don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Venerdì, 06 Febbraio 2026 05:51

Vi mando. Ostilità. Vicinanza

L’odierna pagina evangelica, tratta dal capitolo decimo del Vangelo di Luca (vv. 1-12.17-20), ci fa capire quanto è necessario invocare Dio, «il signore della messe, perché mandi operai per la sua messe» (v. 2). Gli “operai” di cui parla Gesù sono i missionari del Regno di Dio, che Egli stesso chiamava e inviava «a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi (v. 1). Loro compito è annunciare un messaggio di salvezza rivolto a tutti. I missionari annunziano sempre un messaggio di salvezza a tutti; non solo i missionari che vanno lontano, anche noi, missionari cristiani che diciamo una buona parola di salvezza. E questo è il dono che ci dà Gesù con lo Spirito Santo. Questo annuncio è dire: «E’ vicino a voi il Regno di Dio» (v. 9), perché Gesù ha “avvicinato” Dio a noi; Dio si è fatto uno di noi; in Gesù, Dio regna in mezzo a noi, il suo amore misericordioso vince il peccato e la miseria umana.

E questa è la Buona Notizia che gli “operai” devono portare a tutti: un messaggio di speranza e di consolazione, di pace e di carità. Gesù, quando manda i discepoli davanti a sé nei villaggi, raccomanda loro: «Prima dite: “Pace a questa casa!”. […] Guarite i malati che vi si trovano» (vv. 5.9). Tutto questo significa che il Regno di Dio si costruisce giorno per giorno e offre già su questa terra i suoi frutti di conversione, di purificazione, di amore e di consolazione tra gli uomini. È una cosa bella! Costruire giorno per giorno questo Regno di Dio che si va facendo. Non distruggere, costruire!

Con quale spirito il discepolo di Gesù dovrà svolgere questa missione? Anzitutto dovrà essere consapevole della realtà difficile e talvolta ostile che lo attende. Gesù non risparmia parole su questo! Gesù dice: «Vi mando come agnelli in mezzo a lupi» (v. 3). Chiarissimo. L’ostilità è sempre all’inizio delle persecuzioni dei cristiani; perché Gesù sa che la missione è ostacolata dall’opera del maligno. Per questo, l’operaio del Vangelo si sforzerà di essere libero da condizionamenti umani di ogni genere, non portando borsa, né sacca, né sandali (cfr v. 4), come ha raccomandato Gesù, per fare affidamento soltanto sulla potenza della Croce di Cristo. Questo significa abbandonare ogni motivo di vanto personale, di carrierismo o fame di potere, e farsi umilmente strumenti della salvezza operata dal sacrificio di Gesù.

Quella del cristiano nel mondo è una missione stupenda, è una missione destinata a tutti, è una missione di servizio, nessuno escluso; essa richiede tanta generosità e soprattutto lo sguardo e il cuore rivolti in alto, per invocare l’aiuto del Signore. C’è tanto bisogno di cristiani che testimoniano con gioia il Vangelo nella vita di ogni giorno. I discepoli, inviati da Gesù, «tornarono pieni di gioia» (v. 17). Quando noi facciamo questo, il cuore si riempie di gioia. E questa espressione mi fa pensare a quanto la Chiesa gioisce, si rallegra quando i suoi figli ricevono la Buona Notizia grazie alla dedizione di tanti uomini e donne che quotidianamente annunciano il Vangelo: sacerdoti - quei bravi parroci che tutti conosciamo -, suore, consacrate, missionarie, missionari… E mi domando - sentite la domanda -: quanti di voi giovani che adesso siete presenti oggi nella piazza, sentono la chiamata del Signore a seguirlo? Non abbiate paura! Siate coraggiosi e portare agli altri questa fiaccola dello zelo apostolico che ci è stata data da questi esemplari discepoli.

Preghiamo il Signore, per intercessione della Vergine Maria, perché non manchino mai alla Chiesa cuori generosi, che lavorino per portare a tutti l’amore e la tenerezza del Padre celeste.

[Papa Francesco, Angelus 3 luglio 2016]

Stura le orecchie, affinché non restiamo sordi e balbuzienti

(Mc 7,31-37)

 

Lo sfondo del passo di Vangelo è il tema dell’iniziazione alla Fede, che investe i ‘sensi’ [interiori] i quali rischiano di spegnersi.

Anche ogni credente infatti corre il pericolo di affievolire la percezione, circoscrivere l’energia vitale, ridurre in modo drastico il rapporto con la realtà profonda, e l’orizzonte del suo cammino.

«Effatà» era una formula liturgica globalmente espressiva, impiegata dalle chiese primitive nel Battesimo.

L’itinerario inverosimile di Gesù (v.31) suggerisce quasi un suo essere restio a tornare indietro, trattenendosi piuttosto fra pagani. Perché?

Si rende conto che i “lontani” sembrano meno sordi alla Parola di Dio, rispetto alla gente d’Israele: hanno una coscienza ancora viva.

I seguaci non espongono messaggi autentici. Si mostrano intimi, però malgrado le apparenze non sanno ancora ascoltare.

Ciò per il fatto che le orecchie di alcuni di loro sono aperte alle sole furbizie: devono essere «sturate» senza troppi complimenti.

Infatti l’azione di Gesù è violenta [v.33 testo greco].

Gli apostoli ritenevano che il Tesoro di Dio fosse esclusivamente destinato agli “interni” - non ai popoli.

Ma il giovane Rabbi non vuole che il discepolo si rassegni, si ripieghi, si affezioni alla propria malattia.

Condizione di vita trasandata e vuota di senso, da cui i ‘padrini’ del Battesimo vorrebbero emanciparci (v.32a).

Sono i veri collaboratori del Messia, che gli portano un «sordo» [non muto ma] «balbuziente».

Cristo allora ci tira fuori, «in disparte» (v.33). Vuole separarci dal modo di ragionare attorno; distaccarci dagli obbiettivi qualunquisti.

«Apriti!» resta l’invito pressante a spalancare ancora nuovi percorsi: slacciare il dialogo, essere concreti e rispettosi, rimettere in causa la vita. Arricchendo se stessi e gli altri.

Unico ‘miracolo’ grande è dischiudere ogni persona alla percezione e comunicazione, prolungando l’Azione creatrice.

Perché cercando la verità nell’ascolto profondo, non si balbetta più.

Nella cultura semitica la ‘saliva’ [v.33: «e avendo sputato, toccò la sua lingua»] era considerata alito condensato.

Immagine dello stesso Spirito che libera da alienazioni - beninteso, non a partire da fuori.

Anche l’evangelizzazione deve configurarsi in tale concomitanza, solidale con la realizzazione, e impegnata nei processi; da dentro.

Così vivremo in modo fluente, e proclameremo la Buona Notizia in favore della nostra Felicità; trovando soluzioni inattese.

Purtroppo i discepoli più “stretti” continuavano a voler predicare il «Figlio dell’uomo» come «il» [quel] Messia che si attendevano (v.36).

Così però si turavano le orecchie e legavano la lingua, rattrappendo anima, spirito, e mani.

Nel Battesimo - al contrario - il Maestro e Signore ci abilita all’ascolto della «Parola» che si fa «evento», affinché facciamo risuonare agli altri quanto viene proclamato.

Attraverso questo dissigillo siamo stati costituiti credenti e profeti. Prima eravamo balbettoni.

 

L’attitudine del ‘figlio’? Spalancare l’anima al mondo.

E la missione della Chiesa non è quella di decidere tutto, bensì far udire e parlare. Senza l’a-priori di riferimenti inutili.

 

«Aprirci» resta la nostra Vocazione decisiva.

 

 

[Venerdì 5.a sett. T.O. 13 febbraio 2026]

Stura le orecchie, affinché non restiamo sordi e balbuzienti

(Mc 7,31-37)

 

«Ma questo Vangelo ci parla anche di noi: spesso noi siamo ripiegati e chiusi in noi stessi, e creiamo tante isole inaccessibili e inospitali. Persino i rapporti umani più elementari a volte creano delle realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa… E questo non è di Dio!»

[Papa Francesco, Angelus 6 settembre 2015]

 

Lo sfondo del passo di Vangelo è il tema dell’iniziazione alla Fede, che investe i “sensi” (interiori) i quali rischiano di spegnersi.

Anche ogni credente infatti corre il pericolo di affievolire la percezione, circoscrivere l’energia vitale, ridurre in modo drastico il rapporto con la realtà profonda, e l’orizzonte del suo cammino.

«Effatà» era una formula liturgica globalmente espressiva, impiegata dalle chiese primitive nel Battesimo.

Dietro quell’espressione ritroviamo una dimensione ecclesiale davvero vivente e consapevole, sebbene popolare.

Comunità che percepiscono il linguaggio della Fede, accolgono e condividono il pensiero del Figlio; quindi reagiscono alla stasi, non hanno propensioni decadute, né restano mute e cieche.

L’invito a spalancare tutta la vita [Effatà] nasce da un afflato missionario non asservito, che non molla. Vediamo in che senso.

L’itinerario inverosimile di Gesù (v.31) suggerisce quasi un suo essere restio a tornare indietro, trattenendosi piuttosto fra pagani. Perché?

Si rende conto che i “lontani” sembrano meno sordi alla Parola di Dio, rispetto alla gente d’Israele: sono desti, recepiscono, hanno una coscienza ancora viva.

 

Dopo l’accesa disputa sul puro e impuro, ecco il Maestro spazientirsi perfino coi discepoli.

Essi sono rimasti al livello della medesima sordità spirituale del popolo, inerte; mutilato dello spirito della Scrittura.

Ancora sordi, balbettano: si sono autoinflitti un nodo alla lingua.

Se parlano lo fanno a fatica, in modo disarticolato, incomprensibile.

Insomma, i seguaci non espongono messaggi autentici.

Si mostrano intimi, però malgrado le apparenze non sanno ancora ascoltare [diremmo: neppure fedeli alla Tradizione viva; cf. Dei Verbum 1]!

Ciò per il fatto che le orecchie di alcuni di loro sono aperte alle sole furbizie: devono essere «sturate» senza troppi complimenti.

Infatti l’azione di Gesù è violenta (v.33 testo greco).

I “sostenitori” qui paiono contrapporsi in ogni modo all’azione del Cristo nella sua totalità.

 

Gli apostoli ritenevano che il Tesoro di Dio fosse esclusivamente destinato agli “interni” - non ai popoli.

Egli allora colpisce duro: vuole incontrare gli “estranei”, affinché anch’essi accendano le loro risorse.

L’episodio di Vangelo è parabola della condizione di qualunque persona - anche sconclusionata - che incontrando il Signore inizia a percepire e comunicare bene, con saggezza.

Senza più vacillare nelle traiettorie di crescita - con lo spavento della realtà, e di se stessi.

 

La sapienza religiosa o la filosofia pagana hanno cercato risposte agli enigmi, alle domande di senso della vita. Eppure, sinora unicamente tartagliando.

Anche le grandi civiltà hanno solo pensato qualche frammento di Verità. Essa è rimasta erratica e malferma. Non si è espressa con esattezza, o pienamente.

Ad es. (in Platone) Socrate parla di immortalità dell’anima, quindi ha pur avuto un vago senso della Vita indistruttibile, senza però ricevere la Luce della Pasqua.

Qui il problema non è di catechismo esterno, bensì anzitutto personale ed ecclesiale.

Il Messia autentico non sopporta il nostro tirare avanti, senza confronti e discussioni che ci ri-creino.

 

Il giovane Rabbi non vuole che il discepolo si rassegni, si ripieghi, si affezioni alla propria malattia.

Ancora oggi sclerotizziamo forse su posizioni che non mettono in discussione le vere sindromi, e restiamo coi soliti acciacchi - totalmente passivi in merito.

Condizione di vita trasandata e vuota di senso, da cui i “padrini” del Battesimo vorrebbero emanciparci (v.32a).

Sono i veri collaboratori del Cristo, estranei al giro dei sempre appiccicati a Dio - quelli che lo tallonano, ma non lo seguono.

I suoi «Angeli» [cf. Mc 1,13] gli portano un «sordo» (non muto, ma) «balbuziente».

E’ l’unica volta che nel NT appare questo termine.

Nel Primo Testamento «balbuziente» (moghilàlos) appare una sola volta, per indicare la liberazione dall’esodo di Babilonia [«La lingua del balbuziente griderà di gioia», Is 35,6 vers. greca dei LXX].

Non guarigione fisica, ma un’immagine di Liberazione - radicale - che diventa motivo e motore della persona.

È un problema di comprensione!

 

Cristo ci tira fuori, «in disparte» (v.33)... anche rispetto al dissenso degli “intimi”, i quali amano circondarsi di folle e aderire al pensiero comune; compromissorio e banale, che non rompe le chiusure.

Vuole separarci dal modo di ragionare attorno, di maniera, del tutto conforme; intende distaccarci dagli obbiettivi qualunquisti e altrui.

Desidera che pensiamo e diciamo cose sensate, dettate dal pensiero di Dio e dalla vocazione personale; non trendy, à la page, normalizzate, standard.

Chi resta nel villaggio in cui tutti chiacchierano allo stesso modo, o ragionano allo stesso modo, e scelgono allo stesso modo - storditi, rintronati da voci impersonali - non può essere curato.

 

Infatti il «sospiro» di Gesù (v.34) sembra quello di colui che si sente già preso in ostaggio dai suoi, i quali sembra lo trattengano come un leone in gabbia. 

Ci vuole una bella effusione di Spirito dal Cielo per stare calmi e non prenderli a schiaffi… e impegnarsi a ricominciare [ancora] daccapo.

Proprio gli intimi continuano a preferire i soliti libretti d’istruzione e proibizione: più facili - che affrontare rischi e lasciarsi educare.

[Considerandosi privilegiati, alcuni hanno preso possesso della sua Persona trasmettendola a pezzettini, attraverso un insegnamento che non stupisce, non libera, né lo annuncia, bensì lo balbetta e svilisce].

 

«Sospiro» è anche chiedersi: vale la pena? La scelta peggiore sarebbe quella di circoscriversi nella diffidenza.

 

Dopo il Concilio Vaticano II si è appena iniziato ad aprire l’orecchio alla Parola, e man mano la predicazione sta cambiando - ma coi soliti tempi biblici. (Oggi speriamo nel cammino sinodale).

Intanto si diffonde qua e là un’idea di Chiesa “scalza”, che sa ascoltare le domande dell’uomo d’oggi, invece che zittirle.

Un’istituzione in provincia dalle grandi narrazioni e scarsamente incisiva, ma che forse inizia a tralasciare alcune frasi fatte, e comincia a non tacitare tutte le questioni.

Finalmente ci si rende conto che è tempo di annuncio e nuova catechesi, d’un convincente linguaggio e discernimento - e una ben diversa pastorale. Non per questo glamour.

Ma prima di agire sul territorio, è opportuno che curiali, dirigenti, capitani e consoli aprano occhi e orecchie - coinvolgendosi di persona.

 

«Apriti!» resta l’invito pressante a spalancare ancora nuovi percorsi: slacciare il dialogo, essere concreti e rispettosi, rimettere in causa la vita. Arricchendo se stessi e gli altri.

Unico miracolo grande è dischiudere ogni persona alla percezione e comunicazione, intuendo e dando tutto di se stessi.

Perché cercando la verità nell’ascolto profondo e reciproco, oltre le confraternite o cordate, non si balbetta più.

Persino la gerarchia di alto profilo sta iniziando a bucare i soliti muri di gomma e di pietra, esteriori.

Nel frattempo, il confronto ecumenico e con le culture ci schioda dallo status che blocca le conquiste più significative.

È il Dialogo che trasmette senso e sostanza persino alla Dogmatica.

Solo in questo modo riusciremo nel discernimento, nonché a prolungare l’Azione creatrice del Figlio.

Insomma, il cardine di tutto è la consapevolezza che la Persona del Cristo comunica meraviglia e pienezza di vita; non trasmette lacci.

 

Nella cultura semitica la saliva [v.33: «e avendo sputato, toccò la sua lingua»] era considerata alito condensato.

Immagine dello Spirito che libera da alienazioni - beninteso, non a partire da fuori.

Anche l’evangelizzazione deve configurarsi in tale concomitanza, solidale con la realizzazione, e impegnata nei processi: da dentro.

Così vivremo in modo fluente, e proclameremo la Buona Notizia in favore della nostra Felicità. Trovando soluzioni inattese.

Purtroppo - malgrado lo scatenarsi dello stesso Spirito nelle persone, gli annunciatori più “stretti” continuavano a voler predicare il «Figlio dell’uomo» come «il» (quel) Messia che si attendevano (v.36).

Ma la religione incline allo spettacolo, e l’ideologia di potere, tutta esibizionismi esterni - anch’essa appariscente - non ha mai avuto a che fare con Lui.

 

Nel Battesimo il Signore ci stappa le orecchie per abilitarci all’ascolto della «Parola» che si fa «evento», e scioglie la lingua affinché facciamo risuonare agli altri quanto viene proclamato.

Attraverso questo dissigillo siamo stati costituiti credenti e profeti. Prima eravamo balbettoni.

Dopo l’ascolto abbiamo iniziato a discorrere correttamente, non per virtù propria: solo perché abbiamo ricevuto da altri la Parola che dona vita, guarisce, e non mente.

Tuttavia, spesso turiamo le orecchie e leghiamo appunto la lingua, rattrappendo anima, spirito, e mani.

Ma così rendiamo Dio meno presente e operante; impediamo la crescita, blocchiamo l’apertura; ogni sviluppo di vita piena.

 

L’attitudine del figlio? Spalancare l’Esodo al mondo, alla vera conoscenza, alla luce del Vangel; ove non c’è tenebra.

E la missione della Chiesa autentica non è quella di decidere tutto, bensì far udire e parlare. Senza l’a-priori di riferimenti inutili.

 

Aprirci resta la nostra Vocazione decisiva.

Le parole “Fa udire i sordi e fa parlare i muti” costituiscono una buona notizia, che annuncia la venuta del Regno di Dio e la guarigione dalla incomunicabilità e dalla divisione. Questo messaggio si ritrova in tutta la predicazione e l’opera di Gesù, il quale attraversava villaggi, città e campagne, e dovunque giungeva “ponevano gli infermi nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano” (Mc 6,56). La guarigione del sordomuto, su cui abbiamo meditato in questi giorni, avviene mentre Gesù, lasciata la regione di Tiro, si dirige verso il lago di Galilea, attraversando la cosiddetta “Decapoli”, territorio multi–etnico e plurireligioso (cfr Mc 7,31). Una situazione emblematica anche per i nostri giorni. Come altrove, pure nella Decapoli presentano a Gesù un malato, un uomo sordo e difettoso nel parlare (moghìlalon) e lo pregano di imporgli le mani, perché lo considerano un uomo di Dio. Gesù conduce il sordomuto lontano dalla folla, e compie dei gesti che significano un contatto salvifico – pone le dita nelle orecchie, tocca con la propria saliva la lingua del malato –, e poi, volgendo lo sguardo al cielo, comanda: “Apriti!”. Pronuncia questo comando in aramaico (“Effatà”), verosimilmente la lingua delle persone presenti e dello stesso sordomuto, espressione che l’evangelista traduce in greco (dianoìchthēti). Le orecchie del sordo si aprirono, si sciolse il nodo della sua lingua: “e parlava correttamente” (orthōs). Gesù raccomanda che non si dica nulla del miracolo. Ma più lo raccomandava, “più essi ne parlavano” (Mc 7,36). Ed il commento meravigliato di quanti avevano assistito ricalca la predicazione di Isaia per l’avvento del Messia: “Fa udire i sordi e fa parlare i muti” (Mc 7,37).

Il primo insegnamento che traiamo da questo episodio biblico, richiamato anche nel rito del battesimo, è che, nella prospettiva cristiana, l’ascolto è prioritario. Al riguardo Gesù afferma in modo esplicito: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,28). Anzi, a Marta preoccupata per tante cose, Egli dice che “una sola è la cosa di cui c’è bisogno” (Lc 10,42). E dal contesto risulta che questa unica cosa è l’ascolto ubbidiente della Parola. Perciò l’ascolto della parola di Dio è prioritario per il nostro impegno ecumenico. Non siamo infatti noi a fare o ad organizzare l’unità della Chiesa. La Chiesa non fa se stessa e non vive di se stessa, ma della parola creatrice che viene dalla bocca di Dio. Ascoltare insieme la parola di Dio; praticare la lectio divina della Bibbia, cioè la lettura legata alla preghiera; lasciarsi sorprendere dalla novità, che mai invecchia e mai si esaurisce, della parola di Dio; superare la nostra sordità per quelle parole che non si accordano con i nostri pregiudizi e le nostre opinioni; ascoltare e studiare, nella comunione dei credenti di tutti i tempi; tutto ciò costituisce un cammino da percorrere per raggiungere l’unità nella fede, come risposta all’ascolto della Parola.

Chi si pone all’ascolto della parola di Dio può e deve poi parlare e trasmetterla agli altri, a coloro che non l’hanno mai ascoltata, o a chi l’ha dimenticata e sepolta sotto le spine delle preoccupazioni e degli inganni del mondo (cfr Mt 13,22). Dobbiamo chiederci: noi cristiani, non siamo diventati forse troppo muti? Non ci manca forse il coraggio di parlare e di testimoniare come hanno fatto coloro che erano i testimoni della guarigione del sordomuto nella Decapoli? Il nostro mondo ha bisogno di questa testimonianza; attende soprattutto la testimonianza comune dei cristiani. Perciò l’ascolto del Dio che parla implica anche l’ascolto reciproco, il dialogo tra le Chiese e le Comunità ecclesiali. Il dialogo onesto e leale costituisce lo strumento imprescindibile della ricerca dell’unità. Il Decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II ha sottolineato che se i cristiani non si conoscono reciprocamente non sono neppure immaginabili dei progressi sulla via della comunione. Nel dialogo infatti ci si ascolta e si comunica; ci si confronta e, con la grazia di Dio, si può convergere sulla sua Parola accogliendone le esigenze, che sono valide per tutti.

Nell’ascolto e nel dialogo i Padri conciliari non hanno intravisto un’utilità indirizzata esclusivamente al progresso ecumenico, ma hanno aggiunto una prospettiva riferita alla stessa Chiesa cattolica: “Da questo dialogo – afferma il testo del Concilio - apparirà anche più chiaramente quale sia la vera situazione della Chiesa cattolica” (Unitatis redintegratio, 9). E’ indispensabile certo “esporre con chiarezza tutta la dottrina” per un dialogo che affronti, discuta e superi le divergenze esistenti tra i cristiani, ma al tempo stesso “il modo ed il metodo di enunciare la fede cattolica non deve in alcun modo essere di ostacolo al dialogo con i fratelli” (ibid., 11). Bisogna parlare correttamente (orthōs) e in modo comprensibile. Il dialogo ecumenico comporta l’evangelica correzione fraterna e conduce a un reciproco arricchimento spirituale nella condivisione delle autentiche esperienze di fede e di vita cristiana. Perché ciò avvenga occorre implorare senza stancarsi l’assistenza della grazia di Dio e l’illuminazione dello Spirito Santo. E’ quanto i cristiani del mondo intero hanno fatto durante questa speciale “Settimana”, o faranno nella Novena che precede la Pentecoste, come pure in ogni circostanza opportuna, elevando la loro fiduciosa preghiera affinché tutti i discepoli di Cristo siano una cosa sola, e affinché, nell’ascolto della Parola, possano dare una testimonianza concorde agli uomini e alle donne del nostro tempo.

[Papa Benedetto, ai Vespri 25 gennaio 2007]

Giovedì, 05 Febbraio 2026 06:16

Opere per l’uomo, con garbo

1. “Segni” della divina onnipotenza e della potenza salvifica del Figlio dell’uomo, i miracoli di Cristo, narrati dai Vangeli, sono anche la rivelazione dell’amore di Dio verso l’uomo, particolarmente verso l’uomo che soffre, che ha bisogno, che implora guarigione, perdono e pietà. Sono dunque “segni” dell’amore misericordioso proclamato dall’Antico e dal Nuovo Testamento (cf. Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia). Specialmente la lettura del Vangelo ci fa capire e quasi “sentire” che i miracoli di Gesù hanno la loro sorgente nel cuore amante e misericordioso di Dio, che vive e vibra nel suo stesso cuore umano. Gesù li compie per superare ogni genere di male che esiste nel mondo: il male fisico, il male morale, cioè il peccato, e infine colui che è “padre del peccato” nella storia dell’uomo: satana.

I miracoli sono dunque “per l’uomo”. Sono opere di Gesù che, in armonia con la finalità redentiva della sua missione, ristabiliscono il bene là dove si è annidato il male producendovi disordine e sconquasso. Coloro che li ricevono, che vi assistono, si rendono conto di questo fatto, tanto che secondo Marco, “pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!”” (Mc 7, 37).

5. Nel modo stesso di compiere i miracoli si nota la grande semplicità e si potrebbe dire umiltà, garbo, delicatezza di tratto di Gesù. Quanto ci fanno pensare, da questo punto di vista, le parole che hanno accompagnato la risurrezione della figlia di Giairo: “La bambina non è morta, ma dorme” (Mc 5, 39), come a voler “smorzare” il significato di quanto stava per fare. E poi: “raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo” (Mc 5, 43). Così fece anche in altri casi, per esempio dopo la guarigione di un sordomuto (Mc 7, 36), e dopo la professione di fede di Pietro (Mc 8, 29-30).

Per guarire il sordomuto è significativo che Gesù l’abbia portato “in disparte lontano dalla folla”. Ivi “guardando . . . verso il cielo, emise un sospiro”. Questo “sospiro” sembra essere un segno di compassione e, nello stesso tempo, una preghiera. La parola “Effatà” (“Apriti!”) fa sì che si aprano “gli orecchi” e si sciolga “il nodo della lingua” del sordomuto (cf. Mc 7, 33-35).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 9 dicembre 1987]

Giovedì, 05 Febbraio 2026 06:06

Sordità interiore. Ecco la medicina

Il Vangelo della Liturgia di oggi presenta Gesù che opera la guarigione di una persona sordomuta. Nel racconto colpisce il modo con cui il Signore compie questo segno prodigioso. E lo fa così: prende in disparte il sordomuto, gli pone le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua, quindi guarda verso il cielo, sospira e dice: «Effatà», cioè «Apriti!» (cfr Mc 7,33-34). In altre guarigioni, per infermità altrettanto gravi, come la paralisi o la lebbra, Gesù non compie tanti gesti. Perché ora fa tutto questo, nonostante gli abbiano chiesto solo di imporre la mano al malato (cfr v. 32)? Perché fa questi gesti? Forse perché la condizione di quella persona ha una particolare valenza simbolica. Essere sordomuti è una malattia, ma è anche un simbolo. E questo simbolo ha qualcosa da dire a tutti noi. Di che cosa si tratta? Si tratta della sordità. Quell’uomo non riusciva a parlare perché non poteva sentire. Gesù, infatti, per risanare la causa del suo malessere, gli pone anzitutto le dita negli orecchi, poi alla bocca, ma prima negli orecchi.

Tutti abbiamo gli orecchi, ma tante volte non riusciamo ad ascoltare. Perché? Fratelli e sorelle, c’è infatti una sordità interiore, che oggi possiamo chiedere a Gesù di toccare e risanare. E quella sordità interiore è peggiore di quella fisica, perché è la sordità del cuore. Presi dalla fretta, da mille cose da dire e da fare, non troviamo il tempo per fermarci ad ascoltare chi ci parla. Rischiamo di diventare impermeabili a tutto e di non dare spazio a chi ha bisogno di ascolto: penso ai figli, ai giovani, agli anziani, a molti che non hanno tanto bisogno di parole e di prediche, ma di ascolto. Chiediamoci: come va il mio ascolto? Mi lascio toccare dalla vita della gente, so dedicare tempo a chi mi sta vicino per ascoltare? Questo è per tutti noi, ma in modo speciale per i preti, per i sacerdoti. Il sacerdote deve ascoltare la gente, non andare di fretta, ascoltare…, e vedere come può aiutare, ma dopo avere sentito. E tutti noi: prima ascoltare, poi rispondere. Pensiamo alla vita in famiglia: quante volte si parla senza prima ascoltare, ripetendo i propri ritornelli sempre uguali! Incapaci di ascolto, diciamo sempre le solite cose, o non lasciamo che l’altro finisca di parlare, di esprimersi, e noi lo interrompiamo. La rinascita di un dialogo, spesso, passa non dalle parole, ma dal silenzio, dal non impuntarsi, dal ricominciare con pazienza ad ascoltare l’altro, ascoltare le sue fatiche, quello che porta dentro. La guarigione del cuore comincia dall’ascolto. Ascoltare. E questo risana il cuore. “Ma padre, c’è gente noiosa che dice sempre le stesse cose…”. Ascoltali. E poi, quando finiranno di parlare, di’ la tua parola, ma ascolta tutto.

E lo stesso vale con il Signore. Facciamo bene a inondarlo di richieste, ma faremmo meglio a porci anzitutto in suo ascolto. Gesù lo chiede. Nel Vangelo, quando gli domandano qual è il primo comandamento, risponde: «Ascolta, Israele». Poi aggiunge il primo comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore […] e il prossimo come te stesso» (Mc 12,28-31). Ma anzitutto: “Ascolta, Israele”. Ascolta, tu. Ci ricordiamo di metterci in ascolto del Signore? Siamo cristiani ma magari, tra le migliaia di parole che sentiamo ogni giorno, non troviamo qualche secondo per far risuonare in noi poche parole del Vangelo. Gesù è la Parola: se non ci fermiamo ad ascoltarlo, passa oltre. Se noi non ci fermiamo per ascoltare Gesù, passa oltre. Sant’Agostino diceva: “Ho paura del Signore quando passa”. E la paura era di lasciarlo passare senza ascoltarlo. Ma se dedichiamo tempo al Vangelo, troveremo un segreto per la nostra salute spirituale. Ecco la medicina: ogni giorno un po’ di silenzio e di ascolto, qualche parola inutile in meno e qualche Parola di Dio in più. Sempre con il Vangelo in tasca, che aiuta tanto. Sentiamo rivolta a noi oggi, come nel giorno del Battesimo, quella parola di Gesù: “Effatà, apriti”! Apriti le orecchie. Gesù, desidero aprirmi alla tua Parola; Gesù, aprirmi al tuo ascolto; Gesù, guarisci il mio cuore dalla chiusura, guarisci il mio cuore dalla fretta, guarisci il mio cuore dall’impazienza.

La Vergine Maria, aperta all’ascolto della Parola, che in lei si fece carne, ci aiuti ogni giorno ad ascoltare suo Figlio nel Vangelo e i nostri fratelli e sorelle con cuore docile, con cuore paziente e con cuore attento.

[Papa Francesco, Angelus 5 settembre 2021]

Mercoledì, 04 Febbraio 2026 10:34

5a Domenica T.O.

V Domenica Tempo Ordinario (anno A) [8 Febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ci avviciniamo alla Quaresima. Cominciamo a prepararci spiritualmente. Dopo la sesta domenica, il 15 febbraio, entreremo in Quaresima.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (58,7-10)

A prima vista, questo testo potrebbe sembrare una bella lezione morale, e non sarebbe già poco. In realtà, però, dice molto di più. Il contesto è quello della fine del VI secolo a.C.: il ritorno dall’Esilio è avvenuto, ma restano profonde ferite, “le devastazioni del passato” e le rovine da ricostruire. A Gerusalemme la pratica religiosa è stata ristabilita e, in buona fede, si cerca di piacere a Dio. Tuttavia, il profeta deve trasmettere un messaggio delicato: il culto che piace a Dio non è quello che il popolo immagina. I digiuni sono spettacolari, ma la vita quotidiana è segnata da liti, violenze e avidità. Per questo Isaia denuncia un culto che pretende di ottenere il favore di Dio senza conversione del cuore: “Digiunate tra contese e percuotendo con pugni violenti… È forse questo il digiuno che io preferisco?” (Is 58,4-5).

Siamo di fronte a uno dei testi più forti dell’Antico Testamento, che scuote le nostre idee su Dio e sulla religione e risponde con grande chiarezza a una domanda fondamentale: che cosa si aspetta Dio da noi? Questi pochi versetti biblici  sono il frutto di una lunga maturazione nella fede di Israele. Da Abramo in poi, si è cercato ciò che piace a Dio: prima i sacrifici umani, poi quelli di animali, quindi digiuni, offerte e preghiere. Ma lungo tutta questa storia, i profeti non hanno smesso di ricordare che il vero culto non può separarsi dalla vita dell’Alleanza vissuta ogni giorno. Per questo Isaia proclama: il digiuno che Dio vuole è sciogliere le catene dell’ingiustizia, liberare gli oppressi, spezzare ogni giogo. Agli occhi di Dio, ogni gesto che libera il fratello vale più del digiuno più austero. Segue allora l’elenco dei gesti concreti: nutrire l’affamato, dissetare l’assetato, accogliere il povero senza casa, vestire chi è nudo, soccorrere ogni miseria umana. È qui che si misura la verità della fede. Tre osservazioni concludono il messaggio: Primo: questi gesti sono l’imitazione dell’opera stessa di Dio, che Israele ha sperimentato sempre come liberatore e misericordioso. L’uomo è davvero chiamato a essere immagine di Dio, e il modo in cui tratta gli altri rivela il suo rapporto con Lui. Secondo: quando Isaia promette “la gloria del Signore”(v.8) a chi si prende cura del povero, non parla di una ricompensa esterna, ma di una realtà: chi agisce come Dio riflette la sua presenza, diventa luce nelle tenebre, perché “dove c’è amore, lì c’è Dio”. Terzo: ogni gesto di giustizia, liberazione e condivisione è un passo verso il Regno di Dio, quel Regno di giustizia e di amore che l’Antico Testamento attende e che il Vangelo delle Beatitudini presenta come costruito giorno dopo giorno dai miti, dai pacifici e dagli affamati di giustizia.

 

*Salmo responsoriale (111/112)

Ogni anno, durante la festa delle Capanne, questa festa che ancora oggi dura una settimana in autunno, tutto il popolo compiva quella che potremmo chiamare la sua “professione di fede”: rinnovava l’Alleanza con Dio e si impegnava nuovamente a rispettare la Legge. Il Salmo 111/112 era certamente cantato in questa occasione. L’intero salmo è di per sé un piccolo trattato sulla vita nell’Alleanza: per comprenderlo meglio, bisogna leggerlo dall’inizio. Vi leggo il primo verso: “Alleluia! Beato l’uomo che teme il Signore, che ama con tutto sé stesso la sua volontà!”. Innanzitutto, quindi, il salmo comincia con la parola Alleluia, letteralmente “Lodate Dio”, che è la parola chiave dei credenti: quando l’uomo della Bibbia ci invita a lodare Dio, è proprio per il dono dell’Alleanza. Poi, questo salmo è un salmo alfabetico: cioè contiene ventidue versetti, tanti quanti sono le lettere dell’alfabeto ebraico; la prima parola di ogni versetto comincia con una lettera dell’alfabeto nell’ordine alfabetico. È un modo per affermare che l’Alleanza con Dio riguarda tutta la vita dell’uomo e che la Legge di Dio è il solo cammino di felicità per l’intera esistenza, dalla A alla Z. Infine, il primo versetto inizia con la parola “beato”, rivolta all’uomo che sa rimanere sul cammino dell’Alleanza. Questo ricorda subito il Vangelo delle Beatitudini, che risuona dello stesso termine “beato”: Gesù usa qui una parola molto comune nella Bibbia, ma che purtroppo la nostra traduzione italiana non rende completamente. Nel suo commento ai Salmi, André Chouraqui osservava che la radice ebraica di questa parola (beato l’uomo Ashrê hā’îsh) ha come significato fondamentale il cammino, il passo dell’uomo sulla strada senza ostacoli che conduce al Signore. Si tratta quindi “meno della felicità che del cammino che ad essa conduce”. Per questo lo stesso Chouraqui traduceva “Beato” con “In cammino”, sottointeso: siete sulla buona strada, continuate. Generalmente, nella Bibbia, la parola “beato” non va da sola: è contrapposta al suo opposto “infelice” ( benedetto si dice barùk e maledetto ‘arūr). L’idea generale è che nella vita ci sono percorsi falsi da evitare; alcune scelte o comportamenti conducono al bene, altri, contrari, portano solo infelicità. E se leggiamo tutto il salmo, ci accorgiamo che è costruito in questo modo. Anche il Salmo 1, più conosciuto, è strutturato allo stesso modo: prima descrive i buoni percorsi, il cammino verso la felicità, e solo brevemente i cattivi, perché non vale la pena soffermarsi Qui, la buona scelta è indicata già nel primo verso: “Beato l’uomo che teme il Signore!”. Ritroviamo  questa espressione frequente nell’Antico Testamento: la “paura di Dio”. Purtroppo, nella lettura liturgica, manca la seconda parte del verso; ve la leggo intera: “Beato l’uomo che teme il Signore, che ama con tutto sé stesso la sua volontà.” Ecco dunque una definizione di “timore di Dio”: è l’amore della sua volontà, perché si agisce in fiducia. La paura del Signore non è paura in senso negativo: infatti, poco più avanti, un altro verso lo precisa bene: L’uomo retto… confida nel Signore. Sicuro è il suo cuore” (vv7-8). Il “timore di Dio” nel senso biblico è insieme consapevolezza della santità di Dio, riconoscimento di tutto ciò che Egli fa per l’uomo e, poiché è il nostro Creatore, attenzione a obbedirgli: solo Lui sa cosa è bene per noi. È un atteggiamento filiale di rispetto e obbedienza fiduciosa. Israele scopre così due verità: Dio è il Tutto-Altro, ma si fa anche Tutto-Vicino. È infinitamente potente, ma questa potenza è quella dell’amore. Non abbiamo nulla da temere, perché Egli può e vuole la nostra felicità! Nel Salmo 102/103 leggiamo: “Come la tenerezza del padre verso i figli, così la tenerezza del Signore verso chi lo teme.” Temere il Signore significa avere verso di Lui un atteggiamento rispettoso e fiducioso. Significa anche “appoggiarsi a Lui”. Ecco la giusta attitudine verso Dio, quella che mette l’uomo sulla buona strada: “Beato l’uomo che teme il Signore!” Ed ecco anche la giusta attitudine verso gli altri: “L’uomo retto, misericordioso , pietoso e giusto…egli dona largamente ai poveri”(vv4,8). Il salmo precedente (110/111), molto simile a questo, usa le stesse parole “giustizia, tenerezza e misericordia” per Dio e per l’uomo. L’osservanza quotidiana della Legge, nella vita di tutti i giorni, dalla A alla Z, come simboleggia l’alfabeto del salmo, ci plasma alla somiglianza di Dio. Ho detto somiglianza, perché il salmista ricorda che il Signore resta il Tutto-Altro: le formule non sono identiche. Per Dio si dice che Egli È giustizia, tenerezza e misericordia, mentre per l’uomo il salmista dice “è uomo di giustizia, di tenerezza, di misericordia”, cioè sono virtù che pratica, non il suo essere intrinseco. Queste virtù vengono da Dio e l’uomo le riflette in qualche modo. E poiché la sua azione è a immagine di Dio, l’uomo retto diventa luce per gli altri:”spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti”(v.4). Qui si sente un eco della prima lettura tratta dal profeta Isaia: “Condividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri senza tetto, , vestire c chi è nudo… allora la tua luce sorgerà come l’aurora.”(58,7). Quando doniamo e condividiamo, siamo più a immagine di Dio, che è dono puro. A nostra misura, riflettiamo la sua luce.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (2,1-5)

 San Paolo, come spesso, procede per contrasti: la prima opposizione è che il mistero di Dio è completamente diverso dalla sapienza degli uomini; la seconda opposizione riguarda il linguaggio dell’apostolo che annuncia il mistero, molto diverso dal bel parlare umano, dall’eloquenza. Riprendiamo queste due opposizioni: mistero di Dio / sapienza umana; linguaggio del cristiano / eloquenza o arte oratoria. Prima opposizione: mistero di Dio o sapienza umana. Paolo dice di essere venuto “per annunciare il mistero di Dio”; per mistero va inteso il “disegno misericordioso” di Dio , che sarà sviluppato più tardi nella Lettera agli Efesini (Ef 1,3-14): questo disegno è di fare dell’umanità una comunione perfetta di amore attorno a Gesù Cristo, fondata sui valori dell’amore, del servizio reciproco, del dono e del perdono. Gesù lo mette già in pratica lungo tutta la sua vita terrena. Siamo quindi lontanissimi dall’idea di un Dio potente in senso militare, come talvolta alcuni immaginano. Questo mistero di Dio si realizza tramite un “Messia crocifisso”, del tutto contrario alla logica umana, quasi un paradosso. Paolo afferma che Gesù di Nazareth è il Messia, ma non come lo si aspettava: non lo si attendeva crocifisso; secondo la nostra logica, la crocifissione sembrava provare il contrario, perché tutti ricordavano una famosa frase del Deuteronomio: chi era condannato a morte per la legge era considerato maledetto da Dio (Dt 21,22-23). Eppure, questo disegno del Dio onnipotente è nulla meno che Gesù Cristo, come dice Paolo. Nel testimoniare la sua fede, Paolo non ha nulla da annunciare se non Gesù Cristo: Egli è il centro della storia umana, del progetto di Dio e della sua fede. Non vuole sapere nulla di altro: “Ritenni infatti di non sapere altro..  che Gesù Cristo”. Dietro questa frase si intravedono le difficoltà di resistere alle pressioni, agli insulti e alle persecuzioni già presenti. Questo Messia crocifisso ci mostra la vera sapienza, la sapienza di Dio: dono e perdono, rifiuto della violenza… tutto il messaggio del Vangelo delle Beatitudini. Di fronte a questa sapienza divina, la sapienza umana è ragionamento, persuasione, forza e potenza; questa sapienza non può comprendere il messaggio del Vangelo. Infatti, Paolo ha sperimentato un fallimento ad Atene, il centro della filosofia (At17,16-34). Seconda opposizione: linguaggio del predicatore o arte oratoria. Paolo non ha alcuna pretesa di eloquenza: questo già ci rassicura, se non siamo abili oratori. Ma va oltre: per lui l’eloquenza, l’arte oratoria, la capacità di persuadere sono addirittura un ostacolo, incompatibili con il messaggio del Vangelo. Annunciare il Vangelo non significa sfoggiare conoscenza né imporre argomenti. Interessante notare che nella parola “convincere” c’è “vincere”: forse non siamo al posto giusto se pensiamo di annunciare la religione dell’Amore. La fede, come l’amore, non si persuade… Provate a convincere qualcuno ad amarvi: l’amore non si dimostra, non si ragiona. Lo stesso vale per il mistero di Dio: lo si può solo penetrare gradualmente. Il mistero di un Messia povero, Messia-Servitore, Messia crocifisso, non può essere annunciato con mezzi di potenza: sarebbe il contrario del mistero stesso! È nella povertà che il Vangelo si annuncia: questo ci dovrebbe dare coraggio! Il Messia povero può essere annunciato solo con mezzi poveri; il Messia servo solo da servi. Non ti preoccupare se non sei  un grande oratore: la nostra povertà di linguaggio è l’unica compatibile con il Vangelo. Paolo va oltre e dice addirittura che la nostra povertà è condizione necessaria della predicazione: essa lascia spazio all’azione di Dio. Non è Paolo a convincere i Corinzi, ma lo Spirito di Dio, che conferisce alla predicazione la forza della verità, facendo scoprire Cristo. Ne consegue che non è la forza del nostro ragionamento a  convincere: la fede non si fonda sulla sapienza umana, ma sulla potenza dello Spirito di Dio. Noi possiamo solo prestargli la nostra voce. Ovviamente come per Paolo, ciò richiede un atto di fede enorme: È nella mia debolezza, tremante e timoroso, che sono venuto da voi. Il mio linguaggio, la mia predicazione non avevano nulla a che fare con la sapienza che convince; ma si manifestavano lo Spirito e la sua potenza, affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. Quando sembra che il cerchio dei credenti si restringa, quando sogneremmo strumenti mediatici, elettronici o finanziari potenti, ci fa bene sentire che l’annuncio del Vangelo si adatta meglio ai mezzi poveri. Ma per accettarlo bisogna ammettere che lo Spirito Santo è il miglior predicatore, e che la testimonianza della nostra povertà è la predicazione migliore.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (5, 13 -16)

Se una lampada è bella è meglio, ma non è la cosa più importante! Ciò che si chiede prima di tutto è che illumini perché se non illumina bene non si vede nulla. Quanto al sale, la sua vocazione è scomparire svolgendo il suo compito: se manca, il piatto sarà meno buono. A ben vedere sale e luce non esistono per sé stessi. Gesù dice ai discepoli: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo”: ciò che conta è la terra, il mondo; il sale e la luce contano solo in rapporto alla terra e al mondo! Dicendo ai discepoli che sono sale e luce, Gesù li mette in situazione missionaria: Voi che ricevete le mie parole, diventate per questo stesso motivo sale e luce per il mondo: la vostra presenza è indispensabile. In altre parole, la Chiesa esiste solo per evangelizzare il mondo. Questo ci rimette al nostro posto! Già la Bibbia ricordava al popolo di Israele che era il popolo eletto, ma al servizio del mondo; questa lezione vale anche per noi. Tornando a sale e luce: ci si può chiedere qual è il punto in comune tra questi due elementi a cui Gesù paragona i discepoli. Possiamo rispondere che entrambi sono rivelatori: il sale esalta il sapore del cibo, la luce rivela la bellezza delle persone e del mondo. Il cibo esiste prima di ricevere il sale; il mondo e gli esseri esistono prima di essere illuminati. Ci dice molto sulla missione che Gesù affida ai suoi discepoli, a noi: nessuno ha bisogno di noi per esistere, ma abbiamo un ruolo specifico da svolgere. Sale della terra: siamo qui per rivelare agli uomini il sapore della loro vita. Gli uomini non ci aspettano per compiere gesti d’amore e di condivisione, talvolta meravigliosi. Evangelizzare significa dire che il Regno è in mezzo a voi, in ogni gesto, in ogni parola d’amore e “dove c’è amore, lì c’è Dio.” Luce del mondo: siamo qui per valorizzare la bellezza di questo mondo. È lo sguardo d’amore che rivela il vero volto delle persone e delle cose. Lo Spirito Santo ci è stato dato proprio per entrare in sintonia con ogni gesto o parola che viene da Lui. Ma questo può avvenire solo con discrezione e umiltà. Troppo sale rovina il gusto del cibo; una luce troppo forte schiaccia ciò che vuole illuminare. Per essere sale e luce, bisogna amare molto, amare davvero. I testi di oggi ce lo ripetono in modi diversi ma coerenti. L’evangelizzazione non è una conquista; la Nuova Evangelizzazione non è una riconquista. L’annuncio del Vangelo avviene solo nella presenza d’amore. Ricordiamo l’avvertimento di Paolo ai Corinzi nella seconda lettura: solo i poveri e gli umili possono predicare il Regno. Questa presenza d’amore può essere molto esigente, come mostra la prima lettura: il collegamento tra Isaia e il Vangelo è molto significativo. Essere luce del mondo significa mettersi al servizio dei fratelli; Isaia è concreto: condividere pane o vestiti, abbattere tutti gli ostacoli che impediscono la libertà degli uomini. Anche il Salmo di questa domenica dice lo stesso: “l’uomo retto”, cioè colui che condivide generosamente le sue ricchezze, è luce per gli altri. Attraverso le sue parole e i suoi gesti d’amore, gli altri scopriranno la fonte di ogni amore: come dice Gesù. Vedendo ciò che i discepoli fanno di bene, gli uomini renderanno gloria al Padre che è nei cieli, cioè scopriranno che il progetto di Dio per l’umanità è un progetto di pace e giustizia. Al contrario, come potranno gli uomini credere al progetto d’amore di Dio se noi, suoi ambasciatori, non moltiplichiamo i gesti di solidarietà e giustizia che la società richiede? Il sale è sempre in pericolo di perdere sapore: è facile dimenticare le parole forti del profeta Isaia, ascoltate nella prima lettura; e non è un caso se la liturgia ce le propone poco prima dell’inizio della Quaresima, tempo in cui rifletteremo su quale digiuno Dio preferisca. Ultima osservazione: il Vangelo di oggi (sale e luce) segue immediatamente la proclamazione delle Beatitudini in Matteo di domenica scorsa. Vi è quindi un legame tra i due passi, che possono illuminarsi a vicenda. Forse il modo migliore di essere sale e luce è vivere secondo lo spirito delle Beatitudini, cioè all’opposto dello spirito del mondo: accettare umiltà, dolcezza, purezza, giustizia; essere artigiani di pace in ogni circostanza; e, soprattutto, accettare la povertà e la mancanza, con un solo obiettivo: “perché vedano le vostre opere buone  e rendano  gloria al Padre nostro che. è nei cieli”. Complementi: Secondo il documento del Concilio Vaticano II sulla Chiesa “Lumen Gentium”, la vera luce del mondo non siamo noi, è Gesù Cristo. Dicendo ai discepoli che sono luce, Gesù rivela che è Dio stesso a brillare attraverso di loro, perché nella Scrittura, come nel Concilio, è sempre chiarito che tutta la luce viene da Dio.

 

+Giovanni D’Ercole

Mercoledì, 04 Febbraio 2026 04:21

Figli, cagnolini e libera circolazione

Briciole eucaristiche

(Mc 7,24-30)

 

La legge religiosa impediva di occuparsi di persone straniere e di altra etnia, frontiere, o cultura.

All’inizio, Gesù [ovvero: Lui nelle prime comunità, suo Corpo mistico] sembra non volersene occupare (v.27).

Ma dopo aver aiutato le folle e i suoi ad emanciparsi dalla prigione delle norme di purità (vv.14-23) il giovane Rabbi stesso era uscito dai modi conformisti di sperimentare Dio.

Egli fa Esodo persino da territori nazionali e di razza che allora sequestravano le linfe vitali - così sorvolando i preconcetti “sacri”.

Per farci crescere nella Fede, Cristo promuove l’esistere variegato. In tal guisa, al di fuori della miopia standard, può riscontrare adesioni sbalorditive.

Fede: Principio Nuovo, che non allontana da noi stessi. E sgretola ogni illusione di esclusività.

 

Le singolari iniziative del Figlio nascono sulla base dell’esperienza tutta personale del divino, di un Padre munifico nell’elargire senza condizioni. 

Provvidente e disuguale dal Dio taccagno delle religioni antiche: quest’ultimo tutto discordante dalle creature, estraneo, predatorio e (incomprensibilmente) abitudinario.

Con una trovata inconsueta, il giovane Rabbi cerca di aprire la mentalità giudaizzante, superando le frontiere.

Persino il dialogo con una donna non del suo popolo era una “pensata” aliena dalla mentalità delle folle dell’epoca. Iniziativa estranea perfino alle concezioni delle prime due generazioni di credenti, sotto questo aspetto ancora ingessate e frammiste d’idoli.

Ma c’era tutto un popolo di sconosciuti [la «Donna» meticcia e la sua ‘discendenza’ spirituale] che sentiva di non avere futuro... e ciò interpellava i tanti apriorismi del tempo.

Insomma, anche la chiesa di Mc non aveva colto appieno il significato del «pane dei figli» - tutto a disposizione affinché venisse “riconosciuto”.

 

A motivo di rivalità, i popoli antichi erano soliti chiamare gli stranieri con l’appellativo sprezzante di «cane» sinonimo d’impudenza, meschinità e ignobile bassezza.

La frase durissima del Signore (v.27) riflette un paragone proveniente dalle zone povere e dalla vita in famiglia, dove un tempo abbondavano animali domestici e gioventù.

Vi era pur differenza tra ‘bambini’ generati dall’ascolto della Parola di Dio e coloro che si regolavano “a fiuto”. Ma sebbene nessuno negasse il sostentamento ai «figli» per darlo ai «cani» attorno - questi ultimi avevano almeno il diritto delle briciole cadute sul terreno.

Per i diversi e lontani - anche malconsiderati - non è un problema ricorrere a Gesù in modo istintivo; anzi, anche oggi si accontenterebbero dei frantumi.

[Purtroppo, non di rado gli estranei e difformi sono più affamati della vera Manna dal Cielo].

 

Nella comunità cristiana non dovrebbe mancare il nutrimento del corpo e l’Alimento per chiunque (Mc 6,42-44).

La Fede non ha nazionalità, ed è l’unico linguaggio e relazione immediata validi per la comunicazione fra Dio e la donna e l’uomo.

Cristo è vivanda sapienziale per una libera circolazione; non cibo impedito, da tener chiuso.

Spezzare il Pane è partecipare l'esistere in radice; ciò che abbiamo e siamo. Metro di ciò che annunciamo, crediamo e pratichiamo.

 

 

[Giovedì 5.a sett. T.O. 12 febbraio 2026]

Mercoledì, 04 Febbraio 2026 04:17

Briciole eucaristiche

Figli, cagnolini, demoni e libera circolazione

(Mc 7,24-30)

 

Gesù scopriva la volontà del Padre negli eventi della vita. Lo stesso per la crescita di consapevolezza delle prime comunità, le quali si sono trascinate pregiudizi non da poco, almeno sino alla terza generazione di credenti (compresa) - come testimoniato dai Sinottici.

La legge religiosa impediva di occuparsi di persone straniere e di altra etnia, frontiere o cultura. All’inizio, Gesù [ovvero: Lui nelle prime comunità, suo Corpo mistico] sembra non volersene curare (v.27).

Ma dopo aver aiutato le folle e i suoi ad emanciparsi dalla prigione delle norme di purità (vv.14-23) Cristo esce dai modi conformisti di sperimentare Dio.

Egli fa esodo persino da territori nazionali e di razza che allora sequestravano le linfe vitali - così sorvolando i preconcetti sacri.

 

Le singolari iniziative del Figlio nascono sulla base dell’esperienza tutta personale del divino, di un Padre munifico nell’elargire senza condizioni.

Provvidente e disuguale dal Dio taccagno delle religioni: quest’ultimo discordante dalle creature, estraneo, e (incomprensibilmente) abitudinario.

Il Signore stesso ci aiuta nella sua vicenda a sperimentare il trascendente nella vita anche sommaria. Così, a uscire dai modi dottrinali artificiosi che mettono l’esistenza in gabbia [territorio, costumi, ideologia, appartenenze di vario genere - anche “interne”].

Con una trovata inconsueta, il giovane Rabbi cerca di aprire la mentalità giudaizzante, superando le frontiere.

L’intento è quello di farci sviluppare la sua stessa Fede. Essa che promuoveva l’esistere variegato, e al di fuori della miopia tradizionale poteva così riscontrare adesioni sbalorditive.

Nessuno steccato a confine, nessun ostacolo... riescono a contenere la nostra voglia di vivere: vogliamo alimentarci non dell’orgoglio (o di resistenze) ma dell’amore a rischio, non svilito - ed esprimerci completamente.

Persino il dialogo con una donna non del suo popolo era una “pensata” aliena dalla mentalità delle folle dell’epoca - estranea perfino alle concezioni delle prime due generazioni di credenti, sotto questo aspetto ancora ingessate e frammiste d’idoli.

Ma c’era tutto un popolo di sconosciuti [la «donna» meticcia e la sua ‘discendenza’ spirituale] che sentiva di non avere futuro. E ciò interpellava i tanti apriorismi del tempo.

Insomma, anche la chiesa di Mc non aveva colto appieno il significato del «pane dei figli» - tutto a disposizione affinché venisse “riconosciuto”.

 

A motivo di ataviche rivalità, i popoli antichi erano soliti chiamare gli stranieri con l’appellativo sprezzante di «cane», sinonimo d’impudenza, meschinità e ignobile bassezza.

Erano diffuse titubanze del senso della fraternità umana - da visione primitiva [e non solo, nell’era dell’accesso].

La frase durissima del Signore (v.27) riflette un paragone proveniente dalle zone povere e dalla vita in famiglia, dove un tempo abbondavano animali domestici e gioventù.

Vi era pur differenza tra ‘bambini’ generati dall’ascolto della Parola di Dio e coloro che si regolavano “a fiuto”.

Ma sebbene nessuno negasse il sostentamento ai «figli» per darlo ai «cani» attorno - questi ultimi avevano almeno il diritto delle briciole cadute sul terreno.

In effetti, il testo parla di «piccoli cani» [kynaría-kynaríois] come animali domestici amati dai giovanissimi e che durante i pasti facilmente davano loro da mangiare gli avanzi.

In certo senso, appartenevano alla “casa”.

 

Per i diversi e lontani - anche malconsiderati - non è un problema ricorrere a Gesù in modo istintivo; anzi, si accontenterebbero dei frantumi.

In base a ciò, nella comunità dei figli non dovrebbe mancare il nutrimento del corpo e l’alimento sapienziale per chiunque (Mc 6,42-44).

Tuttavia i veterani che si ritenevano famigliari di spettanza e accampavano diritti anagrafici, tenevano il broncio e nelle assemblee pretendevano non consentire a tutti di partecipare alla comunione, ai granelli eucaristici, ai doni del Regno di festa.

Ma grazie all’appello dei Vangeli [ben diversi dagli esagerati proclami “evangelici” imperiali o delle legioni] il dominio dei demoni (v.29) - così vivo in tutte le varie forme di religiosità al tempo in Roma - volgeva al termine.

Secondo Mc non dovrebbe esistere ossessione, catena o preconcetto che possa toglierci orientamenti di progresso ed energie, affinché con estrema libertà siamo messi in grado di adoperarci e aprirsi nei confronti dei bisogni altrui, anche pagani (Mc 6,45a).

 

Dunque nelle fraternità romane sorge un dibattito circa le condizioni di appartenenza comunitaria.

Qual è la posizione dei convertiti dal paganesimo? Hanno diritto di partecipare allo spezzare del Pane senza previa trafila dottrina-disciplina? C’è o no frattura con la tradizione osservante?

Mc ribadisce che non abbiamo prelazione alcuna: principio di salvezza universale è l’attitudine di Fede; non un diritto.

La comunità dei battezzati non è autorizzata a vivere di rendita. Il Vangelo è aperto, supera la biblica priorità del popolo eletto.

La ragione di ogni eventuale eccezione è l’amore sensibile, che ha la libertà di cedere, che diviene unico principio di appartenenza.

 

Condizione di adesione al nuovo popolo di Dio è la Fede nel cuore e non nel sangue o nella testa, né nella disciplina che allontana da noi stessi, da Dio e dagli altri.

Fede: principio nuovo, che sgretola ogni illusione di esclusività.

 

Col Padre, nel Figlio, non si tratta più di mortificarsi, dipendere, sforzarsi e lottare, per poter stare uno di fronte all’altro.

La purità legale è insufficiente (vv.1-23), anzi ora è la persona anche dalle origini sconcertanti - prima un’estranea - che esce “vittoriosa” dal botta e risposta con il Signore.

L’Affidamento sponsale è apprezzabile ovunque, da parte di chiunque: Eros fondante che zampilla da ogni anima, e non è legato a repertori. Supera qualsiasi particolarismo.

Certo, ha i suoi criteri - però essenziali: trasparenza, freschezza, tensione all’unità, superamento delle condizioni e dei tabù; valore della persona; empatia segreta di energie.

 

Il passo di Vangelo traccia un intero cammino di adesione a Cristo.

I lontani possono accostarsi e addirittura partire dall’idea popolare - sconveniente - che Gesù sia il «Figlio di Davide» atteso [cf. parallelo Mt 15,22]: comandante militare e sovrano che avrebbe dovuto prendere il potere, assoggettare le nazioni, assicurare l’età dell’oro, adempiere egli stesso le prescrizioni di Legge come fosse un Modello, e imporne a tutti l’osservanza.

Il punto di partenza del cammino può essere un misero barlume, un inizio che forse non promette granché. Infatti nel caso specifico risulta decisamente confusionario: il Maestro non risponde (Mt 15,23).

Il titolo a Lui affibbiato non ha nulla a che vedere con Dio, né riguarda l’autentico Primogenito. Egli non è Messia potente - immagine predatoria, omologata - bensì servitore.

Non ha alcun senso neppure chiedergli «Pietà» (Mt 15,22)! Anzi - diciamola tutta - malgrado le superficiali abitudini rituali che abbiamo, qui Cristo sembra proprio adirato (v.23).

Non è questo il rapporto sano col Signore: Egli non mette in castigo e non gode di sentirsi implorato dai bisognosi.

Piuttosto educa come fa un amico, fratello o genitore; e non concede grazie a lotteria, né miracoli a simpatia e protezione, o favori a territorio - come gli dèi pagani.

Quell’immagine è totalmente deviante, ma è una figura fasulla che vien fuori proprio dagli “interni” (Mt 15,23-24), i quali sul tema non avrebbero nulla da eccepire [cf. ancora v.23].

Anzi, la loro stessa catechesi ne è la scaturigine: il titolo «figlio di Davide» suona strano, sulla bocca di una pagana.

 

Ancora oggi questa idea paternalista omologante - di colpa inculcata - tende ad allontanare chi cerca un compagno di strada amabile.

La priorità per “Israele” è riconosciuta da Gesù perché sono proprio i figli maggiori a doversi convertire a un nuovo Volto del primo Dio del Sinai - ancora valutato Legislatore e Giudice, invece che Creatore e Redentore della nostra intelligenza e libertà.

[Sebbene in modo bonario-infantile, purtroppo continuano a diffonderlo, quale notaio arcigno, sin dal pre-catechismo].

Gesù prende le distanze da chi accampa pretese e nel contempo devia le anime dei bisognosi che lo cercano.

Poi, in termini spirituali nessuno può millantare diritto a nulla: i Doni davvero sacri non derivano da nessun rapporto di elezione selettiva, e neppure clientelare [del tipo compravendita].

 

Dunque, per diventare intimi a Cristo... ci si può accontentare delle «briciole» eucaristiche - ossia “salvezza minima”?

Ci si può sentire appagati dai soli frantumi che cadono dalla tavola dei supponenti chiusi in piccoli schemi (Mc 7,27-28)?

Certo, perché è la Fede che salva (Mc 7,28-29a), non un grande gesto o una lunga consuetudine nelle discipline dell’arcano - né un codice di purità.

L’autentico Signore dice solo:

«Per questa Parola, va’» (v.29) - ossia procedi pure verso la gioia di una vita piena, trasmissibile a una “prole” non destinata a tormenti o morte prematura.

E senza più sul groppone il giudizio altrui, quello con solite tare ingannevoli, d’inadeguatezza.

Grazie a Lui non siamo introdotti in una pratica religiosa sommaria, ma in una Relazione che si cesella nel tempo (vv.25-30).

 

Come orientarsi?

Invece della stretta Legge, è il Vangelo che ci abilita in pieno.

Come fossimo «cagnolini» (vv.27-28) che cercano vita e alimento, procedendo istintivamente [a “fiuto”] per strade inesplorate. E che secondo carattere, inclinazione, Chiamata per Nome, fanno appello ad altre forze segrete.

Insomma, tutti gli uomini - sebbene ancora lontani da un’esplicita adesione di fede - sono abitati da questo sapere al contempo personale e primordiale, che orienta in modo immediato, e infallibile.

Così in semplicità faremo anche noi, per trovare la Via.

Infatti la Fede non ha nazionalità, ed è l’unico linguaggio-relazione-traiettoria validi per la comunicazione fra Dio e la donna e l’uomo.

La proposta è universale; valica i tempi, le frontiere denominazionali e persino religiose.

 

A commento del Tao Te Ching (LVIII), il maestro Wang Pi afferma:

«Chi ben governa non ha forma né nome, non dà inizio ad amministrazioni. Le varie categorie si dividono e si separano, per questo il popolo è frammentato».

Aggiunge il maestro Ho-shang Kung:

«Quando chi governa è liberale, il popolo è unito nella ricchezza e nella sazietà: gli uomini si amano e vanno d’accordo».

 

Oggi si tratta di condividere i minuzzoli e frammenti del “di più” da noi in occidente ereditato dalle passate generazioni.

Un “di più” molto istruttivo e agiato; elargito in modo sovrabbondante, eppure ricevuto senza “nulla di troppo” [ne quid nimis] né tanti meriti o azzardi (da “buoni cristiani...”).

E rispettando in tutto la nomenclatura dei reduci, di cordate e potenti - sempre poco inclini alla convivenza reale.

Cristo è invece vivanda sapienziale per una libera circolazione; non cibo impedito, da tener chiuso nei tabernacoli.

La sua virtù è compresa ormai solo fuori delle sagrestie - da discosti e remoti (vv.24-25) - dove persino un minuzzolo di Pane fa confidare e risorgere, nella condivisione.

Spezzare l’Eucaristia sorgente e culmine è proclamarla Dono da non trattenere né conservare intatto, bensì da esporre e distribuire senza previ moralismi.

Dividere quel Cibo è partecipare l'esistere in radice, ciò che abbiamo e siamo; metro di quel che annunciamo, crediamo e pratichiamo.

 

Purtroppo, non di rado gli estranei e difformi sono più affamati della vera Manna dal Cielo.

Saturi fino alla nausea - e forse ancora incapaci di comprenderne il senso - perché vivere il Nutrimento condiviso [forse con pochi riguardi al suo significato] come problema e paura?

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Se non è del “tuo popolo”, ti va almeno di parlarci - anche se veterani, clubs interni e regolari lo vietano?

Non pensi che il cammino sinodale sia una buona occasione per rivedere posizioni astratte?

Sai di qualche parrocchietta ecclesiale che non lascia possibilità agli esterni?

Conosci persone ferite dalle esclusioni? Tu cosa fai, silenzio-assenso?

Mercoledì, 04 Febbraio 2026 04:14

Le basta poco

Cari fratelli e sorelle,

il brano evangelico […] inizia con l’indicazione della regione dove Gesù si stava recando: Tiro e Sidone, a nord-ovest della Galilea, terra pagana. Ed è qui che Egli incontra una donna cananea, che si rivolge a Lui chiedendoGli di guarire la figlia tormentata da un demonio (cfr Mt 15,22). Già in questa richiesta, possiamo ravvisare un inizio del cammino di fede, che nel dialogo con il divino Maestro cresce e si rafforza. La donna non ha timore di gridare a Gesù “Pietà di me”, un’espressione che ricorre nei Salmi (cfr 50,1), lo chiama “Signore” e “Figlio di Davide” (cfr Mt 15,22), manifesta così una ferma speranza di essere esaudita. Qual è l’atteggiamento del Signore di fronte a quel grido di dolore di una donna pagana? Può sembrare sconcertante il silenzio di Gesù, tanto che suscita l’intervento dei discepoli, ma non si tratta di insensibilità al dolore di quella donna. Sant’Agostino commenta giustamente: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” (Sermo 77, 1: PL 38, 483). L’apparente distacco di Gesù, che dice “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele” (v. 24), non scoraggia la cananea, che insiste: “Signore, aiutami!” (v. 25). E anche quando riceve una risposta che sembra chiudere ogni speranza - “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (v. 26) -, non desiste. Non vuole togliere nulla a nessuno: nella sua semplicità e umiltà le basta poco, le bastano le briciole, le basta solo uno sguardo, una buona parola del Figlio di Dio. E Gesù rimane ammirato per una risposta di fede così grande e le dice: “Avvenga per te come desideri” (v. 28)

Cari amici, anche noi siamo chiamati a crescere nella fede, ad aprirci e ad accogliere con libertà il dono di Dio, ad avere fiducia e gridare anche a Gesù “donaci la fede, aiutaci a trovare la via!”. È il cammino che Gesù ha fatto compiere ai suoi discepoli, alla donna cananea e agli uomini di ogni tempo e popolo, a ciascuno di noi. La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome, ma la fede risponde a una Persona, che vuole entrare in un rapporto di amore profondo con noi e coinvolgere tutta la nostra vita. Per questo ogni giorno il nostro cuore deve vivere l’esperienza della conversione, ogni giorno deve vedere il nostro passare dall’uomo ripiegato su stesso, all’uomo aperto all’azione di Dio, all’uomo spirituale (cfr 1Cor 2, 13-14), che si lascia interpellare dalla Parola del Signore e apre la propria vita al suo Amore.

Cari fratelli e sorelle, alimentiamo quindi ogni giorno la nostra fede, con l’ascolto profondo della Parola di Dio, con la celebrazione dei Sacramenti, con la preghiera personale come “grido” verso di Lui e con la carità verso il prossimo. Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria, che domani contempleremo nella sua gloriosa assunzione al cielo in anima e corpo, perché ci aiuti ad annunciare e testimoniare con la vita la gioia di aver incontrato il Signore.

[Papa Benedetto, Angelus 14 agosto 2011]

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Man is involved in penance in his totality of body and spirit: the man who has a body in need of food and rest and the man who thinks, plans and prays; the man who appropriates and feeds on things and the man who makes a gift of them; the man who tends to the possession and enjoyment of goods and the man who feels the need for solidarity that binds him to all other men [CEI pastoral note]
Nella penitenza è coinvolto l'uomo nella sua totalità di corpo e di spirito: l'uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l'uomo che pensa, progetta e prega; l'uomo che si appropria e si nutre delle cose e l'uomo che fa dono di esse; l'uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e l'uomo che avverte l'esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini [nota pastorale CEI]
St John Chrysostom urged: “Embellish your house with modesty and humility with the practice of prayer. Make your dwelling place shine with the light of justice; adorn its walls with good works, like a lustre of pure gold, and replace walls and precious stones with faith and supernatural magnanimity, putting prayer above all other things, high up in the gables, to give the whole complex decorum. You will thus prepare a worthy dwelling place for the Lord, you will welcome him in a splendid palace. He will grant you to transform your soul into a temple of his presence” (Pope Benedict)
San Giovanni Crisostomo esorta: “Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza” (Papa Benedetto)
And He continues: «Think of salvation, of what God has done for us, and choose well!». But the disciples "did not understand why the heart was hardened by this passion, by this wickedness of arguing among themselves and seeing who was guilty of that forgetfulness of the bread" (Pope Francis)
E continua: «Pensate alla salvezza, a quello che anche Dio ha fatto per noi, e scegliete bene!». Ma i discepoli «non capivano perché il cuore era indurito per questa passione, per questa malvagità di discutere fra loro e vedere chi era il colpevole di quella dimenticanza del pane» (Papa Francesco)
[Faith] is the lifelong companion that makes it possible to perceive, ever anew, the marvels that God works for us. Intent on gathering the signs of the times in the present of history […] (Pope Benedict, Porta Fidei n.15)
[La Fede] è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia […] (Papa Benedetto, Porta Fidei n.15)
But what do this “fullness” of Christ’s Law and this “superior” justice that he demands consist in? Jesus explains it with a series of antitheses between the old commandments and his new way of propounding them (Pope Benedict)
Ma in che cosa consiste questa “pienezza” della Legge di Cristo, e questa “superiore” giustizia che Egli esige? Gesù lo spiega mediante una serie di antitesi tra i comandamenti antichi e il suo modo di riproporli (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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