Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
[15 Agosto 2026]
Prima Lettura dal libro dell’Apocalisse (11,19a;12,1-6a.10a)
Tutta l’Apocalisse è per la prima comunità perseguitata un messaggio di vittoria con molte immagini: l’Arca dell’Alleanza, tre personaggi, la donna, il drago, il neonato.
1. L’Arca dell’Alleanza ricorda il cofano di legno dorato che accompagnava il popolo durante l’Esodo al Sinai, memoria costante per Israele dell’Alleanza con Dio. Quell’arca si era perduta durante l’esilio a Babilonia, si raccontava che Geremia l’avesse nascosta sul monte Nebo (2Mac 2,8) e si credeva che sarebbe riapparsa alla venuta del Messia. Ora Giovanni la vede riapparire: (Ap 11,19) e per lui è il segno che la fine dei tempi è arrivata e l’Alleanza di Dio con l’umanità è compiuta in modo definitivo.
2. La donna, Israele e il Messia generato dal Popolo eletto. “Poi appare, sempre in cielo, “una donna vestita di sole..” (Ap 12,1-2). Nell’AT spesso i rapporti tra Dio e Israele sono descritti in termini di nozze. Osea parla del fidanzamento di Dio con il suo popolo. Isaia sviluppa il tema delle nozze fino a presentare la venuta del Messia come un parto, Geremia, Ezechiele, il secondo e terzo Isaia usano il vocabolario dei fidanzamenti e delle nozze (Ger 2,2); (Is 62,5). Il Cantico dei Cantici, dialogo d’amore in 7 poemi che non identifica mai i due amanti, dagli Ebrei viene visto come dialogo tra Dio e il suo popolo e lo leggono per questo s nel sabato della settimana pasquale, la grande festa dell’Alleanza di Dio con Israele. Purtroppo Israele fu spesso sposa infedele (idolatrica: gelosia, adulterio, ma anche riconciliazione e perdono, perché Dio resta fedele. Quindi la donna dell’Apocalisse designa il popolo eletto che genera il Messia. Un parto doloroso per i discepoli di Cristo affrontati alla persecuzione, ai quali Giovanni dice: voi state partorendo l’umanità nuova.
3. Il drago: le forze del male. Il drago appostato “davanti alla donna per divorare il bambino appena nato” (Ap 12,4) dice il combattimento delle forze del male contro il progetto di Dio. Per i cristiani perseguitati la parola “drago” non è troppo forte perché dice la violenza che affrontano: il drago è “enorme... rosso fuoco, con sette teste e dieci corna, e sulle teste sette diademi”. Testa e corna dicono intelligenza e forza, il diadema designa il potere imperiale con la sua reale capacità di nuocere. E infatti riesce a trascinare “la terza parte delle stelle del cielo e le gettò sulla terra”. E’ però solo un terzo delle stelle: dunque solo una parvenza di vittoria e il seguito dirà che il potere del male è provvisorio.
4. Il bambino è il Messia Risorto. “Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro” (Ap 12,5.) Giovanni designa il Messia e allude al Sal 2: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato… Le spezzerai con scettro di ferro” (2,7-9). Anche “pastore” era termine classico per parlare del Messia. Segue l’immagine del rapimento del bambino “presso Dio e il suo trono”: simbolo della Risurrezione di Cristo. Era chiarissimo per i primi cristiani abituati a parlare di Lui come il “Primogenito” ora seduto alla destra di Dio. Ma il suo popolo rimane nel mondo. Un mondo difficile, ma dove sono assicurati della protezione di Dio: questo è il senso del deserto, altro richiamo all’Esodo in cui Dio non ha smesso di prendersi cura del suo popolo. I credenti si rassicurino: se il drago ha fallito in cielo, non può riuscire sulla terra. La conclusione è la vittoria già iniziata dalla Risurrezione. Ai primi cristiani che partorivano l’umanità nuova nel dolore della persecuzione, l’Apocalisse annuncia la vittoria: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo” (Ap 12,10). Da quando il Messia è risorto, la vittoria è iniziata.
Salmo Responsoriale (44/45)
Questo salmo ci fa assistere alla cerimonia di nozze del re di Gerusalemme con una giovane principessa straniera (v.10) per sigillare l’alleanza tra due popoli. I matrimoni hanno siglato sempre alleanze tra Stati., ma per Israele l’Alleanza è esclusiva con l’unico Dio, quindi ogni ragazza straniera diventata regina doveva sposare la religione del re. Concretamente, in questo salmo la principessa che viene da Tiro dovrà rinunciare alle pratiche idolatriche per essere degna del suo nuovo popolo e del suo re: «Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre» (v.11). Salomone sposò straniere pagane, Acab la regina Gezabele con il grande scontro del profeta Elia contro i molti sacerdoti e profeti di Baal. Per chi sa leggere tra le righe, questi consigli alla principessa di Tiro si rivolgono in realtà a Israele. Lo sposo regale descritto nel salmo non è altri che Dio stesso, e questa «figlia di re, condotta tutta parata verso lo sposo» è il popolo d’Israele ammesso nell’intimità del suo Dio. Attraverso il rapporto tra Dio e il suo popolo si allude poi al matrimonio tra Dio e tutta l’umanità.,
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (15,20-27°)
Qui sono messe a confronto tre figure: Maria, Gesù di Nazaret e Adamo. Maria, modello della fede è proclamata beata perché ha creduto alla parola di Dio. Nella sua vita ha conosciuto il dolore annunciato da Simeone, ma non ha mai smesso di fidarsi di Dio. Gesù percorre la stessa via nella totale fiducia verso il Padre. e tutto in lui si riassume in queste parole: “Padre, Sono venuto per fare la tua volontà”. La sua risurrezione dimostra che la fiducia in Dio conduce alla vera vita che passa attraverso la sofferenza e la morte. San Paolo contrappone Adamo e Cristo: due atteggiamenti opposti: Adamo è l’uomo che diffida di Dio e vuole decidere da solo; Cristo invece indica l’uomo che si affida completamente a Dio. Secondo Paolo ciascuno si comporta come Adamo quando rifiuta la fiducia in Dio e per questo in Adamo tutti muoiono. Mentre chi segue l’esempio di Cristo entra nella vita vera, fondata sull’amore e la comunione con Dio. L’Assunzione è il progetto di Dio per l’umanità fedele: Maria ha conosciuto l’invecchiamento e, lascata ha vita terrena, è entrata pienamente nella vita di Dio. La tradizione orientale parla della sua Dormizione per passare a una nuova forma di esistenza presso Dio: L’essere umano non è quindi destinato a rimanere per sempre nella sua condizione terrena ma è chiamato a una trasformazione. Gesù, ucciso dall’odio umano, è stato risuscitato da Dio e, come primo dei risorti, apre a tutta l’umanità la strada verso la vita eterna. Maria e Gesù mostrano che la via della vera vita non è l’autosufficienza di Adamo, ma la fiducia in Dio
Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56)
L’episodio della Visitazione mette in luce il ruolo di Maria, nuova Arca dell’Alleanza e modello della fede. Quando Elisabetta dice: “Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga a me?” l’evangelista richiama volutamente il trasferimento dell’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme da parte di Davide. Le somiglianze sono numerose: l’Arca e Maria viaggiano entrambe nelle colline della Giudea; l’Arca porta benedizione alla casa di Oved-Edom, Maria porta gioia alla casa di Zaccaria ed Elisabetta; entrambe rimangono tre mesi nella casa che le accoglie; Davide danza davanti all’Arca, mentre Giovanni Battista esulta nel grembo di sua madre davanti a Maria.
Per Luca tutto questo non è casuale. Maria è nuova presenza di Dio. L’Arca era il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Presentando Maria come la nuova Arca, Luca vuole affermare che Dio è presente in modo unico nel bambino che ella porta in grembo. Si realizza così il mistero dell’Incarnazione. Maria diventa il luogo vivente della presenza divina. Elisabetta proclama: Beata colei che ha creduto e la vera grandezza di Maria non consiste soltanto nell’essere la madre di Gesù, ma nell’aver accolto con fiducia il progetto di Dio anche senza comprenderlo pienamente. In risposta a Elisabetta, Maria canta il Magnificat e non inventa parole nuove perché è costruito con espressioni tratte dai Salmi e da altre preghiere bibliche. E da qui emergono due insegnamenti. Umiltà: Maria non mette sé stessa al centro, ma si inserisce nella tradizione di fede del suo popolo; spirito comunitario: la sua preghiera non riguarda solo la sua vicenda personale, ma l’opera di Dio a favore di tutto il popolo. Ecco perché Maria è presentata come la nuova Arca dell’Alleanza, che porta in sé Dio fatta uomo, mentre il Magnificat mostra che ogni vocazione autentica non è un privilegio personale, ma una chiamata a servire gli altri e l’intero popolo di Dio.
+Giovanni D’Ercole
19a Domenica T.O. (anno A) [9 agosto 2026]
Prima Lettura dal primo libro dei Re (19, 9a.11-13a)
Nel IX secolo a.C., nel regno d’Israele, la regina Gezabele, moglie del re Acab, introduce il culto del dio Baal a Samaria,. Di fronte alla diffusione dell’idolatria, il profeta Elia si erge con grande zelo per difendere la fede del suo popolo ed è convinto che la superiorità di Dio debba manifestarsi attraverso segni di potenza, Elia annuncia una lunga siccità e successivamente organizza una sfida sul Monte Carmelo tra i sacerdoti di Baal e il Dio d’Israele. Vengono preparati due altari e si decide che il vero Dio sarà colui che risponderà con il fuoco dal cielo. I sacerdoti di Baal pregano invano; quando invece Elia invoca il Signore, il fuoco divino consuma il sacrificio. Il popolo riconosce la vittoria del Dio d’Israele. Tuttavia, Elia, spinto dal suo fervore, fa uccidere i sacerdoti di Baal, un gesto che Dio non gli aveva chiesto. Quando Gezabele viene a sapere l’accaduto, giura di vendicarsi e di uccidere Elia. Il profeta fugge nel deserto e, stremato, arriva a desiderare la morte. Durante il cammino verso il Monte Oreb, inizia una profonda crisi interiore che diventa il punto di partenza della sua conversione. Elia comprende gradualmente di aver immaginato Dio come una divinità della forza e della potenza, non molto diversa da quelle che combatteva. Sul monte Oreb, dove un tempo anche Mosè aveva incontrato Dio, il Signore gli si manifesta in modo inatteso. Non è nell’uragano, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel “mormorio di una brezza leggera” Il testo ebraico usa l’espressione: קוֹל דְּמָמָה דַקָּה
Qôl demāmāh daqqāh Letteralmente significa: qôl = voce, suono; demāmāh = silenzio, quiete profonda, calma daqqāh = sottile, delicata, tenue. Una traduzione molto fedele potrebbe essere: “una voce di silenzio sottile”,oppure “il suono di un silenzio delicato”.
Elia scopre così che la vera potenza divina non si esprime nella violenza, nel fragore o nella coercizione, ma nella mitezza, nella pazienza, nella misericordia e nella discrezione. Il racconto rappresenta una tappa fondamentale della rivelazione biblica: Dio educa il suo profeta a passare da una religiosità fondata sulla forza a una fede basata sulla fiducia e sulla dolcezza. La grande scoperta di Elia è che Dio non conquista con la paura, ma con l’amore..
Salmo Responsoriale (84/85) Il Salmo 84/85 nasce dopo quasi 50 anni dal ritorno del popolo d’Israele dall’esilio di Babilonia (538 a.C.). Quando gli esuli rientrano nella loro terra pieni di entusiasmo e di speranza: credono che stia iniziando una vita nuova, che Dio abbia cancellato il passato e che tutto possa ricominciare da zero. Tuttavia la realtà si rivela più difficile del previsto. Le infedeltà all’Alleanza riappaiono, la conversione non è automatica e i rimpatriati, spesso nati in esilio o partiti da giovani, trovano ostacoli, incomprensioni e resistenze, persino nella ricostruzione del Tempio. Per questo il salmista esprime sentimenti contrastanti. Da una parte ringrazia Dio per aver riportato il suo popolo nella terra promessa e per aver perdonato i peccati; dall’altra, vedendo che le difficoltà continuano, si chiede se l’ira divina non sia ancora presente e supplica: «Mostraci il tuo amore, Signore, e donaci la tua salvezza». Il tema centrale del salmo è il doppio significato del verbo “ritornare”: il popolo è già tornato fisicamente nella propria terra, ma deve ancora compiere il ritorno più importante, quello del cuore verso Dio. La vera conversione è un dono di Dio, ma richiede anche l’impegno dell’uomo, disposto ad ascoltare e a seguire la sua parola. Per questo il salmista afferma: «Ascolterò ciò che dice il Signore», riconoscendo che la pace nasce dall’obbedienza fiduciosa a Dio. La parte finale del salmo è un magnifico canto di speranza. Il poeta contempla in anticipo il giorno in cui il progetto di Dio sarà pienamente realizzato: «Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno». Non si tratta di un sogno ingenuo, ma della certezza che Dio conduce la storia verso un futuro di riconciliazione, fraternità e pace tra gli uomini.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (9,1-5)
Nei capitoli 9-11 della Lettera ai Romani, san Paolo affronta una questione che gli sta particolarmente a cuore: se molti ebrei non hanno riconosciuto Gesù Cristo come Messia, significa forse che Dio ha rigettato il suo popolo? Paolo conosce bene questo problema perché lui stesso, prima della sua conversione sulla via di Damasco, era stato un ebreo rigoroso e persino persecutore dei cristiani. Dopo l’incontro con Cristo, comprese che la fede cristiana non contraddice la fede d’Israele, ma ne rappresenta il compimento. Tuttavia la maggioranza del popolo ebraico non accoglie questa convinzione e, anzi, spesso si oppone alla predicazione di Paolo. Da qui nasce la sua domanda: se Israele non riconosce il Messia, è forse escluso dall’Alleanza? E se Dio potesse revocare le sue promesse a Israele, come potrebbero i cristiani confidare nella sua fedeltà? Per rispondere, Paolo ripercorre tutta la storia sacra. Ricorda che Israele ha ricevuto doni unici: l’adozione come figlio di Dio, la gloria della sua presenza, le alleanze, la Legge, il culto, le promesse, i patriarchi e persino il privilegio che il Messia sia nato dal suo popolo. Tutta la storia biblica testimonia l’impegno irrevocabile di Dio verso Israele. La conclusione di Paolo è netta: Dio non ha abbandonato il popolo ebraico. Le sue promesse sono definitive, perché Dio è fedele a se stesso. L’Alleanza non è stata annullata. Per Paolo, il rifiuto di Gesù da parte di molti ebrei rimane un mistero, ma non mette in discussione l’elezione di Israele. La certezza finale è espressa da una frase decisiva: «Dio rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tm 2,13). Il messaggio centrale del testo è dunque che la fedeltà di Dio è più forte delle infedeltà umane.
Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)
Questo episodio evangelico si svolge subito dopo la moltiplicazione dei pani. Dopo aver sfamato la folla, Gesù Cristo ordina ai discepoli di allontanarsi e sale da solo sul monte a pregare. Da una parte, la sua missione non può fermarsi al successo del momento; dall’altra, Gesù vuole evitare il rischio del trionfalismo e dello spettacolare, una tentazione che aveva già affrontato nel deserto. La preghiera gli permette di rimanere in profonda comunione con il Padre e di discernere la strada da seguire. Nel frattempo, la barca dei discepoli è agitata dalle onde del Lago di Tiberiade. Durante la notte vedono una figura camminare sulle acque e, terrorizzati, pensano a un fantasma. Ma Gesù li rassicura con parole che attraversano tutto il Vangelo: «Coraggio! Sono io, non abbiate paura». A quel punto Pietro, fidandosi della voce del Maestro, chiede di poter andare verso di lui camminando sulle acque. Gesù gli risponde semplicemente: «Vieni». Pietro compie allora l’impossibile e cammina sull’acqua, ma quando distoglie lo sguardo da Gesù e si concentra sulla forza del vento, viene preso dalla paura e comincia ad affondare. In questo gesto Pietro rappresenta ogni discepolo: generoso e sincero nel suo slancio, ma fragile nella prova. La sua caduta non nasce dalla mancanza di amore, bensì dal dubbio e dalla paura. Tuttavia compie la scelta giusta: grida «Signore, salvami!». Gesù tende la mano, lo afferra e lo mette in salvo, chiedendogli: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Il racconto insegna che la fede consiste nel mantenere lo sguardo fisso su Cristo anche quando le difficoltà sembrano travolgerci. Le fragilità, i dubbi e persino le cadute non sono l’ultima parola: ciò che conta è continuare a invocare il suo aiuto. Quando Gesù sale sulla barca, il vento si calma e i discepoli comprendono più profondamente chi egli sia. Si prostrano davanti a lui e proclamano: “Davvero tu sei il Figlio di Dio”. Il messaggio centrale del brano è che la vita di fede alterna slanci e debolezze, come accadde a Pietro. Ma ogni volta che l’uomo rischia di affondare, può affidarsi a Cristo e la mano di Dio è sempre pronta a sostenerlo.
+Giovanni D’Ercole
In mezzo ai riconciliati: il cambiamento di rotta e di sorte nel Regno
(Mt 18,15-20)
«Il verbo che l'evangelista usa per "si accorderanno" è synphōnēsōsin: c'è il riferimento ad una "sinfonia" dei cuori» [Papa Benedetto].
Questa nuova energia plasmabile ha una misteriosa presa sul nucleo della realtà - che sempre è più forte di noi; svolge la trama e propone, ma qui viceversa ci accoglie.
Ovvero ci disturba con un disagio… che però è già la terapia. Perché ogni lacrima guida verso gli strati profondi del nostro essere primordiale, del nostro seme e del suo mondo di relazioni proprie.
E allora l’anima si scioglie, diventa meno tortuosa, segue un’indicazione che non pensava; ritrova la strada inebriante delle sintonie profonde, abbandona il sentiero scadente.
Predilige la Via che le corrisponde, più delle identificazioni: tutti gli idoli che prima avevano il sopravvento, i quali - malgrado le apparenze - battagliavano con la nostra destinazione essenziale.
E senza fuggire da se stessi, ma solo dalle convenzioni esterne, ‘insieme’ si può passare dall’unilateralità alla completezza, dalla banalità alla pienezza; al motivo per cui siamo al mondo; al destino dell’essere che siamo.
Forse non riuscivamo prima a percepirlo, perché l’occhio rimbalzava tra le pareti della solita domesticazione.
E il pensiero effimero, assuefatto, non distruggeva l’idea [senza percezione] di noi stessi; idea senz’ascolto, che non svaniva.
La correzione fraterna ci stringe alla gola, ma è quell’amarezza che riporta l’essenziale; è quell’ansia (se accolta) che ci cura davvero.
Mt suggerisce il dialogo, che tenta di capire i motivi dell’altro.
In effetti, nelle prime realtà giudeo cristiane il clima era forse eccessivamente scrupoloso.
Quindi era previsto pure il distacco dalla comunità, ma permaneva la consapevolezza che il peccatore non era comunque un separato da Dio, anche ‘fuori’ della chiesa particolare: «Dove sono due o tre riuniti nel mio Nome» (v.20).
È il centro della nuova concezione pedagogica - non più “religiosa” e di massa, ma di Fede viva e personale.
L’espressione «nel mio Nome» sta a indicare che Gesù stesso ha avuto il suo bel daffare coi giudicanti del suo tempo.
Tutto reale. Anche una esclusione può unire a Lui e farlo rivivere concretamente, altroché.
Se il Cristo vero - non vago - resta il perno della fraternità, il Padre concederà il ritorno del fratello che si è escluso.
Ovviamente, ciò può avvenire solo se l’allontanato sperimenta che per primi i responsabili di comunità cercano il confronto umano - ricalcando la stessa posizione del Maestro: «in mezzo».
Equidistanti da tutti, e ogni tanto con un bel ricambio di mansioni.
Chi ancora oggi ci fa vedere Gesù vivo non sta “al di sopra” degli altri. Non si fa capofila, né si colloca “davanti” - in modo che qualcuno sia vicino e altri sempre a distanza di sicurezza.
Gente fra la gente. Siamo chiamati a ritrovare la saldatura tra onore a Dio e intesa umanizzante per le sorelle e i fratelli.
L’amore chiama amore, il perdono attira spontaneamente perdono - non per sforzo, non per buone maniere o dovere, bensì come canale per far entrare nel mondo nuove energie preparatorie e colpi di scena.
Fragrante segno della Chiesa è il rovesciamento dei ruoli e delle sorti.
[Mercoledì 19.a sett. T.O. 12 agosto 2026]
In mezzo ai riconciliati: il cambiamento di rotta e di sorte nel Regno
(Mt 18,15-20)
«Il verbo che l'evangelista usa per "si accorderanno" è synphōnēsōsin: c'è il riferimento ad una "sinfonia" dei cuori» [papa Benedetto, Vespri a conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, 25 gennaio 2006].
Questa nuova energia plasmabile ha una misteriosa presa sul cuore della realtà - che sempre è più forte di noi; svolge la trama e propone, ma qui viceversa ci accoglie.
Ovvero ci disturba con un disagio… che però è già la terapia. Perché ogni lacrima guida verso gli strati profondi del nostro essere primordiale, del nostro seme e del suo mondo di relazioni proprie.
E allora l’anima si scioglie, diventa meno tortuosa, segue un’indicazione che non pensava; ritrova la strada inebriante delle sintonie profonde, abbandona il sentiero scadente.
Predilige la Via che le corrisponde, più delle identificazioni: tutti gli idoli che prima avevano il sopravvento, i quali - malgrado le apparenze - battagliavano con la nostra destinazione essenziale.
- Senza fuggire da se stessi, ma solo dalle convenzioni esterne, Insieme si può passare dall’unilateralità alla completezza, dalla banalità alla pienezza; al motivo per cui siamo al mondo; al destino dell’essere che siamo.
Forse non riuscivamo prima a percepirlo, perché l’occhio rimbalzava tra le pareti della solita domesticazione.
E il pensiero effimero, assuefatto, non distruggeva l’idea [senza percezione] di noi stessi; idea senz’ascolto, che non svaniva.
La correzione fraterna ci stringe alla gola, ma è quell’amarezza che riporta l’essenziale; è quell’ansia (se accolta) che ci cura davvero.
Dopo la distruzione di Gerusalemme si andava facendo crescente la contrapposizione fra mondo della sinagoga e nuove fraternità in Cristo.
I convertiti al Signore Gesù delle comunità giudaizzanti di Galilea e Siria vivevano un momento di grande tensione, anche all’interno delle famiglie di provenienza.
Nel contempo, stava iniziando l’afflusso di pagani, che via via accentuavano il distacco col giudaismo - sia nel confronto esterno, tra sinagoga ed ‘ecclesìa’, che nel dibattito interno alle piccole assemblee.
Non era affatto semplice ricostruire i rapporti e porre in dialogo persone di estrazione differente, con un bagaglio culturale segnato dall’adesione a forme di religiosità arcaica; devozione che rendeva ostinati in tutto.
Ma il Risorto vede lontano.
Nello spirito di Fede che soppianta le grettezze delle convinzioni impulsive o idolatriche, Mt cerca di sostenere la convivialità delle differenze nelle sue comunità.
L’evangelista lo fa ponendo l’accento sulla riconciliazione, e la giusta posizione di coloro che desideravano farsi segno vivo della Presenza del Signore.
Alle soglie delle minuscole chiese i nuovi spesso non riuscivano a trovare una serena accoglienza; piuttosto dovevano subire esami e trafile da parte di veterani malfidi, e vivere in clima di sospetto.
I primi della classe, sempre puntigliosi a difesa delle loro credenze e posizioni di spicco, sentivano la presenza di alcuni fratelli di fede (più liberi di loro) come un ingombro e un peso.
Molti pagani inizialmente fiduciosi e motivati da aspettative di candore si stavano anche allontanando, indispettiti dal clima diffidente dei rigoristi. Legalisti che di fatto tendevano a riprodurre la medesima atmosfera competitiva delle religioni antiche.
Altre defezioni erano motivate anche dal sorgere di zone d’ombra e scandali interni.
Alcuni forse approfittavano della gestione dei beni, o malgrado la conversione formale rimanevano egoisti e trattenevano il proprio - usurpando la dignità dei minimi e deturpando l’atmosfera di cordialità.
Quasi tutti costoro [gli stessi che volevano mettere i nuovi o gli erranti alle strette] sgomitavano per le precedenze, creando un clima di risentimento che accentuava gli attriti e attenuava la Fede, sino poi storicamente a rovinarla.
Mt suggerisce il dialogo, che tenta di capire i motivi dell’altro.
In effetti, nelle prime realtà giudeo cristiane il clima era forse eccessivamente scrupoloso. [In seguito la scomunica è diventata anche un’arma...].
Quindi era previsto pure il distacco dalla comunità, ma permaneva la consapevolezza che il peccatore non era comunque un separato da Dio, anche ‘fuori’ della chiesa particolare: «Dove sono due o tre riuniti nel mio Nome...» (v.20).
È il centro della nuova concezione pedagogica - non più “religiosa” e di massa, ma di Fede viva e personale.
L’espressione «nel mio Nome» sta a indicare che Gesù stesso ha avuto il suo bel daffare coi giudicanti del suo tempo.
Tutto reale. Anche una esclusione può unire a Lui e farlo rivivere concretamente, altroché.
Se il Cristo vero - non vago - resta il perno della fraternità, il Padre concederà il ritorno del fratello che si è escluso.
Ovviamente, ciò può avvenire solo se l’allontanato sperimenta che per primi i responsabili di comunità cercano il confronto umano - non fare i principini, anzi ricalcare la stessa posizione del Maestro: «in mezzo».
Equidistanti da tutti, e ogni tanto con un bel ricambio di mansioni - evento previsto dal nuovo diritto canonico, ma totalmente disatteso sul territorio - perché ancora solo dei prescelti possono di fatto mettere il naso nelle cose che contano, e mani e piedi nei ruoli di spicco.
Chi ancora oggi ci fa vedere Gesù vivo non sta al di “sopra” degli altri; non si fa capofila, né si colloca “davanti” [in modo che qualcuno sia vicino e altri sempre lontani].
Gente fra la gente. Siamo chiamati a ritrovare la saldatura tra onore a Dio e amore per le sorelle e i fratelli - non solo di fede conforme.
L’amore chiama amore, il perdono attira spontaneamente perdono - non per sforzo, non per buone maniere o dovere, bensì come canale per far entrare nel mondo nuove energie preparatorie e colpi di scena.
Fragrante segno della Chiesa è il rovesciamento dei ruoli e delle sorti. L’alternativa “vittoria-o-sconfitta” è falsa: bisogna uscirne.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa convince le persone a perdonare o fare correzione fraterna, forse l’esempio di gratuità e il modo di collocarsi dei responsabili di chiesa?
Fra loro si correggono amabilmente o c’è invidia e attrito?
Nella tua comunità chi dice di rappresentare Cristo è in mezzo o sempre capofila e capotavola?
Il verbo che l'evangelista usa per "si accorderanno" è synphōnēsōsin: c'è il riferimento ad una "sinfonia" dei cuori. È questo che ha presa sul cuore di Dio. L'accordo nella preghiera risulta dunque importante ai fini del suo accoglimento da parte del Padre celeste. Il chiedere insieme segna già un passo verso l'unità tra coloro che chiedono. Ciò non significa certamente che la risposta di Dio venga in qualche modo determinata dalla nostra domanda. Lo sappiamo bene: l'auspicato compimento dell'unità dipende in primo luogo dalla volontà di Dio, il cui disegno e la cui generosità superano la comprensione dell'uomo e le sue stesse richieste ed attese. Contando proprio sulla bontà divina, intensifichiamo la nostra preghiera comune per l'unità, che è un mezzo necessario e quanto mai efficace, come ha ricordato Giovanni Paolo II nell'Enciclica Ut unum sint: "Sulla via ecumenica verso l'unità, il primato spetta senz'altro alla preghiera comune, all'unione orante di coloro che si stringono insieme attorno a Cristo stesso" (n. 22).
Analizzando poi più profondamente questi versetti evangelici, comprendiamo meglio la ragione per cui il Padre risponderà positivamente alla domanda della comunità cristiana: "Perché - dice Gesù - dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro". È la presenza di Cristo che rende efficace la preghiera comune di coloro che sono riuniti nel suo nome. Quando i cristiani si raccolgono per pregare, Gesù stesso è in mezzo a loro. Essi sono uno con Colui che è l'unico mediatore tra Dio e gli uomini. La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" (Sacrosanctum Concilium, 7).
[Papa Benedetto, Vespri 25 gennaio 2006]
4. «Venite e vedrete». Incontrerete Gesù là dove gli uomini soffrono e sperano: nei piccoli villaggi disseminati lungo i continenti, apparentemente ai margini della storia, come era Nazaret quando Dio inviò il suo Angelo a Maria; nelle immense metropoli dove milioni di esseri umani vivono spesso come estranei. Ogni uomo, in realtà, è «concittadino» di Cristo.
Gesù abita accanto a voi, nei fratelli con cui condividete l'esistenza quotidiana. Il suo volto è quello dei più poveri, degli emarginati, vittime non di rado di un ingiusto modello di sviluppo, che pone il profitto al primo posto e fa dell'uomo un mezzo anziché un fine. La casa di Gesù è dovunque un uomo soffre per i suoi diritti negati, le sue speranze tradite, le sue angosce ignorate. Là, tra gli uomini, è la casa di Cristo, che chiede a voi di asciugare, in suo nome, ogni lacrima e di ricordare a chi si sente solo che nessuno è mai solo se ripone in Lui la propria speranza (Cfr. Mt 25, 31-46).
5. Gesù abita tra quanti lo invocano senza averlo conosciuto; tra quanti, avendo iniziato a conoscerLo, senza loro colpa Lo hanno smarrito; tra quanti lo cercano con cuore sincero, pur appartenendo a situazioni culturali e religiose differenti (Cfr. Lumen gentium, 16). Discepoli e amici di Gesù, fatevi artefici di dialogo e di collaborazione con quanti credono in un Dio che governa con infinito amore l'universo; diventate ambasciatori di quel Messia che avete trovato e conosciuto nella sua «casa», la Chiesa, in modo che tanti altri vostri coetanei possano seguirne le tracce, illuminati dalla vostra fraterna carità e dalla gioia dei vostri sguardi che hanno contemplato il Cristo.
Gesù abita tra gli uomini e le donne «insigniti del nome cristiano» (Cfr. Lumen gentium, 15). Tutti lo possono incontrare nelle Scritture, nella preghiera e nel servizio al prossimo. Alla vigilia del terzo millennio, diventa ogni giorno più urgente il dovere di riparare lo scandalo della divisione tra i cristiani, rafforzando l'unità per mezzo del dialogo, della preghiera comune e della testimonianza. Non si tratta di ignorare le divergenze e i problemi nel disimpegno di un tiepido relativismo, perché sarebbe come coprire la ferita senza guarirla, col rischio di interrompere il cammino prima di aver raggiunto la meta della piena comunione. Si tratta, al contrario, di operare - guidati dallo Spirito Santo - in vista di una reale riconciliazione, confidando nell'efficacia della preghiera pronunciata da Gesù alla vigilia della sua passione: «Padre, che siano come noi una cosa sola» (Cfr. Gv 17, 22). Più vi stringerete a Gesù, più diventerete capaci di essere vicini gli uni agli altri; e nella misura in cui compirete gesti concreti di riconciliazione, entrerete nell'intimità del suo amore.
Gesù abita particolarmente nelle vostre parrocchie, nelle comunità in cui vivete, nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali di cui fate parte, come pure in tante forme contemporanee di aggregazione e di apostolato al servizio della nuova evangelizzazione. La ricchezza di tanta varietà di carismi torna a beneficio dell'intera Chiesa e spinge ogni credente a mettere le proprie potenzialità al servizio dell'unico Signore, fonte di salvezza per tutta l'umanità.
7. Gesù vive in mezzo a noi nell'Eucaristia, nella quale si realizza in maniera somma la sua presenza reale e la sua contemporaneità con la storia dell'umanità. Fra le incertezze e distrazioni della vita quotidiana, imitate i discepoli in cammino verso Emmaus e, come loro, dite al Risorto che si rivela nell'atto di spezzare il pane: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (Lc 24, 29). Invocate Gesù, perché lungo le strade delle tante Emmaus dei nostri tempi rimanga sempre con voi. Sia Lui la vostra forza, Lui il vostro punto di riferimento, Lui la vostra perenne speranza. Non manchi mai, cari giovani, il Pane eucaristico sulle mense della vostra esistenza. E' da questo Pane che potrete trarre la forza per testimoniare la fede!
Attorno alla mensa eucaristica si realizza e si manifesta l'armoniosa unità della Chiesa, mistero di comunione missionaria, nella quale tutti si sentono figli e fratelli, senza preclusioni o differenze di razza, lingua, età, ceto sociale o cultura. Cari giovani, date il vostro contributo generoso e responsabile per edificare continuamente la Chiesa come famiglia, luogo di dialogo e di reciproca accoglienza, spazio di pace, di misericordia e di perdono.
[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio in occasione della XII Giornata Mondiale della Gioventù, da Castel Gandolfo 15 agosto 1996]
Il Vangelo […] (cfr Mt 18,15-20) è tratto dal quarto discorso di Gesù nel racconto di Matteo, conosciuto come discorso “comunitario” o “ecclesiale”. Il brano odierno parla della correzione fraterna, e ci invita a riflettere sulla duplice dimensione dell’esistenza cristiana: quella comunitaria, che esige la tutela della comunione, cioè dell’unità della Chiesa, e quella personale, che impone attenzione e rispetto per ogni coscienza individuale.
Per correggere il fratello che ha sbagliato, Gesù suggerisce una pedagogia del recupero. E sempre la pedagogia di Gesù è pedagogia di recupero; Lui sempre cerca di recuperare, di salvare. E questa pedagogia di recupero è articolata in tre passaggi. In primo luogo dice: «Ammoniscilo fra te e lui solo» (v. 15), cioè non mettere in piazza il suo peccato. Si tratta di andare dal fratello con discrezione, non per giudicarlo ma per aiutarlo a rendersi conto di quello che ha fatto. Quante volte noi abbiamo avuto questa esperienza: qualcuno viene e ci dice: “Ma, senti, tu in questo hai sbagliato. Tu dovresti cambiare un po’ in questo”. Forse all’inizio ci arrabbiamo, ma poi ringraziamo, perché un gesto di fratellanza, di comunione, di aiuto, di recupero.
E non è facile mettere in pratica questo insegnamento di Gesù, per diverse ragioni. C’è il timore che il fratello o la sorella reagisca male; a volte manca la confidenza sufficiente con lui o con lei… E altri motivi. Ma tutte le volte che noi abbiamo fatto questo, abbiamo sentito che era proprio la strada del Signore.
Tuttavia, può avvenire che, malgrado le mie buone intenzioni, il primo intervento fallisca. In questo caso è bene non desistere e dire: “Ma si arrangi, me ne lavo le mani”. No, questo non è cristiano. Non desistere, ma ricorrere all’appoggio di qualche altro fratello o sorella. Gesù dice: «Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni» (v. 16). Questo è un precetto della legge mosaica (cfr Dt 19,15). Sebbene possa sembrare contro l’accusato, in realtà serviva a tutelarlo da falsi accusatori. Ma Gesù va oltre: i due testimoni sono richiesti non per accusare e giudicare, ma per aiutare. “Ma mettiamoci d’accordo, tu ed io, andiamo a parlare a questo, a questa che sta sbagliando, che sta facendo una figuraccia. Ma andiamo da fratelli a parlargli”. Questo è l’atteggiamento del recupero che Gesù vuole da noi. Gesù infatti mette in conto che possa fallire anche questo approccio – il secondo approccio - con i testimoni, diversamente dalla legge mosaica, per la quale la testimonianza di due o tre era sufficiente per la condanna.
In effetti, anche l’amore di due o tre fratelli può essere insufficiente, perché quello o quella sono testardi. In questo caso – aggiunge Gesù – «dillo alla comunità» (v. 17), cioè alla Chiesa. In alcune situazioni tutta la comunità viene coinvolta. Ci sono cose che non possono lasciare indifferenti gli altri fratelli: occorre un amore più grande per recuperare il fratello. Ma a volte anche questo può non bastare. E dice Gesù: «E se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano» (ibid.). Questa espressione, in apparenza così sprezzante, in realtà invita a rimettere il fratello nelle mani di Dio: solo il Padre potrà mostrare un amore più grande di quello di tutti i fratelli messi insieme. Questo insegnamento di Gesù ci aiuta tanto, perché – pensiamo ad un esempio – quando noi vediamo uno sbaglio, un difetto, una scivolata, in quel fratello o quella sorella, di solito la prima cosa che facciamo è andare a raccontarlo agli altri, a chiacchierare. E le chiacchiere chiudono il cuore alla comunità, chiudono l’unità della Chiesa. Il grande chiacchierone è il diavolo, che sempre va dicendo le cose brutte degli altri, perché lui è il bugiardo che cerca di disunire la Chiesa, di allontanare i fratelli e non fare comunità. Per favore, fratelli e sorelle, facciamo uno sforzo per non chiacchierare. Il chiacchiericcio è una peste più brutta del Covid! Facciamo uno sforzo: niente chiacchiere. È l’amore di Gesù, che ha accolto pubblicani e pagani, scandalizzando i benpensanti dell’epoca. Non si tratta perciò di una condanna senza appello, ma del riconoscimento che a volte i nostri tentativi umani possono fallire, e che solo il trovarsi davanti a Dio può mettere il fratello di fronte alla propria coscienza e alla responsabilità dei suoi atti. Se la cosa non va, silenzio e preghiera per il fratello e per la sorella che sbagliano, ma mai il chiacchiericcio.
La Vergine Maria ci aiuti a fare della correzione fraterna una sana abitudine, affinché nelle nostre comunità si possano instaurare sempre nuove relazioni fraterne, fondate sul perdono reciproco e soprattutto sulla forza invincibile della misericordia di Dio.
[Papa Francesco, Angelus 6 settembre 2020]
Volto alla Persona, Padre in relazione
(Mt 18,1-5.10.12-14)
Il brano di Vangelo detta la linea di tutto il discorso ecclesiale di Mt (18,1-35).
Il termine chiave dei vv.1-5 è «paidìon» - diminutivo di «pàis» - che sta a indicare il garzone di bottega, il ragazzino fra 9-11 anni circa, che anche in casa doveva scattare dopo ogni ordine ricevuto.
Gesù tramortisce le ambizioni di grandezza dei suoi bramosi discepoli, che vorrebbero pignorarlo e mettergli il guinzaglio.
Modello del Regno non è il comandante, bensì il servitore; colui che non agisce con mentalità corrente, per spirito d’interesse o promozione.
Non è un peccato desiderare di dare significato alla propria vita, ma c’è un rovesciamento: ‘maggiore’ è il ‘minore’ - colui che non brama posti preminenti; resta umile di sentimento, condizione, e posizioni.
L’importanza palese è un inganno: i veri “grandi” della comunità ecclesiale non appartengono al mondo dei perfettamente installati, che si fanno avanti, che sanno a chi appoggiarsi, e così imporsi.
Dal v.6 l’autore parla di «mikròi»: i senza voce. Sono coloro che non hanno peso alcuno.
Questi “piccoli” sono «minuscoli» che hanno sentito parlare dello spirito di comunione che vige tra sorelle e fratelli di Fede...
Vorrebbero sperimentare il beneficio di questa nuova Via senza pretese mortificanti, sollecita al recupero...
Provano a iniziare, ma talora se ne scostano. Affaticati da situazioni improprie.
Gesù ci spiazza: gli ‘esclusi’ sono gli unici che fanno gridare di gioia, e valgono più di tutto il gregge dei soliti abitudinari (vv.12-14).
Il Richiamo vale anche per noi: proprio nelle persone isolate, smarrite e apparentemente più insignificanti è particolarmente vivace la fioritura dei grandi contenuti spontanei.
In essi si annida la Linfa che rigenera il mondo, e si rivela la Novità di Dio [che anche oggi vuole guidarci nell’esodo vocazionale e sociale].
Insomma: le idee fisse condizionano la vita e non lasciano che l’organismo interiore - psichico e spirituale - possa nutrirsi di verità trasparenti (non pregiudicate) e sensazioni sincere, che vorrebbero donarci respiro.
Liberarsi da soliti modi di scendere in campo, sciogliere pregiudizi e convinzioni schematiche, consentirebbe di spezzare le catene che trattengono le facoltà, spalancando altre visuali.
Infatti, la soluzione delle complicazioni che soffocano l’anima e l’esperienza della pienezza di essere che cerchiamo non è esterna, bensì insita nella nostra stessa domanda.
Nel linguaggio biblico, la figura dell’Angelo (v.10) esprime Dio stesso in dialogo con l’anima personale; la Sua Presenza in noi, in situazione - e qui la nostra paradossale fecondità.
L’Angelo è il nostro stesso Sé eminente e totale, che sa recuperare gli opposti, che coglie i segreti, suggerisce, guida; conosce la nostra poliedricità unica, e in tal guisa sa dove andare.
Così, la vita autentica è avvolta di Mistero, perfino nel passo dopo passo.
L’esistenza che ci contraddistingue non è tutta nel circolo dei traguardi visibili, delle apparenti affermazioni, e delle cose materiali, banali, più o meno a portata di mano.
La Vita completa introduce nella Chiamata per Nome che sfocia nella realizzazione e fioritura, ci apre alla Relazione che vale.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Secondo te perché Gesù parla di Angeli in cielo, e di Gioia in riferimento all’unica pecorella?
[Martedì 19.a sett. T.O. 11 agosto 2026]
Volto alla persona, Padre in relazione
(Mt 18,1-5.10.12-14)
Il brano di Vangelo detta la linea di tutto il discorso ecclesiale di Mt (18,1-35). Il termine chiave dei vv.1-5 è paidìon - diminutivo di pàis - che sta a indicare il garzone di bottega, il ragazzino fra 9-11 anni circa, che anche in casa doveva scattare dopo ogni ordine ricevuto.
Gesù tramortisce le ambizioni di grandezza dei suoi bramosi apostoli, che vogliono sequestrarlo per se stessi. Sì, lo tallonano sempre, ma non lo seguono - anzi, vorrebbero pignorarlo e mettergli il guinzaglio.
Modello del Regno non è il comandante, bensì il servitore; colui che non agisce con mentalità corrente, per spirito d’interesse o promozione.
Non è un peccato desiderare di dare significato alla propria vita, ma c’è un rovesciamento: maggiore è il minore - colui che non brama posti preminenti, resta umile di sentimento, condizione e posizioni.
Anche nella vita spirituale, chi vuole subito arrivare o fa il buono (non per gratuità ma solo) per assicurarsi posizioni future, disperde la propria Perla. L’importanza palese è un inganno: i veri “grandi” della comunità ecclesiale non appartengono al mondo dei “migliori”, dei perfettamente installati in società - gli svelti che si fanno avanti e sanno imporsi.
Dal v.6 l’autore parla di mikròi: i senza voce. Sono coloro che non hanno peso alcuno, magari quelli che non riescono neppure a farsi accettare in qualche gruppo di pressione o cricca “spirituale” esclusiva.
Questi “piccoli” sono coloro che prima o poi - malgrado l’esclusione preventiva - trovano il modo di accostarsi alla comunità dei fedeli in Cristo. Hanno sentito parlare dello spirito di collaborazione, sinergia e comunione che vige tra sorelle e fratelli di Fede. Vorrebbero sperimentare il beneficio di questa nuova Via di convivenza senza pretese umilianti, e sollecita al recupero...
Provano a iniziare, ma talora se ne scostano. Affaticati dalla trafila, impossibilitati a un rapporto personale con il Signore (in quanto davanti e in ogni occasione si ritrovano la solita siepe di dirigenti cui dovrebbero pagare dazi e sottostare), spesso irritati dalla vuota vanità di coloro che non di rado si rivelano persone senza scrupoli e pericolosissime.
Gesù non ci va liscio: gli esclusi sono gli unici che fanno gridare di gioia, e valgono molto molto più di tutto il gregge dei soliti inclusi (vv.12-14).
Il Richiamo vale anche per noi: proprio nelle persone isolate, smarrite e apparentemente più insignificanti è particolarmente vivace la fioritura dei grandi contenuti spontanei.
In essi si annida la Linfa che rigenera il mondo, e si rivela la Novità di Dio (che anche oggi vuole guidarci nell’esodo vocazionale e sociale).
Semplicità e sconvolgimenti: Rinascita senza mortificazione
Non si tratta di trovare scuse per giustificare la pigrizia nella ricerca e nell’esodo spirituale: piccoli, spontanei e naturali - ma ricchi dentro - si diventa, abbassandosi (Mt 18,3-4 testo greco) dal proprio personaggio.
È l’arte di rendere densa e complessa la vita, poliedrica e vasta, semplificando poi, senza disperdere. Spesso basta solo osservare in maniera diversa o posare lo sguardo altrove, per trovare mille sbocchi inattesi e auto-rigeneranti.
Infatti, la soluzione delle complicazioni che soffocano l’anima e l’esperienza della pienezza di essere che cerchiamo, non è esterna, ma insita nella nostra stessa domanda. Non di rado appartiene alle precomprensioni più che alla realtà o alla marea che viene, la quale vuole semplicemente trascinarci sul territorio della crescita.
Siamo obnubilati dai pensieri. Ma esiste un sapere innato che veglia sulla nostra unicità e non intossica l’anima. C’è un tempo e uno spazio segreti, che ci abitano: essi risuonano in sintonia coi Vangeli. Non c’è da “rimettersi al passo” di sempre.
Se ci arrendiamo a tale istinto sapiente, confortato dalla Parola, il Nucleo dell’essere scenderà in campo con le sue energie primordiali - che ricreano la terra come il mitico Bimbo del mondo: un piccolo Gesù - dentro e fuori di noi. Così si annienta anche il disastro del Coronavirus, e si risorge: ciascuno a modo proprio (che non è “suo” nel senso dell’arbitrio).
E quando nei casi particolari saremo capaci di accogliere gli accadimenti come una Chiamata a uscire dalle gabbie affinché percepiamo l’altrove, troveremo un risultato intimo che sbroglia e rilancia la via personale e le possibilità di scambio di doni inediti, non stereotipi - senza neppure provare la stanchezza e le sottili insoddisfazioni che conosciamo.
Proiettati totalmente nei problemi esterni, sovraccarichiamo la mente e lo spirito di aspettative indotte dal paradigma culturale (un tempo) in voga, cui siamo abituati. Così l’esistenza ridiventa subito conformista, stagnante nei soliti mezzi e mète, priva di nuovi picchi, relazioni autentiche e vitalità impensate.
Il diktat dell’obbiettivo indotto dai ruoli che immaginavamo acquisiti ci sfibra, e l’idea istituita di perfezione sterilizza l’humus - c’impoverisce, mettendo fra parentesi le esigenze effettive; così facendo prevalere i modi di essere, i ruoli consolidati già espressi, inaridendo i rapporti (rendendo di nuovo torbidi gli ambienti).
Le idee fisse condizionano la vita e non lasciano che l’organismo interiore - psichico e spirituale - possa nutrirsi di verità trasparenti (non pregiudicate) e sensazioni sincere, che vorrebbero donarci respiro.
Liberarci da soliti modi di scendere in campo, dai giudizi e convinzioni apodittiche, consentirebbe di spezzare le catene che trattengono le facoltà luminose e arcobaleno, nonché la capacità di corrispondere all’irripetibile vocazione, spalancando altre visuali.
Il “vuoto” propugnato dal Tao somiglia solo a orecchio al “vuoto” di altre sapienze orientali (decisamente più spersonalizzanti) perché l’insegnamento della Via non smarrisce il senso di unicità ed eccezionalità del singolo seme. Anzi, ne rispetta appieno la vocazione propulsiva... rimanendo se stessi, non solo malgrado - ma a motivo - dell’abisso obbligatorio che abbiamo vissuto.
Minimizzando invece i propositi di riedizione dell’antico maquillage - e tutti i condizionamenti non epocali (che non ci chiamano, e neppure vorremmo) - sgombriamo l'anima dalle zavorre. Faremmo affiorare il suo peso specifico eccezionale e il carattere irripetibile, per alleggerirla e colmarla solo di quanto serve per attivare i nuovi sentieri che ci attendono.
Il rallentamento e il lasciar scorrere che Lao Tse propugna non guida all’insignificante appiattimento delle differenze, ma a dilatare i tempi sacri e naturali dell’azione sapiente, e apprezzarne il valore.
Tappe e traguardi che non ci corrispondono non daranno appagamento, costringendoci ad amplificare i rapporti solo per coprire il problema con se stessi, o addirittura di coppia, gruppo, movimento, comunità e ambiente di lavoro.
Mentre desideriamo rivestire (e non deporre) di senso di permanenza il personaggio di prima - cliché che non ci corrisponde - giriamo a vuoto, caricandoci di attese fuori scala e inutile stress (che non fa spazio all’amore con cui s’incontra se stessi, le cose, sorelle e fratelli, i tanti eventi).
La Sapienza naturale, gli accadimenti anche amareggianti, e la Bibbia, ci ricordano che il volto... ogni percorso, nome e ritmo sono solo nostri. Anche la sintesi lo è: ciascuno è chiamato a scrivere la sua irripetibile lieta notizia a favore della donna e dell’uomo di ogni tempo (Gv 20,30-31).
Nota bene: la Fraternità non è livellamento:
“Ma ci sono molte altre cose che Gesù ha fatto, le quali se fossero scritte una per una, penso che neppure il mondo stesso potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere” (Gv 21,25).
Sarebbe la Felicità nella nuova Bellezza eminente, dal disagio.
Nel linguaggio biblico, la figura dell’Angelo (v.10) esprime Dio stesso in dialogo con l’anima personale; la Sua Presenza in noi, in situazione - e qui la nostra paradossale fecondità.
L’Angelo è il nostro stesso Sé eminente e totale, che sa recuperare gli opposti, che coglie i segreti, suggerisce, guida; conosce la nostra feconda poliedricità, e in tal guisa sa dove andare.
Insomma, la vita autentica è avvolta di Mistero, perfino nel passo dopo passo.
L’esistenza che ci contraddistingue non è tutta nel circolo dei traguardi visibili, delle apparenti affermazioni, e delle cose materiali, banali, più o meno a portata di mano.
La Vita completa ci introduce nella Chiamata per Nome che sfocia nella realizzazione e fioritura, ci apre alla Relazione che vale.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Secondo te perché Gesù parla di Angeli in cielo, e di Gioia in riferimento all’unica pecorella?
Perché Gesù parla di Gioia in riferimento all’unica pecorella?
Valore dell'unicità imperfetta
(Mt 18,12-14)
Il cambiamento di rotta e di sorte del Regno. Un Dio in ricerca dei perduti e disuguali, per dilatarci la vita. Cristologia del Pallio, potenza delle carezze, energia gioiosa (nella dissociazione).
Dice il Tao Tê Ching (x): «Preserva l’Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare?».
Anche nel cammino spirituale, Gesù si guarda bene dal proporre un universalismo dettato o pianificato, come se il suo fosse un modello ideale, «allo scopo di omogeneizzare» [Fratelli Tutti n.100].
Il tipo di Comunione che il Signore ci propone non mira a «un’uniformità unidimensionale che cerca di eliminare tutte le differenze e le tradizioni in una superficiale ricerca di unità».
Perché «il futuro non è “monocromatico” ma se ne abbiamo il coraggio è possibile guardarlo nella varietà e nella diversità degli apporti che ciascuno può dare. Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali!» [da un Discorso ai giovani in Tokyo, novembre 2019].
Sebbene la pietà e la speranza dei rappresentanti della religiosità ufficiale fosse fondata su una struttura di sicurezze umane, etniche, culturali e una visione del Mistero consolidati da una grande tradizione, Gesù sgretola tutte le prevedibilità.
Nel Figlio, Dio viene rivelato non più come proprietà esclusiva, bensì Potenza d’Amore che perdona gli emarginati e smarriti: salva e crea, liberando. E mediante i discepoli dispiega il suo Volto che recupera, abbatte le barriere consuete, chiama moltitudini misere.
Sembra un’utopia impossibile da realizzare nel concreto (oggi della crisi sanitaria e globale) ma è il senso del passaggio di consegne alla Chiesa, chiamata a farsi incessante pungolo d’Infinito e fermento d’un mondo alternativo, per lo sviluppo umano integrale:
«Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!» [FT n.8].
Attraverso una domanda assurda (formulata in modo retorico) Gesù vuole destare la coscienza dei “giusti”: c’è una controparte di noi che suppone di sé, molto pericolosa, perché porta all’esclusione, all’abbandono.
Invece l’Amore inesauribile cerca. E trova l’imperfetto e irrequieto.
La palude di energia stagnante che si genera accentuando i confini non fa crescere nessuno: blocca nelle solite posizioni e lascia che ciascuno si arrangi o si perda. Per disinteresse interessato - che impoverisce tutti.
Tutto ciò faceva cadere le virtù creative nella disperazione.
Fa cadere nella disperazione chi è fuori del giro degli eletti - anteposti che non avevano nulla di superiore. Infatti gli evangelisti li tratteggiano del tutto incapaci di trasalire di gioia umana per il progresso altrui.
Calcolatori, recitanti e conformi - i dirigenti fondamentalisti o troppo sofisticati e disincarnati usano la religione come un’arma.
Invece Dio è agli antipodi degli sterilizzati finti - o del pensiero disincarnato - e alla ricerca di colui che vaga malfermo, facilmente si disorienta, smarrisce la strada.
Peccatore eppure vero, quindi più disposto all’Amore genuino. Per questo motivo il Padre è alla ricerca dell’insufficiente.
La persona così limpida e spontanea - anche se debole - cela la sua parte migliore e ricchezza vocazionale proprio dietro i lati apparentemente detestabili. Forse ch’egli stesso non apprezza.
Questo il principio di Redenzione che sbalordisce e rende interessante i nostri percorsi spesso distratti, condotti a fiuto, come “a tentativo ed errore” - nella Fede generando però autostima, credito, pienezza e gioia.
L’impegno del purificatore e l’impeto del riformatore sono “mestieri” che in apparenza si contrappongono, ma facili facili… e tipici di chi pensa che le cose da contestare e cambiare siano sempre fuori di sé.
Ad esempio nei meccanismi, nelle regole generali, nell’assetto giuridico, nelle visioni del mondo, negli aspetti formali (o istrionici) invece che nell’artigianato del bene particolare concreto; così via.
Sembrano scuse per non guardarsi dentro e mettersi in gioco, per non incontrare i propri stati profondi in tutti i versanti e non solo nelle linee guida. E recuperare o rallegrare individui concretamente smarriti, tristi, in tutti i lati oscuri e difficili.
Ma Dio è agli antipodi degli sterilizzati di maniera o degli idealisti finti, e alla ricerca dell’insufficiente: colui che vaga e smarrisce la strada. Peccatore eppure vero, quindi più disposto all’Amore genuino.
La persona trasparente e spontanea - anche se debole - cela la sua parte migliore e ricchezza vocazionale proprio dietro gli aspetti apparentemente detestabili (forse ch’egli stesso non apprezza).
Chiediamo allora soluzione alle nuove energie interpersonali misteriose, imprevedibili, che entrano in gioco; da dentro le cose.
Senza interferire con idee di passato o di futuro che non vediamo, ovvero opponendosi ad esse. Piuttosto possedendone l’anima, il suo farmaco spontaneo.
Questo il principio della Salvezza che sbalordisce e rende interessante i nostri percorsi [spesso distratti, condotti a fiuto, come “a tentativo ed errore”] - generando infine autostima, credito e gioia.
L’idea che l’Altissimo sia un notaio o principe di un foro, e che operi netta distinzione fra giusti e trasgressori, è caricatura.
Del resto, una vita da salvati non è produzione propria, né possesso esclusivo o proprietà privata - che si capovolge in doppiezza.
Non è l’atteggiamento schizzinoso, né quello cerebrale, che unisce a Lui. Il Padre non blandisce amicizie supponenti, né ha interessi esterni.
Egli si rallegra con tutti, ed è il bisogno che lo attira a noi. Quindi non temiamo di farci trovare e lasciarci riportare (cf. Lc 15,5) in Casa sua, che è casa nostra.
Se c’è uno smarrimento, vi sarà un ritrovamento, e questo non è una perdita per nessuno - salvo per gli invidiosi nemici della libertà (v.10).
L’Eterno infatti non si compiace di emarginazioni, né intende spegnere il lucignolo fumigante.
Gesù non viene per puntare il dito sui momenti no, ma per recuperare, facendo leva sul coinvolgimento intimo. Forza invincibile di fedeltà.
Questo lo stile d’una Chiesa dal Cuore Sacro, amabile, elevato e benedetto.
[Ciò che attira a partecipare ed esprimersi è sentirsi capiti, restituiti a dignità piena - non condannati].
Diceva Carlo Carretto: «È sentendosi amato, non criticato, che l’uomo inizia il suo cammino di trasformazione».
Come sottolinea ancora l’enciclica Fratelli Tutti:
Gesù - nostro Motore e Motivo - «aveva un cuore aperto, che faceva propri i drammi degli altri» (n.84).
E aggiunge ad esempio della nostra grande Tradizione:
«Le persone possono sviluppare alcuni atteggiamenti che presentano come valori morali: fortezza, sobrietà, laboriosità e altre virtù. Ma per orientare adeguatamente gli atti [...] bisogna considerare anche in quale misura essi realizzino un dinamismo di apertura e di unione [...] Altrimenti avremo solo apparenza».
«San Bonaventura spiegava che le altre virtù, senza la carità, a rigore non adempiono i comandamenti come Dio li intende» (n.91).
Nelle sètte o nei gruppi d’ispirazione unilaterale, per emarginazione saccente le ricchezze umane e spirituali vengono depositate in luogo appartato, così invecchiano e sviliscono.
Nelle assemblee dei figli sono invece condivise: si accrescono e comunicano; moltiplicandosi rinverdiscono, con beneficio universale.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa ti attira della Chiesa? Nei confronti coi primi della classe, ti senti giudicato o adeguato?
Provi l’Amore che salva, anche se permani incerto?
The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present: "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" [Sacrosanctum Concilium, 7]
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
Accettando volontariamente la morte, Gesù porta la croce di tutti gli uomini e diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità. San Cirillo di Gerusalemme commenta: «La croce vittoriosa ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, ha liberato chi era prigioniero del peccato, ha portato la redenzione all’intera umanità» (Catechesis Illuminandorum XIII,1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Papa Benedetto]
In the New Testament, it is Christ who constitutes the full manifestation of God's light [Pope Benedict]
Nel Nuovo Testamento è Cristo a costituire la piena manifestazione della luce di Dio [Papa Benedetto]
Faith opens us to knowing and welcoming the real identity of Jesus, his newness and oneness, his word, as a source of life, in order to live a personal relationship with him. Knowledge of the faith grows, it grows with the desire to find the way and in the end it is a gift of God who does not reveal himself to us as an abstract thing without a face or a name, because faith responds to a Person who wants to enter into a relationship of deep love with us and to involve our whole life (Pope Benedict)
La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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