don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Martedì, 27 Gennaio 2026 04:59

Lo spirito profetico e il falso profetismo

1. Ricollegandoci alla precedente catechesi, possiamo cogliere tra i dati biblici già riferiti l’aspetto profetico dell’azione esercitata dallo spirito di Dio sui capi del popolo, sui re, e sul Messia. Tale aspetto richiede un’ulteriore riflessione, perché il profetismo è il filone lungo il quale scorre la storia di Israele, dominata dalla figura preminente di Mosè, il “profeta” più eccelso, “con il quale il Signore parlava a faccia a faccia” (Dt 34, 10). Lungo i secoli gli israeliti prendono sempre più familiarità col binomio “la Legge e i Profeti”, come sintesi espressiva del patrimonio spirituale, affidato da Dio al suo popolo. Ed è mediante il suo spirito che Dio parla e agisce nei padri, e di generazione in generazione prepara i tempi nuovi.

2. Senza dubbio il fenomeno profetico, che si osserva storicamente, è legato alla parola. Il profeta è un uomo che parla a nome di Dio, consegna a coloro che lo ascoltano o lo leggono ciò che Dio vuol far conoscere sul presente e sull’avvenire. Lo spirito di Dio anima la parola e la rende vitale. Comunica al profeta e alla sua parola un certo pathos divino, per cui diviene vibrante, a volte appassionata e sofferente, sempre dinamica.

Non di rado la Bibbia descrive episodi significativi, nei quali si osserva che lo spirito di Dio si posa su qualcuno, e questi subito pronuncia un oracolo profetico. Così avviene per Balaam: “Lo spirito di Dio fu sopra di lui”. Allora “pronunciò il suo poema e disse: . . . Oracolo di chi ode le parole di Dio e conosce la scienza dell’Altissimo, di chi vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi . . .” (Nm 24, 2. 3-4). È la famosa “profezia”, che anche se si riferisce, nell’immediato, a Saul e a Davide, nella lotta contro gli amaleciti, evoca nello stesso tempo il futuro Messia: “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe, e uno scettro sorge da Israele . . .” (1 Sam 15, 8; 30, 1 ss).

3. Un altro aspetto dello spirito profetico a servizio della parola è che esso si può comunicare e quasi “suddividere”, secondo le necessità del popolo, come nel caso di Mosè preoccupato del numero degli israeliti da condurre e governare, che contavano ormai “600.000 adulti”. Il Signore gli comandò di scegliere e riunire “70 uomini tra gli anziani d’Israele, conosciuti da te come anziani del popolo e come loro scribi”. Ciò fatto, il Signore “prese lo spirito che era su di lui e lo infuse sui 70 anziani: quando lo spirito si fu posato su di essi, quelli profetizzarono . . .” (cf. Nm 24, 16-25).

Nella successione di Eliseo a Elia, il primo vorrebbe addirittura ricevere “due terzi dello spirito” del grande profeta, una specie di doppia parte dell’eredità che toccava al figlio maggiore, per essere così riconosciuto come suo principale erede spirituale tra la moltitudine di profeti e di “figli dei profeti”, raggruppati in corporazioni. Ma lo spirito non si trasmette da profeta a profeta come un’eredità terrena: è Dio che lo concede. Difatti così avviene, e i “figli dei profeti” lo constatano: “Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo” (2 Sam 2, 15).

4. Nei contatti di Israele con i popoli confinanti non mancarono manifestazioni di falso profetismo, che portarono alla formazione di gruppi di esaltati, i quali sostituivano con musiche e gesticolazioni lo spirito proveniente da Dio e aderivano addirittura al culto di Baal. Elia condusse una decisa battaglia contro questi profeti, rimanendo solitario nella sua grandezza. Eliseo, per parte sua, ebbe maggiori rapporti con alcuni gruppi, che sembravano rinsaviti.

Nella genuina tradizione biblica si difende e rivendica la vera idea del profeta come uomo della parola di Dio, istituito da Dio, al pari e al seguito di Mosè: “Io susciterò loro un profeta come te in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà quanto io gli comanderò” (Dt 18, 18). Questa promessa è accompagnata da un ammonimento contro gli abusi del profetismo: “Il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire. Se tu pensi: Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detta? Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l’ha detta il Signore” (Dt 18, 20-22).

Altro aspetto di tale criterio di giudizio è la fedeltà alla dottrina consegnata a Israele da Dio, nella resistenza alle seduzioni dell’idolatria. Si spiega così l’ostilità contro i falsi profeti. Compito del profeta, come uomo della parola di Dio, è di combattere lo “spirito di menzogna” che si trova sulla bocca dei falsi profeti, per tutelare il popolo dalla loro influenza. È una missione ricevuta da Dio, come proclama Ezechiele (Ez 13, 2-3): “Mi fu rivolta ancora questa parola del Signore: Figlio dell’uomo, profetizza contro i profeti di Israele, e di’ a coloro che profetizzano secondo i propri desideri: Guai ai profeti stolti, che seguono il loro spirito senza aver avuto visioni”.

5. Uomo della parola, il profeta deve essere anche “uomo dello spirito”, come già lo chiama Osea: deve avere lo spirito di Dio, e non solo il proprio spirito, se deve parlare a nome di Dio.

Il concetto è sviluppato soprattutto da Ezechiele, che lascia intravedere la presa di coscienza ormai avvenuta circa la profonda realtà del profetismo. Parlare in nome di Dio richiede, nel profeta, la presenza dello spirito di Dio. Questa presenza si manifesta in un contatto che Ezechiele chiama “visione”. In chi ne beneficia, l’azione dello spirito di Dio garantisce la verità della parola pronunciata. Troviamo qui un nuovo indizio del legame fra parola e spirito, che prepara linguisticamente e concettualmente il legame che a un livello più alto, nel Nuovo Testamento, viene posto tra il Verbo e lo Spirito Santo.

Ezechiele ha coscienza di essere personalmente animato dallo spirito: “Uno spirito entrò in me, - egli scrive - mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava”. Lo spirito entra all’interno della persona del profeta. Lo fa stare in piedi: dunque ne fa un testimone della parola divina. Lo solleva e lo mette in movimento: “Uno spirito mi sollevò . . . e mi portò via”. Così si manifesta il dinamismo dello spirito. Ezechiele, peraltro, precisa che sta parlando dello “Spirito del Signore” (Ez 2, 2; 3, 12-14; 11, 5).

6. L’aspetto dinamico dell’azione profetica dello Spirito divino risalta fortemente nelle profezie di Aggeo e di Zaccaria, i quali, dopo il ritorno dall’esilio, hanno vigorosamente spinto gli ebrei rimpatriati a mettersi al lavoro per ricostruire il tempio di Gerusalemme. Il risultato della prima profezia di Aggeo fu che “il Signore destò lo spirito di Zorobabele . . . governatore della Giudea e di Giosuè . . . sommo sacerdote e di tutto il resto del popolo ed essi si mossero e intrapresero i lavori per la causa del Signore degli eserciti”. In un secondo oracolo, il profeta Aggeo intervenne di nuovo e promise l’aiuto potente dello Spirito del Signore: “Coraggio, Zorobabele . . . Coraggio, Giosuè . . . Coraggio, popolo tutto del paese, dice il Signore, e al lavoro . . . il mio spirito sarà con voi, non temete” (Ag 2, 4-5). E similmente il profeta Zaccaria proclamava: “Questa è la parola del Signore a Zorobabele: Non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito, dice il Signore degli eserciti” (Zc 4,6).

Nei tempi che precedettero più immediatamente la nascita di Gesù, non c’erano più profeti in Israele e non si sapeva fino a quando sarebbe durata tale situazione. Uno degli ultimi profeti, Gioele, aveva però annunciato un’effusione universale dello Spirito di Dio che doveva verificarsi “prima che venisse il giorno del Signore, grande e terribile”, e doveva manifestarsi con una straordinaria diffusione del dono di profezia. Il Signore aveva proclamato per suo tramite: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni essere umano e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni rivelatori; i vostri giovani avranno visioni” (Gl 3, 4. 1).

Così si doveva finalmente adempiere l’augurio espresso, molti secoli prima, da Mosè: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito” (Nm 11, 29). L’ispirazione profetica avrebbe raggiunto perfino “gli schiavi e le schiave”, superando ogni distinzione di livelli culturali o condizioni sociali. Allora la salvezza sarebbe stata offerta a tutti: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (Gl 3, 5).

Come abbiamo visto in una catechesi precedente, questa profezia di Gioele trovò il suo compimento nel giorno di Pentecoste, sicché l’apostolo Pietro, rivolgendosi alla folla stupefatta, poté dichiarare: “Accade quello che predisse il profeta Gioele”; e recitò l’oracolo del profeta, spiegando che Gesù “innalzato alla destra di Dio aveva ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso e lo aveva effuso” abbondantemente. Da quel giorno in poi, l’azione profetica dello Spirito Santo si è continuamente manifestata nella Chiesa per darle luce e conforto.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 14 febbraio 1990]

Martedì, 27 Gennaio 2026 04:44

I nostri vicini di casa

Il Vangelo che leggiamo nella liturgia […] (Mc 6,1-6) ci racconta l’incredulità dei compaesani di Gesù. Egli, dopo aver predicato in altri villaggi della Galilea, ripassa da Nazaret, dove era cresciuto con Maria e Giuseppe; e, un sabato, si mette a insegnare nella sinagoga. Molti, ascoltandolo, si domandano: “Da dove gli viene tutta questa sapienza? Ma non è il figlio del falegname e di Maria, cioè dei nostri vicini di casa che conosciamo bene?” (cfr vv. 1-3). Davanti a questa reazione, Gesù afferma una verità che è entrata a far parte anche della sapienza popolare: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (v. 4). Lo diciamo tante volte.

Soffermiamoci sull’atteggiamento dei compaesani di Gesù. Potremmo dire che essi conoscono Gesù, ma non lo riconoscono. C’è differenza tra conoscere e riconoscere. In effetti, questa differenza ci fa capire che possiamo conoscere varie cose di una persona, farci un’idea, affidarci a quello che ne dicono gli altri, magari ogni tanto incontrarla nel quartiere, ma tutto questo non basta. Si tratta di un conoscere direi ordinario, superficiale, che non riconosce l’unicità di quella persona. È un rischio che corriamo tutti: pensiamo di sapere tanto di una persona, e il peggio è che la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi. Allo stesso modo, i compaesani di Gesù lo conoscono da trent’anni e pensano di sapere tutto! “Ma questo non è il ragazzo che abbiamo visto crescere, il figlio del falegname e di Maria? Ma da dove gli vengono, queste cose?”. La sfiducia. In realtà, non si sono mai accorti di chi è veramente Gesù. Si fermano all’esteriorità e rifiutano la novità di Gesù.

E qui entriamo proprio nel nocciolo del problema: quando facciamo prevalere la comodità dell’abitudine e la dittatura dei pregiudizi, è difficile aprirsi alla novità e lasciarsi stupire. Noi controlliamo, con l’abitudine, con i pregiudizi. Finisce che spesso dalla vita, dalle esperienze e perfino dalle persone cerchiamo solo conferme alle nostre idee e ai nostri schemi, per non dover mai fare la fatica di cambiare. E questo può succedere anche con Dio, proprio a noi credenti, a noi che pensiamo di conoscere Gesù, di sapere già tanto di Lui e che ci basti ripetere le cose di sempre. E questo non basta, con Dio. Ma senza apertura alla novità e soprattutto – ascoltate bene – apertura alle sorprese di Dio, senza stupore, la fede diventa una litania stanca che lentamente si spegne e diventa un’abitudine, un’abitudine sociale. Ho detto una parola: lo stupore. Cos’è, lo stupore? Lo stupore è proprio quando succede l’incontro con Dio: “Ho incontrato il Signore”. Leggiamo il Vangelo: tante volte, la gente che incontra Gesù e lo riconosce, sente lo stupore. E noi, con l’incontro con Dio, dobbiamo andare su questa via: sentire lo stupore. È come il certificato di garanzia che quell’incontro è vero, non è abitudinario.

Alla fine, perché i compaesani di Gesù non lo riconoscono e non credono in Lui? Perché? Qual è il motivo? Possiamo dire, in poche parole, che non accettano lo scandalo dell’Incarnazione. Non lo conoscono, questo mistero dell’Incarnazione, ma non accettano il mistero. Non lo sanno, ma il motivo è inconsapevole e sentono che è scandaloso che l’immensità di Dio si riveli nella piccolezza della nostra carne, che il Figlio di Dio sia il figlio del falegname, che la divinità si nasconda nell’umanità, che Dio abiti nel volto, nelle parole, nei gesti di un semplice uomo. Ecco lo scandalo: l’incarnazione di Dio, la sua concretezza, la sua “quotidianità”. E Dio si è fatto concreto in un uomo, Gesù di Nazaret, si è fatto compagno di strada, si è fatto uno di noi. “Tu sei uno di noi”: dirlo a Gesù, è una bella preghiera! E perché è uno di noi ci capisce, ci accompagna, ci perdona, ci ama tanto. In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali”, che fa solo cose eccezionali e dà sempre grandi emozioni. Invece, cari fratelli e sorelle, Dio si è incarnato: Dio è umile, Dio è tenero, Dio è nascosto, si fa vicino a noi abitando la normalità della nostra vita quotidiana. E allora, succede a noi come ai compaesani di Gesù, rischiamo che, quando passa, non lo riconosciamo. Torno a dire quella bella frase di Sant’Agostino: “Ho paura di Dio, del Signore, quando passa”. Ma, Agostino, perché hai paura? “Ho paura di non riconoscerlo. Ho paura del Signore quando passa. Timeo Dominum transeuntem”. Non lo riconosciamo, ci scandalizziamo di Lui. Pensiamo a com’è il nostro cuore rispetto a questa realtà.

Ora, nella preghiera, chiediamo alla Madonna, che ha accolto il mistero di Dio nella quotidianità di Nazaret, di avere occhi e cuore liberi dai pregiudizi e avere occhi aperti allo stupore: “Signore, che ti incontri!”. E quando incontriamo il Signore c’è questo stupore. Lo incontriamo nella normalità: occhi aperti alle sorprese di Dio, alla Sua presenza umile e nascosta nella vita di ogni giorno.

[Papa Francesco, Angelus 4 luglio 2021]

Fede e Guarigione, o esclusione

(Mc 5,21-43)

 

A Roma, al tempo di Mc, la situazione di confusione generata dalla guerra civile sembrava potesse divenire letale per la sopravvivenza delle giovani comunità perseguitate, che alcuni deridevano (v.40).

Sotto la diseducazione ossessiva delle guide spirituali, in particolare sul senso di peccato e indegnità - in aggiunta, il terrore religioso dei demoni - tutto sembrava seminasse panico.

Le paure assorbivano gran parte delle risorse emotive - peggiorando la situazione delle persone (v.26).

Per questo la donna si muove cogliendo il Maestro «da dietro» (v.27) - appunto, di nascosto! Ma il suo non era affatto un sacrilegio.

La trasgressione dei “contaminati” che addirittura seguono la loro coscienza [a quel tempo, una doppia vergogna] è colta dal Signore come espressione di Fede viva (v.34)!

«Figlia»: Cristo accoglie la donna nella sua Chiesa, e in Lei valorizza tutti coloro che gli habitué tengono a distanza di sicurezza.

Neppure pretende che vada al Tempio a offrire ai sacerdoti il sacrificio prescritto dalla Legge.

Solo dice: «La tua Fede ti ha salvata. Va’ in Pace».

Ossia: procedi pure verso la gioia di una vita piena, senza più sul groppone il solito giudizio d’inadeguatezza.

 

In effetti, anche il capo della devozione antica non può che generare “figli” [ossia, tutto un popolo spirituale] già morti in partenza (v.35).

Ma dal momento in cui egli si volge all’autentico Maestro, inizia a compiere il passaggio dalla religiosità elementare alla Fede (v.36).

In tal guisa, la fine prematura rigenera vita, giovinezza, felicità.

La lezione non è solo per la sinagoga tradizionale, ma anche per i massimi esponenti della Chiesa nascente: gli orgogliosi Pietro, Giacomo e Giovanni (v.37).

Proprio perché autoritari, precipitosi e testardi - tutti gli altri fedeli di comunità è bene che stiano a distanza da un ambente che strepita disperato, perché ancora immagina la morte fisica quale steccato invalicabile (v.38).

E qui sorge una nuova trasgressione religiosa: il libro del Levitico proibiva di toccare un cadavere (v.41).

Con tale incredibile gesto Cristo ribadisce: chi osserva la legge che non umanizza produce egli stesso morte e va incontro alla morte.

Il bene concreto della persona reale è valore assoluto. Dio non guarda meriti, ma i bisogni.

E la Fede personale è l’Oro divino che realizza la visione interiore.

Qualità di Relazione indistruttibile: tale Azione-compassione oltrepassa la ‘morte’ che guasta tutto.

Appunto, attirando e compiendo ciò che lo stesso gesto crede (vv.23.28.34.36.39).

 

Nella Bibbia ebraica non esiste il termine «immortalità».

La lentezza d’Israele nel credere alla vita senza fine è illuminante: fa comprendere che prima di credere nel mondo futuro, è necessario dare valore e amare l’esistenza in questo mondo.

Quando ne avremo passione allo stesso modo del Padre, ecco sorgere il silenzio d’uno spazio tutto nostro, irripetibile, fragrante, che sboccia da una Sintonia genuina.

Allora Egli ci trasformerà, si comunicherà a noi (v.43), ci farà simili a Lui e in grado di sostenere le sfide.

Infine capaci di sciogliere nodi di morte e aiutare le sospensioni degli altri.

 

 

[Martedì 4.a sett. T.O.  3 febbraio 2026]

Fede e Guarigione, o esclusione

(Mc 5,21-43)

 

A Roma, al tempo di Mc, la situazione di confusione generata dalla guerra civile sembrava potesse divenire letale per la sopravvivenza delle giovani comunità perseguitate, che alcuni deridevano (v.40).

I dodici anni di vita e di emorragia delle due donne si richiamano: nella cultura semitica la perdita di sangue indicava impurità [inizio di morte] e conseguente esclusione sociale.

Sangue e morte erano qua e là fattori di emarginazione persino nelle piccole fraternità, che in quel periodo segnato da un pensiero e costumi ancora giudaizzanti impedivano qualsiasi partecipazione, anche agli appuntamenti comuni.

Sotto la diseducazione ossessiva delle guide spirituali, in particolare sul senso di peccato e indegnità - in aggiunta, il terrore religioso dei demoni - tutto sembrava seminasse panico.

Le paure assorbivano gran parte delle risorse emotive. In tal guisa, peggiorando la situazione delle persone (v.26).

Come superare il cumulo di ostacoli, che sembrava non avesse vie d’uscita? Bisognava fare l’esatto contrario di quanto inculcavano le autorità religiose!

Tra l'altro, le donne, del tutto soggiogate, in coscienza non erano affatto d’accordo coi capi.

Esse trovavano persino nel tipo di folla maschile appiccicata a Cristo un impedimento al contatto personale col Signore...

Dunque sapevano che avrebbero dovuto inventarsi qualcosa. E ci provavano di soppiatto.

 

La “donna” si muove cogliendo il Maestro «da dietro» (v.27) - appunto, di nascosto! Ma il suo non è affatto un sacrilegio.

Gesù si accorge del tocco dei minimi, non solo della solita ressa misogina attorno.

Così, i seguaci che già immaginavano di averlo sequestrato, timorosi della sua sensibilità verso gli ultimi e le non persone - lo trattano da imbecille e scriteriato (v.31).

I discepoli [dirigisti e maschi] stanno sempre accanto al Figlio di Dio, ma non sono affatto d’accordo con Lui. Vogliono solo sequestrarlo per loro.

Caro Rabbi, come ti permetti di avere una reazione diversa da quella che ti dettiamo? E come ti viene in mente di fare attenzione a chi andrebbe solo avversato e condannato - per l’indecente iniziativa che si è messo in testa? Vuoi rovinarci? Ci siamo noi, tanto basta; agli altri, morte e inferno; se possibile, anticipati.

Per Gesù, invece, la qualità della vita e delle nostre attese in questo mondo è importante: non basta pensare all’aldilà [del genere: Qui abbozza, e alla fine meriterai...].

Non conta solo il Cielo.

Pertanto, la trasgressione dei (considerati) contaminati - i quali addirittura seguono la loro coscienza [a quel tempo una vergogna] - è colta dal Signore come espressione di Fede viva (v.34)!

«Figlia»: Cristo accoglie la donna nella sua Chiesa, e in Lei valorizza tutti coloro che gli habitué tengono a distanza di sicurezza.

Neppure pretende che vada al Tempio a offrire ai sacerdoti il sacrificio prescritto dalla Legge!

Solo dice: «La tua Fede ti ha salvata. Va’ in Pace».

Ossia: procedi pure verso la gioia di una vita piena, senza più sul groppone il giudizio d’inadeguatezza [e le solite tare ingannevoli].

 

In effetti, anche il capo della devozione antica non può che generare “figli” [ossia, tutto un popolo spirituale] già morti in partenza (v.35).

Ma dal momento in cui egli si volge all’autentico Maestro, inizia a compiere il passaggio dalla religiosità elementare alla Fede (v.36).

In tale relazione sponsale intima, senza più il timore del castigo, la fine prematura rigenera vita, giovinezza, felicità.

La lezione non è solo per la sinagoga tradizionale, bensì anche per i massimi esponenti della Chiesa nascente: gli orgogliosi Pietro, Giacomo e Giovanni (v.37).

Proprio perché autoritari, precipitosi e testardi - tutti gli altri fedeli di comunità è bene che stiano a distanza da un ambente che strepita disperato, perché ancora immagina la morte fisica quale steccato invalicabile (v.38).

E qui sorge una nuova trasgressione religiosa: il libro del Levitico proibiva di toccare un cadavere (v.41).

Con tale incredibile gesto Cristo ribadisce: chi osserva la legge che non umanizza produce egli stesso morte e va incontro alla morte.

 

Unico valore non negoziabile è il bene concreto della persona reale. Dio non guarda meriti [supposti, da osservanze inventate] ma i bisogni.

E la Fede personale è l’Oro divino che realizza la visione interiore.

Qualità di Relazione indistruttibile: tale Azione-compassione oltrepassa la morte che guasta tutto.

Appunto, attirando e compiendo ciò che lo stesso gesto crede (vv.23.28.34.36.39).

 

«Giovanetta, ti dico: Alzati!» (v.41).

San Girolamo commenta: «Fanciulla, alzati per me: non per merito tuo, ma per la mia grazia. Alzati dunque per me: il fatto di essere guarita non è dipeso dalle tue virtù» [Omelie sul Vangelo di Marco, 3].

Nei Vangeli i verbi Vivere, Salvare e Morire sono ambivalenti e descrivono sia salute e vita fisica che salvezza spirituale, del cuore (v.34).

La narrazione della Parola di oggi ci aiuta a superare la visione meccanicistica della vita: nel Mistero dell’Eros fondante che anima e rinnova l’onda vitale, c’è il modo di battere i problemi.

In Cristo la nostra redenzione totale è risposta divina a una Fiducia anche un poco primitiva - forse incipiente - ma appassionata, che guida a rigenerare.

 

Nella Bibbia ebraica non esiste il termine «immortalità».

La lentezza d’Israele nel credere alla vita senza fine è illuminante: fa comprendere che prima di credere nel mondo futuro, è necessario dare valore e amare l’esistenza in questo mondo.

E averne passione allo stesso modo del Padre.

Il contatto con il Figlio, le sue parole, e gli stessi cenni, trasmettono una potenza di guarigione e rinascita che rinnova sia la carne che lo spirito; sia le luci che l’ombra.

Neppure la morte si erge come barriera definitiva e conclusiva.

 

Ancora oggi la cura divina, la sua memoria e forza di consolazione sono resi attuali nei segni della Chiesa.

Ma non limitiamoci a essere spettatori che fanno ressa attorno, senza vero Contatto col Risorto.

Apriamo l’orecchio e rendiamoci conto che non siamo chiamati a ricalcare presenze ingombranti, estranee, altrui.

Parliamogli personalmente, e chiediamo in tutto che intervenga sulle nostre infermità, o cali momentanei.

Ed ecco sorgere il silenzio d’uno spazio nostro, irripetibile, fragrante, segreto; che sboccia da una Sintonia genuina.

Allora Egli ci trasformerà, si comunicherà a noi (v.43), ci farà simili a Lui e in grado di sostenere le sfide.

Infine capaci di sciogliere nodi di morte e aiutare le sospensioni degli altri.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Qual è il richiamo delle azioni di Gesù per te, per la tua famiglia e la comunità?

Lunedì, 26 Gennaio 2026 03:42

Due livelli di lettura

Cari fratelli e sorelle,

[…] l’evangelista Marco ci presenta il racconto di due guarigioni miracolose che Gesù compie in favore di due donne: la figlia di uno dei capi della Sinagoga, di nome Giàiro, ed una donna che soffriva di emorragìa (cfr Mc 5,21-43). Sono due episodi in cui sono presenti due livelli di lettura; quello puramente fisico: Gesù si china sulla sofferenza umana e guarisce il corpo; e quello spirituale: Gesù è venuto a guarire il cuore dell’uomo, a donare la salvezza e chiede la fede in Lui. Nel primo episodio, infatti, alla notizia che la figlioletta di Giàiro è morta, Gesù dice al capo della Sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!» (v. 36), lo prende con sé dove stava la bambina ed esclama: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!» (v. 41). Ed essa si alzò e si mise a camminare. San Girolamo commenta queste parole, sottolineando la potenza salvifica di Gesù: «Fanciulla, alzati per me: non per merito tuo, ma per la mia grazia. Alzati dunque per me: il fatto di essere guarita non è dipeso dalle tue virtù» (Omelie sul Vangelo di Marco, 3). Il secondo episodio, quello della donna affetta da emorragie, mette nuovamente in evidenza come Gesù sia venuto a liberare l’essere umano nella sua totalità. Infatti, il miracolo si svolge in due fasi: prima avviene la guarigione fisica, ma questa è strettamente legata alla guarigione più profonda, quella che dona la grazia di Dio a chi si apre a Lui con fede. Gesù dice alla donna: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male!» (Mc 5,34).

Questi due racconti di guarigione sono per noi un invito a superare una visione puramente orizzontale e materialista della vita. A Dio noi chiediamo tante guarigioni da problemi, da necessità concrete, ed è giusto, ma quello che dobbiamo chiedere con insistenza è una fede sempre più salda, perché il Signore rinnovi la nostra vita, e una ferma fiducia nel suo amore, nella sua provvidenza che non ci abbandona.

Gesù che si fa attento alla sofferenza umana ci fa pensare anche a tutti coloro che aiutano gli ammalati a portare la loro croce, in particolare i medici, gli operatori sanitari e quanti assicurano l’assistenza religiosa nelle case di cura. Essi sono «riserve di amore», che recano serenità e speranza ai sofferenti. Nell’Enciclica Deus caritas est osservavo che, in questo prezioso servizio, occorre innanzitutto la competenza professionale - essa è una prima fondamentale necessità - ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, che hanno bisogno di umanità e dell'attenzione del cuore. «Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria anche, e soprattutto, la “formazione del cuore”: occorre condurli a quell'incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro animo all'altro» (n. 31).

Chiediamo alla Vergine Maria di accompagnare il nostro cammino di fede e il nostro impegno di amore concreto specialmente verso chi è nel bisogno, mentre invochiamo la sua materna intercessione per i nostri fratelli che vivono una sofferenza nel corpo e nello spirito.

[Papa Benedetto, Angelus 1 luglio 2012]

Lunedì, 26 Gennaio 2026 03:35

Dignità della missione della donna

1. Quando si parla della dignità e della missione della donna secondo la dottrina e lo spirito della Chiesa, occorre avere gli occhi al Vangelo, alla cui luce il cristiano tutto vede, esamina, giudica.

Nella precedente catechesi abbiamo proiettato la luce della Rivelazione sull’identità e il destino della donna, presentando come segnacolo la Vergine Maria, secondo le indicazioni del Vangelo. Ma in quella stessa fonte divina troviamo altri segni della volontà di Cristo riguardo alla donna. Egli ne parla con rispetto e bontà, mostrando nel suo atteggiamento la volontà di accogliere la donna e di richiedere il suo impegno nell’instaurazione del Regno di Dio nel mondo.

2. Possiamo ricordare anzitutto i numerosi casi di guarigione di donne (cf. Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 13). E quegli altri in cui Gesù rivela il suo cuore di Salvatore, pieno di tenerezza negli incontri con coloro che soffrono, siano uomini o donne. “Non piangere!” dice alla vedova di Nain (Lc 7, 13). E poi le restituisce il figlio risuscitato da morte. Questo episodio lascia intravedere quale doveva essere il sentimento intimo di Gesù verso la sua madre, Maria, nella prospettiva drammatica della partecipazione alla propria Passione e Morte. Anche alla figlia morta di Giairo Gesù parla con tenerezza: “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. E, risuscitatala, ordina “di darle da mangiare” (Mc 5, 41.43). Ancora, manifesta la sua simpatia per la donna curva, che egli guarisce: e in questo caso, con l’allusione a Satana, fa pensare anche alla salvezza spirituale che arreca a quella donna (cf. Lc 13, 10-17).

3. In altre pagine del Vangelo troviamo espressa l’ammirazione di Gesù per la fede di alcune donne. Ad esempio, nel caso dell’emorroissa: “La tua fede ti ha salvata” (Mc 5, 34), le dice. È un elogio che ha tanto più valore in quanto la donna era stata oggetto della segregazione imposta dalla legge antica. Gesù libera la donna anche da questa oppressione sociale. A sua volta, la cananea riceve da Gesù il riconoscimento: “Donna, davvero grande è la tua fede” (Mt 15, 28). È un elogio che ha un significato tutto particolare, se si pensa che era rivolto ad una straniera per il mondo di Israele. Possiamo ancora ricordare l’ammirazione di Gesù per la vedova che offre il suo obolo nel tesoro del tempio (cf. Lc 21, 1-4); e il suo apprezzamento per il servizio che riceve da Maria di Betania (cf. Mt 26, 6-13; Mc 14, 3-9; Gv 12, 1-8), il cui gesto - egli annuncia - sarà portato a conoscenza di tutto il mondo.

4. Anche nelle sue parabole Gesù non esita a portare similitudini ed esempi tratti dal mondo femminile, a differenza del midrash dei rabbini, dove compaiono solo figure maschili. Gesù si riferisce sia a donne che a uomini. Volendo fare un raffronto, si potrebbe forse dire che il vantaggio è dalla parte delle donne. Ciò significa, quanto meno, che Gesù evita persino l’apparenza di una attribuzione di inferiorità alla donna.

E ancora: Gesù apre l’accesso del suo Regno alle donne come agli uomini. Aprendolo alle donne, egli vuole aprirlo ai bambini. Quando dice: “Lasciate che i bambini vengano a me” (Mc 10, 14), egli reagisce alla sorveglianza dei discepoli che volevano impedire alle donne di presentare i loro figli al Maestro. Si direbbe che egli dia ragione alle donne e al loro amore per i bambini!

Nel suo ministero, Gesù è accompagnato da numerose donne, che lo seguono e rendono servizio a lui e alla comunità dei discepoli (cf. Lc 8, 1-3). È un fatto nuovo, rispetto alla tradizione giudaica. Gesù, che ha attirato quelle donne alla sua sequela, anche in questo modo manifesta il superamento dei pregiudizi diffusi nel suo ambiente, come in buona parte del mondo antico, sull’inferiorità della donna. Nella sua lotta contro le ingiustizie e le prepotenze rientra anche questa sua esclusione delle discriminazioni tra le donne e gli uomini nella sua Chiesa (cf. Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 13).

5. Non possiamo non aggiungere che dal Vangelo risulta la benevolenza di Gesù anche verso alcune peccatrici, alle quali chiede il pentimento, ma senza infierire contro di esse per i loro sbagli, tanto più che questi comportano una corresponsabilità dell’uomo. Alcuni episodi sono molto significativi: la donna che si reca nella casa del fariseo Simone (cf. Lc 7, 36-50) non è solo perdonata dei peccati, ma anche elogiata per il suo amore; la samaritana è trasformata in messaggera della nuova fede (cf. Gv 4, 7-37); la donna adultera riceve, col perdono, la semplice esortazione a non peccare più (cf. Gv 8, 3-11); (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 14). Senza dubbio non vi è in Gesù acquiescenza dinanzi al male, al peccato, da chiunque sia commesso: ma quanta comprensione della fragilità umana e quale bontà verso chi già soffre per la propria miseria spirituale, e più o meno coscientemente cerca in lui il Salvatore!

6. Il Vangelo infine attesta che Gesù chiama espressamente le donne a cooperare alla sua opera salvifica. Non solo le ammette a seguirlo per rendere servizio a lui e alla comunità dei discepoli, ma chiede loro altre forme di impegno personale. Così, chiede a Marta l’impegno nella fede (cf. Gv 11, 26-27): ed essa, rispondendo all’invito del Maestro, fa la sua professione di fede prima della risurrezione di Lazzaro. Dopo la Risurrezione, affida alle pie donne che erano andate al sepolcro e a Maria di Magdala l’incarico di trasmettere il suo messaggio agli Apostoli (cf. Mt 28, 8-10; Gv 20,17-18): “Le donne furono così le prime messaggere della Risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli” (Cathechismus Catholicae Ecclesiae, 641). Sono segni abbastanza eloquenti della sua volontà di impegnare anche le donne nel servizio al Regno.

7. Questo comportamento di Gesù ha la sua spiegazione teologica nell’intento di unificare l’umanità. Egli, come dice San Paolo, ha voluto riconciliare tutti gli uomini, mediante il suo sacrificio, “in un solo corpo” e fare di tutti “un solo uomo nuovo” (Ef 2, 15.16), cosicché ora “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28). Ed ecco la conclusione della nostra catechesi: se Gesù Cristo ha riunito l’uomo e la donna nell’uguaglianza della condizione di figli di Dio, Egli impegna ambedue nella sua missione, non sopprimendo affatto la diversità, ma eliminando ogni ingiusta ineguaglianza, e tutti riconciliando nell’unità della Chiesa.

8. La storia delle prime comunità cristiane attesta il grande contributo che le donne hanno portato alla evangelizzazione: a cominciare da “Febe, nostra sorella, - come la qualifica San Paolo - diaconessa della Chiesa di Cencre:  . . . anch’essa - egli dice - ha protetto molti, e anche me stesso” (Rm 16, 1-2). Mi è caro rendere qui omaggio alla memoria di lei e delle tante altre collaboratrici degli Apostoli a Cencre, a Roma e in tutte le comunità cristiane. Con esse ricordiamo ed esaltiamo anche tutte le altre donne - religiose e laiche - che nei secoli hanno testimoniato il Vangelo e trasmesso la fede, esercitando un grande influsso sulla fioritura di un clima cristiano nella famiglia e nella società.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 6 luglio 1994]

Il Vangelo di oggi presenta il racconto della risurrezione di una ragazzina di dodici anni, figlia di uno dei capi della sinagoga, il quale si getta ai piedi di Gesù e lo supplica: «La mia figlioletta sta morendo; vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva» (Mc 5,23). In questa preghiera sentiamo la preoccupazione di ogni padre per la vita e per il bene dei suoi figli. Ma sentiamo anche la grande fede che quell’uomo ha in Gesù. E quando arriva la notizia che la fanciulla è morta, Gesù gli dice: «Non temere, soltanto abbi fede!» (v. 36). Dà coraggio questa parola di Gesù! E la dice anche a noi, tante volte: “Non temere, soltanto abbi fede!”. Entrato nella casa, il Signore manda via tutta la gente che piange e grida e si rivolge alla bambina morta, dicendo: «Fanciulla, io ti dico: alzati!» (v. 41). E subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare. Qui si vede il potere assoluto di Gesù sulla morte, che per Lui è come un sonno dal quale ci può risvegliare.

All’interno di questo racconto, l’Evangelista inserisce un altro episodio: la guarigione di una donna che da dodici anni soffriva di perdite di sangue. A causa di questa malattia che, secondo la cultura del tempo, la rendeva “impura”, ella doveva evitare ogni contatto umano: poverina, era condannata ad una morte civile. Questa donna anonima, in mezzo alla folla che segue Gesù, dice tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata» (v. 28). E così avviene: il bisogno di essere liberata la spinge ad osare e la fede “strappa”, per così dire, al Signore la guarigione. Chi crede “tocca” Gesù e attinge da Lui la Grazia che salva. La fede è questo: toccare Gesù e attingere da Lui la grazia che salva. Ci salva, ci salva la vita spirituale, ci salva da tanti problemi. Gesù se ne accorge e, in mezzo alla gente, cerca il volto di quella donna. Lei si fa avanti tremante e Lui le dice: «Figlia, la tua fede ti ha salvata» (v. 34). E’ la voce del Padre celeste che parla in Gesù: “Figlia, non sei maledetta, non sei esclusa, sei mia figlia!”. E ogni volta che Gesù si avvicina a noi, quando noi andiamo da Lui con la fede, sentiamo questo dal Padre: “Figlio, tu sei mio figlio, tu sei mia figlia! Tu sei guarito, tu sei guarita. Io perdono tutti, tutto. Io guarisco tutti e tutto”.

Questi due episodi – una guarigione e una risurrezione – hanno un unico centro: la fede. Il messaggio è chiaro, e si può riassumere in una domanda: crediamo che Gesù ci può guarire e ci può risvegliare dalla morte? Tutto il Vangelo è scritto nella luce di questa fede: Gesù è risorto, ha vinto la morte, e per questa sua vittoria anche noi risorgeremo. Questa fede, che per i primi cristiani era sicura, può appannarsi e farsi incerta, al punto che alcuni confondono risurrezione con reincarnazione. La Parola di Dio di questa domenica ci invita a vivere nella certezza della risurrezione: Gesù è il Signore, Gesù ha potere sul male e sulla morte, e vuole portarci nella casa del Padre, dove regna la vita. E lì ci incontreremo tutti, tutti noi che siamo qui in piazza oggi, ci incontreremo nella casa del Padre, nella vita che Gesù ci darà.

La Risurrezione di Cristo agisce nella storia come principio di rinnovamento e di speranza. Chiunque è disperato e stanco fino alla morte, se si affida a Gesù e al suo amore può ricominciare a vivere. Anche incominciare una nuova vita, cambiare vita è un modo di risorgere, di risuscitare. La fede è una forza di vita, dà pienezza alla nostra umanità; e chi crede in Cristo si deve riconoscere perché promuove la vita in ogni situazione, per far sperimentare a tutti, specialmente ai più deboli, l’amore di Dio che libera e salva.

Chiediamo al Signore, per intercessione della Vergine Maria, il dono di una fede forte e coraggiosa, che ci spinga ad essere diffusori di speranza e di vita tra i nostri fratelli.

[Papa Francesco, Angelus 28 giugno 2015]

Domenica, 25 Gennaio 2026 09:00

3a Domenica T.O.

III Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [25 Gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Si chiude oggi la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. La parola di Dio offre spunti per alcune considerazioni, specialmente  la seconda lettura  (narra la situazione della comunità a Corinto con le divisioni dovute alla presenza di vari predicatori).

Il vangelo mostra l’avvio della predicazione di Gesù con i discepoli, che lo accompagneranno lungo tutto il cammino fino a Gerusalemme.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (8, 23b - 9, 3)

Al tempo di Isaia, il regno di Israele era diviso in due: il Nord (Israele, capitale Samaria) e il Sud (Giuda, capitale Gerusalemme), legittimo perché erede della dinastia di Davide. Isaia predica a Gerusalemme ma parla soprattutto di luoghi del Nord, come Zabulon, Nephtali, la Galilea e la Transgiordania, territori che furono conquistati dall’impero assiro tra il 732 e il 721 a.C.Il profeta annuncia che Dio trasformerà la situazione: le regioni inizialmente umiliate saranno onorate, come un segno di liberazione e rinascita. Queste promesse interessano anche il Sud, perché la vicinanza geografica fa sì che le minacce sull’uno pesino sull’altro, e perché il Sud spera in una futura riunificazione sotto la propria guida. Isaia descrive la nascita di un re, associando la sua venuta a formule reali di incoronazione: “Un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato”(Is.9,5-6). Si tratta del giovane Ezechia, associato al regno del padre, re Achaz, e considerato il «principe della pace». La certezza del profeta si fonda sulla fedeltà di Dio: anche nelle prove e nell’oppressione, Dio non abbandonerà mai la dinastia di Davide. La vittoria promessa ricorda quella di Gedeone sui Madianiti: pur con pochi mezzi, la fede in Dio porta alla liberazione. Il messaggio finale è di speranza: Non temere, Dio non abbandona il suo progetto d’amore sull’umanità, anche nei momenti più oscuri.

 

*Salmo responsoriale (26/(27)

“Il Signore è la mia luce e la mia salvezza” non è solo un’espressione individuale: riflette la fiducia invincibile del popolo d’Israele in Dio, in ogni circostanza della vita, dalle gioie alle difficoltà. Il salmo utilizza immagini concrete per raccontare la storia collettiva di Israele, un procedimento frequente nei Salmi chiamato rivestimento: il popolo è paragonato a un malato guarito da Dio, a un innocente ingiustamente condannato, a un bambino abbandonato o a un re assediato. Dietro queste immagini individuali si riconoscono situazioni storiche precise: minacce esterne, assedi di città e crisi interne del regno, come l’attacco degli Amaleciti nel deserto, i re di Samaria e Damasco contro Achaz, o il celebre assedio di Gerusalemme da parte di Sennacherib. Il popolo può reagire come Davide, uomo normale e peccatore, ma saldo nella fede, o come Achaz, che cede al panico e perde la fiducia in Dio. In ogni caso, il salmo mostra che la fede collettiva si nutre della fiducia in Dio e della memoria delle sue opere. Un’altra immagine chiave è quella del levita, servo del Tempio: così come i leviti servono Dio quotidianamente, tutto il popolo d’Israele è consacrato al servizio del Signore e appartiene a Lui. Infine, il salmo si conclude con una promessa di speranza: “Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”; la fiducia è radicata nella memoria delle azioni di Dio e si traduce in coraggio e speranza attiva: “Spera nel Signore, sii forte  si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore”. Questa speranza è come la “memoria del futuro”, cioè la certezza che Dio interverrà anche nelle circostanze più oscure. Il salmo è perciò molto adatto alle celebrazioni funebri, perché rinvigorisce la fede e la speranza dei fedeli anche nei momenti di dolore, ricordando loro che Dio non abbandona mai il suo popolo e sostiene sempre coloro che confidano in Lui.

 

*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (1, 10 - 13. 17)

Il porto di Corinto, per la sua posizione strategica tra i due mari e per la vivacità dei traffici, era un vero crocevia di culture, idee e popoli. Questo spiega perché i cristiani appena convertiti reagivano in modi diversi agli insegnamenti dei predicatori: ogni viaggiatore portava testimonianze della fede cristiana secondo la propria esperienza, e i Corinzi erano molto sensibili, forse troppo, alle parole belle e alle argomentazioni persuasive. In questo contesto nacquero divisioni nella comunità: alcuni si richiamavano a Paolo, altri ad Apollos, altri a Pietro, e infine un gruppo si diceva “del Cristo”. Paolo non condanna solo i comportamenti sbagliati, ma vede nel fenomeno il rischio di compromettere il senso stesso del battesimo. Apollos, ebreo di Alessandria, è un esempio emblematico: intellettuale, colto nelle Scritture, eloquente e fervente, è stato battezzato con il solo battesimo di Giovanni e perfezionato da Priscilla e Aquila a Efeso. Giunto a Corinto, ottenne un grande successo, ma non cercò mai di diventare un leader personale e, per non alimentare le divisioni, si spostò poi a Efeso. Questo episodio mostra come la passione e le competenze non devono diventare fonte di divisione, ma essere messe al servizio della comunità. Paolo richiama i Corinzi alla verità del battesimo: essere battezzati significa appartenere a Cristo, non a un predicatore umano. Il battesimo è una unione reale e definitiva con Cristo, che agisce attraverso il sacramento: come dice il Concilio Vaticano II, “quando il sacerdote battezza, è Cristo che battezza”. Paolo sottolinea inoltre che la predicazione non deve basarsi sull’eloquenza o su argomenti persuasivi, perché la croce di Cristo e l’amore non si impongono con la forza della parola, ma si vivono e si testimoniano. L’immagine dell’innesto, chiarisce bene questo punto: l’importante è il risultato – l’unione a Cristo – non chi ha amministrato il battesimo. Ciò che conta è la fedeltà al messaggio e all’amore di Cristo, non la competenza retorica o il prestigio personale. In definitiva, il messaggio di Paolo ai Corinzi è universale e attuale: l’unità della comunità cristiana si fonda sulla fede comune in Cristo, non su leader o eloquenze umane, e la vera grandezza della Chiesa sta nella sua coesione spirituale, fondata sul battesimo e sull’appartenenza a Cristo.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (4, 12-23)

Siamo al capitolo 4 del Vangelo di Matteo. Nei tre capitoli precedenti, Matteo ci ha presentato: prima una lunga genealogia che colloca Gesù nella storia del suo popolo, in particolare nella discendenza di Davide; poi l’annuncio dell’angelo a Giuseppe: “Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio e gli sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi”, citazione di Isaia, con la precisazione che tutto ciò avvenne perché si adempisse ciò che il Signore aveva detto per mezzo del profeta, sottolineando che le promesse sono finalmente compiute e il Messia è arrivato. Gli episodi successivi ribadiscono questo messaggio di compimento: la visita dei Magi, la fuga in Egitto, il massacro dei bambini di Betlemme, il ritorno dall’Egitto e l’installazione a Nazareth, la predicazione di Giovanni Battista, il battesimo di Gesù e le Tentazioni. Tutti questi racconti sono pieni di citazioni e allusioni bibliche. Ora siamo pronti ad ascoltare il testo di oggi, anch’esso ricco di riferimenti: fin dall’inizio, Matteo cita Isaia per mostrare l’importanza dell’insediamento di Gesù a Cafarnao. Cafarnao si trova in Galilea, sulle rive del lago di Tiberiade. Matteo precisa che appartiene ai territori di Zabulon e Neftali: nomi antichi, non più di uso comune, legati alla promessa di Isaia secondo cui queste terre, un tempo umiliate, sarebbero state illuminate dalla gloria della Galilea, «crocevia dei pagani» (Is 8,23). Il profeta continua: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto sorgere una grande luce”, formula che ricordava il sacro rituale dell’incoronazione di un re, simbolo di una nuova era. Matteo applica queste parole all’arrivo di Gesù: il vero Re del mondo è venuto; la luce è sorta su Israele e sull’umanità. La Galilea, crocevia delle nazioni, diventa porta aperta al mondo, da cui il Messia diffonderà la salvezza. Inoltre, Matteo prefigura già gli eventi futuri: Gesù si dirige verso la Galilea dopo l’arresto di Giovanni Battista, mostrando che la vita di Cristo sarà segnata dalla persecuzione, ma anche dalla vittoria finale sul male: da ogni ostacolo, Dio farà nascere il bene. Giunto a Cafarnao, Matteo usa l’espressione “Da  allora” unica nel Vangelo insieme a un’altra al capitolo 16, segnalando un grande punto di svolta. Qui indica l’inizio della predicazione pubblica: “Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino”. L’altro riferimento al capitolo 16 riguarderà la passione e la risurrezione. Questo episodio segna il passaggio dal tempo della promessa al tempo del compimento. Il Regno è presente, non solo a parole, ma in azione: “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando inelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo  la del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo”. La profezia di Isaia si realizza pienamente: il Regno di Dio è tra noi. Per diffondere questa Buona Novella, Gesù sceglie dei testimoni, uomini comuni, da associare alla missione salvifica. Li chiama “pescatori di uomini”, cioè colui che salva dall’annegamento, simbolo del loro compito di salvezza. Così gli apostoli diventano partecipi della missione del Salvatore.

+ Giovanni D’Ercole

(Mal 3,1-4; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40)

 

Il passo del Vangelo di Lc narra la risposta sorprendente del Padre alla profezia dell’ultimo dei profeti minori (Mal 3,1-4).

Ci si attendeva una manifestazione eloquente e perentoria della potenza del Dio d’Israele e la sottomissione di coloro che non adempivano la Legge.

Tutti immaginavano di assistere all’ingresso trionfale d’un condottiero circondato da capi militari o schiere angeliche (Mal 3,1).

Comandante che avrebbe soggiogato i popoli pagani, portato nella ‘città santa’ i loro beni, garantito molti schiavi, e imposto l’osservanza.

Gesù? Eccolo sì nel Tempio, ma indifeso e accompagnato da gente insignificante.

Nessuno si accorge di loro, sebbene a tutte le ore il luogo sacro brulicasse di visitatori.

Dunque non basta essere persone devote per rendersi conto della presenza del Signore. Ma come sfondare il muro delle apparenze contrarie?

Con l’aiuto di persone particolarmente sensibili, che vogliono dirci qualcosa, perché più in grado di comprendere l’Ignoto.

Sono coloro che non contrappongono al Disegno creativo dell’Altissimo i propri propositi, i sogni correnti, le aspettative abituali - pretendendo da Dio solo l’aiutino per realizzarli.

Ecco allora sorgere Simeone e Anna, uomini e donne provenienti sia da dentro che da fuori il Tempio, i quali tentano di bloccare il piccolo corteo domestico [Lc 2,28.38 testo greco].

La sacra Famiglia deve intraprendere tutt’altra Via - che la porterà a una crescita imprevista.

 

Nessuno deve ricalcare convenzioni legaliste incardinate su purismi e riti di passaggio sociale culturalmente tarati, che circuiscono e bloccano i meccanismi evolutivi recati dalle sorprese.

Le donne e gli uomini animati dallo Spirito irrompono come ‘stranieri’: tentano sempre d’impedire il “medesimo” inutile rito: esso pretendeva trasformare e ridurre in figlio di Abramo Colui che era stato annunciato come Figlio di Dio.

Se la mèta è il trionfo della vita, la storia non deve prevalere sulla Rivelazione. Unicità che si manifesta in ciò che accade e si propone anche dimessamente, adesso.

Lo ‘svelamento è ora; non qualcosa da conquistare, né una corsa verso l’“eccellenza”. È il Presente che apre un arco di esistenza piena.

Così in Maria: la Madre figura di quel resto d’Israele più sensibile e originario - rispetto a tutto il popolo delle attese, ancora sterile.

Il mondo ripetitivo, quindi contento di sé ma ormai senza nuovo slancio, viene interpellato da un contrasto (vv.34-35).

È il rovesciamento a infrangere l’esito che tutti avevano in mente.

 

Nella figura dell’«innocente gloria del suo popolo» risiede una Luce che illumina tutti (v.32).

Spirito d’infanzia e semplice immediatezza che diventa «redenzione di Gerusalemme» (v.38) ossia dell’istituzione.

È un’altra Storia, un insospettato ‘tempo dell’anima’… che hanno tramutato l’antica radice in virgulto. E il tronco di Iesse in nuovo germoglio (Is 11,1).

Dono giovane, a nostra insaputa. Ma che recupera i grandi Desideri di ciascuno - invece dei modi “conformi” e ridotti, i quali anche oggi nel tempo della crisi ci perdono senza posa.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Dopo quaranta giorni dal Natale, come incontri di nuovo in te il Bambino Gesù, che interpella?

La gioia di quella Festa di Luce si è affievolita? Ulteriori “stelle” hanno attirato la tua attenzione?

 

 

[Presentazione del Signore, 2 febbraio]

Domenica, 25 Gennaio 2026 03:25

La Chiesa dei piccoli

Senza fermarsi a metà, e la nuova Fiaccola

(Mal 3,1-4; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40)

 

Dopo quaranta giorni dal Natale la Liturgia ci ripropone d’incontrare di nuovo il Bambino Gesù, che interpella senza posa.

Nel frattempo può darsi che la gioia di quella Festa di Luce si sia affievolita; che ulteriori stelle abbiano attirato la nostra attenzione.

Magari ci siamo di nuovo lasciati prendere da grancasse e altre star, più prorompenti o venali - che rispecchiano sogni inferiori e comuni...

 

Il contesto della prima Lettura è straziante: i sacerdoti avevano ridotto il tempio a una banca; i professionisti del culto si comportavano da funzionari, disinteressandosi dell’adesione sincera.

Quel Bimbo ricorda che Dio incessantemente Viene col suo rovente Fuoco da fonditore (Mal 3,2-3) non solo per operare una purificazione, un miglioramento, un potenziamento, un aggiustamento, un rabberciamento, una parentesi.

Non irrompe per rendere più attuale la medesima realtà, o più simpatici gl’identici contenuti formali e accondiscendenti. Viene a sostituirli.

Non Viene ad affinare, bensì a spalancare. Non Viene a intaccare, ma a soppiantare. Non a benedire situazioni domate, ma a denunciarle.

Forse Viene per farci tornare ai «giorni antichi», agli «anni lontani» - ma non come immaginava Mal 3,4 - bensì per sorvolare la stessa palude della solita religione, quella con la testa sempre all’indietro a indagare per riproporre il passato.

E neppure Egli propugna figure astratte, disincarnate, che distraggono l’attenzione; persino se fossero alla moda [“attuali” ma evasive o personalmente opprimenti, incapaci di accendere realtà da dentro].

D’ora in poi si manifesta vivente, spalancando le porte del nostro Santuario - non più «assoggettato a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,15; seconda Lettura).

«Egli infatti non si prende cura degli angeli» (Eb 2,16) sempre disponibili ma senza istanze di slancio appunto personale - senza passioni naturali, privi d’indipendenza - e col cervello sempre lì, nel sacro.

 

Il passo del Vangelo di Lc narra la risposta sorprendente del Padre alle previsioni d’adempimento circa le profezie messianiche.

Ci si attendeva una manifestazione eloquente e perentoria della potenza del Dio d’Israele e la sottomissione di coloro che non adempivano la Legge.

Tutti immaginavano di assistere all’ingresso trionfale d’un condottiero - circondato da capi militari o schiere angeliche (Mal 3,1) che avrebbe assoggettato i pagani portando nella città santa i loro beni, garantito al popolo eletto molti schiavi, e imposto l’osservanza.

Gesù? Eccolo sì nel Tempio, ma indifeso; accompagnato da gente insignificante. Nessuno si accorge di loro, sebbene a tutte le ore il luogo sacro brulicasse di visitatori.

 

Non basta essere persone pie e devote per rendersi conto della presenza di Cristo - per vedere Dio stesso, i fratelli, le cose, con gli occhi del Padre.

 

Come sfondare il muro delle consuetudini chiuse in sé - come intaccare il mondo artificioso delle apparenze contrarie, per volgersi all’Ignoto creativo?

Lc risponde: con l’aiuto di persone particolarmente sensibili, in grado di comprendere il Nuovo Progetto.

Sono coloro che non contrappongono al Disegno dell’Altissimo i propositi banali, o i sogni correnti; le aspettative abituali (altrui) - pretendendo dal Signore solo l’aiutino per realizzarli.

 

Ecco allora sorgere Simeone e Anna (vv.25.36-38), donne e uomini corifei del Popolo autentico più sensibile, grazie a un ottimo lavoro sull’anima.

Provenendo sia da dentro che da fuori il Tempio - tali profeti tentano di bloccare (vv.28.38 testo greco) il piccolo corteo famigliare, ancora legato alle convenzioni giudaiche (vv.21-23).

 

Rispetto agli stereotipi cultuali e legalisti, i membri della sacra Famiglia devono intraprendere tutt’altra Via, consapevole.

Percorso che la porterà a una crescita imprevista, in favore di tutti.

 

Così, il Piccolo Resto sacro di donne e uomini animati dallo Spirito irrompe (sempre) come fosse straniero…

Popolo di minuscoli adoratori, di genuini fuori del coro, i quali tentano addirittura d’impedire il “medesimo” inutile rito di clan!

Gesto che pretendeva - ancora - di trasformare (e ridurre) in ossequioso figlio di Abramo Colui che era stato annunciato come Figlio di Dio.

 

Insomma, nelle figure di Simeone e Anna, Lc vuole trasmetterci un insegnamento fondamentale.

Se la mèta è il trionfo della vita, la storia passata non deve prevalere sulla Rivelazione inedita.

L’Unicità divina si manifesta in ciò che accade.

L’Eccezionalità dello Spirito si propone (dimessamente) adesso.

Imprevisto cui siamo chiamati a dare voce piena - e farsi eco.

Lo svelamento è ora.

Il “qui” apre immediatamente un arco di esistenza piena.

[Basta col ripetersi “come dovremmo essere” secondo le usanze o i padri…].

 

Dov’è tutto combinato, non troveremo le risposte che risolvono i veri problemi, né tempi magici  - quelli che ci motivano.

Le anime di Dio genuine non si occupano di assecondare obblighi, bensì di vivere intensamente il momento presente con l’energia che traccia futuro, senza esitare con gli eccessi di controllo.

Uscire dalla normalità del modo stabilito - anche attraverso doglie di parto (vv.34-35) - crea lo spazio per accogliere la Novità che salva.

Nel percorso, quei pensieri e doveri che non corrispondono più al destino di ciascuno saranno disinnescati, evaporeranno da sé.

 

Così in Maria: Madre icona di tutta la Chiesa delle attese vere - tagliata (v.35) dalla folla abitudinaria.

Ella ha deposto tutte le dipendenze.

 

E l’Innocente è gloria della “nazione”, in Spirito - perché ne viene fuori!

Nella sua figura imprevedibile e sana risiede una Luce che illumina tutti (v.32).

Un tratto d’infanzia e semplice immediatezza che diventa «redenzione di Gerusalemme» (v.38).

 

 

È infatti un Chiarore che produce conflitto con l’ufficialità, uno Splendore profondo destinato a ogni tempo - mentre gli astuti non ne vogliono sapere di perdere coordinate, ruoli, posizioni.

Una «spada» (v.35) che nella Madre Israele realizzerà lacerazioni fra qualcuno che si apre alla fiaccola dell’Evangelo e altri che viceversa arroccano.

Lc ha presente le situazioni di comunità, ove i credenti in Cristo vengono scartati da amici e famiglie di estrazione culturale difforme (Lc 12,51-53).

Ma l’atteso e vero Messia dev’essere consegnato al mondo - sebbene i meglio disposti a riconoscerlo siano i componenti della tribù d’Israele più piccola [Asher, nella figura di Anna: vv.36-38].

Sono gli stessi profeti che nella vita hanno vibrato per un solo grande Amore (vv.36-37), poi hanno vissuto l’assenza dell’Amato - fino ad averlo riconosciuto in Cristo. Trasalendo di sorpresa; cogliendo corrispondenze personalissime dentro sé, in Spirito; gioendo, lodando il Dono di Dio (v.38).

 

Il brano si conclude col ritorno a Nazaret (vv.39-40) e l’annotazione riguardante la crescita di Gesù stesso «in sapienza, statura e grazia» [testo greco].

 

 

Morale: non siamo al mondo per rimanere avvinghiati a ombre e blocchi del passato, con i suoi sentimenti perenni - stati d’animo di sempre, soliti pensieri preponderanti, medesimo modo di fare (anche le piccole cose).

Meccanismi e paragoni che chiudono le nostre giornate, la vita intera e lo spazio emotivo delle passioni - tarpando le ali a testimonianze che vogliono sovrastare il corso riconosciuto sin dagli antenati.

Viceversa, proprio questa è la grande Sfida che attiva la Rinascita giovane del Sogno di Dio. E ci lancia nel passaggio dal senso religioso alla Fede personale.

Tale l’unica energia che sveglia, desta entusiasmo, comunica virtù semplice, spazza via gli strati di polvere che ancora ci coprono di conformismi senza slancio intimo.

I modi ricalcati e collettivi di scendere in campo [più o meno “morali”] additano, deviano, sovraccaricano la nostra essenza - facendo leva sulla paura di essere rifiutati.

Per infilarci con sforzo nelle convenzioni e nelle maniere della nostra cultura locale [ovvero à la page] spesso rischiamo di smarrire la Chiamata per Nome, l’irripetibilità del cammino che vibra dentro e ci appartiene davvero.

 

Rispetto alla guerriglia “religiosa” che portiamo avanti perfino con noi stessi, serve una tregua dalle forme comuni - anche devote; cultuali e puriste, o glamour.

Ecco introdursi una pausa dall’immagine sociale di sé: per consentirci di abbandonare forme esterne e tossiche, recuperare energie taciute.

E lanciarsi verso esperienze nuove a partire dall’anima [che non sbaglia] - che vogliamo e siamo chiamati a sposare, con entusiasmo, senza prima calarsi in un ruolo.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Dopo quaranta giorni dal Natale come incontri di nuovo in te il Bambino Gesù, che interpella senza posa?

La gioia di quella Festa di Luce si è affievolita? Ulteriori stelle hanno attirato la tua attenzione?

 

 

 

Smarrimento e ritrovamento. La Salvezza in luogo giovane e aperto

 

Già ribelle: Vocazione particolare

(Lc 2,41-52)

 

La famiglia è nucleo della società e luogo privilegiato del rischio educativo, non l’unico.

È una tappa preziosa della crescita, ma non deve coartare la fioritura nella dimensione universale.

Il movimento della Salvezza familiarizza tutti nelle dinamiche di smarrimento [dalle ristrettezze] e ritrovamento [di una Presenza dentro le difformi presenze] allo scopo di non restringere gli orizzonti.

Il ripiegamento compiaciuto sul mondo degli affetti e interessi di parentela riduce la dimensione delle frontiere vitali, rendendo angusta la vita personale e di casata; culturale, sociale e spirituale.

Il focolare domestico deve integrare nella comunità, e introdurre i giovani alla conoscenza del carattere innato della propria vocazione, affinché crescendo si rendano disponibili e maturino in una realtà sempre più larga.

La famiglia che si fa trampolino prelude il distacco, che nel suo taglio sarà doloroso per tutti - ma diventerà uno spiccare il volo dal nido protetto che rende schiavi; un balzo verso la libertà della vita piena.

 

Il passo di Vangelo sconcerta, perché sembra ritrarre una famiglia distratta e un Gesù già scontroso e ribelle.

Lc scrive a più di mezzo secolo dalla morte e risurrezione del Signore, e vuol far trasparire la Fede e l’inclinazione delle sue comunità.

La vicenda tragica del Maestro viene compresa e interiorizzata come forse Giuseppe e Maria non avrebbero potuto ancora intuire, nella sua adolescenza.

Riconoscere Gesù Figlio di Dio fin dai dodici anni significava nella letteratura dell’epoca “coprire” tutta la sua vita [cf. Lc 24].

 

Sembra che la sacra Famiglia salisse a Gerusalemme ogni anno per la Pasqua (v.41).

Prima che in Israele si diventasse adulti e tenuti all’osservanza della Torah (13 anni) già il nostro Adolescente mostra segni di vocazione particolare.

Dal tono della narrazione si nota un Gesù desideroso di abbeverarsi e immergersi nel Mistero ancora inespresso del Padre.

Sognando di scoprire la sua Volontà, si trattiene nella città santa per comprendere a fondo la Parola di Dio - senz’accontentarsi dei catechismi impersonali, abbreviati.

Le prime espressioni di Gesù nel terzo Vangelo segnano il carattere di tutta la sua vicenda. Egli si distacca con decisione dalla religiosità dei padri (v.49).

Inizia a prendere distanza dalle idee comuni anche alla sua famiglia di origine: non appartiene a un clan definito.

La sua sarà una proposta divina in favore di tutte le donne e gli uomini del mondo.

In tal senso, Gesù ha ancor più onorato la fedeltà a Dio dei suoi genitori (vv.51-52) accogliendo l’intero spirito dei loro insegnamenti, e scavando oltre - intuendone il significato ultimo.

Come dire: in Lui le sacre Scritture divengono accessibili, con la chiave di lettura dell’intera sua vicenda e Persona.

Vita per noi (anche prima del Battesimo e della vicenda pubblica).

 

Lc scrive per incoraggiare i credenti che ancora non comprendevano tutto della vicenda del nuovo Rabbi.

Come Giuseppe e Maria, essi dovevano rendersi conto che non è facile capire il Figlio di Dio e accettarne l’unicità di carattere, sino alla sconfitta terrena.

 

Nella figura della sacra Famiglia, anche noi siamo invitati a «tornare a Gerusalemme» (v.45).

Qui, osservando l’autonomia di Cristo, gradualmente sapremo aprirci alla vocazione inedita che portiamo dentro - perché “rinati” in Lui.

E di fronte agli accadimenti sconcertanti, impareremo a custodire la Chiamata personale - come Maria. 

Perché anche Lei non ha trovato facile introdursi nella sua Pasqua: il “passaggio” dalla religione delle tradizioni e delle attese alla Fede nel Figlio.

 

Ma «conservava attraverso» Parola ed eventi (v.51b), senza fermarsi a metà.

 

 

L’aspetto riflessivo della Casa di Nazaret

 

La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare.
Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo.
Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazareth.
In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto.
Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore.

[Papa Paolo VI, Chiesa dell’Annunciazione Nazareth 5 gennaio 1964]

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And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God: in possessions, in power, in other ‘gods’ that in reality are useless, they are idols. Of course, the Law of God remains but it is no longer the most important thing, the rule of life; rather, it becomes a camouflage, a cover-up, while life follows other paths, other rules, interests that are often forms of egoism, both individual and collective. Thus religion loses its authentic meaning, which is to live listening to God in order to do his will — that is the truth of our being — and thus we live well, in true freedom, and it is reduced to practising secondary customs which instead satisfy the human need to feel in God’s place. This is a serious threat to every religion which Jesus encountered in his time and which, unfortunately, is also to be found in Christianity. Jesus’ words against the scribes and Pharisees in today’s Gospel should therefore be food for thought for us as well (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore: nei beni, nel potere, in altre ‘divinità’ che in realtà sono vane, sono idoli. Certo, la Legge di Dio rimane, ma non è più la cosa più importante, la regola della vita; diventa piuttosto un rivestimento, una copertura, mentre la vita segue altre strade, altre regole, interessi spesso egoistici individuali e di gruppo. E così la religione smarrisce il suo senso autentico che è vivere in ascolto di Dio per fare la sua volontà - che è la verità del nostro essere - e così vivere bene, nella vera libertà, e si riduce a pratica di usanze secondarie, che soddisfano piuttosto il bisogno umano di sentirsi a posto con Dio. Ed è questo un grave rischio di ogni religione, che Gesù ha riscontrato nel suo tempo, ma che si può verificare, purtroppo, anche nella cristianità. Perciò le parole di Gesù nel Vangelo di oggi contro gli scribi e i farisei devono far pensare anche noi (Papa Benedetto)
Salt, in the cultures of the Middle East, calls to mind several values such as the Covenant, solidarity, life and wisdom. Light is the first work of God the Creator and is a source of life; the word of God is compared to light (Pope Benedict)
Il sale, nella cultura mediorientale, evoca diversi valori quali l’alleanza, la solidarietà, la vita e la sapienza. La luce è la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce (Papa Benedetto)
Even after his failure even in Nazareth (vv.1-6) - his heralds gladly confused the Servant [who was educating them] with the victorious, sighed, respected and glorious Messiah…
Ancora dopo il suo fallimento persino a Nazareth (vv.1-6) - i suoi banditori hanno ben volentieri confuso il Servo [che li stava educando] col Messia vincitore, sospirato, rispettato e glorioso…
During more than 40 years of his reign, Herod Antipas had created a class of functionaries and a system of privileged people who had in their hands the government, the tax authorities, the economy, the justice, every aspect of civil and police life, and his command covered the territory extensively…
Durante più di 40 anni di regno, Erode Antipa aveva creato una classe di funzionari e un sistema di privilegiati che avevano in pugno il governo, il fisco, l’economia, la giustizia, ogni aspetto della vita civile e di polizia, e il suo comando copriva capillarmente il territorio…

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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