Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Concordismi e compromessi, o caos e diversa stabilità
(Gv 6,16-21)
Gv narra l’episodio in modo diverso dai Sinottici: non tanto come esito della comunione dei pani, quanto Manifestazione del Cristo.
Il baricentro del racconto è la presentazione che Gesù fa della sua Persona: «Io Sono» (v.20), autorivelazione del Dio dell’Esodo [3,14: «Io Sono colui che sarò» - ossia: «capirete chi sono da ciò che farò»].
Questo per chiudere le tergiversazioni nell’interpretazione della sua figura:
Il Figlio di Dio non è un guaritore né un facitore di miracoli, bensì il Liberatore dal quale il popolo si attende la Manna che rincuora, la ‘terra’ che gli è promessa, la salvezza dalla morte.
Il brano è parabola della chiesa in preda alle acque agitate degli abissi, dominata dal dubbio, dall’incertezza, da una fede esitante, ancora priva di un sigillo beato e perenne.
Nell’andare duro e senza appoggi - tra polemiche anche interne - d’un tratto cogliamo il Signore che sopraggiunge.
Egli si fa vicino d’improvviso, prende il nostro passo e quello stesso degli accadimenti - per accompagnare la vertigine e la tormenta.
La nostra vita procede verso la sponda opposta, dov’è già il Maestro.
Andiamo speranzosi, ma talora le avversità rischiano di farci annegare, e con noi sembra trascinino giù tutta la barca.
Solo il Signore “cammina sul mare”, ossia avanza e vince la morte.
Se lo ospitiamo, ci rendiamo conto che ogni elemento è in suo potere: e in Lui tutto serve per riattivarci, anche il vento contrario.
L’Amico invisibile guida, realizza infallibilmente, fa giungere a «riva». Condizione definitiva che la forza delle onde non può intaccare, perfino quando abbiamo la sensazione di essere trascinati altrove dai flutti.
Usando parafrasi del libro dell’Esodo, Gv cerca di aiutare le sue comunità a comprendere il Mistero della Persona di Gesù.
E immersi nella sua vicenda, anche noi cogliamo la realtà vocazionale che può avvolgerci e caratterizzare, quando non ne respingiamo l’Appello.
Chiamata che ci lancia in un diverso stile di vita, a partire da risorse inaspettate - cui si può accedere quando si smette di fissare l’attenzione solo su ciò che spaventa e sembra negativo.
Anche il dibattito delle assemblee sul Messia, nonché i rapporti delle chiese col mondo, accentuavano dissapori e incertezza.
Alcuni giudei convertiti ritenevano Cristo un personaggio tutto sommato in linea con la loro mentalità e tradizione, concorde con profezie e figure del Primo Testamento.
Viceversa, alcuni pagani che avevano accettato il Signore propugnavano un’intesa con la mentalità mondana. Una sorta di accordo fra Gesù e Impero, che l’evangelista considera contaminazione idolatrica [la tentazione della folla di sponda pagana di farlo Re precede immediatamente il passo: vv.14-15].
La situazione delle minuscole famiglie credenti nell’impero era buia, dubbiosa, conflittuale dentro e fuori.
Gesù pareva assente e il mare agitato, il vento contrario, minaccioso, sconosciuto.
Eppure, proprio nella condizione di pellegrini sballottati, nella Fede essenziale si faceva esperienza di una strana e ‘diversa stabilità dentro’: il permanere controcorrente.
Quindi risveglio, proliferazione, crescita.
L’emarginazione culturale, le incognite, i confronti, le prove, non inghiottivano i credenti, anzi li rendevano più decisi e spediti (v.21) - secondo la Voce del Risorto, presente nell’anima di ciascuno.
In tal guisa, ecco proporsi ai discepoli una traversata verso la Libertà, che proveniva da quell’intima percezione, solo accogliente.
In grado di nutrire lo spirito di ciascuno e strapparlo dalle fobie - nel caos delle sicurezze esterne. Con cui i «figli» riuscivano a fare pace.
[Sabato 2.a sett. di Pasqua, 18 aprile 2026]
Concordismi e compromessi, o caos e diversa stabilità
(Gv 6,16-21)
Gv narra l’episodio in modo diverso dai Sinottici: non tanto come esito della comunione dei pani, quanto Manifestazione del Cristo.
Il baricentro del racconto è la presentazione che Gesù fa della sua Persona: «Io Sono» (v.20), autorivelazione del Dio dell’Esodo [3,14: «Io Sono colui che sarò» - ossia: «capirete chi sono da ciò che farò»].
Questo per chiudere le tergiversazioni nell’interpretazione della sua figura: il Figlio di Dio non è un guaritore né un facitore di miracoli, bensì il Liberatore dal quale il popolo si attende la Manna che rincuora, la ‘terra’ che gli è promessa, la salvezza dalla morte.
Il brano è parabola della chiesa in preda alle acque agitate degli abissi, dominata dal dubbio, dall’incertezza, da una fede esitante, ancora priva di un sigillo beato e perenne.
Nell’andare duro e senza appoggi, d’un tratto cogliamo il Signore che sopraggiunge. Egli si fa vicino d’improvviso, prende il nostro passo e quello stesso degli accadimenti - per accompagnare la vertigine e la tormenta.
[È come la Parola stessa di Dio attesa nella Liturgia: essa immediatamente ci fa toccare riva... grazie all’inserimento gratuito nel Mistero del pensiero e della condizione divina].
La nostra vita procede verso la sponda opposta, dov’è già il Maestro. Andiamo speranzosi, ma talora le avversità rischiano di farci annegare, e con noi sembra trascinino giù tutta la barca.
Solo il Signore ‘cammina sul mare’, ossia avanza e vince la morte. Se lo ospitiamo, ci rendiamo conto che ogni elemento è in suo potere: e in Lui tutto serve per riattivarci, persino il vento contrario.
L’Amico invisibile guida, realizza infallibilmente, fa giungere a «riva» - condizione definitiva che la forza delle onde non può intaccare, anche quando abbiamo la sensazione di essere trascinati altrove dai flutti.
Usando parafrasi del libro dell’Esodo, Gv cerca di aiutare le sue comunità a comprendere il Mistero della Persona di Gesù, e la realtà vocazionale che può avvolgerci e caratterizzare quando non ne respingiamo l’Appello.
Chiamata che ci lancia in un diverso stile di vita, a partire da risorse inaspettate - cui si può accedere quando si smette di fissare l’attenzione solo su ciò che spaventa e sembra negativo.
Anche il dibattito interno sul Messia, e i rapporti delle chiese col mondo - accentuavano dissapori e incertezza.
Alcuni giudei convertiti ritenevano Cristo un personaggio tutto sommato in linea con la loro mentalità e tradizione, concorde con profezie e figure del Primo Testamento.
Viceversa, alcuni pagani che avevano accettato il Signore propugnavano un’intesa con la mentalità mondana. Una sorta di accordo fra Gesù e Impero, che l’evangelista considera contaminazione idolatrica [la tentazione della folla di sponda pagana di farlo Re precede immediatamente il passo: vv.14-15].
La situazione delle minuscole famiglie credenti nell’impero era buia, dubbiosa, o conflittuale dentro e fuori. Gesù pareva assente e il mare agitato, il vento contrario, minaccioso, sconosciuto.
Eppure, proprio nella condizione di pellegrini sballottati, nella Fede essenziale si faceva esperienza di una strana e diversa stabilità dentro: il permanere controcorrente. Quindi risveglio, proliferazione, crescita.
L’emarginazione culturale, le incognite, i confronti e le prove non inghiottivano i credenti, anzi li rendevano più decisi e spediti (v.21) - secondo la Voce del Risorto, presente nell’anima di ciascuno.
In tal guisa, ecco proporsi una traversata verso la Libertà, che proveniva da quell’intima percezione, solo accogliente.
In grado di nutrire lo spirito di ciascuno e strapparlo dalle fobie - nel caos delle sicurezze esterne. Con cui si riusciva a fare pace.
Dunque la nostra vicenda resta in bilico: avanziamo vacillando - come su una barchetta sballottata da sismi, ecclesiali e non, locali e globali, che pare vogliano trascinare giù tutta la vita.
Episodi che fanno capire quanto vale l’amicizia di Cristo per noi e cosa ci trasmette.
Solo il Signore vince lo spavento degli sconvolgimenti, ma lo fa senza precipitarsi, e privo di schemi assodati che l’inquadrino per sempre. Sarebbe come farlo perire.
Quando ospitiamo la sua Persona in modo semplice e schietto ci rendiamo conto che esiste un altro regno, non allineato.
Allora tutto potremo cogliere per rigenerarci, anche i pencolamenti, i bivi, le stesse insidie del male in apparenza dirompente.
Chi dunque può placare le tempeste... nel modo della crescita nella coesistenza, e (insieme) caratteriale?
Insomma: si può ricreare l’Esodo?
Sin dai primi tempi, la Fede nella Persona del Cristo Messia era già scossa, vacillante; non distesa.
I discepoli non possedevano la medesima fiducia tranquilla del Maestro nei confronti del Padre.
Eppure, proprio nella situazione di viandanti precari, sempre fuori da binari conformi - nel reinterpretare la “follia” del Figlio, contattavano le medesime emozioni profonde che erano state sue.
E in Lui si rinasceva sempre rinnovati, originali, più profondi.
Andando oltre ogni situazione rassicurante ma blanda - che non diceva più nulla. E facendolo a partire da nuclei di esperienza viscerali.
Una traversata verso un respiro che proveniva dall’aggrapparsi al solo Gesù, nel caos delle sicurezze.
Per una discorde permanenza. Dove si affacciava l’inconsueto che ripulisce dai modi o dal “vecchio” assuefatto e stagnante.
Sconvolgimenti per disuguali attivazioni dell’essere donna e uomo del proprio tempo, per non svicolare dal dialogo, dal dibattito, dalle emergenze impellenti.
Condizioni che vogliono portarci altrove.
Ancora oggi, è il cammino di crescita non abitudinario e critico che svela il Signore in grado di manifestare la sua forza quieta.
Così restituendo gli elementi sconvolti alla calma energica e preparatoria; vivace in sé di nuovi desideri, i quali spingono a non chiudere lo sguardo.
Il senso di marcia imposto da Gesù ai suoi sembra contromano, e infrange sfacciatamente le regole accettate da tutti.
Mentre i discepoli accarezzavano desideri nazionalisti, il Maestro inizia a far capire che Egli non è il Messia atteso, restauratore del defunto impero di Davide o dei Cesari.
Il Regno di Dio è aperto a tutta l'umanità, che in quei tempi di sballottamento cercava sicurezze, accoglienza, punti di riferimento.
Non di rado, nelle prime assemblee ciascuno poteva trovare casa e riparo (Mt 13,32c; Mc 4,32b).
Ma gli apostoli e i veterani di chiesa sembravano avversi alle proposte di apertura, ospitalità, e rischio. Rimanevano insensibili a un’idea troppo larga di fraternità - che li spiazzava.
È ancora un problema vivo e gravissimo.
L’insegnamento e richiamo imposto ai discepoli è sempre quello di passare all’altra riva (Mc 4,35; Lc 8,22; Gv 6,17) ossia di non trattenere per sé, ma di comunicare le ricchezze del Padre ai “pagani”, sebbene considerati infetti e malfamati.
Eppure già i suoi non ne volevano sapere di sproporzioni avventate, le quali facessero effettivamente risaltare l’azione del Figlio di Dio.
Erano tarati su consuetudini di religiosità purista comune, e un’ideologia di potere circoscritta.
La resistenza all’incarico divino, nonché le dispute interne laceranti che ne erano derivate, sembrava scatenassero una grande pericolosa tempesta nelle assemblee dei credenti (Mt 8,24; Mc 4,37; Lc 8,23; Gv 6,18).
La bufera riguardava però i soli discepoli, unici sgomenti; non Gesù «che camminava sul mare e veniva vicino alla barca» [Gv 6,19: si tratta del Risorto, nella condizione definitiva, divina].
Quel che accade “dentro” non è il semplice riflesso di ciò che capita “fuori”. Questo l’errore da correggere.
Tale identificazione blocca e rende cronica la vita, a partire dalla gestione delle situazioni emotivamente rilevanti - che hanno il loro senso.
Esse recano un appello significativo e fondamentale, introducono un diverso occhio, scavo e dialogo.
Insomma, anche oggi siamo confusi, nell’imbarazzo, e infuria il caos? Andiamo paradossalmente sulla strada giusta, quella essenziale; ma non bisogna farsi prendere dal timore.
In Lui, eccoci intrisi d’una diversa visione del pericolo.
Dice il Tao Tê Ching (xxii): «Il santo non da sé vede, perciò è illuminato». Anche nelle strettoie.
Sembra infatti che Gesù voglia espressamente per gli apostoli stessi, momenti scuri di confronto e dubbio.
Anche per noi, persino se fossimo responsabili di chiesa... perché altrimenti non si farà pulizia da convinzioni ripetitive.
Le attese da manuale, l’abitudine ad allestire armonie conformiste, i manierismi, bloccano la fioritura di ciò che siamo e speriamo.
Soprattutto: quel che è seccante o addirittura “contro”, ha qualcosa di decisivo da dirci.
Anche nella barchetta delle chiese (Mc 4,36) il disagio deve esprimersi: «Ed ebbero paura» (Gv 6,19c).
Tutto ciò è per far rinascere l’essenza di ciascuno, il senso della stessa comunità.
Per introdurre il cambiamento nascosto o represso, e innescarlo nel modo più efficace - dal contatto con le virtù sottaciute, primordiali.
Più degli opposti attriti e degli eventi esterni in conflitto, l’ansia, l’impressione di crollo, l’angoscia, vengono infatti dal timore stesso di affrontare le normali o decisive questioni dell’esistenza.
Forse per sfiducia: sentendosi in pericolo solo perché ci cogliamo intimamente poco cresciuti, incapaci di Altro intimo colloquio. E di scoprire, rielaborare, convertirci, o rimodulare.
La fatica di mettersi in discussione e la sofferenza che l’avventura della Fede riservano, sfumeranno anche tra i fastidi del mare mosso - il quale appunto non vuole farci tornare “quelli di prima”.
Basta sganciarsi dall’idea di stabilità, anche religiosa, e ascoltare la vita così com’è, abbracciandola.
Perfino nella sua folla di urti, amarezze, speranze d’armonia infrante, dispiaceri - intrattenendosi con questa fiumana di nuovi picchi, e incontrando la propria natura profonda.
Il miglior vaccino contro gli affanni dell’avventura insieme al Risorto sulle onde mutevoli dell’inatteso sarà proprio: non evitare a monte le preoccupazioni - anzi, andare loro incontro e accoglierle; riconoscersi, lasciarle fare.
Anche nel tempo dell’emergenza, le apprensioni che sembrano voler devastare, vengono a noi come forze preparatorie di altre gioie che desiderano irrompere.
Nuove sintonie cosmiche, ci cercano; per lo stupore a partire da noi stessi.
E guida dell’aldilà: «e subito la barca venne alla terra dove erano diretti» (Gv 6,21).
La nostra barchetta è in una stabilità invertita, capovolta, non pareggiabile; incerta, sconveniente - eppure gagliarda, pungente, capace di reinventarsi.
E sarà perfino eccessiva, ma dai dissesti.
Per una proposta di Tenerezza - non corrispondente.
Non è zona di affettuosità relax, perché fa rima con l’ansia terribile delle esplorazioni, e Periferie!
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
In quali occasioni hai trovato facile ciò che prima sembrava impossibile?
Quale effetto esistenziale, di fede, amicale e missionario ha avuto su di te il contatto con le emozioni profonde degli attriti, e del pericolo?
Qualche altra provvidenza, che tu ignori
«È bene non cadere, oppure cadere e risollevarsi. E se accade di cadere, è bene non disperare e non rendersi estranei all’amore che il Sovrano ha per l’uomo. Se lo vuole può infatti fare misericordia alla nostra debolezza. Soltanto non allontaniamoci da lui, non sentiamoci angustiati se siamo forzati dai comandamenti e non avviliamoci se non arriviamo a niente […].
Non dobbiamo né aver fretta né ripiegarci, ma sempre ricominciare di nuovo […].
Aspettalo, ed egli ti farà misericordia, sia con la conversione sia con delle prove, sia con qualche altra provvidenza che tu ignori».
[Pietro Damasceno, libro secondo, ottavo discorso, in La Filocalia, Torino 1982, I,94]
Pane e prodigi del Cristo-fantasma. E noi, frangia del suo mantello
(Mc 6,53-56 // Mt 14,34-36)
Può portare il mantello del Maestro colui che è votato alla causa della non-violenza e del non-possesso, che è sospinto dalla ricerca della verità e della retta visione, che è capace di risolvere i propri problemi emotivi e intellettuali e può mostrare agli altri la via per superare i loro problemi emotivi e intellettuali [Acharya Mahaprajna].
Mentre qualcuno fa ressa continua intorno a Gesù e impedisce ad altri di avere un rapporto personale con Lui, ecco che bisogna inventarsi qualcosa; almeno prenderlo di struscio (v.56).
«E dovunque entrava in villaggi o in città o in borgate ponevano gli infermi nelle piazze e lo supplicavano di toccare anche solo la frangia del suo mantello. E quanti lo toccarono erano salvati».
In effetti la frangia del mantello è il suo Popolo - e ciascuno di noi, quando per Dono siamo messi in grado di percepire e prolungarne il richiamo, lo spirito, la cura, l’azione.
Un «toccare» che non è semplice gesto: chiama il coinvolgimento totale; Fede personale, scavo dentro.
Le folle attorno al Signore e alla Chiesa, sua presenza primaria, cercano pane e guarigione… ma talora dimenticano l’adesione alla Persona interiore che dona e cura.
Eppure anche in questi casi la Guida infallibile ripropone la sua onda vitale ininterrotta - con terapie che non s’impongono attraversando le anime come farebbe un fulmine, bensì nell’esistenza reale.
Dio libera, salva, crea, a partire dalle tensioni e dai difetti (anche religiosi) perché vuole portarci a consapevolezza.
Il Padre desidera far penetrare il valore dell’atto d’amore che rende forte il debole; ogni gesto ri-creante, incarnato, aperto a qualsiasi senso di vuoto.
I fastidi non capitano per sfortuna o castigo: arrivano per lasciarci rifiorire, proprio a partire dai dolori dell’anima.
Se perdurano, nessuna paura: essi diventano messaggi più espliciti, del nostro stesso Seme superiore.
Significa che nella nostra orchestra qualcosa è stonato o trascurato, e deve tramontare oppure venire scoperto e messo in gioco.
Altrimenti non si riuscirà a crescere verso il destino che caratterizza una Chiamata e ogni disagio.
Anche i sintomi dell’inquietudine appartengono alla quintessenza innata - che ha sempre potere di attualità.
La chiave di volta non sarà dunque il look, né la salute, bensì l’accoglienza stessa delle amarezze, degli stenti, i quali vengono per sgombrare l’inessenziale - e liberare pulsioni spirituali intrappolate.
Energie dello squilibrio, che però vogliono essere tramutate in capacità di gettare zavorre; nonché ospitare meglio e integrare la vocazione nella propria storia, onde costruire ancora vita.
Forse non pochi preferirebbero attendere uno sbarco miracolistico del Maestro [guaritore tipificato] che rechi subito beneficio, favori immediati.
Salvezza esteriore dal sapore magico - caduca, anche se fisicamente palpabile o persino in sembiante etico.
Un Signore fenomenale, ma semplicistico.
Un’Apparenza che muore subito, poi si ricomincia daccapo - se Egli (in noi, nelle nostre svolte) non coinvolgesse le stesse incertezze che ci segnano.
E il lungo tempo dei processi, i quali via via prendono peso più intimo.
La redenzione totale e sacra - davvero messianica - è poco incline al clamore epidermico.
La guarigione non è scenografica. Si realizza unicamente passo dopo passo; così permane profonda e radicale.
Si fa capace di nuovi inizi e atti di nascita d’energia ancora embrionale, proprio a partire dalle singole precarietà.
Il suo Popolo di intimi - presenza non più ineffabile e misteriosa - si adopera nella prossimità, per cancellare la falsa immagine del Dio filosofico o forense, sempre esterno.
Sovrano o motore imperativo, lontano e assente - permaloso, predatorio - che ogni tanto si punta; non supera, e neppure riconferma. Mai che guardi il nostro presente.
Così la Chiesa rifiuta l’idea dell’Eterno che ratifica, ma pure quella del taumaturgo di massa, immediatamente risolutivo - tanto caro ai mercanti di miracolo.
Figura che facilmente s’impadronisce delle nostre fantasie.
Annunciamo con parole e gesti il suo Volto autentico, proprio per annientare l’idea del Cristo-fantasma del passo precedente (v.49), figura deplorevole e assurda.
Icona evanescente, solo apologetica, che purtroppo nella storia ha dato largo spazio ai soci in affari con l’Altissimo.
In tal guisa, essere guariti non vuol dire sfuggire la transitorietà.
Per una esistenza da salvati serve una trasformazione dall’interno; un altro inizio. Un diverso appiglio del bene.
Gesù percorre i nostri ambienti come un silenzioso viandante, e accetta anche una fede primitiva.
Ma seppure con potenza dimessa, l’impulso divino opera in ogni cercatore di senso e in ciascun bisognoso.
Vi si stabilisce personalmente, proprio a partire dai sogni interrotti.
Il Signore non può essere imprigionato e contenuto: si accosta, per avviare grandi pulizie, farci spostare lo sguardo, e rinnovare l’universo stantio.
Così trasforma l’anima nostra, nell’esperienza della sua comunione gratuita,
Convivenza che vuole prendere dimora in noi, per fondersi e dilatare la pulsione alla vita - forse acquattata nell’astensione. Affinché ciascuno stupisca di sé, delle passioni sconosciute, dei nuovi rapporti.
Credente e comunità manifestano in fogge empatiche la forza incisiva di guarigione della Fede nel Risorto, a partire dalla propria vicenda intima.
Lo sperimentiamo vivo nel giorno per giorno monotono, poco gratificante e precario - tuttavia capace di cambiare l’assetto dell’esistenza celata in contrade sommarie [v.56: «borgate»] e la sua destinazione inespressa.
Senza turbare con effetti speciali, unilaterali, o pressanti.
Scrive il Tao Tê Ching (xi): «Trenta razze si uniscono in un sol mozzo, e nel suo non-essere si ha l'utilità del carro».
Altrove dalla civiltà dell’apparenza è il miglioramento della nostra condizione e la sicurezza, dall’insicurezza.
Non in un semplice rimetterci in piedi, indiscreto e passeggero.
Fenomenale, ma solo puntuale e inconcludente, o che infine abdica.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come consideri Gesù? Facitore di miracoli o di recuperi?
Come ti comporti con coloro che vengono esclusi o sembrano senza pastore?
Excita, Domine, potentiam tuam, et veni
“Excita, Domine, potentiam tuam, et veni” – con queste e con simili parole la liturgia della Chiesa prega ripetutamente […]
Sono invocazioni formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell’Impero Romano. Il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando. Frequenti cataclismi naturali aumentavano ancora questa esperienza di insicurezza. Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce.
“Excita, Domine, potentiam tuam, et veni”. Anche oggi abbiamo motivi molteplici per associarci a questa preghiera […] Il mondo con tutte le sue nuove speranze e possibilità è, al tempo stesso, angustiato dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso.
Excita – la preghiera ricorda il grido rivolto al Signore, che stava dormendo nella barca dei discepoli sbattuta dalla tempesta e vicina ad affondare. Quando la sua parola potente ebbe placato la tempesta, Egli rimproverò i discepoli per la loro poca fede (cfr Mt 8,26 e par.). Voleva dire: in voi stessi la fede ha dormito. La stessa cosa vuole dire anche a noi. Anche in noi tanto spesso la fede dorme. PreghiamoLo dunque di svegliarci dal sonno di una fede divenuta stanca e di ridare alla fede il potere di spostare i monti – cioè di dare l’ordine giusto alle cose del mondo.
[Papa Benedetto, alla Curia romana 20 dicembre 2010]
E’ un episodio, del quale i Padri della Chiesa hanno colto una grande ricchezza di significato. Il mare simboleggia la vita presente, e l’instabilità del mondo visibile; la tempesta indica ogni sorta di tribolazione, di difficoltà, che opprime l’uomo. La barca, invece, rappresenta la Chiesa costruita da Cristo e guidata dagli Apostoli. Gesù vuole educare i discepoli a sopportare con coraggio le avversità della vita, confidando in Dio, in Colui che si è rivelato al profeta Elia sull’Oreb nel “sussurro di una brezza leggera” (1 Re 19,12) […]
Se guardiamo solo a noi stessi, diventiamo dipendenti dai venti e non possiamo più passare sulle tempeste, sulle acque della vita. Il grande pensatore Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Accettare se stessi, Brescia 1992, 71).
Cari amici, l’esperienza del profeta Elia, che udì il passaggio di Dio, e il travaglio di fede […] ci fanno comprendere che il Signore prima ancora che lo cerchiamo o lo invochiamo, è Lui stesso che ci viene incontro, abbassa il cielo per tenderci la mano e portarci alla sua altezza; aspetta solo che ci fidiamo totalmente di Lui, che prendiamo realmente la sua mano. Invochiamo la Vergine Maria, modello di affidamento pieno a Dio, perché, in mezzo a tante preoccupazioni, problemi, difficoltà che agitano il mare della nostra vita, risuoni nel cuore la parola rassicurante di Gesù, che dice anche a noi: Coraggio, sono io, non abbiate paura!, e cresca la nostra fede in Lui.
[Papa Benedetto, Angelus 7 agosto 2011]
La tempesta sedata sul lago di Genesaret può essere riletta come “segno” di una costante presenza di Cristo nella “barca” della Chiesa, che molte volte nel corso della storia viene esposta alla furia dei venti nelle ore di tempesta. Gesù, svegliato dai discepoli, comanda ai venti e al mare e si fa una grande bonaccia. Poi dice loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” (Mc 4, 40). In questo, come in altri episodi, si vede la volontà di Gesù di inculcare negli apostoli e nei discepoli la fede nella sua presenza operatrice e protettrice anche nelle ore più tempestose della storia, nelle quali potrebbe infiltrarsi nello spirito il dubbio sulla sua divina assistenza. Di fatto nella omiletica e nella spiritualità cristiana il miracolo è stato spesso interpretato come “segno” della presenza di Gesù e garanzia della fiducia in lui da parte dei cristiani e della Chiesa.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 2 dicembre 1987]
«Venuta la sera» […] Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).
[Papa Francesco, momento straordinario di preghiera 27 marzo 2020]
Il semplice Mistero, Nuova Mistica. Vocazione da offrire al mondo
(Gv 6,1-15)
«L’uomo è l’essere-limite che non ha limite» (Fratelli Tutti n.150).
Nel cuore abbiamo un gran desiderio di appagamento e Felicità. Il Padre lo ha introdotto, Lui stesso lo soddisfa - ma ci vuole associati alla sua opera - dentro e fuori di noi.
Il Figlio riflette il disegno di Dio nella compassione per le folle bisognose di tutto e - malgrado la pletora di maestri ed esperti - prive di qualsiasi insegnamento autentico.
La sua ‘soluzione’ è diversissima da quella di tutte le guide spirituali, perché non ci sorvola con un paternalismo esterno, indiretto (vv.5-6) che asciughi le lacrime, rimargini le ferite, cancelli le umiliazioni.
Invita a utilizzare in prima persona ciò che siamo e abbiamo, sebbene possa apparire cosa ridicola (v.9).
Ma insegna in modo assolutamente netto che spostando le energie si realizzano risultati prodigiosi.
Così rispondiamo ai grandi problemi del mondo: recuperando la condizione dell’uomo ‘viator’ - essere di passaggio.
E condividendo i beni; non, lasciando che ciascuno si arrangi.
La nostra cruda nudità, le peripezie, e l’esperienza dei molti fratelli, diversi, sono risorse da non valutare con diffidenza «come concorrenti o nemici pericolosi» della nostra realizzazione [FT n.152].
Non solo quel poco che rechiamo con noi basterà a saziarci, ma avanzerà per altri e con identica Pienezza di verità, umana, epocale (vv.12-13).
Insomma, in Cristo ciascuno può inaugurare un Tempo nuovo, e la Salvezza è già a portata di mano, perché la gente si riunisce spontaneamente intorno a Lui, giungendo così com’è, col carico dei tanti bisogni differenti (v.2).
Il nuovo popolo di Dio non è una folla di gente scelta e pura.
Ognuno reca con sé problemi, che il Signore guarisce - ma curando non con provvedimenti per procura, come dal di sopra o dal di fuori.
In tal guisa un altro mondo è possibile, però attraverso lo «spezzare» il proprio anche misero ‘pane e companatico’.
Soluzione autentica, se la si fa emergere «da dentro» e stando «in mezzo» - non davanti, non a capo, non ‘in alto’.
Il luogo della Rivelazione doveva essere quello delle “saette”, su un ‘monte’ fumante come di fornace (Es 19,18). Ma infine persino lo zelo violento di Elia aveva dovuto ricredersi (1Re 19,12).
Anche a donne e uomini d’altra sponda (v.1) il Figlio rivela un Padre il quale non semplicemente cancella le infermità: ce le fa capire come luogo che sta preparando uno sviluppo personale, e quello della Comunità.
S’immaginava che nei tempi del Messia, tutti i bisognosi sarebbero scomparsi (Is 35,5ss.).
‘Età dell’oro’: tutto al vertice, nessun abisso.
In Gesù - Pane di povero orzo, ma distribuito - si manifesta una pienezza dei tempi inconsueta, apparentemente nebulosa e fragile (v.9) tuttavia reale e in grado di riavviare persone e relazioni.
L’Incarnazione ci ritesse il cuore in dignità e promozione.
Si dispiega realmente, perché non trascina via le povertà e gli ostacoli: poggia su di essi e non li cancella affatto.
Così li surclassa, ma trasmutandoli; su quei semi, creando nuova vita.
La vecchia pozzanghera esclusiva della religione che non osa il rischio dell’Esodo e della Fede (v.2) non ci avrebbe aiutato ad assimilare la proposta del Messia ‘inferiore’.
Egli è in noi che ne abbiamo abbracciato la proposta di vita: nella coesistenza e condivisione.
Signore-in-noi, risolve i problemi del mondo - senza fulmini immediati, né scorciatoie.
Iniziativa-Risposta del Padre, «sostegno nel Viaggio» alla ricerca della Speranza dei poveri - di tutti noi, indigenti in attesa.
[Venerdì 2.a sett. di Pasqua, 17 aprile 2026]
La soluzione diversissima. Moltiplicazione per Divisione, nell’itineranza
(Gv 6,1-15)
«Ora, lo seguiva molta folla, poiché vedevano i segni che faceva sugli infermi» (v.2).
«C’è un un ragazzetto che ha cinque pani di orzo e due pesci, ma che è questo per tanti?» (V.5).
«Gesù dunque sapendo che stavano per venire e rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo su il monte da solo» (v.15).
«L’uomo è l’essere-limite che non ha limite» (Fratelli Tutti n.150).
Nel cuore abbiamo un gran desiderio di appagamento e Felicità. Il Padre lo ha introdotto, Lui stesso lo soddisfa - ma ci vuole associati alla sua opera - dentro e fuori di noi.
Il Figlio riflette il disegno di Dio nella compassione per le folle bisognose di tutto e - malgrado la pletora di maestri ed esperti - prive di qualsiasi insegnamento autentico.
La sua soluzione è diversissima da quella di tutte le guide “spirituali”, perché non ci sorvola con un paternalismo indiretto (vv.5-6) che asciughi le lacrime, rimargini le ferite, cancelli le umiliazioni, dall’esterno.
Invita a utilizzare in prima persona ciò che siamo e abbiamo, sebbene possa apparire cosa ridicola. Ma insegna in modo assolutamente netto che spostando le energie si realizzano risultati prodigiosi.
Così rispondiamo in Cristo ai grandi problemi del mondo: recuperando la condizione dell’uomo ‘viator’ - essere di passaggio, sua impronta essenziale - e condividendo i beni; non lasciando che ciascuno si arrangi.
La nostra cruda nudità, le peripezie e l’esperienza dei molti fratelli, diversi, sono risorse da non valutare con diffidenza, «come concorrenti o nemici pericolosi» della nostra realizzazione [FT n.152].
Non solo quel poco che rechiamo con noi basterà a saziarci, ma avanzerà per altri e con identica pienezza di verità, umana, epocale [vv.12-13: il passo particolare insiste sulla simbologia semitica del numero “dodici”; in Mc 8,8 e Mt 15,34-37 subentra quella del numero “sette”].
In Cristo, ciascuno può inaugurare un Tempo nuovo, e la Salvezza è già a portata di mano, perché la gente si riunisce spontaneamente intorno a Lui, giungendo così com’è, col carico dei tanti bisogni differenti (v.2).
Il nuovo popolo di Dio non è una folla di gente scelta e pura.
Ognuno reca con sé problemi, che il Signore guarisce - ma curando non con provvedimenti per procura (cf. Mt 14,16; Mc 6,37; Lc 9,13), come dal di sopra o dal di fuori.
Insomma: un altro mondo è possibile, però attraverso lo spezzare il proprio anche misero pane e companatico.
Soluzione autentica, se la si fa emergere da dentro, e stando in mezzo - non davanti, non a capo, non in alto.
La nota simbologia dei «cinque pani» e «due pesci» (v.9) - in prospettiva cristologica, significa:
Assumere la propria tradizione anche legalista che ha fatto da saggio nutrimento base (5 libri della Torah), quindi la propria storia e afflato sapienziale (Scritti: Kethubhiim) nonché profetico (Nevi’im: Profeti).
[Come diceva s. Agostino: «La Parola di Dio che ogni giorno viene a voi spiegata e in un certo senso “spezzata” è anch’essa Pane quotidiano» (Sermo 58, IV: PL 38,395). Alimento completo: cibo base e “companatico” - storico e ideale, in codice e in atto].
Il luogo della Rivelazione di Dio doveva essere quello delle “saette”, su un ‘monte’ fumante come di fornace (Es 19,18). Ma infine persino lo zelo violento di Elia aveva dovuto ricredersi (1Re 19,12).
Anche a donne e uomini d’altra sponda (v.1) il Figlio rivela un Padre il quale non semplicemente cancella le infermità: le fa capire come luogo che sta preparando uno sviluppo personale, e quello della Comunità.
S’immaginava infatti che nei tempi del Messia, tutti i bisognosi sarebbero scomparsi (Is 35,5ss.). Età dell’oro: tutto al vertice, nessun abisso.
In Gesù - Pane di povero orzo, ma distribuito - si manifesta una pienezza dei tempi inconsueta; apparentemente nebulosa e fragile (v.9) ma reale e in grado di riavviare tutti, e le relazioni.
Lo Spirito di Dio agisce non calandosi come un fulmine dall’alto, bensì attivando in noi capacità che appaiono impalpabili, eppure in grado di raggranellare il nostro essere disperso [classificato inconsistente - che coinvolge il sommario di tutti i giorni - e lo rivaluta].
L’Incarnazione ci ritessere il cuore, in dignità e promozione; si dispiega realmente, perché non solo trascina via gli ostacoli: poggia su di essi e non li cancella affatto.
Così li surclassa, ma trasmutando - ponendo nuova vita.
Linfa che trae succo e germoglia Fiori dall’unico terreno melmoso e fecondo, e li comunica.
Solidarietà cui sono invitati tutti, non solo quelli ritenuti in condizione di ‘perfezione’ e compattezza.
Le nostre carenze ci rendono attenti, e unici. Non vanno disprezzate, bensì assunte, poste nelle mani del Figlio e dinamizzate (vv.11-13).
Le stesse cadute possono essere un segnale prezioso; in Cristo, non sono più umiliazioni riduttive, bensì indicatori di percorso (v.2).
Forse non stiamo utilizzando e investendo al meglio le nostre risorse.
Così i crolli possono trasformarsi rapidamente in risalite - differenti, non confezionate. E ricerca di completamento totale nella Comunione.
In tal guisa, nell’ideale di realizzare la Vocazione, nonché intuire il tipo di contributo da porgere, nulla di meglio d’un ambiente vivo, che non tarpi le ali: fraternità vivace nello scambio delle qualità, e convivenza.
Non tanto per attutirci gli scossoni, ma perché siamo messi in grado di edificare magazzini sapienziali non tarati da nomenclature - cui tutti possono attingere, persino i diversi e lontani da noi.
Se poi anche qui verrà a trovarci una manchevolezza, sarà per insegnare a essere presenti al mondo secondo magari altre e ulteriori direzioni, o per far emergere la missione e una maturazione creativa - non per rimanere fissati su parzialità e minuzie.
Così, insieme, i “momenti no” divengono subito una molla per non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo molto altrove.
Ed i fallimenti che mettono in bilico servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.
Essi costringono a cercare suggerimenti, differenti orizzonti e relazioni, un completamento che non avevamo immaginato.
Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne, alla terra e alla nostra polvere: un Sovrannaturale che sta dentro e in basso, anche nell’anima dei crollati a terra; non dietro le nuvole.
È il contatto diretto con il nostro humus colmo di succhi regali che ci rigenera e addirittura crea: come donne e uomini nuovi, appena ri-partoriti nella condivisione.
L’immagine del Regno nella gracile Eucaristia non elimina il difetto e la morte.
Li assume e trasfigura in punti di forza; creando incontro, dialogo, predilezione per le realtà minime - e Nuova Alleanza, francamente propulsiva.
Purtroppo, il target esagerato dei films sul Gesù che “moltiplica” l’abbondanza... porta completamente fuori strada.
Genera i devoti dell’accrescimento, i quali disdegnano la divisione (triplicatori di denari, proprietà, titoli, traguardi, rapporti che contano, e così via).
Viceversa, in Cristo che distribuisce ogni cosa diventiamo come un corpus attualizzato e propulsivo di testimoni [e Scritture viventi] sensibile.
Infanti nel Signore, nuotiamo in questa differente Acqua - a volte forse esteriormente velata, o melmosa e torbida. Infine fatta trasparente anche solo perché arrendevole, colma di compassione e benevola.
La vecchia pozzanghera esclusiva della religione che non osa il rischio dell’esodo e della Fede (v.2) non ci avrebbe aiutato ad assimilare la proposta del Messia inferiore, che risolve i problemi del mondo senza fulmini immediati, né scorciatoie.
Egli è in noi che ne abbiamo abbracciato la proposta di vita: Iniziativa-Risposta del Padre, sostegno nel poco etereo Viaggio alla ricerca della Speranza dei poveri - di tutti noi indigenti in attesa.
L’allusione ai ‘cinque’ o ‘sette’ «pani» (moltiplicati perché divisi) conforta le citazioni relative al magma plasmabile delle icone bibliche.
In tal caso, quelle di Mosè ed Elia: figure dei cinque Libri del Pentateuco [i primi Alimenti], più le due sezioni di Profeti e Scritti.
Tutti insieme: Pienezza di cibo e saggezza per l’anima, chiamata a procedere oltre le siepi circonvicine, rompendo gli argini della mentalità asservita; ormai solo di contorno.
Nutrimento-base dello spirito umano-divino, cui si aggiunge un alimento che ci coinvolge.
[Come diceva appunto s. Agostino: «La Parola di Dio che ogni giorno viene a voi spiegata e in un certo senso “spezzata” è anch’essa Pane quotidiano» (Sermo 58, IV: PL 38,395)].
Alimento completo: cibo base e companatico - storico e ideale, in codice e in atto.
Diventiamo nel Cristo come un corpus attualizzato e propulsivo di testimoni e Scritture sensibile; certo ridotto, non ancora affermato e privo di eroici fenomeni, ma accentuatamente sapienziale e pratico.
Annunciatori, condivisori senza clamorosi proclami di autosufficienza.
Mai rinchiusi entro steccati arcaici - sempre in fieri - perciò in grado di percepire binari sconosciuti.
E «spezzare il Pane»... ossia attivarsi, procedere oltre, dividere il poco - per alimentare, straripare - moltiplicando l’ascolto e l’azione di Dio; e far riconquistare stima anche ai disperati.
Siamo figli.
Come pochi e piccoli che non sguazzano in competizioni che rendono tossica la vita - anzi: chiamati in prima persona a scrivere una singolare, empatica e sacra, Parola-evento.
Infanti nel Signore, nuotiamo in questa differente Acqua.
A volte forse esteriormente velata o melmosa e torbida; infine fatta trasparente anche solo perché arrendevole, compassionevole e benevola.
La vecchia pozzanghera esclusiva della religione che non osa il rischio della Fede (v.2) non ci avrebbe aiutato ad assimilare la proposta del Gesù Messia, Figlio di Dio, Salvatore - noto acrostico del termine greco «Ichtys» [pesce].
Egli è l’Iniziativa-Risposta del Padre, sostegno nel poco etereo viaggio alla ricerca della Speranza dei poveri - di tutti noi indigenti in attesa.
La Fede operante ha dunque per emblema l’Eucaristia, rivoluzione della sacralità. Sembra strano, per noi che ci abbiamo fatto il callo.
Infatti scopo dell’evangelizzazione è partecipare ed emancipare l’essere integrale da tutto ciò che lo minaccia, non solo nel limite estremo: anche nella sua azione di ogni giorno - fino a cercare la comunione dei beni.
In Mc 6 il prodigio è collocato dopo la tirata d’orecchi verso gli apostoli, chiamati «in disparte» per una verifica della loro predicazione incerta [Gesù annunciato come Messia glorioso].
In Mc 8 [similmente] dopo l’apertura dei “sensi” del [medesimo discepolo preso «in disparte»] sordo e balbuziente (Mc 7,31-37).
Gv 6 segue gli episodi del ritorno in Galilea, la guarigione del figlio del funzionario, la guarigione del paralitico alla piscina di Betzata, e l’Apologia dello stesso Gesù.
Insomma, il Segno Fonte e Culmine della comunità dei figli è un gesto creativo che impone uno spostamento di visione, un occhio assolutamente nuovo.
Di fronte all’indigenza di molti causata dall’avidità di pochi, l’atteggiamento della Chiesa autentica non si compiace di emblemi e fervorini, né di parziali chiamate a distinguersi nell’elemosina.
Lo spezzare del Pane subentra alla Manna calata dall’alto nel deserto (cf. Mc 8,4; Gv 6,2) e comporta la sua distribuzione - non solo in situazioni particolari.
Non c’è da accontentarsi, nel moltiplicare vita per tutti.
Questa l’attitudine del Corpo vivente del Cristo [taumaturgico, non il facitore di miracoli] che si sente chiamato ad attivarsi in ogni circostanza.
L’adesione grata deve condurci al dono e alla condivisione del «pane».
Se la partecipazione eucaristica non suscita solo elemosina puntuale, pietismo esterno e assistenzialismo di maniera, ecco il Risultato:
Donne e uomini mangeranno, rimarranno sazi, e avanzerà alimento per altri. Non tutti i convitati da Dio previsti sono ancora presenti.
Notiamo che ad alcuni discepoli non era neanche passato per la testa che la soluzione potesse venire dalla gente stessa (v.7) e dal loro spirito - non dal patentato dei capi o da qualche singolo benefattore.
Accordo inatteso: la questione dell’alimento si risolve non dall’alto, ma a partire dall’interno delle persone e grazie ai pochi pani portati con sé (v.9).
Non c’è risoluzione alcuna col verbo “moltiplicare” - ossia “incrementare” [relazioni che contano, accrescere proprietà, ammucchiare astuzie].
Unica terapia è la convivenza dello «spezzare», «dare», «porgere», «distribuire» (v.11 testo greco).
E tutti sono coinvolti, nessuno privilegiato.
A quel tempo la competitività e la mentalità di classe caratterizzava la società piramidale dell’impero - e iniziava a infiltrarsi già nella piccola comunità, appena agli inizi.
Come se il Signore e il Dio del tornaconto potessero convivere uno a fianco all’altro.
È la comunione dei bisognosi che viceversa sale in cattedra nella Chiesa non artefatta; capace di far convivere gli opposti.
La condivisione reale fa da professore degli onnipresenti veterani, smaliziati e pretenziosi, unici a doversi convertire.
Il germe della loro “durata” dovrebbe essere non la posizione in quota e il ruolo, bensì l’amore.
Tale l’unico senso dei gesti sacri, non altri progetti venati da prevaricazioni, o dall’apparire.
Gli “appartenenti” sbalordiscono.
Per il Signore i lontani, ancora in bilico nelle scelte, sono pienamente partecipi del banchetto messianico - senza preclusioni, né discipline dell’arcano con attese snervanti.
Viceversa, quella Mensa urge in favore di altri che devono essere chiamati. Per una sorta di ristabilimento dell’Unità originale.
Insomma, la Redenzione non appartiene alle élites preoccupate della stabilità del loro dominio - che sono addirittura i deboli a dover sostenere.
La vita da salvati viene a noi per Incorporazione.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Hai mai spezzato il tuo pane, trasmesso felicità e compiuto recuperi che rinnovano i rapporti, rimettendo in piedi le persone che neppure hanno stima di sé? O hai privilegiato disinteresse, catene, cordate, atteggiamenti di élite?
Quest’oggi la liturgia prevede come pagina evangelica l’inizio del capitolo VI di Giovanni, che contiene dapprima il miracolo dei pani – quando Gesù diede da mangiare a migliaia di persone con solo cinque pani e due pesci –; quindi l’altro prodigio del Signore che cammina sulle acque del lago in tempesta; e infine il discorso in cui Egli si rivela come “il pane della vita”. Narrando il “segno” dei pani, l’Evangelista sottolinea che Cristo, prima di distribuirli, li benedisse con una preghiera di ringraziamento (cfr v. 11). Il verbo è eucharistein, e rimanda direttamente al racconto dell’Ultima Cena, nel quale, in effetti, Giovanni non riferisce l’istituzione dell’Eucaristia, bensì la lavanda dei piedi. L’Eucaristia è qui come anticipata nel grande segno del pane della vita […] Come non ricordare che specialmente noi sacerdoti possiamo rispecchiarci in questo testo giovanneo, immedesimandoci negli Apostoli, là dove dicono: Dove potremo trovare il pane per tutta questa gente? E leggendo di quell’anonimo ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci, anche a noi viene spontaneo dire: Ma che cos’è questo per una tale moltitudine? In altre parole: che sono io? Come posso, con i miei limiti, aiutare Gesù nella sua missione? E la risposta la dà il Signore: proprio mettendo nelle sue mani “sante e venerabili” il poco che essi sono, noi sacerdoti diventiamo strumenti di salvezza per tanti, per tutti!
[Papa Benedetto, Angelus 26 luglio 2009]
“Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”.
Dinanzi alla folla, che lo ha seguito dalle rive del mare di Galilea fin verso la montagna per ascoltare la sua parola, Gesù dà inizio, con questa domanda, al miracolo della moltiplicazione dei pani, che costituisce il significativo preludio al lungo discorso, nel quale si rivela al mondo come il vero pane della vita disceso dal cielo (cf. Gv 6,41).
1. Abbiamo ascoltato il racconto evangelico: con cinque pani d’orzo e con due pesci, messi a disposizione da un ragazzo, Gesù sfama circa cinquemila uomini. Ma questi, non comprendendo la profondità del “segno” in cui sono stati coinvolti, sono convinti di aver trovato finalmente il Re-Messia, che risolverà i problemi politici ed economici della loro Nazione. Di fronte a tale ottuso fraintendimento della sua missione, Gesù si ritira, tutto solo, sulla montagna.
Anche noi, Sorelle e Fratelli carissimi, abbiamo seguito Gesù e continuiamo a seguirlo. Ma possiamo e dobbiamo chiederci: con quale atteggiamento interiore?Con quello autentico della fede, che Gesù attendeva dagli Apostoli e dalla folla sfamata, oppure con un atteggiamento di incomprensione? Gesù si presentava in quella occasione come, anzi più di Mosè, che nel deserto aveva sfamato il popolo israelita durante l’esodo; si presentava come, anzi più di Eliseo, che con venti pani d’orzo e di farro aveva dato da mangiare a cento persone. Gesù si manifestava, e si manifesta oggi a noi, come Colui che è capace di saziare per sempre la fame del nostro cuore: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6,33).
E l’uomo, specialmente quello contemporaneo, ha tanta fame: fame di verità, di giustizia, di amore, di pace, di bellezza; ma, soprattutto, fame di Dio. “Noi dobbiamo essere affamati di Dio!” esclama Sant’Agostino (“famelici Dei esse debemus” (S. Agostino, Enarrat. in Ps. 146, 17: PL 37,1895ss.). È lui, il Padre celeste, che ci dona il vero pane!
2. Questo pane, di cui abbiamo bisogno, è anzitutto il Cristo, il quale si dona a noi nei segni sacramentali dell’Eucaristia, e ci fa sentire, in ogni Messa, le parole dell’ultima Cena: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. Col sacramento del pane eucaristico – afferma il Concilio Vaticano II – “viene rappresentata e prodotta l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo Corpo in Cristo (cf. 1Cor 10,17). Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo che è luce del mondo; da lui veniamo, per lui viviamo, a lui siamo diretti” (Lumen Gentium, 3).
Il pane di cui abbiamo bisogno è, inoltre, la parola di Dio, perché “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; cf. Dt 8,3). Indubbiamente, anche gli uomini possono esprimere e pronunciare parole di alto valore. Ma la storia ci mostra come le parole degli uomini siano talvolta insufficienti, ambigue, deludenti, tendenziose; mentre la Parola di Dio è piena di verità (cf. 2Sam 7,28;1Cor 15,26); è retta (Sal 33,4); è stabile e rimane in eterno (cf. Sal 119,89;1Pt 1,25).
Dobbiamo metterci continuamente in religioso ascolto di tale Parola; assumerla come criterio del nostro modo di pensare e di agire; conoscerla, mediante l’assidua lettura e la personale meditazione; ma, specialmente, dobbiamo farla nostra, realizzarla, giorno dopo giorno, in ogni nostro comportamento.
Il pane, infine, di cui abbiamo bisogno, è la grazia; e dobbiamo invocarla, chiederla con sincera umiltà e con instancabile costanza, ben sapendo che essa è quanto di più prezioso possiamo possedere.
3. Il cammino della nostra vita, tracciatoci dall’amore provvidenziale di Dio, è misterioso, talvolta umanamente incomprensibile, e quasi sempre duro e difficile. Ma il Padre ci dona il “pane del cielo” (cf. Gv 6,32), per essere rinfrancati nel nostro pellegrinaggio sulla terra.
Mi piace concludere con un passo di Sant’Agostino, che sintetizza mirabilmente quanto abbiamo meditato: “Si comprende molto bene... come la tua Eucaristia sia il cibo quotidiano. Sanno infatti i fedeli che cosa essi ricevono ed è bene che essi ricevano il pane quotidiano necessario per questo tempo. Pregano per loro stessi, per diventare buoni, per essere perseveranti nella bontà, nella fede, e nella vita buona... la parola di Dio, che ogni giorno viene a voi spiegata e, in un certo senso, spezzata, è anch’essa pane quotidiano” (S. Agostino, Sermo 58, IV: PL 38,395).
Che Cristo Gesù moltiplichi sempre, anche per noi, il suo pane!
Così sia!
[Papa Giovanni Paolo II, omelia 29 luglio 1979]
Il Vangelo di oggi (cfr Gv 6,1-15) presenta il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Vedendo la grande folla che lo aveva seguito nei pressi del lago di Tiberiade, Gesù si rivolge all’apostolo Filippo e domanda: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (v. 5). I pochi denari che Gesù e gli apostoli possiedono, infatti, non bastano per sfamare quella moltitudine. Ed ecco che Andrea, un altro dei Dodici, conduce da Gesù un ragazzo che mette a disposizione tutto quello che ha: cinque pani e due pesci; ma certo – dice Andrea – sono niente per quella folla (cfr v. 9). Bravo questo ragazzo! Coraggioso. Anche lui vedeva la folla, e vedeva i suoi cinque pani. Dice: “Io ho questo: se serve, sono a disposizione”. Questo ragazzo ci fa pensare… Quel coraggio… I giovani sono così, hanno coraggio. Dobbiamo aiutarli a portare avanti questo coraggio. Eppure Gesù ordina ai discepoli di far sedere la gente, poi prende quei pani e quei pesci, rende grazie al Padre e li distribuisce (cfr v. 11), e tutti possono avere cibo a sazietà. Tutti hanno mangiato quello che volevano.
Con questa pagina evangelica, la liturgia ci induce a non distogliere lo sguardo da quel Gesù che domenica scorsa, nel Vangelo di Marco, vedendo «una grande folla, ebbe compassione di loro» (6,34). Anche quel ragazzo dei cinque pani ha capito questa compassione, e dice: “Povera gente! Io ho questo…”. La compassione lo ha portato a offrire quello che aveva. Oggi infatti Giovanni ci mostra nuovamente Gesù attento ai bisogni primari delle persone. L’episodio scaturisce da un fatto concreto: la gente ha fame e Gesù coinvolge i suoi discepoli perché questa fame venga saziata. Questo è il fatto concreto. Alle folle, Gesù non si è limitato a donare questo – ha offerto la sua Parola, la sua consolazione, la sua salvezza, infine la sua vita –, ma certamente ha fatto anche questo: ha avuto cura del cibo per il corpo. E noi, suoi discepoli, non possiamo far finta di niente. Soltanto ascoltando le più semplici richieste della gente e ponendosi accanto alle loro concrete situazioni esistenziali si potrà essere ascoltati quando si parla di valori superiori.
L’amore di Dio per l’umanità affamata di pane, di libertà, di giustizia, di pace, e soprattutto della sua grazia divina, non viene mai meno. Gesù continua anche oggi a sfamare, a rendersi presenza viva e consolante, e lo fa attraverso di noi. Pertanto, il Vangelo ci invita ad essere disponibili e operosi, come quel ragazzo che si accorge di avere cinque pani e dice: “Io dò questo, poi tu vedrai…”. Di fronte al grido di fame – ogni sorta di “fame” – di tanti fratelli e sorelle in ogni parte del mondo, non possiamo restare spettatori distaccati e tranquilli. L’annuncio di Cristo, pane di vita eterna, richiede un generoso impegno di solidarietà per i poveri, i deboli, gli ultimi, gli indifesi. Questa azione di prossimità e di carità è la migliore verifica della qualità della nostra fede, tanto a livello personale, quanto a livello comunitario.
Poi, alla fine del racconto, Gesù, quando tutti furono saziati, Gesù disse ai discepoli di raccogliere i pezzi avanzati, perché nulla andasse perduto. E io vorrei proporvi questa frase di Gesù: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto» (v. 12). Penso alla gente che ha fame e a quanto cibo avanzato noi buttiamo… Ognuno di noi pensi: il cibo che avanza a pranzo, a cena, dove va? A casa mia, cosa si fa con il cibo avanzato? Si butta? No. Se tu hai questa abitudine, ti dò un consiglio: parla con i tuoi nonni che hanno vissuto il dopoguerra, e chiedi loro che cosa facevano col cibo avanzato. Non buttare mai il cibo avanzato. Si rifà o si dà a chi possa mangiarlo, a chi ha bisogno. Mai buttare il cibo avanzato. Questo è un consiglio e anche un esame di coscienza: cosa si fa a casa col cibo che avanza?
Preghiamo la Vergine Maria, perché nel mondo prevalgano i programmi dedicati allo sviluppo, all’alimentazione, alla solidarietà, e non quelli dell’odio, degli armamenti e della guerra.
[Papa Francesco, Angelus 29 luglio 2018]
To be Christians means to be missionaries, to be apostles (cfr. Decree Apostolicam Actuositatem, n.2). It is not enough to discover Christ - you must bring Him to others! [John Paul II]
Essere cristiani significa essere missionari-apostoli (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 2). Non basta scoprire Cristo - bisogna portarlo agli altri! [Giovanni Paolo II]
What is meant by “eat the flesh and drink the blood” of Jesus? Is it just an image, a figure of speech, a symbol, or does it indicate something real? (Pope Francis)
Che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? (Papa Francesco)
What does bread of life mean? We need bread to live. Those who are hungry do not ask for refined and expensive food, they ask for bread. Those who are unemployed do not ask for enormous wages, but the “bread” of employment. Jesus reveals himself as bread, that is, the essential, what is necessary for everyday life; without Him it does not work (Pope Francis)
Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona (Papa Francesco)
In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (Papa Francesco)
The Eucharist draws us into Jesus' act of self-oblation. More than just statically receiving the incarnate Logos, we enter into the very dynamic of his self-giving [Pope Benedict]
L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [Papa Benedetto]
Jesus, the true bread of life that satisfies our hunger for meaning and for truth, cannot be “earned” with human work; he comes to us only as a gift of God’s love, as a work of God (Pope Benedict)
Gesù, vero pane di vita che sazia la nostra fame di senso, di verità, non si può «guadagnare» con il lavoro umano; viene a noi soltanto come dono dell’amore di Dio, come opera di Dio (Papa Benedetto)
The locality of Emmaus has not been identified with certainty. There are various hypotheses and this one is not without an evocativeness of its own for it allows us to think that Emmaus actually represents every place: the road that leads there is the road every Christian, every person, takes. The Risen Jesus makes himself our travelling companion as we go on our way, to rekindle the warmth of faith and hope in our hearts and to break the bread of eternal life (Pope Benedict)
La località di Emmaus non è stata identificata con certezza. Vi sono diverse ipotesi, e questo non è privo di una sua suggestione, perché ci lascia pensare che Emmaus rappresenti in realtà ogni luogo: la strada che vi conduce è il cammino di ogni cristiano, anzi, di ogni uomo. Sulle nostre strade Gesù risorto si fa compagno di viaggio, per riaccendere nei nostri cuori il calore della fede e della speranza e spezzare il pane della vita eterna (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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