don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Venerdì, 27 Marzo 2026 03:25

Tre meditazioni

PRIMA MEDITAZIONE

Con sempre maggior insistenza si sente parlare nel nostro tempo della morte di Dio. Per la prima volta, in Jean Paul, si tratta solo di un sogno da incubo: Gesù morto annuncia ai morti, dal tetto del mondo, che nel suo viaggio nell’aldilà non ha trovato nulla, né cielo, né Dio misericordioso, ma solo il nulla infinito, il silenzio del vuoto spalancato. Si tratta ancora di un sogno orribile che viene messo da parte, gemendo nel risveglio, come un sogno appunto, anche se non si riuscirà mai a cancellare l’angoscia subita, che stava sempre in agguato, cupa, nel fondo dell’anima. Un secolo dopo, in Nietzsche, è una serietà mortale che si esprime in un grido stridulo di terrore: «Dio è morto! Dio rimane morto! E noi lo abbiamo ucciso!». Cinquant’anni dopo, se ne parla con distacco accademico e ci si prepara a una “teologia dopo la morte di Dio”, ci si guarda intorno per vedere come poter continuare e si incoraggiano gli uomini a prepararsi a prendere il posto di Dio. Il mistero terribile del Sabato santo, il suo abisso di silenzio, ha acquistato quindi nel nostro tempo una realtà schiacciante. Giacché questo è il Sabato santo: giorno del nascondimento di Dio, giorno di quel paradosso inaudito che noi esprimiamo nel Credo con le parole «disceso agli inferi», disceso dentro il mistero della morte. Il Venerdì santo potevamo ancora guardare il trafitto. Il Sabato santo è vuoto, la pesante pietra del sepolcro nuovo copre il defunto, tutto è passato, la fede sembra essere definitivamente smascherata come fanatismo. Nessun Dio ha salvato questo Gesù che si atteggiava a Figlio suo. Si può essere tranquilli: i prudenti che prima avevano un po’ titubato nel loro intimo se forse potesse essere diverso, hanno avuto invece ragione.

Sabato santo: giorno della sepoltura di Dio; non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo a essere un grande Sabato santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano pieni di vergogna e angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro? 

Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?

L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui. 

C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare. Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita? La Chiesa, la fe­de, non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo.

Amen.

SECONDA MEDITAZIONE 

Il nascondimento di Dio in questo mondo costituisce il vero mistero del Sabato santo, mistero accennato già nelle parole enigmatiche secondo cui Gesù è «disceso all’inferno». Nello stesso tempo l’esperienza del nostro tempo ci ha offerto un approccio completamente nuovo al Sabato santo, giacché il nascondimento di Dio nel mondo che gli appartiene e che dovrebbe con mille lingue annunciare il suo nome, l’esperienza dell’impotenza di Dio che è tuttavia l’onnipotente – questa è l’esperienza e la miseria del nostro tempo.

Ma anche se il Sabato santo in tal modo ci si è avvicinato profondamente, anche se noi comprendiamo il Dio del Sabato santo più della manifestazione potente di Dio in mezzo ai tuoni e ai lampi, di cui parla il Vecchio Testamento, rimane tuttavia insoluta la questione di sapere che cosa si intende veramente quando si dice in maniera misteriosa che Gesù «è disceso all’inferno». Diciamolo con tutta chiarezza: nessuno è in grado di spiegarlo veramente. Né diventa più chiaro dicendo che qui inferno è una cattiva traduzione della parola ebraica shêol, che sta a indicare semplicemente tutto il regno dei morti, e quindi la formula vorrebbe originariamente dire soltanto che Gesù è disceso nella profondità della morte, è realmente morto e ha partecipato all’abisso del nostro destino di morte. Infatti sorge allora la domanda: che cos’è realmente la morte e che cosa accade effettivamente quando si scende nella profondità della morte? Dobbiamo qui porre attenzione al fatto che la morte non è più la stessa cosa dopo che Cristo l’ha subita, dopo che egli l’ha accettata e penetrata, così come la vita, l’essere umano, non sono più la stessa cosa dopo che in Cristo la natura umana poté ve­nire a contatto, e di fatto venne, con l’essere proprio di Dio. Prima la morte era soltanto morte, separazione dal paese dei viventi e, anche se con diversa profondità, qualcosa come “inferno”, lato notturno dell’esistere, buio impenetrabile. Adesso però la morte è anche vita e quando noi oltrepassiamo la glaciale solitudine della soglia della morte, ci incontriamo sempre nuovamente con colui che è la vita, che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima e che, nella solitudine mortale della sua angoscia nell’orto degli ulivi e del suo grido sulla croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», è divenuto partecipe delle nostre solitudini.

Se un bambino si dovesse avventurare da solo nella notte buia attraverso un bosco, avrebbe paura anche se gli si dimostrasse centinaia di volte che non c’è alcun pericolo. Egli non ha paura di qualcosa di determinato, a cui si può dare un nome, ma nel buio sperimenta l’insicurezza, la condizione di orfano, il carattere sinistro dell’esistenza in sé. Solo una voce umana potrebbe consolarlo; solo la mano di una persona cara potrebbe cacciare via come un brutto sogno l’angoscia. C’è un’angoscia – quella vera, annidata nella profondità delle nostre solitudini – che non può essere superata mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama. Quest’angoscia infatti non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è solo l’espressione terribile della nostra solitudine ultima. Chi non ha sentito la sensazione spaventosa di questa condizione di abbandono? Chi non avvertirebbe il miracolo santo e consolatore suscitato in questi frangenti da una parola di affetto? Laddove però si ha una solitudine tale che non può essere più raggiunta dalla parola trasformatrice dell’amore, allora noi parliamo di inferno. E noi sappiamo che non pochi uomini del nostro tempo, apparentemente così ottimistico, sono dell’avviso che ogni incontro rimane in superficie, che nessun uomo ha accesso all’ultima e vera profondità dell’altro e che quindi nel fondo ultimo di ogni esistenza giace la disperazione, anzi l’inferno. Jean-Paul Sartre ha espresso questo poeticamente in un suo dramma e nello stesso tempo ha esposto il nucleo della sua dottrina sull’uomo. Una cosa è certa: c’è una notte nel cui buio abbandono non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l’angoscia di questo mondo è in ultima analisi l’angoscia provocata da questa solitudine. Per questo motivo nel Vecchio Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l’inferno: shêol. La morte infatti è solitudine assoluta. Ma quella solitudine che non può essere più illuminata dall’amore, che è talmente profonda che l’amore non può più accedere a essa, è l’inferno. 

«Disceso all’inferno»: questa confessione del Sabato santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e insuperabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Eglisi è trovato in essa. L’inferno è stato vinto dal momento in cui l’amore è anche entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da lui. Nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma nell’autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell’amore, allora nella morte penetra la vita: ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata – prega la Chiesa nella liturgia funebre.

Nessuno può misurare in ultima analisi la portata di queste parole: «disceso all’inferno». Ma se una volta ci è dato di avvicinarci all’ora della nostra solitudine ultima, ci sarà permesso di comprendere qualcosa della grande chiarezza di questo mistero buio. Nella certa speranza che in quell’ora di estrema solitudine non saremo soli, possiamo già adesso presagire qualcosa di quello che avverrà. E in mezzo alla nostra protesta contro il buio della morte di Dio cominciamo a diventare grati per la luce che viene a noi proprio da questo buio.

TERZA MEDITAZIONE 

Nel breviario romano la liturgia del triduo sacro è strutturata con una cura particolare; la Chiesa nella sua preghiera vuole per così dire trasferirci nella realtà della passione del Signore e, al di là delle parole, nel centro spirituale di ciò che è accaduto. Se si volesse tentare di contrassegnare in poche battute la liturgia orante del Sabato santo, allora bisognerebbe soprattutto parlare dell’effetto di pace profonda che traspira da essa. Cristo è penetrato nel nascondimento (Verborgenheit), ma nello stesso tempo, proprio nel cuore del buio impenetrabile, egli è penetrato nella sicurezza (Geborgenheit), anzi egli è diventato la sicurezza ultima. Ormai è diventata vera la parola ardita del salmista: e anche se mi volessi nascondere nell’inferno, anche là sei tu. E quanto più si percorre questa liturgia, tanto più si scorgono brillare in essa, come un’aurora del mattino, le prime luci della Pasqua. Se il Venerdì santo ci pone davanti agli occhi la figura sfigurata del trafitto, la liturgia del Sabato santo si rifà piuttosto all’immagine della croce cara alla Chiesa antica: alla croce circondata da raggi luminosi, segno, allo stesso modo, della morte e della risurrezione.

Il Sabato santo ci rimanda così a un aspetto della pietà cristiana che forse è stato smarrito nel corso dei tempi. Quando noi nella preghiera guardiamo alla croce, vediamo spesso in essa soltanto un segno della passione storica del Signore sul Golgota. L’origine della devozione alla croce è però diversa: i cristiani pregavano rivolti a Oriente per esprimere la loro speranza che Cristo, il sole vero, sarebbe sorto sulla storia, per esprimere quindi la loro fede nel ritorno del Signore. La croce è in un primo tempo legata strettamente con questo orientamento della preghiera, essa viene rappresentata per così dire come un’insegna che il re inalbererà nella sua venuta; nell’immagine della croce la punta avanzata del corteo è già arrivata in mezzo a coloro che pregano. Per il cristianesimo antico la croce è quindi soprattutto segno della speranza. Essa non implica tanto un riferimento al Signore passato, quanto al Signore che sta per venire. Certo era impossibile sottrarsi alla necessità intrinseca che, con il passare del tempo, lo sguardo si rivolgesse anche all’evento accaduto: contro ogni fuga nello spirituale, contro ogni misconoscimento dell’incarnazione di Dio, occorreva che fosse difesa la prodigalità inimmaginabile dell’amore di Dio che, per amore della misera creatura umana, è diventato egli stesso un uomo, e quale uomo! Occorreva difendere la santa stoltezza dell’amore di Dio che non ha scelto di pronunciare una parola di potenza, ma di percorrere la via dell’impotenza per mettere alla gogna il nostro sogno di potenza e vincerlo dall’interno.

Ma così non abbiamo dimenticato un po’ troppo la connessione tra croce e speranza, l’unità tra l’Oriente e la direzione della croce, tra passato e futuro esistente nel cristianesimo? Lo spirito della speranza che alita sulle preghiere del Sabato santo dovrebbe nuovamente penetrare tutto il nostro essere cristiani. Il cristianesimo non è soltanto una religione del passato, ma, in misura non minore, del futuro; la sua fede è nello stesso tempo speranza, giacché Cristo non è soltanto il morto e il risorto ma anche colui che sta per venire.

O Signore, illumina le nostre anime con questo mistero della speranza perché riconosciamo la luce che è irraggiata dalla tua croce, concedici che come cristiani procediamo protesi al futuro, incontro al giorno della tua venuta.

Amen.

PREGHIERA

Signore Gesù Cristo, nell’oscurità della morte Tu hai fatto luce; nell’abisso della solitudine più profonda abita ormai per sempre la protezione potente del Tuo amore; in mezzo al Tuo nascondimento possiamo ormai cantare l’alleluia dei salvati. Concedici l’umile semplicità della fede, che non si lascia fuorviare quando Tu ci chiami nelle ore del buio, dell’abbandono, quando tutto sembra apparire problematico; concedici, in questo tempo nel quale attorno a Te si combatte una lotta mortale, luce sufficiente per non perderti; luce sufficiente perché noi possiamo darne a quanti ne hanno ancora più bisogno. Fai brillare il mistero della Tua gioia pasquale, come aurora del mattino, nei nostri giorni; concedici di poter essere veramente uomini pasquali in mezzo al Sabato santo della storia. Concedici che attraverso i giorni luminosi e oscuri di questo tempo possiamo sempre con animo lieto trovarci in cammino verso la Tua gloria futura.

Amen.

[Papa Benedetto, brano tratto da “Il sabato della storia”; https://www.sabinopaciolla.com/benedetto-xvi-il-mistero-terribile-del-sabato-santo/]

Venerdì, 27 Marzo 2026 03:22

Veglia la Chiesa. E veglia il mondo

1. “Cercate Gesù il Crocifisso”? (Mt 28,5).

È la domanda che sentiranno le donne quando, “all’alba del primo giorno della settimana” (Mt 28,1), esse verranno al sepolcro.

Crocifisso!

Prima del sabato egli fu condannato a morte e spirò sulla croce gridando: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

Deposero dunque Gesù in un sepolcro, nel quale nessuno era stato ancora deposto, in un sepolcro prestato da un amico, e si allontanarono. Si allontanarono tutti, in fretta, per adempiere la norma della Legge religiosa. Infatti dovevano iniziare la festa, la Pasqua degli Ebrei, la memoria dell’esodo dalla schiavitù dell’Egitto: la notte prima del sabato.

Poi passo il sabato pasquale e iniziò la seconda notte.

2. Ed ecco, siamo venuti tutti in questo tempio, così come tanti nostri fratelli e sorelle nella fede ai diversi templi in tutto il globo terrestre, perché scenda nelle nostre anime e nei nostri cuori la notte santa: la notte dopo il sabato.

Siete qui, figli e figlie della Chiesa che è a Roma, figli e figlie della Chiesa che è estesa nei vari paesi e continenti, ospiti e pellegrini. Insieme abbiamo vissuto il Venerdì santo: la Via Crucis tra i resti del Colosseo – e l’adorazione della Croce fino al momento in cui una grande pietra fu rotolata sulla porta del sepolcro – e vi fu apposto un sigillo.

Perché siete venuti ora?

Cercate Gesù il Crocifisso?

Sì. Cerchiamo Gesù Crocifisso. Lo cerchiamo in questa notte dopo il sabato, che ha preceduto l’arrivo delle donne al sepolcro, quando esse con grande stupore hanno visto e hanno sentito: “Non è qui...” (Mt 28,6).

Siamo quindi venuti presto, già a tarda sera, per vegliare presso la sua tomba. Per celebrare la veglia pasquale.

E proclamiamo la nostra lode a questa meravigliosa notte, pronunciando con le labbra del diacono l’“Exsultet” della veglia. Ed ascoltiamo le letture sacre, che paragonano questa unica notte al giorno della Creazione e soprattutto alla notte dell’esodo, durante la quale il sangue dell’agnello salvò i figli primogeniti d’Israele dalla morte e li fece uscire dalla schiavitù d’Egitto. E poi nel momento di rinnovata minaccia il Signore li condusse all’asciutto in mezzo al mare.

Vegliamo, quindi, in questa notte unica presso la tomba sigillata di Gesù di Nazaret, consapevoli che tutto ciò che è stato preannunciato dalla Parola di Dio nel corso delle generazioni si compirà in questa notte, e che l’opera della redenzione dell’uomo raggiungerà in questa notte il suo zenit.

Vegliamo dunque, e, anche se la notte è profonda, e il sepolcro sigillato, confessiamo che si è già accesa in essa la Luce e cammina attraverso il buio della notte e le oscurità della morte. È la luce di Cristo: “Lumen Christi”.

3. Siamo venuti per immergerci nella sua morte; sia noi che tempo fa abbiamo già ricevuto il Battesimo che immerge in Cristo, sia anche coloro che riceveranno il Battesimo in questa notte.
Essi sono i nostri nuovi fratelli e sorelle nella fede; finora erano catecumeni, e questa notte possiamo salutarli nella comunità della Chiesa di Cristo, che è una, santa, cattolica e apostolica. Essi sono i nostri nuovi fratelli e sorelle nella fede e nella comunità della Chiesa, e provengono da diversi paesi e continenti: Corea, Giappone, Italia, Nigeria, Olanda, Rwanda, Senegal e Togo.

Li salutiamo cordialmente e con gioia proclamiamo l’“Exsultet” in onore della Chiesa, nostra Madre, che li vede raccolti qui nella piena luce di Cristo: “Lumen Christi”.

E proclamiamo insieme con loro la lode dell’acqua battesimale, nella quale, per opera della morte di Cristo, è discesa la potenza dello Spirito Santo: la potenza della vita nuova che zampilla per l’eternità, per la vita eterna (cf. Gv 4,14).

4. Così, prima ancora che spunti l’alba e le donne arrivino alla tomba da Gerusalemme, noi siamo venuti qui per cercare Gesù Crocifisso,

poiché: “Il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché... noi non fossimo più schiavi del peccato...” (Rm 6,6);

poiché: non ci consideriamo “morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Rm 6,11): “Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio” (Rm 6,10);

poiché: “Per mezzo del Battesimo siamo... stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova (Rm 6,4);

poiché: “Se siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6,5);

poiché crediamo: che “se siamo morti con Cristo... anche vivremo con lui” (Rm 6,8);

e poiché crediamo che “Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,9).

5. Proprio per questo siamo qui. Per questo vegliamo presso la sua tomba.

Veglia la Chiesa. E veglia il mondo. L’ora della vittoria di Cristo sulla morte è l’ora più grande della storia.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia alla Veglia Pasquale 18 aprile 1981]

Venerdì, 27 Marzo 2026 03:05

Fermarci a una tomba?

1. Nel Vangelo di questa Notte luminosa della Vigilia Pasquale incontriamo per prime le donne che si recano al sepolcro di Gesù con gli aromi per ungere il suo corpo (cfr Lc 24,1-3). Vanno per compiere un gesto di compassione, di affetto, di amore, un gesto tradizionale verso una persona cara defunta, come ne facciamo anche noi. Avevano seguito Gesù, l’avevano ascoltato, si erano sentite comprese nella loro dignità e lo avevano accompagnato fino alla fine, sul Calvario, e al momento della deposizione dalla croce. Possiamo immaginare i loro sentimenti mentre vanno alla tomba: una certa tristezza, il dolore perché Gesù le aveva lasciate, era morto, la sua vicenda era terminata. Ora si ritornava alla vita di prima. Però nelle donne continuava l’amore, ed è l’amore verso Gesù che le aveva spinte a recarsi al sepolcro. Ma a questo punto avviene qualcosa di totalmente inaspettato, di nuovo, che sconvolge il loro cuore e i loro programmi e sconvolgerà la loro vita: vedono la pietra rimossa dal sepolcro, si avvicinano, e non trovano il corpo del Signore. E’ un fatto che le lascia perplesse, dubbiose, piene di domande: “Che cosa succede?”, “Che senso ha tutto questo?” (cfr Lc 24,4). Non capita forse anche a noi così quando qualcosa di veramente nuovo accade nel succedersi quotidiano dei fatti? Ci fermiamo, non comprendiamo, non sappiamo come affrontarlo. La novità spesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta, la novità che Dio ci chiede. Siamo come gli Apostoli del Vangelo: spesso preferiamo tenere le nostre sicurezze, fermarci ad una tomba, al pensiero verso un defunto, che alla fine vive solo nel ricordo della storia come i grandi personaggi del passato. Abbiamo paura delle sorprese di Dio. Cari fratelli e sorelle, nella nostra vita abbiamo paura delle sorprese di Dio! Egli ci sorprende sempre! Il Signore è così.

Fratelli e sorelle, non chiudiamoci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita! Siamo spesso stanchi, delusi, tristi, sentiamo il peso dei nostri peccati, pensiamo di non farcela. Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non rassegniamoci mai: non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui.

[Papa Francesco, omelia alla Veglia Pasquale 30 marzo 2013]

Giovedì, 26 Marzo 2026 04:12

Passione d’Amore secondo Gv

(Gv 18,1-19,42)

 

I nuclei dei Vangeli non si soffermano sull’orrore e sadismo dei tormenti, perché non sono stati redatti con lo scopo d’impressionare, bensì per introdurci nella comprensione dell’intensità sconfinata dell’Amore divino.

In Gv è assente ogni appiglio alla mistica del patire e dell’abbandono divino: l’evangelista vuole accompagnarci nel medesimo cammino del Figlio verso la Gloria del Padre.

Gesù padrone di se stesso non si lascia travolgere dagli eventi.

Si fa innanzi, è ancora in grado di tutelare i suoi e protagonista del colloquio con Pilato, figura del potere di questo mondo - che sembra l’imputato.

Neppure è finito dai soldati.

Egli è Vivo, malgrado i gendarmi posti a tutela del mondo antico che rimane ostile al Signore, allo scopo di perpetuarsi.

 

Il breve passo di Gv 19,25-27 è forse il vertice artistico del racconto della Passione.

Nel quarto Vangelo la Madre appare due volte, alle nozze di Cana e ai piedi della Croce - entrambi episodi presenti solo in Gv.

Sia a Cana che sotto la Croce, la Madre è figura del «Resto d’Israele», ossia del popolo autenticamente sensibile e fedele.

La ‘nazione-sposa’ del Primo Testamento è come in attesa della Rivelazione genuina: percepisce tutto il limite dell’idea antica di Dio, che ha ridotto la gioia della festa nuziale fra il Padre e i suoi figli.

Vita che trascorre come linfa essenziale e vitale nella Chiesa autentica raffigurata in Maria, adorante in ogni vicenda; ‘ritta’ (19,25) e ben presente a se stessa.

 

L’Israele vibrante di verità ha originato il Passaggio dalla religiosità alla Fede sponsale, dalla legge antica al Nuovo Testamento.

A cospetto della Croce viene generato un Regno alternativo.

Si formano padri e madri di un’umanità diversa, non belluina: che proclamano la Lieta Notizia di Dio stavolta in favore esclusivo di ogni uomo - in qualsiasi condizione si trovi.

A coloro che già volevano prescindere dall’insegnamento dei padri, Gesù propone di far camminare insieme passato e novità.

Il discepolo amato è icona dell’autentico figlio di Dio, Parola-evento diffusa, e Nuova Alleanza.

Il figlio stesso deve ricevere la Madre [la presenza e la cultura del popolo del Patto] a casa sua: nella Comunità nascente.

Così fioriscono nuovi rapporti famigliari: allora nasce la Chiesa.

 

«Ho sete»: cita il salmo 69 - «Mi hanno messo veleno nel cibo e quando avevo sete mi hanno dato aceto».

È la delusione e il senso di vuoto vertiginoso per un’umanità che ha ancora tanto bisogno di essere strappata dalla condizione selvatica...

E l’intenso desiderio di fare, di quell’abisso pre-umano, persone che tendano a recuperare in sé l’Oro divino.

Quindi Gesù effonde il suo Spirito senza ritardo alcuno (v.30).

E come dal fianco dell’uomo Dio ha tratto la donna, così dal lato del Figlio trafitto esce la ‘comunità-sposa’, messa in relazione con i due segni dei primi Sacramenti.

È nostra Linfa essenziale e vitale: perché immersi e assimilati in tali gesti famigliari, superiamo il disagio di sentirci come oggetti, cose.

Diventiamo Figli.

 

 

[Venerdì Santo, 3 aprile 2026]

Giovedì, 26 Marzo 2026 04:10

Passione d’Amore secondo Gv

(Gv 18,1-19,42)

 

I nuclei dei Vangeli non si soffermano sull’orrore e sadismo dei tormenti, perché non sono stati redatti con lo scopo d’impressionare, bensì per introdurci nella comprensione dell’intensità sconfinata dell’Amore divino.

Il Padre non trascura e non retrocede, perché non c’è destinazione inclusiva nel farci soffrire; piuttosto, nell’accogliere e condividere. Né siamo al mondo per le cicatrici, bensì per realizzarci.

In Gv è assente ogni appiglio alla mistica del patire e dell’abbandono: l’evangelista vuole accompagnarci nel medesimo cammino del Figlio verso la Gloria del Padre.

E l’Eterno non tarda a incorporarlo a Sé: è il Crocifisso a consegnare lo Spirito (19,30).

Gesù padrone di se stesso non si lascia travolgere dagli eventi.

Si fa innanzi; è ancora in grado di tutelare i suoi e protagonista del colloquio con Pilato, figura del potere di questo mondo [che sembra l’imputato].

Neppure è finito dai soldati.

Egli è Vivo, malgrado i gendarmi posti a tutela del mondo antico che rimane ostile al Signore, allo scopo di perpetuarsi. Zone d’ombra - ancora e dove non t’aspetti.

Il discepolo amato [ciascuno di noi, genuino in Cristo] è presente alla sua medesima sorte di Dono completo: rispecchia un’unica vita indistruttibile, sebbene umiliata.

Essa trascorre come linfa essenziale e vitale nella Chiesa autentica raffigurata in Maria adorante in ogni vicenda; ritta (19,25) e ben presente a se stessa.

In grado di dispiegare il significato della proposta di Gesù attraverso nuovissimi raggi di luce - in spirito di accondiscendenza e tenerezza, ma sovversivi.

 

Arresto (vv.1-19). Nella Passione secondo Gv l’offerta volontaria della vita da parte del Signore Gesù sta a indicare la condizione divina e l’autentica prospettiva - di libertà e riuscita - per noi: la vocazione, chiamata del Padre.

Manca il bacio di Giuda, perché il Maestro si presenta direttamente, identificandosi nella rivelazione «Io Sono».

Facendosi avanti, chiede che i discepoli siano lasciati in libertà. Vuol dire: Egli non perde nessuno di noi; non ci lascia in ostaggio.

Ma al suo arresto partecipano i capi della religiosità ufficiale - e vien subito sequestrato a casa del dirigente occulto, Anano [Hannas], sebbene già deposto, ma ancora burattinaio politico della situazione. 

Rinnegatore, insieme a Pietro.

Il ricordo della profezia del sommo sacerdote che gli fa da paravento (v.14) ci proietta nel dramma della Passione d’amore dell’Abbandonato

Rigettato dal popolo religiosissimo. Tradito, sconfessato, ucciso da tutti.

Il triplice «io non sono» di Pietro contrasta con la dignità del Cristo, che chiama il ‘capo’ della chiesa a un altro genere di testimonianza rispetto a quella che aveva in mente, desiderava, sognava.

Mentre nei Sinottici Egli viene mostrato come Agnello condotto a macello senza aprire bocca, il quarto Vangelo ne sottolinea la Regalità.

 

Davanti a Pilato appare chiaro che la solennità di Gesù non ha caratteri politici, perciò i suoi discepoli non potevano essere considerati cittadini sleali.

Di fronte a Roma, Gv mette in evidenza l’innocenza dì Gesù e dei cristiani accusati presso i tribunali dell’Impero.

Interessante la figura del governatore romano, stretto fra istanze di coscienza e pressioni esterne - mentre cerca ripetutamente posizioni intermedie.

Il quarto Vangelo libera i “diplomatici” da responsabilità dirette, ma li ammonisce circa il rispetto della Verità.

Chi non l’accetta così com’è e non si dichiara in suo favore esponendosi in prima persona, rimane imbrigliato nella sua stessa trappola.

Il “Giudice” sembra Gesù.

E i suoi paradossi interrogano: chi è il re dei giudei? Cesare o Cristo?

I giudei rinnegano se stessi affermando di non avere altro re all’infuori dell’imperatore; i funzionari lo acclamano re.

 

Terza sezione (19,17-42). I giustiziati dovevano essere visti dal maggior numero di persone, quindi venivano esibiti in un luogo vicino alla città. 

Ma qui e nell'episodio della scritta [nelle tre lingue ecumeniche di allora come quella sul primo muretto interno del Tempio, che proibiva sotto pena di morte l’ingresso ulteriore ai pagani] s’inserisce di nuovo il tema teologico della Regalità: il risultato era un richiamo per i giudei, che si ritrovavano un re sconfitto.

Gv distingue la spartizione dei vestiti e il sorteggio della tunica, perché intende quest’ultima come la veste sacra del vero sommo sacerdote, il cui manto non poteva essere stracciato (Lv 21,10).

Senza poi indugiare sui due condannati a fianco del Crocifisso, l’evangelista annota che a Gesù non sono state fratturate le gambe.

Ciò allude all’Agnello pasquale, cui non doveva essere spezzato alcun osso.

 

Il breve passo di Gv 19,25-27 è forse il vertice artistico del racconto della Passione.

Nel quarto Vangelo la Madre appare due volte, alle nozze di Cana e ai piedi della Croce - entrambi episodi presenti solo in Gv.

Sia a Cana che sotto la Croce, la Madre è figura del «Resto d’Israele», ossia del popolo autenticamente sensibile e fedele.

La ‘nazione-sposa’ del Primo Testamento è come in attesa della Rivelazione genuina: percepisce tutto il limite dell’idea antica di Dio, che ha ridotto la gioia della festa nuziale fra il Padre e i suoi figli.

L’Israele vibrante di verità ha originato il Passaggio dalla religiosità alla Fede sponsale, dalla legge antica al Nuovo Testamento.

A cospetto della Croce viene generato un Regno alternativo.

Si formano padri e madri di un’umanità diversa, non belluina; che proclamano la Lieta Notizia di Dio stavolta in favore esclusivo di ogni uomo - in qualsiasi condizione si trovi.

 

Nell'intento teologico di Gv, le Parole di Gesù «Donna, ecco tuo figlio» ed «Ecco, la tua madre» volevano aiutare a dirimere e armonizzare le forti tensioni che a fine primo secolo già contrapponevano le diverse correnti di pensiero sul Cristo [giudaizzanti; sostenitori del primato della fede sulle opere; lassisti che consideravano ormai Gesù anatema - intendendo soppiantarlo con una generica libertà di spirito senza storia].

Ad es all’inizio secondo secolo (ad es.) Marcione rifiutò tutto il Primo Testamento e sembra apprezzasse solo una parte del Nuovo.

A coloro che volevano prescindere dall’insegnamento dei “padri”, Gesù propone di far camminare insieme passato e novità.

Il discepolo amato è icona dell’autentico figlio di Dio, Parola-evento diffusa, e Nuova Alleanza.

Il figlio stesso deve ricevere la Madre - la presenza e la cultura del popolo del Patto - a casa sua, ossia nella Comunità nascente.

Anche se è nell’assemblea cristiana che si scopre il senso pieno di tutta la Scrittura, la Persona, la vicenda e il Verbo stesso non si colgono né porteranno frutto coi soli sogni in avanti, senza la radice antica che lo ha generato.

Così fioriscono nuovi rapporti famigliari: allora nasce la Chiesa.

 

«Ho sete»: cita il salmo 69 - «Mi hanno messo veleno nel cibo e quando avevo sete mi hanno dato aceto».

È la delusione e il senso di vuoto vertiginoso per un’umanità che ha ancora tanto bisogno di essere strappata dalla condizione selvatica...

E l’intenso desiderio di fare, di quell’abisso pre-umano, persone che tendano a recuperare in sé l’Oro divino.

Ma discepoli, folla, soldati, continuano a non comprendere.

Si chiarisce col ricorso all’altro salmo [63: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia»] che in ebraico esordisce con l’invocazione «Elohim, Elì [...]».

Quindi Gesù effonde il suo Spirito senza ritardo alcuno (v.30).

E come dal fianco dell’uomo Dio ha tratto la donna, così dal lato del Figlio trafitto esce la ‘comunità-sposa’, messa in relazione con i due segni dei primi Sacramenti.

Appunto, nostra Linfa essenziale e vitale: perché immersi e assimilati in tali gesti famigliari, superiamo il disagio di sentirci come oggetti, cose.

Diventiamo Figli.

 

 

Figli, non cose

 

Dio ha messo sulla Croce di Gesù tutto il peso dei nostri peccati, tutte le ingiustizie perpetrate da ogni Caino contro suo fratello, tutta l’amarezza del tradimento di Giuda e di Pietro, tutta la vanità dei prepotenti, tutta l’arroganza dei falsi amici. Era una Croce pesante, come la notte delle persone abbandonate, pesante come la morte delle persone care, pesante perché riassume tutta la bruttura del male. Tuttavia, è anche una Croce gloriosa come l’alba di una notte lunga, perché raffigura in tutto l’amore di Dio che è più grande delle nostre iniquità e dei nostri tradimenti. Nella Croce vediamo la mostruosità dell’uomo, quando si lascia guidare dal male; ma vediamo anche l’immensità della misericordia di Dio che non ci tratta secondo i nostri peccati, ma secondo la sua misericordia.

Di fronte alla Croce di Gesù, vediamo quasi fino a toccare con le mani quanto siamo amati eternamente; di fronte alla Croce ci sentiamo “figli” e non “cose” o “oggetti”, come affermava San Gregorio Nazianzeno rivolgendosi a Cristo con questa preghiera: «Se non fossi Tu, o mio Cristo, mi sentirei creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco. Mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi, io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali, che non hanno peccati. Ma io, cosa ho di più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi Tu, o Cristo mio, mi sentirei creatura finita. O nostro Gesù, guidaci dalla Croce alla resurrezione e insegnaci che il male non avrà l’ultima parola, ma l’amore, la misericordia e il perdono. O Cristo, aiutaci a esclamare nuovamente: “Ieri ero crocifisso con Cristo; oggi sono glorificato con Lui. Ieri ero morto con Lui, oggi sono vivo con Lui. Ieri ero sepolto con Lui, oggi sono risuscitato con Lui”».

Infine, tutti insieme, ricordiamo i malati, ricordiamo tutte le persone abbandonate sotto il peso della Croce, affinché trovino nella prova della Croce la forza della speranza, della speranza della resurrezione e dell’amore di Dio.

[Papa Francesco, via Crucis al Colosseo 18 aprile 2014]

Giovedì, 26 Marzo 2026 04:05

Ciò che non avremmo mai potuto chiedere

Cari fratelli e sorelle,

questa notte abbiamo accompagnato nella fede Gesù che percorre l’ultimo tratto del suo cammino terreno, il tratto più doloroso, quello del Calvario. Abbiamo ascoltato il clamore della folla, le parole della condanna, la derisione dei soldati, il pianto della Vergine Maria e delle donne. Ora siamo immersi nel silenzio di questa notte, nel silenzio della croce, nel silenzio della morte. E’ un silenzio che porta in sé il peso del dolore dell’uomo rifiutato, oppresso, schiacciato, il peso del peccato che ne sfigura il volto, il peso del male. Questa notte abbiamo rivissuto, nel profondo del nostro cuore, il dramma di Gesù, carico del dolore, del male, del peccato dell’uomo.

Che cosa rimane ora davanti ai nostri occhi? Rimane un Crocifisso; una Croce innalzata sul Golgota, una Croce che sembra segnare la sconfitta definitiva di Colui che aveva portato la luce a chi era immerso nel buio, di Colui che aveva parlato della forza del perdono e della misericordia, che aveva invitato a credere nell’amore infinito di Dio per ogni persona umana. Disprezzato e reietto dagli uomini, davanti a noi sta l’«uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53,3).

Ma guardiamo bene quell’uomo crocifisso tra la terra e il Cielo, contempliamolo con uno sguardo più profondo, e scopriremo che la Croce non è il segno della vittoria della morte, del peccato, del male ma è il segno luminoso dell’amore, anzi della vastità dell’amore di Dio, di ciò che non avremmo mai potuto chiedere, immaginare o sperare: Dio si è piegato su di noi, si è abbassato fino a giungere nell’angolo più buio della nostra vita per tenderci la mano e tirarci a sé, portarci fino a Lui. La Croce ci parla dell’amore supremo di Dio e ci invita a rinnovare, oggi, la nostra fede nella potenza di questo amore, a credere che in ogni situazione della nostra vita, della storia, del mondo, Dio è capace di vincere la morte, il peccato, il male, e di donarci una vita nuova, risorta. Nella morte in croce del Figlio di Dio, c’è il germe di una nuova speranza di vita, come il chicco che muore dentro la terra.

In questa notte carica di silenzio, carica di speranza, risuona l’invito che Dio ci rivolge attraverso le parole di sant’Agostino: «Abbiate fede! Voi verrete da me e gusterete i beni della mia mensa, com'è vero che io non ho ricusato d'assaporare i mali della mensa vostra... Vi ho promesso la mia vita... Come anticipo vi ho elargito la mia morte, quasi a dirvi: Ecco, io vi invito a partecipare della mia vita... È una vita dove nessuno muore, una vita veramente beata, che offre un cibo incorruttibile, un cibo che ristora e mai vien meno. La meta a cui vi invito, ecco… è l'amicizia con il Padre e lo Spirito Santo, è la cena eterna, è la comunione con me… è partecipare della mia vita» (cfr Discorso 231, 5).

Fissiamo il nostro sguardo su Gesù Crocifisso e chiediamo nella preghiera: Illumina, Signore, il nostro cuore, perché possiamo seguirti sul cammino della Croce, fa’ morire in noi l’«uomo vecchio», legato all’egoismo, al male, al peccato, rendici «uomini nuovi», uomini e donne santi, trasformati e animati dal tuo amore.

[Papa Benedetto, via Crucis al Colosseo 22 aprile 2011]

Giovedì, 26 Marzo 2026 04:01

Camminare attraverso la vita

"Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16, 24).

Sera del Venerdì Santo.
Da venti secoli
la Chiesa si riunisce in questa sera,
per ricordare e rivivere
gli eventi dell'ultima tappa
del cammino terreno del Figlio di Dio.
Oggi, come ogni anno,
la Chiesa che è in Roma
si raccoglie al Colosseo,
per seguire le orme di Gesù,
il quale "portando la croce,
si avviò verso il luogo del Cranio,
detto in ebraico Golgota" (Gv 19, 17).

Ci troviamo qui,
nella convinzione che la via crucis del Figlio di Dio
non fu un semplice avvicinarsi
al luogo del supplizio.
Crediamo che ogni passo del Condannato,
ogni suo gesto e ogni sua parola,
ed anche quanto hanno vissuto e compiuto
coloro che hanno preso parte a questo dramma,
ci parlano incessantemente.
Anche nel suo patire e morire
Cristo ci svela la verità su Dio e sull'uomo.

In quest'anno giubilare
vogliamo riflettere con particolare intensità
sul contenuto di quell'evento,
affinché esso parli con una forza nuova
alle nostre menti e ai nostri cuori,
e diventi fonte della grazia
di un'autentica partecipazione.

Partecipare significa avere una parte.
Che cosa vuol dire avere una parte
nella croce di Cristo?
Vuol dire sperimentare nello Spirito Santo
l'amore che la croce di Cristo nasconde in sé.
Vuol dire riconoscere, alla luce di questo amore,
la propria croce.
Vuol dire riprenderla sulle proprie spalle e,
sempre in virtù di questo amore, camminare...

Camminare attraverso la vita,
imitando colui che "si sottopose alla croce,
disprezzando l'ignominia,
e si è assiso alla destra del trono di Dio" (Eb 12, 2).


[
Breve pausa di silenzio]

Preghiamo.
 
Signore Gesù Cristo,
colma i nostri cuori con la luce del tuo Spirito,
affinché, seguendo te nel tuo ultimo cammino,
conosciamo il prezzo della nostra redenzione
e diventiamo degni di partecipare
ai frutti della tua passione, morte e resurrezione.
Tu vivi e regni nei secoli dei secoli.
R. Amen.

[Papa Giovanni Paolo II, via Crucis al Colosseo 21 aprile 2000]

Giovedì, 26 Marzo 2026 03:48

Dio ha parlato, ha risposto

Non voglio aggiungere tante parole. In questa notte deve rimanere una sola parola, che è la Croce stessa. La Croce di Gesù è la Parola con cui Dio ha risposto al male del mondo. A volte ci sembra che Dio non risponda al male, che rimanga in silenzio. In realtà Dio ha parlato, ha risposto, e la sua risposta è la Croce di Cristo: una Parola che è amore, misericordia, perdono. E’ anche giudizio: Dio ci giudica amandoci. Ricordiamo questo: Dio ci giudica amandoci. Se accolgo il suo amore sono salvato, se lo rifiuto sono condannato, non da Lui, ma da me stesso, perché Dio non condanna, Lui solo ama e salva.

Cari fratelli, la parola della Croce è anche la risposta dei cristiani al male che continua ad agire in noi e intorno a noi. I cristiani devono rispondere al male con il bene, prendendo su di sé la Croce, come Gesù. Questa sera abbiamo sentito la testimonianza dei nostri fratelli del Libano: sono loro che hanno composto queste belle meditazioni e preghiere. Li ringraziamo di cuore per questo servizio e soprattutto per la testimonianza che ci danno. Lo abbiamo visto quando il Papa Benedetto è andato in Libano: abbiamo visto la bellezza e la forza della comunione dei cristiani di quella Terra e dell’amicizia di tanti fratelli musulmani e di molti altri. E’ stato un segno per il Medio Oriente e per il mondo intero: un segno di speranza.

Allora continuiamo questa Via Crucis nella vita di tutti i giorni. Camminiamo insieme sulla via della Croce, camminiamo portando nel cuore questa Parola di amore e di perdono. Camminiamo aspettando la Risurrezione di Gesù, che ci ama tanto. E’ tutto amore.

[Papa Francesco, via Crucis al Colosseo 29 marzo 2013]

Mercoledì, 25 Marzo 2026 03:21

in Coena Domini

Fiducia integrale: l’Azione emblematica, che genera incontaminati

(Gv 13,1-15)

 

Secondo una felice espressione di Origene, l’Eucaristia è la ferita del costato di Cristo sempre aperta; ma il Vaticano II non ha speso una sola parola riguardo le molteplici devozioni eucaristiche.

Per farci comprendere appieno la sua Persona, i padri conciliari avevano ben presente che Gesù non ha lasciato una statua o una reliquia. Ha preferito esprimersi in un ‘gesto’, che ci interpella.

Dio non identifica le persone in maniera standard, né sovrappone un suo pensiero alla storia e sensibilità della gente.

Chinandosi, Egli stesso valica i ruoli, lo spirito di club, le stesse idee, e i certificati. Azione - questa sì - “esemplare”.

Nella libertà suprema del servizio, «lavare» è figura battesimale: della Persona-Missione del Figlio in favore degli uomini, tutti ora ‘abilitati’.

Il Maestro unisce a sé un gruppo di discepoli anche poco convinti, ma ‘resi puri’ - non perché mira a formare una scuola distinta da altre, o persino unilaterale.

Chiama per Nome e crea Assemblea per introdurci nell’Amore, nel passaggio dalla schiavitù alla libertà del Gratis, che scende.

 

Pietro smania per comandare: non ci sta a introdursi in una logica che manifesti un Dio servitore degli uomini, indipendente dai loro trascorsi.

Abbassandosi al livello dello schiavo che depone le vesti, Gesù vuole umanizzarci recuperando invece gli opposti, radicati in ciascuno... ammettendo persino la contestazione.

E non si toglie il grembiule: è l’unica divisa che gli appartiene. Quel genere di vestiario gli rimane addosso - lo porta anche in Paradiso.

Non ha messo in scena la parte del servitore, per tornare in cielo a fare il padrone. Non condiziona nessuno.

La Vita del Padre c’insegue su ogni percorso, per farci sentire adeguati: Un-Corpo-Solo col Figlio.

Questo il “servizio” dei discepoli, da espletare con la vita e l’annuncio della «lieta notizia»: far conoscere che il Padre è amante incondizionato della donna e dell’uomo.

Solo la stima che riconosciamo ai suoi figli e le loro storie - senza pregiudizio - conduce verso atti di convivialità e recuperi inspiegabili.

 

Gesù che lava i ‘piedi’ raffigura il segreto della vita beata ch’espande la via dell’io in quella del Tu: nell’essere genuini e liberi anche di scendere, fino a curvarsi per servire.

Senza labirinti di norme o alte grida di principio; senza compromettere la spontaneità e snellezza più genuine - senza cedere alla diffidenza nei confronti dell’imperfezione altrui.

Nell’attitudine battesimale... celebrando l’esistenza in ogni sua forma, oltre i confini; avendo fiducia nella vita, nelle sue polarità naturali e opposte.

Consentendo altri sviluppi ed espansioni.

Aprendo gli occhi verso il mondo - caposaldo di nuove relazioni, che si sostituiscono alle consuetudini unilaterali, o alle mode esterne. 

Abbracciando un destino più ricco.

Amando le contraddizioni.

Bando ai modelli e all’esasperazione delle “capacità”. Piuttosto, la ricerca di soluzioni che si affidano, senza interferire.

Ritrovando la propria natura umanizzante.

Riconoscendo le diversità.

Approvando, riscattando e valutando ‘puro’ ogni cammino particolare [i piedi ‘lavati’ di ciascuno].

 

 

[Giovedì Santo in Coena Domini, 2 aprile 2026]

Mercoledì, 25 Marzo 2026 03:17

IN COENA DOMINI

Fiducia integrale: l’Azione emblematica, che genera incontaminati

Gv 13,1-15 (.16-20)

 

Introduciamo il senso della Lavanda dei piedi da parte del Signore, gesto emblematico che i Sinottici evocano nella Frazione del Pane.

Anticamente in Israele la famiglia patriarcale, il clan e la comunità erano la base della convivenza sociale.

Garantivano la trasmissione dell’identità di popolo, e assicuravano protezione agli afflitti.

Difendere il clan era anche un modo concreto di confermare la Prima Alleanza.

Ma al tempo di Gesù la Galilea soffriva sia la segregazione dettata dalla politica di Erode Antipas che l'oppressione della religiosità ufficiale.

Il collaborazionismo smidollato del sovrano aveva accentuato il numero dei senza tetto e privi d’impiego.

La congiuntura politica ed economica obbligava le persone a ripiegarsi sui problemi materiali e individuali, o di famiglia ristretta.

Un tempo, il collante identitario del clan e della comunità garantivano un carattere interno di nazione solidale, espresso nella difesa e soccorso prestati ai meno abbienti del popolo.

Ora tale legame fraterno risultava indebolito, ingessato, quasi contraddetto - anche a motivo dell’atteggiamento severo delle autorità religiose, fondamentaliste e amanti d’un purismo saccente, contrario al mischiarsi coi ceti meno abbienti.

La Legge scritta e orale finiva per essere usata non per favorire l’accoglienza degli emarginati e bisognosi, ma per accentuare distacchi e ghettizzazione.

Situazione che stava portando al collasso le fasce di popolazione meno tutelate.

Insomma la devozione amante dell’alleanza fra trono e altare - invece di rafforzare il senso comunitario, veniva usata per accentuare le gerarchie; come arma che legittimasse tutta una mentalità di esclusioni (e confermasse la logica imperiale del dividi et impera).

Gesù vuole invece tornare al Sogno del Padre: quello ineliminabile della fraternità, unico suggello alla storia della salvezza.

 

Secondo una felice espressione di Origene, l’Eucaristia è la ferita del costato di Cristo sempre aperta; ma il Vaticano II non ha speso una sola parola riguardo le molteplici devozioni eucaristiche.

Per farci comprendere appieno la sua Persona, i padri conciliari avevano ben presente che Gesù non ha lasciato una statua o una reliquia. Ha preferito esprimersi in un gesto, che ci interpella.

Nel mondo ebraico, di sera ogni famiglia si ritrovava attorno alla mensa, e spezzare il pane era il momento più significativo della loro esperienza di convivialità - e memoria della consegna di sé agli altri.

L’unico pane veniva frazionato e condiviso fra tutti i famigliari - ma anche un povero affamato poteva affacciarsi all’uscio, che non doveva venire serrato.

Pane e vino, prodotti che avevano assimilato le energie del cielo e della terra, erano riconosciuti con sensibilità spirituale - doni del Creatore per la vita e la gioia dell’umanità.

In quella cultura, il pane è cibo base. Ma la nostra vita è completa solo se c’è anche l’elemento della festa: ecco il vino.

Il pane ancora oggi non viene tagliato con un coltello, per rispettarne la sacralità: solo frazionato. Esso contiene l’esistere concreto.

Per questo Gesù sceglie il Banchetto come segno della sua Persona - vita, parola, vicenda rischiosa e nuova felicità, donate in alimento.

 

Durante la cena in famiglia, pane e vino non venivano percepiti al pari della manna, ossia come prodotti naturali e grezzi. Neppure era un nutrirsi per ricuperare le forze, e basta.

Nel frumento e nell’uva si erano dati appuntamento anche tutti i variegati contributi del focolare domestico.

Attorno alla mensa, ciascun uomo vedeva nel pane e nel vino il frutto del suo lavoro: pulitura del terreno, aratura, seminagione, mietitura, potature, vendemmia e opera di torchio.

La donna coglieva nel pane la sua fatica: macinatura, impastatura, cottura. Anche i minori potevano ricordare qualcosa di proprio, perché i ragazzetti si prestavano (ad es. attingere acqua).

La cena era una celebrazione dell’armonia. La mensa era appunto un luogo in cui i giovani venivano educati alla percezione dell’esistere nell’unità, invece che nel disinteresse.

Ciò con gratitudine verso i doni di Dio e percezione del proprio apporto, che era giunto (realmente) all’obiettivo, nello spirito di sinergia e nell’impegno singolare alla comunione.

Contributi, risorse e capacità convenivano a porgersi in servizio, per la vita di tutti.

Nel gesto eucaristico Gesù dice: cieli e terra nuovi non corrispondono al mondo in cui ciascuno si affretta a mietere per sé o la sua cerchia, onde accaparrarsi il massimo delle risorse.

Il suo Regno? Tutti invitati e fratelli concordi, nessuno padrone o dominatore - destinato a stare davanti o sopra [sebbene più svelto degli altri] persino in Cielo.

Anche gli Apostoli - chiamati da Gesù con sé ma ancora rimasti a distanza di sicurezza da Lui (cf. es. Lc 9,10.12) - non sono i proprietari del Pane, bensì coloro che lo devono porgere a tutti (vv.13.16), per creare abbondanza dov’essa non c’è.

 

Per animare gli incontri sul tema dell’Eucaristia quale icona non fuorviante, e interiorizzare come nella stessa Chiesa Cattolica ci sia stata un’evoluzione decisiva verso la comprensione dell’efficacia del Segno, uso comparare due grandi opere d’arte.

Raffaello nella cosiddetta Disputa del Sacramento raffigura un mondo sacrale e statico. Oggi diremmo a colpo d’occhio, quasi plastificato.

Ambiente che sembra tutto prevedibile e comunque caratterizzato da un modello sociale, culturale e spirituale situato; dove ciascuno è collocato in base a origini, posizione, status, e rango.

 

Arcabas - artista francese recentemente scomparso - dipinge un quadro che sembra privo di esclusivi, distinti e titolati protagonisti: come tagliato sopra, o (meglio) focalizzato sul semplice gesto.

A dire in modo eloquente: il contorno di addobbi sfarzosi o ruoli di rilievo non riguarda questa proposta di vita!

Nell’opera del pittore contemporaneo cogliamo la sobrietà di una Persona e d’una missionarietà ben centrata [che graffia, ma fa perdere la testa assai più delle belle sceneggiature].

Perché nel mondo dell’Amore il meglio deve ancora arrivare. In tal guisa, siamo interrogati senza posa.

Arcabas illustra una tavola semplicemente imbandita: un piatto non certo della migliore collezione, un bicchiere di vino senza fronzoli; una tovaglia semplicemente appoggiata alla mensa e connotata dalle sue piegature sommarie, neanche stirate, che ricordano il quotidiano reale.

E soprattutto il gesto normale dello spezzare il pane, quello del passo dopo passo, con le sue briciole non vaporose né candide. A dire: il Banchetto eucaristico non è per l’aldilà - chissà quando.

[Per quasi mille anni la Chiesa cattolica ha celebrato con il pane quotidiano come ancora fa ad es. la Chiesa ortodossa. A testimonianza, sono rimasti vassoi-patena molto ampi, oggi ridotti a un piattello].

 

Insomma, giunge l’«Ora»... e l’Azione emblematica - in Gv, che non racconta formalmente l’istituzione dell’Eucaristia.

Ecco il senso dello spezzare il pane: cosa comporta entrare in co-esistenza, per l’apostolo che rovescia le gerarchie e sovverte i criteri di purità, uniformità, compattezza, e gloria.

 

Nel quarto Vangelo il Cristo proclama solo due Beatitudini:

«In verità, in verità vi dico, non c’è servo più grande del suo signore, né inviato più grande di chi lo ha mandato. Se sapete queste cose, siete beati se le fate» (Gv 13,16-17).

E a Tommaso: «Beati coloro che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29b) - ciò, non perché lo sforzo sia un mezzo per accumulare dolori e meriti, e così piacere a Dio.

Le due Beatitudini di Gv garantiscono i binari sui quali il credente trova la sua realizzazione piena e lo stupore della felicità: la pratica della carità che recupera tutto l’essere disperso anche altrui, nell’avventura della Fede.

Prima e durante i pasti rituali, i pii d’Israele compivano abluzioni con acqua, per celebrare il distacco fra sacro e profano, tra puro e impuro.

Al capotavola le mani venivano lavate da un servo o dal più giovane dei convitati.

Con Gesù la tradizione viene scardinata dall’interno - da lasciare attoniti. 

Per un giudeo il lavaggio altrui era un gesto che doveva rifiutare di eseguire, anche se ridotto in schiavitù, per non disonorare il popolo. 

Invece il Messia si prostra e ha la libertà di prestarsi a lavare [neppure le mani, ma] i piedi.

Rivelazione assurda del Volto di Dio, che sgretola innumerevoli manierismi, speranze di prestigio artefatto;e atti di sottomissione, grotteschi riconoscimenti - avanzati da prìncipi della chiesa.

Ecco non solo un invito a servire il prossimo... gesto da imitare che proclama il carattere di umile servizio del ministero.

È anche segno di purificazione dei suoi - come un nuovo Battesimo che fa immediatamente partecipi del mondo di Dio.

Questo «lavare» è figura della Persona e della Missione del Figlio in favore degli uomini, tutti ora abilitati a passare da questo assetto al Regno del Padre.

E allo stesso modo far passare il prossimo, le moltitudini.

 

Il Maestro unisce a sé un gruppo di discepoli anche poco convinti, ma resi puri - non perché mira a formare una scuola distinta da altre, o persino unilaterale.

Chiama per Nome e crea Assemblea per introdurci nell’Amore, nel passaggio dalla schiavitù alla libertà del Gratis, che scende.

Dio non identifica le persone, né sovrappone un suo pensiero alla storia e sensibilità della gente.

Chinandosi, valica i ruoli, lo spirito di club, le stesse idee, e i certificati. Iniziativa - questa sì - esemplare.

Egli infatti nel suo Esodo traccia il nuovo cammino del popolo, anche di quello che si schiera contro - e ciò sconcerta, sembra inaccettabile. 

Pietro smania per comandare: non ci sta a introdursi in una logica che manifesti anche nei dirigenti di comunità un Dio servitore degli uomini, indipendente dalle origini, o dai loro trascorsi.

Abbassandosi al livello dello schiavo che depone le vesti, il Signore vuole umanizzarci, recuperando invece gli opposti, radicati in maniera particolare e in ciascuno.

Egli ammette persino la contestazione - evidenziandola e sanandola.

Ciò a meno che non si resti come Giuda pervicacemente legati a seduzioni esterne e false guide spirituali: ai cliché dell’appartenenza-approvazione sociale, e tornaconto.

 

Infine Gesù non si toglie il grembiule, prima di rimettersi le vesti: è l’unica divisa che gli appartiene.

Quel genere di vestiario gli rimane addosso: lo porta anche in Paradiso.

Non ha messo in scena la parte dell’inserviente, per tornare in cielo a spadroneggiare. Non condiziona nessuno.

La Vita del Padre c’insegue su ogni percorso, per farci sentire adeguati: Un-Corpo-Solo col Figlio, cui ha consegnato tutto nelle mani (v.3).

Fioritura totale anche per noi; indistruttibile, eminente, in se stessa priva di germi mortiferi occulti.

La sua Fiducia si trasmette nella storia della salvezza; si dispiega agli indecisi e imperfetti, suoi consanguinei nel Figlio.

Pronto a innalzarci verso un’esistenza che non spegne più l’essere - e noi desiderosi di farlo fiorire, invece di boicottarlo o prenderlo in prestito.

Figli adottivi: non è una diminuzione, ma il riconoscimento insigne di una uguaglianza che non stride.

Anticamente, quando un sovrano designava il successore al trono, non di rado nominava dignitario un valoroso più affidabile del congiunto in linea naturale (spesso intrigante, viziato, stufo di esistere, parassita, stanco della sua stessa prosperità).

 

Dio non ci fa coincidere a forza. Piegandosi scavalca lo spirito d’emarginazione, le parti, i personaggi; tutti i salvacondotti.

Questo il “servizio” dei discepoli, da espletare con la vita e l’annuncio della lieta notizia: far conoscere che il Padre non è il Dio selettivo della religione, bensì amante incondizionato della donna e dell’uomo.

L’amore si comunica da pari a pari ed ha il medesimo passo della vita: essa non può essere imbrigliata da opinioni ereditate o convenzioni fisse, né assoggettata a narrazioni casistiche.

Solo la consapevolezza di una libertà che permane porterà a gesti di completezza nitida.

Non per un vantaggio opportunista e individuale: a favore della Gioia in pienezza di essere e intensità di relazione.

In qualsiasi fattispecie esterna, solo la stima che il Padre riconosce a ciascuno conduce i figli e le loro storie verso atti di convivialità e recuperi inspiegabili.

 

Gesù che lava i piedi raffigura il segreto della vita beata ch’espande la via dell’io in quella del Tu: nell’essere genuini e liberi anche di scendere, fino a curvarsi per servire.

Senza labirinti di norme o alte grida di principio; senza compromettere la spontaneità e snellezza più genuine - senza cedere alla diffidenza nei confronti dell’imperfezione altrui.

Sorvolando il perbenismo d’interdizione tipico delle maniere, quindi senza le solite trafile - tanto amate dai titolari, sempre distanziati e nell’apprensione, su qualsiasi fronte.

Ecco qui sorgere la franchezza nell’attitudine battesimale... celebrando l’esistenza in ogni sua forma, oltre i confini; avendo fiducia nella vita, nelle sue polarità naturali e opposte.

Consentendo altri sviluppi ed espansioni. Aprendo gli occhi verso il mondo - caposaldo di nuove relazioni, che si sostituiscono alle consuetudini unilaterali, o alle mode esterne.

Abbracciando un destino più ricco; amando le contraddizioni.

 

Bando ai modelli e all’esasperazione delle “capacità”.

Piuttosto, la ricerca di soluzioni che si affidano, senza interferire. Ritrovando la propria natura umanizzante.

Riconoscendo le diversità.

Approvando, riscattando e valutando ‘puro’ ogni cammino particolare [i piedi ‘lavati’ di ciascuno].

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come vivi in Cristo la tua responsabilità e la tua personalità secondo i vv.3-4?

Dopo l’Eucaristia fai come Gesù, o deponi subito il grembiule?

 

 

Comunione:

Radice dell’essere, Energia sognante che rilegge la storia

Gv 13,16-20 (.21-38)

 

Un «inviato» non è più di colui che lo manda (v.16). La nuova traduzione CEI precisa che Gesù non elegge Dodici Apostoli come si trattasse di capi e fenomeni destinati ad avere posizioni favolose.

I suoi sono persone del tutto comuni, mandate ad annunciare; non direttori forniti di carica, bensì di un umile incarico: essere se stessi e lavare i piedi agli altri. Questa la loro stoffa.

La Chiesa ministeriale non è quella dei personaggi con titolo e ruoli, ma del servizio autentico, non di maniera: dimesso e anticonformista.

Possiamo diventare continuazione del Mistero che avvolge la Persona di Cristo solo se consapevoli che non siamo fotocopie duali, né “più” di altri - figuriamoci del Maestro.

 

Ne I Promessi Sposi Manzoni narra che il marchese successore di don Rodrigo («brav’uomo, non un originale») serve a tavola gli invitati alle nozze di Renzo e Lucia.

Poi però si ritira a pranzare in disparte con don Abbondio: «d’umiltà n’aveva quanta bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar in loro pari».

 

Un tempo si faceva così: lo imponeva l’etichetta sociale.

Stile a modo, grazie al quale per voler piacere si accettava di adattarsi a gesti (estemporanei) di elemosina e benevolenza, fra ottime persone assai educate - ovviamente tutelando il protagonismo delle posizioni.

Ma allinearsi ai modelli non fa uscire dalle solite gabbie; anzi, ci nasconde nell’illusione d’un cambiamento che in realtà non è in atto, perché l’ordine fasullo resta, malgrado l’altruismo delle apparenze - indossate per buonismi di circostanza.

Il portento cui siamo chiamati e mandati non è quello di fare spazio a sentimenti convenienti, ma passare dalla nostra vetta esterna all’altrui livello e starci gomito a gomito, per donare a tutti l’emozione di sentirsi adeguati.

Dal servizio alla Comunione: unico clima di energia [non sempre “secondo etichetta” ma autenticamente nostro e sognante] che sviluppa fioriture, innescando recuperi impossibili.

Da qui si rilegge la storia.

Eppure ci chiediamo con quali energie attuarla, se talora noi stessi ci sentiamo incompleti, incerti nell’operare; non all’altezza.

 

Nel contesto della lavanda dei piedi, Gesù ricorda che il discepolo non deve farsi illusioni: non avrà in dote una splendida carriera, riconoscimenti mondani, o meno persecuzioni del Maestro.

 

Secondo mentalità antica, maltrattare un ambasciatore o un messaggero significava offendere chi rappresentava; accettarlo significava riconoscergli onore.

Si giunge qui alla radice della Missione di svelamento: accogliendo l’inviato si onora Cristo, e in lui Dio stesso (v.20).

Gli apostoli sono “mandati” in tal senso, come il Figlio dal Padre. Dentro tale flusso divengono luce rivelatrice, pienamente, senza chiusure.

Insomma, uno dei modi di lavarsi i piedi gli uni gli altri (v.14) è proprio quello di venire e sentirsi propriamente «inviati» - raffigurando Gesù, e Dio stesso, che ci attraversano.

È la via della Beatitudine (v.17) - quella del Signore vivo - il nucleo della “Chiesa in uscita”: aggiungere a insegnamenti belli e pratici la dimensione essenziale.

Tale il cammino plausibile e amabile, evangelizzatore delle nostre Radici. Che non chiede “resilienza” nei rapporti, solo agli “inferiori” del mondo.

Salvezza in dimensione divina, che assume valore; operata dal di dentro della coscienza la quale trova stima e volto, e libero fermento che apre la speranza, orientando.

Nell’azione si esprimerà l’essere profondo dell’Amico che ha la libertà di scendere. Egli si rivela promotore dei malfermi, non sottile prevaricatore.

 

Facendo ogni esodo, il nostro tratto vocazionale porta in sé uno scrigno prezioso, la consapevolezza della Sorgente intima dell’apostolato, e la sua preziosa concatenazione che tramuta il passato in futuro.

Il senso di completezza e significato radicale che ne deriva è efficace. 

Lo è per chi scova, incontra, sente viva, la propria Fonte missionaria - e ne è il testimone.

Esprimendo semplicemente e con naturalezza se stesso - senza forzature o artificiosità - lo è al contempo per i fratelli da riconoscere.

 

Insomma, il servizio della comunità ministeriale non è nella dimensione del servaggio, bensì d’un flusso di energie primigenie, di stoffa; onda su onda genuine.

In tutto ciò, sviluppo dopo sviluppo, riattualizziamo l’epifania del Logos in Cristo, nell’oggi dell’essere persone (malferme eppure convinte, tenaci) legate da una cifra fraterna di peso.

«Io Sono» di Es 3,14 diviene - senza sforzo - il Popolo comunionale e accogliente dei servitori ricolmi di dignità donata.

L’elemento eterno del Verbo è conservato e sviluppato dai suoi inviati e dalla chiesa ministeriale, “apostolica”: sia nel suo carattere originario e fondante, che di legame alla storia di ciascuno.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa significa per te passare dal servire a fare comunione? Lo ritieni un eccesso fastidioso?

Ti basta far stare bene gli altri a tratti, da protagonista e in modo compiaciuto, o t’impegni a farli sentire adeguati?

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We see that the disciples are still closed in their thinking […] How does Jesus answer? He answers by broadening their horizons […] and he confers upon them the task of bearing witness to him all over the world, transcending the cultural and religious confines within which they were accustomed to think and live (Pope Benedict)
Vediamo che i discepoli sono ancora chiusi nella loro visione […] E come risponde Gesù? Risponde aprendo i loro orizzonti […] e conferisce loro l’incarico di testimoniarlo in tutto il mondo oltrepassando i confini culturali e religiosi entro cui erano abituati a pensare e a vivere (Papa Benedetto)
The Fathers made a very significant commentary on this singular task. This is what they say: for a fish, created for water, it is fatal to be taken out of the sea, to be removed from its vital element to serve as human food. But in the mission of a fisher of men, the reverse is true. We are living in alienation, in the salt waters of suffering and death; in a sea of darkness without light. The net of the Gospel pulls us out of the waters of death and brings us into the splendour of God’s light, into true life (Pope Benedict)
I Padri […] dicono così: per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita (Papa Benedetto)
There is the path of those who, like those two on the outbound journey, allow themselves to be paralysed by life’s disappointments and proceed sadly; and there is the path of those who do not put themselves and their problems first, but rather Jesus who visits us, and the brothers who await his visit (Pope Francis)
C’è la via di chi, come quei due all’andata, si lascia paralizzare dalle delusioni della vita e va avanti triste; e c’è la via di chi non mette al primo posto se stesso e i suoi problemi, ma Gesù che ci visita, e i fratelli che attendono la sua visita (Papa Francesco)
So that Christians may properly carry out this mandate entrusted to them, it is indispensable that they have a personal encounter with Christ, crucified and risen, and let the power of his love transform them. When this happens, sadness changes to joy and fear gives way to missionary enthusiasm (John Paul II)
Perché i cristiani possano compiere appieno questo mandato loro affidato, è indispensabile che incontrino personalmente il Crocifisso risorto, e si lascino trasformare dalla potenza del suo amore. Quando questo avviene, la tristezza si muta in gioia, il timore cede il passo all’ardore missionario (Giovanni Paolo II)
This is the message that Christians are called to spread to the very ends of the earth. The Christian faith, as we know, is not born from the acceptance of a doctrine but from an encounter with a Person (Pope Benedict)
È questo il messaggio che i cristiani sono chiamati a diffondere sino agli estremi confini del mondo. La fede cristiana come sappiamo nasce non dall'accoglienza di una dottrina, ma dall'incontro con una Persona (Papa Benedetto)
From ancient times the liturgy of Easter day has begun with the words: Resurrexi et adhuc tecum sum – I arose, and am still with you; you have set your hand upon me. The liturgy sees these as the first words spoken by the Son to the Father after his resurrection, after his return from the night of death into the world of the living. The hand of the Father upheld him even on that night, and thus he could rise again (Pope Benedict)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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