don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 06 Aprile 2026 06:56

Vento dello Spirito, nuova Nascita

Bloccarsi sul libretto d’istruzione, o evolvere

(Gv 3,7-15)

 

La vita nello Spirito procede per nuove Nascite, non secondo un progresso scandito da meccanismi, abilità, o libretti d’istruzione.

La Luce interroga, per una dimensione diversa - dove (cedendo il posto a un rovesciamento d’idee, volti e prospettive) i nostri ‘perché’ smettono di farci accumulare frustrazioni.

Nicodemo controllava ogni stagnazione o progresso comparandoli alla sapienza delle cose di Dio su base di aspettative antiche [o di club].

Ma non di rado la nostra crescita procede a visioni e balzi - neppure secondo intelligenza naturale. Figuriamoci per la vita spirituale.

Non basta esercitarsi e andare d’accordo con idee di padri o à la page, né rimanere concordi a propositi normali, esterni.

Assimilare saperi altrui e acquisire perizie già attese è non di rado cianfrusaglia che blocca i veri sviluppi - quelli che ci appartengono.

Purtroppo, nella vita religiosa si procede spesso in modo automatico, e sembra non ci sia bisogno di lasciarsi salvare o sorprendere dagli accadimenti.

 

Nell’avventura di Fede - che disorienta - il Progetto del Padre e l’Opera del Figlio non si dispiegano in modo ragionevole, ma nel motivo della sproporzione d’Amore.

L’unità di misura dello Spirito è differente da quella delle consuetudini concordi, o di ultima moda.

Il suo impeto è Vento inafferrabile, ‘visibile’ solo negli effetti.

Il Segreto è «dall’Alto» (v.7): fuori scala. Si annida nella imprevedibilità di crocevia, eccedenze, nuove creazioni.

La Vita non procede per argomenti alla noia: sporge o impallidisce.

In tal guisa, l’accesso al Regno non è dato dall’essere a misura di Adamo: «essere carne» e «cose della terra» (vv.6.12).

La soglia viene da ciò che l’Incontro con Cristo opera in chi lo segue - e viene introdotto nella vita di comunità o profetica come «figlio rigenerato».

 

La tarda redazione di Gv riflette simboli e realtà del Battesimo cristiano, già allora largamente vissuto.

Ad es. nella Lettera a Tito il ‘sacramento’ stesso viene denominato appunto «rinascita».

Gesù parla a Nicodemo degli elementi essenziali del gesto: l’acqua e lo Spirito - che è la Novità.

Nello Spirito l’acqua non ha più solo funzione negativa di purificare o togliere un fardello, ossia eliminare il peccato nel segno d’un lavaggio.

L’acqua delle abluzioni che scivola via diventa preziosa ed efficace: essa dev’essere «assimilata» per una crescita, per creare vita - che ora non solo pulisce o soffoca.

La Nascita in acqua e Spirito parla di nuova esistenza dopo aver prodotto un Vuoto che ci porta altrove...

Non tanto nel refrigerio e nella pace quieta, bensì nell’imprevedibile che spesso butta tutto all’aria - anche in modo deciso.

 

La nuova Genesi non è legata ad alcuna legge: come una Creazione intima.

Realtà misteriosa, inesplicabile, ma che guida infallibilmente a completezza - sebbene possa essere velocissima, istantanea; del tutto indeterminabile, soprattutto a paragone d’una normale adesione devota.

È Azione fuori d’ogni proposito e processo: un po’ come la realtà e l’operato stesso del Vento.

Non semplicemente “vita eterna”, bensì «Vita dell’Eterno» [v.15 testo greco].

Vita personale - che in tutti gli ambiti dissemina energie ignote, sgombra le intercapedini della routine, coglie nuove sincronie.

Qui il Crocifisso che fa comunione è il punto luce elevato che attira e sposta i nostri sguardi, travalicando pensieri e costumi che annebbiano; intorno a cui ci raccogliamo come nuovi figli e fratelli.

 

 

[Martedì 2.a sett. di Pasqua, 14 aprile 2026]

Vento dello Spirito, nuova Nascita

(Gv 3,7-15)

 

La vita nello Spirito procede per nuove Nascite, non secondo un progresso scandito da meccanismi, abilità, o libretti d’istruzione.

La Luce interroga, per una dimensione diversa - dove (cedendo il posto a un rovesciamento d’idee, volti e prospettive) i nostri perché smettono di farci accumulare frustrazioni.

Nicodemo controllava ogni stagnazione o progresso comparandoli alla sapienza delle cose di Dio su base di aspettative antiche [o di club].

Ma non di rado la nostra crescita procede a visioni e balzi - neppure secondo intelligenza naturale. Figuriamoci per la vita spirituale.

Non basta esercitarsi e andare d’accordo con idee di padri o à la page, né rimanere concordi a propositi normali, esterni.

È opportuno svuotarsi di memorie non reinterpretate, di domesticazioni abitudinarie; di teorie cerebrali, disincarnate, esterne, sebbene antiche o “correnti”.

Assimilare saperi altrui e acquisire perizie già attese è non di rado cianfrusaglia che blocca i veri sviluppi - quelli che ci appartengono.

Purtroppo, nella vita religiosa si procede spesso in modo automatico, e sembra non ci sia bisogno di lasciarsi salvare o sorprendere dagli accadimenti.

Al massimo ci si espone a qualche venticello.

 

Nell’avventura di Fede - che disorienta - il Progetto del Padre e l’Opera del Figlio non si dispiegano in modo ragionevole, ma nel motivo della sproporzione d’Amore.

L’unità di misura dello Spirito è differente da quella delle consuetudini concordi, o di ultima moda.

Il suo impeto è Vento inafferrabile, ‘visibile’ solo negli effetti ecclesiali e personali, spogli di ciarpame rasoterra.

Il Segreto è «dall’Alto» (v.7): fuori scala. Si annida nella imprevedibilità di crocevia, eccedenze, nuove creazioni.

Ciò nutrendo quello che un tempo forse erano lati d’ombra del vero “se stesso fariseo”.

Anche come uomo di Dio compiaciuto, forse ragguardevole - che però non trovava tutto il suo spazio nella realtà.

 

La Vita non procede per argomenti alla noia: sporge o impallidisce.

Anche per noi: si può aver di frequente in mano l’Eucaristia o le Scritture e non comprendere che la strada già battuta può suscitare illusioni di dottorato spirituale.

L’accesso al Regno non è dato dall’essere a misura di Adamo: «essere carne» e «cose della terra» (vv.6.12).

La soglia viene da ciò che l’Incontro con Cristo opera in chi lo segue - e viene introdotto nella vita di comunità o profetica come figlio rigenerato.

 

La tarda redazione di Gv riflette simboli e realtà del Battesimo cristiano, già allora largamente vissuto.

Ad es. nella Lettera a Tito il ‘sacramento’ stesso viene denominato appunto «rinascita».

Gesù parla a Nicodemo degli elementi essenziali del gesto: l’acqua e lo Spirito - che è la Novità.

Nello Spirito l’acqua non ha più solo funzione negativa di purificare o togliere un fardello, ossia eliminare il peccato nel segno d’un lavaggio.

L’acqua delle abluzioni che scivola via diventa preziosa ed efficace: essa dev’essere assimilata per una crescita, per creare vita - che ora non solo pulisce o soffoca.

La Nascita in acqua e Spirito parla di nuova esistenza dopo aver prodotto un Vuoto che ci porta altrove...

Non tanto nel refrigerio e nella pace quieta, bensì nell’imprevedibile che spesso butta tutto all’aria - anche in modo deciso.

La nuova Genesi non è legata ad alcuna legge: come una Creazione intima.

Realtà misteriosa, inesplicabile, ma che guida infallibilmente a completezza - sebbene possa essere velocissima, istantanea; del tutto indeterminabile, soprattutto a paragone d’una normale adesione devota.

È Azione fuori d’ogni proposito e processo: un po’ come la realtà e l’operato stesso del Vento.

L’uomo pio sa che l’esistenza umana non ha senso fuori di Dio, ma fa fatica a immaginarsi la profondità sacra del suo cuore - e la ricchezza del suo stesso volto, così estranea a pregiudizi rasoterra.

 

Per farci comprendere la Nascita dall’alto, dal v.11 l’evangelista passa bruscamente dalla prima persona singolare [«io» di Gesù] al «noi» che abbraccia la comunità di Fede.

Il riferimento è anzitutto ai ‘nuovi’ non giudaizzanti, provenienti dalla religiosità e cultura pagane.

Nostro compito ecclesiale è vivere, proclamare, e rappresentare un arricchimento deciso della vita umana. Tanto da sfiorare - in specie nella comunione - la condizione divina («cose del cielo»: v.12).

Per la comprensione di tutto ciò, manca qualsiasi punto di riferimento, perché la condivisione è personale e creativa, sempre inedita; impossibile da cesellare in casistiche morali o persino ideali.

Vita, coesistenza e Gratuità non soggiacciono volentieri a visioni del mondo, ideologie, sofisticazioni, o schemi rassicuranti.

 

La chiave per la comprensione è solo il mistero de «il Figlio dell’uomo» [v.13: punto d’unione dei due regni] che ha già avuto esperienza di quel mondo.

«Figlio dell’uomo» è l’uomo nella condizione divina - lo sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità, come lo si coglie appieno nel Dono di sé totale, glorificato sulla Croce (vv.14-15).

Il segno di salvezza di Mosè per la guarigione del popolo insidiato acquista il suo senso completo in tale proposta che impregna il cammino di ciascuno; la vita indistruttibile, la stessa Vita di Dio.

Non: suscitata chissà quando e come... ma che abbiamo il privilegio di poter sperimentare già qui e ora, vivendo nel Segno supremo del Gratis.

Spogliamento che vuota il ciarpame delle piccole astuzie e colma del Tutt’altro esuberante. Difforme Sapienza, appagante.

Non semplicemente “vita eterna”, bensì «Vita dell’Eterno» [v.15 testo greco].

Vita personale - che in tutti gli ambiti dissemina energie ignote, sgombra le intercapedini della routine, coglie nuove sincronie.

 

Qui il Crocifisso che fa comunione è il punto luce elevato che attira e sposta i nostri sguardi, travalicando pensieri e costumi che annebbiano; intorno a cui ci raccogliamo come nuovi figli e fratelli.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quali ritieni siano state le tue Nascite? Erano frutto di domesticazioni rassicuranti, o per non annebbiarti le hai dovute svuotare e ripensare?

Sei ancora nella direzione del venticello dei padri antichi o dispieghi le vele secondo la direzione del Vento dello Spirito, che butta all’aria le tue sicurezze, anche di gruppo o di moda?

 

 

Da segno di condanna a segno di redenzione

 

La vita eterna ci è stata aperta dal Mistero Pasquale di Cristo e la fede è la via per raggiungerla. E’ quanto emerge dalle parole rivolte da Gesù a Nicodemo e riportate dall’evangelista Giovanni: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15). Qui vi è l’esplicito riferimento all’episodio narrato nel libro dei Numeri (21,1-9), che mette in risalto la forza salvifica della fede nella parola divina. Durante l’esodo, il popolo ebreo si era ribellato a Mosè e a Dio, e venne punito con la piaga dei serpenti velenosi. Mosè chiese perdono, e Dio, accettando il pentimento degli Israeliti, gli ordina: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque dopo esser stato morso lo guarderà, resterà in vita». E così avvenne. Gesù, nella conversazione con Nicodemo, svela il senso più profondo di quell’evento di salvezza, rapportandolo alla propria morte e risurrezione: il Figlio dell’uomo deve essere innalzato sul legno della Croce perché chi crede in Lui abbia la vita. San Giovanni vede proprio nel mistero della Croce il momento in cui si rivela la gloria regale di Gesù, la gloria di un amore che si dona interamente nella passione e morte. Così la Croce, paradossalmente, da segno di condanna, di morte, di fallimento, diventa segno di redenzione, di vita, di vittoria, in cui, con sguardo di fede, si possono scorgere i frutti della salvezza.

[Papa Benedetto, omelia 4 novembre 2010]

Lunedì, 06 Aprile 2026 06:43

Da segno di condanna a segno di redenzione

La vita eterna ci è stata aperta dal Mistero Pasquale di Cristo e la fede è la via per raggiungerla. E’ quanto emerge dalle parole rivolte da Gesù a Nicodemo e riportate dall’evangelista Giovanni: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15). Qui vi è l’esplicito riferimento all’episodio narrato nel libro dei Numeri (21,1-9), che mette in risalto la forza salvifica della fede nella parola divina. Durante l’esodo, il popolo ebreo si era ribellato a Mosè e a Dio, e venne punito con la piaga dei serpenti velenosi. Mosè chiese perdono, e Dio, accettando il pentimento degli Israeliti, gli ordina: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque dopo esser stato morso lo guarderà, resterà in vita». E così avvenne. Gesù, nella conversazione con Nicodemo, svela il senso più profondo di quell’evento di salvezza, rapportandolo alla propria morte e risurrezione: il Figlio dell’uomo deve essere innalzato sul legno della Croce perché chi crede in Lui abbia la vita. San Giovanni vede proprio nel mistero della Croce il momento in cui si rivela la gloria regale di Gesù, la gloria di un amore che si dona interamente nella passione e morte. Così la Croce, paradossalmente, da segno di condanna, di morte, di fallimento, diventa segno di redenzione, di vita, di vittoria, in cui, con sguardo di fede, si possono scorgere i frutti della salvezza.

[Papa Benedetto, omelia 4 novembre 2010]

Lunedì, 06 Aprile 2026 06:37

Croce, Fede, Figlio dell’uomo

6. L’identità del Figlio dell’uomo appare nel duplice aspetto di rappresentante di Dio, annunciatore del regno di Dio, profeta che richiama alla conversione. Dall’altra egli è “rappresentantedegli uomini, dei quali condivide la condizione terrena e le sofferenze per riscattarli e salvarli secondo il disegno del Padre. Come dice egli stesso nel colloquio con Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo perché chiunque creda in lui abbia la vita eterna” (Gv 3, 14-15).

È un chiaro annuncio della passione, che Gesù ripete: “E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare” (Mc 8, 31). Per ben tre volte proviamo a fare preannuncio nel Vangelo di Marco (cf. Mc 9, 31; 10, 33-34) e in ciascuna di esse Gesù parla di se stesso come “Figlio dell’uomo”.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 29 aprile 1987]

Lunedì, 06 Aprile 2026 06:29

E quando volgiamo lo sguardo alla Croce

E quando volgiamo lo sguardo alla Croce dove Gesù è stato inchiodato, contempliamo il segno dell’amore, dell’amore infinito di Dio per ciascuno di noi e la radice della nostra salvezza. Da quella Croce scaturisce la misericordia del Padre che abbraccia il mondo intero. Per mezzo della Croce di Cristo è vinto il maligno, è sconfitta la morte, ci è donata la vita, restituita la speranza. Questo è importante: per mezzo della Croce di Cristo ci è restituita la speranza. La Croce di Gesù è la nostra unica vera speranza! Ecco perché la Chiesa “esalta” la santa Croce, ed ecco perché noi cristiani benediciamo con il segno della croce. Cioè, noi non esaltiamo le croci, ma la Croce gloriosa di Gesù, segno dell’amore immenso di Dio, segno della nostra salvezza e cammino verso la Risurrezione. E questa è la nostra speranza.

Mentre contempliamo e celebriamo la santa Croce, pensiamo con commozione a tanti nostri fratelli e sorelle che sono perseguitati e uccisi a causa della loro fedeltà a Cristo. Questo accade specialmente là dove la libertà religiosa non è ancora garantita o pienamente realizzata. Accade però anche in Paesi e ambienti che in linea di principio tutelano la libertà e i diritti umani, ma dove concretamente i credenti, e specialmente i cristiani, incontrano limitazioni e discriminazioni. Perciò oggi li ricordiamo e preghiamo in modo particolare per loro.

[Papa Francesco, Angelus 14 settembre 2014]

(Gv 3,1-8)

 

Gv introduce il passo di Vangelo con il dirigente giudeo assai rappresentativo, insistendo sull’imperfezione del credere a prodigi i quali afferrano solo il lato esteriore.

Anzi, sembra sottolineare che la religione-spettacolo tanto bramata dai capi religiosi non susciti che aspettative devianti e cuori ambigui (2,18-25).

Nel quarto Vangelo il notabile rappresenta appunto i giudei incuriositi dalla figura di Gesù [denominati Giudei perché affini ai giudaizzanti delle prime comunità].

Alcuni di essi s’interrogano e non tacitano le domande, ma restano perplessi - perché educati ad altre attese messianiche, perentorie e clamorose.

Infatti coltivavano tutta la problematica concernente il Regno di Dio (vv.3.5) in modo approssimativo e conformista.

In aggiunta, Gesù insegna che tutte le speculazioni non recano buoni risultati per la vita nello Spirito.

La nostra esperienza profonda non si genera a partire da ciò che l’uomo escogita o fa per Dio, dalle sue possibilità - come si suppone nelle religioni antiche.

Bisogna far conto sulla Grazia che entra in scena ribaltando le speranze piccine - in tal guisa, non far leva sulle nostre misure, perizie e destrezze; né su pensieri, assodati quanto inadeguati.

Il nuovo Rabbi lascia capire che per comprendere il Mistero bisogna scrollarsi di dosso il libro esterno della Legge, e intraprendere un’esperienza di trasmutazione ideale e pratica, come una Nascita - accanto a un Agente rigeneratore.

Cristo stimola Nicodemo al salto dalla normale devozione tradizionale, coi suoi propositi e aspettative ragionevoli, all’avventura di Fede che coglie, sogna e traccia futuro, surclassando la catena abitudinaria delle attese.

Non si comprende la Novità di Dio secondo il sapere comune, a partire dai patriarchi - o leggendola in filigrana d’una normativa pur condivisibile.

Il nuovo ordine d’esistenza è superiore a tutte le destrezze, le tenute, e le resilienze. Quello che nasce a partire dalla carne è comunque soggetto a tutti i confini.

Viceversa, il sentiero ‘dall’alto’ crea una personalità nuova, grazie alla quale siamo abilitati a corrispondere perfettamente alla Chiamata per Nome, la quale si ripropone onda su onda in modo crescente e difforme.

Ricreati dalla Vita indistruttibile che Viene, anche noi siamo messi in grado di generare qualcosa di simile alla medesima Natura che ci partorisce. Quali scintille in qualche modo conformi al divino: similis sibi similem parit.

Appunto: il troppo normale non è in grado di ridefinire i codici di un nuovo sguardo, e dell’inconcepibile spazio d’amore sconosciuto.

Ciò che non coincide con le idee ereditate, in realtà sta attivando i nuovi sviluppi.

Quel ch’è contrario alle costumanze consolidate, o alle mode, sta preparando un altro mondo, una diversa persona, un’altra scia tutta da percorrere.

Il Regno non si allestisce: lo si accoglie - perché ci spiazza sempre.

Il rapporto col Dio delle religioni sovviene di norma con ricette statiche e rassicuranti, ma l’esperienza di Fede in Cristo convince “per Via” che ad ogni tappa deve invece corrispondere un’altra genesi.

Invero le prove spinose sono tutte Chiamate a un balzo di sovra-natura; a germogliare ancora.

La nascita nello Spirito non avviene una volta per tutte: solo così vivere non sarà un premio, né perire un castigo.

Perché siamo diventati simili a un Vento.

 

 

[Lunedì 2.a sett. di Pasqua, 13 aprile 2026]

(Gv 3,1-8)

 

Gv introduce il passo di Vangelo con il dirigente giudeo assai rappresentativo, insistendo sull’imperfezione del credere ai prodigi. Essi afferrano solo il lato esteriore.

Anzi, sembra sottolineare che la religione-spettacolo tanto bramata dai capi religiosi denominati Giudei, perché affini ai giudaizzanti delle prime comunità, non susciti che aspettative devianti e cuori ambigui (2,18-25).

Nicodemo era un fariseo, persona di spicco, leader fra i responsabili della devozione antica e addirittura membro del Sinedrio [tribunale supremo] che però riconosce in Cristo un inviato da Dio.

Nel quarto Vangelo il notabile rappresenta appunto i giudei incuriositi dalla figura di Gesù. Alcuni di essi s’interrogano e non tacitano le domande, ma restano perplessi - perché educati ad altre attese messianiche, perentorie e clamorose.

Infatti le autorità coltivavano tutta la problematica concernente il «Regno di Dio» (vv.3.5) in modo approssimativo e conformista. [L’espressione così frequente nei sinottici - ‘regno dei cieli’ in Mt - si trova unicamente in questo passo del quarto Vangelo].

Ma è solo un punto d’appoggio, perché Gesù insegna che tutte le speculazioni non recano buoni risultati per la vita nello Spirito, la quale non si genera a partire da ciò che l’uomo escogita o fa per Dio, dalle sue possibilità - come nelle religioni.

Bisogna contare sulla Grazia, che entra in scena ribaltando le speranze piccine - in tal guisa, non far leva sulle nostre misure, perizie e destrezze; né su pensieri, assodati quanto inadeguati.

Il nuovo Rabbi lascia capire che per comprendere il Mistero bisogna scrollarsi di dosso il libro esterno della Legge, e intraprendere un’esperienza di trasmutazione ideale e pratica, come una Nascita - accanto a un Agente rigeneratore.

Cristo stimola Nicodemo al salto dalla normale religiosità tradizionale, coi suoi propositi e aspettative ragionevoli, all’avventura di Fede che coglie, sogna e traccia futuro, surclassando la catena abitudinaria delle attese.

Non si comprende la Novità di Dio secondo il sapere antico, a partire dai patriarchi - o leggendola in filigrana d’una normativa pur condivisibile.

Il nuovo ordine d’esistenza è superiore a tutte le capacità, a tutte le tenute e le resilienze. Quello che nasce a partire dalla carne è comunque soggetto a troppi confini.

Viceversa, il sentiero dall’alto crea una personalità nuova, grazie alla quale siamo abilitati a corrispondere perfettamente alla Chiamata per Nome, la quale si ripropone onda su onda in modo crescente e difforme.

Ricreati dalla Vita indistruttibile che Viene, anche noi siamo messi in grado di generare qualcosa di simile alla medesima Natura che ci partorisce. Quali scintille in qualche modo conformi al divino: similis sibi similem parit.

Appunto: il troppo normale non è in grado di ridefinire i codici di un nuovo sguardo, e dell’inconcepibile spazio d’amore sconosciuto.

Non è questione di cambiare stendardo, o “tagliare qualcosa” e mortificarsi di più. Piuttosto, integrare e far brillare, cambiando le convinzioni.

Ciò che non coincide con le idee ereditate, in realtà sta attivando i nuovi sviluppi.

Quel ch’è contrario alle costumanze consolidate, o alle mode, sta preparando un altro mondo, una diversa persona, una nuova chiamata (nella stessa vocazione personale), un’altra scia tutta da percorrere.

Non è più il Dio delle religioni, tutto ancora e sempre da raggiungere con disposizioni, agilità nei minimi dettagli, e ritmi cesellati, accumulando meriti secondo cliché.

Il Regno non si allestisce: lo si accoglie - perché ci spiazza sempre.

Dunque non lo si può predeterminare: è impossibile allestirlo sulla base del nostro genio, muscoli, virtù, perfezioni. Lo si riceve in dono gratuito e senza i “dovuti” presupposti.

Il Dio che Viene senza preavviso chiama all’ascolto, alla conoscenza di ciò che è incredibile - a lasciarsi salvare in modo impensabile, quindi a farci cogliere anche di sorpresa dai fatti che la Provvidenza porge.

E lì stare, sino alla prossima novità.

Gesù invita Nicodemo a scrutare la realtà dell’anima e gli accadimenti come una sfera globale, di energie complessive che si richiamano in paradossale sinergia, per recuperare i lati opposti - tutti utili.

Forze innate che si attivano da sintonie e modi reciproci, facendosi Guida infallibile: cosmiche fuori e acutamente divine in noi.

I recuperi che Gesù compie attraverso la qualità di vita dei suoi e delle comunità generano in colui che è nella «notte» del dubbio (v.2) una prima ricerca e dedizione, ma non suscitano Fede attiva.

Insomma, non si comprende Dio dagli argomenti, ma dall’esperienza di coinvolgimento onda su onda; ricreante, a partire dal Dono accettato della propria storia, nel segno dei tempi.

Bisogna deporre le certezze rassicuranti del catechismo religioso normale, e aprire cuore e mano alla realtà che giunge come una marea - non per metterci sulla difensiva, ma affinché la cavalchiamo.

Lanciarsi nella vita dello Spirito ci recupera, ma soppianta e sorvola l’organizzazione delle sinagoghe stanziali; non è alla portata di meccanismi compiaciuti o finti equilibri impersonali.

Al massimo ne comprendiamo la rotta intrinseca - la pienezza di umanizzazione, nel progetto creaturale - non l’Origine e la Meta.

L'umanità nel suo piano volontarista e persino nei suoi buoni propositi a modo, non è in grado di risolvere i veri problemi. Non riesce a darsi salvezza; solo maniere - avviando al contempo processi di comunione e individuazione.

Questa l’inquietudine nuova e la «notte» degli interrogativi che noi come Nicodemo avvertiamo, praticando l’insegnamento e le opere a norma - che non trasmettono senso di pienezza di essere, anzi malgrado grandi promesse sembrano attirare proprio la tristezza.

È lo Spirito d’unicità che domina il caos, che dà forma a cielo e terra, e prende possesso dei personaggi eminenti del Primo Testamento, spingendoli a realizzare azioni in favore dell’emancipazione del popolo - agendo con potenza contagiosa.

Ma posatosi «come colomba» - figura di una forza non più aggressiva - su Gesù nel Battesimo (Gv 1,32) dà inizio a una Creazione nuova, all’Uomo conciliato, in grado di corrispondere alla propria vocazione.

Beninteso, ciò che caratterizza questo Vento è la libertà, non il controllo

Esso agisce energicamente su di noi, ma noi non agiamo su di Lui. Non possiamo intaccarlo. Solo collocare le vele secondo la sua direzione, e guardare con occhi nuovi.

Anche nelle difficoltà, il Dono dello Spirito ci prepara ad un’altra Nascita. Allora la Parola di Gesù annuncia uno sconvolgimento che va alla radice della vita devota comune.

Il rapporto col Dio delle religioni sovviene di norma con ricette statiche e rassicuranti, ma l’esperienza di Fede in Cristo convince “per Via” che ad ogni tappa deve invece corrispondere un’altra genesi.

Invero le prove spinose sono tutte Chiamate a un balzo di sovra-natura; a germogliare ancora.

La nascita nello Spirito non avviene una volta per tutte: solo così vivere non sarà un premio, né perire un castigo.

Perché siamo diventati simili a un Vento.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Accetti la sorpresa? La senti come Rivelazione dell’azione dello Spirito? Come reagisci di fronte alle novità che l’apostolato propone? In che occasione hai percepito di nascere di nuovo?

Domenica, 05 Aprile 2026 05:52

Come rispondere all’Amore radicale

Il Vangelo ci presenta un personaggio di nome Nicodemo, membro del Sinedrio di Gerusalemme, che va di notte a cercare Gesù. Si tratta di un uomo per bene, attirato dalle parole e dall’esempio del Signore, ma che ha paura degli altri, esita a compiere il salto della fede. Avverte il fascino di questo Rabbì così diverso dagli altri, ma non riesce a sottrarsi ai condizionamenti dell’ambiente contrario a Gesù e resta titubante sulla soglia della fede. Quanti, anche nel nostro tempo, sono in ricerca di Dio, in ricerca di Gesù e della sua Chiesa, in ricerca della misericordia divina, e attendono un “segno” che tocchi la loro mente e il loro cuore! Oggi come allora l’evangelista ci ricorda che il solo “segno” è Gesù innalzato sulla croce: Gesù morto e risorto è il segno assolutamente sufficiente. In Lui possiamo comprendere la verità della vita e ottenere la salvezza. E’ questo l’annuncio centrale della Chiesa, che resta nei secoli immutato. La fede cristiana pertanto non è ideologia, ma incontro personale con Cristo crocifisso e risorto. Da questa esperienza, che è individuale e comunitaria, scaturisce poi un nuovo modo di pensare e di agire: ha origine, come testimoniano i santi, un’esistenza segnata dall’amore.

[Papa Benedetto, omelia 26 marzo 2006]

Domenica, 05 Aprile 2026 05:48

Incontri decisivi

1. Gli disse Nicodemo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Gv 3, 4).

La domanda di Nicodemo a Gesù esprime bene la meraviglia inquieta dell’uomo di fronte al mistero di Dio, un mistero che egli scopre nell’incontro con Cristo. Tutto il dialogo tra Gesù e Nicodemo rivela la straordinaria ricchezza di significato di ogni incontro, anche di quello dell’uomo con l’altro uomo. L’incontro infatti è il fenomeno sorprendente e reale con cui l’uomo esce dalla sua solitudine originaria per affrontare l’esistenza. È la condizione normale attraverso la quale egli è condotto a cogliere il valore della realtà, delle persone e delle cose che la costituiscono, in una parola, della storia. In questo senso è paragonabile ad una nuova nascita.

Nel Vangelo di Giovanni l’incontro di Cristo con Nicodemo ha come contenuto la nascita alla vita definitiva, quella del Regno di Dio. Ma nella vita di ogni uomo non sono forse gli incontri a tessere la trama imprevista e concreta dell’esistenza? Non sono essi alla base della nascita di quella autocoscienza capace di azione, che sola consente un vivere degno del nome di uomo?

Nell’incontro con l’altro, l’uomo scopre di essere persona e di dover riconoscere pari dignità agli altri uomini. Attraverso incontri significativi egli impara a conoscere il valore delle dimensioni costitutive dell’esistere umano, prime fra tutte quelle della religione, della famiglia e del popolo cui appartiene.

2. Il valore dell’essere con le sue connotazioni universali - il vero, il bene, il bello - si presenta all’uomo sensibilmente incarnato negli incontri decisivi della sua esistenza.

Nell’affezione coniugale l’incontro fra l’amante e l’amato, che trova compimento nel matrimonio, incomincia dall’esperienza sensibile del bello incarnato nella “forma” dell’altro. Ma l’essere, attraverso l’attrattiva del bello, chiede di esprimersi nella pienezza del bene autentico. Che l’altro sia, che il suo bene si realizzi, che il destino tracciato su di lui dal Dio provvidente si compia, è il desiderio vivo e disinteressato di ogni persona che ama veramente. La volontà di bene duraturo, capace di generare e di rigenerarsi nei figli, non sarebbe, per altro, possibile, se non poggiasse sul vero. Non si può dare all’attrattiva del bello la consistenza di un bene definitivo senza la ricerca della verità di sé e la volontà di perseverare in essa.

E proseguendo: come potrebbe aversi un uomo pienamente realizzato, senza l’incontro, che avviene nell’intimo di sé, con la propria terra, con gli uomini che ne hanno costruito la storia mediante la preghiera, la testimonianza, il sangue, l’ingegno, la poesia? A loro volta il fascino per la bellezza della terra natale e il desiderio di verità e di bene per il popolo che continuamente la “rigenera”, accrescono il desiderio della pace, che sola rende attuabile l’unità del genere umano. Il cristiano è educato a comprendere l’urgenza del ministero della pace dal suo incontro con la Chiesa, dove vive il popolo di Dio che il mio predecessore Paolo VI ebbe a definire “. . . entità etnica sui generis”.

La sua storia sfida il tempo ormai da duemila anni lasciandone inalterata, nonostante le miserie degli uomini che vi appartengono, l’originaria apertura al vero, al bene e al bello.

3. Ma l’uomo prima o poi si accorge, in termini drammatici, che di tali incontri multiformi e irripetibili egli non possiede ancora il significato ultimo, capace di renderli definitivamente buoni, veri, belli. Intuisce in essi la presenza dell’essere, ma l’essere in quanto tale gli sfugge. Il bene da cui si sente attratto, il vero che sa affermare, il bello che sa scoprire sono infatti lontani dal soddisfarlo. L’indigenza strutturale o il desiderio incolmabile si parano davanti all’uomo ancor più drammaticamente, dopo che l’altro è entrato nella sua vita. Fatto per l’infinito, l’uomo si sente prigioniero del finito!

Quale tragitto può ancora compiere, quale altra misteriosa sortita dall’intimo di sé potrà tentare colui che ha lasciato la sua originaria solitudine per andare incontro all’altro, cercandovi definitivo appagamento? L’uomo, impegnatosi con genuina serietà nella sua esperienza umana, si trova posto di fronte a un tremendo aut aut: domandare a un Altro, con la A maiuscola, che sorga all’orizzonte dell’esistenza per svelarne e renderne possibile il pieno avveramento o ritrarsi in sé, in una solitudine esistenziale in cui è negata la possibilità stessa dell’essere. Il grido di domanda o la bestemmia: ecco ciò che gli resta!

Ma la misericordia con cui Dio ci ha amati è più forte di ogni dilemma. Non si ferma neppure di fronte alla bestemmia. Anche dall’interno dell’esperienza del peccato l’uomo può riflettere sempre e ancora sulla sua fragilità metafisica e uscirne. Può cogliere il bisogno assoluto di quell’Altro con la A maiuscola, che può colmare per sempre la sua sete! L’uomo può ritrovare la strada dell’invocazione all’Artefice della nostra salvezza, perch’egli venga! Allora l’animo si abbandona all’abbraccio misericordioso di Dio, sperimentando infine, in questo incontro risolutivo, la gioia di una speranza “che non delude” (Rm 5, 5).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 16 novembre 1983]

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The Eucharist draws us into Jesus' act of self-oblation. More than just statically receiving the incarnate Logos, we enter into the very dynamic of his self-giving [Pope Benedict]
L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [Papa Benedetto]
Jesus, the true bread of life that satisfies our hunger for meaning and for truth, cannot be “earned” with human work; he comes to us only as a gift of God’s love, as a work of God (Pope Benedict)
Gesù, vero pane di vita che sazia la nostra fame di senso, di verità, non si può «guadagnare» con il lavoro umano; viene a noi soltanto come dono dell’amore di Dio, come opera di Dio (Papa Benedetto)
The locality of Emmaus has not been identified with certainty. There are various hypotheses and this one is not without an evocativeness of its own for it allows us to think that Emmaus actually represents every place: the road that leads there is the road every Christian, every person, takes. The Risen Jesus makes himself our travelling companion as we go on our way, to rekindle the warmth of faith and hope in our hearts and to break the bread of eternal life (Pope Benedict)
La località di Emmaus non è stata identificata con certezza. Vi sono diverse ipotesi, e questo non è privo di una sua suggestione, perché ci lascia pensare che Emmaus rappresenti in realtà ogni luogo:  la strada che vi conduce è il cammino di ogni cristiano, anzi, di ogni uomo. Sulle nostre strade Gesù risorto si fa compagno di viaggio, per riaccendere nei nostri cuori il calore della fede e della speranza e spezzare il pane della vita eterna (Papa Benedetto)
Romano Guardini wrote that the Lord “is always close, being at the root of our being. Yet we must experience our relationship with God between the poles of distance and closeness. By closeness we are strengthened, by distance we are put to the test” (Pope Benedict)
Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Papa Benedetto)
In recounting the "sign" of bread, the Evangelist emphasizes that Christ, before distributing the food, blessed it with a prayer of thanksgiving (cf. v. 11). The Greek term used is eucharistein and it refers directly to the Last Supper, though, in fact, John refers here not to the institution of the Eucharist but to the washing of the feet. The Eucharist is mentioned here in anticipation of the great symbol of the Bread of Life [Pope Benedict]
Narrando il “segno” dei pani, l’Evangelista sottolinea che Cristo, prima di distribuirli, li benedisse con una preghiera di ringraziamento (cfr v. 11). Il verbo è eucharistein, e rimanda direttamente al racconto dell’Ultima Cena, nel quale, in effetti, Giovanni non riferisce l’istituzione dell’Eucaristia, bensì la lavanda dei piedi. L’Eucaristia è qui come anticipata nel grande segno del pane della vita [Papa Benedetto]
First, the world of the Bible presents us with a new image of God. In surrounding cultures, the image of God and of the gods ultimately remained unclear and contradictory (Deus Caritas est n.9)
Vi è anzitutto la nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il mondo della Bibbia, l'immagine di dio e degli dei rimane, alla fin fine, poco chiara e in sé contraddittoria (Deus Caritas est n.9)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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