(Gv 3,31-36)
Gv utilizza categorie descrittive [dall’alto, dal basso, dal cielo, dalla terra - ossia tutto il nostro “dominio”].
Termini naturali, per presentarci la Persona del Figlio rivelatore, e l’importanza della sua proposta per la vita reale.
La condizione divina dell’Inviato del Padre procede infatti dalla dimensione umana.
La sua natura terrena è tuttavia imparagonabile alla sua origine di essere del cielo, superiore a ogni concorrenza.
La testimonianza del Messia circa il mondo di lassù è una Parola che c’interpella. Ma non è accolta (cf. Gv 1,11) da un «mondo» (Gv 1,10) che ama solo ciò che gli corrisponde.
Eppur coloro che accettano tale testimonianza (cf. Gv 1,12) ospitano in sé lo stesso Rivelatore - per l'identità fra la Persona e la Parola.
Nelle espressioni di Colui che svela, si rendono palesi i disegni e l’azione di Dio (v.33).
È il Maestro di Nazaret che mostra la verità dell’Altissimo.
Infatti il Padre ha concesso al Figlio l’intero suo Spirito «non con misura» (v.34); né limiti, restrizioni, come ad es. nei profeti, re o patriarchi.
E chi crede nel Figlio è del Padre - è già a livello di eternità: ha in sé la stessa «Vita dell’Eterno» (v.36).
Chi accoglie Cristo vive già in Dio. È rivolto al Padre; ne gode la presenza ineffabile, ne assimila e parla la ‘lingua’ unica.
Diviene capace di rapporti non unilaterali, perché sa recuperare gli opposti.
Solo dalla pienezza dei doni dello Spirito [e la sua partecipazione: v.34] deriva l’adesione a una Torah impressa nel cuore, nonché l’obbedienza riconosciuta in se stessi.
In tal guisa, diventa Somiglianza, che assume la vicenda del nuovo Maestro come criterio.
La custodia dei precetti del Pentateuco apportava «lunghi giorni e anni di vita e tanta pace» (Pr 3,1-2).
Dagli adempimenti della Legge e della tradizione orale si presumeva un compimento [normale] atteso.
La Salvezza invece non viene dalle origini, dal “territorio” (v.31) - cultura ed etnia.
Neppure, la redenzione procede dall’esito d’una verifica dell’insegnamento antico.
La realizzazione completa ci coglie - bensì - dal credere nel Figlio (v.36): ‘nascita’ assoluta [sempre rinnovata] impressa dallo Spirito che non intralcia.
Spirito di configurazione divina, comunicato appunto «non con misura».
Le religioni antiche promettono “vita eterna” - in alcuni casi, quasi un premio di consolazione dopo le fatiche di questa valle di lacrime.
Alienazione che spezza le ali, produce alibi, e fa diventare esterni, già registrati e prevedibili.
La «Vita dell’Eterno» (v.36), la Vita stessa e intima di Dio, è invece una condizione che abita, irrompe nei nostri percorsi.
Lo fa con inclinazioni eccentriche, inedite; prima inconcepibili - dove siamo noi stessi, non creature ridotte.
Può essere sperimentata nei modi di essere concreti anche eccessivi, che corrispondono a uno svelamento, una ‘rivelazione’ in noi.
Soprattutto nel quarto Vangelo la dimensione dell’Eterno è misura sì sporgente, ma incarnata e in atto. Non per virtù naturale, ma per apertura alla Totalità.
Per l’azione dello Spirito, che crea e rigenera senza posa - e tesse un’intesa radicale nell’essere.
Non siamo noi a produrre l’Amore che ricolma e attiva, o che possa restituirci alla vita senza restrizioni.
Però la dimensione di Figli che dal Battesimo si sanno e riconoscono nella Pienezza, ci riguarda.
Allora - come in Gesù Figlio - tutto è posto nelle nostre mani (v.35).
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quale eccesso vocazionale hai lasciato in sospeso?
[Giovedì 2.a sett. Pasqua, 16 aprile 2026]







