Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
[15 Agosto 2026]
Prima Lettura dal libro dell’Apocalisse (11,19a;12,1-6a.10a)
Tutta l’Apocalisse è per la prima comunità perseguitata un messaggio di vittoria con molte immagini: l’Arca dell’Alleanza, tre personaggi, la donna, il drago, il neonato.
1. L’Arca dell’Alleanza ricorda il cofano di legno dorato che accompagnava il popolo durante l’Esodo al Sinai, memoria costante per Israele dell’Alleanza con Dio. Quell’arca si era perduta durante l’esilio a Babilonia, si raccontava che Geremia l’avesse nascosta sul monte Nebo (2Mac 2,8) e si credeva che sarebbe riapparsa alla venuta del Messia. Ora Giovanni la vede riapparire: (Ap 11,19) e per lui è il segno che la fine dei tempi è arrivata e l’Alleanza di Dio con l’umanità è compiuta in modo definitivo.
2. La donna, Israele e il Messia generato dal Popolo eletto. “Poi appare, sempre in cielo, “una donna vestita di sole..” (Ap 12,1-2). Nell’AT spesso i rapporti tra Dio e Israele sono descritti in termini di nozze. Osea parla del fidanzamento di Dio con il suo popolo. Isaia sviluppa il tema delle nozze fino a presentare la venuta del Messia come un parto, Geremia, Ezechiele, il secondo e terzo Isaia usano il vocabolario dei fidanzamenti e delle nozze (Ger 2,2); (Is 62,5). Il Cantico dei Cantici, dialogo d’amore in 7 poemi che non identifica mai i due amanti, dagli Ebrei viene visto come dialogo tra Dio e il suo popolo e lo leggono per questo s nel sabato della settimana pasquale, la grande festa dell’Alleanza di Dio con Israele. Purtroppo Israele fu spesso sposa infedele (idolatrica: gelosia, adulterio, ma anche riconciliazione e perdono, perché Dio resta fedele. Quindi la donna dell’Apocalisse designa il popolo eletto che genera il Messia. Un parto doloroso per i discepoli di Cristo affrontati alla persecuzione, ai quali Giovanni dice: voi state partorendo l’umanità nuova.
3. Il drago: le forze del male. Il drago appostato “davanti alla donna per divorare il bambino appena nato” (Ap 12,4) dice il combattimento delle forze del male contro il progetto di Dio. Per i cristiani perseguitati la parola “drago” non è troppo forte perché dice la violenza che affrontano: il drago è “enorme... rosso fuoco, con sette teste e dieci corna, e sulle teste sette diademi”. Testa e corna dicono intelligenza e forza, il diadema designa il potere imperiale con la sua reale capacità di nuocere. E infatti riesce a trascinare “la terza parte delle stelle del cielo e le gettò sulla terra”. E’ però solo un terzo delle stelle: dunque solo una parvenza di vittoria e il seguito dirà che il potere del male è provvisorio.
4. Il bambino è il Messia Risorto. “Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro” (Ap 12,5.) Giovanni designa il Messia e allude al Sal 2: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato… Le spezzerai con scettro di ferro” (2,7-9). Anche “pastore” era termine classico per parlare del Messia. Segue l’immagine del rapimento del bambino “presso Dio e il suo trono”: simbolo della Risurrezione di Cristo. Era chiarissimo per i primi cristiani abituati a parlare di Lui come il “Primogenito” ora seduto alla destra di Dio. Ma il suo popolo rimane nel mondo. Un mondo difficile, ma dove sono assicurati della protezione di Dio: questo è il senso del deserto, altro richiamo all’Esodo in cui Dio non ha smesso di prendersi cura del suo popolo. I credenti si rassicurino: se il drago ha fallito in cielo, non può riuscire sulla terra. La conclusione è la vittoria già iniziata dalla Risurrezione. Ai primi cristiani che partorivano l’umanità nuova nel dolore della persecuzione, l’Apocalisse annuncia la vittoria: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo” (Ap 12,10). Da quando il Messia è risorto, la vittoria è iniziata.
Salmo Responsoriale (44/45)
Questo salmo ci fa assistere alla cerimonia di nozze del re di Gerusalemme con una giovane principessa straniera (v.10) per sigillare l’alleanza tra due popoli. I matrimoni hanno siglato sempre alleanze tra Stati., ma per Israele l’Alleanza è esclusiva con l’unico Dio, quindi ogni ragazza straniera diventata regina doveva sposare la religione del re. Concretamente, in questo salmo la principessa che viene da Tiro dovrà rinunciare alle pratiche idolatriche per essere degna del suo nuovo popolo e del suo re: «Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre» (v.11). Salomone sposò straniere pagane, Acab la regina Gezabele con il grande scontro del profeta Elia contro i molti sacerdoti e profeti di Baal. Per chi sa leggere tra le righe, questi consigli alla principessa di Tiro si rivolgono in realtà a Israele. Lo sposo regale descritto nel salmo non è altri che Dio stesso, e questa «figlia di re, condotta tutta parata verso lo sposo» è il popolo d’Israele ammesso nell’intimità del suo Dio. Attraverso il rapporto tra Dio e il suo popolo si allude poi al matrimonio tra Dio e tutta l’umanità.,
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (15,20-27°)
Qui sono messe a confronto tre figure: Maria, Gesù di Nazaret e Adamo. Maria, modello della fede è proclamata beata perché ha creduto alla parola di Dio. Nella sua vita ha conosciuto il dolore annunciato da Simeone, ma non ha mai smesso di fidarsi di Dio. Gesù percorre la stessa via nella totale fiducia verso il Padre. e tutto in lui si riassume in queste parole: “Padre, Sono venuto per fare la tua volontà”. La sua risurrezione dimostra che la fiducia in Dio conduce alla vera vita che passa attraverso la sofferenza e la morte. San Paolo contrappone Adamo e Cristo: due atteggiamenti opposti: Adamo è l’uomo che diffida di Dio e vuole decidere da solo; Cristo invece indica l’uomo che si affida completamente a Dio. Secondo Paolo ciascuno si comporta come Adamo quando rifiuta la fiducia in Dio e per questo in Adamo tutti muoiono. Mentre chi segue l’esempio di Cristo entra nella vita vera, fondata sull’amore e la comunione con Dio. L’Assunzione è il progetto di Dio per l’umanità fedele: Maria ha conosciuto l’invecchiamento e, lascata ha vita terrena, è entrata pienamente nella vita di Dio. La tradizione orientale parla della sua Dormizione per passare a una nuova forma di esistenza presso Dio: L’essere umano non è quindi destinato a rimanere per sempre nella sua condizione terrena ma è chiamato a una trasformazione. Gesù, ucciso dall’odio umano, è stato risuscitato da Dio e, come primo dei risorti, apre a tutta l’umanità la strada verso la vita eterna. Maria e Gesù mostrano che la via della vera vita non è l’autosufficienza di Adamo, ma la fiducia in Dio
Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56)
L’episodio della Visitazione mette in luce il ruolo di Maria, nuova Arca dell’Alleanza e modello della fede. Quando Elisabetta dice: “Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga a me?” l’evangelista richiama volutamente il trasferimento dell’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme da parte di Davide. Le somiglianze sono numerose: l’Arca e Maria viaggiano entrambe nelle colline della Giudea; l’Arca porta benedizione alla casa di Oved-Edom, Maria porta gioia alla casa di Zaccaria ed Elisabetta; entrambe rimangono tre mesi nella casa che le accoglie; Davide danza davanti all’Arca, mentre Giovanni Battista esulta nel grembo di sua madre davanti a Maria.
Per Luca tutto questo non è casuale. Maria è nuova presenza di Dio. L’Arca era il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Presentando Maria come la nuova Arca, Luca vuole affermare che Dio è presente in modo unico nel bambino che ella porta in grembo. Si realizza così il mistero dell’Incarnazione. Maria diventa il luogo vivente della presenza divina. Elisabetta proclama: Beata colei che ha creduto e la vera grandezza di Maria non consiste soltanto nell’essere la madre di Gesù, ma nell’aver accolto con fiducia il progetto di Dio anche senza comprenderlo pienamente. In risposta a Elisabetta, Maria canta il Magnificat e non inventa parole nuove perché è costruito con espressioni tratte dai Salmi e da altre preghiere bibliche. E da qui emergono due insegnamenti. Umiltà: Maria non mette sé stessa al centro, ma si inserisce nella tradizione di fede del suo popolo; spirito comunitario: la sua preghiera non riguarda solo la sua vicenda personale, ma l’opera di Dio a favore di tutto il popolo. Ecco perché Maria è presentata come la nuova Arca dell’Alleanza, che porta in sé Dio fatta uomo, mentre il Magnificat mostra che ogni vocazione autentica non è un privilegio personale, ma una chiamata a servire gli altri e l’intero popolo di Dio.
+Giovanni D’Ercole
19a Domenica T.O. (anno A) [9 agosto 2026]
Prima Lettura dal primo libro dei Re (19, 9a.11-13a)
Nel IX secolo a.C., nel regno d’Israele, la regina Gezabele, moglie del re Acab, introduce il culto del dio Baal a Samaria,. Di fronte alla diffusione dell’idolatria, il profeta Elia si erge con grande zelo per difendere la fede del suo popolo ed è convinto che la superiorità di Dio debba manifestarsi attraverso segni di potenza, Elia annuncia una lunga siccità e successivamente organizza una sfida sul Monte Carmelo tra i sacerdoti di Baal e il Dio d’Israele. Vengono preparati due altari e si decide che il vero Dio sarà colui che risponderà con il fuoco dal cielo. I sacerdoti di Baal pregano invano; quando invece Elia invoca il Signore, il fuoco divino consuma il sacrificio. Il popolo riconosce la vittoria del Dio d’Israele. Tuttavia, Elia, spinto dal suo fervore, fa uccidere i sacerdoti di Baal, un gesto che Dio non gli aveva chiesto. Quando Gezabele viene a sapere l’accaduto, giura di vendicarsi e di uccidere Elia. Il profeta fugge nel deserto e, stremato, arriva a desiderare la morte. Durante il cammino verso il Monte Oreb, inizia una profonda crisi interiore che diventa il punto di partenza della sua conversione. Elia comprende gradualmente di aver immaginato Dio come una divinità della forza e della potenza, non molto diversa da quelle che combatteva. Sul monte Oreb, dove un tempo anche Mosè aveva incontrato Dio, il Signore gli si manifesta in modo inatteso. Non è nell’uragano, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel “mormorio di una brezza leggera” Il testo ebraico usa l’espressione: קוֹל דְּמָמָה דַקָּה
Qôl demāmāh daqqāh Letteralmente significa: qôl = voce, suono; demāmāh = silenzio, quiete profonda, calma daqqāh = sottile, delicata, tenue. Una traduzione molto fedele potrebbe essere: “una voce di silenzio sottile”,oppure “il suono di un silenzio delicato”.
Elia scopre così che la vera potenza divina non si esprime nella violenza, nel fragore o nella coercizione, ma nella mitezza, nella pazienza, nella misericordia e nella discrezione. Il racconto rappresenta una tappa fondamentale della rivelazione biblica: Dio educa il suo profeta a passare da una religiosità fondata sulla forza a una fede basata sulla fiducia e sulla dolcezza. La grande scoperta di Elia è che Dio non conquista con la paura, ma con l’amore..
Salmo Responsoriale (84/85) Il Salmo 84/85 nasce dopo quasi 50 anni dal ritorno del popolo d’Israele dall’esilio di Babilonia (538 a.C.). Quando gli esuli rientrano nella loro terra pieni di entusiasmo e di speranza: credono che stia iniziando una vita nuova, che Dio abbia cancellato il passato e che tutto possa ricominciare da zero. Tuttavia la realtà si rivela più difficile del previsto. Le infedeltà all’Alleanza riappaiono, la conversione non è automatica e i rimpatriati, spesso nati in esilio o partiti da giovani, trovano ostacoli, incomprensioni e resistenze, persino nella ricostruzione del Tempio. Per questo il salmista esprime sentimenti contrastanti. Da una parte ringrazia Dio per aver riportato il suo popolo nella terra promessa e per aver perdonato i peccati; dall’altra, vedendo che le difficoltà continuano, si chiede se l’ira divina non sia ancora presente e supplica: «Mostraci il tuo amore, Signore, e donaci la tua salvezza». Il tema centrale del salmo è il doppio significato del verbo “ritornare”: il popolo è già tornato fisicamente nella propria terra, ma deve ancora compiere il ritorno più importante, quello del cuore verso Dio. La vera conversione è un dono di Dio, ma richiede anche l’impegno dell’uomo, disposto ad ascoltare e a seguire la sua parola. Per questo il salmista afferma: «Ascolterò ciò che dice il Signore», riconoscendo che la pace nasce dall’obbedienza fiduciosa a Dio. La parte finale del salmo è un magnifico canto di speranza. Il poeta contempla in anticipo il giorno in cui il progetto di Dio sarà pienamente realizzato: «Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno». Non si tratta di un sogno ingenuo, ma della certezza che Dio conduce la storia verso un futuro di riconciliazione, fraternità e pace tra gli uomini.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (9,1-5)
Nei capitoli 9-11 della Lettera ai Romani, san Paolo affronta una questione che gli sta particolarmente a cuore: se molti ebrei non hanno riconosciuto Gesù Cristo come Messia, significa forse che Dio ha rigettato il suo popolo? Paolo conosce bene questo problema perché lui stesso, prima della sua conversione sulla via di Damasco, era stato un ebreo rigoroso e persino persecutore dei cristiani. Dopo l’incontro con Cristo, comprese che la fede cristiana non contraddice la fede d’Israele, ma ne rappresenta il compimento. Tuttavia la maggioranza del popolo ebraico non accoglie questa convinzione e, anzi, spesso si oppone alla predicazione di Paolo. Da qui nasce la sua domanda: se Israele non riconosce il Messia, è forse escluso dall’Alleanza? E se Dio potesse revocare le sue promesse a Israele, come potrebbero i cristiani confidare nella sua fedeltà? Per rispondere, Paolo ripercorre tutta la storia sacra. Ricorda che Israele ha ricevuto doni unici: l’adozione come figlio di Dio, la gloria della sua presenza, le alleanze, la Legge, il culto, le promesse, i patriarchi e persino il privilegio che il Messia sia nato dal suo popolo. Tutta la storia biblica testimonia l’impegno irrevocabile di Dio verso Israele. La conclusione di Paolo è netta: Dio non ha abbandonato il popolo ebraico. Le sue promesse sono definitive, perché Dio è fedele a se stesso. L’Alleanza non è stata annullata. Per Paolo, il rifiuto di Gesù da parte di molti ebrei rimane un mistero, ma non mette in discussione l’elezione di Israele. La certezza finale è espressa da una frase decisiva: «Dio rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tm 2,13). Il messaggio centrale del testo è dunque che la fedeltà di Dio è più forte delle infedeltà umane.
Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)
Questo episodio evangelico si svolge subito dopo la moltiplicazione dei pani. Dopo aver sfamato la folla, Gesù Cristo ordina ai discepoli di allontanarsi e sale da solo sul monte a pregare. Da una parte, la sua missione non può fermarsi al successo del momento; dall’altra, Gesù vuole evitare il rischio del trionfalismo e dello spettacolare, una tentazione che aveva già affrontato nel deserto. La preghiera gli permette di rimanere in profonda comunione con il Padre e di discernere la strada da seguire. Nel frattempo, la barca dei discepoli è agitata dalle onde del Lago di Tiberiade. Durante la notte vedono una figura camminare sulle acque e, terrorizzati, pensano a un fantasma. Ma Gesù li rassicura con parole che attraversano tutto il Vangelo: «Coraggio! Sono io, non abbiate paura». A quel punto Pietro, fidandosi della voce del Maestro, chiede di poter andare verso di lui camminando sulle acque. Gesù gli risponde semplicemente: «Vieni». Pietro compie allora l’impossibile e cammina sull’acqua, ma quando distoglie lo sguardo da Gesù e si concentra sulla forza del vento, viene preso dalla paura e comincia ad affondare. In questo gesto Pietro rappresenta ogni discepolo: generoso e sincero nel suo slancio, ma fragile nella prova. La sua caduta non nasce dalla mancanza di amore, bensì dal dubbio e dalla paura. Tuttavia compie la scelta giusta: grida «Signore, salvami!». Gesù tende la mano, lo afferra e lo mette in salvo, chiedendogli: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Il racconto insegna che la fede consiste nel mantenere lo sguardo fisso su Cristo anche quando le difficoltà sembrano travolgerci. Le fragilità, i dubbi e persino le cadute non sono l’ultima parola: ciò che conta è continuare a invocare il suo aiuto. Quando Gesù sale sulla barca, il vento si calma e i discepoli comprendono più profondamente chi egli sia. Si prostrano davanti a lui e proclamano: “Davvero tu sei il Figlio di Dio”. Il messaggio centrale del brano è che la vita di fede alterna slanci e debolezze, come accadde a Pietro. Ma ogni volta che l’uomo rischia di affondare, può affidarsi a Cristo e la mano di Dio è sempre pronta a sostenerlo.
+Giovanni D’Ercole
Volto alla Persona, Padre in relazione
(Mt 18,1-5.10.12-14)
Il brano di Vangelo detta la linea di tutto il discorso ecclesiale di Mt (18,1-35).
Il termine chiave dei vv.1-5 è «paidìon» - diminutivo di «pàis» - che sta a indicare il garzone di bottega, il ragazzino fra 9-11 anni circa, che anche in casa doveva scattare dopo ogni ordine ricevuto.
Gesù tramortisce le ambizioni di grandezza dei suoi bramosi discepoli, che vorrebbero pignorarlo e mettergli il guinzaglio.
Modello del Regno non è il comandante, bensì il servitore; colui che non agisce con mentalità corrente, per spirito d’interesse o promozione.
Non è un peccato desiderare di dare significato alla propria vita, ma c’è un rovesciamento: ‘maggiore’ è il ‘minore’ - colui che non brama posti preminenti; resta umile di sentimento, condizione, e posizioni.
L’importanza palese è un inganno: i veri “grandi” della comunità ecclesiale non appartengono al mondo dei perfettamente installati, che si fanno avanti, che sanno a chi appoggiarsi, e così imporsi.
Dal v.6 l’autore parla di «mikròi»: i senza voce. Sono coloro che non hanno peso alcuno.
Questi “piccoli” sono «minuscoli» che hanno sentito parlare dello spirito di comunione che vige tra sorelle e fratelli di Fede...
Vorrebbero sperimentare il beneficio di questa nuova Via senza pretese mortificanti, sollecita al recupero...
Provano a iniziare, ma talora se ne scostano. Affaticati da situazioni improprie.
Gesù ci spiazza: gli ‘esclusi’ sono gli unici che fanno gridare di gioia, e valgono più di tutto il gregge dei soliti abitudinari (vv.12-14).
Il Richiamo vale anche per noi: proprio nelle persone isolate, smarrite e apparentemente più insignificanti è particolarmente vivace la fioritura dei grandi contenuti spontanei.
In essi si annida la Linfa che rigenera il mondo, e si rivela la Novità di Dio [che anche oggi vuole guidarci nell’esodo vocazionale e sociale].
Insomma: le idee fisse condizionano la vita e non lasciano che l’organismo interiore - psichico e spirituale - possa nutrirsi di verità trasparenti (non pregiudicate) e sensazioni sincere, che vorrebbero donarci respiro.
Liberarsi da soliti modi di scendere in campo, sciogliere pregiudizi e convinzioni schematiche, consentirebbe di spezzare le catene che trattengono le facoltà, spalancando altre visuali.
Infatti, la soluzione delle complicazioni che soffocano l’anima e l’esperienza della pienezza di essere che cerchiamo non è esterna, bensì insita nella nostra stessa domanda.
Nel linguaggio biblico, la figura dell’Angelo (v.10) esprime Dio stesso in dialogo con l’anima personale; la Sua Presenza in noi, in situazione - e qui la nostra paradossale fecondità.
L’Angelo è il nostro stesso Sé eminente e totale, che sa recuperare gli opposti, che coglie i segreti, suggerisce, guida; conosce la nostra poliedricità unica, e in tal guisa sa dove andare.
Così, la vita autentica è avvolta di Mistero, perfino nel passo dopo passo.
L’esistenza che ci contraddistingue non è tutta nel circolo dei traguardi visibili, delle apparenti affermazioni, e delle cose materiali, banali, più o meno a portata di mano.
La Vita completa introduce nella Chiamata per Nome che sfocia nella realizzazione e fioritura, ci apre alla Relazione che vale.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Secondo te perché Gesù parla di Angeli in cielo, e di Gioia in riferimento all’unica pecorella?
[Martedì 19.a sett. T.O. 11 agosto 2026]
Volto alla persona, Padre in relazione
(Mt 18,1-5.10.12-14)
Il brano di Vangelo detta la linea di tutto il discorso ecclesiale di Mt (18,1-35). Il termine chiave dei vv.1-5 è paidìon - diminutivo di pàis - che sta a indicare il garzone di bottega, il ragazzino fra 9-11 anni circa, che anche in casa doveva scattare dopo ogni ordine ricevuto.
Gesù tramortisce le ambizioni di grandezza dei suoi bramosi apostoli, che vogliono sequestrarlo per se stessi. Sì, lo tallonano sempre, ma non lo seguono - anzi, vorrebbero pignorarlo e mettergli il guinzaglio.
Modello del Regno non è il comandante, bensì il servitore; colui che non agisce con mentalità corrente, per spirito d’interesse o promozione.
Non è un peccato desiderare di dare significato alla propria vita, ma c’è un rovesciamento: maggiore è il minore - colui che non brama posti preminenti, resta umile di sentimento, condizione e posizioni.
Anche nella vita spirituale, chi vuole subito arrivare o fa il buono (non per gratuità ma solo) per assicurarsi posizioni future, disperde la propria Perla. L’importanza palese è un inganno: i veri “grandi” della comunità ecclesiale non appartengono al mondo dei “migliori”, dei perfettamente installati in società - gli svelti che si fanno avanti e sanno imporsi.
Dal v.6 l’autore parla di mikròi: i senza voce. Sono coloro che non hanno peso alcuno, magari quelli che non riescono neppure a farsi accettare in qualche gruppo di pressione o cricca “spirituale” esclusiva.
Questi “piccoli” sono coloro che prima o poi - malgrado l’esclusione preventiva - trovano il modo di accostarsi alla comunità dei fedeli in Cristo. Hanno sentito parlare dello spirito di collaborazione, sinergia e comunione che vige tra sorelle e fratelli di Fede. Vorrebbero sperimentare il beneficio di questa nuova Via di convivenza senza pretese umilianti, e sollecita al recupero...
Provano a iniziare, ma talora se ne scostano. Affaticati dalla trafila, impossibilitati a un rapporto personale con il Signore (in quanto davanti e in ogni occasione si ritrovano la solita siepe di dirigenti cui dovrebbero pagare dazi e sottostare), spesso irritati dalla vuota vanità di coloro che non di rado si rivelano persone senza scrupoli e pericolosissime.
Gesù non ci va liscio: gli esclusi sono gli unici che fanno gridare di gioia, e valgono molto molto più di tutto il gregge dei soliti inclusi (vv.12-14).
Il Richiamo vale anche per noi: proprio nelle persone isolate, smarrite e apparentemente più insignificanti è particolarmente vivace la fioritura dei grandi contenuti spontanei.
In essi si annida la Linfa che rigenera il mondo, e si rivela la Novità di Dio (che anche oggi vuole guidarci nell’esodo vocazionale e sociale).
Semplicità e sconvolgimenti: Rinascita senza mortificazione
Non si tratta di trovare scuse per giustificare la pigrizia nella ricerca e nell’esodo spirituale: piccoli, spontanei e naturali - ma ricchi dentro - si diventa, abbassandosi (Mt 18,3-4 testo greco) dal proprio personaggio.
È l’arte di rendere densa e complessa la vita, poliedrica e vasta, semplificando poi, senza disperdere. Spesso basta solo osservare in maniera diversa o posare lo sguardo altrove, per trovare mille sbocchi inattesi e auto-rigeneranti.
Infatti, la soluzione delle complicazioni che soffocano l’anima e l’esperienza della pienezza di essere che cerchiamo, non è esterna, ma insita nella nostra stessa domanda. Non di rado appartiene alle precomprensioni più che alla realtà o alla marea che viene, la quale vuole semplicemente trascinarci sul territorio della crescita.
Siamo obnubilati dai pensieri. Ma esiste un sapere innato che veglia sulla nostra unicità e non intossica l’anima. C’è un tempo e uno spazio segreti, che ci abitano: essi risuonano in sintonia coi Vangeli. Non c’è da “rimettersi al passo” di sempre.
Se ci arrendiamo a tale istinto sapiente, confortato dalla Parola, il Nucleo dell’essere scenderà in campo con le sue energie primordiali - che ricreano la terra come il mitico Bimbo del mondo: un piccolo Gesù - dentro e fuori di noi. Così si annienta anche il disastro del Coronavirus, e si risorge: ciascuno a modo proprio (che non è “suo” nel senso dell’arbitrio).
E quando nei casi particolari saremo capaci di accogliere gli accadimenti come una Chiamata a uscire dalle gabbie affinché percepiamo l’altrove, troveremo un risultato intimo che sbroglia e rilancia la via personale e le possibilità di scambio di doni inediti, non stereotipi - senza neppure provare la stanchezza e le sottili insoddisfazioni che conosciamo.
Proiettati totalmente nei problemi esterni, sovraccarichiamo la mente e lo spirito di aspettative indotte dal paradigma culturale (un tempo) in voga, cui siamo abituati. Così l’esistenza ridiventa subito conformista, stagnante nei soliti mezzi e mète, priva di nuovi picchi, relazioni autentiche e vitalità impensate.
Il diktat dell’obbiettivo indotto dai ruoli che immaginavamo acquisiti ci sfibra, e l’idea istituita di perfezione sterilizza l’humus - c’impoverisce, mettendo fra parentesi le esigenze effettive; così facendo prevalere i modi di essere, i ruoli consolidati già espressi, inaridendo i rapporti (rendendo di nuovo torbidi gli ambienti).
Le idee fisse condizionano la vita e non lasciano che l’organismo interiore - psichico e spirituale - possa nutrirsi di verità trasparenti (non pregiudicate) e sensazioni sincere, che vorrebbero donarci respiro.
Liberarci da soliti modi di scendere in campo, dai giudizi e convinzioni apodittiche, consentirebbe di spezzare le catene che trattengono le facoltà luminose e arcobaleno, nonché la capacità di corrispondere all’irripetibile vocazione, spalancando altre visuali.
Il “vuoto” propugnato dal Tao somiglia solo a orecchio al “vuoto” di altre sapienze orientali (decisamente più spersonalizzanti) perché l’insegnamento della Via non smarrisce il senso di unicità ed eccezionalità del singolo seme. Anzi, ne rispetta appieno la vocazione propulsiva... rimanendo se stessi, non solo malgrado - ma a motivo - dell’abisso obbligatorio che abbiamo vissuto.
Minimizzando invece i propositi di riedizione dell’antico maquillage - e tutti i condizionamenti non epocali (che non ci chiamano, e neppure vorremmo) - sgombriamo l'anima dalle zavorre. Faremmo affiorare il suo peso specifico eccezionale e il carattere irripetibile, per alleggerirla e colmarla solo di quanto serve per attivare i nuovi sentieri che ci attendono.
Il rallentamento e il lasciar scorrere che Lao Tse propugna non guida all’insignificante appiattimento delle differenze, ma a dilatare i tempi sacri e naturali dell’azione sapiente, e apprezzarne il valore.
Tappe e traguardi che non ci corrispondono non daranno appagamento, costringendoci ad amplificare i rapporti solo per coprire il problema con se stessi, o addirittura di coppia, gruppo, movimento, comunità e ambiente di lavoro.
Mentre desideriamo rivestire (e non deporre) di senso di permanenza il personaggio di prima - cliché che non ci corrisponde - giriamo a vuoto, caricandoci di attese fuori scala e inutile stress (che non fa spazio all’amore con cui s’incontra se stessi, le cose, sorelle e fratelli, i tanti eventi).
La Sapienza naturale, gli accadimenti anche amareggianti, e la Bibbia, ci ricordano che il volto... ogni percorso, nome e ritmo sono solo nostri. Anche la sintesi lo è: ciascuno è chiamato a scrivere la sua irripetibile lieta notizia a favore della donna e dell’uomo di ogni tempo (Gv 20,30-31).
Nota bene: la Fraternità non è livellamento:
“Ma ci sono molte altre cose che Gesù ha fatto, le quali se fossero scritte una per una, penso che neppure il mondo stesso potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere” (Gv 21,25).
Sarebbe la Felicità nella nuova Bellezza eminente, dal disagio.
Nel linguaggio biblico, la figura dell’Angelo (v.10) esprime Dio stesso in dialogo con l’anima personale; la Sua Presenza in noi, in situazione - e qui la nostra paradossale fecondità.
L’Angelo è il nostro stesso Sé eminente e totale, che sa recuperare gli opposti, che coglie i segreti, suggerisce, guida; conosce la nostra feconda poliedricità, e in tal guisa sa dove andare.
Insomma, la vita autentica è avvolta di Mistero, perfino nel passo dopo passo.
L’esistenza che ci contraddistingue non è tutta nel circolo dei traguardi visibili, delle apparenti affermazioni, e delle cose materiali, banali, più o meno a portata di mano.
La Vita completa ci introduce nella Chiamata per Nome che sfocia nella realizzazione e fioritura, ci apre alla Relazione che vale.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Secondo te perché Gesù parla di Angeli in cielo, e di Gioia in riferimento all’unica pecorella?
Perché Gesù parla di Gioia in riferimento all’unica pecorella?
Valore dell'unicità imperfetta
(Mt 18,12-14)
Il cambiamento di rotta e di sorte del Regno. Un Dio in ricerca dei perduti e disuguali, per dilatarci la vita. Cristologia del Pallio, potenza delle carezze, energia gioiosa (nella dissociazione).
Dice il Tao Tê Ching (x): «Preserva l’Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare?».
Anche nel cammino spirituale, Gesù si guarda bene dal proporre un universalismo dettato o pianificato, come se il suo fosse un modello ideale, «allo scopo di omogeneizzare» [Fratelli Tutti n.100].
Il tipo di Comunione che il Signore ci propone non mira a «un’uniformità unidimensionale che cerca di eliminare tutte le differenze e le tradizioni in una superficiale ricerca di unità».
Perché «il futuro non è “monocromatico” ma se ne abbiamo il coraggio è possibile guardarlo nella varietà e nella diversità degli apporti che ciascuno può dare. Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali!» [da un Discorso ai giovani in Tokyo, novembre 2019].
Sebbene la pietà e la speranza dei rappresentanti della religiosità ufficiale fosse fondata su una struttura di sicurezze umane, etniche, culturali e una visione del Mistero consolidati da una grande tradizione, Gesù sgretola tutte le prevedibilità.
Nel Figlio, Dio viene rivelato non più come proprietà esclusiva, bensì Potenza d’Amore che perdona gli emarginati e smarriti: salva e crea, liberando. E mediante i discepoli dispiega il suo Volto che recupera, abbatte le barriere consuete, chiama moltitudini misere.
Sembra un’utopia impossibile da realizzare nel concreto (oggi della crisi sanitaria e globale) ma è il senso del passaggio di consegne alla Chiesa, chiamata a farsi incessante pungolo d’Infinito e fermento d’un mondo alternativo, per lo sviluppo umano integrale:
«Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!» [FT n.8].
Attraverso una domanda assurda (formulata in modo retorico) Gesù vuole destare la coscienza dei “giusti”: c’è una controparte di noi che suppone di sé, molto pericolosa, perché porta all’esclusione, all’abbandono.
Invece l’Amore inesauribile cerca. E trova l’imperfetto e irrequieto.
La palude di energia stagnante che si genera accentuando i confini non fa crescere nessuno: blocca nelle solite posizioni e lascia che ciascuno si arrangi o si perda. Per disinteresse interessato - che impoverisce tutti.
Tutto ciò faceva cadere le virtù creative nella disperazione.
Fa cadere nella disperazione chi è fuori del giro degli eletti - anteposti che non avevano nulla di superiore. Infatti gli evangelisti li tratteggiano del tutto incapaci di trasalire di gioia umana per il progresso altrui.
Calcolatori, recitanti e conformi - i dirigenti fondamentalisti o troppo sofisticati e disincarnati usano la religione come un’arma.
Invece Dio è agli antipodi degli sterilizzati finti - o del pensiero disincarnato - e alla ricerca di colui che vaga malfermo, facilmente si disorienta, smarrisce la strada.
Peccatore eppure vero, quindi più disposto all’Amore genuino. Per questo motivo il Padre è alla ricerca dell’insufficiente.
La persona così limpida e spontanea - anche se debole - cela la sua parte migliore e ricchezza vocazionale proprio dietro i lati apparentemente detestabili. Forse ch’egli stesso non apprezza.
Questo il principio di Redenzione che sbalordisce e rende interessante i nostri percorsi spesso distratti, condotti a fiuto, come “a tentativo ed errore” - nella Fede generando però autostima, credito, pienezza e gioia.
L’impegno del purificatore e l’impeto del riformatore sono “mestieri” che in apparenza si contrappongono, ma facili facili… e tipici di chi pensa che le cose da contestare e cambiare siano sempre fuori di sé.
Ad esempio nei meccanismi, nelle regole generali, nell’assetto giuridico, nelle visioni del mondo, negli aspetti formali (o istrionici) invece che nell’artigianato del bene particolare concreto; così via.
Sembrano scuse per non guardarsi dentro e mettersi in gioco, per non incontrare i propri stati profondi in tutti i versanti e non solo nelle linee guida. E recuperare o rallegrare individui concretamente smarriti, tristi, in tutti i lati oscuri e difficili.
Ma Dio è agli antipodi degli sterilizzati di maniera o degli idealisti finti, e alla ricerca dell’insufficiente: colui che vaga e smarrisce la strada. Peccatore eppure vero, quindi più disposto all’Amore genuino.
La persona trasparente e spontanea - anche se debole - cela la sua parte migliore e ricchezza vocazionale proprio dietro gli aspetti apparentemente detestabili (forse ch’egli stesso non apprezza).
Chiediamo allora soluzione alle nuove energie interpersonali misteriose, imprevedibili, che entrano in gioco; da dentro le cose.
Senza interferire con idee di passato o di futuro che non vediamo, ovvero opponendosi ad esse. Piuttosto possedendone l’anima, il suo farmaco spontaneo.
Questo il principio della Salvezza che sbalordisce e rende interessante i nostri percorsi [spesso distratti, condotti a fiuto, come “a tentativo ed errore”] - generando infine autostima, credito e gioia.
L’idea che l’Altissimo sia un notaio o principe di un foro, e che operi netta distinzione fra giusti e trasgressori, è caricatura.
Del resto, una vita da salvati non è produzione propria, né possesso esclusivo o proprietà privata - che si capovolge in doppiezza.
Non è l’atteggiamento schizzinoso, né quello cerebrale, che unisce a Lui. Il Padre non blandisce amicizie supponenti, né ha interessi esterni.
Egli si rallegra con tutti, ed è il bisogno che lo attira a noi. Quindi non temiamo di farci trovare e lasciarci riportare (cf. Lc 15,5) in Casa sua, che è casa nostra.
Se c’è uno smarrimento, vi sarà un ritrovamento, e questo non è una perdita per nessuno - salvo per gli invidiosi nemici della libertà (v.10).
L’Eterno infatti non si compiace di emarginazioni, né intende spegnere il lucignolo fumigante.
Gesù non viene per puntare il dito sui momenti no, ma per recuperare, facendo leva sul coinvolgimento intimo. Forza invincibile di fedeltà.
Questo lo stile d’una Chiesa dal Cuore Sacro, amabile, elevato e benedetto.
[Ciò che attira a partecipare ed esprimersi è sentirsi capiti, restituiti a dignità piena - non condannati].
Diceva Carlo Carretto: «È sentendosi amato, non criticato, che l’uomo inizia il suo cammino di trasformazione».
Come sottolinea ancora l’enciclica Fratelli Tutti:
Gesù - nostro Motore e Motivo - «aveva un cuore aperto, che faceva propri i drammi degli altri» (n.84).
E aggiunge ad esempio della nostra grande Tradizione:
«Le persone possono sviluppare alcuni atteggiamenti che presentano come valori morali: fortezza, sobrietà, laboriosità e altre virtù. Ma per orientare adeguatamente gli atti [...] bisogna considerare anche in quale misura essi realizzino un dinamismo di apertura e di unione [...] Altrimenti avremo solo apparenza».
«San Bonaventura spiegava che le altre virtù, senza la carità, a rigore non adempiono i comandamenti come Dio li intende» (n.91).
Nelle sètte o nei gruppi d’ispirazione unilaterale, per emarginazione saccente le ricchezze umane e spirituali vengono depositate in luogo appartato, così invecchiano e sviliscono.
Nelle assemblee dei figli sono invece condivise: si accrescono e comunicano; moltiplicandosi rinverdiscono, con beneficio universale.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cosa ti attira della Chiesa? Nei confronti coi primi della classe, ti senti giudicato o adeguato?
Provi l’Amore che salva, anche se permani incerto?
68. Cristo Gesù ha sempre manifestato la sua preferenza nei confronti dei più piccoli (cfr Mc 10,13-16). Lo stesso Vangelo è permeato in profondità dalla verità sul bambino. Che cosa significa infatti: « Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 18,3)? Gesù non fa forse del bambino un modello, anche per gli adulti? Nel bambino vi è qualche cosa che non dovrebbe mancare mai a chi vuole entrare nel Regno dei cieli. Il cielo è promesso a tutti coloro che sono semplici come i fanciulli, a quanti, come essi, sono pieni di uno spirito di abbandono nella fiducia, puri e ricchi di bontà. Essi soltanto possono trovare in Dio un Padre e diventare, grazie a Gesù, figli di Dio. Figli e figlie dei nostri genitori, Dio vuole che siamo tutti suoi figli adottivi per grazia!
[Africae Munus n.68]
Già l’Antico Testamento parla comunemente di Dio come Pastore di Israele, del popolo dell’alleanza, da lui scelto per realizzare il progetto della salvezza. Il Salmo 22 è un inno meraviglioso al Signore, Pastore delle nostre anime: “Il Signore è il mio Pastore; non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce; mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino... Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me...” (Sal 23,1-3).
I profeti Isaia, Geremia ed Ezechiele ritornano sovente sul tema del popolo “gregge del Signore”: “Ecco il vostro Dio!... Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna...” (Is 40,11) e soprattutto annunciano il Messia come Pastore che pascerà veramente le sue pecore e non le lascerà più sbandare: “Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore...” (Ez 34,23).
Nel Vangelo è familiare questa dolce e commovente figura del pastore, la quale anche se i tempi sono cambiati a causa dell’industrializzazione e dell’urbanesimo, mantiene sempre il suo fascino e la sua efficacia; e tutti ricordiamo la parabola tanto toccante e suggestiva del Buon Pastore che va in cerca della pecorella smarrita (Lc 15,3-7).
Nei primi tempi della Chiesa poi l’iconografia cristiana si servì grandemente e sviluppò questo tema del Buon Pastore la cui immagine appare spesso, dipinta o scolpita, nelle Catacombe, nei sarcofagi, nei battisteri. Tale iconografia, così interessante e devota, ci attesta che, fin dai primi tempi della Chiesa, Gesù “Buon Pastore” colpì e commosse gli animi dei credenti e dei non credenti e fu motivo di conversione, di impegno spirituale e di conforto. Ebbene, Gesù “Buon Pastore” è vivo e vero ancora oggi in mezzo a noi, in mezzo all’umanità intera, e a ciascuno vuol far sentire la sua voce e il suo amore.
1. Che cosa significa essere il Buon Pastore?
Gesù ce lo spiega con chiarezza convincente:
– il pastore conosce le sue pecore e le pecore conoscono lui: come è bello e consolante sapere che Gesù ci conosce uno per uno, che non siamo degli anonimi per lui, che il nostro nome (quel nome che è concordato dall’amore dei genitori e degli amici) lui lo conosce! Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20).
[…]
(Papa Giovanni Paolo II, omelia 6 maggio 1979)
Dopo aver passato in rassegna le diverse figure della vita familiare – madre, padre, figli, fratelli, nonni –, vorrei concludere questo primo gruppo di catechesi sulla famiglia parlando dei bambini. Lo farò in due momenti: oggi mi soffermerò sul grande dono che sono i bambini per l’umanità – è vero sono un grande dono per l’umanità, ma sono anche i grandi esclusi perché neppure li lasciano nascere – e prossimamente mi soffermerò su alcune ferite che purtroppo fanno male all’infanzia. Mi vengono in mente i tanti bambini che ho incontrato durante il mio ultimo viaggio in Asia: pieni di vita, di entusiasmo, e, d’altra parte, vedo che nel mondo molti di loro vivono in condizioni non degne… In effetti, da come sono trattati i bambini si può giudicare la società, ma non solo moralmente, anche sociologicamente, se è una società libera o una società schiava di interessi internazionali.
Per prima cosa i bambini ci ricordano che tutti, nei primi anni della vita, siamo stati totalmente dipendenti dalle cure e dalla benevolenza degli altri. E il Figlio di Dio non si è risparmiato questo passaggio. E’ il mistero che contempliamo ogni anno, a Natale. Il Presepe è l’icona che ci comunica questa realtà nel modo più semplice e diretto. Ma è curioso: Dio non ha difficoltà a farsi capire dai bambini, e i bambini non hanno problemi a capire Dio. Non per caso nel Vangelo ci sono alcune parole molto belle e forti di Gesù sui “piccoli”. Questo termine “piccoli” indica tutte le persone che dipendono dall’aiuto degli altri, e in particolare i bambini. Ad esempio Gesù dice: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). E ancora: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10).
Dunque, i bambini sono in sé stessi una ricchezza per l’umanità e anche per la Chiesa, perché ci richiamano costantemente alla condizione necessaria per entrare nel Regno di Dio: quella di non considerarci autosufficienti, ma bisognosi di aiuto, di amore, di perdono. E tutti, siamo bisognosi di aiuto, d’amore e di perdono!
I bambini ci ricordano un’altra cosa bella; ci ricordano che siamo sempre figli: anche se uno diventa adulto, o anziano, anche se diventa genitore, se occupa un posto di responsabilità, al di sotto di tutto questo rimane l’identità di figlio. Tutti siamo figli. E questo ci riporta sempre al fatto che la vita non ce la siamo data noi ma l’abbiamo ricevuta. Il grande dono della vita è il primo regalo che abbiamo ricevuto. A volte rischiamo di vivere dimenticandoci di questo, come se fossimo noi i padroni della nostra esistenza, e invece siamo radicalmente dipendenti. In realtà, è motivo di grande gioia sentire che in ogni età della vita, in ogni situazione, in ogni condizione sociale, siamo e rimaniamo figli. Questo è il principale messaggio che i bambini ci danno, con la loro stessa presenza: soltanto con la presenza ci ricordano che tutti noi ed ognuno di noi siamo figli.
Ma ci sono tanti doni, tante ricchezze che i bambini portano all’umanità. Ne ricordo solo alcuni.
Portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro. Il bambino ha una spontanea fiducia nel papà e nella mamma; ha una spontanea fiducia in Dio, in Gesù, nella Madonna. Nello stesso tempo, il suo sguardo interiore è puro, non ancora inquinato dalla malizia, dalle doppiezze, dalle “incrostazioni” della vita che induriscono il cuore. Sappiamo che anche i bambini hanno il peccato originale, che hanno i loro egoismi, ma conservano una purezza, e una semplicità interiore. Ma i bambini non sono diplomatici: dicono quello che sentono, dicono quello che vedono, direttamente. E tante volte mettono in difficoltà i genitori, dicendo davanti alle altre persone: “Questo non mi piace perché è brutto”. Ma i bambini dicono quello che vedono, non sono persone doppie, non hanno ancora imparato quella scienza della doppiezza che noi adulti purtroppo abbiamo imparato.
I bambini inoltre - nella loro semplicità interiore - portano con sé la capacità di ricevere e dare tenerezza. Tenerezza è avere un cuore “di carne” e non “di pietra”, come dice la Bibbia (cfr Ez 36,26). La tenerezza è anche poesia: è “sentire” le cose e gli avvenimenti, non trattarli come meri oggetti, solo per usarli, perché servono…
I bambini hanno la capacità di sorridere e di piangere. Alcuni, quando li prendo per abbracciarli, sorridono; altri mi vedono vestito di bianco e credono che io sia il medico e che vengo a fargli il vaccino, e piangono … ma spontaneamente! I bambini sono così: sorridono e piangono, due cose che in noi grandi spesso “si bloccano”, non siamo più capaci… Tante volte il nostro sorriso diventa un sorriso di cartone, una cosa senza vita, un sorriso che non è vivace, anche un sorriso artificiale, di pagliaccio. I bambini sorridono spontaneamente e piangono spontaneamente. Dipende sempre dal cuore, e spesso il nostro cuore si blocca e perde questa capacità di sorridere, di piangere. E allora i bambini possono insegnarci di nuovo a sorridere e a piangere. Ma, noi stessi, dobbiamo domandarci: io sorrido spontaneamente, con freschezza, con amore o il mio sorriso è artificiale? Io ancora piango oppure ho perso la capacità di piangere? Due domande molto umane che ci insegnano i bambini.
Per tutti questi motivi Gesù invita i suoi discepoli a “diventare come i bambini”, perché “a chi è come loro appartiene il Regno di Dio” (cfr Mt 18,3; Mc 10,14).
Cari fratelli e sorelle, i bambini portano vita, allegria, speranza, anche guai. Ma, la vita è così. Certamente portano anche preoccupazioni e a volte tanti problemi; ma è meglio una società con queste preoccupazioni e questi problemi, che una società triste e grigia perché è rimasta senza bambini! E quando vediamo che il livello di nascita di una società arriva appena all’uno percento, possiamo dire che questa società è triste, è grigia perché è rimasta senza bambini.
[Papa Francesco, Udienza Generale 18 marzo 2015]
Trasfigurazione del Signore (anno A) [6 agosto 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Daniele (7, 9-10.13-14)
Il testo commenta una visione del profeta Daniele, scritta durante la persecuzione degli ebrei da parte di Antioco IV Epifane nel II secolo a.C. Il suo scopo è incoraggiare e consolare il popolo sofferente. Daniele vede anzitutto Dio, rappresentato come un “Vegliardo” seduto su un trono di fuoco, circondato da milioni di servitori. È un’immagine di giustizia e di vittoria: Dio sta per giudicare i persecutori e rendere giustizia ai fedeli. Successivamente appare il “Figlio dell’Uomo”, che viene condotto davanti a Dio sulle nubi del cielo e riceve potere, gloria e un regno eterno. Sembra una scena di incoronazione messianica.
Chi è il Figlio dell’Uomo? La spiegazione data nel testo stesso di Daniele è sorprendente: il Figlio dell’Uomo non rappresenta inizialmente una singola persona, ma il “popolo dei santi dell’Altissimo”, cioè Israele fedele a Dio, soprattutto quel piccolo gruppo che resta fedele durante la persecuzione. Il messaggio è quindi chiaro: Oggi siete oppressi, ma Dio vi darà la vittoria e il suo Regno sarà eterno. Dopo la liberazione dalla persecuzione, molti ebrei continuarono a leggere questa profezia come riferita al futuro. Alcuni iniziarono ad attendere non un Messia individuale, ma un Messia collettivo: il popolo fedele d’Israele, chiamato appunto “Figlio dell’Uomo”. Ed ecco la novità portata da Gesù. Gesù di Nazaret riprende il titolo “Figlio dell’Uomo”, ma gli dà un significato più profondo: non indica semplicemente “un uomo”, ma l’umanità intera; Gesù lo applica a sé stesso più di ottanta volte nei Vangeli; unisce due aspetti che in Daniele erano separati: gloria e sofferenza. Per Gesù, il Figlio dell’Uomo non è soltanto il re glorioso che riceve il Regno, ma anche colui che soffre, viene rifiutato e muore prima di entrare nella gloria. Dopo la Risurrezione, i discepoli comprendono che Gesù è contemporaneamente uomo e Dio. Egli è il capo di una nuova umanità e tutti coloro che sono uniti a lui formano un solo corpo. Perciò la profezia di Daniele si compie pienamente in Cristo e nel suo popolo: i credenti sono chiamati a partecipare alla sua regalità e alla sua gloria.
Questo dunque il messaggio centrale: Dio ha creato l’umanità per condividere la sua dignità e il suo Regno. La sofferenza e la persecuzione non hanno l’ultima parola: il destino finale dei fedeli è partecipare alla vittoria di Dio e al suo regno eterno.
Salmo Responsoriale (96/97)
Una lotta continua contro l’idolatria: questo potrebbe essere il commento al Salmo 96/97 (“Il Signore regna”) per sottolineare un tema fondamentale della Bibbia: la lotta costante contro l’idolatria e l’affermazione che esiste un solo Dio.
Quando il salmo proclama:Il Signore è re, esulti la terra, afferma che Dio è l’unico vero sovrano dell’universo. Le espressioni: Tu domini sopra tutti gli dèi, tutti gli dèi si prostrino davanti a lui, non significano che esistano altri dèi inferiori, ma che tutte le false divinità e gli idoli non sono nulla di fronte al Dio unico di Israele.
Per la fede ebraica, il principio fondamentale è: “Ascolta, Israele: il Signore nostro Dio è l’unico Signore.” Israele visse sempre a contatto con popoli politeisti e spesso fu tentato di adottarne i culti. Per questo i profeti denunciarono l’infedeltà del popolo, paragonandola a quella di una sposa che tradisce il proprio marito. Tuttavia, insieme al rimprovero, annunciarono sempre il perdono e la misericordia di Dio. Il testo ricorda che il primo capitolo della Libro della Genesi fu scritto in contrasto con le credenze religiose di Babilonia. Mentre i miti babilonesi parlavano di molti dèi in lotta tra loro e di un’umanità creata per essere schiava, la Bibbia afferma che: esiste un solo Dio; la creazione è buona; l’uomo e la donna sono creati a immagine di Dio; l’essere umano è chiamato a governare il creato e non a esserne schiavo. Persino il sole e la luna non vengono nominati per evitare che siano adorati come divinità: sono semplicemente “luminari” al servizio della vita. Dio Signore dell’universo e il salmo descrive la manifestazione di Dio con immagini grandiose: fuoco, lampi, nuvole, terremoti, montagne che si sciolgono come cera. Queste immagini richiamano la teofania di Mosè sul Monte Sinai e servono a mostrare la potenza e la maestà divina. Emerge un messaggio universale di gioia e l’espressione “Il Signore è re, esulti la terra”
significa che il regno di Dio non riguarda soltanto Israele, ma tutta l’umanità.
La Bibbia in effetti unisce sempre due idee: l’elezione di Israele; a salvezza destinata a tutti i popoli. Il progetto di Dio è universale e orientato alla gioia, alla giustizia e alla pace. Infine, il salmo invita a credere che Dio guida la storia verso un futuro di pace e di felicità per tutti. Anche quando il mondo sembra dominato da guerre, violenze e ingiustizie, il credente è chiamato a mantenere la speranza e a collaborare perché il progetto di Dio si realizzi. L’ultima osservazione del commento è molto concreta: La pace e la gioia sono possibili, ma bisogna desiderarle davvero. In altre parole, non basta aspettare l’intervento di Dio: occorre anche impegnarsi personalmente per costruire un mondo più giusto e fraterno.
Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Pietro apostolo (1,16-19)
il filo conduttore di questo brano potrebbe così sintetizzarsi: Restare fermi nella fede e guardarsi dai falsi profeti che può considerarsi il testamento spirituale di Pietro. La seconda lettera di Pietro somiglia a un discorso d’addio: nel momento di partire, chi se ne va ricorda le verità fondamentali che l’hanno animato e dà orientamenti per il futuro a chi si è raccolto attorno alla sua testimonianza. I versetti proposti sono l’introduzione all’intera lettera e ne riassumono i temi principali: 1) restate fermi nella fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio; 2) guardatevi dai falsi profeti. Tutto questo senza perdere di vista l’orizzonte della fede: la speranza del ritorno di Cristo. Anzi tutto: restate fermi nella fede in Gesù Figlio di Dio. Al momento della nascita di Gesù, non sarebbe venuto in mente a nessuno che Dio potesse avere un Figlio; il Dio unico era solitario. Quando Giovanni Battista sente la voce dal cielo che designa Gesù come Figlio, traduce certo “Messia”; perché, tradizionalmente, il re d’Israele riceveva il titolo di Figlio di Dio il giorno dell’incoronazione, con la formula “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”( Sal 2,7). Per gli ebrei credenti, dirsi Figlio di Dio era menzogna, pretesa o addirittura bestemmia. È uno dei motivi della condanna di Gesù (Mc 14,64). Poco a poco, molto più tardi, meditando il mistero di Cristo alla luce della Risurrezione, gli apostoli hanno scoperto questa verità inattesa: Gesù è davvero il Figlio di Dio, è Dio. L’evento della Trasfigurazione appare ora in piena luce: Cristo “ricevette da Dio Padre onore e gloria: gli giunse quella voce dalla maestosa gloria: Questi è il Figlio mio amato, nel quale mi sono compiaciuto”.
Ora, la gloria in tutto l’AT è prerogativa di Dio:ad esempio “Date al Signore la gloria del suo nome” (Sal 28/29,2). Eppure, secondo Matteo e Marco, la voce dal cielo alla Trasfigurazione non disse altro che al Battesimo; ciò che cambia è proprio la gloria che avvolge Gesù alla Trasfigurazione: è solo, sul monte, circondato solo dalle due più alte figure dell’AT; al Battesimo era immerso nella folla, mescolato al popolo dei peccatori. È lo stesso Gesù che i discepoli hanno imparato a conoscere poco a poco, Figlio dell’uomo, certo, ma anche Figlio di Dio. Inoltre questa fede non tradisce la fede passata. Questa fede rinnovata non è per i discepoli tradimento della fede passata: nessuno pensa di aver cambiato religione riconoscendo in Gesù il Messia tanto atteso dal suo popolo. Al contrario, rileggendo le Scritture scoprono che Gesù è proprio colui che esse annunciavano.
Da qui la frase di Pietro: “Così abbiamo conferma della parola profetica” e il consiglio ai lettori: Fate bene a volgere l’attenzione ad essa, come a una lampada che brilla in un luogo oscuro. Bella immagine: nelle tenebre dell’umanità che attende il suo salvatore, brilla già la luce dei profeti. Da ora i cristiani dovranno ricordare sempre questa Parola che annunciava Gesù. Altro punto importante: guardatevi dai falsi profeti. Se Pietro si esprime così è perché il timore non era infondato e molti passi del NT mostrano la stessa preoccupazione. Ad esempio
leggiamo nel vangelo di Matteo: “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete” (7,15-16). Stesso problema torna nelle lettere di Giovann: “Carissimi, non prestate fede a ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti per saggiare se provengono da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo”(1Gv 4,1). E pure Paolo ne parla: “Lo Spirito dice apertamente che negli ultimi tempi alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti ingannatori e a dottrine diaboliche” (1Tm 4,1);“Verrà giorno in cui non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, si cercheranno maestri in gran numero… e si volgeranno alle favole” (2Tm 4,3-4). Di fronte a questi falsi profeti si ergono i testimoni autentici, quelli che hanno conosciuto Gesù di Nazareth e hanno, solo loro, diritto di parola. Questa preoccupazione per l’autenticità della testimonianza è costante nei primi apostoli e in Pietro in particolare. Da qui le condizioni per scegliere il sostituto di Giuda (cfAt1,21-22). Da qui anche l’insistenza di Pietro sulla sua presenza alla Trasfigurazione: “Noi fummo testimoni oculari della sua grandezza… Questa voce, venuta dal cielo, l’abbiamo udita noi stessi, mentre eravamo con lui sul monte santo”. È perché sono stati testimoni della venuta del Figlio di Dio tra gli uomini che i suoi apostoli possono ora, con piena fiducia, attendere la sua venuta alla fine dei tempi “finché non spunti il giorno e non sorga la stella del mattino nei vostri cuori”( 2Pt 1,19).
Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)
In questo testo emergono due punti essenziali: la scelta dei testimoni e il monte della Trasfigurazione: Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello: siamo di nuovo davanti al mistero delle scelte di Dio. A Pietro Gesù aveva detto poco prima a Cesarea: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa; e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa (Mt 16,18). Ma Pietro, investito di questa missione capitale, non è solo con Gesù: è accompagnato dai due fratelli, Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. E li condusse in disparte, su un alto mont»: su un alto monte Mosè aveva avuto la Rivelazione del Dio dell’Alleanza e aveva ricevuto le tavole della Legge, quella legge che doveva educare progressivamente il popolo dell’Alleanza a vivere nell’amore di Dio e dei fratelli. Sullo stesso monte Elia aveva avuto la Rivelazione del Dio di tenerezza nella brezza leggera… Mosè ed Elia, le due colonne dell’AT. Sul monte alto della Trasfigurazione, Pietro, Giacomo e Giovanni, le colonne della Chiesa, hanno la Rivelazione del Dio di tenerezza incarnato in Gesù: Questi è il Figlio mio amato, nel quale mi sono compiaciuto. E questa rivelazione è data per rafforzare la loro fede prima della bufera della Passione. Pietro scriverà più tardi: Non siamo andati dietro a favole ingegnose, quando vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza.(2Pt 1,16-18). “Facciamo tre tende”: questa frase di Pietro suggerisce che l’episodio della Trasfigurazione sia avvenuto durante la Festa delle Capanne o almeno nell’atmosfera della festa che si celebrava in memoria del passaggio del deserto durante l’Esodo e dell’Alleanza conclusa con Dio. Durante la festa molti salmi celebravano le promesse messianiche e imploravano Dio di affrettare la sua venuta. Sul monte della Trasfigurazione i tre apostoli si trovano d’improvviso davanti a questa rivelazione del mistero di Gesù: niente di strano se sono presi dal timore che coglie ogni uomo davanti alla manifestazione del Dio santo. Non stupisce nemmeno che Gesù li rialzi e li rassicuri: già l’AT ha rivelato al popolo dell’Alleanza che il Dio santissimo è il Dio vicinissimo all’uomo e che la paura non è il caso. Ma questa rivelazione del mistero del Messia, in tutti i suoi aspetti, non è ancora alla portata di tutti; Gesù ordina di non raccontare nulla per ora, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. Dicendo questa frase Gesù conferma la rivelazione che i tre discepoli hanno appena avuto: è davvero il Messia che il profeta Daniele vedeva sotto le sembianze di un uomo, che veniva sulle nubi del cielo (cf Dn 7,13-14). Occorre ricordare che lo stesso Daniele presenta il Figlio dell’uomo non come individuo solitario, ma come un popolo, che chiama il popolo dei santi dell’Altissimo. La realizzazione è ancora più bella della promessa: in Gesù, l’Uomo-Dio, è tutta l’umanità che riceverà questa regalità eterna e sarà eternamente trasfigurata. Ma Gesù ha detto bene: Non dite nulla a nessuno prima della Risurrezione…. Solo dopo la risurrezione di Gesù gli apostoli saranno capaci di esserne testimoni.
Nota: Il testo greco inizia con Sei giorni dopo: si suppone Sei giorni dopo Yom Kippur, il giorno del Grande Perdono. Invita a immaginare un legame con la festa delle Capanne, da cui la proposta di Pietro: facciamo qui tre tende. Inoltre perché sono presenti Mosè ed Elia? Gli stessi due che ebbero la rivelazione del Padre sul Sinai hanno qui la rivelazione del Figlio. Il mosaico della basilica della Trasfigurazione al monastero di Santa Caterina nel Sinai conferma questa interpretazione: Mosè è rappresentato scalzo, i sandali slacciati accanto a lui, come davanti al roveto ardente (cf Es 3).
+Giovanni D’Ercole
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
Accettando volontariamente la morte, Gesù porta la croce di tutti gli uomini e diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità. San Cirillo di Gerusalemme commenta: «La croce vittoriosa ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, ha liberato chi era prigioniero del peccato, ha portato la redenzione all’intera umanità» (Catechesis Illuminandorum XIII,1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Papa Benedetto]
In the New Testament, it is Christ who constitutes the full manifestation of God's light [Pope Benedict]
Nel Nuovo Testamento è Cristo a costituire la piena manifestazione della luce di Dio [Papa Benedetto]
Faith opens us to knowing and welcoming the real identity of Jesus, his newness and oneness, his word, as a source of life, in order to live a personal relationship with him. Knowledge of the faith grows, it grows with the desire to find the way and in the end it is a gift of God who does not reveal himself to us as an abstract thing without a face or a name, because faith responds to a Person who wants to enter into a relationship of deep love with us and to involve our whole life (Pope Benedict)
La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome, ma la fede risponde a una Persona, che vuole entrare in un rapporto di amore profondo con noi e coinvolgere tutta la nostra vita (Papa Benedetto)
Jesus Christ clearly indicates that even acts of devotion and penance (such as fasting, almsgiving, prayer), which by their religious purpose are primarily 'interior', can succumb to current 'externalism', and can therefore be falsified [John Paul II]
Gesù Cristo indica chiaramente che anche gli atti di devozione e di penitenza (come digiuno, elemosina, preghiera) che per la loro finalità religiosa sono principalmente “interiori”, possono cedere all’“esteriorismo” corrente, e quindi possono essere falsificati [Giovanni Paolo II]
don Giuseppe Nespeca
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