Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Il Vangelo […] è quello della risurrezione di Lazzaro (cfr Gv 11,1-45). Lazzaro era fratello di Marta e Maria; erano molto amici di Gesù. Quando Lui arriva a Betania, Lazzaro è morto già da quattro giorni; Marta corre incontro al Maestro e gli dice: «Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (v. 21). Gesù le risponde: «Tuo fratello risorgerà» (v. 23); e aggiunge: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà» (v. 25). Gesù si fa vedere come il Signore della vita, Colui che è capace di dare la vita anche ai morti. Poi arrivano Maria e altre persone, tutti in lacrime, e allora Gesù – dice il Vangelo - «si commosse profondamente e […] scoppiò in pianto» (vv. 33.35). Con questo turbamento nel cuore, va alla tomba, ringrazia il Padre che sempre lo ascolta, fa aprire il sepolcro e grida forte: «Lazzaro, vieni fuori!» (v. 43). E Lazzaro esce con «i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario» (v. 44).
Qui tocchiamo con mano che Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte. Gesù avrebbe potuto evitare la morte dell’amico Lazzaro, ma ha voluto fare suo il nostro dolore per la morte delle persone care, e soprattutto ha voluto mostrare il dominio di Dio sulla morte. In questo passo del Vangelo vediamo che la fede dell’uomo e l’onnipotenza di Dio, dell’amore di Dio si cercano e infine si incontrano. È come una doppia strada: la fede dell’uomo e l’onnipotenza dell’amore di Dio che si cercano e alla fine si incontrano. Lo vediamo nel grido di Marta e Maria e di tutti noi con loro: “Se tu fossi stato qui!...”. E la risposta di Dio non è un discorso, no, la risposta di Dio al problema della morte è Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita… Abbiate fede! In mezzo al pianto continuate ad avere fede, anche se la morte sembra aver vinto. Togliete la pietra dal vostro cuore! Lasciate che la Parola di Dio riporti la vita dove c’è morte”.
Anche oggi Gesù ci ripete: “Togliete la pietra”. Dio non ci ha creati per la tomba, ci ha creati per la vita, bella, buona, gioiosa. Ma «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap 2,24), dice il Libro della Sapienza, e Gesù Cristo è venuto a liberarci dai suoi lacci.
Dunque, siamo chiamati a togliere le pietre di tutto ciò che sa di morte: ad esempio, l’ipocrisia con cui si vive la fede, è morte; la critica distruttiva verso gli altri, è morte; l’offesa, la calunnia, è morte; l’emarginazione del povero, è morte. Il Signore ci chiede di togliere queste pietre dal cuore, e la vita allora fiorirà ancora intorno a noi. Cristo vive, e chi lo accoglie e aderisce a Lui entra in contatto con la vita. Senza Cristo, o al di fuori di Cristo, non solo non è presente la vita, ma si ricade nella morte.
La risurrezione di Lazzaro è segno anche della rigenerazione che si attua nel credente mediante il Battesimo, con il pieno inserimento nel Mistero Pasquale di Cristo. Per l’azione e la forza dello Spirito Santo, il cristiano è una persona che cammina nella vita come una nuova creatura: una creatura per la vita e che va verso la vita.
La Vergine Maria ci aiuti ad essere compassionevoli come il suo Figlio Gesù, che ha fatto suo il nostro dolore. Ognuno di noi sia vicino a quanti sono nella prova, diventando per essi un riflesso dell’amore e della tenerezza di Dio, che libera dalla morte e fa vincere la vita.
[Papa Francesco, Angelus 29 marzo 2020]
Dall’affascinante proposta di Fede alla fatica del ripiegamento
(Mt 13,36-43)
La parabola del Seminatore come storicamente narrata da Gesù (vv.3-8) e quella delle zizzanie (vv.24-30) denotano la totale positività del suo Messaggio.
Il Signore proclamava un mondo nuovo; anzitutto un Cielo differente, tollerante e benevolo.
Perfino i vv.18-23 contengono una Lieta Novella, più che un giudizio: nel nostro campo sorgono spontaneamente sia buon grano che zizzanie, ma tutto ciò non è una maledizione a prescindere; anzi (v.23c).
Bisogna tuttavia ammettere che la metafora dei vv.37-43 trasforma la parabola originaria (vv.24-30) in allegoria morale.
Con elementi simbolici, le differenti espressioni figurate riprendono la narrazione originaria di Gesù, cercando d’interpretarla secondo i codici comuni della tradizionale predicazione rabbinica.
Come per i maestri d’Israele, anche qui l’intento prossimo è quello di scuotere gli ascoltatori, onde sottolineare l’importanza personale, comunitaria e spirituale, delle scelte dirimenti - nell’oggi.
In Casa (v.36) ossia nella Chiesa, si crea un dibattito anzitutto sulla spiegazione del perché Gesù non imponga una sterilizzazione preventiva del campo di grano.
Nell’incertezza, si tentano precisazioni particolari - secondo le quali però il brano [frutto di redazione, dibattito e riflessione successiva] rischia di rovesciare il senso della parabola gesuana stessa.
Infatti, nel suo popolo di fratelli e nella società, il Maestro non intendeva cancellare a priori il senso proficuo delle dinamiche ineffabili e misteriose del ‘mescolamento’: realtà di questo mondo a pieno titolo.
Tale l’Annuncio essenziale, universalista, del giovane Rabbi, a dispetto dei cliché puristi antichi.
La religiosità legalista era selettiva, élitaria, conformista; attenta al mantenimento delle gerarchie sociali.
In tal guisa, essa costituiva una cappa culturale a maglie fitte, e valutava in modo astratto, preventivo, ciò che dovesse venire considerato bene o male per tutti.
Eppure l’idea di perfezione algida [sterile di vita] non consentiva alle energie preparatorie dell’esistenza concreta di predisporre il futuro e generare la stessa Novità dello Spirito.
L’Incontro di Cristo col credente cambia tutto nella sua vita, certo - ma non a partire da una gradazione presupposta di valori, procedure e sentenze già scritte.
In realtà si diventa attenti a percepire l’eccentricità dei fratelli per il fatto che si è sperimentato l’abbraccio benedicente del Padre sui propri “difetti”.
Non per un senso di paternalismo emotivo, ma perché non di rado le risorse che risolvono i veri problemi e attivano la Redenzione di Dio vengono dal turbine di preziose contraddizioni e indigenze che abbiamo dentro.
Proprio esse ci rendono meno unilaterali, più duttili e completi. Eccezionali, vivi; in grado di affidarsi al mondo interno, invece che a quello esterno.
Quindi capaci di svolta.
Lo vediamo: per far crescere il mondo e farlo rinascere dalla crisi globale, ciascun soggetto (anche istituzionale) è chiamato a reinventarsi fuori d’ogni spartito già disposto e riconosciuto.
E oggi forse proprio a partire da ciò che nella consuetudine di pensiero non era considerato altro che pecca, o fastidiosa dissonanza; incompiutezza, limite… così via.
D’improvviso e in modo palese gli squilibri e le oscillazioni fanno la differenza anche dal punto di vista della qualità. Diventano occasioni da non perdere: una marcia in più; potenza sorgiva, spinta ad attivare l’inedito, e aprirsi.
Ecco una sostanziale differenza tra religiosità comune e vita di Fede. Il carattere di Duplicità ci fa più sani e perfetti - e Dio non è prevenuto.
Anzi, agli occhi del Padre sono proprio le incertezze irripetibili [non da protocollo] che rendono speciale, unico, ogni suo figlio.
Insomma, si cresce, ci si arricchisce, e si corrisponde alla propria Vocazione personale, solo mettendo in gioco, integrando e trasmutando i confini - non rinnegandoli.
[Martedì 17.a sett. T.O. 28 luglio 2026]
(Mt 13,36-43)
Completezza: Duplicità
Dall’affascinante proposta di Fede alla fatica del ripiegamento (2)
La parabola del Seminatore come storicamente narrata da Gesù (vv.3-8) e quella delle zizzanie (vv.24-30) denotano la totale positività del suo Messaggio.
Il Signore proclamava un mondo nuovo; anzitutto un Cielo differente, tollerante e benevolo.
Principio della nostra vita da salvati non è quanto noi facciamo per Dio, bensì ciò che Lui (Generoso e Paziente) crea per noi.
Proprio come un Genitore condiscendente e longanime, il quale ripropone incessantemente occasioni di vita.
Il Maestro intendeva spostare il criterio della vita pia: dallo sforzo personale al lasciarsi salvare, cedendo il punto di vista.
La Redenzione ha radici nella Sua iniziativa provvidente, nella Sua gratuita liberalità, nella Sua calma serena.
Tutte condizioni che consentono a ciascuno un processo d’interazioni, assimilazioni e rielaborazioni: un tempo largo di crescita.
Ma la riflessione immediatamente successiva - sin da pochi decenni dalla morte del Signore - inizia a risentire del cliché culturale dominante a contorno, e purtroppo intaccarne sia il carattere che la trasparenza.
Il Figlio proclamava solo la longanimità del Padre: Soggetto, Motivo e Motore della nostra capacità di affrontare ogni cammino di fioritura.
Nella riflessione successiva, le parabole originali diventano allegorie, stracolme di simboli dal significato moralistico definito - tutto sommato banali.
In tal guisa, le notiamo venate di considerazioni impersonali sulla qualità del terreno, o addirittura del Seme!
Quest’ultimo - non più identificato con la Sua Parola, bensì in un certo tipo zelante di discepoli [di scarso peso specifico e proposta: quelli che si sentirebbero sempre attorniati da avversari].
Tale infausto passaggio testimonia la difficoltà di comprensione dello sbalorditivo richiamo del Figlio di Dio, sin dalle primitive comunità.
Il Signore intendeva suggerire a tutti un sentiero di Fede, proprio per soppiantare il giogo ansiogeno del modello religioso - il quale viceversa permaneva come archetipo attrattivo dei criteri di discernimento.
Giogo pesante, sebbene usuale, che non partiva dall’Amore; per il fatto stesso che supponeva spilorcerie, inadeguatezze, e vergogne ovunque - anche nella vita spirituale [rattrappita, perennemente in bilico, taccagna, sempre insufficiente].
Conosciamo le situazioni.
Invece, perfino i vv.18-23 contengono una Lieta Novella, più che un giudizio: nel nostro campo sorgono spontaneamente sia buon grano che zizzanie, ma tutto ciò non è una maledizione a prescindere; anzi (v.23c).
Bisogna tuttavia ammettere che la metafora dei vv.37-43 trasforma la parabola originaria (vv.24-30) in allegoria morale.
La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che la presenza del “male” nel mondo non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina.
Protagonista del brano [dal v.18 e dal v.36] non è più Dio e il suo gesto munifico, che non bada a spese nel gettare il Suo Seme a spaglio, bensì il tipo di terreno - o qui il nuovo «seme buono»: l’apostolo stesso - che diverrebbe il vero “soggetto” del cammino spirituale.
Si entra in tal guisa nel campo minato delle devozioni: sembra che siano la donna e l’uomo, chi in realtà riceve la Parola, a doversi centrare su di sé, e individuare i propri difetti.
In aggiunta - avendone finalmente contezza, coscienza nitida, capacità naturale e persino dimestichezza - adoperarsi a «migliorare» secondo modelli, sotto pena di esclusione dal novero appunto dei “migliori”.
[Tutto ciò guida le persone normali a una spersonalizzazione della qualità stessa della Chiamata, e ad un pazzesco dispendio di energie].
L’idea etica - di fatto - cancella la fiducia. Non valorizza il dinamismo propulsivo dell’esistenza ordinaria. Essa trova sempre davanti a sé imperfezioni e grovigli da dipanare.
Sono queste, e i pensieri, che intralciano la strada. Viceversa, per realizzarsi e completarsi, tali zavorre andrebbero collocate sullo sfondo, gettate alle spalle; sorvolate in avanti.
Il pericolo di tale impostazione è che finirà per accumulare distinzioni su distinzioni, ossessionando la gente di peccato invincibile. E incidere sulle linee portanti della personalità di coloro che prendono sul serio il binario legalista.
Tale etica disincarnata mette in gabbia i più sensibili - i quali purtroppo scambiano via via la coscienza di se stessi con il colpevolismo dei miti [artefatti] di perfezione.
Salvo che per noncuranti e opportunisti, la ‘religione’ presa di petto ha sempre fatto rima con prigione.
Essa infatti ancora oggi rende paradossalmente protagonista del nostro percorso il giudizio di essere ancora «seme cattivo»! Opinione altrui ed esteriore.
In aggiunta, ecco il tormento del sentirsi ancora sotto la cappa d’un perenne «peccato»: trasgressione e senso di colpa che l'opzione fondamentale per Dio intendeva esorcizzare.
Infatti il sentenziare epidermico non conosce le difformi e normalissime energie dell’uomo - tutte plasmabili e potenzialmente preparatorie, da percepire a tutto tondo, assumere, investire.
Ogni pregiudizio anche sacrale in realtà trascura la poliedricità della persona, e si trasforma infine in quel principio mortifero di sé e degli altri, che a proclami non vorrebbe mai essere.
A motivo degli sforzi estrinseci o reconditi, ogni paradigma esterno finisce per smarrire la Via della Novità di Dio, la sua rilevanza, e la reale Vocazione - magari scambiandole per una zavorra.
La metafora (vv.37-43) è appunto frutto dell’interpretazione di prime assemblee ancora sotto l’influsso dell'antico target della “sterilizzazione” e “coerenza” esterna, formale, apparente - eticista più che relazionale.
Al pari di quanto già accennato sopra, perfino i vv.18-23 contengono una Lieta Novella, più che un giudizio: nel nostro campo sorgono spontaneamente sia buon grano che zizzanie, ma tutto ciò non è una maledizione a prescindere; anzi (v.23c).
Bisogna tuttavia ammettere che la metafora dei vv.37-43 trasforma la parabola originaria (vv.24-30) in allegoria morale.
Con elementi simbolici, le differenti espressioni figurate riprendono la narrazione originaria di Gesù, cercando d’interpretarla secondo i codici comuni della tradizionale predicazione rabbinica.
Come per i maestri d’Israele, anche qui l’intento prossimo è quello di scuotere gli ascoltatori, onde sottolineare l’importanza personale, comunitaria e spirituale, delle scelte dirimenti - nell’oggi.
Però in questo passo abbiamo come l’impressione che i redattori si siano fatti prendere dall’idea banale d’una giustizia immediata e risolutiva.
Eppure la precipitazione è sempre invisa alle cose di Dio... [a parte il fatto che spesso è il tempo la medicina che fa seccare spontaneamente i rami inutili, o tanti elementi parassiti].
In Casa (v.36) ossia nella Chiesa, si crea un dibattito anzitutto sulla spiegazione del perché Gesù non imponga una sterilizzazione preventiva del campo di grano.
In tal guisa, aprendo purtroppo a quel ‘purismo’ che il Figlio di Dio aborriva come nefasto.
Ciò, sebbene fosse comprensibile il tentativo dell’evangelista di arginare defezioni - vagliando bene ogni tentativo di adattamento alle cornici culturali, alle situazioni.
Ma cedendo a valutazioni di efficacia e contorno, il punto centrale della narrazione originaria del Figlio dell’uomo - ed Egli stesso - viene come spezzettato in elementi da schema.
Una casistica forse più facile da digerire, però addirittura indipendente dal senso del racconto principale (vv.18-23).
Infine, col rischio d’identificare la Volontà di Dio con quella d’una Chiesa di eletti e impeccabili. Comunità quasi collocata a monte di ogni processo di crescita.
Nell’incertezza, qui si tentano precisazioni particolari - secondo le quali però il brano, frutto di redazione, dibattito e riflessione successiva, rischia di rovesciare il senso della parabola gesuana stessa.
Infatti, nel suo popolo di fratelli e nella società, il Maestro non intendeva cancellare a priori il senso proficuo delle dinamiche ineffabili e misteriose del ‘mescolamento’: realtà di questo mondo a pieno titolo.
Tale l’Annuncio essenziale, universalista, del giovane Rabbi; a dispetto dei cliché puristi antichi, o delle mode senza spina dorsale.
La religiosità legalista era selettiva, élitaria, conformista; attenta al mantenimento delle gerarchie sociali.
In tal guisa, essa costituiva una cappa culturale a maglie fitte, e valutava in modo astratto, preventivo, ciò che dovesse venire considerato bene o male per tutti.
Eppure l’idea di perfezione algida [sterile di vita] non consentiva alle energie preparatorie dell’esistenza concreta di predisporre il futuro e generare la stessa Novità dello Spirito.
Eppure (il passo di Mt ne è testimone) subito dopo la morte del Cristo il convincimento d’incontaminatezza e la mentalità delle distinzioni ricominciavano a insinuarsi e prendere il sopravvento.
Ciò per il fatto che esternamente le piccole comunità dovevano confrontarsi (a testa alta) con le classifiche, il contesto delle religioni, i conformismi moralisti, i paradigmi usuali della cultura diffusa.
In taluni casi, tale configurazione conduceva a una mancanza di umanità.
Storicamente parlando - nella seconda e terza generazione di credenti l’accettazione di Gesù come Signore della propria vita stava forse rischiando di diventare più vincolante e identificativa, che propulsiva del carattere d’unicità personale - attivante la Libertà.
L’Incontro di Cristo col credente cambia tutto nella sua vita, certo - ma non a partire da una gerarchia presupposta di valori, procedure e sentenze già scritte.
In realtà si diventa attenti a percepire l’eccentricità dei fratelli per il fatto che si è sperimentato l’abbraccio benedicente del Padre sui propri “difetti”.
Non per un senso di paternalismo emotivo, ma perché non di rado le risorse che risolvono i veri problemi e attivano la Redenzione di Dio vengono dal turbine di preziose contraddizioni e indigenze che abbiamo dentro.
Proprio esse ci rendono meno unilaterali, più duttili e completi. Eccezionali, vivi; in grado di affidarsi al mondo interno, invece che a quello esterno.
Quindi capaci di svolta.
Invece, l’esclusivismo - dove la morale già consolidata fa la parte del leone, a braccetto con l’apparire - non ha mai lasciato crescere la Fede viva, né il mondo.
Lo vediamo: per far crescere il mondo e farlo rinascere dalla crisi globale, ciascun soggetto [anche istituzionale] è chiamato a reinventarsi fuori d’ogni spartito già disposto e riconosciuto.
E oggi forse proprio a partire da ciò che nella consuetudine di pensiero non era considerato altro che pecca, o fastidiosa dissonanza; incompiutezza, limite… così via.
D’improvviso e in modo palese gli squilibri e le oscillazioni fanno la differenza anche dal punto di vista della qualità.
Diventano occasioni da non perdere: una marcia in più; potenza sorgiva, spinta ad attivare l’inedito, e aprirsi.
Ecco una sostanziale differenza tra religiosità comune e vita di Fede.
Il carattere di Duplicità ci fa più sani e perfetti - e Dio non è prevenuto.
Anzi, agli occhi del Padre sono proprio le incertezze irripetibili (non da protocollo) che rendono speciale, unico, ogni suo figlio.
Insomma, si cresce, ci si arricchisce e si corrisponde alla propria Vocazione personale solo mettendo in gioco, integrando e trasmutando i confini - non rinnegandoli.
47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la « durata » di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il « momento » trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del « passaggio » alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo. Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », parakletos (cfr 1 Gv 2,1).
[Papa Benedetto, enciclica Spe Salvi n.47]
5. Una delle parabole narrate da Gesù sulla crescita del Regno di Dio sulla terra ci fa scoprire con molto realismo il carattere di lotta che il regno comporta, per la presenza e l’azione di un “nemico”, che “semina la zizzania (o gramigna) in mezzo al grano”. Dice Gesù che, quando “la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. I servi del padrone del campo vorrebbero strapparla, ma il padrone non glielo consente, “perché non succeda che . . . sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24-30). Questa parabola spiega la coesistenza e spesso l’intreccio del bene e del male nel mondo, nella nostra vita, nella stessa storia della Chiesa. Gesù ci insegna a veder le cose con realismo cristiano e a trattare ogni problema con chiarezza di principi, ma anche con prudenza e con pazienza. Ciò suppone una visione trascendente della storia, nella quale si sa che tutto appartiene a Dio e ogni esito finale è opera della sua Provvidenza. Non è però nascosta la sorte finale - di dimensione escatologica - dei buoni e dei cattivi: la simboleggiano la raccolta del grano nel deposito e la bruciatura della zizzania.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 settembre 1991]
In queste domeniche la liturgia propone alcune parabole evangeliche, cioè brevi narrazioni che Gesù utilizzava per annunciare alle folle il Regno dei cieli. Tra quelle presenti nel Vangelo di oggi, ce n’è una piuttosto complessa, di cui Gesù fornisce ai discepoli la spiegazione: è quella del buon grano e della zizzania, che affronta il problema del male nel mondo e mette in risalto la pazienza di Dio (cfr Mt 13,24-30.36-43). La scena si svolge in un campo dove il padrone semina il grano; ma una notte arriva il nemico e semina la zizzania, termine che in ebraico deriva dalla stessa radice del nome “Satana” e richiama il concetto di divisione. Tutti sappiamo che il demonio è uno “zizzaniatore”, colui che cerca sempre di dividere le persone, le famiglie, le nazioni e i popoli. I servitori vorrebbero subito strappare l’erba cattiva, ma il padrone lo impedisce con questa motivazione: «Perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano» (Mt 13, 29). Perché sappiamo tutti che la zizzania, quando cresce, assomiglia tanto al grano buono, e vi è il pericolo che si confondano.
L’insegnamento della parabola è duplice. Anzitutto dice che il male che c’è nel mondo non proviene da Dio, ma dal suo nemico, il Maligno. È curioso, il maligno va di notte a seminare la zizzania, nel buio, nella confusione; lui va dove non c’è luce per seminare la zizzania. Questo nemico è astuto: ha seminato il male in mezzo al bene, così che è impossibile a noi uomini separarli nettamente; ma Dio, alla fine, potrà farlo.
E qui veniamo al secondo tema: la contrapposizione tra l’impazienza dei servi e la paziente attesa del proprietario del campo, che rappresenta Dio. Noi a volte abbiamo una gran fretta di giudicare, classificare, mettere di qua i buoni, di là i cattivi… Ma ricordatevi la preghiera di quell’uomo superbo: “O Dio, ti ringrazio perché io sono buono, non sono non sono come gli altri uomini, cattivi….” (cfr Lc 18,11-12). Dio invece sa aspettare. Egli guarda nel “campo” della vita di ogni persona con pazienza e misericordia: vede molto meglio di noi la sporcizia e il male, ma vede anche i germi del bene e attende con fiducia che maturino. Dio è paziente, sa aspettare. Che bello questo: il nostro Dio è un padre paziente, che ci aspetta sempre e ci aspetta con il cuore in mano per accoglierci, per perdonarci. Egli sempre ci perdona se andiamo da Lui.
L’atteggiamento del padrone è quello della speranza fondata sulla certezza che il male non ha né la prima né l’ultima parola. Ed è grazie a questa paziente speranza di Dio che la stessa zizzania, cioè il cuore cattivo con tanti peccati, alla fine può diventare buon grano. Ma attenzione: la pazienza evangelica non è indifferenza al male; non si può fare confusione tra bene e male! Di fronte alla zizzania presente nel mondo il discepolo del Signore è chiamato a imitare la pazienza di Dio, alimentare la speranza con il sostegno di una incrollabile fiducia nella vittoria finale del bene, cioè di Dio.
Alla fine, infatti, il male sarà tolto ed eliminato: al tempo della mietitura, cioè del giudizio, i mietitori eseguiranno l’ordine del padrone separando la zizzania per bruciarla (cfr Mt 13,30). In quel giorno della mietitura finale il giudice sarà Gesù, Colui che ha seminato il buon grano nel mondo e che è diventato Lui stesso “chicco di grano”, è morto ed è risorto. Alla fine saremo tutti giudicati con lo stesso metro con cui abbiamo giudicato: la misericordia che avremo usato verso gli altri sarà usata anche con noi. Chiediamo alla Madonna, nostra Madre, di aiutarci a crescere nella pazienza, nella speranza e nella misericordia con tutti i fratelli.
[Papa Francesco, Angelus 20 luglio 2014]
(Mt 13,31-35)
Gesù aiuta le persone a scoprire le cose di Dio e dell’uomo nella vita di ogni giorno.
Il Maestro insegna che lo straordinario del mondo eterno si cela nelle cose comuni: la vita stessa è trasparenza del Mistero.
Egli rivela il Regno che si fa Presente, descrivendo appunto le caratteristiche essenziali della comunità dei discepoli - e utilizzando qui i semplici raffronti del «granello di senapa» e del «lievito».
A dire: la Chiesa autentica è a portata di mano di tutti, ovunque - nondimeno esigua; inapparente, eppur intimamente dinamica.
In essa viviamo un contrasto fra inizi e termine: facciamo esperienza di Regno ‘dentro’ ciascuno che accoglie il carattere d’una Parola-evento dimessa, ma che attiva capacità trasformative e ospitali.
Il primo termine di paragone legato alla vita della gente [il semino] cita la vicenda di un grano ben piccolo: vicenda concreta comune, che non si nota granché.
Intorno al lago di Galilea gli arbusti di senape possono giungere al massimo a un’altezza di 3 metri, non più.
Non si tratta dello sviluppo di maestosi cedri del Libano - piuttosto d’un alberetto qualsiasi dell’orto di casa (v.32) però in grado di dare un poco di ristoro ai volatili che vi si rifugiano.
Sta a indicare una Presenza di scarso clamore: del tutto normale, frammista tra melanzane, zucchine e cetrioli…
Nulla di grande, eppur ospitale per coloro che soffrono la potente calura di quei luoghi.
Insomma, le fraternità che il Signore sogna non avranno nulla di magnifico ed esteriore, però sapranno donare riparo e riposo.
La forza del «granellino di senape» è intima, tuttavia caparbia: crescerà - anche se non di molto.
Ossia, la Chiesa autentica non dovrà somigliare a un transatlantico maestoso.
Magari sarà più simile a una barchetta: niente di che - eppure potrà suscitare speranze di vita.
Lo farà attraverso la testimonianza discreta di evangelizzatori amabili, che ancora annunciano e operano, irradiando luce, affascinando persone.
Chiunque si accostasse alle soglie delle chiese - il riferimento è ai lontani e pagani - dovrà sentirsi a suo agio, a casa propria.
Anche i ‘vaganti’ avranno pieno diritto di prendervi posizione e costruire il loro nido [proprio in tale Dimora comune] perfino se poi decidessero di riprendere il volo non appena se ne saranno serviti.
Il paragone successivo - del «lievito» (v.33) - insiste sulla cura degli obbiettivi di vita di altri fratelli, rispetto alla Comunità dei credenti.
In tal guisa, essa è chiamata a essere segno delle premure del Padre verso tutti i suoi figli.
Il lievito non è utile a se stesso, bensì alla massa.
Allo stesso modo, la Chiesa non dovrà servire se stessa; non sarà in ordine alla propria celebrazione e sviluppo [materiale, o in proselitismi; così via].
Ogni Fraternità in Cristo è funzione della sola vita della gente, dove e come si trova - così com’è.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quale seme avevi trascurato per la sua piccolezza, e poi si è rivelato essenziale per la tua crescita e le esigenze anche altrui?
[Lunedì 17.a sett. T.O. 27 luglio 2026]
(Mt 13,31-35)
Gesù aiuta le persone a scoprire le cose di Dio e dell’uomo nella vita di ogni giorno.
Il Maestro insegna che lo straordinario del mondo eterno si cela nelle cose comuni: la vita stessa è trasparenza del Mistero.
Egli rivela il Regno che si fa Presente, descrivendo appunto le caratteristiche essenziali della comunità dei discepoli - e utilizzando qui i semplici raffronti del «granello di senapa» e del «lievito».
A dire: la Chiesa autentica è a portata di mano di tutti, ovunque - nondimeno esigua; inapparente, eppur intimamente dinamica.
In essa viviamo un contrasto fra inizi e termine: facciamo esperienza di Regno ‘dentro’ ciascuno che accoglie il carattere d’una Parola-evento dimessa, ma che attiva capacità trasformative e ospitali.
Il primo termine di paragone legato alla vita della gente [il semino] cita la vicenda di un grano ben piccolo: vicenda concreta comune, che non si nota granché.
Intorno al lago di Galilea gli arbusti di senape possono giungere al massimo ad un’altezza di 3 metri, non più.
Non si tratta dello sviluppo di maestosi cedri del Libano - piuttosto d’un alberetto qualsiasi dell’orto di casa (v.32) però in grado di dare un poco di ristoro ai volatili che vi si rifugiano.
Sta a indicare una Presenza di scarso clamore: del tutto normale, frammista tra melanzane, zucchine e cetrioli…
Nulla di grande, eppur ospitale per coloro che soffrono la potente calura di quei luoghi.
Insomma, le fraternità che il Signore sogna non avranno nulla di magnifico ed esteriore, però sapranno donare riparo e riposo.
La forza del «granellino di senape» è intima, tuttavia caparbia: crescerà - anche se non di molto.
Ossia, la Chiesa autentica non dovrà somigliare a un transatlantico maestoso.
Magari sarà più simile a una barchetta: niente di che - eppure potrà suscitare speranze di vita.
Lo farà attraverso la testimonianza discreta di evangelizzatori amabili, che ancora annunciano e operano, irradiando luce, affascinando persone.
Chiunque si accostasse alle soglie delle chiese - il riferimento è ai lontani e pagani - dovrà sentirsi a suo agio, a casa propria.
Anche i ‘vaganti’ avranno pieno diritto di prendervi posizione e costruire il loro nido [proprio in tale Dimora comune] perfino se poi decidessero di riprendere il volo non appena se ne saranno serviti.
Il paragone successivo - del «lievito» (v.33) - insiste sulla cura degli obbiettivi di vita di altri fratelli, rispetto alla Comunità dei credenti.
In tal guisa, essa è chiamata ad essere segno delle premure del Padre verso tutti i suoi figli.
Il lievito non è utile a se stesso, bensì alla massa.
Allo stesso modo, la Chiesa non dovrà servire se stessa; non sarà in ordine alla propria celebrazione o sviluppo (materiale, in proselitismi, così via).
Ogni Fraternità in Cristo è funzione della sola vita della gente, dove e come si trova - così com’è.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quale seme avevi trascurato per la sua piccolezza, e poi si è rivelato essenziale per la tua crescita e le esigenze anche altrui?
[Parabole: Narrazione per la trasmutazione]
Il mistero della comune cecità. Smarriti? Pronti per la trasformazione
(Mt 13,34-35)
San Paolo esprime il senso del “mistero della cecità” che gli fa contrasto nel cammino con la celebre espressone «spina nel fianco»: dovunque andasse, erano già pronti i nemici; e disaccordi inattesi.
Così anche per noi: eventi funesti, catastrofi, emergenze, disgregazione delle antiche certezze rassicuranti - tutte esterne e paludose; sino a poco prima valutate con senso di permanenza.
Forse nell’arco della nostra esistenza, già ci siamo resi conto che le incomprensioni sono state i modi migliori per riattivarci, e introdurre le energie della Vita rinnovata.
Si tratta di quelle risorse o situazioni che forse mai avremmo immaginato alleate della nostra e altrui realizzazione.
Dice Erich Fromm:
«Vivere significa nascere in ogni istante. La morte si produce quando si cessa di nascere. La nascita non è quindi un atto; è un processo ininterrotto. Lo scopo della vita è di nascere pienamente, ma la tragedia è che la maggior parte di noi muore prima di essere veramente nato».
Infatti, nel clima dei disordini o delle divergenze assurde [che ci obbligano a rigenerare] si affacciano talora le più trascurate virtù intime.
Energie nuove - che cercano spazio - e potenze esterne. Entrambi plasmabili; inconsuete, inimmaginabili, eterodosse.
Ma che trovano le soluzioni, la vera via d’uscita ai nostri problemi; la strada per un futuro che non sia un semplice riassetto della situazione precedente, o di come abbiamo immaginato “si sarebbe dovuti essere e fare”.
Concluso un ciclo, iniziamo una nuova fase; forse con maggiore rettitudine e franchezza - più luminosa e naturale, umanizzante, vicina al ‘divino’.
Il contatto autentico e coinvolgente con i nostri stati dell’essere profondi viene generato in modo acuto proprio dai distacchi.
Essi ci portano al dialogo dinamico con le riserve eterne di forze trasmutatrici che ci abitano, e più ci appartengono.
Esperienza primordiale che arriva dritta al cuore.
Dentro di noi tale via “pesca” l’opzione creativa, fluttuante, inedita.
In tal guisa il Signore trasmette e apre la sua proposta servendosi di ‘immagini’.
Freccia di Mistero che va oltre i frammenti della coscienza, della cultura, delle procedure, di ciò che è comune.
Per una conoscenza di se stessi e del mondo che travalica quella della storia e della cronaca; per la consapevolezza attiva di altri contenuti.
Sino a che il travaglio e il caos stesso guidano l’anima e la obbligano a un Altro inizio, a un differente sguardo (tutto spostato), a un’inedita comprensione di noi stessi e del mondo.
Ebbene, la trasformazione dell’universo non può esser frutto di un insegnamento cerebrale o dirigista; piuttosto, di una esplorazione narrativa - che non allontana la gente da se stessa.
E Gesù lo sa.
Parlare di Dio vuol dire anzitutto avere ben chiaro ciò che dobbiamo portare agli uomini e alle donne del nostro tempo: non un Dio astratto, una ipotesi, ma un Dio concreto, un Dio che esiste, che è entrato nella storia ed è presente nella storia; il Dio di Gesù Cristo come risposta alla domanda fondamentale del perché e del come vivere. Per questo, parlare di Dio richiede una familiarità con Gesù e il suo Vangelo, suppone una nostra personale e reale conoscenza di Dio e una forte passione per il suo progetto di salvezza, senza cedere alla tentazione del successo, ma seguendo il metodo di Dio stesso. Il metodo di Dio è quello dell’umiltà – Dio si fa uno di noi – è il metodo realizzato nell’Incarnazione nella semplice casa di Nazaret e nella grotta di Betlemme, quello della parabola del granellino di senape. Occorre non temere l’umiltà dei piccoli passi e confidare nel lievito che penetra nella pasta e lentamente la fa crescere (cfr Mt 13,33). Nel parlare di Dio, nell’opera di evangelizzazione, sotto la guida dello Spirito Santo, è necessario un recupero di semplicità, un ritornare all’essenziale dell’annuncio: la Buona Notizia di un Dio che è reale e concreto, un Dio che si interessa di noi, un Dio-Amore che si fa vicino a noi in Gesù Cristo fino alla Croce e che nella Risurrezione ci dona la speranza e ci apre ad una vita che non ha fine, la vita eterna, la vita vera. Quell’eccezionale comunicatore che fu l’apostolo Paolo ci offre una lezione che va proprio al centro della fede del problema “come parlare di Dio” con grande semplicità.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 28 novembre 2012]
The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present: "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" [Sacrosanctum Concilium, 7]
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
Accettando volontariamente la morte, Gesù porta la croce di tutti gli uomini e diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità. San Cirillo di Gerusalemme commenta: «La croce vittoriosa ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, ha liberato chi era prigioniero del peccato, ha portato la redenzione all’intera umanità» (Catechesis Illuminandorum XIII,1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Papa Benedetto]
In the New Testament, it is Christ who constitutes the full manifestation of God's light [Pope Benedict]
Nel Nuovo Testamento è Cristo a costituire la piena manifestazione della luce di Dio [Papa Benedetto]
Faith opens us to knowing and welcoming the real identity of Jesus, his newness and oneness, his word, as a source of life, in order to live a personal relationship with him. Knowledge of the faith grows, it grows with the desire to find the way and in the end it is a gift of God who does not reveal himself to us as an abstract thing without a face or a name, because faith responds to a Person who wants to enter into a relationship of deep love with us and to involve our whole life (Pope Benedict)
La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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