don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Mercoledì, 21 Gennaio 2026 04:07

Oltre la Misura

Il tema della testimonianza, intesa come elemento fondante della vita del cristiano, è stato al centro della riflessione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta nella mattina di giovedì 28 gennaio. Ma cosa deve caratterizzare questa testimonianza? La risposta il Pontefice l’ha tratta direttamente dal Vangelo del giorno, riprendendo il brano di Marco (4, 21-25) immediatamente successivo alla «parabola del seme». Dopo aver parlato «del seme che riesce a dare frutto» e di quello che, invece, cadendo «in terra non buona non può dare frutto», Gesù «ci parla della lampada» che non viene posta sotto il moggio ma sopra al candelabro. Essa — ha spiegato — «è luce e il Vangelo di Giovanni ci dice che il mistero di Dio è luce e che la luce venne al mondo e le tenebre non la accolsero». Una luce, ha aggiunto, che non può essere nascosta, ma serve «per illuminare».

Ecco, quindi, «uno dei tratti del cristiano, che ha ricevuto la luce nel battesimo e deve darla». Il cristiano, ha detto il Papa, «è un testimone». E proprio la parola «testimonianza» racchiude «una delle peculiarità degli atteggiamenti cristiani». Infatti: «un cristiano che porta questa luce, deve farla vedere perché lui è un testimone». E se un cristiano «preferisce non far vedere la luce di Dio e preferisce le proprie tenebre», allora «gli manca qualcosa e non è un cristiano completo». Una parte di lui è occupata, le tenebre «gli entrano nel cuore, perché ha paura della luce» e lui preferisce «gli idoli». Ma il cristiano «è un testimone», testimone «di Gesù Cristo, luce di Dio. E deve mettere quella luce sul candelabro della sua vita».

Nel brano evangelico proposto dalla liturgia si parla anche «della misura» e si legge: «Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più». È questa, ha detto Francesco, «l’altra peculiarità, l’altro atteggiamento» tipico del cristiano. Si fa riferimento, infatti, alla magnanimità: «un altro tratto del cristiano è la magnanimità, perché è figlio di un padre magnanimo, dall’animo grande».

Anche quando dice: «Date e vi sarà dato», la misura di cui parla Gesù, ha spiegato il Papa, è «piena, buona, traboccante». Allo stesso modo «il cuore cristiano è magnanimo. È aperto, sempre». Non è, quindi, «un cuore che si chiude nel proprio egoismo». Non è un cuore che si pone dei limiti, che «conta: fino a qui, fino a qua». E ha continuato: «Quando tu entri in questa luce di Gesù, quando tu entri nell’amicizia di Gesù, quando ti lasci guidare dallo Spirito Santo, il cuore diventa aperto, magnanimo». Si innesca, a quel punto, una dinamica particolare: il cristiano «non guadagna: perde». Ma, in realtà, ha concluso il Pontefice, «perde per guadagnare un’altra cosa, e con questa “sconfitta” di interessi, guadagna Gesù, guadagna diventando testimone di Gesù».

Per calare nel concreto la sua riflessione, Francesco si è a questo punto rivolto a un gruppo di sacerdoti che celebravano il giubileo d’oro della loro ordinazione: «cinquanta anni sulla strada della luce e della testimonianza» e «cercando di essere migliori, cercando di portare la luce sul candelabro»; una luce che, è l’esperienza di tutti, a «volte cade», ma che sempre è bene cercare di riproporre «generosamente, cioè con il cuore magnanimo». E, nel ringraziare i sacerdoti per quanto hanno fatto «nella Chiesa, per la Chiesa e per Gesù», e augurando loro la «gioia grande di avere seminato bene, di avere illuminato bene e di avere aperto le braccia per ricevere tutti con magnanimità», il Papa ha anche detto loro: «Soltanto Dio e la vostra memoria sanno quanta gente avete ricevuto con magnanimità, con bontà di padri, di fratelli» e «a quanta gente che aveva il cuore un po’ oscuro avete dato luce, la luce di Gesù». Perché, ha concluso tirando le fila del ragionamento, «nella memoria di un popolo» rimangono «il seme, la luce della testimonianza, e la magnanimità dell’amore che accoglie».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 29/01/2016]

Nella differenza tra religiosità comune e Fede

(Mc 4,1-20)

 

Le parabole pongono a confronto la realtà vissuta e il mondo dello Spirito:

«E altri [semi] caddero sulla terra quella bella e davano frutto salendo e crescendo e portavano uno trenta e uno sessanta e uno cento» (v.8).

Il terreno sassoso e il clima rovente della Palestina non rendevano facile la vita dei lavoratori che vivevano di agricoltura.

La scarsità di piogge e l’intrusione nei campi di chi voleva abbreviare il cammino distruggeva le piante.

Un’azione faticosa e pochi risultati tangibili.

Malgrado le enormi difficoltà, ogni anno il contadino gettava chicchi a spaglio, generosamente - e arava, animato dalla fiducia nella forza vitale interna del seme e nella munificenza della natura.

L’aratura era successiva alla seminagione, per evitare che le zolle di terreno rivoltato seccassero immediatamente sotto la potente calura, e non consentissero ai grani di attecchire grazie a un minimo di umidità. 

Quindi il seminatore non selezionava anzitempo i diversi tipi di terreno.

 

Il Seme già opera: il nuovo ‘Regno che Viene’ non è glorioso, ma qua e là alligna e produce - anche dove non t’aspetti.

A norma di mentalità religiosa antica sembra una follia, ma il divino Agricoltore non sceglie il tipo di “terreno”, né lo discrimina sulla base della percentuale produttiva - che pur sembrerebbe facile prevedere.

Il Seminatore accetta persino che il suo ‘chicco’ caduto sul terreno «bello» [v.8 testo greco] frutti in maniera diversa: il cento, il sessanta, il trenta per uno.

Con il termine «bello» (in senso orientale) s’intende il terreno pieno e fecondo [l’anima e l’opera dei discepoli più intimi, anche anonimi].

 

Il Signore vuol dire che un sapiente impegno di evangelizzazione non è misurabile con pignoleria.

La sua Parola permane come Inizio gettato nel cuore umano da Colui che non è taccagno, né esclusivo - bensì magnanimo.

In tal guisa, la Chiesa suo Popolo nuovo è un piccolo mondo alternativo sia all’Impero che alle religioni selettive.

Il nuovo Rabbi non aveva intenzione di ritagliarsi discepoli migliori di altri - isolati dalla realtà della famiglia umana.

Proponeva un nuovo stile di vita, convivente.

Insomma, Dio non forza la crescita del ‘granello’ in ciascuno di noi, in modo astratto; ma attende con pazienza.

Accetta perfino che nasca male o che non spunti affatto. Conosce dove andare.

 

Visto che sparge in modo trabocchevole su tutti i generi di cuori (anche sull’asfalto), sa che verrà tacciato di essere poco accorto.

Ma Egli non si preoccupa della quantità, né dei frutti esteriori immediati della sua ‘semente’.

Non si cura che il lavoro risulti “efficace in partenza”!

Tale la amabile, umanizzante e divina, genitoriale Tolleranza che salva. Essa non ci sequestra ogni attimo, a pianificare.

Gl’interessa piuttosto farci capire che non è un Dio calcolatore e avaro, esteriore, taccagno e prevenuto; bensì Padre munifico e conciliante.

Signore del Regno che non attende prima le nostre piccole ‘perfezioni’.

 

La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che l’eventuale scarsità di risultato non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina, bensì alla libertà dell’uomo; alla sua condizione di limite o incoerenza.

 

Purtroppo, fin dalle prime generazioni di credenti, il richiamo positivo di Gesù è stato reinterpretato un po’ al contrario: con venature moraliste e individualiste (vv.10-20) che ne hanno intaccato la genuinità.

In tal guisa, la iniziale proposta di Fede personale si è contaminata con la consuetudinaria ottica purista e di ripiego [colpevolizzante] tipica delle filosofie e religioni circostanti, come del pensiero comune.

Alcune configurazioni di ordine ecclesiale hanno di seguito normalizzato la stessa potenza eccezionale del Messaggio; così inedito. In particolare, il nuovo senso di adeguatezza, fiducia e autostima che il Figlio di Dio intendeva comunicare ai suoi amici, e al mondo dei piccoli.

 

 

[Mercoledì 3.a sett. T.O.  28 gennaio 2026]

Un nuovo Dio: forse un illuso?

(Mc 4,1-20)

 

In un mondo che ha perduto i riferimenti ma forse tenta di crearne di più autentici e profondi, la missione di maternità e paternità di coloro che hanno esperienza non è solo un appoggio materiale: si allarga al discernimento più antico sulle cose dell’anima.

Il terreno sassoso e il clima rovente della Palestina non rendevano facile la vita dei lavoratori che vivevano di agricoltura.

La scarsità di piogge e l’intrusione nei campi di chi voleva abbreviare il cammino distruggeva le piante.

Un’azione faticosa e pochi risultati tangibili.

Malgrado le enormi difficoltà, ogni anno il contadino gettava il seme a spaglio, generosamente - e arava, animato dalla fiducia nella forza vitale interna del seme e nella munificenza della natura.

L’aratura era successiva alla seminagione, per evitare che le zolle di terreno rivoltato seccassero immediatamente sotto la potente calura e non consentissero al seme di attecchire, grazie a un minimo di umidità. 

Quindi il seminatore non selezionava anzitempo i diversi tipi di terreno.

 

Le parabole pongono a confronto la realtà vissuta e il mondo dello Spirito.

Il seme già opera: il nuovo ‘Regno che Viene’ non è glorioso, ma qua e là attecchisce e produce - anche dove non t’aspetti.

A norma di mentalità perbene sembra una follia, ma il divino Agricoltore non sceglie il tipo di “terreno”, né lo discrimina sulla base della percentuale produttiva [che pur sembrerebbe facile prevedere].

Il Seminatore accetta persino che il suo ‘chicco’ caduto sul terreno «bello» (v.8 testo greco) ossia pieno e fecondo [dei suoi discepoli e non] frutti in maniera diversa: «e portavano uno trenta e uno sessanta e uno cento».

Gesù vuol dire che l’opera di evangelizzazione non è misurabile con pignoleria.

La sua Parola permane come Inizio gettato nel cuore umano da Colui che non è spilorcio, né esclusivo - bensì magnanimo.

La sua Chiesa è un piccolo mondo alternativo sia all’Impero che alle religioni selettive: non ha intenzione di ritagliarsi discepoli “migliori” di altri e isolati dalla realtà della famiglia umana.

Un nuovo stile di vita.

 

Dice il Tao Tê Ching (XL): «Il tornare è il movimento del Tao; la debolezza è quel che adopra il Tao. Le diecimila creature che sono sotto il cielo hanno vita dall’essere; l’essere ha vita dal non-essere».

E il maestro Wang Pi commenta: «L’essere ha per utilità il non-essere: questo è il suo tornare». Aggiunge il maestro Ho-shang Kung: «La radice è quella verso cui muove il Tao, che nel suo moto fa vivere le diecimila creature. Se esse lo contrastano, periscono. Il Tao s’avvale sempre della mollezza e della debolezza, per questo può durare a lungo».

Dio non forza la crescita del ‘granello’ in ciascuno di noi, ma attende con pazienza. Accetta anche che nasca male, o che non spunti affatto.

Visto che sparge in modo trabocchevole su tutti i generi di cuori [anche sull’asfalto] sa che verrà tacciato di essere poco accorto: non si preoccupa della quantità (!), né dei frutti esteriori immediati (!) della sua ‘semente’ - non si cura che il lavoro risulti “efficace in partenza” (!).

Ma gl’interessa farci capire che è Padre, non il Dio calcolatore delle più varie credenze: avaro, esteriore, taccagno, scostante, e prevenuto.

 

La parabola del Seminatore come storicamente narrata da Gesù (vv.1-9) denota la totale positività del suo Messaggio: Egli proclama un mondo nuovo; anzitutto un Cielo differente, tollerante e benevolo.

Principio della nostra vita da salvati non è quanto noi facciamo per Dio, bensì ciò che Lui - Generoso e Sereno - fa per noi. Proprio come un Genitore condiscendente e longanime, il quale ripropone incessantemente occasioni di vita.

Il Regno del Signore non va preparato e allestito [secondo le normali precomprensioni] bensì accolto.

Il Maestro intendeva spostare il criterio della vita pia: dallo sforzo personale al ‘lasciarsi salvare’.

La Redenzione ha radici d’inedito che spiazza i propostiti e le aspettative.

Essa non fonda sui binari tracciati.

Si delinea a partire da un’iniziativa provvidente, nella gratuita liberalità; per la calma tollerante del Cielo - che ci consente un processo e un tempo largo di crescita.

 

La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che l’eventuale scarsità di risultato non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina, bensì alla libertà dell’uomo; alla sua condizione di limite o incoerenza.

 

Purtroppo, la riflessione successiva - sin da pochi decenni dalla morte del Signore - inizia a risentire del cliché culturale dominante [facendo scattare una ridicola competizione con le religioni].

Le aspettative puriste a contorno hanno intaccato via via sia il senso dell’annuncio del Regno vicino e sovrabbondante, sia la natura del Dono, nonché la trasparenza della sua remissiva disponibilità verso tutti.

Il Figlio proclamava esclusivamente la longanimità del Padre: Soggetto, Motivo e Motore della nostra capacità di accogliere la Vocazione, e affrontare il cammino personale.

Nella rielaborazione successiva, le parabole originali diventano allegorie, stracolme di simboli dal significato moralistico definito.

Le allegorie sono in genere narrazioni tutto sommato banali, venate di considerazioni impersonali e primordiali [qui, sulla “qualità del terreno”].

Questo passaggio testimonia la difficoltà di comprensione dello sbalorditivo Richiamo originario del Figlio di Dio.

Egli intendeva proporre a tutti un sentiero di Fede, proprio per soppiantare il peso ansiogeno dell’archetipo oppressivo delle varie dottrine e casistiche comportamentali.

 

Il giogo eticista non parte dall’Amore: suppone spilorcerie, inadeguatezze, e vergogne ovunque; anche nella vita spirituale [rattrappita, perennemente in bilico, sempre e ovunque insufficiente].

Protagonista del brano (dal v.15) non è più Dio e il suo gesto munifico [che non bada a spese nel gettare il Suo Seme a spaglio], bensì il tipo di terra: l’apostolo stesso - che diverrebbe così il soggetto del cammino spirituale.

Un disastro.

Colpevole sempre (vv.15-19): non hai vigilato su chi rapisce il Seme; hai avuto un fervore solo iniziale, non hai radice in te e sei incostante; e se preoccupato, sedotto o bramoso, sarai infruttuoso...

Infine, se anche tu fossi terreno «quello bello» (v.20) dovresti ancora stare attento... perché si possono avere diversi risultati: «uno trenta e sessanta e cento» (v.20).

Impossibile farcela. Insomma, devozione e ossessione sembra vadano a braccetto [contro la ‘natura’].

Ma si entra in un campo minato - contromano rispetto alle linee portanti di ogni inclinazione e talento personale, o carisma autentico perfino di gruppo.

Sembra che siano la donna e l’uomo [chi riceve la Parola] a doversi centrare su di sé, individuare i propri difetti, e - avendone finalmente contezza e capacità nitida - adoperarsi a «migliorare», sotto pena di esclusione dal novero appunto dei “migliori”.

Tutto ciò indurrebbe proprio le persone più motivate o euforiche alla spersonalizzazione del carattere stesso della Chiamata, alla negazione della loro vita intima, a un pazzesco dispendio di energie.

 

Cancellata la fiducia nella marea del Seme che Viene - ossia, smarrito il dinamismo propulsivo dell’esistenza ordinaria e delle sue opportunità di vita - ciascuno troverebbe sempre davanti a sé quelle imperfezioni che poi intralciano la strada.

Infatti, coloro che non conoscono le difformi e normalissime energie dell’uomo [tutte plasmabili e potenzialmente preparatorie degli sviluppi; da percepire a tutto tondo, assumere e investire] trascurano la propria essenza e si trasformano in quelle alcove mortifere (di sé e degli altri) che a proclami non vorrebbero mai essere.

A motivo degli sforzi estrinseci o reconditi, proprio i “fenomeni” unilaterali, e gli sterilizzati, finiscono per smarrire la strada dello stupore di Dio che spiazza.

Ciò a partire dalla valorizzazione degli opposti.

Nonché, più delle anime spontanee, proprio tali primi della classe mettono in bilico la loro reale inclinazione dell’anima - magari scambiando la natura caratteriale per zavorra.

Risultato (storico): eccoci tutti pronti all’attacco, gli uni degli altri. È la foto delle lacerazioni odierne; dei soliti guelfi contro ghibellini.

Ciò per il fatto che siamo passati dall’affascinante proposta di Fede, alla fatica del ripiegamento religioso [e moralizzatore] sul “terreno”.

Landa paradossalmente sempre più superficiale, inconsistente, dura, sassosa, soffocata, non integrata - a senso unico ed esterno!

 

 

Parabole, e il mistero della cecità: Narrazione e trasmutazione

 

Smarrirsi, per la trasformazione

(Mc 4,10-12.25; cf. Mt 13,10-17; Lc 8,9-10.18)

 

San Paolo esprime il senso del “mistero della cecità” che gli fa contrasto nel cammino con la celebre espressone «spina nel fianco»: dovunque andasse, erano già pronti i nemici; e disaccordi inattesi.

Così anche per noi: eventi funesti, catastrofi, emergenze, disgregazione delle antiche certezze rassicuranti - tutte esterne e paludose; sino a poco prima valutate con senso di permanenza.

Forse nell’arco della nostra esistenza, già ci siamo resi conto che le incomprensioni sono state i modi migliori per riattivarci, e introdurre le  energie della Vita rinnovata.

Si tratta di quelle risorse o situazioni che forse mai avremmo immaginato alleate della nostra e altrui realizzazione.

Dice Erich Fromm:

«Vivere significa nascere in ogni istante. La morte si produce quando si cessa di nascere. La nascita non è quindi un atto; è un processo ininterrotto. Lo scopo della vita è di nascere pienamente, ma la tragedia è che la maggior parte di noi muore prima di essere veramente nato».

Infatti, nel clima dei disordini o delle divergenze assurde [che ci obbligano a rigenerare] si affacciano talora le più trascurate virtù intime.

Energie nuove - che cercano spazio - e potenze esterne. Entrambi plasmabili; inconsuete, inimmaginabili, eterodosse.

Ma che trovano le soluzioni, la vera via d’uscita ai nostri problemi; la strada per un futuro che non sia un semplice riassetto della situazione precedente, o di come abbiamo immaginato “si sarebbe dovuti essere e fare”.

Concluso un ciclo, iniziamo una nuova fase; forse con maggiore rettitudine e franchezza - più luminosa e naturale, umanizzante, vicina al ‘divino’.

 

Il contatto autentico e coinvolgente con i nostri stati dell’essere profondi viene generato in modo acuto proprio dai distacchi.

Essi ci portano al dialogo dinamico con le riserve eterne di forze trasmutatrici che ci abitano, e più ci appartengono.

Esperienza primordiale che arriva dritta al cuore.

Dentro di noi tale via “pesca” l’opzione creativa, fluttuante, inedita.

In tal guisa il Signore trasmette e apre la sua proposta servendosi di ‘immagini’.

Freccia di Mistero che va oltre i frammenti della coscienza, della cultura, delle procedure, di ciò che è comune.

Per una conoscenza di se stessi e del mondo che travalica quella della storia e della cronaca; per la consapevolezza attiva di altri contenuti.

Sino a che il travaglio e il caos stesso guidano l’anima e la obbligano a un Altro inizio, a un differente sguardo (tutto spostato), a un’inedita comprensione di noi stessi e del mondo.

Ebbene, la trasformazione dell’universo non può esser frutto di un insegnamento cerebrale o dirigista; piuttosto, di una esplorazione narrativa - che non allontana la gente da se stessa.

E Gesù lo sa.

 

 

Nuova interpretazione dei diversi Terreni

 

Evoluzione dell’Alleanza, nel tempo della crisi: solite pecche, diverse armonizzazioni

(Mt 13,18-23)

 

Dio è munifico, in modo particolare nell’età della rinascita dalla crisi: anch’esso tempo di generosa seminagione da parte del Padre.

Egli permane Agricoltore delle sue pianticelle - più avventurose e meno perbene che tradizionaliste, o alla moda.

Ovviamente la Parola del Maestro e Signore mette in guardia da tutto ciò che potrebbe impedire una nuova Genesi - anzitutto per il fatto che spesso attendiamo di tornare meccanicamente ai ruoli antichi e al vecchio sistema di cose; al modello assuefatto, esteriore, dirigista.

Siamo forse ancora troppo legati a brame e precedenti livelli economici (v.22) ormai travolti dalle cose... non accettando l’affacciarsi degli opposti che mai avevamo sperimentato né programmato (v.19).

Pensiamo ancora di poter tornare al “tutto come prima”; alla superficialità della società del look non radicato nel convincimento; dell’esteriorità subito entusiasta (vv.20-21) e che non fa spostare lo sguardo.

Invece la marea difforme Viene affinché impariamo a fissare l’occhio dentro, altrove, e oltre - per mettere a fuoco la nostra e altrui ‘figura unica’ nella convivialità delle differenze.

È probabile che il sapere o stile di vita che vorremmo ribadire sia ancora legato a standards, graditi, vecchi, o à la page - ora inadeguati a dare risposte nuove a domande nuove.

E forse tutto ciò ci ha portato troppo a ricalcare e imitare lo squalificato “avere-apparire”, invece che l’essere, e quel carattere prezioso al centro della nostra Chiamata per Nome.

Non è escluso che ci siamo lasciati avvezzare a nomenclature decisionali o alla precipitazione per ansia di prestazioni.

Esse non badano al «terreno bello» dell’unicità, del dono vocazionale inedito [porterebbe a un migliore contatto con le energie disattese della nostra inclinazione genuina - annidata fra le inconsistenze].

Eccoci anzi, tutti presi dalle preoccupazioni del ripristino “come prima” o “come dovremmo essere”...

Ciò, malgrado i traumi attuali siano espliciti segnali ad allargare le consapevolezze finora soffocate (come da «rovi»: v.22).

Appelli eloquenti - anche contemporanei - a lanciare ogni lato verso l’Esodo, per la conquista di rinnovate libertà; territori dell’anima, pur reconditi, nel nucleo dell’essenza.

 

Tutto l’influsso di una spiritualità vuota e formale che ci trasciniamo, inibisce ancora una buona percezione dell’oggi, e snerva, toglie forza intima.

Non consente di seguire il proprio impulso in armonia col mondo interno - o le stesse tendenze in ascolto del Richiamo incessante dei Vangeli [che ancora viene disseminato da profeti non omologati, per annunciare la verità e la creazione d’un mondo alternativo].

Ebbene, qualcosa o l’intera vita potrebbero risultare frastornate; più che mai non andare dalla parte giusta e sgombra: non renderci speciali come il Seminatore desidererebbe - proprio per gli stereotipi o i vuoti emotivi che rubano il Seme, ovvero soffocano la pianta, oppure a motivo della solita presunzione che vuol tornare a svettare subito e così impedisce di farci mettere «radici» profonde.

Bisognerà allora deporre i turbinii cerebrali e i parapiglia volitivi unilaterali; lasciare spazio e cedere alla nuova corrente di qualità che ci sta portando.

E abbandonarsi alle proposte della marea di ‘chicchi che vengono’ per guidarci oltre le vecchie contese: all’energia naturale, originale, della Provvidenza, che ne sa più di noi.

Al Vento dello Spirito che dispiega oltre, i granellini - dove non ti aspetti - non importa la percentuale produttiva (v.23b) ma la nostra sintonia «bella» (v.23a testo greco) che aiuta a rimetterci all’altezza della realtà di lungimiranti mescolanze.

Esse riordineranno altrimenti ogni cosa: al di là dei sistemi mentali abitudinari - e ogni risultato sarà più avveduto, in favore delle Periferie.

Senza troppa disposizione e calcolo nella scelta del terreno [un tempo pretenziosamente rimosso e sanificato a monte] ci renderemo conto che il Seminatore avrà infine sgretolato tanti piedistalli mondani; non per umiliare qualcuno, ma per donare sorprese di fecondità sbalorditiva, anche per la crescita di ogni credo (tutte le denominazioni).

La sua è ovunque e sempre un’Azione generosa e creatrice d’eccezione, messa in campo per rigenerare e dare potenza alle convinzioni.

Non per farci rifare le solite azioni o cliché da manuale [e riprendere a giocare con la performance, o con ristrettezze incatenate di schemi largamente approvati].

Se vogliamo sincronizzare lo stesso movimento del Seminatore, bisogna con Lui e come Lui muoversi verso l’indigenza dei vari terreni (situazioni esistenziali).

Ristrettezza speciale - ancor più acuta, nel tempo dell’emergenza globale - che obbliga a ‘spostarsi’, divenire itineranti, disseminare ovunque.

E non solo raccogliere il «cento» (v.23) nel solito ‘centro’ protetto.

Martedì, 20 Gennaio 2026 05:28

Sotto la Sua Signoria

“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mc 13,31). Fermiamoci un momento a riflettere su questa profezia di Cristo.

L’espressione “il cielo e la terra” è frequente nella Bibbia per indicare tutto l’universo, il cosmo intero. Gesù dichiara che tutto ciò è destinato a “passare”. Non solo la terra, ma anche il cielo, che qui è inteso appunto in senso cosmico, non come sinonimo di Dio. La Sacra Scrittura non conosce ambiguità: tutto il creato è segnato dalla finitudine, compresi gli elementi divinizzati dalle antiche mitologie: non c’è nessuna confusione tra il creato e il Creatore, ma una differenza netta. Con tale chiara distinzione, Gesù afferma che le sue parole “non passeranno”, cioè stanno dalla parte di Dio e perciò sono eterne. Pur pronunciate nella concretezza della sua esistenza terrena, esse sono parole profetiche per eccellenza, come afferma in un altro luogo Gesù rivolgendosi al Padre celeste: “Le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato” (Gv 17,8). In una celebre parabola, Cristo si paragona al seminatore e spiega che il seme è la Parola (cfr Mc 4,14): coloro che l’ascoltano, l’accolgono e portano frutto (cfr Mc 4,20) fanno parte del Regno di Dio, cioè vivono sotto la sua signoria; rimangono nel mondo, ma non sono più del mondo; portano in sé un germe di eternità, un principio di trasformazione che si manifesta già ora in una vita buona, animata dalla carità, e alla fine produrrà la risurrezione della carne. Ecco la potenza della Parola di Cristo.

[Papa Benedetto, Angelus 15 novembre 2009]

Martedì, 20 Gennaio 2026 05:25

La più grande e vera semina

5. “Ecco, il seminatore uscì a seminare” (Mt 13, 3).

L’Incarnazione del Verbo è la più grande e più vera “semina” del Padre. Alla fine dei tempi avverrà la mietitura: l’uomo sarà allora sottoposto al giudizio di Dio. Avendo ricevuto molto, di molto gli sarà domandato conto.

L’uomo è responsabile non solo di se stesso, ma anche delle altre creature. Lo è in senso globale: a lui infatti è legata la loro sorte nel tempo e al di là del tempo. Se egli obbedisce al disegno del Creatore e ad esso si conforma, conduce nel regno della libertà l’intero creato, così come l’ha trascinato con sé nel regno della corruzione, a causa della disobbedienza originale. Questo ha inteso dirci oggi San Paolo nella seconda Lettura.

Discorso misterioso, il suo, ma affascinante. Accogliendo Cristo, l’umanità è in grado di immettere un flusso di vita nuova nella creazione. Senza Cristo, il cosmo stesso paga le conseguenze del rifiuto umano di aderire liberamente al piano della salvezza divina. Per la speranza nostra e di tutte le creature, Cristo ha seminato nel cuore dell’uomo un germe di vita nuova ed immortale. Germe di salvezza che imprime alla creazione un orientamento nuovo: la gloria del Regno di Dio.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia a s. Stefano di Cadore, 11 luglio 1993]

Martedì, 20 Gennaio 2026 05:19

Guardarci dentro

Gesù, quando parlava, usava un linguaggio semplice e si serviva anche di immagini, che erano esempi tratti dalla vita quotidiana, in modo da poter essere compreso facilmente da tutti. Per questo lo ascoltavano volentieri e apprezzavano il suo messaggio che arrivava dritto nel loro cuore; e non era quel linguaggio complicato da comprendere, quello che usavano i dottori della Legge del tempo, che non si capiva bene ma che era pieno di rigidità e allontanava la gente. E con questo linguaggio Gesù faceva capire il mistero del Regno di Dio; non era una teologia complicata. E un esempio è quello che oggi porta il Vangelo: la parabola del seminatore.

Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto. E come può portare frutto? Se noi lo accogliamo.

Perciò la parabola riguarda soprattutto noi: parla infatti del terreno più che del seminatore. Gesù effettua, per così dire, una “radiografia spirituale” del nostro cuore, che è il terreno sul quale cade il seme della Parola. Il nostro cuore, come un terreno, può essere buono e allora la Parola porta frutto – e tanto – ma può essere anche duro, impermeabile. Ciò avviene quando sentiamo la Parola, ma essa ci rimbalza addosso, proprio come su una strada: non entra.

Tra il terreno buono e la strada, l’asfalto – se noi buttiamo un seme sui “sanpietrini”  non cresce niente – ci sono però due terreni intermedi che, in diverse misure, possiamo avere in noi. Il primo, dice Gesù, è quello sassoso. Proviamo a immaginarlo: un terreno sassoso è un terreno «dove non c’è molta terra» (cfr v. 5), per cui il seme germoglia, ma non riesce a mettere radici profonde. Così è il cuore superficiale, che accoglie il Signore, vuole pregare, amare e testimoniare, ma non persevera, si stanca e non “decolla” mai. È un cuore senza spessore, dove i sassi della pigrizia prevalgono sulla terra buona, dove l’amore è incostante e passeggero. Ma chi accoglie il Signore solo quando gli va, non porta frutto.

C’è poi l’ultimo terreno, quello spinoso, pieno di rovi che soffocano le piante buone. Che cosa rappresentano questi rovi? «La preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza» (v. 22), così dice Gesù, esplicitamente. I rovi sono i vizi che fanno a pugni con Dio, che ne soffocano la presenza: anzitutto gli idoli della ricchezza mondana, il vivere avidamente, per sé stessi, per l’avere e per il potere. Se coltiviamo questi rovi, soffochiamo la crescita di Dio in noi. Ciascuno può riconoscere i suoi piccoli o grandi rovi, i vizi che abitano nel suo cuore, quegli arbusti più o meno radicati che non piacciono a Dio e impediscono di avere il cuore pulito. Occorre strapparli via, altrimenti la Parola non porterà frutto, il seme non si svilupperà.

Cari fratelli e sorelle, Gesù ci invita oggi a guardarci dentro: a ringraziare per il nostro terreno buono e a lavorare sui terreni non ancora buoni. Chiediamoci se il nostro cuore è aperto ad accogliere con fede il seme della Parola di Dio. Chiediamoci se i nostri sassi della pigrizia sono ancora numerosi e grandi; individuiamo e chiamiamo per nome i rovi dei vizi. Troviamo il coraggio di fare una bella bonifica del terreno, una bella bonifica del nostro cuore, portando al Signore nella Confessione e nella preghiera i nostri sassi e i nostri rovi. Così facendo, Gesù, buon seminatore, sarà felice di compiere un lavoro aggiuntivo: purificare il nostro cuore, togliendo i sassi e le spine che soffocano la Parola.

La Madre di Dio, che oggi ricordiamo col titolo di Beata Vergine del monte Carmelo, insuperabile nell’accogliere la Parola di Dio e nel metterla in pratica (cfr Lc 8,21), ci aiuti a purificare il cuore e a custodirvi la presenza del Signore.

[Papa Francesco, Angelus 16 luglio 2017]

Lunedì, 19 Gennaio 2026 07:26

Come ricostruire il Tempio?

Il Signore vuole nuova gente, che ascolta

(Mc 3,31-35)

 

Nella vita di chi è interpellato dalla relazione di Fede, per diventare consanguinei del Padre secondo lo Spirito è fondamentale Percepire [nel senso profondo di Ascoltare - non tanto materialmente ‘vedere’].

Neppur vale lo «stare fuori», o voler direttamente ‘parlare’, per ‘convincere’ il Signore (vv.31-32).

È necessario intuire e cogliere: un cammino per incontrare i propri strati profondi dell’essere, la verità delle inclinazioni, e della vita.

Decisivo è accogliere una Parola saziante, che si fa linguaggio e cultura, che ha forza creatrice: data alle orecchie e scoperta dentro. Colta nella storia personale e nella realtà, e trasmessa di nuovo.

Allontanarsi da tale Verbo ed Eros fondante significa distaccarsi da se stessi, disperdersi in rivoli che non ci appartengono, precipitare nel vuoto [‘vuoto’ non inteso come stato energetico profondo, che prepara i nuovi sviluppi].

Paradossalmente, sia la nostra Libertà che la Salvezza del mondo sono frutto di una Obbedienza - ma non esteriore, o altrui.

È piuttosto sintonizzarsi sulla parte del Logos in noi che sta fiorendo; davvero “perfetta”. Nessun modello condizionante.

Nessuna correzione a priori, né forzatura secondo pregiudizio: piuttosto, un’eterna Metamorfosi - accompagnata dal Verbo, che misteriosamente guida di Esodo in Esodo.

Nessuna aspettativa culturale configurata congiungerebbe alla piena comunione con la grande scintilla e pienezza divina in ciascuno e tutti.

Realizzazione del Regno e di ogni giorno - anche fuori dal tempo.

 

Per conoscere Cristo da vicino non basta guardarlo e farsi prendere dalla simpatia o dalla commozione religiosa.

È l’Ascolto che allaccia e instaura legami intimi, che non si spengono - di coinvolgente sintonia col Maestro.

Attorno a Gesù la Parola di Dio crea Famiglia nuova, con vincoli di parentela spirituale più stretti di ciò che offriva il legame di clan.

Il Signore vuole altra gente, che nasca appunto dalla Percezione-presentimento.

Il connubio non è più riservato ed esclusivo; diventa accessibile a chiunque - in qualsiasi condizione si trovi - anche fosse “cieco” esteriore, incapace di scorgere quel che è a portata di mano.

Ciascuno è Chiesa, Casa del Padre, e così può realizzare il Sogno di Dio di abitare con gli uomini e passeggiare affianco.

Egli dimora in mezzo a noi e in noi. Nel suo Verbo, senza più ‘distanze’.

In tal guisa, tutte le nostre azioni devono tendere a questo scopo: formare il Tempio di Dio, la sua casata, il Corpo del Cristo vivente.

Per giungere a tale meta compiuta, mezzo essenziale è ospitare la Vocazione che ci trasforma, fondamento assai più profondo di qualsiasi legame o emozione.

Indispensabile non è un’esperienza (iniziale) di entusiasmo, bensì la custodia della Chiamata che interpreta la vita e diventa mentalità, dinamismo dentro che guida [e sfocia in percorsi di periferia].

 

C’è ben altro Tempio da edificare.

 

 

[Martedì 3.a sett. T.O.  27 gennaio 2026]

Lunedì, 19 Gennaio 2026 07:24

Come ricostruire il Tempio?

Il Signore vuole nuova gente, che ascolta

(Mc 3,31-35)

 

Nella vita di chi è interpellato dalla relazione di Fede, per diventare consanguinei del Padre secondo lo Spirito è fondamentale farsi discepolo, non «stare fuori» (vv.31-32).

Siamo chiamati a Percepire, nel senso profondo di Ascoltare - non tanto materialmente “vedere” in modo diretto, per poi “convincere” il Signore.

È necessario intuire e cogliere: un cammino per incontrare i propri strati profondi dell’essere, la verità delle inclinazioni, e della vita.

Decisivo è accogliere una Parola saziante, che si fa linguaggio e cultura, che ha forza creatrice: data alle orecchie e scoperta dentro. Colta nella storia personale e nella realtà, e trasmessa di nuovo.

Allontanarsi da tale Verbo ed Eros fondante significa distaccarsi da se stessi, disperdersi in rivoli che non ci appartengono, precipitare nel vuoto [“vuoto” non inteso come stato energetico profondo, che prepara i nuovi sviluppi].

Paradossalmente, sia la nostra Libertà che la Salvezza del mondo sono frutto di una Obbedienza - ma non esteriore, o altrui.

È piuttosto sintonizzarsi sulla parte del Logos in noi che sta fiorendo; davvero “perfetta”. Nessun modello condizionante.

Nessuna correzione a priori, né forzatura secondo pregiudizio: piuttosto, un’eterna Metamorfosi - accompagnata dal Verbo, che misteriosamente guida di Esodo in Esodo.

Nessuna aspettativa “culturale” configurata congiungerebbe alla piena comunione con la grande scintilla e pienezza divina in ciascuno e tutti.

Realizzazione del Regno e di ogni giorno - anche fuori dal tempo.

 

Per conoscere Cristo non basta guardarlo esteriormente e farsi prendere dalla simpatia o dalla commozione religiosa.

È l’Ascolto, la consuetudine di vita, il coinvolgimento, che allacciano e instaurano legami intimi, d’autentica sintonia col Maestro.

Attorno a Gesù si crea Famiglia nuova, con vincoli di parentela spirituale più saldi di ciò che offriva il legame angusto dei congiunti.

Il Signore vuole altra gente, che nasca appunto dalla Percezione-presentimento.

Il connubio non è più riservato ed esclusivo; diventa accessibile a chiunque e in qualsiasi condizione si trovi - anche fosse “cieco” esteriore, incapace di scorgere quel che è a portata di mano.

Ciascuno è Chiesa, Casa del Padre, e così può realizzare il Sogno di Dio di abitare con gli uomini e passeggiare affianco.

Egli dimora in mezzo a noi e in noi. Nel suo Verbo, senza più “distanze”.

In tal guisa, tutte le nostre azioni devono tendere a questo scopo: formare il Tempio di Dio, la sua casata, il Corpo del Cristo vivente.

Per giungere a tale meta compiuta, mezzo essenziale è ospitare la Vocazione che ci trasforma, fondamento assai più profondo di qualsiasi legame o emozione.

Indispensabile non è un’esperienza (iniziale) di entusiasmo, bensì la custodia della Chiamata che interpreta la vita e diventa mentalità, dinamismo dentro che guida e sfocia in percorsi di periferia.

 

Nell’antico Israele la base della convivenza sociale era la grande famiglia. Clan e comunità erano garanzia di protezione sia dei focolari particolari che delle persone.

Quel legame di solidarietà reale assicurava il possesso della terra - che dava senso di libertà - e si faceva veicolo della trasmissione culturale, del modo di sentirsi popolo, e della spiritualità stessa.

Difendere la convivenza che garantiva l'identità globale era lo stesso che difendere la Prima Alleanza.

Ma in Palestina al tempo di Gesù la vita del clan e quella comunitaria - più ampia - stavano subendo un declino.

L’eccesso di tasse da pagare ai governi collaborazionisti e al Tempio, l’inevitabile aumento dei ceti che dovevano vendersi come schiavi per debito, forse la mentalità più individualista del mondo ellenista, le minacce imperiali e l’obbligo di accogliere, foraggiare e ospitare le truppe romane [che spesso approfittavano anche dei suoi componenti più deboli], accentuavano i problemi di sopravvivenza.

Oltre a ciò, la severità delle norme di purità era un ulteriore fattore di emarginazione, accanto all’idea crescente - tipica delle religioni - che ci fosse un legame tra maledizione celeste e condizione di miseria.

Le preoccupazioni materiali e di tutela della singola famiglia accentuava il distacco dai momenti collettivi.

Gesù voleva allargare di nuovo i limiti stretti della piccola fraternità del focolare, e allargarli alla grande casata del Regno di Dio.

 

Dal confronto con i brani paralleli dell’episodio, risulta che Gesù ebbe problemi coi suoi congiunti naturali.

Essi tendevano a riassorbirlo nei parametri della tradizione, per timore di ritorsioni e perché lo consideravano estremista (forse squilibrato).

Il Risorto allarga l’idea di Famiglia e contesta i vincoli che allontanano dalla nostra identità-carattere, e missione - si tratti degli impedimenti posti dai suoi, da Pietro, dai discepoli, da potenti, o leaders della religione ufficiale.

Come accennato sopra, in un momento di soggezione politica e di rigida ideologia religiosa legalista, i valori centrali del clan e della comunità si andavano indebolendo a causa della situazione di collasso sociale ed economico.

La situazione di controllo estrinseco - schiavitù sociale e delle coscienze - impediva alle persone di unirsi e condividere, costringendole a limitarsi ai problemi individuali, e di dinastia esclusiva.

[Situazione del tempo di Gesù, eppure non sono aspetti a noi del tutto estranei, anche dal punto di vista di alcuni “carismi” configurati troppo in dettaglio, e delle realtà già affermate sul territorio].

 

Anche durante la guerra civile di fine anni 60 i valori centrali della società romana si andavano indebolendo.

Affinché il nuovo Regno potesse manifestarsi era necessario che l’idea di convivenza superasse gli stretti limiti del singolo e del minuscolo focolare domestico - anche dal punto di vista culturale.

C’era bisogno di uno stimolo che aprisse alla vita comunitaria - intesa secondo lo spirito delle Beatitudini, per una convivialità delle differenze; anche nella coabitazione reale, perfino cruda.

Ancora oggi nel tempo della crisi globale, la meta è un’esistenza non più sfigurata da ripiegamenti, né pregiudicata da necessità immediate, fantasie disincarnate, o schemi radicati.

Sorge impellente il bisogno d’una nuova idea di Famiglia universale, che superi la sorte delle micro-relazioni abituali [appunto, del gruppo, del movimento o persino della denominazione].

Il mondo che prepariamo non renderà più così difficile la libera partecipazione, lo scambio indulgente e concreto, nonché il sorpasso delle domesticazioni.

Una nuova idea di Parentela universale, che favorisca lo scambio e il superamento.

 

C’è ben altro Tempio da edificare.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

La tua famiglia si rinchiude in se stessa? Il tuo gruppo ecclesiale è esclusivo e si impossessa o favorisce la convivenza coi fuori del giro?

Ti concedono solo pillole già pronte e confezionate? Ti aiutano o chiudono nell’apertura al confronto d’idee, all’accorgersi di te stesso, dei lontani e della dovizia di risorse in essere (personali e altrui)?

Lunedì, 19 Gennaio 2026 07:19

Unire cielo e terra

Questo Santuario, costruito attorno alla sua casa terrena, custodisce la memoria del momento in cui l’Angelo del Signore venne da Maria con il grande annuncio dell’Incarnazione, ed ella diede la sua risposta. Questa umile abitazione è una testimonianza concreta e tangibile dell’avvenimento più grande della nostra storia: l’Incarnazione; il Verbo si è fatto carne, e Maria, la serva del Signore, è il canale privilegiato attraverso il quale Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14). Maria ha offerto la propria carne, ha messo tutta se stessa a disposizione della volontà di Dio, diventando «luogo» della sua presenza, «luogo» in cui dimora il Figlio di Dio. Qui possiamo richiamare le parole del Salmo con le quali, secondo la Lettera agli Ebrei, Cristo ha iniziato la sua vita terrena dicendo al Padre: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato…Allora ho detto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà”» (10,5.7). Maria dice parole simili di fronte all’Angelo che le rivela il piano di Dio su di lei: «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). La volontà di Maria coincide con la volontà del Figlio nell’unico progetto di amore del Padre e in lei si uniscono cielo e terra, Dio creatore e la sua creatura. Dio diventa uomo, Maria si fa «casa vivente» del Signore, tempio dove abita l’Altissimo. Il Beato Giovanni XXIII cinquant’anni fa, qui a Loreto, invitava a contemplare questo mistero, a «riflettere su quel congiungimento del cielo con la terra, che è lo scopo dell’Incarnazione e della Redenzione», e continuava affermando che lo stesso Concilio aveva come scopo di estendere sempre più il raggio benefico dell’Incarnazione e Redenzione di Cristo in tutte le forme della vita sociale (cfr AAS 54 [1962], 724). E’ un invito che risuona oggi con particolare forza. Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo. Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna.

Ma il dimorare del Figlio di Dio nella «casa vivente», nel tempio, che è Maria, ci porta ad un altro pensiero: dove abita Dio, dobbiamo riconoscere che tutti siamo «a casa»; dove abita Cristo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sono più stranieri. Maria, che è madre di Cristo è anche nostra madre, ci apre la porta della sua Casa, ci guida ad entrare nella volontà del suo Figlio. È la fede, allora, che ci dà una casa in questo mondo, che ci riunisce in un’unica famiglia e che ci rende tutti fratelli e sorelle. Contemplando Maria, dobbiamo domandarci se anche noi vogliamo essere aperti al Signore, se vogliamo offrire la nostra vita perché sia una dimora per Lui; oppure se abbiamo paura che la presenza del Signore possa essere un limite alla nostra libertà, e se vogliamo riservarci una parte della nostra vita, in modo che possa appartenere solo a noi. Ma è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere, di possesso, di dominio, e la rende capace di aprirsi alla dimensione che la realizza in senso pieno: quella del dono di sé, dell’amore, che si fa servizio e condivisione.

La fede ci fa abitare, dimorare, ma ci fa anche camminare nella via della vita. Anche a questo proposito, la Santa Casa di Loreto conserva un insegnamento importante. Come sappiamo, essa fu collocata sopra una strada. La cosa potrebbe apparire piuttosto strana: dal nostro punto di vista, infatti, la casa e la strada sembrano escludersi. In realtà, proprio in questo particolare aspetto, è custodito un messaggio singolare di questa Casa. Essa non è una casa privata, non appartiene a una persona o a una famiglia, ma è un’abitazione aperta a tutti, che sta, per così dire, sulla strada di tutti noi. Allora, qui a Loreto, troviamo una casa che ci fa rimanere, abitare, e che nello stesso tempo ci fa camminare, ci ricorda che siamo tutti pellegrini, che dobbiamo essere sempre in cammino verso un’altra abitazione, verso la casa definitiva, verso la Città eterna, la dimora di Dio con l’umanità redenta (cfr Ap 21,3).

C’è ancora un punto importante del racconto evangelico dell’Annunciazione che vorrei sottolineare, un aspetto che non finisce mai di stupirci: Dio domanda il «sì» dell’uomo, ha creato un interlocutore libero, chiede che la sua creatura Gli risponda con piena libertà. San Bernardo di Chiaravalle, in uno dei suoi Sermoni più celebri, quasi «rappresenta» l’attesa da parte di Dio e dell’umanità del «sì» di Maria, rivolgendosi a lei con una supplica: «L’angelo attende la tua risposta, perché è ormai tempo di ritornare a colui che lo ha inviato… O Signora, da’ quella risposta, che la terra, che gli inferi, anzi, che i cieli attendono. Come il Re e Signore di tutti desiderava vedere la tua bellezza, così egli desidera ardentemente la tua risposta affermativa… Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!» (In laudibus Virginis Matris, Hom. IV, 8: Opera omnia, Edit. Cisterc. 4, 1966, p. 53s). Dio chiede la libera adesione di Maria per diventare uomo. Certo, il «sì» della Vergine è frutto della Grazia divina. Ma la grazia non elimina la libertà, al contrario, la crea e la sostiene. La fede non toglie nulla alla creatura umana, ma ne permette la piena e definitiva realizzazione.

Cari fratelli e sorelle, in questo pellegrinaggio che ripercorre quello del Beato Giovanni XXIII - e che avviene, provvidenzialmente, nel giorno in cui si fa memoria di san Francesco di Assisi, vero «Vangelo vivente» - vorrei affidare alla Santissima Madre di Dio tutte le difficoltà che vive il nostro mondo alla ricerca di serenità e di pace, i problemi di tante famiglie che guardano al futuro con preoccupazione, i desideri dei giovani che si aprono alla vita, le sofferenze di chi attende gesti e scelte di solidarietà e di amore. Vorrei affidare alla Madre di Dio anche questo speciale tempo di grazia per la Chiesa, che si apre davanti a noi. Tu, Madre del «sì», che hai ascoltato Gesù, parlaci di Lui, raccontaci il tuo cammino per seguirlo sulla via della fede, aiutaci ad annunciarlo perché ogni uomo possa accoglierlo e diventare dimora di Dio. Amen!

[Papa Benedetto, omelia Loreto 4 ottobre 2012]

Lunedì, 19 Gennaio 2026 07:17

Maria durante tutta la vita

La Chiesa ha costantemente riconosciuto Maria santa ed immune da ogni peccato o imperfezione morale. Il Concilio di Trento esprime tale convinzione affermando che nessuno "può evitare, nella sua vita intera, ogni peccato anche veniale, se non in virtù di un privilegio speciale, come la Chiesa ritiene nei riguardi della beata Vergine" (DS 1573). La possibilità di peccare non risparmia neppure il cristiano trasformato e rinnovato dalla grazia. Questa infatti non preserva da ogni peccato per tutta la vita, a meno che, come afferma il Concilio tridentino, uno speciale privilegio assicuri tale immunità dal peccato. È quanto è avvenuto in Maria.

Il Concilio tridentino non ha voluto definire questo privilegio, ha però dichiarato che la Chiesa lo afferma con vigore: "Tenet", cioè lo ritiene fermamente. Si tratta di una scelta che, lungi dal relegare tale verità tra le pie credenze o le opinioni devozionali, ne conferma il carattere di solida dottrina, ben presente nella fede del Popolo di Dio. Del resto, tale convinzione si fonda sulla grazia attribuita a Maria dall’angelo, al momento dell’Annunciazione. Chiamandola "piena di grazia", kecharitoméne, l’angelo riconosce in lei la donna dotata di una perfezione permanente e di una pienezza di santità, senza ombra di colpa, né d’imperfezione d’ordine morale o spirituale.

Alcuni Padri della Chiesa dei primi secoli, non avendo ancora acquisito la convinzione della sua perfetta santità hanno attribuito a Maria delle imperfezioni o dei difetti morali. Anche qualche recente autore ha fatto propria tale posizione. Ma i testi evangelici citati per giustificare queste opinioni non permettono in nessun caso di fondare l’attribuzione di un peccato, o anche solo di una imperfezione morale, alla Madre del Redentore.

La risposta di Gesù a sua madre, all’età di 12 anni: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (Lc 2, 49), è stata, talvolta, interpretata come un velato rimprovero. Un’attenta lettura dell’episodio fa invece capire che Gesù non ha rimproverato sua madre e Giuseppe di cercarlo, dal momento che avevano la responsabilità di vegliare su di lui.

Incontrando Gesù dopo una sofferta ricerca, Maria si limita a chiedergli soltanto il "perché" del suo comportamento: "Figlio, perché ci hai fatto così?" (Lc 2, 48). E Gesù risponde con un altro "perché", astenendosi da ogni rimprovero e riferendosi al mistero della propria filiazione divina.

Neppure le parole pronunciate a Cana: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora" (Gv 2, 4), possono essere interpretate come un rimprovero. Di fronte al probabile disagio che avrebbe provocato agli sposi la mancanza di vino, Maria si rivolge a Gesù con semplicità, affidandogli il problema. Gesù, pur cosciente di essere il Messia tenuto ad obbedire solo al volere del Padre, accede alla richiesta implicita della Madre. Soprattutto, risponde alla fede della Vergine e dà in tal modo inizio ai miracoli, manifestando la sua gloria.

Alcuni poi hanno interpretato in senso negativo la dichiarazione fatta da Gesù, quando, all’inizio della vita pubblica, Maria e i parenti chiedono di vederlo. Riferendoci la risposta di Gesù a chi gli diceva: "Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti", l’evangelista Luca ci offre la chiave di lettura del racconto, che va compreso a partire dalle disposizioni intime di Maria, ben diverse da quelle dei "fratelli" (cf. Gv 7, 5 ). Gesù rispose: "Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica" ( Lc 8, 21 ). Nel racconto dell’Annunciazione, infatti, Luca ha mostrato come Maria è stata il modello dell’ascolto della Parola di Dio e della generosa docilità. Interpretato secondo tale prospettiva, l’episodio propone un grande elogio di Maria, che ha compiuto perfettamente nella propria vita il disegno divino. Le parole di Gesù, mentre si oppongono al tentativo dei fratelli, esaltano la fedeltà di Maria alla volontà di Dio e la grandezza della sua maternità, da lei vissuta non solo fisicamente ma anche spiritualmente.

Nel tessere questa lode indiretta, Gesù usa un metodo particolare: evidenzia la nobiltà del comportamento di Maria, alla luce di affermazioni di portata più generale, e mostra meglio la solidarietà e la vicinanza della Vergine all’umanità nel difficile cammino della santità.

Infine, le parole: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!" ( Lc 11, 28 ), pronunciate da Gesù per rispondere alla donna che dichiarava beata sua Madre, lungi dal mettere in dubbio la perfezione personale di Maria, mettono in risalto il suo adempimento fedele della Parola di Dio: così le ha intese la Chiesa, inserendo tale espressione nelle celebrazioni liturgiche in onore di Maria.

Il testo evangelico, infatti, suggerisce che con questa dichiarazione Gesù ha voluto rivelare proprio nell’intima unione con Dio, e nell’adesione perfetta alla Parola divina, il motivo più alto della beatitudine di sua Madre.

Lo speciale privilegio concesso da Dio alla "tutta santa", ci conduce ad ammirare le meraviglie operate dalla grazia nella sua vita. Ci ricorda inoltre che Maria è stata sempre e tutta del Signore, e che nessuna imperfezione ha incrinato la perfetta armonia tra Lei e Dio.

La sua vicenda terrena, pertanto, è caratterizzata dallo sviluppo costante e sublime della fede, della speranza e della carità. Per questo, Maria è per i credenti il segno luminoso della Misericordia divina e la guida sicura verso le alte vette della perfezione evangelica e della santità.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 19 giugno 1996]

Pagina 5 di 39
Familiarity at the human level makes it difficult to go beyond this in order to be open to the divine dimension. That this son of a carpenter was the Son of God was hard for them to believe. Jesus actually takes as an example the experience of the prophets of Israel, who in their own homeland were an object of contempt, and identifies himself with them (Pope Benedict)
La familiarità sul piano umano rende difficile andare al di là e aprirsi alla dimensione divina. Che questo Figlio di un falegname sia Figlio di Dio è difficile crederlo per loro. Gesù stesso porta come esempio l’esperienza dei profeti d’Israele, che proprio nella loro patria erano stati oggetto di disprezzo, e si identifica con essi (Papa Benedetto)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
The ability to be amazed at things around us promotes religious experience and makes the encounter with the Lord more fruitful. On the contrary, the inability to marvel makes us indifferent and widens the gap between the journey of faith and daily life (Pope Francis)
La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore. Al contrario, l’incapacità di stupirci rende indifferenti e allarga le distanze tra il cammino di fede e la vita di ogni giorno (Papa Francesco)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
And quite often we too, beaten by the trials of life, have cried out to the Lord: “Why do you remain silent and do nothing for me?”. Especially when it seems we are sinking, because love or the project in which we had laid great hopes disappears (Pope Francis)
E tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: “Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?”. Soprattutto quando ci sembra di affondare, perché l’amore o il progetto nel quale avevamo riposto grandi speranze svanisce (Papa Francesco)
The Kingdom of God grows here on earth, in the history of humanity, by virtue of an initial sowing, that is, of a foundation, which comes from God, and of a mysterious work of God himself (John Paul II)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

duevie.art

don Giuseppe Nespeca

Tel. 333-1329741


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.