gesù ci ha dato». L’obiettivo è quello di affermare «la nostra libertà interiore» mostrandoci al mondo come realmente siamo nel nostro cuore, senza facili o furbesche operazioni di «maquillage» esteriore.

La riflessione del Pontefice è partita proprio dal concetto di libertà. Lo spunto è venuto dalla prima lettura del giorno (Galati, 5, 1-6), nella quale l’apostolo Paolo Invita a «stare saldi e non lasciarsi imporre di nuovo il giogo della schiavitù, cioè di essere liberi: liberi nella religione, liberi nell’adorazione a Dio». Ecco il primo insegnamento: «mai perdere la libertà». Ma quale libertà? «La libertà cristiana — ha spiegato il Papa — soltanto viene dalla grazia di Gesù Cristo, non dalle nostre opere, non dalle nostre cosiddette “giustizie”, ma dalla giustizia che il Signore Gesù Cristo ci ha dato e con la quale ci ha ricreato». Una giustizia, ha aggiunto, «che viene proprio dalla Croce».

Su questo argomento insiste anche il passo del Vangelo proposto dalla liturgia (Luca, 11, 37-41). Qui si legge di Gesù che rimprovera un fariseo, un dottore della legge. Lo rimprovera perché, ha ricordato il Papa, «questo fariseo invita Gesù a pranzo e Gesù non fa le abluzioni, cioè non si lava le mani»: non compie dunque quelle pratiche «che erano abitudini nella legge antica». Di fronte a certe rimostranze, il Signore afferma: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria». Un concetto, ha fatto notare Francesco, che Gesù «ripete tante volte nel Vangelo» mettendo in guardia certa gente con parole chiare: «Il vostro interno è cattivo, non è giusto, non è libero. Siete schiavi perché non avete accettato la giustizia che viene da Dio». Che è poi «la giustizia che ci ha dato Gesù».

In un altro passo si legge che Gesù, dopo aver esortato alla preghiera, insegna anche come si debba fare: «Nella tua stanza, che nessuno ti veda, così soltanto il tuo Padre ti vede». L’invito, quindi è a «non pregare per apparire», per farsi vedere, come faceva quel fariseo che — narra sempre il Vangelo — davanti all’altare del tempio diceva: «Dio, grazie, Signore, perché non sono peccatore». Quelli che agivano così, ha commentato il Pontefice, erano proprio delle «facce toste» e «non avevano vergogna».

Di contro a certi atteggiamenti, c’è il suggerimento dato da Gesù stesso e che il Papa ha così sintetizzato: «Quando fate del bene e date l’elemosina non fatelo per essere ammirati. La tua mano destra non sappia cosa fa la sinistra. Fatelo di nascosto. E quando fate penitenza, digiuno, per favore guardatevi dalla malinconia, non siate malinconici perché tutto il mondo sappia che state facendo penitenza». In sostanza: quello che importa «è la libertà che ci ha dato la redenzione, che ci ha dato l’amore, che ci ha dato la ri-creazione del Padre». È una libertà interiore, che porta a fare «il bene di nascosto, senza far suonare la tromba»: infatti, «la strada della vera religione è la stessa strada di Gesù: l’umiltà, l’umiliazione». Tanto che Gesù — ha ricordato il Pontefice citando la lettera di Paolo ai Filippesi — «umiliò se stesso, svuotò se stesso». E ha aggiunto: «È l’unica strada per togliere da noi l’egoismo, la cupidigia, la superbia, la vanità, la mondanità».

Di fronte a questo modello troviamo invece l’atteggiamento di coloro che Gesù rimprovera: «gente che segue la religione del maquillage: l’apparenza, l’apparire, fare finta di sembrare, ma dentro...». Per loro, ha sottolineato il Papa, Gesù usa «un’immagine molto forte: “Voi siete sepolcri imbiancati, belli al di fuori ma dentro pieni di ossa di morti e marciume”». Al contrario, «Gesù ci chiama, ci invita a fare il bene con umiltà», perché altrimenti si cade in un fraintendimento pericoloso: «Tu puoi fare tutto il bene che vuoi, ma se non lo fai umilmente, come ci insegna Gesù, questo bene non serve, perché un bene che nasce da te stesso, dalla tua sicurezza, non dalla redenzione che Gesù ci ha dato». Una redenzione che, ha detto Francesco, arriva attraverso «la strada dell’umiltà e delle umiliazioni»: infatti «non si arriva mai all’umiltà senza le umiliazioni». Tant’è che «vediamo Gesù umiliato in croce».

Ecco allora l’esortazione che ha concluso l’omelia: «Chiediamo al Signore di non stancarci di andare su questa strada, di non stancarci di respingere questa religione dell’apparire, del sembrare, del fare finta di...». L’impegno dev’essere invece quello di procedere «silenziosamente, facendo il bene, gratuitamente come noi gratuitamente abbiamo ricevuto la nostra libertà interiore».

[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 12/10/2016]

Domenica, 04 Ottobre 2026 04:07

Le manifestazioni del potere

Nulla di esteriore, quello di Dio sulla terra

(Lc 11,29-32)

 

La corrispondenza umana non cresce col moltiplicarsi dei segnali da capogiro. Dio non costringe i poco convinti, né surclassa con prove; così guadagna un patrimonio d’Amore.

La sua Chiesa autentica, senza strepiti né posizioni persuasive - apparentemente insignificante - è raccolta tutta in intima unità col suo Signore.

La regina del mezzogiorno cercava soluzioni accattivanti a curiosità enigmatiche, ma le poteva conoscere dentro la sua anima e nella vita.

Incarnazione: non ci sono altri segni validi che gli accadimenti e le nuove relazioni con se stessi e gli altri - le quali porgono la Persona stessa e inaudita del Risorto, senza involucri.

 

L’Eterno non è più la pura trascendenza dei giudei, né la vetta della sapienza del mondo antico: il Segno emozionante di Dio è la vicenda di Gesù vivo in noi.

Confidiamo in Cristo, quindi niente droghe spirituali che c’illudano di felicità.

È il senso della nuova Creazione: abbandono allo Spirito, ma tutto concreto (non di maniera) e che procede trascinando la realtà alternativa.

Egli è Segno unico, che scioglie dai molti surrogati della religione delle paure, delle pastoie, dei ruoli consolidati che vorrebbero imprigionarlo in un “alleato” facitore di miracoli seducenti; immediatamente risolutivi.

 

Alcuni membri di comunità sembrava volessero inquadrare il Messia nello schema delle normali attese sacrali e scenografiche.

Già se la intendevano e si mostravano stufi...

In questi “veterani” di Lc non c’era cifra alcuna di conversione all’idea del Figlio di Dio come Servitore, fiducioso nei sogni senza prestigio.

In loro? Nessuna traccia d’idea nuova - né cambio di passo che segnasse un tramonto della società plateale, disumanizzante, cui erano abituati.

 

C’è sempre chi rimane legato a una ideologia di potere. Quindi non vuole aprire gli occhi se non per farsi catturare i sensi in modo banale.

A costoro il Signore non riserva mai conferme impressionanti - che sarebbero la paradossale convalida dei convincimenti antichi.

Unico ‘segnale’ è la sua Chiesa vivente e lo stesso Risorto che pulsa in tutti coloro che lo prendono sul serio; ad es. nei recuperi, risanamenti e rivalutazioni impossibili.

Ma nessun fulmine a scorciatoia.

 

Guidati dall’Amico invisibile, saremo una sola umanità inventiva ‘nel Maestro’.

La nostra testimonianza libera e vivificante alimenterà una esperienza di Fede rigeneratrice, singolarmente incisiva.

Assai più dei miracoli, gli appelli della nostra essenza e della realtà faranno riconoscere il richiamo e l’agire di Dio negli uomini e nella trama della storia.

Il Padre vuole che i suoi figli producano ben altri sbalordimenti e prodigi di bontà divino-umana che visioni e sentimentalismi, o magie.

Unico «segno» di salvezza è Cristo in noi, senza cuciture isteriche; immagine e somiglianza dell’umanità nuova.

 

Per l’autentica ‘conversione’: potenza nativa - e nulla di esteriore.

 

 

[Lunedì 28.a sett. T.O.  12 ottobre 2026]

Nulla di esteriore

(Lc 11,29-32)

 

Gesù si scontra con l’incredulità. Essa viene da vari accecamenti e partiti presi, o (soprattutto nei discepoli) nasce da disattenzione.

Il Signore si allontana da chi lo mette alla prova e da coloro che rifiutano ciò ch’è donato da Dio, pretendendo di fissare come debba agire.

Il Figlio dell’uomo rispetta ogni persona che lo segue, ma fa comprendere che le decisioni e ancor prima la mancanza di percezione acuta impediscono l’Incontro e la redenzione della vita.

In tale ottica, i credenti non vivono per “dimostrare”. Cristo stesso non ci aspetta in manifestazioni subliminali e mirabolanti, ma sulla sponda d’una spiritualità terrestre.

 

Il Valore non ha bisogno di applausi (arma a doppio taglio) - maschera della proposta artificiosa, e della vita inautentica.

 

La corrispondenza umanizzante non cresce col moltiplicarsi dei segnali da capogiro.

Dio non costringe i poco convinti, né surclassa con prove; così guadagna un patrimonio d’Amore nella crescita.

La sua Chiesa autentica, senza strepiti né posizioni persuasive - apparentemente insignificante - è raccolta tutta in intima unità col suo Primogenito: potenza nativa, portentosa e rigeneratrice - solida e reale.

 

La regina del mezzogiorno cercava soluzioni accattivanti a curiosità enigmatiche, ma le poteva conoscere dentro la sua anima e nella vita.

Incarnazione: non ci sono altri segni validi che gli accadimenti e le nuove relazioni - con se stessi e gli altri - le quali porgono la Persona stessa e inaudita del Risorto [quello senza involucri].

L’Eterno non è più la pura trascendenza dei giudei, né la vetta della sapienza del mondo antico.

Il segno dell’Altissimo è la vicenda di Gesù vivo in noi. Essa apre la strada emozionante che conduce verso il Padre.

 

Confidiamo in Cristo, quindi niente droghe spirituali che c’illudano di felicità.

È il senso della nuova Creazione: nell’abbandono allo Spirito - ma tutto concreto (non di maniera) e che procede trascinando la realtà alternativa.

La sua Persona è segnale unico, che scioglie dai molti surrogati della religione delle paure, delle pastoie, dei ruoli consolidati.

Tare che vorrebbero imprigionarlo in “alleato” facitore di miracoli seducenti e immediatamente risolutivi.

Qualcuno in semplice purificatore del tempio o in un personaggio da mulino bianco - e così noi, se ci lasciamo manipolare.

 

Infatti, i leaders religiosi cui Gesù si rivolge sono quelli di ritorno nelle sue comunità!

Si trattava di giudaizzanti i quali volevano inquadrare il Messia nello schema delle normali attese cui erano stati da sempre abituati.

O già se la intendevano e si mostravano stufi...

In questi “veterani” non c’era cifra alcuna di conversione all’idea del Figlio di Dio come Servitore, fiducioso nei sogni senza prestigio.

In loro? Nessuna traccia d’idea nuova - né cambio di passo che segnasse tramonto della società plateale, disumanizzante, e anche sacrale - dell’esterno.

 

Ai leaders popolari talora sfugge il significato dell’unico Segno vivo: Gesù Alimento della vita.

Per causa loro, non dei lontani, il Signore «geme nello spirito» [cf. Mc 8,12 testo greco] - ancora oggi, rattristato da tanta cecità.

La vita è infatti preclusa a chi non sa spostare lo sguardo.

Subito dopo Lc (12,1) si riferisce infatti al pericolo dell’ideologia dominante che faceva perdere alle stesse guide la percezione obiettiva degli accadimenti.

Un «lievito» grossolano ma radicato nell’esperienza penosa della gente; che stimolava gonfiori persino nei discepoli, contaminandoli.

 

Ai primi della classe poteva sembrare che Gesù fosse un leader come Mosè, per il fatto che aveva appena alimentato il popolo affamato nel deserto [cf. Mt 15,32-39; Mc 8,1-9].

Ma il rifiuto è netto: in specie Mc (8,12) lo rende acuto sottolineando il senso di sofferenza del Maestro.

Quindi come anche Mt e Lc nell’episodio appunto di Giona - il suo radicale, perentorio diniego.

Per salvare il popolo bisognoso di tutto non c’è altra via che partire da dentro.

Poi procedere verso una pienezza di essere che dilaga, ci approva, e sfociando consente di spezzare la vita in favore dei fratelli.

 

Non c’è scappatoia.

Unicamente la comunione con la sorgente celata del proprio Sé eminente e il dialogo rispettoso e fattivo con gli altri, salva da una mentalità di gruppo chiuso.

In tal guisa, nessun club è ammesso - che rivendicasse l’esclusiva monopolista su Dio e sulle anime (Lc 9,49-50) con esplicita pretesa a disciplinare le moltitudini.

La comunità del Risorto aborrisce la concezione competitiva della stessa vita religiosa, se riflesso sacrale del mondo imperiale e d’una società che angustia e amareggia l’esistenza dei piccoli.

Sarebbe una vita malata nella ricerca di prestigio purchessia, anche solo apparente.

 

Viceversa, nelle realtà fraterne «il più piccolo tra tutti, questi è grande» (Lc 9,48).

Quindi bisogna assolutamente evitare che nei fedeli s’insinui una mentalità piramidale e dello scarto.

Spirito di competizione che poi inesorabilmente finisce per cercare rifugio nel miracolismo ipocrita, surrogato della vita di Fede.

Lo stesso fa il Maestro per educare i membri di Chiesa che restano [alcuni tuttora] affetti da senso di superiorità nei confronti delle folle e degli estranei.

Sentimento di popolo eletto e privilegiato (Lc 9,54-55) che si stava infiltrando persino nelle comunità primitive.

 

A chi non vuole aprire gli occhi se non per farsi catturare i sensi da fenomeni tutti da discernere - perché malgrado il credo ufficiale che professa rimane legato a una ideologia di potere - il Signore non riserva mai conferme impressionanti venute «dal cielo» (Lc 11,16) che ne sarebbero la paradossale convalida.

Unico segnale è e sarà la sua Chiesa vivente: “vittoria” del Risorto, che pulsa in tutti coloro che lo prendono sul serio.

Senza gerarchie fisse - sotto la guida infallibile della Chiamata e della Parola - i figli sanno reinterpretare, anche in modo inedito.

Tale il prodigio, incarnato nelle mille vicende della storia, della vita personale e comunitaria; nei recuperi, risanamenti e rivalutazioni impossibili.

L’autentico Messia non elargisce alcuna esibizione cosmica.

Nessun festival che obblighi gli spettatori a chinare il capo, a cospetto di tanta gloria sconvolgente e degnazione - come se fosse un dittatore celeste.

E nessun fulmine a scorciatoia.

 

Nel corso dei secoli le Chiese sono cadute spesso in questa tentazione “apologetica”, tutta interna alle devozioni dall’impulso arido: cercare segni meravigliosi e sbandierarli per mettere a tacere gli avversari.

Stratagemmi per un banale tentativo di chiudere la bocca a coloro che chiedono non esperienze di parapsicologia, bensì testimonianze poco avvizzite e senza trucco o escamotage: di concreta disalienazione.

Niente male, questa nostra attività di liberazione in favore degli ultimi, e che tiene duro; non avvinghiata all’idea d’un arruffapopolo dagli aspetti trionfalistici o consolatori.

Preferiamo l’onda del Mistero.

Aneliamo essere guidati da una energia sconosciuta, che ha in serbo un obbiettivo non artificioso - condotti dall’Amico eminente ma intimo e nascosto. Esclusivo in noi.

Saremo una sola umanità nel Maestro, sulla Via giusta e che ci appartiene. Anche percorrendo sentieri interrotti e incompleti, persino di smarrimento.

 

A commento del Tao Tê Ching (i) il maestro Ho-shang Kung scrive: 

«L’eterno Nome vuol essere come l’infante che ancora non ha parlato, come il pulcino che ancora non s’è sgusciato.

La perla luminosa sta dentro l’ostrica, la bella gemma sta in mezzo alla roccia: per quanto all’interno esso risplenda, all’esterno esso è stolto e insipiente».

 

Tutto ciò è forse valutato “incoscienza” e “inconcludenza”... ma porta ciò che siamo - esprimendo un altro modo di vedere il mondo.

In noi stessi e dentro il Richiamo dei Vangeli abbiamo una potenza fresca, che approva il percorso differente dall’immediatamente normale e dal vistoso lampante.

Un Appello che è incanto, delizia e splendore, perché ci attiva rimettendo in discussione.

Verbo che non ragiona secondo gli schemi.

Istanza accorata, che non si fa impressionare dalle cose eccezionali, dalle recite che soffocano l’anima in ricerca di senso e autenticità.

Genuina Meraviglia, impulso indomabile annidato nella dimensione di pienezza umana, e che non si arrende: vuole esprimersi nella sua trasparenza e farsi realtà.

Una sorta d’Infante intimo: si muove in modo giudicato “astruso”, ma rimette le cose a posto, dentro e fuori.

 

La testimonianza libera e vivificante, attenta e sempre personalmente geniale, sarà innata e inedita, graffiante, inventiva senz’accorgimenti, imprevedibile e affatto conformista.

Essa farà scaturire e incessantemente rialimenterà una esperienza di Fede convinta, singolare, incisiva - malgrado possa apparire perdente e non di successo, poco onorevole e insensazionale.

Assai più dei miracoli, le suppliche della nostra essenza e della realtà faranno riconoscere il richiamo e l’agire di Dio negli uomini e nella trama della storia.

Inviti che possono germinare altri sbalordimenti e prodigi di bontà divino-umana, che visioni parossistiche condite di nevrosi e sentimentalismi vuoti o magie.

Unico segno di salvezza è Cristo in noi - senza cuciture, né grandi gesti isterici.

Persona immagine e somiglianza dell’umanità nuova; manifestazione del potere di Dio sulla terra.

 

Per l’autentica conversione: nulla di esteriore.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Di che genere è la tua ricerca di prove?

In cosa si discosta il tuo Segno che fa credere dagli espedienti, da atti di forza, o da quello che altri vorrebbero che diffondessi?

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«Religion of appearance» or «road of humility»? (Pope Francis)
«Religione dell’apparire» o «strada dell’umiltà»? (Papa Francesco)
In the crucified Jesus a kind of transformation and concentration of the signs occurs: he himself is the “sign of God”, especially in the mystery of his Death and Resurrection (Pope John Paul II)
In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio", soprattutto nel mistero della sua morte e resurrezione (Papa Giovanni Paolo II)
However, the king was not discouraged and sent his servants out to seek other guests to fill his banquet hall. Thus the aspect of the refusal of those initially invited caused the invitation to be extended to all [Pope Benedict]
Il re però non si scoraggia e invia i suoi servi a cercare altri commensali per riempire la sala del suo banchetto. Così il rifiuto dei primi ha come effetto l’estensione dell’invito a tutti [Papa Benedetto]
Faith in God opens before us the horizon of a sure hope, one which does not disappoint; it indicates a solid foundation on which to base one’s life without fear; it demands a faith-filled surrender into the hands of the Love which sustains the world (Pope Benedict)
La fede in Dio apre all’uomo l’orizzonte di una speranza certa che non delude; indica un solido fondamento sul quale poggiare, senza paura, la propria vita; richiede l’abbandono, pieno di fiducia, nelle mani dell’Amore che sostiene il mondo (Papa Benedetto)
The "new evangelization" faces this challenge. It must work to ensure that people recover the awareness that in Christ evil can be conquered with good (Pope John Paul II)
La “nuova evangelizzazione” affronta questa sfida. Essa deve impegnarsi perché tutti gli uomini recuperino la consapevolezza che in Cristo è possibile vincere il male con il bene (Papa Giovanni Paolo II)
Many saints experienced the night of faith and God’s silence — when we knock and God does not respond — and these saints were persevering (Pope Francis)
Tanti santi e sante hanno sperimentato la notte della fede e il silenzio di Dio – quando noi bussiamo e Dio non risponde – e questi santi sono stati perseveranti (Papa Francesco)
In some passages of Scripture it seems to be first and foremost Jesus’ prayer, his intimacy with the Father, that governs everything (Pope Francis)
In qualche pagina della Scrittura sembra essere anzitutto la preghiera di Gesù, la sua intimità con il Padre, a governare tutto (Papa Francesco)
It is necessary to know how to be silent, to create spaces of solitude or, better still, of meeting reserved for intimacy with the Lord. It is necessary to know how to contemplate. Today's man feels a great need not to limit himself to pure material concerns, and instead to supplement his technical culture with superior and detoxifying inputs from the world of the spirit [John Paul II]
Occorre saper fare silenzio, creare spazi di solitudine o, meglio, di incontro riservato ad un’intimità col Signore. Occorre saper contemplare. L’uomo d’oggi sente molto il bisogno di non limitarsi alle pure preoccupazioni materiali, e di integrare invece la propria cultura tecnica con superiori e disintossicanti apporti provenienti dal mondo dello spirito [Giovanni Paolo II]
This can only take place on the basis of an intimate encounter with God, an encounter which has become a communion of will, even affecting my feelings (Pope Benedict)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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