Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
IV domenica di Quaresima [15 marzo 2026] Domenica Laetare
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Questa domenica è una pausa di luce nel cammino penitenziale. Nel vangelo Gesù dona la vista al cieco. Laetare significa questo: la luce sta già vincendo le ombre. Anche se siamo ancora in Quaresima, la Pasqua è vicina. La gioia del cieco è conquistata attraverso interrogatori, rifiuti e solitudine. Laetare non è evasione dal dolore, ma gioia che nasce dentro la prova. Laetare è il sorriso della Chiesa nel mezzo del deserto: se mi lascio illuminare da Cristo, la mia notte non è definitiva. Il cieco nato diventa così icona del catecumeno, ma anche di ogni credente che, nel cuore della Quaresima, scopre che la luce è già presente e che la gioia cristiana nasce dall’incontro con Lui.
*Prima Lettura dal primo libro di Samuele (16, 1b.6-7.10-13a)
Leggendo questo testo biblico si comprende che il grande profeta Samuele dovette imparare a cambiare il suo sguardo. Inviato da Dio a designare il futuro re tra i figli di Iesse a Betlemme, apparentemente aveva solo l’imbarazzo della scelta. Iesse fece venire per primo il figlio maggiore, di nome Eliab: alto, bello, con l’aspetto degno di succedere all’attuale re, Saul. Ma no: Dio fece sapere a Samuele che la sua scelta non cadeva su di lui: Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura… Dio non guarda come guarda l’uomo: l’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore (cf 1 Sam 16,7).
Allora Iesse fece passare i suoi figli uno dopo l’altro, in ordine di età, davanti al profeta. Ma la scelta di Dio non si posò su nessuno di loro. Alla fine dovette far chiamare l’ultimo, quello a cui nessuno aveva pensato: Davide, la cui unica occupazione era custodire il gregge. Ebbene, proprio lui Dio aveva scelto per custodire il suo popolo! Il racconto biblico sottolinea ancora una volta che la scelta di Dio si posa sul più piccolo: “Ciò che è debole nel mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti”, dirà San Paolo (1 Cor 1,27), perché “la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12,9). Ecco una buona ragione per cambiare decisamente il nostro modo di guardare gli uomini! Da questo testo traiamo almeno tre insegnamenti sulla regalità in Israele:
Primo: il re è l’eletto di Dio, ma l’elezione è per una missione. Come Israele è scelto per il servizio dell’umanità, così il re è scelto per il servizio del popolo. Questo comporta anche la possibilità di essere destituito, come avvenne per Saul: se l’eletto non compie più la sua missione, viene sostituito. Secondo: il re riceve l’unzione con l’olio; è letteralmente il “messia”, cioè “l’unto”. Dio dice a Samuele: “Riempi d’olio il tuo corno e parti! Ti mando da Iesse il Betlemita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re (1 Sam 16,1). Terzo: l’unzione conferisce lo Spirito di Dio. “Samuele prese il corno pieno d’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli e lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi” (1 Sam 16,13). Il re diventa così il rappresentante di Dio sulla terra, chiamato a governare secondo il pensiero di Dio e non secondo quello del mondo. C’è poi un grande altro insegnamento: Gli uomini si fermano all’apparenza, Dio guarda il cuore. Molti racconti biblici insistono su questo mistero: Dio sceglie spesso i più piccoli. Davide era l’ultimo dei figli di Iesse; nessuno pensava a lui per un grande futuro. Mosè si dichiarava impacciato nel parlare (Es 4,10). Geremia si riteneva troppo giovane (Ger 1,6).Lo stesso Samuele era inesperto quando fu chiamato. Timoteo era di salute fragile. E il popolo d’Israele era piccolo tra le nazioni. Queste scelte non si spiegano secondo criteri umani. Come dice Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8-9). Il testo lo riassume così: “Non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1 Sam 16,7). Questa verità protegge da due pericoli: la presunzione e lo scoraggiamento. Non è questione di merito, ma di disponibilità. Nessuno possiede in sé le forze necessarie: sarà Dio a donarle nel momento opportuno.
*Salmo responsoriale (22/23)
Abbiamo appena ascoltato questo salmo per intero: è uno dei più brevi del salterio, ma è di una tale densità che i primi cristiani lo scelsero come salmo privilegiato della notte di Pasqua. In quella notte, i nuovi battezzati, risalendo dalla vasca battesimale, cantavano il salmo 22/23 mentre si dirigevano verso il luogo della loro Confermazione e della prima Eucaristia. Per questo fu chiamato il “salmo dell’iniziazione cristiana”. Se i cristiani vi hanno potuto leggere il mistero della vita battesimale, è perché già per Israele questo salmo esprimeva in modo privilegiato il mistero della vita nell’Alleanza, della vita nell’intimità con Dio. È il mistero della scelta di Dio, che ha eletto questo popolo preciso senza altra ragione apparente se non la sua sovrana libertà. Ogni generazione si meraviglia di questa elezione e di questa Alleanza proposta: “Interroga pure i tempi antichi che ti hanno preceduto, dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra… è mai accaduta una cosa così grande?” (Dt 4,32-35). A questo popolo, liberamente scelto da Dio, è stato dato di entrare per primo nella sua intimità, non per goderne egoisticamente, ma per aprire la porta agli altri. Per esprimere la felicità del credente, il salmo 22/23 si riferisce a due esperienze: quella di un levita (un sacerdote) e quella di un pellegrino. Conosciamo l’istituzione dei leviti: secondo la Genesi, Levi era uno dei dodici figli di Giacobbe, da cui presero nome le dodici tribù d’Israele. Ma la tribù di Levi ebbe fin dall’inizio un posto particolare: al momento della divisione della terra promessa, non ricevette alcun territorio, perché consacrata al servizio del culto. Si dice che Dio stesso sia la loro eredità; immagine ripresa anche in un altro salmo: “Signore, mia parte di eredità e mio calice… per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi” (Sal 15/16,5). I leviti abitavano dispersi nelle città delle altre tribù e vivevano delle decime; a Gerusalemme erano dedicati al servizio del Tempio. Il levita del nostro salmo canta con tutto il cuore:”Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni”. La sua esperienza è immagine dell’elezione d’Israele: come il levita è felice di essere consacrato al servizio di Dio, così Israele è consapevole della sua vocazione particolare in mezzo all’umanità. Inoltre Israele si presenta come un pellegrino che sale al Tempio per offrire un sacrificio di rendimento di grazie. Durante il cammino è come una pecora: il suo pastore è Dio. Nella cultura del vicino Oriente antico, i re erano chiamati “pastori del popolo”, e anche Israele usa questo linguaggio. Il re ideale è un buon pastore, attento e forte per proteggere il gregge. Ma in Israele si affermava con forza che l’unico vero re è Dio; i re della terra sono soltanto suoi rappresentanti. Così il vero pastore d’Israele è Dio stesso: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia”. Il profeta Ezechiele ha sviluppato a lungo questa immagine. Allo stesso modo, l’Antico Testamento presenta spesso Israele come il gregge di Dio: “Egli è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce” (Sal 94/95,7). Questo richiama l’esperienza dell’Esodo: è lì che Israele ha sperimentato la premura di Dio, che lo ha guidato e fatto sopravvivere tra mille ostacoli. Per questo, quando Gesù isse: “Io sono il Buon Pastore” (Gv 10), le sue parole ebbero un effetto sconvolgente: significavano “Io sono il Re-Messia, il vero re d’Israele”. Tornando al salmo: il pellegrinaggio può essere pericoloso. Il pellegrino può incontrare nemici (“Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici”), può attraversare «la valle oscura” della morte; ma non teme, perché Dio è con lui: “Non temo alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Giunto al Tempio, offre il sacrificio di rendimento di grazie e partecipa al banchetto rituale che lo segue: una festa gioiosa, con calice traboccante e profumo d’olio sul capo. Si comprende allora perché i primi cristiani abbiano visto in questo salmo l’espressione della loro esperienza: Cristo è il vero Pastore (Gv 10); nel battesimo conduce fuori dalla valle della morte verso le acque della vita; la mensa e il calice evocano l’Eucaristia; l’olio profumato richiama la Confermazione. Ancora una volta, i cristiani scoprono con stupore che Gesù non abolisce l’esperienza di fede del suo popolo, ma la porta a compimento, donandole pienezza.
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (5,8-14)
Spesso, nelle Scritture, è la fine del testo che ne offre la chiave. Partiamo dall’ultima frase: “Per questo è detto: Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”. La formula “Per questo è detto…” mostra chiaramente che l’autore non inventa questo canto, ma lo cita. Doveva essere un inno battesimale molto conosciuto nelle prime comunità cristiane. Svegliati… risorgi… e Cristo ti illuminerà era dunque un canto dei nostri primi fratelli nella fede: e questo non può lasciarci indifferenti. Così comprendiamo meglio l’inizio del testo: serve semplicemente a spiegare le parole di quel canto. È come se, dopo una celebrazione battesimale, qualcuno avesse chiesto al teologo di turno — Paolo, o uno dei suoi discepoli (poiché non è del tutto certo che la Lettera agli Efesini sia stata scritta personalmente da lui) —: “Che cosa significano le parole che abbiamo cantato durante il battesimo?” E la risposta è questa: Grazie al battesimo è iniziata una vita nuova, radicalmente nuova. Tanto che il nuovo battezzato veniva chiamato neofita, cioè “pianta nuova”. L’autore spiega così il canto: la pianta nuova che siete diventati è profondamente diversa. Quando si fa un innesto, il frutto dell’albero innestato è diverso da quello originario; ed è proprio per questo che si fa l’innesto. Dal colore si distingue facilmente ciò che appartiene alla nuova pianta e ciò che è residuo del passato. È lo stesso per il battesimo: i frutti dell’uomo nuovo sono opere di luce; prima dell’innesto, eravate tenebra, e i vostri frutti erano opere di tenebra. Ma può accadere che riaffiorino le vecchie abitudini: per questo è importante riconoscerle. Per l’autore la distinzione è semplice: i frutti dell’uomo nuovo sono bontà, giustizia e carità. Tutto ciò che non è bontà, giustizia e carità è un germoglio dell’albero vecchio. Chi può farvi produrre frutti di luce? Gesù Cristo. Egli è tutta bontà, tutta giustizia, tutta carità. Come una pianta ha bisogno del sole per fiorire, così noi dobbiamo esporci alla sua luce. Il canto esprime insieme l’opera di Cristo e la libertà dell’uomo: “Svegliati, risorgi” — è la libertà che viene chiamata in causa. “Cristo ti illuminerà” — solo lui può farlo. Per san Paolo, come per i profeti dell’Antico Testamento, la luce è attributo di Dio. Dire “Cristo ti illuminerà” significa due cose: anzitutto, Cristo è Dio. L’unico modo di vivere in armonia con Dio è restare uniti a Cristo, cioè vivere concretamente nella giustizia, nella bontà e nella carità. Viene in mente il testo di Isaia(Is 58): condividi il pane con l’affamato, accogli il povero, vesti chi è nudo… Allora la tua luce sorgerà come l’aurora. Si tratta della gloria del Signore, la sua luce che siamo chiamati a riflettere. Come dice Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 3,18): noi riflettiamo la gloria del Signore e veniamo trasformati nella sua immagine. Riflettere significa che Cristo è la luce; noi ne siamo il riflesso. Ecco la vocazione dei battezzati: riflettere la luce di Cristo. Per questo, nel battesimo, si consegna una candela accesa al cero pasquale. In secondo luogo, una luce non brilla per sé stessa: illumina ciò che la circonda. Nella lettera ai Filippesi, Paolo scrive: “Voi brillate come astri nel mondo” (Fil 2,14-16). È il suo modo di tradurre le parole di Gesù Cristo “Voi siete la luce del mondo”. La Lettera agli Efesini, scritta direttamente da Paolo o da un suo discepolo (secondo il procedimento allora comune della “pseudepigrafia”), rimane per la Chiesa una testimonianza fondamentale della vocazione battesimale, chiamata a passare dalle tenebre alla luce.
*Dal Vangelo secondo Giovanni (9, 1-41)
La peggiore cecità non è quella che si pensa. Qui sentiamo come un’illustrazione di ciò che San Giovanni scrive all’inizio del suo Vangelo, nel cosiddetto Prologo:
“Il Verbo era la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo ha riconosciuto” (Gv 1,9-10). È quello che potremmo chiamare il dramma dei Vangeli. Ma Giovanni continua: “A quanti però lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. È esattamente ciò che accade qui: il dramma di coloro che si oppongono a Gesù e rifiutano ostinatamente di riconoscerlo come l’Inviato di Dio; ma anche, e per fortuna, la salvezza di chi ha la grazia di aprire gli occhi, come il cieco nato.
Giovanni insiste nel farci capire che esistono due tipi di cecità: la cecità fisica, che quest’uomo aveva dalla nascita e, molto più grave, la cecità del cuore.
Gesù incontra la prima volta il cieco e lo guarisce dalla cecità naturale. Lo incontra poi per la seconda volta e gli apre il cuore a un’altra luce, la vera luce. Non a caso Giovanni si premura di spiegare il significato del nome “Siloe”, che vuol dire “Inviato”. In altri casi non traduce i termini: qui lo fa perché è importante. Gesù è davvero l’Inviato del Padre per illuminare il mondo. Eppure torniamo alla stessa domanda: come mai colui che è stato mandato per portare la luce di Dio è stato rifiutato proprio da coloro che lo attendevano con più fervore? L’episodio del cieco nato avviene subito dopo la festa delle Capanne, grande solennità a Gerusalemme, durante la quale si invocava con ardore la venuta del Messia. E grande può essere il pericolo delle certezze. Al tempo di Gesù Cristo l’attesa del Messia era intensissima. La domanda era una sola: è davvero l’Inviato del Padre o è un impostore? È il Messia, sì o no? I suoi gesti erano paradossali: compiva le opere attese dal Messia — restituiva la vista ai ciechi, la parola ai muti — ma sembrava non rispettare il sabato. E proprio la guarigione del cieco avviene di sabato. Ora, se fosse davvero inviato da Dio, pensavano molti, dovrebbe osservare il sabato. Era “evidente”. Ma sono proprio queste “evidenze” il problema. Molti avevano idee troppo rigide su come doveva essere il Messia e non erano pronti alla sorpresa di Dio. Il cieco, invece, non è prigioniero di schemi. Ai farisei che gli chiedono spiegazioni, risponde semplicemente: “l’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango , me lo ha spalmato sugli occhi… mi sono lavato e ho acquistato la vista”. I farisei si dividono: Non viene da Dio, perché non osserva il sabato. Come può un peccatore compiere segni simili? Il cieco ragiona con semplicità e libertà: Se costui non venisse da Dio, non potrebbe far nulla (cfr. Gv 9,31-33). È sempre la stessa storia: chi si chiude nelle proprie certezze finisce per non vedere più nulla; chi invece fa un passo nella fede è pronto ad accogliere la grazia. E allora può ricevere da Gesù la vera luce. Questo episodio si inserisce in un contesto polemico tra Gesù e i farisei. Per due volte Gesù li aveva rimproverati di “giudicare secondo l’apparenza” (Gv 7,24; 8,15). Viene spontaneo ricordare anche l’episodio della scelta di Davide: “L’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16,7). La peggiore cecità, dunque, non è quella degli occhi, ma quella di un cuore che non vuole lasciarsi illuminare. Il cieco nato non riceve solo la vista: riceve uno sguardo nuovo. All’inizio vede Gesù come “un uomo”; poi come “profeta”; infine lo riconosce come “Signore” e si prostra davanti a Lui. Il vero miracolo non è soltanto l’apertura degli occhi, ma l’apertura del cuore. Qui si intreccia anche la sapienza del “piccolo principe” (romanzo di A.M. de Saint-Exupéry) : “L’essenziale è invisibile agli occhi”. I farisei vedono con gli occhi, ma restano ciechi dentro; il mendicante, invece, passando attraverso il rifiuto e la prova, arriva a vedere l’Invisibile. La conclusione è questa: la fede è un cammino dalla luce esterna alla luce interiore. Si può avere occhi sani e restare nelle tenebre; oppure essere stati ciechi e diventare testimoni della luce. Il cieco nato ci insegna che la vera vista è riconoscere Cristo come Luce del mondo e lasciarsi illuminare nel cuore.
+Giovanni D’Ercole
Nessuna arrendevolezza forzata
(Mc 12,28b-34)
Quella del ‘comandamento grande’ era la norma di catechismo più conosciuta, persino dagli infanti.
Gesù viene interrogato solo per ribattergli: e tu perché non osservi l’unico comandamento che anche Dio adempie - il riposo del sabato?
La sola disposizione in cui il Padre si riconosce è l’Amore, non un qualche precetto particolare - perché solo la Qualità profonda obbliga.
La proposta spirituale del Maestro fa propria la narrativa del popolo di Dio e la pratica dei Profeti: tutta cuore, piedi, mani - e intelligenza.
L’Amore completo verso Dio avvolge la creatura in ogni decisione [cuore], ogni istante e aspetto della sua “vita” concreta, tutte le proprie risorse [forze].
Mt 22,37 non cita esplicitamente quest’ultimo aspetto, forse per sottolineare che il Padre non assorbe energie in nessun modo, bensì le trasmette.
Ma Gesù aggiunge alle sfumature dell’intesa autentica con Dio enumerate nel Primo Testamento un versante inatteso per chi pensa l’amore come sentimento delicato solo emotivo.
Il Signore suggerisce lo studio, il discernimento e la comprensione delle nostre percezioni (v.30) - l’aspetto mentale e d’intelligenza profonda che integra Dt 6.
A prima vista sembra una sfaccettatura secondaria o addirittura un orpello per il balzo qualitativo da un comune senso religioso all’esistenza di Fede saggiamente e personalmente configurata.
È vero l’esatto contrario: siamo figli di un Padre che non ci soppianta, né assorbe le nostre energie o potenzialità, spersonalizzando; neppure sotto il profilo mentale.
La sola praticità rende fragili, poco consapevoli; e quando non siamo convinti neppure saremo affidabili, sempre in balia di mutevoli situazioni e dell’opinione conformista, alla moda, altrui.
Gesù non parla di amore verso Dio in termini d’intimismo e sentimento, ma di un’affinità totalmente coinvolgente, resa meno oscillante proprio dallo sviluppo della nostra misura sapienziale in merito alle questioni.
Qui c’è un Appuntamento decisivo dell’Amore a tutto tondo.
Innaturale sarebbe riconoscere un Padrone del Cielo che non Viene incontro e viceversa ci sovrasta con un suo obbiettivo, a noi estrinseco e che rende marginali.
Amare «Come [e Perché] te stesso»: è una nuova Genesi nello spirito di Dono.
Il paradosso suggerito da Gesù è che amiamo per il fatto che abbiamo cura d’incontrarci - e amiamo noi stessi - dilatando l’io nel Tu.
Il «comando grande» di Dio investe la vita reale e riguarda non solo la qualità di relazione col mondo e il prossimo ma il globale riflessivo con sé.
Non bisogna aver paura di altre dottrine e discipline, trascurando le sfide anche intellettuali che rimettono in discussione le credenze, le opere, la propria visione del mondo, il linguaggio, lo stile, e il pensiero stesso.
Valore aggiunto.
Inutile poi lamentarsi, se le realtà ecclesiali che non si aggiornano o approfondiscono, e permangono nei luoghi comuni ereditati [o nelle voghe] lentamente decadono, quindi scompaiono.
Per questo alle note antiche del vero amore il Figlio di Dio aggiunge la ‘qualità della mente’: non siamo dei creduloni, sprovveduti, unilaterali.
Le nostre mani tese sono frutto di scelta libera e consapevole. Nessuna arrendevolezza forzata.
«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» [Giovanni Paolo II].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cos’è Grande per te? Ti documenti e aggiorni per poter corrispondere meglio alla Chiamata di Dio?
[Venerdì 3.a sett. Quaresima, 13 marzo 2026]
Il comandamento grande: Amore
(Mc 12,28b-34)
«Qual è primo comandamento di tutti? Rispose Gesù […] Primo è: Ascolta Israele. Il Signore nostro Dio è unico Signore, e amerai il Signore Dio tuo da tutto tuo cuore e da tutta tua vita e da tutta tua mente e da tutto tuo molto» (vv.28-30; Dt 6,4-5).
Gesù trasforma in questione cruciale quella che era la più banale delle domande di catechismo: qual è il «grande» comandamento?
Malgrado le diverse scuole teologiche, la risposta era ben nota a tutti: il riposo del sabato, unica prescrizione osservata (persino) da Dio.
La questione posta al Maestro dall’esperto della Legge non era così innocente, ma «per metterlo alla prova» (Mt 22,35; Lc 10,25) - ossia per ribattergli: e allora come mai tu non adempi il precetto del sabato?
Cristo semplifica il groviglio delle dispute, circa l’allargamento o la riduzione delle casistiche teoriche, e va al punto.
Sempre allergico ai bisticci sulle dottrine, Egli fa una proposta di vita come momento unitivo delle esigenze dell’Alleanza.
Tutte le norme hanno un’essenza, altrimenti restano un coacervo dispersivo. Trovano fondamento spontaneo e significato naturale nel dono di sé - però motivato.
Ma qual è il punto solido e il contesto di un simile invito? Un sentimento vago, un’emozione fra le tante, un moto passeggero? Filantropia? O un’esperienza?
Siamo assetati d’affetto e concediamo amicizia a corrente alternata, tanto da far diventare l’amore una fonte di equivoci, radicati nel bisogno di completarsi.
Ecco perché il secondo comandamento appare come una spiegazione del primo, non una sua riduzione [Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27].
Nel mondo antico non aveva senso parlare di amore verso Dio, Mistero ineffabile.
Era l’Altissimo che prediligeva qualcuno donandogli fortuna materiale, e costui gli riconosceva un dovere di culto, e sacrifici.
Idem per gli sfortunati, almeno per evitare ritorsioni (e tenerselo buono).
Con Gesù si parla apertamente di gratuità - non semplice gratitudine - come nucleo unificante, sia della persona che della storia della salvezza.
Finisce l’idea dello scambio di favori.
Il Padre non ha bisogno di nulla; non gode di vederci sottomessi e sentirsi riconosciuto [schema della religiosità pagana] come farebbe un sovrano nei confronti dei sudditi.
La Relazione con l’Eterno rimane concreta, ma l’onore verso l’Altissimo si manifesta facendo proprio il suo progetto di bene e di crescita nei confronti dell’uomo, e riconoscendosi in esso.
Il piano di Dio si dispiega... con una esigenza viva. Ma c’è una Partenza, un Centro e un Arrivo. In realtà, una nuova Genesi.
In ogni caso, solo l’iniziativa di Dio estrae da noi il meglio: più talento, più desiderio, più interessi, più capacità inespresse, più inedito - invece di tormenti che fanno male all’anima.
È la differenza tra religiosità che affievolisce la personalità, e Fede.
Per via di Fede scatta una Relazione creativa speciale: quella di colui che accoglie la Chiamata per Nome, nonché le proposte della stessa Fonte dell’essere - onda su onda.
Esse anticipano le nostre iniziative e ci guidano infallibilmente alla perfetta fioritura del personale e altrui Seme.
Soprattutto in Mt (22,38-39) e Mc (12,29-31) è chiaro che l’amore al prossimo deriva dall’esperienza e dalla consapevolezza di essere amati prima e senza condizioni previe da Dio - guardati, accettati, valorizzati, promossi, rallegrati, completati.
Si ama non per sforzo [la forza è una leva dirigista: produce episodi che fanno peggiorare la vita] ma sulla base di quanto ci sentiamo amati - e con immediatezza, ripetutamente, senza condizioni.
Si ama sull’argomento del “a perdere” già sperimentato a proprio favore dalla Provvidenza, che dà senso e valore agli atti umani.
Non per infatuazione di aspettative esterne, indotte, comunque altrui.
Anche in campo spirituale, non pochi comportamenti ritenuti in grado di risolvere problemi, spesso li cronicizzano.
In tal guisa, essi fanno leva su un’idea di permanenza - non sulla dinamica di gratuità vocazionale, sul Dono inimmaginabile, da accogliere.
Dunque il punto è regolarsi secondo risorse che vengono, o la distorsione dei modelli, tipica della mentalità moralista.
Infatti lo schema d’onnipotenza nel bene, paradossalmente, ripiega l’io e le sue forze, e ne distorce lo sguardo.
Ma al di là di tutte le sfumature, siamo rallegrati che primo e secondo comandamento riguardino l’Amore: ciò che più desideriamo fare e ricevere. È un’urgenza della vita.
Eppure bisogna essere sapienti, affinché lo schema dei paradigmi o gli stimoli dell’affetto naturale e delle precipitazioni non travolgano e trascinino via - capovolgendo - ogni buona intenzione.
L’Amore non sopporta l’eccesso di aspettative, perché scaturisce da una esperienza di Perfezione che giunge; offerta, inattesa, imprevedibile. Non già allestita secondo propositi concatenati e normali.
Se autentica, nel tempo sperimenteremo la fioritura; non nell’attesa di un ritorno, ma anzitutto in un Dono fuori del tempo. Perché esso ci ha già saziati e convinti - con stupore contemplativo - e fatti trasalire di gioia.
Così l’Eros vocazionale e fondante continuerà a plasmarci, con la sua virtù perennemente esplorativa e capace di attivare nuove Nascite.
Energia personale - senza i soliti bagagli di tormento, riserve, esteriorità... e (di nuovo) corrucci.
Comandamento Grande: solo la Qualità profonda obbliga
La sola disposizione in cui il Padre si riconosce è l’Amore, a tutto spiano e a tutto tondo; non un qualche precetto particolare.
Per Gesù non vi sono classifiche nelle cose di Dio e dell’uomo - infatti Egli mostrava una spiccata tendenza a riassumere le molte disposizioni - perché solo la Qualità profonda obbliga.
La proposta spirituale del Maestro faceva propria la narrativa del popolo di Dio e la pratica dei Profeti: tutta cuore, piedi, mani - e intelligenza.
L’Amore completo verso Dio deve avvolgere la creatura in ogni decisione [cuore].
Parimenti, in ogni istante e aspetto della sua “vita” concreta, nonché coinvolgere tutte le proprie risorse [forze: cf. Mc 12,30; Lc 10,27].
Dt 6,5 (testo ebraico) recita infatti: «con tutto il tuo “molto”», intendendo una partecipazione concreta sia alla vita cultuale che alla fraternità materiale - provvedendo e aiutando coi propri beni.
Mt non cita esplicitamente quest’ultimo aspetto, forse per sottolineare che il Padre non assorbe energie in nessun modo, bensì le trasmette.
Ma Gesù aggiunge alle sfumature dell’intesa autentica con Dio enumerate nel Primo Testamento un versante inatteso per chi pensa l’amore come sentimento delicato solo emotivo.
Il Signore suggerisce lo studio, il discernimento e la comprensione delle nostre percezioni [Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27] accompagnate dall’aspetto mentale e d’intelligenza profonda (escluso in Dt 6).
A prima vista sembra una sfaccettatura secondaria o addirittura un orpello per il balzo qualitativo da un comune senso religioso all’esistenza di Fede saggiamente e personalmente configurata.
È vero l’esatto contrario: siamo figli di un Padre che non ci soppianta, né assorbe le potenzialità o energie, spersonalizzando; neppure sotto il profilo mentale.
È un risvolto capitale della nostra dignità e promozione - anche umana - e discrimine specifico nel discernimento della Fede in Cristo, rispetto a tutte le soluzioni devote alla ricerca dell’Assoluto (qualunque).
La sola praticità rende fragili, poco consapevoli; e quando non siamo convinti neppure saremo affidabili, sempre in balia di mutevoli situazioni e dell’opinione conformista, alla moda, altrui.
Non di rado si fugge il confronto a tutto campo che arricchirebbe ciascuno - proprio per incompetenza.
Ma non siamo dei creduloni unilaterali. Essere attenti e aggiornati, avere capacità di pensiero anche critico è dilatazione richiesta in ordine allo sviluppo della propria vocazione umana, morale, culturale e spirituale.
Banalità, identificazioni, scopiazzature impersonali e ripetizioni assembleari poco vigili intralciano la marea della vita, questa cascata divina di energia perenne che pulsa e non si spegne.
Anzi, essa viene con appelli che smuovono: chiama a spalancarci verso nuove attrattive di relazione e altri interessi, anche intellettuali; perfino denominazionali.
Gesù non parla di amore verso Dio in termini d’intimismo e sentimento, ma di un’affinità totalmente coinvolgente, resa meno incerta proprio dallo sviluppo della nostra misura sapienziale, in merito alle questioni.
La devozione ingoia tutto. Invece, la Fede non si lascia plagiare dalla civiltà locale o dell’esterno: suppone una capacità di entrare in modo competente nelle valutazioni personali o inerenti il dibattito comunitario e d’insieme - storico e aggiornato.
La testimonianza della nostra Speranza non disdegna di lasciarsi fecondare dal dialogo con chi ha maggiore perizia psicologica o biblica, pastorale specialistica e sociale, nonché archeologica, bioetica, economica, scientifica e così via.
Un impegno che dimostra vero interesse al Sacro [certo, tutti aspetti da sottoporre a valutazione non come si trattasse di opzioni scolastiche].
Ma bisogna ammettere che una delle più organiche espressioni della grande teologia cattolica è quella che un tempo si denominava “dottrina” dei sette Doni dello Spirito Santo.
Nell’esistenza d’Amore si riconosceva il primato (anche relazionale) del Dono dello Spirito, che completava le possibilità di espressione “naturale” delle virtù cardinali e teologali, conducendole a pienezza.
Ben quattro dei sette Doni venivano correlati ad un carattere di profondo sapere: Sapienza, Intelletto, Consiglio e Scienza.
Insomma: qui c’è ancora un Appuntamento decisivo per l’Amore a tutto tondo.
Lasciarsi andare a qualche battuta sulla falsariga credente è dominio di tutti [individualista o di cerchia] ma la capacità di entrare in merito è solo di quanti hanno voluto vagliare e vivere le tematiche - perché più interessati a comprendere il Volto di Dio e il suo Disegno sull’umanità che a ribadire finte sicurezze narrative.
Innaturale sarebbe riconoscere un Padrone del Cielo che non Viene incontro; come se ci sovrastasse con un “suo” obbiettivo (a noi estrinseco) e così rendesse tutti marginali.
[Nelle sètte - perfino quelle dall’aspetto bonario - è fatto divieto l’approfondire, per capire: la posizione c’è già, il candidato deve “solo” adeguarsi].
«Come (e perché) te stesso» [senso del testo greco: Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27]: è una nuova Nascita di vita, nuova Genesi nello spirito di Dono.
Il paradosso suggerito da Gesù supera la norma antica di Lv 19,18.
Amiamo non solo i figli del nostro popolo, «per il fatto che» abbiamo cura d’incontrarci e vogliamo arricchire noi stessi insieme, dilatando l’io nel Tu.
Il «Comando grande» di Dio investe la vita reale e riguarda non solo la qualità di relazione col mondo e il prossimo, ma il globale riflessivo con sé.
Non bisogna aver paura di altre dottrine e discipline, trascurando sfide analitiche oltre quelle “organiche” - quelle di lungo periodo.
Tutte rimettono in discussione credenze, opere, la propria visione del mondo; linguaggio, stile, e pensiero stesso.
Abbiamo ancora un gran bisogno di allargare la mente e diventare vasti come un panorama. E riarmonizzare gli opposti che ci trasciniamo dentro.
Lati e Perle nascoste cui ancora non abbiamo dato respiro, o visibilità - e forse mai considerato Alleati.
Resta unica la sorte travagliata che accomuna i profeti, ma non sono le certezze (antiche, o sofisticate, alla moda, à la page) il valore aggiunto dell’avventura di Fede nell’Amore - bensì il rischio del mettersi in bilico e la rielaborazione a tutto campo.
Inutile poi lamentarsi, se le realtà ecclesiali che non si aggiornano, e permangono nei luoghi comuni ereditati, lentamente decadono, quindi scompaiono.
A dispetto del loro patrimonio eclatante e dei fiabeschi eventi.
In tal guisa, il «dottore della legge» è forse già vicino [Mc 12,34; Lc 10,28] ma deve ancora tenere d’occhio Gesù, per comprendere in Lui il senso più dilatato del dono totale, nello specifico personalizzante, che non è ingenuo.
Il Signore riporta il senso delle norme alla loro funzione profonda e originaria: farsi viatico di ogni Incontro che solleva accadimenti, persone di qualsiasi estrazione, e il creato.
In conclusione, esperienza e rito hanno il loro fulcro nella reciprocità dell’amore.
La vita in tutte le sue sfaccettature diventa Liturgia più significativa del gesto di culto accreditato; il suo Pane davvero spezzato si fa appello convincente alla Comunione e Missione.
Anche se non fa notizia, termometro autentico del nostro cammino non sarà il volume o il mucchio di cose importanti che facciamo, bensì un pulsare di cuore e mente rigenerati.
Per questo alle note antiche del vero Amore il Figlio di Dio aggiunge la qualità del pensiero: non siamo dei creduloni, sprovveduti, unilaterali.
Le nostre mani tese sono frutto di scelta libera e consapevole. Nessuna arrendevolezza forzata.
«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» [Giovanni Paolo II].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Cos’è Grande per te? Titoli? Avere, potere, apparire?
Qual è nella tua esperienza dell’Amore il punto di Partenza, il Centro e l’Arrivo?
Ti documenti e aggiorni per poter corrispondere meglio alla Chiamata di Dio?
Relazione profonda
Cari fratelli e sorelle!
Il Vangelo […] ci ripropone l’insegnamento di Gesù sul più grande comandamento: il comandamento dell’amore, che è duplice: amare Dio e amare il prossimo. I Santi, che abbiamo da poco celebrato tutti insieme in un’unica festa solenne, sono proprio coloro che, confidando nella grazia di Dio, cercano di vivere secondo questa legge fondamentale. In effetti, il comandamento dell’amore lo può mettere in pratica pienamente chi vive in una relazione profonda con Dio, proprio come il bambino diventa capace di amare a partire da una buona relazione con la madre e il padre. San Giovanni d’Avila, che ho da poco proclamato Dottore della Chiesa, così scrive all’inizio del suo Trattato dell’amore di Dio: «La causa - dice - che maggiormente spinge il nostro cuore all’amore di Dio è considerare profondamente l’amore che Egli ha avuto per noi… Questo, più dei benefici, spinge il cuore ad amare; perché colui che rende ad un altro un beneficio, gli dà qualcosa che possiede; ma colui che ama, dà se stesso con tutto ciò che ha, senza che gli resti altro da dare» (n. 1). Prima di essere un comando - l’amore non è un comando - è un dono, una realtà che Dio ci fa conoscere e sperimentare, così che, come un seme, possa germogliare anche dentro di noi e svilupparsi nella nostra vita.
Se l’amore di Dio ha messo radici profonde in una persona, questa è in grado di amare anche chi non lo merita, come appunto fa Dio verso di noi. Il padre e la madre non amano i figli solo quando lo meritano: li amano sempre, anche se naturalmente fanno loro capire quando sbagliano. Da Dio noi impariamo a volere sempre e solo il bene e mai il male. Impariamo a guardare l’altro non solamente con i nostri occhi, ma con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo. Uno sguardo che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro: attese di essere ascoltato, di un’attenzione gratuita; in una parola: di amore. Ma si verifica anche il percorso inverso: che aprendomi all’altro così com’è, andandogli incontro, rendendomi disponibile, io mi apro anche a conoscere Dio, a sentire che Egli c’è ed è buono. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili e stanno in rapporto reciproco. Gesù non ha inventato né l’uno né l’altro, ma ha rivelato che essi sono, in fondo, un unico comandamento, e lo ha fatto non solo con la parola, ma soprattutto con la sua testimonianza: la Persona stessa di Gesù e tutto il suo mistero incarnano l’unità dell’amore di Dio e del prossimo, come i due bracci della Croce, verticale e orizzontale. Nell’Eucaristia Egli ci dona questo duplice amore, donandoci Se stesso, perché, nutriti di questo Pane, ci amiamo gli uni gli altri come Lui ci ha amato.
Cari amici, per intercessione della Vergine Maria, preghiamo affinché ogni cristiano sappia mostrare la sua fede nell’unico vero Dio con una limpida testimonianza di amore verso il prossimo.
(Papa Benedetto, Angelus 4 novembre 2012)
1. Con la centralità dell'amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d'Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L'Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze » (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell'amore di Dio con quello dell'amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro.
18. Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno. Qui si mostra l'interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, di cui la Prima Lettera di Giovanni parla con tanta insistenza. Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell'altro sempre soltanto l'altro e non riesco a riconoscere in lui l'immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l'attenzione per l'altro, volendo essere solamente « pio » e compiere i miei « doveri religiosi », allora s'inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto « corretto », ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi — pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta — hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell'amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un « comandamento » dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L'amore cresce attraverso l'amore. L'amore è « divino » perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia « tutto in tutti » (1 Cor 15, 28).
[Deus Caritas est, nn.1.18]
1. “Se uno dicesse: ‘Io amo Dio’, e odiasse il proprio fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Gv 4, 20-21).
La virtù teologale della carità, di cui abbiamo parlato nella scorsa catechesi, si esprime nella duplice direzione: verso Dio e verso il prossimo. Nell’uno e nell’altro aspetto, essa è frutto del dinamismo stesso della vita della Trinità dentro di noi.
La carità ha infatti nel Padre la sua sorgente, si rivela pienamente nella Pasqua del Figlio crocifisso e risorto, è infusa in noi dallo Spirito Santo. In essa Dio ci rende partecipi del suo stesso amore.
Se si ama davvero con l’amore di Dio, si amerà anche il fratello come Lui lo ama. Qui sta la grande novità del cristianesimo: non si può amare Dio, se non si amano i fratelli creando con loro un’intima e perseverante comunione di amore.
2. L’insegnamento della Sacra Scrittura a tal proposito è inequivocabile. L’amore dei propri simili viene già raccomandato agli Israeliti: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19, 18). Se questo precetto in un primo momento sembra ristretto ai soli Israeliti, esso tuttavia è inteso man mano in senso sempre più largo, includendo anche gli stranieri che abitano in mezzo a loro, nel ricordo che lo stesso Israele è stato straniero in terra d’Egitto (cfr Lv 19, 34; Dt 10, 19).
Nel Nuovo Testamento questo amore viene comandato in un senso chiaramente universale: suppone un concetto di prossimo che non ha frontiere (cfr Lc 10, 29-37) ed è esteso anche ai nemici (cfr Mt 5, 43-47). È importante notare che l’amore del prossimo è visto come imitazione e prolungamento della bontà misericordiosa del Padre celeste che provvede alle necessità di tutti e non fa distinzioni di persone (cfr Ivi, v. 45). Esso resta comunque legato all’amore verso Dio: i due comandamenti dell’amore rappresentano infatti la sintesi e il vertice della Legge e dei Profeti (cfr Mt 22, 40). Solo chi pratica ambedue i comandamenti non è lontano dal Regno di Dio, come Gesù stesso sottolinea, rispondendo ad uno scriba che lo aveva interrogato (cfr Mc 12, 28-34).
3. Seguendo questo itinerario, che collega l’amore del prossimo a quello di Dio ed entrambi alla vita di Dio in noi, è facile comprendere come l’amore sia presentato nel Nuovo Testamento come un frutto dello Spirito, anzi come il primo fra i molti doni elencati da san Paolo nella Lettera ai Galati: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5, 22).
Nella tradizione teologica si sono distinti, pur ponendoli in correlazione, le virtù teologali, i doni e i frutti dello Spirito Santo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1830-1832). Mentre le virtù sono qualità permanenti conferite alla creatura in vista delle opere soprannaturali che deve compiere e i doni perfezionano le virtù sia teologali che morali, i frutti dello Spirito sono atti virtuosi che la persona compie con facilità, in modo abituale e con diletto (cfr S. Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 70 a. 1, ad 2). Queste distinzioni non si oppongono a ciò che Paolo afferma parlando al singolare di frutto dello Spirito. L’Apostolo infatti intende indicare che il frutto per eccellenza è la stessa carità divina che è l’anima di ogni atto virtuoso. Come la luce del sole si esprime in una gamma sconfinata di colori, così la carità si manifesta in molteplici frutti dello Spirito.
4. In questo senso nella Lettera ai Colossesi si dice: “Al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione” (3, 14). L’inno alla carità contenuto nella prima Lettera ai Corinzi (cfr 1 Cor 13) celebra questo primato della carità su tutti gli altri doni (cfr vv. 1-3), e persino sulla fede e la speranza (cfr v. 13). Di essa l’apostolo Paolo afferma: “La carità non avrà mai fine” (v. 8).
L’amore verso il prossimo ha una connotazione cristologica, poiché deve adeguarsi al dono che Cristo ha fatto della propria vita: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3, 16). In quanto misurato sull'amore di Cristo, esso può dirsi “comandamento nuovo”, che permette di riconoscere i veri discepoli: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). Il significato cristologico dell’amore del prossimo risplenderà nella seconda venuta di Cristo. Proprio allora, infatti, si constaterà che il metro di giudizio dell’adesione a Cristo è precisamente l’esercizio quotidiano e visibile della carità verso i fratelli più bisognosi: “Ero affamato e mi avete dato da mangiare . . .” (cfr Mt 25, 31-46).
Solo chi si lascia coinvolgere dal prossimo e dalle sue indigenze, mostra concretamente il suo amore per Gesù. La chiusura e l’indifferenza verso l’“altro” è chiusura verso lo Spirito Santo, dimenticanza di Cristo e negazione dell’universale amore del Padre.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 20 ottobre 1999]
È un invito a scoprire «gli idoli nascosti nelle tante pieghe che abbiamo nella nostra personalità», a «cacciare via l’idolo della mondanità, che ci porta a diventare nemici di Dio» quello rivolto da Papa Francesco durante la messa di stamattina, giovedì 6 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae […] L’esortazione a intraprendere «la strada dell’amore a Dio», a mettersi in «cammino per arrivare» al suo regno è stata il coronamento di una riflessione incentrata sul brano del vangelo di Marco (12, 28-34), in cui Gesù risponde allo scriba che lo interroga su quale sia il più importante di tutti i comandamenti. La prima annotazione del Pontefice è che Gesù non risponde con una spiegazione ma usando la parola di Dio: «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore». Queste, ha detto, «non sono parole di Gesù». Infatti, egli si rivolge allo scriba come aveva fatto con Satana nelle tentazioni, «con la parola di Dio; non con le sue parole». E lo fa utilizzando «il credo d’Israele, quello che gli ebrei tutti i giorni, e parecchie volte al giorno, dicono: Shemà Israel! Ricordati Israele, di amare solo Dio».
In proposito il Pontefice ha confidato di ritenere che lo scriba in questione forse «non era un santo, e andava un po’ a mettere alla prova Gesù o anche a farlo cadere in una trappola». Insomma le sue intenzioni non erano delle migliori, perché «quando Gesù risponde con la parola di Dio» vuol dire che c’è di mezzo una tentazione. «E questo si vede anche quando lo scriba gli dice: hai detto bene maestro», dando l’impressione di approvarne la risposta. Per questo Gesù gli risponde «non sei lontano dal Regno di Dio. Tu sai bene la teoria, tu sai bene che questo è così, ma non sei lontano. Ancora ti manca qualcosa per arrivare al Regno di Dio». Questo significa che c’è da intraprendere «un cammino per arrivare al Regno di Dio»; occorre «mettere in pratica questo comandamento».
Di conseguenza, «la confessione di Dio si fa nella vita, nel cammino della vita; non basta — ha avvertito il Papa — dire: io credo in Dio, l’unico»; ma bisogna chiedersi come si vive questo comandamento. In realtà, spesso si continua a «vivere come se lui non fosse l’unico Dio» e come se ci fossero «altre divinità a nostra disposizione». È quello che Papa Francesco definisce «il pericolo dell’idolatria», la quale «è portata a noi con lo spirito del mondo». E Gesù su questo è sempre stato chiaro: «Lo spirito del mondo no». Tanto che nell’ultima cena «chiede al Padre che ci difenda dallo spirito del mondo, perché esso ci porta all’idolatria». Anche l’apostolo Giacomo, nel quarto capitolo della sua lettera, ha idee molto chiare: chi è amico del mondo è nemico di Dio. Non c’è un’altra opzione. Lo stesso Gesù aveva usato parole simili, ha ricordato il Santo Padre: «O Dio o il denaro; non si può servire i soldi e Dio».
Per Papa Francesco è lo spirito del mondo che ci porta all’idolatria e lo fa con furbizia. «Io sono sicuro — ha detto — che nessuno di noi va davanti a un albero per adorarlo come un idolo»; che «nessuno di noi ha statue da adorare in casa propria». Ma, ha messo in guardia, «l’idolatria è sottile; noi abbiamo i nostri idoli nascosti, e la strada della vita per arrivare, per non essere lontani dal Regno di Dio, è una strada che comporta scoprire gli idoli nascosti». Ed è un compito impegnativo, visto che spesso li teniamo «ben nascosti». Come fece Rachele quando fuggì con il marito Giacobbe dalla casa di suo padre Labano, e avendogli sottratto gli idoli, li nascose sotto la cavalcatura su cui si era seduta. Così quando il padre la invitò ad alzarsi, rispose «con scuse, con argomentazioni» per occultare gli idoli. Lo stesso, secondo il Papa, facciamo anche noi, che teniamo i nostri idoli «nascosti nelle nostre cavalcature». Per questo «dobbiamo cercarli e dobbiamo distruggerli, come Mosè ha distrutto l’idolo d’oro nel deserto».
Ma come smascherare questi idoli? Il Santo Padre ha offerto un criterio di valutazione: sono quelli che fanno fare il contrario del comandamento: «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore». Perciò «la strada dell’amore a Dio — amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e tutta la tua anima — è una strada d’amore; è una strada di fedeltà». Al punto che «al Signore piace fare la comparazione di questa strada con l’amore nuziale. Il Signore chiama la sua Chiesa, sposa; la nostra anima, sposa». Parla cioè di «un amore che somiglia tanto all’amore nuziale, l’amore di fedeltà». E quest’ultima ci impone «di cacciare via gli idoli, di scoprirli», perché ci sono e sono ben «nascosti, nella nostra personalità, nel nostro modo di vivere»; e ci rendono infedeli nell’amore. Non è un caso infatti che l’apostolo Giacomo, quando ammonisce: «chi è amico del mondo è nemico di Dio» incomincia rimproverandoci e usando il termine “adulteri”, perché «Chi è amico del mondo è un idolatra e non è fedele all’amore di Dio».
Gesù dunque propone «una strada di fedeltà», secondo un’espressione che Papa Francesco ritrova in una delle lettere dell’apostolo Paolo a Timoteo: «Se tu non sei fedele al Signore, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. Lui è la fedeltà piena. Lui non può essere infedele. Tanto è amore che ha per noi». Mentre noi, «con le piccole o non tanto piccole idolatrie che abbiamo, con l’amore allo spirito del mondo», possiamo diventare infedeli. La fedeltà è l’essenza di Dio che ci ama. Da qui l’invito conclusivo a pregare così: «Signore, tu sei tanto buono, insegnami questa strada per essere ogni giorno meno lontano dal regno di Dio; questa strada per cacciare via tutti gli idoli. È difficile — ha ammesso il Pontefice — ma dobbiamo cominciare».
[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 07/06/2013]
Lc 11,14-23 (14-26)
Il pregiudizio intacca l’unione, e nessuno può mettere Gesù sotto sequestro, tenendolo in ostaggio. Egli è il forte che nessuna cittadella arroccata può arginare.
Chi teme di perdere il comando e smarrire il proprio prestigio artefatto ha già perduto. Non c’è armatura o bottino che tenga.
Non c’è costume né compromesso o gendarmeria in cui confidare, che possa resistere all’assedio della Libertà in Cristo.
Le Scritture formano una unità inscindibile. Tuttavia, solo in Lui la Tradizione non blocca i carismi, non ci sminuisce, non causa ansietà, né porta allo scrupolo - bensì acquista il suo risvolto vitale.
L’amicizia col Risorto è infatti straordinariamente originale, e ha rispetto delle unicità. Sta in una continuità e insieme nella rottura con la mente antica. Monoteismo vitale d’uno Spirito nuovo, che accoglie i Doni.
Le autorità erano attaccate al finto prestigio conquistato e preoccupatissime del fatto che Gesù fosse fedele al proprio compito unico.
In Lui, anche l’attività della sua Chiesa opera esorcismi: emancipa da forze-condizionamenti-strutture disumanizzanti. Si muove non su un piano legalista, ma di credo-amore operante che garantisce a ciascuno quel cammino di spontaneità e pienezza desiderate nell’intimo.
Col superamento di antiche convinzioni che mettevano fra parentesi la realtà delle persone e ne accentuavano i blocchi, la comunità dei figli nel Risorto è chiamata a diventare ‘potenza’ di Dio.
Segno palese della presenza intraprendente dello Spirito personale e solerte [«il dito di Dio»: v.20] che surclassa la spiritualità vuota e indolente.
E come mai Gesù sottolinea che la seconda caduta è più rovinosa della prima (vv.24-26)?
Mentre Lc redige il Vangelo, a metà anni 80 si registravano non poche defezioni, a motivo delle persecuzioni.
I credenti avvilivano, costernati dal disprezzo sociale - così molti vedevano impallidire l’ebbrezza entusiastica dei primi tempi.
I modi di fare non spostavano il quadro normale di riferimento, mentre le difficoltà facevano cadere le braccia ad alcuni.
Afflizioni che parevano mettere una pietra tombale sulla speranza di poter effettivamente edificare una società alternativa.
Ma il Vangelo ribadisce che non è previsto un atteggiamento neutrale (v.23) a distanza di sicurezza. Nella vocazione non ci sono mezze misure: solo scelte chiare, e niente esigenze represse.
Il battezzato in Cristo vive attitudini piene, indipendentemente da circostanze favorevoli o meno; rimane ben distante da timori puerili, gode d’un cuore libero. È fermo nell’azione.
Mette in preventivo di poter essere ‘viandante’ posto sotto assedio dal sistema che non sopporta cambiamenti veri (v.22).
In ciò riposa, sempre chiamando in causa le proprie radici naturali e caratteriali - dove sono custodite le energie primordiali dell’anima e i sogni innati [che curano e guidano].
Del resto, il suo itinerario è contromano e sicuramente punteggiato di dure lezioni. Ma i momenti difficilissimi saranno ulteriori ‘chiamate’ alla trasformazione.
Rinati in Cristo che tutela e promuove la nostra eccezionale originalità, non possiamo “morire” perdendo l’Incontro irripetibile e tornando a essere fotocopie - senza Viaggio dell’anima.
Liberi verso la Terra Promessa che ci appartiene, non cerchiamo perfezioni di circostanza, bensì Pienezza.
[Giovedì 3.a sett. Quaresima, 12 marzo 2026]
Lc 11,14-23 (14-26)
Il pregiudizio intacca l’unione, e nessuno può mettere Gesù sotto sequestro, tenendolo in ostaggio. Egli è il forte che nessuna cittadella arroccata può arginare.
Chi teme di perdere il comando e smarrire il proprio prestigio artefatto ha già perduto. Non c’è armatura o bottino che tenga.
Non c’è costume né compromesso o gendarmeria in cui confidare, che possa resistere all’assedio della Libertà in Cristo.
Le Scritture formano una unità inscindibile. Tuttavia, solo in Lui la Tradizione non blocca i carismi, non ci sminuisce, non causa ansietà, né porta allo scrupolo - bensì acquista il suo risvolto vitale.
L’amicizia col Risorto è infatti straordinariamente originale, e ha rispetto delle unicità. Sta in una continuità e insieme nella rottura con la mente antica.
Monoteismo vitale d’uno Spirito nuovo, che accoglie i Doni.
Chi non s’impegna a dilatare l’opera creativa del Padre, chi non ce la mette tutta a capire e vivificare situazioni o persone - persino nel rispetto delle eccentricità che prima non avevano campo e sembravano incomunicabili - aleggia sulle illusioni, disperde se stesso, intacca tutto l’ambiente.
Dice il Tao Tê Ching (LXV): «In antico chi ben praticava il Tao, con esso non rendeva perspicace il popolo, ma con esso si sforzava di renderlo ottuso: il popolo con difficoltà si governa, perché la sua sapienza è troppa».
La gente normale accetta il caos, non elude la vita.
I missionari sono allenati a trovare in ogni fatica, in qualsiasi errore o imperfezione, un nuovo assetto, ordinato e segreto. Nulla di esteriore.
In ogni incertezza sussiste una certezza, in ogni insicurezza una sicurezza maggiore, in qualsiasi lato in ombra una Perla inattesa, in ciascun disordine un cosmo: è il segreto della vita, della felicità, dell’esperienza di Fede.
Le autorità erano attaccate al finto prestigio conquistato e preoccupatissime del fatto che Gesù fosse fedele al proprio compito unico, e potesse riuscire a sottrarre loro il popolo adescato - ma ora liberato - dalla religione delle paure.
Egli [la sua comunità] rimaneva più convincente perché avverava il Regno, iniziava a mostrarlo; non in fantasie di cataclismi che mettessero le anime a guinzaglio, ma vivo ed efficiente, passo dopo passo, persona persona.
Esso veniva incontro al desiderio di completezza umana che abitava ogni cuore, così non faceva leva su ossessioni e parossismi o sulla Legge, bensì sul bene reale, la guarigione, la vita sempre diversa.
La cura delle infermità individuali e di relazione non era più un fatto secondario: così ad es. la liberazione d’un singolo infelice iniziava a sembrare un evento che avesse valore assoluto, definitivo.
La scena della terra non poteva più essere dominata da catechismi adattati e da una consuetudine pia che negasse tutto meno i timori.
Insomma, Cristo stesso è l’uomo forte che vede lontano, segno della venuta efficace di Dio tra gli uomini.
Con lui declina il regno delle illusioni e posizioni fisse; subentra il mondo contrario al disfacimento dell’esistenza concreta, nel rispetto dell’unicità e convivialità delle differenze.
L’attività della sua Chiesa opera esorcismi: emancipa da forze-condizionamenti-strutture disumanizzanti.
Nel Signore, essa si muove non su un piano legalista, ma di credo-amore operante, che garantisce a ciascuno quel cammino di spontaneità e pienezza desiderate nell’intimo.
Anche oggi la comunità fraterna deve farsi consapevole d’essere strumento di redenzione e presenza energica di Dio fra le donne e gli uomini normali, di ogni estrazione culturale.
Cospetto, esistenza, partecipazione. Per condurre, accompagnare verso un presente-futuro che doni respiro non solo al gruppo, ma anche all’inclinazione individuale, per nome.
Le assemblee dei figli sono abilitate per grazia e vocazione a sciogliere nodi e superare steccati di mentalità - suscitando così un ambiente comprensivo, che accetta i viandanti.
Questo il principio, orizzonte non negoziabile della Fede.
Col superamento di antiche convinzioni fisse che mettono fra parentesi la realtà delle persone e ne accentuano i blocchi, la comunità dei figli nel Risorto è chiamata a diventare potenza di Dio, per ciascuno.
Essa è sollecitata a farsi segno palese della vicinanza intraprendente dello Spirito Santo personale e solerte [«il dito di Dio»: v.20].
Contatto che surclassa la spiritualità rassicurante e vuota, nonché la distrazione superficiale, indolente, della devozione secondo usanza imposta dalle convenzioni o mode, e da catene di comando.
Ma come mai Gesù sottolinea che la seconda caduta è più rovinosa della prima (vv.24-26)?
La mente del fedele può venire svuotata del grande passo di Cristo vivo - che prima ha praticato e riconosciuto dentro sé e nella missione.
In tal guisa, essa non permane concentrata su qualcosa di utile, di vitale e splendido: fiaccata, si perde.
Mentre Lc redige il Vangelo, a metà anni 80 si registravano non poche defezioni a motivo delle persecuzioni.
I credenti avvilivano, costernati dal disprezzo sociale - così molti vedevano impallidire l’ebbrezza entusiastica dei primi tempi.
L’Amore non si poteva mettere in banca, ma diversi fratelli di comunità già provenienti dal paganesimo, dopo una prima esperienza di conversione, preferivano tornare alla vita precedente, all’imitazione dei modelli, ai soliti pensieri facili, alle attrattive e al consenso delle folle.
Ripiegando e rassegnandosi alle forze in campo, alcuni abbandonavano la posizione di autonomia interiore conquistata grazie all’azione liberatrice dagli idoli, favorita dalla vita sapiente e orante nella comunità fraterna.
Poi tentavano anche la ricerca individuale d’un risarcimento e rivalsa per gli anni difficili trascorsi nell’essere stati fedeli alla propria vocazione, in quello stimolo di crescere insieme grazie allo scambio dei doni e delle risorse.
Lc avverte: è normale che ci siano tante notti quanti i giorni.
Si capisce lo stress del peregrinare per accostarsi all’infinito dell’anima, ai prossimi (persino di comunità), alla realtà competitiva - ma attenzione... una seconda caduta sarebbe peggiore della prima.
La persona un tempo restituita a se stessa e che molla tutto demoralizzata, poi si lascerebbe andare alla disillusione generale, a una più globale mancanza di giudizio, di consapevolezza, e fiducia.
Tutto ciò capita ancora oggi per impellenze particolari, scoramento, o precipitazioni, dopo aver visto ideali infranti da circostanze imperfette.
O per la fatica di affrontare scoperte ed evoluzioni che rimettono sempre tutto in discussione - nel lungo tempo necessario per una coerenza paziente ai propri codici profondi.
Così chi si lascia tramortire, facilmente tornerebbe a ricercare il via libera altrui.
Bramerebbe quell’allinearsi che nasconde i conflitti e fa tremare meno - perché il convincimento antico diventato modus vivendi non sposta i modi di fare, né il quadro normale di riferimento.
Le difficoltà facevano cadere le braccia ad alcuni e ciò pareva mettere una pietra tombale sulla speranza di poter effettivamente edificare una società alternativa senza farsi troppo del male.
Ma il Vangelo ribadisce che non è previsto un atteggiamento neutrale (v.23) a distanza di sicurezza.
Non ci sono mezze misure: solo scelte chiare, e niente esigenze represse.
Integrate sì: in cuore abitano sempre lati contraddittori, non c’è da sbigottire per questo.
Gli stati opposti dell’essere sono una ricchezza che ci completa.
Anzi, si diventa nevrotici proprio quando le manie riduzioniste o le esigenze monotematiche (di club) prevaricano e soffocano la Chiamata poliedrica - che sebbene cesellata per l’unicità, non si fa mai unilaterale.
Per vivere in modo pieno, libero e felice è bene essere noi stessi, consapevoli di ciò che siamo: figli perfetti.
Donne e uomini indefettibili, per il nostro compito nel mondo.
Quindi possiamo trascurare il malessere delle ingiurie di chi ci sgrida e livella, lasciarle scorrere via - e fare a meno di rincorrere lodi.
L’uomo di Fede ha sperimentato e conosce l’essenziale: è la vita che vince la morte, non il viceversa. Quindi trascura le ossessioni, anche ammantate di sacro; e non si lascia sfiancare lo spirito.
Gode di una coscienza critica che sa collocare sullo sfondo i risultati immediati; così rigenera. Incessantemente riattiva e non debella le forze.
Il battezzato in Cristo vive attitudini piene, in ordine all’autenticità e totalità d’essere. Ciò, indipendentemente da circostanze favorevoli o meno.
L’amico di Gesù Risorto rimane distante da timori puerili, gode d’un cuore libero; è fermo nell’azione.
Mette in preventivo di poter essere viandante, posto sotto assedio dal sistema isterico, che non sopporta cambiamenti veri (v.22).
In ciò riposa, sempre chiamando in causa le proprie radici naturali e caratteriali - dove sono custodite le energie primordiali dell’anima e i sogni innati (non derivati) che curano e guidano.
Del resto, il suo viaggio è contromano e sarà sicuramente punteggiato di dure lezioni.
Ma il cliché è tutta solfa indotta; tenta d’invaderci con recriminazioni senza peso specifico: tentativi di blocco privi di futuro.
Non c’è da sorprendere che gli accoliti del mondo conformista si difendano in tutti i modi.
E attacchi con quel vociare standard - socialmente “apprezzabile” - che tenta di accentuare i conflitti intimi e personali.
Sempre con grandi mezzi a disposizione, e facendo leva sui sensi di colpa.
Cammineremo ugualmente spediti sulla Via del Signore, pur sollecitati da dubbi e indecisioni. Senza retrocedere, persino quando ci sentiremo persi - ma col sapore del guadagno finanche nella perdita.
I momenti difficilissimi saranno ulteriori chiamate alla trasformazione.
E in ogni circostanza proveremo il gusto della vittoria della vita piena sul potere del male e sul tenore culturale imitativo, altrui, banale.
Qui - nella fedeltà al proprio mondo interiore che vuole esprimersi, e nel cambio di stile o immaginazione negli approcci - risolveremo i veri problemi e tutte le questioni, in modo ricco, personale.
Rinati in Cristo che tutela e promuove a partire dall’eccezionale originalità, non possiamo “morire” perdendo l’essenza e l’Incontro irripetibile.
Torneremmo a identificarci nei ruoli, quali fotocopie - senza il Viaggio dell’anima.
Liberi verso la terra promessa che ci appartiene, non cerchiamo perfezioni di circostanza, bensì pienezza.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Chi e cosa mi attiva o mi perde?
È Gesù il mio Signore o sono io [lo status, il mio gruppo, le maniere “perbene”, gli influssi anche religiosi] il Suo padrone?
Come affronto le situazioni?
Apro brecce e non mi disperdo, in armonia con la Voce antica e nuova dell’anima, e nello Spirito?
Since God has first loved us (cf. 1 Jn 4:10), love is now no longer a mere “command”; it is the response to the gift of love with which God draws near to us [Pope Benedict]
Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro [Papa Benedetto]
Another aspect of Lenten spirituality is what we could describe as "combative" […] where the "weapons" of penance and the "battle" against evil are mentioned. Every day, but particularly in Lent, Christians must face a struggle […] (Pope Benedict)
Un altro aspetto della spiritualità quaresimale è quello che potremmo definire "agonistico" […] là dove si parla di "armi" della penitenza e di "combattimento" contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta […] (Papa Benedetto)
Jesus wants to help his listeners take the right approach to the prescriptions of the Commandments given to Moses, urging them to be open to God who teaches us true freedom and responsibility through the Law. It is a matter of living it as an instrument of freedom (Pope Francis)
Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The true prophet does not obey others as he does God, and puts himself at the service of the truth, ready to pay in person. It is true that Jesus was a prophet of love, but love has a truth of its own. Indeed, love and truth are two names of the same reality, two names of God (Pope Benedict)
Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio (Papa Benedetto)
“Give me a drink” (v. 7). Breaking every barrier, he begins a dialogue in which he reveals to the woman the mystery of living water, that is, of the Holy Spirit, God’s gift [Pope Francis]
«Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio [Papa Francesco]
The mystery of ‘home-coming’ wonderfully expresses the encounter between the Father and humanity, between mercy and misery, in a circle of love that touches not only the son who was lost, but is extended to all (Pope John Paul II)
Il mistero del ‘ritorno-a-casa’ esprime mirabilmente l’incontro tra il Padre e l’umanità, tra la misericordia e la miseria, in un circolo d’amore che non riguarda solo il figlio perduto, ma si estende a tutti (Papa Giovanni Paolo II)
don Giuseppe Nespeca
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