don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Fariseo-pubblicano: le due anime, e il Mistero essenziale

(Lc 18,9-14)

 

Dice il Tao Tê Ching (x): «Preserva l’Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare?».

Le tante raffigurazioni e interpretazioni convenzionali dell’episodio ci portano fuori strada.

L’unica parabola ambientata nel Tempio è un vulcano di portata paradossale, straordinaria, che non t’aspetti.

Gli Ebrei pregano in piedi, segno della disponibilità a porre immediatamente in atto ciò che il Signore chiede.

Per noi stare in piedi vuol dire che celebriamo come figli risorti.

Ma qui il fenomeno della religiosità e della morale «stando in piedi, pregava così verso se stesso» (v.11): non dialoga con Dio, né si accorge di nulla!

Forse è convinto di pregare, ma sta facendo tutt’altro: non ascolta, non presta attenzione, non percepisce il messaggio e il senso delle presenze, solo ne prende distanza.

Ricordo nel grande salone della Penitenzieria Apostolica l’epigrafe «Pax omnium rerum tranquillitas ordinis».

Mentalità che se mediata da moralismi approssimativi, non sta con noi; non ci porta, né infonde profondità e relazioni.

Su tale base, se in confessione si fossero presentati i due protagonisti del brano, avrei sentenziato: al fariseo manca l’umiltà, l’altro ripaghi i danni.

Persino la testata de L’Osservatore Romano ribadisce il motto-epigrafe «Unicuique Suum» - principio fondamentale del diritto di proprietà nel mondo latino.

Non basta la Giustizia? [Servirebbe Gesù?].

Il punto è: Conoscere l’Amore, realtà ricca: non scambio di favori con Dio. E assumere la posizione che non inquini né corrompa la vita. Questa tutta la partita.

 

«Io rinuncio, io lascio tutto, io parto, io penso, io dico, io progetto, io sarò impeccabile e fedele facendomi vedere dagli altri sempre “a modo” [ossia come non sono]»: è la filastrocca ideale che ribalta l’avventura di Fede.

Il soggetto dell’uomo religioso è se stesso e ciò che lui fa per Dio - nonché come si atteggia (in modo artificioso); così via.

Ridicolo - non solo profondamente riduttivo. Ma da quest’idea scaturisce la considerazione dell’altro e del diverso come un irrecuperabile.

Invece la vita di ciascuno è zeppa d’interiori antinomie e controfigure.

Proviamo a ribaltare la parabola da un livello moralistico a quello teologico, perché Lc - attenzione - mette in scena il meglio della spiritualità e il peggio della morale del tempo.

Ecco il suo boomerang: vuole avviare una riflessione su noi stessi.

 

«Ladri»: Gesù definisce tali proprio i leaders religiosi e i “farisei” [di ritorno], dentro pieni di rapina, sebbene al di fuori sembrino chissà cosa. 

«Ingiusti»: [tanto per capirci in breve] s. Teresina diceva che Dio è giusto perché tiene conto delle nostre difficoltà.

«Adulteri»: ma l’adulterio teologico è proprio accodarsi a un idolo (qui l’io-padreterno che contempla il sé esterno).

Nel concetto biblico «adulterio» indica propriamente un rapporto devoto scorretto, come con un nume inautentico.

In tal guisa, anche una relazione formale impeccabile - e viceversa lo schierarsi dalla parte del feticcio.

Insomma, il “santo” non si rivolge al Padre, ma al Dio-forma che ha in mente lui - sebbene voglia persino stupirlo di esagerazioni (v.12).

Però non è d’accordo col pensiero dell’Eterno.

Non percepisce il progetto dell’Altissimo: edificare Famiglia umana. Soccorrerci, e arricchire insieme, l’un l’altro.

Quindi non si lascerà mai cambiare - addirittura convinto di riprodurre esattamente il suo genio tutelare.

 

Per i professionisti del sacro maniaci di falsa perfezione, la Salvezza è premio finale d’una scalata individuale.

Non l’Opera ri-creatrice e gratuita d’un Genitore che traghetta le nostre vicende complesse, lasciando spazio e modo affinché evolvano in vita da salvati.

Così l'esperienza sia personale che comunitaria incattivisce, perché la “religione” standard inculca e trattiene un’immagine deforme del proprio carattere, e dell’Ideale.

L’Onnipotente nell’Amore assume nell’inconscio le sembianze del Padrone del Cielo, della terra, e del sottoterra - distributore di premi e castighi.

Qui, devozione prima o poi farà rima con “separazione”.

Invece, Giustificazione allude a un più acuto, rispettoso, sapiente assetto.

Posizione verso Dio [che non è un notaio] e verso l’umanità ch’è tutta nostra; sarebbe puerile averne disprezzo.

 

Genuinità e Spirito vanno in sinergia.

A nessuno Cristo raccomanda di “farsi santo” ossia “separato”, come raccomandato dalla Legge antica (Lv 19,2) e da tutta una spiritualità inappuntabile arcaica.

Il nuovo criterio è comprensivo: la convivialità delle differenze e il recupero fecondo degli opposti. Appunto, l’Amore che fiorisce nella naturalezza.

Se proprio vogliamo, il senso del cammino nello Spirito potrebbe essere identificato nel passaggio critico dal Primo al Nuovo Testamento.

Ma sarebbe ancora troppo banale immaginare che nell’Antico Dio è Giudice forense e nel Nuovo “giudice del cuore”.

La Giustificazione che il Padre opera concerne la forma intima di ciò che “muove”, e il senso di quale motivazione e pungolo ci cambia.

 

Gl’inopportuni scienziati della vita pia hanno sempre tratteggiato la Salvezza quale premio finale di un’arrampicata estenuante.

Mi diceva una povera anima ben motivata, eppur plagiata, vessata e mal guidata: ‘chi più si pista di più s’acquista’.

Invece, quando Dio opera, crea, collocandoci nella giusta attitudine e traghettandoci verso una feconda direzione - non è detto in salita.

Tutto al fine di realizzarci e completarci, non per sfiancare e annientare le linee portanti della nostra personalità, irripetibile, impareggiabile.

Configurazione di equilibri che sappiamo bene essere non ordinaria, non meccanica, non prevedibile.

 

Il Padre non è un allenatore che si compiace solo del più forte dei suoi attaccanti.

Non è attratto dalle virtù di pochi, ma dalle molte necessità di tutti.

Nell’attesa di soluzioni irrisolte, non guarda i meriti delle persone, ma il loro bisogno di essere completate.

Pertanto chi fa il bene non merita assolutamente nulla: deve solo ringraziare la Provvidenza, che lo ha condotto anzitempo sulla strada di un’esperienza di pienezza di essere, sulla Via della Gioia.

Rimanendo appiccicato al suo tronetto, l'arrogante veterano del sacro e della disciplina (e dei modi perbene o da reduce) rimane lì.

Impantanato nell’io che si compiace del “suo” - ripiegato sull’ombelico delle opere di legge con cui voleva comprarsi il beneplacito di Dio - mostrandosi artificiosamente suo amico.

E torna a Casa, ossia in comunità (v.14), uguale a prima: unilaterale, come una sfinge.

Sono i sepolcri imbiancati davanti ai quali dobbiamo inchinarci per baciare le sacre pantofole, altrimenti non si passa.

Sono i separati dal resto della folla, perché per loro la gente può solo essere: utile, o seccante.

Non c’è nulla da fare. Certe persone compiaciute e autosufficienti, che non hanno mai fatto l’esperienza dell’humus e del gratis, Dio non riesce a farle giuste.

Non sono abituate a guardare la realtà, neppure la propria - ma a sottolineare ogni separazione che disdegna. E unicamente ciò ch’è prescritto; da cui non si esce.

 

Sembrano uomini tutti d’un pezzo e che posseggono un elevato senso della esclusività divina.

Tuttavia in loro non esistono energie spirituali profonde - quelle che sanno vedere oltre, sino a cogliere le fragranze più variegate.

Primi a non sapersi affidare al Mistero, continuano ad appestare l’aria, certissimi del loro rango spirituale e dei riconoscimenti - pretendendo (ovviamente) dazi ovunque si concedano.

Neppure il Padre riesce a giustificarli, ossia a collocarli nel punto giusto di fronte a Lui e ai fratelli.

Il senso di santità da cui si sentono ammantati li porta al disdegno altrui, e non c’è verso.

 

Come discernere anche in noi le tracce della presunzione religiosa? È il tema rilevante della parabola (v.9).

Dalla stessa Preghiera si capisce che il nostro stesso volto possiede un’immagine martellante e diabolica dell’Eterno.

Come fosse uno che fa il contabile, ossia che paga secondo i meriti e castiga secondo colpe.

Mentre il Dio biblico dona in pura perdita. Perché?

Nello Spirito cogliamo in noi un’energia che deve realizzare la sua opera nell’attimo [così frequentemente senza eguali], o nel ritmo anche sconnesso degli accadimenti molteplici e delle relazioni.

Qui intuiamo la deità parziale e paradossale dei ‘compagni di viaggio’ - come l’irreprensibile e il peccatore, che ci ricordano la Missione.

Personaggi compresenti nell’anima: deviazioni uniche, che integrano e perfezionano, diventando la nostra irripetibile Originalità.

 

La vita di Fede e la Preghiera portano sì a guarigione, ma talora paiono scomparire, come se ci avvicinassimo al trasgressore del Vangelo.

Danno risposte, ma a volte esse sembrano anche fortuite.

Hanno il medesimo passo disorganico e interrotto (il reale cambiamento arriva inaspettato) ma stessa composizione simbiotica, struttura, figura complessa, di un arbusto e dell’amore.

Una pianta bella rigogliosa ha le sue stagioni; neppure si sogna di possedere una connotazione senza sfumature e lati opposti.

Può sconcertare, ma le realtà di natura non fanno a meno delle radici per il fatto che queste parti basse si mescolano con il letame, la melma, il buio e i vermi - parassiti striscianti; come il pubblicano, immerso nel peccato fino al collo.

Se una rosa volesse tagliare le basi nascoste e infestate da cui sorge, tutta la pianta collasserebbe, perdendo anche la sua spettacolare individualità.

È la confusione - anche fetida e nauseante - che crea una terra feconda accogliente tutti i ruoli, e lo spazio di maturazione non monocromatico aperto a ogni filone di vita.

Ci sono fasi e presenze in apparenza oscuranti, di cui prendere atto, sulle quali siamo come seduti.

Quasi in un ribaltamento di piani, è l’incontro con le nostre ombre che ci fa svettare e affermare.

Merito del fariseo, e bisogno del pubblicano, sono aspetti in simbiosi.

 

Per antica educazione al credere ai codici, siamo quasi frastornati dalle novità.

Ma possiamo piantare il seme della crescita solo abbracciando la vita senza presuntuose aspettative.

Da certezze discriminanti, propositi maniacali indotti, ovvietà di luoghi comuni, non deriva sviluppo, realizzazione, fioritura con risultato esponenziale - in tutti i nostri lati.

Anche nell’amore ad es. non vogliamo fissarci su un’idea finta, fatta di pregiudizi, schemi ideologici, e divise.

Allora - ma proprio per salvarci - affiorano le fragilità.

Esse ci possono sì portare a dipendere, ma anche a cercare nuova comunicazione, per una migliore completezza.

 

Se il passato resta un totem primordiale, artificioso al pari delle ideologie sofisticate, disincarnate - tutto diventa fantasia, rimpianto, confusione, disastro.

Nel cammino spirituale, guai a rivolgersi ai grandi amori artefatti, col loro fascino avvolgente e straripante, ma asettico.

Frenesia che invade e occupa la vita, blocca e ripudia ogni progetto; non libera l’anima dai distinguo.

Non consente di notare nuovi destini. Fa abdicare. Ci assesta in superficie e non rovescia le sorti (cf. v.14).

Così il nostro organismo naturale, emotivo e sovrannaturale: convinto solo di qualcosa e incapace di rompere quei compartimenti.

Esso morirebbe - se perdesse la completezza delle polarità, la spontaneità più ovvia, e fosse sterilizzato. Trasmettendo la sua stessa morte, attorno.

 

Come nelle realtà create, anche nella vicenda spirituale sono i versanti contraddittori a comporre la ricchezza di facoltà, inclinazioni, destini, volti, e capacità.

A volte saranno proprio le crisi particolari da affrontare appunto con qualità speciali e risorse specifiche non in linea con le inclinazioni consuete o imperative - a riportarci sul nostro vero percorso.

È nell’incessante Incontro con la folla di personaggi a noi intima, e nel voltarsi attorno per accorgersi e percepire, che si decanta il caduco limitante, e si unifica l’uomo.

Tutto ciò affinché diventi solido e aperto, affidabile e creativo, capace di stare sia dentro che fuori casa.

E il Padre ci concede tempo per una formazione variegata, per attendere che nelle ambivalenze del processo incontriamo ogni sfaccettatura.

I troppi filtri, le censure, i molti freni, non preparerebbero la metamorfosi evolutiva che ci appartiene: quella in grado di superare i momenti difficili non con un faticoso pertugio o un sudato varco, bensì col sogno, e con la carezza d’un vero colpo di scena.

 

Nell’orazione-monologo, il narcisista che talora siamo noi, non fa che informare il Principio immobile delle sue conquiste, perché non vede altro che se stesso.

Ma non regge né regola quanto è umano o divino.

Neppure si chiede a quale Dio si stia rivolgendo, e in che posa si collochi.

Non ha pregato, non ha sintonizzato i propri pensieri su quelli del Padre. Ha solo stancato le anime, spento e rovinato i rapporti.

È in una posizione di cinismo e incapacità a cogliere la distanza fra l’uomo vero e il Creatore.

Ciò gl’impedisce di abbandonarsi a Lui, e il non cedere fa impallidire la capacità di recepire una nuova Vocazione all’interno della Vocazione [che non è mai “a posto” e soddisfacente].

Crede la perfezione come un porto sicuro; immagina di riflettere Dio sulla terra, di avere la medesima mentalità e le Sue stesse relazioni…

Del resto, gli amici poco benevoli, risoluti e a circolo chiuso che frequenta sarebbero gli stessi del suo Totem, ben foggiato ma senza valore.

 

Come lui, anch’essi restano nella sfera statica, priva di desiderio - però con una montagna di scrupoli. O senza un principio di realtà.

Un ambiente di gretti e ridicoli: uomini a misura, infantili come il loro oggetto (soggetto) di culto, ossia il - che non vede oltre lo stagno di acque morte a portata di mano.

Il “fariseo” da salotto o devoto è nemmeno sfiorato dal dubbio.

Posizione pericolosa, che mai consentirà di riflettere sui paradossi più intimi che avviano e riavviano l’Esodo, attivando nuove passioni.

Temendo ciò che finisce, mai proverà la Gioia ineffabile del Dono adesso, che accende la storia e cambia la vita.

Nulla in termini di stupore s’inaugura, sulla base di un'identità di caratteristiche o di vedute.

 

Ciò soprattutto se le linee distintive restano imprigionate nel passato (o futuro). Se permangono, nel modo di vivere e capire “di prima” (o “di poi”) che torna a dirigerci.

E non si fida dell’Amore che prepara il frutto dello Spirito: sta per arrivare; così com’è.

Chi non ha certezze lapidarie, non si fa guidare in modo artificioso.

Piuttosto, si lascia prendere come da una corrente d’insicurezza, che tuttavia lo porterà a conoscere la Felicità profonda, le grandi fioriture.

La rottura delle acque d’un parto ulteriore: la vita a tutto tondo.

Insomma, una volta messe sullo sfondo le abitudini, le idee astratte, le identificazioni, le opinioni comuni, le mode anche glamour, l’Eros fondante della nostra Chiamata personale potrà ancora scendere in campo.

Ottenendo migrazioni, manifestando tutto il suo Fuoco.

 

Nella vita siamo stati vittime, talora anche carnefici.

Dio lo sa e permette che la nostra libertà possa emergere: viceversa, in ogni recinto, in qualsivoglia scelta cadenzata, le possibilità del mondo interiore restano chiuse.

Allora - per rimetterci in discussione - dona i momenti no, le presenze e le preferenze contrapposte, nonché le voci dell’interno più inattese.

Altri profili, che pure ci appartengono; tutt’altro, rispetto ai modi di essere che già conosciamo [non si sono ancora espressi, ma prima o poi vorranno trovare spazio].

Semplicemente, è bene assumerne i tratti - e in noi ospitarli in modo assolutamente onesto.

Affinché non diventino disturbi laceranti, o da integrare con perversioni, affarismo, esercizio del potere, atteggiamenti settari: pessime abitudini, appena coperte da stilemi affabili.

 

I lati sepolti e forse ancora sconosciuti non vogliono disturbare l’opzione fondamentale al bene, ma l’esistenza inutile, tutta pronosticabile.

Essi sono altrettante Chiamate, sorprendenti, ma che per forza innata sanno dove condurci.

Esistono percorsi che ci appartengono e che non sono ancora emersi, o di cui abbiamo perso memoria.

Così, proprio in forza di tanta congerie interiore - fase dopo fase - il personaggio che è pertinente alla persona… traccia spontaneamente e provvidenzialmente la sua rotta.

Solo se saremo impregnati di ciò che è infinito e al contempo di quant’è sdraiato alla base dell’anima, il nostro io fariseo non si distaccherà dall’io pubblicano.

Energie plasmabili, volti che ci corrispondono profondamente e di fatto; maestri di pratica e di concetto; non di maniere.

Sono in varia miscela e secondo le età della vita, le reali sfaccettature della nostra variegata essenza spirituale.

Binari che corrono sottotraccia o paralleli, ma che talora s’intersecano e surclassano a vicenda, creando un magma che attende istante per istante di venire performato.

 

Per realizzare la Destinazione che è tutta nostra ci sono già state molte porte da aprire.

E abbiamo di frequente verificato che il Fiore cercato si nascondeva proprio fra i nostri disturbi.

Altro che già ritenersi vicini al Paradiso!

Bene: Dio c’introduce in un altro genere di coesistenza, dentro e fuori: equilibrio, serenità, Comunione.

Perché in ciò che davvero spinge all’eterno, tutto si recupera. Nella Pienezza, nulla si separa da nulla.

È l’autentica svolta, che dona dignità a ciò che accade. E apre la porta al Completamento.

 

Ribadisce il Tao (xxvii):

«Per questo il santo sempre ben soccorre gli uomini e perciò non vi son uomini respinti, sempre ben soccorre le creature e perciò non vi son creature respinte; ciò si chiama trasfondere l’illuminazione. Così l’uomo che è buono è maestro dell’uomo non buono, l’uomo che non è buono è profitto all’uomo buono. Chi non apprezza un tal maestro, chi non ha caro un tal profitto, anche se è sapiente cade in grave inganno: questo si chiama il mistero essenziale».

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quando mi colgo fariseo e quando pubblicano?

Come posso incontrare me stesso contemplando Dio? E incontrando gli altri?

Quando Dio ti viene vicino, ti abbandoni o temi ciò che finisce?

Quali sono state le esperienze di amore immeritato che ti hanno cambiato la vita?

Hai trovato maggiore comprensione dentro o fuori la Chiesa? Da parte di amici e conoscenti o di supertitolati del sacro? Come mai?

L’elemosina, la preghiera e il digiuno caratterizzano l’ebreo osservante della legge. Nel corso del tempo, queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità. Gesù mette in evidenza in queste tre opere di pietà una tentazione comune. Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi. Nel riproporre queste prescrizioni, il Signore Gesù non chiede un rispetto formale ad una legge estranea all'uomo, imposta da un legislatore severo come fardello pesante, ma invita a riscoprire queste tre opere di pietà vivendole in modo più profondo, non per amore proprio, ma per amore di Dio, come mezzi nel cammino di conversione a Lui. Elemosina, preghiera e digiuno: è il tracciato della pedagogia divina che ci accompagna, non solo in Quaresima, verso l’incontro con il Signore Risorto; un tracciato da percorrere senza ostentazione, nella certezza che il Padre celeste sa leggere e vedere anche nel segreto del nostro cuore.

[Papa Benedetto, omelia s. Sabina 9 marzo 2011]

6. “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano” (Lc 18, 10). Tuttavia soltanto uno tornò a casa giustificato. E fu proprio il pubblicano (cf. Lc 18, 14). Questo vuol dire che soltanto lui raggiunse il mistero interiore del tempio, il mistero unito alla sua consacrazione. Soltanto lui, benché tutti e due vi si fossero recati a pregare.

Così dunque risulta che lo stesso spazio sacro, il tempio, la cattedrale, deve essere ulteriormente riempito con un altro spazio totalmente interiore e spirituale: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi?” - scrive san Paolo (1 Cor 3, 16).

Di fatto la vostra cattedrale, come tante altre nel mondo, si riempie con un numero quasi infinito di quei templi interiori, che sono i “cuori” umani. A chi rassomigliano maggiormente questi “cuori” umani? Al fariseo oppure al pubblicano? Il tempio è segno della riconciliazione dell’uomo con Dio in Gesù Cristo. Tuttavia la realtà di tale riconciliazione - che è indicata dal segno esterno del tempio - in definitiva passa attraverso il cuore umano, attraverso questo santuario della giustificazione e della santità.

7. Il fariseo tornò “non giustificato” perché era “pieno di se stesso”. Nello “spazio” del suo cuore non c’era posto per Dio. Il fariseo era presente nel tempio materiale; ma Dio non era presente nel tempio del suo cuore. Perché invece, è tornato “giustificato” il pubblicano? Per il fatto che - a differenza del fariseo - egli riconosce umilmente di aver bisogno di essere giustificato. Egli non giudica gli altri. Giudica se stesso.

Il pubblicano “se ne sta a distanza”, eppure - e forse non se ne rende esattamente conto - è più che mai vicino al Signore, perché “il Signore, come dice il Salmo (33, 19), è vicino a chi ha il cuore ferito”. Dio non è affatto lontano dal peccatore, se questo peccatore ha il “cuore ferito”, cioè pentito, e confida, come il pubblicano, nella misericordia divina: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Il pubblicano, dunque, non si gloria in se stesso, ma nel Signore. Non si esalta. Non si mette al primo posto, ma riconosce a Dio la sua maestà, la sua trascendenza. Egli sa che Dio è grande e misericordioso, e che si piega al grido del povero e dell’umile.

Il pubblicano “sta a distanza”, ma nello stesso tempo confida. Ecco l’atteggiamento giusto verso Dio. Sentirsi indegni di lui, a causa dei propri peccati; ma confidare nella sua misericordia, proprio perché egli ama il peccatore pentito.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia Perugia 26 ottobre 1986]

Mar 21, 2025

Quanto e come

Pubblicato in Angolo dell'apripista

Gesù vuole insegnarci qual è l’atteggiamento giusto per pregare e invocare la misericordia del Padre; come si deve pregare; l’atteggiamento giusto per pregare. E’ la parabola del fariseo e del pubblicano (cfr Lc 18,9-14).

Entrambi i protagonisti salgono al tempio per pregare, ma agiscono in modi molto differenti, ottenendo risultati opposti. Il fariseo prega «stando in piedi» (v. 11), e usa molte parole. La sua è, sì, una preghiera di ringraziamento rivolta a Dio, ma in realtà è uno sfoggio dei propri meriti, con senso di superiorità verso gli «altri uomini», qualificati come «ladri, ingiusti, adulteri», come, ad esempio, - e segnala quell’altro che era lì – «questo pubblicano» (v. 11). Ma proprio qui è il problema: quel fariseo prega Dio, ma in verità guarda a sé stesso. Prega se stesso! Invece di avere davanti agli occhi il Signore, ha uno specchio. Pur trovandosi nel tempio, non sente la necessità di prostrarsi dinanzi alla maestà di Dio; sta in piedi, si sente sicuro, quasi fosse lui il padrone del tempio! Egli elenca le buone opere compiute: è irreprensibile, osservante della Legge oltre il dovuto, digiuna «due volte alla settimana» e paga le “decime” di tutto quello che possiede. Insomma, più che pregare, il fariseo si compiace della propria osservanza dei precetti. Eppure il suo atteggiamento e le sue parole sono lontani dal modo di agire e di parlare di Dio, il quale ama tutti gli uomini e non disprezza i peccatori. Al contrario, quel fariseo disprezza i peccatori, anche quando segnala l’altro che è lì. Insomma, il fariseo, che si ritiene giusto, trascura il comandamento più importante: l’amore per Dio e per il prossimo.

Non basta dunque domandarci quanto preghiamo, dobbiamo anche chiederci come preghiamo, o meglio, com’è il nostro cuore: è importante esaminarlo per valutare i pensieri, i sentimenti, ed estirpare arroganza e ipocrisia. Ma, io domando: si può pregare con arroganza? No. Si può pregare con ipocrisia? No. Soltanto, dobbiamo pregare ponendoci davanti a Dio così come siamo. Non come il fariseo che pregava con arroganza e ipocrisia. Siamo tutti presi dalla frenesia del ritmo quotidiano, spesso in balìa di sensazioni, frastornati, confusi. È necessario imparare a ritrovare il cammino verso il nostro cuore, recuperare il valore dell’intimità e del silenzio, perché è lì che Dio ci incontra e ci parla. Soltanto a partire da lì possiamo a nostra volta incontrare gli altri e parlare con loro. Il fariseo si è incamminato verso il tempio, è sicuro di sé, ma non si accorge di aver smarrito la strada del suo cuore.

Il pubblicano invece – l’altro – si presenta nel tempio con animo umile e pentito: «fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto» (v. 13). La sua preghiera è brevissima, non è così lunga come quella del fariseo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Niente di più. Bella preghiera! Infatti, gli esattori delle tasse – detti appunto, “pubblicani” – erano considerati persone impure, sottomesse ai dominatori stranieri, erano malvisti dalla gente e in genere associati ai “peccatori”. La parabola insegna che si è giusti o peccatori non per la propria appartenenza sociale, ma per il modo di rapportarsi con Dio e per il modo di rapportarsi con i fratelli. I gesti di penitenza e le poche e semplici parole del pubblicano testimoniano la sua consapevolezza circa la sua misera condizione. La sua preghiera è essenziale. Agisce da umile, sicuro solo di essere un peccatore bisognoso di pietà. Se il fariseo non chiedeva nulla perché aveva già tutto, il pubblicano può solo mendicare la misericordia di Dio. E questo è bello: mendicare la misericordia di Dio! Presentandosi “a mani vuote”, con il cuore nudo e riconoscendosi peccatore, il pubblicano mostra a tutti noi la condizione necessaria per ricevere il perdono del Signore. Alla fine proprio lui, così disprezzato, diventa un’icona del vero credente.

Gesù conclude la parabola con una sentenza: «Io vi dico: questi – cioè il pubblicano –, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (v. 14). Di questi due, chi è il corrotto? Il fariseo. Il fariseo è proprio l’icona del corrotto che fa finta di pregare, ma riesce soltanto a pavoneggiarsi davanti a uno specchio. E’ un corrotto e fa finta di pregare. Così, nella vita chi si crede giusto e giudica gli altri e li disprezza, è un corrotto e un ipocrita. La superbia compromette ogni azione buona, svuota la preghiera, allontana da Dio e dagli altri. Se Dio predilige l’umiltà non è per avvilirci: l’umiltà è piuttosto condizione necessaria per essere rialzati da Lui, così da sperimentare la misericordia che viene a colmare i nostri vuoti. Se la preghiera del superbo non raggiunge il cuore di Dio, l’umiltà del misero lo spalanca. Dio ha una debolezza: la debolezza per gli umili. Davanti a un cuore umile, Dio apre totalmente il suo cuore. E’ questa umiltà che la Vergine Maria esprime nel cantico del Magnificat: «Ha guardato l’umiltà della sua serva. […] di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono» (Lc 1,48.50). Ci aiuti lei, la nostra Madre, a pregare con cuore umile. E noi, ripetiamo per tre volte, quella bella preghiera: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

[Papa Francesco, Udienza Generale 1 giugno 2016]

Nessuna arrendevolezza forzata

(Mc 12,28b-34)

 

Quella del ‘comandamento grande’ era la norma di catechismo più conosciuta, persino dagli infanti.

Gesù viene interrogato solo per ribattergli: e tu perché non osservi l’unico comandamento che anche Dio adempie - il riposo del sabato?

La sola disposizione in cui il Padre si riconosce è l’Amore, non un qualche precetto particolare - perché solo la Qualità profonda obbliga.

La proposta spirituale del Maestro fa propria la narrativa del popolo di Dio e la pratica dei Profeti: tutta cuore, piedi, mani - e intelligenza.

L’Amore completo verso Dio avvolge la creatura in ogni decisione [cuore], ogni istante e aspetto della sua “vita” concreta, tutte le proprie risorse [forze].

Mt 22,37 non cita esplicitamente quest’ultimo aspetto, forse per sottolineare che il Padre non assorbe energie in nessun modo, bensì le trasmette.

Ma Gesù aggiunge alle sfumature dell’intesa autentica con Dio enumerate nel Primo Testamento un versante inatteso per chi pensa l’amore come sentimento delicato solo emotivo.

Il Signore suggerisce lo studio, il discernimento e la comprensione delle nostre percezioni (v.30) - l’aspetto mentale e d’intelligenza profonda che integra Dt 6.

A prima vista sembra una sfaccettatura secondaria o addirittura un orpello per il balzo qualitativo da un comune senso religioso all’esistenza di Fede saggiamente e personalmente configurata.

È vero l’esatto contrario: siamo figli di un Padre che non ci soppianta, né assorbe le nostre energie o potenzialità, spersonalizzando; neppure sotto il profilo mentale.

La sola praticità rende fragili, poco consapevoli; e quando non siamo convinti neppure saremo affidabili, sempre in balia di mutevoli situazioni e dell’opinione conformista, alla moda, altrui.

Gesù non parla di amore verso Dio in termini d’intimismo e sentimento, ma di un’affinità totalmente coinvolgente, resa meno oscillante proprio dallo sviluppo della nostra misura sapienziale in merito alle questioni.

Qui c’è un Appuntamento decisivo dell’Amore a tutto tondo.

Innaturale sarebbe riconoscere un Padrone del Cielo che non Viene incontro e viceversa ci sovrasta con un suo obbiettivo, a noi estrinseco e che rende marginali.

 

Amare «Come [e Perché] te stesso»: è una nuova Genesi nello spirito di Dono.

Il paradosso suggerito da Gesù è che amiamo per il fatto che abbiamo cura d’incontrarci - e amiamo noi stessi - dilatando l’io nel Tu.

Il «comando grande» di Dio investe la vita reale e riguarda non solo la qualità di relazione col mondo e il prossimo ma il globale riflessivo con sé. 

Non bisogna aver paura di altre dottrine e discipline, trascurando le sfide anche intellettuali che rimettono in discussione le credenze, le opere, la propria visione del mondo, il linguaggio, lo stile, e il pensiero stesso.

Valore aggiunto.

Inutile poi lamentarsi, se le realtà ecclesiali che non si aggiornano o approfondiscono, e permangono nei luoghi comuni ereditati [o nelle voghe] lentamente decadono, quindi scompaiono.

Per questo alle note antiche del vero amore il Figlio di Dio aggiunge la qualità della mente’: non siamo dei creduloni, sprovveduti, unilaterali.

Le nostre mani tese sono frutto di scelta libera e consapevole. Nessuna arrendevolezza forzata.

«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» [Giovanni Paolo II].

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cos’è Grande per te? Ti documenti e aggiorni per poter corrispondere meglio alla Chiamata di Dio?

 

 

[Venerdì 3.a sett. Quaresima, 28 marzo 2025]

Il comandamento grande: Amore

(Mc 12,28b-34)

 

«Qual è primo comandamento di tutti? Rispose Gesù […] Primo è: Ascolta Israele. Il Signore nostro Dio è unico Signore, e amerai il Signore Dio tuo da tutto tuo cuore e da tutta tua vita e da tutta tua mente e da tutto tuo molto» (vv.28-30; Dt 6,4-5).

Gesù trasforma in questione cruciale quella che era la più banale delle domande di catechismo: qual è il «grande» comandamento? 

Malgrado le diverse scuole teologiche, la risposta era ben nota a tutti: il riposo del sabato, unica prescrizione osservata (persino) da Dio.

La questione posta al Maestro dall’esperto della Legge non era così innocente, ma «per metterlo alla prova» (Mt 22,35; Lc 10,25) - ossia per ribattergli: e allora come mai tu non adempi il precetto del sabato?

Cristo semplifica il groviglio delle dispute, circa l’allargamento o la riduzione delle casistiche teoriche, e va al punto.

Sempre allergico ai bisticci sulle dottrine, Egli fa una proposta di vita come momento unitivo delle esigenze dell’Alleanza.

Tutte le norme hanno un’essenza, altrimenti restano un coacervo dispersivo. Trovano fondamento spontaneo e significato naturale nel dono di sé - però motivato.

Ma qual è il punto solido e il contesto di un simile invito? Un sentimento vago, un’emozione fra le tante, un moto passeggero? Filantropia? O un’esperienza?

Siamo assetati d’affetto e concediamo amicizia a corrente alternata, tanto da far diventare l’amore una fonte di equivoci, radicati nel bisogno di completarsi.

Ecco perché il secondo comandamento appare come una spiegazione del primo, non una sua riduzione [Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27].

 

Nel mondo antico non aveva senso parlare di amore verso Dio, Mistero ineffabile.

Era l’Altissimo che prediligeva qualcuno donandogli fortuna materiale, e costui gli riconosceva un dovere di culto, e sacrifici.

Idem per gli sfortunati, almeno per evitare ritorsioni (e tenerselo buono).

Con Gesù si parla apertamente di gratuità - non semplice gratitudine - come nucleo unificante, sia della persona che della storia della salvezza.

Finisce l’idea dello scambio di favori.

Il Padre non ha bisogno di nulla; non gode di vederci sottomessi e sentirsi riconosciuto [schema della religiosità pagana] come farebbe un sovrano nei confronti dei sudditi.

La Relazione con l’Eterno rimane concreta, ma l’onore verso l’Altissimo si manifesta facendo proprio il suo progetto di bene e di crescita nei confronti dell’uomo, e riconoscendosi in esso.

 

Il piano di Dio si dispiega... con una esigenza viva. Ma c’è una Partenza, un Centro e un Arrivo. In realtà, una nuova Genesi.

In ogni caso, solo l’iniziativa di Dio estrae da noi il meglio: più talento, più desiderio, più interessi, più capacità inespresse, più inedito - invece di tormenti che fanno male all’anima.

È la differenza tra religiosità che affievolisce la personalità, e Fede.

Per via di Fede scatta una Relazione creativa speciale: quella di colui che accoglie la Chiamata per Nome, nonché le proposte della stessa Fonte dell’essere - onda su onda.

Esse anticipano le nostre iniziative e ci guidano infallibilmente alla perfetta fioritura del personale e altrui Seme.

 

Soprattutto in Mt (22,38-39) e Mc (12,29-31) è chiaro che l’amore al prossimo deriva dall’esperienza e dalla consapevolezza di essere amati prima e senza condizioni previe da Dio - guardati, accettati, valorizzati, promossi, rallegrati, completati.

Si ama non per sforzo [la forza è una leva dirigista: produce episodi che fanno peggiorare la vita] ma sulla base di quanto ci sentiamo amati - e con immediatezza, ripetutamente, senza condizioni.

Si ama sull’argomento del “a perdere” già sperimentato a proprio favore dalla Provvidenza, che dà senso e valore agli atti umani.

Non per infatuazione di aspettative esterne, indotte, comunque altrui.

 

Anche in campo spirituale, non pochi comportamenti ritenuti in grado di risolvere problemi, spesso li cronicizzano.

In tal guisa, essi fanno leva su un’idea di permanenza - non sulla dinamica di gratuità vocazionale, sul Dono inimmaginabile, da accogliere.

Dunque il punto è regolarsi secondo risorse che vengono, o la distorsione dei modelli, tipica della mentalità moralista.

Infatti lo schema d’onnipotenza nel bene, paradossalmente, ripiega l’io e le sue forze, e ne distorce lo sguardo.

 

Ma al di là di tutte le sfumature, siamo rallegrati che primo e secondo comandamento riguardino l’Amore: ciò che più desideriamo fare e ricevere. È un’urgenza della vita.

Eppure bisogna essere sapienti, affinché lo schema dei paradigmi o gli stimoli dell’affetto naturale e delle precipitazioni non travolgano e trascinino via - capovolgendo - ogni buona intenzione.

L’Amore non sopporta l’eccesso di aspettative, perché scaturisce da una esperienza di Perfezione che giunge; offerta, inattesa, imprevedibile. Non già allestita secondo propositi concatenati e normali.

Se autentica, nel tempo sperimenteremo la fioritura; non nell’attesa di un ritorno, ma anzitutto in un Dono fuori del tempo. Perché esso ci ha già saziati e convinti - con stupore contemplativo - e fatti trasalire di gioia.

Così l’Eros vocazionale e fondante continuerà a plasmarci, con la sua virtù perennemente esplorativa e capace di attivare nuove Nascite.

Energia personale - senza i soliti bagagli di tormento, riserve, esteriorità... e (di nuovo) corrucci.

 

 

Comandamento Grande: solo la Qualità profonda obbliga

 

La sola disposizione in cui il Padre si riconosce è l’Amore, a tutto spiano e a tutto tondo; non un qualche precetto particolare.

Per Gesù non vi sono classifiche nelle cose di Dio e dell’uomo - infatti Egli mostrava una spiccata tendenza a riassumere le molte disposizioni - perché solo la Qualità profonda obbliga.

La proposta spirituale del Maestro faceva propria la narrativa del popolo di Dio e la pratica dei Profeti: tutta cuore, piedi, mani - e intelligenza.

L’Amore completo verso Dio deve avvolgere la creatura in ogni decisione [cuore].

Parimenti, in ogni istante e aspetto della sua “vita” concreta, nonché coinvolgere tutte le proprie risorse [forze: cf. Mc 12,30; Lc 10,27].

Dt 6,5 (testo ebraico) recita infatti: «con tutto il tuo “molto”», intendendo una partecipazione concreta sia alla vita cultuale che alla fraternità materiale - provvedendo e aiutando coi propri beni.

Mt non cita esplicitamente quest’ultimo aspetto, forse per sottolineare che il Padre non assorbe energie in nessun modo, bensì le trasmette.

Ma Gesù aggiunge alle sfumature dell’intesa autentica con Dio enumerate nel Primo Testamento un versante inatteso per chi pensa l’amore come sentimento delicato solo emotivo.

Il Signore suggerisce lo studio, il discernimento e la comprensione delle nostre percezioni [Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27] accompagnate dall’aspetto mentale e d’intelligenza profonda (escluso in Dt 6).

A prima vista sembra una sfaccettatura secondaria o addirittura un orpello per il balzo qualitativo da un comune senso religioso all’esistenza di Fede saggiamente e personalmente configurata.

È vero l’esatto contrario: siamo figli di un Padre che non ci soppianta, né assorbe le potenzialità o energie, spersonalizzando; neppure sotto il profilo mentale.

È un risvolto capitale della nostra dignità e promozione - anche umana - e discrimine specifico nel discernimento della Fede in Cristo, rispetto a tutte le soluzioni devote alla ricerca dell’Assoluto (qualunque).

La sola praticità rende fragili, poco consapevoli; e quando non siamo convinti neppure saremo affidabili, sempre in balia di mutevoli situazioni e dell’opinione conformista, alla moda, altrui.

Non di rado si fugge il confronto a tutto campo che arricchirebbe ciascuno - proprio per incompetenza.

Ma non siamo dei creduloni unilaterali. Essere attenti e aggiornati, avere capacità di pensiero anche critico è dilatazione richiesta in ordine allo sviluppo della propria vocazione umana, morale, culturale e spirituale.

Banalità, identificazioni, scopiazzature impersonali e ripetizioni assembleari poco vigili intralciano la marea della vita, questa cascata divina di energia perenne che pulsa e non si spegne.

Anzi, essa viene con appelli che smuovono: chiama a spalancarci verso nuove attrattive di relazione e altri interessi, anche intellettuali; perfino denominazionali.

Gesù non parla di amore verso Dio in termini d’intimismo e sentimento, ma di un’affinità totalmente coinvolgente, resa meno incerta proprio dallo sviluppo della nostra misura sapienziale, in merito alle questioni.

La devozione ingoia tutto. Invece, la Fede non si lascia plagiare dalla civiltà locale o dell’esterno: suppone una capacità di entrare in modo competente nelle valutazioni personali o inerenti il dibattito comunitario e d’insieme - storico e aggiornato.

La testimonianza della nostra Speranza non disdegna di lasciarsi fecondare dal dialogo con chi ha maggiore perizia psicologica o biblica, pastorale specialistica e sociale, nonché archeologica, bioetica, economica, scientifica e così via.

Un impegno che dimostra vero interesse al Sacro [certo, tutti aspetti da sottoporre a valutazione non come si trattasse di opzioni scolastiche].

Ma bisogna ammettere che una delle più organiche espressioni della grande teologia cattolica è quella che un tempo si denominava “dottrina” dei sette Doni dello Spirito Santo.

Nell’esistenza d’Amore si riconosceva il primato (anche relazionale) del Dono dello Spirito, che completava le possibilità di espressione “naturale” delle virtù cardinali e teologali, conducendole a pienezza.

Ben quattro dei sette Doni venivano correlati ad un carattere di profondo sapere: Sapienza, Intelletto, Consiglio e Scienza.

Insomma: qui c’è ancora un Appuntamento decisivo per l’Amore a tutto tondo.

Lasciarsi andare a qualche battuta sulla falsariga credente è dominio di tutti [individualista o di cerchia] ma la capacità di entrare in merito è solo di quanti hanno voluto vagliare e vivere le tematiche - perché più interessati a comprendere il Volto di Dio e il suo Disegno sull’umanità che a ribadire finte sicurezze narrative.

Innaturale sarebbe riconoscere un Padrone del Cielo che non Viene incontro; come se ci sovrastasse con un “suo” obbiettivo (a noi estrinseco) e così rendesse tutti marginali.

[Nelle sètte - perfino quelle dall’aspetto bonario - è fatto divieto l’approfondire, per capire: la posizione c’è già, il candidato deve “solo” adeguarsi].

 

«Come (e perché) te stesso» [senso del testo greco: Mt 22,39; Mc 12,31; Lc 10,27]: è una nuova Nascita di vita, nuova Genesi nello spirito di Dono.

Il paradosso suggerito da Gesù supera la norma antica di Lv 19,18. 

Amiamo non solo i figli del nostro popolo, «per il fatto che» abbiamo cura d’incontrarci e vogliamo arricchire noi stessi insieme, dilatando l’io nel Tu.

Il «Comando grande» di Dio investe la vita reale e riguarda non solo la qualità di relazione col mondo e il prossimo, ma il globale riflessivo con sé.

Non bisogna aver paura di altre dottrine e discipline, trascurando sfide analitiche oltre quelle “organiche” - quelle di lungo periodo.

Tutte rimettono in discussione credenze, opere, la propria visione del mondo; linguaggio, stile, e pensiero stesso.

Abbiamo ancora un gran bisogno di allargare la mente e diventare vasti come un panorama. E riarmonizzare gli opposti che ci trasciniamo dentro.

Lati e Perle nascoste cui ancora non abbiamo dato respiro, o visibilità - e forse mai considerato Alleati.

 

Resta unica la sorte travagliata che accomuna i profeti, ma non sono le certezze (antiche, o sofisticate, alla moda, à la page) il valore aggiunto dell’avventura di Fede nell’Amore - bensì il rischio del mettersi in bilico e la rielaborazione a tutto campo.

Inutile poi lamentarsi, se le realtà ecclesiali che non si aggiornano, e permangono nei luoghi comuni ereditati, lentamente decadono, quindi scompaiono.

A dispetto del loro patrimonio eclatante e dei fiabeschi eventi.

 

In tal guisa, il «dottore della legge» è forse già vicino [Mc 12,34; Lc 10,28] ma deve ancora tenere d’occhio Gesù, per comprendere in Lui il senso più dilatato del dono totale, nello specifico personalizzante, che non è ingenuo.

Il Signore riporta il senso delle norme alla loro funzione profonda e originaria: farsi viatico di ogni Incontro che solleva accadimenti, persone di qualsiasi estrazione, e il creato.

 

In conclusione, esperienza e rito hanno il loro fulcro nella reciprocità dell’amore.

La vita in tutte le sue sfaccettature diventa Liturgia più significativa del gesto di culto accreditato; il suo Pane davvero spezzato si fa appello convincente alla Comunione e Missione.

Anche se non fa notizia, termometro autentico del nostro cammino non sarà il volume o il mucchio di cose importanti che facciamo, bensì un pulsare di cuore e mente rigenerati.

Per questo alle note antiche del vero Amore il Figlio di Dio aggiunge la qualità del pensiero: non siamo dei creduloni, sprovveduti, unilaterali.

Le nostre mani tese sono frutto di scelta libera e consapevole. Nessuna arrendevolezza forzata.

«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» [Giovanni Paolo II].

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cos’è Grande per te? Titoli? Avere, potere, apparire?

Qual è nella tua esperienza dell’Amore il punto di Partenza, il Centro e l’Arrivo?

Ti documenti e aggiorni per poter corrispondere meglio alla Chiamata di Dio?

 

 

Relazione profonda

Cari fratelli e sorelle!

Il Vangelo […] ci ripropone l’insegnamento di Gesù sul più grande comandamento: il comandamento dell’amore, che è duplice: amare Dio e amare il prossimo. I Santi, che abbiamo da poco celebrato tutti insieme in un’unica festa solenne, sono proprio coloro che, confidando nella grazia di Dio, cercano di vivere secondo questa legge fondamentale. In effetti, il comandamento dell’amore lo può mettere in pratica pienamente chi vive in una relazione profonda con Dio, proprio come il bambino diventa capace di amare a partire da una buona relazione con la madre e il padre. San Giovanni d’Avila, che ho da poco proclamato Dottore della Chiesa, così scrive all’inizio del suo Trattato dell’amore di Dio: «La causa - dice - che maggiormente spinge il nostro cuore all’amore di Dio è considerare profondamente l’amore che Egli ha avuto per noi… Questo, più dei benefici, spinge il cuore ad amare; perché colui che rende ad un altro un beneficio, gli dà qualcosa che possiede; ma colui che ama, dà se stesso con tutto ciò che ha, senza che gli resti altro da dare» (n. 1). Prima di essere un comando - l’amore non è un comando - è un dono, una realtà che Dio ci fa conoscere e sperimentare, così che, come un seme, possa germogliare anche dentro di noi e svilupparsi nella nostra vita.

Se l’amore di Dio ha messo radici profonde in una persona, questa è in grado di amare anche chi non lo merita, come appunto fa Dio verso di noi. Il padre e la madre non amano i figli solo quando lo meritano: li amano sempre, anche se naturalmente fanno loro capire quando sbagliano. Da Dio noi impariamo a volere sempre e solo il bene e mai il male. Impariamo a guardare l’altro non solamente con i nostri occhi, ma con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo. Uno sguardo che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro: attese di essere ascoltato, di un’attenzione gratuita; in una parola: di amore. Ma si verifica anche il percorso inverso: che aprendomi all’altro così com’è, andandogli incontro, rendendomi disponibile, io mi apro anche a conoscere Dio, a sentire che Egli c’è ed è buono. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili e stanno in rapporto reciproco. Gesù non ha inventato né l’uno né l’altro, ma ha rivelato che essi sono, in fondo, un unico comandamento, e lo ha fatto non solo con la parola, ma soprattutto con la sua testimonianza: la Persona stessa di Gesù e tutto il suo mistero incarnano l’unità dell’amore di Dio e del prossimo, come i due bracci della Croce, verticale e orizzontale. Nell’Eucaristia Egli ci dona questo duplice amore, donandoci Se stesso, perché, nutriti di questo Pane, ci amiamo gli uni gli altri come Lui ci ha amato.

Cari amici, per intercessione della Vergine Maria, preghiamo affinché ogni cristiano sappia mostrare la sua fede nell’unico vero Dio con una limpida testimonianza di amore verso il prossimo.

(Papa Benedetto, Angelus 4 novembre 2012)

1. Con la centralità dell'amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d'Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L'Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze » (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell'amore di Dio con quello dell'amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro.

18. Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno. Qui si mostra l'interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, di cui la Prima Lettera di Giovanni parla con tanta insistenza. Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell'altro sempre soltanto l'altro e non riesco a riconoscere in lui l'immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l'attenzione per l'altro, volendo essere solamente « pio » e compiere i miei « doveri religiosi », allora s'inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto « corretto », ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi — pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta — hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell'amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un « comandamento » dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L'amore cresce attraverso l'amore. L'amore è « divino » perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia « tutto in tutti » (1 Cor 15, 28).

[Deus Caritas est, nn.1.18]

1. “Se uno dicesse: ‘Io amo Dio’, e odiasse il proprio fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Gv 4, 20-21).

La virtù teologale della carità, di cui abbiamo parlato nella scorsa catechesi, si esprime nella duplice direzione: verso Dio e verso il prossimo. Nell’uno e nell’altro aspetto, essa è frutto del dinamismo stesso della vita della Trinità dentro di noi.

La carità ha infatti nel Padre la sua sorgente, si rivela pienamente nella Pasqua del Figlio crocifisso e risorto, è infusa in noi dallo Spirito Santo. In essa Dio ci rende partecipi del suo stesso amore.

Se si ama davvero con l’amore di Dio, si amerà anche il fratello come Lui lo ama. Qui sta la grande novità del cristianesimo: non si può amare Dio, se non si amano i fratelli creando con loro un’intima e perseverante comunione di amore.

2. L’insegnamento della Sacra Scrittura a tal proposito è inequivocabile. L’amore dei propri simili viene già raccomandato agli Israeliti: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19, 18). Se questo precetto in un primo momento sembra ristretto ai soli Israeliti, esso tuttavia è inteso man mano in senso sempre più largo, includendo anche gli stranieri che abitano in mezzo a loro, nel ricordo che lo stesso Israele è stato straniero in terra d’Egitto (cfr Lv 19, 34; Dt 10, 19).

Nel Nuovo Testamento questo amore viene comandato in un senso chiaramente universale: suppone un concetto di prossimo che non ha frontiere (cfr Lc 10, 29-37) ed è esteso anche ai nemici (cfr Mt 5, 43-47). È importante notare che l’amore del prossimo è visto come imitazione e prolungamento della bontà misericordiosa del Padre celeste che provvede alle necessità di tutti e non fa distinzioni di persone (cfr Ivi, v. 45). Esso resta comunque legato all’amore verso Dio: i due comandamenti dell’amore rappresentano infatti la sintesi e il vertice della Legge e dei Profeti (cfr Mt 22, 40). Solo chi pratica ambedue i comandamenti non è lontano dal Regno di Dio, come Gesù stesso sottolinea, rispondendo ad uno scriba che lo aveva interrogato (cfr Mc 12, 28-34).

3. Seguendo questo itinerario, che collega l’amore del prossimo a quello di Dio ed entrambi alla vita di Dio in noi, è facile comprendere come l’amore sia presentato nel Nuovo Testamento come un frutto dello Spirito, anzi come il primo fra i molti doni elencati da san Paolo nella Lettera ai Galati: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5, 22).

Nella tradizione teologica si sono distinti, pur ponendoli in correlazione, le virtù teologali, i doni e i frutti dello Spirito Santo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1830-1832). Mentre le virtù sono qualità permanenti conferite alla creatura in vista delle opere soprannaturali che deve compiere e i doni perfezionano le virtù sia teologali che morali, i frutti dello Spirito sono atti virtuosi che la persona compie con facilità, in modo abituale e con diletto (cfr S. Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 70 a. 1, ad 2). Queste distinzioni non si oppongono a ciò che Paolo afferma parlando al singolare di frutto dello Spirito. L’Apostolo infatti intende indicare che il frutto per eccellenza è la stessa carità divina che è l’anima di ogni atto virtuoso. Come la luce del sole si esprime in una gamma sconfinata di colori, così la carità si manifesta in molteplici frutti dello Spirito.

4. In questo senso nella Lettera ai Colossesi si dice: “Al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione” (3, 14). L’inno alla carità contenuto nella prima Lettera ai Corinzi (cfr 1 Cor 13) celebra questo primato della carità su tutti gli altri doni (cfr vv. 1-3), e persino sulla fede e la speranza (cfr v. 13). Di essa l’apostolo Paolo afferma: “La carità non avrà mai fine” (v. 8).

L’amore verso il prossimo ha una connotazione cristologica, poiché deve adeguarsi al dono che Cristo ha fatto della propria vita: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3, 16). In quanto misurato sull'amore di Cristo, esso può dirsi “comandamento nuovo”, che permette di riconoscere i veri discepoli: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). Il significato cristologico dell’amore del prossimo risplenderà nella seconda venuta di Cristo. Proprio allora, infatti, si constaterà che il metro di giudizio dell’adesione a Cristo è precisamente l’esercizio quotidiano e visibile della carità verso i fratelli più bisognosi: “Ero affamato e mi avete dato da mangiare . . .” (cfr Mt 25, 31-46).

Solo chi si lascia coinvolgere dal prossimo e dalle sue indigenze, mostra concretamente il suo amore per Gesù. La chiusura e l’indifferenza verso l’“altro” è chiusura verso lo Spirito Santo, dimenticanza di Cristo e negazione dell’universale amore del Padre.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 20 ottobre 1999]

È un invito a scoprire «gli idoli nascosti nelle tante pieghe che abbiamo nella nostra personalità», a «cacciare via l’idolo della mondanità, che ci porta a diventare nemici di Dio» quello rivolto da Papa Francesco durante la messa di stamattina, giovedì 6 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae […] L’esortazione a intraprendere «la strada dell’amore a Dio», a mettersi in «cammino per arrivare» al suo regno è stata il coronamento di una riflessione incentrata sul brano del vangelo di Marco (12, 28-34), in cui Gesù risponde allo scriba che lo interroga su quale sia il più importante di tutti i comandamenti. La prima annotazione del Pontefice è che Gesù non risponde con una spiegazione ma usando la parola di Dio: «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore». Queste, ha detto, «non sono parole di Gesù». Infatti, egli si rivolge allo scriba come aveva fatto con Satana nelle tentazioni, «con la parola di Dio; non con le sue parole». E lo fa utilizzando «il credo d’Israele, quello che gli ebrei tutti i giorni, e parecchie volte al giorno, dicono: Shemà Israel! Ricordati Israele, di amare solo Dio».

In proposito il Pontefice ha confidato di ritenere che lo scriba in questione forse «non era un santo, e andava un po’ a mettere alla prova Gesù o anche a farlo cadere in una trappola». Insomma le sue intenzioni non erano delle migliori, perché «quando Gesù risponde con la parola di Dio» vuol dire che c’è di mezzo una tentazione. «E questo si vede anche quando lo scriba gli dice: hai detto bene maestro», dando l’impressione di approvarne la risposta. Per questo Gesù gli risponde «non sei lontano dal Regno di Dio. Tu sai bene la teoria, tu sai bene che questo è così, ma non sei lontano. Ancora ti manca qualcosa per arrivare al Regno di Dio». Questo significa che c’è da intraprendere «un cammino per arrivare al Regno di Dio»; occorre «mettere in pratica questo comandamento».

Di conseguenza, «la confessione di Dio si fa nella vita, nel cammino della vita; non basta — ha avvertito il Papa — dire: io credo in Dio, l’unico»; ma bisogna chiedersi come si vive questo comandamento. In realtà, spesso si continua a «vivere come se lui non fosse l’unico Dio» e come se ci fossero «altre divinità a nostra disposizione». È quello che Papa Francesco definisce «il pericolo dell’idolatria», la quale «è portata a noi con lo spirito del mondo». E Gesù su questo è sempre stato chiaro: «Lo spirito del mondo no». Tanto che nell’ultima cena «chiede al Padre che ci difenda dallo spirito del mondo, perché esso ci porta all’idolatria». Anche l’apostolo Giacomo, nel quarto capitolo della sua lettera, ha idee molto chiare: chi è amico del mondo è nemico di Dio. Non c’è un’altra opzione. Lo stesso Gesù aveva usato parole simili, ha ricordato il Santo Padre: «O Dio o il denaro; non si può servire i soldi e Dio».

Per Papa Francesco è lo spirito del mondo che ci porta all’idolatria e lo fa con furbizia. «Io sono sicuro — ha detto — che nessuno di noi va davanti a un albero per adorarlo come un idolo»; che «nessuno di noi ha statue da adorare in casa propria». Ma, ha messo in guardia, «l’idolatria è sottile; noi abbiamo i nostri idoli nascosti, e la strada della vita per arrivare, per non essere lontani dal Regno di Dio, è una strada che comporta scoprire gli idoli nascosti». Ed è un compito impegnativo, visto che spesso li teniamo «ben nascosti». Come fece Rachele quando fuggì con il marito Giacobbe dalla casa di suo padre Labano, e avendogli sottratto gli idoli, li nascose sotto la cavalcatura su cui si era seduta. Così quando il padre la invitò ad alzarsi, rispose «con scuse, con argomentazioni» per occultare gli idoli. Lo stesso, secondo il Papa, facciamo anche noi, che teniamo i nostri idoli «nascosti nelle nostre cavalcature». Per questo «dobbiamo cercarli e dobbiamo distruggerli, come Mosè ha distrutto l’idolo d’oro nel deserto».

Ma come smascherare questi idoli? Il Santo Padre ha offerto un criterio di valutazione: sono quelli che fanno fare il contrario del comandamento: «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore». Perciò «la strada dell’amore a Dio — amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e tutta la tua anima — è una strada d’amore; è una strada di fedeltà». Al punto che «al Signore piace fare la comparazione di questa strada con l’amore nuziale. Il Signore chiama la sua Chiesa, sposa; la nostra anima, sposa». Parla cioè di «un amore che somiglia tanto all’amore nuziale, l’amore di fedeltà». E quest’ultima ci impone «di cacciare via gli idoli, di scoprirli», perché ci sono e sono ben «nascosti, nella nostra personalità, nel nostro modo di vivere»; e ci rendono infedeli nell’amore. Non è un caso infatti che l’apostolo Giacomo, quando ammonisce: «chi è amico del mondo è nemico di Dio» incomincia rimproverandoci e usando il termine “adulteri”, perché «Chi è amico del mondo è un idolatra e non è fedele all’amore di Dio».

Gesù dunque propone «una strada di fedeltà», secondo un’espressione che Papa Francesco ritrova in una delle lettere dell’apostolo Paolo a Timoteo: «Se tu non sei fedele al Signore, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. Lui è la fedeltà piena. Lui non può essere infedele. Tanto è amore che ha per noi». Mentre noi, «con le piccole o non tanto piccole idolatrie che abbiamo, con l’amore allo spirito del mondo», possiamo diventare infedeli. La fedeltà è l’essenza di Dio che ci ama. Da qui l’invito conclusivo a pregare così: «Signore, tu sei tanto buono, insegnami questa strada per essere ogni giorno meno lontano dal regno di Dio; questa strada per cacciare via tutti gli idoli. È difficile — ha ammesso il Pontefice — ma dobbiamo cominciare».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 07/06/2013]

Lc 11,14-23 (14-26)

 

Il pregiudizio intacca l’unione, e nessuno può mettere Gesù sotto sequestro, tenendolo in ostaggio. Egli è il forte che nessuna cittadella arroccata può arginare.

Chi teme di perdere il comando e smarrire il proprio prestigio artefatto ha già perduto. Non c’è armatura o bottino che tenga.

Non c’è costume né compromesso o gendarmeria in cui confidare, che possa resistere all’assedio della Libertà in Cristo.

Le Scritture formano una unità inscindibile. Tuttavia, solo in Lui la Tradizione non blocca i carismi, non ci sminuisce, non causa ansietà, né porta allo scrupolo - bensì acquista il suo risvolto vitale.

L’amicizia col Risorto è infatti straordinariamente originale, e ha rispetto delle unicità. Sta in una continuità e insieme nella rottura con la mente antica. Monoteismo vitale d’uno Spirito nuovo, che accoglie i Doni.

Le autorità erano attaccate al finto prestigio conquistato e preoccupatissime del fatto che Gesù fosse fedele al proprio compito unico.

In Lui, anche l’attività della sua Chiesa opera esorcismi: emancipa da forze-condizionamenti-strutture disumanizzanti. Si muove non su un piano legalista, ma di credo-amore operante che garantisce a ciascuno quel cammino di spontaneità e pienezza desiderate nell’intimo.

Col superamento di antiche convinzioni che mettevano fra parentesi la realtà delle persone e ne accentuavano i blocchi, la comunità dei figli nel Risorto è chiamata a diventare ‘potenza’ di Dio.

Segno palese della presenza intraprendente dello Spirito personale e solerte [«il dito di Dio»: v.20] che surclassa la spiritualità vuota e indolente.

E come mai Gesù sottolinea che la seconda caduta è più rovinosa della prima (vv.24-26)?

Mentre Lc redige il Vangelo, a metà anni 80 si registravano non poche defezioni, a motivo delle persecuzioni.

I credenti avvilivano, costernati dal disprezzo sociale - così molti vedevano impallidire l’ebbrezza entusiastica dei primi tempi.

I modi di fare non spostavano il quadro normale di riferimento, mentre le difficoltà facevano cadere le braccia ad alcuni.

Afflizioni che parevano mettere una pietra tombale sulla speranza di poter effettivamente edificare una società alternativa.

Ma il Vangelo ribadisce che non è previsto un atteggiamento neutrale (v.23) a distanza di sicurezza. Nella vocazione non ci sono mezze misure: solo scelte chiare, e niente esigenze represse.

Il battezzato in Cristo vive attitudini piene, indipendentemente da circostanze favorevoli o meno; rimane ben distante da timori puerili, gode d’un cuore libero. È fermo nell’azione. 

Mette in preventivo di poter essere ‘viandante’ posto sotto assedio dal sistema che non sopporta cambiamenti veri (v.22).

In ciò riposa, sempre chiamando in causa le proprie radici naturali e caratteriali - dove sono custodite le energie primordiali dell’anima e i sogni innati [che curano e guidano].

Del resto, il suo itinerario è contromano e sicuramente punteggiato di dure lezioni. Ma i momenti difficilissimi saranno ulteriori ‘chiamate’ alla trasformazione.

Rinati in Cristo che tutela e promuove la nostra eccezionale originalità, non possiamo “morire” perdendo l’Incontro irripetibile e tornando a essere fotocopie - senza Viaggio dell’anima.

 

Liberi verso la Terra Promessa che ci appartiene, non cerchiamo perfezioni di circostanza, bensì Pienezza.

 

 

[Giovedì 3.a sett. Quaresima, 27 marzo 2025]

Pagina 4 di 38
Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). For him, his brother was still lost, because he had already lost him in his heart (Pope Francis)
Ma quello non è stato l’unico momento in cui il Padre si è messo a correre. La sua gioia sarebbe incompleta senza la presenza dell’altro figlio. Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa (cfr v. 28). Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello: «quel tuo figlio», dice (v. 30). Per lui suo fratello continua ad essere perduto, perché lo aveva ormai perduto nel suo cuore (Papa Francesco)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

duevie.art

don Giuseppe Nespeca

Tel. 333-1329741


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.