Teresa Girolami

Teresa Girolami

Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".

Mercoledì, 19 Agosto 2026 03:33

Tenetevi pronti. Attesa e Veglia

Il brano di Matteo, oggi, ci chiama ad una vigilante attesa del Signore, comportandoci da servi impegnati e disponibili.

Chi si lascia andare a gozzoviglie troverà viceversa amare sorprese.

Poiché non sappiamo quando arriverà è necessario vegliare.

Il Povero assisano fece dell’atteggiamento di solerte attesa e veglia il motivo conduttore del suo percorso di fede.

Non solo vegliava in preghiera, aspettando sempre la Venuta del suo Signore, ma si studiò di incarnare la Parola servendo e amando i suoi frati e ogni creatura.

In tal senso le Fonti c’informano e fanno da testimoni credibili della sua semplice vita evangelica.

Leggiamo:

“Egli alzava sempre le mani al cielo in favore dei veri Israeliti, e a volte, dimentico di sé, provvedeva prima alla salvezza dei fratelli.

Si prostrava ai piedi della Maestà divina, offriva un sacrificio spirituale per i suoi figli, e piegava Dio a beneficarli.

Vegliava con trepido amore sul piccolo gregge, che si era condotto dietro, perché non gli capitasse che, dopo aver lasciato questo mondo, perdesse anche il cielo.

Ed era convinto che un giorno sarebbe rimasto senza gloria, se nello stesso tempo non ne avesse reso meritevoli e partecipi quanti gli erano stati affidati, e che il suo spirito dava alla luce con dolore maggiore di quello provato dalle viscere materne” (FF 760).

Vegliava con amore di padre e madre sui figli spirituali che Dio gli aveva donato e con grande sollecitudine e lungimiranza.

Vegliava con ardore per poter vivere ogni giorno quanto Gesù gli aveva rivelato nel suo cammino.

Vegliava paternamente sulle Povere Dame di S. Damiano, su quelle pianticelle nate dalla medesima chiamata: vocazione d’incarnare il santo Vangelo, annunciandolo ad ogni creatura sotto il cielo.

 

«Anche voi tenetevi pronti, perché nell’ora che non pensate il Figlio dell’uomo Viene» (Mt 24,44)

 

 

Giovedì della 21.a sett.T.O.  (Mt 24,42-51)

Martedì, 18 Agosto 2026 03:34

Disprezzare le lodi

Gesù punta il dito su scribi e farisei ipocriti. Essi si preoccupano d’inezie, invece di praticare la giustizia e la misericordia.

Sono sepolcri imbiancati, mostrano un’apparenza che fa solo da paravento, al putridume interiore.

 

Francesco detestava l’ipocrisia rimproverata da Gesù a scribi e farisei, e se ne guardava bene dal coltivarla sotto ogni forma.

Anche quando la malattia gli imponeva di allentare i digiuni per recuperare forze, poi denunciava tutto davanti alla gente, apertamente, per guadagnarsi il disprezzo.

Infatti nella Leggenda maggiore è scritto:

“Fu una dimostrazione di umiltà perfetta, che insegna al seguace di Cristo la necessità di disprezzare gli elogi e le lodi passeggere, di reprimere il gonfiore e l’arroganza dell’ostentazione e di smascherare le menzogne fraudolenti dell’ipocrisia” (FF 1104).

Un giorno a un frate che mostrava la faccia triste disse:

«Il servo di Dio non deve mostrarsi agli altri triste e rabbuiato, ma sempre sereno.

Ai tuoi peccati, riflettici nella tua stanza e alla presenza di Dio piangi e gemi.

Ma quando ritorni tra i frati, lascia la tristezza e conformati agli altri» (FF 712).

 

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, poiché assomigliate a tombe imbiancate che all’esterno appaiono splendide, ma dentro sono piene di ossa di morti e di ogni impurità» (Mt 23,27)

 

 

Mercoledì 21.a sett. T.O  (Mt 23,27-32)

Lunedì, 17 Agosto 2026 04:07

Lotta tra esterno e interno

Continuano i «Guai» pronunciati da Gesù nel Vangelo di Matteo.

Egli sferza l’ipocrisia dilagante, rimproverando la cura dell’esteriore che cozza con la fuliggine interiore.

Guardiamo la vita del Poverello attraverso le Fonti e nel merito.

Francesco detestava l’ipocrisia rimproverata da Gesù a scribi e farisei, e se ne guardava bene dal coltivarla sotto ogni forma.

Anche quando la malattia gli imponeva di allentare i digiuni per recuperare forze, poi denunciava tutto davanti alla gente, apertamente, per guadagnarsi il disprezzo.

Infatti nella Leggenda maggiore è scritto:

“Fu una dimostrazione di umiltà perfetta, che insegna al seguace di Cristo la necessità di disprezzare gli elogi e le lodi passeggere, di reprimere il gonfiore e l’arroganza dell’ostentazione e di smascherare le menzogne fraudolenti dell’ipocrisia” (FF 1104).

Un giorno a un frate che mostrava la faccia triste disse:

" «Il servo di Dio non deve mostrarsi agli altri triste e rabbuiato, ma sempre sereno. Ai tuoi peccati, riflettici nella tua stanza e alla presenza di Dio piangi e gemi. Ma quando ritorni tra i frati, lascia la tristezza e conformati agli altri»" (FF 712).

Francesco fu cultore della verità, aborrendo ogni avidità e intemperanza.

Guardava al Padre che è nei cieli e attende da ognuno giustizia, fedeltà e misericordia.

 

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta e dell’aneto e del comino, e [tra]lasciate i [punti] più gravi della Legge: il giudizio e la misericordia e la fedeltà» (Mt 23,23)

 

 

Martedì della 21.a sett. T.O.  (Mt 23,23-26)

Domenica, 16 Agosto 2026 02:56

Cambiare vita, diventare Araldi

Nel Vangelo di Giovanni è messa in evidenza la figura di Natanaele (forse l’Apostolo Bartolomeo) definito da Gesù «un Israelita in cui non c’è inganno» (Gv 1,47) e che fa la sua professione di fede nel Signore:

«Rabbì, Tu sei il Figlio di Dio, tu sei re d’Israele» (Gv 1,49).

 

Avvinto dalla novità dello Spirito, Francesco cambia vita e diventa segno di contraddizione per un mondo che non aveva voglia di scostarsi dai luoghi comuni, dalla strada delle tradizioni.

Il suo cuore libero affronta ogni disprezzo, pur di essere leale con Cristo e il suo Vangelo.

Le Fonti ci informano:

"Francesco, l’illetterato, l’amico della semplicità, dal cuore incomparabilmente sincero e nobile […] quanto gli si addice questo nome di Francesco, a lui che ebbe cuore franco e nobile più di ogni altro" (FF 529).

Abbracciando il nuovo stato di vita, un giorno, ai briganti che lo assalgono chiedendogli chi fosse, in sincerità, risponde:

«Sono l’araldo del gran Re; vi interessa questo?» (FF 346).

Ancora:

"Con eguale fervore subito svelava e confessava candidamente davanti a tutti il sentimento di vanagloria, che a volte si impossessava del suo spirito.

Un giorno, una vecchierella gli andò incontro, mentre attraversava Assisi e gli chiese l’elemosina.

Il Santo non aveva altro che il mantello e subito glielo donò generosamente.

Ma, avvertendo che nell’animo stava infiltrandosi un sentimento di vano compiacimento, subito davanti a tutti confessò di averne provato vanagloria" (FF 716).

Lui sì può essere considerato “un figlio della Promessa” in cui non dimorava falsità alcuna!

Araldo e Testimone della sincerità al servizio del Vangelo.

 

 

S.Bartolomeo ap. (Gv 1,45-51)

Sabato, 15 Agosto 2026 05:04

Quale Messia

Dinanzi alla gente che lo scambia per il Battista o Elia o uno dei profeti,

Gesù chiede ai suoi:

«Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

E Pietro fa la sua stupenda professione di fede.

 

Francesco d’Assisi, uomo di fede granitica, Araldo del Gran Re, parlava spesso ai suoi frati delle sofferenze patite dal Cristo, della sua Passione, per la quale piangeva molto.

Testimoniava la sua fede in Gesù, Figlio di Dio, con grande fervore.

Infatti “insegnò loro […] a confessare schiettamente la verità della fede, così come la tiene e la insegna la Santa Chiesa romana.

Essi osservavano in tutto e per tutto gli insegnamenti del padre santo e, appena scorgevano qualche chiesa da lontano, o qualche croce, si volgevano verso di essa, prostrandosi umilmente a terra e pregando secondo la forma loro indicata” (FF 1069).

Le Fonti ci ammaestrano al riguardo:

“Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere.

Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro” (FF 467).

E nei suoi scritti:

“A colui che tanto patì per noi, che tanti beni ha elargito e ci elargirà in futuro […] Egli che solo è buono, solo altissimo, solo onnipotente, ammirabile […] degno di lode e benedetto per gli infiniti secoli dei secoli. Amen” (FF 202).

Ancora: “Si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e […] le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore […] e non riesce più a trattenere le lacrime e piange anche ad alta voce la passione di Cristo, che gli sta sempre davanti agli occhi. Riempie di gemiti le vie, rifiutando di essere consolato al ricordo delle piaghe di Cristo.

Incontrò, un giorno, un suo intimo amico, ed avendogli manifestato la causa del dolore, subito anche questi proruppe in lacrime amare” (FF 594).

Il pensiero che Gesù doveva soffrire molto lo tormentava rendendolo compreso di tale Mistero giorno e notte.

Anche a lui, come a Pietro, Cristo diede le chiavi: quelle dell’Ordine minoritico, sapientemente addestrato alla testimonianza evangelica.

 

 

Domenica 21.a T.O. A  (Mt 16,13-20)

Venerdì, 14 Agosto 2026 01:38

Nemico dell’apparire

Nel brano evangelico proposto oggi, Gesù si rivolge alla gente comune e ai suoi discepoli mettendoli in guardia dai criteri usati dagli scribi e farisei:

«Non fate secondo le loro opere, perché  dicono e non fanno» (Mt 23,3). 

In quanto operano c’è la ricerca dell’apparire e dell’essere ammirati, vivendo fuori di sé anziché dentro.

Cercatori dei primi posti e dell’essere chiamati "rabbì" dalla gente.

No, dice Gesù, fra voi non sia così, la logica del Regno è altra e chi si umilia sarà esaltato.

In questo contesto guardiamo dentro le Fonti.

Francesco aveva un grande rispetto concreto per Dio, tanto che leggiamo nelle Fonti:

"Non voleva chiamare col loro nome quanti avessero nome «Buono», per riverenza al Signore che ha detto: Nessuno è buono, fuorché Dio solo.

Allo stesso modo, non voleva dare a nessuno il titolo di «padre» o di «maestro», né scriverlo nelle lettere, per rispetto al Signore che disse: Non chiamate nessuno «padre» sulla terra, né fatevi chiamare «maestri», ecc" (FF 1615).

Il Povero d’ Assisi inoltre aborriva l’ipocrisia, la malattia dell’apparire e non essere, e non fare.

Infatti nella Vita seconda del Celano leggiamo:

“Costoro si preoccupano di apparire buoni, non di diventarlo, accusano i vizi altrui ma non depongono i propri […] vendono a prezzo di lodi funeste il pallore della loro faccia emaciata per sembrare spirituali, in modo da giudicare tutto e non essere giudicati da nessuno.

Godono della fama di essere santi, senza averne le opere, del nome di angeli ma non ne hanno la virtù” (FF 770).

Il Poverello era in modo evidente nemico di ogni forma di ostentazione e mancata trasparenza.

Infatti, nelle Fonti: "Una volta, intorno a Natale, si era radunata molta folla per la predica presso l’eremo di Poggio [Bustone].

Francesco esordì a questo modo:

«Voi mi credete un uomo santo e perciò siete venuti con devozione. Ebbene, ve lo confesso, in tutta questa quaresima, ho mangiato cibi conditi con lardo».

E così più di una volta attribuì a gola, ciò che invece aveva concesso alla malattia” (FF 715).

L’interiorità di Francesco andava a braccetto con la forma esterna, in un sapiente equilibrio esistenziale.

 

 

Sabato della 20.a sett. T.O.  (Mt 23,1-12)

Giovedì, 13 Agosto 2026 07:02

Amore particolarmente intimo

Matteo evidenzia la risposta data da Gesù ai leaders che tentavano di metterlo alla prova, in merito al più grande comandamento.

E il Signore li spiazza: amare Dio con tutto se stesso, e il prossimo come se stesso, è quanto di meglio si possa fare.

Francesco d’Assisi era infiammato da un profondo amore per Dio e per il prossimo, poiché, per grazia, aveva compreso che in questi due comandamenti era racchiuso tutto il Vangelo.

Le Fonti lo attestano in modo lampante.

“Fra le altre parole, che ricorrevano spesso nel parlare, non poteva udire l’espressione «amore di Dio» senza provare una certa commozione. Subito infatti, al suono di questa espressione «amore di Dio» si eccitava, si commuoveva e si infiammava, come se venisse toccata col plettro della voce la corda interiore del cuore.

«È una prodigalità da nobili - ripeteva - offrire questa ricchezza in cambio dell’elemosina e sono quanto mai stolti quelli che l’apprezzano meno del denaro».

Da parte sua, osservò infallibilmente sino alla morte il proposito che aveva fatto quando era ancora nel mondo, di non respingere alcun povero che gli chiedesse per amore di Dio.

Una volta un povero gli chiese la carità per amore di Dio. Siccome non aveva nulla, il Santo prese di nascosto le forbici e si preparò a spartire la sua misera tonaca.

E l’avrebbe certamente fatto se non fosse stato scoperto dai frati, ai quali però ordinò di provvedere con altro compenso al povero” (FF 784).

“La forza dell’amore aveva reso Francesco fratello di tutte le altre creature; non è quindi meraviglia se la carità di Cristo lo rendeva ancora più fratello di quanti sono insigniti della immagine del Creatore.

Diceva infatti che niente è più importante della salvezza delle anime, e lo provava molto spesso col fatto che l’Unigenito di Dio si è degnato di essere appeso alla croce per le anime.

Da qui derivava il suo impegno nella preghiera, il suo trasferirsi da un luogo all’altro per predicare, la sua grande preoccupazione di dare il buon esempio.

Non si riteneva amico di Cristo, se non amava le anime che Egli ha amato […]

Ma al di sopra di ogni misura, amava di un amore particolarmente intimo con tutto l’affetto del cuore, i frati, come familiari di una fede speciale e uniti dalla partecipazione alla eredità eterna” (FF 758).

Francesco sapeva che l’amore fraterno era riprova di quello attestato a Dio in tutta la sua concretezza.

 

 

Venerdì della 20.a sett. T.O.  (Mt 22,34-40)

Mercoledì, 12 Agosto 2026 02:14

Al Banchetto

Gesù paragona il Regno dei cieli a un banchetto di nozze.

Gli invitati non si curano di partecipare al banchetto del re, e i servi vengono inviati a raccogliere quanti trovano nelle strade, ma con l’abito nuziale.

«Molti infatti sono chiamati, ma pochi eletti» (Mt 22,14).

Guardiamo ora al Poverello d’Assisi: come vive tutto questo, secondo il racconto delle Fonti.

Innamorato di Madonna Povertà, Francesco invitò con insistenza la Medesima a prendere cibo con i frati [cf. Sacrum Commercium Beati Francisci cum Domina Paupertate]:

“Poi la condussero al luogo dove era preparata la mensa. Come fu arrivata ella si guardò attorno e, non vedendo nulla all’infuori di tre o quattro tozzi di pane d’orzo e di crusca posti sull’erba fu presa da grande ammirazione” (FF 2020).

Quindi "ordinò loro di essere tutti insieme e rivolse ad essi parole di vita, dicendo:

«Siate Benedetti, figli miei, dal Signore Iddio che ha creato il cielo e la terra, perché mi avete accolta nella vostra casa con tale pienezza di carità, che oggi stando con voi mi è parso di stare nel paradiso del Signore […]

Ecco quello che ho tanto cercato, ora lo contemplo […] perché in terra mi sono unita a uomini che sono per me immagine fedele di Colui che è mio sposo nel cielo.

Benedica il Signore il vostro coraggio e gradisca il lavoro delle vostre mani»" (FF 2024).

Chiamati/e ed eletti/e in compagnia di Madonna Povertà, a ricalcare le orme del Figlio di Dio.

La stessa Chiara, nel suo Testamento spirituale, vera perla francescana, si rivolge alle figlie presenti e future invitandole a custodire il tesoro inestimabile dell’elezione. Leggiamo in esso:

«Tra gli altri benefici che abbiamo ricevuto e ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle Misericordie, per i quali siamo molto tenute a rendere a Lui glorioso vive azioni di grazie, grande è quello della nostra vocazione. E quanto più essa è grande e perfetta, tanto maggiormente siamo a lui obbligate. Perciò l’Apostolo ammonisce: ‘Conosci bene la tua vocazione’» (FF 2823).

E ancora:

«Il Figlio di Dio si è fatto nostra Via; e questa con la parola e l’esempio ci indicò e insegnò il beato padre nostro Francesco, vero amante e imitatore di Lui» (FF 2824).

A questo punto Chiara ricorda quando il Santo, sotto ispirazione divina, profetò a loro riguardo.

“Salito sopra il muro di detta chiesa […] rivolto ad alcuni poverelli che stavano lì appresso:

«Venite ed aiutatemi in quest’opera del monastero di S. Damiano, perché tra poco verranno ad abitarli delle donne, e per la fama della santità della loro vita si renderà gloria al Padre nostro celeste in tutta la sua santa Chiesa».

Possiamo, dunque, ammirare in questo fatto la grande bontà di Dio verso di noi: Egli si è degnato, nella sovrabbondante sua misericordia e carità, di ispirare tali parole al suo Santo a proposito della nostra vocazione ed elezione» (FF 2827-2828).

 

 

[Giovedì della 20.a sett.T.O.  (Mt 22,1-14)]

Martedì, 11 Agosto 2026 03:57

Gratuità dell’Eterno

Nel capitolo venti del Vangelo di Matteo, Gesù paragona il Regno dei cieli ad un padrone che chiama e accoglie a lavorare nella sua vigna a tutte le ore, perfino quanti arrivano all’ultima ora. Senza nulla togliere a quelli che hanno lavorato duramente tutto il giorno, il Signore accoglie pienamente anche coloro che arrivano tardi, secondo l’orologio umano.

Dio, nella sua bontà, valuta in base ad un criterio diverso dai pregiudizi degli uomini.

Per questo: «gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16).

Nelle Fonti Francescane troviamo un Poverello che amava la laboriosità e non il pregiudizio, rifuggendo l’ozio.

Aveva però compreso che il nostro Dio non è dispotico, bensì dispensa i suoi beni in totale gratuità.

Il Minore guardava sempre alla Bontà dell’Artefice di ogni cosa, che ha cura di ciascuno, e tutti vuole condurre nel suo Regno.

Esortava i suoi frati a lavorare con sollecitudine nella Vigna del Signore, accogliendo chiunque e stando lontano solo da chi oziava.

Le Fonti raccontano:

“Quando i frati dimoravano a Rivotorto, c’era uno di loro che poco pregava, non lavorava e si rifiutava di andare alla cerca perché si vergognava: mangiava forte, però.

Considerando una simile condotta, Francesco capì con la luce dello Spirito Santo che quello era un uomo carnale. E gli rivolse queste parole:

«Va’ per la tua strada, fratello Mosca! Tu vuoi mangiare il lavoro dei tuoi fratelli, ma sei ozioso nel servizio di Dio. Sei come il fuco, che non lavora e non raccoglie, e divora il frutto della fatica delle api operose».

Quel tale se ne andò per la sua strada, senza nemmeno chiedere scusa, da quell’uomo carnale che era” (FF 1612).

Tuttavia Francesco non aveva pregiudizi, e sempre contemplava la Suprema Bontà di Dio, risalendo all’Origine salvifica di ogni cosa.

In tal guisa “esultava per tutte quante le opere delle mani del Signore e, da quello spettacolo di gioia, risaliva alla Causa e Ragione che tutto fa vivere” (FF 1162).

Quindi non mancava di ammonire i suoi frati a non essere invidiosi di quanto il Signore operava nel prossimo:

“Chiunque invidia il suo fratello riguardo al bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, il quale dice e fa ogni bene” (FF 157 Ammonizioni).

E ancora:

“Voglio che i miei frati lavorino e si tengano esercitati. Così non andranno in giro, oziando con il cuore e con la lingua, a pascersi di cose illecite” (FF1093).

 

 

Mercoledì della 20.a sett. T.O.  (Mt 20,1-16)

Pagina 4 di 11
That denarius clearly represents eternal life, a gift that God reserves for all. Indeed those who are considered the "last", if they accept, become the "first", whereas the "first" can risk becoming the "last" [Pope Benedict]
Quel denaro rappresenta la vita eterna, dono che Dio riserva a tutti. Anzi, proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi" [Papa Benedetto]
The sower is Jesus. With this image, we can see that he presents himself as one who does not impose himself, but rather offers himself. He does not attract us by conquering us, but by donating himself: he casts seeds. With patience and generosity, he spreads his Word, which is not a cage or a trap, but a seed which can bear fruit (Pope Francis)
Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto (Papa Francesco)
The Church desires to give thanks to the Most Holy Trinity for the "mystery of woman" and for every woman - for that which constitutes the eternal measure of her feminine dignity, for the "great works of God", which throughout human history have been accomplished in and through her (Mulieris Dignitatem n.31)
La Chiesa desidera ringraziare la Santissima Trinità per il «mistero della donna», e, per ogni donna - per ciò che costituisce l'eterna misura della sua dignità femminile, per le «grandi opere di Dio» che nella storia delle generazioni umane si sono compiute in lei e per mezzo di lei (Mulieris Dignitatem n.31)
Simon, a Pharisee and rich 'notable' of the city, holds a banquet in his house in honour of Jesus. Unexpectedly from the back of the room enters a guest who was neither invited nor expected […] (Pope Benedict)
Simone, fariseo e ricco “notabile” della città, tiene in casa sua un banchetto in onore di Gesù. Inaspettatamente dal fondo della sala entra un’ospite non invitata né prevista […] (Papa Benedetto)
God excludes no one […] God does not let himself be conditioned by our human prejudices (Pope Benedict)
Dio non esclude nessuno […] Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi (Papa Benedetto)
«The Russian mystics of the first centuries of the Church gave advice to their disciples, the young monks: in the moment of spiritual turmoil take refuge under the mantle of the holy Mother of God». Then «the West took this advice and made the first Marian antiphon “Sub tuum Praesidium”: under your cloak, in your custody, O Mother, we are sure there» (Pope Francis)
The Gospel of Matthew written in Hebrew or Aramaic is no longer extant, but in the Greek Gospel that we possess we still continue to hear, in a certain way, the persuasive voice of the publican Matthew, who, having become an Apostle, continues to proclaim God's saving mercy to us. And let us listen to St Matthew's message, meditating upon it ever anew also to learn to stand up and follow Jesus with determination (Pope Benedict)
Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione (Papa Benedetto)

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