don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lunedì, 18 Maggio 2026 19:58

Domenica di Pentecoste

Domenica di Pentecoste (anno A)  [24 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 1-11)

Gerusalemme non è solo la città dove Gesù ha istituito l’Eucaristia, ma la città dove è risorto e dove lo Spirito è stato effuso sull’umanità. All’epoca di Cristo la Pentecoste ebraica era importantissima perché la festa del dono della Legge, una delle tre feste dell’anno per cui si andava a Gerusalemme in pellegrinaggio. L’enumerazione di tutte le nazionalità riunite a Gerusalemme per l’occasione ne è la prova. Gerusalemme brulicava dunque di gente venuta da ogni dove, migliaia di Giudei pii venuti talvolta da molto lontano. Era l’anno della morte di Gesù, ma chi di loro lo sapeva? Ho detto intenzionalmente “la morte” di Gesù, senza parlare della sua risurrezione perché per ora la sua risurrezione era ancora una notizia  confidenziale. Era gente venuta da ogni parte che forse non aveva mai sentito parlare di un certo Gesù di Nazaret. 

Veniva a Gerusalemme nel fervore, nella fede, nell’entusiasmo di un pellegrinaggio per rinnovare l’Alleanza con Dio. Per i discepoli, però questa festa di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la sua risurrezione non somiglia a nessun’altra perché per loro più nulla è come prima ma questo non vuol dire che si aspettino ciò che sta per accadere. Per farci capire bene cosa succede, Luca lo racconta evocando con molta cura tre testi dell’Antico Testamento: primo il dono della Legge al Sinai; secondo una parola del profeta Gioele; terzo l’episodio della torre di Babele. Primo, Cominciamo dal Sinai: le lingue di fuoco della Pentecoste, il rumore “come quello di un vento impetuoso” fanno pensare a ciò che era accaduto al Sinai, quando Dio aveva dato le tavole della Legge a Mosè come leggiamo nel libro dell’Esodo (19,16-19). Iscrivendosi nella linea dell’evento del Sinai, san Luca vuole farci capire che questa Pentecoste, quell’anno, è molto più di un pellegrinaggio tradizionale: è un nuovo Sinai. Come Dio aveva dato la sua Legge al suo popolo per insegnare a vivere nell’Alleanza, ormai Dio dona il suo stesso Spirito al suo popolo. Ormai la Legge di Dio, che è l’unico mezzo per vivere davvero liberi e felici, è scritta non più su tavole di pietra ma su tavole di carne, nel cuore dell’uomo, per riprendere un’immagine di Ezechiele. Secondo, Luca ha voluto evocare una parola del profeta Gioele: “Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo” (3,1-2), dice Dio; “ogni uomo” cioè ogni essere umano. Agli occhi di Luca, questi Giudei provenienti da tutte le nazioni che sono sotto il cielo, come li chiama, simboleggiano l’umanità intera per la quale si compie finalmente la profezia di Gioele. Questo vuol dire che il famoso “Giorno di Dio” tanto atteso è arrivato. Terzo, possiamo riassumere la storia di Babele in due atti: Atto 1, tutti gli uomini parlavano la stessa lingua: avevano lo stesso linguaggio e le stesse parole e decidono di intraprendere una grande opera che mobiliterà tutte le loro energie: la costruzione di una torre immensa. Atto 2, Dio interviene per porre un freno: li disperde sulla faccia della terra e confonde le loro lingue. Ormai gli uomini non si capiranno più. Se non si vuole fare un processo alle intenzioni di Dio, impossibile immaginare che abbia agito per altro che per la nostra felicità, Dunque, se Dio interviene, è per risparmiare all’umanità una falsa pista: la pista del pensiero unico, del progetto unico; qualcosa come “figli miei, voi cercate l’unità, è bene; ma non sbagliate strada: l’unità non sta nell’uniformità. La vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità”. Il racconto della Pentecoste in Luca si inscrive bene nella linea di Babele: a Babele, l’umanità impara la diversità, a Pentecoste, impara l’unità nella diversità: ormai tutte le nazioni che sono sotto il cielo sentono proclamare nelle loro diverse lingue l’unico messaggio: le meraviglie di Dio.

Nota La prima lettura e il salmo sono comuni alle feste di Pentecoste dei tre anni liturgici. Invece, la seconda lettura e il vangelo sono diversi ogni anno.

 

Salmo responsoriale (103/104)

Letto per intero questo salmo offre trentasei versetti di pura lode, di meraviglia davanti alle opere di Dio. Non sorprende che ci venga proposto per la festa di Pentecoste, visto che Luca, nel libro degli Atti, racconta che il mattino di Pentecoste gli Apostoli, pieni di Spirito Santo, si sono messi a proclamare in tutte le lingue le meraviglie di Dio. Si potrebbe osservare che per meravigliarsi davanti alla creazione non c’è bisogno di avere fede e in tutte le civiltà si trovano poemi magnifici sulle bellezze della natura. In Egitto, sulla tomba di un Faraone, è stato ritrovato un poema scritto dal celebre Faraone Akh-en-Aton: un inno al Dio-Sole. Aménophis IV vissuto verso il 1350 a.C., in un’epoca in cui gli Ebrei erano probabilmente in Egitto e hanno conosciuto questo poema. Tra il poema del Faraone e il salmo 103/104 ci sono somiglianze di stile e di vocabolario. Il linguaggio della meraviglia è lo stesso a tutte le latitudini, ma ciò che è interessante sono le differenze che sono la traccia della Rivelazione fatta al popolo dell’Alleanza. La prima differenza, ed è essenziale per la fede d’Israele, è che Dio solo è Dio; non c’è altro Dio che lui; e quindi il sole non è un dio. la Bibbia mette il sole e la luna al loro posto, non sono dèi ma unicamente dei luminari, creature anche loro: uno dei versetti del salmo lo dice chiaramente: “Tu, Dio, hai fatto la luna per segnare i tempi e il sole che sa l’ora del suo tramonto”. Ci sono versetti che non sono stati scelti per la festa di Pentecoste che presentano bene Dio come l’unico signore della Creazione e viene usato un vocabolario tutto regale: Dio è presentato come un re magnifico, maestoso e vittorioso. Seconda particolarità della Bibbia: la creazione è solo buona e si sente un’eco del poema della Genesi che ripete instancabilmente come un ritornello “E Dio vide che era cosa buona!”. Il salmo 103/104 evoca tutti gli elementi della creazione, con la stessa meraviglia: Io gioisco nel Signore e il salmista aggiunge, in un versetto che non ascoltiamo questa domenica: “Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare inni al mio Dio finché esisto…” Tuttavia il male non è ignorato: la fine del salmo lo evoca chiaramente e ne auspica la scomparsa: ma gli uomini dell’Antico Testamento avevano capito che il male non è opera di Dio, poiché la creazione intera è buona. E si sa che un giorno Dio farà scomparire ogni male dalla terra: il re vittorioso sugli elementi vincerà tutto ciò che ostacola la felicità dell’uomo. Terza particolarità della fede d’Israele: la creazione è una relazione persistente tra il Creatore e le sue creature. Dicendo nel Credo “Credo in Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra”, non affermiamo soltanto la nostra fede in un atto iniziale di Dio, ma ci riconosciamo in relazione di dipendenza da lui e il salmo lo dice molto bene: “Tutti da te aspettano… Nascondi il tuo volto: vengono meno; togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra”. Altra particolarità della fede d’Israele è che al vertice della creazione c’è l’uomo,  creato per essere il re del creato, riempito dello stesso soffio di Dio.E questo  noi celebriamo a Pentecoste: lo Spirito di Dio che è in noi vibra alla sua presenza e il salmista canta “Gioisca il Signore delle sue opere…io gioirò nel Signore”  Infine, ed è molto importante, in Israele ogni riflessione sulla creazione si inscrive nella prospettiva dell’Alleanza: avendo sperimentato  l’opera di liberazione di Dio ha meditato la reazione alla luce di questa esperienza e in questo salmo ne abbiamo le tracce: Prima di tutto il nome di Dio usato qui è il famoso nome in quattro lettere, YHWH, che traduciamo Signore, la rivelazione  del Dio dell’Alleanza.

Inoltre “Signore, mio Dio, quanto sei grande!” l’espressione “mio Dio” con il possessivo è sempre un richiamo dell’Alleanza poiché il progetto di Dio in questa Alleanza era precisamente detto nella formula “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Questa promessa si compie nel dono dello Spirito “ad ogni uomo”, come dice il profeta Gioele. Ormai, ogni uomo è invitato a ricevere il dono dello Spirito per diventare veramente figlio di Dio.

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (12, 3b-7. 12-13)

Paolo definisce la Chiesa come il luogo dove “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”, non quindi per la nostra vanità, ma in vista del bene di tutti. Ed è un dono gratuito per tutti come gratuitamente le membra del corpo sono al servizio di tutto il corpo. L’opera dello Spirito nel mondo somiglia a un immenso mosaico con diversi tasselli coesi e uniti dall’invisibile azione dello Spirito. Nella misura in cui si moltiplicano le comunità il mosaico si allarga come una macchia d’olio e diventa sempre più armonico. In queste comunità Giudei o pagani, schiavi o uomini liberi abbattono le frontiere dei preconcetti e delle divisioni riconoscendosi tutti fratelli e sorelle, membra d’un unico corpo grazie all’unico Battesimo che tutti c’incorpora in Cristo. Paolo aveva certamente buone ragioni per insistere sull’unità perché i cristiani a Corinto erano di origini così diverse, Giudei o pagani con problemi di contrapposte  sensibilità e tradizioni religiose e talora i credenti della prima ora mostravano fatica ad accettare i nuovi arrivati. Mettere Giudei e pagani sullo stesso piano a livello religioso, quando si sa il peso che poteva avere l’elezione d’Israele agli occhi di Paolo, era comunque molto audace!. Queste problematiche e difficoltà, presenti e messe in evidenza da Paolo nella comunità di Corinto, non sono mancate nel corso dei secoli e persistono ancor oggi nella Chiesa. La legge che anima i credenti è sempre la parola di Gesù che raccomandava agli apostoli: “Voi lo sapete, i capi delle nazioni le dominano, e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi”. (Mt 20, 25-26). Paolo vede la Chiesa non come una piramide, ma come una folla stretta attorno a Gesù Cristo, unico Maestro, e, ancora, come un corpo vivente formato da tutti i battezzati dove chi ha l’autorità non la concepisce come superiorità, ma come missione.al servizio di tutti. La diversità diventa per tutti un reciproco dono: “Vi sono diversi carismi”, osserva l’Apostolo, e a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene di tutti”.  Le nostre diversità diventano allora ricchezze e, proprio con esse, si costruisce l’unità che mai è uniformità o peggio omologazione. Ecco uno dei grandi messaggi della Pentecoste dove tutte le lingue diverse si uniscono per cantare lo stesso canto, “le meraviglie di Dio”. La Chiesa  da allora cerca di superare le differenze di sensibilità imparando a vivere la fatica della riconciliazione, sorretta dallo Spirito che ci è donato a Pentecoste,  Spirito d’amore, di perdono e riconciliazione. La capacità di riconciliazione e di rispetto reciproco è un segno vero dell’azione dello Spirito e una testimonianza che il mondo aspetta: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” diceva Gesù l’ultima cena (Gv 13, 35). L’unità nella diversità, è una bella scommessa che possiamo vincere solo perché lo Spirito ci è donato: lo stesso Spirito, Spirito dell’Amore che unisce il Padre e il Figlio. Dalla lezione di Babele comprendiamo che l’unità non sta nell’uniformità, e dalla Pentecoste capiamo che la vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità ed è sempre dono dello Spirito e immagine sulla terra della comunione trinitaria, la pericoresi fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

            

Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-23)

 Per trasmettere lo Spirito Santo ai suoi discepoli, Gesù soffia su di loro; questo ci fa pensare alla frase celebre del libro della Genesi, al capitolo 2: “Il Signore Dio soffiò nelle narici dell’uomo l’alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. E il salmo 103/104, che ascoltiamo ugualmente in questa festa di Pentecoste, commenta il testo della Creazione cantando: Manda il tuo spirito, e tutto sarà creato. Ora, siamo alla sera di Pasqua e Gesù riprende questo gesto del Creatore. Si capisce perché san Giovanni annota: “Era la sera di quel giorno, il primo della settimana”, modo per dire che è il primo giorno della nuova creazione. I Giudei evocavano spesso la creazione che Dio aveva compiuto in sette giorni, come leggiamo nel primo capitolo della Genesi e attendevano l’ottavo giorno, quello del Messia. A suo modo, Giovanni ci dice: l’ottavo giorno è arrivato ed  è una vera ri-creazione dell’umanità. Riprendiamo tre frasi del racconto della Pentecoste che qui Giovanni ci offre. La prima: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”; la seconda: “Soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” e la terza: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”. La prima e la terza frase esprimono una missione, la seconda parla del dono e cioè  dello Spirito Santo dato per compiere la missione ricevuta. E questa missione consiste nel “rimettere i peccati”.“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Gesù è l’inviato del Padre e noi, che siamo gli inviati di Gesù, abbiamo la sua stessa missione. Questo dice la nostra responsabilità, la fiducia che ci è accordata e concerne tutti i battezzati poiché la Chiesa ha sempre ritenuto opportuno confermare tutti i battezzati. La missione di Gesù, per limitarci al vangelo di Giovanni, è togliere il peccato del mondo, anzi “estirpare” il peccato del mondo essendo l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo come aveva profetizzato Giovanni Battista. L’agnello, mite e umile di cuore di fronte ai carnefici secondo la profezia d’Isaia 52-53, è l’agnello pasquale, che firma con la sua vita la liberazione del popolo di Dio. Al di là della liberazione del popolo eletto dalla schiavitù in Egitto, il vangelo ci parla della liberazione dal peccato, dall’odio e dalla violenza. Gesù presenta così  la sua missione: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Occorre aver in mante quest’affermazioni del Signore per comprendere la frase non immediatamente comprensibile del testo di oggi: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Oppure, secondo altra versione, “A coloro a cui rimetterete i peccati, saranno rimessi; a coloro a cui non rimetterete i peccati, non saranno rimessi”. La prima parte della frase non presenta difficoltà, ma la seconda potrebbe non essere facilmente comprensibile. Impossibile pensare che Dio, che è Padre, può non perdonarci. Già l’Antico Testamento aveva messo in luce che il perdono di Dio precede addirittura il nostro pentimento perché in Dio il perdono non è un atto puntuale ma definisce il suo stesso essere. Dio è dono e perdono. La caratteristica della misericordia è il chinarsi di Dio verso  i miseri cioè verso tutti noi.  Il potere dato ai discepoli, anzi la missione loro affidata, è comunicare e trasmettere il  perdono di Dio. Di conseguenza c’è la terribile responsabilità, espressa nella seconda parte della frase, di non limitarsi semplicemente a dire la parola del perdono di Dio, ma di fare di tutto affinché il mondo non ignori questo perdono perché non diventi preda della disperazione. Il perdono di Dio annunciato con parole e con gesti concreti rende noi stessi “perdono vivente”, apostoli della Divina Misericordia. A Pentecoste, Dio soffia le parole del perdono e lo Spirito Santo continua a soffiare al nostro spirito parole e gesti di perdono facendoci “agnelli di Dio” con il potere di vincere la spirale dell’odio e della violenza. “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” per rispondere alla violenza e all’odio con la non-violenza, la mitezza e il perdono affrettando così l’arrivo del giorno in cui l’umanità intera vivrà immersa nell’amore e nel perdono: sarà il trionfo della Misericordia Divina!

 

+Giovanni D’Ercole

 

Lunedì, 18 Maggio 2026 07:32

PENTECOSTE (Veglia). Acqua di Rupe Vivente

Ascensione del Signore (anno A)  [Giovedì 14 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (1,1-11)

I primi versetti fanno da ponte tra gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Luca, anch’esso dedicato a un certo Teofilo. L’uno comincia dove l’altro finisce, cioè con il racconto dell’Ascensione di Gesù, anche se i due racconti non concordano in tutto. Il Vangelo, riporta la missione e la predicazione di Gesù; il secondo è dedicato alla missione e alla predicazione degli Apostoli, da qui il nome “Atti degli Apostoli”. Il parallelo si può spingere oltre: il Vangelo comincia e finisce a Gerusalemme, centro del mondo giudaico e della Prima Alleanza; gli Atti cominciano a Gerusalemme, perché la Nuova Alleanza è in continuità con la Prima, ma terminano a Roma, crocevia di tutte le strade del mondo allora conosciuto: la Nuova Alleanza ormai oltrepassa i confini di Israele. Per Luca è chiaro che questa espansione è opera dello Spirito Santo. È lo Spirito stesso di Gesù e sarà l’ispiratore degli Apostoli a partire dalla Pentecoste, tanto che gli Atti vengono spesso chiamati “il vangelo dello Spirito”. Come Gesù si era preparato alla sua missione con i quaranta giorni nel deserto dopo il Battesimo, così a sua volta prepara la Chiesa per quaranta giorni: “Per quaranta giorni apparve loro e parlò del regno di Dio”. Durante un ultimo pasto dà le sue consegne: un ordine, una promessa, un invio in missione. L’ordine è quasi sorprendente: aspettare e non muoversi. “Diede loro ordine di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre”. Che le promesse del Padre si realizzino a Gerusalemme non stupiva certo gli Undici, tutti giudei perché l’intera predicazione dei profeti assegnava a Gerusalemme un ruolo decisivo nel compimento del progetto di Dio. Luca precisa il contenuto della promessa: “Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni”. Gli apostoli; avevano in mente le profezie di Gioele: “Io spanderò il mio spirito sopra ogni persona” (Gl 3,1-2), di Zaccaria: “In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente aperta per lavare il peccato e l’impurità”(Zc13,1)  ed Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati… Vi darò un cuore nuovo, e  metterò dentro di voi uno spirito nuovo…Metterò il mio spirito dentro di voi”( Ez 36,25-27).

La domanda degli apostoli “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” mostra che hanno ben capito che il famoso Giorno di Dio è sorto. La risposta di Gesù non deve stupirci: Dio sollecita la collaborazione degli uomini per realizzare il suo progetto e la salvezza di Dio giunta grazie a Gesù Cristo chiede agli uomini di entrarvi. Perché ciò avvenga occorre che gli uomini lo sappiano e nasce da qui la missione e la responsabilità degli Apostoli. Lo Spirito è dato loro per questo: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni”. Ciò significa che tra il dono dello Spirito e l’avvento definitivo del Regno c’è un intervallo che è il tempo della testimonianza: un intervallo tanto più lungo quanto più si tratta di portare l’annuncio all’umanità intera. “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Il libro degli Atti segue esattamente questo piano. Come al mattino di Pasqua “due uomini in vesti sfolgoranti” avevano strappato le donne alla loro contemplazione dicendo “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto”, così il giorno dell’Ascensione due uomini in vesti bianche fanno lo stesso con gli Apostoli: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Tornerà, ne siamo certi, ed è per questo che diciamo ad ogni Eucaristia: “Nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”. La nube nella Bibbia è il segno visibile della presenza di Dio come al passaggio del Mar Rosso o alla Trasfigurazione. La nube che sottrae Gesù allo sguardo degli uomini è il segno che ora egli è entrato nel mondo di Dio: cessa pertanto la sua presenza carnale e visibile per inaugurare quella spirituale. E’ impossibile ricostruire esattamente ciò che è successo tra la Risurrezione di Gesù, la notte di Pasqua, e il giorno in cui ha lasciato definitivamente i suoi apostoli per tornare al Padre. Nei racconti di Luca, tra Vangelo e Atti, le due narrazioni sono molto simili: la partenza di Gesù avviene vicino a Gerusalemme, perché il Vangelo parla di Betania e gli Atti del Monte degli Ulivi; in entrambi Luca precisa che Gesù raccomanda ai discepoli di non lasciare Gerusalemme prima di aver ricevuto lo Spirito Santo. L’unica divergenza riguarda il tempo: nel Vangelo sembra che la partenza avvenga la sera stessa di Pasqua; dopo l’apparizione ai discepoli di Emmaus, questi tornano a Gerusalemme a raccontare tutto agli Undici; ed è mentre parlano insieme che Gesù appare, sta con loro, spiega le Scritture; poi li conduce a Betania e lì scompare definitivamente ai loro occhi. Negli Atti invece Luca precisa che tra Pasqua e Ascensione sono trascorsi quaranta giorni; ed è per questo che celebriamo l’Ascensione quaranta giorni dopo Pasqua. Negli altri Vangeli non si trova quasi nulla su questo: in Matteo manca un racconto di Ascensione ma c’è solo un’apparizione di Gesù a due donne che si erano recate al sepolcro e poi ai discepoli in Galilea durante la quale dice la frase con ci si chiude il suo Vangelo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” Giovanni riporta più a lungo diverse apparizioni del Risorto, una a Maria di Magdala e tre ai discepoli, l’ultima presso il lago di Tiberiade; ma non racconta l’Ascensione. Quanto a Marco, racconta l’apparizione a Maria di Magdala, poi a due discepoli che andavano in campagna e infine agli Undici. Gesù li manda a predicare il Vangelo al mondo intero e Marco chiude dicendo: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”. Queste differenze tra i Vangeli provano che le loro precisazioni non mirano alla realtà storica o geografica: Matteo ha le sue ragioni per parlare della Galilea. Luca invece ha le sue per insistere su Gerusalemme perché proprio lì Gesù ha detto loro di attendere il dono dello Spirito e il Vangelo di Luca termina con l’ultima consegna di Gesù: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”(Lc24,49).

 

Salmo responsoriale (46/ 47)

Qui Israele canta e acclama Dio come suo re e questo non sorprende, ma cosa  più stupefacente, dice che Dio è il re di tutta la terra. Ora, in Israele non lo si è sempre pensato. Prima dell’Esilio a Babilonia nessuno dei re d’Israele ha immaginato che Dio fosse il Signore dell’universo intero. Questo significa che il salmo è stato composto tardi nella storia del popolo eletto. Mi fermo sulla prima affermazione: Dio è il re d’Israele. Per un lungo periodo della storia biblica Israele ha avuto dei re, come i popoli vicini, ma la sua concezione della regalità era particolare, e questa specificità è durata per tutta la storia. In Israele il re non poteva mai pretendere di essere il personaggio più alto del paese e non aveva ogni potere, perché Dio restava il padrone. Detto altrimenti, il vero re in Israele non era altri che Dio stesso. Il re, per esempio, non disponeva delle leggi a suo piacimento e  doveva, come tutti, sottomettersi alla Legge di Dio data a Mosè sul Sinai. Secondo il libro del Deuteronomio, doveva leggere l’intera Legge tutti i giorni della sua vita. Anche seduto sul trono, era in linea di principio solo un esecutore degli ordini di Dio trasmessi dai profeti. Nei Libri dei Re, infatti, si vede spesso l’uno o l’altro re chiedere l’accordo del profeta del momento prima di partire in battaglia o addirittura, nel caso di Davide, prima di intraprendere la costruzione del Tempio. E si vedono a più riprese i profeti intervenire liberamente nella vita dei re e criticare a volte violentemente i loro comportamenti. L’affermazione della sovranità di Dio fu persino un freno all’istituzione della monarchia. Si ricorda la reazione molto violenta del profeta Samuele, al tempo dei Giudici, quando i capi delle tribù d’Israele vennero a dirgli che volevano un re “per essere come le altre nazioni”. Desiderare di essere “come le altre nazioni” quando si ha l’onore di essere il popolo scelto da Dio per l’alleanza, era ai suoi occhi una vera bestemmia. Finì per cedere alle insistenze dei capi delle tribù, ma non senza avvertirli che si procuravano la propria rovina. E quando consacrò il primo re, Saul, ebbe cura di precisare che diventava il capo del patrimonio di Dio. Il popolo restava il popolo di Dio e non quello del re, e costui non era che un servitore di Dio. E lungo tutta la monarchia, in Israele, i profeti si incaricarono di ricordare ai re questa verità elementare. Al punto che i libri dei Re, quando raccontano i regni successivi, hanno un solo criterio di valutazione: la fedeltà di ciascun re alla volontà di Dio. Una formula ritorna continuamente: “Tale re fece ciò che è retto agli occhi del Signore”, oppure al contrario “Tale re fece ciò che è male agli occhi del Signore”. È dunque in onore di Dio stesso che il nostro salmo dispiega qui tutto il vocabolario rivolto altrove ai re della terra. La stessa parola “terribile” è un complimento, è una parola abituale del linguaggio di corte ed è rassicurante: i nemici sono avvertiti, il nostro re sarà invincibile. A ogni riga di questo salmo è evidente che si tratta del Dio del Sinai, il Signore, che è acclamato come Dio e re di tutto l’universo. Questa dimensione universale è molto presente nel salmo fino a dire “Dio regna sulle nazioni pagane”. Ora, la scoperta del monoteismo risale solo all’Esilio a Babilonia: fino ad allora il popolo d’Israele non era ancora monoteista. Essere monoteisti significa affermare che esiste un solo Dio, lo stesso per tutto il cosmo e l’umanità. Prima dell’Esilio non era così: si dice che Israele era “monolatrico”; cioè riconosceva per sé un solo Dio, quello dell’Alleanza del Sinai. Ma riteneva che gli altri popoli avessero i loro propri dèi. Questo salmo è stato quindi probabilmente composto dopo il ritorno dall’Esilio e non è nella sala del trono che queste acclamazioni risuonavano, ma nel Tempio di Gerusalemme ricostruito. Gli Ebrei anche ora immaginano già il Giorno in cui finalmente Dio sarà riconosciuto per quello che è, il Padre di ogni bontà. Noi cristiani riprendiamo a nostra volta questo salmo. E la frase “Ascende Dio tra le acclamazioni” è quanto mai opportuna per la celebrazione dell’Ascensione di Gesù Cristo. Anche se la regalità di Cristo non è ancora realizzata totalmente e gli evangelisti non raccontano alcuna cerimonia di incoronazione di Cristo. Una ragione in più per tributare a Gesù già questo superbo omaggio che non fa che anticipare l’ultimo giorno quando tutti gi tomini finalmente radunati canteranno: “popoli tutti battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia” 

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (1,17-23)

La Lettera agli Efesini si divide in due parti: nei capitoli 1-3 c’è una lunga contemplazione del disegno di Dio e nei capitoli 4-6 un’esortazione ai battezzati per conformare la vita a questo mistero. Per la festa dell’Ascensione la liturgia propone un brano della prima parte nell’anno A e della seconda parte nell’anno B. La prima parte inizia con una lunga formula di benedizione alla maniera giudaica che nella nostra liturgia cristiana potremmo chiamare un “prefazio” e si tratta del “disegno misericordioso” di Dio (Ef1,3-6). I battezzati partecipano già di questo misterioso progetto di Dio che, un giorno, sarà esteso all’umanità intera. E Paolo parla del privilegio di noi cristiani che, dopo aver ascoltato la parola della verità, cioè il Vangelo, abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione.  Ritroviamo tutti questi termini nel brano nella lettura oggi, ma sotto forma di preghiera, che si chiama generalmente “preghiera di illuminazione” dato che ci vuole la luce di Dio per penetrare anche solo un poco in questo mistero: “Egli illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi…”. E si sa bene che la comprensione di cui parla non è questione di ragionamento ma di cuore, una disponibilità profonda a lasciarsi istruire, illuminare. E Paolo, da ebreo, sa bene che la sapienza di Dio è inaccessibile all’uomo se Dio stesso non si rivela a lui: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. E cosa c’è al termine di questa conoscenza verso cui camminiamo? Un’eredità di inestimabile valore, dice Paolo. La parola “eredità” al versetto 18 e già al versetto 14, ritorna spesso nella Bibbia: nell’Antico Testamento si tratta della terra promessa da Dio ai credenti. Lo stesso termine è ripreso dal Nuovo Testamento, in particolare nelle lettere di Paolo, per indicare il Regno e la vita eterna. Per esempio: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” Rm8,16-17). “Ringraziando con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col1,12). “Tutte le nazioni sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef3,8). Anche Giacomo sviluppa questo tema: “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”(Gc2,5).  E la lettera agli Ebrei, da parte sua, riprende spesso la parola: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” Eb1,1-2); e poco più avanti: “Coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa” (Eb9,15) Perché, ed è il motivo profondo della meraviglia di Paolo, i discepoli del Signore sono già associati al trionfo del loro Maestro risorto. Nulla deve più far loro paura in questo mondo poiché la morte è vinta e le porte sono aperte sulla vita eterna. L’opera che Dio compie nel cuore dei credenti è una vera risurrezione interiore. 

 

Dal Vangelo secondo Matteo 28, 16-20

Ecco il discorso di addio di Gesù, dopo la Risurrezione, in Galilea, chiamata comunemente “crocevia dei pagani”, la “Galilea delle genti” perché ormai la missione degli Apostoli riguarda “tutte le nazioni”. Il Vangelo di Matteo sembra chiudersi bruscamente: ma in realtà l’avventura comincia. È come in un film in cui la parola “FINE” appare su una strada che si apre verso l’infinito. Perché è proprio verso l’infinito che Gesù li invia: l’immensità del mondo e l’infinità dei secoli. “Andate… Fate discepoli tutti i popoli… Fino alla fine del mondo”. Ma erano pronti i discepoli pe runa tale missione? Se Gesù fosse un capo d’azienda, non potrebbe rischiare di affidare il seguito della sua impresa a collaboratori come questi che sembrano non aver assimilato tutta la formazione che lui ha assicurato per mesi. Sbagliano sull’obiettivo, sui tempi, sulla natura dell’impresa. Arrivano perfino a dubitare della realtà che stanno vivendo, perché Matteo dice chiaramente “alcuni però dubitavano”(Mt28,17). La missione affidata loro, piena di rischi, è promuovere un messaggio che ancora li sorprende. Follia, diranno i saggi; sapienza di Dio, risponderebbe san Paolo. Si tratta di un’impresa certamente non banale: supera tutto ciò che lo spirito umano può immaginare o concepire. Si tratta della comunicazione tra Dio e gli uomini. Colui che ne ha acceso la scintilla affida ai suoi discepoli la cura di diffonderne il fuoco: “Andate! Fate discepoli tutti i popoli: battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”: non c’è spesso l’occasione di fermarsi su questa formula straordinaria della nostra fede. Si tratta infatti della prima formulazione del mistero della Trinità: l’espressione “Nel nome di”, abituale nella Bibbia, significa che si tratta proprio di un solo Dio; allo stesso tempo le tre Persone sono nominate e ben distinte: “Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo”. Se si ricorda che il Nome, nella Bibbia, è la persona, e che battezzare significa etimologicamente “immergere”, questo vuol dire che il Battesimo ci immerge letteralmente nella Trinità. Si capisce l’ordine perentorio di Gesù ai suoi discepoli “Andate”, c’è urgenza. Come non essere impazienti di vedere tutta l’umanità approfittare di questa proposta? Allo stesso tempo, bisogna dire che questa formula così abituale per noi era per la generazione di Cristo una vera rivoluzione! Prova ne sia che quando gli apostoli Pietro e Giovanni guarirono lo storpio della Porta Bella, le autorità chiesero subito: “Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?”(At4,7), perché non era permesso invocare altro nome che quello di Dio. Gesù parla proprio di Dio, ma la sua frase cita tre persone, mentre Dio era unico, i profeti l’avevano detto abbastanza. L’incomprensione dei Giudei verso i fedeli di Cristo è iscritta qui, la persecuzione era inevitabile. Gesù lo sa, e li aveva avvertiti nell’ultima sera: “Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio, cioè crederà di difendere l’onore di Dio (Gv16,2)… E Gesù aggiungeva: “Faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me”(Gv16,3). La missione affidata agli apostoli assomiglia davvero a una follia; ma non sono soli, e questo non bisogna mai dimenticarlo. Nella misura in cui il nostro impegno non è nostro, ma suo, non abbiamo ragione di inquietarci dei risultati: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate!” (Mt28,18-19). In altri termini, siamo noi che andiamo, ma è lui che ha ogni potere. Si racconta di Giovanni XXIII che pochi giorni dopo la sua elezione ricevette la visita di un amico: “Santissimo Padre, - gli disse - come dev’essere pesante il compito!”. Giovanni XXIII rispose: “È vero, la sera, quando mi corico, penso: “Angelo, sei il Papa, e faccio fatica ad addormentarmi; ma dopo qualche minuto mi dico: Angelo, che stupido sei, il responsabile della Chiesa non sei tu, è lo Spirito Santo.  Allora mi giro dall’altra parte e mi addormento!”. Anche per noi l’evangelizzazione deve essere la nostra passione, non la nostra angoscia. Gesù ha ben precisato: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Da sola, questa frase è un riassunto della vita di Cristo: questo avviene su una montagna, non si sa quale sia, ma evoca insieme quella della tentazione e quella della Trasfigurazione. Sulla montagna della tentazione Gesù ha rifiutato di ricevere da altri che dal Padre il potere sulla creazione: “Il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli disse: ‘Tutte queste cose io te le darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai’. Allora Gesù gli rispose: ‘Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto’”(CfMt4,8-10). Questo potere che Gesù non ha rivendicato, non ha comprato, gli è dato dal Padre. E ormai questo potere è nelle nostre mani! “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate! E Gesù aggiunge “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Dio della Presenza rivelato a Mosè nel roveto ardente, l’Emmanuele – che significa “Dio con noi” – promesso da Isaia, sono uno solo nello Spirito d’amore che li unisce. A noi la missione di rivelare al mondo questa presenza amorevole del Dio-Trinità.

 

 

VII Domenica di Pasqua Anno  [17 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dal libro degli Atti degli apostoli (1, 12-14)

La prima frase del testo riassume in poche parole una tappa cruciale della vita dei primi cristiani. Per noi è l’Ascensione e ne abbiamo fatto una festa, ma, all’origine, non era piuttosto un giorno di lutto, un giorno di grande partenza? Dopo l’orrore della Passione e della morte di Gesù, dopo lo splendore della Risurrezione, eccoli orfani per sempre. Ma proprio per questo sono più vicini a noi e il loro atteggiamento può guidare il nostro. Guardiamo dunque da vicino i loro gesti. Gesù aveva lasciato delle consegne: non lasciare Gerusalemme e attendere lì il dono dello Spirito Santo. Ecco il racconto degli Atti: “Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si compisse la promessa del Padre. ‘Quella che – egli disse – voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni’”. E il giorno stesso della sua partenza, sul Monte degli Ulivi, ha ripetuto: “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Trattengo questa espressione “la forza dello Spirito”, che dovrebbe rassicurarci in ogni circostanza. E Luca racconta: “Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. Ovviamente hanno rispettato la consegna del Maestro. Non ci stupisce quindi ritrovarli subito dopo a Gerusalemme; Luca nota che il monte degli Ulivi è vicinissimo alla città: la distanza non supera quella che si chiama “cammino di sabato”, cioè la distanza massima che si può percorrere senza violare il riposo del sabato; era poco meno di un chilometro, duemila cubiti, e un cubito, come dice il nome, è la lunghezza dell’avambraccio, circa cinquanta centimetri. Ma perché Luca dà questa precisione? Bisogna dedurne che era giorno di sabato? Oppure, insistendo sulla vicinanza del Monte degli Ulivi, Luca vuole suggerire che tutto si compie a Gerusalemme? È lì che si realizza il disegno di Dio: lì il Figlio è stato glorificato, lì è stata rinnovata l’Alleanza tra Dio e l’umanità, lì sarà dato lo Spirito. È nella città santa, dunque, che comincia la vita della Chiesa nascente; e Luca enumera chi compone il gruppo: gli Undici, alcune donne, tra cui Maria, la madre di Gesù, e alcuni fratelli, cioè probabilmente discepoli. Anche qui le precisazioni non sono per l’aneddoto; i nomi degli apostoli li conoscevamo già dal Vangelo di Luca; se ce ne ridà la lista, non è per istruirci! Luca vuole segnare la continuità nella comunità degli apostoli: sono gli stessi che hanno accompagnato Gesù per tutta la sua vita terrena, e ora si impegnano nella missione. E potranno essere testimoni della Risurrezione solo perché sono stati testimoni della vita, della Passione e della morte di Gesù. Ritroviamo quindi il gruppo di persone così diverse fra loro che Gesù aveva scelto: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea pescatori sul lago di Tiberiade; Simone zelota al tempo della vita terrena di Gesù non era ancora un impegno politico, ma era già segno di fanatismo religioso. Ci si chiede come potesse stare accanto a Matteo il pubblicano, un esattore al soldo dell’occupante e, per questo, interdetto dal culto! Non solo Gesù è riuscito a farli convivere attorno a sé, ma ormai porteranno insieme la responsabilità di continuare la missione del loro Maestro. La tradizione cristiana ha assimilato Bartolomeo a Natanaele citato da san Giovanni, che era uno specialista della Legge; se così fosse, era un’ulteriore diversità all’interno del gruppo dei Dodici. È su questa comunità di uomini così diversi fra loro che poggia ormai l’annuncio del Vangelo. Alcune brevi osservazioni: anzitutto il loro gruppo non è chiuso su se stesso, ma già aperto ad altri, uomini e donne; in secondo luogo iniziano questa vita della Chiesa nella preghiera, “assidui e concordi”, sottolinea Luca. Forse il primo miracolo degli apostoli è questo loro pregare insieme come un solo cuore nel momento in cui il Maestro li lascia, e si ritrovano apparentemente abbandonati a sé stessi e alle loro diversità che avrebbero potuto diventare divergenze. In verità sono abbandonati a se stessi solo apparentemente: Gesù ormai invisibile, non è però assente. Matteo, nel suo Vangelo, ha conservato una delle ultime frasi di Gesù: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Gli apostoli dunque non pregano per ottenere che Gesù si faccia vicino: la sua presenza è acquisita; pregano per reimmergersi nella sua presenza. Questo racconto degli Atti diventa per noi una formidabile lezione di speranza: Gesù è con noi tutti i giorni, la sua presenza ci è acquisita e la potenza dello Spirito Santo ci accompagna! 

 

Salmo Responsoriale (26/ 27)

Questo salmo è fatto per chi attraversa tempi difficili. I credenti non sono esenti dalle prove della vita e la fede non è una bacchetta magica. A volte soffrono proprio a causa della fede, come nelle guerre di religione o nelle persecuzioni, o per l’ostilità degli atei e la fatica di difendere i valori cristiani in un mondo che non li condivide. Ne avremo esempio nella lettera di san Pietro, seconda lettura di questa domenica. Ma nelle prove i credenti sanno di non essere soli, abbandonati al loro triste destino, perché hanno un interlocutore: “È verso Dio che piangono i miei occhi”, diceva Giobbe (Gb16,20). E vanno a cercare la forza dove si trova, cioè in Dio. “Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?” Non sapremo a quali prove precise alluda questo salmo; tra parentesi, è molto più lungo dei pochi versetti letti qui, ma i versetti mancanti non danno indicazioni storiche. Qua e là si sente un’allusione ad attacchi esterni: “Il Signore è il baluardo della mia vita: davanti a chi dovrei tremare?”. Fin dalla grande avventura dell’Esodo, Israele è stato più volte minacciato nella sua stessa vita. Il primo versetto “Il Signore è mia luce e mia salvezza” è probabilmente anche un’allusione all’Esodo sotto la guida di Mosè: nel deserto del Sinai la colonna di nube illuminava la strada e diceva la presenza di Dio. La salvezza, allora, era sfuggire al Faraone; in ogni epoca la salvezza prende forme diverse e Israele ne ha conosciute di ogni tipo, evocate per allusioni nel salmo. Dire “Il Signore è il baluardo della mia vita” fa riaffiorare alla memoria il lungo periodo delle guerre e il miglior baluardo è la forza che Dio ci dà. “Se non crederete, non resterete saldi”, diceva Isaia al re Acaz (Is7,9). La fede è l’unica forza che ci permette di affrontare tutto: “Di chi avrò timore?”. Questo significa che Dio ci custodisce da ogni paura e che non abbiamo paura nemmeno di lui. In tutte le prove e le sofferenze, il credente sa che può gridare a Dio: anzi è addirittura raccomandato nella Bibbia perché gemere, piangere, pregare non è vile, ma semplicemente umano ed è verso Dio che bisogna gemere, piangere, pregare. “Ascolta, Signore, ti chiamo”, dice il salmo e di una cosa il popolo eletto è certo, che Dio ascolta il nostro grido. Pensiamo alla grande rivelazione del Roveto ardente: “Il grido dei figli d’Israele è giunto fino a me”, ha detto Dio a Mosè (Es.3,7-9). E da quel giorno Israele sa che Dio ascolta il grido di chi soffre. Leggiamo nel salmo: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”: come il levita, ammesso nell’intimità del tempio di Gerusalemme, Israele chiede la grazia di dimorare nell’intimità di Dio. “Pietà, rispondimi”, è un grido da mendicante e anche una domanda di perdono perché l’espressione che segue, “Cercate il mio volto”, è un appello alla conversione perché fin dal suo insediamento nella Terra Promessa, il popolo ha affrontato un nuovo pericolo: quello dell’infedeltà, cioè l’idolatria. Tuttavia quando leggiamo “Cercate il mio volto”, non è Dio che abbia sete dei nostri omaggi e ci chieda qualcosa per il suo interesse. Dio ci ama e tutti i comandamenti sono per la nostra felicità. Sant’Agostino afferma: “Tutto ciò che l’uomo fa per Dio giova all’uomo e non a Dio”. Per Dio il centro del mondo è l’umanità e non ha altro scopo che la nostra felicità, felicità che troviamo solo quando Dio è al centro della nostra vita poiché come sant’Agostino diceva: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. È interessante accostare il salmo 26/27 al cantico di Zaccaria, che cantiamo ogni mattina nella Liturgia delle Ore.

 

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (4, 13-16)

All’inizio della Chiesa, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, i primi discepoli di Cristo non portavano ancora questo nome; erano chiamati “Nazarei”, a causa di Nazaret e questo nome da parte dei Giudei che rifiutavano di riconoscere in Gesù di Nazaret il Messia atteso da Israele, era titolo dispregiativo. Più tardi, quando Barnaba e Paolo compivano la loro missione ad Antiochia di Siria, furono probabilmente dei pagani non convertiti alla Chiesa cristiana a dare ai discepoli di Gesù il nome di cristiani, che significa “di Cristo, appartenenti a Cristo”. Anche questo nuovo titolo di cristiano non era onorifico. I pagani non convertiti vedevano di malocchio il cambiamento di vita radicale che avveniva nella comunità dei battezzati. Poco prima nella lettera Pietro scrive: “Trovano strano che voi non corriate più insieme con loro verso lo stesso torrente di perdizione, e vi oltraggiano”; “Sparlano di voi trattandovi da malfattori”. San Pietro parla qui delle sofferenze cioè dell’incomprensione, dell’isolamento, della calunnia di cui Gesù fu vittima perché continuava ad annunciare il suo messaggio senza farsi fermare da nessuno con quella fedeltà che gli è costata la vita. A loro volta, i primi cristiani affrontano la stessa ostilità e Pietro cerca di dar loro il coraggio di tenere duro in attesa del giorno in cui la gloria di Cristo si rivelerà, cioè il giorno in cui Gesù verrà a inaugurare il suo regno tra gli uomini. Pietro va anche oltre: non solo non bisogna vergognarsi, ma al contrario, il titolo di cristiani è ai suoi occhi la più alta dignità: “Rallegratevi”, dice loro, a motivo del nome di cristiano che significa “appartenente a Cristo”. Inoltre quando dice: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…”  parla delle beatitudini annunciate da Gesù: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!”. E Gesù, dicendo questo, faceva il proprio ritratto. Ora Pietro applica questo ritratto a coloro che, a loro volta, portano il nome di Cristo. Usa perfino dire che “voi partecipate alle sofferenze di Cristo” il che vuol dire: “rallegratevi perché siete intimamente uniti a Cristo in queste sofferenze che subite per restare fedeli al suo nome e alla sua missione. E poiché siete uniti alle sue sofferenze, sarete ugualmente uniti alla sua gloria, il giorno in cui la verità esploderà”. E’ comunque chiaro che la sofferenza non è uno scopo in sé ma l’obbiettivo è essere uniti a Cristo e a Dio nello Spirito d’amore, quali che siano le circostanze, felici o infelici, sempre nella nostra vita. E Pietro indica una strada per affrontare la persecuzione per il nome di Cristo: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi…”. Ecco un annuncio e un incoraggiamento perché verrà il giorno in cui Cristo sarà riconosciuto da tutti e voi insieme a lui e quel giorno si riconoscerà che non vi siete sbagliati perché Cristo vi ha ingannati. Occorre allora il coraggio di perseverare perché avete scelto la via giusta. Il libro degli Atti racconta che dopo essere stati battuti con verghe, Pietro e Giovanni “se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. Questo Pietro ha potuto farlo solo dopo la Pentecoste: bisogna essere ricolmi dello Spirito di Gesù per avere il coraggio di affrontare la persecuzione nel suo nome e per conoscere quella gioia misteriosa di essere in comunione con lui, fino nella sofferenza, quella gioia che nessuno potrà rapirci! La Chiesa ci propone questo testo di Pietro nell’attesa della Pentecoste, tempo privilegiato per la riscoperta del ruolo dello Spirito Santo nella vita delle nostre comunità. 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (17, 1b-11a)

Queste ultime parole di Gesù: “Io vengo a te” c’introducono in maniera misteriosa nella preghiera di Gesù nel momento stesso in cui sta per raggiungere il Padre: “Io vengo a te”. E’ l’Ora del grande passaggio: “Padre, è venuta l’ora”, quell’Ora di cui ha parlato più volte durante la sua vita terrena, quell’Ora che sembrava insieme desiderare e temere. È l’Ora decisiva, centrale di tutta la storia umana, l’Ora che tutta la creazione attende come una nascita: perché è l’Ora del compimento del disegno di Dio. D’ora in poi nulla sarà mai più come prima. In quest’Ora decisiva il mistero del Padre sarà finalmente rivelato al mondo: per questo Gesù usa con insistenza le parole “gloria” e “glorificare”. La gloria di una persona, in senso biblico, non è la sua celebrità o il riconoscimento altrui, è il suo valore reale. La gloria di Dio è dunque Dio stesso, che si manifesta agli uomini in tutto lo splendore della sua santità. Si può sostituire il verbo “glorificare” con “manifestare”. In quest’Ora decisiva, Dio sarà glorificato, manifestato nel Figlio, e i credenti “conosceranno” finalmente il Padre, entreranno nella sua intimità che unisce il Figlio al Padre, e che il Figlio comunica agli uomini. Coloro che accoglieranno questa rivelazione e crederanno in Gesù, accederanno a questa intimità del Padre: entreranno nella vera vita: “La vita eterna è che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. Ecco, dalla bocca stessa di Gesù, una definizione della vita eterna: Gesù parla al presente e descrive la vita eterna come lo stato di coloro che conoscono Dio e il Cristo. Noi viviamo già di questa vita dal nostro Battesimo. Parlando dei suoi discepoli, Gesù dice: “Hanno conosciuto veramente che da te sono uscito e hanno creduto che tu mi hai mandato”.  In quel momento solo una parte dell’umanità ha accolto questa rivelazione ed è entrata nella comunione d’amore proposta dal Padre, accettando di prendere il cammino aperto dal Figlio e solo per questi pochi Gesù prega: “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato…”. È il mistero delle scelte di Dio che si ripete: come il Padre aveva scelto Abramo per rivelargli il suo grande progetto, ha scelto alcuni membri della stirpe di Abramo per portare a compimento la rivelazione del suo mistero: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te…”. Per questo piccolo popolo scelto, è venuta l’ora di proseguire l’opera di rivelazione: “Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te”. Gesù ci passa il testimone in qualche modo: ci ha dato tutto, a noi ora darlo agli altri. Bisogna lasciar risuonare in noi l’insistenza di Gesù sulla parola “dare”: il Padre ha dato autorità al Figlio… il Figlio darà la vita eterna agli uomini… il Padre ha dato gli uomini al Figlio… il Padre ha dato le sue parole al Figlio… e il Figlio ha dato queste parole ai suoi fratelli. L’insistenza di Gesù sul verbo “dare” raggiunge tutta la meditazione biblica: la nostra relazione con Dio non si svolge sul registro del calcolo. Ci basta lasciarci amare e colmare della sua grazia in permanenza. La parola “grazia” significa dono gratuito. La logica del dono, della gratuità, è quella del Figlio che vive eternamente in un dialogo d’amore con il Padre. Nel prologo del suo Vangelo Giovanni dice che il Figlio è eternamente “rivolto verso il Padre” (Gv1,18) (“Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. ”l’espressione “nel seno del Padre” (dal greco eis ton kolpon tou Patros) è quella che viene interpretata come: “rivolto verso il Padre” “in intima comunione con il Padr  “nell’intimità del Padre”. Quindi l’idea che il Figlio sia eternamente “orientato verso il Padre” nasce da questo versetto, anche se l’espressione” rivolto verso il Padre” è una parafrasi teologica, non una citazione letterale. E poiché tra loro non c’è ombra, riflette la gloria del Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Tra loro tutto è amore, dialogo, condivisione: “Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie”. Il Prologo del Vangelo di Giovanni si illumina alla lettura di questa preghiera di Gesù, ne è come la trasposizione (Gv1,1-18).

 

+Giovanni D’Ercole

La vita reale in Gesù - il condannato per aver vissuto controcorrente

(Gv 17,11b-19)

 

In Asia Minore si prendevano facilmente di mira le fraternità dei figli di Dio - innocue, eppure considerate una bomba per quel sistema.

Mondo il quale non voleva che qualsivoglia verità alternativa entrasse nel suo immaginario.

Immesse nella morte-risurrezione del Cristo, le comunità di Fede vivevano come una grande famiglia, unita nella carità e comprensione vicendevole - non secondo obblighi sociali già configurati.

Nelle chiese si percepiva il calore dei rapporti fraterni: un nucleo di società alternativa a quella dell’impero, che all’orizzonte del suo universo ben gestito escludeva l’accesso di umili e bisognosi.

La Fede giocava al limite.

In tale contesto, Gesù chiede al Padre un’intima custodia dei credenti, consacrati in Lui (vv.11-13.17.19)... non per toglierli dalle tribolazioni, bensì per l’evangelizzazione.

Procedendo il cammino di Esodo nei suoi, e immergendosi nelle situazioni, la sua Persona, Parola e vicenda prolungava l’atto gesuano della consacrazione del mondo [secondo categorie semitiche].

Non una sorta di protezione di sorelle e fratelli, alla stessa maniera d’una divinità pagana, ma per vivere la pienezza delle Beatitudini.

Tutto ciò, nell’arco di un discernimento profondo, e capacità d’azione incisiva - indotta dal clima fraterno e dal senso di approvazione divino, senza più diktat esterni.

Era il “potere” del «Nome» (vv.11-12): la realtà del nuovo Volto dell’Altissimo, come svelato nella vicenda problematica del Figlio.

Energia primordiale, intima ed empatica, che nei medesimi termini gloriosi e paradossali investiva i discepoli, chiamati a manifestare la condizione divina; diventati ‘come Cristo’.

Persino di fronte alle fatiche, a beffe e ripulse altrui, nell’amore scambievole vissuto in comunità, nella convivialità delle differenze di fedeli e assemblee, si manifestava la terapia e il rilancio di Dio.

Il Padre si svelava amore imprevedibile, proprio nella manifestazione di questa ‘Unità’.

Ma anche la presenza di Gesù non riuscì a proteggere Giuda dall’autodistruzione.

Il suo caso è un risultato speciale, proprio perché non ha avuto fiducia nell’amore e nella Parola della Vita.

Vittima d’influsso e calcolo di false guide esterne.

Qui si spiega l’esclusione del «mondo» dalla preghiera di Gesù (v.9).

 

Gesù promette una gioia contromano: la felicità autentica, la letizia delle radicali ‘differenze’.

Non l’allegria garantita dall’ambiente opulento e dispersivo dell’emporio cosmopolita di riferimento in Gv: Efeso [soprattutto del porto e dell’Artemision].

Cristo non desiderava assicurare l’ilare frenesia d’una religiosità contaminata da ambivalenze e tornaconti.

«Custodire nel Nome» (v.11) avrebbe dovuto essere: avere accesso al Padre, nel Figlio; proprio nel Gratis e nella cruda esperienza del figlio di falegname, così vessato dalle autorità.

In Lui - irradiando la sua eccentricità, trasparenza, e disinteresse - costruire Unità.

Solo nella consapevolezza di tale semenza e concatenazione intima, i discepoli potevano dedicare la vita a testimoniare Altre convinzioni - pur in clima d’intimidazione sociale.

 

Gesù ha trasformato la sua preoccupazione in preghiera.

 

 

[Mercoledì 7.a sett. di Pasqua, 20 maggio 2026]

La vita reale in Gesù - il condannato per aver vissuto controcorrente

(Gv 17,11-19)

 

«Padre santo conservali nel tuo Nome che mi hai dato, affinché siano Uno come noi» (Gv 17,11b).

Nel tempo in cui si facevano avanti ceti sociali intermedi, in un ambiente disincantato come Roma capitale, Domiziano si attribuiva titoli divini anche per tentare di arginare le congiure dell’invidiosa aristocrazia senatoriale da sempre conservatrice, vanitosa e complottista.

In oriente - per questioni culturali - la divinizzazione dell’imperatore era presa più sul serio, sia dai funzionari che dai ranghi dell’esercito, nonché dall’immaginario religioso e sociale delle folle che per consuetudine misterica tendevano a identificare il potere con connubi sacrali.

Per questi motivi, in Asia Minore si prendevano facilmente di mira le fraternità dei figli di Dio - innocue, eppure considerate una bomba per quel sistema, il quale non voleva che qualsivoglia verità alternativa entrasse nel suo mondo.

Immesse nella morte-risurrezione del Cristo, le comunità di Fede vivevano come una grande famiglia, unita nella carità e comprensione vicendevole - non secondo obblighi sociali già configurati.

Nelle chiese si percepiva il calore dei rapporti fraterni: un nucleo di società alternativa a quella dell’impero, che all’orizzonte del suo universo ben gestito escludeva l’accesso di umili e bisognosi.

La Fede giocava al limite.

Così Gesù chiede al Padre un’intima custodia dei credenti, consacrati in Lui (vv.11-13.17.19)... non per toglierli dalle tribolazioni, bensì per l’evangelizzazione.

Procedendo il cammino di esodo nei suoi e immergendosi nelle situazioni, la sua Persona, Parola e vicenda prolungava l’atto gesuano della consacrazione del mondo secondo categorie semitiche.

Non una sorta di protezione di sorelle e fratelli, alla stessa maniera d’una divinità pagana, ma per vivere la pienezza delle Beatitudini.

Tutto ciò, nell’arco di un discernimento profondo, e capacità d’azione incisiva - indotta dal clima fraterno e dal senso di approvazione divino, senza più diktat esterni.

Era il “potere” del «Nome» (vv.11-12): la realtà del nuovo Volto dell’Altissimo, come svelato nella vicenda problematica del Figlio.

Energia primordiale, intima ed empatica, che nei medesimi termini - gloriosi e paradossali - investiva i discepoli, i chiamati a manifestare la condizione divina, diventati come Cristo.

Persino di fronte alle fatiche, a beffe e ripulse altrui, nell’amore scambievole vissuto in comunità, nella convivialità delle differenze di fedeli e chiese, si manifestava la terapia e il rilancio di Dio.

Il Padre si svelava amore imprevedibile, proprio nella manifestazione di questa unità.

 

Ma anche la presenza di Gesù non riuscì a proteggere Giuda dall’autodistruzione.

Il suo caso è un risultato speciale, proprio perché non ha avuto fiducia nell’amore e nella Parola della Vita. Vittima d’influsso e calcolo di false guide esterne.

Qui si spiega l’esclusione del «mondo» dalla preghiera di Gesù (v.9).

In un ambiente chiuso, segnato dal connubio “potere religione interesse”, non si può essere segni umanizzanti.

Senza onda vitale, non si riesce a vivere il senso del Mistero nella vertigine della condivisione, né qualsiasi insegnamento.

Sorelle e fratelli amici devono sempre avere la grazia di essere liberati dal mondo dei doveri conformisti, che talora prendono il sopravvento.

In ciò: «santificati nella verità» - per la missione che riscopre la densità, il ritmo interno e l’effetto a cascata della reciprocità vissuta.

In Gv è pressante tale nitida icona del Signore.

Nel suo congedo non pretende che qualcuno si metta in ginocchio di fronte a Lui; sogna bensì uno spirito di unità fra discepoli, e - appunto - le chiese.

Era l’unica attitudine che potesse consentire di resistere agli attacchi, all’emarginazione e alle lusinghe del mondo romano-ellenistico, in particolare di Efeso, quarta città dell’impero.

Gesù promette una gioia contromano: la felicità autentica, delle radicali “differenze”.

Non la gioia garantita dall’ambiente opulento e dispersivo (soprattutto del porto) dell’emporio cosmopolita di riferimento.

Cristo non desiderava assicurare l’ilare frenesia d’una religiosità contaminata da ambivalenze e tornaconti.

A al proposito, si pensi al grande commercio garantito dall’Artemision, e molti altri luoghi sacri eminenti, spettacolari, radicati nell’impianto urbanistico e nel tessuto della vita cittadina.

L’ideale del Risorto doveva fermentare nel cuore di tutti, anche in quel punto, ambiguo e mondano; non… fuggire in un domani irraggiungibile.

Legame che aveva il suo specchio nell’intensità di relazione Padre-Figlio e nella dignità dei malfermi e fuori-gioco che si aprivano all’Azione dello Spirito.

Come dire: ciò che veniva spacciato per venerando non aveva alcun fondamento umano-divino.

Unico ambito sacro doveva essere la Persona e il rispetto della Verità profonda, difforme, propria dell’intima semenza dei figli; quella senza belletto.

«Custodire nel Nome» era dunque avere accesso al Padre, nel Figlio. In Lui - irradiando la sua eccentricità, trasparenza e disinteresse - costruire Unità.

Solo nella consapevolezza di tale concatenazione i discepoli potevano dedicare la vita a testimoniare altre convinzioni - pur in clima d’intimidazione sociale.

 

Gesù ha trasformato la sua preoccupazione in preghiera.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa pensi di un Gesù condannato per aver vissuto controcorrente? Qual è l'anima e il fondamento che in te vedi riflessi nel Figlio? Come ti apri alla santità di Dio? In che modo ti lanci nel mondo? Per cosa preghi?

Martedì, 12 Maggio 2026 04:38

Consacrati nella Verità

1. “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 19).

Cari fratelli e sorelle, oggi, nella liturgia di questa domenica dopo l’Ascensione del Signore, la Chiesa proclama le parole della preghiera sacerdotale di Cristo. In mezzo agli apostoli riuniti in preghiera nel Cenacolo con Maria, la Madre di Cristo, queste parole risuonano con un’eco ancora attuale. Cristo le ha pronunciate da pochissimo, nel suo discorso d’addio la sera del giovedì santo, prima di entrare nella passione.

Si rivolgeva allora al Padre, come tante altre volte, ma in modo del tutto nuovo. Ha chiesto: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi . . . Custodiscili . . . come io li ho custoditi, come ho vegliato su di loro . . . ma ora io vengo a te . . . Lascio il mondo. . . non chiedo che tu li tolga dal mondo ma che li custodisca dal maligno . . . Consacrali nella verità. La tua parola è verità . . . Coloro che ho mandati nel mondo, come tu hai mandato nel mondo me. Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 11 ss.).

2. Ecco la grande preghiera del cuore di Cristo. Oggi, essa viene pronunciata in questa liturgia che celebriamo nel centro del vostro Paese, ai piedi della basilica del Sacro Cuore. È il linguaggio del cuore del Redentore. Vi si trovano espresse le caratteristiche più profonde che hanno contrassegnato tutta la sua vita, tutta la sua missione messianica. Ecco venuto il momento in cui questa vita e questa missione giungono al loro termine e allo stesso tempo toccano il loro culmine.

Il culmine è questo: “Io consacro me stesso”. Parola misteriosa, profonda, che equivale in un certo senso a dire: “Io mi santifico”, “mi do totalmente al Padre”, o anche “io mi sacrifico”, “offro la mia persona, la mia vita in offerta santa a Dio per gli uomini e, così facendo, essi passano da questo mondo a mio Padre”. È la parola suprema e definitiva, e allo stesso tempo la parola più elevata in quel dialogo che il Figlio intrattiene col Padre. Tramite questa frase egli pone, in un certo senso, il sigillo messianico su tutta l’opera della redenzione.

Allo stesso tempo, in questo “Io consacro me stesso” sono compresi gli apostoli; vi è compresa la Chiesa intera, fino alla fine dei secoli. E anche tutti noi che siamo qui riuniti davanti alla basilica del Sacro Cuore. Nelle parole della preghiera sacerdotale, la Chiesa nasce dalla consacrazione del Figlio al Padre, per nascere successivamente sulla croce quando queste parole “si incarneranno”, quando questo cuore sarà trafitto dalla lancia del centurione romano.

3. Qu’est-ce que Jésus demande pour ses Apôtres, pour l’Eglise, pour nous? Que nous soyons nous aussi consacrés dans la vérité. Cette Vérité, c’est le Verbe du Dieu vivant. Le Verbe du Père, le Fils. Et c’est aussi la parole du Père à travers le Fils. Le Verbe s’est fait chair, puis s’est exprimé, au milieu du monde. Au milieu de l’histoire de l’humanité.

Et en même temps, lui, le Christ, le Verbe incarné, “n’est pas du monde” (Cfr. Io. 17, 14), La Parole qu’il a transmise du Père, la Bonne Nouvelle, l’Evangile, n’est pas du monde. Et ceux qui acceptent entièrement cette Parole peuvent facilement attirer sur eux la haine, par le fait de ne pas être du monde.

Et pourtant, seule cette Parole est Vérité. C’est la vérité ultime. C’est la plénitude de la vérité. Elle tait participer à la Vérité dont vit Dieu lui-même.

A travers l’expression pathétique de la prière sacerdotale, à travers la profonde émotion du Cœur du Christ, l’Eglise a conscience, une fois pour toutes, que seule cette Vérité est salvatrice, qu’il ne lui est permis, à aucune condition, de changer cette Vérité pour quelque autre que ce soit, de la confondre avec quelque autre, même si, humainement, elle semblait plus “vraisemblable”, plus suggestive, plus adaptée à la mentalité du jour.

Par le cri du Cœur de Jésus au Cénacle et par la Croix qui l’a confirmé, l’Eglise se sent affermie dans cette Vérité: consacrée dans la Vérité.

La prière sacerdotale est en même temps une grande “supplication” de l’Eglise. L’Apôtre Paul la reprendra en écrivant à Timothée: “Garde le dépôt” (depositum custodi) (1 Tim. 6, 20), ou encore: “Nevous modelez pas sur le monde présent” (nolite conformari huic saeculo) (Rom. 12, 2), autrement dit, ne devenez pas semblables à ce qui est transitoire, à ce que le monde proclame.

3. Che cosa chiede Gesù per i suoi apostoli, per la Chiesa, per noi? Che anche noi veniamo consacrati nella verità. Questa verità è il Verbo del Dio vivente. Il Verbo del Padre, il Figlio. Ed è anche la parola del Padre attraverso il Figlio: il Verbo si è fatto carne, poi si è espresso, in seno al mondo. In seno alla storia dell’umanità.

Allo stesso tempo egli, Cristo, il Verbo incarnato, “non è del mondo” (cf. Gv 17, 14). La parola che egli ha trasmesso dal Padre, la buona novella, il Vangelo, non è del mondo. E coloro che accettano interamente questa parola possono facilmente attirare l’odio su di sé, per il fatto di non essere del mondo. E tuttavia, solo questa parola è verità. È la verità suprema. È la pienezza della verità. Essa fa partecipare a quella verità della quale vive lo stesso Dio.

Tramite l’espressione appassionata della preghiera sacerdotale, attraverso la profonda emozione del cuore di Cristo, la Chiesa ha coscienza, una volta per tutte, che solo questa verità è salvifica, che non le è consentito, a nessuna condizione, cambiare questa verità a favore di qualunque altra, confonderla con qualunque altra, anche se, umanamente, essa dovesse sembrare più verosimile, più suggestiva, più adatta alla mentalità odierna. Attraverso il grido del cuore di Gesù nel cenacolo e attraverso la croce che l’ha confermato, la Chiesa si sente consolidata in questa verità: consacrata nella verità.

La preghiera sacerdotale è nello stesso tempo una grande “supplica” della Chiesa. L’apostolo Paolo la riprenderà scrivendo a Timoteo: “Custodisci il deposito . . .” (1 Tm 6, 20), o ancora: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo” (Rm 12, 2), in altre parole, non divenite simili a ciò che è transitorio, a ciò che proclama il mondo.

4. Telle est la grande prière du Cœur du Rédempteur. Elle explique tout le dessein de la Rédemption et la Rédemption trouve en elle son explication.

Que demande le Fils au Père? “Garde mes disciples dans la fidélité à ton nom que tu m’as donné en partage, pour qu’ils soient un, comme nous-mêmes” (Io. 17, 11).

L’Eglise naît de cette prière du Cœur de Jésus avec la marque de l’Unité divine. Pas seulement de l’unité humaine, sociologique, mais de l’Unité divine “pour qui’ls soient un comme nous” (Ibid. 17, 22), “Comme toi, Père, tu es en moi et moi en toi” (Ibid. 17, 21). Cette unité est le fruit de l’amour.

“Si nous nous aimons les uns les autres, Dieu demeure en nous . . .”. Nous reconnaissons que nous demeurons en lui et lui en nous, à ce qu’il nous donne part à son Esprit . . . Dieu est amour: “Celui qui demeure dans l’amour demeure en Dieu, et Dieu en lui” (1 Io. 4, 12-13. 16).

Il s’agit donc de l’unité qui a son origine en Dieu. L’Unité qui est en Dieu est la vie du Père dans le Fils et la vie du Fils dans le Père, dans l’unité de l’Esprit Saint. L’unité en laquelle Dieu un et trine se communique dans l’Esprit Saint aux cœurs humains, aux consciences humaines, aux communautés humaines.

Cette unité doit être vécue, concrètement, au niveau de chaque famille chrétienne, de chaque communauté ecclésiale, de chaque Eglise locale, de l’Eglise universelle, comme un reflet du mystère de l’unité en Dieu.

Cette unité stimule aussi l’esprit communautaire dans la communauté mondiale.

4. Tale è la grande preghiera del cuore del Redentore. Essa spiega tutto il disegno della redenzione e la redenzione trova in essa la propria spiegazione. Cosa chiede il Figlio al Padre? “Custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17, 11). Da questa preghiera del cuore di Gesù la Chiesa nasce col segno dell’unità divina. Non solo dell’unità umana, sociologica, ma dell’unità divina “perché siano come noi una cosa sola” (Gv 17, 22). “Come tu, Padre, sei in me e io in te” (Gv 17, 21). Questa unità è frutto dell’amore. “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in a questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito . . . Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4, 12-13. 16).

Si tratta dunque dell’unità che ha la propria origine in Dio. L’unità che è in Dio è la vita del Padre nel Figlio e la vita del Figlio nel Padre, nell’unità dello Spirito Santo. L’unità nella quale Dio uno e trino si comunica nello Spirito Santo ai cuori umani, alle coscienze umane, alle comunità umane. Questa unità deve essere vissuta concretamente, a livello di ogni famiglia cristiana, di ogni comunità ecclesiale, di ogni Chiesa locale, della Chiesa universale, come un riflesso del mistero dell’unità di Dio. Questa unità stimola anche lo spirito comunitario nella società, nella nazione, nella comunità mondiale.

5. “Siano una cosa sola, come noi”! L’unità ereditata da Cristo trova la sua prima realizzazione nel matrimonio e nella famiglia, in quella Chiesa che è il focolare.

Tale è il disegno del Creatore sin dall’origine: “L’uomo si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen 2, 24). Tale è allo stesso modo il destino degli uomini e delle donne redenti da Gesù Cristo: l’unione sacramentale degli sposi diviene il segno dell’amore totale di Cristo per la sua Chiesa, della sua indissolubile unione con essa. “Questo mistero è grande” (cf. Ef 5, 32). Questo dono reciproco dei coniugi per la vita sarà ispirato da un amore umano totale, fedele, esclusivo e aperto a nuove vite (cf. Humanae vitae, 9). Gli sposi cristiani terranno sempre a cuore di meditare il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia e di corrispondere a ciò che Dio si aspetta da loro nei rapporti interpersonali, nella trasmissione della vita, nella castità coniugale, nell’educazione dei figli e nella partecipazione allo sviluppo della società secondo la dottrina della Chiesa che ho ricordato loro nell’esortazione apostolica Familiaris consortio echeggiando quanto avevano espresso i vescovi del mondo intero nel Sinodo del 1980.

Sono dunque felice di rivolgermi specialmente a voi, cari sposi e genitori che siete venuti a questa Eucaristia in famiglia. Voi sapete, sia tramite l’insegnamento della Chiesa che per vostra esperienza, tutto ciò che è richiesto dal quotidiano rinnovamento del vostro amore coniugale e di genitori. Esso acquista, nei sentimenti e nelle azioni, ogni giorno un volto concreto, nel quale la carne è sostegno ed espressione dell’unità nello spirito; presuppone in particolare: una sensibile attenzione all’altro, un atteggiamento di riconoscenza per ciò che è e che vi apporta, la volontà di far sbocciare in lui ciò che vi è di meglio, il condividere gioie e prove bandendo incessantemente l’egoismo e l’orgoglio, il dedicare del tempo a un dialogo sincero su tutto ciò che vi sta a cuore, il condividere il “pane” quotidiano, e, se necessario, il perdono, come chiediamo nel “Padre nostro”. In queste condizioni, il vostro amore vi colma di gioia e risplende nel vostro focolare e al di là di esso.

Soprattutto non dimenticate mai che la vostra unità, la vostra fedeltà, lo splendore del vostro amore sono grazie che vengono da Dio, dal seno della Trinità. Il sacramento del matrimonio vi permette di attingervi costantemente. Ma è necessario che chiediate spesso a Dio, che è amore, di aiutarvi a dimorare nell’amore (cf. 1 Gv 4, 16). Quale forza, quale testimonianza, quando avete la semplicità di pregare in famiglia, genitori e figli! Insieme, davanti al Padre, davanti al Salvatore, tutta la vostra vita può ritrovare luminosità e gioia. Allora, veramente, la famiglia merita il suo nome di Chiesa domestica.

6. “Padre, custodiscili nel tuo nome”! Questa preghiera di Gesù per i discepoli, non è forse quella dei genitori per i loro figli?

Il vostro amore profondo tra coniugi, “nella verità”, e il vostro comune amore per i vostri figli costituiscono per essi il primo libro nel quale leggono l’amore di Dio.

Questa lettura resta iscritta per sempre nel ricordo del loro cuore e li dispone ad accettare, liberamente, la rivelazione della tenerezza di Dio. Certo, ai giorni nostri la solidarietà familiare non è sempre un compito facile. I figli che avete chiamato alla vita e ai quali avete dato il meglio di voi stessi, influenzati da una società che ha i suoi valori e i suoi disvalori, scelgono talvolta altre strade, speriamo per un piccolo lasso di tempo. Sono, per voi, momenti di sofferenza ma anche di profonda devozione. Con voi, io prego come fece Gesù: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno” (Gv 17, 15).

Le famiglie cristiane rimangono uno spazio privilegiato per la trasmissione del Vangelo, non solo ai figli, ma ai vicini, a tutta la comunità ecclesiale. Esse possono offrire una casa ospitale a chi ha delle preoccupazioni, ai bambini che non ricevono abbastanza amore a casa propria, ai giovani che desiderano approfondire la propria fede per prepararsi alla cresima o al matrimonio. Nelle famiglie cristiane, i giovani imparano anche tramite l’esempio dei genitori a impegnarsi per gli altri, sia in parrocchia che negli altri luoghi in cui sono presenti.

Cari genitori, il modo in cui Pietro propone, nella prima lettura di questa cerimonia, di scegliere un nuovo “testimone della risurrezione di Gesù”, un nuovo apostolo (At 1, 22) vi ha forse colpito. Questa scelta è stata preparata dalla preghiera: “Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostraci quale di questi due hai designato” (At 1, 24).

Il Signore conosce i cuori dei giovani di questo tempo. Conosce anche la loro generosità, talvolta frenata dagli adulti. Conosce anche il cuore dei vostri figli. Pregate perché possano scoprire la loro vocazione e siate riconoscenti se scelgono la via del Vangelo!

E voi, cari figli, la cosa più bella che potete chiedere ai vostri genitori è quella che chiedevano gli apostoli a Gesù: “Insegnaci a pregare”. D’altra parte, siate felici se i vostri genitori fanno molto per gli altri, anche se il loro impegno vi priva, certe sere, della loro presenza a casa. Voi stessi cercate sempre d’essere più fraterni tra di voi, in famiglia. E cercate di fare già della vostra vita un servizio per gli altri. Questa parola di Gesù è anche per voi: “Come il Padre mi ha mandato nel mondo, anch’io vi ho mandato nel mondo”.

7. “Quils soient un comme nous sommes un” (Io. 17, 11).

Au-delà de la famille, cette prière de Jésus vaut pour toutes les communautés de ses disciples, partout où elles se réalisent, pour vos communautés paroissiales, pour vos mouvements chrétiens largement représentés ici. Puisse-t-on y trouver toujours l’unité héritée du Christ! La fidélité à sa Vérité! L’accueil fraternel et le soutien effectif des membres qui sont dans le besoin, étrangers ou malades.

Je salue ici avec une particulière affection les malades et les handicapés, spécialement ceux qui participaient hier aux “Spartakiades”.

Chers Frères et Sœurs,

pour vous - comme pour vos familles et pour tous ceux qui n’ont pas pu être présents ici à cause de l’âge ou de la maladie -, je demande à Dieu, non seulement de vous garder en son Nom, mais de faire de vous, en ce monde, partout où vous conduisent vos relations et votre travail professionnel, les témoins de sa Vérité, de son amour. Pour donner un témoignage direct sur le Christ Sauveur, sur sa Bonne Nouvelle, de façon à faciliter à vos contemporains l’accès à la foi. Et pour contribuer, avec eux, à mettre votre société sur les chemins de la paix, de la justice, de la fidélité, de la fraternité, qui correspondent au Règne de Dieu.

7. “Perché siano una cosa sola, come noi” (Gv 17, 11). Al di là della famiglia, questa preghiera di Gesù vale per tutte le comunità dei suoi discepoli, ovunque si realizzano, per le vostre comunità parrocchiali, per i vostri movimenti cristiani qui largamente rappresentati. Vi si possa sempre trovare l’unità ereditata da Cristo! La fedeltà alla sua verità! L’accoglimento fraterno e il sostegno effettivo delle persone che sono nel bisogno, straniere o malate. Saluto qui con particolare affetto i malati e gli handicappati, specialmente quelli che hanno partecipato ieri alle “Spartakiadi”.

Cari fratelli e sorelle, per voi - come per le vostre famiglie e per tutti coloro che non hanno potuto essere qui presenti a causa dell’età o della malattia - io chiedo a Dio, non solo di conservarvi nel suo nome, ma anche di fare di voi, in questo mondo, ovunque vi portino i vostri rapporti sociali e il vostro lavoro professionale, i testimoni della sua verità, del suo amore, per dare testimonianza diretta di Cristo Salvatore, della sua buona novella, in modo da facilitare ai vostri contemporanei l’accesso alla fede e per contribuire, con essi, a mettere la vostra società sulle vie della pace, della giustizia, della devozione, della fraternità, che corrispondono al regno di Dio.

8. L’unité héritée des Apôtres, c’est celle de l’Eglise universelle, confiée aux évêques en communion étroite avec le successeur de Pierre. Elle est présente en chacune des Eglises locales, à commencer par la vénérable Eglise qui est à Malines-Bruxelles, Mechelen-Brussel, celle qui est à Antwerpen, à Brugge, à Gent, à Liège, à Namur, que je suis heureux de visiter aussi.

Je salue particulièrement les fidèles qui sont venus des diocèses de Tournai et de Hasselt. Le temps nécessairement limité de mon séjour dans votre pays ne me permet pas de vous rencontrer dans vos diocèses mêmes. Mais je vous remercie d'être venus ici en grand nombre pour me rencontrer.

Chers chrétiens du diocèse de Tournai, vous appartenez à un diocèse d’une tradition très riche. Aujourd’hui, vous essayez d’être des témoins fidèles de l’Evangile dans une période difficile. Vous vivez dans une des provinces belges les plus touchées par la crise économique. Comme chrétiens pratiquants, vous êtes souvent une minorité au milieu de beaucoup d’autres personnes que vous aimez et que vous voulez servir. Dans cette situation, je vous encourage à garder la paix et la joie. Car, comme le dit la devise de votre évêque, “la joie du Seigneur, c’est notre force”.

8. L’unità ereditata dagli apostoli, è quella della Chiesa universale, affidata ai vescovi in stretta comunione col successore di Pietro. Essa è presente a Bruges, a Gand, a Liegi, a Namur, che sono felice di visitare.

Saluto in modo particolare i fedeli giunti dalle diocesi di Tournai e di Hasselt. Il tempo necessariamente limitato del mio soggiorno nel vostro Paese non mi permette di incontrarmi con voi nelle vostre diocesi. Vi ringrazio però d’esser venuti qui in gran numero per incontrarvi con me.

Cari cristiani della diocesi di Tournai, voi appartenete a una diocesi dalla ricchissima tradizione. Oggi voi cercate d’essere testimoni fedeli del Vangelo in un periodo difficile. Vivete in una delle province del Belgio più colpite dalla crisi economica. Come cristiani praticanti, siete spesso una minoranza in mezzo a molte altre persone che amate e che volete servire. In questa situazione, vi incoraggio a conservare la pace e la gioia, poiché, come dice il motto del vostro vescovo, “la gioia del Signore è la nostra forza”.

Cari cristiani della diocesi di Hasselt, voi cercate di approfondire la fede nella vostra comunità per mezzo di molteplici iniziative d’animazione pastorale. Nella vostra diocesi i giovani sono molto numerosi. Grazie alla formazione ricevuta nei loro movimenti e nei gruppi di spiritualità, essi cercano di essere testimoni del Vangelo ovunque vivono. Siate solidali nella crisi economica che vi colpisce così duramente. Continuate a sviluppare il dialogo tra le culture degli autoctoni e degli immigrati della vostra diocesi. E che la santa Vergine, “ragione della nostra gioia”, venerata a Tongres, il più antico luogo di venerazione mariana dell’Europa settentrionale, sia per ciascuno di voi una fonte di continua gioia!

Sì, nel nome di Gesù, ripeto la sua preghiera sacerdotale per ciascuna delle vostre Chiese, per il suo vescovo, il pastore che ha l’incarico di radunarla nell’unità, di vegliare su di essa come Gesù sui suoi discepoli, di conservarla nella fedeltà al nome del Signore, nella fedeltà alla tradizione apostolica, in unione con la Sede apostolica di Roma, di farla procedere nell’amore che viene da Dio.

9. In questo luogo, che è la capitale del Paese, come non pensare alla nazione belga tutt’intera? Questa terra nella quale vivete ha avuto una storia movimentata; ha dovuto lottare per conservare la propria personalità culturale, economica, amministrativa, politica e anche religiosa. La ricca personalità di questa nazione e la sua disponibilità sono del resto state spesso fonte di scambi culturali, artistici ed economici con tutti i Paesi che la circondano. Non perdete la vostra ricca personalità, la vostra comunione nella pace, la reciproca stima e il dialogo tra le diverse comunità belghe e straniere. Siatene consapevoli: le cose che vi uniscono sono più di quelle che vi dividono. Coltivate questo modello di convivenza che può essere d’esempio al mondo. Fondatelo sull’amore, sul rispetto delle istituzioni della nazione, dei suoi governi e del re, nella fedeltà alla civiltà cristiana che tanto vi ha segnati.

10. Zusammen mit dem Nachfolger des heiligen Petrus betet die Kirche dieses Landes heute mit den Worten des Psalms:

“Lobe den Herrn meine Seele und alles in mir seinen heiligen Namen!” (Ps. 103, 1).

Der Name Gottes ist uns in seiner Fülle durch Jesus Christus offenbart worden. Er ist ”unser Vater“: Gott, der die Liebe ist, der uns zuerst geliebt hat, der am Anfang wie am Ziel unseres Lebens steht, der uns auf dem Weg ständig begleitet, auch dort, wo das Leben hart mit uns umgeht, auch dann, wenn wir nicht nach dem Maß seiner Liebe gelebt haben; Gott, der uns an seinem göttlichen Leben teilhaben läßt, der uns mit der Freude Christi erfüllt, seines vielgeliebten Sohnes (Cfr. Io. 17, 13).

Ja, ”Vater unser im Himmel, geheiligt werde dein Name, dein Reich komme, dein Wille geschehe . . .!“.

Das Gebet, das uns Jesus Christus selbst gelehrt hat, ist tief im Hohenpriesterlichen Gebet des Abendmahlssaales verwurzelt.

”Lobe den Herrn meine Seele, und vergiß nicht, was er dir Guten getan hat“ (Ps. 103, 27).

Vergiß es nicht!

Liebe Mitchristen deutscher Sprache, vergeßt nicht das Erbe so vieler Generationen des Bundes mit Gott in der Kirche Christi, vergeßt es nicht!

Chers chrétiens d’expression française, n’oubliez pas l’héritage de tant de générations de l’Alliance avec Dieu dans l’Eglise du Christ, n’oubliez pas!

10. Oggi, la Chiesa di questo Paese prega insieme al successore di Pietro con le parole del salmo: “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome” (Sal 103, 1). Il nome di Dio ci è stato rivelato nella pienezza di Gesù Cristo: è “Padre nostro”: Dio che è amore, che è stato il primo ad amarci, che è all’origine della nostra vita, al suo orizzonte, è continuamente in cammino con noi, anche se la vita ci ferisce, anche se noi non siamo vissuti all’altezza del suo amore; Dio che ci fa partecipare alla sua vita divina, che ci fa avere la pienezza della gioia di Cristo, il Figlio suo diletto (cf. Gv 17, 13).

Sì, Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà . . .! La preghiera che ci ha insegnato Gesù Cristo è profondamente radicata nella preghiera sacerdotale del Cenacolo. “Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici” (Sal 103, 2). Non dimenticare!

Cari cristiani di lingua tedesca, non dimenticate l’eredità di tante generazioni dell’alleanza di Dio con la Chiesa di Cristo, non dimenticate!

Cari cristiani di lingua fiamminga, non dimenticate l’eredità di tante generazioni dell’alleanza con Dio nella Chiesa di Cristo, non dimenticate!

Cari cristiani di lingua francese, non dimenticate l’eredità di tante generazioni dell’alleanza con Dio nella Chiesa di Cristo, non dimenticate!

[Papa Giovanni Paolo II, omelia a Bruxelles 19 maggio 1985]

Martedì, 12 Maggio 2026 04:28

Custodiscili dalle divisioni

Nelle ultime catechesi, abbiamo cercato di mettere in luce la natura e la bellezza della Chiesa, e ci siamo chiesti che cosa comporta per ciascuno di noi far parte di questo popolo, popolo di Dio che è la Chiesa. Non dobbiamo, però, dimenticare che ci sono tanti fratelli che condividono con noi la fede in Cristo, ma che appartengono ad altre confessioni o a tradizioni differenti dalla nostra. Molti si sono rassegnati a questa divisione - anche dentro alla nostra Chiesa cattolica si sono rassegnati - che nel corso della storia è stata spesso causa di conflitti e di sofferenze, anche di guerre e questo è una vergogna! Anche oggi i rapporti non sono sempre improntati al rispetto e alla cordialità… Ma, mi domando: noi, come ci poniamo di fronte a tutto questo? Siamo anche noi rassegnati, se non addirittura indifferenti a questa divisione? Oppure crediamo fermamente che si possa e si debba camminare nella direzione della riconciliazione e della piena comunione? La piena comunione, cioè poter partecipare tutti insieme al corpo e al sangue di Cristo.

Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo. Sappiamo bene quanto stesse a cuore a Gesù che i suoi discepoli rimanessero uniti nel suo amore. Basta pensare alle sue parole riportate nel capitolo diciassettesimo del Vangelo di Giovanni, la preghiera rivolta al Padre nell’imminenza della passione: «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi» (Gv 17,11). Questa unità era già minacciata mentre Gesù era ancora tra i suoi: nel Vangelo, infatti, si ricorda che gli apostoli discutevano tra loro su chi fosse il più grande, il più importante (cfr Lc 9,46). Il Signore, però, ha insistito tanto sull’unità nel nome del Padre, facendoci intendere che il nostro annuncio e la nostra testimonianza saranno tanto più credibili quanto più noi per primi saremo capaci di vivere in comunione e di volerci bene. È quello che i suoi apostoli, con la grazia dello Spirito Santo, poi compresero profondamente e si presero a cuore, tanto che san Paolo arriverà a implorare la comunità di Corinto con queste parole: «Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire» (1 Cor 1,10).

Durante il suo cammino nella storia, la Chiesa è tentata dal maligno, che cerca di dividerla, e purtroppo è stata segnata da separazioni gravi e dolorose. Sono divisioni che a volte si sono protratte a lungo nel tempo, fino ad oggi, per cui risulta ormai difficile ricostruirne tutte le motivazioni e soprattutto trovare delle possibili soluzioni. Le ragioni che hanno portato alle fratture e alle separazioni possono essere le più diverse: dalle divergenze su principi dogmatici e morali e su concezioni teologiche e pastorali differenti, ai motivi politici e di convenienza, fino agli scontri dovuti ad antipatie e ambizioni personali… Quello che è certo è che, in un modo o nell’altro, dietro queste lacerazioni ci sono sempre la superbia e l’egoismo, che sono causa di ogni disaccordo e che ci rendono intolleranti, incapaci di ascoltare e di accettare chi ha una visione o una posizione diversa dalla nostra.

Ora, di fronte a tutto questo, c’è qualcosa che ognuno di noi, come membri della santa madre Chiesa, possiamo e dobbiamo fare? Senz’altro non deve mancare la preghiera, in continuità e in comunione con quella di Gesù, la preghiera per l’unità dei cristiani. E insieme con la preghiera, il Signore ci chiede una rinnovata apertura: ci chiede di non chiuderci al dialogo e all’incontro, ma di cogliere tutto ciò che di valido e di positivo ci viene offerto anche da chi la pensa diversamente da noi o si pone su posizioni differenti. Ci chiede di non fissare lo sguardo su ciò che ci divide, ma piuttosto su quello che ci unisce, cercando di meglio conoscere e amare Gesù e condividere la ricchezza del suo amore. E questo comporta concretamente l’adesione alla verità, insieme con la capacità di perdonarsi, di sentirsi parte della stessa famiglia cristiana, di considerarsi l’uno un dono per l’altro e fare insieme tante cose buone, e opere di carità.

È un dolore ma ci sono divisioni, ci sono cristiani divisi, ci siamo divisi fra di noi. Ma tutti abbiamo qualcosa in comune: tutti crediamo in Gesù Cristo, il Signore. Tutti crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, e tutti camminiamo insieme, siamo in cammino. Aiutiamoci l’un l’altro! Ma tu la pensi così, tu la pensi così … In tutte le comunità ci sono bravi teologi: che loro discutano, che loro cerchino la verità teologica perché è un dovere, ma noi camminiamo insieme, pregando l’uno per l’altro e facendo opere di carità. E così facciamo la comunione in cammino. Questo si chiama ecumenismo spirituale: camminare il cammino della vita tutti insieme nella nostra fede, in Gesù Cristo il Signore. Si dice che non si deve parlare di cose personali, ma non resisto alla tentazione. Stiamo parlando di comunione … comunione tra noi. Ed oggi, io sono tanto grato al Signore perché oggi sono 70 anni che ho fatto la Prima Comunione. Ma fare la Prima Comunione tutti noi dobbiamo sapere che significa entrare in comunione con gli altri, in comunione con i fratelli della nostra Chiesa, ma anche in comunione con tutti quelli che appartengono a comunità diverse ma credono in Gesù. Ringraziamo il Signore per il nostro Battesimo, ringraziamo il Signore per la nostra comunione, e perché questa comunione finisca per essere di tutti, insieme.

Cari amici, andiamo avanti allora verso la piena unità! La storia ci ha separato, ma siamo in cammino verso la riconciliazione e la comunione! E questo è vero! E questo dobbiamo difenderlo! Tutti siamo in cammino verso la comunione. E quando la meta ci può sembrare troppo distante, quasi irraggiungibile, e ci sentiamo presi dallo sconforto, ci rincuori l’idea che Dio non può chiudere l’orecchio alla voce del proprio Figlio Gesù e non esaudire la sua e la nostra preghiera, affinché tutti i cristiani siano davvero una cosa sola.

[Papa Francesco, Udienza Generale 8 ottobre 2014]

Lunedì, 11 Maggio 2026 12:40

Ascensione

(Gv 17,1-11a)

 

Anche nel quarto Vangelo l’ultima cena è seguita dalla preghiera di Gesù, ma a differenza dei Sinottici, Gv la colloca nello stesso luogo del Cenacolo.

Nel racconto dei primi tre Vangeli, diverse note ragguagliano sull’intima ripugnanza del Signore a proposito della Croce - da cui però non si sottrae, da cui non si lascia sovrastare.

Qui chiede al Padre solo la qualità indistruttibile di Vita dell’Eterno in favore dei suoi, che hanno già avuto conoscenza dell’intimità di Dio: essa apre ogni riverbero.

Riconoscere costituito Signore il Figlio dell’uomo significa accettare una nuova forma di esistenza nello Spirito.

Come un Vento che [rigenerando dall’interno] si rende tramite e continuatore dell’opera di creazione.

Siamo testimoni di una Relazione fondante, gloriosa, ossia di valore tale da riattivare ogni destino - oltre le concatenazioni.

Tale piattaforma sorvola il senso d’indegnità.

Su di essa, eccoci abilitati a diventare ovunque appassionati ‘inventori di strade’.

Introdotti in una Comunione che è già qui e ora «Vita dell’Eterno» (vv.2-3). Essa scaturisce dal ‘conoscere’ il Padre e il Figlio.

E si concentra in un’Ora (v.1): allusione che aveva percorso tutto il quarto Vangelo.

L’esistenza di Gesù converge nella crudezza feconda di quel punto, che dà spessore a ogni cosa.

 

Il testo si distingue dalle catechesi precedenti, perché più amicale che d’insegnamento.

Il Maestro ripercorre la sua vicenda come impegno a manifestare il Padre, per farci divenire segni del suo Volto.

Cristo comprende che i figli sono sottoposti a seduzioni, e rischiano di smarrire il senso del credere in Lui. Infatti fanno ancora difficoltà a capire che la Gloria non è frutto di vittoria mondana.

«Gloria» in Gv è sinonimo di manifestazione del Volto dell’Eterno Amore nell’innalzamento della Croce.

Presenza del Dio-Con - svelamento della sua confidenza, comprensione, tenerezza, recupero dei lati opposti.

In tal guisa, Gloria del Risorto non è una Relazione che rimane chiusa in Cielo, fra Padre e Figlio.

Questi ha dato ai suoi intimi il «Nome» (vv.6.11) ossia ha rivelato il Padre e dato accesso alla sua Persona reale - incluse le lotte intraprese.

Persona che ci alimenta con la Parola, e il senso delle sue vicende.

Tale Voce inconfondibile ricorda che ogni travaglio può farci entrare più a fondo con Gesù nella Gloria e nell’eternità del Padre.

La vita intima di Dio è intensità d’intesa; reciprocità che sfocia in connubio dilatato, apertissimo, ferace, tendente a trasmutare ogni tribolazione in appello a nuova kabôd-gloria.

Si tratta del peso specifico [qualitativo] che assume il credente in un Cielo anche percepibile dai sensi.

 

Qualsiasi difficoltà, angoscia, insicurezza, ora diventa addirittura un punto cui convergere.

Come il Signore, i discepoli non vanno alla morte, ma sulla Via della Vita completa che annienta le lontananze.

Tutto ciò grazie a un’unità che devia le abitudini e pone in contatto con le energie dell’intimo legame primordiale, fonte-e-culmine, Padre-Figlio.

 

 

[Martedì 7.a sett. di Pasqua, 19 maggio 2026]

(Gv 17,1-11a)

 

Anche nel quarto Vangelo l’ultima cena è seguita dalla preghiera di Gesù, ma a differenza dei Sinottici, Gv la colloca nello stesso luogo del Cenacolo.

Nel racconto dei primi tre Vangeli, diverse note ragguagliano sull’intima ripugnanza del Signore a proposito della Croce - da cui però non si sottrae, da cui non si lascia sovrastare.

Qui chiede al Padre solo la qualità indistruttibile di Vita dell’Eterno in favore dei suoi, che hanno già avuto conoscenza dell’intimità di Dio: essa apre ogni riverbero.

Riconoscere costituito Signore il Figlio dell’uomo significa accettare una nuova forma di esistenza nello Spirito.

Come un Vento che [rigenerando dall’interno] si rende tramite e continuatore dell’opera di creazione.

Natura, carattere e fine della Missione di Salvezza non potevano essere minati dalla normale appartenenza alle precettistiche e pie devozioni del «mondo» (vv.9.11). Configurazioni sempre attente ad avvertirci su quel che potrebbe capitare se...

La Relazione Padre-Figlio orienta i discepoli, ma lo Spirito che dà impulso non avverte sul destino che li attende. Perché?

Non andiamo a cuor leggero verso fatiche, lacrime, umiliazioni - ma in realtà [attraverso una morte] stiamo andando come Cristo, al Padre.

Siamo protesi alla trasmutazione di stato che nella storia degli uomini porge redenzione, balenante negli stessi segni del Figlio, accomunato al disegno eccellente di Dio.

Siamo testimoni di una Relazione fondante, gloriosa, ossia di valore tale da metterci in grado di rielaborare culture appiattite sulla dimensione cronologica delle concatenazioni causa-effetto. Tutto ciò, per riattivare ogni destino.

Tale piattaforma sorvola il senso d’indegnità.

Su di essa, eccoci abilitati a diventare ovunque appassionati ‘inventori di strade’.

Eccoci, non più massa destinata a rimuginare le imperfezioni - o le devianze dallo standard, ossessivamente rilevate dalla legge religiosa ufficiale, nonché dalle mode.

Introdotti in una Comunione che è già qui e ora Vita dell’Eterno. Non di contrabbando, non di maniera.

 

La «Vita dell’Eterno» (vv.2-3) scaturisce dal ‘conoscere’ il Padre e il Figlio. Essa si concentra in un’Ora (v.1): allusione che aveva percorso tutto il quarto Vangelo.

L’esistenza di Gesù converge nella crudezza feconda di quel punto, che dà spessore a ogni cosa: perché nel Figlio e nei figli si manifesta una duplice «glorificazione».

Da un lato, l’aspetto insolito di un Dio che non intende affatto essere obbedito e riverito: dal passo estraneo alla normale devozione che chiudeva tutti nel recinto delle prescrizioni e del pensiero omologato.

Dall’altro, in noi stessi che partecipiamo di tale spinta verso il basso, che ci eleva - quel che rimane del mondo di Cristo - ecco sorgere differenti presenze logiche, e un diverso principio vitale.

Alterità, perfino sogni di fuga, che appunto Lo palesano e gli rendono gloria.

Tutto ciò grazie a un’unità che devia le abitudini e pone in contatto con le grandi energie intime e creaturali, fatte riflesso d’una differente natura di attinenze: del legame primordiale, fonte-e-culmine, Padre-Figlio.

 

Il capitolo 17 conclude la vasta riflessione dei passi precedenti con un’orazione accorata e preoccupata del Signore per le sue chiese, sottoposte a distrazioni, dubbi, fatiche.

La Preghiera Sacerdotale voleva far interiorizzare ai credenti il senso del momento penoso che le comunità giovannee stavano attraversando.

Il testo si distingue dalle catechesi precedenti, perché più amicale che d’insegnamento.

Il Maestro ripercorre la sua vicenda come impegno a manifestare il Padre, per farci divenire segni del suo Volto.

Cristo comprende che i figli sono sottoposti a seduzioni, e rischiano di smarrire il senso del credere in Lui.

Infatti fanno ancora difficoltà a capire che la Gloria non è frutto di vittoria mondana.

«Gloria» in Gv è sinonimo di manifestazione del Volto dell’Eterno Amore nell’innalzamento della Croce.

Presenza del Dio-Con - svelamento della sua confidenza, comprensione, tenerezza, recupero dei lati opposti.

In tal guisa, Gloria del Risorto non è una Relazione che rimane chiusa in Cielo, fra Padre e Figlio.

Questi ha dato ai suoi intimi il «Nome» (vv.6.11) ossia ha rivelato il Padre e dato accesso alla sua Persona reale - incluse le lotte intraprese.

Persona che ci alimenta con la Parola, e il senso delle sue vicende.

Tale Voce inconfondibile ricorda che ogni travaglio può farci entrare più a fondo con Gesù nella Gloria e nell’eternità del Padre.

La vita intima di Dio è intensità d’intesa; reciprocità che sfocia in connubio dilatato, apertissimo, ferace, tendente a trasmutare ogni tribolazione in appello a nuova kabôd-gloria.

Si tratta del peso specifico [qualitativo] che assume il credente in un Cielo anche percepibile dai sensi.

«Possiamo paragonare l’unione tra Cristo e noi all’unione tra due candele di cera, unite insieme così strettamente che emettono una luce sola» (s. Teresa d’Avila, Mansioni, VII).

 

Qualsiasi difficoltà, angoscia, insicurezza, ora diventa addirittura un punto cui convergere.

Come il Signore, i discepoli non vanno alla morte, ma sulla Via della Vita completa che annienta le lontananze.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa ritieni «glorioso»?

Come penetri nell’intimità del Figlio col Padre?

 

 

 

Amare è creare: Gloria che volta pagina

 

Comandamento Liberazione. Causa Fonte

(Gv 13,31-35)

 

Giuda è fra i convitati, ma non assimila il Pane. Lo prende, sì. Ma non lo fa proprio.

Lo prende e se ne va, per correre dietro alle sue illusioni di avere e potere. Per inseguire il patto occulto, con le vecchie guide spirituali.

Così «sprofonda nella notte». Richiamo per ciascuno di noi.

Malgrado ciò, la Gloria divina si manifesta - perfino nel limite. È Amore senza condizioni previe. Differenza tra relazione di Fede e codice delle devozioni.

Paradossale realizzazione. Fonte e Culmine del Nucleo dell’Essere. Svelamento e Manifestazione di ciò che Dio stesso è.

 

Siamo nell’«Ora»: annunciata da tutto lo svolgimento del quarto Vangelo. Amore che non dipende.

Amore invincibile, che non viene meno neppure a seguito delle nostre incertezze e flessioni, o dei nostri rinnegamenti.

Noi che dovremmo essere i Suoi Intimi. Amici e Fratelli del «Figlio dell’uomo».

 

«Figlio dell’uomo» designa già dal Primo Testamento il carattere d’una santità che supera la fiction antica dei dominatori, i quali si accavallavano uno sull’altro recitando lo stesso copione.

La massa permaneva a bocca asciutta: qualsiasi fosse il sovrano che s’impadroniva del potere, la folla minuta restava sottomessa e soffocata.

Identica norma vigeva nelle religioni, i cui capi elargivano al popolo una forte pulsione da orda e il contentino dei gregari.

 

Invece nel Regno di Gesù devono mancare i ranghi - per questo la sua proposta non collima con le ambizioni delle autorità, e con le stesse aspettative degli Apostoli.

Anch’essi volevano “contare”. 

Ma appunto «Figlio dell’uomo» è la persona secondo un criterio di umanizzazione, non una belva che prevale perché più forte delle altre [cf. Dan 7].

Ciascun uomo col cuore di carne - non di bestia, né di pietra - è persona comprensiva, capace di ascolto, sempre attenta ai bisogni dell’altro, che mette se stessa a disposizione.

Tutto ciò allude alla dimensione larga della santità; trasmissibile a chiunque, e creativa come l’amore, quindi tutta da scoprire! 

 

Nei Vangeli il «Figlio dell’uomo» è lo sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.

Tale disegno non è ostacolato dai frequentatori dei luoghi di malaffare.

Non si tratta d’una proposta compromessa con la religione dottrina-e-disciplina, che ricaccia indietro le eccentricità.

Quella del «Figlio dell’uomo» è quel tipo di Santità che ci rende Unici, non che sta sempre ad aborrire o esorcizzare il pericolo dell’inconsueto.

 

Insomma, Gesù affida ai discepoli il suo Testamento. L’unione vicendevole è l’Ultima Volontà del Signore. Con una novità radicale.

L’amore al prossimo figurava già fra le prescrizioni antiche, e Cristo sembra ricalcarne la formulazione stessa (Levitico 19,18).

Eppure il Figlio non allude solo a compatrioti e proseliti della propria religione.

Egli abbatte le barriere sinora considerate ovvie.

Infatti l’amore reciproco è sulla medesima linea dell’incontro con se stessi - dove per grazia e vocazione si annida un possesso di ricchezze, di perfezioni crescenti, che vogliono affiorare.

Da tale scrigno-conoscenza, piattaforma solida, sorge l’afflato del poter donare la vita: ma per accrescerla, renderla piena e rallegrarla.

A partire non da condizionamenti esterni.

Infatti il comandamento è «nuovo» non solo perché edificante e di stimolo; perfino insuperabile, e in grado di soppiantare tutte le norme.

Anzitutto perché rivelatore della propria Vocazione.

Esso esprime un legame manifestativo, che diviene fondamento, motivo crescente e motore; energia lucida, che ci dà la capacità di spostare lo sguardo e voltare pagina.

Introduce una nuova età, un nuovo regno. Non unilaterale.

 

È cifra della vittoria di Pasqua, teofania e testimonianza del suo Popolo autentico: «non con misura» (Giovanni 3,31-36: 34).

Il «senza misura» è quello delle nozze mistiche fra le due “nature”, dell’amicizia intima che penetra la vita del Padre.

«Gloria» [irriducibile] dalle caratteristiche speciali.

Ora non vale più la morale delle filosofie antiche: la nostra è un’etica vocazionale e pasquale, nello Spirito che rinnova la faccia della terra.

Ogni proposito viene illuminato dalla vittoria della vita sulla morte. In tal guisa, il comportamento va configurato al Mistero.

Viviamo in Cristo, uomo nuovo: non siamo più sotto doveri “a posto” e prescrizioni.

L’attitudine battesimale non può venire ‘misurata’.

L’unzione e l’appello ricevuti rispondono all’intima passione, al senso di reciprocità e Pienezza personale, che trasbordano.

In tal guisa smuovono mète eminenti: nella partecipazione alla vita colma, eccesso non assimilabile a conformismi e orizzonti medi.

 

Per un pio israelita avere «gloria» è dare ‘peso’ specifico alla propria esistenza, e rivelare il suo completo valore - ma talora in senso elettivo.

Ben venga a fiorire il nostro completo ‘pondus’ e carattere e valore, che però germinano da tutto l’universo dentro, e dai diversi volti che ci appartengono; perfino dai ‘lati ombra’.

Ecco sbocciare la Pace-Presenza messianica; un senso d’Amicizia con tutto l’essere e le radici, con la storia e il segno dei tempi.

Perché quanto più si è umani senza doppiezze, e quanto più si è capaci di lettura degli eventi, nonché sensibili nel cogliere le potenze variegate - quel Qualcuno dentro qualcosa… tanto più si manifesta il Cielo che è in noi.

Questo l'emblema del comandamento Nuovo, il quale marca differenza. Integrando; facendo coesistere in noi gli opposti.

Nuova Alleanza; nuova armonia.

Che ci fa Compiuti a partire da dentro, come Gesù. Gloria del Padre, e dell’umanità.

 

 

L’unione vicendevole è l’ultima volontà del Signore. Gesù affida ai discepoli il suo testamento, con una novità radicale.

L’amore al prossimo figurava già fra le prescrizioni antiche, e Cristo sembra ricalcarne la formulazione stessa (Lv 19,18).

Ma il Figlio di Dio non allude solo a compatrioti e proseliti della medesima religione. Egli abbatte le barriere sinora considerate ovvie. 

Eppure la grande novità è nelle motivazioni fondamentali.

L’amore reciproco è sulla stessa linea dell’incontro con se stessi - dove per grazia e vocazione si annida un possesso di ricchezze, perfezioni crescenti, che vogliono affiorare.

Da tale scrigno, conoscenza, piattaforma solida, sorge l’afflato del poter donare la vita: ma per accrescerla, renderla piena e rallegrarla - a partire non da condizionamenti esterni.

Infatti il comandamento è «nuovo» non solo perché edificante e di stimolo, ma anzitutto perché rivelatore della propria vocazione.

È un legame manifestativo, che diviene fondamento, motivo crescente e motore; energia lucida, che ci dà la capacità di spostare lo sguardo e voltare pagina: introduce una nuova età, un nuovo regno.

È cifra della vittoria di Pasqua, teofania e testimonianza del suo popolo autentico: «non con misura» (Gv 3,31-36: 34).

Il «senza misura» è quello delle nozze mistiche fra le due “nature”, dell’amicizia intima che penetra la vita del Padre.

Anche nell’attesa, il senza-confini vivifica l’esistenza e la compie, provenendo dall’esperienza della sostanza e della vertigine.

È la vita del Figlio in noi: percezione di un poter “stare” costitutivo. Quindi senza perdere interesse nel tempo dell’assenza.

E di poter cambiare; intuizione d’una differente «gloria» (irriducibile) dalle caratteristiche speciali.

 

Ora non vale più la morale delle religioni antiche: la nostra è un’etica vocazionale e pasquale, nello Spirito che rinnova la faccia della terra.

Ogni proposito viene illuminato dalla vittoria della vita sulla morte. In tal guisa, il comportamento va configurato al Mistero.

Viviamo in Cristo, uomo nuovo: non siamo più sotto doveri “a posto” e prescrizioni. L’attitudine battesimale non può venire “misurata”.

L’unzione e l’appello ricevuti rispondono all’intima passione, al senso di reciprocità e Pienezza personale, che trasbordano.

Così smuovono mète eminenti: nella partecipazione alla vita colma, eccesso non assimilabile a conformismi e orizzonti medi.

Per un pio israelita avere gloria è dare peso specifico alla propria esistenza, e rivelare il suo completo valore - ma in senso elettivo.

«Fu vera gloria?» - si chiede Manzoni: dalla gloria-vana e vanesia si rotola giù. Tutt’altra la Gloria quale Presenza reale di Dio.

Solo se collocati sulla medesima onda di bellezza e fascino del «Figlio dell’uomo» contribuiamo a non farlo tramontare o escludere: quanto più si è umani senza doppiezze, tanto più si manifesta il Cielo che è in noi.

Il distintivo, l’emblema della testimonianza piena dei figli e delle comunità schiette non è produzione propria.

Conserva una qualità indistruttibile di elasticità e Relazione che non sgomenta, né lascia cadere le braccia: dona respiro.

 

Questo il comandamento Nuovo, che marca differenza.

 

 

L’unione vicendevole è l’ultima volontà del Signore. Gesù affida ai discepoli il suo testamento, con una novità radicale.

L’amore al prossimo figurava già fra le prescrizioni antiche, e Cristo sembra ricalcarne la formulazione stessa (Lv 19,18).

Ma il Figlio di Dio non allude solo a compatrioti e proseliti della medesima religione. Egli abbatte le barriere sinora considerate ovvie. 

Eppure la grande novità è nelle motivazioni fondamentali.

L’amore reciproco è sulla stessa linea dell’incontro con se stessi - dove per grazia e vocazione si annida un possesso di ricchezze, perfezioni crescenti, che vogliono affiorare.

Da tale scrigno, conoscenza, piattaforma solida, sorge l’afflato del poter donare la vita: ma per accrescerla, renderla piena e rallegrarla - a partire non da condizionamenti esterni e mansioni da espletare o sfruttare.

Infatti il comandamento è «nuovo» non solo perché edificante e di stimolo, ma anzitutto perché rivelatore della propria vocazione e della vita intima di Dio, del rapporto fra il Padre e il Figlio, assunto.

È un legame manifestativo, che diviene fondamento, motivo crescente e motore; energia lucida, che ci dà la capacità di spostare lo sguardo e voltare pagina: introduce una nuova età, un nuovo regno.

Il comandamento «nuovo» dell’amore - unica consegna del Cristo - è cifra della vittoria di Pasqua, teofania e testimonianza del suo popolo autentico: «non con misura» (Gv 3,31-36: 34).

Il «senza misura» è quello delle nozze mistiche fra le due “nature”, dell’amicizia intima che penetra la vita del Padre.

Anche nell’attesa, il senza-confini vivifica l’esistenza e la compie, provenendo dall’esperienza della sostanza e della vertigine - già in se stessi.

È la vita del Figlio in noi: percezione di un poter “stare” costitutivo. Quindi senza perdere interesse nel tempo dell’assenza.

E di poter cambiare; intuizione d’una differente «gloria» (irriducibile) dalle caratteristiche speciali.

 

Ora non vale più la morale delle religioni: la nostra è un’etica vocazionale e pasquale, nello Spirito che rinnova la faccia della terra.

Ogni proposito, ciascun ruolo, qualsiasi ministero, viene illuminato dalla vittoria della vita sulla morte.

In tal guisa, il comportamento va configurato al Mistero.

Viviamo in Cristo, uomo nuovo: non siamo più sotto doveri “a posto” e prescrizioni. L’attitudine battesimale non può venire misurata.

L’unzione e l’appello ricevuti rispondono all’intima passione, al senso di reciprocità e Pienezza personale, che trasbordano.

Così smuovono mète eminenti: nella partecipazione alla vita colma, eccesso non assimilabile a conformismi e orizzonti medi.

 

Per un pio israelita avere gloria è dare peso specifico alla propria esistenza, e rivelare il suo completo valore - ma in senso elettivo.

«Fu vera gloria?» - si chiede Manzoni: dalla gloria-vana e vanesia si rotola giù. Tutt’altra la Gloria quale Presenza reale di Dio.

 

Ecco i dissidi fra comunità e umanità (persone in pienezza); liturgia e realtà, preghiera e ascolto, teologia e vita, proclami e dietro le quinte.

Mentre i Sinottici annunciano Amore universale, l’autore del quarto Vangelo è preoccupato che la testimonianza inespressa dei figli non sia una clamorosa smentita della santità predicata agli altri [dagli “eletti”].

Come diceva Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri». Non solo per un’opportuna e dovuta valutazione di coerenza morale, ma perché rimandano al Mistero, all’Oro divino.

Solo se collocati sulla medesima onda di bellezza e fascino del «Figlio dell’uomo» contribuiamo a non farlo tramontare o escludere: quanto più si è umani senza doppiezze, tanto più si manifesta il Cielo che è in noi.

Certo, sembra impossibile amare «come» Lui (v.34), ma qui l’espressione greca ha un’altra possibilità di lettura. Il termine originario non indica solo un orizzonte ideale o la misura alta - irraggiungibile per sforzo.

«Kathòs» [avverbio e congiunzione] è dotato di valore generativo, oltre che comparativo.

L’espressione chiave del brano si può intendere:  «Amatevi gli uni gli altri per il fatto che Io vi ho amati senza condizioni» ovvero «Perché Io vi ho amati gratuitamente, proprio su tale onda di vita, ora potete amarvi».

Vuol dire: far sentire il prossimo già abilitato - adeguato e libero - è l’unico contrassegno non ridotto della Fede in Cristo.

Insomma, il Padre non è il Dio delle prescrizioni: non assorbe le nostre energie, ma le genera e dilata.

Non pretende di soffocare e sfiancarci.

 

Il distintivo, l’emblema della testimonianza piena dei figli e delle comunità schiette non è produzione propria.

Conserva una qualità indistruttibile di elasticità e Relazione che non sgomenta, né lascia cadere le braccia: dona respiro.

Non è opera di fanatici spartiacque pro e contro, né d’un individualismo devoto che predica la “salvezza della propria anima” - esasperazione della pietà religiosa e della pedestre morale retributiva dei «meriti».

È il dispiegarsi dell’azione del Figlio dell’uomo (v. 31) che rende potente il calpestato e meschino.

Il Maestro non s’accontenta di fare il gregario accodato, come l’eterodiretto Giuda, apostolo zelante in apparenza.

«Figlio dell’uomo» indica Gesù che manifesta il Padre, l’uomo che rende palese la condizione divina.

La Persona che nella sua pienezza umana riflette il disegno sano delle Origini - possibilità per tutti i rinati in Cristo.

 

Il sentimento carnale ha fretta di regolarsi sulla base di traguardi e titoli; delle imprese e del successo, o di perfezioni e prestigio dell’amato. 

Stabilisce confini.

L’Amore divino (e quello dei figli) è sproporzionato, ha un’altra condotta: previene, recupera; non rompe l’intesa, aiuta.

L’Amore non vagabondo conosce il piccolo, l’incerto e il debole. Sa che essi crescono solo attraverso l’esperienza del Dono, altrimenti si bloccano.

Se il Gratis non soppianta il merito, nessuno si rafforza; anzi, tutti - anche gli energici - rattrappiscono. Condannati a una cappa esterna di norme e dottrine, o di astrazioni e sofisticazioni disincarnate.

Per questo il «Figlio dell’uomo» - lo sviluppo genuino e pieno del progetto divino sull’umanità - non è ostacolato da pubblici peccatori, bensì da coloro che suppongono di sé e avrebbero il ministero di farlo conoscere!

 

La Gloria divina non ha a che fare con divise, paltò, coccarde o distintivi epidermici; si palesa nella Comunione senza previe interdizioni, nel servizio che si porge agli insufficienti e non ammanicati - da cui sperare... zero.

Nulla che possa essere integrato poi, aggiungendo qualcosina - un semplice “completamento” - alle norme della Prima Alleanza [che non insisteva sulla somiglianza con Dio ma sull’obbedienza di massa].

Le inclinazioni di natura fondamentalista, o le maniere di circostanza e à la page, la brama di prestigio mondano - in realtà - dividono.

La convivialità delle differenze comprende, dilata, accentua l’amalgama e unisce, arricchendo. Apre all’inconsueto e inimmaginabile.

 

I fondatori di religioni propongono una visione del mondo e sono modelli statici di comportamento.

Non prospettano un’offerta crescente (Gv 14,12: «opere più grandi»). Invito diffusamente personale - profondo e nitido, più del loro.

Gesù non è un “modello” prevedibile da imitare.

È anzitutto - ribadiamo - un Motivo e un Motore: amiamo come e perché Cristo. Vivendo di Lui, ciascuno.

Rischiamo tutto perché siamo all’interno d’un Evento che abbiamo visto, d’una Relazione che non solo persuade, ma ci porta e genera oltre; non in calando.

Non siamo più sotto una Legge che nomina Dio per obbligo, ma nella sfida d’un gesto che ri-crea e via via realizza, rendendo forte la nostra debolezza.

Tanto da stupire dei lati in ombra divenuti risorse e sbalordimento. Tutto senza spersonalizzare; anzi, sottolineando l’unicità.

 

Questo il comandamento «nuovo».

«Kainòs» è un termine greco che marca differenza, eclissa il resto - nel senso che riassume, supera e sostituisce. Soppianta tutti i comandamenti: ovvi e sotto condizione.

E non ce ne sarà uno migliore, perché la nostra speranza non è il Cielo (già pronto), ma il Cielo sulla terra.

Più del troppo in là del vecchio Paradiso finale a tariffa invariabile e compimento prevedibile. Modico, conformista, a settori; perfino lì articolato secondo ruoli.

E piramidale.

 

 

 

Per approfondire il tema evangelico della Gloria:

 

Dare la vita e rapidamente tradire

(Gv 13,21-33.36-38)

 

«Darò la mia vita per te» - pur di comandare.

Gli apostoli darebbero tutto per vincere, non per perdere; per trionfare, non per farsi beffeggiare o darsi in alimento, e curare il mondo.

Meglio negoziare. Altro che lavarsi i piedi a vicenda!

Perciò il Signore desidera che ciascuno di noi commensali si ponga il quesito se per caso non siamo implicati in qualche tradimento.

Non per colpevolizzare e piantarsi lì, ma per incontrarci: ciascuno è ammiratore e avversario del Maestro.

Siamo fulgore e tenebra - fianchi compresenti, più o meno integrati, anche competitivi.

È la Risurrezione che si annida nell’effervescenza della vita, a riscattare poi le motivazioni egoistiche, e trasfigurare in energie collimanti altrove i lati oscuri e in attrito.

Aspetti che diventano come cibi da neonato, per ogni nuova genesi - i quali una volta emersi [piantati sulla terra e accostati alle radici] possono diventare punti di forza.

La strada si blocca solo davanti alla persona che continua a farsi condizionare l’anima da opinioni e mali antichi o à la page.

Lì non si rivela nulla; non avverrà il prodigio della trasmutazione del nostro abisso.

 

La liturgia della Parola ci mette a contatto con un Gesù pervaso dal senso di debolezza; la sua solitudine si fa acuta.

In missione, anche noi siamo talvolta in balia dello sconforto: forse Dio ci ha ingannati, trascinandoci in una impresa assurda?

No, non siamo ingaggiati e abbandonati a una logica ignobile, a una generazione perversa: la stessa forza della vita è disseminata di pietre tombali ed ha varie facce. Influssi benefici.

Il cammino favorevole è spoglio di prestigio, di mansioni riconosciute e maestà: esse tendono a placarci, e non scavare.

Spesso sono proprio i disturbi che migliorano la capacità di giudizio.

Lo stillicidio può suscitare la voce della parte più autentica di noi stessi, farsi eco incisivo per ritrovarsi, e completarsi - portando avanti il cuore pioniere, invece di trattenerlo.

La strada della prova e dello squilibrio ci desta dall’invecchiamento nocivo dello spirito.

Essa recupera le energie contrarie, i versanti opposti, e i desideri incompatibili, le passioni (alleate) cui non abbiamo dato spazio.

Anche nell’esperienza torturante del limite, Dio vuole raggiungere la nostra semente variegata, affinché essa non si lasci depredare - neppure dallo sgomento di aver attinto insieme il boccone ed essere stati noi i traditori.

Nulla è invalidante.

 

C’è un solo ambito tossico, cronico, di morte, che annienta tutto e non ha insito nessun germe attivo: quello che offusca e detesta il cambiamento primario.

Lì l’orizzonte si stringe e rimane solo un baratro - o il blando che contagia per farci mollare, e arretrare senza posa, rinnegare e regredire ancora.

Restano infine solo le paure, le mezze scelte, le nevrosi tacitate dal compromesso che tenta di colmare il prezioso senso di vuoto.

 

Siamo davanti a un Signore ridotto a niente, affinché anche noi ci comprendiamo nelle nostre defezioni; negli episodi in cui accampiamo inutili e devianti artifici, tutti misurati, che affaticano invano.

La storia dell’incomprensibile solitudine del Cristo accanto al traditore e al rinnegato ci sta scritta nel cuore.

È tutta realtà, ma per la salvezza, per una rinnovata intimità e convinzione.

La vocazione missionaria si spegne e ristagna solo per zavorre di calcolo e mentalità comune - ove non si scuote (né tintinna) la nuda povertà dell’essere discorde che siamo.

Senza l’abbandono subìto, l’uomo non diventa universale, anzi tende ad attenuare i migliori strumenti della potenza di Dio.

Su quel terreno stepposo Egli ci sta donando l’amicizia di uno spostamento di sguardo.

Senza l’inquietudine del turbamento profondo e umiliante - senza la consegna della propria umanità nell’estrema debolezza - la nostra marionetta insoddisfatta indugia, accontentandosi.

Malgrado l’ammirazione per i valori, diviene anch’essa larva residuale. Una caricatura dell’essere che potevamo: donne e uomini dall’occhio contemplativo.

Compiuti a partire da dentro, come Gesù.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa tramo quando il Signore mi chiede di rischiare?

Cos’hanno significato per te i gesti non amici, e il rigetto, negli esiti paradossali?

 

 

 

Gloria gli uni dagli altri: il Seme dentro e l’entourage fuori

 

La Testimonianza più grande

(Gv 5,31-47)

 

«I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui».

«Gesù ha amato gli uomini nel Padre, a partire dal Padre – e così li ha amati nel loro vero essere, nella loro realtà».

[Papa Benedetto]

 

Gesù non ama le passerelle. Il Figlio resta immerso nel Padre: non riceve appoggio e gloria da uomini a modo o da perimetri antichi, perché non è impregnato di aspettative umane culturali religiose normali.

Esse impediscono la percezione di ciò che non sappiamo, quindi occultano l’eccezionalità del nome particolare; inzuppano la testa e lo sguardo di normalità correnti e pedestri, le quali condizionano, dissociano, plagiano, rendono esterni.

Le attese prevedibili ritardano il germogliare del Regno di Dio e della sua caratura alternativa - nell’esperienza viva di ulteriori scambi; di altre qualità interpersonali, nella completezza di essere che ci appartiene.

Il peso specifico di questo inaudito presente e futuro che corrisponde perché fa parte della nostra intima essenza, resta altrimenti in mano a opinioni ovvie e al solito trascinarsi dozzinale, che non espone.

La patologia della reputazione, dei convincimenti accreditati e della prassi concorde a contorno, esclude il colpo d’ali. Ma ogni speranza corta e rigida respinge Dio in nome di Dio.

Solo ciò che non è pietrificato e convenzionale testimonia Cristo Signore, somiglianza del Padre il quale non rigetta le nostre eccentricità: vuole farle crescere - recuperandone gli opposti fiorenti.

Gli stessi “momenti no” che sgretolano il prestigio sono anche una molla per attivarci e non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo altrove.

I fallimenti che mettono in bilico la fama servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.

Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne che trasmuta, alla terra e alla nostra polvere: sta dentro e in basso, non dietro le nuvole o nelle maniere.

Nella paradossale divinizzazione del Dio che viene, la mentalità tutta mondana di ogni cerchia di puristi o conformisti vive un ribaltamento. Cifra della grande Sapienza di natura.

Così il maestro Lü Hui-ch’ing commenta un celebre passo del Tao Tê Ching (LXXVI): «Il Cielo sta in alto per il ch’ì, la Terra sta in basso per la forma: il ch’ì è molle e debole, la forma è dura e forte».

 

In Gv compare spesso l’aspetto processuale-religioso cui la vicenda di Gesù [anche nei suoi intimi] è stata sottoposta.

Le aspirazioni degli uomini pii antichi sono stranamente incardinate sul bisogno di fare corpo e riconoscersi gli uni gli altri, purchessia. Quindi sempre “quelli di prima”.

Il loro mondo, centrato sull’onore che si riceve: il tema è la Gloria - che però diventa un dialogo fra sordi. «Doxa» nel mondo greco sta a significare manifestazione di prestigio, onore, stima.

In ebraico, il termine Gloria [Kabôd] indica peso specifico, qualitativo (e manifestazione) del trascendente.

Quindi la gloria che l’uomo dà a Dio - si fa per dire - è il contrario del criterio ellenista: principio e valutazione tipici dell’eroe tutto impettito, “libero”, indipendente e sicuro di sé [a motivo del prestigio attorno].

Viceversa, ecco la ‘gloria’ come umile e grato riconoscimento, ma di peso nel senso cristiano: famigliare e umanizzante.

La donna e l’uomo chiamati a una missione particolare scoprono in sé e nella realtà le condizioni di perfezione e imperfezione.

Esse ci guidano alla realizzazione innata - non volatile - e al bene comune, secondo contributo specifico, personale.

Nessuno è chiamato a prestigio e forza artificiose, aggiungendo qualcosa all’onore di ciò che già è nella propria essenza vocazionale - talora nella paradossale completezza, per una convivialità delle differenze.

La Gloria di Gesù stesso è stata unicamente la presa di coscienza e confessione di essere Inviato del Padre.

A noi non spetta altro - anche nel senso della crescita, dell’importanza in sé, più di “chi si accorge”.

 

I gruppi devotissimi si muovevano purtroppo non di rado a un livello di aspirazioni mondane - proprio con una strana mescolanza di criteri.

Quindi finivano per apprezzarsi a circolo, scambiandosi pacche sulle spalle gli uni gli altri.

Così - accontentandosi di essere confermati - essi ancora tendono ad accentuare le caratteristiche di ciò che normalmente viene identificato come dimensione spirituale, e che facilmente si contamina col compromesso del look artificiale esterno.

L’equilibrio interiore del Chiamato per Nome si ristabilisce invece attraversando sogni e il carattere congenito - più che con il soppesare e gli influssi crudi della vita conscia, i quali distraggono e livellano l’anima.

Su tale china ciascuno tende infatti ad assumere atteggiamenti che non si adattano alla vocazione originalissima; anzi, espongono la coscienza a dissociazioni e condizionamenti che la snaturano.

La Via nello Spirito di Libertà, Amore, Novità, è ispirata da una dimensione di Mistero e spontaneità tutta da scoprire: Esodo.

Tale caratura procede oltre i compartimenti, le denominazioni ricolme di soluzioni assodate, di pensiero conforme agganciato a un modo univoco di leggere le Scritture e le testimonianze.

Le gabbie anche “spirituali” colpevolizzano ogni diverso, inculcano il rimuginare, frenano le bizzarrie più feconde.

Per garantire la compattezza “ecclesiale”, le diverse stie fanno ovunque leva sull’inadeguatezza all’interpretazione maggioritaria - e sensi di colpa tipici del “contenitore” particolare.

Tali intelaiature non risvegliano la creatività, anzi l’anestetizzano secondo cliché interno: dove appunto si prende «gloria gli uni dagli altri» (v.44).

 

Le gattabuie non insegnano a lanciarsi in modo personale e al momento giusto.

Anche il ritmo non si cala sulle inclinazioni difformi, sulla loro atipicità - ricchezza unica, che prepara il Nuovo irripetibile e stravagante che non sappiamo già.

I libretti d’istruzione ci vessano di progressioni e mete altrui da raggiungere, le quali si rivelano tutte ancora da superare - e al di fuori del proprio gusto e senso intimo; proiettate nel futuro, impersonali.

La via “spirituale” del branco riflette la vita, il giudizio o l’idea del leader e il suo cerchio “magico”; la forma mentis d’una generazione o di un ceto.

In tal guisa, le traiettorie assodate non annunciano cambiamenti e incontri autentici, i quali si svolgono nella semplicità propulsiva, trasversale, dell’imprevedibile concreto. 

I modelli ostinati non ci fanno accorgere di un Dio Persona: Egli chiama alla vita, mediante impulsi che sarebbero nuova linfa per la trasmutazione.

L’Eterno si comunica in ciò che parla dentro.

Proprio nei bisogni - non ossessionando le energie conosciute solo all’anima, di conflitti per doveri inutili, i quali non risolvono nulla, né trasmettono felicità.

L’ideologia religiosa “egocentrica” e ogni pensiero indirizzato bollano le crisi come inadeguatezze alle azioni collettive finalizzate - quindi condannano gl’istinti.

Ma le pulsioni si manifestano quali fughe del cuore individuale che cerca nuovo ascolto, desidera affiorare e realizzare; vuole integrarsi a modo suo, o tracciare strade che preparano futuro.

 

Non di rado l’evocazione dei soliti rituali delimitati - ad es. di “carisma” - nonché la concatenazione delle costituzioni normative, mortificano il carattere in un’atmosfera livellata, che si bea di sintonie raccogliticce.

Non sono la nostra terra.

L’aia del ‘sistema’ opera secondo direttive e ruoli.

Ma i compartimenti limitano il raggio d’azione, sebbene apparentemente lo dilatino.

Le inclusioni banali ci “insegnano” ad accontentarsi dei mezzi passi già tutti cesellati nel poco e non oltre le righe.

Ciò per non consentire d’introdursi nelle rigenerazioni che contano.

 

Il clan autoreferenziale spesso toglie spazio a qualsiasi possibilità che sposti da lì.

Ciò fa diventare dipendenti dal plauso. Frena, quando viceversa potremmo osare... 

Per non continuare a percepire sane inquietudini. Difformità che riscatterebbero dalla subordinazione.

Infatti l’impronta unilaterale non rispetta la natura, quindi rinforza ciò che dice di voler scacciare.

Un disastro per una vita di senso e testimonianza in Cristo.

 

Il Signore ha avuto come unico culto quotidiano - appunto - il vuoto di sostegno sociale (che non accettava le sue deviazioni) e la pienezza degli albori nel Padre.

 

«Ma io ho una testimonianza più grande di Giovanni, perché le opere che il Padre mi ha dato perché le compia, le opere stesse che faccio, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato» (Gv 5,36).

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come tuteli in Cristo il vissuto comunitario e le tue trasposizioni di Fede?

Qual è il punto di omologazione nelle soddisfazioni, e dove collochi la tua Preziosità?

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Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
All this helps us not to let our guard down before the depths of iniquity, before the mockery of the wicked. In these situations of weariness, the Lord says to us: “Have courage! I have overcome the world!” (Jn 16:33). The word of God gives us strength [Pope Francis]
Tutto questo aiuta a non farsi cadere le braccia davanti allo spessore dell’iniquità, davanti allo scherno dei malvagi. La parola del Signore per queste situazioni di stanchezza è: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). E questa parola ci darà forza [Papa Francesco]
It does not mean that the Lord has departed to some place far from people and from the world. Christ's Ascension is not a journey into space toward the most remote stars […] Christ's Ascension means that he no longer belongs to the world of corruption and death that conditions our life. It means that he belongs entirely to God (Pope Benedict)
Non vuol dirci che il Signore se ne è andato in qualche luogo lontano dagli uomini e dal mondo. L’Ascensione di Cristo non è un viaggio nello spazio verso gli astri più remoti […] L’Ascensione di Cristo significa che Egli non appartiene più al mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli appartiene completamente a Dio (Papa Benedetto)
«When the servant of God is troubled, as it happens, by something, he must get up immediately to pray, and persevere before the Supreme Father until he restores to him the joy of his salvation. Because if it remains in sadness, that Babylonian evil will grow and, in the end, will generate in the heart an indelible rust, if it is not removed with tears» (St Francis of Assisi, FS 709)
«Il servo di Dio quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime» (san Francesco d’Assisi, FF 709)
Wherever people want to set themselves up as God they cannot but set themselves against each other. Instead, wherever they place themselves in the Lord’s truth they are open to the action of his Spirit who sustains and unites them (Pope Benedict
Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce (Papa Benedetto)
But our understanding is limited: thus, the Spirit's mission is to introduce the Church, in an ever new way from generation to generation, into the greatness of Christ's mystery (Pope Benedict)

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