Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Tradimenti
(Mt 26,14-25)
Mt Mc Lc situano l’istituzione dell’Eucaristia all’interno della cena pasquale giudaica. Una rielaborazione teologica per affermare (nella Fede) il senso dell’autentica Pasqua di Liberazione in Cristo.
Rispetto ai Sinottici, il quarto Vangelo è più aderente al senso del Pane Spezzato: fonte di Vita per tutti.
Gv “anticipa” la morte del Signore al momento in cui i sacerdoti sgozzavano gli agnelli destinati alla cena di Pasqua, sulla spianata del Tempio.
Quindi il sacrificio della Croce - contemporaneo a quest’ultimo evento - è giustamente collocato da Gv nelle ore precedenti la cena “pasquale” dei Sinottici.
In effetti, la Cena del Signore non ha avuto origine dalla celebrazione popolare dell’Esodo del Primo Testamento, nell’aprile dell’anno 30 (Gesù aveva 37 anni).
Nessuna Eucaristia ha mai coinvolto gl’ingredienti tipici della mensa di Pasqua ebraica, quali spezie o salse, erbe dolci e amare, differenti calici di vino e così via.
Il senso originale del gesto rituale del Maestro coi suoi - che fa da sfondo al passo di Vangelo di oggi - è quello gioioso dello Zebah-Todah [Lv 7,11ss: unico culto votivo che poteva essere celebrato fuori del Tempio di Gerusalemme, in casa, con amici e famigliari].
Da ciò il doppio termine (comune) con cui si designa ancora il segno efficace che Cristo ci ha lasciato: Comunione [Zebah] ed Eucaristia [Ringraziamento: Todah].
Todah era un sacrificio di grande lode, uno dei vari generi specifici del sacrificio di Comunione. Ne rinveniamo diverse tracce nella Preghiera Eucaristica prima.
L’azione cerimoniale del Ringraziamento era intesa in senso molto forte, perché celebrava la Vita ritrovata, dopo una grave malattia o uno scampato pericolo di morte.
Buona parte dei Salmi - forse più di un terzo - in diversi punti esprimono la medesima gioia finale: scongiurata minaccia di vita, e l’esperienza di ritrovarsi salvati insieme ai propri cari, per Dono divino.
Il senso di quest’inneggiare nel quotidiano era infatti inizialmente anche per la Chiesa Cattolica - per quasi tutto il primo millennio (al pari della Chiesa Ortodossa) - celebrato con pane lievitato [Lv 7,13], a indicarne il valore domestico e reale.
Esso ricalca i toni propri di tale antico culto di rendimento di grazie in focolare - purtroppo, difficile da tradurre nel senso delle formule proprie [percepibili solo a un orecchio specialmente allenato, e nel testo originale in lingua ebraica].
L’atmosfera lieta e famigliare con cui si celebrava il rito di Comunione e Ringraziamento sembra qui intaccata dal dramma dell’infedeltà.
È un forte richiamo alla vigilanza per tutti noi.
Gesù si consegna non perché il disegno del Padre reclamasse sangue... né che almeno uno la pagasse cara per tutti.
I tratti del Dio non pagano non hanno a che fare con il puntiglio del risarcimento.
Il Padre non ha bisogno di essere rimborsato di nulla.
Non è un vampiro energetico, non pretende che viviamo per lui; al contrario.
E lo vediamo nel Figlio, di cui persino Giuda può disporre. Ma affinché rifletta sulla propria condizione - e così Pietro.
Il Volto del Cristo è quello dell’uomo tradito.
Ma lascia fare, perché gli amici si appartengono - e Lui sa: l’inviolabilità della persona cara può non permanere, anche per cupidigia. Perfino a scapito di Chi per primo ci ha accolti.
Se cade il senso di appartenenza reciproca, ecco l’aspetto dell’Uomo autentico diventare quello dell’uomo venduto...
Tutto ciò avviene con un senso di perdita pacifico - non per effetto d’un disegno preordinato, ma affinché i discepoli riflettano sulla propria situazione, da riconoscere - e integrare.
È il modo tramite il quale veniamo educati alla consapevolezza della nostra carenza radicale; alla coscienza della distanza dall’ideale - del bisogno d’un cammino d’amore e genuinità, ben maggiore di ogni indennizzo.
Condizione quella degli apostoli (come si scruta nel passo di Vangelo) ancora vacua e disattenta, o addirittura belluina e pre-umana - incline pure a far commercio di Dio, e delle persone non artefatte.
È come se per attivarci attraverso il dubbio su Giuda e sull’intera comitiva attorno, il Signore stesse ancora silenziosamente dicendo - proprio a noi, ma senza moralismi: «Dove siete?».
A motivo delle persecuzioni, alcuni fedeli della comunità di Mt si erano lasciati intimidire e avevano abbandonato i fratelli di fede. Quale atteggiamento adottare nei loro confronti?
La scandalosa vicenda del fallimento dei primi discepoli apre incessanti spiragli alle assemblee di tutti i tempi: la logica del Regno non è intaccata da nulla.
Porte spalancate anche per chi rinnega e fugge il Maestro.
Il cammino religioso senza il balzo della Fede inculca nelle persone sensibili un progressivo e spiccato senso d’indegnità: impone un’attesa, snervante, di perfezioni che incalzano.
Conta la splendida abilità e attitudine: ciò che l’uomo fa per Dio.
Ma l’amore divino non è sotto condizione. Quindi nel percorso genuino e più affidabile vale anzitutto la sorpresa: ciò che il Signore crea per noi.
Egli è il Veniente, e il Soggetto che opera, dispone, guida - Colui che ritesse la trama. E con rovesci o balzi inattesi strappa dall’ossessione d’insufficienza.
Senza tale Amicizia libera e “guidata” più che sapiente, si cede e può capitare di vendere Cristo in cambio di fuochi fatui, bagliori momentanei, convinzioni altrui, futili cianfrusaglie; tornaconti, felicità scadenti.
Gesù continua a intingerci il boccone nel suo Sangue e a porgercelo. Man mano impareremo a schierarci per i suoi valori, affinché riviva attraverso noi come Pane spezzato e distribuito.
Poco a poco riusciremo persino a non ammutolire e non scappare di fronte al dono della vita... trasmutandoci in Alimento.
L’unico personaggio che invece rovina e autodistrugge se stesso (Mt 27,5) è quello compromesso sino in fondo con seduzioni esterne, e le false guide spirituali.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Se interpellato su ciò che caratterizza, t’impegni a squadernare convinzioni altrui e traguardi esterni o ricalcati? Ovvero sbandieri la libertà di essere e diventare te stesso in Cristo?
Il testo di don Mazzolari riproposto da Papa Francesco
Nostro fratello
Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario. Tutti gli apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”. Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni.
(Giovedì Santo, 3 aprile 1958)
Il capitello di Vézelay
«Mi consola contemplare quel capitello di Vézelay». È la confidenza spirituale offerta da Papa Francesco nella sua meditazione mattutina a Santa Marta. Il riferimento è a un capitello medievale della basilica di Vézelay, in Borgogna, dedicata a Santa Maria Maddalena, sull’antica via per Santiago de Compostela. Proprio sul primo capitello, a circa venti metri dal pavimento, a destra guardando l’altare, c’è una scultura che colpisce e sconcerta. Da un lato si vede Giuda impiccato, con la lingua di fuori, circondato dai diavoli. La sorpresa arriva dall’altro lato del capitello: c’è il Buon Pastore che porta sulle spalle proprio il corpo di Giuda.
(Papa Francesco, in L’Osservatore Romano 8 aprile 2020: https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-04/per-la-conversione-dei-tanti-giuda-di-oggi.html)
La questione è oggetto di varie ipotesi. Alcuni ricorrono al fattore della sua cupidigia di danaro; altri sostengono una spiegazione di ordine messianico: Giuda sarebbe stato deluso nel vedere che Gesù non inseriva nel suo programma la liberazione politico-militare del proprio Paese. In realtà, i testi evangelici insistono su un altro aspetto: Giovanni dice espressamente che “il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo” (Gv 13,2); analogamente scrive Luca: “Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici” (Lc 22,3). In questo modo, si va oltre le motivazioni storiche e si spiega la vicenda in base alla responsabilità personale di Giuda, il quale cedette miseramente ad una tentazione del Maligno. Il tradimento di Giuda rimane, in ogni caso, un mistero. Gesù lo ha trattato da amico (cfr Mt 26,50), però, nei suoi inviti a seguirlo sulla via delle beatitudini, non forzava le volontà né le premuniva dalle tentazioni di Satana, rispettando la libertà umana.
In effetti, le possibilità di perversione del cuore umano sono davvero molte. L'unico modo di ovviare ad esse consiste nel non coltivare una visione delle cose soltanto individualistica, autonoma, ma al contrario nel mettersi sempre di nuovo dalla parte di Gesù, assumendo il suo punto di vista. Dobbiamo cercare, giorno per giorno, di fare piena comunione con Lui. Ricordiamoci che anche Pietro voleva opporsi a lui e a ciò che lo aspettava a Gerusalemme, ma ne ricevette un rimprovero fortissimo: “Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,32-33)! Pietro, dopo la sua caduta, si è pentito ed ha trovato perdono e grazia. Anche Giuda si è pentito, ma il suo pentimento è degenerato in disperazione e così è divenuto autodistruzione. E’ per noi un invito a tener sempre presente quanto dice san Benedetto alla fine del fondamentale capitolo V della sua “Regola”: “Non disperare mai della misericordia divina”. In realtà Dio “è più grande del nostro cuore”, come dice san Giovanni (1 Gv 3,20). Teniamo quindi presenti due cose. La prima: Gesù rispetta la nostra libertà. La seconda: Gesù aspetta la nostra disponibilità al pentimento ed alla conversione; è ricco di misericordia e di perdono. Del resto, quando, pensiamo al ruolo negativo svolto da Giuda dobbiamo inserirlo nella superiore conduzione degli eventi da parte di Dio. Il suo tradimento ha condotto alla morte di Gesù, il quale trasformò questo tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre (cfr Gal 2,20; Ef 5,2.25). Il Verbo “tradire” è la versione di una parola greca che significa “consegnare”. Talvolta il suo soggetto è addirittura Dio in persona: è stato lui che per amore “consegnò” Gesù per tutti noi (cfr Rm 8,32). Nel suo misterioso progetto salvifico, Dio assume il gesto inescusabile di Giuda come occasione del dono totale del Figlio per la redenzione del mondo.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 18 ottobre 2006]
1.Con domenica scorsa, Domenica delle Palme, siamo entrati nella settimana detta «santa», perché in essa commemoriamo gli eventi centrali della nostra redenzione. Il cuore di questa settimana è il Triduo della Passione e della Risurrezione del Signore che, come si legge nel Messale Romano, "risplende al vertice dell'anno liturgico, perché l'opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio è stata compiuta da Cristo specialmente per mezzo del mistero pasquale, col quale, morendo, ha distrutto la nostra morte, e, risorgendo, ci ha ridonato la vita" (Norme Generali, 18). Nella storia dell'umanità nulla è avvenuto di più significativo e di maggior valore. Al termine della Quaresima, ci apprestiamo così a vivere con fervore i giorni più importanti per la nostra fede, intensifichiamo il nostro impegno a seguire, con sempre più grande fedeltà, Cristo, Redentore dell'uomo.
2. La Settimana Santa ci conduce a meditare sul senso della Croce, in cui "la rivelazione dell'amore misericordioso di Dio raggiunge il suo culmine" (cfr Dives in misericordia, 8). In maniera tutta particolare, ci stimola a tale riflessione il tema di questo terzo anno di immediata preparazione al Grande Giubileo del Duemila, dedicato al Padre. Ci ha salvati la sua infinita misericordia. Egli, per redimere l'umanità, ha liberamente donato il suo Figlio Unigenito. Come non ringraziarlo? La storia è illuminata e guidata dall'evento incomparabile della redenzione: Dio, ricco di misericordia, ha effuso su ogni essere umano la sua infinita bontà, per mezzo del sacrificio di Cristo. Come manifestare in modo adeguato la nostra riconoscenza? La liturgia di questi giorni, se da un lato ci fa elevare al Signore, vincitore della morte, un inno di ringraziamento, ci chiede, al tempo stesso, di eliminare dalla nostra vita tutto ciò che ci impedisce di conformarci a lui. Contempliamo Cristo nella fede e ripercorriamo le tappe decisive della salvezza da lui operata. Ci riconosciamo peccatori e confessiamo la nostra ingratitudine, la nostra infedeltà e la nostra indifferenza di fronte al suo amore. Abbiamo bisogno del suo perdono che ci purifichi e ci sostenga nell'impegno di interiore conversione e di perseverante rinnovamento dello spirito.
3. "Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia: nella tua grande bontà cancella il mio peccato... Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato" (Sal 50, 1.4). Queste parole, che abbiamo proclamato il Mercoledì delle Ceneri, ci hanno accompagnato durante tutto l'itinerario quaresimale. Esse risuonano nel nostro spirito con singolare intensità all'approssimarsi dei giorni santi, nei quali ci viene rinnovato il dono straordinario della remissione delle colpe, ottenuto per noi da Gesù sulla Croce. Di fronte al Crocifisso, richiamo eloquente alla misericordia di Dio, come non pentirsi dei propri peccati e non convertirsi all'amore? Come non riparare concretamente i torti causati agli altri e restituire i beni acquisiti in modo non onesto? Il perdono esige gesti concreti: il pentimento è vero ed efficace solo quando si traduce in atti tangibili di conversione e di giusta riparazione.
4. "Nella tua fedeltà soccorrimi, Signore"! Così ci esorta a pregare l'odierna liturgia del Mercoledì Santo, tutta proiettata verso gli eventi salvifici che commemoreremo nei prossimi giorni. Proclamando quest'oggi il Vangelo di Matteo sulla Pasqua e sul tradimento di Giuda, pensiamo già alla solenne Messa "in Cena Domini" di domani pomeriggio, che ricorderà l'istituzione del Sacerdozio e dell'Eucaristia, nonché il comando "nuovo" dell'amore fraterno lasciatoci dal Signore alla vigilia della sua morte.
Tale suggestiva celebrazione sarà preceduta, domani mattina, dalla Messa crismale, che in tutte le cattedrali del mondo il Vescovo presiede attorniato dal suo presbiterio. Vengono benedetti gli oli sacri per il Battesimo, per l'Unzione degli infermi ed il Crisma. In serata, poi, terminata la Messa "in Cena Domini", vi sarà il tempo dell'adorazione, quasi in risposta all'invito che Gesù rivolse ai suoi discepoli nella drammatica notte della sua agonia: «Restate qui e vegliate con me» (Mt 26, 38).
Il Venerdì Santo è giorno di grande commozione, nel quale la Chiesa ci farà riascoltare il racconto della Passione di Cristo. L'"adorazione" della Croce sarà al centro dell'azione liturgica che in quel giorno verrà celebrata, mentre la Comunità ecclesiale prega intensamente per le necessità dei credenti e del mondo intero.
Subentra, quindi, una fase di profondo silenzio. Tutto tacerà sino alla notte del Sabato Santo. Nel cuore delle tenebre irromperanno la gioia e la luce con i suggestivi riti della Veglia pasquale ed il canto festoso dell'"Alleluia". Sarà l'incontro nella fede con Cristo risorto e la gioia pasquale si prolungherà per tutti i cinquanta giorni che seguiranno.
5. Carissimi Fratelli e Sorelle, disponiamoci a rivivere questi eventi con intimo fervore insieme a Maria Santissima, presente nel momento della passione del suo Figlio e testimone della sua risurrezione. Dice un canto polacco: "Madre santissima, eleviamo il nostro grido al tuo Cuore trafitto con la spada del dolore!". Maria accetti le nostre preghiere ed i sacrifici di coloro che soffrono; avvalori i nostri propositi quaresimali e ci accompagni mentre seguiremo Gesù nell'ora della prova estrema. Cristo, martoriato e crocifisso, è sorgente di forza e segno di speranza per tutti i credenti e per l'intera umanità.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 31 marzo 1999]
«Preghiamo oggi per la gente che, in questo tempo di pandemia, fa commercio con i bisognosi; approfittano della necessità degli altri e li vendono: i mafiosi, gli usurai e tanti. Che il Signore tocchi il loro cuore e li converta». Non è ricorso a giri di parole Papa Francesco, mercoledì mattina, 8 aprile, all’inizio della messa celebrata nella cappella di Casa Santa Marta e trasmessa in diretta streaming. Invitando poi, nell’omelia, a guardare ai tanti «Giuda istituzionalizzati» di oggi che, in diversi modi, sfruttano e vendono le persone, familiari compresi. Ma anche al «piccolo Giuda» che è in ciascuno, pronto a tradire per interesse.
«Mercoledì Santo è chiamato anche “mercoledì del tradimento”, il giorno nel quale si sottolinea nella Chiesa il tradimento di Giuda», ha spiegato il Papa dando il via alla sua meditazione. Il passo del Vangelo di Matteo (26, 14-25), proposto dalla liturgia, ricorda proprio che «Giuda vende il Maestro».
In realtà, «quando noi pensiamo al fatto di vendere gente — ha fatto presente il Pontefice — viene alla mente il commercio fatto con gli schiavi dall’Africa per portarli in America: una cosa vecchia». E ci sembra una «cosa lontana» anche «il commercio, per esempio, delle ragazze yazide vendute a Daesh».
Però «anche oggi si vende gente, tutti i giorni» ha affermato Francesco. Anche oggi, dunque, «ci sono dei Giuda che vendono i fratelli e le sorelle: sfruttandoli nel lavoro, non pagando il giusto, non riconoscendo i doveri».
«Anzi, vendono tante volte le cose più care» ha rilanciato il Papa, confidando di pensare «che, per essere più comodo, un uomo è capace di allontanare i genitori e non vederli più; metterli al sicuro in una casa di riposo e non andare a trovarli». Si «vende» senza scrupoli.
A questo proposito il Pontefice ha ricordato che «c’è un detto molto comune che, parlando di gente così, dice che “questo è capace di vendere la propria madre”: e la vendono». Come a dire: «Adesso sono tranquilli, sono allontanati: “Curateli voi”».
«Oggi il commercio umano — ha insistito Francesco — è come ai primi tempi: si fa. E questo perché? Perché: Gesù lo ha detto. Lui ha dato al denaro una signorìa. Gesù ha detto: “Non si può servire Dio e il denaro”, due signori» (cfr. Luca 16, 13). Ed «è l’unica cosa — ha fatto notare — che Gesù pone all’altezza e ognuno di noi deve scegliere: o servi Dio, e sarai libero nell’adorazione e nel servizio; o servi il denaro, e sarai schiavo del denaro».
«Questa è l’opzione», ma «tanta gente vuole servire Dio e il denaro e questo non si può fare» ha puntualizzato il Papa. Tanto che, «alla fine, fanno finta di servire Dio per servire il denaro». Si tratta degli «sfruttatori nascosti che sono socialmente impeccabili, ma sotto il tavolo fanno il commercio, anche con la gente: non importa. Lo sfruttamento umano è vendere il prossimo».
«Giuda se n’è andato — ha proseguito il Pontefice — ma ha lasciato dei discepoli, che non sono suoi discepoli ma del diavolo». Del resto, «com’è stata la vita di Giuda noi non lo sappiamo. Un ragazzo normale, forse, e anche con inquietudini, perché il Signore lo ha chiamato a essere discepolo». Però «lui mai è riuscito a esserlo: non aveva bocca di discepolo e cuore di discepolo come abbiamo letto nella prima lettura» ha rimarcato Francesco, facendo riferimento al passo tratto da libro del profeta Isaia (50, 4-9).
Insomma, Giuda «era debole nel discepolato, ma Gesù lo amava». In realtà, ha aggiunto il Papa, «il Vangelo ci fa capire che» a Giuda «piacevano i soldi: a casa di Lazzaro, quando Maria unge i piedi di Gesù con quel profumo così costoso, lui fa la riflessione e Giovanni sottolinea: “Ma non lo dice perché amava i poveri: perché era ladro”» (cfr. Giovanni 12, 6).
E così «l’amore al denaro lo aveva portato fuori dalle regole: a rubare, e da rubare a tradire c’è un passo piccolino» ha affermato il Pontefice. «Chi ama troppo i soldi — ha aggiunto — tradisce per averne di più, sempre: è una regola, è un dato di fatto». Ed ecco che «il Giuda ragazzo, forse buono, con buone intenzioni, finisce traditore al punto di andare al mercato a vendere: “Andò dai capi dei sacerdoti e disse: ‘Quanto volete darmi perché io ve lo consegni’”, direttamente?» (cfr. Matteo 26, 14).
«A mio avviso, quest’uomo era fuori di sé» ha spiegato Francesco. «Una cosa che attira la mia attenzione — ha confidato — è che Gesù mai gli dice “traditore”; dice che sarà tradito, ma non dice a lui “traditore”. Mai gli dice “vai via, traditore”. Mai! Anzi, gli dice “amico” e lo bacia».
Siamo davanti al «mistero di Giuda: com’è il mistero di Giuda? Don Primo Mazzolari l’ha spiegato meglio di me» ha affermato il Papa ricordando l’omelia — di cui riportiamo uno stralcio in questa pagina — che il parroco di Bozzolo pronunciò il Giovedì santo del 1958. «Sì, mi consola — ha proseguito — contemplare quel capitello di Vèzelay: come finì Giuda? Non so. Gesù minaccia forte, qui; minaccia forte: “Guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”» scrive Giovanni nel suo Vangelo. «Ma questo vuol dire che Giuda è all’Inferno? Non so. Io guardo il capitello. E sento la parola di Gesù: “Amico”» ha detto Francesco.
Tutto «questo — ha affermato — ci fa pensare a un’altra cosa, che è più reale, più di oggi: il diavolo entrò in Giuda, è stato il diavolo a condurlo a questo punto. E come finì la storia? Il diavolo è un mal pagatore: non è un pagatore affidabile. Ti promette tutto, ti fa vedere tutto e alla fine ti lascia solo nella tua disperazione ad impiccarti».
«Il cuore di Giuda», ha fatto presente Francesco, è «inquieto, tormentato dalla cupidigia e tormentato dall’amore a Gesù». È «un amore che non è riuscito a farsi amore». Così Giuda, «tormentato con questa nebbia, torna dai sacerdoti chiedendo perdono, chiedendo salvezza». Ma si sente rispondere: «Cosa c’entriamo noi? È cosa tua». Infatti «il diavolo parla così e ci lascia nella disperazione».
Concludendo la meditazione il Pontefice ha invitato a pensare «a tanti Giuda istituzionalizzati in questo mondo, che sfruttano la gente». Ma ha chiesto di pensare «anche al “piccolo Giuda” che ognuno di noi ha dentro di sé nell’ora di scegliere: fra lealtà o interesse». Con la consapevolezza che ciascuno «ha la capacità di tradire, di vendere, di scegliere per il proprio interesse. Ognuno di noi ha la possibilità di lasciarsi attirare dall’amore dei soldi o dei beni o del benessere futuro». Insomma: «Giuda, dove sei?» è una domanda che Francesco suggerisce di porre a se stessi: «Tu, Giuda, il “piccolo Giuda” che ho dentro: dove sei?».
È poi con la preghiera del cardinale Rafael Merry del Val che il Papa ha invitato «le persone che non possono comunicarsi» a fare la comunione spirituale. E ha concluso la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica. Per sostare infine in preghiera davanti all’immagine mariana nella cappella di Casa Santa Marta, accompagnato dal canto dell’antifona Ave Regina Caelorum.
Il testo di don Mazzolari riproposto dal Papa nell’omelia
Nostro fratello
Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario. Tutti gli apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”. Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni.
(Giovedì Santo, 3 aprile 1958)
Il capitello di Vézelay
«Mi consola contemplare quel capitello di Vézelay». È la confidenza spirituale offerta da Papa Francesco nella sua meditazione mattutina a Santa Marta. Il riferimento è a un capitello medievale della basilica di Vézelay, in Borgogna, dedicata a Santa Maria Maddalena, sull’antica via per Santiago de Compostela. Proprio sul primo capitello, a circa venti metri dal pavimento, a destra guardando l’altare, c’è una scultura che colpisce e sconcerta. Da un lato si vede Giuda impiccato, con la lingua di fuori, circondato dai diavoli. La sorpresa arriva dall’altro lato del capitello: c’è il Buon Pastore che porta sulle spalle proprio il corpo di Giuda.
[Papa Francesco, in L’Osservatore Romano 8 aprile 2020: https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-04/per-la-conversione-dei-tanti-giuda-di-oggi.html]
Domenica delle Palme e della Passione del Signore [29 Marzo 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Entriamo nella Settimana Santa di cui la domenica delle Palme ci anticipa già la gioia e il dolore, il mistero dell’amore e dell’odio che conduce alla morte: tutta la passione morte e risurrezione di Cristo. Rivivere non è solo ricordare ma anche aprire sempre più il cuore a questo mistero di salvezza.
*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (50,4-7)
Isaia certamente non pensava a Gesù Cristo quando ha scritto questo testo, probabilmente nel VI secolo a.C., durante l’esilio a Babilonia. Mi spiego: poiché il suo popolo si trova in esilio, in condizioni molto dure, e potrebbe facilmente lasciarsi andare allo scoraggiamento, Isaia gli ricorda che esso è sempre il servo di Dio. E che Dio conta su di lui, il suo servo (cioè il suo popolo), per portare a compimento il suo progetto di salvezza per l’umanità. Il popolo di Israele è dunque questo Servo di Dio nutrito ogni mattina dalla Parola, ma anche perseguitato proprio a causa della sua fede e capace, nonostante tutto, di resistere a tutte le prove. In questo testo Isaia descrive bene la relazione straordinaria che unisce il Servo (Israele) al suo Dio. La sua caratteristica principale è l’ascolto della Parola di Dio, «l’orecchio aperto», come dice Isaia. “Ascoltare” è una parola che nella Bibbia ha un significato molto particolare: vuol dire avere fiducia. Si è soliti contrapporre queste due attitudini fondamentali tra le quali la nostra vita oscilla continuamente:la fiducia verso Dio, l’abbandono sereno alla sua volontà perché sappiamo per esperienza che la sua volontà è sempre buona; oppure la diffidenza, il sospetto verso le intenzioni di Dio, e la ribellione davanti alle prove, una ribellione che può portarci a credere che Dio ci abbia abbandonati o, peggio, che possa trovare una qualche soddisfazione nelle nostre sofferenze.
I profeti ripetono: “Ascolta, Israele” oppure: “Oggi ascolterete la Parola di Dio?” E sulle loro labbra la raccomandazione “ascoltate” significa sempre: abbiate fiducia in Dio, qualunque cosa accada. E san Paolo spiega il motivo: Noi sappiamo che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio (Rm 8,28).
Da ogni male, da ogni difficoltà, da ogni prova, Dio fa nascere un bene; a ogni odio oppone un amore ancora più forte; in ogni persecuzione dona la forza del perdono; e da ogni morte fa sorgere la vita, la risurrezione. È la storia di una fiducia reciproca. Dio si fida del suo Servo e gli affida una missione; a sua volta il Servo accetta la missione con fiducia. Ed è proprio questa fiducia che gli dà la forza necessaria per restare saldo anche nelle opposizioni che inevitabilmente incontrerà. Qui la missione è quella del testimone: “Perché io sappia sostenere con la parola chi è stanco”, dice il Servo. Affidandogli questa missione, il Signore dona anche la forza necessaria e il linguaggio adatto: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo”. E ancora di più: egli stesso alimenta questa fiducia che è la sorgente di ogni audacia al servizio degli altri: “Il Signore Dio fa attento il mio orecchio”, il che significa che l’ascolto (nel senso biblico, cioè la fiducia) è esso stesso un dono di Dio. Tutto è dono: la missione, la forza, e anche la fiducia che rende incrollabili. Questa è proprio la caratteristica del credente: riconoscere tutto come dono di Dio. Colui che vive in questo dono permanente della forza di Dio può affrontare tutto: “Non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. La fedeltà alla missione ricevuta comporta inevitabilmente la persecuzione. I veri profeti, coloro che parlano davvero nel nome di Dio, sono raramente apprezzati durante la loro vita. Concretamente Isaia dice ai suoi contemporanei: tenete duro. Il Signore non vi ha abbandonati; al contrario, siete in missione per lui. Non meravigliatevi dunque se siete maltrattati. Perché? Perché il Servo che ascolta davvero la Parola di Dio, cioè che la mette in pratica, diventa presto molto scomodo. La sua stessa conversione chiama gli altri alla conversione. Alcuni accolgono questo appello…altri lo rifiutano e, forti delle loro ragioni, perseguitano il Servo. E ogni mattina il Servo deve tornare alla sorgente, presso Colui che gli permette di affrontare tutto. Isaia usa un’espressione un po’ strana: “rendo la mia faccia dura come pietra” per esprimere decisione e coraggio. Isaia parlava al suo popolo perseguitato e umiliato durante l’esilio a Babilonia; ma, naturalmente, quando si rilegge la passione di Cristo, questo testo appare in tutta la sua evidenza: Cristo corrisponde perfettamente a questo ritratto del Servo di Dio. Ascolto della Parola, fiducia incrollabile e quindi certezza della vittoria anche nel cuore della persecuzione: tutto questo caratterizzava Gesù proprio nel momento in cui le acclamazioni della folla nella domenica delle Palme segnavano e acceleravano la sua condanna.
*Salmo Responsoriale (21/22)
Il Salmo 21(22) inizia con il celebre grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questa frase è stata spesso isolata dal suo contesto e interpretata come un grido di disperazione, mentre in realtà il salmo va letto per intero. Infatti, dopo aver descritto la sofferenza e l’angoscia, termina con un grande canto di ringraziamento: “Tu mi hai risposto! Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli”. Colui che all’inizio si sente abbandonato riconosce alla fine che Dio lo ha salvato e non lo ha lasciato solo. Alcune immagini del salmo sembrano descrivere la crocifissione: “Hanno trafitto le mie mani e i miei piedi”, “si dividono le mie vesti”, “una banda di malvagi mi circonda”. Per questo il Nuovo Testamento applicherà questo salmo alla passione di Gesù. Tuttavia, il testo nasce in un contesto storico preciso: il ritorno del popolo di Israele dall’esilio di Babilonia. L’esilio era stato come una condanna a morte per il popolo, che aveva rischiato di scomparire; il ritorno nella propria terra è quindi paragonato alla liberazione di un condannato che ha sfiorato la morte. L’immagine della crocifissione serve a esprimere l’umiliazione, la violenza e il senso di abbandono vissuti dal popolo, ma il centro del salmo non è la sofferenza bensì la salvezza ricevuta. Il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” non è dunque un grido di disperazione o di dubbio, ma la preghiera di chi soffre e continua a rivolgersi a Dio con fiducia. Anche nella prova Israele non smette di pregare e di ricordare l’alleanza e i benefici ricevuti dal Signore. Per questo il salmo può essere paragonato a un ex-voto: nel momento del pericolo si invoca l’aiuto di Dio e, una volta salvati, si rende grazie pubblicamente. Il salmo ricorda il dramma vissuto, ma soprattutto proclama la gratitudine verso Dio che ha liberato il suo popolo. Gli ultimi versetti diventano così un grande canto di lode: i poveri saranno saziati, coloro che cercano il Signore lo loderanno, e tutte le nazioni riconosceranno la sua signoria. La salvezza di Dio sarà annunciata anche alle generazioni future. Per questo, nella tradizione cristiana, questo salmo è stato riconosciuto come una profezia della passione di Cristo: sulla croce Gesù riprende il primo versetto del salmo, ma come per Israele anche per lui l’ultima parola non è il dolore, bensì la salvezza e la vita.
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (2,6-11)
Durante l’esilio a Babilonia, nel VI secolo a.C., il profeta Isaia aveva attribuito al popolo di Israele il titolo di Servo di Dio. La loro missione, nel mezzo delle prove dell’esilio, era rimanere fedeli alla fede dei padri e testimoniarla tra i pagani, anche a costo di umiliazioni e persecuzioni. Solo Dio poteva dare loro la forza per compiere questa missione. Quando i primi cristiani si trovarono davanti allo scandalo della croce, cercarono di comprendere il destino di Gesù e trovarono la spiegazione nelle parole di san Paolo: Gesù “svuotò se stesso prendendo la condizione di servo”. Anche lui affrontò opposizione, umiliazioni e persecuzioni, cercando la sua forza nel Padre e vivendo in una fiducia totale in Lui. Pur essendo di condizione divina, Gesù non cercò gloria e onori. Come dice Paolo, “pur essendo nella condizione di Dio, non considerò un privilegio l’essere come Dio”. Proprio perché è Dio, non rivendica nulla per sé, ma vive nell’amore gratuito e si fa uomo per mostrare agli uomini la via della salvezza. La sua esaltazione non è una ricompensa meritata, ma un dono gratuito di Dio. La logica di Dio non è quella del merito o del calcolo, ma quella della grazia, che è sempre dono gratuito. Secondo Paolo, il progetto di Dio è un disegno di amore: far entrare l’umanità nella sua vita, nella sua gioia e nella sua comunione. Questo dono non si conquista, ma si accoglie con gratitudine. Quando l’uomo pretende o rivendica, si chiude da solo alla grazia, come accadde simbolicamente con il peccato del giardino dell’Eden. Gesù invece vive nell’atteggiamento opposto: l’accoglienza totale della volontà del Padre, ciò che Paolo chiama obbedienza. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni nome: il nome di Signore, titolo che nell’Antico Testamento apparteneva solo a Dio. Davanti a lui “ogni ginocchio si piega”, riprendendo le parole del profeta Isaia (Is 45,23). Gesù ha vissuto tutta la sua vita nell’umiltà e nella fiducia, anche di fronte alla violenza degli uomini e alla morte. La sua obbedienza – che significa letteralmente “mettere l’orecchio davanti alla parola” – esprime un ascolto totale e fiducioso della volontà del Padre. Per questo l’inno di Paolo si conclude con la professione di fede della Chiesa: “Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. In Cristo si manifesta pienamente la gloria di Dio, cioè la rivelazione del suo amore infinito. Vedendo Gesù amare fino alla fine e donare la vita, si può riconoscere, come il centurione sotto la croce, che egli è veramente il Figlio di Dio.
*Passione di Gesù Cristo secondo san Matteo (26, 14-27.66)
Ogni anno, nella domenica delle Palme, la liturgia legge il racconto della Passione in uno dei tre Vangeli sinottici; quest’anno è quello di Matteo. I quattro racconti della Passione sono simili nelle grandi linee, ma ogni evangelista mette in luce alcuni aspetti particolari. Matteo, in particolare, riferisce alcuni episodi e dettagli che gli altri non riportano. Anzitutto Matteo è l’unico a indicare la somma esatta per cui Giuda tradisce Gesù: trenta monete d’argento, che secondo la Legge era il prezzo di uno schiavo. Questo dettaglio mostra il disprezzo con cui gli uomini hanno trattato il Signore. In seguito lo stesso Giuda, preso dal rimorso, restituisce il denaro ai capi dei sacerdoti dicendo di aver consegnato alla morte un innocente. Essi però non vogliono assumersene la responsabilità. Giuda getta le monete nel tempio e si impicca; i sacerdoti utilizzano quel denaro per acquistare il campo del vasaio, destinato alla sepoltura degli stranieri, chiamato poi “Campo del sangue”, compiendo così una parola profetica. Durante il processo davanti a Pilato, Matteo racconta un episodio unico: l’intervento della moglie di Pilato, che manda a dire al marito di non avere nulla a che fare con “quel giusto”, perché ha sofferto molto in sogno a causa sua. Lo stesso Pilato appare inquieto e, vedendo che la folla si agita sempre di più, compie il gesto simbolico di lavarsi le mani, dichiarandosi innocente del sangue di quell’uomo. La folla risponde: Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli. Pilato allora libera Barabba e consegna Gesù perché sia crocifisso. Al momento della morte di Gesù, anche Matteo racconta che il velo del tempio si squarcia, ma aggiunge particolari straordinari: la terra trema, le rocce si spezzano, i sepolcri si aprono e molti giusti risorgono e appaiono nella città santa dopo la risurrezione di Gesù. Infine Matteo sottolinea la preoccupazione delle autorità di sorvegliare il sepolcro, temendo che i discepoli possano rubare il corpo e dire che Gesù è risorto; proprio questa sarà la voce che essi diffonderanno dopo la Pasqua. Il racconto mette in evidenza un grande paradosso: l’accecamento delle autorità religiose, che perseguitano Gesù, mentre alcuni pagani, quasi senza volerlo, gli attribuiscono i titoli più alti. La moglie di Pilato lo chiama “giusto”, Pilato fa scrivere sulla croce “Re dei Giudei”, e perfino il titolo di “Figlio di Dio”, inizialmente usato per deriderlo, diventa alla fine una vera professione di fede quando il centurione romano esclama: “Davvero costui era Figlio di Dio”. Questa confessione anticipa già l’apertura della salvezza ai pagani e mostra che la morte di Cristo non è una sconfitta, ma una vittoria. Matteo mette in risalto il contrasto tra la debolezza del condannato e la sua vera grandezza: proprio nella sua apparente impotenza Gesù manifesta la grandezza di Dio, che è l’amore infinito. E sotto questo aspetto comprendiamo sempre più il valore della passione di Cristo che rivivremo anche visivamente in questa settimana e in particolare nel Triduo santo: Giovedì, Venerdì e Sabato Santo e soprattutto nell’esplosione della gioia pasquale per la risurrezione di Cristo.
+Giovanni D’Ercole
(Gv 13,21-33.36-38)
«Darò la mia vita per te» - pur di comandare.
Il Signore desidera che ciascuno di noi commensali si ponga il quesito se per caso non siamo implicati in qualche tradimento.
Non per colpevolizzare e piantarsi lì, ma per incontrarci: ciascuno è ammiratore ‘e’ avversario del Maestro.
Siamo fulgore ‘e’ tenebra - fianchi compresenti, più o meno integrati; anche competitivi.
Aspetti che diventano come cibi da neonato, per ogni nuova ‘genesi’ - i quali una volta emersi possono diventare punti di forza.
La strada si blocca solo davanti alla persona che continua a farsi condizionare. Lì non si rivela nulla; non avverrà il prodigio della trasmutazione del nostro abisso.
La liturgia della Parola ci mette a contatto con un Gesù pervaso dal senso di debolezza; la sua solitudine si fa acuta.
In missione, anche noi siamo talvolta in balia dello sconforto: forse Dio ci ha ingannati, trascinandoci in una impresa assurda?
No, non siamo ingaggiati e abbandonati a una logica ignobile, a una generazione perversa: la stessa forza della Vita è disseminata di ‘pietre tombali’ ed ha varie facce. Influssi benefici.
Il cammino favorevole è spoglio di prestigio, di mansioni riconosciute e maestà: esse tendono a placarci, e non scavare.
Spesso sono proprio i disturbi che migliorano la capacità di giudizio.
Lo stillicidio può suscitare la Voce della parte più autentica di noi stessi; farsi ‘eco’ incisivo per ritrovarsi e completarsi - portando avanti il cuore pioniere, invece di trattenerlo.
La strada della prova e dello squilibrio ci desta dall’invecchiamento nocivo dello spirito. Recupera le energie contrarie, i versanti opposti, i desideri incompatibili, le passioni [alleate] cui non abbiamo dato spazio.
Anche nell’esperienza torturante del limite, Dio vuole raggiungere la nostra ‘semente’ variegata, affinché essa non si lasci depredare - neppure dallo sgomento di aver attinto insieme il «boccone» ed essere stati noi i traditori.
Nulla è invalidante.
C’è un solo ambito tossico, cronico, di morte, che annienta tutto e non ha insito nessun germe attivo: quello che offusca e detesta il cambiamento primario.
Lì l’orizzonte si stringe e rimane solo un baratro - o il blando che contagia per farci mollare e arretrare.
Restano infine solo le paure, le mezze scelte, le nevrosi tacitate dal compromesso che tenta di colmare il prezioso senso di vuoto.
La storia dell’incomprensibile solitudine del Cristo accanto al traditore e al rinnegato ci sta scritta nel cuore. È tutta realtà - ma per la salvezza, per una rinnovata intimità e convinzione.
La vocazione missionaria si spegne e ristagna solo nelle zavorre del calcolo e della mentalità comune - ove non si scuote (né tintinna) la nuda povertà dell’essere discorde che siamo.
Senza l’abbandono subìto, l’uomo non diventa universale, anzi tende ad attenuare i migliori strumenti della potenza di Dio.
Su quel terreno stepposo il Signore ci sta donando l’amicizia di uno spostamento di sguardo.
Senza l’inquietudine del turbamento profondo e umiliante, senza la consegna della propria umanità - nell’estrema debolezza - la nostra marionetta insoddisfatta indugia, accontentandosi.
Malgrado l’ammirazione per i valori, diviene anch’essa larva residuale. Una caricatura dell’essere che potevamo: donne e uomini dall’occhio contemplativo.
Compiuti a partire da dentro, come Gesù.
[Martedì Santo, 31 marzo 2026]
(Gv 13,21-33.36-38)
«Darò la mia vita per te» - pur di comandare.
Gli apostoli darebbero tutto per vincere, non per perdere; per trionfare, non per farsi beffeggiare o darsi in alimento, e curare il mondo.
Meglio negoziare. Altro che lavarsi i piedi a vicenda!
Perciò il Signore desidera che ciascuno di noi commensali si ponga il quesito se per caso non siamo implicati in qualche tradimento.
Non per colpevolizzare e piantarsi lì, ma per incontrarci: ciascuno è ammiratore e avversario del Maestro.
Siamo fulgore e tenebra - fianchi compresenti, più o meno integrati, anche competitivi.
È la Risurrezione che si annida nell’effervescenza della vita, a riscattare poi le motivazioni egoistiche, e trasfigurare in energie collimanti altrove i lati oscuri e in attrito.
Aspetti che diventano come cibi da neonato, per ogni nuova genesi - i quali una volta emersi [piantati sulla terra e accostati alle radici] possono diventare punti di forza.
La strada si blocca solo davanti alla persona che continua a farsi condizionare l’anima da opinioni e mali antichi o à la page.
Lì non si rivela nulla; non avverrà il prodigio della trasmutazione del nostro abisso.
La liturgia della Parola ci mette a contatto con un Gesù pervaso dal senso di debolezza; la sua solitudine si fa acuta.
In missione, anche noi siamo talvolta in balia dello sconforto: forse Dio ci ha ingannati, trascinandoci in una impresa assurda?
No, non siamo ingaggiati e abbandonati a una logica ignobile, a una generazione perversa: la stessa forza della vita è disseminata di pietre tombali ed ha varie facce. Influssi benefici.
Il cammino favorevole è spoglio di prestigio, di mansioni riconosciute e maestà: esse tendono a placarci, e non scavare.
Spesso sono proprio i disturbi che migliorano la capacità di giudizio.
Lo stillicidio può suscitare la voce della parte più autentica di noi stessi, farsi eco incisivo per ritrovarsi, e completarsi - portando avanti il cuore pioniere, invece di trattenerlo.
La strada della prova e dello squilibrio ci desta dall’invecchiamento nocivo dello spirito.
Essa recupera le energie contrarie, i versanti opposti, e i desideri incompatibili, le passioni (alleate) cui non abbiamo dato spazio.
Anche nell’esperienza torturante del limite, Dio vuole raggiungere la nostra semente variegata, affinché essa non si lasci depredare - neppure dallo sgomento di aver attinto insieme il boccone ed essere stati noi i traditori.
Nulla è invalidante.
C’è un solo ambito tossico, cronico, di morte, che annienta tutto e non ha insito nessun germe attivo: quello che offusca e detesta il cambiamento primario.
Lì l’orizzonte si stringe e rimane solo un baratro - o il blando che contagia per farci mollare, e arretrare senza posa, rinnegare e regredire ancora.
Restano infine solo le paure, le mezze scelte, le nevrosi tacitate dal compromesso che tenta di colmare il prezioso senso di vuoto.
Siamo davanti a un Signore ridotto a niente, affinché anche noi ci comprendiamo nelle nostre defezioni; negli episodi in cui accampiamo inutili e devianti artifici, tutti misurati, che affaticano invano.
La storia dell’incomprensibile solitudine del Cristo accanto al traditore e al rinnegato ci sta scritta nel cuore.
È tutta realtà, ma per la salvezza, per una rinnovata intimità e convinzione.
La vocazione missionaria si spegne e ristagna solo per zavorre di calcolo e mentalità comune - ove non si scuote (né tintinna) la nuda povertà dell’essere discorde che siamo.
Senza l’abbandono subìto, l’uomo non diventa universale, anzi tende ad attenuare i migliori strumenti della potenza di Dio.
Su quel terreno stepposo Egli ci sta donando l’amicizia di uno spostamento di sguardo.
Senza l’inquietudine del turbamento profondo e umiliante - senza la consegna della propria umanità nell’estrema debolezza - la nostra marionetta insoddisfatta indugia, accontentandosi.
Malgrado l’ammirazione per i valori, diviene anch’essa larva residuale. Una caricatura dell’essere che potevamo: donne e uomini dall’occhio contemplativo.
Compiuti a partire da dentro, come Gesù.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa tramo quando il Signore mi chiede di rischiare?
Cos’hanno significato per te i gesti non amici, e il rigetto, negli esiti paradossali?
Amare è creare: Gloria che volta pagina
Comandamento Liberazione. Causa Fonte
(Gv 13,31-35)
L’unione vicendevole è l’ultima volontà del Signore. Gesù affida ai discepoli il suo testamento, con una novità radicale.
L’amore al prossimo figurava già fra le prescrizioni antiche, e Cristo sembra ricalcarne la formulazione stessa (Lv 19,18).
Ma il Figlio di Dio non allude solo a compatrioti e proseliti della medesima religione. Egli abbatte le barriere sinora considerate ovvie.
Eppure la grande novità è nelle motivazioni fondamentali.
L’amore reciproco è sulla stessa linea dell’incontro con se stessi - dove per grazia e vocazione si annida un possesso di ricchezze, perfezioni crescenti, che vogliono affiorare.
Da tale scrigno, conoscenza, piattaforma solida, sorge l’afflato del poter donare la vita: ma per accrescerla, renderla piena e rallegrarla - a partire non da condizionamenti esterni e mansioni da espletare o sfruttare.
Infatti il comandamento è «nuovo» non solo perché edificante e di stimolo, ma anzitutto perché rivelatore della propria vocazione e della vita intima di Dio, del rapporto fra il Padre e il Figlio, assunto.
È un legame manifestativo, che diviene fondamento, motivo crescente e motore; energia lucida, che ci dà la capacità di spostare lo sguardo e voltare pagina: introduce una nuova età, un nuovo regno.
Il comandamento «nuovo» dell’amore - unica consegna del Cristo - è cifra della vittoria di Pasqua, teofania e testimonianza del suo popolo autentico: «non con misura» (Gv 3,31-36: 34).
Il «senza misura» è quello delle nozze mistiche fra le due “nature”, dell’amicizia intima che penetra la vita del Padre.
Anche nell’attesa, il senza-confini vivifica l’esistenza e la compie, provenendo dall’esperienza della sostanza e della vertigine - già in se stessi.
È la vita del Figlio in noi: percezione di un poter “stare” costitutivo. Quindi senza perdere interesse nel tempo dell’assenza.
E di poter cambiare; intuizione d’una differente «gloria» (irriducibile) dalle caratteristiche speciali.
Ora non vale più la morale delle religioni: la nostra è un’etica vocazionale e pasquale, nello Spirito che rinnova la faccia della terra.
Ogni proposito, ciascun ruolo, qualsiasi ministero, viene illuminato dalla vittoria della vita sulla morte.
In tal guisa, il comportamento va configurato al Mistero.
Viviamo in Cristo, uomo nuovo: non siamo più sotto doveri “a posto” e prescrizioni. L’attitudine battesimale non può venire misurata.
L’unzione e l’appello ricevuti rispondono all’intima passione, al senso di reciprocità e Pienezza personale, che trasbordano.
Così smuovono mète eminenti: nella partecipazione alla vita colma, eccesso non assimilabile a conformismi e orizzonti medi.
Per un pio israelita avere gloria è dare peso specifico alla propria esistenza, e rivelare il suo completo valore - ma in senso elettivo.
«Fu vera gloria?» - si chiede Manzoni: dalla gloria-vana e vanesia si rotola giù. Tutt’altra la Gloria quale Presenza reale di Dio.
Ecco i dissidi fra comunità e umanità (persone in pienezza); liturgia e realtà, preghiera e ascolto, teologia e vita, proclami e dietro le quinte.
Mentre i Sinottici annunciano Amore universale, l’autore del quarto Vangelo è preoccupato che la testimonianza inespressa dei figli non sia una clamorosa smentita della santità predicata agli altri [dagli “eletti”].
Come diceva Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri». Non solo per un’opportuna e dovuta valutazione di coerenza morale, ma perché rimandano al Mistero, all’Oro divino.
Solo se collocati sulla medesima onda di bellezza e fascino del «Figlio dell’uomo» contribuiamo a non farlo tramontare o escludere: quanto più si è umani senza doppiezze, tanto più si manifesta il Cielo che è in noi.
Certo, sembra impossibile amare «come» Lui (v.34), ma qui l’espressione greca ha un’altra possibilità di lettura. Il termine originario non indica solo un orizzonte ideale o la misura alta - irraggiungibile per sforzo.
«Kathòs» [avverbio e congiunzione] è dotato di valore generativo, oltre che comparativo.
L’espressione chiave del brano si può intendere: «Amatevi gli uni gli altri per il fatto che Io vi ho amati senza condizioni» ovvero «Perché Io vi ho amati gratuitamente, proprio su tale onda di vita, ora potete amarvi».
Vuol dire: far sentire il prossimo già abilitato - adeguato e libero - è l’unico contrassegno non ridotto della Fede in Cristo.
Insomma, il Padre non è il Dio delle prescrizioni: non assorbe le nostre energie, ma le genera e dilata.
Non pretende di soffocare e sfiancarci.
Il distintivo, l’emblema della testimonianza piena dei figli e delle comunità schiette non è produzione propria.
Conserva una qualità indistruttibile di elasticità e Relazione che non sgomenta, né lascia cadere le braccia: dona respiro.
Non è opera di fanatici spartiacque pro e contro, né d’un individualismo devoto che predica la “salvezza della propria anima” - esasperazione della pietà religiosa e della pedestre morale retributiva dei «meriti».
È il dispiegarsi dell’azione del Figlio dell’uomo (v. 31) che rende potente il calpestato e meschino.
Il Maestro non s’accontenta di fare il gregario accodato, come l’eterodiretto Giuda, apostolo zelante in apparenza.
«Figlio dell’uomo» indica Gesù che manifesta il Padre, l’uomo che rende palese la condizione divina.
La Persona che nella sua pienezza umana riflette il disegno sano delle Origini - possibilità per tutti i rinati in Cristo.
Il sentimento carnale ha fretta di regolarsi sulla base di traguardi e titoli; delle imprese e del successo, o di perfezioni e prestigio dell’amato.
Stabilisce confini.
L’Amore divino (e quello dei figli) è sproporzionato, ha un’altra condotta: previene, recupera; non rompe l’intesa, aiuta.
L’Amore non vagabondo conosce il piccolo, l’incerto e il debole. Sa che essi crescono solo attraverso l’esperienza del Dono, altrimenti si bloccano.
Se il Gratis non soppianta il merito, nessuno si rafforza; anzi, tutti - anche gli energici - rattrappiscono. Condannati a una cappa esterna di norme e dottrine, o di astrazioni e sofisticazioni disincarnate.
Per questo il «Figlio dell’uomo» - lo sviluppo genuino e pieno del progetto divino sull’umanità - non è ostacolato da pubblici peccatori, bensì da coloro che suppongono di sé e avrebbero il ministero di farlo conoscere!
La Gloria divina non ha a che fare con divise, paltò, coccarde o distintivi epidermici; si palesa nella Comunione senza previe interdizioni, nel servizio che si porge agli insufficienti e non ammanicati - da cui sperare... zero.
Nulla che possa essere integrato poi, aggiungendo qualcosina - un semplice “completamento” - alle norme della Prima Alleanza [che non insisteva sulla somiglianza con Dio ma sull’obbedienza di massa].
Le inclinazioni di natura fondamentalista, o le maniere di circostanza e à la page, la brama di prestigio mondano - in realtà - dividono.
La convivialità delle differenze comprende, dilata, accentua l’amalgama e unisce, arricchendo. Apre all’inconsueto e inimmaginabile.
I fondatori di religioni propongono una visione del mondo e sono modelli statici di comportamento.
Non prospettano un’offerta crescente (Gv 14,12: «opere più grandi»). Invito diffusamente personale - profondo e nitido, più del loro.
Gesù non è un “modello” prevedibile da imitare.
È anzitutto - ribadiamo - un Motivo e un Motore: amiamo come e perché Cristo. Vivendo di Lui, ciascuno.
Rischiamo tutto perché siamo all’interno d’un Evento che abbiamo visto, d’una Relazione che non solo persuade, ma ci porta e genera oltre; non in calando.
Non siamo più sotto una Legge che nomina Dio per obbligo, ma nella sfida d’un gesto che ri-crea e via via realizza, rendendo forte la nostra debolezza.
Tanto da stupire dei lati in ombra divenuti risorse e sbalordimento. Tutto senza spersonalizzare; anzi, sottolineando l’unicità.
Questo il comandamento «nuovo».
«Kainòs» è un termine greco che marca differenza, eclissa il resto - nel senso che riassume, supera e sostituisce. Soppianta tutti i comandamenti: ovvi e sotto condizione.
E non ce ne sarà uno migliore, perché la nostra speranza non è il Cielo (già pronto), ma il Cielo sulla terra.
Più del troppo in là del vecchio Paradiso finale a tariffa invariabile e compimento prevedibile. Modico, conformista, a settori; perfino lì articolato secondo ruoli.
E piramidale.
La generosità irruente di Pietro non lo salvaguarda, tuttavia, dai rischi connessi con l’umana debolezza. E’ quanto, del resto, anche noi possiamo riconoscere sulla base della nostra vita. Pietro ha seguito Gesù con slancio, ha superato la prova della fede, abbandonandosi a Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui cede alla paura e cade: tradisce il Maestro (cfr Mc 14,66-72). La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione […]
Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 24 maggio 2006]
L'uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non s'incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. E perciò appunto Cristo Redentore - come è stato già detto - rivela pienamente l'uomo all'uomo stesso. Questa è - se così è lecito esprimersi - la dimensione umana del mistero della Redenzione. In questa dimensione l'uomo ritrova la grandezza, la dignità e il valore propri della sua umanità. Nel mistero della Redenzione l'uomo diviene nuovamente «espresso» e, in qualche modo, è nuovamente creato. Egli è nuovamente creato! «Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù»64. L'uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo - non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere - deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve «appropriarsi» ed assimilare tutta la realtà dell'Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso. Se in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso. Quale valore deve avere l'uomo davanti agli occhi del Creatore se «ha meritato di avere un tanto nobile e grande Redentore»65, se «Dio ha dato il suo Figlio», affinché egli, l'uomo, «non muoia, ma abbia la vita eterna»66.
In realtà, quel profondo stupore riguardo al valore ed alla dignità dell'uomo si chiama Vangelo, cioè la Buona Novella. Si chiama anche Cristianesimo. Questo stupore giustifica la missione della Chiesa nel mondo, anche, e forse di più ancora, «nel mondo contemporaneo». Questo stupore, ed insieme persuasione e certezza, che nella sua profonda radice è la certezza della fede, ma che in modo nascosto e misterioso vivifica ogni aspetto dell'umanesimo autentico, è strettamente collegato a Cristo. Esso determina anche il suo posto, il suo - se così si può dire - particolare diritto di cittadinanza nella storia dell'uomo e dell'umanità. La Chiesa, che non cessa di contemplare l'insieme del mistero di Cristo, sa con tutta la certezza della fede, che la Redenzione, avvenuta per mezzo della croce, ha ridato definitivamente all'uomo la dignità ed il senso della sua esistenza nel mondo, senso che egli aveva in misura notevole perduto a causa del peccato. E perciò la Redenzione si è compiuta nel mistero pasquale, che attraverso la croce e la morte conduce alla risurrezione.
Il còmpito fondamentale della Chiesa di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra, è di dirigere lo sguardo dell'uomo, di indirizzare la coscienza e l'esperienza di tutta l'umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la profondità della Redenzione, che avviene in Cristo Gesù. Contemporaneamente, si tocca anche la più profonda sfera dell'uomo, la sfera - intendiamo - dei cuori umani, delle coscienze umane e delle vicende umane.
[Papa Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n.10]
There is the path of those who, like those two on the outbound journey, allow themselves to be paralysed by life’s disappointments and proceed sadly; and there is the path of those who do not put themselves and their problems first, but rather Jesus who visits us, and the brothers who await his visit (Pope Francis)
C’è la via di chi, come quei due all’andata, si lascia paralizzare dalle delusioni della vita e va avanti triste; e c’è la via di chi non mette al primo posto se stesso e i suoi problemi, ma Gesù che ci visita, e i fratelli che attendono la sua visita (Papa Francesco)
So that Christians may properly carry out this mandate entrusted to them, it is indispensable that they have a personal encounter with Christ, crucified and risen, and let the power of his love transform them. When this happens, sadness changes to joy and fear gives way to missionary enthusiasm (John Paul II)
Perché i cristiani possano compiere appieno questo mandato loro affidato, è indispensabile che incontrino personalmente il Crocifisso risorto, e si lascino trasformare dalla potenza del suo amore. Quando questo avviene, la tristezza si muta in gioia, il timore cede il passo all’ardore missionario (Giovanni Paolo II)
This is the message that Christians are called to spread to the very ends of the earth. The Christian faith, as we know, is not born from the acceptance of a doctrine but from an encounter with a Person (Pope Benedict)
È questo il messaggio che i cristiani sono chiamati a diffondere sino agli estremi confini del mondo. La fede cristiana come sappiamo nasce non dall'accoglienza di una dottrina, ma dall'incontro con una Persona (Papa Benedetto)
From ancient times the liturgy of Easter day has begun with the words: Resurrexi et adhuc tecum sum – I arose, and am still with you; you have set your hand upon me. The liturgy sees these as the first words spoken by the Son to the Father after his resurrection, after his return from the night of death into the world of the living. The hand of the Father upheld him even on that night, and thus he could rise again (Pope Benedict)
Dai tempi più antichi la liturgia del giorno di Pasqua comincia con le parole: Resurrexi et adhuc tecum sum – sono risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano. La liturgia vi vede la prima parola del Figlio rivolta al Padre dopo la risurrezione, dopo il ritorno dalla notte della morte nel mondo dei viventi. La mano del Padre lo ha sorretto anche in questa notte, e così Egli ha potuto rialzarsi, risorgere (Papa Benedetto)
The Church keeps watch. And the world keeps watch. The hour of Christ's victory over death is the greatest hour in history (John Paul II)
Veglia la Chiesa. E veglia il mondo. L’ora della vittoria di Cristo sulla morte è l’ora più grande della storia (Giovanni Paolo II)
Before the Cross of Jesus, we apprehend in a way that we can almost touch with our hands how much we are eternally loved; before the Cross we feel that we are “children” and not “things” or “objects” [Pope Francis, via Crucis at the Colosseum 2014]
Di fronte alla Croce di Gesù, vediamo quasi fino a toccare con le mani quanto siamo amati eternamente; di fronte alla Croce ci sentiamo “figli” e non “cose” o “oggetti” [Papa Francesco, via Crucis al Colosseo 2014]
The devotional and external purifications purify man ritually but leave him as he is replaced by a new bathing (Pope Benedict)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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