don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Il semplice Mistero, Nuova Mistica. Vocazione da offrire al mondo

(Gv 6,1-15)

 

«L’uomo è l’essere-limite che non ha limite» (Fratelli Tutti n.150).

Nel cuore abbiamo un gran desiderio di appagamento e Felicità. Il Padre lo ha introdotto, Lui stesso lo soddisfa - ma ci vuole associati alla sua opera - dentro e fuori di noi.

Il Figlio riflette il disegno di Dio nella compassione per le folle bisognose di tutto e - malgrado la pletora di maestri ed esperti - prive di qualsiasi insegnamento autentico.

La sua ‘soluzione’ è diversissima da quella di tutte le guide spirituali, perché non ci sorvola con un paternalismo esterno, indiretto (vv.5-6) che asciughi le lacrime, rimargini le ferite, cancelli le umiliazioni.

Invita a utilizzare in prima persona ciò che siamo e abbiamo, sebbene possa apparire cosa ridicola (v.9).

Ma insegna in modo assolutamente netto che spostando le energie si realizzano risultati prodigiosi.

Così rispondiamo ai grandi problemi del mondo: recuperando la condizione dell’uomo ‘viator’ - essere di passaggio.

E condividendo i beni; non, lasciando che ciascuno si arrangi.

 

La nostra cruda nudità, le peripezie, e l’esperienza dei molti fratelli, diversi, sono risorse da non valutare con diffidenza «come concorrenti o nemici pericolosi» della nostra realizzazione [FT n.152].

Non solo quel poco che rechiamo con noi basterà a saziarci, ma avanzerà per altri e con identica Pienezza di verità, umana, epocale (vv.12-13).

Insomma, in Cristo ciascuno può inaugurare un Tempo nuovo, e la Salvezza è già a portata di mano, perché la gente si riunisce spontaneamente intorno a Lui, giungendo così com’è, col carico dei tanti bisogni differenti (v.2).

 

Il nuovo popolo di Dio non è una folla di gente scelta e pura.

Ognuno reca con sé problemi, che il Signore guarisce - ma curando non con provvedimenti per procura, come dal di sopra o dal di fuori.

In tal guisa un altro mondo è possibile, però attraverso lo «spezzare» il proprio anche misero ‘pane e companatico’.

Soluzione autentica, se la si fa emergere «da dentro» e stando «in mezzo» - non davanti, non a capo, non ‘in alto’.

 

Il luogo della Rivelazione doveva essere quello delle “saette”, su un ‘monte’ fumante come di fornace (Es 19,18). Ma infine persino lo zelo violento di Elia aveva dovuto ricredersi (1Re 19,12).

Anche a donne e uomini d’altra sponda (v.1) il Figlio rivela un Padre il quale non semplicemente cancella le infermità: ce le fa capire come luogo che sta preparando uno sviluppo personale, e quello della Comunità.

 

S’immaginava che nei tempi del Messia, tutti i bisognosi sarebbero scomparsi (Is 35,5ss.).

Età dell’oro’: tutto al vertice, nessun abisso.

In Gesù - Pane di povero orzo, ma distribuito - si manifesta una pienezza dei tempi inconsueta, apparentemente nebulosa e fragile (v.9) tuttavia reale e in grado di riavviare persone e relazioni.

L’Incarnazione ci ritesse il cuore in dignità e promozione.

Si dispiega realmente, perché non trascina via le povertà e gli ostacoli: poggia su di essi e non li cancella affatto.

Così li surclassa, ma trasmutandoli; su quei semi, creando nuova vita.

 

La vecchia pozzanghera esclusiva della religione che non osa il rischio dell’Esodo e della Fede (v.2) non ci avrebbe aiutato ad assimilare la proposta del Messia ‘inferiore’.

Egli è in noi che ne abbiamo abbracciato la proposta di vita: nella coesistenza e condivisione.

Signore-in-noi, risolve i problemi del mondo - senza fulmini immediati, né scorciatoie.

Iniziativa-Risposta del Padre, «sostegno nel Viaggio» alla ricerca della Speranza dei poveri - di tutti noi, indigenti in attesa.

 

 

[Venerdì 2.a sett. di Pasqua, 17 aprile 2026]

La soluzione diversissima. Moltiplicazione per Divisione, nell’itineranza

(Gv 6,1-15)

 

«Ora, lo seguiva molta folla, poiché vedevano i segni che faceva sugli infermi» (v.2).

«C’è un un ragazzetto che ha cinque pani di orzo e due pesci, ma che è questo per tanti?» (V.5).

«Gesù dunque sapendo che stavano per venire e rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo su il monte da solo» (v.15).

 

«L’uomo è l’essere-limite che non ha limite» (Fratelli Tutti n.150).

Nel cuore abbiamo un gran desiderio di appagamento e Felicità. Il Padre lo ha introdotto, Lui stesso lo soddisfa - ma ci vuole associati alla sua opera - dentro e fuori di noi.

Il Figlio riflette il disegno di Dio nella compassione per le folle bisognose di tutto e - malgrado la pletora di maestri ed esperti - prive di qualsiasi insegnamento autentico.

La sua soluzione è diversissima da quella di tutte le guide “spirituali”, perché non ci sorvola con un paternalismo indiretto (vv.5-6) che asciughi le lacrime, rimargini le ferite, cancelli le umiliazioni, dall’esterno.

Invita a utilizzare in prima persona ciò che siamo e abbiamo, sebbene possa apparire cosa ridicola. Ma insegna in modo assolutamente netto che spostando le energie si realizzano risultati prodigiosi.

Così rispondiamo in Cristo ai grandi problemi del mondo: recuperando la condizione dell’uomo ‘viator’ - essere di passaggio, sua impronta essenziale - e condividendo i beni; non lasciando che ciascuno si arrangi.

La nostra cruda nudità, le peripezie e l’esperienza dei molti fratelli, diversi, sono risorse da non valutare con diffidenza, «come concorrenti o nemici pericolosi» della nostra realizzazione [FT n.152].

Non solo quel poco che rechiamo con noi basterà a saziarci, ma avanzerà per altri e con identica pienezza di verità, umana, epocale [vv.12-13: il passo particolare insiste sulla simbologia semitica del numero “dodici”; in Mc 8,8 e Mt 15,34-37 subentra quella del numero “sette”].

In Cristo, ciascuno può inaugurare un Tempo nuovo, e la Salvezza è già a portata di mano, perché la gente si riunisce spontaneamente intorno a Lui, giungendo così com’è, col carico dei tanti bisogni differenti (v.2).

Il nuovo popolo di Dio non è una folla di gente scelta e pura.

Ognuno reca con sé problemi, che il Signore guarisce - ma curando non con provvedimenti per procura (cf. Mt 14,16; Mc 6,37; Lc 9,13), come dal di sopra o dal di fuori.

Insomma: un altro mondo è possibile, però attraverso lo spezzare il proprio anche misero pane e companatico.

Soluzione autentica, se la si fa emergere da dentro, e stando in mezzo - non davanti, non a capo, non in alto.

 

La nota simbologia dei «cinque pani» e «due pesci» (v.9) - in prospettiva cristologica, significa:

Assumere la propria tradizione anche legalista che ha fatto da saggio nutrimento base (5 libri della Torah), quindi la propria storia e afflato sapienziale (Scritti: Kethubhiim) nonché profetico (Nevi’im: Profeti).

[Come diceva s. Agostino: «La Parola di Dio che ogni giorno viene a voi spiegata e in un certo senso “spezzata” è anch’essa Pane quotidiano» (Sermo 58, IV: PL 38,395). Alimento completo: cibo base e “companatico” - storico e ideale, in codice e in atto].

 

Il luogo della Rivelazione di Dio doveva essere quello delle “saette”, su un ‘monte’ fumante come di fornace (Es 19,18). Ma infine persino lo zelo violento di Elia aveva dovuto ricredersi (1Re 19,12).

Anche a donne e uomini d’altra sponda (v.1) il Figlio rivela un Padre il quale non semplicemente cancella le infermità: le fa capire come luogo che sta preparando uno sviluppo personale, e quello della Comunità.

S’immaginava infatti che nei tempi del Messia, tutti i bisognosi sarebbero scomparsi (Is 35,5ss.). Età dell’oro: tutto al vertice, nessun abisso.

In Gesù - Pane di povero orzo, ma distribuito - si manifesta una pienezza dei tempi inconsueta; apparentemente nebulosa e fragile (v.9) ma reale e in grado di riavviare tutti, e le relazioni.

Lo Spirito di Dio agisce non calandosi come un fulmine dall’alto, bensì attivando in noi capacità che appaiono impalpabili, eppure in grado di raggranellare il nostro essere disperso [classificato inconsistente - che coinvolge il sommario di tutti i giorni - e lo rivaluta].

 

L’Incarnazione ci ritessere il cuore, in dignità e promozione; si dispiega realmente, perché non solo trascina via gli ostacoli: poggia su di essi e non li cancella affatto.

Così li surclassa, ma trasmutando - ponendo nuova vita.

Linfa che trae succo e germoglia Fiori dall’unico terreno melmoso e fecondo, e li comunica.

Solidarietà cui sono invitati tutti, non solo quelli ritenuti in condizione di ‘perfezione’ e compattezza.

Le nostre carenze ci rendono attenti, e unici. Non vanno disprezzate, bensì assunte, poste nelle mani del Figlio e dinamizzate (vv.11-13).

Le stesse cadute possono essere un segnale prezioso; in Cristo, non sono più umiliazioni riduttive, bensì indicatori di percorso (v.2).

Forse non stiamo utilizzando e investendo al meglio le nostre risorse.

Così i crolli possono trasformarsi rapidamente in risalite - differenti, non confezionate. E ricerca di completamento totale nella Comunione.

In tal guisa, nell’ideale di realizzare la Vocazione, nonché intuire il tipo di contributo da porgere, nulla di meglio d’un ambiente vivo, che non tarpi le ali: fraternità vivace nello scambio delle qualità, e convivenza.

Non tanto per attutirci gli scossoni, ma perché siamo messi in grado di edificare magazzini sapienziali non tarati da nomenclature - cui tutti possono attingere, persino i diversi e lontani da noi.

Se poi anche qui verrà a trovarci una manchevolezza, sarà per insegnare a essere presenti al mondo secondo magari altre e ulteriori direzioni, o per far emergere la missione e una maturazione creativa - non per rimanere fissati su parzialità e minuzie.

 

Così, insieme, i “momenti no” divengono subito una molla per non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo molto altrove.

Ed i fallimenti che mettono in bilico servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.

Essi costringono a cercare suggerimenti, differenti orizzonti e relazioni, un completamento che non avevamo immaginato.

Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne, alla terra e alla nostra polvere: un Sovrannaturale che sta dentro e in basso, anche nell’anima dei crollati a terra; non dietro le nuvole.

È il contatto diretto con il nostro humus colmo di succhi regali che ci rigenera e addirittura crea: come donne e uomini nuovi, appena ri-partoriti nella condivisione.

L’immagine del Regno nella gracile Eucaristia non elimina il difetto e la morte.

Li assume e trasfigura in punti di forza; creando incontro, dialogo, predilezione per le realtà minime - e Nuova Alleanza, francamente propulsiva.

Purtroppo, il target esagerato dei films sul Gesù che “moltiplica” l’abbondanza... porta completamente fuori strada.

Genera i devoti dell’accrescimento, i quali disdegnano la divisione (triplicatori di denari, proprietà, titoli, traguardi, rapporti che contano, e così via).

Viceversa, in Cristo che distribuisce ogni cosa diventiamo come un corpus attualizzato e propulsivo di testimoni [e Scritture viventi] sensibile.

Infanti nel Signore, nuotiamo in questa differente Acqua - a volte forse esteriormente velata, o melmosa e torbida. Infine fatta trasparente anche solo perché arrendevole, colma di compassione e benevola.

La vecchia pozzanghera esclusiva della religione che non osa il rischio dell’esodo e della Fede (v.2) non ci avrebbe aiutato ad assimilare la proposta del Messia inferiore, che risolve i problemi del mondo senza fulmini immediati, né scorciatoie.

Egli è in noi che ne abbiamo abbracciato la proposta di vita: Iniziativa-Risposta del Padre, sostegno nel poco etereo Viaggio alla ricerca della Speranza dei poveri - di tutti noi indigenti in attesa.

 

L’allusione ai ‘cinque’ o ‘sette’ «pani» (moltiplicati perché divisi) conforta le citazioni relative al magma plasmabile delle icone bibliche.

In tal caso, quelle di Mosè ed Elia: figure dei cinque Libri del Pentateuco [i primi Alimenti], più le due sezioni di Profeti e Scritti.

Tutti insieme: Pienezza di cibo e saggezza per l’anima, chiamata a procedere oltre le siepi circonvicine, rompendo gli argini della mentalità asservita; ormai solo di contorno.

Nutrimento-base dello spirito umano-divino, cui si aggiunge un alimento che ci coinvolge.

[Come diceva appunto s. Agostino: «La Parola di Dio che ogni giorno viene a voi spiegata e in un certo senso “spezzata” è anch’essa Pane quotidiano» (Sermo 58, IV: PL 38,395)].

Alimento completo: cibo base e companatico - storico e ideale, in codice e in atto.

Diventiamo nel Cristo come un corpus attualizzato e propulsivo di testimoni e Scritture sensibile; certo ridotto, non ancora affermato e privo di eroici fenomeni, ma accentuatamente sapienziale e pratico.

Annunciatori, condivisori senza clamorosi proclami di autosufficienza.

Mai rinchiusi entro steccati arcaici - sempre in fieri - perciò in grado di percepire binari sconosciuti.

E «spezzare il Pane»... ossia attivarsi, procedere oltre, dividere il poco - per alimentare, straripare - moltiplicando l’ascolto e l’azione di Dio; e far riconquistare stima anche ai disperati.

Siamo figli.

Come pochi e piccoli che non sguazzano in competizioni che rendono tossica la vita - anzi: chiamati in prima persona a scrivere una singolare, empatica e sacra, Parola-evento.

Infanti nel Signore, nuotiamo in questa differente Acqua.

A volte forse esteriormente velata o melmosa e torbida; infine fatta trasparente anche solo perché arrendevole, compassionevole e benevola.

La vecchia pozzanghera esclusiva della religione che non osa il rischio della Fede (v.2) non ci avrebbe aiutato ad assimilare la proposta del Gesù Messia, Figlio di Dio, Salvatore - noto acrostico del termine greco «Ichtys» [pesce].

Egli è l’Iniziativa-Risposta del Padre, sostegno nel poco etereo viaggio alla ricerca della Speranza dei poveri - di tutti noi indigenti in attesa.

 

La Fede operante ha dunque per emblema l’Eucaristia, rivoluzione della sacralità. Sembra strano, per noi che ci abbiamo fatto il callo.

Infatti scopo dell’evangelizzazione è partecipare ed emancipare l’essere integrale da tutto ciò che lo minaccia, non solo nel limite estremo: anche nella sua azione di ogni giorno - fino a cercare la comunione dei beni.

In Mc 6 il prodigio è collocato dopo la tirata d’orecchi verso gli apostoli, chiamati «in disparte» per una verifica della loro predicazione incerta [Gesù annunciato come Messia glorioso].

In Mc 8 [similmente] dopo l’apertura dei “sensi” del [medesimo discepolo preso «in disparte»] sordo e balbuziente (Mc 7,31-37).

Gv 6 segue gli episodi del ritorno in Galilea, la guarigione del figlio del funzionario, la guarigione del paralitico alla piscina di Betzata, e l’Apologia dello stesso Gesù.

Insomma, il Segno Fonte e Culmine della comunità dei figli è un gesto creativo che impone uno spostamento di visione, un occhio assolutamente nuovo.

 

Di fronte all’indigenza di molti causata dall’avidità di pochi, l’atteggiamento della Chiesa autentica non si compiace di emblemi e fervorini, né di parziali chiamate a distinguersi nell’elemosina.

Lo spezzare del Pane subentra alla Manna calata dall’alto nel deserto (cf. Mc 8,4; Gv 6,2) e comporta la sua distribuzione - non solo in situazioni particolari.

Non c’è da accontentarsi, nel moltiplicare vita per tutti.

Questa l’attitudine del Corpo vivente del Cristo [taumaturgico, non il facitore di miracoli] che si sente chiamato ad attivarsi in ogni circostanza.

L’adesione grata deve condurci al dono e alla condivisione del «pane».

Se la partecipazione eucaristica non suscita solo elemosina puntuale, pietismo esterno e assistenzialismo di maniera, ecco il Risultato:

Donne e uomini mangeranno, rimarranno sazi, e avanzerà alimento per altri. Non tutti i convitati da Dio previsti sono ancora presenti.

Notiamo che ad alcuni discepoli non era neanche passato per la testa che la soluzione potesse venire dalla gente stessa (v.7) e dal loro spirito - non dal patentato dei capi o da qualche singolo benefattore.

Accordo inatteso: la questione dell’alimento si risolve non dall’alto, ma a partire dall’interno delle persone e grazie ai pochi pani portati con sé (v.9).

Non c’è risoluzione alcuna col verbo “moltiplicare” - ossia “incrementare” [relazioni che contano, accrescere proprietà, ammucchiare astuzie].

Unica terapia è la convivenza dello «spezzare», «dare», «porgere», «distribuire» (v.11 testo greco).

E tutti sono coinvolti, nessuno privilegiato.

 

A quel tempo la competitività e la mentalità di classe caratterizzava la società piramidale dell’impero - e iniziava a infiltrarsi già nella piccola comunità, appena agli inizi.

Come se il Signore e il Dio del tornaconto potessero convivere uno a fianco all’altro.

È la comunione dei bisognosi che viceversa sale in cattedra nella Chiesa non artefatta; capace di far convivere gli opposti.

La condivisione reale fa da professore degli onnipresenti veterani, smaliziati e pretenziosi, unici a doversi convertire.

Il germe della loro “durata” dovrebbe essere non la posizione in quota e il ruolo, bensì l’amore.

Tale l’unico senso dei gesti sacri, non altri progetti venati da prevaricazioni, o dall’apparire.

 

Gli “appartenenti” sbalordiscono.

Per il Signore i lontani, ancora in bilico nelle scelte, sono pienamente partecipi del banchetto messianico - senza preclusioni, né discipline dell’arcano con attese snervanti.

Viceversa, quella Mensa urge in favore di altri che devono essere chiamati. Per una sorta di ristabilimento dell’Unità originale.

 

Insomma, la Redenzione non appartiene alle élites preoccupate della stabilità del loro dominio - che sono addirittura i deboli a dover sostenere.

 

La vita da salvati viene a noi per Incorporazione.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Hai mai spezzato il tuo pane, trasmesso felicità e compiuto recuperi che rinnovano i rapporti, rimettendo in piedi le persone che neppure hanno stima di sé? O hai privilegiato disinteresse, catene, cordate, atteggiamenti di élite?

Giovedì, 09 Aprile 2026 04:46

Pane della Vita

Quest’oggi la liturgia prevede come pagina evangelica l’inizio del capitolo VI di Giovanni, che contiene dapprima il miracolo dei pani – quando Gesù diede da mangiare a migliaia di persone con solo cinque pani e due pesci –; quindi l’altro prodigio del Signore che cammina sulle acque del lago in tempesta; e infine il discorso in cui Egli si rivela come “il pane della vita”. Narrando il “segno” dei pani, l’Evangelista sottolinea che Cristo, prima di distribuirli, li benedisse con una preghiera di ringraziamento (cfr v. 11). Il verbo è eucharistein, e rimanda direttamente al racconto dell’Ultima Cena, nel quale, in effetti, Giovanni non riferisce l’istituzione dell’Eucaristia, bensì la lavanda dei piedi. L’Eucaristia è qui come anticipata nel grande segno del pane della vita […] Come non ricordare che specialmente noi sacerdoti possiamo rispecchiarci in questo testo giovanneo, immedesimandoci negli Apostoli, là dove dicono: Dove potremo trovare il pane per tutta questa gente? E leggendo di quell’anonimo ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci, anche a noi viene spontaneo dire: Ma che cos’è questo per una tale moltitudine? In altre parole: che sono io? Come posso, con i miei limiti, aiutare Gesù nella sua missione? E la risposta la dà il Signore: proprio mettendo nelle sue mani “sante e venerabili” il poco che essi sono, noi sacerdoti diventiamo strumenti di salvezza per tanti, per tutti!

[Papa Benedetto, Angelus 26 luglio 2009]

Giovedì, 09 Aprile 2026 04:40

La profondità del Segno

“Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”.

Dinanzi alla folla, che lo ha seguito dalle rive del mare di Galilea fin verso la montagna per ascoltare la sua parola, Gesù dà inizio, con questa domanda, al miracolo della moltiplicazione dei pani, che costituisce il significativo preludio al lungo discorso, nel quale si rivela al mondo come il vero pane della vita disceso dal cielo (cf. Gv 6,41).

1. Abbiamo ascoltato il racconto evangelico: con cinque pani d’orzo e con due pesci, messi a disposizione da un ragazzo, Gesù sfama circa cinquemila uomini. Ma questi, non comprendendo la profondità del “segno” in cui sono stati coinvolti, sono convinti di aver trovato finalmente il Re-Messia, che risolverà i problemi politici ed economici della loro Nazione. Di fronte a tale ottuso fraintendimento della sua missione, Gesù si ritira, tutto solo, sulla montagna.

Anche noi, Sorelle e Fratelli carissimi, abbiamo seguito Gesù e continuiamo a seguirlo. Ma possiamo e dobbiamo chiederci: con quale atteggiamento interiore?Con quello autentico della fede, che Gesù attendeva dagli Apostoli e dalla folla sfamata, oppure con un atteggiamento di incomprensione? Gesù si presentava in quella occasione come, anzi più di Mosè, che nel deserto aveva sfamato il popolo israelita durante l’esodo; si presentava come, anzi più di Eliseo, che con venti pani d’orzo e di farro aveva dato da mangiare a cento persone. Gesù si manifestava, e si manifesta oggi a noi, come Colui che è capace di saziare per sempre la fame del nostro cuore: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6,33).

E l’uomo, specialmente quello contemporaneo, ha tanta fame: fame di verità, di giustizia, di amore, di pace, di bellezza; ma, soprattutto, fame di Dio. “Noi dobbiamo essere affamati di Dio!” esclama Sant’Agostino (“famelici Dei esse debemus” (S. Agostino, Enarrat. in Ps. 146, 17: PL 37,1895ss.). È lui, il Padre celeste, che ci dona il vero pane!

2. Questo pane, di cui abbiamo bisogno, è anzitutto il Cristo, il quale si dona a noi nei segni sacramentali dell’Eucaristia, e ci fa sentire, in ogni Messa, le parole dell’ultima Cena: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. Col sacramento del pane eucaristico – afferma il Concilio Vaticano II – “viene rappresentata e prodotta l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo Corpo in Cristo (cf. 1Cor 10,17). Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo che è luce del mondo; da lui veniamo, per lui viviamo, a lui siamo diretti” (Lumen Gentium, 3).

Il pane di cui abbiamo bisogno è, inoltre, la parola di Dio, perché “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; cf. Dt 8,3). Indubbiamente, anche gli uomini possono esprimere e pronunciare parole di alto valore. Ma la storia ci mostra come le parole degli uomini siano talvolta insufficienti, ambigue, deludenti, tendenziose; mentre la Parola di Dio è piena di verità (cf. 2Sam 7,28;1Cor 15,26); è retta (Sal 33,4); è stabile e rimane in eterno (cf. Sal 119,89;1Pt 1,25). 

Dobbiamo metterci continuamente in religioso ascolto di tale Parola; assumerla come criterio del nostro modo di pensare e di agire; conoscerla, mediante l’assidua lettura e la personale meditazione; ma, specialmente, dobbiamo farla nostra, realizzarla, giorno dopo giorno, in ogni nostro comportamento.

Il pane, infine, di cui abbiamo bisogno, è la grazia; e dobbiamo invocarla, chiederla con sincera umiltà e con instancabile costanza, ben sapendo che essa è quanto di più prezioso possiamo possedere.

3. Il cammino della nostra vita, tracciatoci dall’amore provvidenziale di Dio, è misterioso, talvolta umanamente incomprensibile, e quasi sempre duro e difficile. Ma il Padre ci dona il “pane del cielo” (cf. Gv 6,32), per essere rinfrancati nel nostro pellegrinaggio sulla terra.

Mi piace concludere con un passo di Sant’Agostino, che sintetizza mirabilmente quanto abbiamo meditato: “Si comprende molto bene... come la tua Eucaristia sia il cibo quotidiano. Sanno infatti i fedeli che cosa essi ricevono ed è bene che essi ricevano il pane quotidiano necessario per questo tempo. Pregano per loro stessi, per diventare buoni, per essere perseveranti nella bontà, nella fede, e nella vita buona... la parola di Dio, che ogni giorno viene a voi spiegata e, in un certo senso, spezzata, è anch’essa pane quotidiano” (S. Agostino, Sermo 58, IV: PL 38,395).

Che Cristo Gesù moltiplichi sempre, anche per noi, il suo pane!

Così sia!

[Papa Giovanni Paolo II, omelia 29 luglio 1979]

Giovedì, 09 Aprile 2026 04:24

Questo ragazzo ci fa pensare

Il Vangelo di oggi (cfr Gv 6,1-15) presenta il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Vedendo la grande folla che lo aveva seguito nei pressi del lago di Tiberiade, Gesù si rivolge all’apostolo Filippo e domanda: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (v. 5). I pochi denari che Gesù e gli apostoli possiedono, infatti, non bastano per sfamare quella moltitudine. Ed ecco che Andrea, un altro dei Dodici, conduce da Gesù un ragazzo che mette a disposizione tutto quello che ha: cinque pani e due pesci; ma certo – dice Andrea – sono niente per quella folla (cfr v. 9). Bravo questo ragazzo! Coraggioso. Anche lui vedeva la folla, e vedeva i suoi cinque pani. Dice: “Io ho questo: se serve, sono a disposizione”. Questo ragazzo ci fa pensare… Quel coraggio… I giovani sono così, hanno coraggio. Dobbiamo aiutarli a portare avanti questo coraggio. Eppure Gesù ordina ai discepoli di far sedere la gente, poi prende quei pani e quei pesci, rende grazie al Padre e li distribuisce (cfr v. 11), e tutti possono avere cibo a sazietà. Tutti hanno mangiato quello che volevano.

Con questa pagina evangelica, la liturgia ci induce a non distogliere lo sguardo da quel Gesù che domenica scorsa, nel Vangelo di Marco, vedendo «una grande folla, ebbe compassione di loro» (6,34). Anche quel ragazzo dei cinque pani ha capito questa compassione, e dice: “Povera gente! Io ho questo…”. La compassione lo ha portato a offrire quello che aveva. Oggi infatti Giovanni ci mostra nuovamente Gesù attento ai bisogni primari delle persone. L’episodio scaturisce da un fatto concreto: la gente ha fame e Gesù coinvolge i suoi discepoli perché questa fame venga saziata. Questo è il fatto concreto. Alle folle, Gesù non si è limitato a donare questo – ha offerto la sua Parola, la sua consolazione, la sua salvezza, infine la sua vita –, ma certamente ha fatto anche questo: ha avuto cura del cibo per il corpo. E noi, suoi discepoli, non possiamo far finta di niente. Soltanto ascoltando le più semplici richieste della gente e ponendosi accanto alle loro concrete situazioni esistenziali si potrà essere ascoltati quando si parla di valori superiori.

L’amore di Dio per l’umanità affamata di pane, di libertà, di giustizia, di pace, e soprattutto della sua grazia divina, non viene mai meno. Gesù continua anche oggi a sfamare, a rendersi presenza viva e consolante, e lo fa attraverso di noi. Pertanto, il Vangelo ci invita ad essere disponibili e operosi, come quel ragazzo che si accorge di avere cinque pani e dice: “Io dò questo, poi tu vedrai…”. Di fronte al grido di fame – ogni sorta di “fame” – di tanti fratelli e sorelle in ogni parte del mondo, non possiamo restare spettatori distaccati e tranquilli. L’annuncio di Cristo, pane di vita eterna, richiede un generoso impegno di solidarietà per i poveri, i deboli, gli ultimi, gli indifesi. Questa azione di prossimità e di carità è la migliore verifica della qualità della nostra fede, tanto a livello personale, quanto a livello comunitario.

Poi, alla fine del racconto, Gesù, quando tutti furono saziati, Gesù disse ai discepoli di raccogliere i pezzi avanzati, perché nulla andasse perduto. E io vorrei proporvi questa frase di Gesù: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto» (v. 12). Penso alla gente che ha fame e a quanto cibo avanzato noi buttiamo… Ognuno di noi pensi: il cibo che avanza a pranzo, a cena, dove va? A casa mia, cosa si fa con il cibo avanzato? Si butta? No. Se tu hai questa abitudine, ti dò un consiglio: parla con i tuoi nonni che hanno vissuto il dopoguerra, e chiedi loro che cosa facevano col cibo avanzato. Non buttare mai il cibo avanzato. Si rifà o si dà a chi possa mangiarlo, a chi ha bisogno. Mai buttare il cibo avanzato. Questo è un consiglio e anche un esame di coscienza: cosa si fa a casa col cibo che avanza?

Preghiamo la Vergine Maria, perché nel mondo prevalgano i programmi dedicati allo sviluppo, all’alimentazione, alla solidarietà, e non quelli dell’odio, degli armamenti e della guerra.

[Papa Francesco, Angelus 29 luglio 2018]

(Gv 3,31-36)

 

Gv utilizza categorie descrittive [dall’alto, dal basso, dal cielo, dalla terra - ossia tutto il nostro “dominio”].

Termini naturali, per presentarci la Persona del Figlio rivelatore, e l’importanza della sua proposta per la vita reale.

La condizione divina dell’Inviato del Padre procede infatti dalla dimensione umana.

La sua natura terrena è tuttavia imparagonabile alla sua origine di essere del cielo, superiore a ogni concorrenza.

La testimonianza del Messia circa il mondo di lassù è una Parola che c’interpella. Ma non è accolta (cf. Gv 1,11) da un «mondo» (Gv 1,10) che ama solo ciò che gli corrisponde.

Eppur coloro che accettano tale testimonianza (cf. Gv 1,12) ospitano in sé lo stesso Rivelatore - per l'identità fra la Persona e la Parola.

Nelle espressioni di Colui che svela, si rendono palesi i disegni e l’azione di Dio (v.33).

È il Maestro di Nazaret che mostra la verità dell’Altissimo.

Infatti il Padre ha concesso al Figlio l’intero suo Spirito «non con misura» (v.34); né limiti, restrizioni, come ad es. nei profeti, re o patriarchi.

E chi crede nel Figlio è del Padre - è già a livello di eternità: ha in sé la stessa «Vita dell’Eterno» (v.36).

Chi accoglie Cristo vive già in Dio. È rivolto al Padre; ne gode la presenza ineffabile, ne assimila e parla la ‘lingua’ unica.

Diviene capace di rapporti non unilaterali, perché sa recuperare gli opposti.

Solo dalla pienezza dei doni dello Spirito [e la sua partecipazione: v.34] deriva l’adesione a una Torah impressa nel cuore, nonché l’obbedienza riconosciuta in se stessi.

In tal guisa, diventa Somiglianza, che assume la vicenda del nuovo Maestro come criterio.

 

La custodia dei precetti del Pentateuco apportava «lunghi giorni e anni di vita e tanta pace» (Pr 3,1-2).

Dagli adempimenti della Legge e della tradizione orale si presumeva un compimento [normale] atteso.

La Salvezza invece non viene dalle origini, dal “territorio” (v.31) - cultura ed etnia.

Neppure, la redenzione procede dall’esito d’una verifica dell’insegnamento antico.

La realizzazione completa ci coglie - bensì - dal credere nel Figlio (v.36): ‘nascita’ assoluta [sempre rinnovata] impressa dallo Spirito che non intralcia.

Spirito di configurazione divina, comunicato appunto «non con misura».

 

Le religioni antiche promettono “vita eterna” - in alcuni casi, quasi un premio di consolazione dopo le fatiche di questa valle di lacrime.

Alienazione che spezza le ali, produce alibi, e fa diventare esterni, già registrati e prevedibili.

La «Vita dell’Eterno» (v.36), la Vita stessa e intima di Dio, è invece una condizione che abita, irrompe nei nostri percorsi.

Lo fa con inclinazioni eccentriche, inedite; prima inconcepibili - dove siamo noi stessi, non creature ridotte.

Può essere sperimentata nei modi di essere concreti anche eccessivi, che corrispondono a uno svelamento, una ‘rivelazione’ in noi.

 

Soprattutto nel quarto Vangelo la dimensione dell’Eterno è misura sì sporgente, ma incarnata e in atto. Non per virtù naturale, ma per apertura alla Totalità.

Per l’azione dello Spirito, che crea e rigenera senza posa - e tesse un’intesa radicale nell’essere.

Non siamo noi a produrre l’Amore che ricolma e attiva, o che possa restituirci alla vita senza restrizioni.

Però la dimensione di Figli che dal Battesimo si sanno e riconoscono nella Pienezza, ci riguarda.

Allora - come in Gesù Figlio - tutto è posto nelle nostre mani (v.35).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quale eccesso vocazionale hai lasciato in sospeso?

 

 

[Giovedì 2.a sett. Pasqua, 16 aprile 2026]

(Gv 3,31-36)

 

Nella pericope Gv utilizza categorie descrittive [dall’alto, dal basso, dal cielo, dalla terra - ossia tutto il nostro “dominio”].

Termini naturali, per presentarci la Persona del Figlio rivelatore, e l’importanza della sua proposta per la vita reale.

La condizione divina dell’Inviato del Padre procede infatti dalla dimensione umana.

La sua natura terrena è tuttavia imparagonabile alla sua origine di essere del cielo, superiore a ogni concorrenza.

La testimonianza del Messia circa il mondo di lassù è una Parola che c’interpella. Ma non è accolta (cf. Gv 1,11) da un «mondo» (Gv 1,10) ossia un’istituzione religiosa ufficiale che ama solo ciò che gli corrisponde.

Eppur coloro che accettano tale testimonianza (cf. Gv 1,12) ospitano in sé lo stesso Rivelatore - per l'identità fra la Persona e la Parola.

Nelle espressioni di Colui che svela, si rendono palesi i disegni e l’azione di Dio (v.33).

È il Maestro di Nazaret che mostra la verità dell’Altissimo.

Infatti il Padre ha concesso al Figlio l’intero suo Spirito «non con misura» (v.34); né limiti, restrizioni, come ad es. nei profeti, re o patriarchi.

E chi crede nel Figlio è del Padre - è già a livello di eternità: ha in sé la stessa «Vita dell’Eterno» (v.36).

 

Chi accoglie Cristo vive già in Dio. È rivolto al Padre; ne gode la presenza ineffabile, ne assimila e parla la lingua (unica).

Diviene capace di rapporti non unilaterali, perché sa recuperare gli opposti.

Solo dalla pienezza dei doni dello Spirito [e la sua partecipazione: v.34] deriva l’adesione a una Torah impressa nel cuore, nonché l’obbedienza riconosciuta in se stessi.

In tal guisa, diventa Somiglianza, che assume la vicenda del nuovo Maestro come criterio.

La pienezza illimitata dello Spirito concesso a Cristo significa e garantisce che la Rivelazione portata da Gesù è sufficiente e colma.

Lo svelamento del Mistero non ha più bisogno di essere completato, attraverso processi conoscitivi e sforzi di volontà.

Neppure necessita di un sistema dottrinale, né di un codice comportamentale che si facciano garanti, come nelle religioni.

La verità di Cristo illustra la Fedeltà del Padre, il cui Amore non soggiace a condizioni-tipo ingessate (che lo liquiderebbero).

 

Oggetto e fine della Rivelazione non è alcuna “verità” dogmatica.

La Persona del Signore c’introduce in un processo, in un cammino che si fa mezzo per conoscerla e trasmetterla - tramite che non ne costituisce il fine.

Potremmo dire: non il Figlio somiglia al Padre, bensì il Padre somiglia a Colui che lo rivela.

Insomma, in Gesù-Logos siamo invitati a mettere fra parentesi tutte le mezze misure e le precomprensioni antiche su Dio.

È la decisione o meno per Cristo, il suo ‘Giudizio’ - che non mette in castigo.

Ci porta nel giro mirabile della Fede, la quale accompagna, domina il livello devoto naturale e si fa… esperienza d’essere salvati.

 

La custodia dei precetti del Pentateuco apportava «lunghi giorni e anni di vita e tanta pace» (Pr 3,1-2).

Dagli adempimenti della Legge e della tradizione orale si presumeva un compimento [normale] atteso.

La Salvezza invece non viene dalle origini, dal “territorio” (v.31) - cultura ed etnia.

Neppure, la redenzione procede dall’esito d’una verifica dell’insegnamento antico.

La realizzazione completa ci coglie - bensì - dal credere nel Figlio (v.36): nascita assoluta [sempre rinnovata] impressa dallo Spirito che non intralcia.

Spirito di configurazione divina, comunicato appunto «non con misura».

 

Le religioni antiche promettono “vita eterna” - in alcuni casi, quasi un premio di consolazione dopo le fatiche di questa valle di lacrime.

Alienazione che spezza le ali, produce alibi, e fa diventare esterni, già registrati e prevedibili.

La «Vita dell’Eterno» (v.36), la Vita stessa e intima di Dio, è invece una condizione che abita, irrompe nei nostri percorsi.

Lo fa con inclinazioni eccentriche, inedite; prima inconcepibili - dove siamo noi stessi, non creature ridotte.

Può essere sperimentata nei modi di essere concreti anche eccessivi, che corrispondono a uno svelamento, una ‘rivelazione’ in noi.

 

Soprattutto nel quarto Vangelo la dimensione dell’Eterno è misura sì sporgente, ma incarnata e in atto. Non per virtù naturale, ma per apertura alla Totalità.

Per l’azione dello Spirito, che crea e rigenera senza posa - e tesse un’intesa radicale nell’essere.

Non siamo noi a produrre l’Amore che ricolma e attiva, o che possa restituirci alla vita senza restrizioni.

Però la dimensione di Figli che dal Battesimo si sanno e riconoscono nella Pienezza, ci riguarda.

Allora - come in Gesù Figlio - tutto è posto nelle nostre mani (v.35).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quale eccesso vocazionale hai lasciato in sospeso?

Quale esperienza di completezza donata, accolta e riconosciuta hai fatto?

Se Cristo è una delle tante realtà, cosa regna in te? Quando Dio ha il primato, cosa cambia?

 

 

La novità della fede biblica

9. Vi è anzitutto la nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il mondo della Bibbia, l'immagine di dio e degli dei rimane, alla fin fine, poco chiara e in sé contraddittoria. Nel cammino della fede biblica diventa invece sempre più chiaro ed univoco ciò che la preghiera fondamentale di Israele, lo Shema, riassume nelle parole: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo » (Dt 6, 4). Esiste un solo Dio, che è il Creatore del cielo e della terra e perciò è anche il Dio di tutti gli uomini. Due fatti in questa precisazione sono singolari: che veramente tutti gli altri dei non sono Dio e che tutta la realtà nella quale viviamo risale a Dio, è creata da Lui. Certamente, l'idea di una creazione esiste anche altrove, ma solo qui risulta assolutamente chiaro che non un dio qualsiasi, ma l'unico vero Dio, Egli stesso, è l'autore dell'intera realtà; essa proviene dalla potenza della sua Parola creatrice. Ciò significa che questa sua creatura gli è cara, perché appunto da Lui stesso è stata voluta, da Lui « fatta ». E così appare ora il secondo elemento importante: questo Dio ama l'uomo. La potenza divina che Aristotele, al culmine della filosofia greca, cercò di cogliere mediante la riflessione, è sì per ogni essere oggetto del desiderio e dell'amore — come realtà amata questa divinità muove il mondo —, ma essa stessa non ha bisogno di niente e non ama, soltanto viene amata. L'unico Dio in cui Israele crede, invece, ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama — con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l'intera umanità. Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz'altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape.

Soprattutto i profeti Osea ed Ezechiele hanno descritto questa passione di Dio per il suo popolo con ardite immagini erotiche. Il rapporto di Dio con Israele viene illustrato mediante le metafore del fidanzamento e del matrimonio; di conseguenza, l'idolatria è adulterio e prostituzione. Con ciò si accenna concretamente — come abbiamo visto — ai culti della fertilità con il loro abuso dell'eros, ma al contempo viene anche descritto il rapporto di fedeltà tra Israele e il suo Dio. La storia d'amore di Dio con Israele consiste, in profondità, nel fatto che Egli dona la Torah, apre cioè gli occhi a Israele sulla vera natura dell'uomo e gli indica la strada del vero umanesimo. Tale storia consiste nel fatto che l'uomo, vivendo nella fedeltà all'unico Dio, sperimenta se stesso come colui che è amato da Dio e scopre la gioia nella verità, nella giustizia — la gioia in Dio che diventa la sua essenziale felicità: « Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra... Il mio bene è stare vicino a Dio » (Sal 73 [72], 25. 28).

[Papa Benedetto, Deus Caritas est]

Mercoledì, 08 Aprile 2026 03:55

La novità della fede biblica

9. Vi è anzitutto la nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il mondo della Bibbia, l'immagine di dio e degli dei rimane, alla fin fine, poco chiara e in sé contraddittoria. Nel cammino della fede biblica diventa invece sempre più chiaro ed univoco ciò che la preghiera fondamentale di Israele, lo Shema, riassume nelle parole: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo » (Dt 6, 4). Esiste un solo Dio, che è il Creatore del cielo e della terra e perciò è anche il Dio di tutti gli uomini. Due fatti in questa precisazione sono singolari: che veramente tutti gli altri dei non sono Dio e che tutta la realtà nella quale viviamo risale a Dio, è creata da Lui. Certamente, l'idea di una creazione esiste anche altrove, ma solo qui risulta assolutamente chiaro che non un dio qualsiasi, ma l'unico vero Dio, Egli stesso, è l'autore dell'intera realtà; essa proviene dalla potenza della sua Parola creatrice. Ciò significa che questa sua creatura gli è cara, perché appunto da Lui stesso è stata voluta, da Lui « fatta ». E così appare ora il secondo elemento importante: questo Dio ama l'uomo. La potenza divina che Aristotele, al culmine della filosofia greca, cercò di cogliere mediante la riflessione, è sì per ogni essere oggetto del desiderio e dell'amore — come realtà amata questa divinità muove il mondo —, ma essa stessa non ha bisogno di niente e non ama, soltanto viene amata. L'unico Dio in cui Israele crede, invece, ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama — con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l'intera umanità. Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz'altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape.

Soprattutto i profeti Osea ed Ezechiele hanno descritto questa passione di Dio per il suo popolo con ardite immagini erotiche. Il rapporto di Dio con Israele viene illustrato mediante le metafore del fidanzamento e del matrimonio; di conseguenza, l'idolatria è adulterio e prostituzione. Con ciò si accenna concretamente — come abbiamo visto — ai culti della fertilità con il loro abuso dell'eros, ma al contempo viene anche descritto il rapporto di fedeltà tra Israele e il suo Dio. La storia d'amore di Dio con Israele consiste, in profondità, nel fatto che Egli dona la Torah, apre cioè gli occhi a Israele sulla vera natura dell'uomo e gli indica la strada del vero umanesimo. Tale storia consiste nel fatto che l'uomo, vivendo nella fedeltà all'unico Dio, sperimenta se stesso come colui che è amato da Dio e scopre la gioia nella verità, nella giustizia — la gioia in Dio che diventa la sua essenziale felicità: « Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra... Il mio bene è stare vicino a Dio » (Sal 73 [72], 25. 28).

[Papa Benedetto, Deus Caritas est]

1. Gesù Cristo il Figlio di Dio, che viene mandato dal Padre nel mondo, diventa uomo per opera dello Spirito Santo nel seno di Maria, la Vergine di Nazareth, e in forza dello Spirito Santo compie come uomo la sua missione messianica fino alla croce e alla risurrezione.

In riferimento a questa verità (che costituiva l’oggetto della precedente catechesi), occorre ricordare il testo di sant’Ireneo che scrive: “Lo Spirito Santo è disceso sul Figlio di Dio, che è diventato Figlio dell’uomo, abituandosi insieme a lui a inabitare nel genere umano, a riposare negli uomini, opere di Dio, compiendo in loro la volontà del Padre e trasformando la loro vecchiezza nella novità di Cristo” (S. Irenaei, Adversus haereses, III, 17,1).

È un passo molto significativo che ripete con altre parole ciò che abbiamo appreso dal Nuovo Testamento, cioè che il Figlio di Dio si è fatto uomo per opera dello Spirito Santo e nella sua potenza ha svolto la missione messianica, per preparare così l’invio e la discesa nelle anime umane di questo spirito, che “scruta le profondità di Dio” (cf. 1 Cor 2, 10), per rinnovare e consolidare la sua presenza e la sua azione santificante nella vita dell’uomo. È interessante quell’espressione di Ireneo, secondo il quale lo Spirito Santo, operando nel Figlio dell’uomo, “si abituava insieme a lui ad inabitare nel genere umano”.

2. Nel Vangelo di Giovanni leggiamo che “nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva; chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui; infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato” (Gv 7, 37-39). Gesù annuncia la venuta dello Spirito Santo servendosi della metafora dell’“acqua viva”, perché è “lo Spirito che dà la vita . . .” (Gv 6, 63). I discepoli riceveranno questo Spirito da Gesù stesso nel tempo opportuno, quando Gesù sarà “glorificato”: l’Evangelista ha in mente la glorificazione pasquale mediante la croce e la risurrezione.

3. Quando tale tempo - cioè l’“ora” di Gesù - è ormai vicino, durante il discorso nel cenacolo, Cristo riprende il suo annuncio, e più volte promette agli apostoli la venuta dello Spirito Santo come nuovo Consolatore (Paraclito).

Dice loro così: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli dimora presso di voi e sarà in voi” (Gv 14, 16-17). “Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26). E più avanti: “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità, che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza...” (Gv 15, 26).

Gesù conclude così: “Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio . . .” (Gv 16, 7-8).

4. Nei testi riportati, è contenuta in modo denso la rivelazione della verità sullo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio (su questo argomento mi sono ampiamente intrattenuto nell’enciclica Dominum et Vivificantem). In sintesi, parlando agli apostoli nel cenacolo, la vigilia della sua passione, Gesù unisce la sua dipartita ormai vicina con la venuta dello Spirito Santo. Per Gesù è un rapporto causale: egli deve andarsene attraverso la croce e la risurrezione, affinché lo Spirito di verità possa discendere sugli apostoli e sulla Chiesa intera come il Consolatore. Allora il Padre manderà lo Spirito “nel nome del Figlio” lo manderà nella potenza del mistero della redenzione, che deve compiersi per mezzo di questo Figlio, Gesù Cristo. Perciò è giusto affermare, come fa Gesù, che anche il Figlio stesso lo manderà: “il Consolatore che io vi manderò dal Padre” (Gv 15, 26).

5. Questa promessa fatta agli apostoli alla vigilia della sua passione e morte, Gesù l’ha adempiuta il giorno stesso della sua risurrezione. Narra infatti il Vangelo di Giovanni che, presentatosi ai discepoli ancora rifugiati nel cenacolo, Gesù li salutò e mentre essi erano sbigottiti dallo straordinario evento, “alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; e chi rimetterete i peccati saranno rimessi a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”” (Gv 20, 22-23).

Nel testo di Giovanni c’è una sottolineatura teologica che è bene mettere in evidenza: il Cristo risorto è colui che si presenta agli apostoli e “porta” loro lo Spirito Santo, colui che in un certo senso lo “dà” a loro nei segni della sua morte in croce (“Mostrò loro le mani e il costato” (Gv 20, 20)). Ed essendo “lo Spirito che dà la vita” (Gv 6, 63), gli apostoli ricevono insieme con lo Spirito Santo la capacità e il potere di rimettere i peccati.

6. Quello che accade in modo così significativo il giorno stesso della risurrezione, dagli altri evangelisti viene in qualche modo disteso nei giorni successivi, nei quali Gesù continua a preparare gli apostoli al grande momento, quando in forza della sua dipartita lo Spirito Santo scenderà su di loro in modo definitivo, così che la sua venuta diventerà manifesta al mondo. Esso sarà anche il momento della nascita della Chiesa: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). Questa promessa, che riguarda direttamente la venuta del Paraclito, si è compiuta il giorno di Pentecoste.

7. In sintesi possiamo dire che Gesù Cristo è colui che proviene dal Padre come eterno Figlio, è colui che dal Padre “è uscito” facendosi uomo per opera dello Spirito Santo. E dopo aver compiuto la sua missione messianica come Figlio dell’uomo in forza dello Spirito Santo “va al Padre” (cf. Gv 14, 12). Andandovi come Redentore del mondo, “dà” ai suoi discepoli e manda sulla Chiesa per tutti i tempi, lo stesso Spirito, nella cui potenza egli agiva come uomo. In questo modo Gesù Cristo, come colui che “va al Padre”, per mezzo dello Spirito Santo conduce “al Padre” tutti coloro che lo seguiranno nel corso dei secoli.

8. “Innalzato pertanto alla destra di Dio e, dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, (Gesù Cristo) lo ha effuso” (At 2, 33), dirà l’apostolo Pietro il giorno di Pentecoste. “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4, 6), scriverà l’apostolo Paolo. Lo Spirito Santo che “proviene dal Padre” (cf. Gv 15, 26), è nello stesso tempo lo Spirito di Gesù Cristo: lo Spirito del Figlio.

9. Dio ha dato a Cristo lo Spirito Santo “senza misura”, proclama Giovanni Battista, secondo il IV Vangelo. E san Tommaso d’Aquino spiega nel suo limpido commento che i profeti ricevevano lo Spirito “con misura”, e perciò “parzialmente” profetizzavano. Cristo invece ha lo Spirito Santo “senza misura”: sia come Dio, in quanto il Padre mediante l’eterna generazione, gli dà di spirare lo Spirito all’infinito; sia come uomo, in quanto, mediante la pienezza della grazia, Dio lo ha colmato di Spirito Santo, perché lo effonda in ogni credente (san Tommaso, Super Evang. S. Ioannis Lectura, c. III, 1. 6, n. 541-544). Il Dottore Angelico si riferisce al testa di Giovanni (Gv 3, 34): “Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio che dà (a lui) lo Spirito senza misura” (secondo la traduzione proposta da illustri biblisti).

Veramente possiamo esclamare con intima commozione, assieme all’evangelista Giovanni: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto” (Gv 1, 16); veramente siamo diventati partecipi della vita di Dio nello Spirito Santo.

E su questo mondo di figli del primo Adamo, destinati alla morte, vediamo ergersi possente il Cristo, l’“ultimo Adamo”, diventato “Spirito datore di vita” (1 Cor 15, 45).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 12 agosto 1987]

Mercoledì, 08 Aprile 2026 03:39

Obbedire non è: tutti legati

Dio non può essere oggetto di negoziato. E la fede non prevede la possibilità di essere «tiepidi», «né cattivi né buoni», cercando con «una doppia vita» di arrivare a un compromesso per «uno status vivendi» con il mondo. Lo ha detto Papa Francesco all’omelia della messa, celebrata la mattina di giovedì 11 aprile, nella cappella della Domus Sanctae Marthae […]

Nelle letture, ha spiegato il Papa all’omelia, «appare per tre volte la parola “obbedire”: si parla dell’obbedienza. La prima volta, quando Pietro risponde “bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”» davanti al sinedrio, come narrano gli Atti degli apostoli (5, 27-33).

Cosa significa — si è chiesto il Pontefice — «obbedire a Dio? Significa che noi dobbiamo essere come schiavi, tutti legati? No, perché proprio chi obbedisce a Dio è libero, non è schiavo! E come si fa questo? Io obbedisco, non faccio la mia volontà e sono libero? Sembra una contraddizione. E non è una contraddizione». Infatti «obbedire viene dal latino, e significa ascoltare, sentire l’altro. Obbedire a Dio è ascoltare Dio, avere il cuore aperto per andare sulla strada che Dio ci indica. L’obbedienza a Dio è ascoltare Dio. E questo ci fa liberi».

Proprio commentando il passo degli Atti degli apostoli, il Pontefice ha ricordato che Pietro «davanti a questi scribi, sacerdoti, anche il sommo sacerdote, ai farisei», era chiamato a «prendere una decisione». Pietro «sentiva quello che dicevano i farisei e i sacerdoti, e sentiva quello che Gesù diceva nel suo cuore: “cosa faccio?”. Lui dice: “Io faccio quello che mi dice Gesù, non quello che voi volete che io faccia”. E lui è andato avanti così».

«Nella nostra vita — ha detto Papa Francesco — sentiamo anche proposte che non vengono da Gesù, che non vengono da Dio. Si capisce, le nostre debolezze a volte ci portano su quella strada. O anche su quell’altra che è più pericolosa ancora: facciamo un accordo, un po’ di Dio e un po’ di voi. Facciamo un accordo e così andiamo nella vita con una doppia vita: un po’ la vita di quello che sentiamo che ci dice Gesù, e un po’ la vita di quello che sentiamo che ci dice il mondo, i poteri del mondo e tanto altro». Ma è un sistema che «non va». Infatti «nel libro dell’Apocalisse, il Signore dice: questo non va, perché così non siete né cattivi né buoni: siete tiepidi. Io vi condanno».

Il Pontefice ha messo in guardia proprio da questa tentazione. «Se Pietro avesse detto a questi sacerdoti: “parliamo da amici e stabiliamo uno status vivendi”, forse la cosa sarebbe andata bene». Ma non sarebbe stata una scelta propria «dell’amore che viene quando sentiamo Gesù». Una scelta che porta conseguenze. «Cosa succede — ha proseguito il Santo Padre — quando sentiamo Gesù? A volte quelli che fanno l’altra proposta si infuriano e la strada finisce nella persecuzione. In questo momento, l’ho detto, abbiamo tante sorelle e tanti fratelli che per obbedire, sentire, ascoltare quello che Gesù chiede loro sono sotto la persecuzione. Ricordiamo sempre questi fratelli e queste sorelle che hanno messo la carne al fuoco e ci dicono con la loro vita: “Io voglio obbedire, andare per la strada che Gesù mi dice”».

Con la liturgia odierna «la Chiesa ci invita» ad «andare per la strada di Gesù» e a «non sentire quelle proposte che ci fa il mondo, quelle proposte di peccato o quelle proposte così così, metà e metà»: si tratta, ha ribadito, di un modo di vivere che «non va» e «non ci farà felici».

In questa scelta di obbedienza a Dio e non al mondo, senza cedere al compromesso, il cristiano non è solo. «Dove abbiamo — si è domandato il Papa — l’aiuto per andare per la strada di sentire Gesù? Nello Spirito Santo. Di questi fatti siamo testimoni noi: è lo Spirito Santo che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». Dunque, ha detto, «è proprio lo Spirito Santo dentro di noi che ci dà forza per andare». Il vangelo di Giovanni (3, 31-36), proclamato nella celebrazione, con una bella espressione assicura: «“Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito”. Nostro Padre ci dà lo Spirito, senza misura, per ascoltare Gesù, sentire Gesù e andare per la strada di Gesù».

Papa Francesco ha concluso l’omelia con l’invito a essere coraggiosi nelle diverse situazioni della vita. «Chiediamo la grazia del coraggio. Sempre avremo peccati: siamo peccatori tutti». Ma serve «il coraggio di dire: “Signore, sono peccatore, alle volte obbedisco a cose mondane ma voglio obbedire a te, voglio andare per la tua strada”. Chiediamo questa grazia, di andare sempre per la strada di Gesù, e quando non lo facciamo, di chiedere perdono: il Signore ci perdona, perché Lui è tanto buono».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 12/04/2013]

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In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (Papa Francesco)
The Eucharist draws us into Jesus' act of self-oblation. More than just statically receiving the incarnate Logos, we enter into the very dynamic of his self-giving [Pope Benedict]
L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [Papa Benedetto]
Jesus, the true bread of life that satisfies our hunger for meaning and for truth, cannot be “earned” with human work; he comes to us only as a gift of God’s love, as a work of God (Pope Benedict)
Gesù, vero pane di vita che sazia la nostra fame di senso, di verità, non si può «guadagnare» con il lavoro umano; viene a noi soltanto come dono dell’amore di Dio, come opera di Dio (Papa Benedetto)
The locality of Emmaus has not been identified with certainty. There are various hypotheses and this one is not without an evocativeness of its own for it allows us to think that Emmaus actually represents every place: the road that leads there is the road every Christian, every person, takes. The Risen Jesus makes himself our travelling companion as we go on our way, to rekindle the warmth of faith and hope in our hearts and to break the bread of eternal life (Pope Benedict)
La località di Emmaus non è stata identificata con certezza. Vi sono diverse ipotesi, e questo non è privo di una sua suggestione, perché ci lascia pensare che Emmaus rappresenti in realtà ogni luogo:  la strada che vi conduce è il cammino di ogni cristiano, anzi, di ogni uomo. Sulle nostre strade Gesù risorto si fa compagno di viaggio, per riaccendere nei nostri cuori il calore della fede e della speranza e spezzare il pane della vita eterna (Papa Benedetto)
Romano Guardini wrote that the Lord “is always close, being at the root of our being. Yet we must experience our relationship with God between the poles of distance and closeness. By closeness we are strengthened, by distance we are put to the test” (Pope Benedict)
Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Papa Benedetto)
In recounting the "sign" of bread, the Evangelist emphasizes that Christ, before distributing the food, blessed it with a prayer of thanksgiving (cf. v. 11). The Greek term used is eucharistein and it refers directly to the Last Supper, though, in fact, John refers here not to the institution of the Eucharist but to the washing of the feet. The Eucharist is mentioned here in anticipation of the great symbol of the Bread of Life [Pope Benedict]
Narrando il “segno” dei pani, l’Evangelista sottolinea che Cristo, prima di distribuirli, li benedisse con una preghiera di ringraziamento (cfr v. 11). Il verbo è eucharistein, e rimanda direttamente al racconto dell’Ultima Cena, nel quale, in effetti, Giovanni non riferisce l’istituzione dell’Eucaristia, bensì la lavanda dei piedi. L’Eucaristia è qui come anticipata nel grande segno del pane della vita [Papa Benedetto]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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