Teresa Girolami

Teresa Girolami

Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".

Mercoledì, 11 Marzo 2026 04:31

Accolse Chiara

Il Vangelo odierno narra dell’annuncio fatto dall’angelo a Giuseppe, invitandolo a prendere con sé Maria, poiché il bambino generato in lei era frutto dello Spirito Santo.

Meravigliosa obbedienza di Giuseppe che richiama quella dinanzi al Crocifisso di San Damiano di Francesco, e che invita quest’ultimo ad accogliere una nuova chiamata.

Consultando le Fonti francescane leggiamo:

"Mentre passava vicino alla chiesa di San Damiano, fu ispirato a entrarvi. Andatoci, prese a fare orazione fervidamente davanti all’immagine del Crocifisso, che gli parlò con commovente bontà:

«Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restauramela». Tremante e stupefatto, il giovane rispose:

«Lo farò volentieri, Signore».

Egli aveva però frainteso: pensava si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina. Per quelle parole di Cristo egli si fece immensamente lieto e raggiante; sentì nell’anima ch’era stato veramente il Crocifisso a rivolgergli il messaggio.

Uscito dalla chiesa, trovò il sacerdote seduto lì accanto, e mettendo mano alla borsa, gli offrì del denaro dicendo:

«Messere, ti prego di comprare l’olio per fare ardere una lampada dinanzi a quel Crocifisso.

Finiti questi soldi te ne porterò degli altri, secondo il bisogno»" (FF1411).

"In seguito a questa visione, il suo cuore si struggeva, come ferito, al ricordo della passione del Signore […]" (FF1412).

Consapevole della sua chiamata, Francesco si destò dalla visione avuta e, poco dopo la sua conversione, accolse alla Porziuncola Chiara d’Assisi, sua pianticella e fedele discepola:

"Abbandonati, dunque casa, città e parenti, si affrettò verso Santa Maria della Porziuncola, dove i frati, che vegliavano in preghiera presso il piccolo altare di Dio, accolsero la vergine Chiara con torce accese.

Lì subito, rinnegate le sozzure di Babilonia, consegnò al mondo il libello del ripudio; lì lasciando cadere i suoi capelli per mano dei frati, depose per sempre i variegati ornamenti" (FF 3170).

Giuseppe, attraverso la sua speciale chiamata, aderì alla volontà di Dio e Francesco, mediante l’appello del Crocifisso, comprese a cosa il Signore lo destinava. Giuseppe accolse Maria, la Madre di Gesù e

l’uomo nuovo della piana d’Assisi accolse Chiara, che divenne la Madre del secondo Ordine francescano (clariano). Per questo dono lo Spirito di Dio si servì di entrambi, per portarlo alla luce. Chiara generò in S. Damiano molte vergini a Cristo.

La Leggenda c’informa:

"È questa la famosa chiesa per il cui restauro Francesco si affaticò con mirabile zelo […]" (FF 3175).

In questo minuscolo luogo Chiara si rinchiuse e:

"Ponendo il suo nido, quale argentea colomba, nella cavità di questa rupe, generò una schiera di vergini di Cristo, fondò un monastero santo e diede inizio all’Ordine delle Povere Dame" (FF 3176).

 

«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Perché quello generato in lei è da Spirito Santo» (Mt 1,20)

 

 

[S. Giuseppe (Mt 1,16.18-21.24a)]

Martedì, 10 Marzo 2026 04:33

Come il Padre, il Figlio; così i figli

Nel brano evangelico di oggi Gesù afferma la sua intima relazione col Padre, evidenziando il dono di tale grandezza trasmessa.

Francesco aveva con il Signore un rapporto di speciale intimità.

La Vita ricevuta nella contemplazione, nell’Unione con Dio diveniva forza riversata sul prossimo in varie forme.

L’energia umilmente accolta nella preghiera era sinonimo di vita unitiva, che redime e trasforma.

Le Fonti ci offrono la possibilità di entrare nei sentieri di questa relazione speciale, propria di Cristo e trasmessa, per Grazia, ai suoi fratelli.

Scorrendo i documenti francescani leggiamo:

"E l’uomo di Dio, restandosene tutto solo e in pace, riempiva i boschi di gemiti, cospargeva la terra di lacrime, si percuoteva il petto e, quasi avesse trovato un più intimo santuario, discorreva col suo Signore.

Là rispondeva al Giudice, là supplicava il Padre, là dialogava con l’Amico.

Là pure, dai frati che piamente lo osservavano, fu udito interpellare con grida e gemiti la Bontà divina a favore dei peccatori: piangere, anche ad alta voce la passione del Signore, come se l’avesse davanti agli occhi.

Là, mentre pregava di notte, fu visto con le mani stese in forma di croce, sollevato da terra con tutto il corpo e circondato da una nuvoletta luminosa: luce meravigliosa diffusa intorno al suo corpo, che meravigliosamente testimoniava la luce risplendente nel suo spirito.

Là, inoltre, come testimoniano prove sicure, gli venivano svelati i misteri nascosti della sapienza divina, che egli, però, non divulgava all’esterno, se non nella misura in cui ve lo forzava la carità di Cristo e lo esigeva l’utilità del prossimo […]

Quando tornava dalle sue preghiere, che lo trasformavano quasi in un altro uomo, metteva la più grande attenzione per comportarsi in uniformità con gli altri, perché non avvenisse che il vento dell’applauso, a causa di quanto lui lasciava trapelare di fuori, lo privasse della ricompensa interiore" (FF 1180 - Leggenda maggiore).

Ai suoi frati raccomandò sopra ogni cosa l’intima relazione col Padre, come figli che ricevono ogni dono di vita da Lui e con cui operare in sintonia.

Infatti le Fonti illustrano:

"In quel tempo i frati gli chiesero con insistenza che insegnasse loro a pregare […] Ed egli rispose:

«Quando pregate, dite: Padre nostro!» e: «Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo»" (FF 399).

L’intima Unione col Padre li rendeva figli nel Figlio e, come Gesù operava ciò che vedeva fare dal Padre, così i frati alla scuola del Figlio operavano, sull’esempio di Francesco.

Ascoltando la Parola e credendo in Gesù divenivano latori di vita, animati dal Poverello.

 

«Il Figlio non può fare nulla da se stesso, se non ciò che vede fare il Padre; quelle cose infatti che fa, queste anche il Figlio fa ugualmente» (Gv 5,19)

 

 

Mercoledì 4a sett. Quaresima  (Gv 5,17-30)

Lunedì, 09 Marzo 2026 06:06

La Carità non conosce schemi

Gesù dà lezione con i fatti ai cultori del sabato.

Rispettare tale giorno era più importante della vita, della persona stessa, collocata in periferia, prona ai piedi delle sacre leggi.

La vita può attendere, per questi cultori farisaici; ma secondo Gesù non è così, e lo dimostra.

Anche per Francesco non era così!

L’uomo di Dio, fin dai primordi della sua chiamata, mise al primo posto la persona da salvare e per la quale Cristo è morto e risorto.

Quante volte, nella sua umiltà, si  prostrò dinanzi ai suoi fratelli malati, poveri, onorandovi la Presenza divina del Signore!

Quanti ne guarì per quella Carità che lo infiammava e dirigeva nel cammino!

È impensabile un Francesco latore di novità e "schiavo" della legge. Profondamente obbediente, ma libero nella sua squisita coscienza di creatura, aveva a cuore la vita di tutti.

Nelle Fonti troviamo molti episodi in merito.

"Nella città di Narni, per l’insistenza del vescovo, benedisse un paralitico, privo dell’uso di tutte le membra, tracciandogli un segno di croce dalla testa ai piedi, e gli ridonò salute perfetta" (FF 1214).

"Nella città di Fano c’era un rattrappito, che aveva le tibie ulcerate, ripiegate all’indietro e appiccicate al corpo e talmente maleodoranti che nessuno si sentiva disposto ad accoglierlo in ospedale.

Egli implorò la misericordia del beatissimo padre Francesco, e poco dopo ebbe la gioia di vedersi completamente ristabilito" (FF 548).

Inoltre "Dimostrava una grande compassione per gli infermi e una tenera sollecitudine per le loro necessità […]

Mangiava perfino nei giorni di digiuno, perché gli infermi non provassero rossore, e non si vergognava nei luoghi pubblici della città di questuare carne per un frate ammalato" (FF 761).

La stessa Madre Chiara, mossa da tenera compassione verso le inferme, poneva al centro della sua attenzione le anime per le quali Cristo aveva versato il suo Sangue.

Infatti nella Regola:

«Quelle che sono inferme, potranno usare pagliericci e avere guanciali di piuma sotto il capo; e quelle che hanno bisogno di calze e di materasso di lana, ne possono usare […]» (FF 2799).

Quando era in ballo la salvezza dei fratelli e sorelle, Francesco e Chiara non si facevano problema di norma o di giorno.

La Carità era al di sopra di tutto: ventiquattro ore su ventiquattro.

Guardavano Gesù, Autore e Perfezionatore della Legge, cui Egli aveva dato compimento con l’Amore, senza il quale siamo solo cembali che tintinnano.

 

«Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato» (Gv 5,16)

 

 

Martedì 4a sett. Quaresima  (Gv 5,1-16)

Domenica, 08 Marzo 2026 04:50

Segni, e Fede

Gesù [che pure attribuisce ai segni un grande valore e li compie per condurre a credere, rivelando la sua gloria] rimprovera al funzionario del re la fede immatura, troppo abbarbicata ai miracoli.

Francesco la considerava il banco di prova della sua testimonianza, vedendo in essa il segreto del saper vivere le vicende umane - una volta che si viene ‘istruiti’ dalla Passione del Figlio di Dio.

Il Minimo scorgeva nei poveri e malati il Cristo che ha assunto le nostre infermità e le guarisce.

Ce lo racconta un episodio delle  Fonti, tratto dalla Leggenda maggiore:

"Un pellegrino, debilitato da una febbre acutissima, che l’aveva precedentemente colpito, stava tornando dai paesi d’oltremare a bordo di una nave […]

Siccome non era ancora perfettamente libero dalla febbre, si sentiva tormentato da una sete ardente.

Sebbene, ormai, non ci fosse più acqua, egli incominciò a gridare ad alta voce:

«Andate con fiducia a prendermi da bere, perché il beato Francesco ha riempito d’acqua il mio barilotto!».

Cosa davvero meravigliosa: trovarono pieno d’acqua il recipiente che prima avevano lasciato vuoto" (FF 1284).

Un giorno il padre disse ad un frate che aveva disprezzato un povero e malato:

«Vuoi che ti dica come hai peccato contro di lui, o meglio contro Cristo?

Ecco: quando vedi un povero, devi considerare colui in nome del quale viene, Cristo cioè, fattosi uomo per prendere la nostra povertà e infermità. Nella povertà e nella malattia di questo mendicante dobbiamo scorgere con amore la povertà e l’infermità del Signore nostro Gesù Cristo, le quali egli portò nel suo corpo per la salvezza del genere umano» (FF 1645).

Anche il Poverello guarì tante persone afflitte da febbre e vari mali,

evidenziando però quello che scorgeva oltre il segno pur importante.

Richiamò sempre ad una fede solida, granitica, i suoi fratelli.

Parlava loro di quella, esprimendola in una adesione discepolare che oltrepassava l’immediato e riposava sull’Unione con Cristo.

Ben comprendiamo la preghiera da lui pronunciata davanti al Crocifisso di San Damiano, in cui rivolto a Dio, diceva:

«dame fede dricta» (FF 276).

La Parola ruminata e vissuta dal Poverello accresceva di giorno in giorno la fiducia nel Signore, che ha su di noi progetti di Pace e non di sventura.

 

Anche Chiara, abbandonata a Cristo, guarì con il segno della croce una sorella.

Non i segni, ma il Segno cambia la vita, la storia di ogni creatura.

"Un’altra tra le sorelle, di nome Amata, era a letto affetta da idropisia da tredici mesi e per giunta aveva febbre, tosse e male da un lato.

Su di lei Donna Chiara, mossa da pietà, ricorre a quel nobile sistema della sua arte medica.

La segna con la croce nel nome del suo Cristo e subito le ridona piena salute" (FF 3223).

Questa la fede che affonda nella Parola incarnata e trasforma il cammino, riposa su Cristo morto e risorto per tutti, ed è faro sicuro nella notte.

 

«Se non vedete segni e prodigi, non credete» (Gv 4,48)

 

 

Lunedì 4a sett. Quaresima  (Gv 4,43-54)

Sabato, 07 Marzo 2026 03:41

A Siloe per sé e per gli altri

In questa quarta domenica di Quaresima il Vangelo di Giovanni presenta la guarigione del cieco nato, messa in discussione dai farisei ai quali Gesù, dinanzi alla loro incredulità, fa la fotografia della grave condizione in cui versano:

«Se foste ciechi, non avreste peccato; ma adesso dite: "Vediamo", il vostro peccato rimane» (Gv 9,41).

 

Francesco ogni giorno andava spiritualmente "a Siloe", piangendo i suoi peccati e quelli di tutto il mondo, danneggiando così gli occhi e divenendo cieco.

Ma temeva la cecità interiore prodotta dal peccato, più di quella fisica. Egli guarì, durante e dopo la sua vita terrena, molte persone cieche fin dalla nascita, rendendo gloria a Dio.

Nelle Fonti leggiamo:

"A una bambina cieca di Bevagna restituì la vista desiderata, spalmandole gli occhi con lo sputo per tre volte, nel nome della Trinità" (FF1218).  

"Una donna di nome Sibilla, da molti anni cieca, viene un giorno condotta, cieca e triste, sulla tomba del Santo. Recupera istantaneamente la vista e se ne torna a casa lieta e giuliva.

Così anche un uomo di Spello recupera la vista, da tempo perduta, davanti al sepolcro del Santo" (FF 553).

Chiara d’Assisi, inoltre, spesso piangeva la Passione di Cristo e il demonio, ricorrendo alle sue astuzie, le fece notare che sarebbe divenuta cieca per questo.

Ma lei, con arditezza di spirito, rispose:

«Non sarà cieco chi vedrà Dio» (FF 3198), confondendo il nemico.

A riprova della sua solida fede.

Il cuore farisaico non crede ai miracoli, ma quello fondato sulla salda roccia della Parola sperimenta guarigione e gioia, come i due Poveri d’Assisi, strumenti di salute per il popolo nelle mani di Dio.

 

 

4.a Domenica Quaresima A  (Gv 9,1-41)

Nella parabola del fariseo e pubblicano Gesù evangelizza quanti presumevano di essere giusti, disprezzando gli altri.

Francesco si sentì sempre un nulla davanti a Dio sprofondando nella sua umiltà come il seme nella terra.

Temeva la superbia al pari della peste e la detestava profondamente.

Apparire, mostrare, insuperbire, erano verbi con cui non volle mai allacciare alcun legame: li aborriva.

Leggiamo nella Vita prima del Celano:

"Un giorno, pieno di ammirazione per la misericordia del Signore in tutti i benefici a lui elargiti, desiderava conoscere […] che cosa sarebbe stato della sua vita e di quella dei suoi frati.

A questo scopo si ritirò, come spesso faceva, in un luogo adatto per la preghiera.

Vi rimase a lungo invocando con timore e tremore il Dominatore di tutta la terra, ripensando con amarezza gli anni passati malamente e ripetendo:

«O Dio, sii propizio a me peccatore!»” (FF 363).

Temeva ogni forma di vanto e sfoggio di opere; ripugnava il sentirsi a posto e ogni genere di superbia.

Nella Regola bollata (1223) ai suoi frati diceva:

«Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino i frati da ogni superbia, vanagloria, invidia, avarizia, cure e preoccupazioni di questo mondo, dalla detrazione e dalla mormorazione» (FF 103).

Nella Regola di Chiara, al comma 2809 delle Fonti, ritroviamo la stessa enunciazione - come ad evidenziare la medesima preoccupazione: mantenere le distanze da ogni forma di vanagloria.

Francesco (e pure Chiara) si percepiva grande peccatore, alla stregua del pubblicano del Vangelo, che non osava alzare neppure lo sguardo verso il cielo.

L’umiltà e la consapevolezza della propria penuria lo conducevano ad assumere un profilo molto basso, senza gloriarsi di nulla, né davanti a Dio né davanti agli uomini.

Infatti, nelle sue Ammonizioni, leggiamo:

«Beato quel servo il quale non si inorgoglisce per il bene che il Signore dice e opera per mezzo di lui, più per il bene che dice e opera per mezzo di un altro. Pecca l’uomo che vuol ricevere dal suo prossimo più di quanto non vuole dare di sé al Signore Dio» (FF 166).

E ancora:

«A questo segno si può riconoscere il servo di Dio, se ha lo Spirito del Signore: se, quando il Signore compie, per mezzo di lui, qualcosa di buono, la sua «carne» non se ne inorgoglisce - poiché la «carne» è sempre contraria ad ogni bene -, ma piuttosto si ritiene ancora vile ai propri occhi e si stima più piccolo di tutti gli altri uomini» (FF 161).

 

«O Dio, sii benigno con me peccatore […] perché chiunque s’innalza sarà abbassato, ma chi invece si abbassa sarà innalzato» (Lc 18,13-14)

 

 

Sabato 3a sett. Quaresima  (Lc 18,9-14)

Giovedì, 05 Marzo 2026 03:57

Il più grande comandamento

Agli scribi che chiedono qual è il comandamento grande Gesù risponde in modo spiazzante: Ascolta! Amare Dio e il prossimo con tutto se stessi vale più di mille sacrifici!

Allo scriba, che aveva compreso tutto questo, Gesù evidenzia che non è lontano dal Regno di Dio.

 

Il Povero Assisano aveva le idee ben chiare sulle priorità da dare nel cammino spirituale.

Per lui l’amore a Dio con tutte le fibre del suo essere, e al prossimo, era una dolcissima verità scolpita nel cuore a lettere di fuoco.

Nel merito ci assistono le Fonti, ricche di episodi di vita.

"L’anima era tutta assetata del suo Cristo e a Lui si offriva interamente nel corpo e nello spirito […]

Cercava sempre un luogo appartato, dove potersi unire non solo con lo spirito, ma con le singole membra, al suo Dio.

E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col mantello.

E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica, per non svelare la manna nascosta […]

Spesso, senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo.

In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva a Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente" (FF 681-682).

Altresì, fin dagli inizi della sua conversione, l’amore ai fratelli, la compassione per le loro sofferenze e bisogni, erano motivo conduttore dei suoi gesti.

"Prese con sé molto denaro e si recò all’ospizio dei lebbrosi; li riunì e distribuì a ciascuno l’elemosina, baciandogli la mano.

Nel ritorno, il contatto che dianzi gli riusciva repellente, quel vedere cioè e toccare dei lebbrosi, gli si trasformò veramente in dolcezza […] per Grazia di Dio diventò compagno e amico dei lebbrosi così che, come afferma nel suo Testamento, stava in mezzo a loro e li serviva umilmente" (FF 1408).

Chiara, fedele discepola di Francesco, faceva la medesima  cosa fra le mura damianite, pronta sempre a servire amorevolmente le sorelle della sua comunità e quanti bussavano alla porta del Monastero.

"Lavava lei stessa i sedili delle inferme, li detergeva proprio lei, con quel suo nobile animo, senza rifuggire dalle sozzure né schifare il fetore" (FF 3181).

"Molto spesso lavava i piedi delle servigiali che tornavano da fuori e, lavatili, li baciava" (FF 3182).

Amare il Signore con tutte le forze e il prossimo come se stessi vale più degli olocausti; i due Giganti assisani lo avevano ben compreso, testimoniandolo a tutti.

 

«E amerai il Signore Dio tuo da tutto il tuo cuore e da tutta la tua vita e da tutta la tua mente e da tutta la tua forza […] Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mc 12,30-31)

 

 

Venerdì 3.a sett. Quaresima  (Mc 12,28b-34)

Mercoledì, 04 Marzo 2026 02:39

Dito di Dio

In questo brano del Vangelo di Luca Gesù scaccia un demonio da un uomo muto che, liberato, comincia a parlare. Subito alcuni lo accusano di farlo in nome del principe dei demoni. Ma Gesù attesta di agire mediante il Dito di Dio, per opera di Dio.

Come Gesù, così Francesco ebbe tentazioni e fu grandemente provato dal demonio.

Ma il Dito di Dio, lo Spirito Santo, vinse in lui ogni battaglia, estendendo il Regno dei cieli nei cuori.

Al pari di Francesco, anche Chiara incontrò prove in tal senso da cui, per la Grazia di Dio, uscì sempre immune, perché non divisa, ma totalmente unita a Cristo. 

Le Fonti sono portavoci eloquenti, di grande verità esistenziale. Guardiamo cosa ci dicono nel merito.

“In quei luoghi doveva lottare corpo a corpo col demonio, che l’affrontava per spaventarlo non solo con tentazioni interiori, ma anche esteriormente con strepiti e rovine.

Ma Francesco, da fortissimo soldato di Cristo, ben sapendo che il suo Signore poteva tutto dovunque, non si lasciava per nulla intimorire, ma ripeteva in cuor suo:

«Non puoi, o maligno, scatenare contro di me le armi della tua malizia, in questi luoghi più di quanto mi faresti se fossimo tra la folla» (FF 446). 

E un frate, che da tempo veniva molestato dagli assalti del demonio e in pianto ai piedi di Francesco, fu da lui liberato:

“Il Padre ne sentì pietà, e comprendendo che era tormentato da istigazioni maligne:

«Io vi ordino, o demoni, - esclamò - in virtù di Dio di non tormentare più d’ora in avanti il mio fratello, come avete osato finora».

Subito si dissipò quel buio tenebroso, il frate si alzò libero e non sentì più alcun tormento, come se ne fosse sempre stato esente” (FF 697).

Altresì Chiara fu più volte attaccata dal nemico.

“Mentre una volta piangeva, in piena notte, le apparve l’angelo delle tenebre in forma di nero fanciullo, e così la ammonì: Non piangere tanto, perché diventerai cieca!

Ma, rispondendogli lei subito: «Non sarà cieco chi vedrà Dio», confuso si allontanò” (FF 3198).

E nella prima lettera alla sua figlia spirituale, Agnese di Boemia, Chiara stessa si esprime in tal guisa:

«L’uomo coperto di vestiti non può pretendere di lottare con un ignudo, perché è più presto gettato a terra chi offre una presa all’avversario» (FF 1867).

I servi di Dio, nella loro semplicità, hanno le idee chiare, perché guidati dal Dito di Dio - e non mollano la Vocazione autentica.

 

«Ma se con il Dito di Dio io scaccio i demoni, quindi è arrivato per voi il Regno di Dio» (Lc 11,20)

 

 

Giovedì 3.a sett. Quaresima  (Lc 11,14-23)

Nel brano di Vangelo oggi proposto, Gesù proclama di essere venuto per dare pieno compimento alla Legge.

Quindi non per demolire o trasgredire la Parola, ma osservarla amando.

L’amore è il vero compimento della Legge del Signore, che è perfetta e rinfranca l’anima.

Francesco lo aveva ben compreso vivendo e insegnando alla sua fraternità a fare altrettanto.

Le Fonti forniscono, attraverso vari tasselli, preziosi esempi di vita. Nella Lettera ai reggitori dei popoli:

«Vi supplico […] con tutta la riverenza di cui sono capace, di non dimenticare il Signore, assorbiti come siete dalle cure e preoccupazioni di questo mondo, e di non deviare dai suoi comandamenti, poiché tutti coloro che dimenticano il Signore e si allontanano dai comandamenti di lui, sono maledetti e saranno dimenticati da lui» (FF 211).

Al tempo stesso, il Poverello, con quell’equilibrio ed elasticità che lo contraddistingueva, sottolinea:

«E ogniqualvolta sopravvenga la necessità, sia consentito a tutti i frati, ovunque si trovino, di prendere tutti i cibi che gli uomini possono mangiare, così come il Signore dice di David, il quale mangiò i pani dell’offerta che non era permesso mangiare se non ai sacerdoti […] Similmente, ancora, in tempo di manifesta necessità tutti i frati provvedano per le cose loro necessarie così come il Signore darà loro la grazia, poiché la necessità non ha legge» (FF 33).

Secondo il pensiero di Francesco, ciò che danneggia l’amore è la detrazione. Infatti, nella Leggenda maggiore, leggiamo:

"Il vizio della detrazione, nemico radicale della pietà e della grazia, lo aveva in orrore come il morso del serpente e come la più dannosa pestilenza […]

«La cattiveria dei detrattori - diceva - è tanto maggiore di quella dei ladri, quanto maggiore è la forza con cui la legge di Cristo, che trova il suo compimento nell’amore, ci obbliga a bramare la salvezza delle anime più di quella dei corpi»" (FF 1141).

Chiara stessa, nella Regola, avverte:

«Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino le sorelle da ogni superbia, vanagloria, invidia, avarizia, cura e sollecitudine di questo mondo, dalla detrazione e mormorazione, dalla discordia e divisione» (FF 2809).

«Siano invece sollecite di conservare sempre reciprocamente l’unità della scambievole carità, che è il vincolo della perfezione» (FF 2810).

L’Amore era la Regola dei frati e delle Povere Dame di San Damiano: «[…] e così, portando il giogo della carità vicendevole, con facilità adempiremo la legge di Cristo. Amen.» (FF 2918 - Lettera ad Ermentrude di Bruges).

 

«Non crediate che io sia venuto ad abbattere la Legge o i Profeti; non sono venuto a demolire, ma a dare compimento» (Mt 5,17)

 

 

Mercoledì 3a sett. Quaresima  (Mt 5,17-19)

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[Nicodemus] felt the fascination of this Rabbi, so different from the others, but could not manage to rid himself of the conditioning of his environment that was hostile to Jesus, and stood irresolute on the threshold of faith (Pope Benedict)
[Nicodemo] avverte il fascino di questo Rabbì così diverso dagli altri, ma non riesce a sottrarsi ai condizionamenti dell’ambiente contrario a Gesù e resta titubante sulla soglia della fede (Papa Benedetto)
Those wounds that, in the beginning were an obstacle for Thomas’s faith, being a sign of Jesus’ apparent failure, those same wounds have become in his encounter with the Risen One, signs of a victorious love. These wounds that Christ has received for love of us help us to understand who God is and to repeat: “My Lord and my God!” Only a God who loves us to the extent of taking upon himself our wounds and our pain, especially innocent suffering, is worthy of faith (Pope Benedict)
Quelle piaghe, che per Tommaso erano dapprima un ostacolo alla fede, perché segni dell’apparente fallimento di Gesù; quelle stesse piaghe sono diventate, nell’incontro con il Risorto, prove di un amore vittorioso. Queste piaghe che Cristo ha contratto per amore nostro ci aiutano a capire chi è Dio e a ripetere anche noi: “Mio Signore e mio Dio”. Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede (Papa Benedetto)
We see that the disciples are still closed in their thinking […] How does Jesus answer? He answers by broadening their horizons […] and he confers upon them the task of bearing witness to him all over the world, transcending the cultural and religious confines within which they were accustomed to think and live (Pope Benedict)
Vediamo che i discepoli sono ancora chiusi nella loro visione […] E come risponde Gesù? Risponde aprendo i loro orizzonti […] e conferisce loro l’incarico di testimoniarlo in tutto il mondo oltrepassando i confini culturali e religiosi entro cui erano abituati a pensare e a vivere (Papa Benedetto)
The Fathers made a very significant commentary on this singular task. This is what they say: for a fish, created for water, it is fatal to be taken out of the sea, to be removed from its vital element to serve as human food. But in the mission of a fisher of men, the reverse is true. We are living in alienation, in the salt waters of suffering and death; in a sea of darkness without light. The net of the Gospel pulls us out of the waters of death and brings us into the splendour of God’s light, into true life (Pope Benedict)
I Padri […] dicono così: per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita (Papa Benedetto)
There is the path of those who, like those two on the outbound journey, allow themselves to be paralysed by life’s disappointments and proceed sadly; and there is the path of those who do not put themselves and their problems first, but rather Jesus who visits us, and the brothers who await his visit (Pope Francis)
C’è la via di chi, come quei due all’andata, si lascia paralizzare dalle delusioni della vita e va avanti triste; e c’è la via di chi non mette al primo posto se stesso e i suoi problemi, ma Gesù che ci visita, e i fratelli che attendono la sua visita (Papa Francesco)

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