don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Cari fratelli e sorelle!

[Mc 1,21-28] ci presenta Gesù che, in giorno di sabato, predica nella sinagoga di Cafarnao, la piccola città sul lago di Galilea dove abitavano Pietro e suo fratello Andrea. Al suo insegnamento, che suscita la meraviglia della gente, segue la liberazione di «un uomo posseduto da uno spirito impuro» (v. 23), che riconosce in Gesù il «santo di Dio», cioè il Messia. In poco tempo, la sua fama si diffonde in tutta la regione, che Egli percorre annunciando il Regno di Dio e guarendo i malati di ogni genere: parola e azione. San Giovanni Crisostomo fa osservare come il Signore «alterni il discorso a beneficio degli ascoltatori, procedendo dai prodigi alle parole e passando di nuovo dall’insegnamento della sua dottrina ai miracoli» (Hom. in Matthæum 25, 1: PG 57, 328).

La parola che Gesù rivolge agli uomini apre immediatamente l’accesso al volere del Padre e alla verità di se stessi. Non così, invece, accadeva agli scribi, che dovevano sforzarsi di interpretare le Sacre Scritture con innumerevoli riflessioni. Inoltre, all’efficacia della parola, Gesù univa quella dei segni di liberazione dal male. Sant’Atanasio osserva che «comandare ai demoni e scacciarli non è opera umana ma divina»; infatti, il Signore «allontanava dagli uomini tutte le malattie e ogni infermità. Chi, vedendo il suo potere … avrebbe ancora dubitato che Egli fosse il Figlio, la Sapienza e la Potenza di Dio?» (Oratio de Incarnatione Verbi 18.19: PG 25, 128 BC.129 B). L’autorità divina non è una forza della natura. È il potere dell’amore di Dio che crea l’universo e, incarnandosi nel Figlio Unigenito, scendendo nella nostra umanità, risana il mondo corrotto dal peccato. Scrive Romano Guardini: «L’intera esistenza di Gesù è traduzione della potenza in umiltà… è la sovranità che qui si abbassa alla forma di servo» (Il Potere, Brescia 1999, 141.142).

Spesso per l’uomo l’autorità significa possesso, potere, dominio, successo. Per Dio, invece, l’autorità significa servizio, umiltà, amore; significa entrare nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi dei discepoli (cfr Gv 13,5), che cerca il vero bene dell’uomo, che guarisce le ferite, che è capace di un amore così grande da dare la vita, perché è Amore. In una delle sue Lettere, santa Caterina da Siena scrive: «E’ necessario che noi vediamo e conosciamo, in verità, con la luce della fede, che Dio è l’Amore supremo ed eterno, e non può volere altro se non il nostro bene» (Ep. 13 in: Le Lettere, vol. 3, Bologna 1999, 206) […]

Invochiamo con fiducia Maria Santissima, affinché guidi i nostri cuori ad attingere sempre dalla misericordia divina, che libera e guarisce la nostra umanità, ricolmandola di ogni grazia e benevolenza, con la potenza dell’amore.

[Papa Benedetto, Angelus 29 gennaio 2012]

Gen 5, 2026

Autorità divina

Pubblicato in Angolo dell'ottimista

1. Nei Vangeli troviamo un altro fatto che attesta la coscienza di Gesù di possedere un’autorità divina, e la persuasione che di tale autorità ebbero gli evangelisti e la prima comunità cristiana. Infatti i Sinottici sono concordi nel dire che gli ascoltatori di Gesù “erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (Mc 1, 22; Mt 7, 29; Lc 4, 32). È un’informazione preziosa che Marco ci dà fin dall’inizio del suo Vangelo. Essa ci attesta che la gente aveva colto subito la differenza tra l’insegnamento di Cristo e quello degli scribi israeliti, e non solo nel modo, ma nella stessa sostanza: gli scribi poggiavano il loro insegnamento sul testo della Legge mosaica, della quale erano interpreti e chiosatori; Gesù non seguiva affatto il metodo di un “insegnante” o di un “commentatore” della Legge antica, ma si comportava come un legislatore e, in definitiva, come uno che aveva autorità sulla Legge. Si noti: gli ascoltatori sapevano bene che si trattava della Legge divina, data da Mosè in forza di in potere che Dio stesso gli aveva concesso come a suo rappresentante e mediatore presso il popolo di Israele.

Gli evangelisti e la prima comunità cristiana che riflettevano su quell’osservazione degli ascoltatori circa l’insegnamento di Gesù, si rendevano conto ancor meglio del suo significato integrale, perché potevano confrontarla con tutto il successivo ministero di Cristo. Per i Sinottici e per i loro lettori era quindi logico il passaggio dall’affermazione di un potere sulla Legge mosaica e su tutto l’Antico Testamento a quella della presenza di un’autorità divina in Cristo. E non solo come in un Inviato o Legato di Dio come era stato nel caso di Mosè: Cristo attribuendosi il potere di completare e interpretare autorevolmente o addirittura di dare in modo nuovo la Legge di Dio, mostrava la sua coscienza di essere “uguale a Dio” (cf. Fil 2, 6).

2. Che il potere attribuitosi da Cristo sulla Legge comporti un’autorità divina, lo dimostra il fatto che egli non crea un’altra Legge abolendo l’antica: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto per abolire ma per dare compimento” (Mt 5, 17). È chiaro che Dio non potrebbe “abolire” la Legge che egli stesso ha dato. Può invece - come fa Gesù Cristo - chiarire il suo pieno significato, far capire il suo giusto senso, correggere le false interpretazioni e le arbitrarie applicazioni, a cui il popolo e i suoi stessi maestri e dirigenti, cedendo alle debolezze e limitazioni della condizione umana, l’hanno piegata.

Per questo Gesù annunzia, proclama e richiede una “giustizia” superiore a quella degli scribi e dei farisei (cf. Mt 5, 20), la “giustizia” che Dio stesso si è proposto ed esige con l’osservanza fedele della Legge in ordine al “regno dei cieli”. Il Figlio dell’uomo opera dunque come un Dio che ristabilisce ciò che Dio ha voluto e posto una volta per sempre.

3. Difatti della Legge di Dio egli anzitutto proclama: “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno della legge, senza che tutto sia compiuto” (Mt 5, 18). È una dichiarazione drastica, con la quale Gesù vuole affermare sia l’immutabilità sostanziale della Legge mosaica, sia il compimento messianico che essa riceve nella sua parola. Si tratta di una “pienezza” dell’Antica Legge, che egli, insegnando “come uno che ha autorità” sulla Legge, fa vedere che si manifesta soprattutto nell’amore di Dio e del prossimo. “Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22, 40). Si tratta di un “compimento” corrispondente allo “spirito” della Legge, che già traspare dalla “lettera” dell’Antico Testamento, che Gesù coglie, sintetizza, e propone con l’autorità di uno che è Signore anche della Legge. I precetti dell’amore, e anche della fede generatrice di speranza nell’opera messianica, che egli aggiunge alla Legge antica esplicitandone il contenuto e sviluppandone le virtualità nascoste, sono pure un compimento.

La sua vita è un modello di questo compimento, sicché Gesù può dire ai suoi discepoli non solo e non tanto: Seguite la mia Legge, ma: Seguite me, imitate me, camminate nella luce che viene da me.

4. Il Discorso della montagna, come è riportato da Matteo, è il luogo del Nuovo Testamento dove si vede affermato chiaramente ed esercitato decisamente da Gesù il potere sulla Legge che Israele ha ricevuto da Dio come cardine dell’alleanza. È là che, dopo avere dichiarato il valore perenne della Legge e il dovere di osservarla (Mt 5, 18-19), Gesù passa ad affermare la necessità di una “giustizia” superiore a “quella degli scribi e dei farisei”, ossia di una osservanza della Legge animata dal nuovo spirito evangelico di carità e di sincerità.

Le esemplificazioni concrete sono note. La prima consiste nella vittoria sull’ira, il risentimento, il malanimo che si annidano facilmente nel cuore umano, anche quando si può esibire un’esteriore osservanza dei precetti mosaici, tra i quali quello di non uccidere: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio” (Mt 5, 21-22). La stessa cosa vale per chi avrà offeso un altro con parole ingiuriose, con scherzi e derisioni. È la condanna di ogni cedimento all’istinto dell’avversione, che potenzialmente è già un atto di lesione e persino di uccisione, almeno spirituale, perché viola l’economia dell’amore nei rapporti umani e fa del male agli altri e a questa condanna Gesù intende contrapporre la Legge della carità che purifica e riordina l’uomo fin nei più intimi sentimenti e movimenti del suo spirito. Della fedeltà a questa Legge Gesù fa una condizione indispensabile della stessa pratica religiosa: “Se dunque presenti la tua offerta all’altare e là ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, e va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5, 23-24). Trattandosi di una legge d’amore, è persino irrilevante chi sia ad avere in cuore qualcosa contro l’altro: l’amore predicato da Gesù parifica e unifica tutti nel volere il bene, nello stabilire o ristabilire l’armonia nei rapporti col prossimo, persino in casi di contese e di procedimenti giudiziari (cf. Mt 5, 25).

5. Un’altra esemplificazione di perfezionamento della Legge è quella circa il sesto comandamento del Decalogo, nel quale Mosè proibiva l’adulterio. Con un linguaggio iperbolico e persino paradossale, atto a richiamare l’attenzione e a scuotere lo stato d’animo degli ascoltatori, Gesù annuncia. “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio, ma io vi dico . . .” (Mt 5, 27); e condanna anche gli sguardi e i desideri impuri, mentre raccomanda la fuga delle occasioni, il coraggio della mortificazione, la subordinazione di tutti gli atti e i comportamenti alle esigenze della salvezza dell’anima e di tutto l’uomo (cf. Mt 5, 29-30).

A questo caso se ne ricollega in certo modo un altro che Gesù affronta subito: “Fu anche detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio; ma io vi dico . . .” e dichiara decaduta la concessione fatta dall’antica Legge al popolo di Israele “per la durezza del cuore” (cf. Mt 19, 8), proibendo anche questa forma di violazione della legge dell’amore in armonia con il ristabilimento della indissolubilità del matrimonio (cf. Mt 19, 9).

6. Con lo stesso procedimento Gesù contrappone all’antico divieto di spergiurare, quello di non giurare affatto (Mt 5, 33-38), e la ragione che emerge abbastanza chiaramente è ancora fondata nell’amore: non si deve essere increduli o diffidenti col prossimo, quando è abitualmente schietto e leale, e piuttosto occorre da una parte e dall’altra seguire questa legge fondamentale del parlare e dell’agire: “Il vostro linguaggio sia , se è sì; no, se è no. Il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37).

7. E ancora: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio..” (Mt 5, 38-39), e con linguaggio metaforico Gesù insegna a porgere l’altra guancia, a cedere non solo la tunica ma anche il mantello, a non rispondere con violenza alle angherie altrui, e soprattutto: “Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” (Mt 5, 42). Radicale esclusione della legge del taglione nella vita personale del discepolo di Gesù, qualunque sia il dovere della società di difendere i propri membri dai malfattori e di punire i colpevoli di violazione dei diritti dei cittadini e dello stesso Stato.

8. Ed ecco il perfezionamento definitivo, nel quale trovano il centro dinamico tutti gli altri: “Avete inteso che fu detto: Amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, affinché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti . . .” (Mt 5, 43-45). All’interpretazione volgare dell’antica Legge che identificava il prossimo con l’israelita e anzi col pio israelita, Gesù oppone l’interpretazione autentica del comandamento di Dio e vi aggiunge la dimensione religiosa del riferimento al Padre celeste clemente e misericordioso, che benefica tutti ed è quindi l’esemplare supremo dell’amore universale.

Conclude infatti Gesù: “Siate.. perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48). Egli chiede ai suoi seguaci la perfezione dell’amore. La nuova legge da lui portata ha la sua sintesi nell’amore. Quest’amore farà superare all’uomo nei suoi rapporti con gli altri la classica contrapposizione amico-nemico, e tenderà dall’interno dei cuori a tradursi in corrispondenti forme di solidarietà sociale e politica, anche istituzionalizzata. Sarà dunque molto ampia, nella storia l’irradiazione del “comandamento nuovo” di Gesù.

9. In questo momento ci preme soprattutto rilevare che nei brani importanti del “Discorso della montagna”, si ripete la contrapposizione: “Avete inteso che fu detto . . . Ma io vi dico”; e questo non per “abolire” la Legge divina dell’antica alleanza, ma per indicarne il “perfetto compimento”, secondo il senso inteso da Dio-Legislatore, che Gesù illumina di luce nuova e spiega in tutto il suo valore realizzativo di nuova vita e generatore di nuova storia: e lo fa attribuendosi un’autorità che è quella stessa del Dio-Legislatore. Si può dire che in quella sua espressione ripetuta sei volte: Io vi dico, risuona l’eco di quell’autodefinizione di Dio, che Gesù si è pure attribuita: “Io Sono” (cf. Gv 8, 58).

10. Deve infine essere ricordata la risposta che Gesù diede ai farisei, i quali rimproveravano ai suoi discepoli di strappare le spighe dai campi ricolmi di grano per mangiarle in giorno di sabato, violando così la legge mosaica. Gesù dapprima cita loro l’esempio di Davide e dei suoi compagni che non esitarono a mangiare i “pani dell’offerta” per sfamarsi, e quello dei sacerdoti che in giorno di sabato non osservano la legge del riposo perché svolgono le loro funzioni nel tempio. Poi conclude con due affermazioni perentorie, inaudite per i farisei: “Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio . . .”, e: “Il Figlio dell’Uomo è signore anche del sabato” (Mt 12, 6.8; cf. Mc 2, 27-28). Sono dichiarazioni che rivelano chiaramente la coscienza che Gesù aveva della sua autorità divina. Il definirsi “uno al di sopra del tempio” era un’allusione abbastanza chiara alla sua divina trascendenza. Proclamarsi poi “signore del sabato”, ossia di una Legge data da Dio stesso a Israele, era l’aperta proclamazione della propria autorità come capo del regno messianico e promulgatore della nuova Legge. Non si trattava dunque di semplici deroghe alla legge mosaica, ammesse anche dai rabbini in casi molto ristretti, ma di una reintegrazione, di un completamento e di un rinnovamento che Gesù enuncia come intramontabili: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24, 35). Ciò che viene da Dio è eterno, come è eterno Dio.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 14 ottobre 1987]

Il brano evangelico di questa domenica (cfr Mc 1,21-28) presenta Gesù che, con la sua piccola comunità di discepoli, entra a Cafarnao, la città dove viveva Pietro e che in quei tempi era la più grande della Galilea. E Gesù entra in quella città.

L’evangelista Marco racconta che Gesù, essendo quel giorno un sabato, si recò subito nella sinagoga e si mise a insegnare (cfr v. 21). Questo fa pensare al primato della Parola di Dio, Parola da ascoltare, Parola da accogliere, Parola da annunciare. Arrivando a Cafarnao, Gesù non rimanda l’annuncio del Vangelo, non pensa prima alla sistemazione logistica, certamente necessaria, della sua piccola comunità, non indugia nell’organizzazione. La sua preoccupazione principale è quella di comunicare la Parola di Dio con la forza dello Spirito Santo. E la gente nella sinagoga rimane colpita, perché Gesù «insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (v. 22).

Che cosa significa “con autorità”? Vuol dire che nelle parole umane di Gesù si sentiva tutta la forza della Parola di Dio, si sentiva l’autorevolezza stessa di Dio, ispiratore delle Sacre Scritture. E una delle caratteristiche della Parola di Dio è che realizza ciò che dice. Perché la Parola di Dio corrisponde alla sua volontà. Invece noi, spesso, pronunciamo parole vuote, senza radice o parole superflue, parole che non corrispondono alla verità. Invece la Parola di Dio corrisponde alla verità, è unità con la sua volontà e realizza quello che dice. Infatti Gesù, dopo aver predicato, dimostra subito la sua autorità liberando un uomo, presente nella sinagoga, che era posseduto dal demonio (cfr Mc 1,23-26). Proprio l’autorità divina di Cristo aveva suscitato la reazione di satana, nascosto in quell’uomo; Gesù, a sua volta, riconobbe subito la voce del maligno e «ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”» (v. 25). Con la sola forza della sua parola, Gesù libera la persona dal maligno. E ancora una volta i presenti rimangono stupiti: «Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!» (v. 27). La Parola di Dio crea in noi lo stupore. Possiede la forza di farci stupire.

Il Vangelo è parola di vita: non opprime le persone, al contrario, libera quanti sono schiavi di tanti spiriti malvagi di questo mondo: lo spirito della vanità, l’attaccamento al denaro, l’orgoglio, la sensualità… Il Vangelo cambia il cuore, cambia la vita, trasforma le inclinazioni al male in propositi di bene. Il Vangelo è capace di cambiare le persone! Pertanto è compito dei cristiani diffonderne ovunque la forza redentrice, diventando missionari e araldi della Parola di Dio. Ce lo suggerisce anche lo stesso brano odierno che si chiude con un’apertura missio­naria e dice così: «La sua fama – la fama di Gesù – si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea» (v. 28). La nuova dottrina insegnata con autorità da Gesù è quella che la Chiesa porta nel mondo, insieme con i segni efficaci della sua presenza: l’insegnamento autorevole e l’azione liberatrice del Figlio di Dio diventano le parole di salvezza e i gesti di amore della Chiesa missionaria. Ricordatevi sempre che il Vangelo ha la forza di cambiare la vita! Non dimenticatevi di questo. Esso è la Buona Novella, che ci trasforma solo quando ci lasciamo trasformare da essa. Ecco perché vi chiedo sempre di avere un quotidiano contatto col Vangelo, di leggerlo ogni giorno, un brano, un passo, di meditarlo e anche portarlo con voi ovunque: in tasca, nella borsa… Cioè di nutrirsi ogni giorno da questa fonte inesauribile di salvezza. Non dimenticatevi! Leggete un passo del Vangelo ogni giorno. E’ la forza che ci cambia, che ci trasforma: cambia la vita, cambia il cuore.

Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria, Colei che ha accolto la Parola e l’ha generata per il mondo, per tutti gli uomini. Ci insegni Lei ad essere ascoltatori assidui e annunciatori autorevoli del Vangelo di Gesù.

[Papa Francesco, Angelus 1 febbraio 2015]

Pescatori: non all’indietro, e neppure alla moda

(Mc 1,14-20)

 

Il Regno è vicino se grazie al nostro coinvolgimento Dio viene sulla terra e la Felicità bussa alla porta, indirizzandoci a qualcosa di profondamente nuovo.

Non è la chiamata del capo, ma l’invito dell’Amico, che vive in prima persona ciò che annuncia, esponendosi.

La sua «Lieta Notizia» (v.15) rivela un volto divino opposto a quello predicato dalle guide ufficiali: il Padre non assorbe le nostre energie, ma le dona in pienezza e gratis.

«Convertitevi e credete nel Vangelo» è infatti una endiadi: i due termini coordinati «convertitevi e credete» esprimono un medesimo significato. Ma non in senso separatista o dottrinale.

Il Battista pretendeva ‘preparare’ la Venuta del Messia; Gesù proclama il Regno già presente, quindi semplicemente da ‘accogliere’, per vivere appieno.

L’invito alla Conversione significa appunto: «Girate la scala di valori!».

C’è una libertà da riconquistare, ma la scena è rapida, perché il giovane Maestro insegna con la vita.

Ad Abramo Dio dice «Va’ nella terra che ti indicherò». Gesù non dice «Andate», bensì «Venite».

Abramo è solo un inviato; il discepolo di Cristo in cammino ripropone una Persona, tutta la sua vicenda.

Si interessa alla vita reale: non propugna il ritorno al culto che avrebbe dovuto rabberciare la pratica antica.

 

«Pescatori di uomini»: il senso dell’espressione è più chiaro in Lc 5,10 [testo greco].

La nostra missione è ‘sollevare alla vita’ coloro che non respirano più, soffocano, avvolti da onde impetuose [forze della negatività].

Vero compito è tirarli fuori dall’ambito inquinato dove si vive in modo disumanizzante. Collocare in un’acqua trasparente, con valori che non sono più quelli della società ripiegata e corrotta - habitat di blocchi ossessivi, utile solo a forti e astuti.

Fondamentale è abbandonare le «reti» (v.18): ciò che avviluppa, impedisce, arresta. Anche la «barca» (v.20), ossia il modo di gestire il lavoro.

Persino il «padre» (v.20): la tradizione imposta che offusca la Luce nuova.

Tutte “maglie da spezzare. Infatti deve iniziare lontano dalla regione osservante e dalla città santa [Giudea, Gerusalemme].

Significa un nuovo approccio.

Per dare questi inauditi impulsi Gesù non sceglie ambienti sacrali, né designa qualcuno col titolo che spetta a Lui solo: «Pastore».

Sa bene che abbiamo bisogno di attenzione, non di capi, insegnanti, direttori del “gregge”.

La tematica è appunto in chiave di Esodo: chiara l’allusione al «mare» [in realtà un lago].

 

La «Conversione» ‘in avanti’ che propone non riguarda il ritorno devoto al Tempio, ma un cambio di mentalità e orientamento.

E «Regno di Dio» non allude a un mondo “nei” Cieli: non si parla di aldilà, ma di ambiti in cui si vivono le Beatitudini.

Nessuna sottomissione delle coscienze: Orientamento senza i castighi della religione che mortifica.

Rotta in avanti’ senza più i retroscena: ogni traiettoria è personale. E la moda non c’entra.

Itinerario che trascina ogni anima in esplorazione e azione uniche, verso un ideale totale.

 

 

[Lunedì 1.a sett. T.O.  12 gennaio 2026]

L’orientamento di Conversione in avanti

(Mc 1,14-20)

 

Non è la chiamata del capo, ma l’invito dell’Amico, che vive in prima persona ciò che annuncia, esponendosi.

È lui che rischia e precede, porgendosi come Agnello. Non si mette seduto a fare lezione e insegnare dottrine.

La sua «Lieta Notizia» (v.15) rivela un volto divino opposto a quello predicato dalle guide ufficiali: il Padre non assorbe le nostre energie, ma le dona in pienezza e gratis.

«Convertitevi e credete nel Vangelo» è infatti una endiadi: i due termini coordinati «convertitevi e credete» esprimono un medesimo significato. Ma non in senso separatista o dottrinale.

In breve:

Il Regno è vicino se grazie al nostro coinvolgimento Dio viene sulla terra per sostituire il tran-tran, e la felicità bussa alla porta.

Trasformazione che giunge; mutamento che irrompe. Non lo si progetta addirittura nei minimi dettagli; non lo si edifica come fosse una impalcatura.

Esso ci volge a qualcosa di profondamente nuovo: scelte di luce in vece del giudizio, del possesso, dell’esercizio del potere, dello sfoggio di gloria.

 

Il Battista pretendeva preparare la Venuta del Messia; Gesù proclama il Regno già accanto e profondamente conforme agli uomini - presente, quindi semplicemente da accogliere, per vivere appieno.

Al seguito di Giovanni [allievo, insieme ai suoi primi discepoli] il nuovo Maestro aveva colto in modo definitivo la differenza tra dinamiche ascetiche - riduzioniste - e il progetto di salvezza del Padre.

Stimolo verso un’umanizzazione a tutto tondo fondata sullo scambio di doni, la libertà creativa dell’amore, e uno spirito di larga comprensione.

La missione luminosa e di carattere universale del Figlio non viene capita se non da pochissimi - tutta gente fragile e di poco conto - e tarda ad affermarsi.

Troppo difficile far credere ai religiosi giudaizzanti di lungo corso e alle loro realtà consolidate che nessuno ha l’esclusiva: tutti devono solo accettare le nuove Promesse del Patto.

 

Sino a quando Giovanni [ancora più celebre del Cristo persino durante la sua vita pubblica] non viene imprigionato e messo a tacere, il Figlio di Dio vive quasi all’ombra del Precursore (cf. Gv 3,22-23).

Poi si vede costretto a fuggire anche dal suo piccolo villaggio, tradizionalista e nazionalista (Mt 4,12-13).

Nessuno poteva credere a una realtà divina senza grandi proclami e ardue condizioni.

Nessuno avrebbe immaginato una Gerusalemme diffusa, già fra noi, così spontanea, ordinaria e a maglie larghe - che trascende ma ci accosta tutti.

Troppo difficile passare dall’idea d’imminenza dell’impero di potenza, a una sua Presenza unitiva, non clamorosa - nella Persona d’un Messia servitore, non giustiziere autosufficiente.

Vicinanza tanto dimessa, niente di eccezionale, al pari dei suoi fedeli - “convertiti” sia dalla religione dei padri che dal paganesimo, perciò emarginati.

 

Nel Primo Testamento la Galilea compare solo di sfuggita, perché i Giudei osservanti non ne apprezzavano la contaminazione di credenze.

Eppure, quella regione di persone sospette diventa la terra del cambiamento di rotta.

In concreto, l’inatteso invito alla Conversione sul suolo di Galilea significa: «Girate la scala di valori!».

C’è infatti una libertà da riconquistare, ma la scena è rapida, perché il giovane Maestro insegna non come fanno i saccenti: con la vita.

Ad Abramo Dio dice «Va’ nella terra che ti indicherò». Gesù non dice «Andate», bensì «Venite».

Abramo è solo un inviato; il discepolo di Cristo in cammino ripropone una Persona, tutta la sua vicenda.

Si interessa alla vita reale: non propugna il ritorno al Tempio, alla religione antica, al culto che avrebbe dovuto rabberciarne la pratica già riconosciuta.

In tal guisa, ecco i primi chiamati: da «pescatori» a «pescatori di uomini» (vv.16-17). Il senso dell’espressione è più chiaro in Lc 5,10 [testo greco].

La nostra missione è sollevare alla vita coloro che non respirano più, e soffocano, avvolti da onde impetuose (le forze della negatività).

Vero compito dell’Apostolo è tirar fuori ciascuno dall’ambito inquinato, dove si vive in modo disumanizzante.

E collocare tutti in un’acqua trasparente, con valori che non sono più quelli della società ripiegata e corrotta - habitat di blocchi ossessivi, utile solo a forti, svelti e astuti.

Il Figlio di Dio chiama per invitarci a tagliar via ciò che degrada l’esperienza della pienezza personale.

Egli promuove in ciascuno il dna del Dio comunionale. Trasmesso interiormente e senza condizioni.

[Commentando il passo del Tao Tê Ching (LXV), il maestro Ho-shang Kung sottolinea:

«L’uomo che possiede la misteriosa virtù è contrapposto e diverso dalle creature: queste vogliono accrescere se stesse, la misteriosa virtù conferisce agli altri»].

 

Fondamentale è abbandonare le «reti» (v.18): ciò che avviluppa, impedisce, arresta. Anche la «barca» (v.20), ossia il modo di gestire il lavoro.

Persino il «padre» (v.20): la tradizione imposta, che offusca la Luce nuova.

Tutte maglie da spezzare.

Infatti il Signore deve iniziare ben lontano dalla regione osservante e dalla città santa - Giudea, Gerusalemme capitale.

Significa un nuovo approccio, anche se in esso si può continuare a svolgere la vita precedente.

Ma i valori non sono più statici e banali: ricerca del consenso, sistemarsi, trattenere per sé; così via.

Sfavillii fatui, che inculcano idoli esteriori.

Troppo “regolari” e normali, uniformanti; senza unicità né picchi decisivi. Essi pongono mille ostacoli alla libera espressione che ci spetta.

 

Per dare questi inauditi impulsi Gesù non sceglie ambienti sacrali e persone forse devote che non saprebbero rigenerare nessuno.

Sorvola i palazzi di corte, dai quali non sarebbe nato nulla (cf. Gv. 4,1-4).

Neppure designa qualcuno col titolo che spetta a Lui solo: «Pastore».

E ancora oggi non si capisce perché tutte le tradizioni denominazionali si sono (poi immediatamente) riempite di “pastori”, ossia guide, insegnanti, direttori del “gregge”.

 

Abbiamo bisogno di attenzione, non di dirigisti che giudicano e pongono sentenze d’inadegautezza. Né desideriamo binari che non ci riguardano, modelli mentali inutili.

La donna e l’uomo d’ogni tempo hanno necessità solo di sostegno sapiente; di compagni di viaggio che aiutano a scoprire i lati nascosti, incogniti, segreti, che possono fiorire.

Maestri che ci lascino completare, consentendo alla personalità di sposare gli aspetti ancora in ombra.

Tale alleanza interiore sarà sorgente di realizzazione, senso di fiducia e pienezza di vita.

Ma a tale scopo bisogna che qualcuno ci insegni a distrarre la mente dal conosciuto, e così intraprendere la Via del “più in là”.

Certo, un pericolo per coloro che amano interpretare le cose con senso di permanenza: insomma, nessuna scorciatoia priva d’incognite.

Strada che cambia la propria e altrui atmosfera mentale; sorvola il modo usato, qualunquista, epidermico, di vedere le cose.

Qui, stando nella nostra Chiamata e naturalezza, saremo noi stessi a tutto tondo. E ci sorprenderemo.

Eccoci nell’azzardo del Dono accolto: solo così in grado di contattare i nostri stati profondi; conoscersi, quindi realizzare sogni inattesi di esperienza aperta e completa.

Appunto, attivando energie sopite.

Come Gesù, in grado di mettere in azione chiunque s’incontra; recuperando i lati opposti e le eccentricità, per un ideale umanizzante, totale.

 

Dice la Sapienza naturale, nel Tao Tê Ching (LXV):

«In antico chi ben praticava il Tao [la Via], con essa non rendeva perspicace il popolo, ma con essa si sforzava di renderlo ottuso».

La tematica - dal punto di vista biblico evangelico - è appunto in chiave di Esodo: chiara l’allusione al «mare» [v.16; in realtà un lago].

Pertanto, la «Conversione» in avanti che il nuovo Rabbi propone non è un movimento ad U - come spesso si dice.

«Conversione» non riguarda il ritorno devoto al culto e al Tempio, ma un cambio di mentalità e orientamento.

E «Regno di Dio» non allude a un mondo “nei” Cieli: non si parla di aldilà, ma di ambiti in cui si vivono le Beatitudini.

«Conversione»? Autentica, senza i castighi della religione che mortifica. Né - come poi purtroppo avverrà - la sottomissione delle coscienze.

Ovvio, neppure soggezione alcuna al giro dei profitti senza condivisione.

 

L’ottusità del potere antico, andante, insulso, provinciale - anche di venatura ecclesiastica - è credere che a una voce di denuncia non possa subentrare un Araldo più incisivo.

Invece sì (vv.13-14).

 

In Cristo lanceremo cambiamenti radicali, facendo emergere e attivando nella gente consapevolezze che valgono e durano nel tempo.

Non più quell’insistere nella ricerca di sicurezze finte, patinate, glamour o di carta pesta, ma un saper trasmettere vita, prendendosi tutti i rischi dell’amore.

La Fede si staglierà ovunque sulla devozione omologante, buona per tutte le stagioni. Per il fatto che non progetta una stasi ulteriore, bensì un Cammino senza posa.

Via, patria, e modo di vedere il mondo, disancorati dalle certezze di scarso peso specifico: infine producono situazioni tanto rassicuranti quanto scadenti.

Allora saremo noi stessi a tutto tondo nella potenza dello Spirito [cf. passo parallelo Lc 4,14] ossia nell’incognita dell’Amore imprevedibile.

E nel rischio della contaminazione: solo così in grado di realizzare anche gli altrui sogni di vita aperta e completa, che va oltre (Lc 4,15).

Come Gesù, e in Lui, per i fratelli. Col suo nuovo modo di attivarsi e marciare.

Non: tenute all’indietro, onde “predisporre” assicurazioni e quel mettere a punto secondo cliché di maniera.

 

Rotta in avanti senza più i retroscena: ogni traiettoria è personale.

Orientamento che ci trascina in esplorazione e azione, verso un ideale totale.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Tieni alle assicurazioni? Quali certezze devi ancora lasciare alle spalle?

Coltivi aperture vitali?

Nella Chiesa senti vicinanza e vita in avanti?

O prevalgono i retroscena, i giudizi fatti, le catalogazioni, l’anonimato, lo sfoggio, il distacco?

Se incontrassi Gesù che cammina, percorre, va oltre: come e secondo quali inclinazioni pensi che la tua sterilità potrebbe diventare feconda?

Il primo richiamo è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L’appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale. Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù. E’ la sua persona la meta finale e il senso profondo della conversione, è lui la via sulla quale tutti sono chiamati a camminare nella vita, lasciandosi illuminare dalla sua luce e sostenere dalla sua forza che muove i nostri passi. In tal modo la conversione manifesta il suo volto più splendido e affascinante: non è una semplice decisione morale, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù. Convertirsi e credere al Vangelo non sono due cose diverse o in qualche modo soltanto accostate tra loro, ma esprimono la medesima realtà. La conversione è il “sì” totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e lo salva. Proprio questo è il senso delle prime parole con cui, secondo l’evangelista Marco, Gesù apre la predicazione del “Vangelo di Dio”: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).

Il “convertitevi e credete al vangelo” non sta solo all’inizio della vita cristiana, ma ne accompagna tutti i passi, permane rinnovandosi e si diffonde ramificandosi in tutte le sue espressioni. Ogni giorno è momento favorevole e di grazia, perché ogni giorno ci sollecita a consegnarci a Gesù, ad avere fiducia in Lui, a rimanere in Lui, a condividerne lo stile di vita, a imparare da Lui l’amore vero, a seguirlo nel compimento quotidiano della volontà del Padre, l’unica grande legge di vita. Ogni giorno, anche quando non mancano le difficoltà e le fatiche, le stanchezze e le cadute, anche quando siamo tentati di abbandonare la strada della sequela di Cristo e di chiuderci in noi stessi, nel nostro egoismo, senza renderci conto della necessità che abbiamo di aprirci all’amore di Dio in Cristo, per vivere la stessa logica di giustizia e di amore. 

[Papa Benedetto, Udienza Generale 17 febbraio 2010]

1. Ciò che più conta nelle antiche e nuove forme di “vita consacrata” è che in esse si discerna la fondamentale conformità alla volontà di Cristo, istitutore dei consigli evangelici e, in questo senso, fondatore della vita religiosa e di ogni analogo stato di consacrazione. Come dice il Concilio Vaticano II i consigli evangelici sono “fondati sulle parole e sugli esempi del Signore” (Lumen gentium, 43).

Non è mancato chi ha messo in dubbio questa fondazione considerando la vita consacrata come un’istituzione puramente umana, nata dall’iniziativa di cristiani che desideravano vivere più a fondo l’ideale del Vangelo. Ora è vero che Gesù non ha fondato direttamente alcuna delle comunità religiose che man mano si sono sviluppate nella Chiesa, né ha determinato forme particolari di vita consacrata. Ma ciò che Egli ha voluto e istituito è lo stato di vita consacrata, nel suo valore generale e nei suoi elementi essenziali. Non vi è prova storica che permetta di spiegare questo stato con una iniziativa umana successiva e non è nemmeno facilmente concepibile che la vita consacrata - che ha svolto un così grande ruolo nello sviluppo della santità e della missione della Chiesa - non sia proceduta da una volontà fondatrice di Cristo. Se esploriamo bene le testimonianze evangeliche, scopriamo che questa volontà vi appare in modo chiarissimo.

2. Dal Vangelo risulta che fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù chiama degli uomini a seguirlo. Questa chiamata non si esprime necessariamente in parole: può risultare semplicemente dall’attrattiva esercitata dalla personalità di Gesù su coloro che incontra, come nel caso dei primi due discepoli, secondo il racconto del Vangelo di Giovanni. Già discepoli di Giovanni Battista, Andrea e il suo compagno (che sembra essere lo stesso evangelista) sono affascinati e quasi afferrati da colui che viene loro presentato come “l’agnello di Dio”; e si mettono subito a seguire Gesù, prima ancora che egli abbia loro rivolto una parola. Quando Gesù domanda: “Che cosa cercate?”, essi rispondono con un’altra domanda: “Maestro, dove abiti?”. Allora ricevono l’invito che cambierà la loro vita: “Venite e vedrete” (cf. Gv 1, 38-39).

Ma generalmente l’espressione più caratteristica della chiamata è la parola: “Seguimi” (Mt 8, 22; 9, 9; 19, 21; Mc 2, 14; 10, 21; Lc 9, 59; 18, 22; Gv 1, 43; 21, 19). Essa manifesta l’iniziativa di Gesù. Prima di allora coloro che desideravano abbracciare l’insegnamento di un maestro sceglievano colui del quale volevano diventare discepoli. Gesù invece, con quella parola: “Seguimi”, mostra che è lui a scegliere quelli che vuole avere come compagni e discepoli. Egli dirà infatti agli Apostoli: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16).

In questa iniziativa di Gesù appare una volontà sovrana, ma anche un intenso amore. Il racconto della chiamata rivolta al giovane ricco lascia trasparire questo amore. Vi si legge che, quando il giovane dichiara di aver osservato i comandamenti della legge fin dalla più tenera età, Gesù, “fissatolo, lo amò” (Mc 10, 21). Questo sguardo penetrante, colmo d’amore, accompagna l’invito: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in Cielo poi vieni e seguimi” (Ivi). Questo amore divino e umano di Gesù, tanto ardente da essere ricordato da un testimone della scena, è quello che si ripete in ogni appello al dono totale di sé nella vita consacrata. Come ho scritto nell’Esortazione apostolica Redemptionis donum, “in esso si riflette l’eterno amore del Padre, che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16)” (Giovanni Paolo II, Redemptionis donum, n. 3).

3. Sempre secondo la testimonianza del Vangelo, la chiamata a seguire Gesù comporta esigenze molto ampie: il racconto dell’invito al giovane ricco pone l’accento sulla rinuncia ai beni materiali; in altri casi viene più espressamente sottolineata la rinuncia alla famiglia (cf. Lc 9, 59-60). Generalmente; seguire Gesù significa rinunciare a tutto per unirsi a lui e accompagnarlo sulle strade della sua missione. E la rinuncia alla quale hanno acconsentito gli Apostoli, come dichiara Pietro: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19, 27). Proprio nella risposta a Pietro Gesù indica la rinuncia ai beni umani come elemento fondamentale della sua sequela (cf. Mt 19, 29). Dall’Antico Testamento risulta che Dio chiedeva al suo popolo di seguirlo mediante l’osservanza dei comandamenti, ma senza mai formulare delle richieste così radicali. Gesù manifesta la sua sovranità divina reclamando invece un’assoluta dedizione a lui, fino al distacco totale dai beni e dagli affetti terreni.

4. Si noti però che, pur formulando le nuove richieste comprese nell’appello a seguirlo, Gesù le presenta alla libera scelta di coloro che egli chiama. Non sono precetti, ma inviti o “consigli”. L’amore con cui Gesù gli rivolge la chiamata, non toglie al giovane ricco il potere di libera decisione, come dimostra il suo rifiuto di seguirlo per la preferenza accordata ai beni che possiede. L’evangelista Marco annota che egli “se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni” (Mc 10, 22). Gesù non lo condanna per questo. Ma a sua volta osserva non senza una certa afflizione che è difficile per i ricchi entrare nel regno dei cieli, e che solo Dio può operare certi distacchi, certe liberazioni interiori, che consentano di rispondere alla chiamata (cf. Mc 10, 23-27).

5. D’altra parte, Gesù assicura che le rinunce richieste dall’appello a seguirlo ottengono la loro ricompensa, un “tesoro celeste”, ossia un’abbondanza di beni spirituali. Egli addirittura promette la vita eterna nel secolo futuro, e il centuplo in questo secolo (cf. Mt 19, 29). Questo centuplo si riferisce a una qualità superiore di vita, a una felicità più alta.

L’esperienza insegna che la vita consacrata, secondo il disegno di Gesù, è una vita profondamente felice. Tale felicità si commisura alla fedeltà al disegno di Gesù. Non vi osta il fatto che, sempre secondo l’accenno alle persecuzioni riportato da Marco nello stesso episodio (Mc 10, 30), il “centuplo” non dispensi dall’associazione alla croce di Cristo.

6. Gesù ha chiamato a seguirlo anche delle donne. Una testimonianza dei Vangeli dice che un gruppo di donne accompagnava Gesù, e che queste donne erano numerose (cf. Lc 8, 1-3; Mt 27, 55; Mc 15, 40-41). Si trattava di una grande novità per rapporto alle usanze giudaiche: solo la volontà innovatrice di Gesù, che includeva la promozione e in un certo modo la liberazione della donna, può spiegare il fatto. Nessun racconto di vocazione di qualche donna ci è pervenuto dai Vangeli; ma la presenza di numerose donne con i Dodici presso Gesù presuppone una sua chiamata, una sua scelta, silenziosa o espressa che fosse.

Di fatto Gesù mostra che lo stato di vita consacrata, consistente nel seguirlo, non è legato necessariamente alla destinazione al ministero sacerdotale, e che tale stato concerne sia le donne che gli uomini, ciascuno nel suo campo e con la funzione assegnata dalla divina chiamata. Nel gruppo di donne che seguivano Gesù si può discernere l’annuncio e anzi il nucleo iniziale dell’immenso numero di donne che si impegneranno nella vita religiosa o in altre forme di vita consacrata, lungo i secoli della Chiesa, fino ad oggi. Ciò vale per le “consacrate”, ma anche per tante altre nostre sorelle che seguono in forme nuove l’autentico esempio delle collaboratrici di Gesù: per es. come “volontarie” laiche in tante opere di apostolato, in tanti ministeri e uffici della Chiesa.

7. Concludiamo questa catechesi col riconoscere che Gesù, chiamando uomini e donne ad abbandonare tutto per seguirlo, ha inaugurato uno stato di vita che si svilupperà man mano nella sua Chiesa, nelle varie forme di vita consacrata, concretizzata nella vita religiosa, o anche - per i prescelti da Dio - nel sacerdozio. Dai tempi evangelici ad oggi ha continuato ad operare la volontà fondatrice di Cristo che si esprime in quel bellissimo e santissimo invito rivolto a tante anime: “Seguimi!”.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 12 ottobre 1994]

Il Vangelo di oggi ci presenta l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea. San Marco sottolinea che Gesù cominciò a predicare «dopo che Giovanni [il Battista] fu arrestato» (1,14). Proprio nel momento in cui la voce profetica del Battezzatore, che annunciava la venuta del Regno di Dio, viene messa a tacere da Erode, Gesù inizia a percorrere le strade della sua terra per portare a tutti, specialmente ai poveri, «il Vangelo di Dio» (ibid.). L’annuncio di Gesù è simile a quello di Giovanni, con la differenza sostanziale che Gesù non indica più un altro che deve venire: Gesù è Lui stesso il compimento delle promesse; è Lui stesso la “buona notizia” da credere, da accogliere e da comunicare agli uomini e alle donne di tutti i tempi, affinché anch’essi affidino a Lui la loro esistenza. Gesù Cristo in persona è la Parola vivente e operante nella storia: chi lo ascolta e segue entra nel Regno di Dio.

[Papa Francesco, Angelus 25 gennaio 2015]

 

Il brano evangelico […] (cfr Mc 1,14-20) ci mostra, per così dire, il “passaggio del testimone” da Giovanni Battista a Gesù. Giovanni è stato il suo precursore, gli ha preparato il terreno e gli ha preparato la strada: ora Gesù può iniziare la sua missione e annunciare la salvezza ormai presente; era Lui la salvezza. La sua predicazione è sintetizzata in queste parole: «II tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (v. 15). Semplicemente. Gesù non usava mezze parole. È un messaggio che ci invita a riflettere su due temi essenziali: il tempo e la conversione.

In questo testo dell’evangelista Marco, il tempo va inteso come la durata della storia della salvezza operata da Dio; quindi, il tempo “compiuto” è quello in cui questa azione salvifica arriva al suo culmine, alla piena attuazione: è il momento storico in cui Dio ha mandato il Figlio nel mondo e il suo Regno si è fatto più che mai “vicino”. È compiuto il tempo della salvezza perché Gesù è arrivato. Tuttavia, la salvezza non è automatica; la salvezza è un dono d’amore e come tale offerto alla libertà umana. Sempre, quando si parla di amore, si parla di libertà: un amore senza libertà non è amore; può essere interesse, può essere paura, tante cose, ma l’amore sempre è libero, ed essendo libero e richiede una risposta libera: richiede la nostra conversione. Si tratta cioè di cambiare mentalità – questa è la conversione, cambiare mentalità – e di cambiare vita: non seguire più i modelli del mondo, ma quello di Dio, che è Gesù, seguire Gesù, come aveva fatto Gesù e come ci ha insegnato Gesù. È un cambiamento decisivo di visione e di atteggiamento. Infatti, il peccato, soprattutto il peccato della mondanità che è come l’aria, pervade tutto, ha portato una mentalità che tende all’affermazione di sé stessi contro gli altri e anche contro Dio. Questo è curioso... Qual è la tua identità? E tante volte sentiamo che si esprime la propria identità in termini di “contro”. È difficile esprimere la propria identità nello spirito del mondo in termini positivi e di salvezza: è contro sé stessi, contro gli altri e contro Dio. E per questo scopo non esita – la mentalità del peccato, la mentalità del mondo – a usare l’inganno e la violenza. L’inganno e la violenza. Vediamo cosa succede con l’inganno e la violenza: cupidigia, voglia di potere e non di servizio, guerre, sfruttamento della gente... Questa è la mentalità dell’inganno che certamente ha la sua origine nel padre dell’inganno, il grande bugiardo, il diavolo. Lui è il padre della menzogna, così lo definisce Gesù.

A tutto ciò si oppone il messaggio di Gesù, che invita a riconoscersi bisognosi di Dio e della sua grazia; ad avere un atteggiamento equilibrato nei confronti dei beni terreni; a essere accoglienti e umili verso tutti; a conoscere e realizzare sé stessi nell’incontro e nel servizio agli altri. Per ciascuno di noi il tempo in cui poter accogliere la redenzione è breve: è la durata della nostra vita in questo mondo. È breve. Forse sembra lunga... Io ricordo che sono andato a dare i Sacramenti, l’Unzione degli ammalati a un anziano molto buono, molto buono e lui in quel momento, prima di ricevere l’Eucaristia e l’Unzione degli ammalati, mi ha detto questa frase: “Mi è volata la vita”, come per dire: io credevo che fosse eterna, ma… “mi è volata la vita”. Così sentiamo noi, gli anziani, che la vita se ne è andata. Se ne va. E la vita è un dono dell’infinito amore di Dio, ma è anche tempo di verifica del nostro amore verso di Lui. Perciò ogni momento, ogni istante della nostra esistenza è un tempo prezioso per amare Dio e per amare il prossimo, e così entrare nella vita eterna.

La storia della nostra vita ha due ritmi: uno, misurabile, fatto di ore, di giorni, di anni; l’altro, composto dalle stagioni del nostro sviluppo: nascita, infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia, morte. Ogni tempo, ogni fase ha un valore proprio, e può essere momento privilegiato di incontro con il Signore. La fede ci aiuta a scoprire il significato spirituale di questi tempi: ognuno di essi contiene una particolare chiamata del Signore, alla quale possiamo dare una risposta positiva o negativa. Nel Vangelo vediamo come hanno risposto Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni: erano uomini maturi, avevano il loro lavoro di pescatori, avevano la vita in famiglia… Eppure, quando Gesù passò e li chiamò, «subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mc 1,18).

Cari fratelli e sorelle, stiamo attenti e non lasciamo passare Gesù senza riceverlo. Sant’Agostino diceva: “Ho paura di Dio quando passa”. Paura di che? Di non riconoscerlo, di non vederlo, di non accoglierlo.

La Vergine Maria ci aiuti a vivere ogni giorno, ogni momento come tempo di salvezza, in cui il Signore passa e ci chiama a seguirlo, ognuno secondo la propria vita. E ci aiuti a convertirci dalla mentalità del mondo, quella delle fantasie del mondo che sono fuochi d’artificio, a quella dell’amore e del servizio.

[Papa Francesco, Angelus 24 gennaio 2021]

La condizione limacciosa del Giordano e la dimensione umana di Gesù

(Mt 3,13-17; Mc 1,7-11; Lc 3,21-22; Gv 1,30-34)

 

Il fiume Giordano non è mai stato navigabile; segnava semplicemente un confine. Nella mentalità del tempo, fra terra altrui e ambito sacro della libertà; qui il discrimine concreto dell’Incarnazione.

Tratteggiamo qualche considerazione che recuperi il senso di questo fatto storico - che per noi può essere come un ‘sole’ dentro - con cui la liturgia completa il cammino del tempo di Natale.

Gesù è stato in ricerca, desideroso di vagliare, di apprendere.

Ci sembrerà incredibile, ma si è riconosciuto ignorante; bisognoso di evolvere - non di diventare migliore e più forte, ma di ‘posare lo sguardo’ - e spostarlo.

In quell’ambiente fortemente impegnato ma serioso ha compreso in modo definitivo chi è il Soggetto del cammino spirituale: la Vita divina, che ci attira nell’esperienza della felicità, dell’amore autentico e solido.

Il Regno non può essere preparato e addirittura allestito [diventerebbe una proiezione, un riflesso condizionato, una torre esteriore, come Babele] - piuttosto, bisogna Accoglierlo. Perché Viene.

I risultati che fanno leva sul nostro genio e muscoli, prima snervano, poi risultano frustranti; quindi bloccano la crescita dell’universo innato, perché spengono le novità, ottundono la Sorgente dell’essere e dell’entusiasmo.

L’uomo religioso che non fa il salto della Fede, stagna nella constatazione deprimente della differenza tra risultati attesi e fatti concreti.

Paradossalmente, centra le vie su di sé, ma non posa lo sguardo ‘nella’ sua essenza. Obbedisce - forse - ma non Ascolta.

Avendo smarrito il senso anche relazionale del suo irripetibile Unicum - misura tutta la sua incapacità a percepire, elaborare, realizzare, disegni che guidino a pienezza i propri sogni e le risorse.

Perde tutte le sue energie facendo propositi indotti, artificiosi, fuori scala, che lo rendono supponente e acido - semplicemente perché quegli obiettivi artefatti lo inaridiscono: non lo riguardano.

Nel frattempo, la disciplina “perfetta” e stressante che s’impone, come se fosse lui il Protagonista, gli tolgono la gioia d’incontrare i suoi talenti superiori e vivere completamente ciò che la realtà porge.

Forse non estrae dalla sua stessa ‘miniera’ a portata di mano, quelle capacità che realizzano la Missione personale.

Neanche se ne accorge - tutto preso da pensieri e discipline assolutamente derivate o conformi, in grado solo di smantellarne i picchi e la rarità.

Sempre con l’occhio sul passato, o sul pensiero comune [anche glamour] delle autorità, degli altri, dell’ambiente a contorno - e quanto si ritiene “dovrebbe essere”, secondo eticismi consolidati e smorzanti.

Infine, la discrepanza fra ciò cui si è tanto dato [senza forse mai capire a cosa Dio chiama davvero] e ciò che si è ottenuto, distrugge l'eccezionalità.

Affievolisce la stessa Speranza, scatenando una inesorabile tristezza, o l’inutile tran-tran individuale ed ecclesiale.

Gesù adulto che si lascia immergere nelle acque del Giordano è icona di una proposta che valorizza le paludi vistosamente torbide della nostra condizione.

Non solo vedendone le possibilità, ma persino rendendole ‘allegre’: così in tutte le icone orientali, che ne accentuano le eleganti volute.

 

Come può nostro Signore affiancarsi a una folla indistinta di peccatori e sbandati, che cercano redenzione?

In ognuno di loro Gesù vedeva affiorare un talento. E siamo nel punto più basso della terra - 400 metri sotto il livello del mare.

È proprio questo il salto di qualità che discrimina una religiosità sempliciotta [anche ammantata di grandi cose] e la crescita di Fede.

Il Figlio rivela la vita divina, che si manifesta incessantemente ‘amica’. Volto di Dio che non distrugge ma si accosta, per far emergere le possibilità soffocate.

Non schiaccia, umiliando le nostre inclinazioni, e aggiungendo pesi insostenibili. Non è un Re di sottomessi e affaticati.

Entra in una realtà fatta anche di fango, ma che prepara i nostri sviluppi, e desidera crescere - producendo percorsi spesso interrotti, ma infine il Fiore inatteso.

Così impariamo a voler bene ai nostri limiti e alle tante condizioni limacciose: ci ricordano il Giordano.

 

La terra ha bisogno di Luce, ma la Luce ha bisogno di ‘terra’. Sono espressione di Nuova Alleanza.

 

 

 

[Battesimo del Signore; omelia. Per un rilievo biblico forse più pignolo e caratteristico, cf. il commento esteso, in calce al sito: www.duevie.art]

La condizione limacciosa del Giordano e la dimensione umana di Gesù

(Mt 3,13-17; Mc 1,7-11; Lc 3,21-22; Gv 1,30-34)

 

Il fiume Giordano non è mai stato navigabile; segnava semplicemente un confine.

Nella mentalità del tempo, fra terra altrui e ambito sacro della libertà: qui un discrimine concreto dell’«Incarnazione».

Cerchiamo di approfondire la tematica.

La predicazione popolare sul tema del Battesimo del Signore è stata gravata d’una scorza di luoghi comuni [qua e là forse insuperabili] da impedire ogni maturazione delle credenze diffuse, ancora stagnanti.

In tal guisa Gesù si è ritrovato frettolosamente collocato dietro le nuvole, e oggi si fa difficoltà a spiegare cos’abbia in comune con la nostra vita, spesso cruda, condizionata da fatica, tentativi, ricerche.

Pur fondamentale per l’interiorizzazione proficua d’un cammino che si scosti da banalità genericamente (talora autenticamente) devote, dall’ambone e nelle catechesi siamo ancora oggi costretti a dribblare il vero significato dell’evento.

Infatti, il Battesimo del Signore ha creato imbarazzo e confusioni interpretative, fin dalle prime generazioni di credenti.

 

Tratteggiamo qualche considerazione che recuperi il senso di questo fatto storico - per noi potrebbe essere come un sole dentro - con cui la liturgia completa il cammino del tempo di Natale.

Gesù in ricerca e desideroso di vagliare anche l’insegnamento migliore del suo tempo, entra come allievo nella scuola del Battista.

Per questo motivo è battezzato da Giovanni - e mediante tale rito d’ingresso, aggregato ad altri comuni seguaci.

Sembrerà incredibile, ma il Maestro e Signore si è riconosciuto curioso, imperfetto, ignorante, incompleto; bisognoso di evolvere. Non di diventare “migliore” e più forte, bensì d’imparare a posare lo sguardo altrimenti.

In quell’ambiente fortemente impegnato ma serioso, tagliente, spesso a senso unico, Egli ha compreso la vera grandezza della Rivelazione.

Insomma, il Soggetto del cammino spirituale è la Vita divina, con l’intero suo portato, che provvidenzialmente si riversa e smuove situazioni variegate.

Essa Viene per dilatare orizzonti; non per rattrappirci su dei modi particolari d’intendere e volere.

Già lo sappiamo: non è l’io che pensa e progetta a poterci attirare nell’esperienza della Felicità integrale, totalizzante; dell’amore autentico e solido.

 

Il Regno è tutt’altro: Completo. È inclusivo di ciò che non “piace” all’opinione sterilizzata, o alla moda, e comune.

Porge una energia terrestre che vale tanto quanto quella ideale, celeste.

Il Cielo non può essere preparato e addirittura allestito: diventerebbe una proiezione, un riflesso condizionato, una torre esteriore come Babele.

Piuttosto bisogna accoglierlo, ospitarlo in sé.

Si spalanca allora un altro genere di Ascesi, con meno aspettative di “perfezione”. Percorso che spiazza, e che l’impulso divino in noi - concreto - ci chiede.

Conosceremo la Gioia di vivere, la sentiremo scorrere dentro; solo in tal guisa ci coglieremo appagati.

Sposando il lato in ombra, che diventerà nostro Profumo.

 

I risultati che fanno leva sul genio e muscoli, prima snervano, poi risultano frustranti; quindi bloccano la crescita dell’universo innato.

Gli artifici esterni all’anima spengono le novità personalmente ispirate, la stessa Sorgente dell’essere e dell’entusiasmo.

In effetti, l’uomo religioso unilaterale resta nel malessere; inaridisce, perché non fa il salto sponsale, creativo, dell’avventura di Fede.

Diventa una fotografia o una fotocopia.

Poi stagna nella constatazione deprimente della differenza tra risultati attesi e fatti concreti.

Paradossalmente, centra le vie su di sé - ma non posa lo sguardo “nella” sua essenza.

Obbedisce forse, ma non Ascolta. Così si lascia vampirizzare da manierismi e stilemi epidermici.

Avendo smarrito il senso anche relazionale del suo irripetibile Unicum - misura tutta l’incapacità a percepire, elaborare, realizzare disegni misteriosi, che guidino a pienezza i sogni e le risorse.

Perde tutte le energie facendo propositi indotti, colmi d’artificio; fuori scala.

Si dà mete che lo rendono supponente, acido, formale, esterno - semplicemente perché quegli obiettivi sovrastanti non lo riguardano.

 

Nel frattempo, la disciplina perfetta e stressante che s’impone, come fosse lui il Protagonista, toglie la gioia d’incontrare talenti superiori.

Sempre gli verrà meno l’ebbrezza di vivere intensamente ciò che la realtà (più completa) porge.

Così non estrae dalla sua stessa Miniera tutta a portata di mano quelle capacità che realizzano la Missione personale.

Neanche se ne accorge - preso da idee iperboliche e grandi discipline assolutamente derivate, paradossalmente banali [in grado finalmente solo di smantellarne i picchi e la rarità].

Costui ha sempre l’occhio sul passato o sulle mode; sul pensiero comune, quello della situazione, delle autorità, degli altri, dell’ambiente che frequenta, del contorno - che appanna, o devia.

E pone il focus solo su quanto di norma si ritiene “dovrebbe essere” - secondo eticismi consolidati e smorzanti, ovvero utopie à la page, disincarnate.

Dentro il vortice dei modelli insuperabili, mai capisce a cosa davvero Dio lo chiama, anche nei disturbi.

Infine, ogni discrepanza fra ciò cui si è tanto dato e quel che viene ottenuto, distrugge l'atipicità della stessa Speranza, scatenando una inesorabile tristezza, o l’inutile tran-tran individuale ed ecclesiale.

 

Gesù adulto che si lascia immergere nelle acque del Giordano è icona di una proposta che valorizza le paludi vistosamente torbide della nostra condizione.

Il Signore non solo ne coglie le possibilità, ma persino rende allegre le Acque [così in tutte le icone orientali, che accentuano eleganti volute].

Ma resta l’interrogativo. Come può nostro Signore affiancarsi a una folla indistinta di peccatori e sbandati, i quali cercano redenzione?

In ognuno di loro Gesù vedeva affiorare un talento.

E siamo nel punto più basso della terra - 400 metri sotto il livello del mare.

È proprio questo il salto di qualità che discrimina l’idealismo sofisticato o la religiosità sempliciotta - anche ammantata di grandi cose - e qualsivoglia ricerca di Fede.

Il Figlio rivela la Vita divina, che irrompe sgretolando le aspettative.

Essa si manifesta incessantemente amica. Volto inconscio che non distrugge ma si accosta, per far emergere le possibilità soffocate.

Perché Dio non schiaccia, non umilia le nostre inclinazioni e risorse celate, né aggiunge pesi insostenibili.

Non è un Re di sottomessi e affaticati.

Entra in una realtà di fango, per il fatto che essa è colma di punti di tensione. 

Così prepara i nostri sviluppi, e desidera crescere - producendo percorsi pur interrotti, ma infine il fiore inatteso.

 

Ora, finalmente, a ciascuno è possibile corrispondere in modo semplice all’invito sponsale: «Vuoi unire la tua vita alla Mia?».

Solo ciò ch’è disumanizzante non riguarda il nostro lato eterno. 

Qualsiasi Dono divino attraversa la “carne”: condizione della persona così com’è, persino nella concretezza delle sue azioni minime o insicure.

La genuina crudezza della nostra indagine del vero, del bene e del bello passa - come in Gesù - attraverso sentieri da correggere nel tempo, tentativi, errori.

Niente di male: solo dai diamanti non spunta nulla.

Anche Leonardo Da Vinci scrisse che «ogni nostra convinzione principia dai sentimenti». Non da pensieri cristallini e in sé conclusi, ma da un linguaggio più debole.

Siamo allora introdotti in una spiritualità dell’Esodo costante, che però si orienta alla libertà della Terra Promessa, la Casa ch’è davvero nostra.

È qui - percepiamo dentro - lo sgorgare del Centro intrinseco, del Nucleo personale, dell’Eros fondante che chiama.

Presenza che detesta la gabbia degli schemi, avvicinando l’Irrepetibilità rara, inusuale (niente di grandioso) che siamo.

In tutto ciò, risvegliando interessi, e la vita reale, appassionata, che non è “immune”, né definitiva.

 

Insomma, succede anche con Dio, sbagliare appuntamento.

Ci si rialza, perché quell’humus nutre - e nell’esperienza variegata si annida un’occasione, un sapere, una competenza, un’abilità, una maggiore autenticità: un valore aggiunto.

L’appello del Padre rimane estraneo sia alle idee consuete del verticismo di obbiettivi, che a meccanismi adultoidi di purificazione - non mirati all’esistenza ordinaria (tipici delle ascesi filosofiche o moraliste).

Dunque il Battesimo in Spirito è una Luce - per noi un incremento interiore, una sublimazione della consapevolezza di sé e della propria mèta.

Non più un traguardo pallido, solo adeguato a ruoli, procedure, posizioni che la persona non sente proprie.

Lo stesso «squarcio dei cieli» non più sigillati da una distanza (severa) o dal paradigma culturale, dice una Comunicazione oramai ininterrotta e crescente del divino con la natura umana.

 

Esplorando possiamo errare, nei due sensi.

Ma assai peggio è sentirsi spenti e demotivati, nonché agire secondo nomenclature e concatenazioni fisse, ovvero per calcolo.

Effettivamente, nella cultura religiosa antica, perfezione e indegnità sono incomponibili.

Viceversa, in Cristo torniamo al momento della Creazione, dove “l’ulivo” narra di un’armonia ricostruita proprio sui limiti del peccato.

Gen 8,21: «Non maledirò più, perché l’istinto del cuore umano è incline al male sin dall’adolescenza».

Ecco la Colomba, nuovo simbolo dello Spirito.

Figura netta e virtù di concerto, di recupero, che anima il credente - il quale non è più chiamato a sforzi titanici, né obbligato a riprodurre futili clamori che non vuole e non gli appartengono.

I regni antichi esprimevano e suscitavano l’energia aggressiva delle belve.

La donna e l’uomo autentici sono viceversa i rivoluzionari della carezza,  della gentilezza concessa anche ai propri e altrui limiti.

Fedeli, non della sfera bensì del poliedro: non più i duri e sicuri, piantati su banali euforie autocelebrative.

 

Nella scuola del grande Precursore, Gesù aveva notato il proliferare degli attriti corrucciati e “spirituali” che sorgevano tra allievi (del Battista) - i quali facevano a gara per mettere a punto il Regno.

Avendone valutato la vacua freddezza e il pericolo di omologazione - il nuovo Rabbi capisce definitivamente che la malattia peggiore delle persone è non avere pulsioni umanizzanti.

Impeti forse poco temperati, certo, ma che predispongono non all’Esodo, bensì a una sorta di scalata a tappe prevedibili, con sosta perpetua; a temperatura-ambiente.

Qui nessun lato in ombra diventa nuova ricchezza per tutti.

Per questo motivo, su «il Monte» non proclamerà alcun “No” comandato che rinneghi i nostri ardori - bensì, Beatitudini.

Esse aprono il respiro e l’esistenza tutta. Perfino degli incerti.

Insomma, non sapere ancora chi siamo e dove andiamo, vuol dire possibilità di reinventarsi.

Così impariamo a voler bene ai nostri limiti e alle tante condizioni limacciose: ci ricordano il Giordano.

 

La terra ha bisogno di Luce, ma la Luce ha bisogno di terra. Sono espressione di Nuova Alleanza.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Hai mai incontrato un saggio accompagnatore spirituale che invece di farti precipitare nella sua soluzione t’insegna a voler bene ai tuoi limiti, sapendo che presto o tardi spiazzeranno e sbalordiranno sia te che lui?

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In one of his most celebrated sermons, Saint Bernard of Clairvaux “recreates”, as it were, the scene where God and humanity wait for Mary to say “yes”. Turning to her he begs: “[…] Arise, run, open up! Arise with faith, run with your devotion, open up with your consent!” [Pope Benedict]
San Bernardo di Chiaravalle, in uno dei suoi Sermoni più celebri, quasi «rappresenta» l’attesa da parte di Dio e dell’umanità del «sì» di Maria, rivolgendosi a lei con una supplica: «[…] Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!» [Papa Benedetto]
«The "blasphemy" [in question] does not really consist in offending the Holy Spirit with words; it consists, instead, in the refusal to accept the salvation that God offers to man through the Holy Spirit, and which works by virtue of the sacrifice of the cross [It] does not allow man to get out of his self-imprisonment and to open himself to the divine sources of purification» (John Paul II, General Audience July 25, 1990)
«La “bestemmia” [di cui si tratta] non consiste propriamente nell’offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all’uomo mediante lo Spirito Santo, e che opera in virtù del sacrificio della croce [Esso] non permette all’uomo di uscire dalla sua autoprigionia e di aprirsi alle fonti divine della purificazione» (Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 luglio 1990)
Seen from the capital Jerusalem, that land is geographically peripheral and religiously impure because it was full of pagans, having mixed with those who did not belong to Israel. Great things were not expected from Galilee for the history of salvation. Instead, right from there — precisely from there — radiated that “light” on which we meditated in recent Sundays: the light of Christ. It radiated right from the periphery (Pope Francis)
Vista dalla capitale Gerusalemme, quella terra è geograficamente periferica e religiosamente impura perché era piena di pagani, per la mescolanza con quanti non appartenevano a Israele. Dalla Galilea non si attendevano certo grandi cose per la storia della salvezza. Invece proprio da lì - proprio da lì - si diffonde quella “luce” sulla quale abbiamo meditato nelle scorse domeniche: la luce di Cristo. Si diffonde proprio dalla periferia (Papa Francesco)
Christ and his intimates tried to strengthen the sense of sharing, returning to the profound spirit of what once the clan, the family, the community were - expressions of God's love that manifests itself...
Cristo e i suoi intimi tentavano di rafforzare il senso di condivisione, tornando allo spirito profondo di ciò che un tempo erano appunto il clan, la famiglia, la comunità - espressioni dell’amore di Dio che si manifesta…
The Church was built on the foundation of the Apostles as a community of faith, hope and charity. Through the Apostles, we come to Jesus himself. Therefore, a slogan that was popular some years back:  "Jesus yes, Church no", is totally inconceivable with the intention of Christ (Pope Benedict)
La Chiesa è stata costituita sul fondamento degli Apostoli come comunità di fede, di speranza e di carità. Attraverso gli Apostoli, risaliamo a Gesù stesso. È pertanto del tutto inconciliabile con l'intenzione di Cristo uno slogan di moda alcuni anni fa: "Gesù sì, Chiesa no" (Papa Benedetto)
Intimidated by the nightmare of demons and concrete dangers, the crowds could not see the possibility of emancipation from an existence of obsessions - slavish, frightened, lost, overwhelmed...

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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