Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Le manifestazioni del potere di Dio sulla terra: nulla di esteriore
(Mt 12,38-42)
La corrispondenza umana non cresce col moltiplicarsi dei segnali da capogiro. Dio non costringe i poco convinti, né surclassa con prove; così guadagna un patrimonio d’Amore.
La sua Chiesa autentica, senza strepiti né posizioni persuasive - apparentemente insignificante - è raccolta tutta in intima unità col suo Signore.
La regina del mezzogiorno cercava soluzioni accattivanti a curiosità enigmatiche, ma le poteva conoscere dentro la sua anima e nella vita.
Incarnazione: non ci sono altri segni validi che gli accadimenti e le nuove relazioni con se stessi e gli altri - le quali porgono la Persona stessa e inaudita del Risorto, senza involucri.
L’Eterno non è più la pura trascendenza dei giudei, né la vetta della sapienza del mondo antico: il Segno emozionante di Dio è la vicenda di Gesù vivo in noi.
Confidiamo in Cristo, quindi niente droghe spirituali che c’illudano di felicità.
È il senso della nuova Creazione: abbandono allo Spirito, ma tutto concreto (non di maniera) e che procede trascinando la realtà alternativa.
Egli è Segno unico, che scioglie dai molti surrogati della religione delle paure, delle pastoie, dei ruoli consolidati che vorrebbero imprigionarlo in un “alleato” facitore di miracoli seducenti; immediatamente risolutivi.
Alcuni membri di comunità sembrava volessero inquadrare il Messia nello schema delle normali attese sacrali e scenografiche.
Già se la intendevano e si mostravano stufi...
In questi “veterani” di Mt non c’era cifra alcuna di conversione all’idea del Figlio di Dio come Servitore, fiducioso nei sogni senza prestigio.
In loro? Nessuna traccia d’idea nuova - né cambio di passo che segnasse tramonto della società plateale, disumanizzante, cui erano abituati.
C’è sempre chi rimane legato a una ideologia di potere. Quindi non vuole aprire gli occhi se non per farsi catturare i sensi in modo banale.
A costoro il Signore non riserva mai conferme impressionanti - che sarebbero la paradossale convalida dei convincimenti antichi.
Unico ‘segnale’ è la sua Chiesa vivente e lo stesso Risorto che pulsa in tutti coloro che lo prendono sul serio; ad es. nei recuperi, risanamenti e rivalutazioni impossibili.
Ma nessun fulmine a scorciatoia.
Guidati dall’Amico invisibile, saremo una sola umanità inventiva ‘nel Maestro’.
La nostra testimonianza libera e vivificante alimenterà una esperienza di Fede rigeneratrice, singolarmente incisiva.
Assai più dei miracoli, gli appelli della nostra essenza e della realtà faranno riconoscere il richiamo e l’agire di Dio negli uomini e nella trama della storia.
Il Padre vuole che i suoi figli producano ben altri sbalordimenti e prodigi di bontà divino-umana che visioni e sentimentalismi, o magie.
Unico «segno» di salvezza è Cristo in noi, senza cuciture isteriche; immagine e somiglianza dell’umanità nuova.
Per l’autentica conversione: potenza nativa - e nulla di esteriore.
[Lunedì 16.a sett. T.O. 20 luglio 2026]
Qual è il Segnale del Mistero?
(Mt 12,38-42)
Gesù si scontra con l’incredulità. Essa viene da vari accecamenti e partiti presi, o (soprattutto nei discepoli) nasce da disattenzione.
Il Signore si allontana da chi lo mette alla prova e da coloro che rifiutano ciò ch’è donato da Dio, pretendendo di fissare come debba agire.
Il Figlio dell’uomo rispetta ogni persona che lo segue, ma fa comprendere che le decisioni e ancor prima la mancanza di percezione acuta impediscono l’Incontro e la redenzione della vita.
In tale ottica, i credenti non vivono per “dimostrare”. Cristo stesso non ci aspetta in manifestazioni subliminali e mirabolanti, ma sulla sponda d’una spiritualità terrestre.
Il Valore non ha bisogno di applausi (arma a doppio taglio) - maschera della proposta artificiosa, e della vita inautentica.
La corrispondenza umanizzante non cresce col moltiplicarsi dei segnali da capogiro.
Dio non costringe i poco convinti, né surclassa con prove; così guadagna un patrimonio d’Amore nella crescita.
La sua Chiesa autentica, senza strepiti né posizioni persuasive - apparentemente insignificante - è raccolta tutta in intima unità col suo Primogenito: potenza nativa, portentosa e rigeneratrice - solida e reale.
La regina del mezzogiorno cercava soluzioni accattivanti a curiosità enigmatiche, ma le poteva conoscere dentro la sua anima e nella vita.
Incarnazione: non ci sono altri segni validi che gli accadimenti e le nuove relazioni - con se stessi e gli altri - le quali porgono la Persona stessa e inaudita del Risorto (quello senza involucri).
L’Eterno non è più la pura trascendenza dei giudei, né la vetta della sapienza del mondo antico.
Il segno dell’Altissimo è la vicenda di Gesù (vivo in noi). Essa apre la strada emozionante che conduce verso il Padre.
Confidiamo in Cristo, quindi niente droghe spirituali che c’illudano di felicità.
È il senso della nuova Creazione: nell’abbandono allo Spirito - ma tutto concreto (non di maniera) e che procede trascinando la realtà alternativa.
La sua Persona è segnale unico, che scioglie dai molti surrogati della religione delle paure, delle pastoie, dei ruoli consolidati.
Tare che vorrebbero imprigionarlo in “alleato” facitore di miracoli seducenti e immediatamente risolutivi.
Qualcuno in semplice purificatore del tempio o in un personaggio da mulino bianco - e così noi, se ci lasciamo manipolare.
Infatti, i leaders religiosi cui Gesù si rivolge sono quelli di ritorno nelle sue comunità!
Si trattava di giudaizzanti i quali volevano inquadrare il Messia nello schema delle normali attese cui erano stati da sempre abituati.
O già se la intendevano e si mostravano stufi...
In questi “veterani” non c’era cifra alcuna di conversione all’idea del Figlio di Dio come Servitore, fiducioso nei sogni senza prestigio.
In loro? Nessuna traccia d’idea nuova - né cambio di passo che segnasse tramonto della società plateale, disumanizzante - e anche sacrale - dell’esterno.
Ai leaders popolari talora sfugge il significato dell’unico Segno vivo: Gesù Alimento della vita.
Per causa loro, non dei lontani, il Signore «geme nello spirito» (cf. Mc 8,12 testo greco) - ancora oggi, rattristato da tanta cecità.
La vita è infatti preclusa a chi non sa spostare lo sguardo.
Subito dopo Mt (16,6) si riferisce infatti al pericolo dell’ideologia dominante che faceva perdere alle stesse guide la percezione obiettiva degli accadimenti.
Un «lievito» grossolano ma radicato nell’esperienza penosa della gente - che stimolava gonfiori persino nei discepoli, contaminandoli.
Ai primi della classe poteva sembrare che Gesù fosse un leader come Mosè, per il fatto che avrebbe alimentato il popolo affamato nel deserto (cf. Mt 14,13-21; 15,32-39).
Ma il rifiuto è netto: in specie Mc (8,12) lo rende vivo sottolineando il senso di sofferenza del Maestro.
Quindi - come anche Mt e Lc nell’episodio appunto di Giona - il suo radicale, perentorio diniego.
Per salvare il popolo bisognoso di tutto non c’è altra via che partire da dentro.
Poi procedere verso una pienezza di essere che dilaga, ci approva, e sfociando consente di spezzare la vita in favore dei fratelli.
Non c’è scappatoia. Unicamente la comunione con la sorgente celata del proprio Sé eminente e il dialogo rispettoso e fattivo con gli altri, salva da una mentalità di gruppo chiuso.
In tal guisa, nessun club è ammesso - che rivendicasse l’esclusiva monopolista su Dio e sulle anime (Mt 9,38-40) con esplicita pretesa a disciplinare le moltitudini.
La comunità del Risorto aborrisce la concezione competitiva della stessa vita religiosa, se riflesso sacrale del mondo imperiale e d’una società che angustia e amareggia l’esistenza dei piccoli.
Sarebbe una vita malata nella ricerca di prestigio purchessia, anche solo apparente.
Viceversa, nelle realtà fraterne «chiunque si abbasserà, questi è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,4).
Quindi bisogna assolutamente evitare che nei fedeli s’insinui una mentalità piramidale e dello scarto.
Spirito di competizione che poi inesorabilmente finisce per cercare rifugio nel miracolismo ipocrita, surrogato della vita di Fede.
Lo stesso fa il Maestro per educare i membri di Chiesa che restano - forse tuttora - affetti da senso di superiorità nei confronti delle folle e degli estranei.
Sentimento di popolo eletto e privilegiato (Lc 9,54-55) che si stava infiltrando persino nelle comunità primitive.
A chi non vuole aprire gli occhi se non per farsi catturare i sensi da fenomeni tutti da discernere - perché malgrado il credo ufficiale che professa rimane legato a una ideologia di potere - il Signore non riserva mai conferme impressionanti venute «dal cielo» (Mt 16,1) che ne sarebbero la paradossale convalida.
Unico segnale è e sarà la sua Chiesa vivente: la “vittoria” del Risorto che pulsa in tutti coloro che lo prendono sul serio.
Senza gerarchie fisse - sotto la guida infallibile della Chiamata e della Parola - i figli sanno reinterpretare, anche in modo inedito.
Tale il prodigio, incarnato nelle mille vicende (della storia, della vita personale e comunitaria); nei recuperi, risanamenti e rivalutazioni impossibili.
L’autentico Messia non elargisce alcuna esibizione cosmica.
Nessun festival che obblighi gli spettatori a chinare il capo, a cospetto di tanta gloria sconvolgente e degnazione - come se fosse un dittatore celeste.
E nessun fulmine a scorciatoia.
Nel corso dei secoli le Chiese sono cadute spesso in questa tentazione “apologetica”, tutta interna alle devozioni dall’impulso arido: cercare segni meravigliosi e sbandierarli per mettere a tacere gli avversari.
Stratagemmi per un banale tentativo di chiudere la bocca a coloro che chiedono non esperienze di parapsicologia, bensì testimonianze poco avvizzite e senza trucco o escamotage: di concreta disalienazione.
Niente male, questa nostra attività di liberazione in favore degli ultimi, e che tiene duro; non avvinghiata all’idea d’un arruffapopolo dagli aspetti trionfalistici o consolatori.
Preferiamo l’onda del Mistero.
Aneliamo essere guidati da una energia sconosciuta, che ha in serbo un obbiettivo non artificioso - condotti dall’Amico eminente ma intimo e nascosto (esclusivo in noi).
Saremo una sola umanità nel Maestro, sulla Via giusta e che ci appartiene. Anche percorrendo sentieri interrotti e incompleti, persino di smarrimento.
A commento del Tao Tê Ching (i) il maestro Ho-shang Kung scrive: «L’eterno Nome vuol essere come l’infante che ancora non ha parlato, come il pulcino che ancora non s’è sgusciato. La perla luminosa sta dentro l’ostrica, la bella gemma sta in mezzo alla roccia: per quanto all’interno esso risplenda, all’esterno esso è stolto e insipiente».
Tutto ciò è forse valutato “incoscienza” e “inconcludenza”... ma porta ciò che siamo - esprimendo un altro modo di vedere il mondo.
In noi stessi e dentro il Richiamo dei Vangeli abbiamo una potenza fresca, che approva il percorso differente dall’immediatamente normale e dal vistoso lampante.
Un Appello che è incanto, delizia e splendore, perché ci attiva rimettendo in discussione.
Verbo che non ragiona secondo gli schemi. Istanza accorata, che non si fa impressionare dalle cose eccezionali, dalle recite che soffocano l’anima in ricerca di senso e autenticità.
Genuina Meraviglia, impulso indomabile annidato nella dimensione di pienezza umana, e che non si arrende: vuole esprimersi nella sua trasparenza e farsi realtà.
Una sorta d’Infante intimo: si muove in modo giudicato “astruso”, ma rimette le cose a posto, dentro e fuori.
La testimonianza libera e vivificante, attenta e sempre personalmente geniale, sarà innata e inedita, graffiante, inventiva senz’accorgimenti, imprevedibile e affatto conformista.
Essa farà scaturire e incessantemente rialimenterà una esperienza di Fede convinta, singolare, incisiva - malgrado possa apparire perdente e non di successo, poco onorevole e insensazionale.
Assai più dei miracoli, le suppliche della nostra essenza e della realtà faranno riconoscere il richiamo e l’agire di Dio negli uomini e nella trama della storia.
Inviti che possono germinale altri sbalordimenti e prodigi di bontà divino-umana, che visioni parossistiche condite di nevrosi e sentimentalismi vuoti, o magie.
Unico segno di salvezza è Cristo in noi - senza cuciture, né grandi gesti isterici.
Persona immagine e somiglianza dell’umanità nuova; manifestazione del potere di Dio sulla terra.
Per l’autentica conversione: nulla di esteriore.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Di che genere è la tua ricerca di prove?
In cosa si discosta il tuo Segno (che fa credere) dagli espedienti, da atti di forza, o da quello che altri vorrebbero che diffondessi?
2) Il libro di Giona ci annuncia l’avvenimento di Gesù Cristo – Giona è una prefigurazione della venuta di Gesù. Il Signore stesso ci dice questo nel Vangelo del tutto chiaramente.
Richiesto dai giudei di dar loro un segno che lo riveli apertamente come il Messia, risponde, secondo Matteo: "Nessun segno sarà dato a questa generazione se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt12,39s).
La versione di Luca delle parole di Gesù è più semplice: "Questa generazione [...] cerca un segno ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione" (Lc 11,29s). Vediamo due elementi in entrambi i testi: lo stesso Figlio dell’uomo, Cristo, l’inviato di Dio, è il segno. Il mistero pasquale indica Gesù come il Figlio dell’uomo, egli è il segno in e attraverso il mistero pasquale.
Nel racconto veterotestamentario proprio questo mistero di Gesù traspare del tutto chiaramente.
Nel primo capitolo del libro di Giona si parla di una triplice discesa del profeta: egli scende al porto di Giaffa; scende nella nave; e nella nave egli si mette nel luogo più riposto. Nel suo caso, però, questa triplice discesa è una tentata fuga davanti a Dio. Gesù è colui che scende per amore, non per fuggire, ma per giungere nella Ninive del mondo: scende dalla sua divinità nella povertà della carne, dell’essere creatura con tutte le sue miserie e sofferenze; scende nella semplicità del figlio del carpentiere, e scende nella notte della croce, infine persino nella notte dello Sheòl, il mondo dei morti. Così facendo egli ci precede sulla strada della discesa, lontano dalla nostra falsa gloria da re; la via della penitenza, che è via verso la nostra stessa verità: via della conversione, via che ci allontana dall’orgoglio di Adamo, dal volere essere Dio, verso l’umiltà di Gesù che è Dio e per noi si spoglia della sua gloria (Fil 2,1-10). Come Giona, Gesú dorme nella barca mentre la tempesta infuria. In un certo senso nell’esperienza della croce egli si lascia gettare in mare e così placa la tempesta. I rabbini hanno interpretato la parola di Giona "Gettatemi in mare" come offerta di sé del profeta che voleva con questo salvare Israele: egli aveva timore davanti alla conversione dei pagani e al rifiuto della fede da parte di Israele, e per questo – così dicono – voleva farsi gettare in mare. Il profeta salva in quanto egli si mette al posto degli altri. Il sacrificio salva. Questa esegesi rabbinica è diventata verità in Gesù.
[Papa Benedetto card. Ratzinger, Lectio in s. Maria in Traspontina, 24 gennaio 2003; in “30Giorni” febbraio 2003]
4. In effetti Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo. Come sottolinea l'apostolo Paolo, "mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani" (1 Cor 1,22-23).
Come primogenito tra molti fratelli (cfr Rm 8,29), Cristo per primo ha vinto in se stesso la "tentazione" diabolica di servirsi di mezzi mondani per realizzare la venuta del Regno di Dio. Ciò è avvenuto dal momento delle prove messianiche nel deserto alla sarcastica sfida rivoltagli mentre era inchiodato alla croce: "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!" (Mt 27,40). In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio", soprattutto nel mistero della sua morte e resurrezione. Per discernere i segni della sua presenza nella storia, occorre liberarsi d'ogni mondana pretesa ed accogliere lo Spirito che "scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio" (1 Cor 2,10).
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 23 settembre 1998]
Ecco la sindrome di Giona, che «colpisce quelli che non hanno lo zelo per la conversione della gente, cercano una santità — mi permetto la parola — una santità di tintoria, cioè tutta bella, tutta ben fatta ma senza lo zelo che ci porta a predicare il Signore». Il Papa ha ricordato che il Signore «davanti a questa generazione, malata della sindrome di Giona, promette il segno di Giona». E ha aggiunto: «Nell’altra versione, quella di Matteo, si dice: ma Giona è stato nella balena tre notti e tre giorni... Il riferimento è a Gesù nel sepolcro, alla sua morte e alla sua risurrezione. E questo è il segno che Gesù promette: contro l’ipocrisia, contro questo atteggiamento di religiosità perfetta, contro questo atteggiamento di un gruppo di farisei».
Per rendere più chiaro il concetto il vescovo di Roma si è riferito a un’altra parabola del Vangelo «che rappresenta bene quello che Gesù vuole dire. È la parabola del fariseo e del pubblicano che pregano nel tempio (Luca 14, 10-14). Il fariseo è talmente sicuro davanti all’altare che dice: ti ringrazio Dio che non sono come tutti questi di Ninive e neppure come quello che è là! E quello che era là era il pubblicano, che diceva soltanto: Signore abbi pietà di me che sono peccatore».
Il segno che Gesù promette «è il suo perdono — ha precisato Papa Francesco — tramite la sua morte e la sua risurrezione. Il segno che Gesù promette è la sua misericordia, quella che già chiedeva Dio da tempo: misericordia voglio e non sacrifici». Dunque «il vero segno di Giona è quello che ci dà la fiducia di essere salvati dal sangue di Cristo. Ci sono tanti cristiani che pensano di essere salvati solo per quello che fanno, per le loro opere. Le opere sono necessarie ma sono una conseguenza, una risposta a quell’amore misericordioso che ci salva». Le opere da sole, senza questo amore misericordioso, non sono sufficienti.
Dunque «la sindrome di Giona colpisce quelli che hanno fiducia solo nella loro giustizia personale, nelle loro opere». E quando Gesù dice «questa generazione malvagia», si riferisce «a tutti quelli che hanno in sé la sindrome di Giona». Ma c’è di più: «La sindrome di Giona — ha affermato il Papa — ci porta all’ipocrisia, a quella sufficienza che crediamo di raggiungere perché siamo cristiani puliti, perfetti, perché compiamo queste opere osserviamo i comandamenti, tutto. Una grossa malattia, la sindrome di Giona!». Mentre «il segno di Giona» è «la misericordia di Dio in Gesù Cristo morto e risorto per noi, per la nostra salvezza».
«Ci sono due parole nella prima lettura — ha aggiunto — che si collegano con questo. Paolo dice di se stesso che è apostolo, non perché ha studiato, ma è apostolo per chiamata. E ai cristiani dice: siete voi chiamati da Gesù Cristo. Il segno di Giona ci chiama». La liturgia odierna, ha concluso il Pontefice, ci aiuti a capire e a fare una scelta: «Vogliamo seguire la sindrome di Giona o il segno di Giona?».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 15.10.13]
Zizzanie e possibilità: il senso del Mistero felice - dalle mancanze
(Mt 13,24-30)
La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che la presenza del “male” nel mondo non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina.
E Gesù sconvolge il cliché precipitoso della morale apostolica:
«Vuoi dunque che andando le raccogliamo? Ma Egli dichiara: No, perché raccogliendo le zizzanie non abbiate a sradicare con esse il grano. Lasciate crescere insieme ambedue fino alla mietitura» (vv.28-30).
Nel commento a Tao Tê Ching xxxvi il maestro Wang Pi scrive: «Uniformandosi alla natura delle creature, il modo migliore per evitare future difficoltà è d’indurle a correre spontaneamente alla rovina, senza sottoporle ai castighi».
Alle qualità s’intrecciano errori, debolezze e incoerenze, ma sin dai primi tempi nelle comunità alcuni credenti facevano fatica a convivere con le differenti mentalità dei fratelli di Fede - situazione che tuttavia consentiva poi di lasciar brulicare vita.
E si sperimentava che il tempo era la migliore medicina per far seccare spontaneamente l’erba parassita: essa in prospettiva neppure si rivelava tale; anzi, di frequente il viceversa.
La parabola del buon grano e delle zizzanie vuole aiutarci a non cadere nell’esclusivismo - non per questioni ideologiche, bensì vitali.
Le mani rozze di alcuni discepoli strapperebbero tutto l’intreccio delle radici varie con la terra e fra loro.
Le cernite anzitempo rovinerebbero ogni cosa buona nel presente, e il futuro stesso.
L’insegnamento del Signore è un richiamo.
Non è immediato comprendere la valenza poliedrica di queste energie preparatorie, che dal loro magma e dissidio faranno nascere le sintonie inattese del futuro inopinabile di Dio.
Nuove opportunità germogliano anche dalla mediocrità personale o istituzionale. Addirittura una paradossale condizione di crescita e prosperità della Chiesa, ‘perfetta’ nella misura in cui si riconosce sulla Via di conversione al Cristo: «semper conformanda».
Come nella Comunità, chi affronta la vita nello Spirito e desidera che la sua avventura fiorisca, deve imparare a rispettare i disagi e far convivere in sé le contraddizioni.
L’uniformità dei fondamentalisti o puristi vorrebbe una giustizia esterna, immediata e risolutiva (in forme eloquenti) ma solo Dio è in grado di sondare le profondità degli accadimenti.
Le Fraternità non devono chiudersi dentro siepi soffocanti.
Esse hanno la missione d’imparare il dialogo con le differenze e lo stare con le contrapposizioni disparate, affinché la vita diventi ricca attraverso le relazioni difformi e lo scambio concreto dei doni personali, in contesti variegati e persino discordi.
Tale il valore aggiunto che spalanca Vita Nuova, mentre il mito dell’indefettibilità rimane confinato alle sètte.
Infatti, non di rado proprio quel lato di noi stessi che non vogliamo, che rifiutiamo, che vorremmo escludere o correggere - e malgiudicato dagli altri - forse si è già rivelato o si rivelerà nel tempo la parte migliore di noi, sia dal punto di vista della realizzazione eccezionale della personalità che della Chiamata per Nome missionaria.
Ciascun credente è ‘alleato’ e infedele insieme, ma in tale attrito si annidano le nuove scintille [anche di disappunto fecondo] e il nostro completamento - percorrendo i paradossi della fallibilità.
Nonché i sentieri culturali inediti, persino economici, politici e sociali.
La Chiesa è Inizio impercettibile, non termine straordinario
(Mt 13,31-35)
Gesù aiuta le persone a scoprire le cose di Dio e dell’uomo nella vita di ogni giorno.
Il Maestro insegna che lo straordinario del mondo eterno si cela nelle cose comuni: la vita stessa è trasparenza del Mistero.
Egli rivela il Regno che si fa Presente, descrivendo appunto le caratteristiche essenziali della comunità dei discepoli - e utilizzando qui i semplici raffronti del «granello di senapa» e del «lievito».
A dire: la Chiesa autentica è a portata di mano di tutti, ovunque - nondimeno esigua; inapparente, eppur intimamente dinamica.
In essa viviamo un contrasto fra inizi e termine: facciamo esperienza di Regno ‘dentro’ ciascuno che accoglie il carattere d’una Parola-evento dimessa, ma che attiva capacità trasformative e ospitali.
Il primo termine di paragone legato alla vita della gente [il semino] cita la vicenda di un grano ben piccolo: vicenda concreta comune, che non si nota granché.
Intorno al lago di Galilea gli arbusti di senape possono giungere al massimo ad un’altezza di 3 metri, non più.
Non si tratta dello sviluppo di maestosi cedri del Libano - piuttosto d’un alberetto qualsiasi dell’orto di casa (v.32) però in grado di dare un poco di ristoro ai volatili che vi si rifugiano.
Sta a indicare una Presenza di scarso clamore: del tutto normale, frammista tra melanzane, zucchine e cetrioli…
Nulla di grande, eppur ospitale per coloro che soffrono la potente calura di quei luoghi.
Insomma, le fraternità che il Signore sogna non avranno nulla di magnifico ed esteriore, però sapranno donare riparo e riposo.
La forza del «granellino di senape» è intima, tuttavia caparbia: crescerà - anche se non di molto.
Ossia, la Chiesa autentica non dovrà somigliare a un transatlantico maestoso.
Magari sarà più simile a una barchetta: niente di che - eppure potrà suscitare speranze di vita.
Lo farà attraverso la testimonianza discreta di evangelizzatori amabili, che ancora annunciano e operano, irradiando luce, affascinando persone.
Chiunque si accostasse alle soglie delle chiese - il riferimento è ai lontani e pagani - dovrà sentirsi a suo agio, a casa propria.
Anche i ‘vaganti’ avranno pieno diritto di prendervi posizione e costruire il loro nido [proprio in tale Dimora comune] perfino se poi decidessero di riprendere il volo non appena se ne saranno serviti.
Il paragone successivo - del «lievito» (v.33) - insiste sulla cura degli obbiettivi di vita di altri fratelli, rispetto alla Comunità dei credenti.
In tal guisa, essa è chiamata ad essere segno delle premure del Padre verso tutti i suoi figli.
Il lievito non è utile a se stesso, bensì alla massa.
Allo stesso modo, la Chiesa non dovrà servire se stessa; non sarà in ordine alla propria celebrazione o sviluppo (materiale, in proselitismi, così via).
Ogni Fraternità in Cristo è funzione della sola vita della gente, dove e come si trova - così com’è.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quale seme avevi trascurato per la sua piccolezza, e poi si è rivelato essenziale per la tua crescita e le esigenze anche altrui?
Completezza: Duplicità
Dall’affascinante proposta di Fede alla fatica del ripiegamento
(Mt 13,24-43)
La parabola del Seminatore come storicamente narrata da Gesù (vv.3-8) e quella delle zizzanie (vv.24-30) denotano la totale positività del suo Messaggio.
Il Signore proclamava un mondo nuovo; anzitutto un Cielo differente, tollerante e benevolo.
Perfino i vv.18-23 contengono una Lieta Novella, più che un giudizio: nel nostro campo sorgono spontaneamente sia buon grano che zizzanie, ma tutto ciò non è una maledizione a prescindere; anzi (v.23c).
Bisogna tuttavia ammettere che la metafora dei vv.37-43 trasforma la parabola originaria (vv.24-30) in allegoria morale.
Con elementi simbolici, le differenti espressioni figurate riprendono la narrazione originaria di Gesù, cercando d’interpretarla secondo i codici comuni della tradizionale predicazione rabbinica.
Come per i maestri d’Israele, anche qui l’intento prossimo è quello di scuotere gli ascoltatori, onde sottolineare l’importanza personale, comunitaria e spirituale, delle scelte dirimenti - nell’oggi.
In Casa (v.36) ossia nella Chiesa, si crea un dibattito anzitutto sulla spiegazione del perché Gesù non imponga una sterilizzazione preventiva del campo di grano.
Nell’incertezza, si tentano precisazioni particolari - secondo le quali però il brano [frutto di redazione, dibattito e riflessione successiva] rischia di rovesciare il senso della parabola gesuana stessa.
Infatti, nel suo popolo di fratelli e nella società, il Maestro non intendeva cancellare a priori il senso proficuo delle dinamiche ineffabili e misteriose del ‘mescolamento’: realtà di questo mondo a pieno titolo.
Tale l’Annuncio essenziale, universalista, del giovane Rabbi, a dispetto dei cliché puristi antichi.
La religiosità legalista era selettiva, élitaria, conformista; attenta al mantenimento delle gerarchie sociali.
In tal guisa, essa costituiva una cappa culturale a maglie fitte, e valutava in modo astratto, preventivo, ciò che dovesse venire considerato bene o male per tutti.
Eppure l’idea di perfezione algida [sterile di vita] non consentiva alle energie preparatorie dell’esistenza concreta di predisporre il futuro e generare la stessa Novità dello Spirito.
L’Incontro di Cristo col credente cambia tutto nella sua vita, certo - ma non a partire da una gradazione presupposta di valori, procedure e sentenze già scritte.
In realtà si diventa attenti a percepire l’eccentricità dei fratelli per il fatto che si è sperimentato l’abbraccio benedicente del Padre sui propri “difetti”.
Non per un senso di paternalismo emotivo, ma perché non di rado le risorse che risolvono i veri problemi e attivano la Redenzione di Dio vengono dal turbine di preziose contraddizioni e indigenze che abbiamo dentro.
Proprio esse ci rendono meno unilaterali, più duttili e completi. Eccezionali, vivi; in grado di affidarsi al mondo interno, invece che a quello esterno.
Quindi capaci di svolta.
Lo vediamo: per far crescere il mondo e farlo rinascere dalla crisi globale, ciascun soggetto (anche istituzionale) è chiamato a reinventarsi fuori d’ogni spartito già disposto e riconosciuto.
E oggi forse proprio a partire da ciò che nella consuetudine di pensiero non era considerato altro che pecca, o fastidiosa dissonanza; incompiutezza, limite… così via.
D’improvviso e in modo palese gli squilibri e le oscillazioni fanno la differenza anche dal punto di vista della qualità. Diventano occasioni da non perdere: una marcia in più; potenza sorgiva, spinta ad attivare l’inedito, e aprirsi.
Ecco una sostanziale differenza tra religiosità comune e vita di Fede. Il carattere di Duplicità ci fa più sani e perfetti - e Dio non è prevenuto.
Anzi, agli occhi del Padre sono proprio le incertezze irripetibili [non da protocollo] che rendono speciale, unico, ogni suo figlio.
Insomma, si cresce, ci si arricchisce, e si corrisponde alla propria Vocazione personale, solo mettendo in gioco, integrando e trasmutando i confini - non rinnegandoli.
«Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” (Quaest. septend. in Ev. sec. Matth., 12, 4: PL 35, 1371)»
[Papa Benedetto, Angelus 17 luglio 2011]
[16.a Domenica T.O. (anno A) 19 luglio 2026]
Il senso del Mistero felice, e la Rinascita - dalle mancanze
(Mt 13,24-43)
La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che la presenza del “male” nel mondo non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina.
Gesù sconvolge il cliché precipitoso della morale apostolica:
«Vuoi dunque che andando le raccogliamo? Ma Egli dichiara: No, perché raccogliendo le zizzanie non abbiate a sradicare con esse il grano. Lasciate crescere insieme ambedue fino alla mietitura» (vv.28-30).
Nel commento a Tao Tê Ching xxxvi il maestro Wang Pi scrive: «Uniformandosi alla natura delle creature, il modo migliore per evitare future difficoltà è d’indurle a correre spontaneamente alla rovina, senza sottoporle ai castighi».
Alle qualità s’intrecciano errori, debolezze e incoerenze, ma sin dai primi tempi nelle comunità alcuni credenti facevano fatica a convivere con le differenti mentalità dei fratelli di Fede - situazione che tuttavia consentiva poi di lasciar brulicare vita.
E si sperimentava che il tempo era la migliore medicina per far seccare spontaneamente l’erba parassita: essa in prospettiva neppure si rivelava tale; anzi, di frequente il viceversa.
La parabola del buon grano e delle zizzanie vuole aiutarci a non cadere nell’esclusivismo - non per questioni ideologiche, bensì vitali.
Le mani rozze di alcuni discepoli strapperebbero tutto l’intreccio delle radici varie con la terra e fra loro.
Le cernite anzitempo rovinerebbero ogni cosa buona nel presente, e il futuro stesso.
L’adempimento delle leggi di purità aveva assicurato la separazione del giudaismo dalle altre culture.
Così alcuni convertiti al Cristo Messia non volevano rinunciare ai loro marchi identitari.
Altri come Paolo insegnavano che l’impurità è bene sia perseguita, ma va tollerato il peccatore.
Il dibattito interno faceva crescere la consapevolezza: nella vita reale persiste una mescolanza di cose - in sintonia e [almeno a prima vista] contrarie alla Parola di Dio.
In apparenza c’è come un nemico ambizioso che dorme dentro ciascuno di noi e persino nelle chiese, il quale talora può sembrare voler farci smarrire la ragion d’essere stessa del credere.
Dinanzi all’ambiguità di bene e male - o meglio delle idee su bene e male - alcuni si precipitano a voler risolvere immediatamente.
Essi pretendono di poter estirpare l’indecorosità in modo definitivo sulla base di opinioni, preconcetti dottrinali e morali - i quali però non guardano le persone e gli accadimenti [se non nel solito modo (rigido)].
L’insegnamento del Signore è un richiamo.
Non è immediato comprendere la valenza poliedrica di queste energie preparatorie, che dal loro magma e dissidio faranno nascere le sintonie inattese del futuro inopinabile di Dio.
Nuove opportunità germogliano anche dalla mediocrità personale o istituzionale. Addirittura una paradossale condizione di crescita e prosperità della Chiesa, ‘perfetta’ nella misura in cui si riconosce sulla Via di conversione al Cristo: «semper conformanda».
L’uniformità dei fondamentalisti o puristi vorrebbe una giustizia esterna, immediata e risolutiva (in forme eloquenti) ma solo Dio è in grado di sondare le profondità degli accadimenti.
Alcuni si aggrappano alle sicurezze di norma, ma tali schemi chiudono subito gli squilibri del caos che avrebbe potuto farsi fecondo proprio di quelle novità provvidenziali: esse che soppiantano lo stantio, rielaborando e adattando l’insospettato [così risolvendo i veri problemi e facendo sognare ben difformi propositi - un altro destino].
Per non mortificare la vita nell’illusione di comportamenti e procedure “non negoziabili” [per lo più, sicurezze culturali e religiose che poi vengono abbandonate] le comunità non devono chiudersi dentro siepi soffocanti.
Sarebbero insopportabili: hanno la missione d’imparare il dialogo con le differenze e lo stare con le contrapposizioni disparate, affinché la vita diventi ricca attraverso le relazioni difformi e lo scambio concreto dei doni personali, in contesti variegati e persino discordi.
Tale il valore aggiunto che spalanca la Vita Nuova, mentre il mito dell’indefettibilità rimane confinato alle sètte.
Infatti, non di rado proprio quel lato di noi stessi che non vogliamo, che rifiutiamo, che vorremmo escludere o correggere - e malgiudicato dagli altri - forse si è già rivelato o si rivelerà nel tempo la parte migliore di noi, sia dal punto di vista della realizzazione eccezionale della personalità che della Chiamata per Nome missionaria.
Ciascun credente è ‘alleato’ e infedele insieme, ma in tale attrito si annidano le nuove scintille [anche di disappunto fecondo] e il nostro completamento - percorrendo i paradossi della fallibilità. Nonché i sentieri culturali inediti, persino economici, politici e sociali.
Dice il Tao (LVIII): «Quando il governo in tutto s’intromette, il popolo è frammentato [!]. La fortuna si origina nella sfortuna, la sfortuna si nasconde nella fortuna. Chi ne conosce il culmine? Quei che non corregge. La correzione si converte in falsità, il bene si converte in presagio di sventura, e ogni giorno lo sconcerto del popolo si fa più profondo e più durevole. Per questo il Santo è quadrato ma non taglia, è incorrotto ma non ferisce, è diritto ma non ostenta, è luminoso ma non abbaglia».
Come nella Chiesa, chi affronta la vita nello Spirito e desidera che la sua avventura fiorisca, deve imparare a rispettare i disagi e far convivere in sé le contraddizioni.
Abbracciare i lati opposti e le sue stesse diverse immagini - che dimorano dentro. E senza commentare, in modo più disinvolto, con percezione sgombra.
Respingere, denominare e reprimere quelli che immaginiamo essere “difetti”... ci preclude l’altro orizzonte - quello che diventa Alleato.
È il punto di vista inatteso, il quale recupera e rimette le cose a posto; generando saperi, vita completa e relazioni piene, imprevedibili, da stupore.
Ecco sprigionarsi la Felicità - quando non la si disturba a monte.
Ansie, pregiudizi, rimproveri, opinioni consuete, aspettative, propostiti innaturali, timori, falsi atteggiamenti dell’io omologato (e così via) non fanno crescere.
Le precomprensioni esterne ci relegano e tormentano in divagazioni fideistiche, storiche, moralistiche o di performance; infine confinando ciascuno nel senso d’inferiorità rispetto ai modelli.
Sentenze, paradigmi, epiteti a cliché, concezioni e atteggiamenti cerebrali, chiudono tutti noi nelle nevrosi, nei conflitti, nelle angosce, nei giri viziosi che alterano le possibilità di scoperta personale - tagliando il senso del Mistero e lo sguardo d’Altrove.
Il mondo di Dio fuori e dentro di noi non vive di comparazioni e giudizio di colpa, che ci trattengono - ma (sostando nelle “mancanze”) d’una Mèta che non si attende.
Energia eccessiva, Tendenza indomabile, che surclassa ogni devota unilateralità.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Sosti nelle “mancanze”, o guardi Altrove?
La Chiesa è Inizio impercettibile, non termine straordinario
(Mt 13,31-35)
Gesù aiuta le persone a scoprire le cose di Dio e dell’uomo nella vita di ogni giorno.
Il Maestro insegna che lo straordinario del mondo eterno si cela nelle cose comuni: la vita stessa è trasparenza del Mistero.
Egli rivela il Regno che si fa Presente, descrivendo appunto le caratteristiche essenziali della comunità dei discepoli - e utilizzando qui i semplici raffronti del «granello di senapa» e del «lievito».
A dire: la Chiesa autentica è a portata di mano di tutti, ovunque - nondimeno esigua; inapparente, eppur intimamente dinamica.
In essa viviamo un contrasto fra inizi e termine: facciamo esperienza di Regno ‘dentro’ ciascuno che accoglie il carattere d’una Parola-evento dimessa, ma che attiva capacità trasformative e ospitali.
Il primo termine di paragone legato alla vita della gente [il semino] cita la vicenda di un grano ben piccolo: vicenda concreta comune, che non si nota granché.
Intorno al lago di Galilea gli arbusti di senape possono giungere al massimo ad un’altezza di 3 metri, non più.
Non si tratta dello sviluppo di maestosi cedri del Libano - piuttosto d’un alberetto qualsiasi dell’orto di casa (v.32) però in grado di dare un poco di ristoro ai volatili che vi si rifugiano.
Sta a indicare una Presenza di scarso clamore: del tutto normale, frammista tra melanzane, zucchine e cetrioli…
Nulla di grande, eppur ospitale per coloro che soffrono la potente calura di quei luoghi.
Insomma, le fraternità che il Signore sogna non avranno nulla di magnifico ed esteriore, però sapranno donare riparo e riposo.
La forza del «granellino di senape» è intima, tuttavia caparbia: crescerà - anche se non di molto.
Ossia, la Chiesa autentica non dovrà somigliare a un transatlantico maestoso.
Magari sarà più simile a una barchetta: niente di che - eppure potrà suscitare speranze di vita.
Lo farà attraverso la testimonianza discreta di evangelizzatori amabili, che ancora annunciano e operano, irradiando luce, affascinando persone.
Chiunque si accostasse alle soglie delle chiese - il riferimento è ai lontani e pagani - dovrà sentirsi a suo agio, a casa propria.
Anche i ‘vaganti’ avranno pieno diritto di prendervi posizione e costruire il loro nido [proprio in tale Dimora comune] perfino se poi decidessero di riprendere il volo non appena se ne saranno serviti.
Il paragone successivo - del «lievito» (v.33) - insiste sulla cura degli obbiettivi di vita di altri fratelli, rispetto alla Comunità dei credenti.
In tal guisa, essa è chiamata ad essere segno delle premure del Padre verso tutti i suoi figli.
Il lievito non è utile a se stesso, bensì alla massa.
Allo stesso modo, la Chiesa non dovrà servire se stessa; non sarà in ordine alla propria celebrazione o sviluppo (materiale, in proselitismi, così via).
Ogni Fraternità in Cristo è funzione della sola vita della gente, dove e come si trova - così com’è.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quale seme avevi trascurato per la sua piccolezza, e poi si è rivelato essenziale per la tua crescita e le esigenze anche altrui?
(Parabole: Narrazione per la trasmutazione)
Il mistero della comune cecità. Smarriti? Pronti per la trasformazione
(Mt 13,34-35)
San Paolo esprime il senso del “mistero della cecità” che gli fa contrasto nel cammino con la celebre espressone «spina nel fianco»: dovunque andasse, erano già pronti i nemici; e disaccordi inattesi.
Così anche per noi: eventi funesti, catastrofi, emergenze, disgregazione delle antiche certezze rassicuranti - tutte esterne e paludose; sino a poco prima valutate con senso di permanenza.
Forse nell’arco della nostra esistenza, già ci siamo resi conto che le incomprensioni sono state i modi migliori per riattivarci, e introdurre le energie della Vita rinnovata.
Si tratta di quelle risorse o situazioni che forse mai avremmo immaginato alleate della nostra e altrui realizzazione.
Dice Erich Fromm:
«Vivere significa nascere in ogni istante. La morte si produce quando si cessa di nascere. La nascita non è quindi un atto; è un processo ininterrotto. Lo scopo della vita è di nascere pienamente, ma la tragedia è che la maggior parte di noi muore prima di essere veramente nato».
Infatti, nel clima dei disordini o delle divergenze assurde [che ci obbligano a rigenerare] si affacciano talora le più trascurate virtù intime.
Energie nuove - che cercano spazio - e potenze esterne. Entrambi plasmabili; inconsuete, inimmaginabili, eterodosse.
Ma che trovano le soluzioni, la vera via d’uscita ai nostri problemi; la strada per un futuro che non sia un semplice riassetto della situazione precedente, o di come abbiamo immaginato “si sarebbe dovuti essere e fare”.
Concluso un ciclo, iniziamo una nuova fase; forse con maggiore rettitudine e franchezza - più luminosa e naturale, umanizzante, vicina al ‘divino’.
Il contatto autentico e coinvolgente con i nostri stati dell’essere profondi viene generato in modo acuto proprio dai distacchi.
Essi ci portano al dialogo dinamico con le riserve eterne di forze trasmutatrici che ci abitano, e più ci appartengono.
Esperienza primordiale che arriva dritta al cuore.
Dentro di noi tale via “pesca” l’opzione creativa, fluttuante, inedita.
In tal guisa il Signore trasmette e apre la sua proposta servendosi di ‘immagini’.
Freccia di Mistero che va oltre i frammenti della coscienza, della cultura, delle procedure, di ciò che è comune.
Per una conoscenza di se stessi e del mondo che travalica quella della storia e della cronaca; per la consapevolezza attiva di altri contenuti.
Sino a che il travaglio e il caos stesso guidano l’anima e la obbligano a un Altro inizio, a un differente sguardo (tutto spostato), a un’inedita comprensione di noi stessi e del mondo.
Ebbene, la trasformazione dell’universo non può esser frutto di un insegnamento cerebrale o dirigista; piuttosto, di una esplorazione narrativa - che non allontana la gente da se stessa.
E Gesù lo sa.
Completezza, duplicità:
Dall’affascinante proposta di Fede alla fatica del ripiegamento religioso (e moralista)
(Mt 13,36-43)
La parabola del Seminatore come storicamente narrata da Gesù (vv.3-8) e quella delle zizzanie (vv.24-30) denotano la totale positività del suo Messaggio.
Il Signore proclamava un mondo nuovo; anzitutto un Cielo differente, tollerante e benevolo.
Principio della nostra vita da salvati non è quanto noi facciamo per Dio, bensì ciò che Lui (Generoso e Paziente) crea per noi.
Proprio come un Genitore condiscendente e longanime, il quale ripropone incessantemente occasioni di vita.
Il Maestro intendeva spostare il criterio della vita pia: dallo sforzo personale al lasciarsi salvare, cedendo il punto di vista.
La Redenzione ha radici nella Sua iniziativa provvidente, nella Sua gratuita liberalità, nella Sua calma serena.
Tutte condizioni che consentono a ciascuno un processo d’interazioni, assimilazioni e rielaborazioni: un tempo largo di crescita.
Ma la riflessione immediatamente successiva - sin da pochi decenni dalla morte del Signore - inizia a risentire del cliché culturale dominante a contorno, e purtroppo intaccarne sia il carattere che la trasparenza.
Il Figlio proclamava solo la longanimità del Padre: Soggetto, Motivo e Motore della nostra capacità di affrontare ogni cammino di fioritura.
Nella riflessione successiva, le parabole originali diventano allegorie, stracolme di simboli dal significato moralistico definito - tutto sommato banali.
In tal guisa, le notiamo venate di considerazioni impersonali sulla qualità del terreno, o addirittura del Seme!
Quest’ultimo - non più identificato con la Sua Parola, bensì in un certo tipo zelante di discepoli [di scarso peso specifico e proposta: quelli che si sentirebbero sempre attorniati da avversari].
Tale infausto passaggio testimonia la difficoltà di comprensione dello sbalorditivo richiamo del Figlio di Dio, sin dalle primitive comunità.
Il Signore intendeva suggerire a tutti un sentiero di Fede, proprio per soppiantare il giogo ansiogeno del modello religioso - il quale viceversa permaneva come archetipo attrattivo dei criteri di discernimento.
Giogo pesante, sebbene usuale, che non partiva dall’Amore; per il fatto stesso che supponeva spilorcerie, inadeguatezze, e vergogne ovunque - anche nella vita spirituale [rattrappita, perennemente in bilico, taccagna, sempre insufficiente].
Conosciamo le situazioni.
Invece, perfino i vv.18-23 contengono una Lieta Novella, più che un giudizio: nel nostro campo sorgono spontaneamente sia buon grano che zizzanie, ma tutto ciò non è una maledizione a prescindere; anzi (v.23c).
Bisogna tuttavia ammettere che la metafora dei vv.37-43 trasforma la parabola originaria (vv.24-30) in allegoria morale.
Protagonista del brano [dal v.18 e dal v.36] non è più Dio e il suo gesto munifico, che non bada a spese nel gettare il Suo Seme a spaglio, bensì il tipo di terreno - o qui il nuovo «seme buono»: l’apostolo stesso - che diverrebbe il vero “soggetto” del cammino spirituale.
Si entra in tal guisa nel campo minato delle devozioni: sembra che siano la donna e l’uomo, chi in realtà riceve la Parola, a doversi centrare su di sé, e individuare i propri difetti.
In aggiunta - avendone finalmente contezza, coscienza nitida, capacità naturale e persino dimestichezza - adoperarsi a «migliorare» secondo modelli, sotto pena di esclusione dal novero appunto dei “migliori”.
[Tutto ciò guida le persone normali a una spersonalizzazione della qualità stessa della Chiamata, e ad un pazzesco dispendio di energie].
L’idea etica - di fatto - cancella la fiducia. Non valorizza il dinamismo propulsivo dell’esistenza ordinaria. Essa trova sempre davanti a sé imperfezioni e grovigli da dipanare.
Sono queste, e i pensieri, che intralciano la strada. Viceversa, per realizzarsi e completarsi, tali zavorre andrebbero collocate sullo sfondo, gettate alle spalle; sorvolate in avanti.
Il pericolo di tale impostazione è che finirà per accumulare distinzioni su distinzioni, ossessionando la gente di peccato invincibile. E incidere sulle linee portanti della personalità di coloro che prendono sul serio il binario legalista.
Tale etica disincarnata mette in gabbia i più sensibili - i quali purtroppo scambiano via via la coscienza di se stessi con il colpevolismo dei miti [artefatti] di perfezione.
Salvo che per noncuranti e opportunisti, la ‘religione’ presa di petto ha sempre fatto rima con prigione.
Essa infatti ancora oggi rende paradossalmente protagonista del nostro percorso il giudizio di essere ancora «seme cattivo»! Opinione altrui ed esteriore.
In aggiunta, ecco il tormento del sentirsi ancora sotto la cappa d’un perenne «peccato»: trasgressione e senso di colpa che l'opzione fondamentale per Dio intendeva esorcizzare.
Infatti il sentenziare epidermico non conosce le difformi e normalissime energie dell’uomo - tutte plasmabili e potenzialmente preparatorie, da percepire a tutto tondo, assumere, investire.
Ogni pregiudizio anche sacrale in realtà trascura la poliedricità della persona, e si trasforma infine in quel principio mortifero di sé e degli altri, che a proclami non vorrebbe mai essere.
A motivo degli sforzi estrinseci o reconditi, ogni paradigma esterno finisce per smarrire la Via della Novità di Dio, la sua rilevanza, e la reale Vocazione - magari scambiandole per una zavorra.
La metafora (vv.37-43) è appunto frutto dell’interpretazione di prime assemblee ancora sotto l’influsso dell'antico target della “sterilizzazione” e “coerenza” esterna, formale, apparente - eticista più che relazionale.
Al pari di quanto già accennato sopra, perfino i vv.18-23 contengono una Lieta Novella, più che un giudizio: nel nostro campo sorgono spontaneamente sia buon grano che zizzanie, ma tutto ciò non è una maledizione a prescindere; anzi (v.23c).
Bisogna tuttavia ammettere che la metafora dei vv.37-43 trasforma la parabola originaria (vv.24-30) in allegoria morale.
Con elementi simbolici, le differenti espressioni figurate riprendono la narrazione originaria di Gesù, cercando d’interpretarla secondo i codici comuni della tradizionale predicazione rabbinica.
Come per i maestri d’Israele, anche qui l’intento prossimo è quello di scuotere gli ascoltatori, onde sottolineare l’importanza personale, comunitaria e spirituale, delle scelte dirimenti - nell’oggi.
Però in questo passo abbiamo come l’impressione che i redattori si siano fatti prendere dall’idea banale d’una giustizia immediata e risolutiva.
Eppure la precipitazione è sempre invisa alle cose di Dio... [a parte il fatto che spesso è il tempo la medicina che fa seccare spontaneamente i rami inutili, o tanti elementi parassiti].
In Casa (v.36) ossia nella Chiesa, si crea un dibattito anzitutto sulla spiegazione del perché Gesù non imponga una sterilizzazione preventiva del campo di grano.
In tal guisa, aprendo purtroppo a quel ‘purismo’ che il Figlio di Dio aborriva come nefasto.
Ciò, sebbene fosse comprensibile il tentativo dell’evangelista di arginare defezioni - vagliando bene ogni tentativo di adattamento alle cornici culturali, alle situazioni.
Ma cedendo a valutazioni di efficacia e contorno, il punto centrale della narrazione originaria del Figlio dell’uomo - ed Egli stesso - viene come spezzettato in elementi da schema.
Una casistica forse più facile da digerire, però addirittura indipendente dal senso del racconto principale (vv.18-23).
Infine, col rischio d’identificare la Volontà di Dio con quella d’una Chiesa di eletti e impeccabili. Comunità quasi collocata a monte di ogni processo di crescita.
Nell’incertezza, qui si tentano precisazioni particolari - secondo le quali però il brano, frutto di redazione, dibattito e riflessione successiva, rischia di rovesciare il senso della parabola gesuana stessa.
Infatti, nel suo popolo di fratelli e nella società, il Maestro non intendeva cancellare a priori il senso proficuo delle dinamiche ineffabili e misteriose del ‘mescolamento’: realtà di questo mondo a pieno titolo.
Tale l’Annuncio essenziale, universalista, del giovane Rabbi; a dispetto dei cliché puristi antichi, o delle mode senza spina dorsale.
La religiosità legalista era selettiva, élitaria, conformista; attenta al mantenimento delle gerarchie sociali.
In tal guisa, essa costituiva una cappa culturale a maglie fitte, e valutava in modo astratto, preventivo, ciò che dovesse venire considerato bene o male per tutti.
Eppure l’idea di perfezione algida [sterile di vita] non consentiva alle energie preparatorie dell’esistenza concreta di predisporre il futuro e generare la stessa Novità dello Spirito.
Eppure (il passo di Mt ne è testimone) subito dopo la morte del Cristo il convincimento d’incontaminatezza e la mentalità delle distinzioni ricominciavano a insinuarsi e prendere il sopravvento.
Ciò per il fatto che esternamente le piccole comunità dovevano confrontarsi (a testa alta) con le classifiche, il contesto delle religioni, i conformismi moralisti, i paradigmi usuali della cultura diffusa.
In taluni casi, tale configurazione conduceva a una mancanza di umanità.
Storicamente parlando - nella seconda e terza generazione di credenti l’accettazione di Gesù come Signore della propria vita stava forse rischiando di diventare più vincolante e identificativa, che propulsiva del carattere d’unicità personale - attivante la Libertà.
L’Incontro di Cristo col credente cambia tutto nella sua vita, certo - ma non a partire da una gerarchia presupposta di valori, procedure e sentenze già scritte.
In realtà si diventa attenti a percepire l’eccentricità dei fratelli per il fatto che si è sperimentato l’abbraccio benedicente del Padre sui propri “difetti”.
Non per un senso di paternalismo emotivo, ma perché non di rado le risorse che risolvono i veri problemi e attivano la Redenzione di Dio vengono dal turbine di preziose contraddizioni e indigenze che abbiamo dentro.
Proprio esse ci rendono meno unilaterali, più duttili e completi. Eccezionali, vivi; in grado di affidarsi al mondo interno, invece che a quello esterno.
Quindi capaci di svolta.
Invece, l’esclusivismo - dove la morale già consolidata fa la parte del leone, a braccetto con l’apparire - non ha mai lasciato crescere la Fede viva, né il mondo.
Lo vediamo: per far crescere il mondo e farlo rinascere dalla crisi globale, ciascun soggetto [anche istituzionale] è chiamato a reinventarsi fuori d’ogni spartito già disposto e riconosciuto.
E oggi forse proprio a partire da ciò che nella consuetudine di pensiero non era considerato altro che pecca, o fastidiosa dissonanza; incompiutezza, limite… così via.
D’improvviso e in modo palese gli squilibri e le oscillazioni fanno la differenza anche dal punto di vista della qualità.
Diventano occasioni da non perdere: una marcia in più; potenza sorgiva, spinta ad attivare l’inedito, e aprirsi.
Ecco una sostanziale differenza tra religiosità comune e vita di Fede.
Il carattere di Duplicità ci fa più sani e perfetti - e Dio non è prevenuto.
Anzi, agli occhi del Padre sono proprio le incertezze irripetibili (non da protocollo) che rendono speciale, unico, ogni suo figlio.
Insomma, si cresce, ci si arricchisce e si corrisponde alla propria Vocazione personale solo mettendo in gioco, integrando e trasmutando i confini - non rinnegandoli.
Cari fratelli e sorelle!
Le parabole evangeliche sono brevi narrazioni che Gesù utilizza per annunciare i misteri del Regno dei cieli. Utilizzando immagini e situazioni della vita quotidiana, il Signore “vuole indicarci il vero fondamento di tutte le cose. Egli ci mostra … il Dio che agisce, che entra nella nostra vita e ci vuole prendere per mano” (Gesù di Nazaret. I, Milano, 2007, 229). Con tale genere di discorsi, il divino Maestro invita a riconoscere anzitutto il primato di Dio Padre: dove Lui non c’è, niente può essere buono. E’ una priorità decisiva per tutto. Regno dei cieli significa, appunto, signoria di Dio, e ciò vuol dire che la sua volontà dev’essere assunta come il criterio-guida della nostra esistenza.
Il tema contenuto nel Vangelo di questa domenica è proprio il Regno dei cieli. Il “cielo” non va inteso soltanto nel senso dell’altezza che ci sovrasta, poiché tale spazio infinito possiede anche la forma dell’interiorità dell’uomo. Gesù paragona il Regno dei cieli ad un campo di grano, per farci comprendere che dentro di noi è seminato qualcosa di piccolo e nascosto, che, tuttavia, possiede un’insopprimibile forza vitale. Malgrado tutti gli ostacoli, il seme si svilupperà e il frutto maturerà. Questo frutto sarà buono solo se il terreno della vita sarà stato coltivato secondo la volontà divina. Per questo, nella parabola del buon grano e della zizzania (Mt 13,24-30), Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” (Quaest. septend. in Ev. sec. Matth., 12, 4: PL 35, 1371).
Cari amici, il Libro della Sapienza – da cui è tratta oggi la prima Lettura – evidenzia questa dimensione dell’Essere divino e dice: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose ... La tua forza infatti è principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti” (Sap 12,13.16); e il Salmo 85 lo conferma: “Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca” (v. 5). Se dunque siamo figli di un Padre così grande e buono, cerchiamo di assomigliare a Lui! Era questo lo scopo che Gesù si prefiggeva con la sua predicazione; diceva infatti a chi lo ascoltava: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Rivolgiamoci con fiducia a Maria, che ieri abbiamo invocato con il titolo di Vergine Santissima del Monte Carmelo, perché ci aiuti a seguire fedelmente Gesù, e così a vivere da veri figli di Dio.
[Papa Benedetto, Angelus 17 luglio 2011]
5. Una delle parabole narrate da Gesù sulla crescita del Regno di Dio sulla terra ci fa scoprire con molto realismo il carattere di lotta che il regno comporta, per la presenza e l’azione di un “nemico”, che “semina la zizzania (o gramigna) in mezzo al grano”. Dice Gesù che, quando “la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. I servi del padrone del campo vorrebbero strapparla, ma il padrone non glielo consente, “perché non succeda che . . . sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24-30). Questa parabola spiega la coesistenza e spesso l’intreccio del bene e del male nel mondo, nella nostra vita, nella stessa storia della Chiesa. Gesù ci insegna a veder le cose con realismo cristiano e a trattare ogni problema con chiarezza di principi, ma anche con prudenza e con pazienza. Ciò suppone una visione trascendente della storia, nella quale si sa che tutto appartiene a Dio e ogni esito finale è opera della sua Provvidenza. Non è però nascosta la sorte finale - di dimensione escatologica - dei buoni e dei cattivi: la simboleggiano la raccolta del grano nel deposito e la bruciatura della zizzania.
6. La spiegazione della parabola sulla semina la dà Gesù stesso, su richiesta dei discepoli (cf. Mt 13, 36-43). Nelle sue parole emerge la dimensione sia temporale che escatologica del Regno di Dio.
Egli dice ai suoi: “A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio” (Mc 4, 11). Su questo mistero li istruisce e, al tempo stesso, con la sua parola e la sua opera “prepara per loro un regno, così come a lui (Figlio) l’ha preparato il Padre” (cf. Lc 22, 29). Questa preparazione viene ripresa anche dopo la sua risurrezione: leggiamo infatti negli Atti degli Apostoli che “appariva loro per quaranta giorni e parlava del Regno di Dio” (cf. At 1, 3) sino al giorno in cui “fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio (Mc 16, 19). Erano le ultime istruzioni e disposizioni agli Apostoli su ciò che dovevano fare dopo l’Ascensione e la Pentecoste per dare concreto inizio al Regno di Dio nella origine della Chiesa.
[Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 settembre 1991]
L’odierna pagina evangelica propone tre parabole con le quali Gesù parla alle folle del Regno di Dio. Mi soffermo sulla prima: quella del grano buono e della zizzania, che illustra il problema del male nel mondo e mette in risalto la pazienza di Dio (cfr Mt 13,24-30.36-43). Quanta pazienza ha Dio! Anche ognuno di noi può dire questo: “Quanta pazienza ha Dio con me!”. Il racconto si svolge in un campo con due opposti protagonisti. Da una parte il padrone del campo che rappresenta Dio e sparge il buon seme; dall’altra il nemico che rappresenta Satana e sparge l’erba cattiva.
Col passare del tempo, in mezzo al grano cresce anche la zizzania, e di fronte a questo fatto il padrone e i suoi servi hanno atteggiamenti diversi. I servi vorrebbero intervenire strappando la zizzania; ma il padrone, che è preoccupato soprattutto della salvezza del grano, si oppone dicendo: «Non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano» (v. 29). Con questa immagine, Gesù ci dice che in questo mondo il bene e il male sono talmente intrecciati, che è impossibile separarli ed estirpare tutto il male. Solo Dio può fare questo, e lo farà nel giudizio finale. Con le sue ambiguità e il suo carattere composito, la situazione presente è il campo della libertà, il campo della libertà dei cristiani, in cui si compie il difficile esercizio del discernimento fra il bene e il male.
E in questo campo si tratta dunque di congiungere, con grande fiducia in Dio e nella sua provvidenza, due atteggiamenti apparentemente contradditori: la decisione e la pazienza. La decisione è quella di voler essere buon grano - tutti lo vogliamo -, con tutte le proprie forze, e quindi prendere le distanze dal maligno e dalle sue seduzioni. La pazienza significa preferire una Chiesa che è lievito nella pasta, che non teme di sporcarsi le mani lavando i panni dei suoi figli, piuttosto che una Chiesa di “puri”, che pretende di giudicare prima del tempo chi sta nel Regno di Dio e chi no.
Il Signore, che è la Sapienza incarnata, oggi ci aiuta a comprendere che il bene e il male non si possono identificare con territori definiti o determinati gruppi umani: “Questi sono i buoni, questi sono i cattivi”. Egli ci dice che la linea di confine tra il bene e il male passa nel cuore di ogni persona, passa nel cuore di ognuno di noi, cioè: Siamo tutti peccatori. A me viene la voglia di chiedervi: “Chi non è peccatore alzi la mano”. Nessuno! Perché tutti lo siamo, siamo tutti peccatori. Gesù Cristo, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ci ha liberato dalla schiavitù del peccato e ci dà la grazia di camminare in una vita nuova; ma con il Battesimo ci ha dato anche la Confessione, perché abbiamo sempre bisogno di essere perdonati dai nostri peccati. Guardare sempre e soltanto il male che sta fuori di noi, significa non voler riconoscere il peccato che c’è anche in noi.
E poi Gesù ci insegna un modo diverso di guardare il campo del mondo, di osservare la realtà. Siamo chiamati a imparare i tempi di Dio - che non sono i nostri tempi - e anche lo “sguardo” di Dio: grazie all’influsso benefico di una trepidante attesa, ciò che era zizzania o sembrava zizzania, può diventare un prodotto buono. E’ la realtà della conversione. E’ la prospettiva della speranza!
Ci aiuti la Vergine Maria a cogliere nella realtà che ci circonda non soltanto la sporcizia e il male, ma anche il bene e il bello; a smascherare l’opera di Satana, ma soprattutto a confidare nell’azione di Dio che feconda la storia.
[Papa Francesco, Angelus 23 luglio 2017]
Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)
In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
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