Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
14ma Domenica del Tempo Ordinario (anno A) [5 luglio 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Zaccaria (9, 9-10)
Questo testo potrebbe essere riassunto così: per il profeta Zaccaria il Messia è Re di pace, non di guerra e umile come il Servo. “Figlia di Sion, esulta” è un oracolo di consolazione in tempo di guerra. Così infatti parla il Signore: Esulta, grida di gioia, figlia di Gerusalemme! “Figlia di Sion/Gerusalemme” non è una ragazza, è la città stessa: è come dire “Gerusalemme, rallegrati”. Il paradosso è che mentre il tono è trionfale, in realtà si è in tempo di guerra perché il profeta Zaccaria, svolge la sua missione all’inizio del dominio greco ∼330 a.C. dopo le conquiste di Alessandro, ed è un “oracolo di consolazione”. Da qui si comprendono alcune espressioni come “Farà sparire da Efraim i carri da guerra e da Gerusalemme i cavalli da combattimento; spezzerà l’arco di guerra e annuncerà la pace alle nazioni”. In un momento in cui tutto sembra perduto, Zaccaria conduce Israele alla speranza in un intervento di Dio. E quando Zaccaria parla del Messia usa i termini classici del Messia atteso: un re che porta giustizia e pace: “Dio, affida al re il tuo giudizio… Domini da mare a mare, dal Fiume ai confini della terra” (Sal 71/72). L’audacia è proclamare questa speranza proprio quando ogni speranza umana è crollata. Ecco tre affermazioni di Zaccaria, delle quali l’ultima è decisiva. Prima: “Annuncerà la pace alle nazioni”: solo dopo l’esilio a Babilonia Israele ha capito che il progetto di Dio abbraccia tutta l’umanità. Seconda: “Farà sparire… da Efraim… da Gerusalemme”: nominare insieme Efraim-Nord e Gerusalemme-Sud è un modo discreto per annunciare la restaurazione e riunificazione dell’antico regno di Davide. Quando Zaccaria scrive, Nord e Sud hanno perso da tempo unità e sovranità. La terza: La vera novità: “povero e montato su un asino, un puledro figlio d’asina”. L’asino è cavalcatura modesta. I conquistatori di Alessandro montavano ben altro. A Gerusalemme Salomone aveva introdotto il cavallo da guerra e da parata e gli fu rimproverato il gusto della grandezza. Un re sull’asino non si era mai visto. Gesù si presenta Messia “alla maniera di Zaccaria”. Già Isaia aveva già intravisto un Messia umile (Is50,6; 53,7). Il Servo non porta il titolo di “re”, ma compie l’opera del Messia ed è pieno dello Spirito di Dio. Zaccaria invece presenta subito il Messia come Re: riprende l’attesa tradizionale del Messia-Re. La novità è la combinazione di innestare sull’attesa regale l’umiltà del Servo di Isaia. Poiché il suo re è umile: finiscono i sogni di grandezza, guerra, potenza. Conta una cosa sola: instaurare la pace per il suo popolo. I quattro Vangeli descrivono l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme proprio come la venuta di questo re sull’asinello. Matteo (Mt 21,5) e Giovanni (12,15) citano Zaccaria. Forse lo stesso Gesù l’ha citato ai discepoli di Emmaus, mentre “spiegava nelle Scritture tutto ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27).
Salmo Responsoriale (144/145)
In questo salmo appare chiaramente che la regalità di Dio è misericordia verso tutti. Intanto il Salmo 144/145 è l’unico intitolato “Lode”. Se è vero che tutto il Salterio ebraico si chiama “lodi”, questo è l’unico salmo intitolato proprio “lode”. Il tono è stupito, il motivo è la regalità del Dio dell’Alleanza. In una celebrazione di rinnovo dell’Alleanza, Israele contempla il Re che lo protegge gratis, senza meriti. Da qui il lessico regale: “Ti esalterò, mio Dio, mio Re… i tuoi fedeli diranno la gloria del tuo regno, parleranno delle tue prodezze”. Possiamo scorgere in questo salmo un “alfabeto” della tenerezza perché è un salmo “alfabetico” e da Aleph a Tav, cioè “tutta la vita, dalla A alla Z, è immersa nell’Alleanza, nella tenerezza di Dio”. Il parallelismo versetto per versetto è molto marcato: andrebbe letto a due cori alternati. E proprio il parallelismo è istruttivo perché nella liturgia sono unite due coppie di versetti che a prima vista sorprendono: “Fedele il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere, il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto”. “Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere / È vicino a chi lo invoca, a chi lo invoca con sincerità”. Significa che la giustizia, la verità, la fedeltà di Dio non sono altro che la sua misericordia. La più grande giustizia del mondo non è quella della bilancia, è quella dell’amore. Se viviamo “secondo lo Spirito di Dio” come raccomanda Paolo ai Romani – seconda lettura di domenica – entriamo proprio su questa via: una giustizia che è sinonimo di misericordia. Il Re di cui si parla nel salmo non è come i re della terra; è onnipotente e buono: vuole solo la nostra felicità. Israele quando parla della potenza di questo Re “non come gli altri”, sa che la sua potenza è solo amore: “Buono “Il Signore è pietà e misericordia, lento all’ira e ricco di amore_”. È il miglior riassunto di tutta la rivelazione biblica. Israele parla per esperienza: quante volte, soprattutto durante l’esilio a Babilonia, ha invocato Dio e supplicato perdono e ritorno… Ora il popolo radunato nel Tempio ricostruito canta: “Misericordioso e pietoso è il Signore. “Ti lodino Signore tutte le tue opere, e ti benedicano i tuoi fedeli” ti benedicano!... O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre”. La missione è cantarlo abbastanza forte perché tutti lo sappiano: la ricchezza di perdono, la tenerezza e la pietà del Signore sono per tutti perché Dio ama l’umanità e il suo “disegno misericordioso” riguarda l’intera umanità e tutta la creazione. Si capisce perché il Samo 144/145 sia diventato la preghiera del mattino del popolo che per primo ha imparato a parlare a Dio come a un padre. Per l’ebreo credente, il mattino – l’alba del giorno nuovo – evoca irresistibilmente l’alba del Giorno definitivo, del mondo a venire, della creazione rinnovata. La tradizione rabbinica del Talmud dice che chi recita questo salmo tre volte al giorno “può essere sicuro di essere figlio del mondo a venire”.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 9.11-13)
Vivere secondo lo Spirito per san Paolo è lasciare che l’Amore di Dio abiti in noi.
La difficoltà del testo è la parola “carne”. Per Paolo non ha il senso che ha nel nostro italiano del XXI secolo. Noi opponiamo “corpo” e “anima” e rischiamo un fraintendimento enorme. Quando Paolo dice “carne” non intende il corpo; quando dice “Spirito” non intende l’anima. E non oppone due parole “carne” contro “Spirito”, ma due espressioni: “vivere secondo la carne” e “vivere secondo lo Spirito”. Per lui si tratta di scegliere due stili di vita, due padroni, una linea di condotta. Per Paolo vivere “secondo la carne” è vivere senza Dio, con le sole nostre forze, chiusi nei limiti dell’intelligenza e delle forze umane. Ovviamente non porta lontano! O meglio, può portare molto lontano, ma nel senso sbagliato. È il tema delle “due vie” che torna sempre in Paolo. Vivere senza Dio finisce sempre col significare vivere lontano da Dio, in un allontanamento che non può che peggiorare. L’ha descritto nei primi capitoli della lettera ai Romani. Con le immagini della Genesi: vivere secondo la carne è vivere come Adamo: vuole diventare come Dio, ma senza l’aiuto di Dio. Si sbaglia. Anche noi, a volte, cerchiamo la felicità da soli, senza Lui o contro di Lui, senza accorgerci che è il modo migliore per farci del male. “Vivere secondo lo Spirito” è la grande novità
perché vivere “secondo lo Spirito” è lasciarsi guidare da Lui, quindi vivere della forza di Dio: cambia tutto! La grande notizia del testo è: “Lo Spirito di Dio abita in voi”, quindi “non siete sotto il dominio della carne, ma sotto il dominio dello Spirito”. Il verbo “abitare” ritorna tre volte oggi: chi abita la casa è il padrone, è lui che dirige. Siamo diventati letteralmente case dello Spirito: è Lui che comanda ormai. La nostra libertà è aprirgli la porta. Bisogna però vedere che posto gli lasciamo in casa, perché siamo liberi di aprire più o meno la porta. In molti testi Paolo insiste sulla nostra libertà: “non siete sotto il dominio della carne” significa che non siamo più schiavi delle forze del male; ora abbiamo la forza di far trionfare i veri valori: amore, pace, verità, giustizia. Ne abbiamo la forza, ma non siamo obbligati: ad ogni istante la scelta va rifatta. Più spazio lasciamo allo Spirito Santo nella nostra casa – cioè più facciamo ciò che ci suggerisce sulla via dell’amore, della benevolenza, del perdono – più saremo vivi. Prima della conversione Paolo applicava tante regole morali e religiose con fedeltà, ma lo Spirito di Cristo non abitava in lui; viveva ancora “sotto il dominio della carne”. E questo poteva portarlo alla violenza e all’omicidio, in perfetta buona fede. Ora tutta la sua vita è ispirata dallo Spirito di Cristo, fino a dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal2,20). Si possono trarre due conseguenze per noi battezzati: 1) Risusciteremo con Cristo: promessa per il futuro. Lo Spirito eserciterà in noi la sua potenza e realizzerà in noi ciò che ha realizzato in Gesù” (Rm 8,11). 2) Già ora la vita è trasformata come lo fu quella di Paolo, perché ormai siamo “sotto il dominio dello Spirito”. “Metterò il mio spirito in voi e voi vivrete” annunciava Ezechiele (37,14). Paolo parla spesso della nuova vita spirituale che scaturisce dal Battesimo: pur rimanendo nel corpo mortale, possiamo già vivere dello Spirito di Cristo. È ciò che Giovanni chiama “vita eterna”. Concretamente: Spirito è uguale a Amore. Basta sostituire “Spirito” con “Amore” e vivere secondo lo Spirito è lasciarci suggerire da Lui parole e gesti d’amore. Pochi capitoli prima Paolo scriveva ai Romani: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm5,5). E ai Galati spiega i frutti dello Spirito: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal5,22): in una parola è l’amore declinato in tutte le circostanze concrete della vita. Paolo è erede dei profeti: tutti affermano che la nostra relazione con Dio si verifica nella qualità della relazione con gli altri. Nei canti del Servo, Isaia afferma che vivere secondo lo Spirito di Dio è amare e servire i fratelli. Come dice Giovanni: “Chi non ama rimane nella morte… Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14).
Dal Vangelo secondo Matteo (11, 25 -30)
In questo testo troviamo il filo conduttore nel “giogo dolce e il peso leggero” di Gesù che è poi la Legge dell’amore che dà riposo: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo”. Che cos’è il “giogo”. Il giogo è un pezzo di legno pesante e solido che unisce due buoi per arare. Uniscono le forze e il più forte impone il passo. In senso figurato “prendere il giogo” è legarsi a qualcuno per camminare allo stesso passo, aggiogati allo stesso compito. Nell’Antico Testamento e nel giudaismo l’espressione era comune per l’Alleanza: “prendere il giogo della Torah” cioè impegnarsi a seguire la Legge di Dio, sapendo che tutta la forza dell’“attacco” viene da Dio stesso. Per un ebreo il servizio della Torah non è un peso insopportabile, è la via della vera felicità. Ben Sirac diceva: “Troverai in essa il tuo riposo, e diventerà la tua gioia” (Si 6,28). Gesù riprende l’immagine, collegandosi al giogo della Torah e al riposo: “Prendete su di voi il mio giogo, diventate miei discepoli praticate i miei comandamenti e troverete riposo per la vostra anima”. E aggiunge: “Sì, il mio giogo è dolce da portare e il mio peso leggero”. Si percepisce una critica ad alcuni farisei che avevano trasformato la Legge in un corteo di obblighi minuziosi. Di loro Gesù dice: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito” (Mt 23,4). Intanto la maggioranza del popolo faceva fatica a osservare tutti i comandamenti imposti dalle autorità religiose e sentiva il disprezzo che ricadeva su di loro. Gesù propone ai discepoli di deporre questi pesi troppo gravi: “Prendete su di voi il mio giogo… il mio giogo è dolce e il mio peso leggero”. Il suo giogo è semplicemente la legge dell’amore, ed è Lui che ci dà la forza per portarla. Anche “riposo” era parola familiare. L’Antico Testamento presentava la Terra Promessa come il luogo del riposo donato da Dio al suo popolo. E, al contrario, quando il popolo era infedele, il Sal 94/95 esprimeva la tristezza di Dio: “Questo popolo ha il cuore traviato… non entreranno nel mio riposo”. Riprendendo quel salmo, la Lettera agli Ebrei annuncia un giorno nuovo in cui con Cristo entreremo con fiducia nel riposo di Dio: “Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo” (Eb4,11). La novità assoluta è che Gesù si identifica con Dio e solo Lui può dire “Io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo… il mio giogo è dolce…”. I rappresentanti della religione ne erano infastiditi, mentre quelli che erano stanchi sotto il peso del fardello, venivano attratti dal rispetto e l’attenzione che aveva per ciascuno.
+Giovanni D’Ercole
(Mt 9,1-8)
L’episodio testimonia del duro scontro fra sinagoga e prime fraternità di Fede, dove senza previe condizioni di purità rituale o legale tutti erano invitati a condividere la mensa e lo spezzare del Pane.
Su delega ideale del Signore, nelle chiese di Galilea e Siria vigeva già una prassi fraterna [sconosciuta ad altri] di perdono reciproco e persino cancellazione di debiti contratti, sino alla comunione dei beni.
Realtà in grado di rimettere in piedi e far procedere qualsiasi persona, anche i miserabili - a partire dalla loro coscienza (v.2), soffocata da una religione che accentuava il senso d’indegnità.
Secondo credenza popolare, le condizioni di penuria o disgrazia erano un castigo.
Gesù è viceversa Colui che restituisce un orizzonte di autenticità al credere, nuova consapevolezza e speranza alla persona affetta da paralisi - ossia incapace di andare verso Dio e verso gli uomini.
«Essendoti alzato, prendi il tuo letto e va’ nella tua casa» (v.6; cf. Mc 2,11; Lc 5,24).
A partire da ciò che siamo - già colmi di risorse, oltre ogni apparenza - viviamo per Fede lo stato del «Figlio dell’uomo»: quello dei figli ‘risorti’, coloro che manifestano l’uomo in pienezza [nella condizione divina].
In Cristo possiamo liberarci dalle costrizioni che facevano vivere orizzontali e anchilosati.
Recuperando dignità, ora possiamo stare ritti e promuovere la vita; quindi fare ritorno alla Casa ch’è davvero nostra (vv.6-7; cf. Mc 2,10-12; Lc 9,24-25).
Tutta la vita del popolo era condizionata da ossessioni d’impurità e peccato.
Invece, il Maestro rivela che la propensione divina è solo perdonare per valorizzare - e l’attitudine dell’uomo di Fede, rinascere e aiutare a farlo.
Infatti la gratuità del Padre si vede dall’azione di attesa e comprensione esercitata dagli uomini di Dio: coloro in grado di cesellare ambienti sani.
Non solo per virtù propria, ma perché la tolleranza introduce nuove forze, sconosciute; differenti potenze, che rovesciano le situazioni.
Esse lasciano trascorrere altre energie creative e rigeneranti i malfermi - viceversa mortifere, purtroppo, dove non ci si promuove.
Solo Gesù è Colui che rende visibile e palese la guarigione che sembrava missione impossibile. E prima che fisica, facendoci rifiorire dalle paure della falsa devozione, che impone argini assurdi all’autonomia.
La sua proposta non ci affossa sotto un cumulo di arroganze impersonali. Sana i bloccati, li rimette in gara.
L’imperfezione infatti non è espressione di colpa, ma una condizione - e in ogni caso il peccato non è una forza assoluta (v.3).
Anzi, l’impedimento diventa paradossale motivo di ricerca della “terapia”, e del vis-à-vis. Impensabile, forse offensivo, per il contorno.
Le configurazioni eccentriche - ritenute miserabili - contengono infatti porte segrete, virtù immense, e la cura stessa.
Addirittura, guidano verso una esistenza nuova. Sollecitano, e ci “obbligano” al rapporto immediato con nostro Signore. Quasi a cercarne la ‘somiglianza’.
Bivio insolito della Tenerezza e della Fede.
[Giovedì 13.a sett. T.O. 2 luglio 2026]
(Mt 9,1-8)
L’episodio testimonia del duro scontro fra sinagoga e prime fraternità di Fede, dove senza previe condizioni di purità rituale o legale tutti erano invitati a condividere la mensa e lo spezzare del pane.
Su delega ideale del Signore, nelle chiese di Galilea e Siria vigeva già una prassi fraterna (sconosciuta ad altri) di perdono reciproco e persino cancellazione di debiti contratti, sino alla comunione dei beni.
Realtà in grado di rimettere in piedi e far procedere qualsiasi persona, anche i miserabili - a partire dalla loro coscienza (v.2), soffocata da una religione che accentuava il senso d’indegnità.
Secondo credenza popolare, le condizioni di penuria o disgrazia erano un castigo.
Gesù è viceversa Colui che restituisce un orizzonte di autenticità al credere, nuova consapevolezza e speranza alla persona affetta da paralisi - ossia incapace di andare verso Dio e verso gli uomini.
«Essendoti alzato, prendi il tuo letto e va’ nella tua casa» (v.6; cf. Mc 2,11; Lc 5,24).
A partire da ciò che siamo - già colmi di risorse, oltre ogni apparenza - viviamo per Fede lo stato del «Figlio dell’uomo»: quello dei risorti, coloro che manifestano l’uomo in pienezza (nella condizione divina).
In Cristo possiamo liberarci dalle costrizioni che facevano vivere orizzontali e anchilosati.
Recuperando dignità, ora possiamo stare ritti e promuovere la vita; quindi fare ritorno alla Casa ch’è davvero nostra (vv.6-7; cf. Mc 2,10-12; Lc 9,24-25).
Per gli esperti il perdono annunciato dal Signore non è solo un’offesa nei confronti del loro supposto prestigio e rango spirituale, ma un sacrilegio e una bestemmia.
Del resto, come fare presa sulla massa - da parte di questi leaders distruttivi - se non intimidendola e facendola sentire inadeguata, sterile, incapace, non abilitata, senza vie d’uscita?
Tutta la vita del popolo era condizionata da ossessioni d’impurità e peccato.
Invece, il Maestro rivela che la propensione divina è solo perdonare per valorizzare - e l’attitudine dell’uomo di Fede, rinascere e aiutare a farlo.
Infatti la gratuità del Padre si vede dall’azione di attesa e comprensione esercitata dagli uomini di Dio: coloro in grado di cesellare ambienti sani.
Non solo per virtù propria, ma perché la tolleranza introduce nuove forze, sconosciute; differenti potenze, che rovesciano le situazioni.
Esse lasciano trascorrere altre energie creative e rigeneranti i malfermi - viceversa mortifere, purtroppo, dove non ci si promuove.
Solo Gesù è Colui che rende visibile e palese la guarigione che sembrava missione impossibile. E prima che fisica, facendoci rifiorire dalle paure della falsa devozione, che impone argini assurdi all’autonomia.
La sua proposta non ci affossa sotto un cumulo di arroganze impersonali. Sana i bloccati, li rimette in gara.
«Gesù ha il potere non solo di risanare il corpo malato, ma anche di rimettere i peccati; ed anzi, la guarigione fisica è segno del risanamento spirituale che produce il suo perdono. In effetti, il peccato è una sorta di paralisi dello spirito da cui soltanto la potenza dell’amore misericordioso di Dio può liberarci, permettendoci di rialzarci e di riprendere il cammino sulla via del bene» [Papa Benedetto, Angelus 22 febbraio 2009].
I “fratelli” del Signore (cf. passi paralleli Mt 9,1-8 e Lc 5,17-26) fanno di tutto per condurre i bisognosi dal Maestro.
Spesso però si ritrovano davanti una folla di sequestratori del Sacro che non consente un rapporto faccia a faccia, personale, immediato.
L’impeto critico e l'amore per le esigenze di vita piena di tutti noi bisognosi deve allora vincere il senso di appartenenza “culturale”, morale, dottrinale e rituale - che solo ricalca e ribadisce.
Nessun segno di gioia da parte delle autorità (Mt 9,3; Mc 2,6-8; Lc 5,21) - ma la gente è entusiasta (Mt 9,8; Mc 2,12; Lc 5,26). Perché?
Gesù insegna e guarisce. Non annuncia il Dio delle religioni, ma un Padre - figura attraente, che non minaccia, né mette in castigo, bensì accoglie, dialoga, perdona, fa crescere.
Il contrario di ciò che trasmettevano le guide ufficiali, legate all’idea di una divinità arcaica, sospettosa e prevenuta, che discriminava tra amici e nemici.
Il Padre si esprime in forme non oppressive, nel modo dell’Alleanza famigliare e interumana: non gode dei perfetti, sterilizzati e puri - offre a tutti il suo Amore senza requisiti.
L’imperfezione infatti non è espressione di colpa, ma una condizione - e in ogni caso il peccato non è una forza assoluta (v.3).
È tale consapevolezza che suscita persone liberate e un ordine nuovo: «per stringere legami di unità, di progetti comuni, di speranze condivise» [Fratelli Tutti, n.287].
I collaboratori del Signore portano a Lui tutti i paralitici, ossia coloro che si sono bloccati e continuano a stare nelle loro barelle (dove forse li hanno sdraiati quelli dell’opinione comune).
Sono persone le quali nella vita sembra non procedano né in direzione del Dio vero, né vanno agli altri. Neanche riescono a incontrare se stesse.
Solo il contatto personale col Cristo può slegare questi cadaveri che vegetano, dal loro stagno deprimente.
Gli amici di Dio «gli presentavano un paralitico, coricato su di un letto» (Mt 9,2): provengono da ogni dove, dai quattro punti cardinali (cf. Mc 2,3); da origini diversissime, anche opposte - che non t’aspetti.
Essi si espongono per guidare i bisognosi dal Maestro, ma talora si ritrovano davanti una folla impermeabile (appunto, di sequestratori del Sacro) che non consente un rapporto personale diretto, faccia a faccia.
Non fanno entrare - invece vogliamo metterci davanti a Lui (v.4): a volte siamo come dei ricattati da balzelli e sottoposti a procedure, altrimenti non si passa; sei fuori.
Parafrasando ancora la terza enciclica di Papa Francesco, potremmo dire che anche nei percorsi di Fede ad accesso selettivo o gerarchico «la mancanza di dialogo comporta che nessuno, nei singoli settori, si preoccupa del bene comune, bensì di ottenere i vantaggi che il potere procura, o, nel migliore dei casi, di imporre il proprio modo di pensare» [n.202].
La Fede pensa e crede «un mondo aperto dove ci sia posto per tutti, che comprenda in sé i più deboli e rispetti le diverse culture» [FT n.155].
Alcune “sinagoghe” insopportabili propugnano viceversa «una divisione binaria» [FT n.156] che tenta di classificare.
Ci sono cricche e club esclusivi, refrattari, i quali pretendono di appropriarsi del povero Gesù… a rovescio.
Perciò le loro “sinagoghe” o “case di preghiera” vanno scoperchiate e spalancate (v.4) - con estrema decisione.
Tali “sedi” capovolgono la presenza di Dio sulla terra e perturbano la vita dei derelitti, i quali hanno urgenze reali - non interesse a coltivare formule poco comprensibili, purità cultuali o altre sofisticazioni.
Basta complimenti corretti, e iter consuetudinari “perbene”!
Solo così l’uomo rigenera e scopre i suoi stessi poteri divini - che poi sono quelli umanizzanti: rimettere in piedi se stesso e i fratelli.
Con Cristo si avanza senza più autorizzazioni regolate e da implorare (talora a manichini scandalosi) che fanno impallidire la vita.
Allora, notiamo che non tappe azzeccate, ma solo l’iniziativa inusitata supera lo stagno delle strutture devote prese in ostaggio dagli habitué o da pensatori disincarnati. Dove ci si dovrebbe solo mettere in fila, aspettare il turno, accontentarsi... e assopire o disperdersi.
L’impeto critico e l'amore per le esigenze di vita piena, perspicace, di tutti noi bisognosi, deve vincere il senso di finta compattezza collettiva.
Deve surclassare ogni appartenenza “culturale”, morale, dottrinale e rituale - che truccandosi, solo ricalca e ribadisce.
Appunto, nessun segno di gioia da parte delle autorità (Mt 9,3; Mc 2,6-8; Lc 5,21) - ma la gente è entusiasta (Mt 9,8; Mc 2,12; Lc 5,26).
Ovvio che i consuetudinari giudichino Gesù un blasfemo: sono stati diseducati «in questa paura e in questa diffidenza» [FT n.152].
Non amano l'umanità, bensì le loro dottrine, i codici, le tappe azzeccate; poche belle rubriche - da santità esclusivamente rituale. Tutta carta pesta.
Non tutelano le persone, ma solo i loro legami interessati, i protocolli corretti e le posizioni acquisite; eventualmente le mode di pensiero a tornaconto - che intralciano il nostro sviluppo.
Insomma, siamo chiamati a scegliere in modo davvero insolito, rispetto al cliché della predicazione moralista popolare - che non ha mai saputo conciliare la stima… con l’imperfezione, l’errore, la diversità.
Secondo i Vangeli c’è un altro crocevia, decisivo: la strada della difesa dei privilegi di una casta che imbavaglia Dio in nome di Dio, o la Via del desiderio impellente e universale di vivere a tutto spiano.
A questo siamo chiamati, rispetto alle maniere conformiste: scegliere in modo insolito, profondo e deciso, per conciliare l’unicità, il vero, l’imperfezione, la nostra eccezionalità.
Altrimenti l’anima si ribella. Vuole stare con Gesù in posizione frontale, non dietro la ressa, pur dei credenti (démodé o à la page che siano).
Il passo dei Sinottici fa comprendere che il problema del “paralitico” non è il suo disagio, il senso di oppressione, l’apparente sventura.
Non sono queste le rotture del rapporto con la vita e con Dio.
Anzi, l’impedimento diventa paradossale motivo di ricerca della “terapia”, e del vis-à-vis. Impensabile, forse offensivo, per il contorno.
Le configurazioni eccentriche - ritenute miserabili - contengono infatti porte segrete, virtù immense, e la cura stessa.
Addirittura, guidano verso una esistenza nuova. Sollecitano, e ci “obbligano” al rapporto immediato con nostro Signore. Quasi a cercarne la somiglianza.
Respirando il pensiero comune e ricalcando le trafile altrui, anche dei considerati “intimi a Dio”, l’irrigidimento sarebbe rimasto.
Nessuna Salvezza imprevedibile avrebbe fatto irruzione.
Insomma, secondo i Vangeli c’è un unico valore non negoziabile e crocevia, decisivo: il desiderio di vivere appieno, in modo davvero integrato; in prima persona.
Bivio insolito della Tenerezza e della Fede.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa suscita il tuo senso di ammirazione per la Potenza di Dio? Sei entusiasta per i miracoli fisici o interiori?
Dove ascolti in modo più frequente: «Figliolo, sono rimessi i tuoi peccati (...) Alzati e cammina»? Gli altri, ti sembrano ambienti sani civili spirituali?
Di che genere sono le tue opere di Fede? A settori?
Segnate da tappe azzeccate e trattative coi diffidenti installati (affinché vengano accettate e scambiate per Tenerezza)?
Duplice Guarigione
Il brano del Vangelo di San Matteo, che si legge nella XVIII domenica dopo la Pentecoste, offre al Santo Padre alto argomento per la sua Omelia.
Si tratta di uno dei moltissimi episodi della vita del Signore, che ci preparano ad essere fervidamente uniti a Lui ed a ben celebrare i Divini Misteri.
Ogni pagina del Vangelo ha un suo punto focale, drammatico, intorno al quale circolano e la scena dell’episodio ricordato e il racconto fedele.
Per la prodigiosa ed istantanea guarigione del paralitico, l’apostolo San Matteo è più sobrio degli altri sinottici, San Marco e San Luca. Questi aggiungono più ampi particolari, tra cui quello dell’avvenuta apertura del tetto nell’ambiente ove si trovava Gesù, per calarvi l’infermo col suo lettuccio, data l’enorme folla che faceva ressa all’entrata.
Evidente è la speranza dei pietosi accompagnatori: essi vogliono quasi obbligare Gesù ad occuparsi dell’inatteso ospite e ad iniziare un dialogo con lui.
LA DUPLICE GUARIGIONE DEL PARALITICO
Qui subito ci troviamo ad un vertice di meraviglia e di grazia. Il Signore, con una parola molto dolce, bella, rigeneratrice, si rivolge al paralitico dicendo: «Confide, fili . . .»: Abbi fiducia, figliuolo. E poi? Ecco: «Remittuntur tibi peccata tua»: ti sono perdonati i tuoi peccati. Stupore di tutti i presenti. Non per questo essi avevano portato l’infermo, bensì perché fosse liberato dalla sua immobilità. Non si aspettavano che Gesù parlasse dei peccati di quel poveretto: i peccati erano, dunque, un impedimento alla guarigione?
Gesù legge nel cuore di quanti lo circondano: la sua prima sollecitudine è di togliere la malattia morale e lo dichiara. Da ciò, dopo la prima sorpresa, altri commenti e critiche, anzi la rampogna amara e veemente. Chi è costui che annulla i peccati? Solo Dio può rimetterli; Dio soltanto può regolare i conti tra Lui e le creature. Come mai, dunque, l’arbitrio, anzi, l’atto temerario, addirittura una bestemmia? Allora Gesù, visti i loro pensieri, aggiunge: «Perché pensate male nei vostri cuori? cos’è più facile dire: ti sono perdonati i tuoi peccati, o dire: lèvati su, e cammina?». Nel medesimo istante compie anche il miracolo fisico, dicendo al paralitico: «Sorgi, prendi il tuo letto e torna alla tua casa».
Il punto di maggiore interesse, in questo episodio, è che Gesù, davanti a un povero immobilizzato ed infelice, scopre una infelicità anche maggiore, una miseria anche più acuta. Vuole, anzitutto, occuparsi della salute morale di lui; e, buono ed onnipotente in sommo grado, compie il miracolo della guarigione spirituale prima di quella fisica.
Ha fatto Egli stesso testé il confronto: Quale delle due guarigioni è la più facile? dell’anima o del corpo?: e conclude dimostrando essere molto più importante il benessere dello spirito che non quello fisico.
Da qui scaturiscono alcune domande su uno degli aspetti più interessanti del Vangelo.
Che cosa Gesù vede negli uomini? Gesù è entrato nel mondo e conversa con noi, genere umano. Ebbene, come ci giudica? Il suo occhio che cosa scorge in noi? Esaminandoci, rileveremo come davanti a Gesù non vi sia alcun segreto. Per Lui tutto è trasparente. Anzi, se vorremo capire qualche cosa di bello nel Vangelo, dovremo sempre pensare che le scene svolgentisi intorno a Gesù hanno per Lui una limpidezza cristallina, singolare, inimitabile, Gesù vede tutto. San Giovanni, in uno dei primi capitoli del suo Vangelo, afferma precisamente che il Salvatore sciebat quid esset in homine. Gesù sa ciò che v’è nell’uomo. Durante la sua vita terrena gli uomini sono davanti a Lui in trasparenza. Gesù li trapassa col suo sguardo e conosce appieno che cosa sono, che cosa fanno, che cosa pensano: «Deus intuetur cor»: Iddio discerne il cuore.
LO SGUARDO DI DIO NEL CUORE UMANO
La permanente ricerca, così accentuata nell’uomo moderno, per intuire il segreto dell’uomo, per sapere tutto di lui, in Gesù è dote infallibile, divina. Egli conosce la realtà umana in tutto il suo complesso e nelle singole note più profonde ed arcane. Egli spalanca tutte le porte segrete dei nostri nascondigli interiori; i nostri pensieri gli sono manifesti: nulla, nulla può essere a Lui occultato. Apparire, quindi, dinanzi a Lui ed essere considerati in ogni particolare è un fatto istantaneo, giacché Egli tutto osserva e giudica in noi.
Ed allora possiamo chiederci: Ma, dunque, che cosa Egli vede? I valori positivi e i difetti dell’uomo. Nei bambini Gesù vede una innocenza angelica e se ne compiace, perché essi sono i cittadini autentici del Regno celeste. Nei piccoli il Figlio di Dio rileva la natura armoniosa che la sua mano creatrice ha impresso in queste creature innocenti. Gode perciò immensamente della loro compagnia, vivacità ed incanto; in una parola, della bellezza di Dio riflessa sul volto umano.
E ancora: che cosa nota, per esempio, nella Samaritana? Anche quella povera creatura resta sgomenta. Oh sì! - esclama - questo Profeta ha letto nel mio spirito: sa chi sono io! Ed eccola andare gridando ai suoi conterranei: è venuto un grande Profeta; ha detto ogni cosa della mia vita senza conoscermi! Che cosa, inoltre, il Divino Maestro vedrà nella implorante Maddalena che tutti vorrebbero schiacciare, col disprezzo e con l’accusa pubblica spietata? La povera umanità da redimere e salvare. Deus dilexit mundum! Iddio osserva le profondità del cuore umano, che, anche sotto la superficie del peccato e del disordine, possiede ancora una ricchezza meravigliosa di amore; Gesù col suo sguardo la trae fuori, la fa straripare dall’anima oppressa. A Gesù, dunque, nulla sfugge di quanto è negli uomini, della loro totale realtà, in cui sono il bene e il male.
INCOERENZE E DISTORSIONI NEL PENSIERO UMANO
La seconda domanda è la seguente: E gli uomini, con la loro educazione moderna, che cosa scorgono? Sono anche qui degli incoerenti. Innanzitutto, voi non troverete più nel linguaggio della gente perbene di oggi, nei libri, nelle cose che parlano degli uomini, la tremenda parola che, invece, è tanto frequente nel mondo religioso, nel nostro, segnatamente in quello vicino a Dio: la parola peccato. Gli uomini, nei giudizi odierni, non sono più ritenuti peccatori. Vengono catalogati come sani, malati, bravi, buoni, forti, deboli, ricchi, poveri, sapienti, ignoranti; ma la parola peccato non si incontra mai. E non torna perché, distaccato l’intelletto umano dalla sapienza divina, si è perduto il concetto del peccato. Una delle parole più penetranti e gravi del Sommo Pontefice Pio XII di v. m., risulta questa: «il mondo moderno ha perduto il senso del peccato»; che cosa sia, cioè, la rottura dei rapporti con Dio, causata appunto dal peccato. Il mondo non intende più soffermarsi su tali rapporti. E allora la filosofia contemporanea dell’uomo parte da un ottimismo aprioristico. Che dice ad es. la pedagogia? L’uomo è buono; sarà la società a renderlo cattivo; ma, di per sé, lasciate che si sviluppi con spontaneità e in ambiente favorevole, sarà, di sua natura, probo e virtuoso. Viene adottata così quale norma, una indulgenza molto liberale, molto facile, che spiana le vie a ogni sorta di esperienze e di capricci, giacché, ammettendo nell’uomo tutti i diritti, bisogna lasciare che egli li esplichi nelle singole sue facoltà. Il male, dunque, non esiste. Questo famoso peccato originale - che è la prima verità sull’uomo - non è più ammesso e descritto nella diagnosi che il mondo oggi vuole tracciare di sé.
Ed ecco l’incoerenza. Mentre il punto di partenza è tanto sicuro, il punto d’arrivo, il giudizio terminale, che il nostro mondo dà sull’uomo, qual è? Qui non facciamo della psicanalisi, ci atteniamo soltanto a una documentazione letteraria: e non erriamo asserendo che il giudizio dato, oggi, dall’uomo di se medesimo, con la propria testimonianza più ricca e persistente, si direbbe anzi, la più monotona, è quello della disperazione: così, guardato di dentro, l’uomo è una cosa orribile. Quante volte coloro che ci si presentano davanti con aspetto simpatico, bonario, ingenuo, nascondono, al contrario, il sepolcro imbiancato più putrido e più deforme!
Guardate se c’è un film ottimista, nella produzione moderna; guardate se nei premi letterari, proprio in questi tempi oltremodo copiosi, c’è un solo libro presentabile, che dichiari essere l’uomo ancora buono, che esistono ancora delle virtù. Dilaga, al contrario, l’analisi del fango, della perversione umana; e, con ciò, la tacita, ma inesorabile sentenza, data come definitiva: l’uomo è inguaribile. È qui la tenebrosa conseguenza. Si arriva a ritenere l’uomo come un essere infelicissimo. Seguendo la direzione di questi occhi che diventano implacabili e anche perspicaci, non si trova se non il male, sempre e disperatamente il male!
SPLENDA L’IMMAGINE DIVINA IN OGNI ANIMA
Anche Gesù vede: e guarda noi, che siamo della povera gente con tanti malanni. Al paralitico che gli si presenta davanti, spiega che vi sono delle paralisi anche più gravi e più stringenti di quella fisica. Tu hai molti peccati: te li rimetto, te li perdono! Gesù è il liberatore assoluto. Egli, dopo aver sollecitato in noi, con questa sua luce, un esame di coscienza, per il quale si avverte la colpa ma pur la redenzione, entra nell’anima come un torrente di letizia, di bontà e di amore. Se lo vuoi, - Egli ci conforta - io ti ridono la integrità, l’innocenza, la grazia di sentirti veramente quello che devi essere, restituito alla tua statura, alla tua bellezza originaria, e come il Signore ti ha creato a immagine e somiglianza sua.
Gesù è il divino artefice dell’ineffabile riscatto: si comprende, allora, come il Vangelo, finché ci sarà un mondo di uomini travagliati dai propri peccati, miserie, infelicità, disperazioni, il Vangelo proprio tra gli uomini susciterà sempre un eco che non potrà mai attenuarsi. Perché? ma perché non solo è parola di verità - e qui gli uomini sono concordi - ma è pure luce di speranza che gli uomini non possono dare a se stessi.
Che faremo noi, per cogliere qualche cosa di utile e salutare dall'odierna pagina evangelica? Cercheremo di lasciarci guardare dal Signore; di presentarci a Lui con sincera umiltà. È l’esame di coscienza, diciamo di più: è l’accostarci a quel sacramento della penitenza, che davvero scruta nel nostro intimo e ristabilisce la verità e la giustizia nelle nostre anime. Ognuno potrà affermare: col gemito del dolore non saprei guarirmi da me; ma se Tu vuoi, o Signore, basta una tua parola.
«CONFIDE, FILI»
Quella parola non ci mancherà mai. La misericordia di Dio è fonte inesauribile che Cristo ha portata nel mondo proprio con il desiderio, l’ansia di cercarci, di inseguirci e ripeterci: amavo te; sono venuto per te, affinché tu capisca chi sei e quanto tu sia paralitico e miserabile. Ma confide, fili: abbi fiducia, o figliuolo, ti sono rimesse queste tue miserie. Anzi: con le miserie morali in gran parte potranno essere sanate anche quelle fisiche. Si pensi che cosa sarebbe la faccia del mondo, se i peccati degli uomini fossero eliminati, se le colpe morali fossero tolte! Non è che siano due cose conseguenti: in altre pagine del Vangelo il Signore dirà che la sventura fisica non è, di per sé, fatalmente collegata a quella morale. Basta ricordare il cieco nato, basta riflettere alle tante sofferenze dei giusti. Sta però il fatto che se fossero guarite le tante miserie morali, la nostra vita sarebbe molto migliore, molto più sana, e più igienica anche; sarebbe assai più felice. L’unità dell’uomo è una realtà: essa comporta delle interferenze fra l’un mondo e l’altro: quello morale e quello materiale; quello interiore e quello esterno.
Perciò oggi andremo da Gesù, offrendo il Divin Sacrificio: anche noi presentandoci dinanzi a Lui come il paralitico. Con tutta umiltà Gli chiederemo che la fiducia nella sua onnipotenza e bontà si rinnovi nell’anima nostra. Ognuno supplicherà: Signore, salvami: Tu solo hai parole di vita eterna.
(Papa Paolo VI, omelia 20 settembre 1964)
Gesù ha il potere non solo di risanare il corpo malato, ma anche di rimettere i peccati; ed anzi, la guarigione fisica è segno del risanamento spirituale che produce il suo perdono. In effetti, il peccato è una sorta di paralisi dello spirito da cui soltanto la potenza dell’amore misericordioso di Dio può liberarci, permettendoci di rialzarci e di riprendere il cammino sulla via del bene.
[Papa Benedetto, Angelus 22 febbraio 2009]
1. Un testo di sant’Agostino ci offre la chiave per interpretare i miracoli di Cristo come segni del suo potere salvifico: “L’essersi fatto uomo per noi ha giovato alla nostra salvezza assai più dei miracoli che egli ha compiuto tra noi; ed è più importante che l’aver sanato le malattie del corpo destinato a morire” (S. Augustini, In Io. Ev. Tr., 17, 1). In ordine a questa salute dell’anima e alla redenzione del mondo intero Gesù ha compiuto anche i miracoli di ordine corporale. E dunque il tema della presente catechesi è il seguente: mediante i “miracoli, prodigi e segni” che ha compiuto, Gesù Cristo ha manifestato il suo potere di salvare l’uomo dal male che minaccia l’anima immortale e la sua vocazione all’unione con Dio.
2. È ciò che si rivela in modo particolare nella guarigione del paralitico di Cafarnao. Le persone che l’hanno portato, non riuscendo ad entrare attraverso la porta nella casa in cui Gesù insegna, calano il malato attraverso un’apertura del tetto, così che il poveretto viene a trovarsi ai piedi del Maestro. “Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo ti sono rimessi i tuoi peccati””. Queste parole suscitano in alcuni dei presenti il sospetto di bestemmia: “Costui bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”. Quasi in risposta a quelli che avevano pensato così, Gesù si rivolge ai presenti con le parole: “Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua. Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti” (cf. Mc 2, 1-12 e anche Mt 9, 1-8; Lc 5, 18-26; Lc 5, 25).
Gesù stesso spiega in questo caso che il miracolo di guarigione del paralitico è segno del potere salvifico per cui egli rimette i peccati. Gesù compie questo segno per manifestare di essere venuto come Salvatore del mondo, che ha come compito principale quello di liberare l’uomo dal male spirituale, il male che separa l’uomo da Dio e impedisce la salvezza in Dio, qual è appunto il peccato.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 11 novembre 1987]
Oggi il Signore a ognuno di noi dice: “Alzati, prendi la tua vita come sia, bella, brutta come sia, prendila e vai avanti. Non avere paura, vai avanti con la tua barella” – “Ma Signore, non è l’ultimo modello…”. Ma vai avanti! Con quella barella brutta, forse, ma vai avanti! È la tua vita, è la tua gioia. “Vuoi guarire?”, prima domanda che oggi ci fa il Signore? “Sì, Signore” – “Alzati”. E nell’antifona all’inizio della messa c’era quell’inizio tanto bello: “Voi che avete sete venite alle acque - sono acque gratis, non a pagamento - Voi dissetatevi con gioia”. E se noi diciamo al Signore “Sì, voglio guarire. Sì, Signore, aiutami che voglio alzarmi”, sapremo com’è la gioia della salvezza.
[Papa Francesco, a s. Marta 28 marzo 2017]
(Mt 8,28-34)
In tutte le religioni l’uomo è invitato a legarsi al beneplacito divino per ricevere luce e forza, sottomettendosi alla sua autorità.
Il dilemma delle assemblee giudaizzanti di Galilea e Siria - qui riflesso - è se chiudersi o viceversa aprire il circuito del sacro.
E se personalizzare, o indietreggiare e ripetere.
Il brano associa le icone del mare (vv.27.32) e degli indemoniati che vagano, separati da Dio e dagli uomini; privi di una forza interna rigenerante.
L’ottica è quella della nostra purificazione battesimale in Cristo, la quale affoga impurità e germi di morte.
In tal guisa: coloro che non hanno ancora incontrato Gesù procedono a casaccio, sono «furiosi» (v.28); senza criterio né mèta.
L’unica costante che accomuna queste anime è mettere paura agli altri: vivono in situazione belluina, disordinata, pre-umana, impedita in se stessa e d’impaccio per tutti (v.28).
Ma il fatto appariva nella norma (v.29).
Nella letteratura semitica l’immagine del «mare» allude alle forze disordinate, senza meta e non conformi al progetto di Dio sull’uomo.
Potenze che generano caos nella nostra esistenza.
È l’amaro panorama di un mondo che smarrisce il fondamento del suo essere e divenire.
Circolo assiduamente costretto a tentoni… per risolvere problemi e non perdere definitivamente l’onda vitale.
Il «porco» è figura di quel genere d’irrimediabile contaminazione [simbolo del paganesimo] che impediva all’essere umano il rapporto con Dio - e sentirne l’accoglienza.
Il momento critico è la Presenza del Signore: d’improvviso il male si sgretola completamente, svelando il suo vuoto - inopinatamente privo d’ogni solidità.
Subentra una sproporzione: fra ciò che sembra pauroso e invincibile, e il nulla che le apparenze stavano mascherando (v.31).
L’ideologia imperiale era minacciosa e distruttrice. Faceva leva sulle paure della gente, al fine di sottomettere le coscienze.
Questa la situazione delle persone - sgretolate dentro - prima dell’arrivo di Gesù.
Il potere poi manipolava in modo ideologico le credenze popolari relative ai demoni - per frantumare le personalità singolari, e accentuare l’arrendevolezza delle masse già oppresse.
Viceversa, nell’esperienza della vittoria della vita sulla morte, le prime comunità cristiane sperimentavano respiro di Fede e il tornare in sé - come una terapia dell’anima.
Vivevano una sorta di sproporzione e autocontrollo, malgrado le sconfitte nella predicazione.
L’antica assemblea che un tempo aveva orrore delle contaminazioni iniziava ad aprire le porte del ghetto purista, rendendo tutti partecipi.
La chiesa si distaccava dalle credenze comuni, le quali trasmettevano competizioni perverse, e ai deboli un senso di mortificante soggezione - mancanza di autonomia e coscienza.
Certo, i primi annunciatori si rendevano subito conto che il nuovo senso di libertà produceva un duplice sentimento: non sempre gli uomini oppressi vogliono essere liberati dalle loro alienazioni e tormenti.
Gesù affascina e costerna. Fa precipitare i legami inconsistenti, e gli idoli comuni.
Il suo Messaggio è decisivo e benefico. Ma obbliga a sconvolgere abitudini, finalità, e ogni chiusura.
[Mercoledì 13.a sett. T.O. 1 luglio 2026]
(Mt 8,28-34)
Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, le uniche scuole del giudaismo sopravvissute risultarono essere quelle dei farisei e dei giudeo cristiani.
Entrambe avevano sostenuto che l’avvento del Messia nulla avesse a che vedere con la lotta politica diretta contro i romani.
Tutto ciò - malgrado ne avversassero l’insostenibile ideologia di potere, di oppressione e sfruttamento degli umili.
Mentre però i Farisei andavano riorganizzandosi e iniziavano man mano a dominare la scena del giudaismo che desiderava ricostruirsi, a metà anni 70 in Siria e Galilea le comunità di Mt vivevano oppresse.
Tutto ciò nell’emarginazione dell’impero e nel rifiuto dei correligionari di provenienza [che li consideravano traditori delle radici].
Nel passo di Vangelo, l’evangelista vuole incoraggiare e motivare i membri di chiesa.
Mt pone l’accento sul ‘potere’ di vita di Gesù, che si manifesta Signore anche in territori, età, e momenti difficili.
In luogo impuro e di morte («sepolcri»), proprio sugl’immondi «porci» ossia i più separati da Dio [probabile immagine-epiteto di alcune legioni romane: Mc 5,9] il Signore esercita una forza interna rigenerante.
Lo scenario che fa da sfondo è figura della ‘immersione battesimale’ e dei suoi esiti, anche critici dal punto di vista famigliare e sociale.
Insomma: chi non ha ancora incontrato Gesù procede a casaccio, è «furioso» (v.28); senza criterio né mèta.
L’unica costante che accomuna queste anime è mettere paura agli altri: si vive in una situazione belluina, disordinata, pre-umana, impedita in se stessa e d’impaccio per tutti (v.28).
Ma il fatto sembrava nella norma (v.29)...
Il momento discrimine è la nuova Presenza: d’improvviso il male si sgretola completamente, svelando il suo vuoto - inopinatamente privo d’ogni solidità.
Subentra una sproporzione: fra ciò che sembrava pauroso e invincibile, e il nulla che le apparenze stavano mascherando (v.31).
L’ideologia di dominio pareva a tutti chissà cosa; d’un tratto si disintegra.
Di fronte alla vera Potenza della Vita, i due spontaneamente si convertono e chiedono il Battesimo: gesto d’immersione nei flutti del caos primordiale, per far annegare (v.32) i loro spiriti autodistruttivi.
Insomma: Cristo e la sua energia vitale sono sempre in visita del nostro territorio, qualsiasi esso sia.
Con Lui si può recuperare; non siamo segnati a vita.
E non c’è bisogno di scalate o progressioni snervanti, trafile lunghissime e insostenibili: tutto può accadere in un attimo.
Ma l’autonomia mette paura alla società inerte, consolidata, abitudinaria - allertata dai guardiani del mondo antico (v.33).
Per alcuni, è meglio fare le pecore e ritagliarsi solite piccine sicurezze [pur non sentendosi accolti da Dio, né totalmente vivi] piuttosto che farsi carico di gestire la nuova Libertà.
Sembrano più succulente le vetuste “cipolle d’Egitto”: scelte per l’atavico timore d’una vita nuova.
Come dire: meglio una religione che ci sottomette e alimenta paure o ansie, che lo spirito d’intrapresa e rischio nella Fede.
Esistenza imprevedibile, che ci rimetterebbe in campo altrimenti, che farebbe leva sulla forza della vita stessa e dell’autonomia rigenerata, di persone in Cristo.
Non pochi viceversa preferiscono tenersi stretti i propri demonietti, e così Lo espellono come indesiderabile (v.34).
I Vangeli insistono a descrivere la vittoria dei credenti sulle forze maligne e di morte.
Al tempo di Mt esse erano il nerbo delle credenze misteriche orientali [che si andavano diffondendo].
Ciò per incoraggiarci a stravincere la palude dell’assuefazione e le incertezze sataniche inoculate da religioni che infondono ai cuori una spiritualità vuota.
E proseguire sul buon cammino che finalmente non aliena le persone semplici, né rende succube la società e il mondo - ancora oggi qua e là inoculato di terrori e castighi infondati.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Anche con delicatezza, quante volte hai pregato Gesù di stare a debita distanza dal tuo territorio?
Con Lui ci hai già fatto il callo, oppure ti senti attivare?
Da quale potere alienante ti ha salvato la Fede in Cristo?
Quale esemplarità stupefacente ti appartiene?
Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva
In tutte le religioni l’uomo è invitato a legarsi al beneplacito divino per ricevere luce e forza, sottomettendosi alla sua autorità.
Il dilemma delle assemblee romane - qui riflesso - è se chiudersi o viceversa aprire il circuito del sacro.
E se personalizzare, o indietreggiare e ripetere.
Il brano di Mc associa le icone del mare, del cimitero, dell’indemoniato che vaga, e delle legioni romane.
L’ottica è quella della nostra purificazione battesimale in Cristo, la quale affoga impurità e germi di morte.
Nella letteratura semitica l’immagine del «mare» allude alle forze disordinate, senza meta e non conformi al progetto di Dio sull’uomo.
Potenze che generano caos nella nostra esistenza.
«Cimitero» è l’amaro panorama di un mondo che smarrisce il fondamento del suo essere e divenire.
Circolo assiduamente costretto a tentoni… per risolvere problemi e non perdere definitivamente l’onda vitale.
Il «porco» è figura di quel genere d’irrimediabile contaminazione [simbolo del paganesimo] che impediva all’essere umano il rapporto con Dio - e sentirne l’accoglienza.
«Legione» è nome d’ogni potere (qui religioso, politico e militare) che soffocava gli aneliti alla felicità, producendo smarrimento, emarginazione, divisione interiore.
Milieu e fattore determinante di processi che peggioravano le stesse indigenze congenite.
L’ideologia imperiale era minacciosa e distruttrice. Faceva leva sulle paure della gente, al fine di sottomettere le coscienze.
Questa la situazione delle persone - sgretolate dentro - prima dell’arrivo di Gesù.
Le legioni poi manipolavano in modo ideologico le credenze popolari relative ai demoni - per frantumare le personalità singolari, e accentuare l’arrendevolezza delle masse già oppresse.
Viceversa, nell’esperienza della vittoria della vita sulla morte, le prime comunità cristiane sperimentavano respiro di Fede e il tornare in sé - come una terapia dell’anima.
Vivevano una sorta di sproporzione e autocontrollo - malgrado le sconfitte nella predicazione.
L’antica assemblea che un tempo aveva orrore delle contaminazioni iniziava ad aprire le porte del ghetto purista, rendendo tutti partecipi.
La chiesa si distaccava dalle credenze comuni nella capitale dell’impero, le quali trasmettevano competizioni perverse, e ai deboli un senso di mortificante soggezione - mancanza di autonomia e coscienza.
Certo, i primi annunciatori si rendevano subito conto che il nuovo senso di libertà produceva un duplice sentimento: non sempre l’uomo oppresso vuol essere liberato dalle sue alienazioni e tormenti.
Gesù affascina e costerna. Fa precipitare i legami inconsistenti, e gli idoli comuni.
Il suo Messaggio è decisivo e benefico, ma obbliga a sconvolgere abitudini, finalità, e ogni chiusura.
Dio non è un controllore di biglietti
(Mc 5,18-20)
Siamo chiamati a un più intenso godimento dell’esistenza e ad una nuova “Testimonianza”.
Quest’ultima non riguarda sforzi, rinunce, o facili moralismi.
Il Signore non vuole che ci mischiamo con l’ufficialità malata di chi gli fa ressa attorno, bensì che percorriamo la nostra via.
L’invito di Gesù (Mc 5,19) sbalordisce.
Demoni ideologici mortificano l’essere, e sono da cacciar via - malgrado la massa devota sia soddisfatta così.
Forse la gente si è abituata a ospitarli nell’ambiente cui rimane affezionata; e ormai li considera parte dell’imprescindibile panorama (Mc 5,1-17).
Ecco allora contrapporsi l’avventura della Fede - sulla base della propria esperienza di Dio.
In tal guisa, l’Annuncio battesimale ha il “compito” di allargare gli orientamenti e dilatare la comunicazione Cielo-terra.
Ciò a partire dalla straordinarietà della persona. Per la gioia di tutti.
Il Profeta disturba gli equilibri antichi perché non si adatta al quieto vivere.
Egli procede controcorrente… per necessità di focolare intimo, che sente come un roveto acceso e inestinguibile.
Va incontro non al parere altrui, ma all’acqua sempre fresca e cristallina della Sorgente in atto.
Il paradigma innato che si annida nella Chiamata gli trasmette la visione di una rotta, un istinto del procedere. Perfino l’attrezzatura essenziale.
Impulso di vita - o esodo - che abilita a incamminarci verso quell’indirizzo, assoluto perché irripetibile.
L’interfaccia naturale del tragitto si annida nella identità profonda di ciascuno.
La sua unicità straordinaria, impareggiabile e insolita, si manifesta con inclinazioni emotive privilegiate - e nelle eccentricità personali - spesso già rilevabili in tenera età.
La Vocazione si svela all’anima in un desiderio bruciante e attraverso una vera e propria immagine [unica per ciascuno, anche trasognata ma durevole] percepibile dall’occhio interiore, che periodicamente fa capolino.
Si tratta magari del panorama di una situazione di futuro - non solo individualisticamente irripetibile e singolare (o altro).
Essa possiede l’autentica perfezione di carattere persino relazionale della condizione divina. Ma con proprio punto di vista - pur comunionale e festoso - il quale fa eco perseverante e accompagna la via da percorrere.
Interagendo con l’ambiente circostante e anche per contrapposizione, ogni radice farà il suo frutto.
Ma qualsiasi distrazione dal proprio carattere diventerà un faticoso labirinto...
Normalmente si crea una lotta fra la scintilla divina individuale e la restrizione dell’ambiente assuefatto, già dotato di sue contorte perizie.
Di conseguenza, la difficoltà di portare avanti il viaggio è garantita da quell’icona nascosta che è la nostra reale e ideale portata.
Ciò vale assai più che le rassicurazioni profuse da saperi preponderanti - in loco - o destrezza e disciplina.
Realizzarsi farà rima con affidarsi, però al contrario del senso antico.
Infatti, per giungere ad attuare le proprie aspirazioni non bisogna migliorare imitando modelli “giusti” e diventare abili, o imporsi sforzi maggiori.
Come ribadito da Papa Francesco: «Dio non è un controllore di biglietti».
Per avverare il sogno della vita non c’è da fissarsi, obbedire a voci esterne, e sudare.
Piuttosto ci si deve lasciar andare alla propria natura innata, alla propria quintessenza: lì c’è il segreto della nostra Felicità.
Qui, anche per tentativi parziali ed errori momentanei che ricalibrano, ognuno trova la propria strada e si realizza. Non resta sempre ai blocchi di partenza, né si sente inferiore agli amici più titolati.
Ha acquisito la sicurezza di come piacere a se stesso e al Padre.
Perché produce effetti attrattivi, la sua bellezza spontanea coinvolge anche gli altri.
Ed è quella che ha trovato il modo di buttar via tante zavorre: l’antico atteggiarsi artificioso, con le cose inutili e statiche.
Dando una svolta… ci rimettiamo in contatto con l’energia antica dell’inclinazione eccezionale - persino negli acciacchi.
Nella vita pia, per crescere bisogna di norma sottoporsi a un compito previsto, e - se proprio si vuole eccellere - estenuarsi in rigide procedure, che sono già state di altri.
Così si può sperare di fare “carriera” religiosa, anche spiritualmente atletica o di passerella - da cooptati nelle alte sfere del bon ton.
L’anima che invece corre nel binario della sua completezza toglie di mezzo la mentalità paludosa (scoraggiante l’insolito) per dirigersi verso una nuova nascita e infanzia.
Genesi e sviluppi che riattivano gli interessi, o il nostro “pallino” - e fanno spiegare ali di vivacità. Onda che ci appartiene.
Esemplarità stupefacente.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Da quale potere alienante ti ha salvato la Fede in Cristo?
Tornare in te stesso o altro? Cosa t’importa in comunità? La guarigione dell’umanità dissipata o il consueto legame - inconsistente e da far precipitare - con idoli comuni?
Fede, caricature e Sequela differente
Mc 5,18-20 [Lc 9,57-62]
Per i semiti, le figure genitoriali indicano il legame con l’etnia, la tradizione, il passato e l’ambiente culturale.
Gesù sembra escludere la correlazione a tali figure, benché si rivolga ai suoi in modo esclusivo e singolare.
Mai parla di padri, ma del Padre - che non è un ripetitore.
Quindi impone a tutti un taglio orizzontale con le consuetudini che potrebbero ritardare o condizionare la sua Chiamata, la scoperta profonda del senso degli eventi, il sorgere d’una mentalità nuova, la Sequela.
Egli diversifica le Vocazioni, per far comprendere a ciascuno il carattere intimo, per Nome, del rapporto di Alleanza nella Fede - che non spersonalizza come nelle religioni.
La simbiosi con la mentalità circostante o la stessa conoscenza intellettuale possono paradossalmente offuscare proprio l’intelligenza delle irripetibili inclinazioni che nel nostro intimo manifestano la firma impareggiabile del Creatore.
L’Appello autentico coglie la donna e l’uomo in modo esclusivo e penetrante, nell’unicità del loro vissuto. Che Patto e Missione sarebbero, altrimenti?
A volte la cosa migliore da fare per se stessi e per il prossimo è tagliare un cordone ombelicale, e prendere le distanze dalle aspettative di persone frequentate abitualmente.
La decisione è essenziale per poter cercare il senso dello Spirito ch’è solo Amore personale - e diventa la vera Passione.
Qui lo stato interiore d’individuazione e indipendenza dev’essere ben presente all’anima.
Frequentando i medesimi ambienti conformisti, ci s’identifica in persone e situazioni: si blocca così il centro delle aspettative e dei sogni. Non si aprono le porte di altri mondi, d’un altro regno.
La personalità vuole il suo spazio d’autonomia, perché la vita in pienezza è sperimentare una fresca cascata di rinascite in Cristo - facendo festa insieme, ma stando sulle proprie gambe.
Impossibile per la nostra natura... ma la Fonte dell’essere ci conduce come abile regista, sempre di novità in novità. E la sua Sapienza profonda farà danzare - anche se non avessimo mai imparato a ballare in stile.
Che vita di Fede sarebbe quella che pretende di arginare le onde del mare aperto per farci restare sempre nella rada più conosciuta, rassicurante?
Appoggiarsi alla famiglia, agli amici, all’opinione assuefatta, all’insenatura del club o alla spiaggia del movimento [insomma, voler assomigliare per strappare subito consenso] non ci permette di vivere nuove genesi.
Gesù è perentorio, perché la scelta è decisiva.
Chi sta con la testa bassa o all’indietro - o nel confronto - non può sperimentare l’avventura della Fede; non vive, ma si trascina dietro la religione dei morti.
Chi sta solo nel futuro e non ha senso della realtà sperimenta illusioni. Ma chi rimane nel passato o coi modelli, sta con gli scheletri (non solo nell’armadio) e non percepisce il senso del mutamento.
Facilmente si ossessiona o rimugina, cronicizzando. Mentre la novità degli stimoli potrebbero introdurlo in una catena di balzi impensati.
Per questo i legami famigliari e culturali martellanti possono togliere intensità o carattere alla Chiamata per Nome.
Ne intaccano il necessario spazio, invaso da troppi Signorsì - che non ci appartengono e non vogliamo. Solo bloccano i meccanismi riposti.
Nell’esodo appassionato con Gesù, il piacere della Vocazione non può permettersi che siano le inclinazioni altrui [e conformi] a riversarsi, pervadere, occupare il nostro mondo e tempo personali.
Per ascoltare e fare proprio l’Appello alla Missione è necessario edificare una sfera del Sé eminente, inattaccabile, amicale; custodita - di cui nel tempo impareremo a prendere il passo e gli orizzonti.
Questo ambito individuante, dai confini tutelati da interferenze, ci aiuterà nel Dialogo della preghiera. E allontanerà dal pericolo di venire assorbiti dalla mentalità comune; impersonale, accomodante.
La difesa di tale riservatezza densa d’Inedito non istituzionale diventa la molla e grinta della nostra vita impegnata, che non fa retromarcia.
Col tempo tale Nido c’insegnerà a esprimere in modo non adibito, bensì genuino, la qualità delle relazioni - persino il pieno disaccordo con la mentalità esterna vincente e che ha potere, se banale.
Chi sceglie altrimenti, prima o poi dovrà compensare il taglio (di sé) con gratificazioni di varia natura, che lo allontaneranno dal proprio volto e dall’ideale che intimamente corrisponde.
[Persino una santa cattiveria sognante può servire a ritrovare l’intimo Nucleo di persona, il sacro di ciascuno].
Non siamo chiamati a adeguarci a un buonismo neutrale che vuole solo piacere fuori, magari perché ha timore di essere escluso dal giro o giudicato male - perfino al contrario.
Dietro le linee portanti della personalità di ciascuno si nasconde una Perla, che per poter dare contributi significativi secondo Disegno del Signore deve manifestare le proprie singolarissime sfumature.
Soprattutto nella relazione sponsale con Dio non bisogna adattarsi a ruoli che profondamente non ci appartengono.
Nel tempo, il compromesso diventa un habitus che fa smarrire le tendenze naturali: in esse sono annidati i cromosomi della Vocazione.
La realizzazione della irripetibile missionarietà non avviene secondo personaggio, o princìpi acclarati e diffusi - concordisti e di successo - né perché si va a braccetto con tutto il mondo dei reduci [o di quello “à la page”].
Al contrario dell’adattarsi e lasciarci influenzare dall’irenismo, a un certo punto si devia, per seguire l’Amico interiore che sa dove condurci e non conosce la recita dell’essere comunque d’accordo.
Altrimenti, smarrita l’energia-Persona e la mèta che portano a destinazione, l’Unicità impallidisce nelle mediazioni che ci tengono in ostaggio - dietro vicende, linee di pensiero e ruoli ormai tramontati.
Infine si perde di vista il proprio Eros fondante, che voleva muovere i desideri, il nostro modo di conoscere il mondo e le attività.
[Esito: un Nucleo ormai sfocato, Sorgente che ricicla e non zampilla come prima, dispersa nei mille rivoli dei trasformismi - astute scorciatoie per una carriera senza scossoni].
Ecco allora le grandi danze sul nulla: quello dei mancati pericoli - allestite come compensazione tranquilla proprio da coloro che Cristo definirebbe “gusci vuoti” [«facitori di cose vane»: Lc 13,27 testo originale].
Non di rado proprio gli obbiettivi di casta o di branco legati a un pensiero tribale e settoriale si consolidano - prendono il sopravvento sul peso specifico e sulla intimità dei valori, sostituiti da slogan faciloni e conformisti o adultoidi che plagiano l’esistenza.
Ogni missionario sa che affidare la vita a opinioni di maniera, seriose e quiete, iniziative rassicuranti o scelte da manuale, non sortisce frutto, anzi diventa controproducente.
Il concordismo sembra un rifugio che attrae, ma diventa solo una tana di lusinghe.
Secondo il pensiero cinese, per acquistare smalto e fuggire un servilismo inquinato e logoro, i Santi «si fanno insegnare dalle bestie l’arte di evitare gli effetti nocivi della domesticazione, che la vita in società impone».
Infatti: «Gli animali domestici muoiono prematuramente. E così gli uomini, cui le convenzioni sociali vietano di obbedire spontaneamente al ritmo della vita universale».
«Queste convenzioni impongono un’attività continua, interessata, estenuante [mentre è opportuno] alternare i periodi di vita rallentata e di tripudio».
«Il Santo non si sottomette al ritiro o al digiuno se non al fine di giungere, grazie all’estasi, a evadere per lunghi viaggi. Questa liberazione è preparata da giochi vivificanti, che la natura insegna».
«Ci si allena alla vita paradisiaca imitando i sollazzi degli animali. Per santificarsi, bisogna prima abbrutirsi – si intenda: imparare dai bambini, dalle bestie, dalle piante, l’arte semplice e gioiosa di non vivere che in vista della vita».
[M. Granet, Il Pensiero Cinese, Adelphi 2019, kindle pp. 6904-6909].
La suggestione del passato da perpetuare, il laccio dei giudizi ristretti e i legami di cerchia possono sottrarci la ricchezza celata, rubando il presente e il futuro: questo il vero errore da evitare!
Ciò che conta non è ripristinare la situazione, copiare gli antichi o gli acclamati e forti, identificarsi per stare quieti e non sbagliare, bensì rinnovare se stessi per evolvere, crescere, espandere, stupire.
Altrimenti i nostri goffi problemi saranno sempre identici e non ci sarà Cammino esuberante né Terra Promessa, ma solo un circolo vizioso di rimpianti o finte rassicurazioni.
Per vivere la Fede dell’attimo reale - non rinunciataria e che mette le cose in fila - non si può essere scolaretti ripetenti del luogo o delle mode, del tempo o del giorno prima.
Nonostante che la malattia faccia parte dell’esperienza umana, ad essa non riusciamo ad abituarci, non solo perché a volte diventa veramente pesante e grave, ma essenzialmente perché siamo fatti per la vita, per la vita completa. Giustamente il nostro “istinto interiore” ci fa pensare a Dio come pienezza di vita, anzi come Vita eterna e perfetta. Quando siamo provati dal male e le nostre preghiere sembrano risultare vane, sorge allora in noi il dubbio ed angosciati ci domandiamo: qual è la volontà di Dio? È proprio a questo interrogativo che troviamo risposta nel Vangelo. Ad esempio, nel brano odierno leggiamo che “Gesù guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni” (Mc 1,34); in un altro passo di san Matteo, si dice che “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23). Gesù non lascia dubbi: Dio – del quale Lui stesso ci ha rivelato il volto – è il Dio della vita, che ci libera da ogni male. I segni di questa sua potenza d’amore sono le guarigioni che compie: dimostra così che il Regno di Dio è vicino, restituendo uomini e donne alla loro piena integrità di spirito e di corpo. Dico che questa guarigioni sono segni: non si risolvono in se stesse, ma guidano verso il messaggio di Cristo, ci guidano verso Dio e ci fanno capire che la vera e più profonda malattia dell’uomo è l’assenza di Dio, della fonte della verità e dell’amore. E solo la riconciliazione con Dio può donarci la vera guarigione, la vera vita, perché una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita. Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza.
[Papa Benedetto, Angelus 8 febbraio 2009]
For the prodigious and instantaneous healing of the paralytic, the apostle St. Matthew is more sober than the other synoptics, St. Mark and St. Luke. These add broader details, including that of the opening of the roof in the environment where Jesus was, to lower the sick man with his lettuce, given the huge crowd that crowded at the entrance. Evident is the hope of the pitiful companions: they almost want to force Jesus to take care of the unexpected guest and to begin a dialogue with him (Pope Paul VI)
Per la prodigiosa ed istantanea guarigione del paralitico, l’apostolo San Matteo è più sobrio degli altri sinottici, San Marco e San Luca. Questi aggiungono più ampi particolari, tra cui quello dell’avvenuta apertura del tetto nell’ambiente ove si trovava Gesù, per calarvi l’infermo col suo lettuccio, data l’enorme folla che faceva ressa all’entrata. Evidente è la speranza dei pietosi accompagnatori: essi vogliono quasi obbligare Gesù ad occuparsi dell’inatteso ospite e ad iniziare un dialogo con lui (Papa Paolo VI)
A life without love and without truth would not be life. The Kingdom of God is precisely the presence of truth and love and thus is healing in the depths of our being. One therefore understands why his preaching and the cures he works always go together: in fact, they form one message of hope and salvation (Pope Benedict)
Una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita. Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza (Papa Benedetto)
His slumber causes us to wake up. Because to be disciples of Jesus, it is not enough to believe God is there, that he exists, but we must put ourselves out there with him; we must also raise our voice with him. Hear this: we must cry out to him. Prayer is often a cry: “Lord, save me!” (Pope Francis)
Il suo sonno provoca noi a svegliarci. Perché, per essere discepoli di Gesù, non basta credere che Dio c’è, che esiste, ma bisogna mettersi in gioco con Lui, bisogna anche alzare la voce con Lui. Sentite questo: bisogna gridare a Lui. La preghiera, tante volte, è un grido: “Signore, salvami!” (Papa Francesco)
May we obtain this gift [the full unity of all believers in Christ] through the Apostles Peter and Paul, who are remembered by the Church of Rome on this day that commemorates their martyrdom and therefore their birth to life in God. For the sake of the Gospel they accepted suffering and death, and became sharers in the Lord's Resurrection […] Today the Church again proclaims their faith. It is our faith (Pope John Paul II)
Ci ottengano questo dono [la piena unità di tutti i credenti in Cristo] gli Apostoli Pietro e Paolo, che la Chiesa di Roma ricorda in questo giorno, nel quale si fa memoria del loro martirio, e perciò della loro nascita alla vita in Dio. Per il Vangelo essi hanno accettato di soffrire e di morire e sono diventati partecipi della risurrezione del Signore […] Oggi la Chiesa proclama nuovamente la loro fede. E' la nostra fede (Papa Giovanni Paolo II)
God's grace does not suppress or suffocate the freedom of those who face martyrdom; on the contrary it enriches and exalts them: the Martyr is an exceedingly free person, free as regards power, as regards the world; a free person [Pope Benedict]
La grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera [Papa Benedetto]
don Giuseppe Nespeca
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