Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Nessuna marcia trionfale: frammenti, per conciliare
(Gv 6,52-59)
Il tema eucaristico veicola un messaggio fondamentale, sulla qualità di Vita dell’Eterno che possiamo sperimentare già qui e ora.
La Vita dell’Eterno non è effetto del “credere” esterno in Gesù. Convinzione che ci fermerebbe, e perderebbe il ‘contatto’.
Invece essa si fa reciproca, evolve, ci recupera, come in una energia naturale.
Ecco il crudo Alimento, e Bevanda: ‘masticarlo’ e ‘frantumarlo’, ‘berlo’ e ‘tracannarlo’ persino [verbi usati nel testo greco].
Assimilazione totale, che si converte in un vissuto - Dono da Persona a persona.
Il Cibo di cui nutrirsi non è un sigillo; piuttosto, un moto perenne e convocatore.
Non una dottrina logica, compassata e consenziente, bensì Parola-evento che coinvolge appieno.
E la sua vicenda - con tutti i risvolti di persecuzione subita, e asprezza, nonché attività di denuncia.
[È un aspetto che va in sintonia con la cosiddetta preghiera ispirata «nel Nome di Gesù» ossia un’orazione intrisa del portato e carico drammatico della sua vicenda storica; che non ci spiritualizza né anestetizza affatto, perché contrappone i testimoni critici alle situazioni installate].
Per questo motivo, ecco la Persona del Cristo - nella sua vera e piena realtà umana, offerta e rotta; nel suo insegnamento autentico e vicenda di agnello pasquale.
Fra lupi che lo hanno triturato.
È il brusco tramite, per il quale è data e conservata la Vita dell’Eterno.
In tal senso l’Eucaristia accolta nella nuda Fede è Presenza reale (non simbolica) del Risorto.
La durezza del vocabolario usato - poco intimista - graffia la vita dei credenti con effetti concreti in prima persona, non automatici né magici.
La Fede mette in rilievo la nuzialità paradigmatica «Vuoi unire la tua vita alla mia?»: è luogo privilegiato - di cui ci nutriamo e abbeveriamo anche nelle sue stesse asprezze, per esplicarlo.
È Corrente di vita dal Padre attraverso il Figlio, assimilato in noi: non la devozione.
«Avere la Vita» è stare uniti a Gesù - ma non in modo dolciastro, sentimentale, o abbacinante.
Siamo fecondati e mandati, fatti Uno col «Figlio dell’uomo» [la misura divina per ciascuno di noi] nell’Alleanza degli accadimenti.
Relazione, motivo, veicolo, movimento unificatore, anticipazione, che dispiegano la Comunione tra Padre e Figlio - senza immobilità e soste.
Il Patto di un nuovo regno è vita in Dio: carica che non si esaurisce, e c’introduce nella gloria paradossale e piagata della comunità dei figli.
L’Eucaristia è punto di riferimento della Chiesa, talora dispersa nelle ipnosi di eventi esteriori.
Assemblea che riconosce se stessa; definisce cos’è chiamata a essere. E non deve trovare altrove i suoi vincoli perenni.
Alcuni passi di Gv sono una interessante testimonianza storica della catechesi di fine primo secolo nelle comunità dell’Asia Minore.
Fraternità alla ricerca di motivazioni ancestrali, delle energie più antiche, che si ergessero sui turbini della persecuzione e non alterassero la coscienza in Cristo.
L’istruzione era configurata a brevi domande e risposte, formulate per accogliere pagani, arginare defezioni, approfondire tematiche.
Argomenti e spinte che distinguessero la Fede viva da una religiosità del passato e dai suoi schemi perfezionisti o commemorativi.
Stilemi che era opportuno deporre, per saziare la fame e sete di pienezza - conquistando libertà, letizia, nonché un essere più completo, totale, indistruttibile.
Con crudezza polemica, Gesù insiste a proporsi come Agnello della vera Pasqua.
Agnello che rudemente pestato, trinciato, ridotto in briciole, acciaccato, sminuzzato, e assorbito totalmente, potesse liberare dalle schiavitù, e regalare la gioia dell’estasi.
In tal guisa, introducendo i suoi in traiettorie spigolose, ma vere - infine riannodate, sia per attivare la realizzazione autentica delle singole persone, che per qualità di coesistenza.
La sua proposta passava attraverso una impertinente trasgressione del purismo, del legalismo, e della cultura intimista, devota in genere.
In quell’ambito si proibiva in assoluto di assumere sangue, considerato sede della vita.
Fare propria la vicenda del Cristo totale - così discosto dal pensiero controllato - era marcare contestazione.
Era rifiuto dei simboli, delle norme, di abitudini o mode. Non ci sarebbe stata alternativa, né compromesso non offensivo.
Non solo: bisognava anche cambiare testa a coloro che immaginavano di potersi accodare con tornaconto (individuale o di gruppo) all’idea arcaica di Messia potente, vincitore, e garante.
Magari adeguabile, flessibile; a disposizione per ogni genere di alleanza Gesù-Impero, che già incantava qualcuno.
Insomma, altre “manne” o dipendenze affettive esterne, stemperate, centrate sui condizionamenti, non potevano essere neanche pallide figure dell’Alimento Vivente.
La Comunione di vita con la Persona concreta del Signore è solo quella del Figlio con il Padre.
Coltivandola, la sogniamo e la teniamo lì, insieme alle nostre vicende - affinché esse si nutrano di quel medesimo Spirito.
Lasciando evolvere le motivazioni e il mondo d’immagini legato alla Cena del Signore, ci lasciamo condurre dal Segno efficace.
Esso guiderà e addirittura porterà proprio là dove dobbiamo andare.
Arrendendosi a tale memoriale che dona intimo impulso, succederà qualcosa - affinché l'anima scenda in campo.
Aspettando di essere pronti, impareremo a capire la fecondità e sapienza del Dono-e-Risposta spezzata che incessantemente partorisce altre tappe, ancora attivando differenti risorse, forse sconosciute.
Qui è il Giudizio del Crocifisso piagato che sparge ‘vita’ autentica anche inclemente; senza mirabili sintonie dattorno.
Ciò prendendo la nostra carne e sangue [coinvolge persino il corpo e gli umori] che a Lui assimila gli scartati, i fuori dal giro di troni terreni, e cordate opportuniste.
Cosa urtante per la mentalità volgare esterna. Mondo di convinzioni che alza difese e cerca l’approvazione, il riconoscimento, le conquiste; miraggi di successo, cose che tutti vogliono.
Diminuzione che non attira consenso entusiasta, bensì ripugna alle normali attese dei soliti cori di gloria - delle sinfonie di acclamazione per il successo vorticoso e disponibile, ma attenuante.
Carne e Sangue: gettati nei solchi della storia.
Coinvolti senza smorzare lo Spirito; in modo personale e intimo. Corpo Unico, assimilato a Lui e alla sua vicenda.
Primizie di nessuna marcia trionfale: anche noi divenuti alimento, briciole e frammenti, per conciliare.
Altrimenti il tempo delle Promesse non può compiersi.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quale comprensione dimostri assumendo l’Alimento e la Bevanda della Vita? Tutto tranquillo?
Come ritieni opportuno coniugare e approfondire la Fede nella Presenza reale del Risorto con l’asprezza della vita?
È la parte finale e culminante del discorso fatto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo che il giorno precedente aveva dato da mangiare a migliaia di persone con soli cinque pani e due pesci. Gesù svela il senso di quel miracolo, e cioè che il tempo delle promesse è compiuto: Dio Padre, che con la manna aveva sfamato gli Israeliti nel deserto, ora ha mandato Lui, il Figlio, come vero Pane di vita, e questo pane è la sua carne, la sua vita, offerta in sacrificio per noi. Si tratta dunque di accoglierlo con fede, non scandalizzandosi della sua umanità; e si tratta di «mangiare la sua carne e bere il suo sangue» (cfr Gv 6,54), per avere in se stessi la pienezza della vita. E’ evidente che questo discorso non è fatto per attirare consensi. Gesù lo sa e lo pronuncia intenzionalmente; e infatti quello fu un momento critico, una svolta nella sua missione pubblica. La gente, e gli stessi discepoli, erano entusiasti di Lui quando compiva segni prodigiosi; e anche la moltiplicazione dei pani e dei pesci era una chiara rivelazione che Egli era il Messia, tant’è che subito dopo la folla avrebbe voluto portare Gesù in trionfo e proclamarlo re d’Israele. Ma non era questa la volontà di Gesù, che proprio con quel lungo discorso smorza gli entusiasmi e provoca molti dissensi. Egli, infatti, spiegando l’immagine del pane, afferma di essere stato mandato ad offrire la propria vita, e chi vuole seguirlo deve unirsi a Lui in modo personale e profondo, partecipando al suo sacrificio di amore. Per questo Gesù istituirà nell’ultima Cena il Sacramento dell’Eucaristia: perché i suoi discepoli possano avere in se stessi la sua carità - questo è decisivo - e, come un unico corpo unito a Lui, prolungare nel mondo il suo mistero di salvezza.
Ascoltando questo discorso la gente capì che Gesù non era un Messia come lo volevano, che aspirasse ad un trono terreno. Non cercava consensi per conquistare Gerusalemme; anzi, alla Città santa voleva andarci per condividere la sorte dei profeti: dare la vita per Dio e per il popolo. Quei pani, spezzati per migliaia di persone, non volevano provocare una marcia trionfale, ma preannunciare il sacrifico della Croce, in cui Gesù diventa Pane, corpo e sangue offerti in espiazione. Gesù dunque fece quel discorso per disilludere le folle e, soprattutto, per provocare una decisione nei suoi discepoli. Infatti, molti tra questi, da allora, non lo seguirono più.
Cari amici, lasciamoci anche noi nuovamente stupire dalle parole di Cristo: Egli, chicco di grano gettato nei solchi della storia, è la primizia dell’umanità nuova, liberata dalla corruzione del peccato e della morte. E riscopriamo la bellezza del Sacramento dell’Eucaristia, che esprime tutta l’umiltà e la santità di Dio: il suo farsi piccolo, Dio si fa piccolo, frammento dell’universo per riconciliare tutti nel suo amore. La Vergine Maria, che ha dato al mondo il Pane della vita, ci insegni a vivere sempre in profonda unione con Lui.
[Papa Benedetto, Angelus 19 agosto 2012]
1. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6, 54). Istituendo l’Eucaristia alla vigilia della sua morte, Cristo volle dare alla Chiesa un cibo che l’avrebbe nutrita continuamente e l’avrebbe fatta vivere della sua stessa vita di Risorto.
Molto tempo prima dell’istituzione, Gesù aveva annunciato questo pasto, unico nel suo genere. Nel culto giudaico non mancavano pasti sacri, che si consumavano alla presenza di Dio e che manifestavano la gioia del favore divino. Gesù supera tutto questo: ormai è lui, nella sua carne e nel suo sangue, che diventa cibo e bevanda dell’umanità. Nel pasto eucaristico l’uomo si nutre di Dio.
Quando, per la prima volta, Gesù annuncia questo cibo, suscita lo stupore dei suoi ascoltatori, che non giungono a recepire un progetto divino così alto. Gesù perciò sottolinea vigorosamente la verità oggettiva delle sue parole, affermando la necessità del pasto eucaristico: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (Gv 6, 53). Non si tratta di un pasto puramente spirituale, in cui le espressioni “mangiare la carne” del Cristo e “bere il suo sangue”, rivestirebbero un senso metaforico. È un vero pasto, come Gesù precisa con forza: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6, 55).
Tale cibo, per altro, non è meno necessario allo sviluppo della vita divina nei fedeli, di quanto lo siano i cibi materiali per il mantenimento e lo sviluppo della vita corporea. L’Eucaristia non è un lusso offerto a quelli che vorrebbero vivere più intimamente uniti a Cristo: è un’esigenza della vita cristiana. Questa esigenza è stata compresa dai discepoli poiché, secondo la testimonianza degli Atti degli Apostoli, nei primi tempi della Chiesa lo “spezzare il pane”, ossia il pasto eucaristico, si praticava ogni giorno nelle case dei fedeli “con gioia e semplicità di cuore” (At 2, 46).
2. Nella promessa dell’Eucaristia, Gesù spiega perché questo cibo è necessario: “Io sono il pane della vita” egli dichiara (Gv 6, 48). “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me, vivrà per me” (Gv 6, 57). Il Padre è la prima sorgente della vita: questa vita egli l’ha donata al Figlio, il quale a sua volta la comunica all’umanità. Colui che si nutre di Cristo nell’Eucaristia non deve attendere l’aldilà per ricevere la vita eterna: la possiede già sulla terra, e in essa possiede anche la garanzia della Risurrezione corporea alla fine del mondo: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6, 54).
Questa garanzia di Risurrezione proviene dal fatto che la carne del Figlio dell’uomo data in cibo è il suo corpo nello stato glorioso di risorto. Gli ascoltatori della promessa dell’Eucaristia non avevano colto questa verità: essi pensavano che Gesù volesse parlare della sua carne nello stato della sua vita terrena, e manifestavano quindi grande ripugnanza di fronte al pasto annunciato. Il Maestro corregge il loro modo di pensare, precisando che si tratta della carne del Figlio dell’uomo “salito là dov’era prima” (Gv 6, 62), ossia nello stato trionfante dell’ascensione al cielo. Questo corpo glorioso è riempito della vita dello Spirito Santo, ed è così che può santificare gli uomini che se ne nutrono, e dare ad essi il pegno della gloria eterna.
Nell’Eucaristia noi riceviamo, dunque, la vita del Cristo risorto. Quando infatti il sacrificio si compie sacramentalmente sull’altare, non si rende in esso attuale soltanto il mistero della Passione e della Morte del Salvatore, ma anche il mistero della Risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento. La celebrazione eucaristica ci fa partecipare all’offerta redentrice, ma anche alla vita trionfante del Cristo risorto. Ecco il perché del clima di gioia che caratterizza ogni Liturgia eucaristica. Pur commemorando il dramma del Calvario, segnato un tempo da un immenso dolore, il sacerdote e i fedeli si rallegrano unendo la loro offerta a quella del Cristo, perché sanno di vivere nello stesso tempo il mistero della Risurrezione, inseparabile da questa offerta.
3. La vita del Cristo risorto si distingue per la sua potenza e la sua ricchezza. Colui che si comunica riceve la forza spirituale necessaria per affrontare tutti gli ostacoli e tutte le prove rimanendo fedele al suoi impegni di cristiano. Egli inoltre attinge dal Sacramento, come da una abbondantissima sorgente, continui fiotti di energia per lo sviluppo di tutte le sue risorse e qualità, in un ardore gioioso che stimola la generosità.
In particolare, egli attinge l’energia vivificante della carità. Nella tradizione della Chiesa, l’Eucaristia è sempre stata considerata e vissuta come sacramento per eccellenza dell’unità e dell’amore. Già san Paolo lo dichiara: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo; tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10, 17).
La celebrazione eucaristica riunisce tutti i cristiani, quali che siano le loro differenze, in una offerta unanime e in un pasto al quale tutti partecipano. Essa li raccoglie tutti nella uguale dignità di fratelli del Cristo e di figli del Padre; essa li invita al rispetto, alla stima reciproca, al mutuo servizio. La comunione dà inoltre a ciascuno la forza morale necessaria per porsi al di sopra dei motivi di divisione e di opposizione, per perdonare i torti ricevuti, per fare un nuovo sforzo nel senso della riconciliazione e dell’intesa fraterna.
Non è, del resto, particolarmente significativo che il precetto dell’amore reciproco sia stato formulato da Cristo nella sua più alta espressione durante l’ultima Cena, in occasione dell’istituzione dell’Eucaristia? Ogni fedele lo ricordi al momento di accostarsi alla mensa eucaristica e si impegni a non smentire con la vita ciò che celebra nel mistero.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 8 giugno 1983]
Il brano evangelico […] ci introduce nella seconda parte del discorso che fece Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo aver sfamato una grande folla con cinque pani e due pesci: la moltiplicazione dei pani. Egli si presenta come «il pane vivo disceso dal cielo», il pane che dà la vita eterna, e aggiunge: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51). Questo passaggio è decisivo, e infatti provoca la reazione degli ascoltatori, che si mettono a discutere tra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (v. 52). Quando il segno del pane condiviso porta al suo significato vero, cioè il dono di sé fino al sacrificio, emerge l’incomprensione, emerge addirittura il rifiuto di Colui che poco prima si voleva portare in trionfo. Ricordiamoci che Gesù ha dovuto nascondersi perché volevano farlo re.
Gesù prosegue: «Se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (v. 53). Qui insieme alla carne compare anche il sangue. Carne e sangue nel linguaggio biblico esprimono l’umanità concreta. La gente e gli stessi discepoli intuiscono che Gesù li invita ad entrare in comunione con Lui, a “mangiare” Lui, la sua umanità, per condividere con Lui il dono della vita per il mondo. Altro che trionfi e miraggi di successo! E’ proprio il sacrificio di Gesù che dona se stesso per noi.
Questo pane di vita, sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, viene a noi donato gratuitamente nella mensa dell’Eucaristia. Attorno all’altare troviamo ciò che ci sfama e ci disseta spiritualmente oggi e per l’eternità. Ogni volta che partecipiamo alla Santa Messa, in un certo senso, anticipiamo il cielo sulla terra, perché dal cibo eucaristico, il Corpo e il Sangue di Gesù, impariamo cos’è la vita eterna. Essa è vivere per il Signore: «colui che mangia me vivrà per me» (v. 57), dice il Signore. L’Eucaristia ci plasma perché non viviamo solo per noi stessi, ma per il Signore e per i fratelli. La felicità e l’eternità della vita dipendono dalla nostra capacità di rendere fecondo l’amore evangelico che riceviamo nell’Eucaristia.
Gesù, come a quel tempo, anche oggi ripete a ciascuno di noi: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (v. 53). Fratelli e sorelle, non si tratta di un cibo materiale, ma di un pane vivo e vivificante, che comunica la vita stessa di Dio. Quando facciamo la comunione riceviamo la vita stessa di Dio. Per avere questa vita è necessario nutrirsi del Vangelo e dell’amore dei fratelli. Dinanzi all’invito di Gesù a nutrirci del suo Corpo e del suo Sangue, potremmo avvertire la necessità di discutere e di resistere, come hanno fatto gli ascoltatori di cui ha parlato il Vangelo di oggi. Questo avviene quando facciamo fatica a modellare la nostra esistenza su quella di Gesù, ad agire secondo i suoi criteri e non secondo i criteri del mondo. Nutrendoci di questo cibo possiamo entrare in piena sintonia con Cristo, con i suoi sentimenti, con i suoi comportamenti. Questo è tanto importate: andare a Messa e comunicarsi, perché ricevere la comunione è ricevere questo Cristo vivo, che ci trasforma dentro e ci prepara per il cielo.
La Vergine Maria sostenga il nostro proposito di fare comunione con Gesù Cristo, nutrendoci della sua Eucaristia, per diventare a nostra volta pane spezzato per i fratelli.
[Papa Francesco, Angelus 19 agosto 2018]
Considerazioni sul cibo
Diversi spunti mi hanno suggerito questa riflessione.
Uno è stato un film che Rai 1 il 2 aprile 26 (giovedì santo) ha trasmesso sul tema dei disordini alimentari. Il film era intitolato “Qualcosa di lilla.”
E’ la storia di un’adolescente che si imbatte nel problema dei disturbi alimentari, anche se nel film si parla maggiormente di bulimia. I disturbi dell’alimentazione sono principalmente l’anoressia e la bulimia.
Altro spunto è stato l’aver rivisto in centro una persona che in passato ha avuto questi problemi ed io l’ho seguita per la parte psicologica.
Infine circa un mese fa una signora che conoscevo da anni e afflitta da tempo da queste tematiche, è deceduta. Non ha voluto ascoltare nessuno, si è “consumata fino all’osso”.
E allora come per tutti i miei articoletti, ho “riesumato“ la mia formazione teorica acquisita negli anni insieme ad un osservazione dei casi, sul lavoro.
Il problema del cibo è importante per tutti gli esseri viventi. Se non ci alimentiamo, non viviamo.
Ma anche qui, come in tutte le situazioni della vita, la giusta misura non è sempre semplice.
Il concetto ideale consiste nel nutrirsi senza eccessi che possano dare disturbi del metabolismo e in modo tale che il nostro corpo funzioni bene.
A volte capita che per motivazioni diverse l‘essere umano alteri il suo rapporto col cibo. Pensiamo ai periodi in cui l’uomo ha sofferto di mancanza di cibo per guerre, epidemie, o altro.
Casi di digiuno autoimposto vengono descritti anche dalla Bibbia, ma è intorno al 1600 circa che inizia ad osservarsi casi di notevole dimagrimento dovuto all’alimentazione.
Inversamente al tempo degli antichi romani, dove facevano delle grandi abbuffate con vomiti auto indotti - se ricordo bene si solleticavano il palato con una piuma per procurarsi il vomito e poi iniziare di nuovo a mangiare.
La storia dei disturbi alimentari non è un fenomeno attuale, bensì affonda le origini in tempi lontani.
Nel Medioevo il digiuno era spesso accostato a possessioni demoniache, o contrariamente a comportamenti mistici.
Le “mistiche” attuavano digiuni per purificare il corpo, avvicinarsi il più possibile a Dio, e a volte per sottrarsi alla vita terrena. A differenza del disturbo che si mette in atto oggi, la motivazione non era la bellezza, ma l’aspirazione alla santità.
Nel tempo attuale i rapporti distorti col cibo vengono riconosciuti come disturbi complessi, influenzati da fattori culturali e psicologici.
Sono disturbi gravi, spesso connessi fra loro e che richiedono una presa in cura di diversi specialisti. Sinteticamente nell’anoressia c’è una paura grande di ingrassare, per una percezione errata del proprio corpo.
La bulimia consiste nel mangiare eccessivamente per poi vomitare o purgarsi - per non aumentare di peso.
Tali problematiche sono maggiormente presenti nelle culture industrializzate, dove esiste un benessere più alto e l’idea di essere affascinanti, viene associata alla magrezza.
Attraverso i mezzi di comunicazione l’idea di perfezione fisica è arrivata anche in culture meno sviluppate, portando l’aspirazione alla prestanza fisica; cosa non male, se non danneggiasse il corpo.
Non trascuriamo poi gli effetti dei modelli culturali; come ad es. modelle e modelli magrissimi che scatenano il desiderio di essere come loro - talora ad ogni costo. E qui ricordo che anni fa, si era pensato di far “ingrassare” immagini come la bambola Barbie, per correggere l’immagine che inconsapevolmente trasmetteva.
Nella maggioranza dei casi fino a qualche tempo fa erano più le giovani e le donne a essere afflitte da tali problemi alimentari. Ultimamente però la problematica riguarda anche il genere maschile.
Nella mia attività professionale mi sono imbattuto in tali tematiche. Ho effettuato diverse valutazioni psicodiagnostiche, dove i problemi principali erano i disturbi del comportamento alimentare, anche in soggetti molto giovani.
Si trattava maggiormente di soggetti di sesso femminile, ma ho incontrato anche qualche maschio adolescente.
In trattamento psicoterapeutico, insieme ad altre professionalità’, mi sono occupato di qualche caso di anoressia in giovani ragazze, mentre i pochi casi di bulimia li ho trovati in donne più grandi.
Questo in linea con i principi teorici che situa l’anoressia nella prima adolescenza, e la bulimia nella tarda adolescenza o nella prima età adulta.
Ricordo che le ragazze magre erano sempre inquiete, preoccupate, tormentate, mentre le donne più “in carne” erano allegre, a volte simpatiche. Una di loro riusciva anche ad ironizzare sul suo abbondante peso.
Lo sviluppo di queste problematiche può essere variabile; alcune sono gravi e possono compromettere la salute generale - ed esiste il rischio di mortalità.
Le persone anoressiche generalmente tendono ad essere un po’ più insistenti, possono rifiutare non solo il cibo, ma anche di fare nuove esperienze e avere atteggiamenti di chiusura; le persone con bulimia presentano principalmente una “variabilità emozionale”, momenti di rabbia e di vuoto che inconsapevolmente tentano di colmare col cibo.
Affettivamente queste persone possono sentire ansia, possono essere impulsive, e possono provare vergogna. Le anoressiche si vergognano del loro corpo che vedono sempre enorme, le bulimiche si turbano della loro mancanza di controllo che a volte va oltre l’aspetto alimentare .
Le caratteristiche di queste tematiche sono tenute nascoste per lungo tempo. Cosi facendo rendono difficile una relazione vera con l’altro, di solito i soggetti apparendo più immaturi e superficiali.
Queste persone sono accumunate in maniera esagerata da una fame di cure e di affetto. Hanno un timore immenso di essere abbandonate, e che le altre persone possano smettere di amarle.
Ma è una questione di “quanto è forte questo sentire” perché ogni persona desidera essere amata, vuole avere un rapporto sano di fiducia e di stima verso il prossimo e da parte del prossimo.
Intellettivamente chi presenta problematiche dell’alimentazione può presentare una rigidità di pensiero, una falsa intuizione dello stato del proprio corpo; e nei casi meno gravi permane una delusione verso il proprio aspetto fisico o ad alcune zone di esso.
Nei casi maggiormente conflittuali, la corporatura e come viene vissuta compromette sovente l’esame di realtà.
Dr. Francesco Giovannozzi Psicologo – Psicoterapeuta
(Gv 6,44-51)
Dio non attira con forza perentoria o ricatti, bensì con l’invito (v.44).
E il credere sincero si attiva a partire da una prima testimonianza in se stessi (v.44).
Il Padre non ci lascia cronicizzare. Agisce nell’intimo di ciascuno per rimodulare convinzioni, adesioni, progetti.
Tutto opera in direzione di noi stessi, non in modo innaturale.
Egli agisce presente in ogni persona nel modo più spontaneo e insieme affine a principi individuanti; più rispettoso delle inclinazioni, delle caratteristiche reali, delle energie.
Tale insegnamento (v.45) è interiore: impersonato da Cristo nella Parola che non snatura nulla - implicito nella sua Persona e vicenda.
In tal guisa il dono della vita è legato all’assimilare e farsi Uno con quell’Alimento.
Cibo che non incrina la persona, ma la convince, sostiene, fermenta e orienta - in modo irripetibile, per Nome.
Quel Pane manducato uccide il conformismo e l’estinzione.
Possiede la virtù di riannodare i fili che contraddistinguono il carattere di Persona, la qualità innata, l’essenza vocazionale, la capacità propulsiva [Vita dell’Eterno].
Il pane della terra conserva la vita ma non aggiorna, non ci rigenera incessantemente, né apre una strada attraverso la morte.
Il Pane che riattualizza per noi il dono estremo del Figlio, nutre l’esistere d’una qualità indistruttibile che non sfuma, perché Oro divino del nostro essere sorgivo.
I profeti avevano annunciato: negli ultimi tempi non si sarebbe conosciuto Dio per sentito dire ma per esperienza personale.
Dopo il fallimento dei re e della classe sacerdotale gli uomini sarebbero stati ammaestrati direttamente dal Signore.
L’espressione «Pane disceso dal Cielo» designa Gesù stesso in relazione con il Padre e [appunto] nella sua missione di recare agli uomini Sapienza, e Vita esuberante.
Vita divina, priva di limiti, che si riversa immediatamente in ciascuno - senza le incertezze o interpretazioni velate dai difetti di vista dei “mediatori”, i quali viceversa porterebbero al crollo.
Presenza che nel tempo della complessità accende anche in noi il desiderio di essere istruiti da Dio-in-Persona, guidati dall’Amico interiore. Percorsi da intuizioni rigeneranti, nel suo Spirito.
Egli c’inclina a non dare ascolto a una natura che ricerca e «mormora» solo per il corrivo “sapore” del sostentamento: «manna nel deserto» (v.49); ovvero interesse, reputazione, titoli, banalità di soddisfazioni.
«Io Sono il Pane il Vivente, quello disceso dal cielo. Se uno mangia da questo Pane vivrà la Vita dell’Eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita piena del mondo» (v.51).
Lo Spirito che interiorizza e attualizza è principale Soggetto della storia anche domestica, sommaria, quotidiana, della salvezza. Facendosi nostro.
Evangelizzandoci e crescendo nell’Amicizia - «istruiti da Dio» (v.45) - l’azione nutriente del Maestro immette la nostra carne fermentata nella Vita nuova.
Il Figlio affianco cambia il nostro ‘gusto’ e familiarizza di Sé la stessa ‘Natura’.
Così anche noi assimilati e identificati al Pane-Persona fattosi intimo, sveliamo totalità in atto, eternità vivente, la Fonte originaria.
[Giovedì 3.a sett. di Pasqua, 23 aprile 2026]
Anche in stile domestico
Gv 6,44-51 (41-51)
Gesù vuol far voltare pagina. Non intende puntellare il farraginoso, non più vitale.
Egli è fedele alla legge di mutamento della Vita piena, che senza posa cerca nuovi assetti - invece di ristagnare nella situazione.
Ciò (in ogni tempo) mentre le autorità religiose e gli habitué desiderano restare aggrappati al passato, a ciò che sanno, al senso di “giustizia” ordinario, alla morale di riferimento attorno...
Insomma, quando è il momento di Cristo, tutti se ne vanno. Ma il dissidio è cosa già scritta.
Dio non attira con forza perentoria o ricatti, bensì con l’invito (v.44).
E il credere sincero si attiva a partire da una prima testimonianza in se stessi (v.44).
Per la sua condizione sociale di piccolo artigiano [un senza terra] la «mormorazione» (vv.41.43) era ovvia, e rimandava alla medesima contrarietà espressa dal popolo di Dio vagante nel deserto.
Non solo la pretesa divina di essere autentica Manna, ma l’origine stessa di Gesù è incomprensibile per una mentalità devotamente quieta, normalizzata - che si lascia trascinar via priva di enigmi.
La contestazione è indispettita e radicale; predilige e ricalca ciò che dà immediatamente sicurezza - non l’originale. Ma il Signore non allenta, altrimenti ci lascerebbe cronicizzare.
Il dover sembrare, il dover essere, il dover fare, non danno spazio all’ascolto, alla percezione, al cambiamento che ci attende: paralizzano.
Il Padre agisce nell’intimo di ciascuno per rimodulare convinzioni, adesioni, progetti.
Tutto opera in direzione di noi stessi, non in modo innaturale o di altri - e neppure di Lui.
Egli agisce presente in ogni persona nel modo più spontaneo.
In tal guisa e insieme, affine a principi individuanti; più rispettoso delle inclinazioni, delle caratteristiche reali, delle energie anche del periodo.
Tale insegnamento (v.45) è interiore: impersonato da Cristo nella Parola che non snatura nulla - implicito nella sua Persona e vicenda.
Così il dono della vita è legato all’assimilare e farsi Uno con quell’Alimento. Cibo che non incrina la persona, bensì la convince, sostiene, fermenta, e orienta - in modo irripetibile, per Nome.
Quel Pane manducato coglie il sapore di un vuoto dall’esteriorità in fondo al quale non sussiste l’annientamento: siamo introdotti nella redenzione, immessi nella vita nuova.
Nel conformismo, la vita non uccide l’estinzione. Non possiede la virtù di riannodare i fili che contraddistinguono il carattere di Persona, né la qualità innata, l’essenza vocazionale, la capacità propulsiva [Vita dell’Eterno].
È l’implicito “culturale”, rituale e banale, senza ispirazione, poco genuino, che non diviene vivente - e non garantisce pienezza bensì assuefazione.
Come per noi, se ci abbiamo fatto il callo.
Il pane della terra conserva la vita ma non aggiorna, non ci rigenera incessantemente, né apre una strada attraverso la morte.
Il Pane che riattualizza per noi il dono estremo del Figlio, nutre l’esistere d’una qualità indistruttibile che non sfuma, perché Oro divino del nostro essere sorgivo.
I profeti avevano annunciato: negli ultimi tempi non si sarebbe conosciuto Dio per sentito dire ma per esperienza personale.
Dopo il fallimento dei re e della classe sacerdotale gli uomini sarebbero stati ammaestrati direttamente dal Signore.
L’espressione «Pane disceso dal Cielo» designa Gesù stesso in relazione con il Padre e [appunto] nella sua missione di recare agli uomini Sapienza e Vita esuberante.
Vita divina, priva di limiti, che si riversa immediatamente, a ciascuno. Senza incertezze o interpretazioni velate dai difetti di vista dei “mediatori”, i quali viceversa porterebbero al crollo.
Presenza che nel tempo della complessità accende anche in noi il desiderio di essere istruiti da Dio-in-Persona, guidati dall’Amico interiore. Percorsi da intuizioni rigeneranti, nel suo Spirito.
Egli c’inclina a non dare ascolto a una natura che ricerca e «mormora» solo per il corrivo “sapore” del sostentamento: «manna nel deserto» (v.49); ovvero interesse, reputazione, titoli, banalità di soddisfazioni.
Piuttosto ritroviamo Vita autentica nel dono d’una buona intuizione e interiore Visione.
Nella grazia che ci fa capaci di accogliere la Chiamata.
Nella virtù che permane in ascolto - per fedeltà attiva alla Vocazione, mediante un’abnegazione e rettitudine d’intenzioni che si appropriano di virtù e meriti di Cristo.
«Io Sono il Pane il Vivente, quello disceso dal cielo. Se uno mangia da questo Pane vivrà la Vita dell’Eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita piena del mondo» (v.51).
Lo Spirito che interiorizza e attualizza è principale Soggetto della storia anche sommaria, quotidiana, della salvezza. Facendosi nostro.
Evangelizzandoci e crescendo nell’Amicizia [«istruiti da Dio» (v.45)] l’azione nutriente del Maestro immette la nostra carne fermentata nella Vita nuova.
The Son beside us changes our 'taste' and familiarises of Himself the same 'Nature'.
In tal guisa, anche noi assimilati e identificati al Pane-Persona fattosi intimo, sveliamo totalità in atto, eternità vivente, la Fonte originaria.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come entri nel dono di redenzione mediante l’Eucaristia?
Quali propositi “contrari” alla morale di riferimento attorno, il Pane della Vita cerca di trasmetterti?
Ti sei mai sentito un ‘reciso dalla terra’ a motivo del tuo diverso Alimento dal Cielo?
Quali sono state le occasioni per fare il salto, che forse hai trascurato?
7. La prima realtà della fede eucaristica è il mistero stesso di Dio, amore trinitario. Nel dialogo di Gesù con Nicodemo, troviamo un'espressione illuminante a questo proposito: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui » (Gv 3,16-17). Queste parole mostrano la radice ultima del dono di Dio. Gesù nell'Eucaristia dà non « qualche cosa » ma se stesso; egli offre il suo corpo e versa il suo sangue. In tal modo dona la totalità della propria esistenza, rivelando la fonte originaria di questo amore. Egli è l'eterno Figlio dato per noi dal Padre. Nel Vangelo ascoltiamo ancora Gesù che, dopo aver sfamato la moltitudine con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ai suoi interlocutori che lo avevano seguito fino alla sinagoga di Cafarnao, dice: « Il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo » (Gv 6,32-33), ed arriva ad identificare se stesso, la propria carne e il proprio sangue, con quel pane: « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo » (Gv 6,51). Gesù si manifesta così come il pane della vita, che l'eterno Padre dona agli uomini.
[Papa Benedetto, Sacramentum Caritatis]
1. “Io sono il pane vivo” (Gv 6, 51). Nel deserto gli Apostoli dicono a Gesù: “Congeda la folla” (cf. Lc 9, 12). Questa folla seguiva il Maestro, ascoltando le sue parole sul Regno di Dio; ma si avvicinava ormai la notte e l’ora della cena. La folla rimaneva lì nel silenzio e nell’attesa. Già un tempo nel deserto, quando era venuto a mancare il pane, i figli d’Israele si erano ribellati contro Mosè. Avevano ricevuto allora il cibo, che cadeva ogni mattina sull’accampamento, e lo avevano chiamato “manna”. Così il popolo, proveniente dalla terra di Egitto, aveva potuto continuare il cammino dalla regione della schiavitù verso la terra promessa. Ora Gesù dice agli Apostoli: “Dategli voi stessi da mangiare” (Lc 9, 13), e poiché essi non riescono a trovare alcuna soluzione, Cristo moltiplica i pani: benedice quel poco che hanno, lo spezza e lo dà ai discepoli; e questi, a loro volta, al popolo. “Tutti mangiarono e furono saziati”.
2. La moltiplicazione dei pani nel deserto è un annunzio, così come lo fu la manna Le folle seguono Gesù, quando sperimentano il suo potere sul cibo e sulla fame umana. Sono pronte perfino a proclamarlo re. Il Salmo di Davide non parla forse del dominio del Messia e del giorno del suo trionfo? “A te il principato - esso dice - nel giorno della tua potenza” (cf. Sal 110, 3). Contemporaneamente, il medesimo Salmo chiama Sacerdote il Messia regale: Egli è Sacerdote per sempre al modo di Melchisedek (cf. Sal 110,4). Melchisedek fu re e al tempo stesso Sacerdote del Dio Altissimo. A differenza dei Sacerdoti dell’Antica Alleanza, egli offerse a Dio non il sangue di animali immolati, ma pane e vino.
3. La moltiplicazione dei pani nel deserto è, per questo, un messaggio profetico: Cristo sa che Egli stesso realizzerà un giorno la profezia contenuta nel sacrificio di Melchisedek. Quale Sacerdote della Nuova Alleanza - dell’Eterna Alleanza - Gesù entrerà nel santuario eterno, dopo aver compiuto l’opera della Redenzione del mondo grazie al proprio sangue. Agli Apostoli nel cenacolo darà in sostanza, ancora una volta, lo stesso comando: “Dategli voi stessi da mangiare! - Fate questo in memoria di me!”. Esistono diverse categorie di fame, che tormentano la grande famiglia umana. C’è stata la fame che ha trasformato in cimiteri intere città e paesi. C’è stata la fame dei campi di sterminio, prodotti dai sistemi totalitari. In diverse parti del globo c’è ancor oggi la fame del terzo e del “quarto” mondo: là muoiono di fame gli uomini, le madri e i bambini, gli adulti e gli anziani. È terribile la fame dell’organismo umano, la fame che stermina. Ma esiste anche la fame dell’anima, dello spirito. L’anima umana non muore sui sentieri della storia presente. La morte dell’anima umana ha un altro carattere: essa assume la dimensione dell’eternità. È la “seconda morte” (Ap 20, 14). Moltiplicando i pani per gli affamati, Cristo ha posto il segno profetico dell’esistenza di un altro Pane: “Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6, 51).
4. Ecco il grande mistero della fede. Le stesse persone per le quali il Cristo ha moltiplicato i pani, quelle che “mangiarono e si saziarono” (Lc 9, 17), non sono state, però, in grado di credere alle sue parole, quando egli ha parlato del cibo che è la sua Carne, e della bevanda che è il suo Sangue. Per questo, le medesime persone hanno chiesto in seguito la sua morte sulla Croce. Così è avvenuto. E quando tutto si è compiuto, si è svelato proprio allora il mistero dell’ultima Cena: “Questo è il mio corpo, che è per voi . . . Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue” (1 Cor 11, 24-25). Dal cenacolo è uscito il Sacerdote “al modo di Melchisedek”. Egli cammina ora con il suo popolo attraverso la storia.
5. Tale è il contenuto che la Solennità del Corpus Domini intende esprimere, e che noi vogliamo proclamare con questa processione eucaristica per le vie di Roma, dalla Basilica del Santissimo Salvatore in Laterano alla Basilica Mariana sull’Esquilino. “Ave verum Corpus natum de Maria Virgine”. La via che percorriamo diventi un’immagine concreta delle tante altre vie della Chiesa nel mondo di oggi. Il Vescovo di Roma, servo di tutti i servi dell’Eucaristia, segue con il pensiero e con il cuore tutti coloro che oggi danno testimonianza a questo Mistero, dal nord al sud, dal sorgere del sole al suo tramonto. Dappertutto dove si trova il Popolo di Dio della Nuova Alleanza, si trova anche Lui, “il pane vivo, disceso dal cielo”.
Dappertutto. “Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno”.
[Papa Giovanni Paolo II, omelia Corpus Domini 18 giugno 1992]
Nel Vangelo della Liturgia odierna, Gesù continua a predicare alla gente che ha visto il prodigio della moltiplicazione dei pani. E invita quelle persone a fare un salto di qualità: dopo aver rievocato la manna, con cui Dio aveva sfamato i padri nel lungo cammino attraverso il deserto, ora applica il simbolo del pane a sé stesso. Dice chiaramente: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,48).
Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona. Non un pane tra tanti altri, ma il pane della vita. In altre parole, noi, senza di Lui, più che vivere, vivacchiamo: perché solo Lui ci nutre l’anima, solo Lui ci perdona da quel male che da soli non riusciamo a superare, solo Lui ci fa sentire amati anche se tutti ci deludono, solo Lui ci dà la forza di amare, solo Lui ci dà la forza di perdonare nelle difficoltà, solo Lui dà al cuore quella pace di cui va in cerca, solo Lui dà la vita per sempre quando la vita quaggiù finisce. E’ il pane essenziale della vita.
“Io sono il pane della vita”, dice. Restiamo su questa bella immagine di Gesù. Avrebbe potuto fare un ragionamento, una dimostrazione, ma – lo sappiamo – Gesù parla in parabole, e in questa espressione: “Io sono il pane della vita”, riassume veramente tutto il suo essere e tutta la sua missione. Lo si vedrà pienamente alla fine, nell’Ultima Cena. Gesù sa che il Padre gli chiede non solo di dare da mangiare alla gente, ma di dare sé stesso, di spezzare sé stesso, la propria vita, la propria carne, il proprio cuore perché noi possiamo avere la vita. Queste parole del Signore risvegliano in noi lo stupore per il dono dell’Eucaristia. Nessuno in questo mondo, per quanto ami un’altra persona, può farsi cibo per lei. Dio lo ha fatto, e lo fa, per noi. Rinnoviamo questo stupore. Facciamolo adorando il Pane di vita, perché l’adorazione riempie la vita di stupore.
Nel Vangelo, però, anziché stupirsi, la gente si scandalizza, si strappa le vesti. Pensano: “Questo Gesù noi lo conosciamo, conosciamo la sua famiglia, come può dire: Sono il pane disceso dal cielo?” (cfr vv. 41-42). Anche noi forse ci scandalizziamo: ci farebbe più comodo un Dio che sta in Cielo senza immischiarsi nella nostra vita, mentre noi possiamo gestire le faccende di quaggiù. Invece Dio si è fatto uomo per entrare nella concretezza del mondo, per entrare nella nostra concretezza, Dio si è fatto uomo per me, per te, per tutti noi, per entrare nella nostra vita. E tutto della nostra vita gli interessa. Gli possiamo raccontare gli affetti, il lavoro, la giornata, i dolori, le angosce, tante cose. Gli possiamo dire tutto perché Gesù desidera questa intimità con noi. Che cosa non desidera? Essere relegato a contorno – Lui che è il pane –, essere trascurato e messo da parte, o chiamato in causa solo quando ne abbiamo bisogno.
Io sono il pane della vita. Almeno una volta al giorno ci troviamo a prendere cibo insieme; magari la sera, in famiglia, dopo una giornata di lavoro o di studio. Sarebbe bello, prima di spezzare il pane, invitare Gesù, pane di vita, chiedergli con semplicità di benedire quello che abbiamo fatto e quello che non siamo riusciti a fare. Invitiamolo a casa, preghiamo in stile “domestico”. Gesù sarà a mensa con noi e saremo sfamati da un amore più grande.
La Vergine Maria, nella quale il Verbo si è fatto carne, ci aiuti a crescere giorno dopo giorno nell’amicizia di Gesù, pane di vita.
[Papa Francesco, Angelus 8 agosto 2021]
Let us permit St Augustine to speak once more: "If only good shepherds be not lacking! Far be it from us that they should be lacking, and far be it from divine mercy not to call them forth and establish them. It is certain that if there are good sheep, there are also good shepherds: in fact it is from good sheep that good shepherds are derived." (Sermones ad populum, Sermo XLIV, XIII, 30) [John Paul II]
Lasciamo ancora una volta parlare Sant’Agostino: “Purché non vengano a mancare buoni pastori! Lungi da noi che manchino, e lungi dalla misericordia divina il non farli sorgere e stabilirli. Certo è che se ci sono buone pecore, ci sono anche buoni pastori: infatti è dalle buone pecore che derivano i buoni pastori” (S. Agostino, Sermones ad populum, I, Sermo XLIV, XIII, 30) [Giovanni Paolo II]
Jesus, Good Shepherd and door of the sheep, is a leader whose authority is expressed in service, a leader who, in order to command, gives his life and does not ask others to sacrifice theirs. One can trust in a leader like this (Pope Francis)
Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare (Papa Francesco)
To be Christians means to be missionaries, to be apostles (cfr. Decree Apostolicam Actuositatem, n.2). It is not enough to discover Christ - you must bring Him to others! [John Paul II]
Essere cristiani significa essere missionari-apostoli (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 2). Non basta scoprire Cristo - bisogna portarlo agli altri! [Giovanni Paolo II]
What is meant by “eat the flesh and drink the blood” of Jesus? Is it just an image, a figure of speech, a symbol, or does it indicate something real? (Pope Francis)
Che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? (Papa Francesco)
What does bread of life mean? We need bread to live. Those who are hungry do not ask for refined and expensive food, they ask for bread. Those who are unemployed do not ask for enormous wages, but the “bread” of employment. Jesus reveals himself as bread, that is, the essential, what is necessary for everyday life; without Him it does not work (Pope Francis)
Che cosa significa pane della vita? Per vivere c’è bisogno di pane. Chi ha fame non chiede cibi raffinati e costosi, chiede pane. Chi è senza lavoro non chiede stipendi enormi, ma il “pane” di un impiego. Gesù si rivela come il pane, cioè l’essenziale, il necessario per la vita di ogni giorno, senza di Lui la cosa non funziona (Papa Francesco)
In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (Papa Francesco)
The Eucharist draws us into Jesus' act of self-oblation. More than just statically receiving the incarnate Logos, we enter into the very dynamic of his self-giving [Pope Benedict]
L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [Papa Benedetto]
don Giuseppe Nespeca
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