Teresa Girolami

Teresa Girolami

Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".

Giovedì, 16 Luglio 2026 19:53

Figli del Regno

Nel Vangelo di questa domenica Gesù invita i suoi ad essere seme buono, quali figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno, che saranno falciati alla fine del mondo.

Francesco fu figlio della Parola, del buon Seme,  impegnato a vivere secondo Dio e portando frutto.

Nato e generato in una religione poverella, il Piccolo di Dio spesso istruiva i suoi frati a non essere servitori della zizzania seminata nel mondo dal maligno, a non seguire le sue logiche perverse e anti evangeliche.

Raccomandava loro di vivere la Parola seminata da Cristo.

Troviamo, infatti, nei suoi scritti:

“Tutti quelli e quelle che […] camminano dietro la cattiva concupiscenza […] e non osservano quelle cose che hanno promesso al Signore e servono […]  alle sollecitudini del mondo e alle preoccupazioni di questa vita: costoro sono prigionieri del diavolo, del quale sono figli e fanno le opere; sono ciechi, poiché non vedono la vera luce, il Signore nostro Gesù Cristo. Non hanno la Sapienza spirituale, poiché non posseggono il Figlio di Dio, che è la vera sapienza del Padre” (FF 178/4).

Altresì, come ebbe a spiegare al Sommo Pontefice da cui si recò per l’approvazione della Regola, i figli di Dio non hanno da temere:

«Non c’è da temere che muoiano di fame i figli ed eredi dell’Eterno Re; perché essi, a somiglianza di Cristo, sono nati da una madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono stati generati, per virtù dello spirito di povertà, in una religione poverella.

Se, infatti, il Re del Cielo promette ai suoi imitatori il Regno Eterno, quanto più provvederà per loro quelle cose che elargisce senza distinzione ai buoni e ai cattivi» (FF 1064).

 

«Il campo buono è il mondo; il buon seme, questi sono i figli del Regno. Invece la zizzania sono i figli del malvagio» (Mt 13,38).

 

 

Domenica 16.a T.O. A  (Mt 13,24-43)

Giovedì, 16 Luglio 2026 01:50

Servitore del Regno, non del rigidismo

Mt ci pone dinanzi la malizia dei leaders che vogliono eliminare Gesù, contrapposta alla Santità del Servo di Dio, il quale guarisce ogni malattia.

Sul Figlio è presente lo Spirito di Dio, Potenza grazie alla quale anche i suoi intimi annunzieranno la giustizia alle genti.

Francesco d’Assisi era davvero il figlio su cui era sceso lo Spirito del Signore, prediletto del Padre che per la sua umiltà e nascondimento risplendeva agli occhi dei frati e del mondo.

I frati, che lo avevano visto pregare, non avevano dubbi che su Francesco si fosse posato “lo Spirito del Signore […] in tutta la sua pienezza […] perciò la cosa più sicura per loro era seguire la sua dottrina e la sua vita" (FF 1071).

“Lo Spirito del Signore, che lo aveva unto e inviato assisteva il suo servo Francesco, ovunque si dirigesse, lo assisteva Cristo stesso […]

Era la sua parola, come un fuoco ardente, che penetrava l’intimo del cuore […] Aveva il profumo e l’afflato della rivelazione divina”

(FF 1210).

E le Fonti mettono al corrente di un episodio che trasuda Spirito e servizio da tutte le parti; un Povero disposto ad essere davvero il Servo di Dio, come Gesù gli aveva insegnato.

"Mentre dimorava in una cella a Siena, una notte chiamò a sé i compagni che dormivano:

«Ho invocato il Signore - spiegò loro - perché si degnasse indicarmi quando sono suo servo e quando no. Perché non vorrei essere altro che suo servo. E il Signore, nella sua immensa benevolenza e degnazione, mi ha risposto ora:

«Riconosciti mio servo veramente, quando pensi, dici, agisci santamente».

«Per questo vi ho chiamati, fratelli, perché voglio arrossire davanti a voi, se a volte avrò mancato di queste tre cose» " (FF 743).

Per questo Francesco, sulle orme del Cristo in cui il Padre si compiacque, fu altresì il servitore e testimone inviato a guarire e annunciare il Regno.

Anche il Minimo, informato dall’amore e non dal legalismo farisaico, poté operare prodigi a servizio della salvezza.

 

«Ecco il mio servo, che ho scelto, il mio diletto» (Mt 12,18)

 

 

Sabato della 15.a sett. T.O.  (Mt 12,14-21)

Mercoledì, 15 Luglio 2026 03:22

La necessità non ha legge

I farisei chiedono a Gesù perché  i suoi discepoli fanno ciò che non è permesso dalla Legge in giorno di sabato [mangiare, per fame, le spighe nei campi].

Gesù, venuto per dare pieno compimento alla Legge, ne sottolinea il fondamento: non demolire o trasgredire la Parola, ma osservarla amando.

L’amore è il vero compimento della Legge del Signore, che è perfetta e rinfranca l’anima.

Francesco lo aveva ben compreso vivendo e insegnando alla sua fraternità a fare altrettanto.

Le Fonti forniscono, attraverso vari tasselli, preziosi esempi di vita. Nella Lettera ai reggitori dei popoli:

«Vi supplico […] con tutta la riverenza di cui sono capace, di non dimenticare il Signore, assorbiti come siete dalle cure e preoccupazioni di questo mondo, e di non deviare dai suoi comandamenti, poiché tutti coloro che dimenticano il Signore e si allontanano dai comandamenti di lui, sono maledetti e saranno dimenticati da lui» (FF 211).

Al tempo stesso il Poverello, con quell’equilibrio ed elasticità che lo contraddistingueva, sottolinea:

«E ogniqualvolta sopravvenga la necessità, sia consentito a tutti i frati, ovunque si trovino, di prendere tutti i cibi che gli uomini possono mangiare, così come il Signore dice di David, il quale mangiò i pani dell’offerta che non era permesso mangiare se non ai sacerdoti […] Similmente, ancora, in tempo di manifesta necessità tutti i frati provvedano per le cose loro necessarie così come il Signore darà loro la grazia, poiché la necessità non ha legge» (FF 33).

A sostegno di quanto detto riportiamo un passo tratto dalla Leggenda Perugina.

Francesco, dinanzi ad un frate di profonda spiritualità, deperito ed infermo, fa qualcosa di inusuale per la mentalità del tempo.

"Francesco si disse:

«Se questo fratello mangiasse di buon mattino dell’uva matura, credo che ne trarrebbe giovamento».

Un giorno si alzò all’albeggiare e chiamò di nascosto quel frate, lo condusse nella vigna vicina a quella chiesa e, scelta una vite ricca di bei grappoli invitanti, vi sedette sotto assieme al fratello e cominciò a mangiare l’uva, affinché il malato non si vergognasse di piluccarla da solo.

Mentre faceva lo spuntino, quel frate lodava il Signore Dio.

E finché visse, egli ricordava spesso ai fratelli, con devozione e piangendo di tenerezza, il gesto affettuoso del Padre santo verso di lui" (FF 1549)

 

Chiara stessa, nella Regola, rivolta alle sorelle, le avverte:

«Siano invece sollecite di conservare sempre reciprocamente l’unità della scambievole carità, che è il vincolo della perfezione» (FF 2810).

L’Amore era la Regola dei frati e delle Povere Dame di San Damiano: «[…] e così, portando il giogo della carità vicendevole, con facilità adempiremo la legge di Cristo. Amen.» (FF 2918 - Lettera ad Ermentrude di Bruges).

 

«Ma se aveste conosciuto che cosa significa: ‘Misericordia voglio, e non sacrificio’ [Os 6,6], non avreste condannato [persone] senza colpa» (Mt 12,7)

 

 

Venerdì della 15.a sett. T.O.  (Mt 12,1-8)

Martedì, 14 Luglio 2026 11:28

Attrazione della mitezza e tapineria

Gesù, nel capitolo undici di Matteo, richiama i suoi  alla mitezza ed umiltà di cuore come luogo di ristoro da ogni fatica, imparando da Lui.

A riguardo della mitezza di Dio, negli scritti del Povero d’Assisi (Lodi di Dio Altissimo) troviamo questa meravigliosa espressione:

«Tu sei umiltà […] Tu sei bellezza. Tu sei Mansuetudine» (FF 261).

Francesco, Alter Christus, era davvero un uomo mite e tutto ciò che gli richiamava la mansuetudine di Gesù lo guardava e riveriva con grande rispetto e scrupolo.

Lo stesso Tommaso da Celano, uno dei suoi principali biografi, descrive Francesco così:

“Quanto era bello, stupendo e glorioso nella sua innocenza, nella semplicità della sua parola […] Di carattere mite, di indole calmo, affabile nel parlare, cauto nell’ammonire” (FF 464).

Per la sua malattia agli occhi, dinanzi al chirurgo che arroventava il ferro per cauterizzare la parte malata, Francesco così si rivolge a «frate focu»:

"Il Padre per confortare il corpo già scosso dal terrore, così parla al fuoco:

«Frate mio fuoco, di bellezza invidiabile fra tutte le creature, l’Altissimo ti ha creato vigoroso, bello e utile. Sii propizio a me in quest’ora, sii cortese! Perché da gran tempo ti ho amato nel Signore. Prego il Signore grande, che ti ha creato di temperare ora il tuo calore in modo che io possa sopportarlo, se mi bruci con dolcezza».

Terminata la preghiera, traccia un segno di croce sul fuoco e poi aspetta intrepido. Il Santo si offre pronto e sorridente al ferro.

I frati presenti, inorriditi e tremanti si erano allontanati. Tornati che furono, dopo l’operazione, Francesco si rivolge loro:

«Pusillanimi e di poco coraggio, perché siete fuggiti? In verità vi dico, non ho provato né l’ardore del fuoco né alcun dolore della carne».

E rivolto al medico:

«Se la carne non è bene cauterizzata, brucia di nuovo».

Con stupore di questi che, rivolto ai frati, disse: “Vi dico, frati, che oggi ho visto cose mirabili" (FF 752).

E Chiara, nel suo Testamento, raccomanda alle sorelle, in primo luogo a chi presiede la comunità, l’atteggiamento e lo stile del Vangelo:

«Sia ancora tanto affabile e alla portata di tutte, che le sorelle possano manifestarle con fiducia le loro necessità e ricorrere a lei ad ogni ora con confidenza, come crederanno meglio, per sé o a favore delle sorelle» (FF 2848).

Questi due Giganti del Vangelo si nutrirono di umiltà e mitezza trovando in esse la loro difesa.

 

«Imparate da me, che sono mite e tapino di cuore, e troverete riposo per le vite vostre» (Mt 11,29)

 

 

Giovedì della 15.a sett. T.O.  (Mt 11,28-30)

Lunedì, 13 Luglio 2026 04:23

Lode e piccolezza, buio e ispirazione

Il Vangelo è un inno di lode a Dio Padre da parte di Gesù nella dimensione della debolezza e vulnerabilità dei piccoli.

Egli aveva sperimentato la delusione dei “grandi”, sospettosi dinanzi ai suoi prodigi.

Invece di chiedere aiuto al Padre, quale Figlio lo loda nei momenti bui.

Guardando il nostro Poverello, tutto questo lo ritroviamo in modo evidente.

Basso di statura, umile di spirito e minore di professione, Francesco d’Assisi fece della piccolezza la sua cifra esistenziale e altrettanto insegnò ai suoi frati.

Essere umile e minimo nella sequela del Signore era il tratto essenziale del frate - appunto minore - che volesse vivere in comunione alla Porziuncola.

Rivolgendosi ai grandi e sapienti di questo mondo, il Santo trovò resistenza a far comprendere la sua proposta di povertà ed essenzialità di vita.

Spesso gli rispondevano: “La povertà che vai cercando, resti per sempre a te, e ai tuoi figli, e alla tua discendenza dopo di te” (cf. FF 1964).

Nelle Fonti troviamo ancora che “il beato Francesco, udite queste parole, si meravigliava in cuor suo e rendeva grazie a Dio, dicendo:

«Sii Benedetto, Signore Iddio, che hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli!

Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te!

O Signore, Padre e padrone della mia vita, non abbandonarmi nella loro adunanza, né lasciarmi cadere in quella vergogna, ma per la tua grazia concedimi di trovare quello che cerco, perché io sono tuo servo e Figlio della tua ancella»" (FF 1965).

Inoltre va ricordato che “Il servo di Dio, Francesco, piccolo di statura, umile di spirito e minore di professione, mentre viveva qui sulla terra scelse per sé e per i suoi frati una piccola porzione di mondo […] e furono di certo ispirati da Dio quelli che, anticamente, chiamarono Porziuncola il luogo che toccò in sorte a coloro che non volevano assolutamente possedere nulla su questa terra […]

Sorgeva in questo luogo una chiesa dedicata alla Vergine Madre che, per la sua particolare umiltà, meritò, dopo il Figlio, di essere Sovrana di tutti i Santi.

Qui ebbe inizio l’Ordine dei minori, e s’innalzò ampia e armoniosa, come poggiata su solido fondamento, la loro nobile costruzione.

Il Santo amò questo luogo più di ogni altro, e comandò ai frati di venerarlo con particolare devozione.

Volle che fosse sempre custodito come specchio dell'Ordine in umiltà e altissima povertà, riservandone ad altri la proprietà e ritenendone per sé ed i suoi soltanto l'uso” (FF 604).

Dunque la piccolezza era eloquente cifra del suo essere figlio di Dio.

Proprio da tale posizione di nascondimento, nei periodi difficili e oscuri del suo itinerario di fede, Francesco ha innalzato a Dio Padre la lode per quanto operava:

«Altissimu, onnipotente, bon Signore,

Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione […]

Laudato sie, mi Signore, cum tucte le tue creature […]» (FF 263).

Francesco ha composto tale capolavoro nel momento più crudo e sofferente della sua vita, malato e nell’oscurità.

Eppure, innalzando a Dio un autentico inno di lode.

Come Gesù, che nel momento della solitudine e dell’apparente sconfitta, del fallimento, ha sollevato la sua voce al Padre - per benedirlo e lodarlo.

Il vicolo cieco e il buio divennero fonte d’ispirazione, e di un rapporto più profondo con il Signore; coniugato con quella piccolezza vulnerabile, affidata al Padre per il suo Regno.

 

«Ti rendo lode, Padre […] perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate agli infanti» (Mt 11,25)

 

 

Mercoledì della 15.a sett. T.O.  (Mt 11,25-27)

Domenica, 12 Luglio 2026 03:30

Occhio ai prodigi ricevuti!

Nel Vangelo di oggi Gesù rimprovera le città che, pur avendo ricevuto meravigliosi benefici, non si erano convertite. Echeggia:

«Guai a te, Corazin! Guai a te Betsàida!» (Mt 11,21).

All’orizzonte campeggia il Giudizio!

Francesco d’Assisi, profondamente grato a Dio per averlo tratto dalla vita cortese e svagata del mondo al servizio del Vangelo, anche lui un giorno mosse rimprovero a chi immerso nel vizio e nel mondano non accennava a convertirsi.

Le Fonti, attraverso la Leggenda Maggiore, narrano in merito:

"Nel tempo in cui il Santo giaceva malato a Rieti, portarono da lui, steso su un lettuccio, un canonico, di nome Gedeone, vizioso e mondano, colpito da una grave malattia.

Il canonico lo pregava piangendo, insieme con i presenti, di benedirlo col segno della croce.

Ma il Santo gli replicò:

«Come potrò segnarti con la croce, se finora sei vissuto seguendo gli istinti della carne, senza timore dei giudizi di Dio?

Ad ogni modo, per la devozione e le preghiere di queste persone che intercedono per te, ti benedirò col segno della croce in nome del Signore.

Tu, però, sappi che andrai incontro a castighi più gravi, se una volta guarito, tornerai al vomito. Perché il peccato d’ingratitudine si merita sempre punizioni peggiori delle prime».

Appena ebbe tracciato su di lui il segno della croce, colui che giaceva rattrappito si alzò risanato e, prorompendo nelle Lodi di Dio, esclamò:

«Sono guarito!» […]

Ma costui, passato un po’ di tempo, si dimenticò di Dio e si abbandonò di nuovo all’impudicizia.

Ebbene, una sera che era andato a cena in casa di un altro canonico e vi era rimasto per passare la notte, improvvisamente il tetto della casa crollò.

Ma, mentre tutto gli altri riuscirono a sfuggire alla morte, solo quel misero fu sorpreso e ucciso.

Per giusto giudizio di Dio l’ultima condizione di quell’uomo fu peggiore della prima, a causa del peccato d’ingratitudine e del disprezzo di Dio, giacché è necessario essere grati per il perdono ricevuto, e il delitto ripetuto dispiace doppiamente" (FF 1192).

Alla fine resterà solo la sua Misericordia a braccetto con la Giustizia.

 

«Tuttavia vi dico: per Tiro e Sidone sarà più sopportabile nel giorno del giudizio che per voi» (Mt 11,22)

 

 

Martedì della 15.a sett. T.O.  (Mt 11,20-24)

Sabato, 11 Luglio 2026 15:46

Accoglienze

Gesù mette in chiaro che  è necessario prendere la propria croce per seguirLo ed essere degni di Lui.

Parimenti sottolinea che chi accoglie i suoi discepoli in verità accoglie Lui stesso.

Francesco vedeva davvero nell’accoglienza sincera l’incontro con Cristo povero. Da qui il suo umile e cordiale spirito di ospitalità e amorevole apertura verso tutti.

Le Fonti sono uno scrigno prezioso che documentano numerosi episodi legati a quanto detto.

Leggiamo:

«E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino familiari tra loro reciprocamente.

E ciascuno manifesti con fiducia all’altro la sua necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» (FF 91).

Ancora:

«Quando veniva da loro qualche ricco di questo mondo, lo ricevevano lieti e affettuosi, lo invitavano a strapparsi dal male e lo incitavano a penitenza» (FF1452).

Infatti, secondo il detto agostiniano: «Humilitas occidit superbiam» [H.AS O S].

Inoltre:

“Il beato Francesco Poverello parecchie volte domandava ospitalità al monastero di San Verecondo.

L’Abate e i monaci l’accoglievano con grande delicatezza e devozione” (FF 2249).

Il Povero assisano viveva il Vangelo alla lettera e si studiava di riconoscere il passaggio di Cristo ad ogni dove.

 

• Il monastero di S. Verecondo è ubicato sulla strada di Gubbio.

 

«E chi avrà dato da bere a uno di questi piccoli un bicchiere solo di [acqua] fresca a titolo di discepolo, in verità vi dico non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,42)

 

 

Lunedì 15.a sett. T.O.  (Mt 10,34-11,1)

Venerdì, 10 Luglio 2026 02:57

Fiume di Paradiso: Seminatore e Terreno

Nella Parabola del Seminatore Gesù evidenzia la diversa ricezione ed assimilazione della Parola di Dio e di conseguenza il diverso frutto, a seconda della rispondenza del terreno.

Il nuovo Evangelista di questo ultimo tempo, Francesco, era innamorato della Parola di Dio e il suo ascolto era costante, tanto da averla impressa nella sua memoria.

Era terreno buono che produceva il cento per uno.

Le Fonti c’informano:

”Irradiato dagli splendori della Luce eterna, scrutava le profondità delle Scritture con intelletto limpido e acuto.

Il suo ingegno, puro da ogni macchia, penetrava il segreto dei misteri […]

Leggeva di tanto in tanto i libri sacri e riteneva tenacemente impresso nella memoria quanto aveva una volta assimilato: giacché ruminava continuamente con affettuosa devozione ciò che aveva ascoltato con mente attenta” (FF 1188).

“Con altrettanta cura e devozione si impegnava a compiere gli altri insegnamenti uditi.

Egli infatti non era mai stato ascoltatore sordo del Vangelo, ma, affidando ad una encomiabile memoria tutto quello che ascoltava, cercava con ogni diligenza di eseguirlo alla lettera” (FF 357).

Come lo chiama il Celano, nella Vita prima - «fiume di Paradiso» - Francesco, “il nuovo evangelista di questo ultimo tempo ha diffuso con amorosa cura le acque del Vangelo per il mondo intero, e con le opere ha additato la via e la vera dottrina del Figlio di Dio” (FF 475).

Nella Regola non bollata (1221):

«Manteniamoci dunque Fedeli alle parole, alla vita, alla dottrina e al Santo Vangelo di Colui che si è degnato di pregare per noi il Padre» (FF 62).

E «guardiamoci bene dall’essere la terra lungo la strada, o la terra sassosa, o quella invasa dalle spine secondo quanto dice il Signore nel Vangelo:

«Il seme è la Parola di Dio […] il seme affidato alla terra buona, sono coloro che, ascoltando la parola con buone, anzi ottime disposizioni, la intendono e la custodiscono e portano frutti con la perseveranza»” (FF 58).

Il Poverello fu, per il suo tempo, incarnazione concreta e fruttuosa del Vangelo.

 

«Altri [grani] poi caddero sulla terra bella e davano frutto, chi cento, chi sessanta, chi trenta» (Mt 13,8).

 

 

Domenica 15.a T.O. A  (Mt 13,1-23)

Giovedì, 09 Luglio 2026 16:44

Lasciare tutto per interiorizzare

La Liturgia della festa di S. Benedetto, compatrono d’Europa, sottolinea il tema del lasciare tutto per Cristo, per il Vangelo, contraccambiato dal centuplo e la Vita dell’Eterno.

Benedetto, come Francesco, lasciò ogni bene per seguire Gesù, riassumendo il suo percorso nel celebre assioma: «Ora et labora», «prega e lavora».

A volte si contrappone la severità dell’ ascetica monastica benedettina all’allegria francescana, come se San Benedetto e San Francesco fossero due universi a se stanti; ma non è così.

Ci sono elementi nei quali si diversificano e altri in comune, magari elaborati diversamente.

Entrambi reputano importanti la preghiera e il lavoro. Nonché l’orazione come via che conduce al distacco da tutto e alla interiorizzazione, luogo dell’incontro con Cristo - da anteporre a tutto.

Anche Francesco considera il lavoro un aspetto importante della sua vita e della Regola minoritica, richiamando in questo quella benedettina.

Il Poverello, pur non essendo benedettino (come dipinto nel Sacro Speco di Subiaco, in un’antica immagine) anche lui visse dentro una storia che lo ha preceduto, attingendo da essa alcune cose, altre rifiutandole.

Chi è addentro alle Fonti francescane, volendo affermare la novità di Frate Francesco rispetto a San Benedetto da Norcia, fa riferimento ad un brano della Compilatio Assisiensis.

In essa si narra come durante un Capitolo alla Porziuncola, dove si discuteva della Regola minoritica, alcuni frati proposero l’adozione di forme di vita precedenti.

Ma Francesco rispose:

«Fratelli, fratelli miei, Dio mi ha chiamato per la via dell’umiltà e mi ha mostrato la via della semplicità. Non voglio quindi che mi nominiate altre Regole, né quella di Sant’Agostino, né quella di San Bernardo o di San Benedetto.

Il Signore mi ha detto che questo egli voleva:

che io fossi nel mondo un ‘novello pazzo’; e il Signore non vuole condurci per altra via che quella di questa scienza!» (FF 1564).

La grandezza della Regola benedettina non risiede tanto nell’apporto di novità, quanto nella capacità di sintesi delle varie esperienze monastiche precedenti in una sorta di lettura sapienziale.

Ma questi santi, entrambi, danno molta importanza al lavoro che vince l’ozio e fa vivere nella costante Presenza di Cristo nella storia, al quale anteporre tutto.

L’orazione continua e il lavoro costante sono dunque due elementi comuni diversamente elaborati, ma fondamentali per la sequela di Gesù e il distacco da ogni cosa.

Francesco ai frati insegnava:

«Nell’orazione purifichiamo i nostri sentimenti e ci uniamo con l’unico, vero e sommo Bene e rinvigoriamo la virtù […]

Nell’orazione parliamo a Dio, lo ascoltiamo e ci tratteniamo in mezzo agli angeli; nella predicazione, invece, dobbiamo scendere spesso verso gli uomini e, vivendo da uomini in mezzo agli uomini, pensare, vedere, dire e ascoltare al modo umano» (FF1204).

Nel  suo Testamento, il Minimo scrive:

«Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà.

Coloro che non sanno, imparino, non per la  cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio» (FF 119).

Ed è proprio questa impostazione di pensiero e di vita che rese i benedettini capaci di costruire l’Europa "rendendo il quotidiano eroico e l’eroico quotidiano" e che spinse i frati francescani, tra le altre cose, ad un lavoro costante e fedele soprattutto nella missione evangelizzatrice di pace.

Figli di Dio in modo diverso, ugualmente proiettati a seguire Gesù, sapendo che l’aver lasciato tutto per il suo Regno è garanzia di vita eterna.

 

«E chiunque ha lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o figli o campi a causa del mio nome, riceverà il centuplo ed erediterà la vita dell’Eterno» (Mt 19,29).

 

 

S. Benedetto patrono d’Europa (Mt 19,27-29)

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In reality, an abstract, distant god is more comfortable, one that doesn’t get himself involved in situations and who accepts a faith that is far from life, from problems, from society. Or we would even like to believe in a ‘special effects’ god (Pope Francis)
In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali” (Papa Francesco)
It is as though you were given a parcel with a gift inside and, rather than going to open the gift, you look only at the paper it is wrapped in: only appearances, the form, and not the core of the grace, of the gift that is given! (Pope Francis)
È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato! (Papa Francesco)
The Lord has our good at heart, that is, that every person should have life, and that especially the "least" of his children may have access to the banquet he has prepared for all (Pope Benedict)
Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti (Papa Benedetto)
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)
Jesus invites us to discern the words and deeds which bear witness to the imminent coming of the Father’s kingdom. Indeed, he indicates and concentrates all the signs in the enigmatic “sign of Jonah”. By doing so, he overturns the worldly logic aimed at seeking signs that would confirm the human desire for self-affirmation and power (Pope John Paul II)
Gesù invita al discernimento in rapporto alle parole ed opere, che testimoniano l'imminente avvento del Regno del Padre. Anzi, Egli indirizza e concentra tutti i segni nell'enigmatico "segno di Giona". E con ciò rovescia la logica mondana tesa a cercare segni che confermino il desiderio di autoaffermazione e di potenza dell'uomo (Papa Giovanni Paolo II)

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