don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lc 11,14-23 (14-26)

 

Il pregiudizio intacca l’unione, e nessuno può mettere Gesù sotto sequestro, tenendolo in ostaggio. Egli è il forte che nessuna cittadella arroccata può arginare.

Chi teme di perdere il comando e smarrire il proprio prestigio artefatto ha già perduto. Non c’è armatura o bottino che tenga.

Non c’è costume né compromesso o gendarmeria in cui confidare, che possa resistere all’assedio della Libertà in Cristo.

Le Scritture formano una unità inscindibile. Tuttavia, solo in Lui la Tradizione non blocca i carismi, non ci sminuisce, non causa ansietà, né porta allo scrupolo - bensì acquista il suo risvolto vitale.

L’amicizia col Risorto è infatti straordinariamente originale, e ha rispetto delle unicità. Sta in una continuità e insieme nella rottura con la mente antica.

Monoteismo vitale d’uno Spirito nuovo, che accoglie i Doni.

Chi non s’impegna a dilatare l’opera creativa del Padre, chi non ce la mette tutta a capire e vivificare situazioni o persone - persino nel rispetto delle eccentricità che prima non avevano campo e sembravano incomunicabili - aleggia sulle illusioni, disperde se stesso, intacca tutto l’ambiente.

 

Dice il Tao Tê Ching (LXV): «In antico chi ben praticava il Tao, con esso non rendeva perspicace il popolo, ma con esso si sforzava di renderlo ottuso: il popolo con difficoltà si governa, perché la sua sapienza è troppa».

La gente normale accetta il caos, non elude la vita.

I missionari sono allenati a trovare in ogni fatica, in qualsiasi errore o imperfezione, un nuovo assetto, ordinato e segreto. Nulla di esteriore.

In ogni incertezza sussiste una certezza, in ogni insicurezza una sicurezza maggiore, in qualsiasi lato in ombra una Perla inattesa, in ciascun disordine un cosmo: è il segreto della vita, della felicità, dell’esperienza di Fede.

Le autorità erano attaccate al finto prestigio conquistato e preoccupatissime del fatto che Gesù fosse fedele al proprio compito unico, e potesse riuscire a sottrarre loro il popolo adescato - ma ora liberato - dalla religione delle paure.

Egli [la sua comunità] rimaneva più convincente perché avverava il Regno, iniziava a mostrarlo; non in fantasie di cataclismi che mettessero le anime a guinzaglio, ma vivo ed efficiente, passo dopo passo, persona persona.

Esso veniva incontro al desiderio di completezza umana che abitava ogni cuore, così non faceva leva su ossessioni e parossismi o sulla Legge, bensì sul bene reale, la guarigione, la vita sempre diversa.

La cura delle infermità individuali e di relazione non era più un fatto secondario: così ad es. la liberazione d’un singolo infelice iniziava a sembrare un evento che avesse valore assoluto, definitivo.

 

La scena della terra non poteva più essere dominata da catechismi adattati e da una consuetudine pia che negasse tutto meno i timori.

Insomma, Cristo stesso è l’uomo forte che vede lontano, segno della venuta efficace di Dio tra gli uomini.

Con lui declina il regno delle illusioni e posizioni fisse; subentra il mondo contrario al disfacimento dell’esistenza concreta, nel rispetto dell’unicità e convivialità delle differenze.

L’attività della sua Chiesa opera esorcismi: emancipa da forze-condizionamenti-strutture disumanizzanti.

Nel Signore, essa si muove non su un piano legalista, ma di credo-amore operante, che garantisce a ciascuno quel cammino di spontaneità e pienezza desiderate nell’intimo.

 

Anche oggi la comunità fraterna deve farsi consapevole d’essere strumento di redenzione e presenza energica di Dio fra le donne e gli uomini normali, di ogni estrazione culturale.

Cospetto, esistenza, partecipazione. Per condurre, accompagnare verso un presente-futuro che doni respiro non solo al gruppo, ma anche all’inclinazione individuale, per nome.

Le assemblee dei figli sono abilitate per grazia e vocazione a sciogliere nodi e superare steccati di mentalità - suscitando così un ambiente comprensivo, che accetta i viandanti.

Questo il principio, orizzonte non negoziabile della Fede.

Col superamento di antiche convinzioni fisse che mettono fra parentesi la realtà delle persone e ne accentuano i blocchi, la comunità dei figli nel Risorto è chiamata a diventare potenza di Dio, per ciascuno.

Essa è sollecitata a farsi segno palese della vicinanza intraprendente dello Spirito Santo personale e solerte [«il dito di Dio»: v.20].

Contatto che surclassa la spiritualità rassicurante e vuota, nonché la distrazione superficiale, indolente, della devozione secondo usanza imposta dalle convenzioni o mode, e da catene di comando.

 

Ma come mai Gesù sottolinea che la seconda caduta è più rovinosa della prima (vv.24-26)?

La mente del fedele può venire svuotata del grande passo di Cristo vivo - che prima ha praticato e riconosciuto dentro sé e nella missione.

In tal guisa, essa non permane concentrata su qualcosa di utile, di vitale e splendido: fiaccata, si perde.

Mentre Lc redige il Vangelo, a metà anni 80 si registravano non poche defezioni a motivo delle persecuzioni.

I credenti avvilivano, costernati dal disprezzo sociale - così molti vedevano impallidire l’ebbrezza entusiastica dei primi tempi.

L’Amore non si poteva mettere in banca, ma diversi fratelli di comunità già provenienti dal paganesimo, dopo una prima esperienza di conversione, preferivano tornare alla vita precedente, all’imitazione dei modelli, ai soliti pensieri facili, alle attrattive e al consenso delle folle.

Ripiegando e rassegnandosi alle forze in campo, alcuni abbandonavano la posizione di autonomia interiore conquistata grazie all’azione liberatrice dagli idoli, favorita dalla vita sapiente e orante nella comunità fraterna.

Poi tentavano anche la ricerca individuale d’un risarcimento e rivalsa per gli anni difficili trascorsi nell’essere stati fedeli alla propria vocazione, in quello stimolo di crescere insieme grazie allo scambio dei doni e delle risorse.

Lc avverte: è normale che ci siano tante notti quanti i giorni.

Si capisce lo stress del peregrinare per accostarsi all’infinito dell’anima, ai prossimi (persino di comunità), alla realtà competitiva - ma attenzione... una seconda caduta sarebbe peggiore della prima.

 

La persona un tempo restituita a se stessa e che molla tutto demoralizzata, poi si lascerebbe andare alla disillusione generale, a una più globale mancanza di giudizio, di consapevolezza, e fiducia.

Tutto ciò capita ancora oggi per impellenze particolari, scoramento, o precipitazioni, dopo aver visto ideali infranti da circostanze imperfette.

O per la fatica di affrontare scoperte ed evoluzioni che rimettono sempre tutto in discussione - nel lungo tempo necessario per una coerenza paziente ai propri codici profondi.

Così chi si lascia tramortire, facilmente tornerebbe a ricercare il via libera altrui.

Bramerebbe quell’allinearsi che nasconde i conflitti e fa tremare meno - perché il convincimento antico diventato modus vivendi non sposta i modi di fare, né il quadro normale di riferimento.

 

Le difficoltà facevano cadere le braccia ad alcuni e ciò pareva mettere una pietra tombale sulla speranza di poter effettivamente edificare una società alternativa senza farsi troppo del male.

Ma il Vangelo ribadisce che non è previsto un atteggiamento neutrale (v.23) a distanza di sicurezza.

Non ci sono mezze misure: solo scelte chiare, e niente esigenze represse.

Integrate sì: in cuore abitano sempre lati contraddittori, non c’è da sbigottire per questo.

Gli stati opposti dell’essere sono una ricchezza che ci completa.

Anzi, si diventa nevrotici proprio quando le manie riduzioniste o le esigenze monotematiche (di club) prevaricano e soffocano la Chiamata poliedrica - che sebbene cesellata per l’unicità, non si fa mai unilaterale.

 

Per vivere in modo pieno, libero e felice è bene essere noi stessi, consapevoli di ciò che siamo: figli perfetti.

Donne e uomini indefettibili, per il nostro compito nel mondo.

Quindi possiamo trascurare il malessere delle ingiurie di chi ci sgrida e livella, lasciarle scorrere via - e fare a meno di rincorrere lodi.

L’uomo di Fede ha sperimentato e conosce l’essenziale: è la vita che vince la morte, non il viceversa. Quindi trascura le ossessioni, anche ammantate di sacro; e non si lascia sfiancare lo spirito.

Gode di una coscienza critica che sa collocare sullo sfondo i risultati immediati; così rigenera. Incessantemente riattiva e non debella le forze.

Il battezzato in Cristo vive attitudini piene, in ordine all’autenticità e totalità d’essere. Ciò, indipendentemente da circostanze favorevoli o meno.

L’amico di Gesù Risorto rimane distante da timori puerili, gode d’un cuore libero; è fermo nell’azione. 

Mette in preventivo di poter essere viandante, posto sotto assedio dal sistema isterico, che non sopporta cambiamenti veri (v.22).

In ciò riposa, sempre chiamando in causa le proprie radici naturali e caratteriali - dove sono custodite le energie primordiali dell’anima e i sogni innati (non derivati) che curano e guidano.

Del resto, il suo viaggio è contromano e sarà sicuramente punteggiato di dure lezioni.

Ma il cliché è tutta solfa indotta; tenta d’invaderci con recriminazioni senza peso specifico: tentativi di blocco privi di futuro.

 

Non c’è da sorprendere che gli accoliti del mondo conformista si difendano in tutti i modi.

E attacchi con quel vociare standard - socialmente “apprezzabile” - che tenta di accentuare i conflitti intimi e personali.

Sempre con grandi mezzi a disposizione, e facendo leva sui sensi di colpa.

Cammineremo ugualmente spediti sulla Via del Signore, pur sollecitati da dubbi e indecisioni. Senza retrocedere, persino quando ci sentiremo persi - ma col sapore del guadagno finanche nella perdita.

I momenti difficilissimi saranno ulteriori chiamate alla trasformazione.

E in ogni circostanza proveremo il gusto della vittoria della vita piena sul potere del male e sul tenore culturale imitativo, altrui, banale.

Qui - nella fedeltà al proprio mondo interiore che vuole esprimersi, e nel cambio di stile o immaginazione negli approcci - risolveremo i veri problemi e tutte le questioni, in modo ricco, personale.

Rinati in Cristo che tutela e promuove a partire dall’eccezionale originalità, non possiamo “morire” perdendo l’essenza e l’Incontro irripetibile.

Torneremmo a identificarci nei ruoli, quali fotocopie - senza il Viaggio dell’anima.

 

Liberi verso la terra promessa che ci appartiene, non cerchiamo perfezioni di circostanza, bensì pienezza.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Chi e cosa mi attiva o mi perde?

È Gesù il mio Signore o sono io [lo status, il mio gruppo, le maniere “perbene”, gli influssi anche religiosi] il Suo padrone?

Come affronto le situazioni?

Apro brecce e non mi disperdo, in armonia con la Voce antica e nuova dell’anima, e nello Spirito?

Un altro aspetto della spiritualità quaresimale è quello che potremmo definire "agonistico", ed emerge nell'odierna orazione "colletta", là dove si parla di "armi" della penitenza e di "combattimento" contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta, come quella che Cristo ha sostenuto nel deserto di Giuda, dove per quaranta giorni fu tentato dal diavolo, e poi nel Getsemani, quando respinse l'estrema tentazione accettando fino in fondo la volontà del Padre. Si tratta di una battaglia spirituale, che è diretta contro il peccato e, ultimamente, contro satana. È una lotta che investe l'intera persona e richiede un'attenta e costante vigilanza. Osserva sant'Agostino che chi vuole camminare nell'amore di Dio e nella sua misericordia non può accontentarsi di liberarsi dai peccati gravi e mortali, ma "opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi ... e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte" (In Io. evang. 12, 13, 35).

La Quaresima ci ricorda, pertanto, che l'esistenza cristiana è un combattimento senza sosta, nel quale vanno utilizzate le "armi" della preghiera, del digiuno e della penitenza. Lottare contro il male, contro ogni forma di egoismo e di odio, e morire a se stessi per vivere in Dio è l'itinerario ascetico che ogni discepolo di Gesù è chiamato a percorrere con umiltà e pazienza, con generosità e perseveranza. La docile sequela del divino Maestro rende i cristiani testimoni e apostoli di pace. Potremmo dire che questo interiore atteggiamento ci aiuta a meglio evidenziare anche quale debba essere la risposta cristiana alla violenza che minaccia la pace nel mondo. Non certo la vendetta, non l'odio e nemmeno la fuga in un falso spiritualismo. La risposta di chi segue Cristo è piuttosto quella di percorrere la strada scelta da Colui che, davanti ai mali del suo tempo e di tutti i tempi, ha abbracciato decisamente la Croce, seguendo il sentiero più lungo ma efficace dell'amore. Sulle sue orme e uniti a Lui, dobbiamo tutti impegnarci nell'opporci al male con il bene, alla menzogna con la verità, all'odio con l'amore. Nell'Enciclica Deus caritas est ho voluto presentare questo amore come il segreto della nostra conversione personale ed ecclesiale. Richiamandomi alle parole di Paolo ai Corinzi: "L'amore del Cristo ci spinge" (2 Cor 5, 14), ho sottolineato come "la consapevolezza che in Lui Dio stesso si è donato per noi fino alla morte deve indurci a non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per gli altri" (n. 33).

[Papa Benedetto, omelia 1 marzo 2006]

Combattere il peccato personale e le “strutture di peccato”

1. Continuando a riflettere sul cammino di conversione, sostenuti dalla certezza dell'amore del Padre, vogliamo oggi portare la nostra attenzione sul senso del peccato sia personale che sociale. Guardiamo innanzitutto all’atteggiamento di Gesù venuto appunto a liberare gli uomini dal peccato e dall’influsso di Satana.

Il Nuovo Testamento sottolinea fortemente l’autorità di Gesù sui demoni, che egli scaccia “con il dito di Dio” (Lc 11, 20). Nella prospettiva evangelica, la liberazione degli indemoniati (cfr Mc 5, 1-20) assume un significato più ampio della semplice guarigione fisica, in quanto il male fisico è posto in relazione con un male interiore. La malattia dalla quale Gesù libera è anzitutto quella del peccato. Gesù stesso lo spiega in occasione della guarigione del paralitico: “Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua” (Mc 2, 10-11). Prima ancora che nelle guarigioni, Gesù ha vinto il peccato superando egli stesso le “tentazioni” che il diavolo gli presentava nel periodo da lui trascorso nel deserto dopo il battesimo ricevuto da Giovanni (cfr Mc 1, 12-13; Mt 4, 1-11; Lc 4, 1-13). Per combattere il peccato che si annida dentro di noi e attorno a noi, dobbiamo metterci sulle orme di Gesù e imparare il gusto del “sì” da Lui continuamente pronunciato al progetto di amore del Padre. Questo “sì” richiede tutto il nostro impegno, ma non potremmo pronunciarlo senza l’aiuto della grazia, che Gesù stesso ci ha ottenuto con la sua opera redentrice.

2. Guardando ora al mondo contemporaneo, dobbiamo constatare che in esso la coscienza del peccato si è notevolmente affievolita. A causa di una diffusa indifferenza religiosa, o del rifiuto di quanto la retta ragione e la Rivelazione ci dicono di Dio, viene meno in tanti uomini e donne il senso dell’alleanza di Dio e dei suoi comandamenti. Molto spesso poi la responsabilità umana viene offuscata dalla pretesa di una libertà assoluta, che si reputa minacciata e condizionata da Dio legislatore supremo.

Il dramma della situazione contemporanea, che sembra abbandonare alcuni valori morali fondamentali, dipende in gran parte dalla perdita del senso del peccato. Su questo punto avvertiamo quanto grande debba essere il cammino della ‘nuova evangelizzazione’. Occorre restituire alla coscienza il senso di Dio, della sua misericordia, della gratuità dei suoi doni, perché possa riconoscere la gravità del peccato, che mette l’uomo contro il suo Creatore. La consistenza della libertà personale va riconosciuta e difesa come dono prezioso di Dio, contro la tendenza a dissolverla nella catena dei condizionamenti sociali o a staccarla dal suo irrinunciabile riferimento al Creatore.

3. È anche vero che il peccato personale ha sempre una valenza sociale. Mentre offende Dio e danneggia se stesso, il peccatore si rende pure responsabile della cattiva testimonianza e degli influssi negativi legati al suo comportamento. Anche quando il peccato è interiore, produce comunque un peggioramento della condizione umana e costituisce una diminuzione di quel contributo che ogni uomo è chiamato a dare al progresso spirituale della comunità umana.

Oltre a tutto ciò, i peccati dei singoli consolidano quelle forme di peccato sociale che sono appunto frutto dell’accumulazione di molte colpe personali. Le vere responsabilità restano ovviamente delle persone, dato che la struttura sociale in quanto tale non è soggetto di atti morali. Come ricorda l’Esortazione Apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia, “la Chiesa, quando parla di situazioni di peccato o denuncia come peccati sociali certe situazioni o certi comportamenti collettivi di gruppi sociali più o meno vasti, o addirittura di intere nazioni o blocchi di nazioni, sa e proclama che tali casi di peccato sociale sono il frutto, l’accumulazione e la concentrazione di molti peccati personali … Le vere responsabilità sono delle persone” (n. 16).

È tuttavia un fatto incontrovertibile, come più volte ho avuto modo di ribadire, che l’interdipendenza dei sistemi sociali, economici e politici, crea nel mondo di oggi molteplici strutture di peccato (cfr Sollicitudo rei socialis, 36; Catechismo della Chiesa Cattolica, 1869). Esiste una spaventosa forza di attrazione del male che fa giudicare ‘normali’ e ‘inevitabili’ molti atteggiamenti. Il male si accresce e preme con effetti devastanti sulle coscienze, che rimangono disorientate e non sono neppure in grado di discernere. Se si pensa poi alle strutture di peccato che frenano lo sviluppo dei popoli più svantaggiati sotto il profilo economico e politico (cfr Sollicitudo rei socialis, 37), verrebbe quasi da arrendersi di fronte a un male morale che sembra ineluttabile. Tante persone avvertono l’impotenza e lo smarrimento di fronte a una situazione schiacciante che appare senza via d'uscita. Ma l’annuncio della vittoria di Cristo sul male ci dà la certezza che anche le strutture più consolidate dal male possono essere vinte e sostituite da “strutture di bene” (cfr Ibidem, 39).

4. La “nuova evangelizzazione” affronta questa sfida. Essa deve impegnarsi perché tutti gli uomini recuperino la consapevolezza che in Cristo è possibile vincere il male con il bene. Occorre formare al senso della responsabilità personale, intimamente connessa agli imperativi morali e alla coscienza del peccato. Il cammino di conversione implica l’esclusione di ogni connivenza con quelle strutture di peccato che oggi particolarmente condizionano le persone nei diversi contesti di vita.

Il Giubileo può costituire un’occasione provvidenziale perché i singoli e le comunità camminino in questa direzione, promuovendo un’autentica “metánoia”, ossia un cambiamento di mentalità, che contribuisca alla creazione di strutture più giuste e più umane, a vantaggio del bene comune.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 agosto 1999]

Lasciarsi scivolare lentamente nel peccato, relativizzando le cose ed entrando «in negoziato» con gli dèi del denaro, della vanità e dell’orgoglio: da quella che ha definito una «caduta con anestesia» ha messo in guardia il Papa nell’omelia della messa celebrata a Casa Santa Marta giovedì mattina, 13 febbraio, riflettendo sulla storia del re Salomone.

La prima lettura della liturgia del giorno (1 Re 11, 4-13) «ci racconta — ha esordito — l’apostasia, diciamo così, di Salomone», che non è stato fedele al Signore. Quando era vecchio, le sue donne gli fecero infatti «deviare il cuore» per seguire altri dèi. Fu dapprima un «ragazzo bravo», che al Signore chiese solo la saggezza e Dio lo rese saggio, al punto che da lui vennero i giudici e anche la Regina di Saba, dall’Africa, con regali perché aveva sentito parlare della sua saggezza. «Si vede che questa donna era un po’ filosofa e gli fece domande difficili», ha affermato il Pontefice notando che «Salomone uscì da queste domande vittorioso» perché sapeva rispondere.

A quel tempo, ha proseguito Francesco, si poteva avere più di una sposa, che non vuol dire — ha spiegato — che fosse lecito fare «il donnaiolo». Il cuore di Salomone, però, si indebolì non per aver sposato queste donne — poteva farlo — ma perché le aveva scelte di un altro popolo, con altri dèi. E Salomone quindi cadde nel «tranello» e lasciò fare quando una delle mogli gli chiedeva di andare ad adorare Camos o Moloc. E così fece per tutte le sue donne straniere che offrivano sacrifici ai loro dèi. In una parola, «permise tutto, smise di adorare l’unico Dio». Dal cuore indebolito per la troppa affezione alle donne, «entrò il paganesimo nella sua vita». Quindi, ha evidenziato Francesco, quel ragazzo saggio che aveva pregato bene chiedendo la saggezza, è caduto al punto da essere rigettato dal Signore.

«Non è stata un’apostasia da un giorno all’altro, è stata un’apostasia lenta», ha chiarito il Papa. Anche il re Davide, suo padre, infatti, aveva peccato — in modo forte almeno due volte — ma subito si era pentito e aveva chiesto perdono: era rimasto fedele al Signore che lo custodì fino alla fine. Davide pianse per quel peccato e per la morte del figlio Assalonne e quando, prima, fuggiva da lui, si umiliò pensando al suo peccato, quando la gente lo insultava. «Era santo. Salomone non è santo», ha affermato il Pontefice. Il Signore gli aveva dato tanti doni ma lui aveva sprecato tutto perché si era lasciato indebolire il cuore. Non si tratta, ha notato, del «peccato di una volta», ma dello «scivolare».

«Le donne gli fecero deviare il cuore e il Signore lo rimprovera: “Tu hai deviato il cuore”. E questo succede nella nostra vita. Nessuno di noi è un criminale, nessuno di noi fa dei grossi peccati come aveva fatto Davide con la moglie di Uria, nessuno. Ma dove è il pericolo? Lasciarsi scivolare lentamente perché è una caduta con anestesia, tu non te ne accorgi, ma lentamente si scivola, si relativizzano le cose e si perde la fedeltà a Dio», ha rimarcato Francesco. «Queste donne erano di altri popoli, avevano altri dèi, e quante volte noi dimentichiamo il Signore ed entriamo in negoziato con altri dèi: il denaro, la vanità, l’orgoglio. Ma questo si fa lentamente e se non c’è la grazia di Dio, si perde tutto», ha avvertito ancora.

Di nuovo il Papa ha richiamato il Salmo 105 (106) per sottolineare che questo mescolarsi con i pagani e imparare ad agire come loro, significa farsi mondani. «E per noi questa scivolata lenta nella vita è verso la mondanità, questo è il grave peccato: “Lo fanno tutti, ma sì, non c’è problema, sì, davvero non è l’ideale, ma...”. Queste parole che ci giustificano al prezzo di perdere la fedeltà all’unico Dio. Sono degli idoli moderni», ha avvertito Francesco, chiedendo di pensare «a questo peccato della mondanità» che porta a «perdere il genuino del Vangelo. Il genuino della Parola di Dio» a «perdere l’amore di questo Dio che ha dato la vita per noi. Non si può stare bene con Dio e con il diavolo. Questo lo diciamo tutti noi quando parliamo di una persona che è un po’ così: “Questo sta bene con Dio e con il diavolo”. Ha perso la fedeltà».

E, in pratica, ha continuato il Pontefice, ciò significa non essere fedele «né a Dio né al diavolo». Per questo in conclusione, il Papa ha esortato a chiedere al Signore la grazia di fermarsi quando si capisce che il cuore inizia a scivolare. «Pensiamo a questo peccato di Salomone — ha raccomandato —, pensiamo a come è caduto quel Salomone saggio, benedetto dal Signore, con tutte le eredità del padre Davide, come è caduto lentamente, anestetizzato verso questa idolatria, verso questa mondanità e gli è stato tolto il regno».

E «chiediamo al Signore — ha concluso Francesco — la grazia di capire quando il nostro cuore incomincia a indebolirsi e a scivolare, per fermarci. Saranno la sua grazia e il suo amore a fermarci se noi lo preghiamo».

[Papa Francesco, s. Marta, in L'Osservatore Romano 14/02/2020]

(Mt 5,17-19)

 

Di fronte ai precetti della Legge si manifestano atteggiamenti distanti. Da un lato c’è chi dimostra attaccamento al senso materiale di quanto stabilito, dall’altro omissione o disprezzo delle norme.

Gesù porgeva un insegnamento così nuovo e radicale da dare l’impressione di noncuranza e rifiuto della Legge. Ma in effetti, più che alle divergenze con la stessa, Egli era attento al senso profondo delle direttive biblico-giudaiche.

Non intendeva «demolire» (v.17) la Torah, ma certo evitava di lasciarsi minimizzare nelle casistiche della morale che parcellizzava le scelte di fondo - e le rendeva tutte esteriori, senza fulcro.

La sclerotizzazione legalista tendeva facilmente a equiparare i codici… con Dio. Ma per il credente, il suo “obbligo” è insieme vicenda, Parola e Persona: sequela globale.

 

Nelle prime comunità alcuni fedeli ritenevano che le norme del Primo Testamento non dovessero più essere considerate, in quanto siamo salvi per Fede e non per opere di Legge.

Altri accettavano Gesù come Messia, ma non sopportavano l’eccesso di libertà con la quale alcuni fratelli di chiesa vivevano la sua Presenza. 

Ancora legati a un’estrazione ideale etnica, ritenevano che l’osservanza antica fosse obbligante.

Non mancavano credenti rapiti da un eccesso di fantasie nello Spirito. Alcuni infatti rinnegavano le Scritture ebraiche e si ritenevano sciolti dalla storia: non guardavano più la vicenda di Gesù.

 

Mt cerca un equilibrio fra emancipazione e chiusura.

Egli scrive il suo Vangelo per sostenere i convertiti alla Fede in Cristo nelle comunità di Galilea e Siria, accusati dai fratelli giudaizzanti di essere infedeli alla Torah.

L’evangelista chiarisce che Gesù stesso era stato accusato di gravi trasgressioni alla Legge di Mosè.

La traiettoria delle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né forza in sé per giungere a Bersaglio.

La freccia della Torah è stata scoccata nella giusta direzione, ma solo nello Spirito delle Beatitudini un’assemblea viva può ottenere slancio per raggiungere la Comunione.

 

Il passo di Vangelo si preoccupa di sottolineare: le Scritture antiche, la vicenda storica di Gesù, e la vita nello Spirito, debbono essere valutati aspetti inseparabili di un unico disegno di salvezza.

Vissuti in sinergia, essi conducono alla convivialità delle differenze.

Il Dio dei patriarchi si rende presente nella relazione d’amore delle comunità, per la Fede in Cristo, che nei cuori dilata la sua stessa vita.

Il Vivente trasmette lo Spirito che sprona ogni creatività, supera le chiusure scostanti; apre, e invita.

[In noi Gesù di Nazaret diventa Corpo vivo - e il gusto di fare Lo manifesta (a partire dall’anima) in Persona e Fedeltà piena].

Il porgersi ai fratelli e l’andare a Dio diventa così per tutti agile, spontaneo, ricco e personalissimo: la Forza viene da dentro.

 

Parole nuove o Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.

Solo nel fascino totale del Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando ‘per sempre’.

 

 

[Mercoledì 3.a sett. Quaresima, 26 marzo 2025]

Mar 18, 2025

Legge e Spirito

Pubblicato in il Mistero

Felicità non scadente

(Mt 5,17-19)

 

Nelle prime comunità alcuni fedeli ritenevano che le norme del Primo Testamento non dovessero più essere considerate, in quanto siamo salvi per Fede e non per opere di Legge.

Altri accettavano Gesù come Messia, ma non sopportavano l’eccesso di libertà con la quale alcuni fratelli di chiesa vivevano la sua Presenza in Spirito. 

Ancora legati a un’estrazione ideale etnica, ritenevano che l’osservanza antica fosse obbligante.

Proprio con la scusa della “vita nello Spirito”, non mancavano credenti rapiti da un eccesso di fantasie (personali o di gruppo), ritenute “ispirate”.

Alcuni dalla mentalità facilona, incline a compromessi col potere, rinnegavano le Scritture ebraiche e si ritenevano sciolti dalla storia: non guardavano più la vicenda di Gesù.

 

Mt cerca un equilibrio fra emancipazione compromissoria e chiusura nelle osservanze, ritenendo che l’esperienza comunitaria potesse raggiungere un’armonia fra diverse sensibilità.

Egli scrive il suo Vangelo appunto per sostenere i convertiti alla Fede in Cristo nelle comunità di Galilea e Siria, accusati dai fratelli giudaizzanti di essere infedeli alla Torah.

L’evangelista chiarisce che Gesù stesso era stato accusato di gravi trasgressioni alla Legge di Mosè.

La freccia della Torah è stata scoccata nella giusta direzione, ma solo nello Spirito delle Beatitudini un’assemblea viva può ottenere slancio per raggiungere l’obbiettivo ideale: la Comunione.

 

Mt si preoccupa di sottolineare che le Scritture antiche, la vicenda storica di Gesù, e la vita nello Spirito, debbano essere valutati aspetti inseparabili di un unico disegno di salvezza.

Vissuti in sinergia, essi conducono alla coesistenza fruttuosa, e convivialità delle differenze.

Il Dio dei patriarchi si rende presente nella relazione d’amore delle comunità, per la Fede in Cristo che nei cuori dilata la sua stessa vita.

Il Vivente trasmette lo Spirito che sprona ogni creatività, supera le chiusure scostanti; apre, e invita.

Insomma, in noi Gesù di Nazaret diventa Corpo vivo - e il gusto di fare Lo manifesta (a partire dall’anima) in Persona e Fedeltà piena.

Il porgersi ai fratelli e l’andare a Dio diventa così per tutti agile, spontaneo, ricco e personalissimo: la Forza viene da dentro, non da idee comuni, retaggi, seduzioni, manierismi, o spinte esterne.

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

La legge su pietra è rimasta in te cosa rigida, oppure senti un impulso di Alleanza nuova?

Intuisci dentro un desiderio attualizzato e irresistibile di bene, che delle Scritture riscopre tutto, e dinamizza la Parola nei vari gusti del fare?

 

 

Demolire o Compiere

 

Di fronte ai precetti della Legge si manifestano atteggiamenti distanti.

Da un lato c’è chi dimostra attaccamento al senso materiale di quanto stabilito; dall’altro, omissione o disprezzo delle norme.

Gesù porgeva un insegnamento così nuovo e radicale da dare l’impressione di noncuranza e rifiuto della Legge. Ma in effetti, più che alle divergenze con la stessa, Egli era attento allo spirito e al senso profondo delle direttive biblico-giudaiche.

Non intendeva «demolire» (v.17) la Torah, ma certo evitava ancor più di lasciarsi minimizzare nelle casistiche della morale.

Tale ossessione eticista - ancora viva nelle fraternità primitive - parcellizzava e sgretolava il significato delle scelte di fondo, e le rendeva tutte esteriori, senza fulcro.

In tal guisa, si produceva di fatto una sclerotizzazione legalista, la quale tendeva facilmente a equiparare i codici… con Dio.

Ma per il credente, il suo “obbligo” è insieme vicenda, spirito della Parola, e Persona: sequela globale in quei medesimi incomparabili appuntamenti.

 

I fedeli delle comunità di Galilea e Siria subivano le critiche dei giudei all’antica.

Tali osservanti accusavano i correligionari convertiti alla nuova Fede personale, creativa, di essere trasgressori e contrari alla profondità della comune Tradizione.

Così alcuni sottolineavano la salvezza per sola fede nel Cristo e non per opere di legge. Altri non accettavano la Libertà che si manifestava crescente proprio in coloro che iniziavano a credere in Gesù Messia.

Nuove correnti più radicali desideravano già prescindere dalla sua storia e dalla sua Persona, per sbarazzarsene e rifugiarsi in una generica “avanguardia” o “libertà di spirito” - senza spina dorsale, né peripezie o congiunzioni.

 

Mt aiuta a capire il dissidio: la direzione della Freccia scoccata dalle Scritture giudaiche è quella giusta, ma non ha uno spunto concorde e totalmente chiaro, né la forza per giungere a Bersaglio.

L’evangelista armonizza le tensioni, sottolineando che l’osservanza autentica non è fedeltà formale [obbedienza della “lettera”].

Lo spirito di adempimento fondamentale non consente di mettere fra parentesi il Cristo totale e le sue traversie, magari restando poi neutrali o sognatori indifferenti.

Senza riduzioni in forza dell’elezione, né «abbattere» (v.17) i modi di essere, antichi e identificati o particolari - Egli è presente nelle sfaccettature delle più diverse correnti di pensiero.

Parole nuove, Parole antiche, e Spirito che rinnova la faccia della terra, fanno parte di un unico Disegno.

Solo nel fascino totale del Risorto il nostro raccolto approda alla vita completa - obbiettivo pieno della Legge - diventando per sempre.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come valuti Pentateuco, Salmi e Profeti?

Come affronti le situazioni in armonia con la Voce del Signore e nel suo Spirito?

"Rimanete saldi nella fede!". Abbiamo sentito poc'anzi le parole di Gesù: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre e Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre - lo Spirito di Verità" (Gv 14, 15-17a). In queste parole Gesù rivela il profondo legame che esiste tra la fede e la professione della Verità Divina, tra la fede e la dedizione a Gesù Cristo nell'amore, tra la fede e la pratica della vita ispirata ai comandamenti. Tutte e tre le dimensioni della fede sono frutto dell'azione dello Spirito Santo. Tale azione si manifesta come forza interiore che armonizza i cuori dei discepoli col Cuore di Cristo e rende capaci di amare i fratelli come Lui li ha amati. Così la fede è un dono, ma nello stesso tempo è un compito.

"Egli vi darà un altro Consolatore - lo Spirito di Verità". La fede, come conoscenza e professione della verità su Dio e sull'uomo, "dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo", dice san Paolo (Rm 10, 17). Lungo la storia della Chiesa gli Apostoli hanno predicato la parola di Cristo preoccupandosi di consegnarla intatta ai loro successori, i quali a loro volta l'hanno trasmessa alle successive generazioni, fino ai nostri giorni. Tanti predicatori del Vangelo hanno dato la vita proprio a causa della fedeltà alla verità della parola di Cristo. E così, dalla premura per la verità è nata la Tradizione della Chiesa. Come nei secoli passati così anche oggi ci sono persone o ambienti che, trascurando questa Tradizione di secoli, vorrebbero falsificare la parola di Cristo e togliere dal Vangelo le verità, secondo loro, troppo scomode per l'uomo moderno. Si cerca di creare l'impressione che tutto sia relativo: anche le verità della fede dipenderebbero dalla situazione storica e dalla valutazione umana. Però la Chiesa non può far tacere lo Spirito di Verità. I successori degli Apostoli, insieme con il Papa, sono responsabili per la verità del Vangelo, ed anche tutti i cristiani sono chiamati a condividere questa responsabilità accettandone le indicazioni autorevoli. Ogni cristiano è tenuto a confrontare continuamente le proprie convinzioni con i dettami del Vangelo e della Tradizione della Chiesa nell'impegno di rimanere fedele alla parola di Cristo, anche quando essa è esigente e umanamente difficile da comprendere. Non dobbiamo cadere nella tentazione del relativismo o dell'interpretazione soggettivistica e selettiva delle Sacre Scritture. Solo la verità integra ci può aprire all'adesione a Cristo morto e risorto per la nostra salvezza.

Cristo dice infatti: "Se mi amate...". La fede non significa soltanto accettare un certo numero di verità astratte circa i misteri di Dio, dell'uomo, della vita e della morte, delle realtà future. La fede consiste in un intimo rapporto con Cristo, un rapporto basato sull'amore di Colui che ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 11), fino all'offerta totale di se stesso. "Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5, 8). Quale altra risposta possiamo dare ad un amore così grande, se non quella di un cuore aperto e pronto ad amare? Ma che vuol dire amare Cristo? Vuol dire fidarsi di Lui anche nell'ora della prova, seguirLo fedelmente anche sulla Via Crucis, nella speranza che presto verrà il mattino della risurrezione. Affidandoci a Cristo non perdiamo niente, ma acquistiamo tutto. Nelle sue mani la nostra vita acquista il suo vero senso. L'amore per Cristo si esprime nella volontà di sintonizzare la propria vita con i pensieri e i sentimenti del suo Cuore. Questo si realizza mediante l'unione interiore basata sulla grazia dei Sacramenti, rafforzata con la continua preghiera, la lode, il ringraziamento e la penitenza. Non può mancare un attento ascolto delle ispirazioni che Egli suscita mediante la sua Parola, le persone che incontriamo, le situazioni di vita quotidiana. AmarLo significa restare in dialogo con Lui, per conoscere la sua volontà e realizzarla prontamente.

Ma vivere la propria fede come rapporto d'amore con Cristo significa anche essere pronti a rinunciare a tutto ciò che costituisce la negazione del suo amore. Ecco perché Gesù ha detto agli Apostoli: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti". Ma quali sono i comandamenti di Cristo? Quando il Signore Gesù insegnava alle folle, non mancò di confermare la legge che il Creatore aveva iscritto nel cuore dell'uomo ed aveva poi formulato sulle tavole del Decalogo. "Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure uno iota o un segno, senza che tutto si sia compiuto" (Mt 5, 17-18). Gesù però ci ha mostrato con una nuova chiarezza il centro unificante delle leggi divine rivelate sul Sinai, cioè l'amore di Dio e del prossimo: "Amare [Dio] con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (Mc 12, 33). Anzi, Gesù nella sua vita e nel suo mistero pasquale ha portato a compimento tutta la legge. Unendosi con noi mediante il dono dello Spirito Santo, porta con noi e in noi il "giogo" della legge, che così diventa un "carico leggero" (Mt 11, 30). In questo spirito Gesù formulò il suo elenco degli atteggiamenti interiori di coloro che cercano di vivere profondamente la fede: Beati i poveri in spirito, quelli che piangono, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia... (cfr Mt 5, 3-12).

[Papa Benedetto, omelia Varsavia 26 maggio 2006]

Mar 18, 2025

Anche il modo

Pubblicato in Angolo dell'ottimista

1. “Maestro che devo fare di buono per ottenere la vita eterna?. Osserva i comandamenti” (Mt 19, 16-17).

Questa domanda e questa risposta ci tornano alla memoria quando ascoltiamo con attenzione le letture della liturgia odierna.

Il tema principale di queste letture è infatti quello dei comandamenti di Dio, la Legge del Signore.

2. Di essa canta oggi la Chiesa nel salmo responsoriale:

Beato l’uomo di integra condotta, / che cammina nella legge del Signore. / Tu hai dato i tuoi precetti / perché siano osservati fedelmente. / Siano diritte le mie vie, / nel custodire i tuoi decreti . . . / Apri gli occhi perché io veda / le meraviglie della tua legge . . .”.

Ed ancora:

“Indicami Signore, la via dei tuoi precetti / e la seguirò sino alla fine. / Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge / e la custodisca con tutto il cuore” (Sal 119, 1-34).

L’idea racchiusa nei versetti di questo salmo è così trasparente, che non richiede alcun commento.

3. Invece conviene aggiungere un breve commento alle parole del libro del Siracide, nella prima lettura:

Se vuoi, osserverai i comandamenti: l’essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Sir 15, 16-17).

Il Siracide mette in evidenza lo stretto legame che esiste tra comandamento e libera volontà dell’uomo: “Se vuoi . . .”. E allo stesso tempo manifesta che dalla scelta e dalla decisione dell’uomo dipende il bene o il male, la vita o la morte, s’intende nel significato spirituale.

L’osservanza dei comandamenti è la via del bene, la via della vita.

La loro trasgressione è la via del male, la via della morte.

4. Ora passiamo al discorso della montagna nel Vangelo di oggi, secondo san Matteo.

Cristo dice prima:

“Non pensate che io sia venuto per abolire la Legge (o i Profeti); non sono venuto per abolire, ma per dare compimento”.(Mt 5, 17).

Chi trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. (Ivi, 5, 19)

Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”. (Ivi)

E Cristo aggiunge:

“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5, 17-20).

Dunque sono importanti la Legge, i Comandamenti, le Norme non solo in se stessi, ma anche il modo di comprenderli, di insegnarli, di osservarli. Ciò dev’essere davanti agli occhi di tutti coloro che spiegano la legge di Dio e che interpretano i principi della morale cristiana, in ogni epoca e anche nell’epoca contemporanea.

5. E Cristo dà tre esempi del comandamento e della sua interpretazione nello spirito della Nuova Alleanza.

“Non uccidere” (Mt 5, 21).

“Non commettere adulterio” (Mt 5, 27).

“Non spergiurare” (Mt 5, 33).

Non uccidere”: vuol dire non solo non togliere la vita ad altri, ma anche non vivere nell’odio e nell’ira verso gli altri. “Non commettere adulterio”: vuol dire non solo non prendere la moglie d’altri, ma anche non desiderarla, non commettere adulterio nel cuore.

Non spergiurare . . .”, “ma io vi dico: non giurate affatto” (Mt 5, 34), ma sia il vostro parlare vero: “sì, sì; no, no” (Mt 5, 37).

6. Che cosa è il Vangelo? Che cosa è il discorso della montagna?

È forse soltanto un “codice di morale?”.

Certamente sì. È un codice della morale cristiana. Indica le principali esigenze etiche. Ma è di più: indica anche la via della perfezione. Questa via corrisponde alla natura della libertà umana: alla libera volontà. L’uomo infatti, con la sua libera volontà, può scegliere non soltanto tra il bene e il male, ma anche tra “il bene” “il meglio” e il “più” nell’ambito della morale, anche per non discendere verso “il meno bene” o addirittura verso il “male”.

Infatti, come continua il libro del Siracide:

“Grande infatti è la sapienza del Signore, egli è onnipotente e vede tutto. I suoi occhi su coloro che lo temono, egli conosce ogni azione degli uomini. Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare” (Sir 15, 18-20).

E san Paolo va oltre, quando nella prima lettera ai Corinzi scrive:

“Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza . . .; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla” (1 Cor 2, 6-8).

Quelle cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano “a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1 Cor 2, 10).

7. Cari parrocchiani della comunità romana dedicata a sant’Ippolito! Le notizie sicure sulla vita e l’opera del vostro patrono, come saprete, purtroppo scarseggiano, e tuttavia conosciamo con certezza quel fatto che, da solo, basta già a provare la grandezza della sua vita e della sua santità: il martirio insieme con il papa Ponziano.

Quale che sia stata la vita precedente di Ippolito, egli ha saputo giungere alla vetta della santità esemplare con quel gesto supremo d’amore a Cristo e al suo vicario in terra. Il suo esempio è quindi motivo di incoraggiamento e di speranza anche per voi.

Voglio salutare per ora tutti i presenti: il cardinale vicario, il vescovo del settore, monsignor Alessandro Plotti, il parroco, padre Maurilio Beltramo, la comunità dei frati Cappuccini, le suore Sacramentine, gli altri sacerdoti e religiosi, che collaborano all’attività parrocchiale, tutti i gruppi, e il popolo di Dio di questa porzione di Chiesa, anzi di questa piccola Chiesa che è la parrocchia, immagine e segno della Chiesa universale sparsa in tutto il mondo.

La parrocchia è il tramite normale e concreto attraverso il quale gli uomini possono conoscere la grande e misteriosa realtà della Chiesa universale. Da qui la perenne necessità, da parte della parrocchia, di presentare, con la sua stessa esistenza, al mondo, un’immagine la più fedele possibile alla Chiesa universale, contribuendo attivamente e responsabilmente alla sua costruzione e al suo sviluppo.

So che la vostra popolazione parrocchiale è molto numerosa e composita dal punto di vista dei ceti sociali e delle professioni. La messe è dunque abbondante per gli operai del Vangelo.

So anche che tra voi le iniziative, i gruppi, le attività non mancano. Raccomando che questo vostro pluralismo vivace e rigoglioso sappia sempre estrinsecarsi sulla base di una indiscussa fedeltà agli autentici principi di unità nella fede e nella carità, in comunione con i vostri pastori. Tali principi infatti fondano la vera efficacia delle molteplici e diverse attività.

8. “Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore”.

Che queste parole, prese dalla liturgia odierna, rimangano in voi, cari fratelli e sorelle, come espressione dei fervidi auguri che vi fa il Vescovo di Roma in occasione della visita odierna.

Cercate Dio, seguite le strade della verità e dell’amore: seguitele secondo i principi della morale cristiana, secondo la luce dell’eterna sapienza di Dio.

E che i vostri cuori non cessino di essere sempre aperti all’azione dello Spirito Santo che “scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio”.

Amen.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia 12 febbraio 1984]

Il Vangelo di oggi (cfr Mt 5,17-37) è tratto dal “discorso della montagna” e affronta l’argomento dell’adempimento della Legge: come io devo compiere la Legge, come fare. Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà. Non dimentichiamo questo: vivere la Legge come uno strumento di libertà, che mi aiuta ad essere più libero, che mi aiuta a non essere schiavo delle passioni e del peccato. Pensiamo alle guerre, pensiamo alle conseguenze delle guerre, pensiamo a quella bambina morta di freddo in Siria l’altro ieri. Tante calamità, tante. Questo è frutto delle passioni e la gente che fa la guerra non sa dominare le proprie passioni. Gli manca di adempiere la Legge. Quando si cede alle tentazioni e alle passioni, non si è signori e protagonisti della propria vita, ma si diventa incapaci di gestirla con volontà e responsabilità.

Il discorso di Gesù è strutturato in quattro antitesi, espresse con la formula «Avete inteso che fu detto … ma io vi dico».  Queste antitesi fanno riferimento ad altrettante situazioni della vita quotidiana: l’omicidio, l’adulterio, il divorzio e i giuramenti. Gesù non abolisce le prescrizioni che riguardano queste problematiche, ma ne spiega il significato pieno e indica lo spirito con cui occorre osservarle. Egli incoraggia a passare da un’osservanza formale della Legge a un’osservanza sostanziale, accogliendo la Legge nel cuore, che è il centro delle intenzioni, delle decisioni, delle parole e dei gesti di ciascuno di noi. Dal cuore partono le azioni buone e quelle cattive.

Accogliendo la Legge di Dio nel cuore si capisce che, quando non si ama il prossimo, si uccide in qualche misura sé stessi e gli altri, perché l’odio, la rivalità e la divisione uccidono la carità fraterna che è alla base dei rapporti interpersonali. E questo vale per quello che ho detto delle guerre e anche per le chiacchiere, perché la lingua uccide. Accogliendo la Legge di Dio nel cuore si capisce che i desideri vanno guidati, perché non tutto ciò che si desidera si può avere, e non è bene cedere ai sentimenti egoistici e possessivi. Quando si accoglie la Legge di Dio nel cuore si capisce che bisogna abbandonare uno stile di vita fatto di promesse non mantenute, come anche passare dal divieto di giurare il falso alla decisione di non giurare affatto, assumendo l’atteggiamento di piena sincerità con tutti.

E Gesù è consapevole che non è facile vivere i Comandamenti in questo modo così totalizzante. Per questo ci offre il soccorso del suo amore: Egli è venuto nel mondo non solo per dare compimento alla Legge, ma anche per donarci la sua Grazia, così che possiamo fare la volontà di Dio, amando Lui e i fratelli. Tutto, tutto possiamo fare con la Grazia di Dio! Anzi, la santità non è altra cosa che custodire questa gratuità che ci ha dato Dio, questa Grazia. Si tratta di fidarsi e affidarsi a Lui, alla sua Grazia, a quella gratuità che ci ha dato e accogliere la mano che Egli ci tende costantemente, affinché i nostri sforzi e il nostro necessario impegno possano essere sostenuti dal suo aiuto, ricolmo di bontà e di misericordia.

Gesù oggi ci chiede di progredire sulla via dell’amore che Lui ci ha indicato e che parte dal cuore. Questa è la strada da seguire per vivere da cristiani. La Vergine Maria ci aiuti a seguire la via tracciata dal suo Figlio, per raggiungere la gioia vera e diffondere dappertutto la giustizia e la pace.

[Papa Francesco, Angelus 16 febbraio 2020]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga!

3a Domenica di Quaresima (anno C)  [23 Marzo 2025]

 

*Prima Lettura dal libro dell’Esodo (3, 1-8a.10.13-15)

Questo testo ha un’importanza fondamentale per la fede di Israele e anche per noi perché per la prima volta l’umanità scopre di essere amata da Dio, un Dio che vede, sente e conosce le nostre sofferenze. Mai l’uomo avrebbe potuto giungere a tanto se Dio stesso non avesse deciso di rivelarsi e, proprio a partire dalla sua autonoma rivelazione, è nata la fede d’Israele e, di conseguenza, anche la nostra. Dobbiamo cogliere la forza di questo testo biblico che purtroppo la traduzione liturgica rende debolmente. Quando leggiamo: “ho osservato la miseria del mio popolo”, il testo ebraico è molto più insistente per cui sarebbe più corretto tradurre così, sentendo la voce Dio: “davvero ho visto, sì, ho visto” la miseria del mio popolo in Egitto. Una miseria reale come si evince dalla storia del popolo ebreo emigrato secoli prima a causa di una carestia, e, mentre all’inizio le cose andavano bene, poi essendo cresciuto il loro numero, proprio quando nacque Mosè gli Egiziani cominciarono a preoccuparsi. Trattennero gli Ebrei come manodopera a basso costo, ma vollero impedirne la crescita demografica facendo uccidere ogni neonato maschio dalle levatrici. Mosè si salvò perché adottato dalla figlia del Faraone e crebbe alla sua corte non potendo però dimenticare le sue origini, continuamente diviso tra la sua famiglia adottiva e i suoi fratelli di sangue, ridotti all’impotenza e alla rivolta. Finché un giorno uccise un egiziano che usava violenza verso un ebreo, ma il giorno dopo, intervenendo tra due ebrei che litigavano gli dissero di non intromettersi e questo voleva dire che non gli riconoscevano la responsabilità di guidare una ribellione contro il Faraone mentre il Faraone aveva deciso di punirlo per l’omicidio dell’egiziano. Mosè si vide costretto, per evitare la vendetta, a fuggire nel deserto del Sinai, dove prese come sposa una madianita, Sippora, figlia di Ietro e l’odierno testo parte da qui. Mentre pascolava il gregge del suocero, un giorno arrivò oltre il deserto al monte di Dio, l’Oreb dove incontrò Dio che gli affidò la grande missione. Attenzione! Mosè sentiva la miseria dei suoi fratelli e aveva rischiato la vita per loro uccidendo un egiziano, ma dovette riconoscere la sua impotenza per cui era fuggito emarginato dai suoi fratelli di sangue che non riconoscevano a lui nessuna autorità. E’ dunque un uomo umanamente fallito che si avvicina a uno strano roveto ardente e da qui la sua storia cambia totalmente. Chiudo con due riflessioni. La prima: Mosè incontra il Dio trascendente e al tempo stesso il Dio vicino. Trascendente perché ci si può avvicinare solo con timore e rispetto, ma anche il Dio vicino, che vede la miseria del suo popolo e suscita un liberatore. Cogliamo la santità di Dio e il profondo rispetto dell’uomo di fronte alla sua presenza in queste espressioni: “l'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto”. Per indicare la presenza di Dio si usa la perifrasi: “l’Angelo del Signore” che è un modo rispettoso di parlare di Dio, come pure le parole: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo”; e infine “Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio”. Dio però si rivela come il Dio vicino all’uomo, colui che si china sulla sua sofferenza. La seconda riflessione concerne il modo come Dio interviene: vede la sofferenza degli uomini, agisce e invia Mosè. Dio chiama un collaboratore, ma perché la liberazione si compia, colui che viene chiamato deve accettare di rispondere, e colui che soffre deve accettare di essere salvato. -

 

*Salmo responsoriale (102 (103), 1-2, 3-4, 6-7, 8.11)

Nella prima lettura, racconto del roveto ardente tratto dal libro dell’Esodo capitolo 3, Dio rivela il suo Nome: “Io sono” … cioè “con voi” nel profondo delle vostre sofferenze. Quasi facendo eco, il salmo responsoriale proclama: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore”. Le due formulazioni del Mistero di Dio: “Io sono” e “Misericordioso e pietoso” si completano reciprocamente. Nell’episodio del roveto ardente l’espressione “Io sono” o “Io sono colui che sono” non va presa come la definizione di un concetto filosofico. La ripetizione del verbo “sono” è una forma idiomatica della lingua ebraica che serve a esprimere intensità e Dio comincia richiamando la lunga storia dell’Alleanza con i Padri: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe” per esprimere la sua fedeltà con il suo popolo attraverso i secoli. Poi volle manifestare la sua compassione per Israele umiliato, ridotto in schiavitù in Egitto e solo allora rivela il suo Nome “Io sono”. La prima scoperta di Mosè sul Sinai fu proprio l’intensa presenza di Dio nel cuore della disperazione degli uomini: “Ho visto – diceva Dio – sì, ho visto la miseria del mio popolo in Egitto, e ho udito i suoi gridi sotto le percosse dei sorveglianti. Sì, conosco le sue sofferenze. Sono disceso per liberarlo…” Mosè conservò in maniera profonda tale memoria da trarne l’incredibile energia che lo trasformò da uomo solo, esiliato e rifiutato da tutti, nel condottiero instancabile e liberatore del suo popolo. Quando però Israele ricorda questa inedita avventura, sa benissimo che il suo primo liberatore è Dio, mentre Mosè ne è soltanto lo strumento. L’“Eccomi” di Mosè (come quello di Abramo, e di tanti altri in seguito) è la risposta che permette a Dio di realizzare la liberazione dell’umanità. E, d’ora in poi, quando si dice “”Il Signore” – traduzione delle quattro lettere (YHVH) del nome di Dio – si evoca la presenza liberatrice di Dio. Per meglio comprendere il mistero della presenza di Dio occorre tornare al racconto del roveto ardente: il roveto ardeva per il fuoco, ma non si consumava (cf Es 3,2). Dio si rivela in due modi: attraverso questa visione come attraverso la parola che proclama il suo Nome. Di fronte alla fiamma che arde un roveto senza consumarlo, Mosè è invitato a comprendere che Dio, paragonabile a un fuoco, è nel mezzo del suo popolo (il roveto) come presenza che non si consuma e non distrugge il popolo; Mosè si velò il volto e comprese che non bisogna aver paura. Così avvenne la vocazione d’Israele, luogo scelto dal Signore per manifestare la sua presenza e, da allora in poi, il popolo eletto testimonierà che Dio è tra gli uomini e non c’è nulla da temere.  Lo proclama il salmo responsoriale: “Misericordioso e pietoso è il Signore”, cioè tenerezza e pietà riprendendo un’altra rivelazione di Dio a Mosè (Es 34,6) e le due si fondono in un’unica verità. Il salmo continua: “Il Signore compie cose giuste, difende i diritti di tutti gli oppressi. Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie, le sue opere ai figli d'Israele”. Dio è lo stesso da sempre a per sempre: è in mezzo a noi, fiamma, fuoco di tenerezza e pietà e Israele è chiamato a testimoniare questo nel mondo che ha bisogno di tale messaggio perché soffre se non vi arde tale fuoco. Da qui nasce la predicazione dei profeti che sempre pongono in luce due aspetti della vocazione di Israele: Proclamare la propria fede rivelando la verità di cui si è portatori ed agire a immagine del proprio Signore, operando cioè nella giustizia a difesa degli oppressi. Tutti i profeti lottarono contro l’idolatria perché un popolo che ha sperimentato la presenza del Dio che vede le sue sofferenze non può riporre fiducia in idoli di legno o di pietra e al tempo stesso deve difendere i diritti degli oppressi, come dice Isaia: “Il digiuno che mi piace…è condividere il tuo pane con chi ha fame, accogliere in casa i poveri senzatetto, vestire chi trovi nudo, non voltare le spalle al tuo simile” (Is 58,6-7). 

 

*Seconda lettura dalla Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi (10, 1-6.10-12)

Per mettere in guardia la comunità di Corinto, essendo importante quanto sta per dire, Paolo inizia così: “Non voglio che ignoriate, fratelli”, ricorda poi ciò che è accaduto durante l’uscita dall’Egitto e termina con “quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”, cioè non sopravvalutatevi dato che nessuno è al riparo dalla tentazione. Nei primi capitoli della lettera l’Apostolo ha posto in guardia i cristiani di Corinto dai tanti rischi di corruzione e immoralità esistenti, invitando ad essere umili. Propone loro una rilettura dell’intera storia del popolo d’Israele durante l’Esodo: storia dove non sono mancati i doni di Dio, ma emerge sempre la volubilità dell’uomo. Dio promise a Mosè di essere il Dio fedele, presente al suo popolo nel difficile cammino verso la libertà, attraverso il deserto del Sinai, ma in cambio in molte occasioni il popolo ha tradito la sua Alleanza. L’Apostolo ripercorre le tappe narrate nel libro dell’Esodo, fin dalla partenza dall’Egitto prima ancora del passaggio del Mar Rosso, quando il Signore stesso aveva preso in mano la guida delle operazioni marciando alla loro testa di giorno in una colonna di nube, per indicar loro la via e di notte con una colonna di fuoco (cf Es 13,21-22). Fin dal primo accampamento, però, il popolo vedendo gli Egiziani alle spalle ebbe paura e si ribellò contro Mosè: “Forse perché in Egitto non c’erano tombe, ci hai portati a morire nel deserto? Che cosa ci hai fatto, facendoci uscire dall’Egitto? … Lasciaci stare, vogliamo servire gli Egiziani. Per noi è meglio servire gli Egiziani che morire nel deserto!”» (cf Es 14,10-11). E questo si ripeterà a ogni difficoltà perché il cammino della libertà è pieno di ostacoli e costante la tentazione di ricadere nella vecchia schiavitù. Paolo trasmette ai Corinzi questo messaggio: Cristo vi ha liberati, spesso però siete tentati di ricadere nei vecchi errori e non vi rendete conto che questi comportamenti vi rendono schiavi. Il cammino di Cristo vi sembra difficile, ma fidatevi di lui: solo lui è il vero liberatore. Anche nel passaggio del Mar Rosso, in una situazione umanamente disperata, Dio intervenne (cf Es 14,19) e il popolo poté attraversarlo perché le acque si aprirono per lasciarlo passare: «Il Signore durante tutta la notte sospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero» (Es 14,21). Le prove continueranno e, in molte occasioni, gli Israeliti torneranno a rimpiangere la sicurezza della schiavitù in Egitto. Si lamentano e a ribellarno invece di avere fiducia pur sapendo che Dio intervene sempre. L’episodio che meglio evidenzia questa crisi è quando nel deserto il popolo iniziò a soffrire realmente la sete e cominciò a protestare accusando Mosè e, attraverso di lui, Dio stesso: “Perché ci hai fatti salire dall’Egitto? Per farci morire di sete, noi, i nostri figli e il nostro bestiame?” (Es 17,3). Fu allora che Mosè colpì la Roccia e ne sgorgò acqua e diede a quel luogo il nome di Massa e Meriba, che significa “Prova e Contesa”, perché  i figli d’Israele avevano contestato il Signore (Es 17,7). I problemi dei Corinzi, ovviamente, non sono gli stessi, ma esistono altre “Egitto” e altre forme schiavitù: per questi nuovi cristiani ci sono delle scelte da compiere in nome del loro battesimo, ci sono comportamenti che non si possono più mantenere. E queste scelte diventano talora dolorose. Pensiamo alle esigenze del catecumenato che comportavano vere rinunce a certi comportamenti, a certe relazioni e talvolta persino a un mestiere; rinunce che si possono accettare soltanto quando si pone tutta la fiducia in Gesù Cristo. Nella società mista e particolarmente permissiva di Corinto, mantenere un comportamento cristiano richiedeva coraggio, ma sottolinea Paolo, ciò che sembra follia agli uomini è vera saggezza agli occhi di Dio. Non è un caso che, durante la Quaresima, la Chiesa c’invita a meditare questo testo di Paolo, che ricorda quando dobbiamo essere esigenti con noi stessi per non cadere nelle vecchie schiavitù, e invece quanta rinnovata fiducia va posta in Dio sempre e in ogni occasione.

 

*Dal Vangelo secondo san Luca (13, 1-9)

 Nel vangelo di questa domenica troviamo il racconto di due fatti di cronaca nera, il commento di Gesù con la parabola del fico e il loro accostamento sorprende, anche se sicuramente l’evangelista ce lo propone intenzionalmente. Pertanto è proprio la parabola a poterci aiutare a comprendere il senso di che cosa Gesù vuol dire sui due fatti di cronaca.

Il primo concerne un massacro di pellegrini galilei venuti a Gerusalemme per offrire nel Tempio un sacrificio. Sono eventi che all’epoca non erano inusuali dato che era nota la crudeltà di Pilato e spesso i pellegrini erano accusati di essere oppositori del potere romano.  In verità la maggioranza del popolo ebreo mal tollerava l’occupazione dei romani e proprio dalla Galilea, all’epoca della nascita di Gesù, era partita la rivolta di Giuda il Galileo. Il secondo fatto di cronaca, il crollo della torre di Siloe con 18 vittime, era una tragedia come tante. Dalle parole di Gesù possiamo intuire la domanda che i discepoli avevano sulle labbra e che spesso sentiamo ripetere anche oggi: “Che hanno fatto di male per meritare questo castigo divino? È la grande domanda sulla sofferenza che fino ad a oggi è un problema irrisolto. Nella Bibbia, il libro di Giobbe pone il problema nel modo più drammatico e i tre amici – Elifaz, Bildad e Zofar – cercano di spiegare la sua sofferenza attraverso il principio della giustizia retributiva, secondo cui la sofferenza è una punizione per il peccato e quindi Giobbe deve aver commesso qualche colpa nascosta che giustifica le sue afflizioni.  Tuttavia, Giobbe si dichiara innocente e rifiuta queste spiegazioni. Alla fine del libro, Dio interviene e rimprovera gli amici di Giobbe per aver parlato in modo scorretto di Lui, rapprovando invece la sincerità di Giobbe nella sua ricerca di risposte. Complesso è il tema della sofferenza e Dio, che pur riconosce inefficaci tutti i tentativi umani d’interpretare il dolore perché il controllo degli eventi sfugge all’intelligenza dell’uomo, invita l’uomo a mantenere la fiducia in Dio in ogni difficoltà anche la più drammatica. Di fronte all’orrore del massacro dei Galilei e del crollo della torre di Siloe, Gesù è categorico: non c’è legame diretto tra la sofferenza e il peccato per cui quei galilei non erano più peccatori degli altri e né le diciotto persone schiacciate dalla torre di Siloe erano più colpevoli degli altri abitanti di Gerusalemme. Poi però, partendo da questi due eventi, invita i discepoli a una vera conversione, anzi insiste sull’urgenza di convertirsi, facendo eco agli appelli dei profeti come Amos, Isaia e tanti altri. Segue la parabola del fico, che attenua la durezza apparente delle sue parole perché mostra che i pensieri di Dio sono molto diversi da quelli degli uomini e ci mostra il volto di un Dio paziente e misericordioso. Per noi un fico sterile che sfrutta inutilmente il terreno va tagliato, cioè qualcuno che fa del male va punito subito e persino eliminato, ma non così pensa il nostro Dio che anzi afferma: “Com’è vero che io vivo – oracolo del Signore Dio – non provo piacere nella morte del malvagio, ma nella sua conversione, affinché viva” (Ez 33,11).  Gesù non ci chiede in primo luogo di cambiare i nostri comportamenti, ma di cambiare con urgenza l’immagine di un Dio che punisce. Anzi, proprio di fronte al male il Signore è “misericordioso e pietoso”, come dice il Salmo di questa domenica: misericordioso, cioè chinato sulle nostre miserie e la conversione che attende da noi è affidarci alla sua infinita e paziente misericordia. Insomma, riprendendo le conclusioni del libro di Giobbe, Gesù invita a non cercare di spiegare la sofferenza con il peccato e con altre teorie essendo un mistero, ma a conservare nonostante tutto la fiducia in Dio. E quando dice: “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” vuole significare che l’umanità va verso la rovina quando perde la fiducia in Dio. Come Israele nel deserto, di cui Paolo ricorda l’avventura nella seconda lettura, anche noi siamo provocati a scegliere sempre se fidarci o nutrire il sospetto verso Dio. Dobbiamo però sapere che il suo disegno è sempre a nostro favore e se cambia il nostro cuore (è la conversione), cambierà anche il volto del mondo.

+Giovanni D’Ercole

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Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). For him, his brother was still lost, because he had already lost him in his heart (Pope Francis)
Ma quello non è stato l’unico momento in cui il Padre si è messo a correre. La sua gioia sarebbe incompleta senza la presenza dell’altro figlio. Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa (cfr v. 28). Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello: «quel tuo figlio», dice (v. 30). Per lui suo fratello continua ad essere perduto, perché lo aveva ormai perduto nel suo cuore (Papa Francesco)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)

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