Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
L’evangelista Mc evidenzia come al passaggio di Gesù, ovunque, la gente accorresse a portare sulle barelle i malati da guarire.
Sulle orme del Maestro, in ogni luogo Francesco operava guarigioni.
Aveva ricevuto speciali carismi in favore della gente, che voleva toccarlo per essere sanata.
Nelle Fonti, a tale proposito, c’è un episodio interessante e commovente.
A Susa, un giovane di Rivarolo Canavese, di nome Ubertino, entrato nell’Ordine dei frati minori, in seguito ad uno spavento terribile, divenne pazzo e colpito da paralisi nella parte destra, perdendo sensibilità, moto, udito e parola.
I frati erano erano affranti nel vederlo steso nel suo letto in quello stato.
Alla vigilia di S. Francesco ebbe un momento di lucidità e si mise ad invocare il padre in modo accorato.
All’ora del mattutino, mentre tutti i frati erano in coro, il beato padre apparve al novizio nell’infermeria, facendo risplendere una gran luce in quell’abitazione.
Il padre gli pose la mano sul fianco destro facendola scorrere fino ai piedi; gli mise le dita nell’orecchio e gli fece un segno particolare sulla spalla destra, dicendo:
«Questo sarà per te il segno che Dio, servendosi di me, che tu hai voluto imitare entrando in Religione, ti ha ridonato perfetta salute» (FF 1325).
Poi gli mise il cingolo e gli disse:
«Alzati e va’ in chiesa a celebrare devotamente, insieme con gli altri, le prescritte lodi di Dio» (FF 1325).
Il giovane cercava di toccarlo con le mani e baciargli i piedi, in segno di ringraziamento, ma il beato padre scomparve dalla sua vista.
Il giovane andò, poi, in chiesa a celebrare le lodi ormai guarito, fra lo stupore degli astanti.
Francesco, apostolo di resurrezione, in vita e in morte operò tante guarigioni nei corpi e nei cuori di molte persone.
Queste volevano toccare la sua tunica, il suo mantello, il suo cappuccio, credendo fermamente di poter essere sanate e ritrovando la fede nel Dio che lo aveva inviato.
«E lo supplicavano di toccare anche solo la frangia del suo mantello; e quanti lo toccarono erano salvati» (Mc 6,56).
Lunedì 5.a sett.T.O. (Mc 6,53-56)
Gesù chiama a una testimonianza essenziale, da dare con tutta la vita, per essere sale e luce per ciascuno.
Francesco, nel suo percorso di fede, si studiò di piacere a Dio con un’esistenza sapida e un vivere luminoso, irrigato dalla Grazia.
La stessa Chiara, sempre unita allo Sposo Gesù, fu profeticamente eletta per essere quanto il suo stesso nome significava: luce, chiarore per il mondo.
Nelle Fonti la loro testimonianza rifulge.
Nella Lettera di frate Elia, scritta subito dopo la morte di Francesco, è evidente l’esperienza dei frati fatta accanto al loro padre e il profumo di vita respirato.
"Veramente era la vera luce la presenza del fratello e padre nostro Francesco, non solo per noi che gli eravamo compagni nella medesima professione di vita, ma anche per quelli che erano lontani.
Era, infatti, una luce suscitata dalla luce vera, quella che illumina quanti erano nelle tenebre e sedevano nell’ombra della morte, per dirigere i loro passi sulla via della pace.
Questo egli ha fatto, come vera luce meridiana.
La luce che veniva dall’alto illuminava il suo cuore e riscaldava la volontà di lui col fuoco del suo amore" (FF 307).
Questa l’esperienza di chi lo conobbe da vicino.
Ma Chiara stessa, nell’epistolario compilato per il meraviglioso dialogo con Agnese di Boemia, offre dei passi che sono la misura del suo cuore e della sua vita luminosa.
Nella quarta lettera leggiamo:
«E poiché questa visione di lui è splendore dell’eterna gloria, chiarore della luce perenne e specchio senza macchia, ogni giorno porta l’anima tua, o regina, sposa di Gesù Cristo, in questo specchio e scruta in esso continuamente il tuo volto, perché tu possa così adornarti tutta all’interno e all’esterno, vestita e circondata di varietà, e sii parimenti adorna con i fiori e le vesti di tutte le virtù, come conviene a te, figlia e sposa carissima del sommo Re» (FF 2902).
In Francesco e Chiara la purezza aveva raggiunto livelli tali da far sì che tutta la macchina del mondo, come dice San Bonaventura, si era messa al servizio dei sensi santificati di queste due splendide figure.
Nella loro povera e semplice esistenza, tutto diveniva testimonianza chiara e di spessore, a lode di Dio.
Chiara d’Assisi fu, al pari del suo maestro e padre, fulgore incarnato della Santa Parola. Con la sua chiarità senza fine fu eco del Risorto, Luce da Luce.
Francesco fu sale che rese sapida la vita quotidiana dei poveri e dei ricchi; un sale che rivoluzionò la sua epoca e che ancora oggi, dopo ottocento anni dalla sua morte, dà senso al vivere di ogni uomo, interrogandolo su ciò che cerca e segue.
La sua pazzia - così considerata ai suoi tempi - si è rivelata saggezza evangelica.
Ancora il suo sale attesta la validità della strada abbracciata in unità con Cristo; la sua scelta è sapore di sale in un mondo talora insipido.
«Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere belle e glorifichino il Padre vostro che [è] nei cieli» (Mt 5,16)
5.a Domenica T.O. A. (Mt 5,13-16)
Nel Vangelo odierno Gesù invita i suoi in un luogo deserto, in disparte. La calca della folla non consentiva loro neppure più di mangiare.
Ma il Signore prova anzitutto compassione per la gente che lo seguiva, perché erano come pecore senza pastore.
L’assidua contemplazione e la purezza della vita avevano reso Francesco potente, per grazia, anche sulle forze del male, rendendolo testimone credibile del Signore attraverso numerose guarigioni.
Le Fonti illuminano in proposito, in modo eloquente:
“Gente di ogni età […] correva a vedere e ad ascoltare quell’uomo nuovo.
Egli pellegrinava per le varie regioni, annunciando con fervore il Vangelo; e il Signore cooperava, confermando la Parola con i miracoli che l’accompagnavano.
Infatti, nel nome del Signore, Francesco, predicatore della verità, scacciava i demoni, risanava gli infermi” (FF 1212).
Una volta ”non so come qualificare la malattia orrenda di cui soffriva un confratello, alcuni l’attribuivano alla presenza di un diavolo maligno.
Il poveretto spesso si gettava a terra e, stralunando gli occhi in modo orribile, si ravvoltolava tutto con la schiuma alla bocca; le sue membra ora si contraevano, ora si distendevano, or rigide, or piegate e contorte […]
Il santo Francesco ne ebbe compassione immensa, si recò da lui, lo benedisse, pregando umilmente Iddio, e il malato ottenne pronta e completa salute e non patì più un male del genere” (FF 440).
“A Città di Castello una donna era posseduta da uno spirito maligno e furioso: appena il Santo […] ebbe ingiunto per obbedienza [di uscire da lei], il demonio fuggì pieno di sdegno, lasciando libera nell’anima e nel corpo la povera ossessa” (FF 1219)
Francesco aveva sposato la Luce, oscurando la forza del male.
Il Minimo aveva compassione delle folle stanche e sfinite che lo seguivano e, nella preghiera, suo costante rifugio, chiedeva a Dio operai per la messe abbondante.
Chiedeva pure ai suoi frati di pregare molto per questa causa.
Come Gesù, il Santo percorreva tutte le città e i villaggi, predicando il Vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
«E uscendo vide molta folla ed ebbe compassione di loro poiché erano come pecore che non hanno pastore, e cominciò a insegnare loro molte cose» (Mc 6,34)
Sabato 4.a sett. T.O. (Mc 6,30-34)
L’evangelista Marco illustra le circostanze del martirio del Battista.
Erode voleva far uccidere Giovanni per il timore di rivolte, e perché gli rimproverava i suoi illeciti.
Ma temeva la folla, che lo considerava un profeta.
Il tema della persecuzione abbinata al favore del popolo per l’uomo di Dio è presente pure in san Francesco.
Nelle Fonti leggiamo:
"Poiché l’araldo di Cristo era famoso per questi e molti altri prodigi, la gente prestava attenzione alle sue parole, come se parlasse un Angelo del Signore.
Infatti la prerogativa delle virtù eccelse, lo spirito di profezia, la potenza taumaturgica, la missione di predicare venuta dal cielo, l’obbedienza delle creature prive di ragione, le repentine conversioni dei cuori operate dall’ascolto della sua parola, la scienza infusa dallo Spirito Santo e superiore all’umana dottrina, l’autorizzazione a predicare concessa dal Sommo Pontefice per rivelazione divina, come pure la Regola, che definisce la forma della predicazione, confermata dallo stesso Vicario di Cristo e, infine, i segni del Sommo Re impressi come un sigillo nel suo corpo, sono come dieci testimonianze per tutto il mondo e confermano senza ombra di dubbio che Francesco, l’araldo di Cristo, è degno di venerazione per la missione ricevuta, autentico nella dottrina insegnata, ammirabile per la santità e che, perciò, egli ha predicato il Vangelo di Cristo come un vero inviato di Dio” (FF 1221).
Per questo incontrò anche lui persecuzione.
Ma ai suoi frati, nella Regola non bollata, ricorda:
"E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che si sono donati e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo.
E per il suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore:
«Colui che perderà l’anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna» " (FF 45).
Francesco sacrificò sull’altare della carità e povertà tutto di sé per il Regno, lasciando a tutti un fulgido esempio.
«E subito il re mandata una guardia, ordinò di portare la testa di lui, e andò a decapitarlo nella prigione» (Mc 6,27)
Venerdì 4.a sett. T.O. (Mc 6,14-29)
Nella Regola bollata (1223) Francesco d’Assisi scrive ai suoi frati:
«In qualunque casa entreranno dicano, prima di tutto: Pace a questa casa; e, secondo il santo Vangelo, è loro lecito mangiare di tutti i cibi che saranno loro presentati» (FF 86).
Un comportamento povero, essenziale, adatto alle circostanze, senza pretese.
Stile che riguarda pure il singolare equipaggiamento del percorso:
«E ordinò loro di non prendere nulla per via se non un bastone soltanto, né pane né bisaccia né rame per la cintura, ma calzati i sandali di non indossare due tuniche» (Mc 6,8-9).
Tutto questo costituiva "il corredo del pellegrino" per amore di Cristo e della sua Parola onnipotente.
Per sé e per i suoi primi compagni, Francesco si era molto interrogato su come seguire il Vangelo.
Un giorno, entrò nella chiesa di S. Pietro, ove si leggeva il brano relativo al mandato affidato agli Apostoli.
"Dopo la Messa, pregò il sacerdote di spiegargli il passo*. Il sacerdote glielo commentò punto per punto, e Francesco, udendo che i discepoli di Cristo non devono possedere né oro, né argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane […] ma soltanto predicare il Regno di Dio […] subito, esultante di Spirito Santo, esclamò:
«Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!»" (FF 356).
E senza indugio alcuno, pieno di gioia, si apprestò a realizzare il salutare ammonimento e tutti gli insegnamenti uditi.
Continuano le Fonti:
"Egli infatti non era mai stato un ascoltatore sordo del Vangelo, ma, affidando ad una encomiabile memoria tutto quello che ascoltava, cercava con ogni diligenza di eseguirlo alla lettera” (FF 357).
Da allora, con grande fervore, Francesco cominciò a predicare la penitenza, edificando tutti con la semplicità ed efficacia della sua parola e la magnificenza del suo cuore.
Iniziò la sua predicazione proprio nella chiesa di S. Giorgio, in cui ebbe i primi rudimenti del latino e dell’insegnamento religioso, dove aveva imparato a leggere e dove ebbe, in seguito, la sua prima sepoltura.
Povero, iniziò a seminare la Buona Novell; scarno di ogni cosa.
E nudo si donò alla lieta Notizia fino alla fine della vita.
Giovedì 4.a sett.T.O. (Mc 6,7-13)
Nel cap.6 del Vangelo di Marco si evidenzia il rifiuto di Gesù da parte degli abitanti di Nazareth.
Il Signore è meravigliato dell’incredulità riscontrata nella sua patria e del disprezzo riservatogli, tanto da non potervi operare alcun prodigio.
Come Gesù, così il suo discepolo. Sulle orme di Cristo, anche Francesco d’Assisi vorrebbe che la gente del suo tempo fosse stata edificatrice e corifea di altri sogni. Ma nella sua vita incontra (e con lui i suoi frati) uomini in cui abita spesso l’incapacità di riconoscere la cifra del divino nell’umano.
Una durezza che va a braccetto con quel disprezzo del profetico e che tende ad annullare quanto di rivoluzionario c’è nello spirito del Poverello: l’intuizione felice della valorizzazione della persona.
Troviamo nelle Fonti autorevoli sorgenti:
“Se Guido [un benefattore] li trattava con tanto riguardo, altri invece li coprivano di disprezzo. Gente di alta e modesta condizione li dileggiava e malmenava, fino a togliere loro di dosso i miserabili indumenti.
I servi di Dio restavano nudi poiché, secondo l’ideale evangelico, non portavano che quel solo vestito, e inoltre non chiedevano la restituzione di ciò che loro veniva portato via […]
Certuni gettavano loro addosso il fango; altri mettevano dei dadi nelle loro mani, invitandoli a giocare; altri ancora, afferrandoli da dietro per il cappuccio, se li trascinavano sospesi sul dorso.
Queste e altre cattiverie del genere venivano loro inflitte, poiché erano ritenuti degli esseri così meschini, da poterli strapazzare a piacimento.
Insieme con la fame e la sete, con il freddo e la nudità, pativano tribolazioni e sofferenze d’ogni sorta.
Ma tutto sopportavano con imperturbabile pazienza, secondo l’ammonizione di Francesco” (FF 1444).
«Non c’è profeta disprezzato se non nella sua patria e tra i suoi parenti e nella sua casa» (Mc 6,4)
Mercoledì 4.a sett. T.O. (Mc 6,1-6)
La Liturgia ci dona il racconto della guarigione dell’emorroissa, una povera donna malata - e la rianimazione della figlia di Giairo, capo della sinagoga.
Il denominatore comune di questi episodi è la fiducia sincera che il Signore chiede e trova in alcune persone.
Animato da indomita Fede, Francesco divenuto Alter Christus ebbe dal Signore l’Energia Divina per la guarigione, testimoniando che Dio era in lui e con lui.
Già in vita compì molti prodigi: ad esempio, quello avvenuto a Nardi. Una donna riacquistò la vista nel momento in cui Francesco fece il segno della croce.
Oppure quello che ritrae Francesco in pena per un frate colpito da epilessia. Si recò da lui e, dopo averlo benedetto, lo guarì.
Nel processo di canonizzazione sono stati riconosciuti dalle Autorità più di 40 miracoli.
Ne riportiamo uno, tratto dalle Fonti e relativo a dopo la sua morte.
“Il figlioletto appena settenne d’un notaio di Roma, si era messo in testa, come usano i bambini, di seguire la mamma che stava andando alla chiesa di S. Marco.
Siccome la mamma lo aveva costretto a restare a casa, si buttò dalla finestra del palazzo […] La madre, vedendo che aveva improvvisamente perduto il figlio […] incominciò a straziarsi con le proprie mani […]
Ma un frate dell’Ordine dei Minori, di nome Rao, che si stava recando in quel luogo a predicare, si avvicinò al bambino e poi, pieno di fede, disse al padre:
«Credi tu che Francesco, il santo di Dio, può risuscitare dai morti tuo figlio, in forza di quell’amore che ha sempre avuto verso Gesù Cristo, morto in croce per ridare la vita agli uomini?».
Il padre rispose che lo credeva fermamente. Quel frate si prostrò in orazione con il frate suo compagno e incitò tutti i presenti a pregare.
Come fu terminata la preghiera, il bambino incominciò a sbadigliare un poco, aprì gli occhi e sollevò le braccia, finalmente si alzò da solo e subito, alla presenza di tutti, si mise a camminare, sano e salvo, restituito alla vita e, insieme, alla salvezza per la mirabile potenza del Santo” (FF 1266).
Preghiera di Francesco davanti al Crocifisso (FF 276).
«Altissimo glorioso Dio,
illumina le tenebre de lo core mio.
Et dame fede dricta
speranza certa e carità perfecta,
senno e cognoscemento,
Signore,
che faccia lo tuo santo e verace comandamento.
Amen».
Martedì 4.a sett. T.O. (Mc 5,21-43)
Il passo di Lc narra della Presentazione di Gesù al Tempio - quale Luce autentica delle nazioni e salvezza dei popoli, rivelata alle moltitudini.
Raccontano le Fonti che Francesco aveva, fra l’altro, uno straordinario riguardo per le lucerne, lampade e candele, e non voleva mai spegnerne di sua mano lo splendore, perché simbolo della Luce eterna.
Parimenti Chiara, in una lettera alla Beata Agnese da Praga:
«E poiché questa visione di Lui è splendore dell’eterna gloria, chiarore della luce perenne e specchio senza macchia, ogni giorno porta l’anima tua, o regina, sposa di Gesù Cristo, in questo specchio e scruta in esso continuamente il tuo volto […]» (FF 2902).
Il Santo, uomo fatto preghiera, sempre riceveva dallo Spirito del Signore che lo guidava, tutta la luce necessaria per essere scrutatore di coscienze, smantellatore di pseudo verità.
Infatti, l’episodio che riprendiamo sempre dalle Fonti, lo attesta:
“C’era un frate, a giudicare dal di fuori più che santo.
I confratelli parlarono a lungo di lui a Francesco, che era di passaggio.
Ma il Poverello rispose così alle loro lodi:
«Smettetela, fratelli, di lodarmi in costui le finzioni del diavolo. Sappiate che si tratta di tentazione diabolica e d’inganno fraudolento».
Male accolsero i frati questa risposta: secondo loro era impossibile che la falsità e la frode potessero imbellettarsi sotto tanti indizi di perfezione.
Ma, di lì a non molti giorni, quando quel tale se ne andò dall’Ordine, fu ben chiaro a tutti che l’uomo di Dio aveva letto, col suo sguardo luminoso, nell’intimo segreto di quel cuore.
Era questo il modo in cui egli prevedeva infallibilmente anche la caduta di tanti, che sembravano star dritti; come pure la conversione a Cristo di molti peccatori.
Perciò sembrava che egli contemplasse ormai da vicino lo specchio della luce eterna, nel cui mirabile splendore l’occhio del suo spirito poteva vedere le cose fisicamente lontane come se fossero presenti" (FF 1198).
Francesco aveva incontrato la Luce nella sua esistenza, ne era stato compenetrato al punto da divenire, in Cristo, lui stesso "segno" per molti.
«Ecco, questi è posto a rovina e risurrezione di molti in Israele e a segno contraddetto […] affinché siano rivelati da molti cuori i pensieri» (Lc 2,34-35)
2 febbraio, Presentazione del Signore (Lc 2,22-40)
You ought not, however, to be satisfied merely with knocking and seeking: to understand the things of God, what is absolutely necessary is oratio. For this reason, the Saviour told us not only: ‘Seek and you will find’, and ‘Knock and it shall be opened to you’, but also added, ‘Ask and you shall receive’ [Verbum Domini n.86; cit. Origen, Letter to Gregory]
Non ti devi però accontentare di bussare e di cercare: per comprendere le cose di Dio ti è assolutamente necessaria l’oratio. Proprio per esortarci ad essa il Salvatore ci ha detto non soltanto: “Cercate e troverete”, e “Bussate e vi sarà aperto”, ma ha aggiunto: “Chiedete e riceverete” [Verbum Domini n.86; cit. Origene, Lettera a Gregorio]
In the crucified Jesus, a kind of transformation and concentration of the signs occurs: he himself is the “sign of God” (John Paul II)
In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio" (Giovanni Paolo II)
Only through Christ can we converse with God the Father as children, otherwise it is not possible, but in communion with the Son we can also say, as he did, “Abba”. In communion with Christ we can know God as our true Father. For this reason Christian prayer consists in looking constantly at Christ and in an ever new way, speaking to him, being with him in silence, listening to him, acting and suffering with him (Pope Benedict)
Solo in Cristo possiamo dialogare con Dio Padre come figli, altrimenti non è possibile, ma in comunione col Figlio possiamo anche dire noi come ha detto Lui: «Abbà». In comunione con Cristo possiamo conoscere Dio come Padre vero. Per questo la preghiera cristiana consiste nel guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo, parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui (Papa Benedetto)
In today’s Gospel passage, Jesus identifies himself not only with the king-shepherd, but also with the lost sheep, we can speak of a “double identity”: the king-shepherd, Jesus identifies also with the sheep: that is, with the least and most needy of his brothers and sisters […] And let us return home only with this phrase: “I was present there. Thank you!”. Or: “You forgot about me” (Pope Francis)
Nella pagina evangelica di oggi, Gesù si identifica non solo col re-pastore, ma anche con le pecore perdute. Potremmo parlare come di una “doppia identità”: il re-pastore, Gesù, si identifica anche con le pecore, cioè con i fratelli più piccoli e bisognosi […] E torniamo a casa soltanto con questa frase: “Io ero presente lì. Grazie!” oppure: “Ti sei scordato di me” (Papa Francesco)
Thus, in the figure of Matthew, the Gospels present to us a true and proper paradox: those who seem to be the farthest from holiness can even become a model of the acceptance of God's mercy and offer a glimpse of its marvellous effects in their own lives (Pope Benedict))
Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza (Papa Benedetto)
Man is involved in penance in his totality of body and spirit: the man who has a body in need of food and rest and the man who thinks, plans and prays; the man who appropriates and feeds on things and the man who makes a gift of them; the man who tends to the possession and enjoyment of goods and the man who feels the need for solidarity that binds him to all other men [CEI pastoral note]
don Giuseppe Nespeca
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