Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Qualche giorno fa apprendo dal quotidiano di un altro caso di accoltellamento di una ragazza di 22 anni. E’ stata pugnalata perché ascoltava la musica a un volume troppo alto, infastidendo l’aggressore.
Negli ultimi tempi diversi eventi del genere sono stati riportati dai mezzi di comunicazione; episodi con protagonisti giovani - tutti per futili motivi. Chi per uno sguardo di troppo alla ragazza del cuore, chi per un apprezzamento un po’ osé ecc.
Purtroppo molti giovani negli ultimi tempi aggrediscono i simili con coltelli che portano con sé.
Da premettere che come tutti gli oggetti, il coltello non ha solo una valenza negativa. Esso viene usato in cucina, per lavorare; nelle mani di un cuoco abile diventa qualcosa di prezioso.
Nelle società primitive veniva usato per difendersi dagli animali e dai nemici.
Oggi nel mondo giovanile e non solo se pensiamo ai numerosi femminicidi dove si uccide con una ferocia inaudita, e sembra stia diventando una specie di status.
Tale arnese viene percepito come un segno di durezza e di forza; maggiormente in giovani che si sentono ai margini.
Gli episodi di violenza che accadono tra due individui non hanno motivi fondati, ma la scintilla che li fa scattare è un motivo banale, talora frivolo.
Spesso l’uso del coltello - arma facile da procurarsi - è insita in tizi contigui a gang giovanili, per poterne fare parte e diventarne appunto affiliati. Qui è come se tale oggetto possa essere una “bacchetta magica” contro il senso di malessere interiore, le delusioni affettive e sociali. E tale arma ci farebbe sentire invincibili, o magari solo più forti.
Escluso gli addetti ai lavori, abituarsi a portare un’arma con sé può avere delle ripercussioni sul nostro modi di essere. Ci si abitua; e possiamo vieppiù tendere a episodi di aggressività verso gli altri.
Uscire di casa e portare con se’ un coltello - prima o poi, alla minima contrarietà, si è tentati di usarlo; alimentando cosi la paura e con la probabilità di diventare a sua volta una vittima. Così a lungo andare la nostra psiche “tira fuori” aspetti di noi che magari giacevano “dormienti” in angoli riposti della nostra inconsapevolezza.
L’uomo arriva a seguire un comportamento antisociale. E nei molti obiettivi che cerca di raggiungere, a volte tale comportamento può risultare anche nocivo per sé.
Sono dei soggetti che hanno un livello intellettivo nella norma; a volte anche superiore.
Nella mia esperienza di casi simili, inviati dal Tribunale dei Minori al Servizio di Neuropsichiatria Infantile, gli episodi di violenza con il coltello erano associati a un basso livello intellettivo.
Questi soggetti sovente vanno incontro a insuccessi in ogni iniziativa che prendono, aumentando così il loro senso di frustrazione.
Generalmente tendono a mentire e spesso sfruttano gli altri dando poca importanza ai valori morali.
Abitualmente non dicono quasi mai la verità, neanche quando fanno una promessa (che solitamente non mantengono), mostrando nessun turbamento e mantenendo con freddezza le loro posizioni.
Essi possono subire l’influsso di film, di culture ancestrali, che possono rafforzare in loro una inclinazione all’uso di tali armi; senza che siano coscienti delle possibili conseguenze e di eventuali crescendo di violenza
A noi ”giovani del passato” è stato insegnato e trasmesso di saper reagire in modo costruttivo alle difficoltà e alle mortificazioni che la vita inevitabilmente ci reca.
Oggi tuttavia sembra che tutto sia dovuto, che la privazione di qualcosa in questo eccesso di benessere sia insopportabile.
E allora soprattutto in individui emotivamente instabili scatta qualcosa che li rende capaci di far del male; si va verso un’aggressività insana, malata. Non verso quella “sana grinta” che aiuta a superare gli ostacoli della vita.
Molte volte ho sentito dire dalle persone che mi hanno preceduto e forse anche da qualche lettura che ora non ricordo, che la belva più crudele è l’uomo. Nel suo cuore si annidano due anime: una fatta di socievolezza e spinta al prossimo, l’altra di gelosia e rivalità, di crudeltà verso gli altri.
Abitualmente le persone con queste problematiche tendono a essere disonesti, a mentire e raggirare il prossimo; a cercare di sfruttarlo, dimenticando i principi morali appresi.
Questa gente si considera sempre ‘la migliore’. Se questo non viene avvertito, sale la rabbia - in maniera consapevole o meno.
Nel caso di ferite arrecate, costoro non provano rimorso alcuno; e nessun senso di colpa.
Il limite tra ciò che è legale e ciò che non lo è diventa labile. Tendiamo a agire in modo impulsivo, senza considerare l’effetto delle nostre azioni sugli altri.
Conseguentemente si scende sempre più in basso. Sono a che gli altri serviranno solo per ottenere ciò che vogliamo.
Spesso al comportamento violento o addirittura venato di sadismo, è associato un certo piacere.
E qui si tende anche a partecipare a scontri con il “potere” .
A livello collettivo, basta guardare agli ultimi fatti accaduti a Torino - dove la violenza si accanisce verso i rappresentanti della legge; contro coloro che rappresentano la regola e cercano di ripristinare la legalità’.
Senza aderenza a ideologie, personalmente sono convinto, lasciando da parte l’adesione a ideologie partitiche, che i limiti vadano ripristinati fin dall’infanzia. In modo tale che un bambino possa crescere con una chiara distinzione fra ciò che è Bene e quanto rappresenta il Male.
Dott. Francesco Giovannozzi, Psicologo-Psicoterapeuta.
Le manifestazioni del potere di Dio sulla terra: nulla di esteriore
(Mc 8,11-13)
Gesù si scontra con l’incredulità. Essa viene da vari accecamenti, o nasce da disattenzione.
Incarnazione: non ci sono altri Segni validi che gli accadimenti e le nuove relazioni con se stessi e gli altri, le quali porgono la Persona stessa e inaudita del Risorto.
Dio non è più la pura trascendenza dei giudei, né la vetta della sapienza del mondo antico: Traccia di Dio è la vicenda di Gesù vivo in noi. Essa apre la strada che conduce verso il Padre.
I «farisei» cui Gesù si rivolge sono quelli di ritorno nelle sue comunità (cf. vv.10-11), i quali volevano inquadrare il Messia nello schema delle normali attese.
Essi facevano difficoltà ad abbracciare l’idea del Figlio di Dio come Servitore, fiducioso nei ‘sogni’ senza prestigio.
Insomma, Cristo vuole un cambio di passo che possa segnare il tramonto della società plateale, disumanizzante, dell’esterno.
Ai leaders “popolari” spesso sfugge il significato del Segno-Persona: Cristo Alimento della vita.
Per causa loro, non dei lontani, il Signore «geme nello spirito» (v.12) - rattristato da tanta cecità.
La vita è preclusa a chi non sa spostare lo sguardo.
Subito dopo Mc 8,15 si riferisce infatti al pericolo dell’ideologia dominante che faceva perdere alle stesse guide la percezione obiettiva degli accadimenti.
Un «lievito» grossolano ma radicato nell’esperienza penosa della gente e che stimolava “gonfiori” persino nei discepoli, contaminandoli.
Ai primi della classe poteva sembrare che Gesù fosse un leader come Mosè, per il fatto che aveva appena alimentato il popolo affamato nel deserto (vv.1-9).
Ma il rifiuto è netto: Mc lo rende vivo sottolineando sia il senso di sofferenza del Maestro che il suo radicale, perentorio diniego (vv.12-13).
A chi non vuole aprire gli occhi se non per farsi catturare i sensi, perché rimane legato a una ideologia di potere - il Signore non riserva conferme impressionanti venute «dal cielo» (v.11) che ne sarebbero la paradossale convalida.
Unico segnale è e sarà la sua Chiesa vivente, il Risorto che pulsa in tutti coloro che lo prendono sul serio.
Ma Egli non elargisce alcuna esibizione cosmica, che obblighi gli spettatori a chinare il capo.
[Nel corso dei secoli siamo caduti talora in questa tentazione che inaridisce: cercare segni meravigliosi e sbandierarli per mettere a tacere gli avversari]...
Stratagemmi per un banale tentativo di chiudere la bocca a coloro che viceversa chiedono esperienze di concreta disalienazione; di essere una sola umanità nel Maestro, rimanendo se stessi.
Nell’anima abbiamo una potenza fresca, che non si lascia impressionare da cose vistose e lampanti.
Unico Segno di salvezza è la ‘immagine e somiglianza’ dell’umanità nuova; Manifestazione senza espedienti, del potere di Dio sulla terra.
Cristo dentro. Nulla di esteriore.
[Lunedì 6.a sett. T.O. 16 febbraio 2026]
Le manifestazioni del potere di Dio sulla terra: nulla di esteriore
(Mc 8,11-13)
Gesù si scontra con l’incredulità. Essa viene da vari accecamenti e partiti presi, o (soprattutto nei discepoli) nasce da disattenzione.
Il Signore si allontana da chi lo mette alla prova e da coloro che rifiutano ciò ch’è donato da Dio, pretendendo di fissare come debba agire.
Il Figlio dell’uomo rispetta ogni persona che lo segue, ma fa comprendere che le decisioni e ancor prima la mancanza di percezione acuta impediscono l’Incontro e la redenzione della vita.
In tale ottica, i credenti non vivono per “dimostrare”. Cristo stesso non ci aspetta in manifestazioni subliminali e mirabolanti, ma sulla sponda d’una spiritualità terrestre.
Il Valore non ha bisogno di applausi (arma a doppio taglio) - maschera della proposta artificiosa, e della vita inautentica.
La corrispondenza umanizzante non cresce col moltiplicarsi dei segnali da capogiro.
Dio non costringe i poco convinti, né surclassa con prove; così guadagna un patrimonio d’Amore nella crescita.
La sua Chiesa autentica, senza strepiti né posizioni persuasive - apparentemente insignificante - è raccolta tutta in intima unità col suo Primogenito: potenza nativa, portentosa e rigeneratrice - solida e reale.
I farisei cercavano soluzioni palesi colme d’impressione, ma le potevano conoscere assai meglio dentro la loro anima e nella vita.
Incarnazione: non ci sono altri segni validi che gli accadimenti e le nuove relazioni - con se stessi e gli altri - le quali porgono la Persona stessa e inaudita del Risorto (quello senza involucri).
L’Eterno non è più la pura trascendenza dei giudei, né la vetta della sapienza del mondo antico.
Il segno dell’Altissimo è la vicenda di Gesù (vivo in noi). Essa apre la strada emozionante che conduce verso il Padre.
Confidiamo in Cristo, quindi niente droghe spirituali che c’illudano di felicità.
È il senso della nuova Creazione: nell’abbandono allo Spirito - ma tutto concreto (non di maniera) e che procede trascinando la realtà alternativa.
La sua Persona è segnale unico, che scioglie dai molti surrogati della religione delle paure, delle pastoie, dei ruoli consolidati.
Tare che vorrebbero imprigionarlo in “alleato” facitore di miracoli seducenti e immediatamente risolutivi.
Qualcuno in semplice purificatore del tempio o in un personaggio da mulino bianco - e così noi, se ci lasciamo manipolare.
I «farisei» cui Gesù si rivolge sono quelli di ritorno nelle sue comunità (cf. vv.10-11) i quali volevano inquadrare il Messia nello schema delle normali attese cui erano stati da sempre abituati.
Già se la intendevano e si mostravano stufi...
In questi “veterani” non c’era cifra alcuna di conversione all’idea del Figlio di Dio come Servitore, fiducioso nei sogni senza prestigio.
In loro? Nessuna traccia d’idea nuova - né cambio di passo che segnasse tramonto della società plateale, disumanizzante - e anche sacrale - dell’esterno.
Ai leaders popolari talora sfugge il significato dell’unico Segno vivo: Gesù Alimento della vita.
Per causa loro, non dei lontani, il Signore «geme nello spirito» (v.12 testo greco) - ancora oggi, rattristato da tanta cecità.
La vita è infatti preclusa a chi non sa spostare lo sguardo.
Subito dopo Mc 8,15 si riferisce infatti al pericolo dell’ideologia dominante che faceva perdere alle stesse guide la percezione obiettiva degli accadimenti.
Un «lievito» grossolano ma radicato nell’esperienza penosa della gente - che stimolava gonfiori persino nei discepoli, contaminandoli.
Ai primi della classe poteva sembrare che Gesù fosse un leader come Mosè, per il fatto che aveva appena alimentato il popolo affamato nel deserto (vv.1-9).
Ma il rifiuto è netto: Mc lo rende acuto sottolineando sia il senso di sofferenza del Maestro che il suo radicale, perentorio diniego.
Per salvare il popolo bisognoso di tutto non c’è altra via che partire da dentro.
Poi procedere verso una pienezza di essere che dilaga, ci approva, e sfociando consente di spezzare la vita in favore dei fratelli.
Non c’è scappatoia. Unicamente la comunione con la sorgente celata del proprio Sé eminente e il dialogo rispettoso e fattivo con gli altri, salva da una mentalità di gruppo chiuso.
In tal guisa, nessun club è ammesso - che rivendicasse l’esclusiva monopolista su Dio e sulle anime (Mc 9,38-40) con esplicita pretesa a disciplinare le moltitudini.
La comunità del Risorto aborrisce la concezione competitiva della stessa vita religiosa, se riflesso sacrale del mondo imperiale e d’una società che angustia e amareggia l’esistenza dei piccoli.
Sarebbe una vita malata nella ricerca di prestigio purchessia, anche solo apparente.
Viceversa, nelle realtà fraterne il primo «sarà ultimo di tutti e servitore di tutti» (Mc 9,35).
Quindi bisogna assolutamente evitare che nei fedeli s’insinui una mentalità piramidale e dello scarto.
Spirito di competizione che poi inesorabilmente finisce per cercare rifugio nel miracolismo ipocrita, surrogato della vita di Fede.
Lo stesso fa il Maestro per educare i membri di Chiesa che restano - alcuni tuttora - affetti da senso di superiorità nei confronti delle folle e degli estranei.
Sentimento di popolo eletto e privilegiato (Lc 9,54-55) che si stava infiltrando persino nelle comunità primitive.
A chi non vuole aprire gli occhi se non per farsi catturare i sensi da fenomeni tutti da discernere - perché malgrado il credo ufficiale che professa rimane legato a una ideologia di potere - il Signore non riserva mai conferme impressionanti venute «dal cielo» (v.11) che ne sarebbero la paradossale convalida.
Unico segnale è e sarà la sua Chiesa vivente: “vittoria” del Risorto che pulsa in tutti coloro che lo prendono sul serio.
Senza gerarchie fisse - sotto la guida infallibile della Chiamata e della Parola - i figli sanno reinterpretare, anche in modo inedito.
Tale il prodigio, incarnato nelle mille vicende (della storia, della vita personale e comunitaria); nei recuperi, risanamenti e rivalutazioni impossibili.
L’autentico Messia non elargisce alcuna esibizione cosmica.
Nessun festival che obblighi gli spettatori a chinare il capo, a cospetto di tanta gloria sconvolgente e degnazione - come se fosse un dittatore celeste.
E nessun fulmine a scorciatoia.
Nel corso dei secoli le Chiese sono cadute spesso in questa tentazione “apologetica”, tutta interna alle devozioni dall’impulso arido: cercare segni meravigliosi e sbandierarli per mettere a tacere gli avversari.
Stratagemmi per un banale tentativo di chiudere la bocca a coloro che chiedono non esperienze di parapsicologia, bensì testimonianze poco avvizzite e senza trucco o escamotage: di concreta disalienazione.
Niente male, questa nostra attività di liberazione in favore degli ultimi, e che tiene duro; non avvinghiata all’idea d’un arruffapopolo dagli aspetti trionfalistici o consolatori.
Preferiamo l’onda del Mistero.
Aneliamo essere guidati da una energia sconosciuta, che ha in serbo un obbiettivo non artificioso - condotti dall’Amico eminente ma intimo e nascosto (esclusivo in noi).
Saremo una sola umanità nel Maestro, sulla Via giusta e che ci appartiene. Anche percorrendo sentieri interrotti e incompleti, persino di smarrimento.
A commento del Tao Tê Ching (i) il maestro Ho-shang Kung scrive:
«L’eterno Nome vuol essere come l’infante che ancora non ha parlato, come il pulcino che ancora non s’è sgusciato.
La perla luminosa sta dentro l’ostrica, la bella gemma sta in mezzo alla roccia: per quanto all’interno esso risplenda, all’esterno esso è stolto e insipiente».
Tutto ciò è forse valutato “incoscienza” e “inconcludenza”... ma porta ciò che siamo - esprimendo un altro modo di vedere il mondo.
In noi stessi e dentro il Richiamo dei Vangeli abbiamo una potenza fresca, che approva il percorso differente dall’immediatamente normale e dal vistoso lampante.
Un Appello che è incanto, delizia e splendore, perché ci attiva rimettendo in discussione.
Verbo che non ragiona secondo gli schemi.
Istanza accorata, che non si fa impressionare dalle cose eccezionali, dalle recite che soffocano l’anima in ricerca di senso e autenticità.
Genuina Meraviglia, impulso indomabile annidato nella dimensione di pienezza umana, e che non si arrende: vuole esprimersi nella sua trasparenza e farsi realtà.
Una sorta d’Infante intimo: si muove in modo giudicato “astruso”, ma rimette le cose a posto, dentro e fuori.
La testimonianza libera e vivificante, attenta e sempre personalmente geniale, sarà innata e inedita, graffiante, inventiva senz’accorgimenti, imprevedibile e affatto conformista.
Essa farà scaturire e incessantemente rialimenterà una esperienza di Fede convinta, singolare, incisiva - malgrado possa apparire perdente e non di successo, poco onorevole e insensazionale.
Assai più dei miracoli, le suppliche della nostra essenza e della realtà faranno riconoscere il richiamo e l’agire di Dio negli uomini e nella trama della storia.
Inviti che possono germinare altri sbalordimenti e prodigi di bontà divino-umana, che visioni parossistiche condite di nevrosi e sentimentalismi vuoti, o magie.
Unico segno di salvezza è Cristo in noi - senza cuciture, né grandi gesti isterici.
Persona immagine e somiglianza dell’umanità nuova; manifestazione del potere di Dio sulla terra.
Per l’autentica conversione: nulla di esteriore.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Di che genere è la tua ricerca di prove?
In cosa si discosta il tuo Segno (che fa credere) dagli espedienti, da atti di forza, o da quello che altri vorrebbero che diffondessi?
15. Giunto ormai al termine della sua vita, l’apostolo Paolo chiede al discepolo Timoteo di “cercare la fede” (cfr 2Tm 2,22) con la stessa costanza di quando era ragazzo (cfr 2Tm 3,15). Sentiamo questo invito rivolto a ciascuno di noi, perché nessuno diventi pigro nella fede. Essa è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia, la fede impegna ognuno di noi a diventare segno vivo della presenza del Risorto nel mondo. Ciò di cui il mondo oggi ha particolarmente bisogno è la testimonianza credibile di quanti, illuminati nella mente e nel cuore dalla Parola del Signore, sono capaci di aprire il cuore e la mente di tanti al desiderio di Dio e della vita vera, quella che non ha fine.
[Papa Benedetto, motu proprio Porta Fidei]
1. Non vi è dubbio sul fatto che nei Vangeli i miracoli di Cristo vengono presentati come segni del regno di Dio, che è entrato nella storia dell'uomo e del mondo. «Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto tra voi il regno di Dio», dice Gesù (Mt 12,28). Per quante discussioni si vogliano fare e si siano fatte sul tema del miracolo (alle quali del resto hanno risposto gli apologisti cristiani), è certo che non è possibile staccare i «miracoli, i prodigi e segni» attribuiti a Gesù, e persino ai suoi apostoli e discepoli operanti «in suo nome», dal contesto autentico del Vangelo. Nella predicazione degli apostoli, dalla quale principalmente hanno origine i Vangeli, i primi cristiani sentivano narrare da testimoni oculari quei fatti straordinari, accaduti in tempi vicini e quindi controllabili sotto l'aspetto che possiamo dire critico-storico, sicché non erano sorpresi dal loro inserimento nei vangeli. Qualunque siano state le contestazioni dei tempi successivi, da quelle fonti genuine della vita e dell'insegnamento di Cristo emerge una prima cosa certa: gli apostoli, gli evangelisti e tutta la Chiesa primitiva vedevano in ciascuno di quei miracoli il supremo potere di Cristo sulla natura e sulle sue leggi. Colui che rivela Dio come Padre, Creatore e Signore del creato, quando compie quei miracoli con il proprio potere, rivela se stesso come Figlio consostanziale al Padre e uguale a lui nella signoria sul creato.
2. Alcuni miracoli presentano però anche altri aspetti complementari al significato fondamentale di prova del potere divino del Figlio dell'uomo, in ordine all'economia della salvezza. Così, parlando del primo «segno» compiuto a Cana di Galilea, l'evangelista Giovanni nota che mediante esso Gesù «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2,11). Il miracolo è dunque compiuto per una finalità di fede, ma esso avviene durante una festa di nozze. Si può dire perciò che, almeno nell'intenzione dell'evangelista, il «segno» serve a mettere in rilievo tutta l'economia divina dell'alleanza e della grazia che nei libri dell'Antico e del Nuovo Testamento viene spesso espresso con l'immagine del matrimonio. Il miracolo di Cana di Galilea potrebbe dunque essere in relazione con la parabola del banchetto di nozze che un re fece per un suo figlio, e col «regno dei cieli» escatologico che «è simile» proprio a un tale banchetto (cf. Mt 22,2). Il primo miracolo di Gesù potrebbe essere letto come un «segno» di questo regno, soprattutto se si pensa che, non essendo ancora giunta «l'ora di Gesù», ossia l'ora della sua passione e della sua glorificazione (Gv 2,4; cf. 7,30; 8,20; 12,23.27; 13,1; 17,1), che deve essere preparata dalla predicazione del «Vangelo del regno» (cf. Mt 4,23; 9,35), il miracolo ottenuto con l'intercessione di Maria può essere considerato come un «segno» e un annuncio simbolico di ciò che sta per avvenire.
3. Come un «segno» dell'economia salvifica si lascia leggere ancor più chiaramente il miracolo della moltiplicazione dei pani, avvenuto nei pressi di Cafarnao. Giovanni vi ricollega il discorso tenuto da Gesù il giorno dopo, nel quale insiste sulla necessità di procurarsi «il pane che non perisce» mediante la «fede in colui che mi ha mandato», e parla di se stesso come del pane vero che «dà la vita al mondo» e anzi di colui che dà la sua carne «per la vita del mondo». E' chiaro il preannuncio della passione e morte salvifica, non senza riferimento e preparazione all'Eucaristia che doveva essere istituita il giorno prima della sua passione, come sacramento-pane della vita eterna (Gv 6,29.33.51.52-58).
4. A sua volta, la tempesta sedata sul lago di Genesaret può essere riletta come «segno» di una costante presenza di Cristo nella «barca» della Chiesa, che molte volte nel corso della storia viene esposta alla furia dei venti nelle ore di tempesta. Gesù, svegliato dai discepoli, comanda ai venti e al mare e si fa una grande bonaccia. Poi dice loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40). In questo, come in altri episodi, si vede la volontà di Gesù di inculcare negli apostoli e nei discepoli la fede nella sua presenza operatrice e protettrice anche nelle ore più tempestose della storia, nelle quali potrebbe infiltrarsi nello spirito il dubbio sulla sua divina assistenza. Di fatto nella omiletica e nella spiritualità cristiana il miracolo è stato spesso interpretato come «segno» della presenza di Gesù e garanzia della fiducia in lui da parte dei cristiani e della Chiesa.
5. Gesù, che va verso i discepoli camminando sulle acque, offre un altro «segno» della sua presenza, e assicura una costante vigilanza sui discepoli e sulla Chiesa. «Coraggio, sono io, non temete», dice Gesù agli apostoli, che lo avevano preso per un fantasma (cf. Mc 6,49-50). Marco fa notare lo stupore degli apostoli «perché non avevano capito il fatto dei pani e il loro cuore era indurito» (Mc 6,52). Matteo riporta la domanda di Pietro che vuole scendere sulle acque per andare incontro a Gesù e registra la sua paura e la sua invocazione di aiuto, quando si sente sprofondare: Gesù lo salva, ma lo rimprovera dolcemente: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31). Aggiunge pure che «quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti esclamando: Tu sei veramente il Figlio di Dio» (Mt 14,33).
6. Le pesche miracolose sono per gli apostoli e per la chiesa i «segni» della fecondità della loro missione se si manterranno profondamente uniti alla potenza salvifica di Cristo (cf. Lc 5,4-10; Gv 21,3-6). Difatti Luca inserisce nella narrazione il fatto di Simon Pietro che si getta alle ginocchia di Gesù esclamando: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5,10). Giovanni a sua volta fa seguire alla narrazione della pesca dopo la risurrezione, il mandato di Cristo a Pietro. «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle» (cf. Gv 21,15-17). E' un accostamento significativo.
7. Si può dunque dire che i miracoli di Cristo, manifestazione della onnipotenza divina nei riguardi della creazione, che si rivela nel suo potere messianico su uomini e cose, sono nello stesso tempo i «segni» mediante i quali si rivela l'opera divina della salvezza, l'economia salvifica che con Cristo viene introdotta e si attua in modo definitivo nella storia dell'uomo e viene così inscritta in questo mondo visibile, che è pure sempre opera divina. La gente che - così come gli apostoli sul lago - vedendo i «miracoli» di Cristo s'interroga: «Chi è... costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?» (Mc 4,41), mediante questi «segni» viene preparata ad accogliere la salvezza offerta all'uomo da Dio nel suo Figlio.
Questo è lo scopo essenziale di tutti i miracoli e segni fatti da Cristo agli occhi dei suoi contemporanei, e di quei miracoli che nel corso della storia saranno compiuti dai suoi apostoli e discepoli in riferimento alla potenza salvifica del suo nome: «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3,6).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 2 dicembre 1987]
https://disf.org/giovanni-paolo-ii-salvezza-miracoli
Ci sono persone che sanno soffrire con il sorriso e che conservano «la gioia della fede» nonostante prove e malattie. Sono queste persone a «portare avanti la Chiesa con la loro santità di ogni giorno», fino a divenire autentici punti di riferimento «nelle nostre parrocchie, nelle nostre istituzioni». Nella riflessione di Papa Francesco sulla «pazienza esemplare del popolo di Dio», proposta lunedì 17 febbraio durante la messa nella Cappella della Casa Santa Marta, ci sono dunque gli echi degli incontri di domenica pomeriggio con la comunità parrocchiale della periferia romana dell’Infernetto.
«Quando andiamo nelle parrocchie — ha detto infatti il vescovo di Roma — troviamo persone che soffrono, che hanno problemi, che hanno un figlio disabile o hanno una malattia, ma portano avanti con pazienza la vita». Sono persone che non chiedono «un miracolo» ma vivono con «la pazienza di Dio» leggendo «i segni dei tempi». E proprio di questo santo popolo di Dio «è indegno il mondo» ha affermato il Papa citando espressamente il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei e affermando che anche «di questa gente del nostro popolo — gente che soffre, che soffre tante, tante cose ma non perde il sorriso della fede, che hanno la gioia della fede — possiamo dire che di loro non è degno il mondo: è indegno! Lo spirito del mondo è indegno di questa gente!».
2
La riflessione del Pontefice sul valore della pazienza ha preso le mosse, come di consueto, dalla liturgia odierna: il passo della Lettera di Giacomo (1, 1-11) e il brano del Vangelo di Marco (8, 11- 13).
«Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove»: commentando queste parole tratte dalla prima lettura, il Papa ha notato che «sembra un po’ strano quello che ci dice l’apostolo Giacomo». Pare quasi — ha osservato — «un invito a fare il fachiro». Infatti, si è chiesto, «subire una prova come ci può dare letizia?». Il Pontefice ha proseguito la lettura del passo di san Giacomo: «Sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla».
Il suggerimento, ha spiegato, è «portare la vita in questo ritmo di pazienza». Ma «la pazienza — ha avvertito — non è rassegnazione, è un’altra cosa». Pazienza vuol dire infatti «sopportare sulle spalle le cose della vita, le cose che non sono buone, le cose brutte, le cose che noi non vogliamo. E sarà proprio questa pazienza che farà matura la nostra vita». Chi invece non ha pazienza «vuole tutto subito, tutto di fretta». E «chi non conosce questa saggezza della pazienza è una persona capricciosa», che finisce per comportarsi proprio «come i bambini capricciosi», i quali dicono: «io voglio questo, voglio quello, questo non mi piace», e non si accontentano mai di niente.
«Perché questa generazione chiede un segno?» domanda il Signore nel brano evangelico di Marco rispondendo alla richiesta dei farisei. E così intendeva dire, ha affermato il Papa, che «questa generazione è come i bambini che se sentono musica di gioia non ballano e se sentono musica di lutto non piangono. Nessuna cosa va bene!». Infatti, ha proseguito il Papa, «la persona che non ha pazienza è una persona che non cresce, che rimane nei capricci dei bambini, che non sa prendere la vita come viene», e sa dire solo: «o questo o niente!».
Quando non c’è la pazienza, «questa è una delle tentazioni: diventare capricciosi» come bambini. E un’altra tentazione di coloro «che non hanno pazienza è l’onnipotenza», racchiusa nella pretesa: «Io voglio subito le cose!». Proprio a questo si riferisce il Signore quando i farisei gli chiedono «un segno dal cielo». In realtà, ha sottolineato il Pontefice, «cosa volevano? Volevano uno spettacolo, un miracolo». È in fin dei conti la stessa tentazione che il diavolo propone a Gesù nel deserto, domandandogli di fare qualcosa — così tutti crediamo e questa pietra diventa pane — o di buttarsi giù dal tempio per mostrare la sua potenza.
Nel chiedere a Gesù un segno, però, i farisei «confondono il modo di agire di Dio con il modo di agire di uno stregone». Ma, ha precisato il Santo Padre, «Dio non agisce come uno stregone. Dio ha il suo modo di andare avanti: la pazienza di Dio». E noi «ogni volta che andiamo al sacramento della riconciliazione cantiamo un inno alla pazienza di Dio. Il Signore come ci porta sulle sue spalle, con quanta pazienza!».
3
«La vita cristiana — è il suggerimento del Papa — deve svolgersi su questa musica della pazienza, perché è stata proprio la musica dei nostri padri: il popolo di Dio». La musica di «quelli che hanno creduto alla parola di Dio, che hanno seguito il comandamento che il Signore aveva dato al nostro padre Abramo: cammina davanti a me e sii irreprensibile!».
Il popolo di Dio, ha proseguito citando ancora il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei, «ha sofferto tanto: sono stati perseguitati, ammazzati, dovevano nascondersi nelle spelonche, nelle caverne. E hanno avuto la gioia, la letizia — come dice l’apostolo Giacomo — di salutare da lontano le promesse». È proprio questa «la pazienza che noi dobbiamo avere nelle prove». È «la pazienza di una persona adulta; la pazienza di Dio che ci porta, ci supporta sulle sue spalle; e la pazienza del nostro popolo» ha fatto notare il Pontefice esclamando: «Quanto è paziente il nostro popolo ancora adesso!».
Il vescovo di Roma ha quindi ricordato che sono tante le persone sofferenti capaci di portare «avanti con pazienza la vita. Non chiedono un segno», come i farisei, «ma sanno leggere i segni dei tempi». Così «sanno che quando germoglia il fico viene la primavera». Invece le persone «impazienti» presentate nel Vangelo «volevano un segno» ma «non sapevano leggere i segni dei tempi. Per questo non hanno riconosciuto Gesù».
La Lettera agli Ebrei, ha detto il Papa, dice chiaramente che «il mondo era indegno del popolo di Dio». Ma oggi «possiamo dire lo stesso di questa gente del nostro popolo: gente che soffre, che soffre tante, tante cose, ma non perde il sorriso della fede, che ha la gioia della fede». Sì, anche di tutti loro «non è degno il mondo!». È proprio «questa gente, il nostro popolo, nelle nostre parrocchie, nelle nostre istituzioni», che porta «avanti la Chiesa con la sua santità di tutti i giorni, di ogni giorno».
In conclusione il Papa ha riletto il passo di san Giacomo riproposto anche all’inizio dell’omelia. E ha chiesto al Signore di dare «a tutti noi la pazienza: la pazienza gioiosa, la pazienza del lavoro, della pace», donandoci «la pazienza di Dio» e «la pazienza del nostro popolo fedele che è tanto esemplare».
[Papa Francesco, omelia s. Marta 17 febbraio 2014]
Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana
(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.039, Mart. 18/02/2014)
(Mt 5,17-37)
Abolire o Compiere [vv.17-19]
I religiosi criticavano i convertiti alla Fede di essere trasgressori e contrari alla ricchezza della Tradizione.
Così mentre alcuni sottolineavano la salvezza per sola Fede in Cristo e non per opere di legge, altri non accettavano la libertà di Spirito che si manifestava in modo crescente proprio in coloro che iniziavano a credere in Gesù Messia.
Nuove correnti più radicali desideravano già prescindere dalla sua vicenda storica e dalla sua Persona, per sbarazzarsene e rifugiarsi in una generica indipendenza - senza spina dorsale.
Mt aiuta a capire il dissidio: la direzione della Freccia scoccata dalle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né la forza per giungere a Bersaglio.
L’evangelista armonizza le tensioni, sottolineando che l’osservanza autentica non ci consente di mettere fra parentesi il Cristo storico, reale - magari restando neutrali o sognatori indifferenti.
Senza riduzioni o modelli, Egli si fa presente nelle sfaccettature delle più diverse correnti di pensiero. Non è un binario unilaterale, né astratto.
Parole nuove, Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.
E solo nel Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando per sempre.
Primo debito: una Giustizia superiore [vv.20-26]
Mt aiuta i contendenti a comprendere il contenuto delle Scritture antiche e capire l’atteggiamento di “continuità e taglio” dato ad esse dal Signore: «Avete udito che [...] Ora io vi dico» (vv.21-22).
L’ideale della religiosità antica era di presentarsi puri davanti a Dio, Gesù ne fa emergere l’obbiettivo: la Giustizia superiore dell’Amore.
Lo splendore, la bellezza e ricchezza della Gloria del Dio vivente non si producono nell’osservare, ma nella capacità di manifestarlo Presente.
La Vita di Dio trapela in un mondo non di puri e flemmatici sterilizzati, ma in una convivialità delle differenze che gli Somiglia.
La Rivelazione della pari dignità [vv.27-32]
Nel diritto matrimoniale semitico la donna era valutata come un patrimonio del marito: anche nel Primo Testamento il peccato di adulterio era valutato come una sorta di grave violazione del diritto di proprietà del maschio [nonché, impurità di sangue].
Gesù rivela il valore della persona come tale, e porta in primo piano il senso più intimo degli approcci e delle trasgressioni, che ledono e offendono l’esistere dei deboli.
Addirittura introduce l’annuncio della pari dignità fra uomo e donna.
Il matrimonio è comunità d’amore; non unione dissolubile dal capriccio e dal calcolo materiale.
L’opportunismo dei prepotenti condanna la persona indifesa - la quale poi (abbandonata) per vivere sarà condannata a subire altre violazioni di sé (v.32).
Con parole taglienti, il Signore richiama la necessità di una dura intransigenza verso ogni deviazione pedestre dell’egoismo, che umilia l’innocente privo di tutele.
Per salvare l’amore e dargli vigore, il Maestro prospetta anche amputazioni dolorose. Porre in atto i più gravi sacrifici può liberare il forte dal suo delirio.
Insomma, un’attrazione senza dono di sé non esprime la persona alla persona; è frutto acerbo d’immaturità e conduce all’alienazione.
La donna - ossia il malfermo e innocente, che ama di più e sul serio - non è creatura passibile di beffe, né riducibile a possesso, cosa, bene di consumo, solo utile all’arrogante di casa.
La perfezione del Gratis, la deficienza degli sgabelli [vv.33-37]
Sì quando è sì, No quando è no. Non c’è bisogno di dare forza alla fiducia: il teatrino delle formule roboanti ammette solo la convinzione che dell’altro non ci si possa fidare appieno.
La trasparenza totale nei rapporti non ha bisogno di «sgabelli» a sostegno. Le buone relazioni, l’ideale di giustizia, e tutta la nostra vita, giungono a perfezione in modo limpido.
Veniamo al punto teologico: ciò che conta per Dio è la Persona, non le sue espressioni simboliche o i suoi meriti - finti puntelli al tu-per-tu, da apparecchiare in vetrina per dirottarlo.
Il faccia a faccia vale tutta la partita: assai più di ciò che suona a orecchio, e ben più della contabilità di quanto la donna e l’uomo hanno osservato o meno.
Il Padre è impressionato dal suo capolavoro creaturale, non dalle prestazioni, né dal fumo negli occhi di espressioni conformiste: rituali, sigle, frasi fatte.
Non c’è nulla di più alto del nostro Volto. Non dobbiamo migliorare se non col suo Gratis, assai più affidabile ed efficace delle nostre osservanze, non di rado vanitose e omologanti.
Il potere che abbiamo in dote non può incidere neppure sul colore naturale di un capello (v.36): questa la realtà - dietro le grandi quinte che mettiamo a punto per non ammettere che… qualcosa non va.
L’integrità che conta è tranquilla, trasparente, spontanea, schietta. Inutile fare e rifare giuramenti per ingannare persino Dio.
[6.a Domenica T.O. (anno A), 15 febbraio 2026]
(Mt 5,17-37)
Legge e Spirito
Abbattere o Compiere: Legge e Spirito
(Mt 5,17-19)
Di fronte ai precetti della Legge si manifestano atteggiamenti distanti. Da un lato c’è chi dimostra attaccamento al senso materiale di quanto stabilito, dall’altro omissione o disprezzo delle norme.
Gesù porgeva un insegnamento così nuovo e radicale da dare l’impressione di noncuranza e rifiuto della Legge. Ma in effetti, più che alle divergenze con la stessa, Egli era attento al senso profondo delle direttive biblico-giudaiche.
Non intendeva «demolire» (v.17) la Torah, ma certo evitava di lasciarsi minimizzare nelle casistiche della morale che parcellizzava le scelte di fondo - e le rendeva tutte esteriori, senza fulcro.
La sclerotizzazione legalista tendeva facilmente a equiparare i codici… con Dio. Ma per il credente, il suo “obbligo” è insieme vicenda, Parola e Persona: sequela globale.
Nelle prime comunità alcuni fedeli ritenevano che le norme del Primo Testamento non dovessero più essere considerate, in quanto siamo salvi per Fede e non per opere di Legge.
Altri accettavano Gesù come Messia, ma non sopportavano l’eccesso di libertà con la quale alcuni fratelli di chiesa vivevano la sua Presenza.
Ancora legati a un’estrazione ideale etnica, ritenevano che l’osservanza antica fosse obbligante.
Non mancavano credenti rapiti da un eccesso di fantasie nello Spirito. Alcuni infatti rinnegavano le Scritture ebraiche e si ritenevano sciolti dalla storia: non guardavano più la vicenda di Gesù.
Mt cerca un equilibrio fra emancipazione e chiusura.
Egli scrive il suo Vangelo per sostenere i convertiti alla Fede in Cristo nelle comunità di Galilea e Siria, accusati dai fratelli giudaizzanti di essere infedeli alla Torah.
L’evangelista chiarisce che Gesù stesso era stato accusato di gravi trasgressioni alla Legge di Mosè.
La traiettoria delle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né forza in sé per giungere a Bersaglio.
La freccia della Torah è stata scoccata nella giusta direzione, ma solo nello Spirito delle Beatitudini un’assemblea viva può ottenere slancio per raggiungere la Comunione.
Il passo di Vangelo si preoccupa di sottolineare: le Scritture antiche, la vicenda storica di Gesù, e la vita nello Spirito, debbono essere valutati aspetti inseparabili di un unico disegno di salvezza.
Vissuti in sinergia, essi conducono alla convivialità delle differenze.
Il Dio dei patriarchi si rende presente nella relazione d’amore delle comunità, per la Fede in Cristo, che nei cuori dilata la sua stessa vita.
Il Vivente trasmette lo Spirito che sprona ogni creatività, supera le chiusure scostanti; apre, e invita.
[In noi Gesù di Nazaret diventa Corpo vivo - e il gusto di fare Lo manifesta (a partire dall’anima) in Persona e Fedeltà piena].
Il porgersi ai fratelli e l’andare a Dio diventa così per tutti agile, spontaneo, ricco e personalissimo: la Forza viene da dentro.
Parole nuove o Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.
Solo nel fascino totale del Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando ‘per sempre’.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
La legge su pietra è rimasta in te cosa rigida, oppure senti un impulso di Alleanza nuova?
Intuisci dentro un desiderio attualizzato e irresistibile di bene, che delle Scritture riscopre tutto, e dinamizza la Parola nei vari gusti del fare?
Demolire o Compiere
Di fronte ai precetti della Legge si manifestano atteggiamenti distanti.
Da un lato c’è chi dimostra attaccamento al senso materiale di quanto stabilito; dall’altro, omissione o disprezzo delle norme.
Gesù porgeva un insegnamento così nuovo e radicale da dare l’impressione di noncuranza e rifiuto della Legge. Ma in effetti, più che alle divergenze con la stessa, Egli era attento allo spirito e al senso profondo delle direttive biblico-giudaiche.
Non intendeva «demolire» (v.17) la Torah, ma certo evitava ancor più di lasciarsi minimizzare nelle casistiche della morale.
Tale ossessione eticista - ancora viva nelle fraternità primitive - parcellizzava e sgretolava il significato delle scelte di fondo, e le rendeva tutte esteriori, senza fulcro.
In tal guisa, si produceva di fatto una sclerotizzazione legalista, la quale tendeva facilmente a equiparare i codici… con Dio.
Ma per il credente, il suo “obbligo” è insieme vicenda, spirito della Parola, e Persona: sequela globale in quei medesimi incomparabili appuntamenti.
I fedeli delle comunità di Galilea e Siria subivano le critiche dei giudei all’antica.
Tali osservanti accusavano i correligionari convertiti alla nuova Fede personale, creativa, di essere trasgressori e contrari alla profondità della comune Tradizione.
Così alcuni sottolineavano la salvezza per sola fede nel Cristo e non per opere di legge. Altri non accettavano la Libertà che si manifestava crescente proprio in coloro che iniziavano a credere in Gesù Messia.
Nuove correnti più radicali desideravano già prescindere dalla sua storia e dalla sua Persona, per sbarazzarsene e rifugiarsi in una generica “avanguardia” o “libertà di spirito” - senza spina dorsale, né peripezie o congiunzioni.
Mt aiuta a capire il dissidio: la direzione della Freccia scoccata dalle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né la forza per giungere a Bersaglio.
L’evangelista armonizza le tensioni, sottolineando che l’osservanza autentica non è fedeltà formale [obbedienza della “lettera”].
Lo spirito di adempimento fondamentale non consente di mettere fra parentesi il Cristo totale e le sue traversie, magari restando poi neutrali o sognatori indifferenti.
Senza riduzioni in forza dell’elezione, né «abbattere» (v.17) i modi di essere, antichi e identificati o particolari - Egli è presente nelle sfaccettature delle più diverse correnti di pensiero.
Parole nuove, Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.
Solo nel fascino totale del Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando per sempre.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come valuti Pentateuco, Salmi e Profeti?
Come affronti le situazioni in armonia con la Voce del Signore e nel suo Spirito?
Primo debito: una Giustizia maggiore
(Mt 5,20-26)
«Vi dico infatti che se la vostra giustizia non abbonderà di più [quella] degli scribi e farisei, non entrerete nel Regno dei cieli»
Nelle chiese di Galilea e Siria serpeggiavano opinioni differenti e conflittuali circa la Legge di Mosè: per alcuni un assoluto da adempiere persino nei dettagli, per altri ormai un orpello senza senso (v.22).
I contendenti giungevano all’insulto, per ridicolizzare la parte avversa.
Ma come dice il Tao Tê Ching (xxx): «Là dove stanziano le milizie nascono sterpi e rovi». Il maestro Wang Pi commenta: «Colui che si fa promotore suscita disordini, perché si sforza di affermare i suoi meriti».
Mt aiuta tutti i fratelli di comunità a comprendere il contenuto delle Scritture antiche e capire l’atteggiamento di ‘continuità e taglio’ dato ad esse dal Signore: «Avete udito che [...] Ora io vi dico» (vv.21-22).
La ‘freccia’ dei codici antichi è stata scoccata nella direzione giusta, ma solo capirne la portata nello spirito di concordia ne sostiene il tragitto sino a fornire l’energia necessaria per cogliere il “bersaglio”.
L’ideale della religiosità antica era presentarsi puri davanti a Dio, e in tal senso gli scribi teologi ufficiali del sinedrio sottolineavano il valore delle norme che ritenevano si annidassero nella ‘prigione della lettera’ del Primo Testamento.
I sadducei - classe sacerdotale - puntavano sulle osservanze sacrificali della sola Torah.
I farisei, leaders della religiosità popolare, accentuavano il rispetto di ogni consuetudine tradizionale.
L’insegnamento dei professionisti del sacro produceva nel popolo un senso di oppressione legalista che oscurava lo spirito della Parola di Dio e della stessa Tradizione.
Gesù ne fa emergere l’obbiettivo: la Giustizia maggiore dell’Amore.
Lo splendore, la bellezza e ricchezza della Gloria del Dio vivente non si produce nell’osservare, bensì nella capacità di manifestarlo Presente.
L’assetto giusto davanti al Padre diventa - nella proposta di Gesù - giusta posizione davanti alla propria storia e a quella del prossimo.
Il primo «debito» è dunque una ‘comprensione globale’: qui si svela l’Eterno.
Giustizia non è prodotto dell’accumulare azioni rette, in vista del merito: ciò manifesterebbe grettezza, distacco e supponenza (un tipo di uomo dal pensiero indiscutibile).
La nuova Giustizia insegue le complicità col male sino alle radici segrete del cuore e delle idee. Ma non per accentuare il senso di colpa, né per farci inseguire sogni esterni.
L’osservanza che non permanesse nell’amicizia, nella tolleranza anche di se stessi, in Cristo che orienta, sorgerebbe da un rapporto ambiguo con la norma e le dottrine.
Possiamo trascurare il bisogno infantile di approvazione.
La Vita di Dio trapela in un mondo non di puri e flemmatici sterilizzati o unilaterali, ma in una convivialità delle differenze che gli somiglia.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Dove trovi il nutrimento emotivo che ti è necessario?
Cosa pensi delle comitive esclusive e della loro idea di tribunale risolutivo?
La Rivelazione della pari dignità
(Mt 5,27-32)
Nel diritto matrimoniale semitico la donna era valutata proprietà del marito: non veniva considerata persona giuridica, bensì un possesso dell’uomo, che poteva fare da padrone.
Anche nel Primo Testamento il peccato di adulterio era valutato come una sorta di grave violazione del diritto di proprietà del maschio, nonché eventuale impurità di sangue [il cui mescolamento era aborrito].
Sembrerà strano per la nostra mentalità, ma ciò aveva maggiore peso della stessa trasgressione morale.
Gesù rivela invece il valore della persona come tale.
Egli porta in primo piano il senso degli approcci e delle violazioni che ledono e offendono l’esistere dei deboli.
Addirittura introduce l’annuncio della pari dignità fra uomo e donna.
Il matrimonio è comunità d’amore, non unione dissolubile dal capriccio e dal calcolo materiale.
Situazione che finirà per censurare la persona indifesa - la quale poi [abbandonata] per vivere sarà condannata a subire altre violazioni di sé (v.32).
Con parole taglienti, il Signore richiama la necessità di una dura intransigenza verso ogni deviazione pedestre dell’egoismo, che umilia l’innocente privo di tutele.
Per salvare l’amore e dargli vigore, il Maestro prospetta anche amputazioni dolorose. Porre in atto i più gravi sacrifici può liberare il “forte” dal suo delirio.
Un’attrazione senza dono di sé non esprime la persona alla persona, è frutto acerbo d’immaturità vagabonda e conduce all’alienazione.
La donna - ossia il debole e innocente, che ama di più e sul serio - non è creatura passibile di beffe, né riducibile a possesso, cosa, bene di consumo, solo utile al padrone di casa.
Scrive in tal guisa Albertine Tshibilondi Ngoyi:
«La donna africana non è né un riflesso dell’uomo né una schiava. Non prova alcun bisogno di imitare l’uomo per esprimere la propria personalità. Secerne una civiltà originale con il suo lavoro, il suo genio personale, le sue preoccupazioni, il suo linguaggio e i suoi costumi. Non si è lasciata colonizzare dall’uomo e dal prestigio della civiltà maschile».
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Hai uno sguardo che apre il varco al tradimento? Non ritieni che esso manifesti in atto una leggerezza d’impostazione e una scelta di vita scadente?
Non credi che il cuore disintegrato sia segno d’una inquietudine e insoddisfazione più profonda, che va oltre l’infedeltà morale?
Rifletti sul modo d’investire le energie che percorrono la tua chiamata e missione?
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Hai uno sguardo che apre il varco al tradimento? Non ritieni che esso manifesti in atto una leggerezza d’impostazione e scelta di vita?
Non credi che il cuore disintegrato sia segno d’una inquietudine e insoddisfazione più profonda, che va oltre l’infedeltà morale? Rifletti sul modo d’investire le energie che percorrono la tua chiamata e missione?
La perfezione del Gratis, la deficienza degli sgabelli
Limpidi e netti
(Mt 5,33-37)
«Sì quando è sì, No quando è no». Non c’è bisogno di dare forza alla fiducia.
Ogni giuramento - anche sacrale - è una scappatoia che non guarisce una realtà già spenta.
Il teatrino delle formule roboanti ammette solo la convinzione che dell’Altro non ci si possa fidare appieno.
La trasparenza totale nei rapporti non ha bisogno di sgabelli a sostegno.
È ridicolo tentare di favorire la reciprocità inventando l’aiutino del giuramento, che rafforzi la parola di una persona con qualcosa di più grande di lui [in grado di metterlo in castigo nel caso d’inadempienze; poi vada come vada].
Le buone relazioni, l’ideale di giustizia, il credito, e tutta la nostra vita, giungono a perfezione in modo limpido.
Non c’è bisogno di girare attorno, diventare artificiali, appoggiarsi su altre cautele che poi si rimangiano la parola, anche se ben allestite e perfettamente messe in scena.
Veniamo al punto teologico: ciò che conta per il Padre è la Persona, non le sue espressioni simboliche o i suoi ‘meriti’ - finti puntelli al tu-per-tu, da apparecchiare in vetrina per dirottarlo.
Il faccia a faccia vale tutta la partita: assai più di ciò che suona a orecchio, ben oltre la contabilità di quanto donna e uomo hanno adempiuto.
La nostra lealtà forte davanti a Dio non c’è; anzi, ne abbiamo bisogno. Inutile nascondere la polvere sotto un tappeto di motti e sproloqui altisonanti.
Anche il mucchio delle opere di legge “perfettamente” assolte non fornisce alcun supporto.
Infatti le impalcature possono sembrare eccelse e fenomenali, ma sono cosa epidermica (spesso purtroppo insincera: castelli di carta e cartapesta) e col doppio scopo.
Il Padre è impressionato dal suo capolavoro creaturale, dal cuore schietto della donna e dell’uomo; non dal fumo negli occhi di montature impersonali allestite all’uopo.
Neppure si lascia blandire da piazzate di espressioni rituali, sigle, frasi fatte; o persino adempimenti eroici che rischiano di ledere le linee portanti della personalità e della Chiamata per Nome.
Non c’è nulla di più alto del nostro ‘volto’; il resto è astuzia e menzogna. Mezzucci pericolosissimi.
I laici puritani dicevano: «Maggiori sono le forme, minore è la verità». Non: dare a credere.
Azioni, comportamenti, parole nitide. Questo vale.
Insomma non dobbiamo ‘migliorare’ a modello e facsimile esterni - né allestire maggiori eventi - se non col Suo Gratis, assai più affidabile, permanente, efficace, delle nostre osservanze [omologanti e talora vanitose].
Il potere che abbiamo in dote non può incidere neppure sul colore naturale di un capello; questa la realtà - dietro le grandi quinte che mettiamo a punto per non ammettere che… qualcosa non va.
L’integrità che conta è tranquilla, trasparente, spontanea, schietta: non può essere roba nostra. Inutile fare e rifare ‘giuramenti’ per ingannare persino Dio.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Ti sei ritrovato mercante all’ultima fiera? Ti sei mai espresso come un falsario?
Nella Liturgia di questa domenica prosegue la lettura del cosiddetto “Discorso della montagna” di Gesù, che occupa i capitoli 5, 6 e 7 del Vangelo di Matteo. Dopo le “Beatitudini”, che sono il suo programma di vita, Gesù proclama la nuova Legge, la sua Torah, come la chiamano i nostri fratelli ebrei. In effetti, il Messia, alla sua venuta, avrebbe dovuto portare anche la rivelazione definitiva della Legge, ed è proprio ciò che Gesù dichiara: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti: non sono venuto ad abolire, ma a dare il pieno compimento”. E, rivolto ai suoi discepoli, aggiunge: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,17.20). Ma in che cosa consiste questa “pienezza” della Legge di Cristo, e questa “superiore” giustizia che Egli esige?
Gesù lo spiega mediante una serie di antitesi tra i comandamenti antichi e il suo modo di riproporli. Ogni volta inizia: “Avete inteso che fu detto agli antichi…”, e poi afferma: “Ma io vi dico…”. Ad esempio: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio” (Mt 5,21-22). E così per sei volte. Questo modo di parlare suscitava grande impressione nella gente, che rimaneva spaventata, perché quell’“io vi dico” equivaleva a rivendicare per sé la stessa autorità di Dio, fonte della Legge. La novità di Gesù consiste, essenzialmente, nel fatto che Lui stesso “riempie” i comandamenti con l’amore di Dio, con la forza dello Spirito Santo che abita in Lui. E noi, attraverso la fede in Cristo, possiamo aprirci all’azione dello Spirito Santo, che ci rende capaci di vivere l’amore divino. Perciò ogni precetto diventa vero come esigenza d’amore, e tutti si ricongiungono in un unico comandamento: ama Dio con tutto il cuore e ama il prossimo come te stesso. “Pienezza della Legge è la carità”, scrive san Paolo (Rm 13,10). Davanti a questa esigenza, ad esempio, il pietoso caso dei quattro bambini Rom, morti la scorsa settimana alla periferia di questa città, nella loro baracca bruciata, impone di domandarci se una società più solidale e fraterna, più coerente nell’amore, cioè più cristiana, non avrebbe potuto evitare tale tragico fatto. E questa domanda vale per tanti altri avvenimenti dolorosi, più o meno noti, che avvengono quotidianamente nelle nostre città e nei nostri paesi.
Cari amici, forse non è un caso che la prima grande predicazione di Gesù si chiami “Discorso della montagna”! Mosè salì sul monte Sinai per ricevere la Legge di Dio e portarla al Popolo eletto. Gesù è il Figlio stesso di Dio che è disceso dal Cielo per portarci al Cielo, all’altezza di Dio, sulla via dell’amore. Anzi, Lui stesso è questa via: non dobbiamo far altro che seguire Lui, per mettere in pratica la volontà di Dio ed entrare nel suo Regno, nella vita eterna. Una sola creatura è già arrivata alla cima della montagna: la Vergine Maria. Grazie all’unione con Gesù, la sua giustizia è stata perfetta: per questo la invochiamo Speculum iustitiae. Affidiamoci a lei, perché guidi anche i nostri passi nella fedeltà alla Legge di Cristo.
[Papa Benedetto, Angelus 13 febbraio 2011]
Questi due monti, il Sinai e il Monte delle Beatitudini, ci offrono la mappa della nostra vita cristiana ed una sintesi delle nostre responsabilità verso Dio e verso il prossimo. La Legge e le Beatitudini insieme tracciano il cammino della sequela di Cristo e il sentiero regale verso la maturità e la libertà spirituali. I Dieci Comandamenti del Sinai possono sembrare negativi: «Non avrai altri dèi di fronte a me;… Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunziare falsa testimonianza… » (Es 20,3.13-16). Essi sono invece sommamente positivi. Andando oltre il male che nominano, indicano il cammino verso la legge d’amore che è il primo e il più grande dei Comandamenti: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22,37.39). Gesù stesso afferma di non essere venuto per abolire la Legge ma per darle compimento (cfr Mt 5,17). Il suo messaggio è nuovo ma non distrugge ciò che già esiste. Anzi sviluppa al massimo le sue potenzialità. Gesù insegna che la via dell’amore porta la legge al suo pieno compimento (cfr Gal 5,14).
[Papa Giovanni Paolo II, dall’omelia sul Monte delle Beatitudini, 24 marzo 2000]
In today’s Gospel passage, Jesus identifies himself not only with the king-shepherd, but also with the lost sheep, we can speak of a “double identity”: the king-shepherd, Jesus identifies also with the sheep: that is, with the least and most needy of his brothers and sisters […] And let us return home only with this phrase: “I was present there. Thank you!”. Or: “You forgot about me” (Pope Francis)
Nella pagina evangelica di oggi, Gesù si identifica non solo col re-pastore, ma anche con le pecore perdute. Potremmo parlare come di una “doppia identità”: il re-pastore, Gesù, si identifica anche con le pecore, cioè con i fratelli più piccoli e bisognosi […] E torniamo a casa soltanto con questa frase: “Io ero presente lì. Grazie!” oppure: “Ti sei scordato di me” (Papa Francesco)
Thus, in the figure of Matthew, the Gospels present to us a true and proper paradox: those who seem to be the farthest from holiness can even become a model of the acceptance of God's mercy and offer a glimpse of its marvellous effects in their own lives (Pope Benedict))
Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza (Papa Benedetto)
Man is involved in penance in his totality of body and spirit: the man who has a body in need of food and rest and the man who thinks, plans and prays; the man who appropriates and feeds on things and the man who makes a gift of them; the man who tends to the possession and enjoyment of goods and the man who feels the need for solidarity that binds him to all other men [CEI pastoral note]
Nella penitenza è coinvolto l'uomo nella sua totalità di corpo e di spirito: l'uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l'uomo che pensa, progetta e prega; l'uomo che si appropria e si nutre delle cose e l'uomo che fa dono di esse; l'uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e l'uomo che avverte l'esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini [nota pastorale CEI]
St John Chrysostom urged: “Embellish your house with modesty and humility with the practice of prayer. Make your dwelling place shine with the light of justice; adorn its walls with good works, like a lustre of pure gold, and replace walls and precious stones with faith and supernatural magnanimity, putting prayer above all other things, high up in the gables, to give the whole complex decorum. You will thus prepare a worthy dwelling place for the Lord, you will welcome him in a splendid palace. He will grant you to transform your soul into a temple of his presence” (Pope Benedict)
San Giovanni Crisostomo esorta: “Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza” (Papa Benedetto)
And He continues: «Think of salvation, of what God has done for us, and choose well!». But the disciples "did not understand why the heart was hardened by this passion, by this wickedness of arguing among themselves and seeing who was guilty of that forgetfulness of the bread" (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.