Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
La chiamata di Levi e il condividere la mensa con lui produce scandalo tra i farisei, ma Gesù insegna loro che sono i malati ad aver bisogno del medico!
Francesco e Chiara vedevano nella loro vocazione e in quella dei fratelli e sorelle che li seguivano un appuntamento attraente e fondamentale della loro esistenza.
Attraverso la Chiamata, Dio realizzava un dono segreto in loro, ben oltre le attese d’una vita di piccolo cabotaggio.
In merito a Francesco, nelle Fonti si legge:
Mentre passava vicino alla chiesa di S. Damiano, fu ispirato ad entrarci. Andatoci, prese a fare orazione fervidamente davanti all’immagine del Crocifisso, che gli parlò con commovente bontà:
«Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restauramela».
Tremante e stupefatto, il giovane rispose:
«Lo farò volentieri, Signore».
Egli aveva però frainteso; pensava si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina.
Per quelle parole del Cristo egli si fece immensamente lieto e raggiante; sentì nell’anima ch’era stato veramente il Crocifisso a rivolgergli il messaggio.
Uscito dalla chiesa, trovò un sacerdote seduto lì accanto, e mettendo mano alla borsa, gli offrì del denaro dicendo:
«Messere, ti prego di comprare l’olio per fare ardere una lampada dinanzi a quel Crocifisso. Finiti questi soldi, te ne porterò degli altri, secondo il bisogno» (FF 1411).
Il Poverello, considerando la minorità come specifica vocazione del Frate, era preoccupato perché “vedeva che alcuni desideravano ardentemente le cariche dell’Ordine, delle quali si rendevano indegni, oltre al resto, anche per la sola ambizione di governare. E diceva che questi non erano frati minori, ma avevano dimenticato la loro vocazione ed erano decaduti dalla gloria” (FF 729).
Altresì Chiara, a riguardo della vocazione delle sorelle dimoranti in S. Damiano, così si esprimeva nel suo Testamento:
«Proprio il Signore ha collocato noi come modello, ad esempio e specchio non solo per gli altri uomini, ma anche per le nostre sorelle, quelle che il Signore stesso ha chiamato a seguire la nostra vocazione, affinché esse pure risplendano come specchio ed esempio per tutti coloro che vivono nel mondo» (FF 2829).
«Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a conversione» (Lc 5,32)
Sabato dopo le Ceneri (Lc 5,27-32)
Gesù risponde ai discepoli di Giovanni, che digiunavano molto, sorprendendoli: finché lo Sposo è con i suoi chiamati a Nozze, costoro non possono digiunare.
Francesco sapeva ben discernere fra l’importanza del digiuno e l’esagerazione nel farlo. Infatti, nella sua vita, mai la forma prese il posto della sostanza.
Le Fonti c’illustrano:
“Francesco muoveva rimproveri ai suoi fratelli troppo duri verso se stessi, e che arrivavano allo sfinimento a forza di veglie, digiuni, orazioni e penitenze corporali […]
L’uomo di Dio vietava simili eccessi, ammonendo quei fratelli con amorevolezza e richiamandoli al buonsenso, curando le loro ferite con la medicina di sagge istruzioni […]
Parlava con loro immedesimandosi nella loro situazione, non come un giudice quindi, bensì come un padre comprensivo con i suoi figli e come un medico compassionevole con i propri malati. Sapeva essere infermo con gli infermi, afflitto con gli afflitti” (FF 1470).
Tutto questo pur essendo “uomo nuovo, [che] con nuove virtù rinnovava la via della perfezione ormai sparita dal mondo” (FF 3162).
«Possono forse gli invitati a Nozze essere afflitti fin tanto che lo Sposo è con loro?» (Mt 9,15).
Venerdì dopo le Ceneri (Mt 9,14-15)
Gesù sottolinea come il “perdere” la vita per la causa del Regno è, in verità, guadagnarla.
Francesco, all’inizio della Regola non bollata (1221), scrive che i frati desideravano vivere seguendo l’esempio del Signore Gesù.
Egli sottolinea varie espressioni del Vangelo, evidenziando l’importanza del rinnegare se stessi e del prendere la croce.
Il pio padre, spesso, raccoglieva intorno a sé i suoi figli e parlando a lungo del Regno di Dio "del disprezzo del mondo, della necessità di rinnegare la propria volontà" (FF 1058) li ammaestrava.
«Andate […] annunciate agli uomini la pace; predicate la penitenza per la remissione dei peccati. Siate pazienti nelle tribolazioni, vigilanti nell’orazione […]» (FF 1058).
Lasciare se stessi per abbracciare la chiamata in tutta la sua ampiezza, disposti a perdere la vita per ritrovarla nella Parola incarnata, costituiva il motivo conduttore del loro quotidiano.
Illuminante è un brano delle Fonti, tratto dalla Leggenda maggiore:
"Mentre un giorno pregava, così isolato dal mondo, ed era tutto assorto in Dio, nell’eccesso del suo fervore gli apparve Cristo Gesù, come uno confitto in croce.
Al vederlo, si sentì sciogliere l’anima. Il ricordo della passione di Cristo si impresse così vivamente nelle più intime viscere del suo cuore, che, da quel momento, quando gli veniva alla mente la crocifissione di Cristo, a stento poteva trattenersi, anche esteriormente, dalle lacrime e dai sospiri, come egli stesso riferì in confidenza più tardi, quando si stava avvicinando alla morte.
L’uomo di Dio comprese che, per mezzo di questa visione, Dio rivolgeva a lui quella massima del Vangelo: «Se vuoi venire dietro a me, rinnega te stesso, prendi la tua croce e seguimi» (FF 1035).
Ma pure Chiara, prima pianticella del beato padre, sempre si studiò di rinnegare se stessa, spronando la propria anima e quella delle sorelle con la meditazione assidua della Passione di Cristo.
"Per nutrire poi ininterrottamente la sua anima con le gioie ineffabili del Crocifisso, meditava assai frequentemente l’orazione delle cinque piaghe del Signore. Imparò l’Ufficio della Croce, come l’aveva composto San Francesco, l’amante della croce, e fu solita recitarlo con pari amore" (FF 3216).
Nella stupenda lettera ad Ermentrude di Bruges*, Chiara si esprime così:
«Alza i tuoi occhi al cielo, o carissima, poiché è un invito per noi, e prendi la croce e segui Cristo che ci precede. Poiché dopo molte e varie tribolazioni, è Lui che ci introdurrà nella sua gloria.
Ama con tutto il cuore Dio, e Gesù, suo Figlio crocifisso per noi peccatori, e non cada mai dalla tua mente il ricordo di Lui.
Medita senza stancarti il mistero della croce e i dolori della Madre ritta ai piedi della croce» (FF 2915).
Chiara, sull’esempio di Francesco, visse la Parola Santa del Vangelo chiusa in S.Damiano, per amore dello Sposo, ripudiando ogni velleità mondana.
Nel tempo in cui visse, scelse di vivere reclusa per chi amava e da cui si sentiva amata.
La dimensione penitenziale e di rinnegamento non è più così aspra e sconcertante, quando è la Carità a far trasudare dalle mura la bellezza dell’esperienza sponsale e rigenerativa da lei fatta, per Grazia, come pure da tante sue sorelle.
«Chi infatti vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi perde la sua vita per causa mia, costui la salverà» (Lc 9,24)
Giovedì dopo le Ceneri (Lc 9,22-25)
In questo mercoledì delle Ceneri la liturgia pone alla nostra riflessione tre punti cardini del periodo quaresimale che inizia.
L’indice è puntato sulla carità discreta, sulla preghiera nel nascondimento, sul digiuno dal peccato unito a quello corporale, attestato da un volto gioioso.
Il Povero di Assisi, dopo la sua iniziale conversione, non cessava mai di meditare i quaranta giorni di Gesù nel deserto, prima della sua vita pubblica e, costantemente, pensava alla Pasqua dell’Agnello immolato per la nostra redenzione.
Francesco visse tutta la sua esistenza secondo uno stile penitenziale, senza mai che la forma dominasse sulla sostanza; attuando la Parola in un saggio equilibrio umano e spirituale, sinonimo di statura interiore.
Era duro con se stesso, ma tenero e compassionevole con i frati che eccedevano in digiuni debilitanti.
Nelle Fonti leggiamo:
"Francesco muoveva rimproveri ai suoi fratelli troppi duri verso se stessi, e che arrivavano allo sfinimento a forza di veglie, digiuni, orazioni e penitenze corporali.
Certuni infatti, per reprimere l’ardore dei sensi, si infliggevano tormenti così crudeli, da sembrare animati da suicidio.
L’uomo di Dio vietava simili eccessi, ammonendo quei fratelli con amorevolezza e richiamandoli al buonsenso, curando le loro ferite con la medicina di sagge istruzioni" (FF 1470).
Continuamente portava nella memoria la Passione di Cristo e si richiamava a mortificazione.
"Se stava a mensa con persone del mondo e gli offrivano cibi di suo gusto, li assaggiava appena, adducendo qualche scusa, affinché non si accorgessero che se ne privava per penitenza.
E mangiando con i fratelli, metteva spesso cenere sugli alimenti, dicendo, per dissimulare la sua astinenza: «Sorella cenere è casta!»" (FF 1414).
Ma altresì, per amore verso i frati, sapeva farsi uno con le loro necessità e debolezze.
“Benché, poi, con tutte le sue forze stimolasse i frati ad una vita austera, pure non amava quella severità intransigente che non riveste viscere di pietà e non è condita con il sale della discrezione.
Un frate, a causa dei digiuni eccessivi, una notte non riusciva assolutamente a dormire, tormentato come era dalla fame. Comprendendo il pietoso pastore che la sua pecorella si trovava in pericolo, chiamò il frate, gli mise davanti un po’ di pane e, per evitargli il rossore, incominciò a mangiare lui per primo, mentre con dolcezza invitava l’altro a mangiare" (FF 1095).
Così il fratello scacciò la vergogna e contento prese cibo.
La vigilanza e condiscendenza di Francesco avevano evitato il danno del corpo al frate, offrendogli motivo di grande edificazione.
Al mattino, spiegando l’accaduto ai suoi figli, disse loro:
«A voi fratelli, sia di esempio non il cibo, ma la carità» (FF 1095).
Il Minimo era animato da un forte senso contemplativo.
Il Celano, nella Vita seconda, c’informa:
"Non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente" (FF 681).
Cercava sempre spazi appartati dove potersi unire a Cristo.
"E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col mantello.
E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica, per non svelare la manna nascosta" (FF 681).
«Quando preghi, entra nella tua camera, e chiusa la tua porta [Is 26,20; 2Re 4,33] prega il Padre tuo, che [è] nel segreto» (Mt 6,6).
Quella conversione, che iniziò per il Poverello quando smise di adorare se stesso (come dicono le Fonti), durò tutta la vita, stemperandosi nelle tre direzioni descritte e suggerite dal Vangelo.
«Ma quando tu fai l’elemosina non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra, affinché la tua elemosina sia nel segreto, e il Padre tuo che guarda nel segreto te [lo] renderà» (Mt 6,3-4)
Mercoledì delle Ceneri (Mt 6,1-6.16-18)
Anche Francesco, quando ancora era nel mondo e dinanzi al dipanarsi della sua specifica chiamata da parte del Signore [e la conseguente conversione] ebbe da lottare contro il lievito di Erode: brama di potere e gloria.
Sarà Dio poi, a illuminarlo facendogli prendere le distanze da quanto lo portava fuori strada.
"Un nobile assisano, desideroso di soldi e di gloria, prese le armi per andare a combattere in Puglia. Venuto a sapere la cosa, Francesco è preso a sua volta dalla sete di avventura. Così, per essere creato cavaliere da un certo Conte Gentile, prepara un corredo di panni preziosi; poiché, se era meno ricco di quel concittadino, era però più largo di lui nello spendere […]" (FF 1399).
Ma il Signore, sapendolo così bramoso di gloria e di potere lo visitò con una visione.
Mentre dormiva gli apparve uno che, chiamatolo per nome, lo condusse in un palazzo bellissimo dove si notavano, appese al muro, armi e oggetti da guerra.
Francesco chiese a chi appartenessero tutte quelle cose e il palazzo. Gli fu risposto che il tutto era proprietà sua e dei suoi cavalieri.
Si svegliò, tutto felice, interpretando il sogno secondo criteri mondani. Non avendo ancora gustato pienamente lo spirito di Dio, immaginava di divenire principe.
Così, interpretando la cosa come presagio di fortuna, volle partire per le Puglie, per essere creato cavaliere da quel Conte.
Arrivato a Spoleto incominciò a non star bene e nel dormiveglia udì una voce che lo interrogava su dove fosse diretto. Francesco gli espose il suo ambizioso progetto.
"E quello: «Chi può esserti piuttosto utile: il padrone o il servo?». Rispose: «Il padrone».
Quello riprese: «Perché dunque abbandoni il padrone per seguire il servo, e il principe per il suddito?».
Allora Francesco interrogò: «Signore, che vuoi ch’io faccia?».
Concluse la voce: «Ritorna nella tua città e là ti sarà detto cosa devi fare; poiché la visione che ti è apparsa devi interpretarla in tutt’altro senso».
[…] Spuntato il mattino, in gran fretta dirottò il cavallo verso Assisi, lieto ed esultante" (FF 1401).
Così Francesco abbandonò il lievito di Erode per aderire a Cristo, divenendone il grande Araldo, coraggioso e tenace.
Martedì 6a sett. T.O. (Mc 8,14-21)
Nei versetti proposti dal Vangelo di Marco Gesù è disgustato dai farisei ipocriti, che iniziano a discutere con Lui chiedendo un segno dal cielo per metterlo alla prova, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Tutto questo provoca in Cristo una profonda delusione.
Francesco d’Assisi seguiva Gesù non per i prodigi che il Signore compiva ma per Fede; conquistato dal suo Vangelo, dalle Beatitudini enunciate su il Monte, dall’essere morto e risorto - per lui.
Questo l’aveva attratto e fatto innamorare della nuda parabola evangelica, senza ‘se’ e senza ‘ma’.
Le Fonti, gioiello del cammino francescano, aiutano a comprendere.
"Perciò tutti coloro che videro il Signore Gesù secondo l’umanità, ma non videro né credettero, secondo lo spirito e la divinità, che egli è il vero Figlio di Dio, sono condannati.
E così ora tutti quelli che vedono il sacramento, che viene santificato per mezzo delle parole del Signore sopra l’altare nelle mani del sacerdote, sotto le specie del pane e del vino, e non vedono e non credono, secondo lo spirito e la divinità, che è veramente il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono condannati, perché è L’Altissimo stesso che ne dà testimonianza, quando dice:
«Questo è il mio corpo e il mio sangue della nuova alleanza [che sarà sparso per molti]», e ancora:
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna»" (FF 142).
Se non basta la Presenza del Figlio di Dio a far credere, quale altro segno si può dare a questa generazione?
La fede di Francesco è la migliore risposta all’insipienza mondana.
"E il Signore mi dette tanta fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo:
«Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono in tutto nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo» (FF 111 - Testamento di San Francesco).
Questo l’unico Segno!
«Ed Egli gemendo nel suo spirito dice: «Perché questa generazione cerca un segno?» (Mc 8,12a)
Lunedì 6.a sett. T.O. (Mc 8,11-13)
Il lungo brano di questa domenica, tratto dal Vangelo di Matteo, affronta vari temi.
Fra questi l’urgenza di superare il legalismo degli scribi e farisei, compiendo la volontà di Dio con cura.
Quasi senza accorgersene, Francesco fu un grande maestro spirituale.
Per Grazia, era convinto che la giustizia va sempre a braccetto con la misericordia.
Una giustizia lontana dal rigidismo bieco, desiderosa di esprimersi nel compimento della volontà di Dio, nel rispetto del fratello sempre.
Le Fonti francescane insegnano molto in merito.
"Se talora accadeva che a un fratello sfuggisse una parola capace di ferire, il rimorso di coscienza non gli lasciava aver pace, finché non confessava il suo sbaglio, gettandosi a terra umilmente e pregando l’offeso a mettergli un piede sulla bocca.
Se quel fratello si rifiutava di compiere quel gesto, quando l’offensore era il suo superiore, gli comandava di mettergli il piede sulla bocca; quando era un suddito, glielo faceva ordinare dal responsabile.
In questo modo i frati s’impegnavano a scacciare qualunque rancore e incompatibilità, e a conservare intatto l’amore scambievole.
Facevano il possibile per sostituire a ogni vizio la virtù corrispondente, ispirati e coadiuvati in questo dalla Grazia di Gesù Cristo" (FF 1449).
Giustizia e Misericordia da cercare, da chiedere a Dio innanzitutto nella preghiera e nel silenzio, poiché un cuore nuovo è dono del Signore, di un esodo continuo.
Nella Regola degli eremi, scritta da Francesco, infatti, leggiamo:
«E questi [i frati] abbiano un chiostro, nel quale ciascuno abbia una sua piccola cella, nella quale possa pregare e dormire […] e si alzino per il mattutino, e prima di tutto ricerchino il regno di Dio e la sua giustizia» (FF 137).
Nelle stesse Lodi di Dio Altissimo, Francesco evidenzia che Dio è Giustizia:
«[…] Tu sei giustizia,
Tu sei temperanza,
Tu sei tutta la nostra ricchezza a sufficienza» (FF 261).
Il Poverello, sapendo che il Signore-Giustizia chiamava ad averne superiore a quella di maniera, s’impegnò senza tregua per il Regno dei cieli, e cercò di insegnare ai suoi frati a fare altrettanto.
Mai dimenticò che la misericordia ha sempre la meglio, nel giudizio dinanzi a Dio.
«Vi dico infatti che se la vostra giustizia non abbonderà di più [quella] degli scribi e farisei, non entrerete nel Regno dei cieli» (Mt 5,20)
6.a Domenica T.O. anno A (Mt 5,17-37)
«E mandò due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove egli stava per andare» (Lc 10,1).
Questo passo del Vangelo di Luca era ben impresso nella memoria di Francesco d’Assisi e, preparando i suoi frati alla missione, così si esprimeva:
«Nel nome del Signore, andate due a due per le strade, con dignità, mantenendo il silenzio dal mattino fino a dopo l’ora di terza, pregando nei vostri cuori il Signore.
Nessun discorso frivolo e vacuo tra di voi, giacché, sebbene siate in cammino, il vostro comportamento dev’essere raccolto come foste in un eremo o in cella.
Dovunque siamo o ci muoviamo, portiamo con noi la nostra cella: fratello corpo; l’anima è l’eremita che vi abita dentro a pregare Dio e meditare.
E se l’anima non vive serena e solitaria nella sua cella, ben poco giova al religioso una cella eretta da mano d’uomo» (FF 1636).
Così preparati, i frati andavano ad annunciare la Buona Novella.
Nelle Fonti leggiamo ancora:
"Insisteva perché i fratelli non giudicassero nessuno, e non guardassero con disprezzo quelli che vivono nel lusso […] poiché Dio è il Signore nostro e loro, e ha il potere di chiamarli a sé e di renderli giusti […]
E aggiungeva: «Tale deve essere il comportamento dei frati in mezzo alla gente, che chiunque li ascolti e li veda, sia indotto a glorificare e lodare il Padre celeste».
Era suo vivo desiderio che tanto lui quanto i frati abbondassero di opere buone, mediante le quali il Signore viene lodato. E diceva:
«La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori.
Non provocate nessuno all’ira o allo scandalo, ma tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia dalla vostra mitezza.
Questa è la nostra vocazione: curare le ferite, fasciare le fratture, richiamare gli smarriti.
Molti, che ci sembrano membra del diavolo, possono un giorno diventare discepoli di Cristo» (FF 1469).
Il Povero di Assisi, prima di comunicare la Parola di Dio alla gente, augurava la pace, dicendo:
«Il Signore vi dia la Pace» (FF 359).
Questa egli annunciava sempre con tanta devozione a quanti venivano a lui.
E accadeva spesso che, con la grazia di Dio, i nemici della Pace e della propria salvezza, divenissero figli della Pace.
Predicando e sanando i malati che incontrava, diceva:
«É vicino a voi il regno di Dio» (Lc 10,9).
Tanti erano in tal guisa spinti a ravvedersi e a seguire Cristo e il discepolo di Lui.
Ss. Cirillo e Metodio, 14 febbraio (Lc 10,1-9)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
In the rite of Baptism, the presentation of the candle lit from the large Paschal candle, a symbol of the Risen Christ, is a sign that helps us to understand what happens in the Sacrament. When our lives are enlightened by the mystery of Christ, we experience the joy of being liberated from all that threatens the full realization (Pope Benedict)
Nel rito del Battesimo, la consegna della candela, accesa al grande cero pasquale simbolo di Cristo Risorto, è un segno che aiuta a cogliere ciò che avviene nel Sacramento. Quando la nostra vita si lascia illuminare dal mistero di Cristo, sperimenta la gioia di essere liberata da tutto ciò che ne minaccia la piena realizzazione (Papa Benedetto)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)
Each of us can discover in Joseph – the man who goes unnoticed, a daily, discreet and hidden presence – an intercessor, a support and a guide in times of trouble. Saint Joseph reminds us that those who appear hidden or in the shadows can play an incomparable role in the history of salvation. A word of recognition and of gratitude is due to them all [Patris Corde, intr.]
Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine [Patris Corde, intr.]
don Giuseppe Nespeca
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