Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
Anche Francesco, quando ancora era nel mondo e dinanzi al dipanarsi della sua specifica chiamata da parte del Signore [e la conseguente conversione] ebbe da lottare contro il lievito di Erode: brama di potere e gloria.
Sarà Dio poi, a illuminarlo facendogli prendere le distanze da quanto lo portava fuori strada.
"Un nobile assisano, desideroso di soldi e di gloria, prese le armi per andare a combattere in Puglia. Venuto a sapere la cosa, Francesco è preso a sua volta dalla sete di avventura. Così, per essere creato cavaliere da un certo Conte Gentile, prepara un corredo di panni preziosi; poiché, se era meno ricco di quel concittadino, era però più largo di lui nello spendere […]" (FF 1399).
Ma il Signore, sapendolo così bramoso di gloria e di potere lo visitò con una visione.
Mentre dormiva gli apparve uno che, chiamatolo per nome, lo condusse in un palazzo bellissimo dove si notavano, appese al muro, armi e oggetti da guerra.
Francesco chiese a chi appartenessero tutte quelle cose e il palazzo. Gli fu risposto che il tutto era proprietà sua e dei suoi cavalieri.
Si svegliò, tutto felice, interpretando il sogno secondo criteri mondani. Non avendo ancora gustato pienamente lo spirito di Dio, immaginava di divenire principe.
Così, interpretando la cosa come presagio di fortuna, volle partire per le Puglie, per essere creato cavaliere da quel Conte.
Arrivato a Spoleto incominciò a non star bene e nel dormiveglia udì una voce che lo interrogava su dove fosse diretto. Francesco gli espose il suo ambizioso progetto.
"E quello: «Chi può esserti piuttosto utile: il padrone o il servo?». Rispose: «Il padrone».
Quello riprese: «Perché dunque abbandoni il padrone per seguire il servo, e il principe per il suddito?».
Allora Francesco interrogò: «Signore, che vuoi ch’io faccia?».
Concluse la voce: «Ritorna nella tua città e là ti sarà detto cosa devi fare; poiché la visione che ti è apparsa devi interpretarla in tutt’altro senso».
[…] Spuntato il mattino, in gran fretta dirottò il cavallo verso Assisi, lieto ed esultante" (FF 1401).
Così Francesco abbandonò il lievito di Erode per aderire a Cristo, divenendone il grande Araldo, coraggioso e tenace.
Martedì 6a sett. T.O. (Mc 8,14-21)
Nei versetti proposti dal Vangelo di Marco Gesù è disgustato dai farisei ipocriti, che iniziano a discutere con Lui chiedendo un segno dal cielo per metterlo alla prova, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Tutto questo provoca in Cristo una profonda delusione.
Francesco d’Assisi seguiva Gesù non per i prodigi che il Signore compiva ma per Fede; conquistato dal suo Vangelo, dalle Beatitudini enunciate su il Monte, dall’essere morto e risorto - per lui.
Questo l’aveva attratto e fatto innamorare della nuda parabola evangelica, senza ‘se’ e senza ‘ma’.
Le Fonti, gioiello del cammino francescano, aiutano a comprendere.
"Perciò tutti coloro che videro il Signore Gesù secondo l’umanità, ma non videro né credettero, secondo lo spirito e la divinità, che egli è il vero Figlio di Dio, sono condannati.
E così ora tutti quelli che vedono il sacramento, che viene santificato per mezzo delle parole del Signore sopra l’altare nelle mani del sacerdote, sotto le specie del pane e del vino, e non vedono e non credono, secondo lo spirito e la divinità, che è veramente il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono condannati, perché è L’Altissimo stesso che ne dà testimonianza, quando dice:
«Questo è il mio corpo e il mio sangue della nuova alleanza [che sarà sparso per molti]», e ancora:
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna»" (FF 142).
Se non basta la Presenza del Figlio di Dio a far credere, quale altro segno si può dare a questa generazione?
La fede di Francesco è la migliore risposta all’insipienza mondana.
"E il Signore mi dette tanta fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo:
«Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono in tutto nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo» (FF 111 - Testamento di San Francesco).
Questo l’unico Segno!
«Ed Egli gemendo nel suo spirito dice: «Perché questa generazione cerca un segno?» (Mc 8,12a)
Lunedì 6.a sett. T.O. (Mc 8,11-13)
Il lungo brano di questa domenica, tratto dal Vangelo di Matteo, affronta vari temi.
Fra questi l’urgenza di superare il legalismo degli scribi e farisei, compiendo la volontà di Dio con cura.
Quasi senza accorgersene, Francesco fu un grande maestro spirituale.
Per Grazia, era convinto che la giustizia va sempre a braccetto con la misericordia.
Una giustizia lontana dal rigidismo bieco, desiderosa di esprimersi nel compimento della volontà di Dio, nel rispetto del fratello sempre.
Le Fonti francescane insegnano molto in merito.
"Se talora accadeva che a un fratello sfuggisse una parola capace di ferire, il rimorso di coscienza non gli lasciava aver pace, finché non confessava il suo sbaglio, gettandosi a terra umilmente e pregando l’offeso a mettergli un piede sulla bocca.
Se quel fratello si rifiutava di compiere quel gesto, quando l’offensore era il suo superiore, gli comandava di mettergli il piede sulla bocca; quando era un suddito, glielo faceva ordinare dal responsabile.
In questo modo i frati s’impegnavano a scacciare qualunque rancore e incompatibilità, e a conservare intatto l’amore scambievole.
Facevano il possibile per sostituire a ogni vizio la virtù corrispondente, ispirati e coadiuvati in questo dalla Grazia di Gesù Cristo" (FF 1449).
Giustizia e Misericordia da cercare, da chiedere a Dio innanzitutto nella preghiera e nel silenzio, poiché un cuore nuovo è dono del Signore, di un esodo continuo.
Nella Regola degli eremi, scritta da Francesco, infatti, leggiamo:
«E questi [i frati] abbiano un chiostro, nel quale ciascuno abbia una sua piccola cella, nella quale possa pregare e dormire […] e si alzino per il mattutino, e prima di tutto ricerchino il regno di Dio e la sua giustizia» (FF 137).
Nelle stesse Lodi di Dio Altissimo, Francesco evidenzia che Dio è Giustizia:
«[…] Tu sei giustizia,
Tu sei temperanza,
Tu sei tutta la nostra ricchezza a sufficienza» (FF 261).
Il Poverello, sapendo che il Signore-Giustizia chiamava ad averne superiore a quella di maniera, s’impegnò senza tregua per il Regno dei cieli, e cercò di insegnare ai suoi frati a fare altrettanto.
Mai dimenticò che la misericordia ha sempre la meglio, nel giudizio dinanzi a Dio.
«Vi dico infatti che se la vostra giustizia non abbonderà di più [quella] degli scribi e farisei, non entrerete nel Regno dei cieli» (Mt 5,20)
6.a Domenica T.O. anno A (Mt 5,17-37)
«E mandò due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove egli stava per andare» (Lc 10,1).
Questo passo del Vangelo di Luca era ben impresso nella memoria di Francesco d’Assisi e, preparando i suoi frati alla missione, così si esprimeva:
«Nel nome del Signore, andate due a due per le strade, con dignità, mantenendo il silenzio dal mattino fino a dopo l’ora di terza, pregando nei vostri cuori il Signore.
Nessun discorso frivolo e vacuo tra di voi, giacché, sebbene siate in cammino, il vostro comportamento dev’essere raccolto come foste in un eremo o in cella.
Dovunque siamo o ci muoviamo, portiamo con noi la nostra cella: fratello corpo; l’anima è l’eremita che vi abita dentro a pregare Dio e meditare.
E se l’anima non vive serena e solitaria nella sua cella, ben poco giova al religioso una cella eretta da mano d’uomo» (FF 1636).
Così preparati, i frati andavano ad annunciare la Buona Novella.
Nelle Fonti leggiamo ancora:
"Insisteva perché i fratelli non giudicassero nessuno, e non guardassero con disprezzo quelli che vivono nel lusso […] poiché Dio è il Signore nostro e loro, e ha il potere di chiamarli a sé e di renderli giusti […]
E aggiungeva: «Tale deve essere il comportamento dei frati in mezzo alla gente, che chiunque li ascolti e li veda, sia indotto a glorificare e lodare il Padre celeste».
Era suo vivo desiderio che tanto lui quanto i frati abbondassero di opere buone, mediante le quali il Signore viene lodato. E diceva:
«La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori.
Non provocate nessuno all’ira o allo scandalo, ma tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia dalla vostra mitezza.
Questa è la nostra vocazione: curare le ferite, fasciare le fratture, richiamare gli smarriti.
Molti, che ci sembrano membra del diavolo, possono un giorno diventare discepoli di Cristo» (FF 1469).
Il Povero di Assisi, prima di comunicare la Parola di Dio alla gente, augurava la pace, dicendo:
«Il Signore vi dia la Pace» (FF 359).
Questa egli annunciava sempre con tanta devozione a quanti venivano a lui.
E accadeva spesso che, con la grazia di Dio, i nemici della Pace e della propria salvezza, divenissero figli della Pace.
Predicando e sanando i malati che incontrava, diceva:
«É vicino a voi il regno di Dio» (Lc 10,9).
Tanti erano in tal guisa spinti a ravvedersi e a seguire Cristo e il discepolo di Lui.
Ss. Cirillo e Metodio, 14 febbraio (Lc 10,1-9)
Mc narra la guarigione di un sordo balbuziente: Gesù lo chiama in disparte, gli pone le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua.
Anche i testimoni della Parola di Dio, coloro che somigliano nella vita a Cristo, vengono resi da Lui capaci di guarire i malati di ogni genere.
Francesco ebbe questo carisma da Dio. Leggiamo nelle Fonti:
“A Città della Pieve c’era un giovane mendicante, sordo e muto fin dalla nascita. Aveva una lingua così corta e sottile, che sembrava troncata dalla radice […]
Un certo Marco gli diede ospitalità per amor di Dio e il giovane, sentendo che gli voleva bene, prese l’abitudine di restare con lui.
Una sera Marco, durante la cena, disse alla moglie in presenza del ragazzo:
«Se il beato Francesco ridonasse a questo ragazzo l’udito e la parola, questo sì, sarebbe un miracolo grandioso».
Poi aggiunse: «Faccio voto a Dio che, se Francesco si degnerà di fare questo miracolo, io manterrò questo ragazzo a mie spese tutta la vita».
Cosa davvero meravigliosa: in quello stesso istante la lingua del ragazzo ingrossò ed egli cominciò a parlare, dicendo: «Gloria a Dio e a S. Francesco, che mi hanno donato l’udito e la parola!» (FF 1307).
Si, il Signore fa bene ogni cosa, sempre!
Dona ai suoi profeti quanto sensibilmente attestano con la vita, trasformandoli in schegge di Luce per il cammino di molti.
Il Signore si serve dei suoi amici anche per quanti non vogliono udire e obbedire alla Parola, riportandoli all’ascolto.
Nelle Fonti troviamo un episodio significativo, tratto dalla Vita seconda del Celano.
"Un altro frate non voleva ubbidire al vicario del Santo, ma seguiva come suo superiore un confratello.
Il Santo, che era presente, lo ammonì per mezzo di una terza persona, ed egli si gettò ai piedi del vicario e, lasciato il maestro che si era scelto, promise obbedienza a colui che il Santo gli assegnò come superiore.
Francesco trasse un profondo sospiro, e rivolto al compagno, che aveva mandato per avvisarlo:
«Ho visto, fratello - gli disse - sul dorso del frate disobbediente un diavolo che lo stringeva al collo.
Sottomesso e tenuto a briglia da un tale cavaliere, dopo aver scosso il morso dell’obbedienza, si lasciava guidare dalla sua volontà e capriccio.
Ma quando ho pregato il Signore per lui, subito il demonio si è allontanato confuso».
Tanto penetrante era lo sguardo di questo uomo, che pur avendo occhi deboli per le cose materiali, li aveva perspicaci per quanto riguarda lo spirito […]
Non c’è, dico, altra scelta: o portare un peso leggero, dal quale piuttosto tu stesso sarai portato, oppure essere schiavo dell’iniquità" (FF 620).
«Ha fatto bene tutte le cose, e fa udire i sordi e parlare muti» (Mc 7,37)
Venerdì 5a sett. T.O. (Mc 7,31-37)
Nel brano di Mc è narrata la fede sincera e indomita di una donna siro-fenicia che chiede e ottiene da Gesù - proprio per Fede - la liberazione della figlioletta.
Lo Spirito Santo suole donare carismi ai piccoli e semplici; così diede a Francesco la forza guaritrice da molti mali e quella della liberazione dal maligno, tiranno di tante creature.
La Sapienza che è più nobile d’ogni moto e penetra dappertutto per la sua purezza, si comunica alle anime sante e forma amici di Dio e profeti. Così nell’anima del Poverello.
Nelle Fonti sono illustrate numerose guarigioni e liberazioni d’indemoniati ad opera di Francesco, e descritta la fede crescente in chi aveva ricevuto il dono salvifico.
Sì, perché la conseguenza evangelica di queste guarigioni è la manifestazione estesa del credere attivo della gente, in modo sincero ed umile.
Leggiamo nelle Fonti:
"Una volta il Santo apparve a una donna di Narni, che era furiosa e talmente fuori di sé che faceva e diceva cose spaventose e sconce, e le disse:
«Fatti un segno di croce».
Quella rispose di esserne impedita.
Allora Francesco stesso glielo impresse sulla fronte, e all’istante fu liberata dalla pazzia e da ogni influsso demoniaco.
Innumerevoli sono stati gli infelici, uomini e donne che, tormentati in vari modi e con molteplici inganni dai demoni, furono liberati in virtù dei meriti del glorioso padre" (FF 555).
Francesco era molto attento ai mali delle persone che incontrava.
Spesso veniva preso da grande compassione quando vedeva una creatura chiedere aiuto in modo esasperato e insistente.
La documentazione delle Fonti è attraversata da questa logica tenace e umile del Santo, che prima ancora che nel fatto concreto, percepiva nell'intimo il bisogno profondo della salvezza completa dell’altro.
Credeva, infatti, che quando un uomo ha pietà di un altro uomo, ivi, Dio risorge, e la Buona Novella è annunciata.
«Per questa tua parola, va’; il demonio è uscito da tua figlia» (Mc 7,29)
Giovedì 5.a sett. T.O. (Mc 7,24-30)
Gesù insegna alla folla e spiega: ciò che rende impuri è quanto esce dal cuore.
Francesco, puro di cuore, trasparente nei propositi e nelle intenzioni, aveva introdotto anche nelle Ammonizioni da lui scritte un chiaro appello orientativo per i suoi frati - nel merito dei comportamenti.
Nelle Fonti:
«Quando noi viviamo secondo la carne, il diavolo vuole toglierci l’amore del [Signore nostro] Gesù Cristo e la vita eterna e vuole perdere se stesso con tutti nell’inferno; poiché noi per colpa nostra siamo ignobili, miserevoli e contrari al bene, pronti invece e volenterosi al male, perché, come dice il Signore nel Vangelo: Dal cuore procedono ed escono i cattivi pensieri, gli adulteri, le fornicazioni, gli omicidi, i furti, la cupidigia, la cattiveria, la frode, l’impudicizia, l’invidia, le false testimonianze, la bestemmia, [la superbia], la stoltezza. Tutte queste cose cattive procedono dal di dentro del cuore dell’uomo, e sono queste cose che contaminano l’uomo.
Ora invece, da che abbiamo abbandonato il mondo, non abbiamo da fare altro che seguire la volontà del Signore e piacere unicamente a Lui» (FF 57).
In tal guisa istruiva i suoi fratelli nella via della purità.
E nella Vita Prima del Celano, a riguardo dei suoi frati:
"E così solevano fare sempre quando si recavano da lui; non gli nascondevano neppure il minimo pensiero e i moti involontari dell’anima, e dopo aver compiuto tutto ciò che era stato loro comandato, si ritenevano ancora servi inutili.
E veramente la «purezza di cuore» riempiva a tal punto quel primo gruppo di discepoli del beato Francesco, che, pur sapendo operare cose utili, sante e rette, si mostrava del tutto incapace di trarne vana compiacenza.
Allora il beato Francesco, stringendo a sé i figli con grande amore, cominciò a manifestare a loro il suo progetto e ciò che il Signore gli aveva rivelato" (FF 370).
Magnificenza dei piccoli!
«Ciò che esce dall’uomo, quello rende impuro l’uomo» (Mc 7,20)
Mercoledì 5a sett. T.O. (Mc 7,14-23)
Mc evidenzia il confronto tra Gesù e scribi e farisei, cui Egli rimprovera l’ipocrisia delle apparenze - adorando la loro tradizione anziché Dio stesso - e trascurando il comandamento dell’Amore.
Francesco d’Assisi detestava le apparenze, i riti osservati per mera vanità, l’onore a Dio dato con le labbra e non con l’adesione del cuore; mancando al comandamento dell’Amore, Sostanza di Dio.
Non sopportava l’ipocrisia delle ‘abluzioni’ che misconoscono la carità da estendere al prossimo.
Esortava i suoi fratelli a testimoniare il Vangelo con audacia, annunciando in ogni occasione la Parola; senza inginocchiarsi a precetti astratti.
Scorrendo gli episodi che ricordano tale nuovo senso di purità, risulta particolarmente interessante un brano delle Fonti:
I frati, nel loro ideale tutto interiore "Quando incontravano una chiesa o una croce lungo la via, s’inchinavano a recitare una preghiera e dicevano devotamente:
«Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo per tutte le tue chiese sparse nel mondo intero, poiché tu lo hai redento per mezzo della tua santa croce».
Erano convinti, di fatto, di essere in un luogo sacro, dovunque incontrassero una croce o una chiesa.
Ognuno che li vedeva, ne era fortemente meravigliato, per quel loro modo di vestire e di vivere così differente da qualunque altro: sembravano proprio degli esseri boschivi.
Dove entravano, fosse una città, un castello, un villaggio, un’abitazione, annunziavano la pace, esortando uomini e donne a temere e amare il Creatore del cielo e della terra, e ad osservare i suoi comandamenti.
C’era chi li stava ad ascoltare volentieri e chi al contrario li beffava.
Per lo più venivano bersagliati da una tempesta di domande […]
Benché riuscisse fastidioso rispondere a tante interrogazioni, essi confessavano con semplicità di essere dei penitenti oriundi di Assisi […]" (FF 1441).
Scevri da cerimoniali, annunciavano il Regno di Dio con autenticità e non solo con le labbra, ma con la testimonianza di vita, che
evidenziava la Parola letta e pregata.
Non schiavi d’inutili osservanze di costume, bensì tenaci servitori del Vangelo a ogni costo.
Non era diretto a loro il monito di Gesù:
«Lasciando da parte il comandamento di Dio, osservate la tradizione degli uomini» (Mc 7,8).
Tale ammonizione riguarda piuttosto coloro che prendono gloria gli uni dagli altri, trascurando ciò che piace a Dio.
«Bellamente annullate il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione» (Mc 7,9)
Martedì 5.a sett. T.O. (Mc 7,1-13)
L’evangelista Mc evidenzia come al passaggio di Gesù, ovunque, la gente accorresse a portare sulle barelle i malati da guarire.
Sulle orme del Maestro, in ogni luogo Francesco operava guarigioni.
Aveva ricevuto speciali carismi in favore della gente, che voleva toccarlo per essere sanata.
Nelle Fonti, a tale proposito, c’è un episodio interessante e commovente.
A Susa, un giovane di Rivarolo Canavese, di nome Ubertino, entrato nell’Ordine dei frati minori, in seguito ad uno spavento terribile, divenne pazzo e colpito da paralisi nella parte destra, perdendo sensibilità, moto, udito e parola.
I frati erano erano affranti nel vederlo steso nel suo letto in quello stato.
Alla vigilia di S. Francesco ebbe un momento di lucidità e si mise ad invocare il padre in modo accorato.
All’ora del mattutino, mentre tutti i frati erano in coro, il beato padre apparve al novizio nell’infermeria, facendo risplendere una gran luce in quell’abitazione.
Il padre gli pose la mano sul fianco destro facendola scorrere fino ai piedi; gli mise le dita nell’orecchio e gli fece un segno particolare sulla spalla destra, dicendo:
«Questo sarà per te il segno che Dio, servendosi di me, che tu hai voluto imitare entrando in Religione, ti ha ridonato perfetta salute» (FF 1325).
Poi gli mise il cingolo e gli disse:
«Alzati e va’ in chiesa a celebrare devotamente, insieme con gli altri, le prescritte lodi di Dio» (FF 1325).
Il giovane cercava di toccarlo con le mani e baciargli i piedi, in segno di ringraziamento, ma il beato padre scomparve dalla sua vista.
Il giovane andò, poi, in chiesa a celebrare le lodi ormai guarito, fra lo stupore degli astanti.
Francesco, apostolo di resurrezione, in vita e in morte operò tante guarigioni nei corpi e nei cuori di molte persone.
Queste volevano toccare la sua tunica, il suo mantello, il suo cappuccio, credendo fermamente di poter essere sanate e ritrovando la fede nel Dio che lo aveva inviato.
«E lo supplicavano di toccare anche solo la frangia del suo mantello; e quanti lo toccarono erano salvati» (Mc 6,56).
Lunedì 5.a sett.T.O. (Mc 6,53-56)
In the crucified Jesus, a kind of transformation and concentration of the signs occurs: he himself is the “sign of God” (John Paul II)
In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio" (Giovanni Paolo II)
Only through Christ can we converse with God the Father as children, otherwise it is not possible, but in communion with the Son we can also say, as he did, “Abba”. In communion with Christ we can know God as our true Father. For this reason Christian prayer consists in looking constantly at Christ and in an ever new way, speaking to him, being with him in silence, listening to him, acting and suffering with him (Pope Benedict)
Solo in Cristo possiamo dialogare con Dio Padre come figli, altrimenti non è possibile, ma in comunione col Figlio possiamo anche dire noi come ha detto Lui: «Abbà». In comunione con Cristo possiamo conoscere Dio come Padre vero. Per questo la preghiera cristiana consiste nel guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo, parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui (Papa Benedetto)
In today’s Gospel passage, Jesus identifies himself not only with the king-shepherd, but also with the lost sheep, we can speak of a “double identity”: the king-shepherd, Jesus identifies also with the sheep: that is, with the least and most needy of his brothers and sisters […] And let us return home only with this phrase: “I was present there. Thank you!”. Or: “You forgot about me” (Pope Francis)
Nella pagina evangelica di oggi, Gesù si identifica non solo col re-pastore, ma anche con le pecore perdute. Potremmo parlare come di una “doppia identità”: il re-pastore, Gesù, si identifica anche con le pecore, cioè con i fratelli più piccoli e bisognosi […] E torniamo a casa soltanto con questa frase: “Io ero presente lì. Grazie!” oppure: “Ti sei scordato di me” (Papa Francesco)
Thus, in the figure of Matthew, the Gospels present to us a true and proper paradox: those who seem to be the farthest from holiness can even become a model of the acceptance of God's mercy and offer a glimpse of its marvellous effects in their own lives (Pope Benedict))
Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza (Papa Benedetto)
Man is involved in penance in his totality of body and spirit: the man who has a body in need of food and rest and the man who thinks, plans and prays; the man who appropriates and feeds on things and the man who makes a gift of them; the man who tends to the possession and enjoyment of goods and the man who feels the need for solidarity that binds him to all other men [CEI pastoral note]
Nella penitenza è coinvolto l'uomo nella sua totalità di corpo e di spirito: l'uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l'uomo che pensa, progetta e prega; l'uomo che si appropria e si nutre delle cose e l'uomo che fa dono di esse; l'uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e l'uomo che avverte l'esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini [nota pastorale CEI]
St John Chrysostom urged: “Embellish your house with modesty and humility with the practice of prayer. Make your dwelling place shine with the light of justice; adorn its walls with good works, like a lustre of pure gold, and replace walls and precious stones with faith and supernatural magnanimity, putting prayer above all other things, high up in the gables, to give the whole complex decorum. You will thus prepare a worthy dwelling place for the Lord, you will welcome him in a splendid palace. He will grant you to transform your soul into a temple of his presence” (Pope Benedict)
don Giuseppe Nespeca
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